C’è una distinta connotazione di questa fase dell’Unione Europea, ed è il silenzio della Germania. Di quella di Schröder, che pure aveva agli Esteri l’attivissimo Joschka Fischer, e più di Angela Merkel, che col suo ministro degli Esteri socialista prima e ora con quello liberale sembra guardare all’Europa da una distanza remota, se non siderale. Fredda, certo. Nella Germania dell’Est, dove la signora Merkel è cresciuta, l’Europa è ferma ad alcuni decenni fa, praticamente al dopoguerra. E in Sassonia, dov’è nata, a prima di Hitler e del kaiser.
Il debutto in sordina della Nuova Europa, quella che si vorrebbe unita, è dovuto all’inattività della presidenza francese, ma più ancora al disinteresse della Germania. La cui partecipazione all’Europa non va oltre la reiterazione dei vecchi benefici nell’uso delle risorse. L’Europa è quasi scomparsa dalla Germania, se non nelle forme d’uso, turistiche, coloristiche. Compresa la delinquenza, che sempre è straniera. È un effetto della globalizzazione, della quale la Germania è riuscita a tornare protagonista dopo una rapida, e violenta, ristrutturazione. Questo già nel doppio mandato del socialista Schröder, di cui spiega lo scarso interesse per l’Unione Europea, in contrasto con le sue origini renane: la Germania era allora impegnata a ricostruire la sua base produttiva nei paesi dell’Est, in Russia, in Cina. L’economia tedesca è un’altra rispetto a quella di quindici anni fa. Con Angela Merkel il disinteresse è anche culturale, psicologico.
Per certi aspetti il fenomeno è europeo: non ci sono più i vecchi leader europeisti di una volta. Gente con un ideale oltre che tecnicamente capace. Per l’Italia, in anni ancora recenti, del calibro di Ciampi o di Prodi. Ci sono cauti gestori dell’esistente, attenti a ottenere il più possibile da quel bilancio europeo che si sono costretti a finanziare. Ma in Germania c’è di più: l’Europa non presenta alcun motivo d’interesse, a parte le giaculatorie d’obbligo. Per un motivo semplice: la politica estera e di difesa, che avrebbero dovuto essere le novità europee degli anni 2010, dopo l’euro negli anni Duemila, sono costituzionalmente (anche in senso proprio, giuridico) estranee alla Germania. E per un motivo profondo, seppure apparentemente labile: la Germania ha esaurito le riserve d’entusiasmo per l’Europa. Per effetto della globalizzazione. E della riunificazione: la Germania ritorna sassone, in un certo senso provinciale.
sabato 21 novembre 2009
Londra soppianta l'Italia nell'Ue
La baronessa Ashton alla politica estera e di difesa europea significa più che altro la sostituzione della Gran Bretagna all’Italia nella triade o direttorio Ue. Significa anche la nullità della politica estera e di difesa europea, ma sempre in consonanza con la politica britannica di indebolire l’Europa non potendola impedire. Ora dall’interno e non più dall’esterno, come ancora ai tempi della Thatcher.
È la novità introdotta da Blair e che ne ha fatto la fortuna politica: legare la Gran Bretagna all’Ue ma per legare la Ue all’attendismo britannico. Blair ha operato in questo senso con Chirac e con Berlusconi. Brown si è trovata accanto la Merkel, nei lunghi quindici mesi della crisi finanziaria, e grazie al cancelliere tedesco, che dell’Europa ha idea molto pallida, è riuscito a soppiantare l’Italia nel gruppo dei “decisori” europei: la nomina di lady Ashton è impressionante non tanto perché il cavallo è stato fatto senatore, ma per la rapidità della trasmutazione, e l’imposta unanimità. Favorita certo da Sarkozy, la cui idea d’Europa è molto tedesca, da business.
Manifestano adesso la loro vera natura gli attacchi violenti da Londra all’Italia in questi anni Duemila. E a Prodi forse più che a Berlusconi. Senza ragione d’essere, poiché l’Italia sta ai suoi obblighi europei (finanza, bilancio, moneta, difesa) meglio di tanti altri, e anche la sua economia funziona, male come tutto in Europa ma funziona. Attacchi che in più di un caso hanno avuto risvolti scoperti da servizi segreti. E si sono conclusi con l’improvvisata graduatoria del “Financial Times” fra i responsabili economici europei, per promuovere la ministra francese a capo dell’Eurogruppo finanziario, alla vigilia della scelta della baronessa.
È la novità introdotta da Blair e che ne ha fatto la fortuna politica: legare la Gran Bretagna all’Ue ma per legare la Ue all’attendismo britannico. Blair ha operato in questo senso con Chirac e con Berlusconi. Brown si è trovata accanto la Merkel, nei lunghi quindici mesi della crisi finanziaria, e grazie al cancelliere tedesco, che dell’Europa ha idea molto pallida, è riuscito a soppiantare l’Italia nel gruppo dei “decisori” europei: la nomina di lady Ashton è impressionante non tanto perché il cavallo è stato fatto senatore, ma per la rapidità della trasmutazione, e l’imposta unanimità. Favorita certo da Sarkozy, la cui idea d’Europa è molto tedesca, da business.
Manifestano adesso la loro vera natura gli attacchi violenti da Londra all’Italia in questi anni Duemila. E a Prodi forse più che a Berlusconi. Senza ragione d’essere, poiché l’Italia sta ai suoi obblighi europei (finanza, bilancio, moneta, difesa) meglio di tanti altri, e anche la sua economia funziona, male come tutto in Europa ma funziona. Attacchi che in più di un caso hanno avuto risvolti scoperti da servizi segreti. E si sono conclusi con l’improvvisata graduatoria del “Financial Times” fra i responsabili economici europei, per promuovere la ministra francese a capo dell’Eurogruppo finanziario, alla vigilia della scelta della baronessa.
Spiazzati i fan del "Financial Times"
Hanno dato con diletto le graduatorie e i “giudizi taglienti” del “Financial Times” e dell’“Economist” sull’Italia – su D’Alema, non su Berlusconi. E si sono trovati il giorno dopo senza argomenti. Senza il coraggio di denunciare la stampa di regime britannica, ma senza argomenti da opporre alla tragicomica nomina di una signora ignota, di un paese e un partito contrari a una politica estera e di difesa europea, a ministro europeo della difesa e degli esteri.
Con la parziale eccezione della “Stampa”, che ha, cautamente, fatto capire ai suoi lettori la trama delle nomine europee, i grandi giornali italiani si sono concentrati sui risvolti italiani. E non avendo in questo caso i soliti argomenti contro Berlusconi, hanno montato un “caso umano” D’Alema. Il “Corriere della sera” e “Repubblica” hanno preferito dare addosso alla Francia per il “mani” di Henry – ma a danno dell’Irlanda… Nessun commento alla spregiudicatezza di Londra nelle nomine, e ai giornali britannici che ne hanno favorito attivamente le manovre.
Il giornale milanese in particolare, che più degli altri si fa eco di cosa hanno detto l’“Economist” e il “Financial Times”, si è visto spiazzato da questi suoi autorevoli numi su entrambi i suoi fronti d’impegno, D’Alema e Tremonti. Per D’Alema la mancata nomina (a favore di “una certa Ashton”) non è un incidente di percorso come un altro, è un quasi accantonamento. Il ministro dell’Economia, destinato nel Grande Disegno milanese a presiedere il governo di unità nazionale post-Berlusconi, sarà soppiantato l’anno prossimo a capo dell’Eurogruppo, carica che riteneva orma sua, dalla ministra francese – fa parte dell’accordo: a Francia e Germania il business, a Londra la (non) politica europea.
Con la parziale eccezione della “Stampa”, che ha, cautamente, fatto capire ai suoi lettori la trama delle nomine europee, i grandi giornali italiani si sono concentrati sui risvolti italiani. E non avendo in questo caso i soliti argomenti contro Berlusconi, hanno montato un “caso umano” D’Alema. Il “Corriere della sera” e “Repubblica” hanno preferito dare addosso alla Francia per il “mani” di Henry – ma a danno dell’Irlanda… Nessun commento alla spregiudicatezza di Londra nelle nomine, e ai giornali britannici che ne hanno favorito attivamente le manovre.
Il giornale milanese in particolare, che più degli altri si fa eco di cosa hanno detto l’“Economist” e il “Financial Times”, si è visto spiazzato da questi suoi autorevoli numi su entrambi i suoi fronti d’impegno, D’Alema e Tremonti. Per D’Alema la mancata nomina (a favore di “una certa Ashton”) non è un incidente di percorso come un altro, è un quasi accantonamento. Il ministro dell’Economia, destinato nel Grande Disegno milanese a presiedere il governo di unità nazionale post-Berlusconi, sarà soppiantato l’anno prossimo a capo dell’Eurogruppo, carica che riteneva orma sua, dalla ministra francese – fa parte dell’accordo: a Francia e Germania il business, a Londra la (non) politica europea.
Mercantilismo, l'unica dottrina europea
La vera partita delle nomine sarà dunque quella economica. È sempre e solo l’Europa degli affari. Francia e Germania solo si occupano di garantirsi le risorse europee, per l’agricoltura e l’industria, e di controllarne gli indirizzi politici attraverso le istituzioni monetarie e finanziarie. Con un disinteresse sostanziale, dietro le iniziative burocratiche, se non con l’esclusione, verso ogni “avventura” politica (Parlamento, difesa, diplomazia). Col contributo ora della Gran Bretagna, più affine su questi campi, dell’interesse primario e delle esclusioni.
L’Europa è un ottimo investimento. Ma, nell’ottica della triade di riferimento della Spa europea, senza integrazione: l’Europa rende in ragione del potere contrattuale del contraente, quindi di più per Germania e Francia, che non va diluito in un’unione reale, o integrata. La Francia, che ha questa vocazione burocratica, si prende tutte le istituzioni economiche e finanziarie, Bce, Fmi, Wto, Eurogruppo, la Germania si accontenta dei soldi. La nuova Europa decolla confermando il vecchio principio mercantilista, degli interessi nazionali in economia, che finora l’ha retta, euro compreso.
L’Europa è un ottimo investimento. Ma, nell’ottica della triade di riferimento della Spa europea, senza integrazione: l’Europa rende in ragione del potere contrattuale del contraente, quindi di più per Germania e Francia, che non va diluito in un’unione reale, o integrata. La Francia, che ha questa vocazione burocratica, si prende tutte le istituzioni economiche e finanziarie, Bce, Fmi, Wto, Eurogruppo, la Germania si accontenta dei soldi. La nuova Europa decolla confermando il vecchio principio mercantilista, degli interessi nazionali in economia, che finora l’ha retta, euro compreso.
venerdì 20 novembre 2009
Letture - 20
letterautore
Allegoria - È un’aggiunta che non aggiunge – non arricchisce, non spiega. “Come il polipo (o il camaleonte) che prende il colore della pietra su cui fa nido”, che vuol dire? Accomodante, sfuggente, timido, machiavellico, indifeso?
È una pausa. E un decoro.
È indeterminatezza: la introduce, la crea.
Autore – È, in non piccola misura, l’editore.
Borges - Narra lo charme. Rinverdisce (esalta) la tradizione gnomica di Montagne, una saggezza arguta, senza punte, classica, anche per l’erudizione, con logica paratattica, aneddotica. La disposizione nasce da un fisico particolare, dell’uomo massiccio? Da una fisiologia stabile – senza acidità, coliti, collere, insonnie?
Cabbala - Dio fa parola tramutando l’ineffabile in confusione: mistero, iniziazione, esoterismo – che è sempre qualcosa d’altro.
Filologia - È la scienza della mula del Berni, che scava i sassi per inciamparci sopra. Ma è anche invenzione della storia, e ne ha il fascino – indistinto, possibile, verosimile.
Hegel – È straordinario il suo fascino sull’Europa intelligente di metà Novecento. Effetto forse delle arti informative sovietiche – una propaganda non brutale (si veda in precedenza il fenomeno Münzenberg). E del cupio dissolvi europeo, di Sartre o Brecht, i troppo intelligenti, e dei Moravia, gli onesti democratici. Ma anche di una rilettura sottile e seducente, di Lukács (quanto in buona fede? era uomo di partito) e di mezza Francia. Per uno scopo semplice, e non celato: giustificare il totalitarismo – l’eclisse della ragione, proprio.
Kafka – Umorista l’ha già fatto Barilli, ma andrebbe rivisto: riscontrato sulla seriosità di Max Brod.
C’è un effetto umoristico, di battute e situazioni, più che di impianto.
“L’aspetto da incubo dei romanzi di Kafka consiste nel fatto che in essi ogni evento è apparentemente senza causa, o perlomeno, se una causa c’è, è impossibile scorgerla” (D.H.Carr, “Lezioni di storia, 101). Kafka come Popper, curioso dell’indeterminato, ma con l’angoscia. È cerniera speciale con il mondo che fu, quello della certezza.
La “specialità” Brod lega alla parte ebraica della sua cultura.
Leopardi - Quante componenti nell’“Elegia” del Gray, già tradotta da Cesarotti: il villaggio, la gente comune, il crepuscolo, la campana, l’attesa, il niente, e il destino solitario del poeta.
Leggere - Una fatica di facchini, più che di dotti, per Guicciardini, “Ricordi”, 208: “Così quello tempo che s’arebbe a mettere in speculare, si consuma in leggere di libri con straccehzza di animo e di corpo, in modo che l’ha quasi similitudine a una fatica di facchini che di dotti”.
Lo stesso, quasi, Leopardi: “Privato dell’uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai… a divenir filosofo di professione (di poeta ch’era)”. Scrivere non è ritenuto un male (rischio), leggere sì: occupa la mente.
È un piacere onanistico. Nei modi. E negli effetti?
Thomas Mann - È certo l’anti-Nietzsche, benché in ritardo. Per l’aristocrazia del commercio, l’aristocrazia germanica (la polemica col fratello Heinrich, le “Betrachtungen”).
Quanti romanzi e racconti sulla morte. E quanti morti viventi!
Un uomo dell’Ottocento, o meglio di fine secolo, che talvolta si fa forte dei benefici dell’epoca (polemica col fratello, “Betrachtungen”), talvolta tenta di modernizzarsi, entrare nel Novecento. Ma attraverso i sentieri estetizzanti della Belle Époque: le belle cose e gli spiriti particolari, oltre alle trasgressioni vissute come drammi romantici (sempre sessuali: omoerotismo, incesto, bestialità).
Monologo – L’“Ulysses” non libera, sommerge: ha questo effetto. Che invece non hanno i “Dubliners”, né il”Portrait”. È l’effetto del monologo: lo stream of consciousness non si libera nel monologo, nel senso che non va su e giù, perforando gli stadi, per allargare gli spazi della verità, ma si limita a trabordare. È come la piena di un fiume, grandi masse d’acqua e detriti.
Diverso l’effetto nella Woolf, sempre costruita – nel senso di rattenuta - nei suoi stream. O in Céline, che sa invece governare i déferlements a buon esito narrativo – e percettivo (non sempre, ma non a scritto una sola opera).
Proust - Ripete, rielabora, sistema, l’acutismo fin-de-siècle: Louÿs, Rebell, Schwob, Prévost, Toulet, Lorrain, perfino Montesquiou, e Gourmont, Tinan. Il “secondo scaffale” di Hubert Juin. Comprese le dame: Nathalie Barney, Renée Vivien, Liane de Pougy, Anna de Noailles, Myriam Harry, “Gerard d’Houville”, Rachilde. Fino a tutti gli anni Venti. Con genialità del tipo: il piacere è come una foto (“Sodome”, 812). È opera di charme per essere uscita “fuori tempo” – fuori fin-de-siècle, dopo la guerra. Oppure come rievocazione ancien régime – il mondo Excelsior. Proust “dice” tanto a Benjamin, per esempio. Ma Benjamin doveva (voleva) fare barriera contro la devastazione dei sentimenti, il materialismo.
