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sabato 20 marzo 2010

Le intercettazioni di Cicco Simonetta

Ci sono stati 130 mila intercettati nel 2009, per milioni di telefonate, e una spesa di 270 milioni. Poco meno di tutti gli aiuti alle piccole e media industria varati ieri, per i quali non si trovano coperture. L’Italia è un paese non più delittuoso di altri, a giudicare dalle statistiche. Ma sì per le intercettazioni, vecchio vizio che affligge la Repubblica dal tempi del Piano Solo, 1964, impunito. Almeno a giudicare dai raffronti internazionali: ci sono 21 intercettati per ogni diecimila italiani, meno di uno per ogni diecimila americani.
È un vizio vecchio, si facevano intercettazioni anche nel Quattrocento, si leggeva la posta. Si scriveva quindi in cifra. Un vizio molto milanese, si capisce che oggi imperversi. L’umanista e statista Cicco Simonetta, capo della segreteria di Francesco e Galeazzo Maria Sforza a Milano, compilò un manuale di decrittazione, “Regulae ad extrahendum litteras zifferatas”. Che è anche, all’ultimo punto, una serie di accorgimenti semplicissimi di antidecrittazione: “Tuttavia, le regole predette possono esser rese inutilizzabili in molti modi, sia scrivendo in cifre una parte del testo in volgare, e una parte in latino; oppure interponendo ed aggiungendo al testo delle cifre che non rappresentano alcuna lettera (nulle) e ciò specialmente nelle parole di una o due oppure tre cifre o lettere; o anche cifrando con due alfabeti completamente diversi; o infine cifrando q e u con la stessa unica cifra”. Regole che però al telefono non valgono più.
Di Cicco Simonetta, di cui Francesco Sforza disse “se Cicho non gli fusse, sarebbe necessario farne un altro, se bene dovesse essere de cera”, non ci sono biografie, nelle tante e pur documentate storie di Milano, da Verri a Treccani degli Alfieri. Francesco Sforza lo disse perché i nobili di Milano non sopportavano Simonetta. Di cui ancora Machiavelli ebbe grande opinione, al cap. XVII delle “Istorie fiorentine”: “Messer Cecco, uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo”. Non ci sono biografie perché il segretario era di Caccuri, un paesino del crotonese? Cenni biografici più ampi dei suoi sono infatti disponibili per i suoi familiari, avendogli gli Sforza dato in moglie una Visconti, che produsse una vasta figliolanza nobile.

L'anamorfosi biologica di Barthes

I lavori preparatori di “Barthes di Roland Barthes” ne confermano la duplice artificiosità. Seppure alleviata dal piacere della scrittura, a tratti. Vi si fa la biografia della non-autobiografia - o: l’interrogazione sterile dell’interrogazione, il concettismo (l'utopia sarebbe "un testo gongoriano", come "una sessualità felice"), il francesissimo vizio intellettualistico.
Nel 1973-74 Barthes propone se stesso a materia di studio. Nel mentre che pubblica "Il piacere del testo", con la famosa intestazione di Hobbes: "La sola passione della mia vita è stata la paura" - così falsa nella sua biografia. In lezioni e seminari scevera con gli allievi ogni forma del genere biografia, con la pretesa naturalmente di oggettivare, se stesso e il mondo, nel mentre che scrive la sua, di biografia, che uscirà l’anno dopo. Che riletta alla luce del “Lexique” si conferma l’ennesimo esercizio del sia-che-non. O, come egli stesso dice, "la semiologia fallita".
È la retorica di voler liquidare la retorica. Illusoriamente piena, come ogni destrutturazione, o reinvenzione della realtà. Un’anamorfosi biologica, di creazioni sempre più complesse, invece che geometrica, deformante. “La moda strutturalista” Barthes titola la vignetta di Maurice Henry che lo raffigura con Foucault, Lacan e Lévi-Strauss: “Attraverso la moda, torno al mio testo come farsa, come caricatura. Una sorta di «ciò» collettivo si sostituisce all’immagine che credevo avere di me, e sono io, «ciò»”.
Roland Barthes, Le Lexique de l'auteur, Seuil, pp.430, €25
Barthes di Roland Barthes, Einaudi, pp.221, € 18,50

giovedì 18 marzo 2010

Balotelli e il golpe della questione morale

Prima Cassano, poi Balotelli, c’è sempre un motivo per creare scandalo attorno alla Nazionale di calcio. Senza motivo, poiché Cassano e Balotelli non sono atleti affidabili, per un torneo Mondiale che dura un mese, sperabilmente, praticamente in clausura. Si fa scandalo ovunque, alla Rai e su Sky, nei giornali milanesi e in quelli romani, sulle radio libere poi non è da dire, le cronache, anche sportive, sono all'eversione permanente.
Si fa scandalo per creare un personaggio, meglio se maledetto. Per creare un qualche motivo d’interesse attorno alla Nazionale, che gioca poco e sempre freddo. Per fare le scarpe a Lippi, come già si era tentato al Mondiale in Germania, infangandolo nelle inchieste napoletane: Lippi è identificato con la Juventus, e quindi ha contro due terzi del tifo, e cinque sesti dei giornalisti. Ma non sono motivi dirimenti. Altri casi di ben maggiore interesse si potrebbero creare su altri aspetti, proprio di calcio: il tipo di gioco, la tipologia dei calciatori, l’immagine. Perché questa Nazionale gioca freddo, utilitaristico, non entusiasma, per esempio. Perché Giardino non è Rooney. Perché con Camoranesi e Grosso è una Nazionale d’attacco, ma segna poco e niente. No, c’è un astio di fondo, che si riverbera su tutto ciò che è Nazionale. A sinistra come a destra, ma con un origine precisa: la distruzione dell’Italia nello scandalo.
Sono scandali per modo di dire, mai risolutivi e mai risolti, che anzi si accavallano scacciandosi, per rinnovarsi. A opera di funzionari dello Stato che si sentono o si sanno felloni ma di cui non ci si riesce a liberare. Di giornalisti, nella fattispecie, di non diversa natura, accomunati ai burocrati dall'impunità. E tutti insieme fanno una sorta di colpo di Stato permanente. Uno cinico, che si addobba di legalità e questione morale. A opera dei corrottissimi dell’apparato giudiziario, impuniti e impunibili.
È la nostra concussione quotidiana, quando un giorno la Procura di Sanremo, o di Sorrento, o altro luogo ameno, vorrà trovarsi di che fare. I giornalisti sportivi non hanno altri mezzi che buttarci sui coglioni Cassano e Balotelli. Ma l’intento è lo stesso, punitivo, purgativo. All’insegna eterna del “meglio che lavorare”.

La revoluciòn cubana al Congo

Fantastica scrittura “doppia”, alla rilettura. Quelle che nel 1994, alla pubblicazione, erano sembrate le ennesime gesta del “Che”, nella sua missione segreta in Africa, sono una rappresentazione distruttiva – forse non involontaria, il 1994 viene dopo il 1989 (anche se l’accurato calendario degli sportamenti del “Che” prima dell’avventura africana evitano di menzionare Mosca e Praga): “L’ordine è che tutti i volontari siano neri”, etc. Volontari che sono tutti comandati, alcuni da Fidel in persona. Il “Che” s’imbarca per il Congo-Zaire, sul lago Tanganika, scrivendo nel diario che i tre avrebbero ritrovato di essere preoccupato per l’organizzazione.Scrivendo ex post evidentemente: “La cosa mi preoccupava perché il nostro passaggio doveva essere stato notato dagli imperialisti che controllavano le compagnie aeree e gli aeroporti…”.
I cubani in Africa continuavano a divertirsi insolenti, e la cosa non ha controindicazioni, non si fossero voluti maestri di revoluciòn per troppi. L’unico serio del gruppo, la guida interprete africana Antoine Godefroi Chamaleso, è chiamato “Tremendo Punto”. Né c’era bisogna di controllare gli aeroporti per sapere: Dar-es-Salaam, la capitale della Tanzania dove il “Che” fece base, con i fuoriusciti congolesi che vi gozzovigliavano a spese di Mosca, era un paesone in cui tutto si sapeva (il fatto è anche materia del romanzo di Astolfo, “Non c’è anarchico felice”, di recente pubblicazione – v. sotto).
Paco Ignacio II, Froilàn Escobar, Félix Guerra, a cura di, L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Il diario inedito di Ernesto “Che” Guevara in Africa, intr. di Pino Cacucci

