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venerdì 1 gennaio 2010

Il vero capo del governo è Napolitano

Preciso, spedito, sensato, il presidente della Repubblica ha dato per san Silvestro una lezione di politica quale l’Italia da tempo ha scordato e non ama. Che tuttavia s’impone, la qualità s’impone. Soprattutto al governo, che ancora stenta a crederci: Napolitano ha spiegato cosa il governo ha fatto, il vertice dignitoso dell’Aquila, le missioni di pace dei suoi militari, le riforme varate, quelle in corso, quelle da avviare, compresa la non rinviabile riforma della giustizia. Per il bisogno che ha il presidente della Repubblica di tenersi il governo eletto e, sperabilmente, farlo lavorare per l’Italia. E perché non se ne può più di un Berlusconi “ladro di voti”, che se ne approfitta per le sue noiose, incontinenti ciance, e per i bagni di folla a compensazione dei dispiaceri familiari.
Senza dirlo, e senza sicuramente volerlo, quale referente di una costituzione parlamentaristica di cui è e vuole essere il depositario, Napolitano ha “rappresentato” l’esigenza di un esecutivo in grado di governare. A suo modo, cioè con le idee, ma forte di un sicuro status costituzionale: la presidenza della Repubblica è la carica politica più garantita delle istituzioni (i magistrati sono più garantiti di lui, anche se felloni accertati, ma quello è un altro discorso, non li eleggiamo). A suo modo Napolitano ha detto: il presidente sono io, dell’Italia e quindi del governo. La riforma che non ha citato ritenendo probabilmente la più utile e urgente, per rimediare a quel “governo attraverso la crisi” che da troppo tempo s’è imposto all’Italia aggravando i ritardi e le colpe della funzione pubblica - l’esecutivo è il punto debole sempre scoperto della Costituzione, fin dai tempi di De Gasperi, roba da quarta Repubblica francese, quella per intenderci finita cinquant’anni fa: il presidente del consiglio non ha nessun potere costituzionale, nemmeno quello di dimettere un ministro lestofante o traditore. Notevole tra parentesi la non dissmulata insofferenza per il presidente della Camera Fini, l'unico non citato, per l'uso strumentale della carica a fini di bottega.

Vuoto di critica per Alda Merini

Poesie religiose, poesie d’amore: questo “Carnevale della croce” mette insieme, a cura di Ambrogio Borsani, “ventitrè poesie inedite”, e un florilegio delle ultime raccolte di ispirazione religiosa. È un’antologia affrettata (alcuni degli inediti sono nelle raccolte Acquaviva e Crocetti), in morte della poetessa, ma centrata sui suoi due temi, l’amore e la croce. E sottende la verità, che la brama d’amore della Merini, anche il più animale, quello che la raccolta cortiana “Vuoto d’amore” documenta in manicomio, è sempre a suo modo religiosa: è mistica e non è panica, è sempre indirizzato, anche quando non lo dice, a una particolare sensibilità religiosa, che è quella di Gesù e del Cristo, dell’uomo vivente e dell’uomo in croce (il sacro è legato al corpo, lo insegnava Giovanni Paolo II negli incontri del mercoledì, ma non ce n'era bisogno). Il titolo, “Il carnevale della croce”, riprende il commento finora più denso benché breve sulla poesia della Merini, quello di Luca Bragaja, che ha ordinato nel 2003 la raccolta “Nel cerchio di pensiero”: la poesia di Alda Merini come “un violento «carnevale della crocifissione», culmine della corporeità violata e simbolo denso del misticismo cristiano”.
Ma la cosa, ogni cosa di Alda Merini, va approfondita. La pubblicazione einaudiana avrà anche il merito di sottolineare, sempre per omissione, l’assenza di un approfondimento critico della poesia meriniana, l’assenza del Critico – ogni autore è il suo Critico, si sa, l’assestamento critico duraturo delle sue poetiche, dei loro esiti. Molto gettonata per i fatti della vita, la malattia, la solitudine, la povertà, gli amori, il manicomio, i matrimoni, la quasi riduzione a barbona, che lei stessa in vecchiaia ha dovuto alimentare per sopravvivere, l’amore di Manganelli e Quasimodo, o del pittore, o del ballerino, o dell’editore, il vino, i preti bellissimi Da Piaz e Turoldo. Ma mai studiata. Maria Corti, che l’ha seguita dagli esordi, ne dà utili notizie nell’introduzione al “Vuoto d’amore”, ma più, anch’essa, per montare il personaggio, “la cronaca” che dice di voler mettere da parte, e la sistemazione critica dell’“eccezionale sistema metaforico della Merini” rinvia, “non è questo lo spazio”, limitandosi al riduttivo “poesia istintiva e epifanica”. La mancanza è offensiva per una poetessa che “non esiste fuori della poesia”, come spesso di sé dice.
La storia di Alda è semplice. Ma neanche questa a ben vedere in tanto pettegolismo si dice: la si mostra marchiata dal manicomio, mentre era una bella ragazza, e la sua psicologia è a questa condizione legata. È la storia di una bella quindicenne, poetessa prodigio in ambiente milanese molto raffinato, Romanò, Spagnoletti, Luciano Erba, Turoldo, Maria Corti, che Manganelli si scopava il sabato pomeriggio nel pied-à-terre della Corti, o in camere a ore, dopo che aveva già avuto un ricovero per disturbi mentali, e talvolta portava a far vedere a Fornari e Musatti – chissà come analizzavano i grandi clinici questa minorenne. La poetessa adulta può perciò dire in “Alla salute”, la raccolta di versi e pensieri: “Alda Merini è stata in manicomio ma non è una pazza”. È anzi speciale. Per il senso religioso di ogni evento. E perché naturalmente dotata, da “ragazzetta” (l’apposizione di Pasolini, quando la ragazza prodigio aveva già ventitrè anni, è evidentemente per “chiara fama” – divulgata da Manganelli?) e poi dopo le lunghe degenze in manicomio, e perfino durante, del dono della poesia. Su richiesta ultimamente spesso degli amici, dalla ben intenzionata crudeltà. Una scrittura per evidenti aspetti automatica - “improvvisazioni” le definisce Bragaja, “di getto” Corti - e tuttavia consequenziale, per logica grammaticale e sintattica oltre che per musicalità. La parola come dono, tipica dei mistici, e di alcune forme di schizofrenia. E sempre densa, provvida di senso. Molte della sue ultime composizioni sono dettate al telefono agli amici, Arnoldo Mosca Mondadori, Giuseppe D'Ambrosio Angelillo, don Marco Campedelli, della parrocchia di san Niccolò a Verona, Alberto Casiraghi, Borsani, le voci che a periodi Alda sentiva amiche. “Il mistero di ogni apparenza è corona alla nostra fantasia”, dice del suo dono. Che si spinge a individuare “il suono dell’ombra”.
È una poesia anche esemplare del “lombardismo”, un uso preciso e quindi irreale dell’italiano, senza faglie. Che ha in Manzoni momenti insigni, e anche nella regolare irregolarità di Dossi e Gadda, benché artefatto. In Alda Merini fa parte della “dote naturale”, manifestandosi nei racconti de “Il ladro Giuseppe” quasi da scuola.
I racconti sono peraltro deliziosi, commoventi. Per dei trent’anni che si possono comparare utilmente con altri trent’anni famosi, quella di Ingeborg Bachmann, per il diverso crogiolo o ambiente letterario. Il che riporta al discorso iniziale: milanesissima e celebratissima, Alda Merini soffre anche lei della disattenzione milanese. Ha avuto estimatori sempre emeriti, grandi critici, editori di ogni specie, e da vecchia molteplici dame e cavalieri di san Vincenzo, e mai attenzione verso il suo lavoro.
Alda Merini, Il carnevale della croce, Einaudi, pp. 985, €11
Alla tua salute, amore mio, Acquaviva, pp. 128, € 9
Io dormo sola, Acquaviva, pp. 80, € 6,50
Nel cerchio di un pensiero, Crocetti, pp. 80, € 10
Il ladro Giuseppe, Scheiwiller, pp. 82, € 10,33
Vuoto d’amore, Einaudi, pp. 136, € 13