Lo stile viene dalla madre – è lo stile Mortemart: semplicità, sobrietà, charme. Come per Gide. Anche Flaiano rinvia alla madre.
Un pallone, o un immenso aquilone. Inverosimile, inutile, semplice (poco intrigante), che troppo spesso si deve tirare su da terra con sforzo. Di questa materializzazione del desiderio i venti vitali bisogna cercarli, con applicazione, con fortuna anche. Ma quanta fatica nell’applicazione fantastica!
“Pascal est un trou... blé-blant”, “Sodome”, p.718. Alla fine del pranzo della principessa che va da p. 632 a 726. Ignobile. Due ore di pranzo dalla duchessa vanno da p. 422 a p. 550.
In “Guermantes” la nobile conversazione è rifatta al gabinetto pubblico. Si vorrebbe allora pensare la “Recherche” una parodia, con intenzioni satiriche. De Maria accosta Proust a Molière: sono i più “satirici”, muoiono a 51 anni, lasciano un’opera immensa. Ma non si può.
Elabora cerimoniali morti – per rivivere i quali molto snobismo certo è necessario. È Ersatz tipicamente piccolo borghese, lo sforzo di resuscitare, per imitazione, vecchie forme di passione, peraltro già spente, di uomini inconsistenti (da aneddoto) e dame irrancidite.
Saturnino – L’io narrante in letteratura è sempre saturnino - elegiaco, malinconico, depressivo. Anche nel comico. Nella tradizione orale invece l’io interviene per vantare, meravigliare, rivelare. L’io fa male alla scrittura?
letterautore@antiit.eu
Allegoria - È un’aggiunta che non aggiunge – non arricchisce, non spiega. “Come il polipo (o il camaleonte) che prende il colore della pietra su cui fa nido”, che vuol dire? Accomodante, sfuggente, timido, machiavellico, indifeso?
È una pausa. E un decoro.
È indeterminatezza: la introduce, la crea.
Autore – È, in non piccola misura, l’editore.
Borges - Narra lo charme. Rinverdisce (esalta) la tradizione gnomica di Montagne, una saggezza arguta, senza punte, classica, anche per l’erudizione, con logica paratattica, aneddotica. La disposizione nasce da un fisico particolare, dell’uomo massiccio? Da una fisiologia stabile – senza acidità, coliti, collere, insonnie?
Cabbala - Dio fa parola tramutando l’ineffabile in confusione: mistero, iniziazione, esoterismo – che è sempre qualcosa d’altro.
Filologia - È la scienza della mula del Berni, che scava i sassi per inciamparci sopra. Ma è anche invenzione della storia, e ne ha il fascino – indistinto, possibile, verosimile.
Hegel – È straordinario il suo fascino sull’Europa intelligente di metà Novecento. Effetto forse delle arti informative sovietiche – una propaganda non brutale (si veda in precedenza il fenomeno Münzenberg). E del cupio dissolvi europeo, di Sartre o Brecht, i troppo intelligenti, e dei Moravia, gli onesti democratici. Ma anche di una rilettura sottile e seducente, di Lukács (quanto in buona fede? era uomo di partito) e di mezza Francia. Per uno scopo semplice, e non celato: giustificare il totalitarismo – l’eclisse della ragione, proprio.
Kafka – Umorista l’ha già fatto Barilli, ma andrebbe rivisto: riscontrato sulla seriosità di Max Brod.
C’è un effetto umoristico, di battute e situazioni, più che di impianto.
“L’aspetto da incubo dei romanzi di Kafka consiste nel fatto che in essi ogni evento è apparentemente senza causa, o perlomeno, se una causa c’è, è impossibile scorgerla” (D.H.Carr, “Lezioni di storia, 101). Kafka come Popper, curioso dell’indeterminato, ma con l’angoscia. È cerniera speciale con il mondo che fu, quello della certezza.
La “specialità” Brod lega alla parte ebraica della sua cultura.
Leopardi - Quante componenti nell’“Elegia” del Gray, già tradotta da Cesarotti: il villaggio, la gente comune, il crepuscolo, la campana, l’attesa, il niente, e il destino solitario del poeta.
Leggere - Una fatica di facchini, più che di dotti, per Guicciardini, “Ricordi”, 208: “Così quello tempo che s’arebbe a mettere in speculare, si consuma in leggere di libri con straccehzza di animo e di corpo, in modo che l’ha quasi similitudine a una fatica di facchini che di dotti”.
Lo stesso, quasi, Leopardi: “Privato dell’uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai… a divenir filosofo di professione (di poeta ch’era)”. Scrivere non è ritenuto un male (rischio), leggere sì: occupa la mente.
È un piacere onanistico. Nei modi. E negli effetti?
Thomas Mann - È certo l’anti-Nietzsche, benché in ritardo. Per l’aristocrazia del commercio, l’aristocrazia germanica (la polemica col fratello Heinrich, le “Betrachtungen”).
Quanti romanzi e racconti sulla morte. E quanti morti viventi!
Un uomo dell’Ottocento, o meglio di fine secolo, che talvolta si fa forte dei benefici dell’epoca (polemica col fratello, “Betrachtungen”), talvolta tenta di modernizzarsi, entrare nel Novecento. Ma attraverso i sentieri estetizzanti della Belle Époque: le belle cose e gli spiriti particolari, oltre alle trasgressioni vissute come drammi romantici (sempre sessuali: omoerotismo, incesto, bestialità).
Monologo – L’“Ulysses” non libera, sommerge: ha questo effetto. Che invece non hanno i “Dubliners”, né il”Portrait”. È l’effetto del monologo: lo stream of consciousness non si libera nel monologo, nel senso che non va su e giù, perforando gli stadi, per allargare gli spazi della verità, ma si limita a trabordare. È come la piena di un fiume, grandi masse d’acqua e detriti.
Diverso l’effetto nella Woolf, sempre costruita – nel senso di rattenuta - nei suoi stream. O in Céline, che sa invece governare i déferlements a buon esito narrativo – e percettivo (non sempre, ma non a scritto una sola opera).
Proust - Ripete, rielabora, sistema, l’acutismo fin-de-siècle: Louÿs, Rebell, Schwob, Prévost, Toulet, Lorrain, perfino Montesquiou, e Gourmont, Tinan. Il “secondo scaffale” di Hubert Juin. Comprese le dame: Nathalie Barney, Renée Vivien, Liane de Pougy, Anna de Noailles, Myriam Harry, “Gerard d’Houville”, Rachilde. Fino a tutti gli anni Venti. Con genialità del tipo: il piacere è come una foto (“Sodome”, 812). È opera di charme per essere uscita “fuori tempo” – fuori fin-de-siècle, dopo la guerra. Oppure come rievocazione ancien régime – il mondo Excelsior. Proust “dice” tanto a Benjamin, per esempio. Ma Benjamin doveva (voleva) fare barriera contro la devastazione dei sentimenti, il materialismo.
Lo stile viene dalla madre – è lo stile Mortemart: semplicità, sobrietà, charme. Come per Gide. Anche Flaiano rinvia alla madre.
Un pallone, o un immenso aquilone. Inverosimile, inutile, semplice (poco intrigante), che troppo spesso si deve tirare su da terra con sforzo. Di questa materializzazione del desiderio i venti vitali bisogna cercarli, con applicazione, con fortuna anche. Ma quanta fatica nell’applicazione fantastica!
“Pascal est un trou... blé-blant”, “Sodome”, p.718. Alla fine del pranzo della principessa che va da p. 632 a 726. Ignobile. Due ore di pranzo dalla duchessa vanno da p. 422 a p. 550.
In “Guermantes” la nobile conversazione è rifatta al gabinetto pubblico. Si vorrebbe allora pensare la “Recherche” una parodia, con intenzioni satiriche. De Maria accosta Proust a Molière: sono i più “satirici”, muoiono a 51 anni, lasciano un’opera immensa. Ma non si può.
Elabora cerimoniali morti – per rivivere i quali molto snobismo certo è necessario. È Ersatz tipicamente piccolo borghese, lo sforzo di resuscitare, per imitazione, vecchie forme di passione, peraltro già spente, di uomini inconsistenti (da aneddoto) e dame irrancidite.
Saturnino – L’io narrante in letteratura è sempre saturnino - elegiaco, malinconico, depressivo. Anche nel comico. Nella tradizione orale invece l’io interviene per vantare, meravigliare, rivelare. L’io fa male alla scrittura?
letterautore@antiit.eu
Secondi pensieri (33)
zeulig
Affetto - È paterno, fraterno, amichevole. Non è filiale, né coniugale. Perché? Forse è mero esercizio benevolo di memorie.
Amore - Come malattia è tesi notevole di Burton, terza parte, di Ferrand, “Malinconia erotica”, nonché di tutto Freud e tutta la psicanalisi, di ogni scuola – eccetto Lacan (che però ci mette Dio, e dunque ne è fuori).
Bugia – La verità essendo una sola, il campo della bugia è immenso. Ma la verità è che la bugia è anch’essa una verità.
Creazione – È l’eternità, l’idea (il senso) della durata ininterrotta. Il tempo continuo, anche quando (“Genesi”) non c’era il sole e non c’erano i giorni
La vita invece è storica, un’eternità storica: la creatura è storica.
È concrezione. Dal nulla non c’è creazione.
Dio - È vanitoso, dice san Paolo (Lettera ai Romani, 9, 20): “La creazione fu sottoposta alla vanità, non di sua volontà, ma a causa di colui che ve la sottopose”.
Vanità è da intendere come corruzione, deperimento? Non sposta.
Esperienza – È il tempo reale – com’è vissuto:il presentecontinuo. Il tempo dell’innamortamento, della creazione, della stessa ananke.
Filosofia - È come una scarpa vecchia: un po’ dura calzandola, poi presto comoda, ma dura poco e non consente di andare lontano. E forse, più che di una scarpa vecchia si avrebbe bisogno di poter andare a piedi nudi.
Si sa che i filosofi più amati sono i migliori scrittori: Eraclito, Platone, Nietzsche, Hegel, a suo modo pure Kant. Attorno a essi i filosofi lavorano con più piacere, per cui essi diventano i pilastri della verità (che cosa ha veramente detto Platone”, etc.). Ma questi filosofi sradicano la verità alla radice, per la bellezza dell’argomentazione. La loro filosofia è poesia. A meno che la filosofia non sia poesia – allora niente più interpretazioni autentiche.
Ma indispettisce molto Nietzsche che il suo Teognide sia detto dalle fonti filosofo e poeta. Può sempre darsi che i Teognidi siano più di uno…
Modernità – È approdata alla postmodernità – al restauro – per la hybris della novità radicale, delle avanguardie estetiche come della filosofia: non siamo in grado di creare dal nulla. Le avanguardie creative sempre recuperano un’intelligenza delle cose.
Natura – Quella di Rousseau è un equilibrio spontaneo fra l’esistente e il desiderio. È uno stato di felicità che si situa fuori della storia. Anzi, è dalla sua rottura che prende origine la storia, e ad essa si alimenta. È il paradiso perduto. Era l’idea del padre gesuita Charles Batteux, che 1746 instaurava le “Belle Arti” legandole alla natura, ai codici della natura, al rispetto della natura. Ma Hegel non molti anni dopo escludeva la natura da ogni nozione del bello, già nell’introduzione alle “Lezioni di estetica”.
È insensibile alla morte, dice Sade. È insensibile. Esi alimenta con la distruzione, dice ancora Sade. Si rigenera morendo.
Quanta parte dell’uomo partecipa della natura?
Storia – È l’osservatore che perturba il tempo? Bene, ma lo organizza, prima, dopo, sincronico, diacronico. E lo attesta – lo realizza, insomma gli dà contenuto.
È – era – narrazione, secondo il pensiero “debole”. Ma com’è possibile “narrare” una simile stupidaggine? E la natura? E le azioni umane, i morti, le guerre, le persecuzioni (l’Inquisizione, il Kgb, l’albergo Lux a Mosca, Stalin, Hitler)? Il passato è una cosa, la tazza rotta non si ricompone, che resiste a ogni forma di narrazione, a ogni esorcismo. Perfino quando è dimenticato – il passato riaffiora sempre.
Stupidità – Esiste, e ha un che di misterioso. Per essere il contrario della ragione, certo. Ma è più che essere irragionevoli.
Tempo – È sempre interrotto, dalla creazione, o dal Big Bang, e dalla resurrezione – l’eternità, l’immortalità. Ha una funzione poco logica.
Un mondo contemporaneo di Dio sarebbe più logico. E abolirebbe un’incognita, il tempo. Ma cancellerebbe Dio. A meno di non ridurlo al tempo, un metronomo.
È la linfa della narrazione: eventi, suspense, catarsi. Che è a sua volta, mescolando l’accaduto con l’ignoto, la fenice della storia, cioè della memoria, dell’uomo – è l’esistente. Ma non ci sono esseri non esistenti: anche l’eternità è tempo.
Dev’essere il grande problema di Dio, che ha deciso di creare “a un certo punto” (e fino a quando?)
Non c’è (non si concepisce) senza l’eternità, un prima e un dopo in qualche modo più esistenti – “Il tempo stesso,soltanto il tempo, è immortale” (Jeanne Hersch). I giorni sono il periodare del sole, i mesi e le stagioni del sistema solare.
zeulig@antiit.eu
Affetto - È paterno, fraterno, amichevole. Non è filiale, né coniugale. Perché? Forse è mero esercizio benevolo di memorie.
Amore - Come malattia è tesi notevole di Burton, terza parte, di Ferrand, “Malinconia erotica”, nonché di tutto Freud e tutta la psicanalisi, di ogni scuola – eccetto Lacan (che però ci mette Dio, e dunque ne è fuori).
Bugia – La verità essendo una sola, il campo della bugia è immenso. Ma la verità è che la bugia è anch’essa una verità.
Creazione – È l’eternità, l’idea (il senso) della durata ininterrotta. Il tempo continuo, anche quando (“Genesi”) non c’era il sole e non c’erano i giorni
La vita invece è storica, un’eternità storica: la creatura è storica.
È concrezione. Dal nulla non c’è creazione.
Dio - È vanitoso, dice san Paolo (Lettera ai Romani, 9, 20): “La creazione fu sottoposta alla vanità, non di sua volontà, ma a causa di colui che ve la sottopose”.
Vanità è da intendere come corruzione, deperimento? Non sposta.
Esperienza – È il tempo reale – com’è vissuto:il presentecontinuo. Il tempo dell’innamortamento, della creazione, della stessa ananke.
Filosofia - È come una scarpa vecchia: un po’ dura calzandola, poi presto comoda, ma dura poco e non consente di andare lontano. E forse, più che di una scarpa vecchia si avrebbe bisogno di poter andare a piedi nudi.
Si sa che i filosofi più amati sono i migliori scrittori: Eraclito, Platone, Nietzsche, Hegel, a suo modo pure Kant. Attorno a essi i filosofi lavorano con più piacere, per cui essi diventano i pilastri della verità (che cosa ha veramente detto Platone”, etc.). Ma questi filosofi sradicano la verità alla radice, per la bellezza dell’argomentazione. La loro filosofia è poesia. A meno che la filosofia non sia poesia – allora niente più interpretazioni autentiche.
Ma indispettisce molto Nietzsche che il suo Teognide sia detto dalle fonti filosofo e poeta. Può sempre darsi che i Teognidi siano più di uno…
Modernità – È approdata alla postmodernità – al restauro – per la hybris della novità radicale, delle avanguardie estetiche come della filosofia: non siamo in grado di creare dal nulla. Le avanguardie creative sempre recuperano un’intelligenza delle cose.
