Non c’è guerra umanitaria. Non c’è un diritto d’intervento. “La guerra preventiva non è giustificabile, la forza preventiva sì”. Sotto forma di embarghi, divieti, controlli. E ancora: “Il ricorso alla forza «fuori guerra» è ammissibile a due condizioni”: la cooperazione di numerose nazioni, cosa purtroppo impossibile per le renitenze europee, e un intervento circoscritto.
Si ripubblica con la prefazione post-Iraq questo testo ormai classico sulla guerra giusta del 1977. Ma eliminando quella ben più preziosa della riedizione 1991, sulla guerra del Golfo, successiva alla prima traduzione italiana, uscita nel 1990 presso Liguori. Nel saggio in tempo reale sulla guerra del Golfo, il filosofo di Princeton arguiva, contro il pacifismo, soprattutto delle chiese, che anche una guerra moderna può essere giusta. A condizione che abbia una base giuridica, che sia di “ultimo ricorso”, e che sia proporzionata all’offesa. Benché più massiccia, può essere meno distruttiva che un assedio di mille o duemila anni fa, che mirava a sterminare la popolazione. Non c’è invece un diritto di liberazione degli Stati. Non c’è un “diritto d’intervento” come è stato richiesto da Clinton (guerra alla Serbia) e anche da papa Giovanni Paolo II, in difesa dei diritti umani. Un regime di libertà ha bisogno di uomini e donne che lo apprezzino tanto da rischiare la vita per crearlo e difenderlo, ora come ai tempi di John Stuart Mill: “La forza «fuori guerra» non permette la democratizzazione forzata”.
Walzer ammette la guerra (la guerra giusta) in più casi. Ma per un caso come quello iracheno, e domani chissà iraniano, auspica “una politica non coercitiva che riposi sul lavoro di organizzazioni non governative come Human Rights Watch o Amnesty International”. Come dire che la filosofia è di poco aiuto contro la guerra.
Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste, Laterza, pp. XX-427, € 24
giovedì 25 marzo 2010
L’aggressione “desiderante” al piacere
Un dizionarietto non più simpatico, queste 46 voci, per argomentare la scoperta della jouissance, che si traduce godimento, da distinguere dal piacere. Un ammasso di paralogismi. Fatalmente ossidato. La doxa direbbe lo stesso Barthes, l’opinione magisterialmente frusta dei “desideranti” anni Settanta.
Barthes è con noi, per il piacere del testo, “eppur si gaude” galileianamente concludendo, nel suo incerto italiano. Ma egli stesso schiavo della Moda di cui è insofferente. Anzi vittima: “Si rappresentava il mondo del linguaggio (la logosfera) come un immenso e perpetuo conflitto di paranoie”.
Roland Barthes, Il piacere del testo
Barthes è con noi, per il piacere del testo, “eppur si gaude” galileianamente concludendo, nel suo incerto italiano. Ma egli stesso schiavo della Moda di cui è insofferente. Anzi vittima: “Si rappresentava il mondo del linguaggio (la logosfera) come un immenso e perpetuo conflitto di paranoie”.
Roland Barthes, Il piacere del testo
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (55)
Giuseppe Leuzzi
Ritorna insistente nelle narrazioni in Sicilia e Calabria l’anacoluto. In due regioni in cui il dialetto è peraltro un calco dell’italiano – se non ne è all’origine (la Calabria non ha autonomia linguistica rispetto alla Sicilia, che l’ha latinizzata, due volte: nel 200 a.C. e coi Normanni – i Normanni hanno veramente conquistato la Calabria dopo la Sicilia, dalla Sicilia, per un secolo sono stati in Calabria a guardare la Sicilia). È l’asintatticismo una persistenza greca?
Lo è l’ellissi, altra figura sintattica muta, della comunicazione corrente e della scrittura. Ricorrente questa in Calabria, ne è una sorta di koiné, dove c’è meno enfasi e più riserbo (anarchismo, insociabilità), non avendo avuto né corti né feudo.
L’ellissi “naturale”, non artefatta alla D’Azeglio o alla Gadda, negli exempla dei manuali di retorica. Né sfuggente o omertosa – è ben affermativa. È come la configura la retorica antica: concisione, detractio del noto.
Danno anche netta la sensazione, asindeto e ellisse, in una con le anfibologie su cui si incentra lo humour, e con la frequente affermazione attraverso l'interrogativa negativa, di una espressione involuta perché a lungo inespressa o repressa. Come di un fondo di solitudine che teme o non sa rischiararsi. Non per un limite, o dei vincoli espressivi, del dialetto rispetto alla parlata italiana, ma per una sorta di complesso, di una insicurezza di fondo, fortemente radicata. Si vede anche nelle mininterviste che fanno la cronaca in tv, la difficoltà ad adattarsi alle frasi stereotipe, il vezzo di storiografare ogni evento piuttosto che di dirlo, di non "dire" (esprimere un parere).
Mafia
Il pizzo è la mafia, ne è il trademark. Ma è il principio della concussione, così diffusa.
Volendo sottilizzare, sotto la violenza, è una scienza esatta, ancorché informale, del potere. Sa come si articola, quali sono i suoi snodi, come si addomestica. Essenzialmente con la corruzione e la violenza. E questi sono i suoi punti deboli: i mafiosi sono Proci che tessessero da sé la loro tela di Penelope.
È – sempre che si ometta la violenza – un modello di potere veridico e di superiore razionalità. Rispetto a quello, per esempio, dell’antimafia, sia essa candida oppure opportunista. Ma primitivo e intuitivo, perciò quindi debole e ancillare in una società complessa.
L’ha creata l’Italia. L’ha creata la Repubblica in Calabria negli anni Sessanta e in Puglia negli anni Settanta (dopo Moro: c’è un perché?). Mafia in quanto organizzazione di sfruttamento economico, con i metodi criminali.
L’Italia ha creato i presupposti per cui la mafia è mafia. Organizzata cioè, violenta, impunita, brada in spazi aperti. Involontariamente, per la crescita dell’economia, e per l’ideologia delle opportunità e dello Stato debole. Ma colpevolmente, per la violenza e l’albagia con cui gestisce il Sud.
Il Sud naturalmente ne è colpevole, ma più di tutto per accettare supinamente l’ideologia italiana: l’indifferenza, il patronaggio, la concussione.
È la democrazia andata a male. La democrazia radicale, senza regole. La mafia è eversiva come la democrazia non governata. È il lato debole della democrazia, in cui inevitabilmente vince il peggiore, anche soccombendo. Anche soccombendo, agguanta e avvelena le forze migliori, necrotizza le energie costruttive.
Con la mafia non si tratta perché è anarchica. Per questo è sbagliato il controllo del territorio attraverso gli informatori (confidenti) in cambio di protezione. C’è sempre un altro boss, uno più potente, più assassino, più selvaggio. La lotta alla mafia è solo frontale, radicale.
È il nemico di dentro e di fuori. Lavora come un’infezione: la violenza non perseguita diventa peste. È un cavallo di Troia: mentre il Sud è assediato dal nord, ecco insorge la mafia. I mafiosi si fanno forti perché diventano collaborazionisti. Cattivi e determinati, ma anche brutti e sporchi. Vincono solo perché protetti, impuniti. Prosperano e impazzano grazie al nemico esterno, che senza far nulla per combatterli (per esempio arrestarli e condannarli), ne esalta con strilli e urla la potenza e la terribilità. Fiaccando la resistenza, che è spontanea, e ovvia.
È la minaccia quotidiana – la barbarie. Delitti avvengono ovunque, e quelli classificati possono essere più numerosi e anche efferati altrove che in aree mafiose. Ma sono delitti, infrazioni cioè riconoscibili, immediatamente definibili. La mafia è una rete, minacciosa anche quando non attua. Condiziona il modo di essere prima che gli eventi.
Una vera antimafia deve però attivarsi sugli eventi: impedendo, prevenendo, punendo il reato. Altrimenti aggiunge condizionamento a condizionamento. Tipica la condanna di chi si piega al pizzo piuttosto che del mafioso e dello spregevole collector che lo impongono: si toglie il respiro della libertà, riducendola al compimento di un obbligo procedurale, la denuncia (che come si sa è quasi sempre senza effetto). I vari movimenti che s’illustrano in piazza, così come le poesie di Violante distribuite nelle scuole, servono alla carriera politica ma non fanno crescere la coscienza civile e antimafiosa. Non possono: non c’è sentimento antimafia più forte di chi è angariato dalla mafia. Che i mafiosi vorrebbe stroncati e non materia di studio.
Uno dei mezzi del nemico esterno è la teoria dell’omertà. È come il concorso esterno in associazione mafiosa: non si sfugge.
Milano
“Stranezza del sangue spagnolo in alcuni grandi artisti europei”, nota Curzio Malaparte in uno dei suoi primi “Battibecchi”. E contunua perfido: “Ad esempio (per parte di madre) in Alessandro Manzoni. Le pagine della Monaca di Monza, quelle della peste, rivelano il sangue spagnolo; a tacere di alcuni tra i più singolari personaggi manzoniani”.
Milano è la capitale morale d’Italia in quanto profondamente immorale.
Da tempo ha cancellato la geografia, capitale metropolitana di un paese continentale.
Protesta tanto, ma è Berlusconi: sensibile alle foglie, ai bimbi rom, e alle donne segregate, insensibile sui conflitti d’affari. Si pretesta lieve ma è sempre padrona di sé e degli altri.
Si presenta illuminista. Per qualche anno, forse – a fine Settecento, fino al 1814? Era stata nel Seicento città di untori e colonne infami, nonché di bravi, seimila o sessantamila, una cifra enorme. Nel Cinquecento cuore della Controriforma.
Giuseppe Bono è un bravo ingegnere e ha salvato la Fincantieri dalla chiusura, anzi l’ha rilanciata, con un successo che dura ormai da una dozzina d’anni. Ma è calabrese. Il ministro Bossi ha accettato di figurare accanto a lui in una manifestazione della Fincantieri in un albergo a Milano il 9 ottobre, scrive Dario Di Vico (“Piccoli. La pancia del Pese”, p. 122). Ma ritiene di dover esordire puntualizzando: “Giuseppe Bono è un calabrese, un terrone, ma è bravo. Ogni tanto un’eccezione c’è”.
Di Vico partecipa a un’assemblea della Life (Liberi imprenditori federalisti europei), un’associazione leghista, a Santa Lucia di Piave. Si lamentano tutti, “e persino i proprietari di bed & breakfast” (p. 72). Questi in particolare “si lamentano dei clienti che scappano prima dell’alba per non pagare il conto”. Tutti del Sud?
leuzzi@antiit.eu
Ritorna insistente nelle narrazioni in Sicilia e Calabria l’anacoluto. In due regioni in cui il dialetto è peraltro un calco dell’italiano – se non ne è all’origine (la Calabria non ha autonomia linguistica rispetto alla Sicilia, che l’ha latinizzata, due volte: nel 200 a.C. e coi Normanni – i Normanni hanno veramente conquistato la Calabria dopo la Sicilia, dalla Sicilia, per un secolo sono stati in Calabria a guardare la Sicilia). È l’asintatticismo una persistenza greca?
Lo è l’ellissi, altra figura sintattica muta, della comunicazione corrente e della scrittura. Ricorrente questa in Calabria, ne è una sorta di koiné, dove c’è meno enfasi e più riserbo (anarchismo, insociabilità), non avendo avuto né corti né feudo.
L’ellissi “naturale”, non artefatta alla D’Azeglio o alla Gadda, negli exempla dei manuali di retorica. Né sfuggente o omertosa – è ben affermativa. È come la configura la retorica antica: concisione, detractio del noto.
Danno anche netta la sensazione, asindeto e ellisse, in una con le anfibologie su cui si incentra lo humour, e con la frequente affermazione attraverso l'interrogativa negativa, di una espressione involuta perché a lungo inespressa o repressa. Come di un fondo di solitudine che teme o non sa rischiararsi. Non per un limite, o dei vincoli espressivi, del dialetto rispetto alla parlata italiana, ma per una sorta di complesso, di una insicurezza di fondo, fortemente radicata. Si vede anche nelle mininterviste che fanno la cronaca in tv, la difficoltà ad adattarsi alle frasi stereotipe, il vezzo di storiografare ogni evento piuttosto che di dirlo, di non "dire" (esprimere un parere).
Mafia
Il pizzo è la mafia, ne è il trademark. Ma è il principio della concussione, così diffusa.
Volendo sottilizzare, sotto la violenza, è una scienza esatta, ancorché informale, del potere. Sa come si articola, quali sono i suoi snodi, come si addomestica. Essenzialmente con la corruzione e la violenza. E questi sono i suoi punti deboli: i mafiosi sono Proci che tessessero da sé la loro tela di Penelope.
È – sempre che si ometta la violenza – un modello di potere veridico e di superiore razionalità. Rispetto a quello, per esempio, dell’antimafia, sia essa candida oppure opportunista. Ma primitivo e intuitivo, perciò quindi debole e ancillare in una società complessa.
L’ha creata l’Italia. L’ha creata la Repubblica in Calabria negli anni Sessanta e in Puglia negli anni Settanta (dopo Moro: c’è un perché?). Mafia in quanto organizzazione di sfruttamento economico, con i metodi criminali.
L’Italia ha creato i presupposti per cui la mafia è mafia. Organizzata cioè, violenta, impunita, brada in spazi aperti. Involontariamente, per la crescita dell’economia, e per l’ideologia delle opportunità e dello Stato debole. Ma colpevolmente, per la violenza e l’albagia con cui gestisce il Sud.
Il Sud naturalmente ne è colpevole, ma più di tutto per accettare supinamente l’ideologia italiana: l’indifferenza, il patronaggio, la concussione.
È la democrazia andata a male. La democrazia radicale, senza regole. La mafia è eversiva come la democrazia non governata. È il lato debole della democrazia, in cui inevitabilmente vince il peggiore, anche soccombendo. Anche soccombendo, agguanta e avvelena le forze migliori, necrotizza le energie costruttive.
Con la mafia non si tratta perché è anarchica. Per questo è sbagliato il controllo del territorio attraverso gli informatori (confidenti) in cambio di protezione. C’è sempre un altro boss, uno più potente, più assassino, più selvaggio. La lotta alla mafia è solo frontale, radicale.
È il nemico di dentro e di fuori. Lavora come un’infezione: la violenza non perseguita diventa peste. È un cavallo di Troia: mentre il Sud è assediato dal nord, ecco insorge la mafia. I mafiosi si fanno forti perché diventano collaborazionisti. Cattivi e determinati, ma anche brutti e sporchi. Vincono solo perché protetti, impuniti. Prosperano e impazzano grazie al nemico esterno, che senza far nulla per combatterli (per esempio arrestarli e condannarli), ne esalta con strilli e urla la potenza e la terribilità. Fiaccando la resistenza, che è spontanea, e ovvia.
È la minaccia quotidiana – la barbarie. Delitti avvengono ovunque, e quelli classificati possono essere più numerosi e anche efferati altrove che in aree mafiose. Ma sono delitti, infrazioni cioè riconoscibili, immediatamente definibili. La mafia è una rete, minacciosa anche quando non attua. Condiziona il modo di essere prima che gli eventi.
