Ora che il terremoto è notizia quotidiana merita una scorsa questo volutone. È la ristampa anastatica della edizione del 1962, preparata per il cinquantenario del sisma dai giuristi Salvatore Pugliatti, rettore a Messina, e Francesco Mercadante, che s’illustrerà alla Sapienza, studioso di Carl Schmitt e di La Pira (il volume è già stato ripubblicato qualche anno fa, in vista del centenario, dall’Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini di Messina). Ma è come nuovo. Ccon il meglio del giornalismo italiano: Goffredo Bellonci, Barzini, Civinini. Molta letteratura: Gor’kij, Borgese, Pascoli, De Roberto, Ada Negri, Serao, Cena, Vernon Lee, Papini, Prezzolini. Gli economisti: Luzzatti, Loria, un primo Augusto Graziani. E la politica naturalmente: Nitti, Bissolati, Salvemini, Treves.
Si dice che il terremoto è “rivelatore”. Francesco Mercadante, lo storico che ha curato la raccolta, ricorda che “Giolitti era all’apogeo della sua parabola politica”. Ma l’unico suo provvedimento fu lo stato d’assedio. Confidato a un generale piemontese. Con il compito di dedicarsi alla ricerca della cassaforte della Banca d’Italia. Molti giorni dopo il terremoto, e buoni ultimi rispetto ai soccorsi dei russi, dei francesi e di chi altro si trovava a passare per lo Stretto. Senza una linea di comunicazione con l’esterno. In lite peraltro con gli altri corpi dello Stato. Nessuno aveva cercato i superstiti, se non i messinesi, scavando con le mani.
Ma, poi, Domenico Russo del “Corriere d’Italia” va a Parigi a intervistare Camillo Flammarion, “il più popolare dei geologi del mondo”. Il quale inorridisce all’idea che la città sia ricostruita: “No, no! Appena appena consentirei a che si elevino lungi dal mare, sulle alture, semplici abitazioni di un sol piano, in cemento armato…” E dunque, che fare? Flammarion lo dice: “Non c’è bisogno di essere profeti per dare un annuncio: il suolo di Messina tremerà, tremerà ancora”.
Il Terremoto di Messina. Corrispondenze, testimonianze e polemiche giornalistiche, Città de Sole, pp. 882, € 30
sabato 6 marzo 2010
Il mondo com'è - 34
astolfo
Andreotti – Il quinquennale processo di Palermo lo ha eretto a protagonista assoluto della storia degli ultimi quaranta o cinquant’anni – si piega che vi abbia partecipato di buon grado. I soliti piemontesi Violante e Caselli hanno semplificato la storia in un drammone in cui solo comunisti e democristiani esistono: i democristiani erano i cattivi, la mafia, i comunisti sono i buoni. È uno scandalo, per la giustizia e per la storia. Che Andreotti facesse affidamento su Lima, e che Lima fosse stato da tempo catturato dalla mafia, non c’era bisogno di cinque o sei anni di indiagini, con foto che ci sono e non ci sono, e dibattimenti per saperlo. Ma è una soperchieria ingegnosa: Andreotti, il più piatto dei leader Dc, ne è nel suo intimo commosso, ne hanno fatto un gigante.
E la mafia? Se la mafia è una protesi del potere, a cosa la attacchiamo oggi?
Antipolitica - Come l'antimafia, è specchio del suo oggetto. Deformante, anche se sembra impossibile: è la passione eccessiva, invadente, opportunistica, violenta, applicata alla politica. È una politica, deteriore.
Clinton – È l’uomo, oltre che il presidente, del passaggio dalla storia viva alla storia a fumetti. Alle idee che fluiscono con appropriato software, inelastiche e insensibili. E ai soggetti senza giro di vita, senza articolazioni nervose, senza colore. Impensabile alla storia. Già Reagan era insensibile. Ma riteneva ancora che bisognasse parlare con gli altri, fingere un dialogo, con Gorbaciov, con Kohl, con la Thatcher. I Clinton no: sono l’espressione umana, oltre che politica, di una vita programmabile e programmata. Misurano in centimetri la penetrazione, e fanno la tipologia del coitus interruptus anche negli amori ancillari. È pura fumettistica di fantascienza la guerra alla Serbia: l’invenzione della resistenza, la guerra dall’oggi all’indomani, già programmata, i bombardamenti notturni, la vita ordinaria di giorno. Con alleati dalle lontane province che sono echi, come le bombe – che non fanno più bum ma lampi. O il negoziato di Seattle: un film della resistenza urbana, del genere brutti, sporchi e cattivi.
Anche figurativamente, se ci fossero cloni umani uno li immagina come i Clinton: stirati, colorito uniforme, aitanti, un po’ rigidi, con una figlie e un cane su cui prospettare belle pagine di home web. Il cinema, arte popolare che ha quindi antenne sensibilissime per la realtà, è sempre più giocato su questa Oggettività Regolata: gli scarti dei personaggi – ribellione, diserzione - sono malfunzionamenti, non c’è in essi desiderio o odio. Il rapporto più ravvicinato, il coito, si misura quantitativamente: lunghezza, spessore, numero di colpi, durata.
Comunismo – È una vocazione più che un’ideologia, da ortopedia: piega la vita e tutte le sue terminazioni, le copre abbondantemente di gesso, e aspetta che si secchi.
Europa – Non a due velocità ma a due società: una è quella degli interessi, controllati con durezza, l’altra sono le nuove leve desideranti, giovanili, femminili, cioè stupide – l’utopia è infantile, quindi stupida. Da qui l’irrilevanza della politica, del buon governo: il danaro ha sopravanzato la politica, lasciando tutto ciò che non dà guadagno agli enfantillages dei buoni propositi, meglio se estremisti. Giovani e donne danno l’illusione di fare, di realizzare le loro illusioni, e la politica perde la forza della mediazione e dell’iniziativa.
Potere - L’Urss dopo l’Iran – e la Cina? – dimostrano che la teoria novecentesca del potere, ipostatizzato, assolutizzato, è vacua. La triade partito-polizia-esercito non è se non a sua volta una funzione – ignobile come triade e oscena per il partito, che per definizione è politico, ma funzionale. A ideologia, tradizioni, mode, generazionali e propagandistiche. Con un di più negli interessi, che però sono saprofiti, si adattano alle schiene che tirano.
Il potere è nella carne degli uomini. È la suggestione dei rituali, del “Trionfo della volontà”, della “Corazzata Potiomkin”, se e finché esse non diventano manifestazioni ridicole. In un certo senso è opportuno non far vedere “Il trionfo della volontà”, che evidentemente suggestiona ancora: i governanti hanno il dovere della pedagogia. I governanti sono pedagoghi.
Nella vecchia analisi del potere il comunismo non poteva crollare in Urss – e in Cina – né lo scià poteva scomparire senza residui. Secondo l’analisi “classica” – fino a Hannah Arendt - del totalitarismo. Meglio aveva fatto Adorno, prima di Foucault: meglio aveva indagato, meglio di H.Arendt, il totalitarismo nelle sue radici, le pulsioni. Il potere è nel cuore degli uomini: imprinting, riflessi, abitudini.
Sindacato – L’organizzazione è il suo limite, l’inadattabilità. Liberato dal classismo avrebbe dovuto trovare nuovi spazi e più coraggio: erano vive le associazioni libere di mutuo soccorso prima della lotta di classe.
Sviluppo - È un fatto nuovo: il perseguimento della ricchezza è un fatto nuovo. Si può immaginare un paese ricco di oro e diamanti, e di manodopera a buon mercato, di schiavi perfino, e tuttavia povero, anzi impoverito: è il Sud Africa. Si può immaginare in Calabria, nella piana di Gioia Tauro oppure a Lamezia, una base Nissan o Toyota per l’Europa, con gli incentivi europei e italiani, e la trasformazione di un’economia agricola e mafiosa a centro innovativo e propulsore per tutta l’Italia. Ma, se anche fosse possibile, se il liberismo europeo fosse reale, in Italia non sarebbe avvenuto: il comune, la provincia, la regione, lo Stato, il prefetto, il giudice e ogni autorità burocratica sarebbe contro. E questo è il secondo punto: lo sviluppo libera.
Un parallelo Usa-Europa in materia d’incentivi, fisco, regolamenti ambientali, per la sicurezza, sanitari, sindacali, ne dà ampia testimonianza, con tutti i limiti della libertà negli Usa. Che la ricchezza sia libertà è paradosso solo apparente: ogni libertà è ricchezza, anche in senso materiale.
Tecnologia - È un fatto sociale, prima che tecnico. Non è un fiore sull’immondizia, si forma per concrezione.
astolfo@antiit.eu
Andreotti – Il quinquennale processo di Palermo lo ha eretto a protagonista assoluto della storia degli ultimi quaranta o cinquant’anni – si piega che vi abbia partecipato di buon grado. I soliti piemontesi Violante e Caselli hanno semplificato la storia in un drammone in cui solo comunisti e democristiani esistono: i democristiani erano i cattivi, la mafia, i comunisti sono i buoni. È uno scandalo, per la giustizia e per la storia. Che Andreotti facesse affidamento su Lima, e che Lima fosse stato da tempo catturato dalla mafia, non c’era bisogno di cinque o sei anni di indiagini, con foto che ci sono e non ci sono, e dibattimenti per saperlo. Ma è una soperchieria ingegnosa: Andreotti, il più piatto dei leader Dc, ne è nel suo intimo commosso, ne hanno fatto un gigante.
E la mafia? Se la mafia è una protesi del potere, a cosa la attacchiamo oggi?
Antipolitica - Come l'antimafia, è specchio del suo oggetto. Deformante, anche se sembra impossibile: è la passione eccessiva, invadente, opportunistica, violenta, applicata alla politica. È una politica, deteriore.
Clinton – È l’uomo, oltre che il presidente, del passaggio dalla storia viva alla storia a fumetti. Alle idee che fluiscono con appropriato software, inelastiche e insensibili. E ai soggetti senza giro di vita, senza articolazioni nervose, senza colore. Impensabile alla storia. Già Reagan era insensibile. Ma riteneva ancora che bisognasse parlare con gli altri, fingere un dialogo, con Gorbaciov, con Kohl, con la Thatcher. I Clinton no: sono l’espressione umana, oltre che politica, di una vita programmabile e programmata. Misurano in centimetri la penetrazione, e fanno la tipologia del coitus interruptus anche negli amori ancillari. È pura fumettistica di fantascienza la guerra alla Serbia: l’invenzione della resistenza, la guerra dall’oggi all’indomani, già programmata, i bombardamenti notturni, la vita ordinaria di giorno. Con alleati dalle lontane province che sono echi, come le bombe – che non fanno più bum ma lampi. O il negoziato di Seattle: un film della resistenza urbana, del genere brutti, sporchi e cattivi.
Anche figurativamente, se ci fossero cloni umani uno li immagina come i Clinton: stirati, colorito uniforme, aitanti, un po’ rigidi, con una figlie e un cane su cui prospettare belle pagine di home web. Il cinema, arte popolare che ha quindi antenne sensibilissime per la realtà, è sempre più giocato su questa Oggettività Regolata: gli scarti dei personaggi – ribellione, diserzione - sono malfunzionamenti, non c’è in essi desiderio o odio. Il rapporto più ravvicinato, il coito, si misura quantitativamente: lunghezza, spessore, numero di colpi, durata.
Comunismo – È una vocazione più che un’ideologia, da ortopedia: piega la vita e tutte le sue terminazioni, le copre abbondantemente di gesso, e aspetta che si secchi.
Europa – Non a due velocità ma a due società: una è quella degli interessi, controllati con durezza, l’altra sono le nuove leve desideranti, giovanili, femminili, cioè stupide – l’utopia è infantile, quindi stupida. Da qui l’irrilevanza della politica, del buon governo: il danaro ha sopravanzato la politica, lasciando tutto ciò che non dà guadagno agli enfantillages dei buoni propositi, meglio se estremisti. Giovani e donne danno l’illusione di fare, di realizzare le loro illusioni, e la politica perde la forza della mediazione e dell’iniziativa.
Potere - L’Urss dopo l’Iran – e la Cina? – dimostrano che la teoria novecentesca del potere, ipostatizzato, assolutizzato, è vacua. La triade partito-polizia-esercito non è se non a sua volta una funzione – ignobile come triade e oscena per il partito, che per definizione è politico, ma funzionale. A ideologia, tradizioni, mode, generazionali e propagandistiche. Con un di più negli interessi, che però sono saprofiti, si adattano alle schiene che tirano.
Il potere è nella carne degli uomini. È la suggestione dei rituali, del “Trionfo della volontà”, della “Corazzata Potiomkin”, se e finché esse non diventano manifestazioni ridicole. In un certo senso è opportuno non far vedere “Il trionfo della volontà”, che evidentemente suggestiona ancora: i governanti hanno il dovere della pedagogia. I governanti sono pedagoghi.
Nella vecchia analisi del potere il comunismo non poteva crollare in Urss – e in Cina – né lo scià poteva scomparire senza residui. Secondo l’analisi “classica” – fino a Hannah Arendt - del totalitarismo. Meglio aveva fatto Adorno, prima di Foucault: meglio aveva indagato, meglio di H.Arendt, il totalitarismo nelle sue radici, le pulsioni. Il potere è nel cuore degli uomini: imprinting, riflessi, abitudini.
Sindacato – L’organizzazione è il suo limite, l’inadattabilità. Liberato dal classismo avrebbe dovuto trovare nuovi spazi e più coraggio: erano vive le associazioni libere di mutuo soccorso prima della lotta di classe.
Sviluppo - È un fatto nuovo: il perseguimento della ricchezza è un fatto nuovo. Si può immaginare un paese ricco di oro e diamanti, e di manodopera a buon mercato, di schiavi perfino, e tuttavia povero, anzi impoverito: è il Sud Africa. Si può immaginare in Calabria, nella piana di Gioia Tauro oppure a Lamezia, una base Nissan o Toyota per l’Europa, con gli incentivi europei e italiani, e la trasformazione di un’economia agricola e mafiosa a centro innovativo e propulsore per tutta l’Italia. Ma, se anche fosse possibile, se il liberismo europeo fosse reale, in Italia non sarebbe avvenuto: il comune, la provincia, la regione, lo Stato, il prefetto, il giudice e ogni autorità burocratica sarebbe contro. E questo è il secondo punto: lo sviluppo libera.
Un parallelo Usa-Europa in materia d’incentivi, fisco, regolamenti ambientali, per la sicurezza, sanitari, sindacali, ne dà ampia testimonianza, con tutti i limiti della libertà negli Usa. Che la ricchezza sia libertà è paradosso solo apparente: ogni libertà è ricchezza, anche in senso materiale.
Tecnologia - È un fatto sociale, prima che tecnico. Non è un fiore sull’immondizia, si forma per concrezione.
astolfo@antiit.eu
venerdì 5 marzo 2010
La marcia degli Invisibili
Quattro milioni di piccole imprese e otto milioni di partite Iva sono “un patrimonio vitale” ma non rappresentano niente. Non da ora, dalla Costituente. Dove a Fanfani riuscì di fondare la Repubblica sul lavoro (sua la formulazione dell’art.1, “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”). Ma sul lavoro artigiano, per il quale chiedeva una menzione speciale, ricevette solo compatimenti: il lavoro era la Fiat, la Montecatini, e il sindacato.
Dario Di Vico, che dedica ai pro.pro il suo blog sul “Corriere della sera” (li diremo professionisti proletari?), e li ha seguiti per un anno ovunque al Nord, a Varese, Como, Cuneo, Torino, Mantova, Milano, Treviso, sul Piave, e anche a Roma, lo dice alla prima riga di questo resoconto dei loro sfoghi: i Piccoli sono anche Invisibili. Se ne parla. C’è ora un sociologia consolidata della microimpresa, De Rita, De Masi, Becattini, Diamanti. La politica li corteggia: gli spezzoni della Dc, la Lega, Berlusconi (con una o due eccezioni, nei distretti industriali, comprese le cittadelle rosse, Sassuolo, Carpi, Lumezzane, si vota centro-destra). Sono un mondo anche affascinante da raccontare, da Meneghello a Edoardo Nesi. E sono alla moda: “L’uomo artigiano” è l’ultimo grido nell’area anglo-americana, a opera di Richard Sennett, già teorico de “L’uomo flessibile”. Ma non hanno status, a sessanta e passa anni dalla Costituente. Il solo capitolo leggibile di “Gomorra”, quello dell’asta al ribasso per le forniture ai grandi couturier, li fa perfino camorristi: nel libro più letto dagli italiani il lavoro à façon, rapido e inappuntabile, che è il vanto della tradizione sartoriale napoletana, è presentato come un’organizzazione di camorra. E potrebbero non avere futuro.
Sono una società aperta ma in un mercato ancora post-sovietico, ingessato nei privilegi. Di cui le Autorità di garanzia del mercato sono il suggello, che garantiscono solo tariffe crescenti alle utilities, con servizi per lo più scadenti. Mentre è diventata monopolista la banca. L’Italia ha la più alta concentrazione del credito in Europa: poco meno del 60 per cento degli attivi fa capo a cinque gruppi. È finito o minoritario il ruolo delle casse di risparmio, delle banche popolari e del credito cooperativo, interfaccia classici della microimpresa. La Cariplo di Giordano Dell’Amore vantava la creazione di 350 mila aziende, in trent’anni nel dopoguerra. La medio-grande impresa resta privilegiata. Si dice che è tempo di “rompere il dualismo del mercato del lavoro” (Pietro Ichino), ma senza convinzione. Il dualismo è già rotto, il mercato del lavoro è individuale e privatistico, ma i privilegi restano ai garantiti.
I Piccoli non hanno leggi, se non vessatorie, non hanno pensione né cassa mutua. E nella crisi sono i primi “tagliati”. Stretti fra incassi sempre più ritardati e l’obbligo di ridurre ogni anno il costo unitario del prodotto fornito. Migliorandone la tecnologia, cioè con investimenti continui. Il ritardo medio degli incassi è di sei-otto mesi, a Napoli anche di due anni e mezzo. Detto così, sembra un miracolo che sopravvivano. Ma è così, ed è anzi questa “pancia” operosamente ruminante che tiene a galla l’Italia.
Il mercato è d’altra parte globale anche per i Piccoli. I distretti industriali sono superati: le economie sui servizi non bastano più. E la globalizzazione è nella fase più dura: Asia e America Latina hanno standard produttivi di qualità, e costi ancora dimezzati. Mentre la crisi finanziaria colpisce di più l’Euro-America. I Bric d’altra parte, Brasile, Russia, India, Cina, sono già un grande mercato. E fra dieci anni, quando anche il costo della vita in Asia e America Latina si sarà livellato verso l’alto, si potrà competere senza intaccare il capitale. Ma bisogna sopravvivere.
Il rischio è qui la confusione. La percezione del mercato globale non manca. Ma se è quella che Di Vico registra è il solito teatro di grande combattività e di velleità. È come se i Piccoli non sapessero uscire dal complesso della Maggioranza Silenziosa, della rivalsa. Da una realtà bozzettistica quando è simpatetica. Ma grigia o nera sul versante del fisco, col quale non riescono a venire a patti, dei salari minimi, dei contributi sociali. Si discute molto di rappresentanza, com’è giusto, ma nel senso di “chi va a Roma”.
Dario Di Vico, Piccoli. La pancia del Paese, Marsilio, pp. 175, € 15
Dario Di Vico, che dedica ai pro.pro il suo blog sul “Corriere della sera” (li diremo professionisti proletari?), e li ha seguiti per un anno ovunque al Nord, a Varese, Como, Cuneo, Torino, Mantova, Milano, Treviso, sul Piave, e anche a Roma, lo dice alla prima riga di questo resoconto dei loro sfoghi: i Piccoli sono anche Invisibili. Se ne parla. C’è ora un sociologia consolidata della microimpresa, De Rita, De Masi, Becattini, Diamanti. La politica li corteggia: gli spezzoni della Dc, la Lega, Berlusconi (con una o due eccezioni, nei distretti industriali, comprese le cittadelle rosse, Sassuolo, Carpi, Lumezzane, si vota centro-destra). Sono un mondo anche affascinante da raccontare, da Meneghello a Edoardo Nesi. E sono alla moda: “L’uomo artigiano” è l’ultimo grido nell’area anglo-americana, a opera di Richard Sennett, già teorico de “L’uomo flessibile”. Ma non hanno status, a sessanta e passa anni dalla Costituente. Il solo capitolo leggibile di “Gomorra”, quello dell’asta al ribasso per le forniture ai grandi couturier, li fa perfino camorristi: nel libro più letto dagli italiani il lavoro à façon, rapido e inappuntabile, che è il vanto della tradizione sartoriale napoletana, è presentato come un’organizzazione di camorra. E potrebbero non avere futuro.
Sono una società aperta ma in un mercato ancora post-sovietico, ingessato nei privilegi. Di cui le Autorità di garanzia del mercato sono il suggello, che garantiscono solo tariffe crescenti alle utilities, con servizi per lo più scadenti. Mentre è diventata monopolista la banca. L’Italia ha la più alta concentrazione del credito in Europa: poco meno del 60 per cento degli attivi fa capo a cinque gruppi. È finito o minoritario il ruolo delle casse di risparmio, delle banche popolari e del credito cooperativo, interfaccia classici della microimpresa. La Cariplo di Giordano Dell’Amore vantava la creazione di 350 mila aziende, in trent’anni nel dopoguerra. La medio-grande impresa resta privilegiata. Si dice che è tempo di “rompere il dualismo del mercato del lavoro” (Pietro Ichino), ma senza convinzione. Il dualismo è già rotto, il mercato del lavoro è individuale e privatistico, ma i privilegi restano ai garantiti.
