astolfo
Assassini (Hashishin) - Hassan-i-Sabah era un giovane sciita persiano, nativo di Qom, uno dei primi centri della colonizzazione araba dell’Iran, bastione dello sciismo duodecimano, educato alla religione nella vicina Ray (Teheran). A 17 anni, nel 1071 dell’era cristiana, Hassan incontrò a Ray un maestro ismailita. Ne divenne amico con diffidenza, perché gli ismailiti “filosofeggiavano”, termine blasfemo per una persona pia, su Dio. Ma un anno dopo anch’egli era ismailita professo.
Hassan lasciò Ray, la famiglia e gli amici, tra i quali il poeta Omar Khayyam, e si recò in Egitto, sede della dinastia Fatimide che privilegiava gli ismailiti. Vi giunse nel 1078, vi restò tre anni, peregrinò per la Persia per altri nove, e nel 1090 si prese il castello di Alamut, nel massiccio montuoso degli Elburz che dominano il Caspio. “Il resto del suo tempo fino alla morte (nel 1124)”, ha scritto il cronista Rashid el Din, “lo passò nella sua dimora, occupato a leggere, a stendere sulla carta le parole della sua missione, a amministrare gli affari del suo regno, con una condotta di vita ascetica, sobria e pia”.
Potrebbe essere l’agiografia del perfetto re, saggio e previdente. E invece Hassan fu il creatore e il capo della setta degli Assassini, che per oltre un secolo e mezzo, fino a che Alamut non fu presa e distrutta dai Mongoli nel 1256, “mise d'accordo, con l'efficienza che lo distingueva, l'assassinio e le arti liberali” (Freya Stark), insanguinando l’Oriente islamico, e anche la cristianità. Nel 1158 un Assassino fu trovato nel campo di Federico Barbarossa che assediava Milano, assoldato evidentemente dai milanesi. Nel 1195 a Chinon gli invasori inglesi scovarono ben quindici Assassini, assoldati dal re di Francia per uccidere Riccardo Cuor di Leone. Sei anni prima, il 28 aprile 1192, due Assassini avevano ucciso a Tiro Corrado del Monferrato, re di Gerusalemme, mandati dallo stesso Riccardo. Alcuni dei successori di Hassan tentarono perfino una politica di alleanze. Tracce di missioni diplomatiche degli Hashishin sono rimaste in varie cancellerie europee.
Hassan è il famoso Veglio, Vecchio, della Montagna, la cui memoria nel 1273, ad avventura finita, elettrizzò Marco Polo in viaggio verso la Cina. Marco Polo racconta con meraviglia come il Veglio si portava in soggezione i giovani suoi futuri sicari. Li faceva trasportare addormentati in un giardino bello come il Paradiso terrestre. Quando poi ne aveva bisogno per un agguato li faceva trasportare, sempre addormentati, dentro il suo palazzo. E alle loro inevitabili lamentele sul Paradiso perduto, spiegava che la missione da intraprendere era la sola maniera per riguadagnarselo.
Il racconto di Marco Polo è contestato dagli storici, non solo islamici. Il termine hashishin è storico, ed è il nome arabo della setta Nizari dello sciismo ismailita. Sarebbe derivata però non dall'uso dell'hashish ma dal nome del capo, Hassan-i-Sabah. La setta Nizari, di cui Hassan fu a capo, nacque sotto la dinastia fatimide ismailita sulla successione del califfo Ma'ad el-Mustansir Billah. I Nizari si chiamarono el-Da'wa el-Jadida, il Nuovo Appello (alla conversioe), in opposizione al Vecchio Appello fatimide.
E tuttavia è certo che quella del Vecchio della Montagna fu una vera internazionale del terrore. Così come è certa la derivazione di "assassino" dal nome popolare dell setta. Nel Paradiso di Alamut i giovani si esercitavano a parlare il latino, il greco, le lingue romanze e l'arabo, a cambiare personalità, a volteggiare come acrobati, all’obbedienza assoluta. Marco Polo spiega che si seguivano già i criteri dei moderni servizi di spionaggio: ogni killer era messo alla prova, veniva eliminato se la missione falliva, ed era seguito e controllato segretamente da un’altra persona. Assoluta doveva essere anche la simulazione. Subito dopo la presa di Alamut, ha scritto Rashid el Din, Hassan-i-Sabah “ha posto i fondamenti dell’ordine dei fedain (i combattenti) nella sopraffazione e nella menzogna, nei preparativi ingannatori e nella dissimulazione perfida”. Non è necessario al terrore un progetto, né un ideale, la suggestione sì.
La setta degli ismailiti, residuale oggi in India, Pakistan, Iran e Zanzibar, è nota nelle fattezze paciose dell’Aga Khan, uomo d'affari. Ma l’Aga Khan è ricco per aver vinto nel 1866 presso l’Alta Corte di Bombay una causa che gli dà diritto alle decime imposte da Hassan, in quanto erede diretto del Gran Vecchio. I Fatimidi erano i discendenti di una famiglia persiana, stabilita in Palestina, che si era abilmente imposta scalzando la vera fede a favore di un sistema di iniziazione di cui essa era depositaria, e che si traduceva probabilmente in un’anticipazione del libero pensiero. Il radicalismo ismailita fu da essi patrocinato come grimaldello per affermare la tolleranza religiosa.
L'organizzazione del Gran Vecchio fu forse il modello dei Templari. Freya Stark, la viaggiatrice inglese che negli anni Venti scandagliò passo a passo la zona di Alamut, sostiene che “il raffronto tra le alte sfere delle due organizzazioni porta stranamente a un risultato identico”. Nell’Ottocento il conte di Gobineau ne ha fatto una forma di nazionalismo militante, che assimilava a quello dei carbonari italiani. Gobineau, per affermare la supremazia ariana, vedeva peraltro negli sciiti, e quindi negli ismailiti, un’organizzazione antisemita: una reazione dei persiani, indoeuropei, alla dominazione araba, e una sorta di esoterismo contrario al semitismo islamico.
Per un periodo il fattore religioso fu importante per gli Assassini. Le guerre di religione sono sopratutto feroci tra sette contigue, e gli uomini del Vecchio si eressero a difesa degli ismailiti contro le altre confessioni islamiche. “Versare il sangue di un eretico è più meritorio che uccidere settanta infedeli”, sostenne per un periodo un testo propagandistico. Ma la costanza non era una dote pregiata in Alamut.
Hassan e i Vecchi suoi successori sono scomparsi senza lasciare opere né memorie. Anche delle loro basi, una cinquantina di castelli nel periodo di massima espansione, non resta traccia. La loro storia, gonfia di brutti segni, premonizioni, angosciose aritmetiche, come in ogni moderna paura metropolitana, alimentata dalle voci e dall'insicurezza, si è dissolta. Nel Duecento le cronache arabe e persiane parlano degli Assassini come di sicari a pagamento. Il pagamento era anzi anticipato, come usa nella mafia: chi moriva lasciava guarnita la famiglia. “Lo perfido assassin” di Dante (“Inferno”, XIX) è, spiegherà un secolo dopo il commentatore Francesco da Buti, “colui che uccide altrui per denari”.
Australia - È il primo paese legalmente multiculturale. È la patria di persone che provengono da oltre 120 paesi. Due australiani sui cinque sono nati all'estero, o hanno almeno un genitore nato all'estero. Fino a circa cinquant’anni fa il ceppo anglo-celtico era dominante. Ora, degli australiani nati all’estero, più della metà proviene da paesi non anglosassoni.
Fino al secondo dopoguerra, in base alla politica dell’“Australia bianca”, varata dal governo federale nel 1901, i non europei erano rimasti praticamente esclusi dall’immigrazione. Negli anni Cinquanta e Sessanta questa politica fu gradualmente attenuata, e nel 1973 ufficialmente abolita. La politica immigratoria è aperta a persone che abbiano specializzazioni e qualifiche di cui ci sia richiesta, ai parenti stretti dei residenti, ai profughi. Nell’ultimo trentennio l'Australia ha accolto poco meno di un milione di profughi, quasi tutti provenienti dal Sud-Est asiatico. Il volto dell'Australia è così cambiato notevolmente. Anche perché il governo federale favorisce lo sviluppo di una società culturalmente diversificata. Gli immigrati e le loro famiglie sono stati incoraggiati a conservare la loro lingua e le loro tradizioni culturali.
Terrorismo - Da dove viene il terrorismo? La minaccia senza volto, espressione urbana, metropolitana, della paura, fatta di assassinii imprevisti, attacchi suicidi, incendi o bombe incontrollate? La teoria moderna vuole anche per il complotto la giusta causa: il terrorismo è allucinazione persecutoria provocata dal “potere reale”, che è “potere occulto”, e quindi “potere da abbattere”. La tendenza è a privilegiare l’eversione, ma la conclusione è una paranoia di secondo grado, benché politicamente qualificata. Nella teoria classica, invece, il terrore era non più né meno buono del potere da abbattere: una manifestazione di disordine, condotta con fredda determinatezza. Era una teoria meno democraticistica, ma non meno vera. Di cui fu caso ampiamente analizzato la setta degli Hashishin, i terroristi del Vecchio della Montagna, che molti ora assimilano a Osama bin Laden e Al Qaeda.
Unione Europea – Non ha nulla di Unione, poiché ognuno vi si fa gli affari suoi, e poco di europeo, se non i resti del sovietismo: molti regolamenti e molti sbadigli. A meno che per europeo non s’intendano i sussidi a un’agricoltura fantasticamente distruttiva, la protezione dei monopoli, dagli sbarramenti legali all’entrata alle frodi legalizzate, la cura degli interessi parassitari, delle banche in primo luogo. Questa Europa non progetta e non prepara il futuro, fa un po’ di polizia, a uso dei padroni.
astolfo@antiit.eu
sabato 6 febbraio 2010
Che tristezza l'uomo solo
Tradotto da Dario Villa con brio, e al cinema dallo stilista Tom Ford con eleganza, è (in originale e anche a una lettura meno svelta) un racconto degli anni bui di Isherwood, lo scrittore inglese, qui trapiantato in California, cui il lettore deve la sempre viva trilogia di Berlino degli anni folli. Dovrebbe essere un’elaborazione del lutto per la morte accidentale dell’amico, è la giornata senza storia di un single nei primi anni 1960, di scrittura cupa, tra materiali inerti, la scontata paranoia su Los Angeles, la mania di costruire, la bomba, i vicini di casa, i ragazzi in strada, l’omofobia, che non c’è, i colleghi all’università, gli studenti, gli amici, le bevute. L’autostrada è l'unica libertà dell'uomo solo. Col conseguente elogio a metà libro dell’american way of life, in tutte le altre pagine disprezzata.
È il racconto senza filo di una giornata senza filo. O se si vuole dei sessant’anni dell’autore, che si rigenera alla “democrazia fisica” della palestra – e poi s’innamorerà di nuovo, di Don Bachardy, proprio come uno dei “vecchietti” che nel libro immagina parcheggiati dai vigili nelle case di riposo, dove si sposano, “anche a ottanta, a novanta, a cento anni”. Pruriginoso, cinquant’anni fa, forse anche quando fu riproposto, nella stessa traduzione, da Guanda tren'tanni fa, ogginemmeno questo.
Christopher Isherwood, Un uomo solo, Adelphi, pp. 148, € 16
È il racconto senza filo di una giornata senza filo. O se si vuole dei sessant’anni dell’autore, che si rigenera alla “democrazia fisica” della palestra – e poi s’innamorerà di nuovo, di Don Bachardy, proprio come uno dei “vecchietti” che nel libro immagina parcheggiati dai vigili nelle case di riposo, dove si sposano, “anche a ottanta, a novanta, a cento anni”. Pruriginoso, cinquant’anni fa, forse anche quando fu riproposto, nella stessa traduzione, da Guanda tren'tanni fa, ogginemmeno questo.
Christopher Isherwood, Un uomo solo, Adelphi, pp. 148, € 16
venerdì 5 febbraio 2010
Voglia d'inflazione controllata - 2
Non c’è solo la Spagna dopo la Grecia. Tutti i trenta paesi più ricchi del mondo portano il debito tra questo e il prossimo anno sul 100 per cento del pil, l’Italia non è più sola. E non c’è solo il debito pubblico: la Spagna, che su questo fronte figura virtuosa, ha poi un debito privato enorme e inesigibile, che in un altro paese avrebbe già messo in crisi le banche. Il fatto è noto
(http://www.antiit.com/2009/12/la-spagna-e-piu-fallita-della-grecia.html
http://www.antiit.com/2009/06/riecco-la-spagna-spagnola.html), ed è stato denunciato già nel 2006, anche se finora si è preferito tacerlo: l’economia spagnola poggia sull’immobiliare, che da quattro anni è però ridotto a una partita di giro, giusto per non dichiarare fallimento, ma con costi alti sia per il sistema che per i ratios delle banche. L’esempio del Santander è quasi da farsa, della più grande banca iberica, che dichiara nove miliardi di utili, mentre ha crediti incagliati per un centinaio di miliardi. Il governo spagnolo, stretto fra l’euro e le banche, fa una scelta malthusiana, tagliando la spesa di 50 miliardi in tre anni, ed alzando l’età pensionabile a 67 anni. Per salvare il salvabile, cioè, taglia ogni possibilità di ripresa per molti anni a venire. Lasciando, col prolungamento della vita attiva, la disoccupazione ai suoi attuali livelli, che in Spagna sono del 22-23 per cento: niente occupazione nuova per un paio di generazioni.
Non c’è via d’uscita se non con una nuova filosofia del debito pubblico. Con un allentamento programmato, gestito, consapevole, del patto di stabilità. Tale cioè che non sia solo un tappabuchi, singole decisioni di singoli governi all’interno del sistema rigido, ma un’iniezione di flessibilità al sistema. In modo da innescare una ripresa: non si tratta di salvare il salvabile, c’è poco dal salvare volendo essere onesti, si tratta invece di rimettere il motore in funzione.
(http://www.antiit.com/2009/12/la-spagna-e-piu-fallita-della-grecia.html
http://www.antiit.com/2009/06/riecco-la-spagna-spagnola.html), ed è stato denunciato già nel 2006, anche se finora si è preferito tacerlo: l’economia spagnola poggia sull’immobiliare, che da quattro anni è però ridotto a una partita di giro, giusto per non dichiarare fallimento, ma con costi alti sia per il sistema che per i ratios delle banche. L’esempio del Santander è quasi da farsa, della più grande banca iberica, che dichiara nove miliardi di utili, mentre ha crediti incagliati per un centinaio di miliardi. Il governo spagnolo, stretto fra l’euro e le banche, fa una scelta malthusiana, tagliando la spesa di 50 miliardi in tre anni, ed alzando l’età pensionabile a 67 anni. Per salvare il salvabile, cioè, taglia ogni possibilità di ripresa per molti anni a venire. Lasciando, col prolungamento della vita attiva, la disoccupazione ai suoi attuali livelli, che in Spagna sono del 22-23 per cento: niente occupazione nuova per un paio di generazioni.
Non c’è via d’uscita se non con una nuova filosofia del debito pubblico. Con un allentamento programmato, gestito, consapevole, del patto di stabilità. Tale cioè che non sia solo un tappabuchi, singole decisioni di singoli governi all’interno del sistema rigido, ma un’iniezione di flessibilità al sistema. In modo da innescare una ripresa: non si tratta di salvare il salvabile, c’è poco dal salvare volendo essere onesti, si tratta invece di rimettere il motore in funzione.
Il fallimento sarebbe più sano
È stato un paradosso all’inizio, che il mercato si sia voluto far salvare dallo Stato, cioè dai contribuenti. Non la General Motors, che è, è stata, l'America, ma è stata lasciata alla procedurafallimentare. No, le banche. Alcune banche, Lehman Brothers e un centinaio di banche minori sono state lasciate al fallimento, senza danni. Una furbata, i salvataggi. Ma a un anno e mezzo sono un grosso macigno sulla strada della ripresa, in contrasto con la concorrenza, e cioè col mercato stesso. E non è un paradosso ma una tragedia, se ci fosse ancora il senso del tragico, che le rapine e gli errori delle banche privilegiate siano pagati dagli Stati, dalle popolazioni, dai poveri. Nel caso italiano la crisi viene addirittura giocata dalle banche contro la liquidità, sommergendo i risparmiatori di derivati sul debito pubblico, cioè di costose polizze su un titolo che è cento volte più solido delle banche che lo assicurano. Mentre in Spagna il Banco Santander può dichiarare profitti record e tacere che è sommerso da crediti inesigibili, un buon terzo dell’immobiliare spagnolo, esposto per 350 miliardi.
È dubbio che la camicia di forza dell’euro possa garantire un salvataggio. Anche se ne escono la Grecia, la Spagna e il Portogallo, si ragiona, il sistema può continuare a lavorare. E invece no. Nell’impossibilità di un allentamento della rigida politica monetaria e del debito europea, sarebbe opportuno che le banche che non ce la fanno, o i paesi che non riescono a pagare il debito, dichiarassero default. Sarebbe un terremoto per tutto il sistema finanziario, ma sarebbe anche un bubbone che scoppia senza infettare l’organismo. O comunque lasciando l’organismo libero di recuperare, una ricostruzione immaginabile dopo il sisma. Anche perché non c’è una vera protezione civile contro i disastri, non c’è una guida o un’idea per uscire dalla crisi, non è Obama, non è l’Unione europea. Più debito pubblico per un debito privato ingovernabile è un sisma distruttivo continuo, già a questi livelli il debito è un mostro divorante.