Una vera antimafia deve però attivarsi sugli eventi: impedendo, prevenendo, punendo il reato. Altrimenti aggiunge condizionamento a condizionamento. Tipica la condanna di chi si piega al pizzo piuttosto che del mafioso e dello spregevole collector che lo impongono: si toglie il respiro della libertà, riducendola al compimento di un obbligo procedurale, la denuncia (che come si sa è quasi sempre senza effetto). I vari movimenti che s’illustrano in piazza, così come le poesie di Violante distribuite nelle scuole, servono alla carriera politica ma non fanno crescere la coscienza civile e antimafiosa. Non possono: non c’è sentimento antimafia più forte di chi è angariato dalla mafia. Che i mafiosi vorrebbe stroncati e non materia di studio.
Uno dei mezzi del nemico esterno è la teoria dell’omertà. È come il concorso esterno in associazione mafiosa: non si sfugge.
Milano
“Stranezza del sangue spagnolo in alcuni grandi artisti europei”, nota Curzio Malaparte in uno dei suoi primi “Battibecchi”. E contunua perfido: “Ad esempio (per parte di madre) in Alessandro Manzoni. Le pagine della Monaca di Monza, quelle della peste, rivelano il sangue spagnolo; a tacere di alcuni tra i più singolari personaggi manzoniani”.
Milano è la capitale morale d’Italia in quanto profondamente immorale.
Da tempo ha cancellato la geografia, capitale metropolitana di un paese continentale.
Protesta tanto, ma è Berlusconi: sensibile alle foglie, ai bimbi rom, e alle donne segregate, insensibile sui conflitti d’affari. Si pretesta lieve ma è sempre padrona di sé e degli altri.
Si presenta illuminista. Per qualche anno, forse – a fine Settecento, fino al 1814? Era stata nel Seicento città di untori e colonne infami, nonché di bravi, seimila o sessantamila, una cifra enorme. Nel Cinquecento cuore della Controriforma.
Giuseppe Bono è un bravo ingegnere e ha salvato la Fincantieri dalla chiusura, anzi l’ha rilanciata, con un successo che dura ormai da una dozzina d’anni. Ma è calabrese. Il ministro Bossi ha accettato di figurare accanto a lui in una manifestazione della Fincantieri in un albergo a Milano il 9 ottobre, scrive Dario Di Vico (“Piccoli. La pancia del Pese”, p. 122). Ma ritiene di dover esordire puntualizzando: “Giuseppe Bono è un calabrese, un terrone, ma è bravo. Ogni tanto un’eccezione c’è”.
Di Vico partecipa a un’assemblea della Life (Liberi imprenditori federalisti europei), un’associazione leghista, a Santa Lucia di Piave. Si lamentano tutti, “e persino i proprietari di bed & breakfast” (p. 72). Questi in particolare “si lamentano dei clienti che scappano prima dell’alba per non pagare il conto”. Tutti del Sud?
leuzzi@antiit.eu
martedì 23 marzo 2010
L'odio della chiesa tra i non credenti
In dieci righe di giornale Galli della Loggia accusa la chiesa d'una ventina di turpitudini nel “Corriere della sera” di domenica: “Il celibato, il maschilismo, la pedofilia, l’autoritarismo gerarchico, la manipolazione della vera figura di Gesù, l’adulterazione dei testi fondativi, la complicità nella persecuzione degli ebrei, le speculazioni finanziarie, il disprezzo verso le donne e la conseguente negazione dei loro «diritti », il sessismo antiomosessuale, il disconoscimento del desiderio di paternità e maternità, il sostegno al fascismo, l’ostilità all’uso dei preservativi e dunque l’appoggio di fatto alla diffusione dell'Aids, la diffidenza verso la scienza, il dogmatismo e perciò l’intolleranza congenita: la lista dei capi d’accusa è pressoché infinita, come si vede, e se ne assommano di vecchi, di nuovi e di nuovissimi”.
Una “lista perfetta”, che viene da lontano: seppure scriva da opinionista, Galli della Loggia è sempre uno storico. Perché l’odio di religione è forte anche tra i non credenti. È questo anche, in parte, l’assunto dello storico. Che soprattutto però ce l’ha con chi questi argomenti adopera come chiacchiere da bar. E per questo assunto viene ripreso integrale oggi dall’“Osservatore Romano”. Che bar frequenta Galli della Loggia? E anche la curia romana: frequentano i bar di Pannella? Tra le colpe della chiesa Galli della Loggia non ha elencato la dissimulazione: di chi a volte non vede-sente, e sempre fa finta di non aver visto-sentito.
Una “lista perfetta”, che viene da lontano: seppure scriva da opinionista, Galli della Loggia è sempre uno storico. Perché l’odio di religione è forte anche tra i non credenti. È questo anche, in parte, l’assunto dello storico. Che soprattutto però ce l’ha con chi questi argomenti adopera come chiacchiere da bar. E per questo assunto viene ripreso integrale oggi dall’“Osservatore Romano”. Che bar frequenta Galli della Loggia? E anche la curia romana: frequentano i bar di Pannella? Tra le colpe della chiesa Galli della Loggia non ha elencato la dissimulazione: di chi a volte non vede-sente, e sempre fa finta di non aver visto-sentito.
Letture - 28
letterautore-
Aristotele – E se non avesse scritto la filosofia della commedia perché insensibile al comico? Così serio e posato, è possibile: c’è chi non ama il comico, e anzi lo disprezza.
Autore – È anche i suoi critici, si sa. Ma alcuni autori sono tutto critici. Proust per esempio, Joyce e Musil, autori di un’“opera sola”, più o meno riuscita, ma molto programmata e aperta, stimolatrice cioè della creatività dei critici. Ci sono autori per critici, quelli che si fanno precedere e accompagnare dalle poetiche, e altri che restano misteriosi, Céline, Pirandello, anche Kafka malgrado tutto.
Borges ne ha uno come refuso, “La fame della gloria (con Bioy Casares): “Nostalgie ebbre” essendo diventate “nostalgie ebree”, l’autore diventa ebreo, folklorista e coloniale.
Dante - La “Divina Commedia” è un romanzo storico. E politico.
Filosofia – Distintamente regredisce con il cristianesimo, a bamboleggiamento d’infante, ripicca, sghignazzo, buoni propositi. Con la secolarizzazione della storia, o desacralizzazione, introdotta dal cristianesimo. Sant’Agostino fa eccezione perché era di formazione pagana. Non c’è che Kant che stia a pari con gli antichi – e ancora abbuonandogli molte sciocchezze.
Freud - È Casanova che forza le anime, inesausto. Col gergo fisiologico, quindi complessato.
Se il mistero è la copula, l’orizzonte è basso. Da qui l’impressione di sulfureo, invece che di ridicolo – la terapia, se non la filosofia, sarebbe da camionista: nell’astinenza l’oggetto della privazione diventa irresistibile.
È ancora positivista, si sa, ma nel solco lamarckiano, dell’evoluzione progressiva dell’umanità
L’esercizio che propone è in egoismo. Una “ricostruzione” forsennata dell’ego, accentuando la separazione dagli altri, dal mondo, dall’essere. Tacendo che ognuno è sempre se stesso, purtroppo, seppure a ogni istante diverso.
L’oggetto della sua analisi è la psicologia. Dell’individuo (ogni terapia è individuale, anche l’aspirina), ma in quanto è nella psicologia. Nel linguaggio, le posizioni, la (a)valutazioni, la casistica. All’origine e per lungo tempo. Poi il suo oggetto è stata la stessa analisi, morfemi, mitologemi, paradigmi, paradossi.
Si capisce che l’analisi si sia inselvaggita. Da che voleva scappare, dalla cristiana confessione?
Gadda – Non ha scritto una riga sui malfatti della Repubblica, lui così sensibile e reattivo alla volgarità. Quanto della nevrosi è dovuto alla necessità di camuffarsi politicamente? O viceversa: quanto la nevrosi l’ha reso, al momento del successo, conformista?
Gay – Pasolini, Arbasino, Ginzberg, Vidal, White, gli innumerevoli francesi, da Gide a Barthes. Solo storie di sesso, Sade piccolo borghesi, ognuno con le sue marchette proletarie a buon mercato. è letteratura monotona, e non innovativa. Fa solo porno, un po’
Giallo - C’è il tipo deduttivo, enigmistico, privo di spessore umano, le passioni sostituite dai tic. Che fa grande uso della psicologia. E c’è il giallo cruento, macabro, innaturale, perfino soprannaturale. Senza psicologia. Come quello rapido, d’azione. La psicologia è necessaria dove manca il fattore umano?
Gli indizi non portano in nessun luogo. Se non per l’effetto sorpresa.
Nemmeno la razionalità (logica, psicologia).
Il colpevole è come l’innocente, è questo il suo “segreto”. Solo che ha commesso il delitto. Come tale dev’essere denunciato e descritto appositamente, gli indizi essendo disseminati ugualmente a carico degli innocenti e dei colpevoli. E talvolta dev’esserlo con spiegazioni forzate, contro ogni verosimiglianza: l’assassino può essere perfino l’innocente.
Ironia – Rientra nell’apparato della dissimulazione, del negarsi. Che è “naturale” per l’autore: prendere le distanze dalla cosa, la narrazione.
Barthes dice che non c’è scrittura che non sia, qua e là, ironica: “La causa è cancellata, sussiste l’effetto: questa sottrazione definisce il discorso estetico”. Il mobile, il motore più che la causa, sarebbe una paranoia discreta.
Lettore – Il lettore di Barthes è il contro-eroe che salta le barriere, logiche e perfino grammaticali. O il simulatore di Bacone, dalla forte divida: “Mai scusarsi, mai spiegarsi”. Un anarchico qualunquista. Un imbroglione purtroppo. Ma nessuno è tenuto all’eroismo.
Nomi – Del genere i nomi sono cose: che c’entra “The Red and the Black” con “Le Rouge et le Noir”?
Savinio – È traduttore di Luciano e Brantôme. Albert Savine, da cui ha preso il nome, è autore di fogliettoni, e notevole traduttore egli stesso, dall’inglese e dallo spagnolo. Ma non fu sempre svagato. Collaborò con Pirandello al Teatro d'Arte. E aveva ambizioni in teatro, non soltanto come scenografo. Per il teatro di Pirandello scrisse “Il capitano Ulisse”, opera non fortunata, ma un personaggio di cui avrebbe ambito a essere il doppio.
Sherlock Holmes – È Auguste Dupin che ha prodigiosa memoria analitica, Sherlock Holmes ne è la caricatura. Involontaria: Conan Doyle è tanto simpatico quanto stolido.
Volendolo definire, è un pazzo.
In termini clinici è un cocainomane, ma la sua consequenzialità resta del tutto inconsequenziale. Senza complessi: è così, non si giustifica. Volutamente artefatto: propone l’attraente gioco intellettuale della deduzione, la combinazione, la psicologia, la rozza violenza lasciando in subordine – che invece sarà l’arte del delitto, seppur semplice, nel successivo noir, o hardboiled.
letterautore@antiit.eu
Il potere dittatoriale dell'opinione
“La Doxa è l’Opinione pubblica, il Consenso maggioritario, lo Spirito piccolo-borghese, la Voce del naturale, la Violenza del Pregiudizio”, annota arrabbiato Roland Barthes nel suo autoritratto, “Barthes di Roland Barthes”. È il 1974, e il tormento è la piccola borghesia. Poi il semiologo popone di chiamare “Doxologia (parola di Leibniz) ogni modo di parlare adattato all’apparenza, all’opinione o alla pratica”. La Doxologia sarebbe oggi in Italia di chi?
La Doxa, aggiunge Barthes, “non è che un «cattivo oggetto»”. Non per i contenuti, si giustifica per la forma. E questa forma è “la ripetizione”. La fama si diceva una volta, uno strumento senza vita (intelligenza): “La Doxa è un cattivo oggetto perché è una ripetizione morta, che non viene dal corpo di nessuno – se non forse, appunto, da quello dei Morti” – per corpo Barthes intende la mente.
“La Doxa”, dice ancora Barthes, “è l’opinione corrente, il senso ripetuto, come se non si trattasse di niente. È Medusa: pietrifica quelli che la guardano”. I sondaggisti, i giornali. Medusa era bellissima, per il fulgore della sua chioma. Fu Minerva, l’intelligenza, a trasformarne i capelli in serpenti, gelosa dell’amore di Nettuno. Minerva-Atena Barthes dice la dea della saggezza, ma è invece dell’intelligenza – Minerva non è quasi mai saggia.
“Medusa, o il ragno, è la castrazione”, dice infine Barthes. Lo dice per sé, ma anche per tutti. E si chiede: “La Doxa è oppressiva, si sa. Ma può essere repressiva?” E si risponde con “La Bouche de Fer”, foglio rivoluzionario del 1790: “Bisogna mettere al di sopra dei tre poteri un potere censorio di sorveglianza e d’opinione, che apparterrà a tutti, che tutti potranno esercitare senza rappresentazione”.
La Doxa, aggiunge Barthes, “non è che un «cattivo oggetto»”. Non per i contenuti, si giustifica per la forma. E questa forma è “la ripetizione”. La fama si diceva una volta, uno strumento senza vita (intelligenza): “La Doxa è un cattivo oggetto perché è una ripetizione morta, che non viene dal corpo di nessuno – se non forse, appunto, da quello dei Morti” – per corpo Barthes intende la mente.
“La Doxa”, dice ancora Barthes, “è l’opinione corrente, il senso ripetuto, come se non si trattasse di niente. È Medusa: pietrifica quelli che la guardano”. I sondaggisti, i giornali. Medusa era bellissima, per il fulgore della sua chioma. Fu Minerva, l’intelligenza, a trasformarne i capelli in serpenti, gelosa dell’amore di Nettuno. Minerva-Atena Barthes dice la dea della saggezza, ma è invece dell’intelligenza – Minerva non è quasi mai saggia.
“Medusa, o il ragno, è la castrazione”, dice infine Barthes. Lo dice per sé, ma anche per tutti. E si chiede: “La Doxa è oppressiva, si sa. Ma può essere repressiva?” E si risponde con “La Bouche de Fer”, foglio rivoluzionario del 1790: “Bisogna mettere al di sopra dei tre poteri un potere censorio di sorveglianza e d’opinione, che apparterrà a tutti, che tutti potranno esercitare senza rappresentazione”.
sabato 20 marzo 2010
Le intercettazioni di Cicco Simonetta
Ci sono stati 130 mila intercettati nel 2009, per milioni di telefonate, e una spesa di 270 milioni. Poco meno di tutti gli aiuti alle piccole e media industria varati ieri, per i quali non si trovano coperture. L’Italia è un paese non più delittuoso di altri, a giudicare dalle statistiche. Ma sì per le intercettazioni, vecchio vizio che affligge la Repubblica dal tempi del Piano Solo, 1964, impunito. Almeno a giudicare dai raffronti internazionali: ci sono 21 intercettati per ogni diecimila italiani, meno di uno per ogni diecimila americani.
È un vizio vecchio, si facevano intercettazioni anche nel Quattrocento, si leggeva la posta. Si scriveva quindi in cifra. Un vizio molto milanese, si capisce che oggi imperversi. L’umanista e statista Cicco Simonetta, capo della segreteria di Francesco e Galeazzo Maria Sforza a Milano, compilò un manuale di decrittazione, “Regulae ad extrahendum litteras zifferatas”. Che è anche, all’ultimo punto, una serie di accorgimenti semplicissimi di antidecrittazione: “Tuttavia, le regole predette possono esser rese inutilizzabili in molti modi, sia scrivendo in cifre una parte del testo in volgare, e una parte in latino; oppure interponendo ed aggiungendo al testo delle cifre che non rappresentano alcuna lettera (nulle) e ciò specialmente nelle parole di una o due oppure tre cifre o lettere; o anche cifrando con due alfabeti completamente diversi; o infine cifrando q e u con la stessa unica cifra”. Regole che però al telefono non valgono più.