Natura – Quella di Rousseau è un equilibrio spontaneo fra l’esistente e il desiderio. È uno stato di felicità che si situa fuori della storia. Anzi, è dalla sua rottura che prende origine la storia, e ad essa si alimenta. È il paradiso perduto. Era l’idea del padre gesuita Charles Batteux, che 1746 instaurava le “Belle Arti” legandole alla natura, ai codici della natura, al rispetto della natura. Ma Hegel non molti anni dopo escludeva la natura da ogni nozione del bello, già nell’introduzione alle “Lezioni di estetica”.
È insensibile alla morte, dice Sade. È insensibile. Esi alimenta con la distruzione, dice ancora Sade. Si rigenera morendo.
Quanta parte dell’uomo partecipa della natura?
Storia – È l’osservatore che perturba il tempo? Bene, ma lo organizza, prima, dopo, sincronico, diacronico. E lo attesta – lo realizza, insomma gli dà contenuto.
È – era – narrazione, secondo il pensiero “debole”. Ma com’è possibile “narrare” una simile stupidaggine? E la natura? E le azioni umane, i morti, le guerre, le persecuzioni (l’Inquisizione, il Kgb, l’albergo Lux a Mosca, Stalin, Hitler)? Il passato è una cosa, la tazza rotta non si ricompone, che resiste a ogni forma di narrazione, a ogni esorcismo. Perfino quando è dimenticato – il passato riaffiora sempre.
Stupidità – Esiste, e ha un che di misterioso. Per essere il contrario della ragione, certo. Ma è più che essere irragionevoli.
Tempo – È sempre interrotto, dalla creazione, o dal Big Bang, e dalla resurrezione – l’eternità, l’immortalità. Ha una funzione poco logica.
Un mondo contemporaneo di Dio sarebbe più logico. E abolirebbe un’incognita, il tempo. Ma cancellerebbe Dio. A meno di non ridurlo al tempo, un metronomo.
È la linfa della narrazione: eventi, suspense, catarsi. Che è a sua volta, mescolando l’accaduto con l’ignoto, la fenice della storia, cioè della memoria, dell’uomo – è l’esistente. Ma non ci sono esseri non esistenti: anche l’eternità è tempo.
Dev’essere il grande problema di Dio, che ha deciso di creare “a un certo punto” (e fino a quando?)
Non c’è (non si concepisce) senza l’eternità, un prima e un dopo in qualche modo più esistenti – “Il tempo stesso,soltanto il tempo, è immortale” (Jeanne Hersch). I giorni sono il periodare del sole, i mesi e le stagioni del sistema solare.
zeulig@antiit.eu
domenica 15 novembre 2009
Ombre - 34
Chiaberge ricorda sul “Sole” di quando nel 1978, sbarcato alla Rizzoli, dovette smentire di essere “amico” di Tobagi di fronte a un membro del Comitato di redazione che lo interpellava con la stella rossa sul berretto alla Lenin. Di quando, un anno dopo, richiesto al telefono da Tobagi mentre era in riunione in redazione, si rifiutò. E di quanto, un anno dopo, seppe dell’assassinio di Tobagi, a opera di “enfants gatés della buona borghesia milanese”. Non tutti perseguiti, avrebbe potuto aggiungere, a opera dello zelante procuratore Spataro. Ma non è questo il punto: il punto è che, oggi come allora, di quel terrificante clima di odio e intimidazione si può scrivere solo in punta di penna e facendosene una colpa - come un po’ fa Benedetta Tobagi, che così “riporta l’armonia” in città, nel passo che ha deciso la linea del libro e l’editore più fa citare: “A quel tempo la politica era una cosa terribilmente seria, le etichette e le logiche di appartenenza prevalevano spesso sulla sostanza delle persone” (“spesso” sta per i gruppi che non si possono nominare).
Sono alcuni anni ormai che il rugby è un gran divertimento in Italia. Che per questo è stata ammessa nella lega europea dei cinque, ora sei, grandi. Volentieri le grandi nazionali, del Sud Africa, della Nuova Zelanda, del Sei Nazioni europeo, vengono a godersi una settimana in Italia, a mangiare e bere e a divertirsi, divertendo un pubblico sempre entusiasta. Lo stadio Flaminio, che ha avuto nuova vita col rugby, ma contiene quarantamila spettatori, è subissato a ogni match da richieste quattro volte superiori. Ma il Flaminio si trova a Roma. Ora che gli All Blacks neozelandesi sono stati dirottati su San Siro, il rugby diventa un avvenimento e anzi una realtà in Italia. Paginate sui giornali, speciali in tv, perfino il “Sole 24 Ore” ci fa la prima pagina. O Milano o niente?
Non c’è un europeo in primo piano nelle celebrazioni a Berlino della caduta del Muro. Ci sono Walesa, gli Usa, la Russia, con Gorbaciov e perfino Medvedev, ma non una figura inglese, o francese. Ci sono Brown e Sarkozy, ma a rappresentare le potenze allora occupanti. Non c’è l’Europa nella caduta del Muro: c’è l’America, c’è anche la Russia, e la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia.
Anzi no, due giorni dopo è la Germania che rende omaggio alla Francia: Merkel va da Sarkozy. Per l’ennesima celebrazione della vittoria, francese.
Giancarlo Caselli si querela per calunnia aggravata contro il figlio del magistrato Coco, la prima vittima delle Brigate Rosse. Il quale lamenta di non avere mai potuto sapere chi ha ucciso suo padre. L’ex Procuratore Caselli, che ha istruito il processo, può darsi che abbia ragione, avrà fatto quanto doveva e poteva. Ma è vero che ci fu un tempo in cui non si andava a fondo contro le Br, singoli magistrati e settori non marginali della magistratura.
L’Inter nel 2006 ha avuto un prestito di 120 milioni su pegno di una società valutata 40 milioni – non scorporabile peraltro, non vale nulla fuori dell’Inter. Al Sud, scrive il “Corriere Economia” lunedì, “sono richieste garanzie reali fino a venticinque volte il prestito”.
Entro un anno, dice Passera di Banca Intesa, ci saranno 250 mila aziende in meno. Ma la crisi è superata. Per le banche?
Passera può non essere un ipocrita. Ma chi ne riferisce?
A sette mesi data si scopre, Bruno Vespa obbliga a scoprirlo col suo ultimo libro-vangelo, che i potenti trombano. Magari poco ma sempre male. E che questo non è peccato. Non nelle altre patrie, per esempio in Francia con le molteplici famiglie che Mitterrand manteneva a spese dello Stato (o in Spagna per le scappatelle notturne del re). Ma sì per le patrie altrui: per esempio in Francia o in Spagna quando tromba – purtroppo poco – qualche italiano.
Ma non è un caso di orgoglio nazionale offeso. È l’ennesimo caso di destra-sinistra, l’odio incolmabile: l’onore è offeso perché scoperto a scopare è ora uno di sinistra.
Però: questo – quello di Marrazzo – è l’unico posto in cui il destra-sinistra italiano ormai sta opportunamente di casa.
“Sky Guida ai programmi” di novembre svela il mistero dell’amore improvviso tra Clooney e Elisabetta Canalis: “La ragazza che ha stregato il mondo con la sua bellezza è tra i protagonisti del nuovo speciale di Sky Uno”. Ci fregano anche in questo – Clooney almeno si sarà fatto pagare?
Sono alcuni anni ormai che il rugby è un gran divertimento in Italia. Che per questo è stata ammessa nella lega europea dei cinque, ora sei, grandi. Volentieri le grandi nazionali, del Sud Africa, della Nuova Zelanda, del Sei Nazioni europeo, vengono a godersi una settimana in Italia, a mangiare e bere e a divertirsi, divertendo un pubblico sempre entusiasta. Lo stadio Flaminio, che ha avuto nuova vita col rugby, ma contiene quarantamila spettatori, è subissato a ogni match da richieste quattro volte superiori. Ma il Flaminio si trova a Roma. Ora che gli All Blacks neozelandesi sono stati dirottati su San Siro, il rugby diventa un avvenimento e anzi una realtà in Italia. Paginate sui giornali, speciali in tv, perfino il “Sole 24 Ore” ci fa la prima pagina. O Milano o niente?
Non c’è un europeo in primo piano nelle celebrazioni a Berlino della caduta del Muro. Ci sono Walesa, gli Usa, la Russia, con Gorbaciov e perfino Medvedev, ma non una figura inglese, o francese. Ci sono Brown e Sarkozy, ma a rappresentare le potenze allora occupanti. Non c’è l’Europa nella caduta del Muro: c’è l’America, c’è anche la Russia, e la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia.
Anzi no, due giorni dopo è la Germania che rende omaggio alla Francia: Merkel va da Sarkozy. Per l’ennesima celebrazione della vittoria, francese.
Giancarlo Caselli si querela per calunnia aggravata contro il figlio del magistrato Coco, la prima vittima delle Brigate Rosse. Il quale lamenta di non avere mai potuto sapere chi ha ucciso suo padre. L’ex Procuratore Caselli, che ha istruito il processo, può darsi che abbia ragione, avrà fatto quanto doveva e poteva. Ma è vero che ci fu un tempo in cui non si andava a fondo contro le Br, singoli magistrati e settori non marginali della magistratura.
L’Inter nel 2006 ha avuto un prestito di 120 milioni su pegno di una società valutata 40 milioni – non scorporabile peraltro, non vale nulla fuori dell’Inter. Al Sud, scrive il “Corriere Economia” lunedì, “sono richieste garanzie reali fino a venticinque volte il prestito”.
Entro un anno, dice Passera di Banca Intesa, ci saranno 250 mila aziende in meno. Ma la crisi è superata. Per le banche?
Passera può non essere un ipocrita. Ma chi ne riferisce?
A sette mesi data si scopre, Bruno Vespa obbliga a scoprirlo col suo ultimo libro-vangelo, che i potenti trombano. Magari poco ma sempre male. E che questo non è peccato. Non nelle altre patrie, per esempio in Francia con le molteplici famiglie che Mitterrand manteneva a spese dello Stato (o in Spagna per le scappatelle notturne del re). Ma sì per le patrie altrui: per esempio in Francia o in Spagna quando tromba – purtroppo poco – qualche italiano.
Ma non è un caso di orgoglio nazionale offeso. È l’ennesimo caso di destra-sinistra, l’odio incolmabile: l’onore è offeso perché scoperto a scopare è ora uno di sinistra.
Però: questo – quello di Marrazzo – è l’unico posto in cui il destra-sinistra italiano ormai sta opportunamente di casa.
“Sky Guida ai programmi” di novembre svela il mistero dell’amore improvviso tra Clooney e Elisabetta Canalis: “La ragazza che ha stregato il mondo con la sua bellezza è tra i protagonisti del nuovo speciale di Sky Uno”. Ci fregano anche in questo – Clooney almeno si sarà fatto pagare?
L'anoressia politica, o del design
Titolo di battaglia, per una collana della fondazione FareFuturo, di Gianfranco Fini: il “mito” è della sinistra, che ancora vi si attarda? L’argomento è d’altra parte solido: il mondo è di Versace più che di Marx, di Internet più che di Obama, di Murdoch e non del governo della Repubblica popolare cinese. La metodologia baconiana e ineccepibile: “Non è il mondo che deve essere ristretto finché non si adatti alla comprensione…, ma è la comprensione che dev’essere allargata finché possa accogliere il mondo”.
Una democrazia concepita da Rousseau due secoli e mezzo fa, argomenta piano Acquaviva, per una città di trentamila abitanti, Ginevra, è democratica in una di trenta milioni di abitanti, forse, non si sa, una città cioè informe, tipo Città del Messico? Lo stesso con i trattati sui trattati: il più celebre trattato su destra e sinistra, quello riedito di Bobbio, dialoga con Rousseau, Marx, Stirner, Acquaviva rileva fatti e eventi. Si vaticina la fine dello Stato nazione, rileva Acquaviva, ma forse è vero in Europa, sicuramente non negli Usa, in Cina, in Russia, in Brasile, in India. Lui stesso si fa tentare dal Quinto Stato e la postdemocrazia, ma si ferma in tempo: non è ancora tempo, e forse non c’è materia.
Acquaviva, di derivazione socialista, affina precedenti ricerche della sinistra europea, specie quella di Alain Touraine, e sue. Un allegro anarchismo agita il mondo, un pulviscolo di forze. Che l’Occidente è ancora, malgrado tutto, più attrezzato a capire, e quindi a cavalcare - gli Usa certo, non l’Europa. Ma che esulano dalla politica, o la dilatano in forme incontrollabili, insignificanti anche. Alberoni dice nell’introduzione che finirà male: ogni sviluppo anarchico porta a un tale disordine da generare automaticamente nuove più ferree istituzioni. Acquaviva, a fine lavoro, ha bisogno di una “Premessa alla premessa” per dire, per dirsi, che, non volendo, ha delineato nella sua ricerca un nuovo potere politico, o un modo nuovo di essere della politica.
Il libro è disorganico, anche rapsodico. Talvolta scopre l’acqua calda: la rilevanza politica della promiscuità sessuale, del rock, delle amicizie. O la moda: se è un mistero lo è solo per gli studiosi che la minigonna di Mary Quant e il no bra fecero una rivoluzione quarant’anni fa. O vent’anni fa il panino invece delle tre portate a pranzo, un’insalata, una macedonia. In particolare, Acquaviva tiene al design, di cui fa la mente organizzatrice, non solo l’ingegneria applicata, del mondo. Ma lui è uno che ci prende: la crisi operaia nel 1994, l’eclisse del sacro nel 1992. Cosa propone dunque di nuovo? Che “l’intelletto diventa la forma dominante della forza lavoro”, il che è pure visibile, nella espansione dei servizi. E che altre forze, e non la politica, stanno costruendo il mondo. Un fenomeno che sintetizza nello splendido concetto di “anoressia politica”: i giovani crescono senza politica, senza mobilitazione né impegno, e ringraziare se ancora vanno a votare – che è in realtà una forma politica nuova, almeno per l’Italia, la politica come delega, Acquaviva avrebbe potuto fare di più, ma è un sociologo e non uno scienziato politico.
Il curioso, alla fine, è che se ne faccia ancora scandalo. Sempre il mondo è andato avanti per processi strutturali, per dirla alla Marx, la politica si adegua: la politica segue la modernizzazione, in nessun caso della storia la detta. La storia dice che i barbari vennero a Roma e si civilizzarono. Forse vennero per civilizzarsi, ma è più probabile di no. E la modernizzazione è incessante. È il caso dei giornali illustrati nelle case arabe e di Al Jazeera: in fondo è solo negli anni Settanta che la casa regnante saudita, la parte più illuminata, discuteva se creare o non una televisione, anche solo per leggere il Corano, e se mandare le bambine a scuola (si partì con un compromesso: i maestri erano ciechi). O della non ridicola questione dei compensi dei manager che prevarica la crisi e la disoccupazione di massa: se la retribuzione è come dice Acquaviva, che quella dei primi cento direttori generali in Usa è passata in trent’anni da 39 a 1.000 volte il salario medio, la modifica non è quantitativa, è un mutamento politico. Che cosa cambia allora: l’illusione di modificare il mondo con la politica, che ha fatto una certa sinistra.
Fra destra e sinistra peraltro, volendo restare ai vecchi concetti, è vero quello che la destra sostiene, Tremonti, Sacconi, Ferrara, Brunetta, lo stesso Berlusconi, che la sinistra è a destra, dalla parte dei più deboli. Mentre la sinistra sta con chi ha il posto fisso, e con chi si ritiene migliore degli altri, un elitismo in ritardo. E tipicamente fa affidamento sull’opinione pubblica, che molte ricerche ultimamente, non solo Acquaviva, dicono “gigantesche scuole di conformismo”.