I Piccoli non hanno leggi, se non vessatorie, non hanno pensione né cassa mutua. E nella crisi sono i primi “tagliati”. Stretti fra incassi sempre più ritardati e l’obbligo di ridurre ogni anno il costo unitario del prodotto fornito. Migliorandone la tecnologia, cioè con investimenti continui. Il ritardo medio degli incassi è di sei-otto mesi, a Napoli anche di due anni e mezzo. Detto così, sembra un miracolo che sopravvivano. Ma è così, ed è anzi questa “pancia” operosamente ruminante che tiene a galla l’Italia.
Il mercato è d’altra parte globale anche per i Piccoli. I distretti industriali sono superati: le economie sui servizi non bastano più. E la globalizzazione è nella fase più dura: Asia e America Latina hanno standard produttivi di qualità, e costi ancora dimezzati. Mentre la crisi finanziaria colpisce di più l’Euro-America. I Bric d’altra parte, Brasile, Russia, India, Cina, sono già un grande mercato. E fra dieci anni, quando anche il costo della vita in Asia e America Latina si sarà livellato verso l’alto, si potrà competere senza intaccare il capitale. Ma bisogna sopravvivere.
Il rischio è qui la confusione. La percezione del mercato globale non manca. Ma se è quella che Di Vico registra è il solito teatro di grande combattività e di velleità. È come se i Piccoli non sapessero uscire dal complesso della Maggioranza Silenziosa, della rivalsa. Da una realtà bozzettistica quando è simpatetica. Ma grigia o nera sul versante del fisco, col quale non riescono a venire a patti, dei salari minimi, dei contributi sociali. Si discute molto di rappresentanza, com’è giusto, ma nel senso di “chi va a Roma”.
Dario Di Vico, Piccoli. La pancia del Paese, Marsilio, pp. 175, € 15
Calvino a una dimensione
Libro di straordinaria chiusura mentale. Calvino vi è molto più mobile che nella scrittura “autoriale”, ma quanto unidimensionale. Per mancanza di curiosità? Per togliattismo (omeopatico, certo)? Dichiara a Sciascia (p. 538) “l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano”. E dove allora? O gli rimprovera la Sicilia “senza segreti”. Senza attrattive. La Sicilia?Molte condanne sono perfino censure (a Seminara, sul flusso di coscienza). Si capisce l’imbarazzata presentazione di Fruttero: “Di Calvino editor non ricordo in pratica nulla”.
Italo Calvino, I libri degli altri
Italo Calvino, I libri degli altri
giovedì 4 marzo 2010
I listini scacciascandali
Alla fine, saranno le stelle, anche l’incapacità di presentare una lista elettorale giocherà a favore di Berlusconi. Intanto la questione ha scacciato gli scandali. Sapevano di patetico “Repubblica” e il “Corriere della sera” che ieri facevano ancora a gara a pubblicare le (lacrimevoli) intercettazioni di Quattrocchi. Non ci vorrà molto per sapere che i magistrati romani Maurizio Durante e Fausto Severini sono radicali. Insomma, sono passati da Radio radicale, che è la stessa cosa. E che i giudici di Milano che hanno fatto la grafologia alle firme di Formigoni sono amici (amici, non compagni) di Penati, o chi altro il Pd ha scelto per le regionali. Nel mentre ci sarà l’offensiva sull’opposizione per una soluzione politica: non si possono lasciare senza scelta dodici milioni di elettori, o quattordici, o sedici. Di Pietro è già d’accordo, Bersani non potrà non seguirlo. Ma allora i radicali scarteranno, pur essendo già stati beneficiari di una sanatoria a opera dell’allora alleato Berlusconi - e magari Emma Bonino si arrabbierà e non farà più campagna, chissà. Poi ci sarà il Tar, che come suole riammetterà le liste sotto condizione. E quindi la cosa si trascinerà fino a Pasqua, nei tribunali e alla Rai, o fino al prossimo scandalo, i radicali non mollano. Anche perché ci saranno numerosi ricorsi radicali contro gli elettori di periferia, quelli dei portavoti, che dovranno entrare in cabina con schede multiple ben sottolineate – la sinistra invece non bara: prende i voti di Roma 1, dei Parioli e della Balduina.
Tutto, certo, si può voltare in bene, anche il terremoto. E la continua agitazione, quasi una sovversione, in cui Berlusconi tiene il suo elettorato, tutto il contrario della forza tranquilla e rassicurante che dice di voler essere e a cui il suo elettorato ambisce. Ma questo sviluppo dell’indigenza dei berlusconiani antiberlusconiani (Formigoni, Fini, perfino Polverini è antiberlusconiana…) è solo probabile. Intanto, si sa che la destra ha bisogno di drammatizzare le elezioni amministrative, per mobilitare i suoi elettori, evitare il week-end in villa. Quanto agli esclusi di Roma, l'unico non vero della farsa listini, i portavoti non potranno che raddoppiare i loro sforzi perché vinca Polverini: non hanno altrimenti nessuna possibilità di rientrare delle spese con cui giornalmente si comprano i voti. Ora più che mai devono anzi dimostrare all’inaffidabile Polverini che sono indispensabili. E alla fine sarà come doveva essere. Come si fa a pensare Emma Bonino a capo della sanità a Roma, accanto al Vaticano? Tutti sono d'accordo che, listini o non listini, è una commedia che si gioca, non una tragedia politica - quale invece alla fine è.
Tutto, certo, si può voltare in bene, anche il terremoto. E la continua agitazione, quasi una sovversione, in cui Berlusconi tiene il suo elettorato, tutto il contrario della forza tranquilla e rassicurante che dice di voler essere e a cui il suo elettorato ambisce. Ma questo sviluppo dell’indigenza dei berlusconiani antiberlusconiani (Formigoni, Fini, perfino Polverini è antiberlusconiana…) è solo probabile. Intanto, si sa che la destra ha bisogno di drammatizzare le elezioni amministrative, per mobilitare i suoi elettori, evitare il week-end in villa. Quanto agli esclusi di Roma, l'unico non vero della farsa listini, i portavoti non potranno che raddoppiare i loro sforzi perché vinca Polverini: non hanno altrimenti nessuna possibilità di rientrare delle spese con cui giornalmente si comprano i voti. Ora più che mai devono anzi dimostrare all’inaffidabile Polverini che sono indispensabili. E alla fine sarà come doveva essere. Come si fa a pensare Emma Bonino a capo della sanità a Roma, accanto al Vaticano? Tutti sono d'accordo che, listini o non listini, è una commedia che si gioca, non una tragedia politica - quale invece alla fine è.
Hammett ammazzasindacalisti
“Enigmatico” è l’aggettivo che Layman usa per Dashiell Hammett, ed è l’aggettivo giusto: lo era da ragazzo, e lo è stato fino alla fine. Anche se nei trent’anni dacché questa biografia è stata scritta, con l’aiuto allora in particolare di Jo Hammett (la moglie? la figlia? talvolta la moglie, talvolta la figlia: l'edizione del libro è sciatta, c'è perfino una "isola di Tripoli" con le tre assegnate nel 1530 all'Ordine di Malta, insieme con Malta appunto, Gozo e Comino), molto si è saputo che non si dice. In particolare sull’esperienza alla Pinkerton e l’etica professionale dell’agenzia, che Layman dice “Hammett abbracciò entusiasticamente, aderendovi per il resto della sua vita con devozione quasi religiosa”. Questa etica, spiega Layman, era imperniata sulla riservatezza.
Era anche un dandy, Hammett, uno che costruiva il suo personaggio, dal taglio dei capelli a quello degli abiti. E mai fu innamorato, se non forse della moglie poi abbandonata e non divorziata, con la quale ebbe due figlie. Anche questo Layman dice, seppure distrattamente, qua e là, in una o due righe. Layman è diventato biografo di Hammett lavorando alla bibliografia dello scrittore. La sua curiosità è soprattutto letteraria, una metà di questa biografia è un repertorio delle opere, anche delle note di poche righe purché stampate, con sintesi e valutazioni - tutte singolarmente dettagliate e revulsive, come e forse più delle sinossi dei programmi di sala all'opera o al balletto.
Il libro reca in appendice il processo del 1951, il primo dei tre che Hammett subì per essere un comunista, concluso con l'arresto in aula per reticenza, e sei mesi di prigione (uno poi condonato per buona condotta), benché fosse un patriota, volontario in entrambe le guerre, e un invalido ufficialmente riconosciuto. E questo riconcilia col personaggio, l’infamia della giustizia inquisitoriale. Del giudice quasi più che del pubblico ministero, che pure era un ammazzacomunisti professo: il giudice Sylvester Ryan è determinato a condannare Hammett e arrestarlo fin dall'inizio, proprio per essere uno che si ritiene nel giusto. Bisognerà riscrivere la storia della Inquisizione alla luce, recente e così ben documentata, del maccarthysmo, o della verità del giudice. Ma questa è un'altra storia.
Nel testo Layman riporta , quasi come un pezzo della narrativa, il secondo interrogatorio di Hammett alla Sottocommissione del Senato sulle attività antiamericane, la commissione McCarthy, condotto quest’ultimo dallo stesso McCarthy. Il primo interrogatorio alla stessa Sottocomissiione, presieduta dal vice Karl E.Mundt, è stato reso in seduta segreta e pubblicato solo nel 2003. Questo interrogatorio è disponibile nella piccola brochure dedicata in Francia ai tre processi subiti da Hammett.
Layman mette anche in giusta luce che la condanna a sei mesi fu una sorta di condanna a morte: Hammett uscì di prigione malato per sempre (non c'era organo vitale che non fosse in pessime condizioni quando morì dieci anni dopo), senza possibilità di lavorare a causa della condanna, e senza reddito, il fisco pretendendo da lui più di quanto avesse guadagnato. Mette anche nela giusta luce, questa biografia, la straordinaria forza morale dell'uomo. Sia nei rapporti umani, e di lavoro con i dipendenti, sia in guerra. Quando l'America entrò in guerra contro Hitler tentò più volte di arruolarsi. E quando infine fu preso lavorò instancabile, anche in posti difficili come l'Alaska e le Aleutine. Qui progettò e fece uscire per quindici mesi un giornale quotidiano per le truppe. Ma sempre col lato oscuro in agguato, che la biografia non tenta di scalfire. Manifesto nell'uso smodato dell'alcol e del sesso, una compulsione senza una ragione che si veda o si sappia. Il titolo della biografia dice più di quanto Layman poi si spinge a documentare - la riservatezza e il dandysmo non prendono più di una pagina.
Il biografo stesso lo sa, che spiega alla prima pagina: Lillian Hellman, "l'amica più fidata di Hammett negli ultimi anni della sua vita, sebbene i due non fossero affatto compagni stabili", sua erede, in parte, ed esecutrice testamentaria, si appropriò con una abile manovra avvocatesca tutti i diritti sull'opera, a danno dei familiari, con una spesa di appena duemila dollari, e si arrogò, nello stesso giudizio, il diritto esclusivo a scriverne la biografia. Salvo rinunciarvi subito dopo, e poi a scoraggiare ogni tentativo di scriverla. Dunque, la biografia non è si è potuta in realtà scrivere, finora. E il motivo è forse uno solo.
Della personalità dello scrittore Layman mette anche in luce, alla solita maniera, di passaggio, la solitudine. Alla moglie cattolica e al prete cattolico del matrimonio Hammett nasconde di essere nato anche lui in una famiglia cattolica. Vive fumando e leggendo, agli inizi a San Francisco "tutto quello che era possibile leggere" della Public Library, come il personaggio della "Nausea" di Sartre. A Hollywood è condannato, senza una reazione da parte sua, per aver aggredito un'attrice, Elise de Vianne. A New York passa un'estate all'hotel Pierre, e se ne va senza pagare il conto. Ma forse c'era di più, nel lato oscuro dello scrittore. La Pinkerton National Detective Agency aveva cambiato natura a fine Ottocento, divenendo una forza privata antisciopero e antisindacato. Layman lo dice, ma tace sul ruolo di Hammett, se non nella forma dell’“aneddoto”, cose da poco e bonarie. La probabile commistione di Hammett con le attività antisciopero della Pinkerton è invece così ricostruita nel romanzo “Non c’è anarchico felice” di recente pubblicazione, p. 567 (Astolfo, “Non c’è anarchico felice”, Lampi di Stampa, pp. 676, € 21):
“La mattina dell’undici Henry Kissinger arriva a Mosca per gli accordi finali sul Vietnam, che i Vietcong accettano. Otto ore dopo il Cile e Allende sono sotto le armi. Unidad Popular non reagisce, le elezioni per il Parlamento erano state del resto perdute, lo stadio si riempie di politici prontamente arrestati. Il palazzo della Moneda e il presidente Allende, che fanno paura ai fascisti, sono bombardati, con carri armati, bazooka, aerei e bombe incendiarie. Il dottor Kissinger non l’avrà fatto ma l’ha fatto fare. Non per il rame dell’Anaconda, chi se ne frega, per la democrazia. Il dottore persegue la norma, la democrazia per gradi come l’insegnamento a scuola, insegna la democrazia. Con e contro i generali, in Brasile, Pakistan, Indonesia, Grecia. Quest’anno in programma è il Cile.
“L’Anaconda Copper già nel ‘17, a Butte, Montana, Usa, commissionava un assassinio, nella persona di Frank Little, guercio, sindacalista, mezzo indiano. Che fu linciato, appeso a un palo della ferrovia, dopo essere stato rapito a casa sua e castrato, da un commando di sei uomini, di cui uno somigliante al futuro scrittore Dashiell Hammett. Upton Sinclair tre anni dopo, in Soluzione 100 per cento, raccontò il linciaggio di un wobbly a opera di un Hammett. Per cinquemila dollari, che sono ancora una cifra rilevante. Ora wobbly è un problema, Vivian Gornick ne ha fatto il Romance, ma nessuno sa nemmeno che cosa la parola voglia dire. Di certo indica un compagno, uno dell’Iww, Industrial Workers of the World – forse è il double-you pronunciato da un cinese, la doppia w. Hammett fu guardia antisciopero all’agenzia Pinkerton nel ‘15, a ventun’anni, fino al 1918, e di nuovo, dopo una breve parentesi nel servizio ambulanze dell’esercito, fino alla decisione nel ‘22 di scrivere. Ha lavorato per Pinkerton anche a Butte, Montana. Un anno prima a Everett, nello stato di Washington, quaranta wobblies erano stati imprigionati, e nella notte lasciati nudi a centinaia di poliziotti privati armati di fucili, bastoni, fruste, catene. I wobblies protestarono. Ma mentre risalivano il Puget Sound in barca, furono affrontati con carabine a ripetizione, lasciando venti morti e cinquantuno feriti”.
Nello stato di Washington Hammett lavorerà per la Pinkerton dopo la guerra, nel 1921. Dal Washington opererà quell’anno per l’agenzia anche in Idaho e Montana, dove la Anaconda era sempre in guerra contro i minatori, che avevano ingaggiato un altro braccio di ferro con l’azienda per formare un sindacato – e nuovamente lo perdettero. Quindi lavorò ancora alcuni mesi a Seattle, altra città di guerre al sindacato. Gli “aneddoti” cui Layman si riferisce sono raccontati dallo stesso Hammett nelle sue prime autobiografie di scrittore esordiente, nel 1923. E sono il tema, come è noto, del suo primo romanzo, "Raccolto rosso", che è retrospettivamente piuttosto esplicito, pur nel garbuglio di personaggi e situazioni che lo ingombrano: la città di Butte, Montana, in lotta contro il gruppo minerario che non vuole dare e non darà diritti sindacali, e contro il sindacato ingaggia la Continental-Pinkerton - il sindacato comunista Iww è nel romanzo una banda di mafiosi ma la situazione è quella.
La commediografa Lillian Hellman, che sarà la compagna di Hammett e lo introdurrà al partito Comunista, ricorda in “Tempo di furfanti”, del 1976, che lo scrittore-detective le confidò di avere ricevuto la proposta di assassinare Frank Little, e di averla rifiutata. Che può anche non essere vero – che la proposta sia stata fatta a Hammett, che Hammett l’abbia rifiutata – ma conferma che la Pinkerton ammazzava i sindacalisti, in forma non aneddotica. La moglie di Hammett, Josephine, veniva da Anaconda, Montana.
Richard Layman, Shadow Man, vita di Dashiell Hammett, Oscar Mondadori, pp. 329, € 10,50
Dashiell Hammett, Interrogatoires, Allia, pp.95, € 3
Era anche un dandy, Hammett, uno che costruiva il suo personaggio, dal taglio dei capelli a quello degli abiti. E mai fu innamorato, se non forse della moglie poi abbandonata e non divorziata, con la quale ebbe due figlie. Anche questo Layman dice, seppure distrattamente, qua e là, in una o due righe. Layman è diventato biografo di Hammett lavorando alla bibliografia dello scrittore. La sua curiosità è soprattutto letteraria, una metà di questa biografia è un repertorio delle opere, anche delle note di poche righe purché stampate, con sintesi e valutazioni - tutte singolarmente dettagliate e revulsive, come e forse più delle sinossi dei programmi di sala all'opera o al balletto.
Il libro reca in appendice il processo del 1951, il primo dei tre che Hammett subì per essere un comunista, concluso con l'arresto in aula per reticenza, e sei mesi di prigione (uno poi condonato per buona condotta), benché fosse un patriota, volontario in entrambe le guerre, e un invalido ufficialmente riconosciuto. E questo riconcilia col personaggio, l’infamia della giustizia inquisitoriale. Del giudice quasi più che del pubblico ministero, che pure era un ammazzacomunisti professo: il giudice Sylvester Ryan è determinato a condannare Hammett e arrestarlo fin dall'inizio, proprio per essere uno che si ritiene nel giusto. Bisognerà riscrivere la storia della Inquisizione alla luce, recente e così ben documentata, del maccarthysmo, o della verità del giudice. Ma questa è un'altra storia.
Nel testo Layman riporta , quasi come un pezzo della narrativa, il secondo interrogatorio di Hammett alla Sottocommissione del Senato sulle attività antiamericane, la commissione McCarthy, condotto quest’ultimo dallo stesso McCarthy. Il primo interrogatorio alla stessa Sottocomissiione, presieduta dal vice Karl E.Mundt, è stato reso in seduta segreta e pubblicato solo nel 2003. Questo interrogatorio è disponibile nella piccola brochure dedicata in Francia ai tre processi subiti da Hammett.
Layman mette anche in giusta luce che la condanna a sei mesi fu una sorta di condanna a morte: Hammett uscì di prigione malato per sempre (non c'era organo vitale che non fosse in pessime condizioni quando morì dieci anni dopo), senza possibilità di lavorare a causa della condanna, e senza reddito, il fisco pretendendo da lui più di quanto avesse guadagnato. Mette anche nela giusta luce, questa biografia, la straordinaria forza morale dell'uomo. Sia nei rapporti umani, e di lavoro con i dipendenti, sia in guerra. Quando l'America entrò in guerra contro Hitler tentò più volte di arruolarsi. E quando infine fu preso lavorò instancabile, anche in posti difficili come l'Alaska e le Aleutine. Qui progettò e fece uscire per quindici mesi un giornale quotidiano per le truppe. Ma sempre col lato oscuro in agguato, che la biografia non tenta di scalfire. Manifesto nell'uso smodato dell'alcol e del sesso, una compulsione senza una ragione che si veda o si sappia. Il titolo della biografia dice più di quanto Layman poi si spinge a documentare - la riservatezza e il dandysmo non prendono più di una pagina.
Il biografo stesso lo sa, che spiega alla prima pagina: Lillian Hellman, "l'amica più fidata di Hammett negli ultimi anni della sua vita, sebbene i due non fossero affatto compagni stabili", sua erede, in parte, ed esecutrice testamentaria, si appropriò con una abile manovra avvocatesca tutti i diritti sull'opera, a danno dei familiari, con una spesa di appena duemila dollari, e si arrogò, nello stesso giudizio, il diritto esclusivo a scriverne la biografia. Salvo rinunciarvi subito dopo, e poi a scoraggiare ogni tentativo di scriverla. Dunque, la biografia non è si è potuta in realtà scrivere, finora. E il motivo è forse uno solo.
Della personalità dello scrittore Layman mette anche in luce, alla solita maniera, di passaggio, la solitudine. Alla moglie cattolica e al prete cattolico del matrimonio Hammett nasconde di essere nato anche lui in una famiglia cattolica. Vive fumando e leggendo, agli inizi a San Francisco "tutto quello che era possibile leggere" della Public Library, come il personaggio della "Nausea" di Sartre. A Hollywood è condannato, senza una reazione da parte sua, per aver aggredito un'attrice, Elise de Vianne. A New York passa un'estate all'hotel Pierre, e se ne va senza pagare il conto. Ma forse c'era di più, nel lato oscuro dello scrittore. La Pinkerton National Detective Agency aveva cambiato natura a fine Ottocento, divenendo una forza privata antisciopero e antisindacato. Layman lo dice, ma tace sul ruolo di Hammett, se non nella forma dell’“aneddoto”, cose da poco e bonarie. La probabile commistione di Hammett con le attività antisciopero della Pinkerton è invece così ricostruita nel romanzo “Non c’è anarchico felice” di recente pubblicazione, p. 567 (Astolfo, “Non c’è anarchico felice”, Lampi di Stampa, pp. 676, € 21):
“La mattina dell’undici Henry Kissinger arriva a Mosca per gli accordi finali sul Vietnam, che i Vietcong accettano. Otto ore dopo il Cile e Allende sono sotto le armi. Unidad Popular non reagisce, le elezioni per il Parlamento erano state del resto perdute, lo stadio si riempie di politici prontamente arrestati. Il palazzo della Moneda e il presidente Allende, che fanno paura ai fascisti, sono bombardati, con carri armati, bazooka, aerei e bombe incendiarie. Il dottor Kissinger non l’avrà fatto ma l’ha fatto fare. Non per il rame dell’Anaconda, chi se ne frega, per la democrazia. Il dottore persegue la norma, la democrazia per gradi come l’insegnamento a scuola, insegna la democrazia. Con e contro i generali, in Brasile, Pakistan, Indonesia, Grecia. Quest’anno in programma è il Cile.