Il mondo creato dale banche
Il segno di questa crisi sarà che l'informazione è dominata dalle banche. Tuttora, dopo la crisi da esse provocata, l'informazione che è poi la realtà in cui viviamo. Nei giornali, con la occasionale eccezione del "Sole 24 Ore", nei telegiornali, nei commenti degli specialisti. Più di tutti nelle cosiddette bibbie degli affari, "Financial Times", "Economist", "Wall Street Journal" - gli stessi che grasiosamente pongono la virtuosa Italia tra i Pigs, che è un acronimo per Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, ma significa porci, i paesi che minacciano il mercato, paesi mediterranei, non la Gran Bretagna o gli Usa. Veramente, la I di quel "porci" dovrebbe stare per Irlanda, ma per non infierire ancora sugli irlandesi gli inglesi benevolenti ci hanno aggiunto l’Italia, Piigs - che poi torna Pigs senza l'Irlanda.
La verità è che lacrisi è gestita dalle banche, non è stata da esse soltanto provocata. Col mercato delle voci e dell'opinikne pubblica. Coi superprofitti che denunciano nel pieno della crisi. Con la feroce sopeculazione in atto, contro la Grecia. E poi contro la Spagna - o in alternativa contro Non molto più di un anno fa l'"Economist" promuoveva a pieni voti malgrado la crisi la Spagna, tanto più, scriveva, per il raffronto con l’Italia, “nella morsa di un declino senza rimorsi” (gli spagnoli erano anche più alti, avendo un cestista di m. 2,13...). Oggi il Bilbao e il Santander non fa più pubblicità?
Perché non è vero che gli spagnoli sono più alti degli italiani. Se dieci banche italiane, due o tre ministeri e sei o sette industrie ne comprassero venti pagine, l’"Economist" non avrebbe problemi a riconoscerlo: i “rapporti” dell’Economist si fanno in base al numero delle pagine pubblicitarie che vengono prenotate.
Tanto, Italia o Spagna, sempre paesi latini sono per Londra, buoni per scherzarci su. Non a torto, visto il credito che danno aalla perfida Albione. Tanta acribia si fa valere anche se l'ottimismo che si esibisce (il credito della Spagna, l'aumento di capitale Unicredit...) è quotidianamente svergognato.
Ma, non va riopetuto abbastanza, i giornali poi contano poco, in quanto sono lo specchio delle banche angloamericane. Sono loro che hanno prodotto la crisi, a loro vantaggio, e la alimentano ora con la speculazione distruttiva contro gli Stati. La politica è sempre relegata in un angolo, non solo in Italia, dall'ideologia non innocente dell'antipolitica, anzi da qualche tempo scopertamente truffaldina, il cui gioco sono le tre carte, nelle pause dell'abbattimento o indebolimento dei governi.
È dubbio che la camicia di forza dell’euro possa garantire un salvataggio. Anche se ne escono la Grecia, la Spagna e il Portogallo, si ragiona, il sistema può continuare a lavorare. E invece no. Nell’impossibilità di un allentamento della rigida politica monetaria e del debito europea, sarebbe opportuno che le banche che non ce la fanno, o i paesi che non riescono a pagare il debito, dichiarassero default. Sarebbe un terremoto per tutto il sistema finanziario, ma sarebbe anche un bubbone che scoppia senza infettare l’organismo. O comunque lasciando l’organismo libero di recuperare, una ricostruzione immaginabile dopo il sisma. Anche perché non c’è una vera protezione civile contro i disastri, non c’è una guida o un’idea per uscire dalla crisi, non è Obama, non è l’Unione europea. Più debito pubblico per un debito privato ingovernabile è un sisma distruttivo continuo, già a questi livelli il debito è un mostro divorante.
Il mondo creato dale banche
Il segno di questa crisi sarà che l'informazione è dominata dalle banche. Tuttora, dopo la crisi da esse provocata, l'informazione che è poi la realtà in cui viviamo. Nei giornali, con la occasionale eccezione del "Sole 24 Ore", nei telegiornali, nei commenti degli specialisti. Più di tutti nelle cosiddette bibbie degli affari, "Financial Times", "Economist", "Wall Street Journal" - gli stessi che grasiosamente pongono la virtuosa Italia tra i Pigs, che è un acronimo per Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, ma significa porci, i paesi che minacciano il mercato, paesi mediterranei, non la Gran Bretagna o gli Usa. Veramente, la I di quel "porci" dovrebbe stare per Irlanda, ma per non infierire ancora sugli irlandesi gli inglesi benevolenti ci hanno aggiunto l’Italia, Piigs - che poi torna Pigs senza l'Irlanda.
La verità è che lacrisi è gestita dalle banche, non è stata da esse soltanto provocata. Col mercato delle voci e dell'opinikne pubblica. Coi superprofitti che denunciano nel pieno della crisi. Con la feroce sopeculazione in atto, contro la Grecia. E poi contro la Spagna - o in alternativa contro Non molto più di un anno fa l'"Economist" promuoveva a pieni voti malgrado la crisi la Spagna, tanto più, scriveva, per il raffronto con l’Italia, “nella morsa di un declino senza rimorsi” (gli spagnoli erano anche più alti, avendo un cestista di m. 2,13...). Oggi il Bilbao e il Santander non fa più pubblicità?
Perché non è vero che gli spagnoli sono più alti degli italiani. Se dieci banche italiane, due o tre ministeri e sei o sette industrie ne comprassero venti pagine, l’"Economist" non avrebbe problemi a riconoscerlo: i “rapporti” dell’Economist si fanno in base al numero delle pagine pubblicitarie che vengono prenotate.
Tanto, Italia o Spagna, sempre paesi latini sono per Londra, buoni per scherzarci su. Non a torto, visto il credito che danno aalla perfida Albione. Tanta acribia si fa valere anche se l'ottimismo che si esibisce (il credito della Spagna, l'aumento di capitale Unicredit...) è quotidianamente svergognato.
Ma, non va riopetuto abbastanza, i giornali poi contano poco, in quanto sono lo specchio delle banche angloamericane. Sono loro che hanno prodotto la crisi, a loro vantaggio, e la alimentano ora con la speculazione distruttiva contro gli Stati. La politica è sempre relegata in un angolo, non solo in Italia, dall'ideologia non innocente dell'antipolitica, anzi da qualche tempo scopertamente truffaldina, il cui gioco sono le tre carte, nelle pause dell'abbattimento o indebolimento dei governi.
Ombre - 41
Massimo Ciancimino non si pente perché è in attesa di rientrare nell'immenso patrimonio paterno, tutto mafioso, quando fra pochi mesi avrà finito la condanna in cui è incappato con i suo commercialisti. Ma si diverte a fare il pentito, contro i carabinieri, contro ex gentiluomini Dc, e contro Berlusconi e Dell'Utri. Nei tribunali, nei migliori giornali, e alla Rai. E' la terza via dell'antimafia, tra i pentiti pensionati e i mafiosi confiscati: non pentirsi ma professare "profonda fiducia" nei giudici. Avremo anche i "giudici della mafia", oltre che l'immondo raiume.
Massimo Ciancimino, il mafioso playboy, è esibito in tribunale mentre si fanno gli arresti che per decenni sono stati omessi. E si confiscano - non più si sequestrano, lasciandoli in gestione ai criminali, si confiscano definitivamente - parimoni miliardari, in euro. Il problema è che con i giudici palermitani che lo esibiscono ci ritroveremo per l'ternità, all'inferno.
Tito Boeri riprende su “Repubblica” la questione della criminalità dei clandestini. Per negarla. Ma lo fa con calcoli, deduzioni, note, dottrina. Per concludere che sono le leggi contro la clandestinità a incrementare i delitti fra i clandestini. Non gli schiavisti, nei paesi d’origine e in Italia, i cravattari dell’emigrazione. Che spesso sono gli stessi che controllano la droga, la prostituzione, e i vu’ cumpra’.
Non faceva prima a dire “Berlusconi cornuto”?
Il dottor Oscar Magi si dice sopraffatto dalla “fatica morale” impostagli dalla Corte Costituzionale. Che sul sequestro del mullah Omar ha determinato “una possibile eccezione assoluta e incontrollabile allo Stato di diritto”, scrive. Lo scrive un giudice, non Berlusconi. In una sentenza. Sembra di sognare: la Corte costituzionale fa commettere un crimine, a un giudice.
Il dottore è milanese, come Berlusconi, “figlio di magistrato e fratello di magistrato” informa pietoso il “Corriere della sera” (ma non sarebbe un’aggravante?), e si spiega, la Corte costituzionale sta a Roma. L’affranto giudice era il gip dell’“epoca eroica” di Mani Pulite, che tutti mannava ar gabbio, uno di mano lesta, e non si capacita che la Corte costituzionale abbia tenuto fuori dal suo processo i servizi segreti italiani. Mentre elogia i pubblici ministeri Spataro e Pomarici che gli hanno portato “prove certe”. Di che? Ma qui si capisce il perché: la giustizia a Milano la fa la Procura. Anche se non si sa perché.
Sei pagine del giornale sono prese dai giudici: ancora lo sciopero, Massimo Ciancimino, il dottor Magi. E una sensazione di sconforto: dei goliardi in toga, quasi tutti vecchietti, il figlio non pentito di un boss cattivissimo che accusa mezza Italia, creduto, senza mai alcuna prova, un giudice “figlio di magistrato, fratello di magistrato” che accusa d’illegalità la Corte costituzionale.
“The Hurt Locker”, film americano sulla guerra in Iraq, prenderà nove Oscar, o poco meno. Lo stesso film, proiettato al festival di Venezia, non ebbe nessun riconoscimento. Perché miglior attore a Venezia era Mickey Rourke per il film “The Wrestler”. Ma il riconoscimento doveva andare a Silvio Orlando, e “The Wrestler”, un mediocre polpettone sull’atleta suonato, ebbe il Leone d’oro – con gran dispetto dello stesso Rourke, peraltro. Nell’era dell’antipolitica, anche il premio a un attore è in Italia politico: di destra o di sinistra?
Il “Corriere della sera”, che ha “montato” D’Addario, svicola con cronachette di riporto. “Repubblica” e “Il Fatto” invece confermano, con i propri inviati: a Bari si indaga per sapere chi dà le informazioni ai giornali, chi è Tarantini, dove prende i soldi che non ha, e chi è il suo casino viaggiante. Facendo naturalmente finta di bacchettare “Panorama”, il settimanale di Berlusconi che ha rivelato l’indagine. È una bella concorrenza. A sinistra.
Marco Tronchetti Provera non è mai entrato nell’inchiesta sulle intercettazioni che faceva fare. La sua Pirelli e la sua ex Telecom Italia pagano i danni agli spiati, i ministeri di riferimento e 1.600 dipendenti, e questo basta alla Procura di Milano.
Ci sono milanesi e milanesi: se Berlusconi avesse fatto spiare un solo dipendente, per non dire dei ministeri, avrebbero chiesto l’ergastolo. È evidente che la giustizia a Milano si fa in Procura. Ma non si capisce perché. Cioè si capisce: dove tutto è marcio la concorrenza la decide la Procura.
La protesta dei giudici contro il governo è ridicola. Per l’età, le toghe rosse, le Costituzioni in mano, le entrate e le uscite. Ma nessuno lo scrive. Carità di patria? Paura?
Monsignor Crociata, nomen omen dei vescovi, tuona contro “l’irragionevole equiparazione tra immigrazione e criminalità”. Che nessuno pone. Il vescovo vuole criticare Berlusconi, prosit. Ma il problema che si pone è l’immigrazione clandestina. Che è un delitto in sé, anche senza il reato di clandestinità: è lo schiavismo contemporaneo. Perché i vescovi italiani la difendono?
“Sono come Garabombo”, dice Veltroni, e dice tutto. Garabombo è il leader invisibile dei campesinos di Manuel Scorza contro i latifondisti. Veltroni si vede invisibile in Sud America, come la revoluciòn. Allo stesso modo ha scambiato l’Africa con il suo turismo solidaristico. È un tardo terzomondista, ell’età della globalizzazione. Forse è solo ritardato.
Dopo che Mediaset ha infine sollevato “El Paìs” dal fardello della tv, con la sua montagna di debiti, Berlusconi non fa più notizia per il giornale spagnolo. Ne era una vedette, ogni giorno in berlina per un qualche motivo, è letteralmente scomparso.
L’Italia non fa notizia, la Spagna ha altro di cui parlare. La disoccupazione è al 20e passa per cento, le banche potrebbero – dovrebbero - fallire. Ma sono argomenti che la Spagna aveva anche un anno fa. Mentre “El Paìs” era riuscito a portare la non notizia Italia in prima pagina, un giorno sì e l’altro pure, grande giornalismo.
A “Repubblica” scrivono spesso insegnanti. Per lamentare le carenze dei governi Berlusconi, ma anche della scuola. Criticano la ministra Gelmini, e criticano anche l’indolenza e l’ignoranza dei ragazzi, in storia, geografia e in italiano scritto. Vantando implicitamente la propria impegnata preoccupazione, dannando l’altrui insufficienza. Malinconica dissociazione. Tanto più fra gli educatori: la scuola non serve a insegnare?
L'ex sindaco di Bologna Cofferati dice che a Bologna il malaffare è diffuso. Viene dismesso come un invidioso e un fallito, lui che ha riconquistato Bologna alla sinistra ed è stato per un decennio a capo della Cgil. Viene dismesso da sinistra. Non è - era - Bologna il laboratori di Prodi, della nuova Italia?
Massimo Ciancimino, il mafioso playboy, è esibito in tribunale mentre si fanno gli arresti che per decenni sono stati omessi. E si confiscano - non più si sequestrano, lasciandoli in gestione ai criminali, si confiscano definitivamente - parimoni miliardari, in euro. Il problema è che con i giudici palermitani che lo esibiscono ci ritroveremo per l'ternità, all'inferno.
Tito Boeri riprende su “Repubblica” la questione della criminalità dei clandestini. Per negarla. Ma lo fa con calcoli, deduzioni, note, dottrina. Per concludere che sono le leggi contro la clandestinità a incrementare i delitti fra i clandestini. Non gli schiavisti, nei paesi d’origine e in Italia, i cravattari dell’emigrazione. Che spesso sono gli stessi che controllano la droga, la prostituzione, e i vu’ cumpra’.
Non faceva prima a dire “Berlusconi cornuto”?
Il dottor Oscar Magi si dice sopraffatto dalla “fatica morale” impostagli dalla Corte Costituzionale. Che sul sequestro del mullah Omar ha determinato “una possibile eccezione assoluta e incontrollabile allo Stato di diritto”, scrive. Lo scrive un giudice, non Berlusconi. In una sentenza. Sembra di sognare: la Corte costituzionale fa commettere un crimine, a un giudice.
Il dottore è milanese, come Berlusconi, “figlio di magistrato e fratello di magistrato” informa pietoso il “Corriere della sera” (ma non sarebbe un’aggravante?), e si spiega, la Corte costituzionale sta a Roma. L’affranto giudice era il gip dell’“epoca eroica” di Mani Pulite, che tutti mannava ar gabbio, uno di mano lesta, e non si capacita che la Corte costituzionale abbia tenuto fuori dal suo processo i servizi segreti italiani. Mentre elogia i pubblici ministeri Spataro e Pomarici che gli hanno portato “prove certe”. Di che? Ma qui si capisce il perché: la giustizia a Milano la fa la Procura. Anche se non si sa perché.
Sei pagine del giornale sono prese dai giudici: ancora lo sciopero, Massimo Ciancimino, il dottor Magi. E una sensazione di sconforto: dei goliardi in toga, quasi tutti vecchietti, il figlio non pentito di un boss cattivissimo che accusa mezza Italia, creduto, senza mai alcuna prova, un giudice “figlio di magistrato, fratello di magistrato” che accusa d’illegalità la Corte costituzionale.
“The Hurt Locker”, film americano sulla guerra in Iraq, prenderà nove Oscar, o poco meno. Lo stesso film, proiettato al festival di Venezia, non ebbe nessun riconoscimento. Perché miglior attore a Venezia era Mickey Rourke per il film “The Wrestler”. Ma il riconoscimento doveva andare a Silvio Orlando, e “The Wrestler”, un mediocre polpettone sull’atleta suonato, ebbe il Leone d’oro – con gran dispetto dello stesso Rourke, peraltro. Nell’era dell’antipolitica, anche il premio a un attore è in Italia politico: di destra o di sinistra?
Il “Corriere della sera”, che ha “montato” D’Addario, svicola con cronachette di riporto. “Repubblica” e “Il Fatto” invece confermano, con i propri inviati: a Bari si indaga per sapere chi dà le informazioni ai giornali, chi è Tarantini, dove prende i soldi che non ha, e chi è il suo casino viaggiante. Facendo naturalmente finta di bacchettare “Panorama”, il settimanale di Berlusconi che ha rivelato l’indagine. È una bella concorrenza. A sinistra.
Marco Tronchetti Provera non è mai entrato nell’inchiesta sulle intercettazioni che faceva fare. La sua Pirelli e la sua ex Telecom Italia pagano i danni agli spiati, i ministeri di riferimento e 1.600 dipendenti, e questo basta alla Procura di Milano.