Il "Che" perduto in Africa

La spedizione del “Che” Guevara in Africa nel 1965 è così narrata in “Non c’è anarchico felice”, l’ultimo romanzo di Astolfo (Lampi di stampa, pp. 678, € 21 - si compra online, si ordina in libreria), dal protagonista che ne sa come di fatto notorio, solo qualche anno dopo:
“Njonjo è chiamato Dik Dik, dal personaggio dei fumetti. Con cui Heidegger farebbe bene a rimpinguare la nota tripla dichten, denken, danken, poetare, pensare, ringraziare. Si faceva chiamare Yoni in Congo col Che:
- Ero mitragliatorista, in coppia con un ruandese, Alexis, che maneggiava l’arma a occhi chiusi. Aveva imparato a smontarla, oliarla e rimontarla da un prigioniero. I ruandesi odiano i congolesi, Alexis era venuto per ammazzarne il più possibile. Gli africani non obbedivano ai cubani, li criticavano. – Odiano anche i nobili watussi, i ruandesi hutu, ne hanno massacrato un buon numero nel 1956, anno di molte stragi, quelli di “Siamo i watussi” di Edoardo Vianello, e di “ci sta un popolo di negri”, verso immortale. - Il Che era solo pure tra i cubani, era bianco. Anche il Chino l’ha abbandonato, l’attendente: un giorno si tolse la divisa, la buttò per terra, pistola compresa, e sparì. L’hanno trovato seduto contro una palma, ma gli hanno fatto fare il viaggio attraverso il lago, fino a Kigoma e Dar es Salaam, i cubani erano trattati bene. Al Che hanno dato un attendente nero, che poi s’è portato a Cuba riconoscente e l’ha fatto diventare medico: era l’unico africano che gli obbedisse. I cubani erano neri, ma ci chiamavano negri. Il Che faceva discorsi, sia ai soldati che ai civili. S’infuriava, per l’indisciplina, gli accoppamenti, i furti. E scriveva alla lavagna, cose indecifrabili, comunque non sapevamo leggere. Una tribù di selvaggi si rifiutò di rifornirci perché il Che scriveva. Vicino a Ujiji, dove c’era il mercato degli schiavi: il Che dovette spazzare la lava-gna, fu l’unica volta che rise. Quando i congolesi addestrati in Cina e Bulgaria sono tornati, hanno chiesto al Che due settimane di ferie, l’hanno insolentito, pretendendo alti gradi, e hanno litigato tra di loro, minacciandosi la morte. Avevano la camicia candida. Il Che leggeva o scriveva. Il tè prendeva senza zucchero. Non si lavava, raramente entrava nel fiume. Soffriva di diarrea. – La libertà non arriva da fuori: ci si libera, non si è liberati, e c’è chi vuol’essere liberato, è pronto, e chi no. Se arriva deve portare doni, la libertà s’intende munifica, non pensieri, la rivoluzione è un movimento del cuore. È voglia oltre il pensabile di vivere.
Le stesse cose narra l’ambasciatore, che ha modi spicci. È curioso scoprire che succedeva nel 1965 di cui non si sa a Dar Es Salaam:
- C’è stato sette mesi, mica sette giorni. Quando è uscito si è fotografato, stava all’ambasciata, sbarbato come un ragazzotto, col dopobarba bene in vista. Nyerere ha accettati i cubani per non farsi schiacciare tra gli imperialismi rossi, i cinesi che aveva chiamato, e i russi di cui non poteva liberarsi. I cubani erano centoventi, non uno, due compagnie. Il Che i congolesi se lo sono trovato tra le palle senza preavviso. Kabila era al Cairo. Laurent Kabila è apparso una sola volta nei sette mesi, con una scorta di mulatte, ha detto “armiamoci e partite” e di notte se n’è andato.
L’ambasciatore non sorride all’Ente - è di destra - ma è realista:
- È il roccioso Fidel, non il fringuello Che, che ha sconfitto l’America dei Kennedy alla Baia dei Porci. E Castro lavora per i russi. Su richiesta e spesato. Non lo nasconde. Si è preso la Tricontinental alla morte di Ben Barka, e nell’ottobre 1965, alla fondazione del partito Comunista cubano, ha reso pubblica la lettera del Che: “Altre terre nel mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi”. Del Che clandestino in Africa. Sarà stato un’anima candida. L’uomo è la leggenda, certo, ma Congo e Bolivia sono stati programmati a Praga. I cubani sono entrati in Tanzania via Praga-Algeri-Cairo, piazzeforti sovietiche, all’improvviso e in fretta, per tagliare la strada ai cinesi. Guevara ha scritto delle sue intenzioni a Ciu-En-Lai solo per coprirsi con le fazioni congolesi. Per poter esibire in giro la rassegnata risposta del capo cinese: Ciu lo consigliava di non fare nulla, e di non abbandonare il Congo. Bersaglio per un sicario? Guevara è morto appena due anni dopo in Bolivia, denunciato dal partito Comunista boliviano, dal capo del partito in persona, Mario Monje.
L’ambasciatore non esclude il complotto:
- Guevara è arrivato con una truppa di cubani neri, mercenari. Lui solo era bianco, Dio manifesto, e il capitano Martìnez Tamayo. A sostegno di un fronte rivoluzionario che invece era da guerra civile, fra gruppi feroci. Castro aveva appena aperto un’ambasciata qui, mandandoci il comandante Rivalta, che aveva creato una rete informativa a Kigoma in appoggio all’arrivo del Che, in contatto con “Papito” Serguera a Algeri e Guitart al Cairo. Rivalta non si trattenne dal flirtare col primo golpicchio contro Nyerere, di Babu e altri compagni formati a Praga e Cuba. Finché i soldati di Nyerere non misero sotto tiro Benitez, l’assistente di Rivalta, che teneva i contatti coi golpisti. Benitez sparì, si disse rimpatriato. E il fronte antimperialista si è ricompattato, seppure a mezzadria con Pechino, Nyerere mai più si fiderà dei sovietici e dei loro agenti.
Ma è deluso:
- Non bisogna prendere i rivoluzionari in parola, sono tutti figli di puttana. I capi, certo. La rivoluzione è in Africa una professione, una attività lucrativa e comoda, con alberghi, automobili, donne e liquori. Kigoma era un villaggio di campagna, ora è il West. La sovversione è una ndustria, finanziata dai blocchi. Hanno anche i cannoni, ma non l’adde-stramento al tiro indiretto: se ne servono per la pirotecnica, li affascina il botto. Non c’è succo in queste rivoluzioni, Guevara è simpatico ma in sette mesi al Congo le ha fallite tutte: gli ascari di Ciombé erano migliori dei suoi cubani. Mobutu è più furbo: mentre il Che annaspava ha tolto di mezzo Ciombè tramite Kasavubu, e poi Kasavubu. E ha inventato l’amnistia: a uno a uno li ha attirati e li ha fatti fuori. I sovietici usano i cubani come diversivo, sanno che sono inoffensivi, incapaci anche”.

mercoledì 17 marzo 2010

Quanto marciume nelle intercettazioni

Indagini costose, gratuite e ininfluenti. Un sistema giudiziario marcio nel suo vertice, il Csm, a capo del quale c’è il presidente della Repubblica. Una forza di polizia che a Bari non reprime il crimine e anzi lo usa per destabilizzare la politica. Servizi segreti inutili o “deviati”, se non riescono a proteggere neppure il capo del governo. Ha solo macchie paurose questo nuovo scandalo, e nessun merito - i giornali non si sono ripresi nemmeno una delle copie perdute (possibile che non ci sia di mezzo una troia?). C'è davvero troppo marcio nelle intercettazioni.
Dunque, Berlusconi era intercettato su tutte le utenze. Poiché i giudici di Trani indagano sue telefonate con varie persone, con le quali si lamenta sia di Santoro sia di chi non si lamenta di Santoro. Né c’è collegamento fra i tassi usurari dell’American Express e il commissario dell’Agcom Innocenzi, o Minzolini. L’American Express è la carta di credito più diffusa al mondo. Innocenzi non ne è stato manager né fruitore. Minzolini pure, che è un famoso “giornalista di strada”, e dirige il Tg 1. Né ci ha a che fare il giudice Ferri, che siede al Csm. E non sappiamo naturalmente nulla dell'American Express, praticasse o no tassi usurari: la fornitissima Procura di Trani se l'è dimenticato? O aspetta che passino le elezioni, per non ocndionarle con la storia dell'AmEx?
Dunque, Berlusconi viene intercettato non su un’ipotesi di reato ma perché c’è qualcuno che lo intercetta. Dall’ammasso poi estraendo capi d’accusa, o di scandalo. Innocenzi e Minzolini vengono intercettati quando “si” decide che Trani punterà sull’Editto Bulgaro – Berlusconi vs. Santoro. Il giudice Ferri viene intercettato in tutti gli scandali, perché componente del Csm non allineato.
L’intercettazione è dunque per finta “a trascinamento”. C’è un giudice che indaga su un qualsiasi reato, magari scrivendosi una lettera anonima, e poi dispone le intercettazioni a tappeto. Oppure un corpo di polizia intercetta Berlusconi ovunque e la presidenza del consiglio, seleziona un certo numero di telefonate, confeziona vari scandali, le escort, le grandi opere, Santoro, e poi cerca un giudice che faccia propria di tratto in tratto la pratica.
Com’è andata non si può sapere, ma non c’è un’altra ipotesi di reato. Non è legale ma non è infrequente: è anzi la prassi, tra i carabinieri e alla Guardia di finanza di creare un dossier su una qualunque ipotesi d’illegalità e poi trovare una Procura che lo faccia proprio. La periodicità, già annuale, è ora accelerata, è approssimativamente trimestrale.
Poiché Berlusconi ha due uffici a Roma, varie residenze e un numero presumibilmente alto di cellulari, c’è da dedurre che la Guardia di finanza di Bari per un anno non abbia fatto altro. È la stessa Guardia di finanza che ha tenuto sotto controllo le escort della passata stagione. Tutte peraltro note e schedate. Ma non per far loro pagare le tasse – è incredibile il giro di denaro esentasse negli scandali baresi: sono le vergini confidenti, con cocaina libera?
Berlusconi viene intercettato impunemente a destra e a manca. Fotografato in casa sua in ogni angolo. Registrato abusivamente in ogni sua conversazione. Senza che né i tutori dell’ordine né i servizi segreti muovano un muscolo. Questo significa semplicemente che abbiamo forze dell’ordine golpiste: ogni sincero antiberlusconiano vorrebbe poter essere altrove. Ma si pone anche un problema immediato: perché tanta sicurezza attorno al presidente del consiglio, di scorte, guardie, addetti ai controlli, un sistema carissimo e privilegiato per le forse dell’ordine stesse, tra turni, festivi, straordinari, diurni e notturni, e ferie non godute.