giovedì 31 dicembre 2009

Le colpe della Colpa morale

Sottile rilettura della Colpa, la colpa tedesca come teorizzata da Jaspers nel 1946: morale, politica e metafisica, secondo la nuova categoria dei delitti contro l’umanità, e quindi imprescrittibile, non più legale e personale. Jaspers è l’unica citazione, e solo per il titolo, “La questione della Colpa”. Ma la sua idea fa da contappreso a tutto il film. Qual è la Colpa di una ragazza di vent’anni, analfabeta, operaia alla Siemens, che nel 1940 si arruola nelle SS, e finisce guardiana di un campo di concentramento? La colpa è invece accasciante per il ragazzo suo tardivo amante di un’estate, che non rivela al processo a carico della donna per crimini di guerra la circostanza dirimente, il suo analfabetismo. E soverchia la donna stessa quando, all’ergastolo, impara da sola a leggere e prende i libri in biblioteca – si impiccherà il giorno prima di uscire per buona condotta, saltando dalla catasta dei libri.
Il finale è agghiacciante tra la bambina scampata al lager, che con le sue memorie ha portato alla condanna della guardiana, ora divenuta ricca e gelida analista, e l’ex ragazzo ora avvocato di successo e tuttavia fallito, cui non resta altro che l'identificazione con la morta amante dei suoi quindici anni. La conclusione tra i due è ovvia, che il lager cancella ogni umanità. Ma i ruoli sono rovesciati, tra l’ex vittima e l’ex carnefice, visivamente (nel decoro, il portamento, la sensibilità), e per il non detto della memoria: perché la bambina si è salvata, con sua madre, perché all’aguzzina è stato imputato un rapporto che non poteva scrivere.
Il regista di “Billy Eliot” narra molto bene l’adolescenza, la prima metà del film. La seconda metà è piatta, ma il tema è appunto poco filmico.
Stephen Daldry, The Reader – A voce alta

Era Céline fin da ragazzo

Un Céline accudito dai suoi fino al soffocamento, con molte spese (pianoforte, lingue, soggiorni all’estero, corredo militare) e non nella povertà. Che ha sempre “problemi di denaro”, specie per le donne. Che nella tarda adolescenza sono la sua unica occupazione: infermiere, anche anziane, attricette, incontri al caffè – al Café de la Paix dove s’installò per qualche mese nel 1916, in congedo malattia dal fronte, dava il nome di Kennedy. Noto agli amici per il “temperamento focoso”, e per “le clienti dei gioiellieri in là con gli anni” (Céline era stato apprendista dal gioielliere Lacloche), e per le “massaggiatrici di quarta pagina”. È per una donna, scrive agli amici nel 1915, che “fugge a Londra”. Dove ne deve sposare una. Da alcune riceve soldi.
È il Céline vero, in queste prime lettere, scritte e ricevute, tra i diciotto e i venticinque anni. Un po’ baro e un po’ no: fantasioso. È già anche scrittore. Céline non viene fuori all’improvviso nel 1932 col “Viaggio”, lo è nelle lettere al padre dal Camerun, a ventitrè anni, e con le relazioni sanitarie per la Fondazione Ford a venticinque. La vita miserabile (il missionario senza missione nella Guinea spagnola, la procedura per bere un po’ d’acqua…)dei coloni nell’Africa equatoriale è buon reportage, ma è anche, nella sua crudezza, Céline: muoiono come mosche, sopravvivono come larve, per un guadagno comunque irrisorio. È Céline pure nel razzismo scontato – non argomentato, non ideologico - verso gli africani, che sono “nessuno” (“trenta giorni senza parlare con nessuno”, cioè con nessun bianco, è un ritornello).
È un ritratto definitivo dello scrittore che queste lettere giovanili bizzarramente fissano, così come sono, senza apparati, con la sola nota d’inquadramento di Véronique Robert-Chovin, che è stata confidente di Lucette Destouches, l’ultima moglie dello scrittore, con la quale ha compilato dieci anni fa il video-libro “Céline vivant”.
Devenir Céline, Lettres inédites 1912-1919, Gallimard, pp.205, € 16

mercoledì 30 dicembre 2009

C'è Céline in Gadda

Fuori dalla scapigliatura (Dossi) e dall’espressionismo, categorie italiane, Renato Barilli, analizzando Céline, pone Gadda dentro una dimensione europea, culturale e stilistica, che tutto sommato più si confà allo scrittore, milanese di molteplici esperienze. Nel saggio, "Vitalità patologica di Céline", Gadda è, gaddianamente, in nota, sei righe che dicono tutto. Ma rientrava poi, nello stesso numero del “Verri”, per un lungo tratto insieme con Céline, nell’ampia recensione che Barilli fa di “Eros e Priapo”. La ribellistica è rivelatrice, dice Barilli: fatta salva la posizione giusta, antifascista di Gadda (dopo vent’anni….), di contro al bieco antisemitisimo di Céline, l’“omologia” è fortissima. Stilistica, perfino linguistica, e retorica: da entrambi i loro bersagli, Gadda e Céline fanno discendere la stessa colpa, la disgregazione della “sanità” di istinti e volizioni dei poveri ariani. Entrambi “positivisti in ritardo”, seppure “mossi da una disperazione irrimediabile” - che non potrebbe essere la contemporaneità, questa e non Proust, la disintegrazione di ogni speranza, sia pure positivista? Molti testi sono del numero speciale “Céline” dei “Cahiers de l’Herne”, 1965, quindi già ben noti ai cultori. Ma per altri versi resta storico il numero del “Verri” quarta serie, il 26, che Anceschi dedicò a Céline (la rivista del nuovismo è senza tempo - immortale? - ma questo “Céline” è del 1968). Intanto per la scelta dei testi dall’ammasso del quadernone de l’Herne: l’omaggio a Zola, la prefazione al “Semmelweis”, la fine dell’argot. E un saggio critico, tra i tanti, molto illuminante: già nel 1934, a un anno dal debutto col “Viaggio”, Céline poteva contare sull’analisi stilistica di Leo Spitzer, circostanziata (notevole in particolare per la categoria del “richiamo”). Ci sono poi, con le impressioni di Celati, le difficoltà del tradurre Céline di Caproni, e un lungo saggio linguistico di Anna Licari, una chicca fulminante di Franco Lucentini: l’invenzione di una mostra, “Céline e i celineschi” al Petit Palais, dove il futuro giallista tenta di liberarsi del fantasma ingombrante mettendolo al museo. E il saggio di Renato Barilli, per almeno due aspetti sempre magistrale. Il riconosciuto vitalismo di Céline è patologico perché è “vecchio”, è lo scientismo del secondo Ottocento trasposto in un mondo disintegrato. Céline è tutto d’un pezzo, argomenta Barilli, fin dalla sua prima opera, la tesi di laurea su Semmelweis: tutto vi è anticipato, in particolare il sodalizio col “vero”(con Semmelweis come poi con Plinio il Vecchio, Galileo, Harvery, Pasteur), “l’«io» basso”, la sensibilità sociale radicale, e la cifra stilistica del rendu émotif, l’imitazione fortemente introiettiva del parlato – tutto tranne il pessimismo che poi dilagherà. L’identificazione scientista col “vero” Barilli ritrova anche nei libelli antisemiti. Che palese rendono il limite di Céline, col “trionfo” di Proust cui lo stesso Céline a suo modo s’inchinava: “Il trionfo della complicazione semita su un rozzo schema deterministico, su un quadro di reazioni obbligate a pochi impulsi primari”. Céline è al suo tempo “minoranza”, anche se “agguerrita, stupendamente energica, affascinante”. È però una minoranza attiva. Dopo le catastrofi della seconda guerra Céline ritorna, argomenta Barilli, in un “abbassamento”, negli anni 1950 e 1960, “a toni e ritmi via via più accelerati e corsivi, bassi e volgari”. Barilli cita il picarismo beat americano, lo “stile basso” di Grass, gli esperimenti di “parlato” di Sanguineti e Lucentini, Arbasino al registratore. Ma soprattutto rintraccia più di un’identità in Gadda - è questa la seconda traccia ancora fertile, tanto più per essere rimasta inesplorata. 
“Il Verri” n. 26, Céline

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (51)

Giuseppe Leuzzi

“L’Alta Velocità fino al Ponte sullo Stretto”. Non è vero, non c’è un progetto e nemmeno un disegno, ma il ministro può dirlo, il “Corriere della sera” non gliene chiede ragione, e in Calabria e Sicilia l’annuncio viene celebrato.