Ci sono milanesi e milanesi: se Berlusconi avesse fatto spiare un solo dipendente, per non dire dei ministeri, avrebbero chiesto l’ergastolo. È evidente che la giustizia a Milano si fa in Procura. Ma non si capisce perché. Cioè si capisce: dove tutto è marcio la concorrenza la decide la Procura.
La protesta dei giudici contro il governo è ridicola. Per l’età, le toghe rosse, le Costituzioni in mano, le entrate e le uscite. Ma nessuno lo scrive. Carità di patria? Paura?
Monsignor Crociata, nomen omen dei vescovi, tuona contro “l’irragionevole equiparazione tra immigrazione e criminalità”. Che nessuno pone. Il vescovo vuole criticare Berlusconi, prosit. Ma il problema che si pone è l’immigrazione clandestina. Che è un delitto in sé, anche senza il reato di clandestinità: è lo schiavismo contemporaneo. Perché i vescovi italiani la difendono?
“Sono come Garabombo”, dice Veltroni, e dice tutto. Garabombo è il leader invisibile dei campesinos di Manuel Scorza contro i latifondisti. Veltroni si vede invisibile in Sud America, come la revoluciòn. Allo stesso modo ha scambiato l’Africa con il suo turismo solidaristico. È un tardo terzomondista, ell’età della globalizzazione. Forse è solo ritardato.
Dopo che Mediaset ha infine sollevato “El Paìs” dal fardello della tv, con la sua montagna di debiti, Berlusconi non fa più notizia per il giornale spagnolo. Ne era una vedette, ogni giorno in berlina per un qualche motivo, è letteralmente scomparso.
L’Italia non fa notizia, la Spagna ha altro di cui parlare. La disoccupazione è al 20e passa per cento, le banche potrebbero – dovrebbero - fallire. Ma sono argomenti che la Spagna aveva anche un anno fa. Mentre “El Paìs” era riuscito a portare la non notizia Italia in prima pagina, un giorno sì e l’altro pure, grande giornalismo.
A “Repubblica” scrivono spesso insegnanti. Per lamentare le carenze dei governi Berlusconi, ma anche della scuola. Criticano la ministra Gelmini, e criticano anche l’indolenza e l’ignoranza dei ragazzi, in storia, geografia e in italiano scritto. Vantando implicitamente la propria impegnata preoccupazione, dannando l’altrui insufficienza. Malinconica dissociazione. Tanto più fra gli educatori: la scuola non serve a insegnare?
L'ex sindaco di Bologna Cofferati dice che a Bologna il malaffare è diffuso. Viene dismesso come un invidioso e un fallito, lui che ha riconquistato Bologna alla sinistra ed è stato per un decennio a capo della Cgil. Viene dismesso da sinistra. Non è - era - Bologna il laboratori di Prodi, della nuova Italia?
giovedì 4 febbraio 2010
Se la giustizia distrugge i buoni
Feroce film sull’ingiustizia della giustizia (per Goffredo Fofi "una storia d'amore come non se ne sanno più raccontare"...). Un bravo poliziotto, indebolito dalle vicende personali, della figlia e la moglie perdute in un incidente stradale, mentre lui faceva l'amore con una collega, è fatto fuori da una polizia feroce. La polizia protegge i corrotti, gli spacciatori e gli assassini violentatori seriali per sue superiori ragioni. Mentre tutte le cure la stessa polizia e la società dispiegano, con giudici, carcerieri e psichiatri, per riconoscere buona condotta e amor di Dio al più feroce degli assassini stupratori e torturatori, una sorta di Concutelli, e dargli la libertà, il giorno dopo il suo ennesimo assassinio, commesso in prigione. Nella freddissima Marsiglia. È un film reazionario? È la reazione la resistenza della buona coscienza?
Olivier Marchal, L’ultima missione
Olivier Marchal, L’ultima missione
L'India subalterna è ancora da scoprire
Tre saggi di Ranajit Guha, di cui uno ampio, “La prosa della contro-insurrezione”, con un intervento critico di Gayatri Chakravorty Spivak (già tradotto nel 1995 in “Altre storie. La critica femminista della storia”, a cura di Paola Di Cori), e un’introduzione di Edward Said, non fermano la rapida obsolescenza della raccolta e dei Subaltern Studies. Una metodologia e un gruppo di storici indiani degli anni 1980, che rilessero la storia dell’India dal punto di vista della “subalternità”, un concetto accennato da Gramsci nelle “Note sulla storia d’Italia”. Un concetto che poteva – potrà – essere fertile, ma è stato ridotto a uno dei tanti circoli viziosi dell’ex terzomondismo, il dominio, le élites, e appunto il neo colonialismo.
Partendo dal concetto di egemonia moderata dominante e subalternità nel periodo risorgimentale, che è solo ovvio, Gramsci lo ha arricchito col riconoscimento della capacità di dominio culturale e politico dimostrata da Cavour e dai moderati. Che anch’esso è ovvio ma è l’inizio della semantica del dominio, del fatto che il padrone ha e dà le parole. Di questo i Subaltern Studies hanno preso negli anni 1980, via Edward Said, con gli attrezzi della semiologia francese del potere, Foucault, Derrida e Barthes, conoscenza e possesso solo per la prima parte, che il padrone vince sempre, anche perché racconta la storia. Con la coscienza maliziosa, da parte di Spivak: “Io scrivo, naturalmente, all’interno di un luogo nel quale si lavora per la produzione ideologica del neo colonialismo anche se sotto l’influenza di pensatori come Foucault”. Mentre Guha giunge alla conclusione che “la storiografia svela la propria natura di conoscenza colonialista”. Ma nel colonialismo tutto è colonialista, non lo dice la retorica stessa? Spivak, alla fine, si dà il compito di “mostrare le complicità tra il soggetto e l’oggetto della ricerca – tra il gruppo dei Subaltern Studies e la subalternità”. È una buona cosa?
Di questa storia rimane poco (il ruolo della religione, la comunicazione orale) o nulla: nulla di più sulla storia dell’India, a parte l’adattamento della retorica francese, qui chiamata anti-umanesimo, ai tradizionali criteri storiografici. Resta inalterata l’esigenza di Gramsci: “Le classi inferiori” deovono “conquistare l’autocoscienza attraverso una serie di negazioni”. La destrutturazione e il sospetto non sono novità, e se usate esclusivamente non sono buona cosa. Tutto poteva essere successo nelle cantine o fra i dottorandi della Sorbona che assimilano i loro maestri. Il solo merito del saggio centrale (anch’esso ferocemente formalistico: si articola su eventi storici arcani, senza una nota esplicativa) è di sottolineare, involontariamente, l’inutilità della linguistica.
L’analisi di come opera la dipendenza nella mentalità e la cultura, o anche soltanto nei consumi, alimentari, tessili, negli stili di vita e il linguaggio, resta da fare. Di come la subalternità è introiettata, la dipendenza che non è più imperiale e obbligata ma ricercata e comportamentale. In tutto il Sud, da Latina, o Frosinone, a Capo Dondra e Bali. La subalternità, già in Gramsci, è l’introiezione della dipendenza.
R. Guha, G.C.Spivak, Subaltern Studies, Ombre Corte, pp. 144, €12,50
Partendo dal concetto di egemonia moderata dominante e subalternità nel periodo risorgimentale, che è solo ovvio, Gramsci lo ha arricchito col riconoscimento della capacità di dominio culturale e politico dimostrata da Cavour e dai moderati. Che anch’esso è ovvio ma è l’inizio della semantica del dominio, del fatto che il padrone ha e dà le parole. Di questo i Subaltern Studies hanno preso negli anni 1980, via Edward Said, con gli attrezzi della semiologia francese del potere, Foucault, Derrida e Barthes, conoscenza e possesso solo per la prima parte, che il padrone vince sempre, anche perché racconta la storia. Con la coscienza maliziosa, da parte di Spivak: “Io scrivo, naturalmente, all’interno di un luogo nel quale si lavora per la produzione ideologica del neo colonialismo anche se sotto l’influenza di pensatori come Foucault”. Mentre Guha giunge alla conclusione che “la storiografia svela la propria natura di conoscenza colonialista”. Ma nel colonialismo tutto è colonialista, non lo dice la retorica stessa? Spivak, alla fine, si dà il compito di “mostrare le complicità tra il soggetto e l’oggetto della ricerca – tra il gruppo dei Subaltern Studies e la subalternità”. È una buona cosa?
Di questa storia rimane poco (il ruolo della religione, la comunicazione orale) o nulla: nulla di più sulla storia dell’India, a parte l’adattamento della retorica francese, qui chiamata anti-umanesimo, ai tradizionali criteri storiografici. Resta inalterata l’esigenza di Gramsci: “Le classi inferiori” deovono “conquistare l’autocoscienza attraverso una serie di negazioni”. La destrutturazione e il sospetto non sono novità, e se usate esclusivamente non sono buona cosa. Tutto poteva essere successo nelle cantine o fra i dottorandi della Sorbona che assimilano i loro maestri. Il solo merito del saggio centrale (anch’esso ferocemente formalistico: si articola su eventi storici arcani, senza una nota esplicativa) è di sottolineare, involontariamente, l’inutilità della linguistica.
L’analisi di come opera la dipendenza nella mentalità e la cultura, o anche soltanto nei consumi, alimentari, tessili, negli stili di vita e il linguaggio, resta da fare. Di come la subalternità è introiettata, la dipendenza che non è più imperiale e obbligata ma ricercata e comportamentale. In tutto il Sud, da Latina, o Frosinone, a Capo Dondra e Bali. La subalternità, già in Gramsci, è l’introiezione della dipendenza.
R. Guha, G.C.Spivak, Subaltern Studies, Ombre Corte, pp. 144, €12,50
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (53)
Giuseppe Leuzzi
Enzo Scotti, sottosegretario agli Esteri, presiede il Comitato dei ministri per il Mezzogiorno. Che infatti non esiste.
Una giovane insegnante molisana, giovane di trentatrè anni, gli anni di Cristo, supplente per i ripetenti di matematica a Monza in una scuola superiore, viene condannata quattro anni fa a due anni e rotti di carcere per atti osceni nei confronti di minori, cinque studenti a cui dava ripetizioni essendo stati trovati in abbigliamento discinto in sua presenza. I ragazzi non la accusano, ma il giudice di Monza la condanna. Inflessibile come i genitori di Monza: l’insegnante è un’incapace e ha un pesante accento meridionale. Ora l’insegnante è riconosciuta vittima dei cinque ripetenti, dopo aver passato quattro anni nella vergogna, e ormai, a 37 anni, fuori dal ogni lavoro.
Si sa nell’occasione che la supplente era stata pagata dalla scuole 447 euro. E questa è un’altra storia: emigrare da Isernia a Monza per “fare il professore”, per 447 euro.
Monza si è anche scoperta la capitale del consumo individuale di cocaina, la città dei bulli ripetenti che è stata e si vuole anche la più bacchettona d’Italia.
L’odio-di-sé-meridionale
Alla seguitissima trasmissione a premi “L’eredità”, Paolo Conti chiede a una concorrente veneta, una signora che si diletta di cucina: “In un ristorante calabrese le propongono «pipi arrustuti». Cosa sono?” La signora tituba. Infine, sbagliandosi nel pronunciare “arrustuti”, dice infatti “arrostiti”, opina trionfante per la terza di una quadruplice risposta plurima: peperoni arrostiti. Il conduttore ha in studio una bella ragazza che si è qualificata per calabrese, e le chiede se lei aveva avuto dubbi. “Oh sì”, risponde la velina, “io sono della Calabria superiore”. Che non si sa cosa sia e non c’entra nulla: le risposte alternative erano “spinaci”, “lumache”, “patate”.
Pipi e pepe, arrustuti e arrostiti, non basta avere un dialetto neo latino come il calabrese, un italiano dialettizzato, per essere buoni italiani. Specie con i calabresi, il rifiuto è pregiudiziale.
“La Stampa” trova a Rosarno, dove manda un inviato occasionale, che gli agrumi si “producono” per l’Unione europea, per incassare i contributi europei: “Ne raccoglievamo cento quintali e ne dichiaravamo cinquecento”. Sono i dati che il locale uomo del partito, o del sindacato, ha fornito. all’inviato. Che sono quelli di tutta l’Italia agricola, del latte, del grano, del bestiame, eccetera, ma a Rosarno sono illegali.
L’informatore è credibile, l’inviato non dubita, parla male del Sud. Leggere per credere: “Due anni fa sono cambiate le regole. Oggi i rimborsi arrivano a forfait: 1.500 euro a ettaro, a prescindere dalla produzione”. E Rosarno, “che fino a due anni fa aveva bisogno nei campi di 1.800 immigrati, oggi ne richiede solo alcune centinaia”. Ma come, prima i raccolti non erano inventati?
E i clandestini? “Bulgari e rumeni sono più appetibili degli africani: se li assumi in nero, rischi multe più lievi”. Ma a Rosarno è razzismo, sottintende l’informatore democratico.
“«Le altre questioni nazionali, laici e cattolici, liberali e socialisti, sono parole. Il problema vero insorto con l’unità è l’occupazione del Sud»”, dice un personaggio del romanzo di Astolfo, “Non c’è anarchico felice” (Lampi di stampa, pp. 676, € 21). Ma è un problema, dice ancora, “non grave, non più: «La questione meridionale è stata divisata per opprimere i meridionali, facendoli briganti, sfaticati, ladri, omertosi, che i carabinieri possano bastonare impuni. Tutte cose che loro adesso sono, dopo un secolo di propaganda, e così l’Italia tutta non ha un futuro, per la corruzione che la divora, a Sud e a Nord»”. Con una imprecisione, ma è vero. Non è vero che la corruzione del Sud abbia infettato il Nord, è impossibile, il Sud non ha di suo nemmeno i microbi. Mentre è incontestato che la questione meridionale è stata creata dal Risorgimento, a opera di meridionali, è vero.
La storia del Sud è ancora da scrivere. Alcuni domini mancano del tutto, con le loro culture, i linguaggi, le mentalità, e le persistenze delle culture: i micenei, i bizantini, i saraceni, gli albanesi, e la stessa Magna Grecia che è tutta da riscrivere, la religione, i linguaggi, dal dorico in poi, gli statuti giuridici, gli assetti padronali, i traffici e i legami, mediterranei ed extra. Anche dove è scritta, magari a profusione, solo pallido riflesso, stitico, incomprensibile, di logiche e realtà diverse. Remote, seppure dominanti. A opera spesso di sociologi e storici meridionali, perché no, che come tutti i servi s’impiccano all’albero del padrone – la corruzione dell’intelligenza è il primo delitto del colonialismo. E insignificanti malgrado il dominio, da qui la loro inefficacia, che è la prima causa del perdurante ritardo: l’unità dei carabinieri è come il cavallante che si limiti a strattonare la bestia, il cavallo non berrà, anche se ha sete.
La storia di chi non ha storia non è vuota. È piena di quello che ci mette chi lo priva di storia – poiché questa è un’operazione attiva, non si dà popolo senza storia, ma sì con lo svuotamento di essa. Nel quale, se si hanno dubbi o si scoprono tracce, si annaspa, tra echi, rimandi, omissioni, ellissi, eccezioni, pezzi di un puzzle impossibile da ricomporre. S’incorre in Barlaam da Seminara studiando Petrarca a fondo, nelle lettere, le confidenze, la vexata quaestio se e come conosceva Platone. Si scopre il reggimento calabrese nelle truppe inglesi antinapoleoniche studiando le collezioni di uniformi militari dell’epoca. L’analisi di come opera la dipendenza nella mentalità e la cultura, o anche soltanto nei consumi, alimentari, tessili, negli stili di vita e il linguaggio, resta da fare. Di come la subalternità è introiettata, la dipendenza che non è più imperiale e obbligata ma ricercata e comportamentale.
Riprendersi la storia sarebbe stato il primo impulso di una mentalità sana, non adulterata cioè dal dominio. E resta la chiave di ogni liberazione. Non la rivolta, non il rifiuto. L’antistoria o la controstoria, quale usava nel controinformazione, fornisce degli utensili, ma non il presupposto: per liberarsi è necessario non avere complessi d’inferiorità, né sudditanze, e nemmeno rifiuti. È necessario essere contro, ma con giudizio. In tutto il Sud, da Latina, o Frosinone, a Capo Dondra e Bali. La subalternità, già in Gramsci, è l’introiezione della dipendenza.
Pizzo
È una manifestazione del potere, non un assetto o una tara sociale. È sovrimposto alla società, in tutte le sue forme, non ne è espressione.
È il termometro della degradazione del potere. È anche una concezione di vita – è la base di una delle forme dello Stato secondo Max Weber, lo stato patrimoniale. Ma è anche un segnale della morbilità di un sistema di potere, da quello religioso a quello del lager.
Enzo Scotti, sottosegretario agli Esteri, presiede il Comitato dei ministri per il Mezzogiorno. Che infatti non esiste.
Una giovane insegnante molisana, giovane di trentatrè anni, gli anni di Cristo, supplente per i ripetenti di matematica a Monza in una scuola superiore, viene condannata quattro anni fa a due anni e rotti di carcere per atti osceni nei confronti di minori, cinque studenti a cui dava ripetizioni essendo stati trovati in abbigliamento discinto in sua presenza. I ragazzi non la accusano, ma il giudice di Monza la condanna. Inflessibile come i genitori di Monza: l’insegnante è un’incapace e ha un pesante accento meridionale. Ora l’insegnante è riconosciuta vittima dei cinque ripetenti, dopo aver passato quattro anni nella vergogna, e ormai, a 37 anni, fuori dal ogni lavoro.