Libera nos a Napoli

Chi ha ancora passione per queste notizie, resta sbalordito da quanto succede a Trani, e al Csm a difesa di Trani. Su iniziativa dell'onorevole avvocato napoletano Vincenzo Siniscalchi. Al Csm che fa capo al presidente della Repubblica Napolitano, e al suo vice Mancino, altro illustre campano. A parte il fatto che sarebbe utile non avere tanti napoletani al vertice del Csm, ci sono altre scuole di diritto in Italia. Mentre si preparano ricorsi alla napoletanissima Consulta. Senza vergogna, si diceva una volta, ma Napoli che è una cultura metropolitana se ne fotte.
Ci eravamo divertiti col giudice Woodcok, brillante e flamboyant, che su una vecchia Norton come il "Che" da Potenza faceva l'angelo vendicatore del Sud. Accusando l’erede Savoia di commerciare videopoker. Intercettandolo anche a letto, con una battona non di suo gradimento. Ci eravamo smarriti quando un giudice De Marinis, o De Magistris, figlio di giudici, nipote di giudici, non massoni?, aveva messo Prodi a capo di una loggia massonica, a San Marino, che controllava Catanzaro. Sono napoletani, come Woodcok e il De di Catanzaro, i giudici di Trani? E chi comanda la Guardia di finanza di Bari? È importante saperlo perché allora bisognerebbe cominciare a organizzarsi.

Ombre - 44

A mezzogiorno l’avvocato Siniscalchi, che al Csm rappresenta il Pd, va a Montecitorio, a prendere l’aperitivo con D’Alema e altri parlamentari del suo partito. Tra essi l’onorevole Orlando, responsabile di partito per la Giustizia. Il pomeriggio il Csm apre su sua iniziativa una pratica contro Alfano, il ministro della Giustizia, su Trani. Strafottenza? Strapotere? Giustizia?

Diventa un eroe Innocenzi, il commissario dell’Agcom che resiste alle lamentele di Berlusconi, che all’Agcom l’ha nominato, contro Santoro. Mentre di Berlusconi non emerge niente che già non si sappia, a parte il fatto che ha la vendetta innocua. E i giudici di Trani fanno figura di allegri o protervi pataccari. Con la Guardia di finanza. Il Csm di una banda di briganti, qual è sempre stato. E Napolitano e Mancino?

Straordinaria opinione di Piero Ostellino sul “Corriere della sera” sabato, vera e appuntita, che intitola “L’8 settembre permanente”. E conclude così: “La magistratura applicava la legge; oggi, la crea. I media parlano d’altro. Sta bene non rimpiangere i partiti d’apparato e non criminalizzare i magistrati. Ma è un fatto che il Paese è in un 8 settembre permanente”.
Una cosa da antologia,
http://archiviostorico.corriere.it/2010/marzo/13/settembre_permanente_co_9_100313091.shtml
Ma rivolta a chi? Al “Corriere” non lo leggono? Sembrerebbe una critica interna, nulla più di Milano e il suo giornale esercitano la sovversione permanente.

Ci volevano cinque giudici e la Guardia di Finanza per sapere che Berlusconi odia Santoro? I giudici a Trani non hanno nient’altro da fare? Perché c’è allora una Procura della Repubblica a Trani, se nessun delitto vi succede?

Perché la Procura di Trani, dove niente succede, ha dieci Procuratori, e quella di Gela nessuno? Perché Trani è una bella cittadina tranquilla. A venti minuti di superstrada da Bari. Famosa per essere Parigi, con in più il mare. Pullula infatti di belle donne, benché care.
E perché c’è allora una Procura a Gela? per la carica di Capo della Procura?

È spettrale, in questa scena politica di nani e mostri, il senatore Mancino che dal Csm tuona contro Berlusconi che critica i giudici. Dunque, è ancora in vita, e in attività. E perché non si difende dai giudici di Palermo che lo fanno accusare, ogni due settimane, da un mafioso professo e non pentito, di essere colluso con la mafia? O si difende accusando Berlusconi?
È la vecchia Dc, pavida ed effettivamente collusa con tutto, che si pensava estinta. Quella peggiore, delle seconde e terze file.

Nel fantaprocesso napoletano alla Juventus viene fuori che il calcio italiano, la Juventus perlomeno, ha dimezzato in quattro anni gli introiti. Mentre le squadre concorrenti, in Spagna e Inghilterra, li hanno mediamente raddoppiati. Il Milan, che Napoli ha sfilato dal processo (il giustiziere Collina non poteva finire in tribunale) ma non ha potuto sfilare dallo scandalo, li ha ridotti di un terzo.
Senza contare l’effetto psicologico. Il Manchester United si rimpingua le casse vendendo Cristiano Ronaldo, e si rifà ampiamente con Rooney, Milan e Juve s’imbottiscono dei rifiuti del mercato.
Un fantaprocesso che non ha nemmeno giovato a Napoli, né al Napoli, solo alla carriera di un magistrato.

Tripudio di cronaca al suicidio di Vanacore, una vittima della giustizia romana e dei giornali. Ma nessuna scusa, anzi nuove chiacchiere e sospetti, da parte dei giudici e dei giornalisti. Delle giornaliste in particolare.

Sono molti i delitti impuniti a Roma per incapacità degli inquirenti. Nel caso che implicava Vanacore, così pieno di tracce, per “delitto” degli inquirenti. Che ne perquisiscono la casa, in Puglia, venti anni dopo… E vogliono che testimoni suo figlio, che all’epoca forse non era nato. Ma nessuno se ne preoccupa.

“Ce l’avrete sulla coscienza”, pare che Vanacore abbia lasciato scritto ai giudici del suo suicidio.
Pensa cioè, morendo, che i giudici abbiano una coscienza. La pubblico ministero Ilaria Caiò si preoccupa di smentirlo anche in questo, che all’epoca non era forse ancora nata, ma ora è sicura in tribunale che il morto abbia “depistato le indagini”. Quanto basta per l’apparizione in tv, vezzosa seppure incerta.
Aveva puntato alla ribalta con un imputato nuovo, l’ex fidanzato della ragazza assassinata. Ma con le luci della ribalta assicurate dal suicidio dell’ex fidanzato non si occupa più.

Con Vanacore sono tre i suicidi provocati a Roma dai tutori dell’ordine per superficialità: prima c’erano stati il figlio cui era stata ritirata la patente perché aveva bevuto una birra (una birra…), e il padre che l’aveva rimproverato, vigile del fuoco tra i più esperti. Si sa che questi tutori hanno in Italia una loro personale idea della legalità, molto “poderosa”. Ma non dovrebbero passare prima un esame di equilibrio psichico?

Trent’anni fa Carlo Verdone, “Bianco, rosso e verdone”, faceva un viaggio dalla Svizzera alla Sicilia per votare. Senza fermarsi. Solo. Insultato, multato, derubato. E quando arriva alla sezione elettorale, scoccato è l’ultimo minuto utile, il presidente gli sbarra il voto. È questa la vicenda delle elezioni regionali: pare che nessuno sia mai stato in un Tribunale, meno che mai dove e quando si presentano le liste elettorali. È un’elezione molto radicale di Pannella: pura, secondo tutti i crismi.

I taxi non sono popolari a Roma. Alcuni giornali fanno campagna per gli autonoleggi. Il cui rappresentante, Giulio Aloisi, confida l’8 marzo al “Corriere della sera” che il sindaco Alemanno lo ha invitato a pranzo da Urbinati a Ostia, insieme con l’assessore Marchi. E che si sono detti? Niente. Ma la confidenza, data e ricevuta come una delazione (“Aloisio rivela”), si merita mezza pagina di giornale. Un invito a pranzo come atto eversivo o criminale? Nel ristorante più frequentato di Ostia? Non si può più parlare al telefono e nemmeno al ristorante?