Per come vanno le cose in Italia una sola riga sarebbe bastata: che sinistra è, e che destra, tra giulivi “comunisti” perdenti e torvi “berluscones” trionfanti? Ma già Bobbio in realtà era perplesso, che si poneva, con la sua sottile ironia, domande decisive: “Tv di destra e piazze di sinistra? “Se essere di sinistra significa mettersi dalla parte del più debole, nel rapporto fra la madre e il nascituro chi è il più debole?”
Sabino Acquaviva, La fine di un mito. Destra e sinistra e nuova civiltà, Marsilio, pp. 157, €10
Una democrazia concepita da Rousseau due secoli e mezzo fa, argomenta piano Acquaviva, per una città di trentamila abitanti, Ginevra, è democratica in una di trenta milioni di abitanti, forse, non si sa, una città cioè informe, tipo Città del Messico? Lo stesso con i trattati sui trattati: il più celebre trattato su destra e sinistra, quello riedito di Bobbio, dialoga con Rousseau, Marx, Stirner, Acquaviva rileva fatti e eventi. Si vaticina la fine dello Stato nazione, rileva Acquaviva, ma forse è vero in Europa, sicuramente non negli Usa, in Cina, in Russia, in Brasile, in India. Lui stesso si fa tentare dal Quinto Stato e la postdemocrazia, ma si ferma in tempo: non è ancora tempo, e forse non c’è materia.
Acquaviva, di derivazione socialista, affina precedenti ricerche della sinistra europea, specie quella di Alain Touraine, e sue. Un allegro anarchismo agita il mondo, un pulviscolo di forze. Che l’Occidente è ancora, malgrado tutto, più attrezzato a capire, e quindi a cavalcare - gli Usa certo, non l’Europa. Ma che esulano dalla politica, o la dilatano in forme incontrollabili, insignificanti anche. Alberoni dice nell’introduzione che finirà male: ogni sviluppo anarchico porta a un tale disordine da generare automaticamente nuove più ferree istituzioni. Acquaviva, a fine lavoro, ha bisogno di una “Premessa alla premessa” per dire, per dirsi, che, non volendo, ha delineato nella sua ricerca un nuovo potere politico, o un modo nuovo di essere della politica.
Il libro è disorganico, anche rapsodico. Talvolta scopre l’acqua calda: la rilevanza politica della promiscuità sessuale, del rock, delle amicizie. O la moda: se è un mistero lo è solo per gli studiosi che la minigonna di Mary Quant e il no bra fecero una rivoluzione quarant’anni fa. O vent’anni fa il panino invece delle tre portate a pranzo, un’insalata, una macedonia. In particolare, Acquaviva tiene al design, di cui fa la mente organizzatrice, non solo l’ingegneria applicata, del mondo. Ma lui è uno che ci prende: la crisi operaia nel 1994, l’eclisse del sacro nel 1992. Cosa propone dunque di nuovo? Che “l’intelletto diventa la forma dominante della forza lavoro”, il che è pure visibile, nella espansione dei servizi. E che altre forze, e non la politica, stanno costruendo il mondo. Un fenomeno che sintetizza nello splendido concetto di “anoressia politica”: i giovani crescono senza politica, senza mobilitazione né impegno, e ringraziare se ancora vanno a votare – che è in realtà una forma politica nuova, almeno per l’Italia, la politica come delega, Acquaviva avrebbe potuto fare di più, ma è un sociologo e non uno scienziato politico.
Il curioso, alla fine, è che se ne faccia ancora scandalo. Sempre il mondo è andato avanti per processi strutturali, per dirla alla Marx, la politica si adegua: la politica segue la modernizzazione, in nessun caso della storia la detta. La storia dice che i barbari vennero a Roma e si civilizzarono. Forse vennero per civilizzarsi, ma è più probabile di no. E la modernizzazione è incessante. È il caso dei giornali illustrati nelle case arabe e di Al Jazeera: in fondo è solo negli anni Settanta che la casa regnante saudita, la parte più illuminata, discuteva se creare o non una televisione, anche solo per leggere il Corano, e se mandare le bambine a scuola (si partì con un compromesso: i maestri erano ciechi). O della non ridicola questione dei compensi dei manager che prevarica la crisi e la disoccupazione di massa: se la retribuzione è come dice Acquaviva, che quella dei primi cento direttori generali in Usa è passata in trent’anni da 39 a 1.000 volte il salario medio, la modifica non è quantitativa, è un mutamento politico. Che cosa cambia allora: l’illusione di modificare il mondo con la politica, che ha fatto una certa sinistra.
Fra destra e sinistra peraltro, volendo restare ai vecchi concetti, è vero quello che la destra sostiene, Tremonti, Sacconi, Ferrara, Brunetta, lo stesso Berlusconi, che la sinistra è a destra, dalla parte dei più deboli. Mentre la sinistra sta con chi ha il posto fisso, e con chi si ritiene migliore degli altri, un elitismo in ritardo. E tipicamente fa affidamento sull’opinione pubblica, che molte ricerche ultimamente, non solo Acquaviva, dicono “gigantesche scuole di conformismo”.
Per come vanno le cose in Italia una sola riga sarebbe bastata: che sinistra è, e che destra, tra giulivi “comunisti” perdenti e torvi “berluscones” trionfanti? Ma già Bobbio in realtà era perplesso, che si poneva, con la sua sottile ironia, domande decisive: “Tv di destra e piazze di sinistra? “Se essere di sinistra significa mettersi dalla parte del più debole, nel rapporto fra la madre e il nascituro chi è il più debole?”
Sabino Acquaviva, La fine di un mito. Destra e sinistra e nuova civiltà, Marsilio, pp. 157, €10
sabato 14 novembre 2009
L'uno sia due - e Cristo maomettano?
Titolo suggestivo per due saggi, dai titoli anch’essi suggestivi, “Lo splendore della verità”, “Dio non è il nostro doppio”, contro il “pensiero unico” e per la tolleranza – il multiculturalismo? In parallelo con le note di analogo tenore, ma di natura giuridica, di Martha C.Nussbaum, “Libertà di coscienza e religione”. Due testi corredati di note, il primo con molti riferimenti al “Saggio sulla libertà” di J.S.Mill, il secondo alle riflessioni sparse di Kafka, ma con cifra lieve, allusiva, coinvolgente, da Jeanne Hersch, rivoltano le radici del fatto centrale oggi, la sfida ai fondamenti - di verità? – dell’Occidente. Alla ricerca delle “lucide ragioni dietro idee diverse” che Emone, il fidanzato di Antigone, rivendica dal padre Creonte. Con sottili critiche di certa visione democratica e antirelativistica. Ma con un fondo che s’intravvede tutto italiano alla questione del Centro o del pensiero unico, senza cenno purtroppo all’obbligo che ci opprime di pensare come prima dell’Ottantanove, del 1989.
Singolare riflessione della notista politica Spinelli, da esperta biblista. Tra le fila indeterminate dell’ermeneutica, e l’istante verità della fede. L’eroismo è di Giobbe, “credere per nulla”: la libertà non è un mercato. I valori vanno difesi da se stessi: “Non si può immaginare scempio più grande di quello capitato ai valori che in coincidenza con la guerra al terrore sono stati mobilitati, sbandierati, trafficati senza disciplina né costrutto… La dignità dell’uomo, l’emancipazione della donna, la dignità, la separazione tra Stato e Chiesa, la lotta alla teocrazia, sono valori che un uso improvviso ha corroso, alterato, sprecato”. Ma è questa una visione periodicamente occidentalista (corrisponde oggi alla demoralizzazione dell’Occidente), che neppure la globalizzazione e la scomparsa dell’Europa evidentemente scalfiscono – dopo che per oltre mezzo secolo l’Europa e l’Occidente hanno evitato di scoprire la complessità del mondo, quale si poteva vedere già a Tunisi. L’Europa, poi, è sempre stata una piccola coda dell’Asia, molto prima che un lavavetri al semaforo la mettesse in crisi. Che l’Occidente abbia ancora ieri infinocchiato il mondo, Occidente compreso, vendendogli la robaccia subprime, è sempre un miracolo, l’Occidente non è più del vecchio magliaro, avventuroso ma incontenibile pataccaro.
Nell’Entzweiung che Barbara magnifica, la scissione del nucleo, la scomposizione a catena, il problema è semmai se si parte dall’uno, se c’è già qualcosa, e non dallo zero, cioè dal niente: se la libertà non è una concrezione del niente, un’architettura anche complessa e in espansione ma senza fondamenta. E d’altra parte l’unità ha una sua dignità. Frances Yates ne ha recuperato non molti anni fa perspicui significati, anche in fase di democraticismo radicale, in “Astraea”. Tanto più oggi, in questo mondo di trasvalutazioni, o continue svalutazioni, che è stata finora la globalizzazione, un’asta al ribasso, o una perversa uguaglianza: chi è meglio dell’Occidente?
La “eguale libertà” di Martha Nussbaum meglio espone il paradosso di cui anche Barbara Spinelli è vittima: bisogna essere per la “vera differenza” e contro “l’omogeneità”. E perché? L’uguaglianza ha sempre creato problemi politici. I diritti umani sì, sono affare suo, ma la storia e la politica vivono meglio di adattamenti. C’è un paese, gli Stati Uniti, dove la libertà pesa più della tradizione, e c’è l’Europa, dove la storia pesa di più – si parla di pesi per l’unità del paese, della società. Si veda il diverso esito della “eguale libertà” negli Usa, paese crogiolo, dove il fatto unificante è la libertà, e in Gran Bretagna, dove il multiculturalismo ha presto inciampato nel rifiuto – o dovremmo chiamarla obiezione di coscienza? Non senza ragione: perché i pakistani dovrebbero essere inglesi? E il Cristo maomettano? Il dialogo religioso illimitato, estenuato, assillante, proprio in questa epoca, in cui non ci sono guerre di religione, è più che un atto di buona volontà, è il disegno-sogno di istituzionalizzazione della religione.
Barbara Spinelli, Una parola ha detto Dio, due ne ho udite, Laterza, pp.86, € 8
Singolare riflessione della notista politica Spinelli, da esperta biblista. Tra le fila indeterminate dell’ermeneutica, e l’istante verità della fede. L’eroismo è di Giobbe, “credere per nulla”: la libertà non è un mercato. I valori vanno difesi da se stessi: “Non si può immaginare scempio più grande di quello capitato ai valori che in coincidenza con la guerra al terrore sono stati mobilitati, sbandierati, trafficati senza disciplina né costrutto… La dignità dell’uomo, l’emancipazione della donna, la dignità, la separazione tra Stato e Chiesa, la lotta alla teocrazia, sono valori che un uso improvviso ha corroso, alterato, sprecato”. Ma è questa una visione periodicamente occidentalista (corrisponde oggi alla demoralizzazione dell’Occidente), che neppure la globalizzazione e la scomparsa dell’Europa evidentemente scalfiscono – dopo che per oltre mezzo secolo l’Europa e l’Occidente hanno evitato di scoprire la complessità del mondo, quale si poteva vedere già a Tunisi. L’Europa, poi, è sempre stata una piccola coda dell’Asia, molto prima che un lavavetri al semaforo la mettesse in crisi. Che l’Occidente abbia ancora ieri infinocchiato il mondo, Occidente compreso, vendendogli la robaccia subprime, è sempre un miracolo, l’Occidente non è più del vecchio magliaro, avventuroso ma incontenibile pataccaro.
Nell’Entzweiung che Barbara magnifica, la scissione del nucleo, la scomposizione a catena, il problema è semmai se si parte dall’uno, se c’è già qualcosa, e non dallo zero, cioè dal niente: se la libertà non è una concrezione del niente, un’architettura anche complessa e in espansione ma senza fondamenta. E d’altra parte l’unità ha una sua dignità. Frances Yates ne ha recuperato non molti anni fa perspicui significati, anche in fase di democraticismo radicale, in “Astraea”. Tanto più oggi, in questo mondo di trasvalutazioni, o continue svalutazioni, che è stata finora la globalizzazione, un’asta al ribasso, o una perversa uguaglianza: chi è meglio dell’Occidente?
La “eguale libertà” di Martha Nussbaum meglio espone il paradosso di cui anche Barbara Spinelli è vittima: bisogna essere per la “vera differenza” e contro “l’omogeneità”. E perché? L’uguaglianza ha sempre creato problemi politici. I diritti umani sì, sono affare suo, ma la storia e la politica vivono meglio di adattamenti. C’è un paese, gli Stati Uniti, dove la libertà pesa più della tradizione, e c’è l’Europa, dove la storia pesa di più – si parla di pesi per l’unità del paese, della società. Si veda il diverso esito della “eguale libertà” negli Usa, paese crogiolo, dove il fatto unificante è la libertà, e in Gran Bretagna, dove il multiculturalismo ha presto inciampato nel rifiuto – o dovremmo chiamarla obiezione di coscienza? Non senza ragione: perché i pakistani dovrebbero essere inglesi? E il Cristo maomettano? Il dialogo religioso illimitato, estenuato, assillante, proprio in questa epoca, in cui non ci sono guerre di religione, è più che un atto di buona volontà, è il disegno-sogno di istituzionalizzazione della religione.
Barbara Spinelli, Una parola ha detto Dio, due ne ho udite, Laterza, pp.86, € 8
La Bellezza, celebrazione di un'assenza
Commemorando i cinquant’anni della morte di Clemente Rebora, una riflessione sulla bellezza è venuta più ovvia alle conterranee Edizioni Rosminiane di Stresa. Mentre il volumetto di Matassi, Pedullà e Pratesi riproduce i testi di un Giardino dell’Estetica, un festival di filosofia organizzato a Vibo Valentia da Raffaele Gaetano. Nord e Sud dunque per una volta uniti. O non sarà questo il millennio della bellezza? Il giro di boa col vecchio millennio ne è certamente marcato: Gadamer, Santayana, Zecchi, Rella, Bodei vi si sono esercitati. Ma forse è più vero così: il Novecento che la Bellezza aveva cancellata, dall’estetica e dall’etica, ne ha tentato il recupero alla fine.
Una ricerca affannosa, attorno a un bene che sembra non trovarsi. A meno di non attenersi, come fa Eco, al postmoderno consumo di quanto abbiamo potuto godere nei secoli. Eco s’industria di fermare la storia (la “Storia della Bruttezza” confluisce in realtà in quella della Bellezza: è d’autore, non apre scenari diversi), e con la magistrale bonomia ci riesce: i suoi libri sono belli, almanacchi preziosi. Evitano anche i lati grigi della cosa, le ansie, il tempo che non c’è, le devastazioni, le morti, perché la bellezza – con la bruttezza bella – non solo vola alto, ma copre e cancella il resto.
Guardando fuori dalla fruizione estetica se ne trova invece poca. Almeno attenendosi al canone noto, di misura, simmetria, regolarità, ordine. Difficilmente oggi si troverebbero la politica e la legge belle, come le trovavano Aristotele, rispettivamente, e Platone. Fulco Pratesi non ne trova per esempio nell’ambiente, nella storia della Repubblica – dopo che per secoli invece la stessa Italia non repubblicana l’aveva specialmente coltivata proprio nell’ambiente, i prospetti, le piazze, i giardini eccetera. Vittorio Emiliani ha creato un Comitato per la bellezza, ma per facilitarne il recupero, il restauro. Savinio diceva la bellezza morta, e con essa quindi anche la bruttezza. Ma non è così: non ci sarà stato secolo più brutto del Novecento, scomposto, irsuto, sudato, nell’arte come nella storia - dalle quali aspettiamo di estrarre la bellezza..
Hegel, ricorda Elio Matassi, esclude la natura dalla bellezza già nell’introduzione alle “Lezioni di estetica”: la bellezza è solo umana. E l’assenza quindi di bellezza.