Si sa nell’occasione che la supplente era stata pagata dalla scuole 447 euro. E questa è un’altra storia: emigrare da Isernia a Monza per “fare il professore”, per 447 euro.
Monza si è anche scoperta la capitale del consumo individuale di cocaina, la città dei bulli ripetenti che è stata e si vuole anche la più bacchettona d’Italia.
L’odio-di-sé-meridionale
Alla seguitissima trasmissione a premi “L’eredità”, Paolo Conti chiede a una concorrente veneta, una signora che si diletta di cucina: “In un ristorante calabrese le propongono «pipi arrustuti». Cosa sono?” La signora tituba. Infine, sbagliandosi nel pronunciare “arrustuti”, dice infatti “arrostiti”, opina trionfante per la terza di una quadruplice risposta plurima: peperoni arrostiti. Il conduttore ha in studio una bella ragazza che si è qualificata per calabrese, e le chiede se lei aveva avuto dubbi. “Oh sì”, risponde la velina, “io sono della Calabria superiore”. Che non si sa cosa sia e non c’entra nulla: le risposte alternative erano “spinaci”, “lumache”, “patate”.
Pipi e pepe, arrustuti e arrostiti, non basta avere un dialetto neo latino come il calabrese, un italiano dialettizzato, per essere buoni italiani. Specie con i calabresi, il rifiuto è pregiudiziale.
“La Stampa” trova a Rosarno, dove manda un inviato occasionale, che gli agrumi si “producono” per l’Unione europea, per incassare i contributi europei: “Ne raccoglievamo cento quintali e ne dichiaravamo cinquecento”. Sono i dati che il locale uomo del partito, o del sindacato, ha fornito. all’inviato. Che sono quelli di tutta l’Italia agricola, del latte, del grano, del bestiame, eccetera, ma a Rosarno sono illegali.
L’informatore è credibile, l’inviato non dubita, parla male del Sud. Leggere per credere: “Due anni fa sono cambiate le regole. Oggi i rimborsi arrivano a forfait: 1.500 euro a ettaro, a prescindere dalla produzione”. E Rosarno, “che fino a due anni fa aveva bisogno nei campi di 1.800 immigrati, oggi ne richiede solo alcune centinaia”. Ma come, prima i raccolti non erano inventati?
E i clandestini? “Bulgari e rumeni sono più appetibili degli africani: se li assumi in nero, rischi multe più lievi”. Ma a Rosarno è razzismo, sottintende l’informatore democratico.
“«Le altre questioni nazionali, laici e cattolici, liberali e socialisti, sono parole. Il problema vero insorto con l’unità è l’occupazione del Sud»”, dice un personaggio del romanzo di Astolfo, “Non c’è anarchico felice” (Lampi di stampa, pp. 676, € 21). Ma è un problema, dice ancora, “non grave, non più: «La questione meridionale è stata divisata per opprimere i meridionali, facendoli briganti, sfaticati, ladri, omertosi, che i carabinieri possano bastonare impuni. Tutte cose che loro adesso sono, dopo un secolo di propaganda, e così l’Italia tutta non ha un futuro, per la corruzione che la divora, a Sud e a Nord»”. Con una imprecisione, ma è vero. Non è vero che la corruzione del Sud abbia infettato il Nord, è impossibile, il Sud non ha di suo nemmeno i microbi. Mentre è incontestato che la questione meridionale è stata creata dal Risorgimento, a opera di meridionali, è vero.
La storia del Sud è ancora da scrivere. Alcuni domini mancano del tutto, con le loro culture, i linguaggi, le mentalità, e le persistenze delle culture: i micenei, i bizantini, i saraceni, gli albanesi, e la stessa Magna Grecia che è tutta da riscrivere, la religione, i linguaggi, dal dorico in poi, gli statuti giuridici, gli assetti padronali, i traffici e i legami, mediterranei ed extra. Anche dove è scritta, magari a profusione, solo pallido riflesso, stitico, incomprensibile, di logiche e realtà diverse. Remote, seppure dominanti. A opera spesso di sociologi e storici meridionali, perché no, che come tutti i servi s’impiccano all’albero del padrone – la corruzione dell’intelligenza è il primo delitto del colonialismo. E insignificanti malgrado il dominio, da qui la loro inefficacia, che è la prima causa del perdurante ritardo: l’unità dei carabinieri è come il cavallante che si limiti a strattonare la bestia, il cavallo non berrà, anche se ha sete.
La storia di chi non ha storia non è vuota. È piena di quello che ci mette chi lo priva di storia – poiché questa è un’operazione attiva, non si dà popolo senza storia, ma sì con lo svuotamento di essa. Nel quale, se si hanno dubbi o si scoprono tracce, si annaspa, tra echi, rimandi, omissioni, ellissi, eccezioni, pezzi di un puzzle impossibile da ricomporre. S’incorre in Barlaam da Seminara studiando Petrarca a fondo, nelle lettere, le confidenze, la vexata quaestio se e come conosceva Platone. Si scopre il reggimento calabrese nelle truppe inglesi antinapoleoniche studiando le collezioni di uniformi militari dell’epoca. L’analisi di come opera la dipendenza nella mentalità e la cultura, o anche soltanto nei consumi, alimentari, tessili, negli stili di vita e il linguaggio, resta da fare. Di come la subalternità è introiettata, la dipendenza che non è più imperiale e obbligata ma ricercata e comportamentale.
Riprendersi la storia sarebbe stato il primo impulso di una mentalità sana, non adulterata cioè dal dominio. E resta la chiave di ogni liberazione. Non la rivolta, non il rifiuto. L’antistoria o la controstoria, quale usava nel controinformazione, fornisce degli utensili, ma non il presupposto: per liberarsi è necessario non avere complessi d’inferiorità, né sudditanze, e nemmeno rifiuti. È necessario essere contro, ma con giudizio. In tutto il Sud, da Latina, o Frosinone, a Capo Dondra e Bali. La subalternità, già in Gramsci, è l’introiezione della dipendenza.
Pizzo
È una manifestazione del potere, non un assetto o una tara sociale. È sovrimposto alla società, in tutte le sue forme, non ne è espressione.
È il termometro della degradazione del potere. È anche una concezione di vita – è la base di una delle forme dello Stato secondo Max Weber, lo stato patrimoniale. Ma è anche un segnale della morbilità di un sistema di potere, da quello religioso a quello del lager.
martedì 2 febbraio 2010
Quasimodo a letto con Sibilla, per l'assegno
Ragguardevolissimo: lettere di letto di un trentenne, grande seduttore, a una quasi sessantenne, che se li fa pesare tutti, e parla di letteratura. L’attrattiva si spinge ad ammirare le opere dell’amata, criticando al paragone Montale. A meno che non sia una manfrina per ottenere, attraverso Sibilla, l’attenzione dell’eccellenza Pavolini, e qualche assegno dell’Accademia. Né gli editori né il prefatore dicono perché la passione cessò di colpo, il tempo è quando l’assegno è arrivato e Pavolini si defila. Non danno nemmeno l’età degli amanti, il lato più sapido della relazione.
Salvatore Quasimodo, A Sibilla
Salvatore Quasimodo, A Sibilla
Sul '68 col rullo piacentino
Un fiammeggiante monumento alla stupidità, uno sberleffo a se stessi. All’incapacità di capire, alla superficialità, all’ignoranza, all’incredibile, incommensurabile, ottundimento di scuola picista, unicamente inteso a spianare la vitalità del ‘68: settarismo, categorie vuote, e riferimenti culturali da parole d’ordine – Lenin che nessuno conosce, Marx che nessuno legge, la storia sovietica, che nessuno ha studiato, nonché la Cina… Gianni Sofri e Edoarda Masi superano l’inconcepibile. Solo si salvano quattro o cinque recensioni di film.
Non da ultimo, l’ottusità si riflette nella mancanza di diacronia, di assestamento storiografico: se è un delirio da flagellazione non c’è pentimento.
Prima e dopo il ’68, antologia dei “Quaderni Piacentini”, a cura di G.Fofi e V.Giacopini
Non da ultimo, l’ottusità si riflette nella mancanza di diacronia, di assestamento storiografico: se è un delirio da flagellazione non c’è pentimento.
Prima e dopo il ’68, antologia dei “Quaderni Piacentini”, a cura di G.Fofi e V.Giacopini
Secondi pensieri (37)
zeulig
Caduta - È più spesso inavvertita, non colpevole, e per questo disastrosa. Jünger dice invece che l’inavvertenza, come l’ebrietà e le droghe, facilita le cadute nell’errore – è il tema dei racconti di Poe.
Droga - Dà il senso del limite, nelle esperienze comunicate (Huxley, Benjamin, Jünger, Bachmann), riponendole tutte in un angolo, nemmeno bene illuminato. Nell’esperienza e anche nella memoria, che non dilata: non si ricorda se non ciò che già si conosce, e non accade se non ciò che in genere accade. Non può essere diversamente, nella resa scritta. Lo stesso è però nei fatti, nella loro sommatoria: si vivono mondi a cui non ci può congiungere. Da qui l’addictio, la repulsione-attrazione consumatrice. Che non amplia l’esperienza, la immiserisce.
È la fantascienza fatta realtà, seppure al suo modo (oggi) ingovernabile, distruttivo.
Esistenza – Presuppone l’essenza, nei fatti. L’esistenza implica l’essenza, in logica sarebbe altrimenti insignificante. Rozzo ma efficace, è Cartesio (“l’esistenza di Dio è compresa nella sua essenza”), Spinoza (“causa di se stesso è un essere la cui essenza implica l’esistenza”).
Fortuna - È come la Formula Uno, va pilotata.
Gesù – Non ha corpo né storia (non ha desiderio). È interamente verbo, messaggio. Creatura dell’ermeneutica.
Nella passione soffre. Ma è vero sangue il suo? Poiché risorge integro e bello.
Morte – Anch’essa è straordinaria.
Patria – È la lingua. La passione nazionale viene dalla lingua, non dai santi, o dai morti, e nemmeno dal sangue. È inestirpabile finché la lingua unifica, connota. Quando l’emigrato parla un’altra lingua, nella seconda generazione, perde la patria dei suoi e acquista quella del luogo – con la stessa ferocia.
Politica - È la forma di comunicazione più aperta, come linguaggio e come messa in scena. In tutte le sue manifestazioni l’uomo resta ancorato al segreto (mistero, indistinzione, camuffamento), che è insieme zavorra e difesa. Il segreto è meno vasto in politica, malgrado l’ipocrisia e i compromessi: gli obiettivi vanno dichiarati, e sono riscontrabili a breve, la scena è pubblica (non lo è nell’economia, e in molta cultura a religione), e c’è un ricambio, non ci sono posizioni precostituite immutabili, su fondamenta segrete e intoccabili. La politica è, dal punto di vista dell’Öffentlichkeit (pubblicità, opinione pubblica), accessibile al pubblico senza eccessive barriere di titoli.
È una forma di comunicazione o espressione democratica. E tuttavia è sempre mediocre, e insoddisfacente.
È gioco e risparmio, azzardo e calcolo, reale e illusoria. Come ogni altra impresa umana, l’innamoramento, l’investimento, l’amicizia, la guarigione. Ma deve risponderne alle masse, e quindi ne è sopraffatta.
Preghiera – Si rivolge in realtà a se stessi e agli altri, anche ai muri della chiesa e alle decorazioni, non a Dio. Un buddista prega convinto in una chiesa, un cristiano in un tempio. La divinità è un punto di forza, ma chiedere si può solo a se stessi e agli altri, individuati o indistinti.
È consolatoria perché è propositiva. È un proponimento.
Sesso - È il primo germe di socialità. E il primo impulso alla comunicazione. Ma al naturale non è bello, e affranca lo stupro – è materia di prostituzione. La sua bellezza è interna, nella carica di piacere che accumula. Ciò spiega anche la forte componente onanistica (narcisista, altruista) che c’è in ogni rapporto.
È il sesto senso. Per lo Zen il sesto senso è il pensiero. È l’erotismo il pensiero?
Ma il pensiero Zen sa molto di Emanuelle.
Perché Freud odia il sesso? Perchè Freud odia il sesso. La pansessualità che pone nella psicologia è morbosa. È una condanna dell’uomo, misantropia? No, poiché Freud ambiva al riconoscimento. È una condanna del corpo, di tipo pretastico ma più rigida: infanga lo spirito immateriale, i sogni, e perfino l’inconscio, secondo i canoni di un ritornante radicalismo spiritualistico.
Sigle - Le amano i terroristi e gli yuppies. Quelli della velocità, della scorciatoia, dell’ambizione.
Sogno - È un’esercitazione dell’io. Vi si muovono i sensi come vengono vissuti, in forma perfino ansiosa, con l’usato spirito d’osservazione, e con la facoltà critica (selettiva).
Fa anch’esso parte della conoscenza come riconoscimento, o riacquisto della memoria. Ma è più libero nelle forme, fino alla bizzarria. Se non che le elaborazioni notturne, “illuminanti” per stile e profondità, nella veglia restano mute.
Sudditanza – Non c’è re senza sudditi. La relazione re-suddito (padrone-schiavo, datore di lavoro-dipendente, banchiere-debitore) non è a senso unico, si sa. Ma non è un paradosso, è un fatto: non solo per il “potere di nuocere” dei servi (Hobbes) ma per la sopravvivenza dei forti. È una legge genetica. È una legge sociale: senza i deboli non si riproduce la catena di comando, la selezione.
zeulig@antiit.eu
Caduta - È più spesso inavvertita, non colpevole, e per questo disastrosa. Jünger dice invece che l’inavvertenza, come l’ebrietà e le droghe, facilita le cadute nell’errore – è il tema dei racconti di Poe.
Droga - Dà il senso del limite, nelle esperienze comunicate (Huxley, Benjamin, Jünger, Bachmann), riponendole tutte in un angolo, nemmeno bene illuminato. Nell’esperienza e anche nella memoria, che non dilata: non si ricorda se non ciò che già si conosce, e non accade se non ciò che in genere accade. Non può essere diversamente, nella resa scritta. Lo stesso è però nei fatti, nella loro sommatoria: si vivono mondi a cui non ci può congiungere. Da qui l’addictio, la repulsione-attrazione consumatrice. Che non amplia l’esperienza, la immiserisce.
È la fantascienza fatta realtà, seppure al suo modo (oggi) ingovernabile, distruttivo.
Esistenza – Presuppone l’essenza, nei fatti. L’esistenza implica l’essenza, in logica sarebbe altrimenti insignificante. Rozzo ma efficace, è Cartesio (“l’esistenza di Dio è compresa nella sua essenza”), Spinoza (“causa di se stesso è un essere la cui essenza implica l’esistenza”).
Fortuna - È come la Formula Uno, va pilotata.
Gesù – Non ha corpo né storia (non ha desiderio). È interamente verbo, messaggio. Creatura dell’ermeneutica.
Nella passione soffre. Ma è vero sangue il suo? Poiché risorge integro e bello.
Morte – Anch’essa è straordinaria.
Patria – È la lingua. La passione nazionale viene dalla lingua, non dai santi, o dai morti, e nemmeno dal sangue. È inestirpabile finché la lingua unifica, connota. Quando l’emigrato parla un’altra lingua, nella seconda generazione, perde la patria dei suoi e acquista quella del luogo – con la stessa ferocia.
Politica - È la forma di comunicazione più aperta, come linguaggio e come messa in scena. In tutte le sue manifestazioni l’uomo resta ancorato al segreto (mistero, indistinzione, camuffamento), che è insieme zavorra e difesa. Il segreto è meno vasto in politica, malgrado l’ipocrisia e i compromessi: gli obiettivi vanno dichiarati, e sono riscontrabili a breve, la scena è pubblica (non lo è nell’economia, e in molta cultura a religione), e c’è un ricambio, non ci sono posizioni precostituite immutabili, su fondamenta segrete e intoccabili. La politica è, dal punto di vista dell’Öffentlichkeit (pubblicità, opinione pubblica), accessibile al pubblico senza eccessive barriere di titoli.
È una forma di comunicazione o espressione democratica. E tuttavia è sempre mediocre, e insoddisfacente.
È gioco e risparmio, azzardo e calcolo, reale e illusoria. Come ogni altra impresa umana, l’innamoramento, l’investimento, l’amicizia, la guarigione. Ma deve risponderne alle masse, e quindi ne è sopraffatta.
Preghiera – Si rivolge in realtà a se stessi e agli altri, anche ai muri della chiesa e alle decorazioni, non a Dio. Un buddista prega convinto in una chiesa, un cristiano in un tempio. La divinità è un punto di forza, ma chiedere si può solo a se stessi e agli altri, individuati o indistinti.
È consolatoria perché è propositiva. È un proponimento.
Sesso - È il primo germe di socialità. E il primo impulso alla comunicazione. Ma al naturale non è bello, e affranca lo stupro – è materia di prostituzione. La sua bellezza è interna, nella carica di piacere che accumula. Ciò spiega anche la forte componente onanistica (narcisista, altruista) che c’è in ogni rapporto.
È il sesto senso. Per lo Zen il sesto senso è il pensiero. È l’erotismo il pensiero?