“L’Anaconda Copper già nel ‘17, a Butte, Montana, Usa, commissionava un assassinio, nella persona di Frank Little, guercio, sindacalista, mezzo indiano. Che fu linciato, appeso a un palo della ferrovia, dopo essere stato rapito a casa sua e castrato, da un commando di sei uomini, di cui uno somigliante al futuro scrittore Dashiell Hammett. Upton Sinclair tre anni dopo, in Soluzione 100 per cento, raccontò il linciaggio di un wobbly a opera di un Hammett. Per cinquemila dollari, che sono ancora una cifra rilevante. Ora wobbly è un problema, Vivian Gornick ne ha fatto il Romance, ma nessuno sa nemmeno che cosa la parola voglia dire. Di certo indica un compagno, uno dell’Iww, Industrial Workers of the World – forse è il double-you pronunciato da un cinese, la doppia w. Hammett fu guardia antisciopero all’agenzia Pinkerton nel ‘15, a ventun’anni, fino al 1918, e di nuovo, dopo una breve parentesi nel servizio ambulanze dell’esercito, fino alla decisione nel ‘22 di scrivere. Ha lavorato per Pinkerton anche a Butte, Montana. Un anno prima a Everett, nello stato di Washington, quaranta wobblies erano stati imprigionati, e nella notte lasciati nudi a centinaia di poliziotti privati armati di fucili, bastoni, fruste, catene. I wobblies protestarono. Ma mentre risalivano il Puget Sound in barca, furono affrontati con carabine a ripetizione, lasciando venti morti e cinquantuno feriti”.
Nello stato di Washington Hammett lavorerà per la Pinkerton dopo la guerra, nel 1921. Dal Washington opererà quell’anno per l’agenzia anche in Idaho e Montana, dove la Anaconda era sempre in guerra contro i minatori, che avevano ingaggiato un altro braccio di ferro con l’azienda per formare un sindacato – e nuovamente lo perdettero. Quindi lavorò ancora alcuni mesi a Seattle, altra città di guerre al sindacato. Gli “aneddoti” cui Layman si riferisce sono raccontati dallo stesso Hammett nelle sue prime autobiografie di scrittore esordiente, nel 1923. E sono il tema, come è noto, del suo primo romanzo, "Raccolto rosso", che è retrospettivamente piuttosto esplicito, pur nel garbuglio di personaggi e situazioni che lo ingombrano: la città di Butte, Montana, in lotta contro il gruppo minerario che non vuole dare e non darà diritti sindacali, e contro il sindacato ingaggia la Continental-Pinkerton - il sindacato comunista Iww è nel romanzo una banda di mafiosi ma la situazione è quella.
La commediografa Lillian Hellman, che sarà la compagna di Hammett e lo introdurrà al partito Comunista, ricorda in “Tempo di furfanti”, del 1976, che lo scrittore-detective le confidò di avere ricevuto la proposta di assassinare Frank Little, e di averla rifiutata. Che può anche non essere vero – che la proposta sia stata fatta a Hammett, che Hammett l’abbia rifiutata – ma conferma che la Pinkerton ammazzava i sindacalisti, in forma non aneddotica. La moglie di Hammett, Josephine, veniva da Anaconda, Montana.
Richard Layman, Shadow Man, vita di Dashiell Hammett, Oscar Mondadori, pp. 329, € 10,50
Dashiell Hammett, Interrogatoires, Allia, pp.95, € 3
mercoledì 3 marzo 2010
Letture - 27
letterautore
Confessione - È fra i generi letterari più in voga. Se è vero che negli ultimi trent’anni si sono scritte più autobiografie che nell’intero corso della storia. Va in genere col pentimento, ma questa è un’altra storia – il perdono è facile, i vescovi si lamentano sul loro giornale, “Avvenire”, che è inflazionato, “facile e vuoto”, come nota Claudio Magris. Senza contare l’inverosimile, sconfinata, letteratura dell’infanzia, con nonne e zie, alla ricerca del tempo perduto. Più i blog, che sono un confessionale aperto, diarroico, con le chat e i forum, fiere dove esibirsi. E dove la ritrattazione è sempre possibile, fa parte del gioco – confessarci è come pentirsi. Freud, che non ha mai voluto autobiogarasi, dice già perché.
La verità e la storia hanno vinto il peccato.
È la confessione ripetuta in confessionale. Diversa da quella dell’analista, che a un certo punto deve lasciare il paziente, guarito o malato che sia. La confessione definitiva, l’assoluzione insomma, non è nella pratica cattolica: renderebbe il penitente libero.
Domestiche – Non ce ne sono nei romanzi e nei film americani. Non ci sono più le nere ma nemmeno le immigrate. Anche nel lusso: non c’è più la tata né la cuoca, nemmeno chicana a ore. Il lusso è una villona a due piani, con mare privato, quadri si suppone d’autore, e la Porsche. Ma vuota: come si tiene su la cosa? Il politicamente corretto si tiene sul vuoto.
Giallo – Un’indagine non può non dare risultati. L’eccezione è rara, il delitto perfetto. La suspense è quindi, dovrebbe essere, anch’essa eccezionale. Ma per il lettore vale di più il timore-speranza del delitto impunito.
Incipit – È una bella apparenza, una bella ragazza che appare e passa, ma non ha senso proprio. Lo prende dal seguito, dalla tenuta della narrazione. “A lungo mi sono coricato di buon’ora” è più ridicolo che evocativo.
Manzoni – Maestro della lingua, più di Shakespeare per l’inglese, ben più di Dante, e anzi padrone.
E per questo lascia perplessi, padrone tra i padroni, che dai popolani, Renzo, Lucia, don Abbondio, et al., sono tediati.
Metafora - È ricca perché crea significato. Introdotta dal “come”, in similitudine, sembrerebbe un riconoscimento, la chiusura delle porte. E invece è il gesto mattutino dell’apertura. Sia pure nel senso di Benjamin, del non inventare analogie ma scoprirle. Che però non è vero: i nessi sono scoperte, accidentali. Come nei sogni, così disarticolati nelle lro evidenze, e stringenti.
Minimalismo - È arte del ritaglio, dei contorni, lascia fuori le cose, sfruttando lo hint: allude. Non in Salinger, che le cose ha espresso col ritmo, l’insistenza, la fissazione – adeguati peraltro all’oggetto: le fantasie puberali (il che spiega perché non ha scritto più). L’allusione dovrebbe far partecipare l’autore all’opera, è una forma modesta di opera aperta, in realtà lo titilla e nulla più.
È arte del ricamo. Tecnica derivata dall’analisi? Dall’abitudine di dilettarsi nelle minuzie, nelle circostanze, girando attorno agli scogli. E di concentrare tempo e luogo sull’infanzia-adolescenza.
È narrativa puberale: non ci sino persone fatte, o sfatte, nel minimalismo. E quando ci somno è per tornare nell’età dello sviluppo.
È stato preparato da Sarraute e Butor, dall’école du regard. A sua insaputa, e addolcita: è l’artigianato, la pratica, contro la durezza del verbo, della scienza.
Mozart – Il suo mistero è quello della storia a posteriori. La storia a posteriori di Vienna e dell’Austria Felix, piena di musicalità e mecenatismo. Dove invece Mozart fu lasciato alla porta e all’indigenza. Anche Parigi lo tenne, con durezza, alla porta. Quando era già stato apprezzato nelle città musicali d’Italia, benché giovanissimo, e pagato: Roma, Bologna, Milano. Ma l’Italia già più non esisteva.
Poesia - È scomparsa. Non la voglia di farne o di leggerne, se ne pubblica e se ne compra sempre tanta. Ne è scomparsa l’essenza: la creazione (riproduzione) dell’emozione. Forse perché il mondo è senza sorprese? Sorprese effettive, non artefatte, in questa epoca di abbondanza e di pace. Le sue parole sanno di mistificato, come la costruzione-decostruzione del verso, di manieristico, di acuto. Tanto più in quanto sono simili, senza sorprese. I tanti premi Nobel, Brodskij, Symborska, Walcott, non dicono nulla, se non la bravura.
Se la poesia è “l’essenza della cultura del mondo” (Brodskij), è possibile che questo mondo non abbia più cultura. Ma non è possibile. E allora è la cultura della poesia che non è più la cultura del mondo. C’è, e non solo nella poesia, una cesura tra il pensiero-sentimento del mondo, ridotto a giornalismo, e il mondo.
Proust – L’insensibilità di Albertine-Alfred, un amore che non decolla, dopo centinaia di pagine di veglia trepida, gelosie coltivate e bugie impossibili, se non nel ridicolo, è la sterilità dell’amor omosessuale? L’omosessualità è sorda in letteratura, rileggendone la ormai vasta produzione, maschile e femminile: non si ascende e non si scende con le sue storie d’amore, e le gelosie sono posticce: Albertine-Alfred per questo resta un marchettaro – mentre la dama delle camelie invece ha charme? O è Proust incapace di amore?
Tutto il sesso per Proust è degradante, in tutte le forme. I ricordi vanno bene asessuati, l’infanzia quindi e la vecchiaia (la mamma, madame Straus, le duchesse) che per definizione lo sono. Potrebbe essere una chiave unificante e reattiva dell’inafferrabile Marcellino: la sua vocazione angelica.
Ingeborg Bachmann ne fa una lettura tutta e solo omosessuale: la “Ricerca” è una tragedia e non una memoria, almeno nel primo disegno, prima della guerra, per il clash con la diversità sessuale, che è culturale e personale, poiché Proust non la accetta. È una lettura brillante, la Bachmann nasce geniale, ma insostenibile: il sesso non ha nella ricerca un peso specifico rilevante.
In Italia sarebbe stato un crepuscolare?
La madeleine inzuppata nella tisana di tiglio è da vomitare.
Scrittura - Era in origine la tassa romana sul pascolo, scriptura.
letterautore@antiit.eu
Confessione - È fra i generi letterari più in voga. Se è vero che negli ultimi trent’anni si sono scritte più autobiografie che nell’intero corso della storia. Va in genere col pentimento, ma questa è un’altra storia – il perdono è facile, i vescovi si lamentano sul loro giornale, “Avvenire”, che è inflazionato, “facile e vuoto”, come nota Claudio Magris. Senza contare l’inverosimile, sconfinata, letteratura dell’infanzia, con nonne e zie, alla ricerca del tempo perduto. Più i blog, che sono un confessionale aperto, diarroico, con le chat e i forum, fiere dove esibirsi. E dove la ritrattazione è sempre possibile, fa parte del gioco – confessarci è come pentirsi. Freud, che non ha mai voluto autobiogarasi, dice già perché.
La verità e la storia hanno vinto il peccato.
È la confessione ripetuta in confessionale. Diversa da quella dell’analista, che a un certo punto deve lasciare il paziente, guarito o malato che sia. La confessione definitiva, l’assoluzione insomma, non è nella pratica cattolica: renderebbe il penitente libero.
Domestiche – Non ce ne sono nei romanzi e nei film americani. Non ci sono più le nere ma nemmeno le immigrate. Anche nel lusso: non c’è più la tata né la cuoca, nemmeno chicana a ore. Il lusso è una villona a due piani, con mare privato, quadri si suppone d’autore, e la Porsche. Ma vuota: come si tiene su la cosa? Il politicamente corretto si tiene sul vuoto.
Giallo – Un’indagine non può non dare risultati. L’eccezione è rara, il delitto perfetto. La suspense è quindi, dovrebbe essere, anch’essa eccezionale. Ma per il lettore vale di più il timore-speranza del delitto impunito.
Incipit – È una bella apparenza, una bella ragazza che appare e passa, ma non ha senso proprio. Lo prende dal seguito, dalla tenuta della narrazione. “A lungo mi sono coricato di buon’ora” è più ridicolo che evocativo.
Manzoni – Maestro della lingua, più di Shakespeare per l’inglese, ben più di Dante, e anzi padrone.
E per questo lascia perplessi, padrone tra i padroni, che dai popolani, Renzo, Lucia, don Abbondio, et al., sono tediati.
Metafora - È ricca perché crea significato. Introdotta dal “come”, in similitudine, sembrerebbe un riconoscimento, la chiusura delle porte. E invece è il gesto mattutino dell’apertura. Sia pure nel senso di Benjamin, del non inventare analogie ma scoprirle. Che però non è vero: i nessi sono scoperte, accidentali. Come nei sogni, così disarticolati nelle lro evidenze, e stringenti.
Minimalismo - È arte del ritaglio, dei contorni, lascia fuori le cose, sfruttando lo hint: allude. Non in Salinger, che le cose ha espresso col ritmo, l’insistenza, la fissazione – adeguati peraltro all’oggetto: le fantasie puberali (il che spiega perché non ha scritto più). L’allusione dovrebbe far partecipare l’autore all’opera, è una forma modesta di opera aperta, in realtà lo titilla e nulla più.
È arte del ricamo. Tecnica derivata dall’analisi? Dall’abitudine di dilettarsi nelle minuzie, nelle circostanze, girando attorno agli scogli. E di concentrare tempo e luogo sull’infanzia-adolescenza.
È narrativa puberale: non ci sino persone fatte, o sfatte, nel minimalismo. E quando ci somno è per tornare nell’età dello sviluppo.
È stato preparato da Sarraute e Butor, dall’école du regard. A sua insaputa, e addolcita: è l’artigianato, la pratica, contro la durezza del verbo, della scienza.
Mozart – Il suo mistero è quello della storia a posteriori. La storia a posteriori di Vienna e dell’Austria Felix, piena di musicalità e mecenatismo. Dove invece Mozart fu lasciato alla porta e all’indigenza. Anche Parigi lo tenne, con durezza, alla porta. Quando era già stato apprezzato nelle città musicali d’Italia, benché giovanissimo, e pagato: Roma, Bologna, Milano. Ma l’Italia già più non esisteva.
Poesia - È scomparsa. Non la voglia di farne o di leggerne, se ne pubblica e se ne compra sempre tanta. Ne è scomparsa l’essenza: la creazione (riproduzione) dell’emozione. Forse perché il mondo è senza sorprese? Sorprese effettive, non artefatte, in questa epoca di abbondanza e di pace. Le sue parole sanno di mistificato, come la costruzione-decostruzione del verso, di manieristico, di acuto. Tanto più in quanto sono simili, senza sorprese. I tanti premi Nobel, Brodskij, Symborska, Walcott, non dicono nulla, se non la bravura.
Se la poesia è “l’essenza della cultura del mondo” (Brodskij), è possibile che questo mondo non abbia più cultura. Ma non è possibile. E allora è la cultura della poesia che non è più la cultura del mondo. C’è, e non solo nella poesia, una cesura tra il pensiero-sentimento del mondo, ridotto a giornalismo, e il mondo.
Proust – L’insensibilità di Albertine-Alfred, un amore che non decolla, dopo centinaia di pagine di veglia trepida, gelosie coltivate e bugie impossibili, se non nel ridicolo, è la sterilità dell’amor omosessuale? L’omosessualità è sorda in letteratura, rileggendone la ormai vasta produzione, maschile e femminile: non si ascende e non si scende con le sue storie d’amore, e le gelosie sono posticce: Albertine-Alfred per questo resta un marchettaro – mentre la dama delle camelie invece ha charme? O è Proust incapace di amore?
Tutto il sesso per Proust è degradante, in tutte le forme. I ricordi vanno bene asessuati, l’infanzia quindi e la vecchiaia (la mamma, madame Straus, le duchesse) che per definizione lo sono. Potrebbe essere una chiave unificante e reattiva dell’inafferrabile Marcellino: la sua vocazione angelica.
Ingeborg Bachmann ne fa una lettura tutta e solo omosessuale: la “Ricerca” è una tragedia e non una memoria, almeno nel primo disegno, prima della guerra, per il clash con la diversità sessuale, che è culturale e personale, poiché Proust non la accetta. È una lettura brillante, la Bachmann nasce geniale, ma insostenibile: il sesso non ha nella ricerca un peso specifico rilevante.
In Italia sarebbe stato un crepuscolare?
La madeleine inzuppata nella tisana di tiglio è da vomitare.
Scrittura - Era in origine la tassa romana sul pascolo, scriptura.
letterautore@antiit.eu
L'autore (meridionale) vittima dell'editore
Un raptus linguistico, con utilizzazione libera di gerghi anche privati ma significanti, che ha molto di “Morte a credito”. È uno dei pochi prodotti del neo realismo applicato alla letteratura che ancora reggono, con Meneghello e poco altro. Benché confinato dall’editore ai franchi narratori, autori casuali di un’opera. E tagliato nella sua prevedibile fluvialità, che è ingrediente base di questa forma. Per ragioni editoriali, di costo, maneggevolezza e lettura. Ma forse c’è il dispetto del Sud: l’autore è un prete di paese, colto (professore al seminario) ma di Oppido Mamertina.
Il romanzo è uscito in un momento in cui il Pci liquidava il meridionalismo. Ma la diffidenza è più profonda: “Asprea” ha girato per quindici anni a vuoto col suo manoscritto. Cordero parla, nell’agnostica presentazione, di opera “mediterranea”, per non dire “meridionale”. Ma la stanchezza si vede uguale, l’insofferenza, l’irritazione: è una pubblicazione che è quasi una purga. E fastidio ne viene al lettore. Perché l’editore (Feltrinelli) automaticamente associa a un’editoria populista. E perché l’opra di un prete di provincia meridionale non può valere per la felicità (gaudio) espressiva, come è il caso del “Previtocciolo”, ma per le tematiche trite dei vinti. Nemmeno la “mediterraneità” peraltro viene sfruttata: Savinio le aveva trovato tanti attraenti connotati, nella “Vita di Vincenzo Gemito”.
Luca Asprea, Il previtocciolo
Il romanzo è uscito in un momento in cui il Pci liquidava il meridionalismo. Ma la diffidenza è più profonda: “Asprea” ha girato per quindici anni a vuoto col suo manoscritto. Cordero parla, nell’agnostica presentazione, di opera “mediterranea”, per non dire “meridionale”. Ma la stanchezza si vede uguale, l’insofferenza, l’irritazione: è una pubblicazione che è quasi una purga. E fastidio ne viene al lettore. Perché l’editore (Feltrinelli) automaticamente associa a un’editoria populista. E perché l’opra di un prete di provincia meridionale non può valere per la felicità (gaudio) espressiva, come è il caso del “Previtocciolo”, ma per le tematiche trite dei vinti. Nemmeno la “mediterraneità” peraltro viene sfruttata: Savinio le aveva trovato tanti attraenti connotati, nella “Vita di Vincenzo Gemito”.
Luca Asprea, Il previtocciolo
martedì 2 marzo 2010
Banche più grandi dopo la crisi
Obama negozia, ma per venire incontro alle banche. Il discorso di sfida di un mese e mezzo fa si starebbe risolvendo in un compromesso. La situazione è sempre quella che il capo dei suoi consiglieri economici, Larry Summers, descriveva a Davos nelle stesse ora: “Ripresa statistica, recessione umana”. La constatazione dell’ultimo ministro del Tesoro di Clinton, nonché rettore per molti anni di Harvard, nipote dei Nobel Samuelson e Arrow, è sempre vera: i disoccupati continuano ad aumentare. Ma il tono belligerante del presidente contro le banche ha lasciato subito il posto al compromesso. Chiedendo una tassa sui superprofitti delle stesse banche, e un limite ai supernobus dei banchieri, Obama aveva prospettato un duplice divieto: alla banca universale, e alla monopolizzazione in atto del credito, ponendo un tetto agli attivi di ogni gruppo bancario. Questo tetto ci sarà, ormai la stagione del consolidamento dei maggiori gruppi è conclusa, e comunque sarà elevato e non rigido (sarà variamente parametrato). La banca universale invece resterà, commerciale e d’investimento.
Ha prevalso il “troppo grandi per fallire” del presidente di Deutsche Bank, Josef Ackermann, e dell’Institute of International Finance, che rappredenta i 380 maggiori gruppi bancari, assicurativi e finanziari del mondo. Era la massima di Cefis, con cui Montedison è andata al fallimento, trascinando nel gorgo anche la politica. Ma è su questa base che Obama avrebbe accettato di discutere. Accontentandosi di una tassa sui superprofitti, che una tantum non disturba. E di nuovi codici etici sui bonus degli amministratori. Il 21 gennaio il presidente Obama aveva detto alla televisione, con modi bruschi facendo il viso dell’arme: “Allora. Se questa gente vuole la guerra, è una guerra a cui sono pronto. E la mia determinazione è solo rafforzata quando vedo un ritorno ai vecchi vizi in alcune delle stesse banche che combattono la riforma. E quando vedo superprofitti e osceni superbonus…”. Ma il Congresso non lo ha seguito, e Obama si appresterebbe a scendere a patti.