Si fa una festa nel reatino dell’olio d’oliva. A cui partecipano specialisti e scienziati del settore. Si possono così ascoltare analisi spassionate del tipo: “L’olio spagnolo è connotato all’olfatto da inconfondibile piscio di gatto”. Vomitevole allora? No, al contrario, dev’essere connotazione di pregio, poiché l’extravergine spagnolo si vende ad almeno otto euro al kg, quasi il doppio che l’equivalente italiano – non si vende in Italia, ma nel Centro Europa sì, così pare. E il perché non è un mistero: è il marketing, che la puzza fa diventare un sapore.

Vita agra per gli emigrati interni della seconda ondata, intellettuale: insegnanti, infermieri, medici, ingegneri. Non amati al Nord, rifiutati al paese d’origine, invidioso, triste.

Sicilia
Camilleri racconta in siciliano la Sicilia senza trovarsi costretto dalla mafia. La lascia dove essa è, ai margini, nella sua mediocre vita parallela di violenze. Nei suoi romanzi e racconti il mafioso è un caratterista e non un protagonista. Dei cento, o quanti sono, casi criminali di Montalbano, commissario di polizia a Porto Empedocle, non uno è di mafia. La mafia c’è, ogni tanto se ne parla, ma non prende nell’economia della narrazione più di quanto prende nei problemi di ogni giorno. Anche nei sette, oquanti sono, romanzi storici di Camilleri la mafia non c'è. Sciascia, che ne è invece ossessionato, che ne avrebbe detto?
È che Sciascia viene da una cultura isolana, di paese. Racalmuto, il suo paese, ha questo motto: ““Muto e silenzioso\il cuor mio si rinvigorì ”. Camilleri è di cultura urbana. Viene da una città di mare, a ridosso della città capoluogo, per quanto modesta.

La Sicilia profondamente s’identifica al Gattopardo, al principe Lampedusa in disarmo: che tutto sa e nulla fa, se non nutrire il proprio ammirato misoneismo. Che ha un disegno preciso del mondo ma è misantropo e anche spregiatore di sé. Forestierista e sinceramente spassionato. Il suo unico affetto andando a una cugina canara, e a un cugino spiritista, che solo aspettavano di morire prima che finisse il capitale.

La Sicilia non ha nulla d’italiano, si legge a p.375 di “Tra amiche”, la corrispondenza Arendt-McCarthy tradotta da Sellerio. Mary McCarthy passa le feste di fine 1967 col marito dell’epoca in Sicilia, dodici giorni “gradevoli”, e il 26 gennaio 1968 ne scrive a Hannah Arendt da Parigi: la Sicilia “non richiama affatto l’Italia, salvo l’angolo di Taormina, che somiglia a Capri, fisicamente e moralmente. E non è nemmeno la Grecia. Forse è più vicina all’Africa del Nord, benché senza deserto immemorabile. Una linea continua di montagne sullo sfondo, e un tempo tipicamente di montagna, di tempeste alternate a un sole brillante. Molto fertile e verdeggiante, ciò che rende la miseria nera ancora più sorprendente”.
Era subito dopo il terremoto di Gibellina, ma pazienza. È del resto vero che, a dicembre, il tempo è alterno. Anche in Africa del Nord, dove Mary non è masi stata. Ed è vero pure che la miseria in Sicilia è sorprendente.
Ma le impressioni, al solito, sono miste, la bellezza non si sottrae: “Non è un paesaggio dolce, ma fratto e severo. Con un lato mitico come certe parti della Grecia… È una terra d’arcobaleni – magia dell’acqua: avevo dimenticato gli arcobaleni, che sembrano associarsi all’infanzia. Ne abbiamo visto uno straordinario, quasi incredibile”. Come al solito, i ricordi di viaggio dicono degli scrittori, ma non – se non poco – dei luoghi visitati.
A Taormina, davanti al teatro greco, Mary nota questo cartello: “Si prega di non scrivere sulle piante”.

Il feudo che non c’è
Si dice il Sud feudale, fa parte del linguaggio derisorio. Ma ne parlano anche molti storici, in chiave antiborbonica o solo grandi semplificatori. Feudo sta per cattivo, ma è anche un sistema socio-politico che purtroppo è mancato al Sud, eccetto in parte la Puglia. Altri storici ne parlano per dire invece fedecommesso, un sistema per cui si comprano e si vendono fondi, sulla carta, fra proprietari assenteisti. A metà Seicento, sui 2.700 centri rurali esistenti nel Regno di Napoli, oltre 1.200 erano infeudati a Genovesi. Prestatori di denaro, alla corte e ai nobili. Ciò avveniva ovunque nel Regno, ma soprattutto in Calabria, al punto che non c’è altro in quella regione, che non ha avuto il feudalesimo.
Il feudo è inalienabile. E impone doveri alle due parti, sudditi e signori. In Calabria e altrove invece sono documentati compravendite libere, cioè predatorie, di titoli di proprietà. A rendimenti decrescenti in assenza di qualsivoglia investimento. Dove non ci sono padroni, se non nomi distanti e assenti. Che non forniscono sementi, attrezzi, tecniche, mercati, non costruiscono strade né ponti, come un feudatario farebbe, non cercano l’acqua né la organizzano.
Latifondo sarebbe la parola giusta: conserva la carica critica ma risponde a verità, di proprietari assenti e ignoti, mutevoli. Solo in parte però. La Puglia, l’Abruzzo, la Campania, la Basilicata e buona parte della Calabria sono state a proprietà frammentata, anche eccessivamente, dalle alienazioni napoleoniche della manomorta ecclesiastica in poi, e anche prima, dalle alienazioni borboniche.
C’è indigenza e non sfruttamento. E c’è polverizzazione sociale, estrema, duratura, da cui il Sud non emerge. Che il dopoguerra ha elevato a sistema – assolto e intronato: "ci pensa mamma Dc", e questa è tutta la politica.

leuzzi@antiit.eu

martedì 29 dicembre 2009

Se Mourinho ci libera da Milano

Ha rimpolpato il suo contratto di un buon venti per cento, a 13 milioni di euro l’anno, cifra che non percepirà sotto nessun altro sole, e tuttavia ha nostalgia dell’Inghilterra. Al punto da avere urgenza di dirlo, nel giorno di Natale che pure da buon cristiano sa essere la festa della bontà. José Mourinho sarà lo Special One almeno in questo, oltre che per l’antipatia: che non sia il nostro Libertador, benché portoghese e serioso, colui che libererà l’Italia dal giogo milanese? Col ridicolo, poiché lo sdegno non fa breccia. Rifiutare i 13 milioni di Milano e di Moratti è un segno infine tangibile dell’insofferenza: non se ne può più, della prepotenza, della superficialità, del bigottismo.
Berlusconi dice, dal buen retiro della sue ville riunite: “Sono tornato a lavorare per l’Italia”. E il “Corriere della sera” pubblica, senza ironia. Lo stesso “Corriere” che non lascia tregua, unitamente alla “Gazzetta dello sport”, agli juventini nostalgici degli scudetti 2005 e 2006: le corti interiste del calcio li hanno decretati rubati, col superarbitro in busta paga al Milan, e questo basta, ogni settimana una reprimenda parte dai due grandi giornali contro la squadra torinese, benché sia ridotta maluccio. Mentre un allenatore che era stato cacciato dalla milanesissima Inter per fare posto a Mourinho, a caro prezzo, il superleggero Mancini, vince in continuazione con una squadra mediocre, sempre in Inghilterra. Che poi è la vera patria dei milanesi, via, che ci fanno in Italia? Il problema è che il Mourinho milanese fu lasciato andare via da Londra semza rimpianti.