Ma il pensiero Zen sa molto di Emanuelle.
Perché Freud odia il sesso? Perchè Freud odia il sesso. La pansessualità che pone nella psicologia è morbosa. È una condanna dell’uomo, misantropia? No, poiché Freud ambiva al riconoscimento. È una condanna del corpo, di tipo pretastico ma più rigida: infanga lo spirito immateriale, i sogni, e perfino l’inconscio, secondo i canoni di un ritornante radicalismo spiritualistico.
Sigle - Le amano i terroristi e gli yuppies. Quelli della velocità, della scorciatoia, dell’ambizione.
Sogno - È un’esercitazione dell’io. Vi si muovono i sensi come vengono vissuti, in forma perfino ansiosa, con l’usato spirito d’osservazione, e con la facoltà critica (selettiva).
Fa anch’esso parte della conoscenza come riconoscimento, o riacquisto della memoria. Ma è più libero nelle forme, fino alla bizzarria. Se non che le elaborazioni notturne, “illuminanti” per stile e profondità, nella veglia restano mute.
Sudditanza – Non c’è re senza sudditi. La relazione re-suddito (padrone-schiavo, datore di lavoro-dipendente, banchiere-debitore) non è a senso unico, si sa. Ma non è un paradosso, è un fatto: non solo per il “potere di nuocere” dei servi (Hobbes) ma per la sopravvivenza dei forti. È una legge genetica. È una legge sociale: senza i deboli non si riproduce la catena di comando, la selezione.
zeulig@antiit.eu
domenica 31 gennaio 2010
Autoritratto di Hannah, antipatico
Formidabile, violenta trasposizione della vicenda dell'autore nel suo soggetto. Di Rahel Levin e August Varnhagen, persone per più aspetti stimabili, Hannah Arendt fa dei parvenu, lei perfino sciocca per essere ebrea, e quindi stretta tra assimilazione e rifiuto. Hannah Arendt non aveva avuto, e non avrà, problemi di rigetto della società cristiana e "occidentale" in cui ha vissuto, riconosciuta. Ma vive in questa biografia, che invece è un esame di coscienza, la stupidità ("banalità"? o è richiamo della traduttrice?) della sua relazione con Heidegger. Il cui rigetto ha ogni ragione - nel momento in cui scrive - di imputare al suo essere ebrea (dopo la guerra capirà invece che il suo amante, che ora dipende da lei per la riabilitazione, non è la Volpe che si credeva).
La trasposizione è talmente evidente che non si capisce come Lea Ritter Santini non la rilevi (e nemmeno Federica Sossi): sente che il testo è falsato, sia come saggio sia come biografia, ma non dice il perché. E' la despedida di Hannah, il canto dell'addio, nel momento in cui decide di pubblicarla. Non amabile.
Hannah Arendt, Rahel Varnhagen, storia di una donna ebrea
La trasposizione è talmente evidente che non si capisce come Lea Ritter Santini non la rilevi (e nemmeno Federica Sossi): sente che il testo è falsato, sia come saggio sia come biografia, ma non dice il perché. E' la despedida di Hannah, il canto dell'addio, nel momento in cui decide di pubblicarla. Non amabile.
Hannah Arendt, Rahel Varnhagen, storia di una donna ebrea
Letture - 24
letterautore
Antiberlusconismo - Asor Rosa non solo, grande barone quanti altri mai alla Sapienza di Roma per quarant’anni, ma Cordero, Camilleri, Tabucchi, scrittori senza potere e per questo più credibili, costantemente da anni imprecano contro Berlusconi senza effetto, e anzi con qualche danno. Traditi al fronte alle spalle? Le violente invettive di Tabucchi su “Le Monde” lo hanno ridotto all’isolamento, alla ridotta di Vecchiano.
Il letterato può essere estremista, non deve portare pezze d’appoggio. Ma per una causa che sia sentita giusta, che lui sappia far sentire giusta: Zola per Dreyfus. Deve stare con i migliori, in Italia Ciampi, Napolitano, non insolentirli. Riconoscere l’anima del mondo prima di ergersene a giudice, e per questo identificarvisi, non pretendere alla torre d’avorio. Nel caso di Camilleri avere anche un minimo di coerenza - Berlusconi è il suo editore.
In tutti l’invettiva è di maniera, se non burocratica, scontata. Con gli astratti furori movimentisti di persone e generazioni che non hanno vissuto il movimento (il Sessantotto), e probabilmente lo deprecano, come Berlusconi. La lingua di gesso o di riporto degli imbalsamatori, dei tardi nemici-amanti di quel grande movimento di libertà (verità).
Per troppi a questo punto Berlusconi è un reagente, o come si vuole lui il monello del “re è nudo”.
Bibbia – È come dice Bloom, il capolavoro letterario per eccellenza. Ha lunghi punti morti, anzi interi libri. Ma questo succede a tutti i poemi epici. Nell’insieme è più viva di ogni altro. Dell’“Odissea” non leggiamo più di un terzo. Dell’“Iliade” pochi episodi.
Dante – Il professor Emil Ruth lo voleva tedesco, nel 1853, nei suoi “Studien über Dante”, prontamente tradotti. Nel quadro della Verjürgung della poesia italiana, del ringiovanimento, che non poteva venire dall’Italia esangue ma dalla ribollente Germania. Il professore, che Croce bonariamente ridicolizza, non era antitaliano, anzi era un italianista. La tesi della Verjürgung aveva già elaborato nella sua “Geschichte der italienischen Dichtung” sei anni prima, non tradotta.
Goethe - Arrivato a una certa età ho deciso che bisognava leggere Goethe da cima a fondo, invece di citarlo per letture estemporanee. Ho intrapreso il Faust con Croce, e non ha funzionato. Ho tentato via Thomas Mann, e la lettura è diventata noiosa. Con Bloom, che è brillante, con Citati, e niente, solo fatica, per non dire di Fortini: un dovere faticoso. L’ho allora letto in tedesco. Con fatica, perché non lo pratico, ma con diletto. È l’originale sempre migliore delle migliori traduzioni, certo. È l’autore sempre migliore dei suoi interpreti?
Leopardi – La sorpresa dell’ordinario – “La ginestra”, “Il sabato”, “A Silvia”, “Il tramonto”.
Musica – Per la prima volta dunque non è popolare: non cantabile, melodica, memorizzabile. E non è leggibile, se non con le istruzioni per l’uso. Di carattere peraltro strettamente tecnico. È regole e programmi, camuffati da ideologie, e conditi da tecniche, il segno, la nota, tempi astratti – la solita razionalità a bassa intensità. È cancellativa, nel nome dell’autocancellazione. Di modestia esibita quindi, programmata, ideologizzata. Ma pretende l’esecuzione, un pubblico.
La critica del pubblico, con l’ambizione di formarne uno nuovo, è caratteristica delle avanguardie. Ma per la musica dura da un secolo. Peraltro immobile: è l’avanguardia di un secolo fa.
Novecento - Nella musica, la pittura, la scultura, l’architettura, l’arte nel Novecento è solo forma. Nella letteratura ci ha tentato, con poco risultato: ha prevalso l’industria - l’editoria e la libreria saranno il nostro Milite Ignoto. Ha dimenticato l’esposizione (orientamento), la luce, l’ambientazione, i colori, il disegno, la solidità. È regole e programmi, camuffati da ideologie, e conditi da tecniche – la razionalità a bassa intensità. Che peraltro sa usare in misura minima, nulla al confronto con le arti popolari che le tecnologie mediano dall’arte ma sanno mettere a frutto: la musica pop, la grafica, la pubblicità, i non luoghi (stazioni, aeroporti, stazioni di servizio, centri commerciali…). Può suscitare emozioni ma indotte, come con la propaganda.
È cancellativa, nel nome dell’autocancellazione. Di modestia esibita quindi, programmata, ideologizzata. Per finire nel mercato dell’antimercato, il più perfido.
Per alimentare un’avanguardia che è vecchia ormai di un secolo: l’artista nasce sterile, geneticamente ora, di quarta o quinta generazione, dopo la sterilizzazione ideologica.
Poesia - È l’unico linguaggio economico (ergonomico), che non spreca cioè le parole – ogni sua parola è significante e si basta. Altrove, nella saggistica critica soprattutto, in filosofia, che sono i domini della ragione, la maggior parte delle parole sono superflue, anche nella prosa più controllata.
È evasione. Anche quando è impegnata, civile, politica, filosofica: è evasione dell’impegno. Tanta poesia è d’amore perché l’amore è il massimo terreno d’evasione. Come la natura. I bambini, che pure sono materia d’amore, non sono soggetti di poesia, perché sono realisti.
È un pensiero spuntato? È finzione: effetti speciali, sottigliezze, allusioni, ipotesi, possibilità. Dov’è la verità della poesia? Nella poesia.
letterautore@antiit.eu
Antiberlusconismo - Asor Rosa non solo, grande barone quanti altri mai alla Sapienza di Roma per quarant’anni, ma Cordero, Camilleri, Tabucchi, scrittori senza potere e per questo più credibili, costantemente da anni imprecano contro Berlusconi senza effetto, e anzi con qualche danno. Traditi al fronte alle spalle? Le violente invettive di Tabucchi su “Le Monde” lo hanno ridotto all’isolamento, alla ridotta di Vecchiano.
Il letterato può essere estremista, non deve portare pezze d’appoggio. Ma per una causa che sia sentita giusta, che lui sappia far sentire giusta: Zola per Dreyfus. Deve stare con i migliori, in Italia Ciampi, Napolitano, non insolentirli. Riconoscere l’anima del mondo prima di ergersene a giudice, e per questo identificarvisi, non pretendere alla torre d’avorio. Nel caso di Camilleri avere anche un minimo di coerenza - Berlusconi è il suo editore.
In tutti l’invettiva è di maniera, se non burocratica, scontata. Con gli astratti furori movimentisti di persone e generazioni che non hanno vissuto il movimento (il Sessantotto), e probabilmente lo deprecano, come Berlusconi. La lingua di gesso o di riporto degli imbalsamatori, dei tardi nemici-amanti di quel grande movimento di libertà (verità).
Per troppi a questo punto Berlusconi è un reagente, o come si vuole lui il monello del “re è nudo”.
Bibbia – È come dice Bloom, il capolavoro letterario per eccellenza. Ha lunghi punti morti, anzi interi libri. Ma questo succede a tutti i poemi epici. Nell’insieme è più viva di ogni altro. Dell’“Odissea” non leggiamo più di un terzo. Dell’“Iliade” pochi episodi.
Dante – Il professor Emil Ruth lo voleva tedesco, nel 1853, nei suoi “Studien über Dante”, prontamente tradotti. Nel quadro della Verjürgung della poesia italiana, del ringiovanimento, che non poteva venire dall’Italia esangue ma dalla ribollente Germania. Il professore, che Croce bonariamente ridicolizza, non era antitaliano, anzi era un italianista. La tesi della Verjürgung aveva già elaborato nella sua “Geschichte der italienischen Dichtung” sei anni prima, non tradotta.
Goethe - Arrivato a una certa età ho deciso che bisognava leggere Goethe da cima a fondo, invece di citarlo per letture estemporanee. Ho intrapreso il Faust con Croce, e non ha funzionato. Ho tentato via Thomas Mann, e la lettura è diventata noiosa. Con Bloom, che è brillante, con Citati, e niente, solo fatica, per non dire di Fortini: un dovere faticoso. L’ho allora letto in tedesco. Con fatica, perché non lo pratico, ma con diletto. È l’originale sempre migliore delle migliori traduzioni, certo. È l’autore sempre migliore dei suoi interpreti?
Leopardi – La sorpresa dell’ordinario – “La ginestra”, “Il sabato”, “A Silvia”, “Il tramonto”.
Musica – Per la prima volta dunque non è popolare: non cantabile, melodica, memorizzabile. E non è leggibile, se non con le istruzioni per l’uso. Di carattere peraltro strettamente tecnico. È regole e programmi, camuffati da ideologie, e conditi da tecniche, il segno, la nota, tempi astratti – la solita razionalità a bassa intensità. È cancellativa, nel nome dell’autocancellazione. Di modestia esibita quindi, programmata, ideologizzata. Ma pretende l’esecuzione, un pubblico.
La critica del pubblico, con l’ambizione di formarne uno nuovo, è caratteristica delle avanguardie. Ma per la musica dura da un secolo. Peraltro immobile: è l’avanguardia di un secolo fa.
Novecento - Nella musica, la pittura, la scultura, l’architettura, l’arte nel Novecento è solo forma. Nella letteratura ci ha tentato, con poco risultato: ha prevalso l’industria - l’editoria e la libreria saranno il nostro Milite Ignoto. Ha dimenticato l’esposizione (orientamento), la luce, l’ambientazione, i colori, il disegno, la solidità. È regole e programmi, camuffati da ideologie, e conditi da tecniche – la razionalità a bassa intensità. Che peraltro sa usare in misura minima, nulla al confronto con le arti popolari che le tecnologie mediano dall’arte ma sanno mettere a frutto: la musica pop, la grafica, la pubblicità, i non luoghi (stazioni, aeroporti, stazioni di servizio, centri commerciali…). Può suscitare emozioni ma indotte, come con la propaganda.
È cancellativa, nel nome dell’autocancellazione. Di modestia esibita quindi, programmata, ideologizzata. Per finire nel mercato dell’antimercato, il più perfido.
Per alimentare un’avanguardia che è vecchia ormai di un secolo: l’artista nasce sterile, geneticamente ora, di quarta o quinta generazione, dopo la sterilizzazione ideologica.
Poesia - È l’unico linguaggio economico (ergonomico), che non spreca cioè le parole – ogni sua parola è significante e si basta. Altrove, nella saggistica critica soprattutto, in filosofia, che sono i domini della ragione, la maggior parte delle parole sono superflue, anche nella prosa più controllata.
È evasione. Anche quando è impegnata, civile, politica, filosofica: è evasione dell’impegno. Tanta poesia è d’amore perché l’amore è il massimo terreno d’evasione. Come la natura. I bambini, che pure sono materia d’amore, non sono soggetti di poesia, perché sono realisti.
È un pensiero spuntato? È finzione: effetti speciali, sottigliezze, allusioni, ipotesi, possibilità. Dov’è la verità della poesia? Nella poesia.
letterautore@antiit.eu
sabato 30 gennaio 2010
Le toghe tardo '69, "cioè"
Si ascolta e si guarda Palamara, il segretario del sindacato dei giudici, e si piomba in un’assemblea del tardo Sessantotto, anzi del Sessantanove, quando la burocrazia prese il sopravvento sul movimento. In quelle interminabili, faticose elucubrazioni di “cioè”, “criteri”, “metodi”, con gli “evidenziando ed esplicitando” dei culi di pietra sindacali, alla Fiat come tra le toghe. Che organizzavano la rivoluzione: chi entra nel corteo, chi esce, chi sfila prima, chi dopo, chi canta che e a quale ora, e dieci, cento, mille rivendicazioni in una – più rivendicazioni, più rivoluzione (nel 1970 si arrivò a ventuno, non si sapeva per cosa si scioperava). Gli mancano i baffetti, la sicumera e la noia ci sono tutte, con l’embonpoint da figlio di mamma. E la cecità: non vedere, non sapere cosa accade (nel 1970 l’inflazione era al 25 per cento, l’anno), i processi di quindici e venti anni, a costi da mutui sub prime, da terza, quarta e quinta ipoteca, da indebitamento fino alla quarta generazione, e danni emergenti irrimediabili. Ma ha in più il Partito.
Questo effettivamente è straordinario. Quarant’anni fa i Palamara sarebbero rimasti confinati alla cellula, alla sezione, alla rsu, oggi sono gli Uomini da cui il Partito Pende, Longo o Berlinguer o Natta non l’avrebbero tollerato. E non si sa se è un bene o un male. Forse non è male che i partiti alla Palamara stiano fuori dal governo. Ma in alternativa, certo, c’è Berlusconi.
Questo effettivamente è straordinario. Quarant’anni fa i Palamara sarebbero rimasti confinati alla cellula, alla sezione, alla rsu, oggi sono gli Uomini da cui il Partito Pende, Longo o Berlinguer o Natta non l’avrebbero tollerato. E non si sa se è un bene o un male. Forse non è male che i partiti alla Palamara stiano fuori dal governo. Ma in alternativa, certo, c’è Berlusconi.
Il mondo com'è - 31
astolfo
Aiuti – S’intendono allo sviluppo, e non ne hanno mai prodotto una briciola. Residuo del terzomondismo, che da scienza dell’imperialismo e della dipendenza, si è trasformato, all’Onu, nelle cancellerie e nei Parlamenti, in propositi di buona volontà, inerti. Il terzomondismo è da tempo un residuo, ma non abbastanza, un fatto di buoni sentimenti sviati, che non hanno apportato alcuno sviluppo ai poveri del mondo, a parte le critiche: ha effetti che si prolungano, anzi, devastanti, in quanto si surrogano alle soluzioni produttive poi sperimentate. In Africa per prima, il continente del,a vergogna del mondo. Forse perché “Africa semper aliquid novi apportat”, uno degli “adagia” di Erasmo, i proverbi, ripreso da Rabelais, dal “Gargantua”: la scoperta dell’Africa è un fatto dei posteri, è recente, ed è molto approssimativa. All’incirca è il posto delle vacanze dei volontari di ogni cooperazione. Ancora fino a qualche tempo fa era diffuso il mal d’Africa, tra quelli che avevano due e tre mogli, e tra i froci a Nord, ma ora anche gli africani hanno scoperto i loro diritti, a Sud e a Nord del Sahara, e il mal d’Africa non conviene più, il continente è rimasta terra di preda degli aiuti allo sviluppo, e questo la sta stremando: c’è chi vuole riempirla di preghiere, chi di vaccini, anche non scaduti, e chi di macchine dismesse, ma nessuno che le compri qualcosa o le dia lavoro. L’immigrato africano, nero o anche bianco, è anzi il tipico animale da lavoro libero, da utilizzare a piacimento. E l’Africa non è tutto.