Dalla crisi bancaria esce dunque un maggior grado di monopolizzazione del credito negli Stati Uniti. L’ex economista del Fmi Simon Johnson, ora alla Slogane School of Management del Mit, ha calcolato sul “New York Times” a metà febbraio che le grandi banche si sono allargate nella crisi, “avvicinandosi pericolosamente a una situazione di tipo europeo, dove singole banche possono essere grandi come l’intiera economia”. Non è un’iperbole. Johnson, che ha in uscita un libro su “The Wall Street takeover”, calcola che le sei maggiori banche sono arrivate nel 2009 a controllare il 63 per cento del pil, dal 17 per cento del 1995. Le prime tre controllano due collocamenti in Borsa su cinque. Le prime quattro controllano la metà del mercato ipotecario e due terzi delle carte di credito. Le prime cinque controllano quasi tutto il mercato dei derivati che si trattano fuori Borsa.
Ha prevalso il “troppo grandi per fallire” del presidente di Deutsche Bank, Josef Ackermann, e dell’Institute of International Finance, che rappredenta i 380 maggiori gruppi bancari, assicurativi e finanziari del mondo. Era la massima di Cefis, con cui Montedison è andata al fallimento, trascinando nel gorgo anche la politica. Ma è su questa base che Obama avrebbe accettato di discutere. Accontentandosi di una tassa sui superprofitti, che una tantum non disturba. E di nuovi codici etici sui bonus degli amministratori. Il 21 gennaio il presidente Obama aveva detto alla televisione, con modi bruschi facendo il viso dell’arme: “Allora. Se questa gente vuole la guerra, è una guerra a cui sono pronto. E la mia determinazione è solo rafforzata quando vedo un ritorno ai vecchi vizi in alcune delle stesse banche che combattono la riforma. E quando vedo superprofitti e osceni superbonus…”. Ma il Congresso non lo ha seguito, e Obama si appresterebbe a scendere a patti.
Dalla crisi bancaria esce dunque un maggior grado di monopolizzazione del credito negli Stati Uniti. L’ex economista del Fmi Simon Johnson, ora alla Slogane School of Management del Mit, ha calcolato sul “New York Times” a metà febbraio che le grandi banche si sono allargate nella crisi, “avvicinandosi pericolosamente a una situazione di tipo europeo, dove singole banche possono essere grandi come l’intiera economia”. Non è un’iperbole. Johnson, che ha in uscita un libro su “The Wall Street takeover”, calcola che le sei maggiori banche sono arrivate nel 2009 a controllare il 63 per cento del pil, dal 17 per cento del 1995. Le prime tre controllano due collocamenti in Borsa su cinque. Le prime quattro controllano la metà del mercato ipotecario e due terzi delle carte di credito. Le prime cinque controllano quasi tutto il mercato dei derivati che si trattano fuori Borsa.
La felice lingua del dialetto
Il traino del ciclista non è possibile da parte dell’ammiraglia, troppo grande, poco agile, o anche di una semplice berlina. Non in salita, quando i polmoni sono spalancati. Non in discesa, quando il corridore non ne ha bisogno, la bici essendo peraltro più agile della quattro ruote nei tratti a molte curve. E neppure in piano: “Lo scappamento sparge un tossico potente e invisibile, che scende nel petto mescolato coll’odore acre delle gomme, dell’olio e della polvere; questo tossico si combina rapidamente cogli altri che sgorgano copiosi da ogni muscolo, e produce nell’intossicato un acuto sentimento di disgusto”. È vero, anche se qui il traino è una corriera e non una decappottabile. La polvere c’è sempre, anche sulla strada meglio asfaltata. E i polmoni si sono adattati: i gas di scarico sono molto più puliti di ottant’anni fa, ma anche noi lo siamo, l‘igiene ci ha resi più sensibili - l’evoluzione della specie dopo l’igiene è nel senso della minore resistenza, il virus meno crudele ci abbatte.
È in questa memoria onesta la tenuta di Meneghello, che parla solo d’infanzia, naturalmente perduta, e di e zii, e non ha storia se non quella di un paese da secoli addormentato e immutabile. L’essenza cioè del bozzettismo. Per di più con l’uso di una lingua che si vuole esclusiva, di Malo Centro, o Malo Alto, o Malo Basso, non si capisce bene, insomma del paese natale dell’autore, seppure rispettabile – la Garzantina gli assegna ancora 11 mila abitanti.
Il saggio di Cesare Segre, “L’ora del dialetto”, che introduce l’edizione della Bur da solo vale peraltro la lettura. Anche se non considera D’Arrigo e “Horcynus Orca”, che di quell’ora è l’esito migliore. Meneghello entra a metà del ventennio del dialetto o questione della lingua, tra “La malora” di Fenoglio e “Il dio di Roserio” di Testori, 1954, e la lunga gestazione di “Horcynus Orca”, pubblicato nel 1975. Una questione anticipata e imposta negli anni della guerra da Gadda, radicato nell’espressionismo lombardo. Ma curiosamente sparita in questa Italia lombarda e leghista.
L’arcaismo è venuto dal cinema, dove aveva lampi caravaggeschi, seppure mai altrettanto coraggiosi come in pittura – il neo realismo, che prescriveva il soggetto povero, lo limitava. Ma sulla carte resta invariabilmente freddo. Anche in Gadda, a rileggerlo, e certo in Pasolini. Un esercizio di testa. Falsamente cordiale, perché falso (artificioso, opportunista, riduttivo più che moltiplicativo) e politicante – il neo realismo era una politica e non una poetica, Togliatti lo sapeva per primo, che se ne serviva ma non lo prezzava, non c’è uno dei suoi innumerevoli scritti che lo elogi. Quello di Meneghello, che al dialetto assegna “accesso immediato e quasi automatico a una sfera della realtà che per qualche motivo gli adulti volevano mettere in parentesi”, è un approccio professorale, e quasi accademico. Un filino snob: non sa chi è Mike Bongiorno, o Claudia Cardinale. Ma da linguista, che si esercita in richiami, persistenze, stratificazioni, etimologie. Anche se gli adulti in realtà non si privano del dialetto e non lo censurano, e anzi sono quelli che lo dettano.
Il dialetto e l’infanzia si legano in Meneghello come nota Segre: “L’impressione infantile lega parola e cosa”. È così che restano entrambi spigliati e sempre vivi – “il dialetto è dunque per certi versi realtà e per altri versi follia”, dice poi Menghello. E si tengono fuori dal cul-de-sac di mezzo secolo di linguaggio dei linguaggi, esercitazioni solo apparentemente libere, in realtà didattiche. Ciò che ne risulta non è la “questione dialettale” ma l’illimitata felicità narrativa, la svagata profondità del viaggiatore Sterne. E di quando in Italia c’era la felicità del narrare – fino al “Pentamerone”? Con l’uso, certo, del dialetto, di una lingua che non respinge il parlato.
Luigi Meneghello, Libera nos a malo
È in questa memoria onesta la tenuta di Meneghello, che parla solo d’infanzia, naturalmente perduta, e di e zii, e non ha storia se non quella di un paese da secoli addormentato e immutabile. L’essenza cioè del bozzettismo. Per di più con l’uso di una lingua che si vuole esclusiva, di Malo Centro, o Malo Alto, o Malo Basso, non si capisce bene, insomma del paese natale dell’autore, seppure rispettabile – la Garzantina gli assegna ancora 11 mila abitanti.
Il saggio di Cesare Segre, “L’ora del dialetto”, che introduce l’edizione della Bur da solo vale peraltro la lettura. Anche se non considera D’Arrigo e “Horcynus Orca”, che di quell’ora è l’esito migliore. Meneghello entra a metà del ventennio del dialetto o questione della lingua, tra “La malora” di Fenoglio e “Il dio di Roserio” di Testori, 1954, e la lunga gestazione di “Horcynus Orca”, pubblicato nel 1975. Una questione anticipata e imposta negli anni della guerra da Gadda, radicato nell’espressionismo lombardo. Ma curiosamente sparita in questa Italia lombarda e leghista.
L’arcaismo è venuto dal cinema, dove aveva lampi caravaggeschi, seppure mai altrettanto coraggiosi come in pittura – il neo realismo, che prescriveva il soggetto povero, lo limitava. Ma sulla carte resta invariabilmente freddo. Anche in Gadda, a rileggerlo, e certo in Pasolini. Un esercizio di testa. Falsamente cordiale, perché falso (artificioso, opportunista, riduttivo più che moltiplicativo) e politicante – il neo realismo era una politica e non una poetica, Togliatti lo sapeva per primo, che se ne serviva ma non lo prezzava, non c’è uno dei suoi innumerevoli scritti che lo elogi. Quello di Meneghello, che al dialetto assegna “accesso immediato e quasi automatico a una sfera della realtà che per qualche motivo gli adulti volevano mettere in parentesi”, è un approccio professorale, e quasi accademico. Un filino snob: non sa chi è Mike Bongiorno, o Claudia Cardinale. Ma da linguista, che si esercita in richiami, persistenze, stratificazioni, etimologie. Anche se gli adulti in realtà non si privano del dialetto e non lo censurano, e anzi sono quelli che lo dettano.
Il dialetto e l’infanzia si legano in Meneghello come nota Segre: “L’impressione infantile lega parola e cosa”. È così che restano entrambi spigliati e sempre vivi – “il dialetto è dunque per certi versi realtà e per altri versi follia”, dice poi Menghello. E si tengono fuori dal cul-de-sac di mezzo secolo di linguaggio dei linguaggi, esercitazioni solo apparentemente libere, in realtà didattiche. Ciò che ne risulta non è la “questione dialettale” ma l’illimitata felicità narrativa, la svagata profondità del viaggiatore Sterne. E di quando in Italia c’era la felicità del narrare – fino al “Pentamerone”? Con l’uso, certo, del dialetto, di una lingua che non respinge il parlato.
Luigi Meneghello, Libera nos a malo
Secondi pensieri (38)
zeulig
Dio - È il padre nel senso umano, storico e metastorico, del termine: amoroso e violento, intelligente e stupido, provveditore e dissipatore. È la legge e il crimine, nella storia. È nella metastoria la realtà irrealizzabile del desiderio, una tensione, anche convulsa.
Donna – La liberazione della donna ha fatto emergere molte parti oscure della libertà. Di attitudini mentali e fisiche: tradizione, ruoli, psicologia. E di sofismi non tanto lievi. Specie di quelli che pretendono la disintegrazione del sé come il segno maggiore di libertà
Ebraismo – È curiosamente agiografico, anche quello italiano che era sempre stato laico: non solo la creazione ma tutta la storia, quella buona, è ebraica, da Riccardo di Segni, “Il vangelo del ghetto”, a Anna Foa, “Ebrei in Europa”. Per un’anacronistica reviviscenza dell’ideologia ottocentesca dei primati nazionali, in una col nazionalismo d’Israele. Per l’orgoglio anche, che è la cifra caratteriale della cultura ebraica – c’è qualcosa come il carattere di una cultura. Non mitigata dall’Olocausto, stranamente, ma rafforzata e anche acuita. In contrasto con l’altra cifra caratteriale storica, la prudenza.
Giudice – Incute istintivo timore, impersonando la giustizia. Che è il fondamento dell’umanità, l’ambizione della filosofia, l’oggetto del socialismo. Ma i giudici sono altra cosa: sono funzionari litigiosi. L’orizzonte hanno limitato alla giurisprudenza e al proprio sé.
Mito – La mitologia è moderna, se nn contemporanea. Le sterminate raccolte, di Greaves, Kerényi, che sono folklore anchilosato. Per i greci, per restare alla nostra cultura, il mito non restava fuori né veniva prima del logos, la filosofia, e della vita pratica, la métis.
Natura - È coltivata. È un modo d’essere – dei minerali, vegetali, animali, dei fenomeni. Durevole ma mutevole: adattabile, flessibile, conservativo.
Opinione - È cura. E può essere tutto: il discorso della cosa che sempre più finisce per essere la cosa, non mondo dell’informazione.
Parola - È il bene comune, cheap più di una goccia d’acqua. Il più libero anche. E il più nocivo.
Passato - È più difficile da scoprire dell’avvenire. A questo porta una sola traccia, mentre verso il passato le tracce sono tante e nessuna mai s’invera, se non per la presunzione dello storico – senza sua colpa, lo storico sa quello che sa.
Pensare - È ordinare le parole, inventare un senso. Con o senza legame con la verità, se non quello dell’esistente, del reale.
Perfezione - È l’idea della vita: non si è per essere perfetti.
Progresso - È romantico in Schlegel (“Dialogo sulla poesia”, piani per “Athenäneum”). E quindi è tradizionalista.
Psicanalisi – Decolpevolizza e dà un senso alla vita, come la confessione. Ma è anche la prima terapia che esiga tempo, molto e non poco. E per prima, e sola, dà l’illusione dell’autoguarigione. Si può anche dire che per prima, e sola, porta il paziente al livello del terapeuta, gliene dà gli strumenti. È la democrazia della terapia.
Ragione - È la madre del dubbio. Una madre ostile, presuntuosa. Che non protegge e non salva.
Resurrezione – Ricorre più volte nella vita. Dove dunque si registrano più morti.
Storico – Il buon storico è un buon retore: rende evidente – necessaria – la sua verità, e ciò che non vi rientra dissolve.
Se è sanguigno, alla Machiavelli, si divertirà all’osteria tra una seduta aulica e l’altra con i grandi della terra.
Verità - È l’essere, che è tensione all’essere.
Quella non detta non è.
Viaggiatore – Torna estraneo, avendo visto più cose. E più spesso non è atteso, anche se non ha lasciato cattiva memoria.
zeulig@antiit.eu
Dio - È il padre nel senso umano, storico e metastorico, del termine: amoroso e violento, intelligente e stupido, provveditore e dissipatore. È la legge e il crimine, nella storia. È nella metastoria la realtà irrealizzabile del desiderio, una tensione, anche convulsa.
Donna – La liberazione della donna ha fatto emergere molte parti oscure della libertà. Di attitudini mentali e fisiche: tradizione, ruoli, psicologia. E di sofismi non tanto lievi. Specie di quelli che pretendono la disintegrazione del sé come il segno maggiore di libertà
Ebraismo – È curiosamente agiografico, anche quello italiano che era sempre stato laico: non solo la creazione ma tutta la storia, quella buona, è ebraica, da Riccardo di Segni, “Il vangelo del ghetto”, a Anna Foa, “Ebrei in Europa”. Per un’anacronistica reviviscenza dell’ideologia ottocentesca dei primati nazionali, in una col nazionalismo d’Israele. Per l’orgoglio anche, che è la cifra caratteriale della cultura ebraica – c’è qualcosa come il carattere di una cultura. Non mitigata dall’Olocausto, stranamente, ma rafforzata e anche acuita. In contrasto con l’altra cifra caratteriale storica, la prudenza.
Giudice – Incute istintivo timore, impersonando la giustizia. Che è il fondamento dell’umanità, l’ambizione della filosofia, l’oggetto del socialismo. Ma i giudici sono altra cosa: sono funzionari litigiosi. L’orizzonte hanno limitato alla giurisprudenza e al proprio sé.
Mito – La mitologia è moderna, se nn contemporanea. Le sterminate raccolte, di Greaves, Kerényi, che sono folklore anchilosato. Per i greci, per restare alla nostra cultura, il mito non restava fuori né veniva prima del logos, la filosofia, e della vita pratica, la métis.
Natura - È coltivata. È un modo d’essere – dei minerali, vegetali, animali, dei fenomeni. Durevole ma mutevole: adattabile, flessibile, conservativo.
Opinione - È cura. E può essere tutto: il discorso della cosa che sempre più finisce per essere la cosa, non mondo dell’informazione.
Parola - È il bene comune, cheap più di una goccia d’acqua. Il più libero anche. E il più nocivo.
Passato - È più difficile da scoprire dell’avvenire. A questo porta una sola traccia, mentre verso il passato le tracce sono tante e nessuna mai s’invera, se non per la presunzione dello storico – senza sua colpa, lo storico sa quello che sa.
Pensare - È ordinare le parole, inventare un senso. Con o senza legame con la verità, se non quello dell’esistente, del reale.
Perfezione - È l’idea della vita: non si è per essere perfetti.
Progresso - È romantico in Schlegel (“Dialogo sulla poesia”, piani per “Athenäneum”). E quindi è tradizionalista.
Psicanalisi – Decolpevolizza e dà un senso alla vita, come la confessione. Ma è anche la prima terapia che esiga tempo, molto e non poco. E per prima, e sola, dà l’illusione dell’autoguarigione. Si può anche dire che per prima, e sola, porta il paziente al livello del terapeuta, gliene dà gli strumenti. È la democrazia della terapia.
Ragione - È la madre del dubbio. Una madre ostile, presuntuosa. Che non protegge e non salva.
Resurrezione – Ricorre più volte nella vita. Dove dunque si registrano più morti.
Storico – Il buon storico è un buon retore: rende evidente – necessaria – la sua verità, e ciò che non vi rientra dissolve.
Se è sanguigno, alla Machiavelli, si divertirà all’osteria tra una seduta aulica e l’altra con i grandi della terra.
Verità - È l’essere, che è tensione all’essere.
Quella non detta non è.
Viaggiatore – Torna estraneo, avendo visto più cose. E più spesso non è atteso, anche se non ha lasciato cattiva memoria.
zeulig@antiit.eu
sabato 27 febbraio 2010
Ombre - 42
Un Tribunale a Milano lavora il sabato per dire che processerà Berlusconi per la mazzetta a Mills. Dunque non è vero che i giudici sono sfaticati, lavorano anche il sabato.
Il processo lo farà poi in estate. Ma dà un altro appuntamento per parlare di Berlusconi, il 26 marzo. Che non è di sabato, è un venerdì. Ma la domenica dopo si vota.
Berlusconi, non richiesto, pronuncia una filippica contro i giudici talebani. Ne ha più di un motivo ma poi non fa nulla contro la giustizia politica. Sono dieci anni che pronuncia fatwa e poi non si muove. Non sarà che è un talebano anche lui?
Il “Corriere della sera” si accorge finalmente che “i commenti del “Financial Times” e soprattutto del “Wall Street Journal” danno per scontato il fallimento dell’euro”. Ma il commentatore, il professor Giavazzi, ne fa una rivincita dell’America sull’Europa. Non, come tutti sanno, una speculazione contro l’euro, che ha già procurato lauti guadagni, e potrebbe moltiplicarli se la Grecia decidesse di lasciare l'euro.
Né il vigile professore tocca naturalmente il legame tra i giornali finanziari e la finanza. Che sarebbero incestuosi qualora i giornali riflettessero l’opinione pubblica e non interessi aziendali.
Per quali motivi specifici, di tecnica finanziaria, di razionalità dei mercati, l’euro dovrebbe fallire? Una moneta che semmai è troppo rigidamente accudita. Specie al confronto con le politiche monetarie avventurose e lassiste delle banche e le banche centrali degli Usa e della Gran Bretagna, alle banche asservite, letteralmente.
Il giornale “Torino Cronaca” s’inventa che Buffon ha fatto a cazzotti con Amauri perché il brasiliano insidiava la compagna e madre dei suoi figli Alena Seredova. L’ex pretore Casalbore, giudice al Tribunale, ha condannato la Juventus per un doping che, dice in sentenza, non c’è stato. Sulla base di un’istruttoria faraonica e molto mediatica dell’ex pretore sostituto Procuratore Guariniello. Torino abbatte così, per masochismo, la Juventus, l’ultimo simbolo italiano che le è rimasto. Non si può dire per fede torinista, poiché Guariniello è napoletano. L’Italia è ormai solo un punching-ball?
Di Guariniello la sindrome è più certa: è napoletano, si diverte.
Susanna Tamaro dà sul “Corriere della sera” numerosi esempi d’intercettazioni indebite e di cause mediatiche che hanno distrutto innocenti. Ma poi dice che questo è il paese: l’Italia è marcia. Non i giudici, non i carabinieri, non i giornali. Non la Rai, dove, quando lavorava, doveva giornalmente difendersi da stupri e ricatti.
Ma Susanna Tamaro, certo, è il paese: tutti gli italiani ritengono che tutti (gli altri) italiani sono marci. Il senso morale è molto forte nel paese.
“Ho lavorato negli anni Ottanta alla Rai e posso dire di averne viste davvero di tutti i colori”, scrive Susanna Tamaro sul “Corriere della sera” ieri: “E sebbene io, nel mio modo di pormi, sia più simile a un’atleta di una squadra cecoslovacca di slittino che a una escort, ho sempre dovuto difendermi dagli assalti, dalle proposte oscene, dall’invito a condividere la camera in albergo durante le trasferte. In quegli anni venivano assunte decine di amanti con contratti a termine e si producevano programmi mai mandati in onda, data la scarsità del risultato”.
Non può essere vero, ma è verosimile: il Raiume è immarcescibile tanto è marcio.
Il “New York Times” in due argomentati articoli, fatti indagare da un gruppo di giornalisti, chiama in causa Goldman Sachs e JP Morgan nella duplice veste di inventori della finanza creativa nei conti pubblici della Grecia e di altri paesi europei, e insieme di speculatori contro la tenuta dei conti degli stessi paesi. Per lucrare sugli stessi swaps che esse vendono e sul cambio dell’euro.
Echi svogliati se ne hanno in Italia, che è uno dei paesi dove le due banche più hanno lucrato. Quando Draghi era direttore generale del Tesoro, che poi è diventato dirigente di Goldman Sachs.