Il suicidio di Khamenei

Non è la fine degli ayatollah, ma di Khamenei sì. Non subito, ma inevitabilmente. Con inevitabile indebolimento dello stesso regime religioso, se non in favore di un’alternativa laica che non esiste, la nuova borghesia essendo legata alla moschea. Ci sono delle costanti, nelle società consolidate e integrate, qual è quella iraniana, e l’uso perdente della forza è una di esse. Le morti di Teheran riaprono la spirale, con la serie di lutti che il rito sciita prevede e prescrive, che agiteranno la piazza a tempo indeterminato.
L’opinione internazionale non ne sembra cosciente. Si fa anzi l’esempio della durezza costante del potere centrale nella storia dell’Iran. Fino ancora a Reza Khan, il padre dell’ultimo scià Mohammed Reza, deposto da Khomeini nel 1979. Ma tra il padre, morto nel 1944, e il figlio si era creato un abisso, con l’occupazione americana, ideologica se non militare: le masse urbane alfabetizzate del paese, che sono quelle che contano, sono definitivamente democratiche. Gli ayatollah lo sanno bene, che ne hanno fatto il loro punto di forza contro Mohammed Reza. E lo sapeva lo stesso scià, che però non ha avuto la forza di liberarsi del regime di corruzione che lo attorniava.
Di questo tuttavia sembra ben cosciente Obama: il dipartimento di Stato ha sempre avuto sull’Iran migliori informazioni e valutazioni di tutti gli altri centri diplomatici e mediatici. Khamenei del resto, facendo sparare sulla folla, ha manifestato la sua incapacità a reagire altrimenti. Potrebbe proprio essere un caso da manuale del brocardo notarile “il morto si prende il vivo”: morendo, l’ayatollah Montazeri, di cui Khamenei è stato per molti aspetti l’usurpatore, ne segna la fine. Minacciare di morte i suoi oppositori è solo un modo per accelerarla.

lunedì 28 dicembre 2009

Se torna il filisteismo ebraico

Lascia in sala i più di ghiaccio, in altra epoca e in altre mani sarebbe un film dell’antisemitismo. Lo spettatore viene con la promessa di godersi la storia biblica del giusto Giobbe trasposta negli Usa, magari con qualche risata. Ma vi si irride tutto: le donne, la famiglia, la lingua, i riti, la religione. Col solo contrappunto, minimo, dello yankee col fucile, e dell’asiatico corrotto. Le donne sono stupide, i figli sciocchi, la confermazione si fa in sinagoga strafatti di fumo, i presidi e i rabbini si dilettano al più dei Jefferson Airplane, accomunati dall’avidità, con maschere tirate fuori dalla cartellonistica antigiudaica. Il tutto presentato come commedia, "laica e geniale".
C'entra molto la commedia all’italiana, in cui tra le battute fulminanti e le situazioni ridicole una disgrazia chiama l’altra, genere che Hollywood invidia molto. Ed è un segno confortante di sicurezza: si vede che, malgrado tutto, anche gli auguri degli amici ebrei che mandano “cartoline da Auschwitz”, e i timori di una cancellazione d’Israele, non c’è affatto aria di pogrom. Ma, è curioso, i fratelli Coen si pongono al centro di quello che fu l’inizio dell’antisemitismo dell’Ottocento, la polemica contro il “filisteismo”.
Il loro film è appunto un insistito fragoroso pernacchio alla sottigliezza semita. Ridotta bizzarramente a filisteismo Si ricorderà questo fantasma insorto in Europa a metà Ottocento, insieme con l’antisemitismo “moderno” – urbano, scritto, dotto, tedescofono, non più quello popolare dell’Est slavo – per denotare insensibilità, superficialità e presunzione. La sua storia si conclude alla vigilia della seconda guerra mondiale con i libelli antisemiti di Céline, che al filisteismo, inteso come forma di dominio culturale, di modelli, influenze e posti, imputa la “complicazione semita”, deleteria per la “sana razionalità” o virtù dell’Occidente. La stessa parabola non si può dire dei fratelli Coen, che a partire da “Barton Fink” e “Fargo” ben altri filisteismo hanno individuato. Ma l’effetto in questo film è analogo.
Joel e Ethan Coen, A serious man

"Millionaire" da "Sciuscià" a "Gomorra"

È un po’ un film della nostalgia. Si rivede in India, con molti attori, con molti mezzi, in diecimila immagini invece di mille, il vecchio “Sciuscià” e il contemporaneo “Gomorra” insieme. Una capacità d’invenzione e progettazione che l’Italia ha avuto e mantiene malgrado la politica, manteneresi nel mainstream e anzi ispirarlo.
È una fiaba, sotto l’insolita truculenza. Un’incongrua miscela che ha una ragione “tecnica”, di cineasti che rifanno il cinema più che la sceneggiatura, ciò che più li ha attratti al cinema.
Danny Boyle, The Millionaire

Gelmini e le giavazzate, la goccia e l'università

Ha approfittato dei consigli del nemico Giavazzi per bloccare tutti i concorsi in essere. Ha costituito, autorevolmente consigliata dal suo nemico, delle commissioni che non riesce a riempire. Due generazioni ha già fatto saltare di nuovi docenti all’università, e ancora non ha finito. E magari non sa neanche di averlo fatto, magari è convinta che col grembiulino alla scuola materna e la maestra unica, la scuola italiana sia già di livello planetario.
La storia delle commissioni uniche nazionali di Giavazzi-Gelmini è una gag comica: si costituiscono commissioni con un numero minimo tale che tutti gi ordinari non riescono a riempirle… Qualcuna si riuscirebbe a riempirla a condizione che ognuno degli ordinari voti per sé: basta che qualcuno voti generosamente per un altro, come a Storia contemporanea, che il numero minimo non si raggiunge. E per “fare” Storia contemporanea si è dovuta aprire la commissione anche ai modernisti.
Non c’è da aspettarsi autocritiche dal professor Giavazzi o dal “Corriere della sera”, la loro autorità non ammette deroghe – anche se giavazzata sarebbe un ottimo neologismo, per acume vanitoso. Ma Gelmini? A che pro fare il ministro di una cosa che non c’è, o si vuole cancellare? Nella sua carriera le è anche toccato di fare un discorso alla Camera, e si ricorda che disse: “Sarò inflessibile, sono come la goccia che scava la roccia”, qualcosa di simile. Certamente è la goccia che sta scavando l’università.
La qualità dei ministri del governo Berlusconi è questa, quella dei non residuati socialisti, in particolare quella delle ministre giovani e belle, e c’è poco da obiettare. Ma anche all’opposizione nessuno se ne occupa, né all’estrema sinistra, né all’estrema destra dei tribuni Grillo e Di Pietro. E neppure nel pensoso Pd, che del resto è quello che ha aperto la distruzione dell’università, nelle sue precedenti incarnazioni. Perché, non lo si ricorda abbastanza, l'università si è distrutta soprattutto da sola, nei dieci anni o poco più di autogoverno: sono le tante, incontenibili, malversazioni degli accademici ad aver portato al blocco di ogni ricambio, se non della ricerca, e al ricorso al precariato per assicurare una qualche forma di insegnamento.
Solo per voler razionalizzare si può dire questo un disegno coerente di Berlusconi: affossare l’università col non fare, sornione. L’università pubblica. A favore delle università private, lo stesso Berlusconi se ne sta costituendo una - mettendo infine a frutto una delle sue numerose villone. E Gelmini segue Moratti, insieme fanno quasi sette anni d’immobilismo. La malafede della ministra in essere si può dire scoperta nel momento in cui ha preso per buona la stravagante proposta del professor Giavazzi per bloccare tutti i concorsi che le università, con fatica, erano riuscite a varare. Ma forse non c’è nemmeno questo calcolo. Forse è solo l’inefficienza molto lombarda, molto autorevole naturalmente. Che dopo Malpensa, e in attesa di cimentarsi con l’Expo, si diletta con l’università. E, soprattutto, c'è la malatia terminale della stessa università, indotta dagli accademici.