Di Cicco Simonetta, di cui Francesco Sforza disse “se Cicho non gli fusse, sarebbe necessario farne un altro, se bene dovesse essere de cera”, non ci sono biografie, nelle tante e pur documentate storie di Milano, da Verri a Treccani degli Alfieri. Francesco Sforza lo disse perché i nobili di Milano non sopportavano Simonetta. Di cui ancora Machiavelli ebbe grande opinione, al cap. XVII delle “Istorie fiorentine”: “Messer Cecco, uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo”. Non ci sono biografie perché il segretario era di Caccuri, un paesino del crotonese? Cenni biografici più ampi dei suoi sono infatti disponibili per i suoi familiari, avendogli gli Sforza dato in moglie una Visconti, che produsse una vasta figliolanza nobile.
È un vizio vecchio, si facevano intercettazioni anche nel Quattrocento, si leggeva la posta. Si scriveva quindi in cifra. Un vizio molto milanese, si capisce che oggi imperversi. L’umanista e statista Cicco Simonetta, capo della segreteria di Francesco e Galeazzo Maria Sforza a Milano, compilò un manuale di decrittazione, “Regulae ad extrahendum litteras zifferatas”. Che è anche, all’ultimo punto, una serie di accorgimenti semplicissimi di antidecrittazione: “Tuttavia, le regole predette possono esser rese inutilizzabili in molti modi, sia scrivendo in cifre una parte del testo in volgare, e una parte in latino; oppure interponendo ed aggiungendo al testo delle cifre che non rappresentano alcuna lettera (nulle) e ciò specialmente nelle parole di una o due oppure tre cifre o lettere; o anche cifrando con due alfabeti completamente diversi; o infine cifrando q e u con la stessa unica cifra”. Regole che però al telefono non valgono più.
Di Cicco Simonetta, di cui Francesco Sforza disse “se Cicho non gli fusse, sarebbe necessario farne un altro, se bene dovesse essere de cera”, non ci sono biografie, nelle tante e pur documentate storie di Milano, da Verri a Treccani degli Alfieri. Francesco Sforza lo disse perché i nobili di Milano non sopportavano Simonetta. Di cui ancora Machiavelli ebbe grande opinione, al cap. XVII delle “Istorie fiorentine”: “Messer Cecco, uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo”. Non ci sono biografie perché il segretario era di Caccuri, un paesino del crotonese? Cenni biografici più ampi dei suoi sono infatti disponibili per i suoi familiari, avendogli gli Sforza dato in moglie una Visconti, che produsse una vasta figliolanza nobile.
L'anamorfosi biologica di Barthes
I lavori preparatori di “Barthes di Roland Barthes” ne confermano la duplice artificiosità. Seppure alleviata dal piacere della scrittura, a tratti. Vi si fa la biografia della non-autobiografia - o: l’interrogazione sterile dell’interrogazione, il concettismo (l'utopia sarebbe "un testo gongoriano", come "una sessualità felice"), il francesissimo vizio intellettualistico.
Nel 1973-74 Barthes propone se stesso a materia di studio. Nel mentre che pubblica "Il piacere del testo", con la famosa intestazione di Hobbes: "La sola passione della mia vita è stata la paura" - così falsa nella sua biografia. In lezioni e seminari scevera con gli allievi ogni forma del genere biografia, con la pretesa naturalmente di oggettivare, se stesso e il mondo, nel mentre che scrive la sua, di biografia, che uscirà l’anno dopo. Che riletta alla luce del “Lexique” si conferma l’ennesimo esercizio del sia-che-non. O, come egli stesso dice, "la semiologia fallita".
È la retorica di voler liquidare la retorica. Illusoriamente piena, come ogni destrutturazione, o reinvenzione della realtà. Un’anamorfosi biologica, di creazioni sempre più complesse, invece che geometrica, deformante. “La moda strutturalista” Barthes titola la vignetta di Maurice Henry che lo raffigura con Foucault, Lacan e Lévi-Strauss: “Attraverso la moda, torno al mio testo come farsa, come caricatura. Una sorta di «ciò» collettivo si sostituisce all’immagine che credevo avere di me, e sono io, «ciò»”.
Roland Barthes, Le Lexique de l'auteur, Seuil, pp.430, €25
Barthes di Roland Barthes, Einaudi, pp.221, € 18,50
Nel 1973-74 Barthes propone se stesso a materia di studio. Nel mentre che pubblica "Il piacere del testo", con la famosa intestazione di Hobbes: "La sola passione della mia vita è stata la paura" - così falsa nella sua biografia. In lezioni e seminari scevera con gli allievi ogni forma del genere biografia, con la pretesa naturalmente di oggettivare, se stesso e il mondo, nel mentre che scrive la sua, di biografia, che uscirà l’anno dopo. Che riletta alla luce del “Lexique” si conferma l’ennesimo esercizio del sia-che-non. O, come egli stesso dice, "la semiologia fallita".
È la retorica di voler liquidare la retorica. Illusoriamente piena, come ogni destrutturazione, o reinvenzione della realtà. Un’anamorfosi biologica, di creazioni sempre più complesse, invece che geometrica, deformante. “La moda strutturalista” Barthes titola la vignetta di Maurice Henry che lo raffigura con Foucault, Lacan e Lévi-Strauss: “Attraverso la moda, torno al mio testo come farsa, come caricatura. Una sorta di «ciò» collettivo si sostituisce all’immagine che credevo avere di me, e sono io, «ciò»”.
Roland Barthes, Le Lexique de l'auteur, Seuil, pp.430, €25
Barthes di Roland Barthes, Einaudi, pp.221, € 18,50
giovedì 18 marzo 2010
Balotelli e il golpe della questione morale
Prima Cassano, poi Balotelli, c’è sempre un motivo per creare scandalo attorno alla Nazionale di calcio. Senza motivo, poiché Cassano e Balotelli non sono atleti affidabili, per un torneo Mondiale che dura un mese, sperabilmente, praticamente in clausura. Si fa scandalo ovunque, alla Rai e su Sky, nei giornali milanesi e in quelli romani, sulle radio libere poi non è da dire, le cronache, anche sportive, sono all'eversione permanente.
Si fa scandalo per creare un personaggio, meglio se maledetto. Per creare un qualche motivo d’interesse attorno alla Nazionale, che gioca poco e sempre freddo. Per fare le scarpe a Lippi, come già si era tentato al Mondiale in Germania, infangandolo nelle inchieste napoletane: Lippi è identificato con la Juventus, e quindi ha contro due terzi del tifo, e cinque sesti dei giornalisti. Ma non sono motivi dirimenti. Altri casi di ben maggiore interesse si potrebbero creare su altri aspetti, proprio di calcio: il tipo di gioco, la tipologia dei calciatori, l’immagine. Perché questa Nazionale gioca freddo, utilitaristico, non entusiasma, per esempio. Perché Giardino non è Rooney. Perché con Camoranesi e Grosso è una Nazionale d’attacco, ma segna poco e niente. No, c’è un astio di fondo, che si riverbera su tutto ciò che è Nazionale. A sinistra come a destra, ma con un origine precisa: la distruzione dell’Italia nello scandalo.
Sono scandali per modo di dire, mai risolutivi e mai risolti, che anzi si accavallano scacciandosi, per rinnovarsi. A opera di funzionari dello Stato che si sentono o si sanno felloni ma di cui non ci si riesce a liberare. Di giornalisti, nella fattispecie, di non diversa natura, accomunati ai burocrati dall'impunità. E tutti insieme fanno una sorta di colpo di Stato permanente. Uno cinico, che si addobba di legalità e questione morale. A opera dei corrottissimi dell’apparato giudiziario, impuniti e impunibili.
È la nostra concussione quotidiana, quando un giorno la Procura di Sanremo, o di Sorrento, o altro luogo ameno, vorrà trovarsi di che fare. I giornalisti sportivi non hanno altri mezzi che buttarci sui coglioni Cassano e Balotelli. Ma l’intento è lo stesso, punitivo, purgativo. All’insegna eterna del “meglio che lavorare”.
Si fa scandalo per creare un personaggio, meglio se maledetto. Per creare un qualche motivo d’interesse attorno alla Nazionale, che gioca poco e sempre freddo. Per fare le scarpe a Lippi, come già si era tentato al Mondiale in Germania, infangandolo nelle inchieste napoletane: Lippi è identificato con la Juventus, e quindi ha contro due terzi del tifo, e cinque sesti dei giornalisti. Ma non sono motivi dirimenti. Altri casi di ben maggiore interesse si potrebbero creare su altri aspetti, proprio di calcio: il tipo di gioco, la tipologia dei calciatori, l’immagine. Perché questa Nazionale gioca freddo, utilitaristico, non entusiasma, per esempio. Perché Giardino non è Rooney. Perché con Camoranesi e Grosso è una Nazionale d’attacco, ma segna poco e niente. No, c’è un astio di fondo, che si riverbera su tutto ciò che è Nazionale. A sinistra come a destra, ma con un origine precisa: la distruzione dell’Italia nello scandalo.
Sono scandali per modo di dire, mai risolutivi e mai risolti, che anzi si accavallano scacciandosi, per rinnovarsi. A opera di funzionari dello Stato che si sentono o si sanno felloni ma di cui non ci si riesce a liberare. Di giornalisti, nella fattispecie, di non diversa natura, accomunati ai burocrati dall'impunità. E tutti insieme fanno una sorta di colpo di Stato permanente. Uno cinico, che si addobba di legalità e questione morale. A opera dei corrottissimi dell’apparato giudiziario, impuniti e impunibili.
È la nostra concussione quotidiana, quando un giorno la Procura di Sanremo, o di Sorrento, o altro luogo ameno, vorrà trovarsi di che fare. I giornalisti sportivi non hanno altri mezzi che buttarci sui coglioni Cassano e Balotelli. Ma l’intento è lo stesso, punitivo, purgativo. All’insegna eterna del “meglio che lavorare”.
La revoluciòn cubana al Congo
Fantastica scrittura “doppia”, alla rilettura. Quelle che nel 1994, alla pubblicazione, erano sembrate le ennesime gesta del “Che”, nella sua missione segreta in Africa, sono una rappresentazione distruttiva – forse non involontaria, il 1994 viene dopo il 1989 (anche se l’accurato calendario degli sportamenti del “Che” prima dell’avventura africana evitano di menzionare Mosca e Praga): “L’ordine è che tutti i volontari siano neri”, etc. Volontari che sono tutti comandati, alcuni da Fidel in persona. Il “Che” s’imbarca per il Congo-Zaire, sul lago Tanganika, scrivendo nel diario che i tre avrebbero ritrovato di essere preoccupato per l’organizzazione.Scrivendo ex post evidentemente: “La cosa mi preoccupava perché il nostro passaggio doveva essere stato notato dagli imperialisti che controllavano le compagnie aeree e gli aeroporti…”.
I cubani in Africa continuavano a divertirsi insolenti, e la cosa non ha controindicazioni, non si fossero voluti maestri di revoluciòn per troppi. L’unico serio del gruppo, la guida interprete africana Antoine Godefroi Chamaleso, è chiamato “Tremendo Punto”. Né c’era bisogna di controllare gli aeroporti per sapere: Dar-es-Salaam, la capitale della Tanzania dove il “Che” fece base, con i fuoriusciti congolesi che vi gozzovigliavano a spese di Mosca, era un paesone in cui tutto si sapeva (il fatto è anche materia del romanzo di Astolfo, “Non c’è anarchico felice”, di recente pubblicazione – v. sotto).
Paco Ignacio II, Froilàn Escobar, Félix Guerra, a cura di, L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Il diario inedito di Ernesto “Che” Guevara in Africa, intr. di Pino Cacucci
I cubani in Africa continuavano a divertirsi insolenti, e la cosa non ha controindicazioni, non si fossero voluti maestri di revoluciòn per troppi. L’unico serio del gruppo, la guida interprete africana Antoine Godefroi Chamaleso, è chiamato “Tremendo Punto”. Né c’era bisogna di controllare gli aeroporti per sapere: Dar-es-Salaam, la capitale della Tanzania dove il “Che” fece base, con i fuoriusciti congolesi che vi gozzovigliavano a spese di Mosca, era un paesone in cui tutto si sapeva (il fatto è anche materia del romanzo di Astolfo, “Non c’è anarchico felice”, di recente pubblicazione – v. sotto).
Paco Ignacio II, Froilàn Escobar, Félix Guerra, a cura di, L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Il diario inedito di Ernesto “Che” Guevara in Africa, intr. di Pino Cacucci
Il "Che" perduto in Africa
La spedizione del “Che” Guevara in Africa nel 1965 è così narrata in “Non c’è anarchico felice”, l’ultimo romanzo di Astolfo (Lampi di stampa, pp. 678, € 21 - si compra online, si ordina in libreria), dal protagonista che ne sa come di fatto notorio, solo qualche anno dopo:
“Njonjo è chiamato Dik Dik, dal personaggio dei fumetti. Con cui Heidegger farebbe bene a rimpinguare la nota tripla dichten, denken, danken, poetare, pensare, ringraziare. Si faceva chiamare Yoni in Congo col Che:
- Ero mitragliatorista, in coppia con un ruandese, Alexis, che maneggiava l’arma a occhi chiusi. Aveva imparato a smontarla, oliarla e rimontarla da un prigioniero. I ruandesi odiano i congolesi, Alexis era venuto per ammazzarne il più possibile. Gli africani non obbedivano ai cubani, li criticavano. – Odiano anche i nobili watussi, i ruandesi hutu, ne hanno massacrato un buon numero nel 1956, anno di molte stragi, quelli di “Siamo i watussi” di Edoardo Vianello, e di “ci sta un popolo di negri”, verso immortale. - Il Che era solo pure tra i cubani, era bianco. Anche il Chino l’ha abbandonato, l’attendente: un giorno si tolse la divisa, la buttò per terra, pistola compresa, e sparì. L’hanno trovato seduto contro una palma, ma gli hanno fatto fare il viaggio attraverso il lago, fino a Kigoma e Dar es Salaam, i cubani erano trattati bene. Al Che hanno dato un attendente nero, che poi s’è portato a Cuba riconoscente e l’ha fatto diventare medico: era l’unico africano che gli obbedisse. I cubani erano neri, ma ci chiamavano negri. Il Che faceva discorsi, sia ai soldati che ai civili. S’infuriava, per l’indisciplina, gli accoppamenti, i furti. E scriveva alla lavagna, cose indecifrabili, comunque non sapevamo leggere. Una tribù di selvaggi si rifiutò di rifornirci perché il Che scriveva. Vicino a Ujiji, dove c’era il mercato degli schiavi: il Che dovette spazzare la lava-gna, fu l’unica volta che rise. Quando i congolesi addestrati in Cina e Bulgaria sono tornati, hanno chiesto al Che due settimane di ferie, l’hanno insolentito, pretendendo alti gradi, e hanno litigato tra di loro, minacciandosi la morte. Avevano la camicia candida. Il Che leggeva o scriveva. Il tè prendeva senza zucchero. Non si lavava, raramente entrava nel fiume. Soffriva di diarrea. – La libertà non arriva da fuori: ci si libera, non si è liberati, e c’è chi vuol’essere liberato, è pronto, e chi no. Se arriva deve portare doni, la libertà s’intende munifica, non pensieri, la rivoluzione è un movimento del cuore. È voglia oltre il pensabile di vivere.