Bellezza, filosofia, poesia, Edizioni Rosminiane Sodalitas, pp. 192, € 16
Matassi, Pedullà, Pratesi, La Bellezza, Rubbettino, pp. 47, € 8
Umberto Eco, a cura di, Storia della Bellezza, Bompiani, pp.438, € 30
Umberto Eco, a cura di, Storia della Bruttezza, Bompiani, pp. 455, € 40
Una ricerca affannosa, attorno a un bene che sembra non trovarsi. A meno di non attenersi, come fa Eco, al postmoderno consumo di quanto abbiamo potuto godere nei secoli. Eco s’industria di fermare la storia (la “Storia della Bruttezza” confluisce in realtà in quella della Bellezza: è d’autore, non apre scenari diversi), e con la magistrale bonomia ci riesce: i suoi libri sono belli, almanacchi preziosi. Evitano anche i lati grigi della cosa, le ansie, il tempo che non c’è, le devastazioni, le morti, perché la bellezza – con la bruttezza bella – non solo vola alto, ma copre e cancella il resto.
Guardando fuori dalla fruizione estetica se ne trova invece poca. Almeno attenendosi al canone noto, di misura, simmetria, regolarità, ordine. Difficilmente oggi si troverebbero la politica e la legge belle, come le trovavano Aristotele, rispettivamente, e Platone. Fulco Pratesi non ne trova per esempio nell’ambiente, nella storia della Repubblica – dopo che per secoli invece la stessa Italia non repubblicana l’aveva specialmente coltivata proprio nell’ambiente, i prospetti, le piazze, i giardini eccetera. Vittorio Emiliani ha creato un Comitato per la bellezza, ma per facilitarne il recupero, il restauro. Savinio diceva la bellezza morta, e con essa quindi anche la bruttezza. Ma non è così: non ci sarà stato secolo più brutto del Novecento, scomposto, irsuto, sudato, nell’arte come nella storia - dalle quali aspettiamo di estrarre la bellezza..
Hegel, ricorda Elio Matassi, esclude la natura dalla bellezza già nell’introduzione alle “Lezioni di estetica”: la bellezza è solo umana. E l’assenza quindi di bellezza.
Bellezza, filosofia, poesia, Edizioni Rosminiane Sodalitas, pp. 192, € 16
Matassi, Pedullà, Pratesi, La Bellezza, Rubbettino, pp. 47, € 8
Umberto Eco, a cura di, Storia della Bellezza, Bompiani, pp.438, € 30
Umberto Eco, a cura di, Storia della Bruttezza, Bompiani, pp. 455, € 40
venerdì 13 novembre 2009
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (47)
Giuseppe Leuzzi
L’Inter nel 2006 ha avuto un prestito di 120 milioni su pegno di una società valutata 40 milioni – non scorporabile peraltro, non vale nulla fuori dell’Inter. Al Sud, scrive il “Corriere Economia” lunedì 9 novembre 2009, “sono richieste garanzie reali fino a venticinque volte il prestito”.
Già nel Seicento il Sud fu “las Indias de por acà”. Il Sud come Indie deve molto ai gesuiti, che vi s’inventarono missionari: “Queste Indie di qui”, si scrivevano, “queste montagne della Sicilia sono Indie”, “India italiana”, “Indie d’Abruzzo”, “Indie di Calabria”, “in queste Indie”. Non avevano il coraggio d’imbarcarsi, ma non volevano restare indietro a Francesco Saverio e Matteo Ricci.
Pietro Tacchi Venturi, il gesuita siciliano ricordato in “Fuori l’Italia dal Sud” per la sua “Storia della Compagnia di Gesù in Italia”, nella quale registrava più di un rapporto di questo tenore, fu fascistissimo. Accoltellato nel 1928 per un’oscura lite patrimoniale tra gesuiti e paolini, fece valere l’incidente nella stampa di regime come un attentato della massoneria, per il suo fervido sostengo alla guerra antimassonica di Mussolini.
Feudalesimo? Il mondo della Grecia post-bizantina nel “Mani” di Patrick Leigh Fermor è ingovernabile. Per non essere stato governato da secoli, dai padroni assenti? È possibile, ma non c’è nulla di feudale nelle società meridionali, al contrario esse sono tribali e anarchiche. Al più sono vittime della “commenda”, ecclesiastica, cavalleresca, la signoria assente, che però è tarda. Il Sud al contrario si può dire vittima del feudalesimo mancato, senza cioè un’organizzazione strutturata del territorio, sia pure attorno a un padrone.
Soldati, “Fuga in Italia”, 81-3, ha una chiave che, ora che si può dire, non è disprezzabile: non il latifondo c’è, c’è stato, al Sud ma piccoli proprietari ricchi e avari. Che vivono nel lerciume, risparmiano sul cibo. Vittime, ma del vittimismo. Dell’ignavia, dell’ignoranza, degli spropositi in materia di feudalesimo. Quando si vede a occhio che non hanno nemmeno il vincolo della mezzadria, solo quello dell’avidità. Tutti piccoli proprietari, chiusi nell’abitazione e famiglia, senza idee e senza progetto, se non l’avarizia, l’accumulo. Non sanno nemmeno loro di che cosa. Un mondo verghiano, o pirandelliano, della roba sordida, era tutto scritto.
È il limite del democraticismo: le viscere putride della società vomitano senza fine masse voraci e violente, sono il “fuori dentro” che tormenta Canetti, per violenza diretta contro altre persone, oppure indiretta, sporcizia, disordine, prepotenza. Il che non essendo fisicamente possibile, avviene per un meccanismo autoriproduttivo: i brutti, sporchi e cattivi sono anch’essi in numero limitato, ma la barbarie produce barbarie.
Tutti sanno da molto tempo ormai leggere e scrivere, fanno la doccia, si nutrono bene, si curano. Perché dunque nessuno canta? Il problema delle società governate dalla mafia, non si può dire, ma è il problema delle società rivoluzionarie. La mafia non diventa classe dirigente perché sa solo generare mafia, come la revoluciòn ha bisogno di più poveri e più disordine.
Mafia
Dice bene Sciascia alla Camera il 6 marzo 1980: la mafia non insorge nel vuoto dello Stato, “insorge nel pieno dello Stato”.
Henner Hess, autore di “Mafia”, 1973, sociologo apprezzato da Sciascia, inventa il mafioso che non sa di essere mafioso. Mentre è il contrario: il mafioso pretende di essere mafioso, anche il più stupido si ritiene più intelligente, abile, furbo.
La mafia di Woody Allen spende poco per la cancelleria, ha una sola segretaria, che condivide l’ufficietto con una compagnia di danza, e non paga il telefono. (“Complete Prose”, pp.153-157).
“Johnny Stecchino” ridicolizza per la prima volta il tutto è mafia. Il falso invalido sta a Prato. A Palermo si tirano quantità sterminate di coca. Mentre il mafioso ha una doppia personalità, tra la Madonna e l’assassinio.
Il pentimento (i rimorsi) è proibito da Spinoza, Ethica, III, Prp. XVIII, Schol.II: dà dolore e non giova agli altri. Ai giudici evidentemente sì.
“L’Italia dei pentiti” è già Fruttero & Lucentini 1987, o 1988. O in Longanesi, dopo la guerra?
I cinesi la praticano da oltre un secolo, la ristorazione in serie. Prima San Francisco, poi a New York e Londra, e ora a Roma e in tutta Europa, dove la licenza è automatica, basta avere la residenza, hanno aperto a centinaia in ogni città quei ristoranti grandi e bene arredati dove nessuno entra. L’affare è pagare l’affitto, a una finanziaria di diritto lussemburghese, in grado di comprare locali molto vasti nei centri storici. E assortirli di mobilio, vasellame e posaterie, con commercio dell’emigrazione clandestina. L’affare è il riciclaggio. La mafia, con tutte le sue grandezzate, ha solo imparato, in ritardo. Ora, certo, è difficile che la pizza non sia indigesta, anche perché è dappertutto eguale, e pre-lievitata: se non è un franchising mafioso ne ha tutte le apparenze.
C’è una sociologia che cerca cattedre con il figlio maschio dei mafiosi: la mafia è anzitutto una demografia, di figli maschi, ogni figlio un fucile – oggi un mitra, un dinamitardo. Ma s’è sempre saputo, in tutto il Mediterraneo. Leigh Fermor, “Mani”, ne fa un gustoso capitolo del suo viaggio nella montagna del Taigeto.
Le mafie nel Mani sopravvivono per certe mitigazioni (codici). Altrimenti è lo sterminio continuo: si vince una faida in attesa che un’altra famiglia si alzi e lanci la sfida.
leuzzi@antiit.eu
L’Inter nel 2006 ha avuto un prestito di 120 milioni su pegno di una società valutata 40 milioni – non scorporabile peraltro, non vale nulla fuori dell’Inter. Al Sud, scrive il “Corriere Economia” lunedì 9 novembre 2009, “sono richieste garanzie reali fino a venticinque volte il prestito”.
Già nel Seicento il Sud fu “las Indias de por acà”. Il Sud come Indie deve molto ai gesuiti, che vi s’inventarono missionari: “Queste Indie di qui”, si scrivevano, “queste montagne della Sicilia sono Indie”, “India italiana”, “Indie d’Abruzzo”, “Indie di Calabria”, “in queste Indie”. Non avevano il coraggio d’imbarcarsi, ma non volevano restare indietro a Francesco Saverio e Matteo Ricci.
Pietro Tacchi Venturi, il gesuita siciliano ricordato in “Fuori l’Italia dal Sud” per la sua “Storia della Compagnia di Gesù in Italia”, nella quale registrava più di un rapporto di questo tenore, fu fascistissimo. Accoltellato nel 1928 per un’oscura lite patrimoniale tra gesuiti e paolini, fece valere l’incidente nella stampa di regime come un attentato della massoneria, per il suo fervido sostengo alla guerra antimassonica di Mussolini.
Feudalesimo? Il mondo della Grecia post-bizantina nel “Mani” di Patrick Leigh Fermor è ingovernabile. Per non essere stato governato da secoli, dai padroni assenti? È possibile, ma non c’è nulla di feudale nelle società meridionali, al contrario esse sono tribali e anarchiche. Al più sono vittime della “commenda”, ecclesiastica, cavalleresca, la signoria assente, che però è tarda. Il Sud al contrario si può dire vittima del feudalesimo mancato, senza cioè un’organizzazione strutturata del territorio, sia pure attorno a un padrone.
Soldati, “Fuga in Italia”, 81-3, ha una chiave che, ora che si può dire, non è disprezzabile: non il latifondo c’è, c’è stato, al Sud ma piccoli proprietari ricchi e avari. Che vivono nel lerciume, risparmiano sul cibo. Vittime, ma del vittimismo. Dell’ignavia, dell’ignoranza, degli spropositi in materia di feudalesimo. Quando si vede a occhio che non hanno nemmeno il vincolo della mezzadria, solo quello dell’avidità. Tutti piccoli proprietari, chiusi nell’abitazione e famiglia, senza idee e senza progetto, se non l’avarizia, l’accumulo. Non sanno nemmeno loro di che cosa. Un mondo verghiano, o pirandelliano, della roba sordida, era tutto scritto.
È il limite del democraticismo: le viscere putride della società vomitano senza fine masse voraci e violente, sono il “fuori dentro” che tormenta Canetti, per violenza diretta contro altre persone, oppure indiretta, sporcizia, disordine, prepotenza. Il che non essendo fisicamente possibile, avviene per un meccanismo autoriproduttivo: i brutti, sporchi e cattivi sono anch’essi in numero limitato, ma la barbarie produce barbarie.
Tutti sanno da molto tempo ormai leggere e scrivere, fanno la doccia, si nutrono bene, si curano. Perché dunque nessuno canta? Il problema delle società governate dalla mafia, non si può dire, ma è il problema delle società rivoluzionarie. La mafia non diventa classe dirigente perché sa solo generare mafia, come la revoluciòn ha bisogno di più poveri e più disordine.
Mafia
Dice bene Sciascia alla Camera il 6 marzo 1980: la mafia non insorge nel vuoto dello Stato, “insorge nel pieno dello Stato”.
Henner Hess, autore di “Mafia”, 1973, sociologo apprezzato da Sciascia, inventa il mafioso che non sa di essere mafioso. Mentre è il contrario: il mafioso pretende di essere mafioso, anche il più stupido si ritiene più intelligente, abile, furbo.
La mafia di Woody Allen spende poco per la cancelleria, ha una sola segretaria, che condivide l’ufficietto con una compagnia di danza, e non paga il telefono. (“Complete Prose”, pp.153-157).
“Johnny Stecchino” ridicolizza per la prima volta il tutto è mafia. Il falso invalido sta a Prato. A Palermo si tirano quantità sterminate di coca. Mentre il mafioso ha una doppia personalità, tra la Madonna e l’assassinio.
Il pentimento (i rimorsi) è proibito da Spinoza, Ethica, III, Prp. XVIII, Schol.II: dà dolore e non giova agli altri. Ai giudici evidentemente sì.
“L’Italia dei pentiti” è già Fruttero & Lucentini 1987, o 1988. O in Longanesi, dopo la guerra?
I cinesi la praticano da oltre un secolo, la ristorazione in serie. Prima San Francisco, poi a New York e Londra, e ora a Roma e in tutta Europa, dove la licenza è automatica, basta avere la residenza, hanno aperto a centinaia in ogni città quei ristoranti grandi e bene arredati dove nessuno entra. L’affare è pagare l’affitto, a una finanziaria di diritto lussemburghese, in grado di comprare locali molto vasti nei centri storici. E assortirli di mobilio, vasellame e posaterie, con commercio dell’emigrazione clandestina. L’affare è il riciclaggio. La mafia, con tutte le sue grandezzate, ha solo imparato, in ritardo. Ora, certo, è difficile che la pizza non sia indigesta, anche perché è dappertutto eguale, e pre-lievitata: se non è un franchising mafioso ne ha tutte le apparenze.
C’è una sociologia che cerca cattedre con il figlio maschio dei mafiosi: la mafia è anzitutto una demografia, di figli maschi, ogni figlio un fucile – oggi un mitra, un dinamitardo. Ma s’è sempre saputo, in tutto il Mediterraneo. Leigh Fermor, “Mani”, ne fa un gustoso capitolo del suo viaggio nella montagna del Taigeto.
Le mafie nel Mani sopravvivono per certe mitigazioni (codici). Altrimenti è lo sterminio continuo: si vince una faida in attesa che un’altra famiglia si alzi e lanci la sfida.
leuzzi@antiit.eu
La virtù best-seller del silenzio
Si ripubblica negli Usa dopo cinquant’anni, in edizione commerciale, tra l’altro con risposta lusinghiera di pubblico, un libro che il più sofisticato editore di nicchia in Italia avrebbe problemi a pubblicare: sulla virtù del silenzio, nella trappa, e sulle regole del canto gregoriano, disseminato di francese e latino, in esametri, e in dimetri giambici di prima dell’ottavo secolo. Leigh Fermor, che ha rilanciato negli anni 1960 il vecchio mestiere britannico di camminatore curioso, aveva passato lunghi periodi a più riprese dopo la guerra, per sfuggire alle ansie della smobilitazione, in conventi benedettini e cistercensi. Dalle lettere che ne scrisse alla futura moglie trasse poi un libro che pubblicò nel 1957.