giovedì 24 dicembre 2009

Considerazioni di un antipatico

Il libro segreto di Thomas Mann – a leggerlo tutto, e va letto tutto, per esteso. La chiave della sua antipatia. Una rabbiosa, ribadita, e naturalmente molto confusa (molto tedesca) affermazione della superiorità della Germania, e di se stesso nella Germania , erede autoproclamato di Schopenhauer, Wagner e Nietzsche. A quarant’anni: Thomas Mann si è scritto a quarant’anni una prefazione al suo stesso libro, lunga trenta pagine, più un centinaio almeno di pagine di elogi di se stesso. Terribili anche le idee che professa, e la virulenza con cui vuole imporsi. È un libro confuso, oltre che insolente: ripetitivo, nervoso, sempre impreciso, benché apodittico. Ma è stato ripubblicato, rivisto, e dunque non è sfuggito di mano. Thomas Mann, Considerazioni di un impolitico

La natura umana che trascende la natura

Filosofare l’ovvio, in astratto e in concreto, è sempre arduo, e i diritti umani sono una di quelle cose che tutti sanno - anche se, già sessanta anni fa, H.Arendt poteva filosofare, nel "Declino dello Stato nazione", la debolezza dei diritti naturali, se non la loro inconsistenza in natura. Jeanne Hersch parte dall’opposto, da Antigone, che pone l’esigenza assoluta. Un diritto naturale che è tradizione e sangue, e solo apporta lutti, senza liberazione: una forma di fondamentalismo non necessariamente umanitario. La natura è “il regno della forza”, avverte, benché si parli di “natura umana”, una forma contraddittoria e limitativa: “C’è nella natura umana un’esigenza che supera, trascende, e perfino contraddice i dati della natura, nel senso dei caratteri biologici di una specie” (p.62). Per poi concludere: “Kant è molto vicino ad Antigone”. O non è il contrario?
La soluzione, dopo tutto, è anch’essa ovvia: “L’essere umano, di cui si tratta di rispettare in modo assoluto i diritti, non è un cittadino astratto del mondo in generale. È sempre una persona concreta, situata in una data epoca, in un dato paese. Ha un’eredità storica, sociale, tradizionale”(p.66). Ci vuole equilibrio: “L’esigenza assoluta dei diritti umani prevale sul diritto positivo, ma… nello stesso tempo senza diritto positivo non ci sono nemmeno i diritti umani”. E: “Un maestro che volesse insegnare i diritti umani ispirandosi alla tradizione europea dovrebbe forse porre Socrate accanto ad Antigone“ (85)
Jeanne Hersch tenta qui una sintesi del lavoro che fece all’Unesco a partire dal 1968, quando, direttrice della neo costituita Divisione di Filosofia dell’organizzazione, lanciò un censimento dei diritti naturali nelle culture e le tradizioni locali. Ne ottenne un atlante che non lasciava scoperto un solo angolo della terra. E la conferma che “qualcosa è dovuto all’essere umano per il solo fatto di essere umano”. Una “universalità” di cui la stessa “diversità dei modi di espressione” è garanzia di “autenticità”.
Dei paletti erano e sono necessari. Specie sugli equivoci diritti umani degli Stati, che si faceva valere all’epoca (e tutt’oggi all’Onu) in virtù della decolonizzazione e col patrocinio dell’Unione Sovietica, magari da governi violenti. Ma era necessario far valere la componente collettiva o comunitaria, o tradizionale, o storica, dei diritti umani, troppo appiattiti sugli usi di una piccola parte dell’Occidente (“Lottare contro il razzismo non è negare l’esistenza delle razze” (93), delle diversità): “La collettività, nazionale, religiosa, etnica, è in molti modi indispensabile all’individuo, e quindi ha dei diritti, ma questi sono derivati da quelli della persona e non l’opposto” (88) .
Jeanne Hersch, I diritti umani dal punto di vista filosofico, con prefazione di Roberta De Monticelli, e introduzione di Francesca De Vecchi, Bruno Mondadori, pp. 102, € 10

Il Millennio anticipato da Ballard

L’internamento, da Ballard sperimentato in Cina durante la guerra, nella Shangai occupata dai giapponesi, disintossicava molti: faceva perdere peso e riscoprire se stessi, i taciturni diventavano generosi, i missionari egoisti. L’internauta Ballard dice molto di se stesso, in questa raccolta di articoli, in genere recensioni di libri di varia. E dell’arte della fantascienza. Specie dell’assenza di ogni senso dell’avventura nei viaggi spaziali, la curiosità è durata un quindicennio. C’è Funari, nella psicoterapia selvaggia di gruppo anni Settanta, nei garage londinesi di periferia i fine settimana, urlandosi contro le peggiori oscenità. Torna Zapruder, immortalato ne “La mostra delle atrocità”, dopo che dalla commissione Warren. E c’è la censura multipla, continuativa, inverosimile negli anni 1970 e pure avvenuta negli Usa, dello stesso libro, stampato e ritirato da due delle maggiori case editrici, Doubleday e Dutton, perseguito, condannato, multato. Solo perché si prendeva gioco di Reagan, che ancora non era Reagan, e di Jacqueline Kennedy.
La più parte degli articoli sono degli ultimi anni. Ma c’è la descrizione del mondo odierno, televisivo, new age, chiacchierone, già cinquant’anni fa, e quello online trenta anni fa. Come se Ballard vedesse il nuovo Millennio, più che quello appena finito. Vede la guerra del Golfo ancora in corso come la vedrà Baudrillard – la guerra non c’è mai stata. Insofferente dei “lavori all’uncinetto letterario”, figlio tardo del surrealismo, che pregia molto, l’inventore dello “spazio interno” è involontariamente il brillante storico della contemporaneità che i suoi racconti lasciano immaginare. Grazie all’occhio esterno dell’interno, di cui l’ha fornito la sua speciale adolescenza, di inglese in Cina.
Ballard, Fine millennio: istruzioni per l’uso, Baldini Castaldi Dalai, pp.410, € 6,90

mercoledì 23 dicembre 2009

Secondi pensieri (35)

zeulig

Antropologia – Si trova solo quello che si cerca? Nelle scienze antropologice sì: l’Africa comincia ad avere una storia a quarant’anni dall’indipendenza.

È probabilismo. La “Storia di lince” di Lévy-Strauss, che forse è solo un apologo, è scontata – l’antropologo “scopre” che le narrazioni amerindie dell’Oregon, da lui ritenute il perno di tutta l’oralità americana, fino al Perù e al centro del Brasile, sono colportages di viaggiatori francesi di due secoli prima, probabilmente cacciatori.

È la poesia dello storico, non della storia. Cheanzi debase-debunk: che storia ci avrebbe dato una lettura antropologica dei greci, o dei romani?

Carne – È neutra. E anche benefica: è ciò che consente all’uomo di vivere, e quindi di pensare, poetare e giocare. Ma lo spirito che essa produce le ha creato cattiva fama.

Creatività - È ambientale. È come i fuochi d’artificio, che ogni petardo ne fa scoppiare un altro.

Cristo – È essenzialmente una figura storica. Prima di san Paolo e dei suoi viaggi, prima dei romani. Seppure tardi, seppure con alcune confusioni, i protovangeli non hanno altro senso che una narrazione. Di una storia che si è vissuta, anche se a distanza di qualche anno o decennio.

Dialettica – È, sconsacrato, il principio del manicheismo: il bene sta nel male, eccetera. È lo schema dei moderni sofismi: il vero è il falso, eccetera. È un buon artificio per un giallo commerciale, con la caccia, la fuga, il duello, le tette, e i rovesciamenti: il buono diventa cattivo, il cattivo buono, il falso vero, il vero falso, eccetera.