Ruggero Guarini scrive al “Foglio” venerdì indignato contro i partiti. Forte di Simone Weil, che li voleva abolire.
Ma Simone Weil voleva aboliti i partiti totalitari, che vogliono tutto dall’uomo. Cioè, quando scriveva, il partito Comunista. Potenza del Partito, anche su uno come Guarini!

martedì 16 marzo 2010

L'amore divorante di Ingeborg

“Herzzeit”, la raccolta della corrispondenza tra Ingeborg Bachmann e Paul Celan, è Abelardo e Eloisa. A ruoli invertiti, la donna Ingeborg è perduta, l’uomo Paul si fa una ragione. Ma è un canzoniere d’amore, anche in senso proprio, essendo le lettere infiorettate di versi e poesie, quali da tempo non se ne leggono più. “Non conosco mondo migliore” è invece un canzoniere del lutto: dell’amore negato, del fallimento, dell’ira. Sotto la divisa di Gaspara Stampa: “Vivere ardendo e non sentire il male”. Mai preparato per la pubblicazione da Ingeborg vivente, ma a differenza degli altri materiali tenuto in ordine e in evidenza, con poche incertezze lessicali. Non pubblicato per una ragione precisa, anche se i curatori, Isolde e Heinz Bachmann, la tacciono: è la poesia dei terribili mesi vissuti da Ingeborg dopo il ripudio nel 1962 da parte di Max Frisch, col quale aveva vissuto per quasi cinque anni, a Roma.
Non fu una bella storia, prima ancora di diventare sinistra alla fine. Lei evidentemente lo amava, lui ne era infastidito. In un ricordo di Ingeborg scritto nel 2002 a corredo delle sue corrispondenze da Roma, “Quel che ho visto e udito a Roma”, Inge Feltrinelli scrive di Frisch: “Si lamentava sempre di Ingeborg: «Sono troppo svizzero, ma non riesco a capire perché non si alzi mai prima delle due del pomeriggio, perché non legga mai la sua posta e i cassetti della scrivania trabocchino di lettere ancora chiuse. Cosa posso fare? Viviamo nella città più bella del mondo, ma faccio fatica a capire l'italiano e lei»”. I Feltrinelli, che pure preparavano la traduzione dei racconti di lei, "Il trentesimo anno", prendevano ogni giorno il caffè con lui, loro autore di punta. Né si conosce miglior parere di Frisch su Ingeborg, nella parte di corrispondenza pubblicata. Dopo il ripudio, si lamenta con l’amico pittore Aerni Victor che Ingeborg parli male di lui, e nient’altro, pur sapendola sofferente e in ospedale: “Solveig, che aspettava solo che la sposassi!” Non generoso, ma non era facile vivere con una donna che aveva innamorato tutti, le avaguardie tedesche insieme con Celan al suo primo apparire, nel 1947 o 1948, a vent’anni, fino al rabbino Jacob Taubes, filosofo apocalittico, che le indirizzò bollenti lettere d’amore.
Questa riedizione tascabile della prima pubblicazione dieci anni fa cade dopo che, col “Caso Franza” e altre iniziative (mostre, pubblicazioni, lettere), la relazione con Frisch ha ripreso il peso schiacciante che ha avuto per Ingeborg. “Non vale dunque un uomo tra i fratelli?” E una donna? Questo inizio interrogativo, col dunque, è una risposta: “Non c’è maledizione maggiore che non condividere nulla\ con chi tutto\ ha condiviso e lo ha lasciato\ all’altra parte”(“Rivedersi”). Dopo essersi ritrovata “invecchiata di cent’anni in un giorno”, il giorno del ripudio. Un canzoniere dell’abbandono, “Ho perduto le poesie”, “Isola dei morti”, “Errore cardinale”, “Anni di lutto”. Con dentro un piccolo canzoniere di morte e resurrezione, nel ricovero zurighese a Gloriastrasse.
La raccolta, cui l’università di Verona ha dedicato un anno fa un convegno internazionale, è di tale spessore da imporre probabilmente una rivisitazione e una revisione critica della intera opera di Ingeborg Bachmann. Finisce con un viaggio nel deserto, che poi sarà il viaggio in Egitto del “Libro di Franza”, e con un’orgia, vera o immaginaria, che la libera dallo “sfruttamento\ senza scrupoli di un appassionato inizio di Tu”. Il “Tu” maschile – che però può anche essere l’Io femminile, i ruoli potendosi invertire in tedesco perché aggettivi e participi dopo la copula sono indeterminati, una disponibilità sprecata.
La raccolta di lettere “Herzzeit” percorre eventi molto più drammatici, e tuttavia è sempre amorosa. Lei ha ventun anni quando incontra Paul Celan a Vienna, dove sta preparando il dottorato su Heidegger, lui ventisette. È per lei un “poeta surrealista”, ma è già l’autore rinomato di “Todesfuge”. La raccolta comincia con una poesia di Celan per i ventidue anni di Ingeborg, “In Egitto”, dove lei andrà a elaborare il lutto di Frisch.
È un rapporto sempre fruttuoso, pur tra gli esaurimenti di lei e le depressioni di lui. Nel reciproco affetto e nella stima. Specie nel secondo tratto della storia, quando Ingeborg appare a Paul non più una studentessa di filosofia ma una scrittrice celebrata, in copertina sullo "Spiegel" nel 1954, una che lui sa apprezzare. È il ritrovamento del 1957, sempre intenso, "sensuale e insieme spirituale", come scrive Paul, ed è il tempo di “Herzzeit”, l’espressione amorosa, sempre di Paul, che dà il titolo alla raccolta. La prima fiammata va dal 1948 al 1951, ma lui già da tempo aveva lasciato Vienna per Parigi, come aveva programmato prima di conoscerla, dove si era fidanzato e aveva deciso di sposarsi. L’ultima lettera, non spedita, è di Ingeborg il 27 settembre 1961, un tentativo di risollevare Paul dalla depressione. Nel caso, Celan era sottoposto a un assurdo processo da parte della vedova del poeta francese Yvan Goll quale plagiario del defunto marito (Claire Goll, vedova di Yvan, lascia pessima traccia nei "Souvenirs désordonnés" di José Corti, il libraio editore, che che pure aveva aiutato, e assistito nella lunga agonia, il marito, e aveva per lei molto affetto).
I due poeti dividono, con la passione, le rispettive debolezze. Che in Paul erano furie suicide, più volte ritornanti prima del salto nella Senna nel 1970 – e perfino omicide, ora si sa, distruttive anche nei confronti della moglie. Ingeborg ne seguirà sempre le sfortunate vicende, e nel 1971, un anno dopo la morte di Paul, lo ricorderà col racconto fiabesco “Il segreto della principessa di Kagran” in “Malina”, e nel 1972, pochi mesi prima della sua propria morte, in un affascinante ritratto, una sorta di scultura classica, tutta "necessaria" e riveltarice, sotto il nome rothiano di Trotta, nel racconto "Tre sentieri per il lago".
Ma è l’amore di lei, totalizzante e disperato, che le tre pubblicazioni per bizzarra coincidenza evidenziano. La raccolta delle lettere è incentrata su Celan: raccoglie la corrispondenza del poeta con Ingeborg, più quella con Max Frisch, e quella di Ingeborg con la vedova di Celan. Ma il tono è dato da lei. Ed è quello delle sue prime lettere pubblicate, di quando aveva venti anni e stava ancora a casa, in Carinzia.
Queste a “Felician” sono lettere non spedite del 1945-46, ma non immaginarie, come opina la sorella Isolde, che ne cura il lascito. E non sono un’istanza precocemente femminista, di parità con l’altro, con l’uomo. Ingeborg vi esprime subito con chiarezza quella voglia d’amore divorante che la perseguiterà per la vita. E che gli scambi con Celan, primo amore conosciuto, documentano. In “Ritratto dell’artista da giovane”, che inquadra le lettere, Clemens-Carl Härle spiega che la silfide Ingeborg della foto a corredo era “pazza” dello scrittore carinziano Perkonig, suo professore al Magistero di Klagenfurt, e primo lettore professionale dei suoi scritti, che il padre di Ingeborg gli aveva portato da leggere. A vent’anni già Ingeborg si conosceva: “Sono misteriosa ed evidente. Buona e cattiva”. Con se stessa. “I miei desideri sono foschi e rosso sangue!”, di cui questo diario minimo e sfrontato è già un abbozzo.
Si parla di Ingeborg Bachmann, che fu saggista equilibrata oltre che acuta, come di donna sofferente. Appassionata sarebbe più giusto, come la ricordano i suoi amici ancora viventi, tra essi il musicista Henze, e al suo modo egotista Günter Grass. E come la poesia la testimonia, di cui “Non conosco mondo migliore” è tassello fondamentale. Per la chiave bachmanniana: insight, misura, brio. E per il dolore cui la voglia d’amare condanna. Nel breve lineare “Ritratto” Härle mette in contatto il segreto di Ingeborg con “i luoghi da cui proveniva”, con l’infanzia. Elencando “le cancellazioni e le obliterazioni ripetute, l’invenzione di intere sequenze biografiche, i riavvicinamenti e le allusioni occasionali, cauti e più o meno cifrati,… i segreti custoditi con estrema tenacia”. Ma la biografia, certamente sostanziosa nel racconto "Tre sentieri per il lago" dell'omonima raccolta, che conferma questo "Ritratto", è poca cosa di fronte alla forza della poesia che la rilettura fa più grande.
Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, Fenice Tascabili, pp. 294, €9,50
Herzzeit, Suhrkamp, pp. 401, € 24,80
Lettere a Felician, Nottetempo, pp.53, € 6