Sono vent’anni che c’è la globalizzazione, da Tienanmen, ma il terzomondismo non è morto per le buone coscienze. La cooperazione, gli aiuti. Che sono la proiezione della nostra buona volontà, dei problemi della nostra buona volontà, ma sono anche un handicap. Il problema centrale del Terzo mondo è non più contestabile, è la marginalità nella rete produttiva mondiale. Si può anche dire l’arretratezza. Che dopo cinquant’anni di indipendenza, centocinquanta per l’America Latina, ognuno avendo la responsabilità di se stesso, è colpa propria, dei propri governi, dell’incapacità, l’avidità, la violenza. Per la persistenza, in Africa, in molte zone dell’Asia, in alcune dell’America Latina, dello stato di natura hobbesiano, con un senso del sociale poco sviluppato, distorto nell’interesse familiare o tribale. Ma per noi il Terzo mondo è il problema del che fare, dell’aiuto che ad esso possiamo dare. Che non è l’“aiuto”: la colonia, la scuola ridipinta, le magliette del foot-ball, il posto di medicazione.
Perché tanto impegno, e anche tanti capitali, sono stati inefficaci, e talvolta controproducenti? La Somalia indipendente ha fagocitato molti più capitali italiani, prestati a titolo gratuito, di quanti non ne avesse spese il colonialismo della stessa Italia, per piombare in una barbarie senza fine, senza aver mai nemmeno eretto un sasso. Un programma d’azione è un fatto quasi tecnico: date certe condizioni ottenerne la migliore combinazione. Ma il nostro che fare nasce da un'esigenza morale e ha una finalità morale. Nasce da un bisogno di riparazione ai secoli della conquista, dello schiavismo, del colonialismo, e vuole salvare il Terzo mondo insieme con noi stessi. Il Terzo mondo è diventato il terreno della catarsi: tutti coloro che hanno una rivoluzione incompiuta, politica (comunista), etica, sociale, culturale, individuale, e talvolta tutt’e cinque insieme, si sono rovesciati sul Terzo mondo. Hanno cominciato le sinistre francesi, accasciando l’Algeria sotto l'accusa di non aver realizzato quel socialismo di cui la Francia non voleva sentir parlare, e si arriva ai volontari che si rodono il fegato perché gli africani musulmani si mangiano l’agnello grasso per la fine del Ramadan, invece di destinarlo alla riproduzione e al miglioramento delle greggi, o perché i costosi medicinali vengono buttati tra i rifiuti, oppure si insabbiano al contrario nell’inerte elogio della medicina etnica.
Il Terzo mondo è il cassonetto dei nostri buoni sentimenti frustrati, del rimorso, dell’autocritica. Del rifiuto di se stessi. Ne erano avamposto i missionari, anche nelle nefaste conseguenze: che presentavano la croce passando da un eccesso all’opposto, dall’imposizione della rinuncia ai beni terreni all’imposizione del padrone, cristiano, raziocinante, costruttore. Così i cooperanti, vedono con terrore l’africano ambire alla casa in muratura, a due paia di scarpe, e perfino al posto e all’automobile, mentre la via della salvezza passa a loro avviso per l’austerità, l’uguaglianza, l’autenticità.
I buoni sentimenti non sono colpevoli in se stessi, ma portano a un vicolo cieco. L’aiuto non corrisponde alle aspettative del Terzo mondo, per cui si viene a creare quell’impasse tragicomico che vede i cooperanti trasformarsi in fustigatori dell’avidità e della violenza dei poveri. C’è un che di ridicolo nella tragedia somala, quando alla fine non si può non dire che se la gente muore e s’ammazza non è perché l’Italia non abbia aiutato il paese, perché al contrario lo ha aiutato, e continua ad aiutarlo nella carneficina tra le tribù, ma perché non c’è verso di fare dei predoni dei buoni cittadini. Ma sopratutto l’aiuto è inutile ai fini dello sviluppo, e impedisce anzi che questo s’instradi sul cammino giusto. Lo sviluppo ha bisogno di possibilità di lavoro. E il lavoro ha bisogno di sbocchi.
Germania – Ha l’esercito più pacifista del mondo. La carriera militare è stata sempre invisa nel dopoguerra. Di più ovviamente negli anni della contestazione, e poi del terrorismo. Le forze armate, a corto di quadri, dovettero aprirsi a chiunque avesse bisogno di un salario, a prescindere dagli studi o dalla specializzazione. Avvenne così che negli anni Ottanta assorbissero le migliaia di laureati in Lettere (Philologie) dei decenni precedenti, compresi i dottori, indipendentemente dall’età, che non trovavano alcun’altra occupazione, per ferme di 4-6 anni, in più casi raffermati.
Pensare tedesco è pensarle tutte. Che lo spirito è femmina (Schlegel), che lo spirito critico è l’irrazionale e Socrate è Empedocle (da Hölderlin a Nietzsche e a Heidegger), che lo spirito è il popolo (Hölderlin), tutte meno quelle sensate. L’ordinario tedesco vuole fuochi pirotecnici. La serie è infinita: lo spirito è lo Stato (Hegel), l’atto è tutto (Kant), per vincere bisogna perdere, per amare odiare, fare il male per fare il bene (Nietzsche e la cultura della crisi). Sbracare col Witz nelle cose serie, e stare serissimi nella trivialità quotidiana.
Prima si rideva in Germania. La Guerra dei Trent’anni, consolidando la Riforma, ne ha levato la voglia.
Il libretto del “Don Giovanni” è venduto come libretto di Mozart.
Guerra – Non si sa se può essere giusta. Ma non può essere umanitaria. Come non poteva essere popolare. E sempre è il fallimento della politica (Clausewitz).
Bobbio ha riparlato di guerra “giusta” nel senso della scolastica, della casuistica, di Bodin, della filosofia tedesca. Mentre la questione non è metafisica ma politica. E non di opinione pubblica ma di leadership: il popolo è portato a credere, anche a Scalfaro e D’Alema nella incredibile guerra alla Serbia. Cioè: la guerra “giusta” dev’essere regolata, è quella regolata.
Metafisicamente la guerra è bestiale: è la morte. L’unico rimedio è stata la regolazione: uniformi, campi di battaglia, codici d’onore e convenzionali, armamenti controllati. Anche, seppure in misura minore, nelle degenerazioni attuali: guerra totale e terrorismo. Giusto e ingiusto vengono per conseguenza: questione di regole (per esempio, non ammazzare tutti per la colpa di uno solo) e di diritto internazionale (trattati, convenzioni). Giusta può essere la guerra sulla base alle regole, altrimenti è l’odio.
Una volta, finita la guerra, ci si ritrovava vainqueur sans vanité, vaincu sans rancune (Rémy de Gourmont, “Le joujou patriotisme”, p. 60), senza superbia e senza odio. Lo Stato nazione e il patriottismo – lo Stato della borghesia – hanno introdotto l’odio perenne. La razionalità borghese vorrebbe giustificare la guerra, razionalmente ingiustificabile, con un ideale. Cioè metafisicamente. E ha rilanciato su grande scala le patrie greche, degli ideali di autorealizzazione e di primato, e delle guerre permanenti.
Il fatto è che il primo istinto della borghesia è battagliero. Fatta la rivoluzione nel 1789 non ha pensato che alla guerra. È per questo che il popolo nelle democrazie andrebbe tenuto fuori dalle deliberazioni sulla guerra. Con il consumismo (nelle borghesie mature) questa stessa società ha maturato l’assetto psicologico opposto, quello del lasciarsi vivere. Non è meglio, la qualità della leadership diventa decisiva.
astolfo@antiit.eu
Aiuti – S’intendono allo sviluppo, e non ne hanno mai prodotto una briciola. Residuo del terzomondismo, che da scienza dell’imperialismo e della dipendenza, si è trasformato, all’Onu, nelle cancellerie e nei Parlamenti, in propositi di buona volontà, inerti. Il terzomondismo è da tempo un residuo, ma non abbastanza, un fatto di buoni sentimenti sviati, che non hanno apportato alcuno sviluppo ai poveri del mondo, a parte le critiche: ha effetti che si prolungano, anzi, devastanti, in quanto si surrogano alle soluzioni produttive poi sperimentate. In Africa per prima, il continente del,a vergogna del mondo. Forse perché “Africa semper aliquid novi apportat”, uno degli “adagia” di Erasmo, i proverbi, ripreso da Rabelais, dal “Gargantua”: la scoperta dell’Africa è un fatto dei posteri, è recente, ed è molto approssimativa. All’incirca è il posto delle vacanze dei volontari di ogni cooperazione. Ancora fino a qualche tempo fa era diffuso il mal d’Africa, tra quelli che avevano due e tre mogli, e tra i froci a Nord, ma ora anche gli africani hanno scoperto i loro diritti, a Sud e a Nord del Sahara, e il mal d’Africa non conviene più, il continente è rimasta terra di preda degli aiuti allo sviluppo, e questo la sta stremando: c’è chi vuole riempirla di preghiere, chi di vaccini, anche non scaduti, e chi di macchine dismesse, ma nessuno che le compri qualcosa o le dia lavoro. L’immigrato africano, nero o anche bianco, è anzi il tipico animale da lavoro libero, da utilizzare a piacimento. E l’Africa non è tutto.
Sono vent’anni che c’è la globalizzazione, da Tienanmen, ma il terzomondismo non è morto per le buone coscienze. La cooperazione, gli aiuti. Che sono la proiezione della nostra buona volontà, dei problemi della nostra buona volontà, ma sono anche un handicap. Il problema centrale del Terzo mondo è non più contestabile, è la marginalità nella rete produttiva mondiale. Si può anche dire l’arretratezza. Che dopo cinquant’anni di indipendenza, centocinquanta per l’America Latina, ognuno avendo la responsabilità di se stesso, è colpa propria, dei propri governi, dell’incapacità, l’avidità, la violenza. Per la persistenza, in Africa, in molte zone dell’Asia, in alcune dell’America Latina, dello stato di natura hobbesiano, con un senso del sociale poco sviluppato, distorto nell’interesse familiare o tribale. Ma per noi il Terzo mondo è il problema del che fare, dell’aiuto che ad esso possiamo dare. Che non è l’“aiuto”: la colonia, la scuola ridipinta, le magliette del foot-ball, il posto di medicazione.
Perché tanto impegno, e anche tanti capitali, sono stati inefficaci, e talvolta controproducenti? La Somalia indipendente ha fagocitato molti più capitali italiani, prestati a titolo gratuito, di quanti non ne avesse spese il colonialismo della stessa Italia, per piombare in una barbarie senza fine, senza aver mai nemmeno eretto un sasso. Un programma d’azione è un fatto quasi tecnico: date certe condizioni ottenerne la migliore combinazione. Ma il nostro che fare nasce da un'esigenza morale e ha una finalità morale. Nasce da un bisogno di riparazione ai secoli della conquista, dello schiavismo, del colonialismo, e vuole salvare il Terzo mondo insieme con noi stessi. Il Terzo mondo è diventato il terreno della catarsi: tutti coloro che hanno una rivoluzione incompiuta, politica (comunista), etica, sociale, culturale, individuale, e talvolta tutt’e cinque insieme, si sono rovesciati sul Terzo mondo. Hanno cominciato le sinistre francesi, accasciando l’Algeria sotto l'accusa di non aver realizzato quel socialismo di cui la Francia non voleva sentir parlare, e si arriva ai volontari che si rodono il fegato perché gli africani musulmani si mangiano l’agnello grasso per la fine del Ramadan, invece di destinarlo alla riproduzione e al miglioramento delle greggi, o perché i costosi medicinali vengono buttati tra i rifiuti, oppure si insabbiano al contrario nell’inerte elogio della medicina etnica.
Il Terzo mondo è il cassonetto dei nostri buoni sentimenti frustrati, del rimorso, dell’autocritica. Del rifiuto di se stessi. Ne erano avamposto i missionari, anche nelle nefaste conseguenze: che presentavano la croce passando da un eccesso all’opposto, dall’imposizione della rinuncia ai beni terreni all’imposizione del padrone, cristiano, raziocinante, costruttore. Così i cooperanti, vedono con terrore l’africano ambire alla casa in muratura, a due paia di scarpe, e perfino al posto e all’automobile, mentre la via della salvezza passa a loro avviso per l’austerità, l’uguaglianza, l’autenticità.
I buoni sentimenti non sono colpevoli in se stessi, ma portano a un vicolo cieco. L’aiuto non corrisponde alle aspettative del Terzo mondo, per cui si viene a creare quell’impasse tragicomico che vede i cooperanti trasformarsi in fustigatori dell’avidità e della violenza dei poveri. C’è un che di ridicolo nella tragedia somala, quando alla fine non si può non dire che se la gente muore e s’ammazza non è perché l’Italia non abbia aiutato il paese, perché al contrario lo ha aiutato, e continua ad aiutarlo nella carneficina tra le tribù, ma perché non c’è verso di fare dei predoni dei buoni cittadini. Ma sopratutto l’aiuto è inutile ai fini dello sviluppo, e impedisce anzi che questo s’instradi sul cammino giusto. Lo sviluppo ha bisogno di possibilità di lavoro. E il lavoro ha bisogno di sbocchi.
Germania – Ha l’esercito più pacifista del mondo. La carriera militare è stata sempre invisa nel dopoguerra. Di più ovviamente negli anni della contestazione, e poi del terrorismo. Le forze armate, a corto di quadri, dovettero aprirsi a chiunque avesse bisogno di un salario, a prescindere dagli studi o dalla specializzazione. Avvenne così che negli anni Ottanta assorbissero le migliaia di laureati in Lettere (Philologie) dei decenni precedenti, compresi i dottori, indipendentemente dall’età, che non trovavano alcun’altra occupazione, per ferme di 4-6 anni, in più casi raffermati.
Pensare tedesco è pensarle tutte. Che lo spirito è femmina (Schlegel), che lo spirito critico è l’irrazionale e Socrate è Empedocle (da Hölderlin a Nietzsche e a Heidegger), che lo spirito è il popolo (Hölderlin), tutte meno quelle sensate. L’ordinario tedesco vuole fuochi pirotecnici. La serie è infinita: lo spirito è lo Stato (Hegel), l’atto è tutto (Kant), per vincere bisogna perdere, per amare odiare, fare il male per fare il bene (Nietzsche e la cultura della crisi). Sbracare col Witz nelle cose serie, e stare serissimi nella trivialità quotidiana.
Prima si rideva in Germania. La Guerra dei Trent’anni, consolidando la Riforma, ne ha levato la voglia.
Il libretto del “Don Giovanni” è venduto come libretto di Mozart.
Guerra – Non si sa se può essere giusta. Ma non può essere umanitaria. Come non poteva essere popolare. E sempre è il fallimento della politica (Clausewitz).
Bobbio ha riparlato di guerra “giusta” nel senso della scolastica, della casuistica, di Bodin, della filosofia tedesca. Mentre la questione non è metafisica ma politica. E non di opinione pubblica ma di leadership: il popolo è portato a credere, anche a Scalfaro e D’Alema nella incredibile guerra alla Serbia. Cioè: la guerra “giusta” dev’essere regolata, è quella regolata.
Metafisicamente la guerra è bestiale: è la morte. L’unico rimedio è stata la regolazione: uniformi, campi di battaglia, codici d’onore e convenzionali, armamenti controllati. Anche, seppure in misura minore, nelle degenerazioni attuali: guerra totale e terrorismo. Giusto e ingiusto vengono per conseguenza: questione di regole (per esempio, non ammazzare tutti per la colpa di uno solo) e di diritto internazionale (trattati, convenzioni). Giusta può essere la guerra sulla base alle regole, altrimenti è l’odio.
Una volta, finita la guerra, ci si ritrovava vainqueur sans vanité, vaincu sans rancune (Rémy de Gourmont, “Le joujou patriotisme”, p. 60), senza superbia e senza odio. Lo Stato nazione e il patriottismo – lo Stato della borghesia – hanno introdotto l’odio perenne. La razionalità borghese vorrebbe giustificare la guerra, razionalmente ingiustificabile, con un ideale. Cioè metafisicamente. E ha rilanciato su grande scala le patrie greche, degli ideali di autorealizzazione e di primato, e delle guerre permanenti.
Il fatto è che il primo istinto della borghesia è battagliero. Fatta la rivoluzione nel 1789 non ha pensato che alla guerra. È per questo che il popolo nelle democrazie andrebbe tenuto fuori dalle deliberazioni sulla guerra. Con il consumismo (nelle borghesie mature) questa stessa società ha maturato l’assetto psicologico opposto, quello del lasciarsi vivere. Non è meglio, la qualità della leadership diventa decisiva.
astolfo@antiit.eu
Che noia l'arte, di Savinio
Un Savinio avulso: didattico, programmatico, ripetitivo. Con due saggi di analogo tenore dei curatori. È il Savinio teorico degli anni 1919-’21, qui sono i suoi testi per la rivista “Valori Plastici”, senza storia a parte la difesa del fratello De Chirico, la loro unica ragione d’essere. Dei suoi trent’anni quindi: lo scrittore del “non sarò mai vecchio” non fu dunque neppure giovane.