Edonismo – Viene confuso con il consumismo, che invece è un’altra cosa, e anzi ne l’opposto: non la ricerca del piacere, che può comportare la dissipazione, ma una brama di accumulo, non il gustosa il kitsch, non l’uso del tempo ma la sua abolizione. All’epoca del consumo siano i “senza tempo”, i “senza gusto”, i “senza piaceri”. Accumuliamo, ma come Sisifo, la fatica è interminabile e stressante.

Ermafrodito – Quando l’uomo vuole darsi una speciale autorità o una funzione eccezionale, di prete, imperatore, chirurgo, giudice, si mette sempre una sottana.

Esoterismo - È per l’appunto “qualcosa d’altro”. Scarta sempre, irraggiungibile. È sviluppo della forma analogica della conoscenza e dell’ontologia - trasmutazioni, trasmigrazioni, metamorfosi. Che è un tentativo di sapere, o essere, quello che si vuole. Di farsi confermare, fingendo di aver saltato le sabbie mobili del soggettivismo – la capacità di consolazione, anche critica, è grande.

Essere - È Adonai: per dire, cioè per non dire, Dio, l’innominabile. Tutta la metafisica tedesca dunque, fino a Heidegger, è impigliata in questa decisione biblica?

Felicità – Ci si rende infelici per voler essere felici. L’insensibile non è infelice. Felicità è dunque adeguare i mezzi – voler essere felici “non esiste”, si direbbe a Roma, e non per il destino cinico e baro. Solo la salutec’è o non c’è: la malattia effettivamente è una condanna. Gli altri spazi si possono ordinare. Il denaro è solo questione di adattamento. La politica pure. E il lavoro. Restano gli affetti, che sono la più gross causa d’infelicità mentre potrebbero essere serbatoio di felicità immensa.

Mitologia – Mettere insieme i greci e Odino sembra demenza e lo è. Il mito è una coperta larga, ma nessun mito di nessuna mitologia può creare identità fra i contrari. Quanta nebbia in Germania, anche in Hölderlin (“Iperione” al confronto con gli “Inni”) e nella filosofia (Humboldt, Schelling, Hegel) fino al cacumen Nietzsche, per il tentativo d rinsaldarsi con la “grecità”, cioè con la mitologia ellenica e pre-ellenica. E non per folklore ma per “spirito critico: per troppo classicismo.
Lo spirito fa male alla mitologia, come alla carne.

La mitologia applicata alla storia residuale e folklorica. La mitologia dei greci, di cui conosciamo la storia, è del tutto fuorviante (per non parlare dei romani, che hanno cessato presto di essere religiosi: la storia romana è tutta politica, ritualità compresa): divinità regali per una cultura repubblicana, divinità matriarcali per un patriarcato antifemminista, e la divinità come nemico per tutte le attività economiche, la terra, il mare.

Scoperta – Come spiegazione del noto mediante l’ignoto (Popper) è in realtà una conferma. Un’estensione e un rafforzamento. Anche quando ribalta la verità precedente: non si spiega che nei termini di quest’ultima.

Spirito - È il cattivo della condizione umana. Preti e moralisti accusano il corpo, che invece, poveretto, è solo uno strumento dello spirito, ed è condannato già prima di nascere. Ogni espressione del corpo, lo sguardo, l’amore, la violenza, la tecnica, è regolata dallo spirito – che ne escogita tante anche senza il corpo, la bestemmia, l’estasi, il sadomasochismo. La condamma del corpo (Innocenzo IX, Bernardo di Morlaix, i predicatori) è una delle tante furbizie dello spirito.
Come sarebbe un regno di puri spiriti, senza le mezze misure del corpo, i ritardi, i rallentamenti, le pigrizie? Probabilmente spaventoso. Per questo la chiesa vuole la resurrezione dei corpi?
Perché tanto accanimento contro il corpo? Come un servitore, bisogna tenerlo sotto frusta.

Verità – C’è. E si accorda anche col dubbio. Ma è modesta. Per questo non è contemporanea. Non si accorda con l’incostanza che fa aggio, riflesso del narcisismo – la scoperta di massa dell’individualismo. Né col linguaggio, che per essere appetibile dev’essere innovativo – trasgressivo, impreciso, confuso. Siamo infatti in un’epoca d’inappetenza, soddisfatta.
La verità è una, ma la parola ne conosce mille. È “sconvolgente” perché la parola ha perduto il senso. La verità è il senso. E il senso è la parola. La verità è quindi sempre “diversa”. Diventa “sconvolgente” per il trivio giornalistico, dei buoni sentimenti, del senso comune, della legge e l’ordine – applicabili agli altri.

Verginità – Interrompendo l’ordine della creazione interrompe la salvezza. La salvezza è la promessa dei creati. Le verginità premia la salvezza a meno della creazione.

zeulig@antiit.eu

Casini è quello che rischia di più

Dopo il Lazio la Puglia, dove dovrà portare voti a Emiliano, o peggio a Nichi Vendola. Casini è quello che rischia di più alle Regionali. Senza un governatore, che sicuramente avrebbe avuto nel centro-destra, e innecessario nelle giunte. E forse senza neanche un partito, perché il suo, nel Lazio e in Puglia dopo la Sicilia, è fortemente localizzato. Il fenomeno è comune a tutti i partiti storici, Socialisti, Verdi, Sinistre, e anche a Di Pietro e al Pd: la politica è da tempo regionalizzata, con il voto plebiscitario per il Comune, la Provincia e la Regione, ma nell’Udc è ancora più marcato, la leadership di Casini è forte per essere debole, una sorta di portavoce. Senza contare che il voto utile è, localmente, dirimente: nessuno si mette con un perdente, per nessuna strategia o alchimia.
La politica dei due forni, che Andreotti rimproverava a Craxi, o delle due sedie, in queste condizioni non paga: senza una leadership centrale forte, e dura, le formazioni minori sono quelle che portano voti, senza attirarne. Forse Casini non lo sa, ma lui non è Craxi, non governa né con la destra né con la sinsitra, è solo una ruota di scorta. E potrebbe ritrovarsi ingombro di tanti altri che la pensano come lui, tutti a loro proprio avviso indispensabili, Tabacci, Cordero di Montezemolo, Della Valle, Draghi, e forse anche Rutelli, ma con pochi voti, non abbastanza. Le alleanze trasversali sono facili a insinuare nei talk show ma non sono semplici nella realtà e anzi indigeste: chi combatte per un voto combatte anche per un’idea e contro qualcuno. L’Udc, con tutte le carnevalate attorno a Berlusconi, con la moglie di Berlusconi, col fotografo Zappadu, e con i vescovi, rischia di tornare al partito del quattro per cento, più o meno, la soglia di sbarramento – anzi, senza la Sicilia, sotto il quattro.

martedì 22 dicembre 2009

Perché Berlusconi non ascolta Napolitano

Il presidente Napolitano esplicita a Berlusconi il sostegno al governo, come è nei suoi doveri istituzionali: non si temano complotti contro il governo. Che altro può dire di più? Puo, non deve. Rincuora Berlusconi a fare le riforme, se necessario da solo, “anche se non condivise”. Ma Berlusconi fa l’offeso, e non si capisce perché.
Napolitano ha orrore degli scioglimenti a catena dei Parlamenti, che lui sperimentò con la presidenza Scalfaro, qualche volta da presidente della Camera, e anche di Camere efficienti. Sciogliere il Parlamento eletto è, per un democratico, un caso estremo, da prevenire con ogni mezzo. Assicurare un esecutivo, e uno efficiente, è il primo dovere del capo dello Stato. Nel sentire di Napolitano e di ogni costituzionalista non golpista - come lo sono tanti che si colorano di democratico.
Perché Berlusconi fa finta di non sentirci, allora? Perché lascia perdere una occasione più unica che rara di farsi governare a suo piacimento, anche con quella parte del Paese che gli è ostile? È offeso? Non esiste in politica. E poi Berlusconi sa benissimo che la Consulta sul lodo Alfano è stata manovrata dal giudice casiniano – che alla maniera del suo patron ancora sta cercando la motivazione. Berlusconi vuole le elezioni anticipate? Non ha nessunissmo motivo per volerle. Vuole indebolire Napolitano, allora? Non può. Vuole indebolire Fini. Il quale non perde occasione per beccarlo, giornalmente. Ma alla fine della giornata conta in quanto conta Berlusconi. La distanza di quest’ultimo da Napolitano è in realtà una presa di distanza da D’Alema – il grande elettore del presidente della Repubblica. Perché D’Alema parla di riforme condivise ma pensa a Fini. Berlusconi vuole ristabilire l’ovvio: se l’opposizione vuole dialogare, deve dialogare con me.
Il voto di oggi al Senato sulla finanziaria, senza la fiducia, dopo le assicuarzioni di Napolitano, significa che la tattica di Berlusconi è stata capita anche dai suoi oppositori interni.