Le stesse cose narra l’ambasciatore, che ha modi spicci. È curioso scoprire che succedeva nel 1965 di cui non si sa a Dar Es Salaam:
- C’è stato sette mesi, mica sette giorni. Quando è uscito si è fotografato, stava all’ambasciata, sbarbato come un ragazzotto, col dopobarba bene in vista. Nyerere ha accettati i cubani per non farsi schiacciare tra gli imperialismi rossi, i cinesi che aveva chiamato, e i russi di cui non poteva liberarsi. I cubani erano centoventi, non uno, due compagnie. Il Che i congolesi se lo sono trovato tra le palle senza preavviso. Kabila era al Cairo. Laurent Kabila è apparso una sola volta nei sette mesi, con una scorta di mulatte, ha detto “armiamoci e partite” e di notte se n’è andato.
L’ambasciatore non sorride all’Ente - è di destra - ma è realista:
- È il roccioso Fidel, non il fringuello Che, che ha sconfitto l’America dei Kennedy alla Baia dei Porci. E Castro lavora per i russi. Su richiesta e spesato. Non lo nasconde. Si è preso la Tricontinental alla morte di Ben Barka, e nell’ottobre 1965, alla fondazione del partito Comunista cubano, ha reso pubblica la lettera del Che: “Altre terre nel mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi”. Del Che clandestino in Africa. Sarà stato un’anima candida. L’uomo è la leggenda, certo, ma Congo e Bolivia sono stati programmati a Praga. I cubani sono entrati in Tanzania via Praga-Algeri-Cairo, piazzeforti sovietiche, all’improvviso e in fretta, per tagliare la strada ai cinesi. Guevara ha scritto delle sue intenzioni a Ciu-En-Lai solo per coprirsi con le fazioni congolesi. Per poter esibire in giro la rassegnata risposta del capo cinese: Ciu lo consigliava di non fare nulla, e di non abbandonare il Congo. Bersaglio per un sicario? Guevara è morto appena due anni dopo in Bolivia, denunciato dal partito Comunista boliviano, dal capo del partito in persona, Mario Monje.
L’ambasciatore non esclude il complotto:
- Guevara è arrivato con una truppa di cubani neri, mercenari. Lui solo era bianco, Dio manifesto, e il capitano Martìnez Tamayo. A sostegno di un fronte rivoluzionario che invece era da guerra civile, fra gruppi feroci. Castro aveva appena aperto un’ambasciata qui, mandandoci il comandante Rivalta, che aveva creato una rete informativa a Kigoma in appoggio all’arrivo del Che, in contatto con “Papito” Serguera a Algeri e Guitart al Cairo. Rivalta non si trattenne dal flirtare col primo golpicchio contro Nyerere, di Babu e altri compagni formati a Praga e Cuba. Finché i soldati di Nyerere non misero sotto tiro Benitez, l’assistente di Rivalta, che teneva i contatti coi golpisti. Benitez sparì, si disse rimpatriato. E il fronte antimperialista si è ricompattato, seppure a mezzadria con Pechino, Nyerere mai più si fiderà dei sovietici e dei loro agenti.
Ma è deluso:
- Non bisogna prendere i rivoluzionari in parola, sono tutti figli di puttana. I capi, certo. La rivoluzione è in Africa una professione, una attività lucrativa e comoda, con alberghi, automobili, donne e liquori. Kigoma era un villaggio di campagna, ora è il West. La sovversione è una ndustria, finanziata dai blocchi. Hanno anche i cannoni, ma non l’adde-stramento al tiro indiretto: se ne servono per la pirotecnica, li affascina il botto. Non c’è succo in queste rivoluzioni, Guevara è simpatico ma in sette mesi al Congo le ha fallite tutte: gli ascari di Ciombé erano migliori dei suoi cubani. Mobutu è più furbo: mentre il Che annaspava ha tolto di mezzo Ciombè tramite Kasavubu, e poi Kasavubu. E ha inventato l’amnistia: a uno a uno li ha attirati e li ha fatti fuori. I sovietici usano i cubani come diversivo, sanno che sono inoffensivi, incapaci anche”.
“Njonjo è chiamato Dik Dik, dal personaggio dei fumetti. Con cui Heidegger farebbe bene a rimpinguare la nota tripla dichten, denken, danken, poetare, pensare, ringraziare. Si faceva chiamare Yoni in Congo col Che:
- Ero mitragliatorista, in coppia con un ruandese, Alexis, che maneggiava l’arma a occhi chiusi. Aveva imparato a smontarla, oliarla e rimontarla da un prigioniero. I ruandesi odiano i congolesi, Alexis era venuto per ammazzarne il più possibile. Gli africani non obbedivano ai cubani, li criticavano. – Odiano anche i nobili watussi, i ruandesi hutu, ne hanno massacrato un buon numero nel 1956, anno di molte stragi, quelli di “Siamo i watussi” di Edoardo Vianello, e di “ci sta un popolo di negri”, verso immortale. - Il Che era solo pure tra i cubani, era bianco. Anche il Chino l’ha abbandonato, l’attendente: un giorno si tolse la divisa, la buttò per terra, pistola compresa, e sparì. L’hanno trovato seduto contro una palma, ma gli hanno fatto fare il viaggio attraverso il lago, fino a Kigoma e Dar es Salaam, i cubani erano trattati bene. Al Che hanno dato un attendente nero, che poi s’è portato a Cuba riconoscente e l’ha fatto diventare medico: era l’unico africano che gli obbedisse. I cubani erano neri, ma ci chiamavano negri. Il Che faceva discorsi, sia ai soldati che ai civili. S’infuriava, per l’indisciplina, gli accoppamenti, i furti. E scriveva alla lavagna, cose indecifrabili, comunque non sapevamo leggere. Una tribù di selvaggi si rifiutò di rifornirci perché il Che scriveva. Vicino a Ujiji, dove c’era il mercato degli schiavi: il Che dovette spazzare la lava-gna, fu l’unica volta che rise. Quando i congolesi addestrati in Cina e Bulgaria sono tornati, hanno chiesto al Che due settimane di ferie, l’hanno insolentito, pretendendo alti gradi, e hanno litigato tra di loro, minacciandosi la morte. Avevano la camicia candida. Il Che leggeva o scriveva. Il tè prendeva senza zucchero. Non si lavava, raramente entrava nel fiume. Soffriva di diarrea. – La libertà non arriva da fuori: ci si libera, non si è liberati, e c’è chi vuol’essere liberato, è pronto, e chi no. Se arriva deve portare doni, la libertà s’intende munifica, non pensieri, la rivoluzione è un movimento del cuore. È voglia oltre il pensabile di vivere.
Le stesse cose narra l’ambasciatore, che ha modi spicci. È curioso scoprire che succedeva nel 1965 di cui non si sa a Dar Es Salaam:
- C’è stato sette mesi, mica sette giorni. Quando è uscito si è fotografato, stava all’ambasciata, sbarbato come un ragazzotto, col dopobarba bene in vista. Nyerere ha accettati i cubani per non farsi schiacciare tra gli imperialismi rossi, i cinesi che aveva chiamato, e i russi di cui non poteva liberarsi. I cubani erano centoventi, non uno, due compagnie. Il Che i congolesi se lo sono trovato tra le palle senza preavviso. Kabila era al Cairo. Laurent Kabila è apparso una sola volta nei sette mesi, con una scorta di mulatte, ha detto “armiamoci e partite” e di notte se n’è andato.
L’ambasciatore non sorride all’Ente - è di destra - ma è realista:
- È il roccioso Fidel, non il fringuello Che, che ha sconfitto l’America dei Kennedy alla Baia dei Porci. E Castro lavora per i russi. Su richiesta e spesato. Non lo nasconde. Si è preso la Tricontinental alla morte di Ben Barka, e nell’ottobre 1965, alla fondazione del partito Comunista cubano, ha reso pubblica la lettera del Che: “Altre terre nel mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi”. Del Che clandestino in Africa. Sarà stato un’anima candida. L’uomo è la leggenda, certo, ma Congo e Bolivia sono stati programmati a Praga. I cubani sono entrati in Tanzania via Praga-Algeri-Cairo, piazzeforti sovietiche, all’improvviso e in fretta, per tagliare la strada ai cinesi. Guevara ha scritto delle sue intenzioni a Ciu-En-Lai solo per coprirsi con le fazioni congolesi. Per poter esibire in giro la rassegnata risposta del capo cinese: Ciu lo consigliava di non fare nulla, e di non abbandonare il Congo. Bersaglio per un sicario? Guevara è morto appena due anni dopo in Bolivia, denunciato dal partito Comunista boliviano, dal capo del partito in persona, Mario Monje.
L’ambasciatore non esclude il complotto:
- Guevara è arrivato con una truppa di cubani neri, mercenari. Lui solo era bianco, Dio manifesto, e il capitano Martìnez Tamayo. A sostegno di un fronte rivoluzionario che invece era da guerra civile, fra gruppi feroci. Castro aveva appena aperto un’ambasciata qui, mandandoci il comandante Rivalta, che aveva creato una rete informativa a Kigoma in appoggio all’arrivo del Che, in contatto con “Papito” Serguera a Algeri e Guitart al Cairo. Rivalta non si trattenne dal flirtare col primo golpicchio contro Nyerere, di Babu e altri compagni formati a Praga e Cuba. Finché i soldati di Nyerere non misero sotto tiro Benitez, l’assistente di Rivalta, che teneva i contatti coi golpisti. Benitez sparì, si disse rimpatriato. E il fronte antimperialista si è ricompattato, seppure a mezzadria con Pechino, Nyerere mai più si fiderà dei sovietici e dei loro agenti.
Ma è deluso:
- Non bisogna prendere i rivoluzionari in parola, sono tutti figli di puttana. I capi, certo. La rivoluzione è in Africa una professione, una attività lucrativa e comoda, con alberghi, automobili, donne e liquori. Kigoma era un villaggio di campagna, ora è il West. La sovversione è una ndustria, finanziata dai blocchi. Hanno anche i cannoni, ma non l’adde-stramento al tiro indiretto: se ne servono per la pirotecnica, li affascina il botto. Non c’è succo in queste rivoluzioni, Guevara è simpatico ma in sette mesi al Congo le ha fallite tutte: gli ascari di Ciombé erano migliori dei suoi cubani. Mobutu è più furbo: mentre il Che annaspava ha tolto di mezzo Ciombè tramite Kasavubu, e poi Kasavubu. E ha inventato l’amnistia: a uno a uno li ha attirati e li ha fatti fuori. I sovietici usano i cubani come diversivo, sanno che sono inoffensivi, incapaci anche”.
mercoledì 17 marzo 2010
Quanto marciume nelle intercettazioni
Indagini costose, gratuite e ininfluenti. Un sistema giudiziario marcio nel suo vertice, il Csm, a capo del quale c’è il presidente della Repubblica. Una forza di polizia che a Bari non reprime il crimine e anzi lo usa per destabilizzare la politica. Servizi segreti inutili o “deviati”, se non riescono a proteggere neppure il capo del governo. Ha solo macchie paurose questo nuovo scandalo, e nessun merito - i giornali non si sono ripresi nemmeno una delle copie perdute (possibile che non ci sia di mezzo una troia?). C'è davvero troppo marcio nelle intercettazioni.
Dunque, Berlusconi era intercettato su tutte le utenze. Poiché i giudici di Trani indagano sue telefonate con varie persone, con le quali si lamenta sia di Santoro sia di chi non si lamenta di Santoro. Né c’è collegamento fra i tassi usurari dell’American Express e il commissario dell’Agcom Innocenzi, o Minzolini. L’American Express è la carta di credito più diffusa al mondo. Innocenzi non ne è stato manager né fruitore. Minzolini pure, che è un famoso “giornalista di strada”, e dirige il Tg 1. Né ci ha a che fare il giudice Ferri, che siede al Csm. E non sappiamo naturalmente nulla dell'American Express, praticasse o no tassi usurari: la fornitissima Procura di Trani se l'è dimenticato? O aspetta che passino le elezioni, per non ocndionarle con la storia dell'AmEx?
Dunque, Berlusconi viene intercettato non su un’ipotesi di reato ma perché c’è qualcuno che lo intercetta. Dall’ammasso poi estraendo capi d’accusa, o di scandalo. Innocenzi e Minzolini vengono intercettati quando “si” decide che Trani punterà sull’Editto Bulgaro – Berlusconi vs. Santoro. Il giudice Ferri viene intercettato in tutti gli scandali, perché componente del Csm non allineato.
L’intercettazione è dunque per finta “a trascinamento”. C’è un giudice che indaga su un qualsiasi reato, magari scrivendosi una lettera anonima, e poi dispone le intercettazioni a tappeto. Oppure un corpo di polizia intercetta Berlusconi ovunque e la presidenza del consiglio, seleziona un certo numero di telefonate, confeziona vari scandali, le escort, le grandi opere, Santoro, e poi cerca un giudice che faccia propria di tratto in tratto la pratica.
Com’è andata non si può sapere, ma non c’è un’altra ipotesi di reato. Non è legale ma non è infrequente: è anzi la prassi, tra i carabinieri e alla Guardia di finanza di creare un dossier su una qualunque ipotesi d’illegalità e poi trovare una Procura che lo faccia proprio. La periodicità, già annuale, è ora accelerata, è approssimativamente trimestrale.
Poiché Berlusconi ha due uffici a Roma, varie residenze e un numero presumibilmente alto di cellulari, c’è da dedurre che la Guardia di finanza di Bari per un anno non abbia fatto altro. È la stessa Guardia di finanza che ha tenuto sotto controllo le escort della passata stagione. Tutte peraltro note e schedate. Ma non per far loro pagare le tasse – è incredibile il giro di denaro esentasse negli scandali baresi: sono le vergini confidenti, con cocaina libera?
Berlusconi viene intercettato impunemente a destra e a manca. Fotografato in casa sua in ogni angolo. Registrato abusivamente in ogni sua conversazione. Senza che né i tutori dell’ordine né i servizi segreti muovano un muscolo. Questo significa semplicemente che abbiamo forze dell’ordine golpiste: ogni sincero antiberlusconiano vorrebbe poter essere altrove. Ma si pone anche un problema immediato: perché tanta sicurezza attorno al presidente del consiglio, di scorte, guardie, addetti ai controlli, un sistema carissimo e privilegiato per le forse dell’ordine stesse, tra turni, festivi, straordinari, diurni e notturni, e ferie non godute.
Dunque, Berlusconi era intercettato su tutte le utenze. Poiché i giudici di Trani indagano sue telefonate con varie persone, con le quali si lamenta sia di Santoro sia di chi non si lamenta di Santoro. Né c’è collegamento fra i tassi usurari dell’American Express e il commissario dell’Agcom Innocenzi, o Minzolini. L’American Express è la carta di credito più diffusa al mondo. Innocenzi non ne è stato manager né fruitore. Minzolini pure, che è un famoso “giornalista di strada”, e dirige il Tg 1. Né ci ha a che fare il giudice Ferri, che siede al Csm. E non sappiamo naturalmente nulla dell'American Express, praticasse o no tassi usurari: la fornitissima Procura di Trani se l'è dimenticato? O aspetta che passino le elezioni, per non ocndionarle con la storia dell'AmEx?