Non manca il Savinio vero: Il “Credo dell’antisocialismo” (“fra gli uomini corrono disuguaglianze”), l’unica tradizione pittorica francese, Poussin, Ingres, Cézanne, Renoir, è italiana, l’Italia “terra di rivoluzioni”, per la Natura che obbliga sempre a ricominciare daccapo, i terremoti, ma l'italiano geneticamente "negato allo spirito romantico, il "romanticismo eterno" di Croce negato proprio agli italiani. Ma è un libro di poetica che non è la sua poetica, e non è anzi una poetica, malgrado gli sforzi dei curatori, che prendono metà del libro – Savinio aveva già scritto e pubblicato “Hermaphrodito”. L'effetto è talora comico: "Siamo e resteremo fermi nel nostro giudizio che l'arte più alta, più profonda e più assoluta, è quella di uno spirito nutrito e come sollevato dalla filosofia, Platone o Goethe, Wagner o Boecklin, piuttosto che l'arte sottile e superficiale di un Anacreonte, di un Ariosto, di un Giorgione o di un Rossini", cioè di Savinio.
Alberto Savinio, La nascita di Venere, Adelphi a cura di Giuseppe Montesano e Vincenzo Trione, pp. 164, € 12
Non manca il Savinio vero: Il “Credo dell’antisocialismo” (“fra gli uomini corrono disuguaglianze”), l’unica tradizione pittorica francese, Poussin, Ingres, Cézanne, Renoir, è italiana, l’Italia “terra di rivoluzioni”, per la Natura che obbliga sempre a ricominciare daccapo, i terremoti, ma l'italiano geneticamente "negato allo spirito romantico, il "romanticismo eterno" di Croce negato proprio agli italiani. Ma è un libro di poetica che non è la sua poetica, e non è anzi una poetica, malgrado gli sforzi dei curatori, che prendono metà del libro – Savinio aveva già scritto e pubblicato “Hermaphrodito”. L'effetto è talora comico: "Siamo e resteremo fermi nel nostro giudizio che l'arte più alta, più profonda e più assoluta, è quella di uno spirito nutrito e come sollevato dalla filosofia, Platone o Goethe, Wagner o Boecklin, piuttosto che l'arte sottile e superficiale di un Anacreonte, di un Ariosto, di un Giorgione o di un Rossini", cioè di Savinio.
Alberto Savinio, La nascita di Venere, Adelphi a cura di Giuseppe Montesano e Vincenzo Trione, pp. 164, € 12
venerdì 29 gennaio 2010
Il "Corriere" ha pagato D'Addario, anzi no
La vera notizia “Panorama” poi l’ha cestinata: che il “Corriere della sera” abbia pagato D’Addario per le sue rivelazioni sulla notte a letto con Berlusconi. Rivelazioni giunte tardive, ma tempestive: all’indomani della sconfitta del sindaco Emiliano di Bari al primo turno delle comunali, quando il giudice Scelsi, collega e amico del sindaco, fu d’urgenza richiamato dalle ferie. Una notizia cestinata non perché fosse falsa. Non più delle tante altre “notizie” che il settimanale dà, su input dell’ex amante della D’Addario. Ma per non disturbare. Il "Corriere", dopo tanto scandalo, si limita oggi a cucire le notizie di agenzia, mentre gli altri giornali ci mettono sopra uno e anche due inviati: aspetta di sapere come l'"inchiesta" del settimanale butta.
Era stato un altro "Corriere" il 9 giugno, quando c'era da valutare l'attendibilità di una prostituta. La pimpante intervista di Fiorenza Sarzanini, la cronista giudiziaria di punta del quotidiano, inviata a Bari a intervistare la donna è in effetti ancora più soprendente, a rileggerla, di quando fu fatta, come questo sito aveva segnalato:
http://www.corriere.it/politica/09_giugno_17/sarzanini_patrizia_daddario_220cce4c-5b03-11de-8305-00144f02aabc.shtml
Si sa che altri poi l’hanno pagata, “El Paìs”, il “Times”, Santoro, per uscite che D’Addario chiama “serate”, lei si pensa un’attrice. E che D’Addario ha sicuramente un servizio stampa professionale a disposizione. E' anche impensabile che D'Addario e i suoi procuratori non abbiano offerto la loro merce a "Repubblica", che ha una linea politica apertamente antiberlusconiana. E infatti è così: è in seconda istanza
che il "Corriere" è stato contattato, la cui direazione ci ha pensato su e poi, sentita la proprietà, ha accettato l'offerta.
Che ci sia a Bari un commercio di notizie “riservate”, cioè di scandali, lo sostiene il Procuratore Capo della stessa città, Antonio Laudati. Che sulle “fughe di notizie” a danno di Berlusconi ha aperto due inchieste, anche se non le ha neanche chiuse. Una terza ha aperto sulle fughe a danno di Vendola, e già si sa che non la chiuderà. E questa è l’altra parte del non detto di Bari. Si sa infatti da dove le indiscrezioni vengono, dai giudici – non dalla guardia di Finanza né dai carabinieri: il sindaco Emiliano è un giudice. Ed è anche il protetto di D’Alema, neo presidente del Copasir, la commissione di controllo dei servizi segreti.
Era stato un altro "Corriere" il 9 giugno, quando c'era da valutare l'attendibilità di una prostituta. La pimpante intervista di Fiorenza Sarzanini, la cronista giudiziaria di punta del quotidiano, inviata a Bari a intervistare la donna è in effetti ancora più soprendente, a rileggerla, di quando fu fatta, come questo sito aveva segnalato:
http://www.corriere.it/politica/09_giugno_17/sarzanini_patrizia_daddario_220cce4c-5b03-11de-8305-00144f02aabc.shtml
Si sa che altri poi l’hanno pagata, “El Paìs”, il “Times”, Santoro, per uscite che D’Addario chiama “serate”, lei si pensa un’attrice. E che D’Addario ha sicuramente un servizio stampa professionale a disposizione. E' anche impensabile che D'Addario e i suoi procuratori non abbiano offerto la loro merce a "Repubblica", che ha una linea politica apertamente antiberlusconiana. E infatti è così: è in seconda istanza
che il "Corriere" è stato contattato, la cui direazione ci ha pensato su e poi, sentita la proprietà, ha accettato l'offerta.
Che ci sia a Bari un commercio di notizie “riservate”, cioè di scandali, lo sostiene il Procuratore Capo della stessa città, Antonio Laudati. Che sulle “fughe di notizie” a danno di Berlusconi ha aperto due inchieste, anche se non le ha neanche chiuse. Una terza ha aperto sulle fughe a danno di Vendola, e già si sa che non la chiuderà. E questa è l’altra parte del non detto di Bari. Si sa infatti da dove le indiscrezioni vengono, dai giudici – non dalla guardia di Finanza né dai carabinieri: il sindaco Emiliano è un giudice. Ed è anche il protetto di D’Alema, neo presidente del Copasir, la commissione di controllo dei servizi segreti.
Nessuno candida Draghi, forse come vice
Draghi al posto di Papademos, il vice-presidente della Banca centrale europea in scadenza a luglio. È questa l’unica candidatura che l’Italia, e il governo Berlusconi, possono portare avanti con qualche probabilità di riuscita. E ancora, con qualche difficoltà interna: c’è già un italiano tra i governatori della Bce, Lorenzo Bini Smaghi, che quindi dovrebbe lasciare, sommuovendo l’intero consiglio. Ma la cosa è possibile, tanto più che Bini Smaghi prenderebbe il posto di Draghi al vertice della Banca d’Italia. Nulla da fare invece per un candidato italiano alla presidenza della Bce. Tanto meno per Draghi, che è presidente del Financial Stability Forum, l’antagonista cioè istituzionale della Bce, rappresentando l’“industria” del credito, cioè le banche. Ed è un presidente che potrebbe presto diventare capro espiatorio, se l'industria delle banche che lui rappresenta decidesse di attaccare l'Italia, il dbeito italiano, dopo la Grecia - la speculazione sa solo essere feroce, non ha debiti di lealtà
Per Berlusconi, ma a questo punto anche per Draghi, l’uscita verso la Bce rappresenterebbe una conveniente via d’uscita. Berlusconi non ha alcuna intenzione di confermare Draghi, che pure ha voluto alla Banca d’Italia quattro anni anni, alla scadenza fra un anno. Dopo l’opera costante di picconamento del suo governo operata dalla Banca d’Italia. Anche per le non celate ambizioni di Draghi di succedergli a palazzo Chigi, a capo di un governo tecnico, o di un governo di unità nazionale, le ubbie del “partito della crisi” l’estate scorsa.
Il rinnovo a scadenze diverse del vertice della Bce, la vicepresidenza a luglio, la presidenza a febbraio 2011, ha aperto il toto nomine e le candidature. L’Italia ha buone chance di avere un proprio rappresentante al vertice, dopo la condotta eccezionalmente buona tenuta dalla politica monetaria negli ultimi due anni, gli anni della crisi. Il cui merito è del ministro dell’Economia Tremonti e non della Banca d’Italia. Ma Tremonti è ormai un politico a tutto tondo e non ambisce spostarsi a Bruxelles, come è nelle ambizioni del cosiddetti grandi esperti. E d’altra parte l’Italia, seppure abbia maturato una sorta di “diritto di nomina” ai rinnovi, non può pretendere alla presidenza. Che per un patto non detto dovrà andare, dopo il “latino” Trichet, succeduto a sua volta all’olandese Wim Duisenberg, a uno del Nord. Che questa volta, difettando la Svezia e il Belgio di candidati credibili, dovrebbe essere il presidente della Bundesbank Weber.
Per Berlusconi, ma a questo punto anche per Draghi, l’uscita verso la Bce rappresenterebbe una conveniente via d’uscita. Berlusconi non ha alcuna intenzione di confermare Draghi, che pure ha voluto alla Banca d’Italia quattro anni anni, alla scadenza fra un anno. Dopo l’opera costante di picconamento del suo governo operata dalla Banca d’Italia. Anche per le non celate ambizioni di Draghi di succedergli a palazzo Chigi, a capo di un governo tecnico, o di un governo di unità nazionale, le ubbie del “partito della crisi” l’estate scorsa.
Il rinnovo a scadenze diverse del vertice della Bce, la vicepresidenza a luglio, la presidenza a febbraio 2011, ha aperto il toto nomine e le candidature. L’Italia ha buone chance di avere un proprio rappresentante al vertice, dopo la condotta eccezionalmente buona tenuta dalla politica monetaria negli ultimi due anni, gli anni della crisi. Il cui merito è del ministro dell’Economia Tremonti e non della Banca d’Italia. Ma Tremonti è ormai un politico a tutto tondo e non ambisce spostarsi a Bruxelles, come è nelle ambizioni del cosiddetti grandi esperti. E d’altra parte l’Italia, seppure abbia maturato una sorta di “diritto di nomina” ai rinnovi, non può pretendere alla presidenza. Che per un patto non detto dovrà andare, dopo il “latino” Trichet, succeduto a sua volta all’olandese Wim Duisenberg, a uno del Nord. Che questa volta, difettando la Svezia e il Belgio di candidati credibili, dovrebbe essere il presidente della Bundesbank Weber.
giovedì 28 gennaio 2010
Pesce d'aprile, il Pd non c'è più
Le Regionali annunciano un pesce d’aprile amaro, ma vero, ai Democratici: la dissoluzione del partito. Col voto non si può mai dire, ma il Pd ragiona e si muove come se. C’è chi se ne va, chi annuncia che se ne va, chi già dice che lui non c’era, in Puglia e in Campania, chi tace, a Bologna e in tutta la Regione, e il segretario Bersani è palesemente scoraggiato: la dissoluzione è già la realtà, seppure non dichiarata. L'uomo ha molto spirito critico, che disse. "Se non ci fosse il suffragio universale vinceremmo noi". Ma i difetti del partito Democratico non si emendano perché evidentemente non si può - sono “strutturali” si sarebbe detto quando si poteva.
Il partito Democratico non morde, lo sanno anche i sassi, perché è la riedizione del compromesso storico. Limitato e minoritario, fra i reduci sempre più assottigliati della gloriosa armata di guerra, che ha perso tutte le sinistre, comuniste, socialiste, verdi, laiche, non sa parlare alle destre, e non cerca peraltro il voto dove c’è, al centro, ma anzi lo antagonizza, in proprio e attraverso i Di Pietro, che d’Alema magnifica, e non si sa perché. Ma un partito sempre esclusivo e settario, pieno di prosopopea: un partito del potere. A partire dal centralismo democratico di quello che pure sembrava il meno berlingueriano dei continuatori, Veltroni. Durissimo e perfino fazioso nella gestione del collateralismo, Rai, giornali, giustizia, Cgil, la Banca d’Italia dell’ineffabile Draghi.
Si sono fatte rivoluzioni per questo compromesso. Non proletarie, anzi non propriamente rivoluzionarie, ma cruente. Mezza Dc è stata eliminata, e tutto il Psi, tutto il Pri e tutto il Pli, le forze non allineate. A opera del vero erede di Berlinguer, seppure in incognito, Walter Veltroni. Che da giovane costituì alla Fgci le coorti di giudici e giornalisti che liquidarono mezza politica, tutti quelli che si opponevano al compromesso storico. Costoro hanno perso, se Dio vuole, ma stanno sempre lì a dettare la linea, e a spiare, accusare, condannare. C’erano in Russia i Vecchi Credenti, e nella Germania di Weimar i Vecchi Socialisti, abbiamo in questa Repubblica weimariana e sovietica i vecchi Pci e i vecchi Dc, gente che inossidabile controlla ogni centro di potere anche piccolo, la Procura di Belluno per dire. Un partito di notabili residuali, scimmiottatori di Togliatti, di cui non sanno peraltro niente, si vede, non un partito politico, d'iniziativa, di movimebto, di tendenza: maschere.
L’auspicio era che Bersani si lasciasse dietro nel 2009, seppure dopo una strascicata elezione, gli oltre trent’anni di compromesso storico, che hanno portato sotto il trenta per cento una sinistra che è sempre stata in Italia maggioritaria. Ma ci sono dei vincoli in questo Pd evidentemente, anche se non si conoscono, o i suoi uomini, Bersani compreso, sono mediocri. È possibile, sono terze file del Pci di Berlinguer, e il berlinguerismo è una dottrina del potere e non del governo, della politica, del riformismo. Ha insegnato come e con chi comandare e mai cosa fare, come governare. Il chi limitando alla Dc, a mezza Dc, anzi a un quarto, i vecchi Indipendenti di sinistra, con l’esclusione feroce dei socialisti, dei repubblicani, dei radicali e degli ecologisti liberi, le forze cioè riformiste. Con l’obiettivo anzi dichiarato, dal fido Tatò per conto del capo Berlinguer nelle spregiudicate memorie, di mettere in crisi il vero riformismo, che ancora si esercitava a quei tempi tra socialisti e laici insieme e la Dc, delle convergenze nel rispetto delle diverse identità ideali e politiche. Questi tempi sono passati da vent’anni ma non devono essere morti. Cosa ha cambiato Bersani in tutto questo? Niente.
Bersani è stato eletto con entusiasmo limitato (http://www.antiit.com/2009/11/bersani-e-il-pdi-di-berlinguer-1975.html). Ma poteva e non ha saputo gestire le candidature alle Regionali. Non ha saputo in modo fragoroso. È perfino patetica la sua gestione della sua Bologna: invece di precipitarsi e cacciare Delbono, Moruzzi, Divani e ogni altro ladro del pubblico denaro e mercante d’influenze, come potrebbe e dovrebbe, se ne sta muto, le residue forze impegnando a far scivolare il voto sul nuovo sindaco di un paio di mesi. Quindi, il bolognese Bersani non comanda nel suo partito a Bologna. O, peggio, non può esporsi? Può darsi che il voto alla fine lo salvi, soprattutto nei ballottaggi, ma ora come ora perderebbe quattro Regioni o cinque invece di due: col Lazio e la Campania, anche la Calabria, la Puglia e la Basilicata. Tutto il Sud. Se ne può fare già il “De Profundis”.
Camuffarsi da preti?
Il compromesso ha liquidato ogni cultura politica, che non sia quella sotto l’ombrello berlusconiano. Si usa dire che la destra non esiste culturalmente, ma si fa confusione con l’opinione pubblica. La quale, in Italia ma non solo, ha perso ogni funzione euristica, ed è solo parte del potere, un piccolo pezzo, una cinghia di trasmissione – tra l’altro pagata sempre meno bene. Resterà pure a sinistra il “pensiero dominante”, ma per chi è avvezzo a leggerne i giornali è misera cosa. Tolto Berlusconi, è anche senza odio. Non ha i denti, ma nemmeno la lingua, è come se non avesse passioni. Sbava di volta in volta dietro Moretti e i girotondi, Grillo, Di Pietro, Fini, Casini, quando non è Sabina Guzzanti, ed è tutto dire.