La giustizia che non si può dire della gobalizzazione

Pare di no, la risposta al titolo “È possibile una giustizia globale?” pare sia negativa. Anche se l’autore elenca, nell’irto § VII che è la sintesi del saggio, una serie di adempimenti promettenti, in tema di diritti umani, libertà di commercio, protezione dell’ambiente. La giustizia globale di cui si tratta è quella sociale, delle “aspettative di vita di uomini nati uguali”, non quella della guerra giusta o del diritto d’ingerenza. È che, riproposto in forma di libro, il saggio è in realtà un commento alle teorie di John Rawls. Di rilievo forse dottrinale, ma a nessun effetto pratico. Nemmeno di buona lettura.
Alle tante novità di giustizia globale il filosofo avrebbe potuto aggiungere la protezione dei minori, l’orario di lavoro, il salario retributivo. Insomma, l’egualizzazione delle condizioni imposta dal mercato, la globalizzazione di cui non si può parlare: a nessuno piace competere con la semi-schiavitù. Il saggio termina con una proposta, che si dice hobbesiana: arrivare ala giustizia globale accrescendo l'ingiustizia... Ciò che Hobbes constatava, non compiaciuto, verrebbe progettato.
Thomas Nagel, È possibile una giustizia globale?, con introduzione di Salvatore Veca, Laterza, pp. XXX, 71, € 8

sabato 13 marzo 2010

Il Kulturkampf pedofilo

Non ci sono preti pedofili in Italia? Purtroppo sì. E in Francia? O in Spagna, che è socialista e molto laica, certo non tenera con i preti? Ma non c’è in questi paesi una maggioranza protestante, come in Germania, Gran Bretagna e negli Usa – e in Irlanda e Austria, che sono propaggini culturali. Non ci sono i soldi, le organizzazioni, i giornali ancora in guerra coi papisti o coi gesuiti, come qualche secolo fa, riproducendo in tutto, negli argomenti e nel tono degli argomenti, il Kulturkampf con cui la Prussia piegò dopo il 1866 la Germania appena conquistata, la guerra culturale. Né ci sono, come è il caso negli Usa, un paese dove anche la giustizia è business, gli avvocati a percentuale, che propongono cause gratis pagandosi a percentuale del dividendo: personaggi senza scrupoli, sempre ai confini del ricatto, specializzati nella sanità e nell'infortunistica, dove ci sono di mezzo ricche assicurazioni, per i quali sono un filone d'oro i fondi che la chiesa ha disposto a risarcimento degli abusati.
Il direttore della sala stampa vaticana dice che i casi dei preti sono una piccola parte della pedofilia, e questo non dice bene: anche un solo caso fa scandalo, l’orgoglio del moralismo non va lasciato ai riformati. Ma è vero che l’indignazione è solo pregiudizio, e scandalismo.
Si riproduce in questo caso specifico ciò che avviene in grande. Che in questo mondo globale, senza più guerre ideologiche né di potenza (non di potenza dichiarata), si torna alle guerre di religione. Improvvisate, sudaticce, disgustose, ma sanguinarie. Contro i cristiani ovunque in Asia e in Africa, è caccia libera per islamici e indù, benché già da alcuni secoli i cristiani non ammazzino più gli infedeli. E all’interno della cristianità è caccia al cattolico, meglio se prete.

Pasolini si documentava con gli spioni

È sconfortante sapere che Pasolini si documentava su robaccia tipo “Questo è Cefis”, di un Corrado Ragozzino, in arte Giorgio Steimetz, un informatore. Anche se il presunto “capitolo Dell’Utri” di “Petrolio” non esistesse. Fa cascare le braccia che uno che voleva scrivere il Romanzo del Secolo dialogasse con simili testimoni. Ancora più sconforta che nessuno dei tanti letterati che seguono la vicenda del capitolo mancante se ne meravigli. L’Eni c’è già, e anche Cefis, nel romanzo qual è stato pubblicato. Con essi lo scrittore è superficialmente negativo, e ora si capisce perché.
Non c’è contenuto in “Questo è Cefis”, solo minacce di contenuti: allusioni, deduzioni, anatemi. L’agenzia Milano Informazioni che “Questo è Cefis” ha editato, spiega Carla Benedetti pubblicando il libro nel suo sito ilprimoamore.com, non ha fatto una tiratura né una distribuzione, ha solo messo in circolazione qualche copia, per condizionare Cefis. Non si dice ricattare per non incorrere in qualche avente causa, ma il senso è quello. Era la prassi allora in gran numero di queste “agenzie” di stampa, alcune delle quali mandavano note in esclusiva agli abbonati, mentre altre ciclostilavano un bollettino, settimanale o bi-trisettimanale, ma sempre per gli abbonati, in circolazione riservata, esclusiva eccetera, e gli abbonati erano i politici più potenti e gli enti economici. Senza che mai nessuno, tra i politici e i manager cui queste veline si indirizzavano, le prendesse mai sul serio. Né nessun giornalista, per quanto portato allo scandalo e al pettegolezzo – Cefis ha avuto ben altri critici, Scalfari, Turani.
Era un piccolo business sicuro. Che “La gioia del giorno”, il primo volume del romanzo del Secolo di Astolfo, rappresenta proliferante a Milano, specie nelle “guerre chimiche”, nella scalata dell’Eni a Montedison, e nella “chimica dei pareri di conformità”, con comitati di piccoli azionisti, avvocaticchi, deleghe alle assemblee, e informative dei servizi segreti, ovviamente sempre “deviati”. Una disinformacija di cui “Non c’è anarchico felice”, il secondo volet del ciclo, di recente pubblicazione (Lampi di Stampa, pp. 676, € 21), reca in più punti traccia, riferendosi a “una ditta Lupo-Pecottini” (quest’ultimo per molti aspetti un calco del seriosissimo Pecorelli, morto poi assassinato, che con i servizi segreti gestiva l’agenzia “O.P.”):
“È la potenza della campagna «Mancini lader», che va ora in autonomia. Il signor Pontedera, personaggio d’autore, è sparito. Lettere anonime affluiscono, affluirebbero, pare, in Procura, dettagliate seppure non documentate, su carta intestata dell’Anas, Lupo ne aveva fotocopia già prima del blocco della collaborazione: l’onorevole socialista ha fatto costruire, quand’era ministro, un’autostrada di quattrocento chilometri in quattro anni, uno scandalo, che il potere dei funzionari dell’Anas, basato sui ritardi, i rinvii, e le revisioni di prezzo, fa svanire…” (p.41)
“A Roma si costituirà il Partito Armato, all’assemblea di Potere Operaio, al Palazzo dei Congressi. Lupo è riapparso per profetizzarlo a Milano: Pesce, Piperno e Scalzone, che per questo ha lasciato Milano per Roma, metteranno in minoranza il moderato Negri e andranno in clandestinità, in attesa del golpe. L’assemblea sarà partecipata, attraverso un innominato sociologo, dal ministero, sempre secondo il famelico Lupo” (pp.127-128)
“Certo, il fatto c’è, c’entri o no la Cia, o il consigliere per la Sicurezza Nazionale dottor Kissinger, accreditato in simultanea da Lupo e dal suo amico Pecottini: i primi visti Usa mai concessi a comunisti italiani, anzi addirittura degli inviti, andranno ai due massimi responsabili militari del Pci (p.302)
“Arriva Lupo con un quadro della sorella, che autentica come Guercino, per il quale chiede esattamente 49 milioni”(p.600).
Le stesse note circolavano nei mattinali dei servizi segreti, a giudicare dalle veline che “L’Espresso” pubblicò nel 1972, o 1973. Che il presidente del consiglio Rumor avrebbe passato a Cefis, o Cefis avrebbe passato a Rumor, non si seppe. E venivano a loro volta utilizzate, a scopi per così dire dissuasivi, da politici e potentati. “Milano Informazioni” era gestita in realtà da Graziano Verzotto, un ex senatore di Palermo, uno dei veneti disinvolti che hanno fatto fortuna nella capitale siciliana, dove come si sa la mafia non c’è, plurinquisito per più magagne, che si è accreditata la fiducia di Mattei e De Mauro, dopo morti, ma che Mattei e Cefis tennero accuratamente lontano e anzi in sospetto.
Alla natura di queste note si rifà d’altra parte tutta la questione del capitolo mancante di “Petrolio”. Se ne parla infatti da un anno e mezzo, da quando il fotografo editore di Pavia Giovanni Giovanetti ha annunciato la ripubblicazione di “Questo è Cefis”. C’è stato poi un libro che ha ripreso la questione, allargandola a ogni possibile piega complottistica: “Profondo nero” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (ed. Chiarelettere). Che riprende "Il Petrolio delle stragi" di Gianni D'Elia, “inchiesta” pubblicata tre anni prima dallo stesso Giovanetti, e il dossier di Lucarelli e Borgna "Così morì Pasolini", pubblicato quattro anni prima da "Micromega". Una storia, insomma, che non finisce mai. Il 9 aprile ne ha parlato ampiamente Luigi Mascheroni sul “Giornale”, che forse Dell’Utri non legge – o legge.
“Forse Pasolini non è stato ucciso da un ragazzo di vita perché omosessuale, ma da sicari prezzolati dai poteri occulti in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti”, questo è, per intendersi, il pensiero di Giovanetti, che sempre ci promette “Questo è Cefis”. Giovannetti è peraltro di Pavia, la stessa città del procuratore Vincenzo Calia, che, non avendo forse niente da fare, si dedica da una ventina d’anni alla morte di Enrico Mattei. Tra carte di questo tipo: un appunto del Sismi secondo il quale la Loggia P2 è stata fondata da Cefis, che l’ha diretta fino a quando fu presidente della Montedison, e poi l’ha lasciata a Gelli… Che conferma quello che tutti sanno. Eccetto, purtroppo, Pasolini e i suoi esegeti.
La speranza è che “Petrolio”, che a parte la pornografia non è granché, ed è stato pubblicato incompleto postumo, fosse un romanzo accantonato da Pasolini, più che non finito - le allusioni dell’agenzia Milano Informazioni su l’Eni e Cefis non sono la parte peggiore del libro. Ma le tante redazioni letterarie, i critici, gli storici della letteratura e dell’editoria, che su “Questo è Cefis” si esercitano, quelli sono proprio sconfortanti. Anche se c’è il conforto di sapere che il paese è migliore dei suoi letterati, insomma un po’ serio, un pochino.