Il mondo com'è - 29

astolfo

Capitalismo – È un ruminante. Mastica di tutto, anche il suo opposto, digerisce di tutto.

Cattocomunisti – Sono buoni perché cattolici e sono buoni perché comunisti. Sono buoni al quadrato. E sono buoni naturali, come il tonno, non per progetto o interesse.
Perché non funzionano ora che sono democratici?

Città (Democrazia) – Quella greca è la tribù sedentarizzata. Con leggi tipicamente tribali, di pastori venuti dal Nord, in ambiente urbano orientale. La democrazia nasce da questa prima sedentarizzazione, è un incontro di Oriente e Occidente, la città, la corte, e la tribù nomade, la continuità di sangue nell’instabilità. È una forma di relazioni esterne e anche interne, che prende corpo con la codificazione scritta.

Comunismo – È crollato su presupposti marxiani: fragilità economica, appropriazione del plusvalore, concentrazione monopolistica, totalitarismo, cioè tirannia. La caduta del comunismo è il solo evento storico che abbia inverato le “leggi” marxiane.

Dc – Ha un lato nero che è difficile trascurare, anche a volerlo, Ne ha ammazzati più la dc in quindici anni, 1947-1962 che Mussolini in 21, anche a mettere nel conto Matteotti e Aldo Rosselli, che Mussolini non voleva morti. Perché mettere sotto silenzio Portella della Ginestra, Melissa, Avola, il 1960? I tantissimi arresti politici sotto forma di procedure giudiziarie comunque infamanti, fino a Baffi e Sarcinelli, di una magistratura e una polizia certamente non autonome? Se la legge Scelba avesse potuto operare indisturbata, mai tante persone avrebbero perso il posto nella storia, salvo nelle proscrizioni di Augusto e soci. Né s’è mai avuto tanta repressione, censura in senso stretto, sui costumi e la cultura. Perché tacere di Milazzo che chiamò i mafiosi al governo? E di piazza Fontana, piazza della Loggia, i treni, la strategia della tensione? E di Antonio Segni, dei dossier del Sifar (“Lo Specchio”, “Mancini lader”, etc.), della copertura di Aldo moro ai golpisti, con le loro liste di proscrizione? Quello nero è forse più pesante di quello buono: quale dei due invera l’altro?
Non si spara più sui dimostranti dal 1962, con il centro-sinistra. Non alla maniera classica. La strategia della tensione non è invenzione di Pattakòs, un imbecille: si sviluppa quando il Psi parla di disarmare la polizia in servizio d’ordine, e la Dc riceve dall’ambasciatore americano Graham Martin, l’uomo della guerra al Vietnam, oltre un miliardo di dollari, di quaranta anni fa.

Fascismo – Sempre in abominio, sempre poco analizzato. Ma qualcosa si comincia a saperne. Certamente non veritiera è la dottrina (cominformista all’origine) che ne fa il culmine del capitalismo. Che è capitalismo proprio perché non ha culmini. Mentre cominciano a essere vere le radici giacobine: comune è il ceppo giustizialista, come in tutti i totalitarismi, di uomini della provvidenza.

Femminismo – Caino il contadino uccide il pastore Abele: per gli antichi biblisti… non sarà l’oltraggio dell’offensiva patriarcale?

Gandhi - È occidentale. La pietà sociale è occidentale. Il sociale lo è: il lavoro come mezzo di affrancamento, la solidarietà, la giustizia. La pietà individuale è occidentale. La nonviolenza è una strategia politica popolare, non dei re o dei capi militari, delle tribù, delle caste, e quindi è anch’essa malgrado tutto occidentale. Che Gandhi sia stato regalato all’India dalla Gran Bretagna suona un po’ forte, ma è così.

Germania – Con l’unità ha mutato pelle. La Repubblica Federale, vivace, colloquiale, cosmopolita, che era renana e bavarese, è stata soppiantata da arcigni manager e gente del Nord-Est. Che non si sa cosa pensano, a meno che non pensino male. La Repubblica Federale è riuscita a superare handicap durissimi: il comunismo a Berlino, la paranoia tirolese, gli irredenti di mezza Europa dell’Est, tutta gente che non ha mai dato nulla a nessuno, e pretendeva la terza guerra mondiale. La Germania unita non ha avuto nessun problema vero ma li magnifica tutti. Seriosa, taciturna. Diceva Joseph Roth di Weimar: “È la repubblica Tedesca\ una nuova casa con letti vecchi”. Sarà sempre così, il nuovo-vecchio mobilio l’avrà portato l’Est.

Illecito dello Stato – Secondo Kelsen non ci può essere un illecito dello Stato, “sarebbe come il peccato di Dio”. E invece lo Stato può essere, è normalmente, criminogeno. Per le bombe degli anni Sessanta-Settanta, per esempio, per non averle punite, se non per averle messe. Per l’uso parziale delal giustizia, a fini politici, economici, e di tornaconto. Per la precarietà: mezzo milione, un milione, di domande di assunzione sono presentate per immigrati, da residenti italiani in grado di provvedervi, lo Stato ne consente centomila, duecentomila.

Modernità - L'ipertrofia di violenza pubblica e sensazionalismo nell'opinione pubblica italiana, nella Rai per esempio, e in libreria, è ancora inferiore allo hitlerismo. Anche se solo per mancanza di audacia: la nuona volontà c'è tutta.

Occidente – Non farà abbastanza, ma è l’unica cultura e l’unica area che include e non esclude.

Polizia – È istituzione recente, la sua filosofia è appena abbozzata (Foucault, Fontana). È lo strumento della giustizia: così è percepita, per questo gli apparti si moltiplicano (polizia, carabinieri, finanza, vigili, polizia municipale, polizia provinciale, ronde). Ma è l’interfaccia della criminalità, e in questo inevitabilmente uno specchio. In minima parte, il grosso è burocrazia, “posti” pubblici per chi non sa fare altro.

Settanta (anni) – Deliranti, tragici, obbrobriosi. Misteriosi, ma forse solo per la stupidità: diciotto politico, salario senza lavoro, i portantini al governo dell’ospedale, i bidelli della scuola. Rivolgimenti, congiure, droghe, violenza, tranelli, abiure, compromessi, tradimenti, pugnalamenti, e ruberie. Rubano i principi e i cardinali, rubano ricchi e rubano i poveri, i delinquenti e i santi, a cominciare da Aldo Moro, il cui sacrificio li conclude. Senza nessuna gloria, come invece nel Cinquecento, altra epoca nella quale l’infamia trionfava.

astolfo@antiit.eu

lunedì 21 dicembre 2009

Tra due forni, o tra due sedie

Troneggia anche su Sky, oltre che sui Tg Rai, casiniani da sempre. Segno che il suo Centro convince anche il rapace Murdoch: scardinare Berlusconi scardinando il bipolarismo. È il giovane di sempre, anche a cinquantacinque anni, e la promessa della politica. Come Casini si è sempre pensato, da una trentina d’anni a questa parte, così ora è percepito, dall’ingegner De Benedetti, un altro che se ne intende come Murdoch, e dai Dc scomodi nel partito Democratico, fino alla Bindi inclusa. Ma potrebbe restare fra due sedie, già alle Regionali, ancora una volta.
Potrebbe recuperare in Veneto, ma è difficile, anzi impossibile, che Galan si metta al suo servizio. Mentre in nessuna delle regioni in bilico, il Lazio, la Campania, il Piemonte, e la Calabria, avrà un suo candidato alla testa di uno schieramento: non da Berlusconi e, a questo punto, neppure dal Pd. A Roma, dove potrebbe pretenderlo al posto d Zingaretti, i suoi hanno già deciso di sostenere la candidata di Berlusconi, Polverini. Non ha più spazio in Campania, dove ha fatto mancare la sua solidarietà ai Mastella, che pure lo avevano salvato dal naufragio con Forlani al tempo di Mani pulite. E potrebbe perdere la Sicilia, che è il suo unico serbatoio di voti, grazia a Cuffaro e altri personaggi della stessa caratura. Anzi l’ha già persa: Lombardo si conferma l’anti-Casini per i voti di Casini. Dichiaratamente ora che conduce in proprio il gioco casiniano del Destra-Sinistra: non poteva scalzare il giovane vecchio dal di dentro e quindi lo fa dal di fuori – si scrive Mpa ma si legge Udc 2.