Forte è il senso dell’abbandono, della ferocia laica contro ogni forma di monachesimo, e più contro quello colto, elevato. C’è anche un tentativo di spiegare la scelta dell’isolamento a vita, che “sfida la psichiatria”. Non ben condotto: Karen Armstrong, la storica delle religioni e di Dio ("Storia diDio"), che fu da ragazza monaca dle Bambin Gesù, nell’introduzione a questa riedizione obietta agevolmente all’assunto che la vita monastica sarebbe farsesca e intollerabile senza “il postulato della fede”: questo è un assunto illuministico, quindi settecentesco, che il sentimento religioso implichi certe credenze. Fino ad allora, e in convento anche dopo, la vita religiosa è più un modo d’essere, un behaviour, che un belief, in credo. Ma già qui Leigh Fermor è al suo meglio, per gli amanti del genere, nell’a parte: l’aneddoto storico, la curiosità, l’accostamento inedito.
Patrick Leigh Fermor, A Time to keep Silence, New York Review of Books, pp. XXII, 96, $ 12,95
Forte è il senso dell’abbandono, della ferocia laica contro ogni forma di monachesimo, e più contro quello colto, elevato. C’è anche un tentativo di spiegare la scelta dell’isolamento a vita, che “sfida la psichiatria”. Non ben condotto: Karen Armstrong, la storica delle religioni e di Dio ("Storia diDio"), che fu da ragazza monaca dle Bambin Gesù, nell’introduzione a questa riedizione obietta agevolmente all’assunto che la vita monastica sarebbe farsesca e intollerabile senza “il postulato della fede”: questo è un assunto illuministico, quindi settecentesco, che il sentimento religioso implichi certe credenze. Fino ad allora, e in convento anche dopo, la vita religiosa è più un modo d’essere, un behaviour, che un belief, in credo. Ma già qui Leigh Fermor è al suo meglio, per gli amanti del genere, nell’a parte: l’aneddoto storico, la curiosità, l’accostamento inedito.
Patrick Leigh Fermor, A Time to keep Silence, New York Review of Books, pp. XXII, 96, $ 12,95
giovedì 12 novembre 2009
Il tempo è musicale
“Una piccola durata che ho definito «miniatura d’eternità», perché non passa”. Il finale dà il tono dell’opera (libro, musica): Jeanne Hersch ha un suo particolare metodo per capire se un libro è da leggere o meno, guarda subito la conclusione invece dell’incipit, e questo finale rende bene “Tempo e musica”.
Attraverso la musica Jeanne Hersch arriva all’unità dell’anima e del corpo, che è la verità profonda del cristianesimo, dunque da duemila anni. E la intende liberatoria: “Essa è libera. Nutre la nostra libertà” – che è il senso dell’unità di anima e di corpo, la tortuosa (Dostoevskij: “insopportabile”) vicenda della libertà. Ma su questo punto innesta la creazione. Secondo i “fondamenti della musica” del maestro Ansermet: Bach ricrea le regole, mettendole all’opera. Su questo elabora anche le nozioni preziose di “piccola durata”, la durata del concerto (del fatto, dell’evento): “Viviamo al presente, in questa piccola durata nella quale, nonostante il tempo, l’essere ci accompagna, l’essere resta con noi nel cuore della fuga del tempo”. Rimedio non piccolo all’inafferrabilità del tempo e dell’esistenza. Una sorta di storicizzazione dell’eternità, che è della musica e di ogni emozione estetica, o presente storico: “Grazie alla musica noi viviamo, nel tempo, ciò che nel tempo non passa”.
Magisteriale, quasi “padronale”, Jeanne Hersch è tuttavia sensibile: il suo rigore da “figlia del deserto” (C. Miłosz) contempera con la scrittura semplice. “L’uomo ha bisogno di desiderare; ha bisogno della finitudine, della mancanza. Gli uomini non sono fatti per la felicità, nemmeno se le circostanze sono favorevoli, caso assai raro… (Ma sognano) soltanto di sfuggire l’assenza e di raggiungere la pienezza definitiva. Far coincidere il desiderio con la pienezza, in questo consiste il «trascendere»”. La “coincidenza di libertà e necessità” è “la sostanza stessa della musica”. Detto musicalmente, concertato, senza sbagliare i tempi o i toni. Non solo il tempo, anche la creazione si riallaccia così alla comprensione, cioè alla razionalità. Della quale, questo è il nucleo dell’insegnamento di Jeanne Hersch, è parte la libertà, del sentimento come del giudizio. È l’esperienza: lo stesso è dell’innamoramento, di ogni risveglio, della stessa quotidianità.
Jeanne Hersch, Tempo e musica, Baldini Castaldi Dalai, pp. 130, € 13
Attraverso la musica Jeanne Hersch arriva all’unità dell’anima e del corpo, che è la verità profonda del cristianesimo, dunque da duemila anni. E la intende liberatoria: “Essa è libera. Nutre la nostra libertà” – che è il senso dell’unità di anima e di corpo, la tortuosa (Dostoevskij: “insopportabile”) vicenda della libertà. Ma su questo punto innesta la creazione. Secondo i “fondamenti della musica” del maestro Ansermet: Bach ricrea le regole, mettendole all’opera. Su questo elabora anche le nozioni preziose di “piccola durata”, la durata del concerto (del fatto, dell’evento): “Viviamo al presente, in questa piccola durata nella quale, nonostante il tempo, l’essere ci accompagna, l’essere resta con noi nel cuore della fuga del tempo”. Rimedio non piccolo all’inafferrabilità del tempo e dell’esistenza. Una sorta di storicizzazione dell’eternità, che è della musica e di ogni emozione estetica, o presente storico: “Grazie alla musica noi viviamo, nel tempo, ciò che nel tempo non passa”.
Magisteriale, quasi “padronale”, Jeanne Hersch è tuttavia sensibile: il suo rigore da “figlia del deserto” (C. Miłosz) contempera con la scrittura semplice. “L’uomo ha bisogno di desiderare; ha bisogno della finitudine, della mancanza. Gli uomini non sono fatti per la felicità, nemmeno se le circostanze sono favorevoli, caso assai raro… (Ma sognano) soltanto di sfuggire l’assenza e di raggiungere la pienezza definitiva. Far coincidere il desiderio con la pienezza, in questo consiste il «trascendere»”. La “coincidenza di libertà e necessità” è “la sostanza stessa della musica”. Detto musicalmente, concertato, senza sbagliare i tempi o i toni. Non solo il tempo, anche la creazione si riallaccia così alla comprensione, cioè alla razionalità. Della quale, questo è il nucleo dell’insegnamento di Jeanne Hersch, è parte la libertà, del sentimento come del giudizio. È l’esperienza: lo stesso è dell’innamoramento, di ogni risveglio, della stessa quotidianità.
Jeanne Hersch, Tempo e musica, Baldini Castaldi Dalai, pp. 130, € 13
Il mondo com'e - 26
astolfo
Grecia - È un giustificativo. Alla Grecia “antica” (non a quella “classica”) si rifanno i confusionari, da Federico di Prussia che lha inventata a Hölderlin a Solženicyn, queli che non vogliono o non sanno ammettere la democrazia, e non sanno rifiutarla, quelli che (il povero Hölderlin insdegna) non possono accettare la Rivoluzione. Ma cos’è la Grecia “antica”, un mondo che non si curava della storia (Spengler)? È un salvacondotto.
C’è anche la possibilità che sia quello che dice Savinio (Asteriotes”, eccetera, in “Nuova Antologia”) a proposito del mondo di Omero, cortese, intelligente, urbano, e allora sarebbe un’incongruenza tristissima per tutti gli amanti della rusticità.
Bisognerebbe abolire la Grecia “antica”, e forse la stessa Grecia. Ola classicità? Se si vuole essere qualcosa di diverso da quello che ormai si è, europei e occidentali. Da quale canale sotterraneo nasce questa corrente antilibertaria? Ammesso sempre che Savinio abbia ragione a vedere nella Grecia presocratica l’essenza dell’Europa. Ma anche se così non fosse, considerato anche che poco si ha fatto sapere di sé (ancora Spengler), è sicuro che i suoi appellanti sono alla ricerca disperata di un titolo di nobiltà, che consenta loro di non dirsi europei senza cadere nella barbarie.
Italia - Se “ogni società è edificata su un poema” (Octavio Paz, Los hijos del limo, 91), su quale poema sconclusionato è fondata l’Italia? Questa domanda retorica d’obbligo è anche la risposta: certo che l’Italia è fondata su un poema, ma l’essenza di questo “poema” è di dirsi che l’Italia non è fondata su un poema, non è fondata, non è. Per non aver fatto mai la rivoluzione, rifatto le teste ai padroni. Per un residuo di Kulturkampf, per non aver fatto la Riforma e cacciato il papa. Per essere ancora troppo composita. Per non aver fatto l’esame di coscienza dopo la caduta del Muro. Sui motivi anche, che pure sono evidenti, la risposta d’obbligo si vuole sconclusionata.
Stupro - Se la donna subisce o acconsente, il falso problema è stato impostato da Freud con l’aneddoto di Sancio Panza governatore di Barattaria. Come si sa, ma non del tutto.
Freud tratta dello stupro, incidentalmente, in due casi. Entrambi al capitolo “Sbadataggini” del volume divulgativo “Psicopatologia della vita quotidiana”. Nel primo cita una sua distrazione con una paziente centenaria, cui giornalmente faceva un’iniezione di morfina al due per cento, soluzione blanda, prima di versarle in un occhio alcune gocce di collirio: un giorno, pescò con la polpetta del collirio alcune gocce di morfina e le versò nell’occhio. Nulla di grave, se non per la riflessione di Freud che la stessa parola sta in tedesco per sbagliare e violentare (vergreifen). E siccome la sera prima un giovane paziente in analisi gli aveva raccontato di avere violentato in sogno la madre, Freud ritiene di aver ripetuto macchinalmente con la centenaria la fantasia edipica del giovane.
Lo stupro è dunque una cosa da ridere, nell’appiattimento del reale in analisi.
Due pagine dopo, sempre al capitolo “Sbadataggini”, Freud parla della “tendenza all’autoannientamento”, che è estesa anche se raramente suicida: “Anche la cosciente intenzione al suicidio si sceglie il proprio tempo, i mezzi e l’occasione; con ciò concorda perfettamente il fatto che l’intenzione inconscia”, dice Freud, solo attende “il verificarsi di un’occasione che si possa addossare parte della causalità determinante e che, occupando le forse di difesa della persona, possa liberare l’intenzione stessa dalla loro pressione”. E qui Freud collega al suicidio lo stupro, con la nota su Sancio Panza governatore dell’isola di Barattaria: “Il caso allora in fondo non differisce dall’attentato sessuale contro una donna, ove l’aggressione del maschio non possa essere respinta con l’intera forza muscolare dell’aggredita perché una parte dei moti inconsci del suo animo favorisce l’aggressione stessa. Si dice infatti che una situazione simile paralizza le forze della donna; non rimane che aggiungere le cause di tale paralisi”. La sentenza di Sancio Panza è “psicologicamente ingiusta”, dice Freud, non di più. Opinando, o lasciando opinare, che “le cause della paralisi” stiano nell’intimo consenso dell’aggredita, se non nel piacere. La nota si limita a sintetizzare l’aneddoto del “Don Chisciotte”, parte II, cap. XlV: una donna che lamentava d’essere stata aggredita e stuprata riceve da Sancio la borsa dell’aggressore, e quando questi, invitato dallo stesso Sancio, fa per riprendersela, la donna con grande forza glielo impedisce. Ragione sufficiente per essere condannata dal salomonico scudiero.
Ben più attento Michelet cinquant’anni prima, che al capitolo “Il ragno e la farfalla” de “L’amore”, non osa nominare lo stupro, ma si spinge a considerare “mezza violenza” anche il caso dell’adultera circuita. Se infine essa decide di denunciare l’uomo, Michelet immagina che l’amica – sensale, tentarice - la sconsigli: “Tutti ne rideranno. Se anche ti credessero, ne rideranno”. E la legge? “Le giurie in questi casi richiedono prove più chiare della luce del sole. Più di uno invidierebbe il colpevole. La gente sempre parte dall’idea che anche quella che resiste di più acconsente nel suo intimo, almeno per un momento”. Peggio ancora “se ha la sfortuna di restare incinta”. Il “consenso”, spiega lo storico, verrà esatto da qualche leggerezza, cochetteria, sguardo imprudente. “Sono arrabbiato con Cervantes”, conclude Michelet, “che ha, in altri rispetti, tanto ammirevole buon senso”.
La forza che la donna giudicata da Sancio mette a difesa della borsa in tribunale, in pieno giorno, senza paura, “non prova affatto che essa sarebbe stata capace, se sorpresa e terrorizzata nella notte, di difendere allo stesso modo il suo onore”. Cervantes “ha lusingato un brutale pregiudizio, e corteggiato una volgare risata, nel giudizio imposto dal suo Re Sancio alla ragazza che si era rivolta a lui”. All’opposto, anche se non la condivide, Michelet cita una vecchia legge tedesca, della Svevia, che condannava a morte chi attentava a una vergine, anche soltanto la “scapigliava”: “Il crimine consiste nella brutalità dell’attacco, nella mano forte stretta su un essere timido, che si padroneggia in anticipo per la troppa emozione”. Il criterio è semplice: “Chi pensa di provare il fatto che la donna può difendersi, ne parla come di una cosa fredda e senza vita, senza emozioni, come un pezzo di marmo o un blocco di legno”. Senza considerare la sorpresa, la minaccia, il terrore, la brutalità, anche la crudeltà.
Michelet dà poi una lezione all’analista Freud: “Dovremmo lasciare alla scolastica l’assurda opinione che disegna una linea precisa, pone una ben definita diversità, un abisso, tra consentire e non consentire. In una questione così miscelata di influenze del corpo e dell’anima, così miscelata di libertà e compulsione, ci sono infinite gradazioni, e non so quanti stati intermedi e misti nei quali, non consentendo, tuttavia lei soggiace”. Ho passato la vita, conclude Michelet, “ad affermare i diritti della mente contro il nauseante materialismo della mia epoca”, e tuttavia è un fatto che il corpo c’è, e “il corpo, si ricordi, anch’esso agisce”. La volontà non è una barra d’acciaio, o un catenaccio, che uno apre e chiude. La volontà “sarebbe molto più giusto compararla a una cosa infinitamente suscettibile di salire e scendere, come un termometro”. Se alla “improvvisa prolungata agonia” della violenza succede “una sensazione non dolorosa”, questa è la trentesima contorta parte della volontà, o la centesima, che non si può dire consenso.
Vienna – Era prima della Grande Guerra il cuore dell’antisemitismo, antisocialismo, sciovinismo, imperialismo. Lo ricorda Popper nell'intervista nel 1994.
astolfo@antiit.eu
Grecia - È un giustificativo. Alla Grecia “antica” (non a quella “classica”) si rifanno i confusionari, da Federico di Prussia che lha inventata a Hölderlin a Solženicyn, queli che non vogliono o non sanno ammettere la democrazia, e non sanno rifiutarla, quelli che (il povero Hölderlin insdegna) non possono accettare la Rivoluzione. Ma cos’è la Grecia “antica”, un mondo che non si curava della storia (Spengler)? È un salvacondotto.
C’è anche la possibilità che sia quello che dice Savinio (Asteriotes”, eccetera, in “Nuova Antologia”) a proposito del mondo di Omero, cortese, intelligente, urbano, e allora sarebbe un’incongruenza tristissima per tutti gli amanti della rusticità.
Bisognerebbe abolire la Grecia “antica”, e forse la stessa Grecia. Ola classicità? Se si vuole essere qualcosa di diverso da quello che ormai si è, europei e occidentali. Da quale canale sotterraneo nasce questa corrente antilibertaria? Ammesso sempre che Savinio abbia ragione a vedere nella Grecia presocratica l’essenza dell’Europa. Ma anche se così non fosse, considerato anche che poco si ha fatto sapere di sé (ancora Spengler), è sicuro che i suoi appellanti sono alla ricerca disperata di un titolo di nobiltà, che consenta loro di non dirsi europei senza cadere nella barbarie.