Bertolaso spiega al parlamentino di “Ballarò” che al Parlamento nazionale il partito Democratico ha proposto, e una parte del Pdl ha votato, il mantenimento dell’arbitrato negli appalti. L’arbitrato è il meccanismo della corruzione: l’impresa si aggiudica un appalto al ribasso, e subito dopo, dopo avere incassato il primo rateo per l’avvio dei lavori, fa causa alla P.A. per ottenere un rialzo. Normalmente in ogni appalto se ne fanno due o tre, di arbitrati. Nell’attesa dei quali l’impresa si occupa di mettere qualche mattone in altri lavori, e può così gestire l’infinità di appalti che altrimenti non potrebbe prendere. Trascinando le opere da due a dieci e da cinque a venti anni. Normalmente la P.A. perde gli arbitrati, con le spese legali.
Se non fosse stato per Bertolaso la cosa non si sarebbe saputa. Ma anche dopo “Ballarò” nessuno ne fa uno scandalo, in nessun giornale. Tutti corrotti? No, è sempre “il Partito ha sempre ragione”.
Il giudice che ha lavorato in Puglia contro Vendola, senza peraltro ottenerne un’incriminazione, si candida alle elezioni, contro Vendola. Il Csm lo autorizza, contro la legge. Il vice-capo del Csm, Mancino, critica la decisione del Csm ma resta al suo posto. E il presidente Napolitano, che presiede il Csm?
Non è un giudice di destra - si sa che la destra è profittatrice e cattiva. Il giudice è di sinistra.
Il processo lo farà poi in estate. Ma dà un altro appuntamento per parlare di Berlusconi, il 26 marzo. Che non è di sabato, è un venerdì. Ma la domenica dopo si vota.
Berlusconi, non richiesto, pronuncia una filippica contro i giudici talebani. Ne ha più di un motivo ma poi non fa nulla contro la giustizia politica. Sono dieci anni che pronuncia fatwa e poi non si muove. Non sarà che è un talebano anche lui?
Il “Corriere della sera” si accorge finalmente che “i commenti del “Financial Times” e soprattutto del “Wall Street Journal” danno per scontato il fallimento dell’euro”. Ma il commentatore, il professor Giavazzi, ne fa una rivincita dell’America sull’Europa. Non, come tutti sanno, una speculazione contro l’euro, che ha già procurato lauti guadagni, e potrebbe moltiplicarli se la Grecia decidesse di lasciare l'euro.
Né il vigile professore tocca naturalmente il legame tra i giornali finanziari e la finanza. Che sarebbero incestuosi qualora i giornali riflettessero l’opinione pubblica e non interessi aziendali.
Per quali motivi specifici, di tecnica finanziaria, di razionalità dei mercati, l’euro dovrebbe fallire? Una moneta che semmai è troppo rigidamente accudita. Specie al confronto con le politiche monetarie avventurose e lassiste delle banche e le banche centrali degli Usa e della Gran Bretagna, alle banche asservite, letteralmente.
Il giornale “Torino Cronaca” s’inventa che Buffon ha fatto a cazzotti con Amauri perché il brasiliano insidiava la compagna e madre dei suoi figli Alena Seredova. L’ex pretore Casalbore, giudice al Tribunale, ha condannato la Juventus per un doping che, dice in sentenza, non c’è stato. Sulla base di un’istruttoria faraonica e molto mediatica dell’ex pretore sostituto Procuratore Guariniello. Torino abbatte così, per masochismo, la Juventus, l’ultimo simbolo italiano che le è rimasto. Non si può dire per fede torinista, poiché Guariniello è napoletano. L’Italia è ormai solo un punching-ball?
Di Guariniello la sindrome è più certa: è napoletano, si diverte.
Susanna Tamaro dà sul “Corriere della sera” numerosi esempi d’intercettazioni indebite e di cause mediatiche che hanno distrutto innocenti. Ma poi dice che questo è il paese: l’Italia è marcia. Non i giudici, non i carabinieri, non i giornali. Non la Rai, dove, quando lavorava, doveva giornalmente difendersi da stupri e ricatti.
Ma Susanna Tamaro, certo, è il paese: tutti gli italiani ritengono che tutti (gli altri) italiani sono marci. Il senso morale è molto forte nel paese.
“Ho lavorato negli anni Ottanta alla Rai e posso dire di averne viste davvero di tutti i colori”, scrive Susanna Tamaro sul “Corriere della sera” ieri: “E sebbene io, nel mio modo di pormi, sia più simile a un’atleta di una squadra cecoslovacca di slittino che a una escort, ho sempre dovuto difendermi dagli assalti, dalle proposte oscene, dall’invito a condividere la camera in albergo durante le trasferte. In quegli anni venivano assunte decine di amanti con contratti a termine e si producevano programmi mai mandati in onda, data la scarsità del risultato”.
Non può essere vero, ma è verosimile: il Raiume è immarcescibile tanto è marcio.
Il “New York Times” in due argomentati articoli, fatti indagare da un gruppo di giornalisti, chiama in causa Goldman Sachs e JP Morgan nella duplice veste di inventori della finanza creativa nei conti pubblici della Grecia e di altri paesi europei, e insieme di speculatori contro la tenuta dei conti degli stessi paesi. Per lucrare sugli stessi swaps che esse vendono e sul cambio dell’euro.
Echi svogliati se ne hanno in Italia, che è uno dei paesi dove le due banche più hanno lucrato. Quando Draghi era direttore generale del Tesoro, che poi è diventato dirigente di Goldman Sachs.
Bertolaso spiega al parlamentino di “Ballarò” che al Parlamento nazionale il partito Democratico ha proposto, e una parte del Pdl ha votato, il mantenimento dell’arbitrato negli appalti. L’arbitrato è il meccanismo della corruzione: l’impresa si aggiudica un appalto al ribasso, e subito dopo, dopo avere incassato il primo rateo per l’avvio dei lavori, fa causa alla P.A. per ottenere un rialzo. Normalmente in ogni appalto se ne fanno due o tre, di arbitrati. Nell’attesa dei quali l’impresa si occupa di mettere qualche mattone in altri lavori, e può così gestire l’infinità di appalti che altrimenti non potrebbe prendere. Trascinando le opere da due a dieci e da cinque a venti anni. Normalmente la P.A. perde gli arbitrati, con le spese legali.
Se non fosse stato per Bertolaso la cosa non si sarebbe saputa. Ma anche dopo “Ballarò” nessuno ne fa uno scandalo, in nessun giornale. Tutti corrotti? No, è sempre “il Partito ha sempre ragione”.
Il giudice che ha lavorato in Puglia contro Vendola, senza peraltro ottenerne un’incriminazione, si candida alle elezioni, contro Vendola. Il Csm lo autorizza, contro la legge. Il vice-capo del Csm, Mancino, critica la decisione del Csm ma resta al suo posto. E il presidente Napolitano, che presiede il Csm?
Non è un giudice di destra - si sa che la destra è profittatrice e cattiva. Il giudice è di sinistra.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (54)
Giuseppe Leuzzi
Chi è onesto e rispetta le leggi al Sud è “incensurato”, nella sociologia da caserma. In attesa cioè di essere “censurato”.
In Sicilia il 92 per cento della popolazione vive a rischio terremoto, in Calabria il 61 per cento, a Napoli-Caserta il 60. Che le origini della mafia siano geologiche?
Milano
“Quel signore piccolo piccolo” dice l’allenatore Mourinho del presidente del Napoli De Laurentiis, senza nominarlo, con disprezzo. Chissà, forse si parla così in portoghese. Ma a Londra Mourinho non avrebbe potuto dirlo di un qualsiasi presidente. A Milano invece sì, nessuno glielo rimprovera. Perché De Laurentiis è napoletano.
Nel giorno della rivolta degli immigrati di Milano contro Milano, Sveva Casati Modigliani è angosciata perché sul suo tram l’annuncio registrato della fermata suona “Padova-Loredo”A un giornalista spiega: “Proprio così, «Loredo». S’immagini per un milanese sentire storpiare il nome di piazzale Loreto!”. Il nome della scrittrice è pseudonimo. Ma Milano si nasconde male.
Le riforme in successione dell’università e della scuola. Con cinque o sei statuti diversi in vigore. Un segno di profonda insipienza. E di menefreghismo: dove non ci sono soldi il lombardo non è più efficiente.
Dove comincia la ricchezza dei Lombardi? Erano i longobardi mercanti più che guerrieri?
Erano Terragni al Sud, a Benevento, nel salernitano.
Dopo la guerra per molti anni si vedevano nei mercati con la cassetta a tracolla, longobardi di Germania per lo più, con mutilazioni vere o presunte, che vendevano la buona sorte col pappagallino, o unguenti miracolosi e lame di Solingen.
Aveva Spadolini, aveva Craxi. L’uno l’ha abbandonato, l’altro l’ha distrutto, con ferocia, se avesse potuto l’avrebbe appeso a piazzale Loreto. E ci ha dato Bossi e Berlusconi. E Borrelli.
Che male abbiamo fatto? Mai la Repubblica è stata spinta tanto indietro, tanto fuori dalla modernità e dal mondo, dal passo europeo.
Da Manzoni alla letteratura Feltrinelli e agli alternativi surgelati Einaudi, solo frasi costruite: forme vuote, niente storie, niente personaggi, niente sentimenti. Le ire di Gadda si devono camuffare di convolvoli. Con un piacere del testo ridotto all’ammicco al critico formalista, unico lettore, alla classificazione delle storie letterarie.
È la letteratura di una borghesia cava, vuota, che ritiene di avere qualche principio da sostenere ma non mette forza nelle mani, nessuna energia, nessun sudore. Dalla maggioranza silenziosa, ultimamente, al leghismo e a Berlusconi. Dice: questa è la letteratura industriale, mass market. No, anche i prosciutti sono industriali, anche i vini, ma sono saporiti. È il conformismo del denaro, del potere.
Come si può credere a Bossi stando a Varese, Brescia, a Milano Uno? Alla spacconeria, l’insensatezza, l’aggressività? È la sagra della piccola borghesia, quella che una volta definiva la stupidità sociale. L’equivalente ha prodotto a Reggio Calabria una rivolta di cui la città porta ancora i segni, tanti schiaffoni ha ricevuto. Tra Lombardia e Venezie ha ricavato il dieci per cento del voto alle elezioni europee, il terzo partito nazionale.
Mafia
Massimo Ciancimino non si pente perché è in attesa di rientrare nell'immenso patrimonio paterno, tutto mafioso, quando fra pochi mesi avrà finito la condanna in cui è incappato con i commercialisti. Ma si diverte a fare il pentito, contro i carabinieri, contro ex gentiluomini Dc, e contro Berlusconi e Dell’Utri. Nei tribunali, nei migliori giornali, e alla Rai. È la terza via dell’antimafia, tra i pentiti pensionati e i mafiosi confiscati: non pentirsi ma professare “profonda fiducia” nei giudici. Avremo anche i “giudici della mafia”, oltre che l’immondo raiume, il pattume dell’informazione.
Tutto quello che questo Ciancimino dice da due anni a questa parte – senza essere un pentito – dovrebbe essere usato contro di lui, per mafia, in associazione con Provenzano, Riina, eccetera. Per delitto di mafia personale, non quale tramite del padre. Ciò è più che evidente: è provato dallo stesso Ciancimino. E invece no, quest’uomo è un pubblico ministero.
Non è un errore, e non è un’irritualità, come dicono i giudici-sceriffi. Non è nemmeno l’incapacità di un singolo giudice, Ingroia o chi per lui. È mafia, nel senso pieno del termine. Protetta dalla struttura, la Procura, dal sindacato dei giudici, e dal Csm. Di cui è presidente Napolitano.
Massimo Ciancimino, il mafioso playboy, è esibito in tribunale contro il governo che fa gli arresti che per decenni sono stati omessi. E confisca - non più si sequestrano, lasciandoli in gestione ai criminali, si confiscano definitivamente - patrimoni miliardari, in euro. Dunque, la mafia si può battere. Ma questo non ci libera: con i Ciancimino, e con i giudici palermitani che li esibiscono, ci ritroveremo per l’eternità, all'inferno.
Ciancimino jr. non si nasconde, il suo ricatto è scoperto – un vero giudice, un vero carabiniere si sarebbe prima fatto dire dov’è il tesoro del padre, della mafia, che lui si vuole far riconoscere col “pentimento”. Ma a quale scopo dare ragione a Riina? È qui il vero “papello”.
- Mafioso? Che vuol dire mafioso? – Tutti i mafiosi lo dicono: si negano, e ha un senso.
Per il mafioso la mafia è arricchimento. È elevarsi, in genere, da una condizione umile. Contro chi ha già – i “poteri forti” di altra terminologia. Con l’unico mezzo che l’incultura, e talvolta la stupidità, lasciano, la violenza.
Nulla di diverso da ciò che tutti gli altri fanno, chi con più chi con minore fortuna. Non c’entrano le cupole e le alleanze, un mafioso difende il suo bene soprattutto dagli altri mafiosi. Nemmeno c’entra l’omertà, il mafioso più di tutti denuncia, calunnia, confida, anche contro i parenti stretti.
Un mafioso è essenzialmente un usuraio, senza capitale. È il tipico succiasangue, il mestiere da sempre più odiato. La favole dell’uomo d’onore e dell’onorata società è il tipico abbellimento che sempre l’usuraio ricco o potente, anche soltanto per la fama di cattivo, costruisce attorno ala sua infamante attività.
Provenzano, il capo dei capi, con un patrimonio di seicento milioni, o seicento miliardi, di euro, più tutti i cespiti segreti, se è vero che era confidente dei carabinieri, vive da bracciante. È un bracciante.
Bisognerebbe criticare e anzi abbattere – figurativamente certo - quelli che si approfittano della mafia. O creare un trademark: un’apposita Autorità del Sud sarebbe da creare, per monitorarne l’uso e tassarne con apposita royalty ogni uso improprio, a fini pubblicitari.
Per le elezioni del 2008 c’erano sui banchi della libreria Feltrinelli di Largo Argentina a Roma 57, o 59, libri contro Berlusconi. Una diecina li ho sfogliati. Nove di essi collegano Berlusconi alla mafia: si è arricchito, affermano citando innominabili pentiti, col riciclaggio dei soldi della mafia. Un pentito, un Di Carlo che ha avuto per questo l’ambita estradizione da Londra, afferma anche con i soldi della cocaina. C’è dunque chi crede che Berlusconi sia ricco, potente, e maggioritario perché spaccia cocaina. Tutto perché ha impiegato due siciliani, uno stalliere e Marcello Dell’Utri, abile venditore di pubblicità. A cui i loro compatrioti siciliani, giudici, giornalisti, scrittori, banchieri, non cesseranno di fargliela pagare – nessun siciliano è mai andato indenne alla vendetta. L’Autorità del Sud dovrebbe tassare Berlusconi. O gli editori dei libri contro Berlusconi.
La verità è che mafia gli fa un baffo, a Berlusconi, che non per nulla i mafiosi li mette dentro, al carcere duro, e gli confisca i patrimoni. Se ne fa tanto spreco solo per insultare il Sud, visto che le elezioni Berlusconi poi le vince.
La mafia come genere letterario è come i lazzari, che la storia di Napoli hanno infestato per un paio di secoli. Quante scemenze non sono state raccontate, a fini commerciali, da viaggiatori presunti, presunti testimoni. Croce, “Un paradiso abitato da diavoli”, alle pp. 93 segg. Ne dà ineffabili esempi.
La mafia che l’antimafia idealizza è la borghesia, in tutti i sensi. La borghesia italiana. In senso economico – alla pari di quella che vota Prodi per riavere i sussidi pubblici, sotto forma di tasse e contributi sociali. Sociale, alla pari della “società civile”, che esclude, la società chiusa. Culturale: è comune la mancanza d’idee, solo il padrinaggio conta. Legale: comune è la violenza, e perfino la criminalità, in tutte la manifestazioni della società, dal negoziante al presidente di Cassazione.
leuzzi@antiit.eu
Chi è onesto e rispetta le leggi al Sud è “incensurato”, nella sociologia da caserma. In attesa cioè di essere “censurato”.
In Sicilia il 92 per cento della popolazione vive a rischio terremoto, in Calabria il 61 per cento, a Napoli-Caserta il 60. Che le origini della mafia siano geologiche?
Milano
“Quel signore piccolo piccolo” dice l’allenatore Mourinho del presidente del Napoli De Laurentiis, senza nominarlo, con disprezzo. Chissà, forse si parla così in portoghese. Ma a Londra Mourinho non avrebbe potuto dirlo di un qualsiasi presidente. A Milano invece sì, nessuno glielo rimprovera. Perché De Laurentiis è napoletano.
Nel giorno della rivolta degli immigrati di Milano contro Milano, Sveva Casati Modigliani è angosciata perché sul suo tram l’annuncio registrato della fermata suona “Padova-Loredo”A un giornalista spiega: “Proprio così, «Loredo». S’immagini per un milanese sentire storpiare il nome di piazzale Loreto!”. Il nome della scrittrice è pseudonimo. Ma Milano si nasconde male.
Le riforme in successione dell’università e della scuola. Con cinque o sei statuti diversi in vigore. Un segno di profonda insipienza. E di menefreghismo: dove non ci sono soldi il lombardo non è più efficiente.
Dove comincia la ricchezza dei Lombardi? Erano i longobardi mercanti più che guerrieri?
Erano Terragni al Sud, a Benevento, nel salernitano.
Dopo la guerra per molti anni si vedevano nei mercati con la cassetta a tracolla, longobardi di Germania per lo più, con mutilazioni vere o presunte, che vendevano la buona sorte col pappagallino, o unguenti miracolosi e lame di Solingen.
Aveva Spadolini, aveva Craxi. L’uno l’ha abbandonato, l’altro l’ha distrutto, con ferocia, se avesse potuto l’avrebbe appeso a piazzale Loreto. E ci ha dato Bossi e Berlusconi. E Borrelli.
Che male abbiamo fatto? Mai la Repubblica è stata spinta tanto indietro, tanto fuori dalla modernità e dal mondo, dal passo europeo.
Da Manzoni alla letteratura Feltrinelli e agli alternativi surgelati Einaudi, solo frasi costruite: forme vuote, niente storie, niente personaggi, niente sentimenti. Le ire di Gadda si devono camuffare di convolvoli. Con un piacere del testo ridotto all’ammicco al critico formalista, unico lettore, alla classificazione delle storie letterarie.
È la letteratura di una borghesia cava, vuota, che ritiene di avere qualche principio da sostenere ma non mette forza nelle mani, nessuna energia, nessun sudore. Dalla maggioranza silenziosa, ultimamente, al leghismo e a Berlusconi. Dice: questa è la letteratura industriale, mass market. No, anche i prosciutti sono industriali, anche i vini, ma sono saporiti. È il conformismo del denaro, del potere.
Come si può credere a Bossi stando a Varese, Brescia, a Milano Uno? Alla spacconeria, l’insensatezza, l’aggressività? È la sagra della piccola borghesia, quella che una volta definiva la stupidità sociale. L’equivalente ha prodotto a Reggio Calabria una rivolta di cui la città porta ancora i segni, tanti schiaffoni ha ricevuto. Tra Lombardia e Venezie ha ricavato il dieci per cento del voto alle elezioni europee, il terzo partito nazionale.
Mafia
Massimo Ciancimino non si pente perché è in attesa di rientrare nell'immenso patrimonio paterno, tutto mafioso, quando fra pochi mesi avrà finito la condanna in cui è incappato con i commercialisti. Ma si diverte a fare il pentito, contro i carabinieri, contro ex gentiluomini Dc, e contro Berlusconi e Dell’Utri. Nei tribunali, nei migliori giornali, e alla Rai. È la terza via dell’antimafia, tra i pentiti pensionati e i mafiosi confiscati: non pentirsi ma professare “profonda fiducia” nei giudici. Avremo anche i “giudici della mafia”, oltre che l’immondo raiume, il pattume dell’informazione.
Tutto quello che questo Ciancimino dice da due anni a questa parte – senza essere un pentito – dovrebbe essere usato contro di lui, per mafia, in associazione con Provenzano, Riina, eccetera. Per delitto di mafia personale, non quale tramite del padre. Ciò è più che evidente: è provato dallo stesso Ciancimino. E invece no, quest’uomo è un pubblico ministero.
Non è un errore, e non è un’irritualità, come dicono i giudici-sceriffi. Non è nemmeno l’incapacità di un singolo giudice, Ingroia o chi per lui. È mafia, nel senso pieno del termine. Protetta dalla struttura, la Procura, dal sindacato dei giudici, e dal Csm. Di cui è presidente Napolitano.
Massimo Ciancimino, il mafioso playboy, è esibito in tribunale contro il governo che fa gli arresti che per decenni sono stati omessi. E confisca - non più si sequestrano, lasciandoli in gestione ai criminali, si confiscano definitivamente - patrimoni miliardari, in euro. Dunque, la mafia si può battere. Ma questo non ci libera: con i Ciancimino, e con i giudici palermitani che li esibiscono, ci ritroveremo per l’eternità, all'inferno.
Ciancimino jr. non si nasconde, il suo ricatto è scoperto – un vero giudice, un vero carabiniere si sarebbe prima fatto dire dov’è il tesoro del padre, della mafia, che lui si vuole far riconoscere col “pentimento”. Ma a quale scopo dare ragione a Riina? È qui il vero “papello”.
- Mafioso? Che vuol dire mafioso? – Tutti i mafiosi lo dicono: si negano, e ha un senso.
Per il mafioso la mafia è arricchimento. È elevarsi, in genere, da una condizione umile. Contro chi ha già – i “poteri forti” di altra terminologia. Con l’unico mezzo che l’incultura, e talvolta la stupidità, lasciano, la violenza.