Le Note di servizio fanno paura ai Pd

Arrivati alle Note di servizio, i cattolici del partito Democratico hanno drizzato le orecchie, da Marini a Franceschini e Tonini – e, si dice, all’imperturbabile Prodi. Un po’ tutti, si dice, con l’eccezione della vispa Bindi.
Le Note di servizio sono gli sfoghi che ufficiali e sottufficiali dei carabinieri mettono per iscritto, in genere a carico dei non criminali, registrando opinioni, confidenze, invidie, e anche le calunnie, senza fonti né pezze d’appoggio, appena un “si dice”. Un genere piemontese, che opprime l’Italia unitaria da un secolo, e che di norma resta confinato alle caserme. In passato le Note di servizio si erano distinte in Sicilia contro noti galantuomini isolani, Giuseppe Alessi, Michele Pantaleoni, Giuseppe La Loggia – un ammasso d’infamie che emerse alle prime Commissioni d’inchiesta sulla mafia, e ne determinò la concorde obliterazione a ogni effetto pratico. Molte sono finite in passato sui giornali, in tutti i giornali si sa, ma sempre in forma anonima, come pegno dell'alleanza tra l'infornatore, ufficiale o sottufficiale, e il giornalista. Questa è la prima volta che si pubblicano dichiaratamente come Note di servizio, e questo ha fatto la differenza.
Vedere le Note di servizio dichiararsi sui giornali, a opera delle giornaliste di D’Alema, deve aver fatto accapponare la pelle ai molti, soprattutto agli ex Dc, se ora se ne dicono preoccupati. C’erano stati scambi allarmati già in precedenza, sullo straripamento dei giudici nelle elezioni, con le liste negate, le intercettazioni, le sentenze just-in-time. Giudici non noti, e quindi, si presumeva inizialmente, di cultura diversa, radicale, o alla Che Guevara. Ma le Note di servizio dei carabinieri ecologici, e poi Trani, hanno fatto sorgere il fantasma odiato di D’Alema.

Con D’Alema tornano i dossier

C’è un simul stabunt, simul cadent, un accordo non scritto tra Berlusconi e D’Alema sugli scandali? Sempre più numerosi e rumorosi, e sempre più ineffettuali? Nel partito di Casini tutti lo dicono, e anche alcuni tra i bianchi del Pd? Sono troppi gli scandali sollevati da D’Alema contro Berlusconi, si dice, di nessun effetto politico però, se non di riportare a galla lo stesso D’Alema: D’Addario, La Maddalena, Trani.
D’Alema, si aggiunge, che Berlusconi ha voluto al Copasir, cioè ai servizi segreti. Dopo avere rifiutato la mano tesa di Veltroni, che lo invitava a una reale pacificazione della politica, la cosiddetta normalità. Come se ci fosse un interesse comune tra i due, se non una intesa, a fronteggiarsi reciprocamente, ma allora in perdita per il partito Democratico e l'opposizione.
Anche il presidente Napolitano avrebbe preso le distanze da D’Alema, che pure fu il suo grande elettore al Quirinale. Ma più pesano i timori, non celati, dei cattolici. Che già avevano visto come fumo negli occhi la loro esclusione dalle candidature a presidente di Regione. Con l’imposizione a Roma di una radicale, e che radicale, e a Napoli di un bassoliniano. Solo in Calabria avevano avuto una candidatura, dove la partita era perduta. Se c’è preoccupazione non c’è però allarme tra i democratici anti-dalemiani. Che le elezioni si aspettano comunque perdute, col passaggio della Calabria al centro-destra, e quattro Regioni già di sinistra comunque in bilico, “malgrado i dossier e le radicalate”.
C’è di che alimentare l’inquietudine, del resto, nella pratica delle intercettazioni. Di cui si sa, i politici ne sono certi, che si fanno a tappeto, non incidentalmente. E vengono poi servite a questo o quel Procuratore. Anche se non appare chiaro chi tira i fili. Ma i Procuratori sono sempre “compagni”, questa è una certezza. Un’altra certezza è che Berlusconi ci guazza: si sa controllato, e tuttavia ci dà dentro. Attento a non dire o fare nulla di imputabile (raccomanda attrici a cui non viene data nemmeno una porticina, sparla di Santoro), giusto quanto basta a farne il mattatore di giornata. È una tattica? Non se ne vede la ratio, a meno che non sia un qualche segreto delle tecniche di comunicazione. Ma le intercettazioni a tappeto ci sono, e hanno già abbattuto Prodi - il secondo Prodi e forse anche il primo.
Con le ultime intercettazioni D’Alema avrebbe proiettato su Roma e da Roma l’apparato poliziesco-giornalistico che aveva rodato in Puglia contro Vendola. E questa è un'altra certezza. Dopo la riuscita liquidazione definitiva dieci mesi fa, dopo le elezioni amministrative, del ticket Veltroni-Franceschini. A Berlusconi, in questa vicenda da "Duellanti", la sfida tornerebbe comoda per mobilitare il suo voto, altrimenti minacciato dall’assentesimo, come sempre alle tornate amministrative tra i suoi non fanatizzati sostenitori.

Berlusconi e i giudici, come i due ubriachi

Chi si somiglia si piglia, dice un proverbio. È forse in questa saggezza l’apparente mistero del perché Berlusconi minaccia da quindici anni una riforma ai giudici e poi non la fa. Altre leggi sulla giustizia riesce a farle passare in una settimana, i record gli piacciono, mentre la riforma della giustizia, con la temutissima separazione delle carriere e un giudizio di merito del Csm sulle carriere stesse, questa non solo non la fa passare ma non la presenta mai e anzi non la fa nemmeno redigere. La minaccia, e poi la mette da parte.
La minaccia nei tempi morti. Quando nessuno degli incredibili giudici pugliesi e napoletani gli sta col fiato sul collo, cercando di azzannarlo, ecco che Berlusconi li aizza. Li chiama buffoni, comunisti, nullafacenti, tutto quello che gli passa per la testa. A D’Avossa e alle giudici del “Che” oppone leggi istantanee, una sorta di pernacchia parlamentare. All’alto consesso partenopeo della Consulta rinvia in fotocopia, cambiando solo il numero, le leggi che i marpioni sollecitamente cassano. Se la giustizia non meritasse rispetto si direbbe che Berlusconi e i suoi nemici in tribunale si tengono l’un l’altro, un po’ per le palle, un po’ come i due ubriachi che si accompagnano. È la gag dei fratelli De Rege, che Walter Chiari ha ripreso con Campanini, del saluto: “Vieni avanti, cretino!”, affettuoso benché rude.
La riforma sarebbe una cosa più che dovuta. Non c’è nessuno, a destra e a sinistra, che dubita che i giudici dovrebbero lavorare come ogni altro. Invece di avere comunque garantito lo stipendio di parlamentare - anche se commettono reati (è successo, e succede ancora, checché si dica, col “trascinamento”). Accelerando magari l’ambito traguardo con i salti a zigzag tra una carriera e l’altra. Ma Berlusconi, pur così attento alla popolarità, se ne guarda bene. È come se, risolvendo una volta per tutte la questione morale dei giudici, non avesse più nulla da dirci.