Dunque, Berlusconi viene intercettato non su un’ipotesi di reato ma perché c’è qualcuno che lo intercetta. Dall’ammasso poi estraendo capi d’accusa, o di scandalo. Innocenzi e Minzolini vengono intercettati quando “si” decide che Trani punterà sull’Editto Bulgaro – Berlusconi vs. Santoro. Il giudice Ferri viene intercettato in tutti gli scandali, perché componente del Csm non allineato.
L’intercettazione è dunque per finta “a trascinamento”. C’è un giudice che indaga su un qualsiasi reato, magari scrivendosi una lettera anonima, e poi dispone le intercettazioni a tappeto. Oppure un corpo di polizia intercetta Berlusconi ovunque e la presidenza del consiglio, seleziona un certo numero di telefonate, confeziona vari scandali, le escort, le grandi opere, Santoro, e poi cerca un giudice che faccia propria di tratto in tratto la pratica.
Com’è andata non si può sapere, ma non c’è un’altra ipotesi di reato. Non è legale ma non è infrequente: è anzi la prassi, tra i carabinieri e alla Guardia di finanza di creare un dossier su una qualunque ipotesi d’illegalità e poi trovare una Procura che lo faccia proprio. La periodicità, già annuale, è ora accelerata, è approssimativamente trimestrale.
Poiché Berlusconi ha due uffici a Roma, varie residenze e un numero presumibilmente alto di cellulari, c’è da dedurre che la Guardia di finanza di Bari per un anno non abbia fatto altro. È la stessa Guardia di finanza che ha tenuto sotto controllo le escort della passata stagione. Tutte peraltro note e schedate. Ma non per far loro pagare le tasse – è incredibile il giro di denaro esentasse negli scandali baresi: sono le vergini confidenti, con cocaina libera?
Berlusconi viene intercettato impunemente a destra e a manca. Fotografato in casa sua in ogni angolo. Registrato abusivamente in ogni sua conversazione. Senza che né i tutori dell’ordine né i servizi segreti muovano un muscolo. Questo significa semplicemente che abbiamo forze dell’ordine golpiste: ogni sincero antiberlusconiano vorrebbe poter essere altrove. Ma si pone anche un problema immediato: perché tanta sicurezza attorno al presidente del consiglio, di scorte, guardie, addetti ai controlli, un sistema carissimo e privilegiato per le forse dell’ordine stesse, tra turni, festivi, straordinari, diurni e notturni, e ferie non godute.
Libera nos a Napoli
Chi ha ancora passione per queste notizie, resta sbalordito da quanto succede a Trani, e al Csm a difesa di Trani. Su iniziativa dell'onorevole avvocato napoletano Vincenzo Siniscalchi. Al Csm che fa capo al presidente della Repubblica Napolitano, e al suo vice Mancino, altro illustre campano. A parte il fatto che sarebbe utile non avere tanti napoletani al vertice del Csm, ci sono altre scuole di diritto in Italia. Mentre si preparano ricorsi alla napoletanissima Consulta. Senza vergogna, si diceva una volta, ma Napoli che è una cultura metropolitana se ne fotte.
Ci eravamo divertiti col giudice Woodcok, brillante e flamboyant, che su una vecchia Norton come il "Che" da Potenza faceva l'angelo vendicatore del Sud. Accusando l’erede Savoia di commerciare videopoker. Intercettandolo anche a letto, con una battona non di suo gradimento. Ci eravamo smarriti quando un giudice De Marinis, o De Magistris, figlio di giudici, nipote di giudici, non massoni?, aveva messo Prodi a capo di una loggia massonica, a San Marino, che controllava Catanzaro. Sono napoletani, come Woodcok e il De di Catanzaro, i giudici di Trani? E chi comanda la Guardia di finanza di Bari? È importante saperlo perché allora bisognerebbe cominciare a organizzarsi.
Ci eravamo divertiti col giudice Woodcok, brillante e flamboyant, che su una vecchia Norton come il "Che" da Potenza faceva l'angelo vendicatore del Sud. Accusando l’erede Savoia di commerciare videopoker. Intercettandolo anche a letto, con una battona non di suo gradimento. Ci eravamo smarriti quando un giudice De Marinis, o De Magistris, figlio di giudici, nipote di giudici, non massoni?, aveva messo Prodi a capo di una loggia massonica, a San Marino, che controllava Catanzaro. Sono napoletani, come Woodcok e il De di Catanzaro, i giudici di Trani? E chi comanda la Guardia di finanza di Bari? È importante saperlo perché allora bisognerebbe cominciare a organizzarsi.
Ombre - 44
A mezzogiorno l’avvocato Siniscalchi, che al Csm rappresenta il Pd, va a Montecitorio, a prendere l’aperitivo con D’Alema e altri parlamentari del suo partito. Tra essi l’onorevole Orlando, responsabile di partito per la Giustizia. Il pomeriggio il Csm apre su sua iniziativa una pratica contro Alfano, il ministro della Giustizia, su Trani. Strafottenza? Strapotere? Giustizia?
Diventa un eroe Innocenzi, il commissario dell’Agcom che resiste alle lamentele di Berlusconi, che all’Agcom l’ha nominato, contro Santoro. Mentre di Berlusconi non emerge niente che già non si sappia, a parte il fatto che ha la vendetta innocua. E i giudici di Trani fanno figura di allegri o protervi pataccari. Con la Guardia di finanza. Il Csm di una banda di briganti, qual è sempre stato. E Napolitano e Mancino?
Straordinaria opinione di Piero Ostellino sul “Corriere della sera” sabato, vera e appuntita, che intitola “L’8 settembre permanente”. E conclude così: “La magistratura applicava la legge; oggi, la crea. I media parlano d’altro. Sta bene non rimpiangere i partiti d’apparato e non criminalizzare i magistrati. Ma è un fatto che il Paese è in un 8 settembre permanente”.
Una cosa da antologia,
http://archiviostorico.corriere.it/2010/marzo/13/settembre_permanente_co_9_100313091.shtml
Ma rivolta a chi? Al “Corriere” non lo leggono? Sembrerebbe una critica interna, nulla più di Milano e il suo giornale esercitano la sovversione permanente.
Ci volevano cinque giudici e la Guardia di Finanza per sapere che Berlusconi odia Santoro? I giudici a Trani non hanno nient’altro da fare? Perché c’è allora una Procura della Repubblica a Trani, se nessun delitto vi succede?
Perché la Procura di Trani, dove niente succede, ha dieci Procuratori, e quella di Gela nessuno? Perché Trani è una bella cittadina tranquilla. A venti minuti di superstrada da Bari. Famosa per essere Parigi, con in più il mare. Pullula infatti di belle donne, benché care.
E perché c’è allora una Procura a Gela? per la carica di Capo della Procura?
È spettrale, in questa scena politica di nani e mostri, il senatore Mancino che dal Csm tuona contro Berlusconi che critica i giudici. Dunque, è ancora in vita, e in attività. E perché non si difende dai giudici di Palermo che lo fanno accusare, ogni due settimane, da un mafioso professo e non pentito, di essere colluso con la mafia? O si difende accusando Berlusconi?
È la vecchia Dc, pavida ed effettivamente collusa con tutto, che si pensava estinta. Quella peggiore, delle seconde e terze file.
Nel fantaprocesso napoletano alla Juventus viene fuori che il calcio italiano, la Juventus perlomeno, ha dimezzato in quattro anni gli introiti. Mentre le squadre concorrenti, in Spagna e Inghilterra, li hanno mediamente raddoppiati. Il Milan, che Napoli ha sfilato dal processo (il giustiziere Collina non poteva finire in tribunale) ma non ha potuto sfilare dallo scandalo, li ha ridotti di un terzo.
Senza contare l’effetto psicologico. Il Manchester United si rimpingua le casse vendendo Cristiano Ronaldo, e si rifà ampiamente con Rooney, Milan e Juve s’imbottiscono dei rifiuti del mercato.
Un fantaprocesso che non ha nemmeno giovato a Napoli, né al Napoli, solo alla carriera di un magistrato.
Tripudio di cronaca al suicidio di Vanacore, una vittima della giustizia romana e dei giornali. Ma nessuna scusa, anzi nuove chiacchiere e sospetti, da parte dei giudici e dei giornalisti. Delle giornaliste in particolare.
Sono molti i delitti impuniti a Roma per incapacità degli inquirenti. Nel caso che implicava Vanacore, così pieno di tracce, per “delitto” degli inquirenti. Che ne perquisiscono la casa, in Puglia, venti anni dopo… E vogliono che testimoni suo figlio, che all’epoca forse non era nato. Ma nessuno se ne preoccupa.
“Ce l’avrete sulla coscienza”, pare che Vanacore abbia lasciato scritto ai giudici del suo suicidio.
Pensa cioè, morendo, che i giudici abbiano una coscienza. La pubblico ministero Ilaria Caiò si preoccupa di smentirlo anche in questo, che all’epoca non era forse ancora nata, ma ora è sicura in tribunale che il morto abbia “depistato le indagini”. Quanto basta per l’apparizione in tv, vezzosa seppure incerta.
Aveva puntato alla ribalta con un imputato nuovo, l’ex fidanzato della ragazza assassinata. Ma con le luci della ribalta assicurate dal suicidio dell’ex fidanzato non si occupa più.
Con Vanacore sono tre i suicidi provocati a Roma dai tutori dell’ordine per superficialità: prima c’erano stati il figlio cui era stata ritirata la patente perché aveva bevuto una birra (una birra…), e il padre che l’aveva rimproverato, vigile del fuoco tra i più esperti. Si sa che questi tutori hanno in Italia una loro personale idea della legalità, molto “poderosa”. Ma non dovrebbero passare prima un esame di equilibrio psichico?
Trent’anni fa Carlo Verdone, “Bianco, rosso e verdone”, faceva un viaggio dalla Svizzera alla Sicilia per votare. Senza fermarsi. Solo. Insultato, multato, derubato. E quando arriva alla sezione elettorale, scoccato è l’ultimo minuto utile, il presidente gli sbarra il voto. È questa la vicenda delle elezioni regionali: pare che nessuno sia mai stato in un Tribunale, meno che mai dove e quando si presentano le liste elettorali. È un’elezione molto radicale di Pannella: pura, secondo tutti i crismi.
I taxi non sono popolari a Roma. Alcuni giornali fanno campagna per gli autonoleggi. Il cui rappresentante, Giulio Aloisi, confida l’8 marzo al “Corriere della sera” che il sindaco Alemanno lo ha invitato a pranzo da Urbinati a Ostia, insieme con l’assessore Marchi. E che si sono detti? Niente. Ma la confidenza, data e ricevuta come una delazione (“Aloisio rivela”), si merita mezza pagina di giornale. Un invito a pranzo come atto eversivo o criminale? Nel ristorante più frequentato di Ostia? Non si può più parlare al telefono e nemmeno al ristorante?
Ruggero Guarini scrive al “Foglio” venerdì indignato contro i partiti. Forte di Simone Weil, che li voleva abolire.
Ma Simone Weil voleva aboliti i partiti totalitari, che vogliono tutto dall’uomo. Cioè, quando scriveva, il partito Comunista. Potenza del Partito, anche su uno come Guarini!
Diventa un eroe Innocenzi, il commissario dell’Agcom che resiste alle lamentele di Berlusconi, che all’Agcom l’ha nominato, contro Santoro. Mentre di Berlusconi non emerge niente che già non si sappia, a parte il fatto che ha la vendetta innocua. E i giudici di Trani fanno figura di allegri o protervi pataccari. Con la Guardia di finanza. Il Csm di una banda di briganti, qual è sempre stato. E Napolitano e Mancino?
Straordinaria opinione di Piero Ostellino sul “Corriere della sera” sabato, vera e appuntita, che intitola “L’8 settembre permanente”. E conclude così: “La magistratura applicava la legge; oggi, la crea. I media parlano d’altro. Sta bene non rimpiangere i partiti d’apparato e non criminalizzare i magistrati. Ma è un fatto che il Paese è in un 8 settembre permanente”.
Una cosa da antologia,
http://archiviostorico.corriere.it/2010/marzo/13/settembre_permanente_co_9_100313091.shtml
Ma rivolta a chi? Al “Corriere” non lo leggono? Sembrerebbe una critica interna, nulla più di Milano e il suo giornale esercitano la sovversione permanente.
Ci volevano cinque giudici e la Guardia di Finanza per sapere che Berlusconi odia Santoro? I giudici a Trani non hanno nient’altro da fare? Perché c’è allora una Procura della Repubblica a Trani, se nessun delitto vi succede?
Perché la Procura di Trani, dove niente succede, ha dieci Procuratori, e quella di Gela nessuno? Perché Trani è una bella cittadina tranquilla. A venti minuti di superstrada da Bari. Famosa per essere Parigi, con in più il mare. Pullula infatti di belle donne, benché care.
E perché c’è allora una Procura a Gela? per la carica di Capo della Procura?
È spettrale, in questa scena politica di nani e mostri, il senatore Mancino che dal Csm tuona contro Berlusconi che critica i giudici. Dunque, è ancora in vita, e in attività. E perché non si difende dai giudici di Palermo che lo fanno accusare, ogni due settimane, da un mafioso professo e non pentito, di essere colluso con la mafia? O si difende accusando Berlusconi?
È la vecchia Dc, pavida ed effettivamente collusa con tutto, che si pensava estinta. Quella peggiore, delle seconde e terze file.
Nel fantaprocesso napoletano alla Juventus viene fuori che il calcio italiano, la Juventus perlomeno, ha dimezzato in quattro anni gli introiti. Mentre le squadre concorrenti, in Spagna e Inghilterra, li hanno mediamente raddoppiati. Il Milan, che Napoli ha sfilato dal processo (il giustiziere Collina non poteva finire in tribunale) ma non ha potuto sfilare dallo scandalo, li ha ridotti di un terzo.
Senza contare l’effetto psicologico. Il Manchester United si rimpingua le casse vendendo Cristiano Ronaldo, e si rifà ampiamente con Rooney, Milan e Juve s’imbottiscono dei rifiuti del mercato.
Un fantaprocesso che non ha nemmeno giovato a Napoli, né al Napoli, solo alla carriera di un magistrato.
Tripudio di cronaca al suicidio di Vanacore, una vittima della giustizia romana e dei giornali. Ma nessuna scusa, anzi nuove chiacchiere e sospetti, da parte dei giudici e dei giornalisti. Delle giornaliste in particolare.
Sono molti i delitti impuniti a Roma per incapacità degli inquirenti. Nel caso che implicava Vanacore, così pieno di tracce, per “delitto” degli inquirenti. Che ne perquisiscono la casa, in Puglia, venti anni dopo… E vogliono che testimoni suo figlio, che all’epoca forse non era nato. Ma nessuno se ne preoccupa.
“Ce l’avrete sulla coscienza”, pare che Vanacore abbia lasciato scritto ai giudici del suo suicidio.
Pensa cioè, morendo, che i giudici abbiano una coscienza. La pubblico ministero Ilaria Caiò si preoccupa di smentirlo anche in questo, che all’epoca non era forse ancora nata, ma ora è sicura in tribunale che il morto abbia “depistato le indagini”. Quanto basta per l’apparizione in tv, vezzosa seppure incerta.
Aveva puntato alla ribalta con un imputato nuovo, l’ex fidanzato della ragazza assassinata. Ma con le luci della ribalta assicurate dal suicidio dell’ex fidanzato non si occupa più.