Nulla di diverso da ciò che tutti gli altri fanno, chi con più chi con minore fortuna. Non c’entrano le cupole e le alleanze, un mafioso difende il suo bene soprattutto dagli altri mafiosi. Nemmeno c’entra l’omertà, il mafioso più di tutti denuncia, calunnia, confida, anche contro i parenti stretti.
Un mafioso è essenzialmente un usuraio, senza capitale. È il tipico succiasangue, il mestiere da sempre più odiato. La favole dell’uomo d’onore e dell’onorata società è il tipico abbellimento che sempre l’usuraio ricco o potente, anche soltanto per la fama di cattivo, costruisce attorno ala sua infamante attività.
Provenzano, il capo dei capi, con un patrimonio di seicento milioni, o seicento miliardi, di euro, più tutti i cespiti segreti, se è vero che era confidente dei carabinieri, vive da bracciante. È un bracciante.
Bisognerebbe criticare e anzi abbattere – figurativamente certo - quelli che si approfittano della mafia. O creare un trademark: un’apposita Autorità del Sud sarebbe da creare, per monitorarne l’uso e tassarne con apposita royalty ogni uso improprio, a fini pubblicitari.
Per le elezioni del 2008 c’erano sui banchi della libreria Feltrinelli di Largo Argentina a Roma 57, o 59, libri contro Berlusconi. Una diecina li ho sfogliati. Nove di essi collegano Berlusconi alla mafia: si è arricchito, affermano citando innominabili pentiti, col riciclaggio dei soldi della mafia. Un pentito, un Di Carlo che ha avuto per questo l’ambita estradizione da Londra, afferma anche con i soldi della cocaina. C’è dunque chi crede che Berlusconi sia ricco, potente, e maggioritario perché spaccia cocaina. Tutto perché ha impiegato due siciliani, uno stalliere e Marcello Dell’Utri, abile venditore di pubblicità. A cui i loro compatrioti siciliani, giudici, giornalisti, scrittori, banchieri, non cesseranno di fargliela pagare – nessun siciliano è mai andato indenne alla vendetta. L’Autorità del Sud dovrebbe tassare Berlusconi. O gli editori dei libri contro Berlusconi.
La verità è che mafia gli fa un baffo, a Berlusconi, che non per nulla i mafiosi li mette dentro, al carcere duro, e gli confisca i patrimoni. Se ne fa tanto spreco solo per insultare il Sud, visto che le elezioni Berlusconi poi le vince.
La mafia come genere letterario è come i lazzari, che la storia di Napoli hanno infestato per un paio di secoli. Quante scemenze non sono state raccontate, a fini commerciali, da viaggiatori presunti, presunti testimoni. Croce, “Un paradiso abitato da diavoli”, alle pp. 93 segg. Ne dà ineffabili esempi.
La mafia che l’antimafia idealizza è la borghesia, in tutti i sensi. La borghesia italiana. In senso economico – alla pari di quella che vota Prodi per riavere i sussidi pubblici, sotto forma di tasse e contributi sociali. Sociale, alla pari della “società civile”, che esclude, la società chiusa. Culturale: è comune la mancanza d’idee, solo il padrinaggio conta. Legale: comune è la violenza, e perfino la criminalità, in tutte la manifestazioni della società, dal negoziante al presidente di Cassazione.
leuzzi@antiit.eu
venerdì 26 febbraio 2010
Contro Verre, per Pompeo
“Il popolo romano, anche se è afflitto da molti rovesci e difficoltà, nulla reclama tanto nell’ordinamento dello Stato quanto la fermezza e la serietà dei tribunali”. È l’anno 70 avanti Cristo, Roma è nel mezzo di una decade di tumulti contro l’autorità e i poteri costituiti: l’agitazione provocata da Marco Emilio Lepido, la rivolta dei gladiatori guidati da Spartaco, la ribellione di Quinto Sertorio in Spagna, l’attacco dei barbari, dalla Tracia al Mar Nero, l’inconcludente campagna contro Mitridate in Asia, l’insidia dei pirati ai commerci marittimi, i conseguenti tumulti di popolo a Roma, per la difficoltà degli approvvigionamenti. Il giovane Cneo Pompeo, vincitore di Lepido e Sertorio, torna dalle province per dare la scalata al potere, e si candida al consolato per il 70 insieme con Marco Licinio Crasso. Adotta un programma democratico, appellandosi ai ceti nuovi, i cavalieri, contro la tradizione senatoriale.
La candidatura è già una mezza vittoria: per consentirgliela il Senato ha infatti dovuto abolire le disposizioni che impedivano il consolato ai generali in attività. Ma per mettere in riga gli ottimati ci vuole ancora qualcos’altro.
Ci pensò Cicerone. Marco Tullio aveva 36 anni, come il suo nuovo idolo, e una carriera solida di retore e giureconsulto. Non si era mai esercitato nell’accusa: nei dodici anni di attività si era distinto in numerose cause civili e penali sempre come difensore. Ma per quell’anno 70 aveva puntato anch’egli a una carica politica, quella di edile, e non ebbe remore ad assumere il ruolo che più di tutti, con le “Catilinarie” e le “Filippiche”, l’avrebbe reso famoso. Avviò quindi tempestivamente, ai primi di gennaio, un’azione penale, per corruzione, concussione e sacrilegio, contro Gaio Verre, reduce da tre anni di governatorato in Sicilia.
Verre era un uomo potentissimo ma un bersaglio facile. Di appena dieci anni più anziano di Cicerone, aveva avuto tempo di depredare ben quattro province nelle quali aveva rivestito incarichi pubblici a partire dall’84: nella Gallia Cisalpina, a Benevento, dove si era appropriato della cassa dell’esercito della Repubblica romana contro Silla, prima, e poi dei beni dei proscritti di Silla, in Cilicia, e da ultimo, dal 73 al 71, in Sicilia. Cicerone promosse l’azione penale, facendosi paladino dei Siciliani venuti a Roma a protestare, sicuro di vincerla.
Le leggi a Roma erano molto severe contro la concussione, o abuso delle cariche pubbliche per ottenere dei benefici privati, personali, familiari o per gli amici. Il reato di concussione è il primo per il quale si conosca l’istituzione di un apposito tribunale nella legislazione romana. Fra le pene c’era l’infamia o ignominia, la perdita cioè dei diritti politici, e forse anche l’aqua et igni interdictio, che aveva come conseguenza l’esilio. Peggio ancora per il peculato, quando cioè il funzionario si appropriava di un bene pubblico. Questi reati erano ritenuti tanto gravi da essere apparentati al sacrilegium: il furto di beni di culto poteva configurarsi come un delitto di lesa maestà, cioè di tradimento, e così quindi la concussione e il peculato.
I processi, però, erano tutt’altra cosa che le leggi. Si poteva ritardarli con varie procedure artificiose, o comunque comprare i nobili giurati, con voti o denaro, se si avevano un buon avvocato, influenza politica e disponibilità. Verre tentò dapprima di togliere l’azione a Cicerone, facendo candidare alla pubblica accusa tale Quinto Cecilio, che in qualità di siciliano e di perseguitato in prima persona avrebbe avuto più titoli dello stesso Cicerone.
È nella discussione preliminare contro questo uomo di paglia di Verre che Cicerone mise in guardia i giudici. Alle prime battute del “Discorso contro Quinto Cecilio” anticipò il tema dell’impazienza popolare, con cui avrebbe attaccato le “Catilinarie”. Ma sopratutto ebbe buon gioco perché il legislatore romano era durissimo contro gli accusatori che non si prendevano la responsabilità delle proprie accuse. Oggi il pregiudizio è favorevole agli accusatori. Tommaso Buscetta, capomafia e pluriomicida diventato accusatore, è stato perfino invitato a dare lezione di etica e di diritto in Parlamento. Il diritto romano non scoraggiava l’accusa, ma pretendeva che essa fosse provata, pena l’infamia e la bollatura a fuoco con una C calumniator sulla fronte. “Per lo stato”, così Cicerone concluse il suo breve intervento, “nessun mezzo di salvezza è più efficace di questo: chi accusa un altro tremi per il proprio prestigio, l’onore e la reputazione non meno di chi è accusato”. E Quinto Cecilio scomparve di scena.
In seconda battuta Verre fece iscrivere un altro procedimento d’accusa, presso la stessa giuria che avrebbe dovuto giudicarlo, un momento prima che Cicerone aprisse formalmente l’azione penale. Questo ritardò di tre mesi e mezzo il suo processo, in modo che si aprisse ai primi di agosto e poco dopo venisse aggiornato per poter onorare due serie di festività in calendario. Ma Cicerone non si preoccupò della tattica dilatoria di Verre. Impiegò buona parte del tempo in un lungo viaggio in Sicilia per approfondire la sua istruttoria. Ebbe una buona accoglienza e molte informazioni, sopratutto nella parte occidentale, dove il suo incarico di questore a Marsala nel 75 veniva ancora ricordato con gratitudine.
All’apertura del processo Cicerone si limitò a una brevissima orazione, e poi utilizzò i nove giorni a disposizione per far parlare i testimoni. L’orazione, venti paginette, gli servì a mettere in mora i giudici. Cicerone esordì affermando che Verre aveva comperato la data del suo processo. E concluse con un accenno al caso allora celebre di Cluenzio, che per subentrare nell’eredità aveva fatto condannare per veneficio il patrigno e altre due persone, comperandosi il tribunale, ma il cui intrigo era stato appena denunciato.
Verre seppe subito di non avere speranza, anche se il tribunale rinviò la sentenza a dopo le feste. Fece sparire i preziosi, vasi, statue, argenti, gioielli. E alla ripresa del dibattimento si fece trovare in volontario esilio. Con questa mosse ottenne anche la riduzione a una cifra irrisoria del risarcimento cui fu condannato. Visse ancora per ventisei anni in esilio dorato, lontano dai drammi delle guerre civili.
Cicerone non si privò del piacere di rendere pubblica la requisitoria in cui demoliva il malversatore. Nei cinque volumi “Contro Verre”, per 500 pagine c’è un campionario interminabile di nefandezze che l'imputato avrebbe commesso fin da ragazzo, ma c’è anche molta cura nell’appoggiare Pompeo e l’ordine equestre, gli homines novi, imprenditori, pubblicani, banchieri, senza rompere con il Senato - al quale Cicerone stesso apparteneva per essere stato questore. In particolare mise ogni cura ad allontanare i sospetti dai tanti cavalieri che operavano in Sicilia in quanto pubblicani - appaltatori di opere pubbliche e delle imposte - e come usurai.
Ma è il finale che dà il senso alla storia. Pochi mesi dopo, nel 69, Cicerone difese Marco Fonteio, ex governatore della Gallia, accusato come Verre de pecuniis repetundis (concussione). Ai Galli, a differenza che ai Siciliani, Cicerone contestò la facoltà di mettere in dubbio la buona fede di un cittadino romano. Il cittadino Fonteio fu naturalmente assolto. Era amico di Pompeo. Nel 66 Cicerone difese Cluenzio, venuto in giudizio come calunniatore per la storia del veneficio. Anche Cluenzio fu assolto.
Nel 43 Antonio, il nuovo padrone della repubblica, impose a Verre la consegna dei suoi preziosi vasi di Corinto. Verre si rifiutò. Condannato a morte. la affrontò con dignità a 72 anni, qualche giorno dopo aver saputo come Antonio avesse portato a ben più miseranda fine il suo accusatore Cicerone.
La candidatura è già una mezza vittoria: per consentirgliela il Senato ha infatti dovuto abolire le disposizioni che impedivano il consolato ai generali in attività. Ma per mettere in riga gli ottimati ci vuole ancora qualcos’altro.
Ci pensò Cicerone. Marco Tullio aveva 36 anni, come il suo nuovo idolo, e una carriera solida di retore e giureconsulto. Non si era mai esercitato nell’accusa: nei dodici anni di attività si era distinto in numerose cause civili e penali sempre come difensore. Ma per quell’anno 70 aveva puntato anch’egli a una carica politica, quella di edile, e non ebbe remore ad assumere il ruolo che più di tutti, con le “Catilinarie” e le “Filippiche”, l’avrebbe reso famoso. Avviò quindi tempestivamente, ai primi di gennaio, un’azione penale, per corruzione, concussione e sacrilegio, contro Gaio Verre, reduce da tre anni di governatorato in Sicilia.
Verre era un uomo potentissimo ma un bersaglio facile. Di appena dieci anni più anziano di Cicerone, aveva avuto tempo di depredare ben quattro province nelle quali aveva rivestito incarichi pubblici a partire dall’84: nella Gallia Cisalpina, a Benevento, dove si era appropriato della cassa dell’esercito della Repubblica romana contro Silla, prima, e poi dei beni dei proscritti di Silla, in Cilicia, e da ultimo, dal 73 al 71, in Sicilia. Cicerone promosse l’azione penale, facendosi paladino dei Siciliani venuti a Roma a protestare, sicuro di vincerla.
Le leggi a Roma erano molto severe contro la concussione, o abuso delle cariche pubbliche per ottenere dei benefici privati, personali, familiari o per gli amici. Il reato di concussione è il primo per il quale si conosca l’istituzione di un apposito tribunale nella legislazione romana. Fra le pene c’era l’infamia o ignominia, la perdita cioè dei diritti politici, e forse anche l’aqua et igni interdictio, che aveva come conseguenza l’esilio. Peggio ancora per il peculato, quando cioè il funzionario si appropriava di un bene pubblico. Questi reati erano ritenuti tanto gravi da essere apparentati al sacrilegium: il furto di beni di culto poteva configurarsi come un delitto di lesa maestà, cioè di tradimento, e così quindi la concussione e il peculato.
I processi, però, erano tutt’altra cosa che le leggi. Si poteva ritardarli con varie procedure artificiose, o comunque comprare i nobili giurati, con voti o denaro, se si avevano un buon avvocato, influenza politica e disponibilità. Verre tentò dapprima di togliere l’azione a Cicerone, facendo candidare alla pubblica accusa tale Quinto Cecilio, che in qualità di siciliano e di perseguitato in prima persona avrebbe avuto più titoli dello stesso Cicerone.
È nella discussione preliminare contro questo uomo di paglia di Verre che Cicerone mise in guardia i giudici. Alle prime battute del “Discorso contro Quinto Cecilio” anticipò il tema dell’impazienza popolare, con cui avrebbe attaccato le “Catilinarie”. Ma sopratutto ebbe buon gioco perché il legislatore romano era durissimo contro gli accusatori che non si prendevano la responsabilità delle proprie accuse. Oggi il pregiudizio è favorevole agli accusatori. Tommaso Buscetta, capomafia e pluriomicida diventato accusatore, è stato perfino invitato a dare lezione di etica e di diritto in Parlamento. Il diritto romano non scoraggiava l’accusa, ma pretendeva che essa fosse provata, pena l’infamia e la bollatura a fuoco con una C calumniator sulla fronte. “Per lo stato”, così Cicerone concluse il suo breve intervento, “nessun mezzo di salvezza è più efficace di questo: chi accusa un altro tremi per il proprio prestigio, l’onore e la reputazione non meno di chi è accusato”. E Quinto Cecilio scomparve di scena.
In seconda battuta Verre fece iscrivere un altro procedimento d’accusa, presso la stessa giuria che avrebbe dovuto giudicarlo, un momento prima che Cicerone aprisse formalmente l’azione penale. Questo ritardò di tre mesi e mezzo il suo processo, in modo che si aprisse ai primi di agosto e poco dopo venisse aggiornato per poter onorare due serie di festività in calendario. Ma Cicerone non si preoccupò della tattica dilatoria di Verre. Impiegò buona parte del tempo in un lungo viaggio in Sicilia per approfondire la sua istruttoria. Ebbe una buona accoglienza e molte informazioni, sopratutto nella parte occidentale, dove il suo incarico di questore a Marsala nel 75 veniva ancora ricordato con gratitudine.
All’apertura del processo Cicerone si limitò a una brevissima orazione, e poi utilizzò i nove giorni a disposizione per far parlare i testimoni. L’orazione, venti paginette, gli servì a mettere in mora i giudici. Cicerone esordì affermando che Verre aveva comperato la data del suo processo. E concluse con un accenno al caso allora celebre di Cluenzio, che per subentrare nell’eredità aveva fatto condannare per veneficio il patrigno e altre due persone, comperandosi il tribunale, ma il cui intrigo era stato appena denunciato.
Verre seppe subito di non avere speranza, anche se il tribunale rinviò la sentenza a dopo le feste. Fece sparire i preziosi, vasi, statue, argenti, gioielli. E alla ripresa del dibattimento si fece trovare in volontario esilio. Con questa mosse ottenne anche la riduzione a una cifra irrisoria del risarcimento cui fu condannato. Visse ancora per ventisei anni in esilio dorato, lontano dai drammi delle guerre civili.
Cicerone non si privò del piacere di rendere pubblica la requisitoria in cui demoliva il malversatore. Nei cinque volumi “Contro Verre”, per 500 pagine c’è un campionario interminabile di nefandezze che l'imputato avrebbe commesso fin da ragazzo, ma c’è anche molta cura nell’appoggiare Pompeo e l’ordine equestre, gli homines novi, imprenditori, pubblicani, banchieri, senza rompere con il Senato - al quale Cicerone stesso apparteneva per essere stato questore. In particolare mise ogni cura ad allontanare i sospetti dai tanti cavalieri che operavano in Sicilia in quanto pubblicani - appaltatori di opere pubbliche e delle imposte - e come usurai.
Ma è il finale che dà il senso alla storia. Pochi mesi dopo, nel 69, Cicerone difese Marco Fonteio, ex governatore della Gallia, accusato come Verre de pecuniis repetundis (concussione). Ai Galli, a differenza che ai Siciliani, Cicerone contestò la facoltà di mettere in dubbio la buona fede di un cittadino romano. Il cittadino Fonteio fu naturalmente assolto. Era amico di Pompeo. Nel 66 Cicerone difese Cluenzio, venuto in giudizio come calunniatore per la storia del veneficio. Anche Cluenzio fu assolto.
Nel 43 Antonio, il nuovo padrone della repubblica, impose a Verre la consegna dei suoi preziosi vasi di Corinto. Verre si rifiutò. Condannato a morte. la affrontò con dignità a 72 anni, qualche giorno dopo aver saputo come Antonio avesse portato a ben più miseranda fine il suo accusatore Cicerone.
Problemi di base - 25
spock
Perché ai giudici piace fare i politici, che disprezzano?
Perché Bersani si mette con De Magistris, che voleva Prodi in carcere?
Chi ha dato la giustizia ai giudici?
Che sinistra è quella di Prodi, e di Loiero, l’ultimo suo man of the party, con De Magistris?
Gli italiani sono cinici perché sono tristi, o sono tristi perché sono cinici?
Perché gli italiani amano e odiano lo Stato, come la moglie?
Dove vanno i becchini, quando vanno in vacanza?
Che fa la morte, quando i becchini vanno in vacanza?
È un secolo che Dio non parla più, parla solo la Madonna: anche Lui respira l’aria del secolo?
I parroci, che prima avevano un’amante, almeno una, ora molestano i bambini: anche il sesso va col secolo?
Si può dire il giornale un confessionale?
spock@antiit.eu
Perché ai giudici piace fare i politici, che disprezzano?
Perché Bersani si mette con De Magistris, che voleva Prodi in carcere?
Chi ha dato la giustizia ai giudici?
Che sinistra è quella di Prodi, e di Loiero, l’ultimo suo man of the party, con De Magistris?
Gli italiani sono cinici perché sono tristi, o sono tristi perché sono cinici?
Perché gli italiani amano e odiano lo Stato, come la moglie?
Dove vanno i becchini, quando vanno in vacanza?
Che fa la morte, quando i becchini vanno in vacanza?
È un secolo che Dio non parla più, parla solo la Madonna: anche Lui respira l’aria del secolo?
I parroci, che prima avevano un’amante, almeno una, ora molestano i bambini: anche il sesso va col secolo?
Si può dire il giornale un confessionale?
spock@antiit.eu
giovedì 25 febbraio 2010
Casini for president
Non è un gioco di parole, non è una provocazione, non è uno scherzo, è la tessitura alla quale si dedica D’Alema, in qualità di vero segretario del partito Democratico. Con Fini, magari, in ticket con Casini. Due che insieme non fanno il cinque per cento. Con Polverini, magari, al posto di Epifani - che il Lazio così lascerebbe a Emma Bonino, candidata unica, seppure osteggiata dal papa? E' solo un'idea di Velardi? Bene, se è solo pubblicità, i fichi Fini e Casini stanno bene infatti nella pubblicità. Altrimenti, nascondersi va bene, ma nascondersi fino a tal punto? O dobbiamo infine riconoscere che Fini e Casini sono le belle copie di D’Alema e Veltroni, palestrati, visagizzati? Ma, allora, perché allontanare tanti buoni democratici cristiani dal Pd in direzione di Casini, e poi prendersi tutto Casini, e alla presidenza del consiglio?
Non è politica, e si sapeva, si fanno solo furbate. Ma prendersi Casini per fare che? Giusto per sbolognare Berlusconi. Ma quello l’ha già fatto Prodi, un paio di volte, senza esito. E, poi, che sinistra è quella di un Casini, magari con Fini dietro? Che normalità è questa? Sì, Casini e Fini hanno la Rai e i talk show della Rai, fanno figura di giovani, e non hanno occhiaie, non avendo pensieri. Ma delle due cose l’una: o la Rai mette i suoi favoriti come falso scopo, come punching ball, oppure porta sfiga, chi ci troneggia non vince.
A meno che D’Alema non li candidi proprio per fregarli. Furbo!