Epifani ruota di scorta, ma di che?

Uno “sciopero” senza motivazioni, e senza lavoratori, solo barbuti e tricoteuses, l’occupazione di cento città, con bandiere e slogan del Partito, a due settimane dal voto, non si era mai visto al tempo del Partito vero, il Pci, quando la Cgil era la “ruota di scorta”. C’era allora forse più intelligenza nel Partito. E sicuramente nella stessa Cgil. Il Partito sapeva come non arrivare sempre con l’acqua alla gola, a sbracciarsi tra i padroni dei giornali, furbi tessitori dell’antipolitica, e i robespierristi delle Procura oblomoviane di provincia, da Firenze a Trani.
Qui l'unica ragione plausibile del finto sciopero è una manifestazione nazionale del Pd, che non ci aveva pensato, e ha dovuto poi accodarsi a quella di Di Pietro oggi a Roma. Non è una ragione onorevole, essersi dovuti accodare a Di Pietro. Né lo è la ragione suppletiva, che tanto spreco dovrebbe servire la candidatura di Epifani al dopo Bersani, dopo le elezioni. Epifani ha dimenticato che lui è della Cgil, ma del ramo oggi defunto socialista? Che nel Pd è fumo negli occhi: non ci sono abbastanza posti per gli ex comunisti e gli ex democristiani, figurarsi per gli ex socialisti. Ma la ragione di fondo dello spreco è che il partito Democratico, nonché senza anima, è senza idee, e a questo punto senza una ragione d’essere. Ha espettorato qualunque sinistra che non fosse quella del compromesso, di osservanza berlingueriana stretta: comunisti, radicali, socialisti, verdi, socialità civile. E non sa che fare, a parte le candidature nelle vecchie roccaforti del Pci.
Che poi non sono più tanto rosse. Apparentemente lo sono sempre al 60 per cento. Ma questo perché Berlusconi e Bossi per ora non si presentano alla sfida, non seriamente: a ogni elezione, sia amministrativa che politica, non presentano che candidati scialbi, per i quali peraltro non s’impegnano a fare campagna. Dove poco polo le candidature sono state meno scialbe, a Parma, a Arezzo, i berlusconiani hanno vinto senza sforzo. Da un certo punto di vista, le cento città della Cgil potrebbero anche fare un evento emozionante, dal punto di vista della nostalgia.

giovedì 11 marzo 2010

Secondi pensieri (39)

zeulig

Amore - Giace nel loculo in cui lo ha intombato Madame de Lafayette, che ne aveva orrore: si muore d’amore nei suoi geometrici racconti. Mentre prima si moriva correttamente d’amore negato.
Ma è vero che c’è un amore mortuario.

Ce n’era di più quando ce n’era di meno. Pima non c’era la disponibilità, ma la scintilla reciproca scoccava di frequente, almeno nei testi. Ora che c’è la disponibilità perfino spasmodica nei settimanali femminili e nei mensili maschili, si moltiplicano i singles, nei testi e nelle statistiche.

È la ricerca della bellezza? L’estetica è passione amorosa, è della stessa natura. La bellezza prende e immette in ogni suo rapporto. Che sempre però è concluso: di coppia, parentale, fraterno, di gruppo. È anche la bellezza un ideale intimo? I canoni estetici in realtà sono personali, è vero – anche quelli classici, così determinati.
La bellezza è l’amore, amore divino, in Platone, che ne parla molto.

Bellezza - È un riconoscimento, anche non sappiamo di che. Il riconoscimento è il procedimento più rassicurante della narrazione: lo straniero che ci sta di fronte è l’essere dei nostri sogni più amati.

Si può dire la bellezza vera, anche quando è inquietante o sciocca: Elena, la vedova nera, Circe. È il meccanismo del divismo, la nostra mitografia: l’oggetto del divismo – è un oggetto, non un soggetto – spesso è sciocco ma sempre è affascinante, per la bellezza che irradia.
La verità è una dichiarazione di bellezza?

Canto - È l’arte più umana – più democratica – di tutte.

Cinema - È il linguaggio delle ombre e perciò deplorevole (E.Zolla, S.Weil)? Ma è anche il linguaggio della luce. Simone Weil lo assomiglia alla caverna di Platone, dentro la quale siamo incatenati a guardare le ombre: “Ciò mostra quanto amiamo la nostra degradazione”. Ma se le ombre sono un linguaggio è in virtù della luce: le ombre sono giochi di luce. La caverna di Platone è degradante in quanto vi siamo tenuti in ceppi, ma questo non avviene a opera delle ombre o della luce, è la “condizione umana”. La luce – l’ombra – è il linguaggio di Dio, da qui la sua forza.

Va in parallelo col reale sociale, mentalità, mode, tic, linguaggi. Ha rispondenza immediata e mobilità, mentre le altre espressioni d’arte sono persistenti, volendo interpretare la realtà invece che rifletterla, vanno per decenni e perfino per secoli – si dice il Seicento in pittura, il Novecento in letteratura, il cinema, è vero, ha solo un secolo, ma non va per decenni o altri segmenti “storici”. Perché ha la mobilità dell’industria, che altrimenti non sopravvive (chissà che ne avrebbe detto Marx, che l’industria così bene ha leto): il suo marketing, o incontro col gusto, dev’essere istantaneo. Determina anche in buona misura il gusto che rappresenta. Per essere l’espressione d’arte per eccellenza.
È in questa rispondenza la chiave dell’immagine come strumento propagandistico principe. L’arte porta a riflettere e solleva, l’immagine trascina. Nel cinema l’immagine e il dialogo vanno veloci, e l’effetto è di insieme – di struttura.
È forse un’arte agli inizi. L’inizo di una cultura di massa, per esempio, o di una Regolata Oggettività. Che viene dall’America. L’universo freddo e semplificato previsto da Lovecraft e Rice Burroughs. Quindi soggetta a sviluppi magari positivi, oltre che innovativi. Non esente però da manierismi. E da quella violenza totale che è il buonismo, il conformismo cioè e la stupidità dei buoni propositi – “Festen”, il film più trasgressivo, ne è il paradigma.

Creazione – Non può essere che continua – è nello stesso concetto di Dio.

Cuore – È l’organo dell’epoca: della poesia, la filosofia, la religione, la rivoluzione. Con la sua passione specifica, l’Amore. Come già nel Cinquecento, quando entrambi finirono nelle guerre sterminate di religione.

Intelligenza – Si apre con l’immaginazione. È la fantasia che guida il cocchio, lo fa procedere. Altrimenti è statica, né la natura le parla né i fatti.
Ma non c’è un’intelligenza immobile. L’assenza d’intelligenza è l’assenza di fantasia?

Morte – Fissa le cose per sempre. Per il bene e per il male. Ma dà loro uno spessore, seppure sempre nell’ambiguità tra vero e falso: un’amante morta, per esempio, è un’amante per sempre. L’eternità è un susseguirsi di baluginii informai. La vita è piena di senso in quanto è un susseguirsi di sparizioni e superamenti.

Nichilismo – È una reazione, che altro? A Hegel. Il mondo che esso nientifica è quello di Hegel, e poi dell’American Dream. Una cosa un po’ troppo semplice, e del genere soprammobile, i nanetti in giardino.

Ozio – L’inattività, anche programmata (l’impassibilità o atarassia), è un equivoco. È essa stessa, in quanto dottrina o modo di essere, fonte di attività e passione. Senza, sarebbe noia e angoscia, cioè il suo opposto.

Psicanalisi - È la riduzione della realtà, anche subliminale, a un linguaggio. A uno solo, preciso e delimitato, per essere scientifico. È la riduzione del linguaggio a un linguaggio.

Religione – I fatti sono semplici: è la morte un fatto naturale? è il male nella natura delle cose? La risposta è fattuale: qualcosa c’è. Ma è anche sempre individuale: la religione è per questo una e diversa, è individuale. La risposta non può essere univoca perché la religione è un esercizio mentale: è una constatazione d’ignoranza.
È in questa constatazione il timor Dei: senza, si diventa sfrenati.

Sesso - È durissimo livellatore. Toglie senso e sapore a molta storia: infanzia, vecchiaia, famiglia, verginità (sublimazione). Toglie anche il piacere della carne, nel mentre che la moltiplica in immagine. È una ritenzione che propone, un’immensa cupola del desiderio, nel mentre che annulla le diverse esperienze della vita.