Letture - 22

letterautore

Arbasino - Grande ingegno, immenso, di forte capacità affabulatoria, fottuto dalle cattive amicizie (le frequentazioni della solitudine, la solitudine dello snob è implacabile) e dalla politica. Passione divorante, che lo insegue da Mannheim a San Francisco, all’“Alcesti” e all’Opéra-Bastille. La politica, non la filosofia: passione unica e stranissima, talmente è assorbente, da analizzare. Altri Kulturkritiker, da Diderot a Karl Kraus, si sono lasciati degli spazi per fantasticare. Arbasino è intossicato dalla sociologia politica, il genere più anguillesco, e forse inconsistente – strana nemesi, per chi odia l’approssimazione.

Classico - È quello che è sempre vivo. Ma vivo in base a una lettura: è sempre filologia.

Critica - È la malattia della letteratura, il “killer”, il virus – raramente la vitamina. Quando non è allegra, cioè libera – raramente. Per tutti gli altri “prodotti” in circolazione l’atteggiamento è aperto, vediamo, assaggiamo, consumiamo: se piace bene, se non piace pace, solo per casi di pericolosità sociale dichiarata c’è la critica. La letteratura invece non esiste senza la critica. Che a ogni libro nuovo la sua funzione interpreta caricando i fucili a pallettoni – l’onestà del critico. Poi, se resta qualcosa, si gusta.
Perché siamo più scrittori che lettori? O perché con l’umanesimo, civiltà del libro, si è creato un mandarinato geloso dell’esclusiva, per cui non c’è nemmeno un’area d’indifferenza, ma tutto quanto è pubblicato dev’essere messo con le spalle al muro e misurato con Dante, Petrarca, Platone, Omero, e adesso anche Leopardi.

Dante - L’allegoria che celebra non è un residuo (fardello) stilistico del tempo? Schiaccia le “Petrose”, nelle quali è tutto, scalfisce poco la “Commedia”.

“Il poeta più savio e più triste” di Baudelaire (in Nadar, “Baudelaire intime”, p.70)

Elisabettiani – Curiosa riscrittura della storia, per la questione religiosa: gli elisabettiani erano soprattutto stuartiani. La fioritura letteraria e artistica che va sotto il nome di periodo elisabettiano si produsse in realtà con gli Stuart. Il Cinquecento fu in Inghilterra, con i re macellai Enrico, Maria, Elisabetta, poverissimo. Thomas More scrisse in latino, in inglese c’è un po’ di manierismo (Lily e l’eufuismo, Sydney, che peraltro molto viaggiava in terra non riformata), Spenser e Marlowe. Sotto gli Stuart si espresse al meglio lo stesso Shakespeare, che parteggiò per la congiura del conte di Essex, protetto finalmente dal re. Il teatro era stato confinato da Elisabetta fuori città, mentre Giacomo I lo sostenne e lo protesse – e i ruoli femminili tornarono alle donne, anche se si facevano venire di Francia. Poterono liberamente esprimersi Francis Bacon, Donne, Robert Burton. E poi Milton, etc. Si dice che Shakespeare a un certo punto tacque per dispetto contro Giacomo I. Ma non sarà una cattiveria protestante? Nel 1602, un anno prima della morte di Elisabetta, non riusciva a pubblicare l’“Amleto”, e questo è un fatto.

Flaubertiano – Si dice della “parola giusta”, ma senza molto senso. La parola giusta non può essere anestetica, insignificante, e Flaubert lo sapeva, non è uno della École du regard. A lui piacevano le persone di carne e sangue, e le passioni. Sarebbero piaciute, ma non ha trovato la parola giusta – flaubertiano equivale poi a noioso, non lo diceva lui stesso che i grandi narratori si possono permettere di scrivere male, uno mediocre ha l'obbligo di scrivere bene.

Freud – È logicamente insufficiente: la sua fonte conoscitiva, Edipo e altri miti, è abborracciata e contraddittoria. È terapeuticamente, e anche esteticamente, pericoloso: umilia l’infanzia, la fase più segreta, poiché fisiologicamente si rimuove, ma più appassionante e vera della vita umana, rimodellandola sulla vita adulta, e impone la denuncia delle rimozioni. Impone cioè di giocare di furbizia con se stessi e con gli altri, o di accettarsi senza entusiasmo, o addirittura (ai più) di ferirsi. Meglio un bambino senza madre di uno con la madre? Che insensatezza!
È un ideologo (Thomas Szasz, Bachtin)? Ma non materialista, non critico.è un confusionario, che scrisse buoni racconti, ancorché autobiografici, visionari, un vero “pazzo”. Una specie di paleontologo del sesso vivente, dopo aver scoperto, nel 1900, che la donna ha una sessualità. Ha successo culturale perdurante perché avrebbe approfondito la psicologia. Ma è più articolata la psicologia nel mito greco, o nel romanzo-poema prefreudiano, che in Freud o in Jung. Che hanno sistematizzato la psicologia, ci hanno tentato. Non per primi e non da ultimi. Da accademici. Che però non erano – erano sostanzialmente autodidatti.

Genesi – Quante incongruenze non si risolverebbero se fosse derubricato da libro sacro! Che lo si prenda in senso letterale, allegorico, anagogico, eccetera, fa sorgere una serie di problemi insolubili: la creazione, il peccato, la donna. la famiglia.

Libri – Sono la cosa che con più fretta viene liquidata dagli eredi – queste eredità sono il mercato dell’usato-antiquario, molto vasto. Non è un fatto d’ingombro. Vengono tenuti mobili, che occupano più spazio, e perfino capi d’abbigliamento del tutto inutilizzabili. Si dice che fanno polvere. Ma tutto in casa fa polvere se non è accudito. Se conservato, anzi, il libro acquista col tempo anche valore, unitariamente più dei mobili e dell’arredamento, più dei francobolli. Ci se ne disfa perché sono l’anima del defunto, una sua presenza vivente? .

Media – Il linguaggio dei media, pubblicità e televisione, è conciso e esatto. È però grandiloquente: persuasivo e non argomentativo. Perché non è verbale.
La forza di questo linguaggio non è la parola, ma l’immagine (la scena, la posa, le luci, il montaggio) e la magisterialità (assertiveness, ripetitività, e autocompiacimento, o star system). Un linguaggio cioè che si vuole dichiaratamente falso.

Sciascia – Se ne celebra sempre il razionalismo. E lo si celebra come un dato siciliano, di una certa Sicilia, illuminista. Ma quello dei siciliani, soprattutto dei palermitani-agrigentini, della vecchia matrice fenicia, semita, non è razionalismo, è allucinazione razionalistica. Una cosa il cui connotato non è di essere produttiva, convincente, patrizia, ma una fuga senza limiti nell’analisi. Che è un mezzo di difesa, ma rende la coabitazione e la costruzione impossibile, avvelenata.

Scrivere – Scrivere per accumulo secondo Lessing, che critica Costantino Manasse e l’Ariosto, quando descrivono la bellezza di Alcinoo e di Elena, è come portare in coma alla montagna i materiali per una casa, che poi franeranno dall’altro lato.

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