Non è politica, e si sapeva, si fanno solo furbate. Ma prendersi Casini per fare che? Giusto per sbolognare Berlusconi. Ma quello l’ha già fatto Prodi, un paio di volte, senza esito. E, poi, che sinistra è quella di un Casini, magari con Fini dietro? Che normalità è questa? Sì, Casini e Fini hanno la Rai e i talk show della Rai, fanno figura di giovani, e non hanno occhiaie, non avendo pensieri. Ma delle due cose l’una: o la Rai mette i suoi favoriti come falso scopo, come punching ball, oppure porta sfiga, chi ci troneggia non vince.
A meno che D’Alema non li candidi proprio per fregarli. Furbo!
Arduo per Obama smarcarsi dalle banche
Non la riforma sanitaria, né altri errori o posizioni controverse di politica interna o internazionale, ha sgonfiato il miracolo Obama, ma la sua polemica contro le banche, il mancato abbandono, dichiarato, pubblico, di ogni velleità di controlli sul mercato. Il declino degli indici di popolarità è stato immediato a gennaio, quando il presidente Usa ha criticato i superbonus dei banchieri, ha chiesto una tassa a conguaglio delle perdite abnormi subite dal Tesoro per i salvataggi (120 miliardi), e ha proposto una legge che vieti alle banche la speculazione, e ne riduca il monopolismo.
La reazione - una caduta degli indici di popolarità su misure che, se non altro, sicuramente sono populistiche - è specchio della polarizzazione della politica sulla finanza, e dei modi di formazione dell’opinione, che è da qualche tempo per nulla libera, e anzi scopertamente dipendente dai padroni del denaro. Così come del resto la politica, il cui finanziamento è stato modificato dai Congressi di Clinton e di Bush, dopo il lungo limbo seguito agli scandali di metà anni Settanta, per favorire il condizionamento del big business.
I media non discutono della liceità o bontà politica delle decisioni presidenziali. Ne riferiscono tuttavia senza apprezzamento, che nel caso dei superbonus dei banchieri della crisi e dei paletti alla speculazione sarebbe stato solo ovvio. Anzi ne traggono motivo per dare la popolarità di Obama in calo. Con qualche appiglio: per esempio il passaggio del seggio senatoriale ereditario dei Kennedy ai Repubblicani. Ma senza chiare motivazioni. In altro momento la perdita del seggio non sarebbe stata decisiva di niente. O sarebbe stato imputato all’estinzione politica dei Kennedy stessi, o ai mutamenti sociali della costituency, o all’effetto della crisi che sempre punisce elettoralmente i governi in carica. Non, però, nel caso di Obama, che si fa cadere nei favori socì come lo si era innalzato, oltre ogni merito a parte la giovinezza e l’abbronzatura, che lo spontaneo favore popolare fece all'improvviso preferire, dal partito Democratico e dai finanziatori, alla già prescelta Hillary Clinton. Il presidente lo sa, che dice: “Meglio governare bene anche se solo per quattro anni”. Tanto più avendo confermato Bernanke alla Fed con l'esplicito compito di regolare le banche, anche dando la caccia alla speculazione pregressa, delle banche genere Goldman Sachs, che creano e impogono gli strumenti finanziari con i quali poi esercitarsi liberamente al bersaglio.
A partire da Reagan, e poi con Clinton, la politica americana si è legata alla finanza, il big business condizionante è Wall Street. Da ormai trent’anni, eiettati gli indigesti Nixon e Carter, politici populisti, non legati agli interessi, la politica si è vincolata come si suol dire al mercato, e cioè agli interessi finanziari. La lunga presidenza Clinton sarà ricordata in particolare come un ininterrotto, forse il più lungo nella storia dei cicli, boom di Wall Street. Il riallineamento delle leggi sul finanziamento ai partiti ha prodotto una stabile dipendenza dai grandi interessi finanziari, le loro fondazioni, i loro think-thank, e gli stessi media. Obama, partito come uno dei tanti outsider ma subito “portato” dall’America provinciale, e patrocinato in un secondo momento come l’uomo nuovo o l’uomo della cosa giusta, è stato riportato dalle responsabilità di governo a riprendersi il ruolo di outsider, e questo non gli giova.
La reazione - una caduta degli indici di popolarità su misure che, se non altro, sicuramente sono populistiche - è specchio della polarizzazione della politica sulla finanza, e dei modi di formazione dell’opinione, che è da qualche tempo per nulla libera, e anzi scopertamente dipendente dai padroni del denaro. Così come del resto la politica, il cui finanziamento è stato modificato dai Congressi di Clinton e di Bush, dopo il lungo limbo seguito agli scandali di metà anni Settanta, per favorire il condizionamento del big business.
I media non discutono della liceità o bontà politica delle decisioni presidenziali. Ne riferiscono tuttavia senza apprezzamento, che nel caso dei superbonus dei banchieri della crisi e dei paletti alla speculazione sarebbe stato solo ovvio. Anzi ne traggono motivo per dare la popolarità di Obama in calo. Con qualche appiglio: per esempio il passaggio del seggio senatoriale ereditario dei Kennedy ai Repubblicani. Ma senza chiare motivazioni. In altro momento la perdita del seggio non sarebbe stata decisiva di niente. O sarebbe stato imputato all’estinzione politica dei Kennedy stessi, o ai mutamenti sociali della costituency, o all’effetto della crisi che sempre punisce elettoralmente i governi in carica. Non, però, nel caso di Obama, che si fa cadere nei favori socì come lo si era innalzato, oltre ogni merito a parte la giovinezza e l’abbronzatura, che lo spontaneo favore popolare fece all'improvviso preferire, dal partito Democratico e dai finanziatori, alla già prescelta Hillary Clinton. Il presidente lo sa, che dice: “Meglio governare bene anche se solo per quattro anni”. Tanto più avendo confermato Bernanke alla Fed con l'esplicito compito di regolare le banche, anche dando la caccia alla speculazione pregressa, delle banche genere Goldman Sachs, che creano e impogono gli strumenti finanziari con i quali poi esercitarsi liberamente al bersaglio.
A partire da Reagan, e poi con Clinton, la politica americana si è legata alla finanza, il big business condizionante è Wall Street. Da ormai trent’anni, eiettati gli indigesti Nixon e Carter, politici populisti, non legati agli interessi, la politica si è vincolata come si suol dire al mercato, e cioè agli interessi finanziari. La lunga presidenza Clinton sarà ricordata in particolare come un ininterrotto, forse il più lungo nella storia dei cicli, boom di Wall Street. Il riallineamento delle leggi sul finanziamento ai partiti ha prodotto una stabile dipendenza dai grandi interessi finanziari, le loro fondazioni, i loro think-thank, e gli stessi media. Obama, partito come uno dei tanti outsider ma subito “portato” dall’America provinciale, e patrocinato in un secondo momento come l’uomo nuovo o l’uomo della cosa giusta, è stato riportato dalle responsabilità di governo a riprendersi il ruolo di outsider, e questo non gli giova.
mercoledì 24 febbraio 2010
Londra scettica, Berlino distante, Ue in pausa
È euroscettica più che non la campagna elettorale a basso voltaggio in atto ormai da un anno tra il premier laburista Brown e il premier ombra conservatore Cameron. La Gran Bretagna ha solidi interessi maturati nella Ue, agricoltura, industria e nella stessa finanza, malgrado l’euro, ma la City mantiene altrettanto solidi interessi nella finanza globale, malgrado la crisi e anche contro l’euro, come dimostra la recente speculazione al ribasso del fondo Brevan e altri. Nella stampa popolare e in quella economica è come se Londra si trovasse di nuove in terra incognita, per tutto ciò che riguarda la Ue. La meteora europeista Blair, che aveva portato la Gran Bretagna al cuore della difesa europea (poi fallita) e vicina all’euro, per il quale si arrivò a prospettare un referendum, viene accantonata su queste basi, più che sull’impegno pro Usa nel Medio Oriente - che nessuno ai Comuni e nei tre grandi partiti mette veramente in discussione.
È su questo sfondo del resto che si lavora a Bruxelles. Alla Banca centrale europea e al Consiglio europeo. Il presidente della Bce Trichet è personalmente convinto che la convergenza della sterlina sull’euro vada preservata. Mentre il compromesso franco-tedesco dell’ultimo consiglio europeo due settimane fa, in particolare l’intesa Merkel-Sarkozy per il salvataggio “politico” della Grecia, intende riproporre il Consiglio stesso come il “governo economico” della Ue. Questa è una novità: finora il governo tedesco ha sempre evitato di riproporre il governo politico dell’economia europea, per non incidere sull’autonomia della Bce. Il mutamento di passo viene ora letto in Francia come dettato dall’esigenza di tenere Londra impegnata nella Ue, anche sul piano monetario. Anche se ciò dovesse significare un rallentamente delle stretagie unificanti della Ue. In questo quadro si spiega anche l’ultima decisione di rilievo, l’affidamento della politica estera e di difesa della Ue a una personalità britannica, la baronessa Ashton. Con una distinta nota di disinteresse, se non di disistima, sulla consistenza delle stesse politiche. Confermata peraltro dall’eclisse delle stesse politiche che ha seguito la nomina.
Ma tutta la politica dell’Unione ha subito, e subirà, un rallentamento, non solo quella estera e di difesa. Resta l’euro, e in condizioni ancora forti, ma questo grazie alla Banca centrale europea, e al suo presidente Trichet. Ogni altra attività è tenuta in surplace dal disinteresse del governo tedesco. Surplace sostanziale, e quasi dichiarato, una volta pagato il tributo di rito all’amicizia eterna e all’asse franco-tedesco.
La cancelliera Merkel conferma anche in questa presunto tenere la porta aperta a Londra di essersi presa una pausa rispetto all’accelerazione impressa alla costruzione dell’Europa dai suoi predecessori Kohl e Schröder. In particolare viene messa in pausa l’unione fiscale e delle politiche di bilancio che l’euro avrebbe richiesto: la Germania non insiste più sul patto di stabilità che essa stessa aveva imposto al momento del varo dell’euro. Berlino peraltro ha affrontato e affronta la crisi, dalla Opel al debito, in una distinta prospettiva nazionale, lasciando all’Unione il ruolo di quadro di riferimento ma non di ispirazione e non condizionante. La crisi del debito greco ha anzi utilizzato per affermare cosa si intende per Consiglio della Ue come governo economico della Ue stessa: una sorta di politica estera del Consiglio stesso, già nei confronti della Gran Bretagna, che è un paese membro della Ue ma non dell’euro, mentre con la Grecia, che è parte dell’euro, la reazione è da ministero dell’Interno, o di polizia.
È su questo sfondo del resto che si lavora a Bruxelles. Alla Banca centrale europea e al Consiglio europeo. Il presidente della Bce Trichet è personalmente convinto che la convergenza della sterlina sull’euro vada preservata. Mentre il compromesso franco-tedesco dell’ultimo consiglio europeo due settimane fa, in particolare l’intesa Merkel-Sarkozy per il salvataggio “politico” della Grecia, intende riproporre il Consiglio stesso come il “governo economico” della Ue. Questa è una novità: finora il governo tedesco ha sempre evitato di riproporre il governo politico dell’economia europea, per non incidere sull’autonomia della Bce. Il mutamento di passo viene ora letto in Francia come dettato dall’esigenza di tenere Londra impegnata nella Ue, anche sul piano monetario. Anche se ciò dovesse significare un rallentamente delle stretagie unificanti della Ue. In questo quadro si spiega anche l’ultima decisione di rilievo, l’affidamento della politica estera e di difesa della Ue a una personalità britannica, la baronessa Ashton. Con una distinta nota di disinteresse, se non di disistima, sulla consistenza delle stesse politiche. Confermata peraltro dall’eclisse delle stesse politiche che ha seguito la nomina.
Ma tutta la politica dell’Unione ha subito, e subirà, un rallentamento, non solo quella estera e di difesa. Resta l’euro, e in condizioni ancora forti, ma questo grazie alla Banca centrale europea, e al suo presidente Trichet. Ogni altra attività è tenuta in surplace dal disinteresse del governo tedesco. Surplace sostanziale, e quasi dichiarato, una volta pagato il tributo di rito all’amicizia eterna e all’asse franco-tedesco.
La cancelliera Merkel conferma anche in questa presunto tenere la porta aperta a Londra di essersi presa una pausa rispetto all’accelerazione impressa alla costruzione dell’Europa dai suoi predecessori Kohl e Schröder. In particolare viene messa in pausa l’unione fiscale e delle politiche di bilancio che l’euro avrebbe richiesto: la Germania non insiste più sul patto di stabilità che essa stessa aveva imposto al momento del varo dell’euro. Berlino peraltro ha affrontato e affronta la crisi, dalla Opel al debito, in una distinta prospettiva nazionale, lasciando all’Unione il ruolo di quadro di riferimento ma non di ispirazione e non condizionante. La crisi del debito greco ha anzi utilizzato per affermare cosa si intende per Consiglio della Ue come governo economico della Ue stessa: una sorta di politica estera del Consiglio stesso, già nei confronti della Gran Bretagna, che è un paese membro della Ue ma non dell’euro, mentre con la Grecia, che è parte dell’euro, la reazione è da ministero dell’Interno, o di polizia.
Il mondo com'è - 33
astolfo
Compagnia - Oggi si dice in inglese, public company, ma il nome parla chiaro. Compagnia di ventura, certo, sempre meno richiesta nell'era della guerra elettronica. Compagnia della buona morte anche, per confortare i condannati, che il diritto finalmente elimina insieme con la funzione per la quale era nata. E poi Compagnia delle Indie, del Levante, dei Royal Adventurers, dei Mari del Sud, le innumerevoli copie dei Mercanti avventurieri britannici, che dal 1507 per tre secoli dominarono i commerci del Nord Europa. Che a loro volta si erano modellati sulle maone genovesi del Trecento, le associazioni private con cui la Superba faceva i colpi di mano più rischiosi, per esempio la conquista della Corsica.
Queste compagnie commerciali, con privilegio di conquista e di governo di territori remoti, si sono portate presto molto lontano dall'originario significato del termine, cum-panis, comunanza di interessi dei soci. Cum-panis la compagnia lo fu brevemente, alla sua prima apparizione nell'armamentario giuridico, nel secolo XI a Genova, e nel grande mercato veneziano il secolo successivo. Nel Sei-Settecento le compagnie assicurarono all'Europa il dominio del mondo. Surrettiziamente, con la pazienza dei mercanti, e con la coscienza di un primato tecnico e spirituale, ma con determinazione.
Fu Joseph François Dupleix, amministratore della Compagnia francese delle Indie, a individuare per primo nel 1748 la possibilità di creare un impero europeo sulle rovine della monarchia del Gran Mogol in India, e a riuscire quasi a realizzarlo in pochi mesi e con un centinaio di soldati. “Quasi”, perché l'idea gli fu rubata da un ventiquattrenne impiegato della Compagnia britannica, Robert Clive, che si improvvisò stratega politico e militare, e dieci anni dopo, a trentaquattro anni, con poche mosse, combattute sopratutto contro i francesi dell'India e contro gli olandesi di Batavia, aveva assicurato alla regina Vittoria un impero diciotto volte più grande delle isole britanniche, e a Londra due secoli o poco meno di supremazia mondiale.
La Compagnia delle Indie è il caso più noto. Ma anche le altre compagnie con interessi atlantici costruirono imperi. Non tutte, considerando che tutti i paesi del Nord Europa costituirono nel Sei-Settecento almeno una compagnia, e alla fine ne tentarono una l'Austria di Maria Teresa e Giuseppe II, e un’altra la Prussia di Federico II. Create per commerciare, trascuravano spesso gli utili dei finanziatori e partecipanti, ma mai il dominio - i cui costi comunque assorbivano i profitti quando c'erano.
Già nel Seicento, prima quindi di Dupleix e Clive, la Compagnia olandese delle Indie aveva messo insieme un vero e proprio impero, anche se non dichiarato, con sede a Batavia. Con calvinista intransigenza, espropriò gli indigeni di Giava, Malesia e Indonesia, li ridusse ai lavori forzati e, introducendo la monocultura dei prodotti di esportazione, li obbligò ad asservirsi completamente per procurarsi di che mangiare. Ma visse quasi tutto il Settecento, fra le malversazioni dei funzionari e le spese militari, dei prestiti del governo olandese, che essa stessa esprimeva.
Thomas Babington Macaulay, lo storico inglese della conquista dell'India, apre la vita di Lord Clive chiedendosi come mai, mentre si fa un gran parlare delle imprese di Pizarro e Cortes, che distrussero molto e produssero poco, nessun interesse viene portato alle imprese dei piccoli grandi uomini delle Compagnie. Sono loro, in effetti, che hanno creato l'imperialismo moderno, l'imperialismo economico.
Sulle compagnie si è anzi modellato il cuore del capitalismo moderno, la proprietà suddivisa e anonima. La Compagnia olandese nasce nel 1602 con un capitale ripartito in quote uguali e cedibili, denominate per la prima volta azioni, gestite in forma anonima, joint stock si dirà nella Compagnia inglese a partire dal 1612, anche se con soci nominativi. Jean Baptiste Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV e rivoluzionatore delle regole dell'economia, completerà l'innovazione nel 1664, dotando la costituenda Compagnia francese delle Indie della responsabilità limitata dei soci, e quindi dell'anonimità dei titoli. E adesso rieccole: senza apparato militare, ma con eguale determinazione, le public companies vanno all'assalto dei risparmi di tutti e ognuno, aprendo orizzonti misteriosi e invitanti, dopo l’epoca pantofolaia dei Bot, i titoli di Stato mangiainflazione esentasse.
Un filo c'è, dal privato, anzi dal personale, al pubblico. Che poi, in inglese, vuol dire privato. E non per il destino perverso delle parole: public vuol dire privato alla luce del sole, a disposizione di tutti. Almeno nelle intenzioni - perché il capitale è la cosa che più si pubblicizza per nascondersi. Il miglior privato, insomma, sarebbe nel pubblico. Ma non è facile fare il punto. La navigazione torna a vista. Torna l'avventura.
Élite – Ha funzione pedagogica. Se la classe dirigente è specchio del paese la teoria dell’élite non ha fondamento. Ma con essa allora anche la democrazia: la classe dirigente deve dare buoni insegnamenti e indicare buone strade, se è il popolo bue non ha senso e alcuna legittimità.
Il problema è sempre aperto della classe dirigente in democrazia. Ma il voto non basta come selettore: senza classe dirigente sicuramente non c’è alcuna forma di democrazia.
È pure vero che la funzione pedagogica può essere negativa, nel senso del disordine, dela crisi, e anche della illegalità. Ma è solo qui che il voto è decisivo, come sanzione.
Legge - È nomos, cioè pascolo. Con le derivate: nemesis, la giustizia, nomisma, la moneta.
Medio Evo – È oscuro perché le fonti sono oscure. Si sa tutto fino ai regni barbarici e bizantini, e dal Duecento in poi, dalle Crociate, con un buco di quattro-cinque secoli. È l’Oriente che accende l’Occidente?
L’impero carolingio resta silenzioso benché sia opera intellettuale, di gente che pensa e parla, chierici, cavalieri, cortigiani, più che di soldati bruti. E tuttavia non dice molto. Soprattutto è un mondo senza scritture, questa creazione di dotti. La scrittura naturalmente è praticata. Non diffusamente, se l’imperatore è analfabeta. Ma abbastanza da tramandare cion profulivo di codici la storia, il pensiero e la letteratura dei mille anni precedenti. Né mancano i documenti, notarili, vescovili, etc.
Perché l’epoca rimane oscura? Serviva ai monaci e ai chierici una società incolta come il suo re? La scrittura come privilegio è in effetti caratteristica del Medio Evo. Oppure gli intellettuali non avevano occhio per i fatti, né sociali né naturali, ma solo per le idee, l’impero, il diritto, l’onore, i rituali. Mancano d’altra parte i Plutarco, i Tito Livio, i Tacito, i Boezio: la storia non è disciplina in auge, e comunque non è annalistica, né fattuale, né politica, ma agiografica e pedagogia. In termini moderni si direbbe da mattinale, seppure di polizia.
Il meraviglioso, il bizzarro, il fantastico, questo è invece genere tipicamente medievale, che irrompe col Medio Evo e occupa stabilmente saldi presidi. Ma all’eopoca è esercizio freddo, di repertorio. È successivamente che diventa trabordante ricchezza immaginativa, e repertorio popolare, quando nella trama storica la natura prevalente cede alla società. Nel Medio Evo l’immaginario è la novità, ma ripetitiva, cioè pedagogica e all’apparenza incerta, poiché conviene lasciare l’autorità a Dio – giudizio di dio, tregua di Dio, streghe, demoni, etc. Di questo meraviglio fanno parte soprattutto i vescovi santi, le vergini, i cavalieri monaci.
Non è una pausa della storia, oscurantista, è un’organizzazione oscurantista della storia. A opera di intellettuali.
astolfo@antiit.eu
Compagnia - Oggi si dice in inglese, public company, ma il nome parla chiaro. Compagnia di ventura, certo, sempre meno richiesta nell'era della guerra elettronica. Compagnia della buona morte anche, per confortare i condannati, che il diritto finalmente elimina insieme con la funzione per la quale era nata. E poi Compagnia delle Indie, del Levante, dei Royal Adventurers, dei Mari del Sud, le innumerevoli copie dei Mercanti avventurieri britannici, che dal 1507 per tre secoli dominarono i commerci del Nord Europa. Che a loro volta si erano modellati sulle maone genovesi del Trecento, le associazioni private con cui la Superba faceva i colpi di mano più rischiosi, per esempio la conquista della Corsica.