Si vuole il Partito democratico “l’unione di tutti i riformismi”, ma è solo l’unione dei Ds con la Margherita. Con ciò che resta della Margherita, dopo l’abbandono di Rutelli e altri personaggi.
Un partito cui non si possono apparentare gli altri riformisti: socialisti, verdi, e gli stessi radicali. Che ha avuto e ha suoi distinti presidenti della Repubblica, Ciampi, Napolitano, ma non ne ha mai utilizzato o sostenuto la grande capacità di governo, in nessun campo. L’unico apparentamento è con Di Pietro, che non è riformista. Capace solo di proporre politiche che nulla hanno a che fare con le riforme, esose, vessatorie, sbirresche (che vergogna le intercettazioni!): basta leggerne i giornali, quelli dei maggiori editori, ascoltare la Rai, seguire le attività (e non attività) giudiziarie. Le cronache locali sono schiavizzate, contro ogni evidenza. Contro le vergogne anche, la spazzatura, la cocaina, i bancomat in libero uso. I magistrati pure. Con la vergognosa ideologia e la prassi del Csm, dolorosamente coperte dai presidenti della Repubblica.
Con la stessa doppia morale del Pci. I circoli sociali sono buoni quando contestano il G 8 e Ferrara, cattivi quando contestano Chiamparino e la Bresso. La chiesa fa bene se critica Letizia Moratti, sindaco di Milano, male se critica la sindachessa di Napoli. La consigliera provinciale di Berlusconi sotto inchiesta a Milano prende pagine intiere, l’ex ministro Pd sotto inchiesta a Potenza un articolo breve. Discriminazione doppia, del ministro rispetto al consigliere provinciale, e dei giudici del Sud – che sono napoletani come quelli di Milano. L’ineffabile Veltroni ha perfino fatto giuramento di antisocialismo, dopo aver negato di essere mai stato comunista, non si capisce a quale fine se non la follia. E tutti esibiscono il ripudio di ogni socialismo e un liberalismo d’accatto, molto simile a quello dell’oligarchia cinese, dell’arricchitevi e lasciatemi comandare, che naturalmente non inganna nessuno, i padroni non sono stupidi. Quando ha governato lo ha fatto con le tasse e i giudici, con la salda gestione della sua specialissima questione morale, che è la forza della giustizia, anche contro la Costituzione – perfino delle tasse ha fatto una questione di polizia.
Quando non sono gli sbirri, si parla come i preti. Come don Dossetti, naturalmente: il mercato sociale, la politica sociale, la società sociale (la società sociale?). E non si sa quanto si dicono e sono sociali i fascisti, quelli veri, da Lyndon LaRuche a Forza Nuova. Mentre i preti veri non si sciacquano la bocca, quando non si scrollano infastiditi le mani addosso dei tanti anticlericali mascherati con la tonaca. La socialità non c’entra, non in Italia, non in Europa, perfino Berlusconi ha dato una tessera ai poveri, la questione è politica: cosa vuole il partito Democratico? E se lo sa perché non riesce a spiegarlo convincendo gli elettori? È evidente a questo punto che la pochezza dei suoi dirigenti è la pochezza del progetto. L’unico verbo di questo partito è stato l’antiberlusconismo. L’opposizione non al governo ma alla persona, con i pedinamenti nelle sue (innocenti) avventure galanti, le intercettazioni, i giudici protervi. Niente, a parte lo squallore.
Senza dire che questa è poi la politica dei ricconi di Milano. Che, più ricchi di una generazione di Berlusconi, i Moratti, i Montezemoli, i Tronchetti Provera, e per questo non avendo mai “lavorato”, si ritengono a lui superiori. Un piccolo snobismo, se si vuole, che da solo non condanna il Pd, ma è orribile che un partito Democratico si faccia bandiera dei peggiori speculatori, quelli che hanno defraudato qualche milione di persone in Borsa, De Benedetti e Soru, e dei grandi tagliatori di teste e di rendite, gli inossidabili banchieri Bazoli o Profumo. Ma questa Milano è Berlusconi, anche quando non lo vota, quei pochi che non lo fanno.
Il partito Democratico non morde, lo sanno anche i sassi, perché è la riedizione del compromesso storico. Limitato e minoritario, fra i reduci sempre più assottigliati della gloriosa armata di guerra, che ha perso tutte le sinistre, comuniste, socialiste, verdi, laiche, non sa parlare alle destre, e non cerca peraltro il voto dove c’è, al centro, ma anzi lo antagonizza, in proprio e attraverso i Di Pietro, che d’Alema magnifica, e non si sa perché. Ma un partito sempre esclusivo e settario, pieno di prosopopea: un partito del potere. A partire dal centralismo democratico di quello che pure sembrava il meno berlingueriano dei continuatori, Veltroni. Durissimo e perfino fazioso nella gestione del collateralismo, Rai, giornali, giustizia, Cgil, la Banca d’Italia dell’ineffabile Draghi.
Si sono fatte rivoluzioni per questo compromesso. Non proletarie, anzi non propriamente rivoluzionarie, ma cruente. Mezza Dc è stata eliminata, e tutto il Psi, tutto il Pri e tutto il Pli, le forze non allineate. A opera del vero erede di Berlinguer, seppure in incognito, Walter Veltroni. Che da giovane costituì alla Fgci le coorti di giudici e giornalisti che liquidarono mezza politica, tutti quelli che si opponevano al compromesso storico. Costoro hanno perso, se Dio vuole, ma stanno sempre lì a dettare la linea, e a spiare, accusare, condannare. C’erano in Russia i Vecchi Credenti, e nella Germania di Weimar i Vecchi Socialisti, abbiamo in questa Repubblica weimariana e sovietica i vecchi Pci e i vecchi Dc, gente che inossidabile controlla ogni centro di potere anche piccolo, la Procura di Belluno per dire. Un partito di notabili residuali, scimmiottatori di Togliatti, di cui non sanno peraltro niente, si vede, non un partito politico, d'iniziativa, di movimebto, di tendenza: maschere.
L’auspicio era che Bersani si lasciasse dietro nel 2009, seppure dopo una strascicata elezione, gli oltre trent’anni di compromesso storico, che hanno portato sotto il trenta per cento una sinistra che è sempre stata in Italia maggioritaria. Ma ci sono dei vincoli in questo Pd evidentemente, anche se non si conoscono, o i suoi uomini, Bersani compreso, sono mediocri. È possibile, sono terze file del Pci di Berlinguer, e il berlinguerismo è una dottrina del potere e non del governo, della politica, del riformismo. Ha insegnato come e con chi comandare e mai cosa fare, come governare. Il chi limitando alla Dc, a mezza Dc, anzi a un quarto, i vecchi Indipendenti di sinistra, con l’esclusione feroce dei socialisti, dei repubblicani, dei radicali e degli ecologisti liberi, le forze cioè riformiste. Con l’obiettivo anzi dichiarato, dal fido Tatò per conto del capo Berlinguer nelle spregiudicate memorie, di mettere in crisi il vero riformismo, che ancora si esercitava a quei tempi tra socialisti e laici insieme e la Dc, delle convergenze nel rispetto delle diverse identità ideali e politiche. Questi tempi sono passati da vent’anni ma non devono essere morti. Cosa ha cambiato Bersani in tutto questo? Niente.
Bersani è stato eletto con entusiasmo limitato (http://www.antiit.com/2009/11/bersani-e-il-pdi-di-berlinguer-1975.html). Ma poteva e non ha saputo gestire le candidature alle Regionali. Non ha saputo in modo fragoroso. È perfino patetica la sua gestione della sua Bologna: invece di precipitarsi e cacciare Delbono, Moruzzi, Divani e ogni altro ladro del pubblico denaro e mercante d’influenze, come potrebbe e dovrebbe, se ne sta muto, le residue forze impegnando a far scivolare il voto sul nuovo sindaco di un paio di mesi. Quindi, il bolognese Bersani non comanda nel suo partito a Bologna. O, peggio, non può esporsi? Può darsi che il voto alla fine lo salvi, soprattutto nei ballottaggi, ma ora come ora perderebbe quattro Regioni o cinque invece di due: col Lazio e la Campania, anche la Calabria, la Puglia e la Basilicata. Tutto il Sud. Se ne può fare già il “De Profundis”.
Camuffarsi da preti?
Il compromesso ha liquidato ogni cultura politica, che non sia quella sotto l’ombrello berlusconiano. Si usa dire che la destra non esiste culturalmente, ma si fa confusione con l’opinione pubblica. La quale, in Italia ma non solo, ha perso ogni funzione euristica, ed è solo parte del potere, un piccolo pezzo, una cinghia di trasmissione – tra l’altro pagata sempre meno bene. Resterà pure a sinistra il “pensiero dominante”, ma per chi è avvezzo a leggerne i giornali è misera cosa. Tolto Berlusconi, è anche senza odio. Non ha i denti, ma nemmeno la lingua, è come se non avesse passioni. Sbava di volta in volta dietro Moretti e i girotondi, Grillo, Di Pietro, Fini, Casini, quando non è Sabina Guzzanti, ed è tutto dire.
Si vuole il Partito democratico “l’unione di tutti i riformismi”, ma è solo l’unione dei Ds con la Margherita. Con ciò che resta della Margherita, dopo l’abbandono di Rutelli e altri personaggi.
Un partito cui non si possono apparentare gli altri riformisti: socialisti, verdi, e gli stessi radicali. Che ha avuto e ha suoi distinti presidenti della Repubblica, Ciampi, Napolitano, ma non ne ha mai utilizzato o sostenuto la grande capacità di governo, in nessun campo. L’unico apparentamento è con Di Pietro, che non è riformista. Capace solo di proporre politiche che nulla hanno a che fare con le riforme, esose, vessatorie, sbirresche (che vergogna le intercettazioni!): basta leggerne i giornali, quelli dei maggiori editori, ascoltare la Rai, seguire le attività (e non attività) giudiziarie. Le cronache locali sono schiavizzate, contro ogni evidenza. Contro le vergogne anche, la spazzatura, la cocaina, i bancomat in libero uso. I magistrati pure. Con la vergognosa ideologia e la prassi del Csm, dolorosamente coperte dai presidenti della Repubblica.
Con la stessa doppia morale del Pci. I circoli sociali sono buoni quando contestano il G 8 e Ferrara, cattivi quando contestano Chiamparino e la Bresso. La chiesa fa bene se critica Letizia Moratti, sindaco di Milano, male se critica la sindachessa di Napoli. La consigliera provinciale di Berlusconi sotto inchiesta a Milano prende pagine intiere, l’ex ministro Pd sotto inchiesta a Potenza un articolo breve. Discriminazione doppia, del ministro rispetto al consigliere provinciale, e dei giudici del Sud – che sono napoletani come quelli di Milano. L’ineffabile Veltroni ha perfino fatto giuramento di antisocialismo, dopo aver negato di essere mai stato comunista, non si capisce a quale fine se non la follia. E tutti esibiscono il ripudio di ogni socialismo e un liberalismo d’accatto, molto simile a quello dell’oligarchia cinese, dell’arricchitevi e lasciatemi comandare, che naturalmente non inganna nessuno, i padroni non sono stupidi. Quando ha governato lo ha fatto con le tasse e i giudici, con la salda gestione della sua specialissima questione morale, che è la forza della giustizia, anche contro la Costituzione – perfino delle tasse ha fatto una questione di polizia.
Quando non sono gli sbirri, si parla come i preti. Come don Dossetti, naturalmente: il mercato sociale, la politica sociale, la società sociale (la società sociale?). E non si sa quanto si dicono e sono sociali i fascisti, quelli veri, da Lyndon LaRuche a Forza Nuova. Mentre i preti veri non si sciacquano la bocca, quando non si scrollano infastiditi le mani addosso dei tanti anticlericali mascherati con la tonaca. La socialità non c’entra, non in Italia, non in Europa, perfino Berlusconi ha dato una tessera ai poveri, la questione è politica: cosa vuole il partito Democratico? E se lo sa perché non riesce a spiegarlo convincendo gli elettori? È evidente a questo punto che la pochezza dei suoi dirigenti è la pochezza del progetto. L’unico verbo di questo partito è stato l’antiberlusconismo. L’opposizione non al governo ma alla persona, con i pedinamenti nelle sue (innocenti) avventure galanti, le intercettazioni, i giudici protervi. Niente, a parte lo squallore.
Senza dire che questa è poi la politica dei ricconi di Milano. Che, più ricchi di una generazione di Berlusconi, i Moratti, i Montezemoli, i Tronchetti Provera, e per questo non avendo mai “lavorato”, si ritengono a lui superiori. Un piccolo snobismo, se si vuole, che da solo non condanna il Pd, ma è orribile che un partito Democratico si faccia bandiera dei peggiori speculatori, quelli che hanno defraudato qualche milione di persone in Borsa, De Benedetti e Soru, e dei grandi tagliatori di teste e di rendite, gli inossidabili banchieri Bazoli o Profumo. Ma questa Milano è Berlusconi, anche quando non lo vota, quei pochi che non lo fanno.
Perché (non) comprare il giornale
Si discute di salvare i giornali facendone pagare la lettura in rete. Lo dice Carlo De Benedetti e bisogna credergli: noi non vediamo come, ma lui certamente sa. Uno però compra “la Repubblica”, il giornale di De Benedetti, grato che si faccia pagare ancora un euro, e che giovedì regali il prezioso “Trovaroma”, e non ci trova niente. Niente che valga di essere letto. A parte l’orrida cifra della tiratura, che arrembava verso il milione di copie, e ora scivola va verso il mezzo milione.
È patetico il silenzio su Chiamparino. O il poco spazio a Cinzia e Delbono, che si regalavano i soldi nostri e non sembra che lo ritengano un peccato - come del resto i Procuratori della Repubblica di Bologna: a Bologna tutti si regalano i soldi nostri? È allarmante il ritorno in pagina costante di Genchi, l’uomo di tutte le intercettazioni, nella vesta di moralizzatore. In difesa di Lapo, che i servizi segreti spiano, dice la superspia, e non gli è venuto in mente che Lapo ha un bisogno matto e disperato di uscire sui giornali – e quali servizi (non) spiavano Berlusconi al compleanno di Noemi? È incredibile il professor Guolo, che vuole difendere, non si sa perché, i mariti mussulmani che velano le loro donne, e non vuole dircelo. “In un contesto, come quello europeo, in cui la globalizzazione cancella confini e accentua le deterritorializzazione degli attori societari, ormai anche transnazionali”. Chissà che vorrà dirci Guolo (non avrà un’amante col burqa?). L’islam ha ben altro che il burqa da offrirci, quando non vuole semplicemente rompere i coglioni. Perché di questo si tratta: quanto alle donne, i padri ammazzano le figlie liberamente, anche senza il burqa.
Insomma, non si sa dove girarsi. Sarebbe rabelaisiano il professor Cordero, che dice Berlusconi un gangster. Ma poi non lo dice, dopo averlo promesso: strologa da giudice costituzionale su e già per lo statuto albertino (lo statuto albertino?) e la quasi settantenne Costituzione, ma senza averne l’autorevolezza, da leguleio. “«Confugio»”, gli scappa detto a un certo punto, “era il nome corrente nel foro napoletano quando chiese e conventi ospitavano gli immuni”, il che significa che il giudice è contro il diritto d’asilo, vorrebbe essere Sade oltre che Rabelais, e va bene. Ma non sarà che il “professore emerito autore prolifico” dell’autobiografia in rete è di formazione pagliettistica?
È patetico il silenzio su Chiamparino. O il poco spazio a Cinzia e Delbono, che si regalavano i soldi nostri e non sembra che lo ritengano un peccato - come del resto i Procuratori della Repubblica di Bologna: a Bologna tutti si regalano i soldi nostri? È allarmante il ritorno in pagina costante di Genchi, l’uomo di tutte le intercettazioni, nella vesta di moralizzatore. In difesa di Lapo, che i servizi segreti spiano, dice la superspia, e non gli è venuto in mente che Lapo ha un bisogno matto e disperato di uscire sui giornali – e quali servizi (non) spiavano Berlusconi al compleanno di Noemi? È incredibile il professor Guolo, che vuole difendere, non si sa perché, i mariti mussulmani che velano le loro donne, e non vuole dircelo. “In un contesto, come quello europeo, in cui la globalizzazione cancella confini e accentua le deterritorializzazione degli attori societari, ormai anche transnazionali”. Chissà che vorrà dirci Guolo (non avrà un’amante col burqa?). L’islam ha ben altro che il burqa da offrirci, quando non vuole semplicemente rompere i coglioni. Perché di questo si tratta: quanto alle donne, i padri ammazzano le figlie liberamente, anche senza il burqa.
Insomma, non si sa dove girarsi. Sarebbe rabelaisiano il professor Cordero, che dice Berlusconi un gangster. Ma poi non lo dice, dopo averlo promesso: strologa da giudice costituzionale su e già per lo statuto albertino (lo statuto albertino?) e la quasi settantenne Costituzione, ma senza averne l’autorevolezza, da leguleio. “«Confugio»”, gli scappa detto a un certo punto, “era il nome corrente nel foro napoletano quando chiese e conventi ospitavano gli immuni”, il che significa che il giudice è contro il diritto d’asilo, vorrebbe essere Sade oltre che Rabelais, e va bene. Ma non sarà che il “professore emerito autore prolifico” dell’autobiografia in rete è di formazione pagliettistica?
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