Con Vanacore sono tre i suicidi provocati a Roma dai tutori dell’ordine per superficialità: prima c’erano stati il figlio cui era stata ritirata la patente perché aveva bevuto una birra (una birra…), e il padre che l’aveva rimproverato, vigile del fuoco tra i più esperti. Si sa che questi tutori hanno in Italia una loro personale idea della legalità, molto “poderosa”. Ma non dovrebbero passare prima un esame di equilibrio psichico?
Trent’anni fa Carlo Verdone, “Bianco, rosso e verdone”, faceva un viaggio dalla Svizzera alla Sicilia per votare. Senza fermarsi. Solo. Insultato, multato, derubato. E quando arriva alla sezione elettorale, scoccato è l’ultimo minuto utile, il presidente gli sbarra il voto. È questa la vicenda delle elezioni regionali: pare che nessuno sia mai stato in un Tribunale, meno che mai dove e quando si presentano le liste elettorali. È un’elezione molto radicale di Pannella: pura, secondo tutti i crismi.
I taxi non sono popolari a Roma. Alcuni giornali fanno campagna per gli autonoleggi. Il cui rappresentante, Giulio Aloisi, confida l’8 marzo al “Corriere della sera” che il sindaco Alemanno lo ha invitato a pranzo da Urbinati a Ostia, insieme con l’assessore Marchi. E che si sono detti? Niente. Ma la confidenza, data e ricevuta come una delazione (“Aloisio rivela”), si merita mezza pagina di giornale. Un invito a pranzo come atto eversivo o criminale? Nel ristorante più frequentato di Ostia? Non si può più parlare al telefono e nemmeno al ristorante?
Ruggero Guarini scrive al “Foglio” venerdì indignato contro i partiti. Forte di Simone Weil, che li voleva abolire.
Ma Simone Weil voleva aboliti i partiti totalitari, che vogliono tutto dall’uomo. Cioè, quando scriveva, il partito Comunista. Potenza del Partito, anche su uno come Guarini!
martedì 16 marzo 2010
L'amore divorante di Ingeborg
“Herzzeit”, la raccolta della corrispondenza tra Ingeborg Bachmann e Paul Celan, è Abelardo e Eloisa. A ruoli invertiti, la donna Ingeborg è perduta, l’uomo Paul si fa una ragione. Ma è un canzoniere d’amore, anche in senso proprio, essendo le lettere infiorettate di versi e poesie, quali da tempo non se ne leggono più. “Non conosco mondo migliore” è invece un canzoniere del lutto: dell’amore negato, del fallimento, dell’ira. Sotto la divisa di Gaspara Stampa: “Vivere ardendo e non sentire il male”. Mai preparato per la pubblicazione da Ingeborg vivente, ma a differenza degli altri materiali tenuto in ordine e in evidenza, con poche incertezze lessicali. Non pubblicato per una ragione precisa, anche se i curatori, Isolde e Heinz Bachmann, la tacciono: è la poesia dei terribili mesi vissuti da Ingeborg dopo il ripudio nel 1962 da parte di Max Frisch, col quale aveva vissuto per quasi cinque anni, a Roma.
Non fu una bella storia, prima ancora di diventare sinistra alla fine. Lei evidentemente lo amava, lui ne era infastidito. In un ricordo di Ingeborg scritto nel 2002 a corredo delle sue corrispondenze da Roma, “Quel che ho visto e udito a Roma”, Inge Feltrinelli scrive di Frisch: “Si lamentava sempre di Ingeborg: «Sono troppo svizzero, ma non riesco a capire perché non si alzi mai prima delle due del pomeriggio, perché non legga mai la sua posta e i cassetti della scrivania trabocchino di lettere ancora chiuse. Cosa posso fare? Viviamo nella città più bella del mondo, ma faccio fatica a capire l'italiano e lei»”. I Feltrinelli, che pure preparavano la traduzione dei racconti di lei, "Il trentesimo anno", prendevano ogni giorno il caffè con lui, loro autore di punta. Né si conosce miglior parere di Frisch su Ingeborg, nella parte di corrispondenza pubblicata. Dopo il ripudio, si lamenta con l’amico pittore Aerni Victor che Ingeborg parli male di lui, e nient’altro, pur sapendola sofferente e in ospedale: “Solveig, che aspettava solo che la sposassi!” Non generoso, ma non era facile vivere con una donna che aveva innamorato tutti, le avaguardie tedesche insieme con Celan al suo primo apparire, nel 1947 o 1948, a vent’anni, fino al rabbino Jacob Taubes, filosofo apocalittico, che le indirizzò bollenti lettere d’amore.
Questa riedizione tascabile della prima pubblicazione dieci anni fa cade dopo che, col “Caso Franza” e altre iniziative (mostre, pubblicazioni, lettere), la relazione con Frisch ha ripreso il peso schiacciante che ha avuto per Ingeborg. “Non vale dunque un uomo tra i fratelli?” E una donna? Questo inizio interrogativo, col dunque, è una risposta: “Non c’è maledizione maggiore che non condividere nulla\ con chi tutto\ ha condiviso e lo ha lasciato\ all’altra parte”(“Rivedersi”). Dopo essersi ritrovata “invecchiata di cent’anni in un giorno”, il giorno del ripudio. Un canzoniere dell’abbandono, “Ho perduto le poesie”, “Isola dei morti”, “Errore cardinale”, “Anni di lutto”. Con dentro un piccolo canzoniere di morte e resurrezione, nel ricovero zurighese a Gloriastrasse.
La raccolta, cui l’università di Verona ha dedicato un anno fa un convegno internazionale, è di tale spessore da imporre probabilmente una rivisitazione e una revisione critica della intera opera di Ingeborg Bachmann. Finisce con un viaggio nel deserto, che poi sarà il viaggio in Egitto del “Libro di Franza”, e con un’orgia, vera o immaginaria, che la libera dallo “sfruttamento\ senza scrupoli di un appassionato inizio di Tu”. Il “Tu” maschile – che però può anche essere l’Io femminile, i ruoli potendosi invertire in tedesco perché aggettivi e participi dopo la copula sono indeterminati, una disponibilità sprecata.
La raccolta di lettere “Herzzeit” percorre eventi molto più drammatici, e tuttavia è sempre amorosa. Lei ha ventun anni quando incontra Paul Celan a Vienna, dove sta preparando il dottorato su Heidegger, lui ventisette. È per lei un “poeta surrealista”, ma è già l’autore rinomato di “Todesfuge”. La raccolta comincia con una poesia di Celan per i ventidue anni di Ingeborg, “In Egitto”, dove lei andrà a elaborare il lutto di Frisch.
È un rapporto sempre fruttuoso, pur tra gli esaurimenti di lei e le depressioni di lui. Nel reciproco affetto e nella stima. Specie nel secondo tratto della storia, quando Ingeborg appare a Paul non più una studentessa di filosofia ma una scrittrice celebrata, in copertina sullo "Spiegel" nel 1954, una che lui sa apprezzare. È il ritrovamento del 1957, sempre intenso, "sensuale e insieme spirituale", come scrive Paul, ed è il tempo di “Herzzeit”, l’espressione amorosa, sempre di Paul, che dà il titolo alla raccolta. La prima fiammata va dal 1948 al 1951, ma lui già da tempo aveva lasciato Vienna per Parigi, come aveva programmato prima di conoscerla, dove si era fidanzato e aveva deciso di sposarsi. L’ultima lettera, non spedita, è di Ingeborg il 27 settembre 1961, un tentativo di risollevare Paul dalla depressione. Nel caso, Celan era sottoposto a un assurdo processo da parte della vedova del poeta francese Yvan Goll quale plagiario del defunto marito (Claire Goll, vedova di Yvan, lascia pessima traccia nei "Souvenirs désordonnés" di José Corti, il libraio editore, che che pure aveva aiutato, e assistito nella lunga agonia, il marito, e aveva per lei molto affetto).
I due poeti dividono, con la passione, le rispettive debolezze. Che in Paul erano furie suicide, più volte ritornanti prima del salto nella Senna nel 1970 – e perfino omicide, ora si sa, distruttive anche nei confronti della moglie. Ingeborg ne seguirà sempre le sfortunate vicende, e nel 1971, un anno dopo la morte di Paul, lo ricorderà col racconto fiabesco “Il segreto della principessa di Kagran” in “Malina”, e nel 1972, pochi mesi prima della sua propria morte, in un affascinante ritratto, una sorta di scultura classica, tutta "necessaria" e riveltarice, sotto il nome rothiano di Trotta, nel racconto "Tre sentieri per il lago".
Ma è l’amore di lei, totalizzante e disperato, che le tre pubblicazioni per bizzarra coincidenza evidenziano. La raccolta delle lettere è incentrata su Celan: raccoglie la corrispondenza del poeta con Ingeborg, più quella con Max Frisch, e quella di Ingeborg con la vedova di Celan. Ma il tono è dato da lei. Ed è quello delle sue prime lettere pubblicate, di quando aveva venti anni e stava ancora a casa, in Carinzia.
Queste a “Felician” sono lettere non spedite del 1945-46, ma non immaginarie, come opina la sorella Isolde, che ne cura il lascito. E non sono un’istanza precocemente femminista, di parità con l’altro, con l’uomo. Ingeborg vi esprime subito con chiarezza quella voglia d’amore divorante che la perseguiterà per la vita. E che gli scambi con Celan, primo amore conosciuto, documentano. In “Ritratto dell’artista da giovane”, che inquadra le lettere, Clemens-Carl Härle spiega che la silfide Ingeborg della foto a corredo era “pazza” dello scrittore carinziano Perkonig, suo professore al Magistero di Klagenfurt, e primo lettore professionale dei suoi scritti, che il padre di Ingeborg gli aveva portato da leggere. A vent’anni già Ingeborg si conosceva: “Sono misteriosa ed evidente. Buona e cattiva”. Con se stessa. “I miei desideri sono foschi e rosso sangue!”, di cui questo diario minimo e sfrontato è già un abbozzo.
Si parla di Ingeborg Bachmann, che fu saggista equilibrata oltre che acuta, come di donna sofferente. Appassionata sarebbe più giusto, come la ricordano i suoi amici ancora viventi, tra essi il musicista Henze, e al suo modo egotista Günter Grass. E come la poesia la testimonia, di cui “Non conosco mondo migliore” è tassello fondamentale. Per la chiave bachmanniana: insight, misura, brio. E per il dolore cui la voglia d’amare condanna. Nel breve lineare “Ritratto” Härle mette in contatto il segreto di Ingeborg con “i luoghi da cui proveniva”, con l’infanzia. Elencando “le cancellazioni e le obliterazioni ripetute, l’invenzione di intere sequenze biografiche, i riavvicinamenti e le allusioni occasionali, cauti e più o meno cifrati,… i segreti custoditi con estrema tenacia”. Ma la biografia, certamente sostanziosa nel racconto "Tre sentieri per il lago" dell'omonima raccolta, che conferma questo "Ritratto", è poca cosa di fronte alla forza della poesia che la rilettura fa più grande.
Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, Fenice Tascabili, pp. 294, €9,50
Herzzeit, Suhrkamp, pp. 401, € 24,80
Lettere a Felician, Nottetempo, pp.53, € 6
Non fu una bella storia, prima ancora di diventare sinistra alla fine. Lei evidentemente lo amava, lui ne era infastidito. In un ricordo di Ingeborg scritto nel 2002 a corredo delle sue corrispondenze da Roma, “Quel che ho visto e udito a Roma”, Inge Feltrinelli scrive di Frisch: “Si lamentava sempre di Ingeborg: «Sono troppo svizzero, ma non riesco a capire perché non si alzi mai prima delle due del pomeriggio, perché non legga mai la sua posta e i cassetti della scrivania trabocchino di lettere ancora chiuse. Cosa posso fare? Viviamo nella città più bella del mondo, ma faccio fatica a capire l'italiano e lei»”. I Feltrinelli, che pure preparavano la traduzione dei racconti di lei, "Il trentesimo anno", prendevano ogni giorno il caffè con lui, loro autore di punta. Né si conosce miglior parere di Frisch su Ingeborg, nella parte di corrispondenza pubblicata. Dopo il ripudio, si lamenta con l’amico pittore Aerni Victor che Ingeborg parli male di lui, e nient’altro, pur sapendola sofferente e in ospedale: “Solveig, che aspettava solo che la sposassi!” Non generoso, ma non era facile vivere con una donna che aveva innamorato tutti, le avaguardie tedesche insieme con Celan al suo primo apparire, nel 1947 o 1948, a vent’anni, fino al rabbino Jacob Taubes, filosofo apocalittico, che le indirizzò bollenti lettere d’amore.
Questa riedizione tascabile della prima pubblicazione dieci anni fa cade dopo che, col “Caso Franza” e altre iniziative (mostre, pubblicazioni, lettere), la relazione con Frisch ha ripreso il peso schiacciante che ha avuto per Ingeborg. “Non vale dunque un uomo tra i fratelli?” E una donna? Questo inizio interrogativo, col dunque, è una risposta: “Non c’è maledizione maggiore che non condividere nulla\ con chi tutto\ ha condiviso e lo ha lasciato\ all’altra parte”(“Rivedersi”). Dopo essersi ritrovata “invecchiata di cent’anni in un giorno”, il giorno del ripudio. Un canzoniere dell’abbandono, “Ho perduto le poesie”, “Isola dei morti”, “Errore cardinale”, “Anni di lutto”. Con dentro un piccolo canzoniere di morte e resurrezione, nel ricovero zurighese a Gloriastrasse.
La raccolta, cui l’università di Verona ha dedicato un anno fa un convegno internazionale, è di tale spessore da imporre probabilmente una rivisitazione e una revisione critica della intera opera di Ingeborg Bachmann. Finisce con un viaggio nel deserto, che poi sarà il viaggio in Egitto del “Libro di Franza”, e con un’orgia, vera o immaginaria, che la libera dallo “sfruttamento\ senza scrupoli di un appassionato inizio di Tu”. Il “Tu” maschile – che però può anche essere l’Io femminile, i ruoli potendosi invertire in tedesco perché aggettivi e participi dopo la copula sono indeterminati, una disponibilità sprecata.
La raccolta di lettere “Herzzeit” percorre eventi molto più drammatici, e tuttavia è sempre amorosa. Lei ha ventun anni quando incontra Paul Celan a Vienna, dove sta preparando il dottorato su Heidegger, lui ventisette. È per lei un “poeta surrealista”, ma è già l’autore rinomato di “Todesfuge”. La raccolta comincia con una poesia di Celan per i ventidue anni di Ingeborg, “In Egitto”, dove lei andrà a elaborare il lutto di Frisch.
È un rapporto sempre fruttuoso, pur tra gli esaurimenti di lei e le depressioni di lui. Nel reciproco affetto e nella stima. Specie nel secondo tratto della storia, quando Ingeborg appare a Paul non più una studentessa di filosofia ma una scrittrice celebrata, in copertina sullo "Spiegel" nel 1954, una che lui sa apprezzare. È il ritrovamento del 1957, sempre intenso, "sensuale e insieme spirituale", come scrive Paul, ed è il tempo di “Herzzeit”, l’espressione amorosa, sempre di Paul, che dà il titolo alla raccolta. La prima fiammata va dal 1948 al 1951, ma lui già da tempo aveva lasciato Vienna per Parigi, come aveva programmato prima di conoscerla, dove si era fidanzato e aveva deciso di sposarsi. L’ultima lettera, non spedita, è di Ingeborg il 27 settembre 1961, un tentativo di risollevare Paul dalla depressione. Nel caso, Celan era sottoposto a un assurdo processo da parte della vedova del poeta francese Yvan Goll quale plagiario del defunto marito (Claire Goll, vedova di Yvan, lascia pessima traccia nei "Souvenirs désordonnés" di José Corti, il libraio editore, che che pure aveva aiutato, e assistito nella lunga agonia, il marito, e aveva per lei molto affetto).