Italia - Se “ogni società è edificata su un poema” (Octavio Paz, Los hijos del limo, 91), su quale poema sconclusionato è fondata l’Italia? Questa domanda retorica d’obbligo è anche la risposta: certo che l’Italia è fondata su un poema, ma l’essenza di questo “poema” è di dirsi che l’Italia non è fondata su un poema, non è fondata, non è. Per non aver fatto mai la rivoluzione, rifatto le teste ai padroni. Per un residuo di Kulturkampf, per non aver fatto la Riforma e cacciato il papa. Per essere ancora troppo composita. Per non aver fatto l’esame di coscienza dopo la caduta del Muro. Sui motivi anche, che pure sono evidenti, la risposta d’obbligo si vuole sconclusionata.
Stupro - Se la donna subisce o acconsente, il falso problema è stato impostato da Freud con l’aneddoto di Sancio Panza governatore di Barattaria. Come si sa, ma non del tutto.
Freud tratta dello stupro, incidentalmente, in due casi. Entrambi al capitolo “Sbadataggini” del volume divulgativo “Psicopatologia della vita quotidiana”. Nel primo cita una sua distrazione con una paziente centenaria, cui giornalmente faceva un’iniezione di morfina al due per cento, soluzione blanda, prima di versarle in un occhio alcune gocce di collirio: un giorno, pescò con la polpetta del collirio alcune gocce di morfina e le versò nell’occhio. Nulla di grave, se non per la riflessione di Freud che la stessa parola sta in tedesco per sbagliare e violentare (vergreifen). E siccome la sera prima un giovane paziente in analisi gli aveva raccontato di avere violentato in sogno la madre, Freud ritiene di aver ripetuto macchinalmente con la centenaria la fantasia edipica del giovane.
Lo stupro è dunque una cosa da ridere, nell’appiattimento del reale in analisi.
Due pagine dopo, sempre al capitolo “Sbadataggini”, Freud parla della “tendenza all’autoannientamento”, che è estesa anche se raramente suicida: “Anche la cosciente intenzione al suicidio si sceglie il proprio tempo, i mezzi e l’occasione; con ciò concorda perfettamente il fatto che l’intenzione inconscia”, dice Freud, solo attende “il verificarsi di un’occasione che si possa addossare parte della causalità determinante e che, occupando le forse di difesa della persona, possa liberare l’intenzione stessa dalla loro pressione”. E qui Freud collega al suicidio lo stupro, con la nota su Sancio Panza governatore dell’isola di Barattaria: “Il caso allora in fondo non differisce dall’attentato sessuale contro una donna, ove l’aggressione del maschio non possa essere respinta con l’intera forza muscolare dell’aggredita perché una parte dei moti inconsci del suo animo favorisce l’aggressione stessa. Si dice infatti che una situazione simile paralizza le forze della donna; non rimane che aggiungere le cause di tale paralisi”. La sentenza di Sancio Panza è “psicologicamente ingiusta”, dice Freud, non di più. Opinando, o lasciando opinare, che “le cause della paralisi” stiano nell’intimo consenso dell’aggredita, se non nel piacere. La nota si limita a sintetizzare l’aneddoto del “Don Chisciotte”, parte II, cap. XlV: una donna che lamentava d’essere stata aggredita e stuprata riceve da Sancio la borsa dell’aggressore, e quando questi, invitato dallo stesso Sancio, fa per riprendersela, la donna con grande forza glielo impedisce. Ragione sufficiente per essere condannata dal salomonico scudiero.
Ben più attento Michelet cinquant’anni prima, che al capitolo “Il ragno e la farfalla” de “L’amore”, non osa nominare lo stupro, ma si spinge a considerare “mezza violenza” anche il caso dell’adultera circuita. Se infine essa decide di denunciare l’uomo, Michelet immagina che l’amica – sensale, tentarice - la sconsigli: “Tutti ne rideranno. Se anche ti credessero, ne rideranno”. E la legge? “Le giurie in questi casi richiedono prove più chiare della luce del sole. Più di uno invidierebbe il colpevole. La gente sempre parte dall’idea che anche quella che resiste di più acconsente nel suo intimo, almeno per un momento”. Peggio ancora “se ha la sfortuna di restare incinta”. Il “consenso”, spiega lo storico, verrà esatto da qualche leggerezza, cochetteria, sguardo imprudente. “Sono arrabbiato con Cervantes”, conclude Michelet, “che ha, in altri rispetti, tanto ammirevole buon senso”.
La forza che la donna giudicata da Sancio mette a difesa della borsa in tribunale, in pieno giorno, senza paura, “non prova affatto che essa sarebbe stata capace, se sorpresa e terrorizzata nella notte, di difendere allo stesso modo il suo onore”. Cervantes “ha lusingato un brutale pregiudizio, e corteggiato una volgare risata, nel giudizio imposto dal suo Re Sancio alla ragazza che si era rivolta a lui”. All’opposto, anche se non la condivide, Michelet cita una vecchia legge tedesca, della Svevia, che condannava a morte chi attentava a una vergine, anche soltanto la “scapigliava”: “Il crimine consiste nella brutalità dell’attacco, nella mano forte stretta su un essere timido, che si padroneggia in anticipo per la troppa emozione”. Il criterio è semplice: “Chi pensa di provare il fatto che la donna può difendersi, ne parla come di una cosa fredda e senza vita, senza emozioni, come un pezzo di marmo o un blocco di legno”. Senza considerare la sorpresa, la minaccia, il terrore, la brutalità, anche la crudeltà.
Michelet dà poi una lezione all’analista Freud: “Dovremmo lasciare alla scolastica l’assurda opinione che disegna una linea precisa, pone una ben definita diversità, un abisso, tra consentire e non consentire. In una questione così miscelata di influenze del corpo e dell’anima, così miscelata di libertà e compulsione, ci sono infinite gradazioni, e non so quanti stati intermedi e misti nei quali, non consentendo, tuttavia lei soggiace”. Ho passato la vita, conclude Michelet, “ad affermare i diritti della mente contro il nauseante materialismo della mia epoca”, e tuttavia è un fatto che il corpo c’è, e “il corpo, si ricordi, anch’esso agisce”. La volontà non è una barra d’acciaio, o un catenaccio, che uno apre e chiude. La volontà “sarebbe molto più giusto compararla a una cosa infinitamente suscettibile di salire e scendere, come un termometro”. Se alla “improvvisa prolungata agonia” della violenza succede “una sensazione non dolorosa”, questa è la trentesima contorta parte della volontà, o la centesima, che non si può dire consenso.
Vienna – Era prima della Grande Guerra il cuore dell’antisemitismo, antisocialismo, sciovinismo, imperialismo. Lo ricorda Popper nell'intervista nel 1994.
astolfo@antiit.eu
martedì 10 novembre 2009
Lo spirito libero dell'on. Sciascia
Libro singolarmente scorretto (oltre agli errori di stampa, c’è un duca di Calastra che invece è di Camastra, un ammiraglio Casari che sarà Casardi, un generale Delfino comandante generale della Guardia di Finanza che forse è Giudice, etc.), è tuttavia un buon omaggio a Sciascia, di cui raccoglie gli interventi parlamentari. Sciascia fu deputato radicale dal 1979 al 1983, e firmò diciannove interventi, interrogazioni e interpellanze, di cui undici di suo pugno, che il libro restituisce, insieme con la relazione di minoranza alla Commissione d’inchiesta sul caso Moro. Fu probabilmente l’unico spirito libero fra i letterati italiani del secondo Novecento – con Arbasino e pochi altri. Fu sempre inquieto, e fu intelligente.
Camilleri lo ricorda con opportune sottolineature – anche se avrebbe fatto meglio a dire chi volle Sciascia “spinto fuori” del “Corriere della sera”, un narratore non può indulgere all’omertà.. Sciascia la politica confonde con l’etica. Ma ci azzecca, forse per naso, forse per intuito, più degli scienziati politici - posto che in Italia ce ne siano, quelli che vanno alla televisione fanno paura. “Tutto ciò che in questo paese è ingovernabile, eversione e criminalità principalmente incluse, risiede appunto nel modo di governare”: interveniva breve alla Camera, e chiaro. Del governo Cossiga nel 1979 si meraviglia che una legislatura incipiente e difficile venga affidata a un uomo che si è dimesso da ministro dell’Interno senza dirne il motivo, e opina giustamente che il governo gli viene affidato dalla Dc e dal Pci per lo stesso ignoto motivo: coprire la verità sul caso Moro.
Il breve capitolo Sindona, che càpita al centro del libro, è anche al centro, significativo, della storia degli anni bui 1970. Sindona è un assassino e un mafioso, per il quale verrà predisposto il caffé avvelenato in carcere. Non prima però che l’idolo di Berlinguer Andreotti abbia “decapitato” la Banca d’Italia che lo inquisiva, il governatore Baffi e il direttore generale Sarcinelli, che inquisiva il falso banchiere Sindona - peccato che Sciascia si sia perso Sarcinelli, scarcerato, scodinzolante al seguito di Andreotti, poiché così voleva il Pci.
Andrea Camilleri, Un onorevole siciliano, Bompiani, pp.194, €12
Camilleri lo ricorda con opportune sottolineature – anche se avrebbe fatto meglio a dire chi volle Sciascia “spinto fuori” del “Corriere della sera”, un narratore non può indulgere all’omertà.. Sciascia la politica confonde con l’etica. Ma ci azzecca, forse per naso, forse per intuito, più degli scienziati politici - posto che in Italia ce ne siano, quelli che vanno alla televisione fanno paura. “Tutto ciò che in questo paese è ingovernabile, eversione e criminalità principalmente incluse, risiede appunto nel modo di governare”: interveniva breve alla Camera, e chiaro. Del governo Cossiga nel 1979 si meraviglia che una legislatura incipiente e difficile venga affidata a un uomo che si è dimesso da ministro dell’Interno senza dirne il motivo, e opina giustamente che il governo gli viene affidato dalla Dc e dal Pci per lo stesso ignoto motivo: coprire la verità sul caso Moro.
Il breve capitolo Sindona, che càpita al centro del libro, è anche al centro, significativo, della storia degli anni bui 1970. Sindona è un assassino e un mafioso, per il quale verrà predisposto il caffé avvelenato in carcere. Non prima però che l’idolo di Berlinguer Andreotti abbia “decapitato” la Banca d’Italia che lo inquisiva, il governatore Baffi e il direttore generale Sarcinelli, che inquisiva il falso banchiere Sindona - peccato che Sciascia si sia perso Sarcinelli, scarcerato, scodinzolante al seguito di Andreotti, poiché così voleva il Pci.
Andrea Camilleri, Un onorevole siciliano, Bompiani, pp.194, €12
Senza Grecia, senza grazia
Sarà stato l’ultimo viaggio a piedi in Europa, sicuramente l’ultimo in compagnia di Orazio, e di Virgilio, nonché di Shakespeare, ma raramente decolla. Scritto nel 1977, sui taccuini e i ricordi del vagabondaggio di gioventù da Londra a Costantinopoli, attorno al Reno e al Danubio, dal dicembre 1933 al gennaio 1937, si ferma a un non originale e per nulla ispirato come eravamo. Perfino la filologia, su cui Leigh Fermor ha imbastito racconti memorabili, lavora qui al rovescio: c’è da accertare una shakespeariana “costa di Boemia” nel “Racconto d’inverno”, ma il percorso è di scuola. La mancanza di vena è singolare, a fronte dei tanti materiali, e dopo gli eruditi, fantasiosi, grotteschi “Mani e “Roumeli”. Ma il viaggiatore ha bisogno evidentemente di un mondo altro, alieno.
È un mondo dove Fiume si chiama ancora Fiume, e Lipizza Lipizza. Ma la veduta forse più interessante manca del tutto: com’erano le città e i villaggi del Centro Europa prima e dopo la guerra e i bombardamenti – vano pretendere da un inglese la messa in discussione dei bombardamenti? In rari casi la narrazione si solleva: i barbari, rintracciati nelle fonti romane, i lanzichenecchi pomposi, il vagabondo che passa il tempo leggendo Shakespeare, uno Shakespeare di fantasia, italianato, il (futuro) alter ego baron Pips. Al meglio è nei linguaggi, che seppure incomprensibili Leigh Fermor sa sempre fare significativi, specchio e oggetto di narrazione. Bizzarramente radicato nella tradizione simbolista, che è francese, e alla sua prima manifestazione, decadente, anzi al decadentismo più duro, voluttuosamente estetizzante, alla Huysmans. La lingua è invece attiva: è lo sguardo obliquo, alla Lewis Carroll, alla Hašek, attraverso cui penetrare la modesta realtà verificabile. Ma qui incidentalmente.
L’edizione New York Review of Books fa precedere “Tempo di regali” da un’affezionata prefazione di Ian Morris, che ne precisa la cifra narrativa come “multistrato”. E prende a esempio il cap. 6, che parla dell’entrata a Vienna: “Contiene una discussione dei canti popolari europei, un passaggio sulle regie shakespeariane, una lezione sui vagabondaggi tribali, una descrizione della morte di Odoacre, due pagine di conversazione con la moglie di un ufficiale postale, un’imponente evocazione lirica dell’abbazia benedettina di Melk, divagazioni accademiche su Riccando Cuor di Leone, un aneddoto su un’eco specialissima, visite a un monaco irlandese e ad aristocratici austriaci, un regalo di uova d’oca, l’arrivo a Vienna nel mezzo di un putsch, per finire in un giaciglio dell’Esercito della Salvezza”. Ma è uno spreco d’inventiva. Il dono narrativo di Leigh Fermor sarà stato della Grecia (anche in questo viaggio: la seconda parte, qui non tradotta, “Between the Woods and the Water”, è ben più vivace).
Patrick Leigh Fermor, Tempo di regali, Adelphi, pp. 356, € 20
È un mondo dove Fiume si chiama ancora Fiume, e Lipizza Lipizza. Ma la veduta forse più interessante manca del tutto: com’erano le città e i villaggi del Centro Europa prima e dopo la guerra e i bombardamenti – vano pretendere da un inglese la messa in discussione dei bombardamenti? In rari casi la narrazione si solleva: i barbari, rintracciati nelle fonti romane, i lanzichenecchi pomposi, il vagabondo che passa il tempo leggendo Shakespeare, uno Shakespeare di fantasia, italianato, il (futuro) alter ego baron Pips. Al meglio è nei linguaggi, che seppure incomprensibili Leigh Fermor sa sempre fare significativi, specchio e oggetto di narrazione. Bizzarramente radicato nella tradizione simbolista, che è francese, e alla sua prima manifestazione, decadente, anzi al decadentismo più duro, voluttuosamente estetizzante, alla Huysmans. La lingua è invece attiva: è lo sguardo obliquo, alla Lewis Carroll, alla Hašek, attraverso cui penetrare la modesta realtà verificabile. Ma qui incidentalmente.
L’edizione New York Review of Books fa precedere “Tempo di regali” da un’affezionata prefazione di Ian Morris, che ne precisa la cifra narrativa come “multistrato”. E prende a esempio il cap. 6, che parla dell’entrata a Vienna: “Contiene una discussione dei canti popolari europei, un passaggio sulle regie shakespeariane, una lezione sui vagabondaggi tribali, una descrizione della morte di Odoacre, due pagine di conversazione con la moglie di un ufficiale postale, un’imponente evocazione lirica dell’abbazia benedettina di Melk, divagazioni accademiche su Riccando Cuor di Leone, un aneddoto su un’eco specialissima, visite a un monaco irlandese e ad aristocratici austriaci, un regalo di uova d’oca, l’arrivo a Vienna nel mezzo di un putsch, per finire in un giaciglio dell’Esercito della Salvezza”. Ma è uno spreco d’inventiva. Il dono narrativo di Leigh Fermor sarà stato della Grecia (anche in questo viaggio: la seconda parte, qui non tradotta, “Between the Woods and the Water”, è ben più vivace).