Vecchiaia – La sua saggezza viene per autoattribuzione, il mondo essendo – essendo stato – governato perlopiù dai vecchi. Ha passioni distruttive, la decadenza, il cinismo, l’incertezza, la querimonia, il didattismo, oppure non ne ha, è fredda. Non è l’osservatorio migliore per capire la vita, e non necessariamente ha accumulato conoscenza – non sa e non può tenere il contatto con gli eventi.

Verità – Si esaurisce nella comunicazione: dire la verità è dire quello che si sa, di cui si è a conoscenza. Né c’è altra verità, se non la comunicazione.
La verità è solo ciò che si dice – si sa, si dice per saperlo saputo. Saputo per averlo imparato (comunicato) o intravisto.

zeulig@antiit.eu

La guerra bella di Jünger a Parigi

È il diario degli anni dell’occupazione di Parigi: Jünger vi è capitano di fanteria, addetto alla censura, ma la censura è assente, e la guerra pure. Il “Diario” comincia diciotto mesi dopo la vergogna della sconfitta fulminea ma i francesi sembrano aver dimenticato, buquinisti, antiquari, scrittori, donne di mondo. Della stessa dimenticanza si crogiola Jünger, che però filosofa: su falsità?
Un libro Jünger scrive proustiano d’eccellenza, accattivante e rivoltante. Non perché non sia un democratico, o uno del tempo, lo è, ha netto il senso della libertà perduta. Egli si sente “francese” come i suoi interlocutori abituali, Gallimard, Cocteau, Jouhandeau, Guitry, migliore di Merline (?), de Brinon, dello stesso Céline. Ma fa anche, proustianamente, un libro dell’Io, dallo snobismo esasperato. La serata è modello da Lady Orpington: aneddoti lievi, questioni di grammatica e di retorica, champagne del 1911, mentre la città trema sotto i bombardamenti, e dopo che Speidel ha spiegato gli “ordini criminosi” di Hitler (la “Soluzione Finale”), parlando profondamente della morte. Anche Picasso, comunista, pittore di “Guernica”, è libero e rispettato.
Come si vive dentro una guerra, sia pure allo Stato Maggiore? Le conversazioni di Jünger ripetono quelle di Malaparte, che Malaparte aveva pubblicato qualche anno prima in “Kaputt”, di persone che tutto sanno ma evitano di dirlo. Jünger evita di proposito, della Francia e del fronte orientale, i luoghi – noti – dove si macellano le persone. Legge la Bibbia in parallelo con lo sterminio degli ebrei – in comunione spirituale con le vittime. S’immerge in “cacce minime” d’insetti, e colleziona libri. Tra figure di donne molteplici e incerte.
Ernst Jünger, Diario

mercoledì 10 marzo 2010

Ronchey, il tradimento dei laici

Famoso come Ingegnere, perché si dilettava di percentuali, e per avere introdotto l’uso di citare l’ “Economist”, per questi stessi motivi Alberto Ronchey si potrebbe dire il Provinciale: le percentuali erano il linguaggio della pubblicistica americana (della Cia?), ancora negli anni del disgelo e della distensione, per “dimostrare” che un russo a Mosca non poteva sopravvivere, mentre la citazione dell’“Economist” è uno dei lutti di questo giornalismo alla deriva, di copie e autorevolezza. Ma non è questo il punto, l’uomo non mancava di humour. Che da ministro della Cultura andò giustamente orgoglioso di aver riportato al lavoro dopo vent’anni gli uscieri rivoluzionari di Brera, nonché di aver trovato nei musei e le gallerie uno spazio per il bar e i ricordini. Era anche accreditato di avere inventato negli anni 1960 la lottizzazione, il concetto della spartizione partitica del potere, ma di partitocrazia e lottizzazione si parlava all'Istituto Cesare Alfieri di Firenze negli anni 1950.
L’ultimo e più vero Ronchey è il manager della Rizzoli Corriere della sera, che accettò l’incarico nel 1994-1996 per licenziare un migliaio di giornalisti e poligrafici, chiudere testate, e far emergere e insieme occultare un ammanco di 1.300 miliardi. Lo scandalo più grave del dopoguerra. Privato, nel senso che rubavano al gruppo editoriale sia gli azionisti, gli Agnelli, che i manager. Ma criminale, per false comunicazioni sociali, evasione fiscale, fondi neri, finanziamento illecito dei partiti, una serie lunga di delitti. Per occultarlo nel senso di indurre col suo nome la Procura di Milano a insabbiare il caso, senza alcun atto istruttorio, benché una diecina di reati fossero già stati riportati a galla dai revisori dei conti. E ne aveva coscienza se poi, lautamente retribuito per la sua presidenza, si era ridotto praticamente al silenzio, ormai da quindici anni.
Aveva subito per questo un “processino” a Striscia la notizia, ma muore riverito. Mentre è l’anima nera del laicismo italiano. Una delle due – l’altra è Scalfari, che il laicismo appaltò a De Mita e Berlinguer, due che si distinguevano per negare che ci fosse in Italia una cultura politica laica (solo il comunismo e il confessionalismo esistevano in Italia: questo è stato sostenuto dai due, rileggere per credere). Si deve al laico Ronchey, a capo della laicissima Rizzoli, nella laica Milano, l’avvio di questa epoca di falsi moralismi e vera corruzione (nelle privatizzazioni, la finanza, gli appalti, la giustizia, il giornalismo) che ha ridotto il laicismo a cache-sex intellettuale della più insolente avidità.

La guerra è bella, delle donne

Coup de théâtre come si deve, senza vergogna, a Hollywood per gli Oscar: sei all’ex moglie Kathryn Bigelow, tre all’ex marito James Cameron, lei di 58 anni che esibisce per compagno il suo sceneggiatore Mark Boal, di 36, e regista donna di un film all male come non se ne facevano più da decenni, un film di guerra. E non è da escludere che i due vincitori non di rimettano insieme fra qualche mese per far rimbalzare il botteghino, o che la separazione sia di comodo, e lo sceneggiatore pure, che c’è di male. Ma il film è affascinante, per più di un motivo. Di cui la regia femminile per un film duro di guerra, uno dei pochissimi film sull’Iraq, due o tre, è il meno rilevante.
Il film è straordinario anzitutto perché nasce di serie B - "indipendente", ma insomma senza pretese. Non ha Grandi Scene, spettacolari, inseguimenti, battaglie, esplosioni (queste il giusto, un po’ di castagnole). Non ci ha belle donne neppure di striscio. Non ha star – si vede Ralph Fiennes come un’apparizione scherzosa nel deserto, e subito è liquidato per imperizia. È un film tutto filmico: è straordinaria l’abilità della regista, nei tempi, le inquadrature, le luci, i dettagli espressivi, nel catturare l’attenzione nei cinque-sei episodi che poi ha montato nel film. Due ore di cinema. Sullo sfondo dell’Iraq qual è in questa guerra: un deserto sporco e ostile, senz’anima, non per gli americani.
È anche un film inquietante. La guerra è una droga ne è l’apoftegma. Etico, nel senso della condanna. Ma vero: l’abilità della regista converge tutta nel ribaltare la condanna, senza compiacimenti, in fascino. Con la sceneggiatura naturalmente, che un finale vuole in cui l’artificiere non sa vivere se non sfida ogni giorno la morte. Ma più nei tempi e nel coordinamento della squadra, nell’ambientazioni desolata e ostile, anche nell’indifferenza, nella semplice curiosità. Nella stessa insensatezza della guerra, che seppure non detta, anche per rispetto dei morti americani con cui si apre la narrazione, viene però mostrata.
Il soggetto ricalca la vicenda personale di Stefano Rolla, il regista di cinema che morìa Nassyria, dove voleva lavorare, una delle vittime dell’attentato, ed era stato sminatore dell’esercito. Ci vuole Hollywood per fare un grande film di una così terribile vicenda - il politicamete corretto italiano magari d Rolla pesa che è un mercenario.
Il risultato è politicamente scorretto, e per questo si può capire che il film non sia stato premiato a Venezia, doveva aveva concorso al festival del 2008. I produttori avevano pure commissionato la musica a Marco Beltrami, il solito italiano d'America che vince gli Oscar musicali, lui personalmente molto politicamente corretto, arrangiatore dell'album "The Chinese Democracy" dei Guns N' Roses, ma non ci fu niente da fare. “The Hurt Locker” non ebbe il Leone d’oro perché il festival doveva premiare Silvio Orlando quale migliore attore, e questo è più scorretto. Anzi, si può elevare a cifra del deserto d’intelligenza e rettitudine della civilissima Europa oggi al confronto della superiore moralità della rozza America: miglior attore a Venezia doveva essere Mickey Rourke per “The Wrestler”, e quindi, per premiare Orlando, magari incolpevole, “The Wrestler” fu premiato quale migliore film… Ma chi ha saputo più nulla del film di Orlando? Mentre “The Hurt Locker” resterà negli annali. È così che periscono le civiltà, nella menzogna.
Kathryn Bigelow, The Hurt Locker