I due poeti dividono, con la passione, le rispettive debolezze. Che in Paul erano furie suicide, più volte ritornanti prima del salto nella Senna nel 1970 – e perfino omicide, ora si sa, distruttive anche nei confronti della moglie. Ingeborg ne seguirà sempre le sfortunate vicende, e nel 1971, un anno dopo la morte di Paul, lo ricorderà col racconto fiabesco “Il segreto della principessa di Kagran” in “Malina”, e nel 1972, pochi mesi prima della sua propria morte, in un affascinante ritratto, una sorta di scultura classica, tutta "necessaria" e riveltarice, sotto il nome rothiano di Trotta, nel racconto "Tre sentieri per il lago".
Ma è l’amore di lei, totalizzante e disperato, che le tre pubblicazioni per bizzarra coincidenza evidenziano. La raccolta delle lettere è incentrata su Celan: raccoglie la corrispondenza del poeta con Ingeborg, più quella con Max Frisch, e quella di Ingeborg con la vedova di Celan. Ma il tono è dato da lei. Ed è quello delle sue prime lettere pubblicate, di quando aveva venti anni e stava ancora a casa, in Carinzia.
Queste a “Felician” sono lettere non spedite del 1945-46, ma non immaginarie, come opina la sorella Isolde, che ne cura il lascito. E non sono un’istanza precocemente femminista, di parità con l’altro, con l’uomo. Ingeborg vi esprime subito con chiarezza quella voglia d’amore divorante che la perseguiterà per la vita. E che gli scambi con Celan, primo amore conosciuto, documentano. In “Ritratto dell’artista da giovane”, che inquadra le lettere, Clemens-Carl Härle spiega che la silfide Ingeborg della foto a corredo era “pazza” dello scrittore carinziano Perkonig, suo professore al Magistero di Klagenfurt, e primo lettore professionale dei suoi scritti, che il padre di Ingeborg gli aveva portato da leggere. A vent’anni già Ingeborg si conosceva: “Sono misteriosa ed evidente. Buona e cattiva”. Con se stessa. “I miei desideri sono foschi e rosso sangue!”, di cui questo diario minimo e sfrontato è già un abbozzo.
Si parla di Ingeborg Bachmann, che fu saggista equilibrata oltre che acuta, come di donna sofferente. Appassionata sarebbe più giusto, come la ricordano i suoi amici ancora viventi, tra essi il musicista Henze, e al suo modo egotista Günter Grass. E come la poesia la testimonia, di cui “Non conosco mondo migliore” è tassello fondamentale. Per la chiave bachmanniana: insight, misura, brio. E per il dolore cui la voglia d’amare condanna. Nel breve lineare “Ritratto” Härle mette in contatto il segreto di Ingeborg con “i luoghi da cui proveniva”, con l’infanzia. Elencando “le cancellazioni e le obliterazioni ripetute, l’invenzione di intere sequenze biografiche, i riavvicinamenti e le allusioni occasionali, cauti e più o meno cifrati,… i segreti custoditi con estrema tenacia”. Ma la biografia, certamente sostanziosa nel racconto "Tre sentieri per il lago" dell'omonima raccolta, che conferma questo "Ritratto", è poca cosa di fronte alla forza della poesia che la rilettura fa più grande.
Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, Fenice Tascabili, pp. 294, €9,50
Herzzeit, Suhrkamp, pp. 401, € 24,80
Lettere a Felician, Nottetempo, pp.53, € 6
La giustizia che non si può dire della gobalizzazione
Pare di no, la risposta al titolo “È possibile una giustizia globale?” pare sia negativa. Anche se l’autore elenca, nell’irto § VII che è la sintesi del saggio, una serie di adempimenti promettenti, in tema di diritti umani, libertà di commercio, protezione dell’ambiente. La giustizia globale di cui si tratta è quella sociale, delle “aspettative di vita di uomini nati uguali”, non quella della guerra giusta o del diritto d’ingerenza. È che, riproposto in forma di libro, il saggio è in realtà un commento alle teorie di John Rawls. Di rilievo forse dottrinale, ma a nessun effetto pratico. Nemmeno di buona lettura.
Alle tante novità di giustizia globale il filosofo avrebbe potuto aggiungere la protezione dei minori, l’orario di lavoro, il salario retributivo. Insomma, l’egualizzazione delle condizioni imposta dal mercato, la globalizzazione di cui non si può parlare: a nessuno piace competere con la semi-schiavitù. Il saggio termina con una proposta, che si dice hobbesiana: arrivare ala giustizia globale accrescendo l'ingiustizia... Ciò che Hobbes constatava, non compiaciuto, verrebbe progettato.
Thomas Nagel, È possibile una giustizia globale?, con introduzione di Salvatore Veca, Laterza, pp. XXX, 71, € 8
Alle tante novità di giustizia globale il filosofo avrebbe potuto aggiungere la protezione dei minori, l’orario di lavoro, il salario retributivo. Insomma, l’egualizzazione delle condizioni imposta dal mercato, la globalizzazione di cui non si può parlare: a nessuno piace competere con la semi-schiavitù. Il saggio termina con una proposta, che si dice hobbesiana: arrivare ala giustizia globale accrescendo l'ingiustizia... Ciò che Hobbes constatava, non compiaciuto, verrebbe progettato.
Thomas Nagel, È possibile una giustizia globale?, con introduzione di Salvatore Veca, Laterza, pp. XXX, 71, € 8
sabato 13 marzo 2010
Il Kulturkampf pedofilo
Non ci sono preti pedofili in Italia? Purtroppo sì. E in Francia? O in Spagna, che è socialista e molto laica, certo non tenera con i preti? Ma non c’è in questi paesi una maggioranza protestante, come in Germania, Gran Bretagna e negli Usa – e in Irlanda e Austria, che sono propaggini culturali. Non ci sono i soldi, le organizzazioni, i giornali ancora in guerra coi papisti o coi gesuiti, come qualche secolo fa, riproducendo in tutto, negli argomenti e nel tono degli argomenti, il Kulturkampf con cui la Prussia piegò dopo il 1866 la Germania appena conquistata, la guerra culturale. Né ci sono, come è il caso negli Usa, un paese dove anche la giustizia è business, gli avvocati a percentuale, che propongono cause gratis pagandosi a percentuale del dividendo: personaggi senza scrupoli, sempre ai confini del ricatto, specializzati nella sanità e nell'infortunistica, dove ci sono di mezzo ricche assicurazioni, per i quali sono un filone d'oro i fondi che la chiesa ha disposto a risarcimento degli abusati.
Il direttore della sala stampa vaticana dice che i casi dei preti sono una piccola parte della pedofilia, e questo non dice bene: anche un solo caso fa scandalo, l’orgoglio del moralismo non va lasciato ai riformati. Ma è vero che l’indignazione è solo pregiudizio, e scandalismo.
Si riproduce in questo caso specifico ciò che avviene in grande. Che in questo mondo globale, senza più guerre ideologiche né di potenza (non di potenza dichiarata), si torna alle guerre di religione. Improvvisate, sudaticce, disgustose, ma sanguinarie. Contro i cristiani ovunque in Asia e in Africa, è caccia libera per islamici e indù, benché già da alcuni secoli i cristiani non ammazzino più gli infedeli. E all’interno della cristianità è caccia al cattolico, meglio se prete.
Il direttore della sala stampa vaticana dice che i casi dei preti sono una piccola parte della pedofilia, e questo non dice bene: anche un solo caso fa scandalo, l’orgoglio del moralismo non va lasciato ai riformati. Ma è vero che l’indignazione è solo pregiudizio, e scandalismo.
Si riproduce in questo caso specifico ciò che avviene in grande. Che in questo mondo globale, senza più guerre ideologiche né di potenza (non di potenza dichiarata), si torna alle guerre di religione. Improvvisate, sudaticce, disgustose, ma sanguinarie. Contro i cristiani ovunque in Asia e in Africa, è caccia libera per islamici e indù, benché già da alcuni secoli i cristiani non ammazzino più gli infedeli. E all’interno della cristianità è caccia al cattolico, meglio se prete.
Pasolini si documentava con gli spioni
È sconfortante sapere che Pasolini si documentava su robaccia tipo “Questo è Cefis”, di un Corrado Ragozzino, in arte Giorgio Steimetz, un informatore. Anche se il presunto “capitolo Dell’Utri” di “Petrolio” non esistesse. Fa cascare le braccia che uno che voleva scrivere il Romanzo del Secolo dialogasse con simili testimoni. Ancora più sconforta che nessuno dei tanti letterati che seguono la vicenda del capitolo mancante se ne meravigli. L’Eni c’è già, e anche Cefis, nel romanzo qual è stato pubblicato. Con essi lo scrittore è superficialmente negativo, e ora si capisce perché.
Non c’è contenuto in “Questo è Cefis”, solo minacce di contenuti: allusioni, deduzioni, anatemi. L’agenzia Milano Informazioni che “Questo è Cefis” ha editato, spiega Carla Benedetti pubblicando il libro nel suo sito ilprimoamore.com, non ha fatto una tiratura né una distribuzione, ha solo messo in circolazione qualche copia, per condizionare Cefis. Non si dice ricattare per non incorrere in qualche avente causa, ma il senso è quello. Era la prassi allora in gran numero di queste “agenzie” di stampa, alcune delle quali mandavano note in esclusiva agli abbonati, mentre altre ciclostilavano un bollettino, settimanale o bi-trisettimanale, ma sempre per gli abbonati, in circolazione riservata, esclusiva eccetera, e gli abbonati erano i politici più potenti e gli enti economici. Senza che mai nessuno, tra i politici e i manager cui queste veline si indirizzavano, le prendesse mai sul serio. Né nessun giornalista, per quanto portato allo scandalo e al pettegolezzo – Cefis ha avuto ben altri critici, Scalfari, Turani.
Era un piccolo business sicuro. Che “La gioia del giorno”, il primo volume del romanzo del Secolo di Astolfo, rappresenta proliferante a Milano, specie nelle “guerre chimiche”, nella scalata dell’Eni a Montedison, e nella “chimica dei pareri di conformità”, con comitati di piccoli azionisti, avvocaticchi, deleghe alle assemblee, e informative dei servizi segreti, ovviamente sempre “deviati”. Una disinformacija di cui “Non c’è anarchico felice”, il secondo volet del ciclo, di recente pubblicazione (Lampi di Stampa, pp. 676, € 21), reca in più punti traccia, riferendosi a “una ditta Lupo-Pecottini” (quest’ultimo per molti aspetti un calco del seriosissimo Pecorelli, morto poi assassinato, che con i servizi segreti gestiva l’agenzia “O.P.”):
“È la potenza della campagna «Mancini lader», che va ora in autonomia. Il signor Pontedera, personaggio d’autore, è sparito. Lettere anonime affluiscono, affluirebbero, pare, in Procura, dettagliate seppure non documentate, su carta intestata dell’Anas, Lupo ne aveva fotocopia già prima del blocco della collaborazione: l’onorevole socialista ha fatto costruire, quand’era ministro, un’autostrada di quattrocento chilometri in quattro anni, uno scandalo, che il potere dei funzionari dell’Anas, basato sui ritardi, i rinvii, e le revisioni di prezzo, fa svanire…” (p.41)
“A Roma si costituirà il Partito Armato, all’assemblea di Potere Operaio, al Palazzo dei Congressi. Lupo è riapparso per profetizzarlo a Milano: Pesce, Piperno e Scalzone, che per questo ha lasciato Milano per Roma, metteranno in minoranza il moderato Negri e andranno in clandestinità, in attesa del golpe. L’assemblea sarà partecipata, attraverso un innominato sociologo, dal ministero, sempre secondo il famelico Lupo” (pp.127-128)
“Certo, il fatto c’è, c’entri o no la Cia, o il consigliere per la Sicurezza Nazionale dottor Kissinger, accreditato in simultanea da Lupo e dal suo amico Pecottini: i primi visti Usa mai concessi a comunisti italiani, anzi addirittura degli inviti, andranno ai due massimi responsabili militari del Pci (p.302)
“Arriva Lupo con un quadro della sorella, che autentica come Guercino, per il quale chiede esattamente 49 milioni”(p.600).
Le stesse note circolavano nei mattinali dei servizi segreti, a giudicare dalle veline che “L’Espresso” pubblicò nel 1972, o 1973. Che il presidente del consiglio Rumor avrebbe passato a Cefis, o Cefis avrebbe passato a Rumor, non si seppe. E venivano a loro volta utilizzate, a scopi per così dire dissuasivi, da politici e potentati. “Milano Informazioni” era gestita in realtà da Graziano Verzotto, un ex senatore di Palermo, uno dei veneti disinvolti che hanno fatto fortuna nella capitale siciliana, dove come si sa la mafia non c’è, plurinquisito per più magagne, che si è accreditata la fiducia di Mattei e De Mauro, dopo morti, ma che Mattei e Cefis tennero accuratamente lontano e anzi in sospetto.
Alla natura di queste note si rifà d’altra parte tutta la questione del capitolo mancante di “Petrolio”. Se ne parla infatti da un anno e mezzo, da quando il fotografo editore di Pavia Giovanni Giovanetti ha annunciato la ripubblicazione di “Questo è Cefis”. C’è stato poi un libro che ha ripreso la questione, allargandola a ogni possibile piega complottistica: “Profondo nero” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (ed. Chiarelettere). Che riprende "Il Petrolio delle stragi" di Gianni D'Elia, “inchiesta” pubblicata tre anni prima dallo stesso Giovanetti, e il dossier di Lucarelli e Borgna "Così morì Pasolini", pubblicato quattro anni prima da "Micromega". Una storia, insomma, che non finisce mai. Il 9 aprile ne ha parlato ampiamente Luigi Mascheroni sul “Giornale”, che forse Dell’Utri non legge – o legge.
“Forse Pasolini non è stato ucciso da un ragazzo di vita perché omosessuale, ma da sicari prezzolati dai poteri occulti in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti”, questo è, per intendersi, il pensiero di Giovanetti, che sempre ci promette “Questo è Cefis”. Giovannetti è peraltro di Pavia, la stessa città del procuratore Vincenzo Calia, che, non avendo forse niente da fare, si dedica da una ventina d’anni alla morte di Enrico Mattei. Tra carte di questo tipo: un appunto del Sismi secondo il quale la Loggia P2 è stata fondata da Cefis, che l’ha diretta fino a quando fu presidente della Montedison, e poi l’ha lasciata a Gelli… Che conferma quello che tutti sanno. Eccetto, purtroppo, Pasolini e i suoi esegeti.
La speranza è che “Petrolio”, che a parte la pornografia non è granché, ed è stato pubblicato incompleto postumo, fosse un romanzo accantonato da Pasolini, più che non finito - le allusioni dell’agenzia Milano Informazioni su l’Eni e Cefis non sono la parte peggiore del libro. Ma le tante redazioni letterarie, i critici, gli storici della letteratura e dell’editoria, che su “Questo è Cefis” si esercitano, quelli sono proprio sconfortanti. Anche se c’è il conforto di sapere che il paese è migliore dei suoi letterati, insomma un po’ serio, un pochino.