Patrick Leigh Fermor, Tempo di regali, Adelphi, pp. 356, € 20
lunedì 9 novembre 2009
L'Inter vince coi debiti? No, anzi sì
Platini cita l’Inter tra le squadre che falsano il calcio spendendo a debito cifre enormi. Ha sottomano le cifre che la stessa Inter ha dovuto comunicare all’assemblea del 26 ottobre. Ma il “Corriere della sera” e “La Gazzetta dello Sport” assicurano una pronta indignazione contro il francese lurco, ed ecco l’Inter fa un comunicato che dice che l’Inter non ha debiti finanziari, con le banche. Cui i giornalini danno grande spazio, limitando Platini a una misera riga. Poi domenica Gianni Dragoni esamina sul “Sole 24 Ore” i bilanci, ufficiali, delle squadre italiane e conferma il dato – il dato ufficiale dell’Inter. Nel silenzio dell’Inter stessa, del “Corriere della sera” e della “Gazzetta dello Sport”: il loro compito era di contrare Platini negli archivi dell’Uefa. Mentre Dragoni, pur rispettoso, è inattaccabile.
L’Inter dichiara debiti a fine giugno per 431 milioni, il 23 per cento di tutti i debiti della seria A. La seconda squadra più indebitata, il Milan, ne aveva a fine 2008 per 364 milioni – seguono, attorno ai 100 milioni, la Lazio, la Juventus e la Roma (i cui bilanci sono da presumersi veritieri, essendo le tre squadre in Borsa). “I debiti, più delle perdite d gestione, sono l’indicatore più significativo dello squilibrio dei conti del calcio”, rileva corretto Dragoni, “un mondo di follia contabile”. Perché a fronte dei debiti c’è un patrimonio inconsistente: “A fronte di 1.881,72 milioni di debiti complessivi ci sono appena 302 milioni di patrimonio netto, cioè capitale più riserve meno perdite”.
Non si capisce come queste “aziende” possano avere ancora credito. Cioè si capisce benissimo – di qualsiasi altra azienda le banche avrebbero preteso il fallimento: “Di norma, un’azienda si considera solida se i debiti finanziari netti non eccedono il patrimonio”. Nella polemica contro Platini l’Inter ha dichiarato di non avere debiti verso le banche. Invece ne ha per almeno 164 milioni, di cui 48,3 dichiarati, debiti finanziari iscritti in bilancio. A fronte di un patrimonio negativo. Nel bilancio al 30 giugno l’Inter dichiara una perdita netta di 154,4 milioni e un patrimonio negativo di 28,32.
L’Inter dichiara debiti a fine giugno per 431 milioni, il 23 per cento di tutti i debiti della seria A. La seconda squadra più indebitata, il Milan, ne aveva a fine 2008 per 364 milioni – seguono, attorno ai 100 milioni, la Lazio, la Juventus e la Roma (i cui bilanci sono da presumersi veritieri, essendo le tre squadre in Borsa). “I debiti, più delle perdite d gestione, sono l’indicatore più significativo dello squilibrio dei conti del calcio”, rileva corretto Dragoni, “un mondo di follia contabile”. Perché a fronte dei debiti c’è un patrimonio inconsistente: “A fronte di 1.881,72 milioni di debiti complessivi ci sono appena 302 milioni di patrimonio netto, cioè capitale più riserve meno perdite”.
Non si capisce come queste “aziende” possano avere ancora credito. Cioè si capisce benissimo – di qualsiasi altra azienda le banche avrebbero preteso il fallimento: “Di norma, un’azienda si considera solida se i debiti finanziari netti non eccedono il patrimonio”. Nella polemica contro Platini l’Inter ha dichiarato di non avere debiti verso le banche. Invece ne ha per almeno 164 milioni, di cui 48,3 dichiarati, debiti finanziari iscritti in bilancio. A fronte di un patrimonio negativo. Nel bilancio al 30 giugno l’Inter dichiara una perdita netta di 154,4 milioni e un patrimonio negativo di 28,32.
Cento milioni di Moratti all'Inter, presi dove?
Non ci sono solo le banche tra i punti neri del bilancio dell’Inter, segno di una gestione caratteristica (calcistica) incapace. Un vero buco nero sono i finanziamenti a fondo perduto che il proprietario Moratti profonde nelle casse della squadra a titolo di aumento di capitale. Sono cento milioni solo negli ultimi mesi. Il consiglio d’amministrazione del 26 ottobre parla chiaro: dopo il 30 giugno la proprietà ha iniettato 32 milioni di nuovi capitali, e altri settanta s’impegna a versare entro dodici mesi. Dove e come Moratti prende tanti soldi da buttare, è la sola parola giusta, nell’Inter? Cioè, può anche essere che Moratti sia uno a cui piace buttare i soldi dalla finestra, ma da dove li prende, in tanta quantità? Tanto da non innervosire i congiunti, la moglie, i figli, i fratelli?
Nei due bilanci precedenti Moratti aveva regalato altri duecento milioni. Per trecento milioni, che poi sono gli ultimi ma non i soli, si interdice qualsiasi capo di famiglia. Per quanto mecenatesca possa essere la famiglia, o la città.
Dubbi erano stati sollevati sul collocamento in Borsa della Saras, la società da cui Moratti attinge i capitali, tre anni fa. Di cui la Procura di Milano si è dovuta fare eco. Ma senza sollecitudine, conoscendo la proverbiale onestà dei Moratti. Nessuna indagine naturalmente è stata fatta dalla giustizia sportiva, che come si sa è al di sopra delle parti, e comunque non s’impiccia di problemi “contabili”, roba da ragionieri. Niente naturalmente neppure dal fisco, i milanesi si sa che pagano fedelmente le tasse.
Una vera Agenzia delle Entrate, poniamo in America l’Irs, vorrebbe vederci chiaro in perdite che ogni paio d’anni assommano a centinaia di milioni. La gestione caratteristica può essere sbagliata, ma non ripetutamente, cioè sistematicamente. Non ci sarà costituzione di fondi neri all’estero in tutti questi acquisti-cessioni avventurosi e sempre milionari? si chiederebbe l’Agenzia delle Entrate americane. Sbagliando, perché i Moratti sono milanesi e Milano non porta i soldi all’estero. Ma giusto per fugare i dubbi, anche “caratteristici”, e sanzionare la dignità della città. Perché con i fondi neri in libero uso, purtroppo, ogni infamia è poi permessa: i soldi non sono più rintracciabili.
Nei due bilanci precedenti Moratti aveva regalato altri duecento milioni. Per trecento milioni, che poi sono gli ultimi ma non i soli, si interdice qualsiasi capo di famiglia. Per quanto mecenatesca possa essere la famiglia, o la città.
Dubbi erano stati sollevati sul collocamento in Borsa della Saras, la società da cui Moratti attinge i capitali, tre anni fa. Di cui la Procura di Milano si è dovuta fare eco. Ma senza sollecitudine, conoscendo la proverbiale onestà dei Moratti. Nessuna indagine naturalmente è stata fatta dalla giustizia sportiva, che come si sa è al di sopra delle parti, e comunque non s’impiccia di problemi “contabili”, roba da ragionieri. Niente naturalmente neppure dal fisco, i milanesi si sa che pagano fedelmente le tasse.
Una vera Agenzia delle Entrate, poniamo in America l’Irs, vorrebbe vederci chiaro in perdite che ogni paio d’anni assommano a centinaia di milioni. La gestione caratteristica può essere sbagliata, ma non ripetutamente, cioè sistematicamente. Non ci sarà costituzione di fondi neri all’estero in tutti questi acquisti-cessioni avventurosi e sempre milionari? si chiederebbe l’Agenzia delle Entrate americane. Sbagliando, perché i Moratti sono milanesi e Milano non porta i soldi all’estero. Ma giusto per fugare i dubbi, anche “caratteristici”, e sanzionare la dignità della città. Perché con i fondi neri in libero uso, purtroppo, ogni infamia è poi permessa: i soldi non sono più rintracciabili.
La Domenica Sportiva dell'Inter
La Roma domina l’Inter a Milano, ma si mostrano giusto le due azioni in cui la Roma ha fatto o doveva far goal. Due soli minuti alle riprese in campo, e quasi tutti dedicati alle smorfie degli interisti, definite eroiche. In compenso viene Mourinho e parla per venti muniti. La Roma gioca senza cinque titolari, altri due li perde in partita per le botte subite. Ma si commisera l’Inter, che ha giocato mercoledì a Kiev, “una partita epica”, ed è stanca. Della Roma, che invece ha giocato giovedì, niente. Mourinho attacca l’arbitro che “ha fischiato troppo”, ha consentito ai romanisti di buttarsi per terra, e non gli dato cinque minuti di recupero. Poi viene l’allenatore della Roma Ranieri, che dopo otto minuti è congedato, perché “l’Uefa ci contingenta i tempi di collegamento”. A fine gara un solo calciatore è intervistato, l’interista eroico Stankovic – che ha fatto le veci del suo intervistatore, ha parlato lui bene della Roma.
Tutto questo alla Rai, “La Domenica Sportiva”, domenica sera. Perfino i due interisti della trasmissione, Collovati e Bagni, erano a disagio – dei quattro ospiti fissi della trasmissione, l’Inter ne ha due, un terzo fa il milanista, il quarto è il moviolista. Ranieri stava spiegando che solo all’Inter è consentito di giocare con i gomiti alti, in particolare a Vieira – in passato a Adriano e Cruz. E che l’Inter aveva sistematicamente abbattuto i suoi giocatori in fase di ripartenza, per impedire il contropiede, non punita con la dovuta severità dall’arbitro, sempre lesto a fermare il gioco. Il conduttore De Luca, da buon routier napoletano, dava spazio alla milanesissima padrona Inter mentre esibiva un’aria da mal di pancia. In effetti, la sua trasmissione era disgustosa. Nessun commento naturalmente sull’arbitro Rocchi. Che, come il Rosetti di Milan-Roma un mese fa, è dei migliori di Collina, una cricca al di sopra di ogni sospetto.
L’epica impresa interista di Kiev, si ricorderà, è stata aver sconfitto all’ultimo secondo una squadra decimata dall’influenza A, in una città che non va allo stadio per paura della influenza A, e il cui giocatore migliore è Shevcenko, dopo tre anni di riposo caritatevole tra Chelsea e Milan. E allora: la Rai ha un abbonamento speciale con l’Inter? Insomma, si fa pagare per questi servizi? L’Inter ha un abbonamento speciale col commentatore della partita? Col regista? Con i tecnici della ripresa?
Tutto questo alla Rai, “La Domenica Sportiva”, domenica sera. Perfino i due interisti della trasmissione, Collovati e Bagni, erano a disagio – dei quattro ospiti fissi della trasmissione, l’Inter ne ha due, un terzo fa il milanista, il quarto è il moviolista. Ranieri stava spiegando che solo all’Inter è consentito di giocare con i gomiti alti, in particolare a Vieira – in passato a Adriano e Cruz. E che l’Inter aveva sistematicamente abbattuto i suoi giocatori in fase di ripartenza, per impedire il contropiede, non punita con la dovuta severità dall’arbitro, sempre lesto a fermare il gioco. Il conduttore De Luca, da buon routier napoletano, dava spazio alla milanesissima padrona Inter mentre esibiva un’aria da mal di pancia. In effetti, la sua trasmissione era disgustosa. Nessun commento naturalmente sull’arbitro Rocchi. Che, come il Rosetti di Milan-Roma un mese fa, è dei migliori di Collina, una cricca al di sopra di ogni sospetto.
L’epica impresa interista di Kiev, si ricorderà, è stata aver sconfitto all’ultimo secondo una squadra decimata dall’influenza A, in una città che non va allo stadio per paura della influenza A, e il cui giocatore migliore è Shevcenko, dopo tre anni di riposo caritatevole tra Chelsea e Milan. E allora: la Rai ha un abbonamento speciale con l’Inter? Insomma, si fa pagare per questi servizi? L’Inter ha un abbonamento speciale col commentatore della partita? Col regista? Con i tecnici della ripresa?
domenica 8 novembre 2009
D'Alema, isolato nel Pse, spera in Sarkozy
Ufficialmente D’Alema non ha nessuna possibilità di diventare ministro degli Esteri europeo. La carica toccherà a un socialista, posto che il presidente sarà un democristiano, e il candidato prescelto dai socialisti europei è il ministro degli Esteri britannico Milliband. Che ha il favore di tutto lo schieramento europeo neo-atlantico, in Olanda, in Polonia e negli altri paesi dell’Est, i non socialisti compresi. La soluzione non piace però in Centro Europa. Non piace in particolare alla Francia, e quindi anche alla Germania. Per un motivo contraddittorio, al quale solo D’Alema sembra offrire una soluzione – è in questa fessura comunque che la Farnesina ha calcolato di poter infilare con qualche possibilità di successo la candidatura italiana.
Sarkozy vuole e non vuole una politica estera europea. Questa politica, quel poco che di essa se n’è fatta, è stata finora esclusiva della Francia: l’Europa (la Germania, la Spagna e, alla fin fine, anche l’Italia) ha sempre fatto quello che la Francia ha deciso. Un vero ministro europeo degli Esteri è destinato a rompere questo informale monopolio. Ma d’altra parte la costituzione europea lo prevede. E D’Alema ha l’identikit che meglio si attaglia alle abitudini francesi. Sperimentato sempre con soddisfazione di Parigi quando fu presidente del consiglio e ministro degli Esteri italiano. Mentre avere un ministro inglese è come averne uno americano, su questo Parigi è esplicita.
Col sostegno francese, la candidatura D’Alema diventerebbe quella principale. Ma esso tarda per una ragione precisa, il secondo paradosso della vicenda: il patrocinio del governo francese (che trascinerebbe quello tedesco e quello spagnolo) non si può fare contro l’orientamento dei socialisti europei. È questo il vero punto debole della candidatura D’Alema, quello politico e non quello diplomatico. Non c’è stato nessun intervento di socialisti a favore di D’Alema, neppure a titolo personale. Per la debolezza italiana nel socialismo europeo (l’irrisolta controversia sull’apparentamento del partito Democratico)? Perché D’Alema non è ben visto nel Partito socialista europeo? Perché non ci tiene ad andare a Bruxelles?
Sarkozy vuole e non vuole una politica estera europea. Questa politica, quel poco che di essa se n’è fatta, è stata finora esclusiva della Francia: l’Europa (la Germania, la Spagna e, alla fin fine, anche l’Italia) ha sempre fatto quello che la Francia ha deciso. Un vero ministro europeo degli Esteri è destinato a rompere questo informale monopolio. Ma d’altra parte la costituzione europea lo prevede. E D’Alema ha l’identikit che meglio si attaglia alle abitudini francesi. Sperimentato sempre con soddisfazione di Parigi quando fu presidente del consiglio e ministro degli Esteri italiano. Mentre avere un ministro inglese è come averne uno americano, su questo Parigi è esplicita.
Col sostegno francese, la candidatura D’Alema diventerebbe quella principale. Ma esso tarda per una ragione precisa, il secondo paradosso della vicenda: il patrocinio del governo francese (che trascinerebbe quello tedesco e quello spagnolo) non si può fare contro l’orientamento dei socialisti europei. È questo il vero punto debole della candidatura D’Alema, quello politico e non quello diplomatico. Non c’è stato nessun intervento di socialisti a favore di D’Alema, neppure a titolo personale. Per la debolezza italiana nel socialismo europeo (l’irrisolta controversia sull’apparentamento del partito Democratico)? Perché D’Alema non è ben visto nel Partito socialista europeo? Perché non ci tiene ad andare a Bruxelles?
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