Queste compagnie commerciali, con privilegio di conquista e di governo di territori remoti, si sono portate presto molto lontano dall'originario significato del termine, cum-panis, comunanza di interessi dei soci. Cum-panis la compagnia lo fu brevemente, alla sua prima apparizione nell'armamentario giuridico, nel secolo XI a Genova, e nel grande mercato veneziano il secolo successivo. Nel Sei-Settecento le compagnie assicurarono all'Europa il dominio del mondo. Surrettiziamente, con la pazienza dei mercanti, e con la coscienza di un primato tecnico e spirituale, ma con determinazione.
Fu Joseph François Dupleix, amministratore della Compagnia francese delle Indie, a individuare per primo nel 1748 la possibilità di creare un impero europeo sulle rovine della monarchia del Gran Mogol in India, e a riuscire quasi a realizzarlo in pochi mesi e con un centinaio di soldati. “Quasi”, perché l'idea gli fu rubata da un ventiquattrenne impiegato della Compagnia britannica, Robert Clive, che si improvvisò stratega politico e militare, e dieci anni dopo, a trentaquattro anni, con poche mosse, combattute sopratutto contro i francesi dell'India e contro gli olandesi di Batavia, aveva assicurato alla regina Vittoria un impero diciotto volte più grande delle isole britanniche, e a Londra due secoli o poco meno di supremazia mondiale.
La Compagnia delle Indie è il caso più noto. Ma anche le altre compagnie con interessi atlantici costruirono imperi. Non tutte, considerando che tutti i paesi del Nord Europa costituirono nel Sei-Settecento almeno una compagnia, e alla fine ne tentarono una l'Austria di Maria Teresa e Giuseppe II, e un’altra la Prussia di Federico II. Create per commerciare, trascuravano spesso gli utili dei finanziatori e partecipanti, ma mai il dominio - i cui costi comunque assorbivano i profitti quando c'erano.
Già nel Seicento, prima quindi di Dupleix e Clive, la Compagnia olandese delle Indie aveva messo insieme un vero e proprio impero, anche se non dichiarato, con sede a Batavia. Con calvinista intransigenza, espropriò gli indigeni di Giava, Malesia e Indonesia, li ridusse ai lavori forzati e, introducendo la monocultura dei prodotti di esportazione, li obbligò ad asservirsi completamente per procurarsi di che mangiare. Ma visse quasi tutto il Settecento, fra le malversazioni dei funzionari e le spese militari, dei prestiti del governo olandese, che essa stessa esprimeva.
Thomas Babington Macaulay, lo storico inglese della conquista dell'India, apre la vita di Lord Clive chiedendosi come mai, mentre si fa un gran parlare delle imprese di Pizarro e Cortes, che distrussero molto e produssero poco, nessun interesse viene portato alle imprese dei piccoli grandi uomini delle Compagnie. Sono loro, in effetti, che hanno creato l'imperialismo moderno, l'imperialismo economico.
Sulle compagnie si è anzi modellato il cuore del capitalismo moderno, la proprietà suddivisa e anonima. La Compagnia olandese nasce nel 1602 con un capitale ripartito in quote uguali e cedibili, denominate per la prima volta azioni, gestite in forma anonima, joint stock si dirà nella Compagnia inglese a partire dal 1612, anche se con soci nominativi. Jean Baptiste Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV e rivoluzionatore delle regole dell'economia, completerà l'innovazione nel 1664, dotando la costituenda Compagnia francese delle Indie della responsabilità limitata dei soci, e quindi dell'anonimità dei titoli. E adesso rieccole: senza apparato militare, ma con eguale determinazione, le public companies vanno all'assalto dei risparmi di tutti e ognuno, aprendo orizzonti misteriosi e invitanti, dopo l’epoca pantofolaia dei Bot, i titoli di Stato mangiainflazione esentasse.
Un filo c'è, dal privato, anzi dal personale, al pubblico. Che poi, in inglese, vuol dire privato. E non per il destino perverso delle parole: public vuol dire privato alla luce del sole, a disposizione di tutti. Almeno nelle intenzioni - perché il capitale è la cosa che più si pubblicizza per nascondersi. Il miglior privato, insomma, sarebbe nel pubblico. Ma non è facile fare il punto. La navigazione torna a vista. Torna l'avventura.
Élite – Ha funzione pedagogica. Se la classe dirigente è specchio del paese la teoria dell’élite non ha fondamento. Ma con essa allora anche la democrazia: la classe dirigente deve dare buoni insegnamenti e indicare buone strade, se è il popolo bue non ha senso e alcuna legittimità.
Il problema è sempre aperto della classe dirigente in democrazia. Ma il voto non basta come selettore: senza classe dirigente sicuramente non c’è alcuna forma di democrazia.
È pure vero che la funzione pedagogica può essere negativa, nel senso del disordine, dela crisi, e anche della illegalità. Ma è solo qui che il voto è decisivo, come sanzione.
Legge - È nomos, cioè pascolo. Con le derivate: nemesis, la giustizia, nomisma, la moneta.
Medio Evo – È oscuro perché le fonti sono oscure. Si sa tutto fino ai regni barbarici e bizantini, e dal Duecento in poi, dalle Crociate, con un buco di quattro-cinque secoli. È l’Oriente che accende l’Occidente?
L’impero carolingio resta silenzioso benché sia opera intellettuale, di gente che pensa e parla, chierici, cavalieri, cortigiani, più che di soldati bruti. E tuttavia non dice molto. Soprattutto è un mondo senza scritture, questa creazione di dotti. La scrittura naturalmente è praticata. Non diffusamente, se l’imperatore è analfabeta. Ma abbastanza da tramandare cion profulivo di codici la storia, il pensiero e la letteratura dei mille anni precedenti. Né mancano i documenti, notarili, vescovili, etc.
Perché l’epoca rimane oscura? Serviva ai monaci e ai chierici una società incolta come il suo re? La scrittura come privilegio è in effetti caratteristica del Medio Evo. Oppure gli intellettuali non avevano occhio per i fatti, né sociali né naturali, ma solo per le idee, l’impero, il diritto, l’onore, i rituali. Mancano d’altra parte i Plutarco, i Tito Livio, i Tacito, i Boezio: la storia non è disciplina in auge, e comunque non è annalistica, né fattuale, né politica, ma agiografica e pedagogia. In termini moderni si direbbe da mattinale, seppure di polizia.
Il meraviglioso, il bizzarro, il fantastico, questo è invece genere tipicamente medievale, che irrompe col Medio Evo e occupa stabilmente saldi presidi. Ma all’eopoca è esercizio freddo, di repertorio. È successivamente che diventa trabordante ricchezza immaginativa, e repertorio popolare, quando nella trama storica la natura prevalente cede alla società. Nel Medio Evo l’immaginario è la novità, ma ripetitiva, cioè pedagogica e all’apparenza incerta, poiché conviene lasciare l’autorità a Dio – giudizio di dio, tregua di Dio, streghe, demoni, etc. Di questo meraviglio fanno parte soprattutto i vescovi santi, le vergini, i cavalieri monaci.
Non è una pausa della storia, oscurantista, è un’organizzazione oscurantista della storia. A opera di intellettuali.
astolfo@antiit.eu
martedì 23 febbraio 2010
La congiura sull'euro - che non ci fu
C’è stato più di un sospetto di congiura contro l’euro in Europa nelle ultime settimane, ma l’Italia non lo sa. Sono cose dell’altro mondo, sarà questa la ragione per cui i quotidiani che fanno l’opinione in Italia non l’hanno degnata di una riga, ma non c’è ragione per non saperle. Anche perché Jürgen Stark, l’economista capo della Banca centrale europea, ex Bundesbank, in una lunga intervista allo “Spiegel” nel penultimo numero (12 febbraio), intitolata “Siamo tutti peccatori al momento”, conferma che qualcosa c’è stato: “Ma vorrei segnalare un punto in questo contesto: la Gran Bretagna ha un deficit della stessa grandezza della Grecia. Anche il deficit Usa è superiore al 10 per cento del pil. Tutte le economie avanzate hanno attualmente problemi. In effetti, stupisce vedere da dove la maggior parte delle critiche all’euro vengono in questa fase”. E cioè dai giornali anglo-americani: “In ogni caso, molto di quello che scrivono si legge come se volessero distrarre l’attenzione dai problemi del loro proprio cortile”. Sono diverse, dice Stark, le critiche in Europa: “Queste sono una buona cosa. Non ho problemi con le critiche, ma non mi piacciono gli eccessi… La speculazione è una parte dell’economia di mercato, non sto a dire se positiva o negativa. Tuttavia, la situazione attuale indubbiamente favorisce gli eccessi. Per questa regione non posso escludere che degli speculatori stiano attualmente amplificando i processi”.
Tra metà dicembre e fine gennaio, quando il dollaro ha riguadagnato sull’euro l’11 per cento, si sono diffuse molte voci sull’insostenibilità del debito greco, dapprima, poi di quello spagnolo. La fonte era sempre la stessa, Nouriel Roubini, il consulente bancario di New York che è stato reso famoso per avere previsto il crollo del 2008 - che tutti avevano visto arrivare, non c’era bisogno di prevederlo. Quando Roubini puntò il dito sulla Spagna, Zapatero si precipitò al forum di Davos, per preannunciare tagli al debito, mandò la sua vice a Londra, a preannunciare altri tagli, e al ministro dello Sviluppo Blanco, lo Scajola iberico, suo vice al Psoe, il partito Socialista, confidò la denuncia della speculazione, subito ripresa dal “Paìs”.
“Niente di ciò che accade al mondo, compresi i commenti dei giornali stranieri, è casuale o innocente”, dichiara Blanco, che rileva,come tutti, l’assoluta indisponibilità dei banchieri a nuovi controlli, e specifica: “Tutto ha uno scopo. I commenti apocalittici sulla situazione economica in Spagna non aiutano il nostro paese. C’è un attacco sull’euro al quale si dovrebbe dare una risposta”. Nulla di più ovvio. Ma il governo spagnolo chiama in causa nominativamente il “Wall Street Journal”, il “Financial Times” e l’“Economist”. Blanco non li cita, ma chi ne riferisce l’intervista lo fa ripetutamente. Il concorrente moderato del “Paìs”, “El Mundo”, di proprietà del “Corriere delLa sera”, è tentato di non sostenere il governo, ma poi in qualche modo concorda, coprendosi con un “si afferma alla Commissione Europea”, forse dal vice-presidente Almùnia: “Più che una cospirazione politica, sembra proprio esserci un gruppo di hedge funds e fondi speculativi che cercano di uscire dalla crisi ripetendo il gioco del 1992, quando per guadagnare molto in poco tempo bastava scommettere quale moneta europea si svalutava prima”.
Il Financial Times” risponde l’8 febbraio, cioè non risponde. Fa dire a uno dei suo blogger, Alphaville, a firma Izabella Kaminska, una giornalista austriaca trapiantata a Londra, che Blanco è paranoico, forse. Izabella ridicolizza il ministro citandolo nella maccheronica traduzione automatica di Google. Sulla quale può concludere: “Questo, naturalmente, suona un po’ paranoico”. Aggiunge anche che non è la prima volta che “i governi Cee” si lamentano. E un lettore della rampante Izabella non sa a cosa si riferisce se non si ricorda che vent’anni fa la Ue era Cee, Comunità economica europea. Nei commenti al blog non manca, “naturalmente”, chi dice la Spagna e Blanco un po’ nazisti, come la Germania e Hitler - ma non sono mancati nella stampa spagnola i richiami alle origini corsare della finanza britannica: quando la Corte di St. James condannava la pirateria e concedeva patenti di nobiltà a Francis Drake e compagni.
Domenica 14 “El Paìs” dà in prima pagina, molto ampiamente e seriamente, notizia di una serie di contatti presi dai servizi segreti (Centro Nacional de Inteligencia) con banchieri e operatori finanziari per accertare se c’è stata speculazione contro l’euro puntando sui titoli di debito spagnoli: “La divisione di Intelligence economica indaga sugli attacchi concentrici degli investitori e l’aggressività mostrata da alcuni mezzi di comunicazione anglosassoni”. Martedì 16 l’Ubs, la banca svizzera, non richiesta, fa un lungo comunicato che nega ogni speculazione, per dire cioè che c’è stata.
Il 17 febbraio, dopo due settimane, risponde a Blanco il “Wall Street Journal”, con un commento intitolato “La teoria europea della congiura”. Il commento assicura che “la paranoia è abitualmente un sintomo, e non la causa, della decadenza di una civiltà”. E afferma che l’Europa, colpita dalla crisi, “è caduta vittima di questa malattia”. Non dice però perché l’euro ha perso l’11 per cento in una settimana, per quale motivo di reale squilibrio economico col dollaro.
Il 19 febbraio il giornale greco “To Vima”, la tribuna, rivela che secondo i servizi segreti greci (Eyp) quattro grandi hedge funds hanno venduto a dicembre “in misura massiccia obbligazioni greche, che ricompravano a prezzi ridotti a fine giornata”. Il giornale nomina i fondi americani Moore Capital, Fidelity International, Paulson & Co, e quello britannico Brevan Howard, come operatori della manovra. Il premier greco Papandreu commenta la notizia, così come in precedenza, spiegando che sotto attacco non era la Grecia ma l’euro. Brevan Howard ha smentito. Ma solo per far sapere che, dopo dicembre, non ha più fatto operazioni sul debito greco - come dire agli investitori: “Tranquilli, è tutto guadagno, siamo usciti prima”.
Non c’è congiura, “naturalmente”. Anche se il rating del debito greco, il giudizio delle agenzie di valutazione internazionali, cioè angloamericane, era a dicembre lo stesso che per il debito italiano, anzi per Standard & Poor lo era fino a metà gennaio. E anche se la Spagna, dopo l'uscita di Blanco, è uscita dal mirino, come per un colpo di bacchetta magica Malgrado i suoi 4,5 milioni di disoccupati, nessuna prospettiva di ripresa quest’anno, e forse nemmeno l’anno prossimo, e i 300 miliardi di debiti dell’immobiliare che molti considerano incagliati e irrecuperabili. L’editoriale del “Wall Street Journal” si chiudeva minaccioso. Il complesso della congiura, ammoniva, “allarmerà gli investitori molto più di qualsiasi editoriale critico di giornale”. E invece nulla è successo: l’euro, dopo il crollo a 1,35 sul dollaro a dicembre, a febbraio non ha avuto la seconda scossa, è ancora lì, anzi in leggero rialzo.
Tutto questo mentre i Nobel per l’economia davano man forte a questo o quello schieramento. Robert Mundell agli speculatori, specificamente contro l’Italia, mentre Stiglitz chiedeva “il rogo per gli speculatori”. Una battaglia di giganti, di cui il lettore italiano ha potuto non sapere nulla: i giornaloni italiani, così lesti a riferire cosa pensa nel sonno l’“Ft”, o il “Wall Street Journal”, non ne hanno fatto cenno. Nessun cenno a Stark, nessuno alle indagini spagnole, né alle indagini greche, e neppure alla servizievole Izabella, donna di sicuro futuro. Ma la distrazione esiste, non è da presumere che le banche e i fondi speculativi paghino i nostri giornalisti.
Tra metà dicembre e fine gennaio, quando il dollaro ha riguadagnato sull’euro l’11 per cento, si sono diffuse molte voci sull’insostenibilità del debito greco, dapprima, poi di quello spagnolo. La fonte era sempre la stessa, Nouriel Roubini, il consulente bancario di New York che è stato reso famoso per avere previsto il crollo del 2008 - che tutti avevano visto arrivare, non c’era bisogno di prevederlo. Quando Roubini puntò il dito sulla Spagna, Zapatero si precipitò al forum di Davos, per preannunciare tagli al debito, mandò la sua vice a Londra, a preannunciare altri tagli, e al ministro dello Sviluppo Blanco, lo Scajola iberico, suo vice al Psoe, il partito Socialista, confidò la denuncia della speculazione, subito ripresa dal “Paìs”.
“Niente di ciò che accade al mondo, compresi i commenti dei giornali stranieri, è casuale o innocente”, dichiara Blanco, che rileva,come tutti, l’assoluta indisponibilità dei banchieri a nuovi controlli, e specifica: “Tutto ha uno scopo. I commenti apocalittici sulla situazione economica in Spagna non aiutano il nostro paese. C’è un attacco sull’euro al quale si dovrebbe dare una risposta”. Nulla di più ovvio. Ma il governo spagnolo chiama in causa nominativamente il “Wall Street Journal”, il “Financial Times” e l’“Economist”. Blanco non li cita, ma chi ne riferisce l’intervista lo fa ripetutamente. Il concorrente moderato del “Paìs”, “El Mundo”, di proprietà del “Corriere delLa sera”, è tentato di non sostenere il governo, ma poi in qualche modo concorda, coprendosi con un “si afferma alla Commissione Europea”, forse dal vice-presidente Almùnia: “Più che una cospirazione politica, sembra proprio esserci un gruppo di hedge funds e fondi speculativi che cercano di uscire dalla crisi ripetendo il gioco del 1992, quando per guadagnare molto in poco tempo bastava scommettere quale moneta europea si svalutava prima”.
Il Financial Times” risponde l’8 febbraio, cioè non risponde. Fa dire a uno dei suo blogger, Alphaville, a firma Izabella Kaminska, una giornalista austriaca trapiantata a Londra, che Blanco è paranoico, forse. Izabella ridicolizza il ministro citandolo nella maccheronica traduzione automatica di Google. Sulla quale può concludere: “Questo, naturalmente, suona un po’ paranoico”. Aggiunge anche che non è la prima volta che “i governi Cee” si lamentano. E un lettore della rampante Izabella non sa a cosa si riferisce se non si ricorda che vent’anni fa la Ue era Cee, Comunità economica europea. Nei commenti al blog non manca, “naturalmente”, chi dice la Spagna e Blanco un po’ nazisti, come la Germania e Hitler - ma non sono mancati nella stampa spagnola i richiami alle origini corsare della finanza britannica: quando la Corte di St. James condannava la pirateria e concedeva patenti di nobiltà a Francis Drake e compagni.
Domenica 14 “El Paìs” dà in prima pagina, molto ampiamente e seriamente, notizia di una serie di contatti presi dai servizi segreti (Centro Nacional de Inteligencia) con banchieri e operatori finanziari per accertare se c’è stata speculazione contro l’euro puntando sui titoli di debito spagnoli: “La divisione di Intelligence economica indaga sugli attacchi concentrici degli investitori e l’aggressività mostrata da alcuni mezzi di comunicazione anglosassoni”. Martedì 16 l’Ubs, la banca svizzera, non richiesta, fa un lungo comunicato che nega ogni speculazione, per dire cioè che c’è stata.
Il 17 febbraio, dopo due settimane, risponde a Blanco il “Wall Street Journal”, con un commento intitolato “La teoria europea della congiura”. Il commento assicura che “la paranoia è abitualmente un sintomo, e non la causa, della decadenza di una civiltà”. E afferma che l’Europa, colpita dalla crisi, “è caduta vittima di questa malattia”. Non dice però perché l’euro ha perso l’11 per cento in una settimana, per quale motivo di reale squilibrio economico col dollaro.
Il 19 febbraio il giornale greco “To Vima”, la tribuna, rivela che secondo i servizi segreti greci (Eyp) quattro grandi hedge funds hanno venduto a dicembre “in misura massiccia obbligazioni greche, che ricompravano a prezzi ridotti a fine giornata”. Il giornale nomina i fondi americani Moore Capital, Fidelity International, Paulson & Co, e quello britannico Brevan Howard, come operatori della manovra. Il premier greco Papandreu commenta la notizia, così come in precedenza, spiegando che sotto attacco non era la Grecia ma l’euro. Brevan Howard ha smentito. Ma solo per far sapere che, dopo dicembre, non ha più fatto operazioni sul debito greco - come dire agli investitori: “Tranquilli, è tutto guadagno, siamo usciti prima”.
Non c’è congiura, “naturalmente”. Anche se il rating del debito greco, il giudizio delle agenzie di valutazione internazionali, cioè angloamericane, era a dicembre lo stesso che per il debito italiano, anzi per Standard & Poor lo era fino a metà gennaio. E anche se la Spagna, dopo l'uscita di Blanco, è uscita dal mirino, come per un colpo di bacchetta magica Malgrado i suoi 4,5 milioni di disoccupati, nessuna prospettiva di ripresa quest’anno, e forse nemmeno l’anno prossimo, e i 300 miliardi di debiti dell’immobiliare che molti considerano incagliati e irrecuperabili. L’editoriale del “Wall Street Journal” si chiudeva minaccioso. Il complesso della congiura, ammoniva, “allarmerà gli investitori molto più di qualsiasi editoriale critico di giornale”. E invece nulla è successo: l’euro, dopo il crollo a 1,35 sul dollaro a dicembre, a febbraio non ha avuto la seconda scossa, è ancora lì, anzi in leggero rialzo.
Tutto questo mentre i Nobel per l’economia davano man forte a questo o quello schieramento. Robert Mundell agli speculatori, specificamente contro l’Italia, mentre Stiglitz chiedeva “il rogo per gli speculatori”. Una battaglia di giganti, di cui il lettore italiano ha potuto non sapere nulla: i giornaloni italiani, così lesti a riferire cosa pensa nel sonno l’“Ft”, o il “Wall Street Journal”, non ne hanno fatto cenno. Nessun cenno a Stark, nessuno alle indagini spagnole, né alle indagini greche, e neppure alla servizievole Izabella, donna di sicuro futuro. Ma la distrazione esiste, non è da presumere che le banche e i fondi speculativi paghino i nostri giornalisti.
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