Non c’è contenuto in “Questo è Cefis”, solo minacce di contenuti: allusioni, deduzioni, anatemi. L’agenzia Milano Informazioni che “Questo è Cefis” ha editato, spiega Carla Benedetti pubblicando il libro nel suo sito ilprimoamore.com, non ha fatto una tiratura né una distribuzione, ha solo messo in circolazione qualche copia, per condizionare Cefis. Non si dice ricattare per non incorrere in qualche avente causa, ma il senso è quello. Era la prassi allora in gran numero di queste “agenzie” di stampa, alcune delle quali mandavano note in esclusiva agli abbonati, mentre altre ciclostilavano un bollettino, settimanale o bi-trisettimanale, ma sempre per gli abbonati, in circolazione riservata, esclusiva eccetera, e gli abbonati erano i politici più potenti e gli enti economici. Senza che mai nessuno, tra i politici e i manager cui queste veline si indirizzavano, le prendesse mai sul serio. Né nessun giornalista, per quanto portato allo scandalo e al pettegolezzo – Cefis ha avuto ben altri critici, Scalfari, Turani.
Era un piccolo business sicuro. Che “La gioia del giorno”, il primo volume del romanzo del Secolo di Astolfo, rappresenta proliferante a Milano, specie nelle “guerre chimiche”, nella scalata dell’Eni a Montedison, e nella “chimica dei pareri di conformità”, con comitati di piccoli azionisti, avvocaticchi, deleghe alle assemblee, e informative dei servizi segreti, ovviamente sempre “deviati”. Una disinformacija di cui “Non c’è anarchico felice”, il secondo volet del ciclo, di recente pubblicazione (Lampi di Stampa, pp. 676, € 21), reca in più punti traccia, riferendosi a “una ditta Lupo-Pecottini” (quest’ultimo per molti aspetti un calco del seriosissimo Pecorelli, morto poi assassinato, che con i servizi segreti gestiva l’agenzia “O.P.”):
“È la potenza della campagna «Mancini lader», che va ora in autonomia. Il signor Pontedera, personaggio d’autore, è sparito. Lettere anonime affluiscono, affluirebbero, pare, in Procura, dettagliate seppure non documentate, su carta intestata dell’Anas, Lupo ne aveva fotocopia già prima del blocco della collaborazione: l’onorevole socialista ha fatto costruire, quand’era ministro, un’autostrada di quattrocento chilometri in quattro anni, uno scandalo, che il potere dei funzionari dell’Anas, basato sui ritardi, i rinvii, e le revisioni di prezzo, fa svanire…” (p.41)
“A Roma si costituirà il Partito Armato, all’assemblea di Potere Operaio, al Palazzo dei Congressi. Lupo è riapparso per profetizzarlo a Milano: Pesce, Piperno e Scalzone, che per questo ha lasciato Milano per Roma, metteranno in minoranza il moderato Negri e andranno in clandestinità, in attesa del golpe. L’assemblea sarà partecipata, attraverso un innominato sociologo, dal ministero, sempre secondo il famelico Lupo” (pp.127-128)
“Certo, il fatto c’è, c’entri o no la Cia, o il consigliere per la Sicurezza Nazionale dottor Kissinger, accreditato in simultanea da Lupo e dal suo amico Pecottini: i primi visti Usa mai concessi a comunisti italiani, anzi addirittura degli inviti, andranno ai due massimi responsabili militari del Pci (p.302)
“Arriva Lupo con un quadro della sorella, che autentica come Guercino, per il quale chiede esattamente 49 milioni”(p.600).
Le stesse note circolavano nei mattinali dei servizi segreti, a giudicare dalle veline che “L’Espresso” pubblicò nel 1972, o 1973. Che il presidente del consiglio Rumor avrebbe passato a Cefis, o Cefis avrebbe passato a Rumor, non si seppe. E venivano a loro volta utilizzate, a scopi per così dire dissuasivi, da politici e potentati. “Milano Informazioni” era gestita in realtà da Graziano Verzotto, un ex senatore di Palermo, uno dei veneti disinvolti che hanno fatto fortuna nella capitale siciliana, dove come si sa la mafia non c’è, plurinquisito per più magagne, che si è accreditata la fiducia di Mattei e De Mauro, dopo morti, ma che Mattei e Cefis tennero accuratamente lontano e anzi in sospetto.
Alla natura di queste note si rifà d’altra parte tutta la questione del capitolo mancante di “Petrolio”. Se ne parla infatti da un anno e mezzo, da quando il fotografo editore di Pavia Giovanni Giovanetti ha annunciato la ripubblicazione di “Questo è Cefis”. C’è stato poi un libro che ha ripreso la questione, allargandola a ogni possibile piega complottistica: “Profondo nero” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (ed. Chiarelettere). Che riprende "Il Petrolio delle stragi" di Gianni D'Elia, “inchiesta” pubblicata tre anni prima dallo stesso Giovanetti, e il dossier di Lucarelli e Borgna "Così morì Pasolini", pubblicato quattro anni prima da "Micromega". Una storia, insomma, che non finisce mai. Il 9 aprile ne ha parlato ampiamente Luigi Mascheroni sul “Giornale”, che forse Dell’Utri non legge – o legge.
“Forse Pasolini non è stato ucciso da un ragazzo di vita perché omosessuale, ma da sicari prezzolati dai poteri occulti in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti”, questo è, per intendersi, il pensiero di Giovanetti, che sempre ci promette “Questo è Cefis”. Giovannetti è peraltro di Pavia, la stessa città del procuratore Vincenzo Calia, che, non avendo forse niente da fare, si dedica da una ventina d’anni alla morte di Enrico Mattei. Tra carte di questo tipo: un appunto del Sismi secondo il quale la Loggia P2 è stata fondata da Cefis, che l’ha diretta fino a quando fu presidente della Montedison, e poi l’ha lasciata a Gelli… Che conferma quello che tutti sanno. Eccetto, purtroppo, Pasolini e i suoi esegeti.
La speranza è che “Petrolio”, che a parte la pornografia non è granché, ed è stato pubblicato incompleto postumo, fosse un romanzo accantonato da Pasolini, più che non finito - le allusioni dell’agenzia Milano Informazioni su l’Eni e Cefis non sono la parte peggiore del libro. Ma le tante redazioni letterarie, i critici, gli storici della letteratura e dell’editoria, che su “Questo è Cefis” si esercitano, quelli sono proprio sconfortanti. Anche se c’è il conforto di sapere che il paese è migliore dei suoi letterati, insomma un po’ serio, un pochino.
Le Note di servizio fanno paura ai Pd
Arrivati alle Note di servizio, i cattolici del partito Democratico hanno drizzato le orecchie, da Marini a Franceschini e Tonini – e, si dice, all’imperturbabile Prodi. Un po’ tutti, si dice, con l’eccezione della vispa Bindi.
Le Note di servizio sono gli sfoghi che ufficiali e sottufficiali dei carabinieri mettono per iscritto, in genere a carico dei non criminali, registrando opinioni, confidenze, invidie, e anche le calunnie, senza fonti né pezze d’appoggio, appena un “si dice”. Un genere piemontese, che opprime l’Italia unitaria da un secolo, e che di norma resta confinato alle caserme. In passato le Note di servizio si erano distinte in Sicilia contro noti galantuomini isolani, Giuseppe Alessi, Michele Pantaleoni, Giuseppe La Loggia – un ammasso d’infamie che emerse alle prime Commissioni d’inchiesta sulla mafia, e ne determinò la concorde obliterazione a ogni effetto pratico. Molte sono finite in passato sui giornali, in tutti i giornali si sa, ma sempre in forma anonima, come pegno dell'alleanza tra l'infornatore, ufficiale o sottufficiale, e il giornalista. Questa è la prima volta che si pubblicano dichiaratamente come Note di servizio, e questo ha fatto la differenza.
Vedere le Note di servizio dichiararsi sui giornali, a opera delle giornaliste di D’Alema, deve aver fatto accapponare la pelle ai molti, soprattutto agli ex Dc, se ora se ne dicono preoccupati. C’erano stati scambi allarmati già in precedenza, sullo straripamento dei giudici nelle elezioni, con le liste negate, le intercettazioni, le sentenze just-in-time. Giudici non noti, e quindi, si presumeva inizialmente, di cultura diversa, radicale, o alla Che Guevara. Ma le Note di servizio dei carabinieri ecologici, e poi Trani, hanno fatto sorgere il fantasma odiato di D’Alema.
Le Note di servizio sono gli sfoghi che ufficiali e sottufficiali dei carabinieri mettono per iscritto, in genere a carico dei non criminali, registrando opinioni, confidenze, invidie, e anche le calunnie, senza fonti né pezze d’appoggio, appena un “si dice”. Un genere piemontese, che opprime l’Italia unitaria da un secolo, e che di norma resta confinato alle caserme. In passato le Note di servizio si erano distinte in Sicilia contro noti galantuomini isolani, Giuseppe Alessi, Michele Pantaleoni, Giuseppe La Loggia – un ammasso d’infamie che emerse alle prime Commissioni d’inchiesta sulla mafia, e ne determinò la concorde obliterazione a ogni effetto pratico. Molte sono finite in passato sui giornali, in tutti i giornali si sa, ma sempre in forma anonima, come pegno dell'alleanza tra l'infornatore, ufficiale o sottufficiale, e il giornalista. Questa è la prima volta che si pubblicano dichiaratamente come Note di servizio, e questo ha fatto la differenza.
Vedere le Note di servizio dichiararsi sui giornali, a opera delle giornaliste di D’Alema, deve aver fatto accapponare la pelle ai molti, soprattutto agli ex Dc, se ora se ne dicono preoccupati. C’erano stati scambi allarmati già in precedenza, sullo straripamento dei giudici nelle elezioni, con le liste negate, le intercettazioni, le sentenze just-in-time. Giudici non noti, e quindi, si presumeva inizialmente, di cultura diversa, radicale, o alla Che Guevara. Ma le Note di servizio dei carabinieri ecologici, e poi Trani, hanno fatto sorgere il fantasma odiato di D’Alema.
Con D’Alema tornano i dossier
C’è un simul stabunt, simul cadent, un accordo non scritto tra Berlusconi e D’Alema sugli scandali? Sempre più numerosi e rumorosi, e sempre più ineffettuali? Nel partito di Casini tutti lo dicono, e anche alcuni tra i bianchi del Pd? Sono troppi gli scandali sollevati da D’Alema contro Berlusconi, si dice, di nessun effetto politico però, se non di riportare a galla lo stesso D’Alema: D’Addario, La Maddalena, Trani.
D’Alema, si aggiunge, che Berlusconi ha voluto al Copasir, cioè ai servizi segreti. Dopo avere rifiutato la mano tesa di Veltroni, che lo invitava a una reale pacificazione della politica, la cosiddetta normalità. Come se ci fosse un interesse comune tra i due, se non una intesa, a fronteggiarsi reciprocamente, ma allora in perdita per il partito Democratico e l'opposizione.
Anche il presidente Napolitano avrebbe preso le distanze da D’Alema, che pure fu il suo grande elettore al Quirinale. Ma più pesano i timori, non celati, dei cattolici. Che già avevano visto come fumo negli occhi la loro esclusione dalle candidature a presidente di Regione. Con l’imposizione a Roma di una radicale, e che radicale, e a Napoli di un bassoliniano. Solo in Calabria avevano avuto una candidatura, dove la partita era perduta. Se c’è preoccupazione non c’è però allarme tra i democratici anti-dalemiani. Che le elezioni si aspettano comunque perdute, col passaggio della Calabria al centro-destra, e quattro Regioni già di sinistra comunque in bilico, “malgrado i dossier e le radicalate”.
C’è di che alimentare l’inquietudine, del resto, nella pratica delle intercettazioni. Di cui si sa, i politici ne sono certi, che si fanno a tappeto, non incidentalmente. E vengono poi servite a questo o quel Procuratore. Anche se non appare chiaro chi tira i fili. Ma i Procuratori sono sempre “compagni”, questa è una certezza. Un’altra certezza è che Berlusconi ci guazza: si sa controllato, e tuttavia ci dà dentro. Attento a non dire o fare nulla di imputabile (raccomanda attrici a cui non viene data nemmeno una porticina, sparla di Santoro), giusto quanto basta a farne il mattatore di giornata. È una tattica? Non se ne vede la ratio, a meno che non sia un qualche segreto delle tecniche di comunicazione. Ma le intercettazioni a tappeto ci sono, e hanno già abbattuto Prodi - il secondo Prodi e forse anche il primo.
Con le ultime intercettazioni D’Alema avrebbe proiettato su Roma e da Roma l’apparato poliziesco-giornalistico che aveva rodato in Puglia contro Vendola. E questa è un'altra certezza. Dopo la riuscita liquidazione definitiva dieci mesi fa, dopo le elezioni amministrative, del ticket Veltroni-Franceschini. A Berlusconi, in questa vicenda da "Duellanti", la sfida tornerebbe comoda per mobilitare il suo voto, altrimenti minacciato dall’assentesimo, come sempre alle tornate amministrative tra i suoi non fanatizzati sostenitori.
D’Alema, si aggiunge, che Berlusconi ha voluto al Copasir, cioè ai servizi segreti. Dopo avere rifiutato la mano tesa di Veltroni, che lo invitava a una reale pacificazione della politica, la cosiddetta normalità. Come se ci fosse un interesse comune tra i due, se non una intesa, a fronteggiarsi reciprocamente, ma allora in perdita per il partito Democratico e l'opposizione.
Anche il presidente Napolitano avrebbe preso le distanze da D’Alema, che pure fu il suo grande elettore al Quirinale. Ma più pesano i timori, non celati, dei cattolici. Che già avevano visto come fumo negli occhi la loro esclusione dalle candidature a presidente di Regione. Con l’imposizione a Roma di una radicale, e che radicale, e a Napoli di un bassoliniano. Solo in Calabria avevano avuto una candidatura, dove la partita era perduta. Se c’è preoccupazione non c’è però allarme tra i democratici anti-dalemiani. Che le elezioni si aspettano comunque perdute, col passaggio della Calabria al centro-destra, e quattro Regioni già di sinistra comunque in bilico, “malgrado i dossier e le radicalate”.
C’è di che alimentare l’inquietudine, del resto, nella pratica delle intercettazioni. Di cui si sa, i politici ne sono certi, che si fanno a tappeto, non incidentalmente. E vengono poi servite a questo o quel Procuratore. Anche se non appare chiaro chi tira i fili. Ma i Procuratori sono sempre “compagni”, questa è una certezza. Un’altra certezza è che Berlusconi ci guazza: si sa controllato, e tuttavia ci dà dentro. Attento a non dire o fare nulla di imputabile (raccomanda attrici a cui non viene data nemmeno una porticina, sparla di Santoro), giusto quanto basta a farne il mattatore di giornata. È una tattica? Non se ne vede la ratio, a meno che non sia un qualche segreto delle tecniche di comunicazione. Ma le intercettazioni a tappeto ci sono, e hanno già abbattuto Prodi - il secondo Prodi e forse anche il primo.
Con le ultime intercettazioni D’Alema avrebbe proiettato su Roma e da Roma l’apparato poliziesco-giornalistico che aveva rodato in Puglia contro Vendola. E questa è un'altra certezza. Dopo la riuscita liquidazione definitiva dieci mesi fa, dopo le elezioni amministrative, del ticket Veltroni-Franceschini. A Berlusconi, in questa vicenda da "Duellanti", la sfida tornerebbe comoda per mobilitare il suo voto, altrimenti minacciato dall’assentesimo, come sempre alle tornate amministrative tra i suoi non fanatizzati sostenitori.
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