Il Professore è arrabbiato, il mondo lo indigna. Ma il tentativo di Franco Cordelli di “aprire il dibattito” sul suo pamphlet, benché avviato con argomenti di peso, e sostenuto dal “Corriere della sera”, è caduto nel nulla. Il pamphlet stesso è della realtà che denuncia: la polemica vuole essere breve, ma non epidermica.
Ferroni vaga incupito, nella prima parte, a Torino tra la Fiera del Libro e piazza San Carlo, dove Maria De Filippi registra “Amici”. Trova tutto nero, non solo troppe chiacchiere ma anche troppi libri. In treno trova le conversazioni da treno. Che ci sono sempre state, almeno da quando ci sono i treni. Gli danno fastidio gli applausi ai funerali (quando c’era l’Avvocato Agnelli i giornalisti lo applaudivano sempre a Torino, quando ogni anno celebrava i successi di allora, avesse visto allora, Ferroni). Non ama i romanzi lunghi. E non sopporta “l’insopportabile arcadia del noir”. Propone allora un’ecologia delle comunicazioni, del tipo limiti allo sviluppo. Con “un’ecologia del libro, e della letteratura”. E dei battimani?
È un male comune. Altri accademici e critici militanti, da Citati a Pedullà, Ficara, Cortellessa, si sono trovati disoccupati nel Millennio. Ma ne hanno ragionato. Qui invece è come se il riservato professore, in età adulta, scoprisse il mondo. Nella seconda metà del libro non si perita infatti di salvare un centinaio di scrittori che la letto con interesse, compilandone schede lusinghiere. In particolare di racconti, le narrazioni brevi preferendo ai romanzi. La gioia, si potrebbe dire, del critico militante, che lavora sui testi e gli autori, da cui si era finora tenuto lontano, cento autori salvati in queste ultime stagioni non sono pochi. Scopre anche Arbasino, e René Girard. E dunque cosa affligge l’autore?
Ci sono un paio di modi semplici per attaccare questo nulla. Il più semplice è l’autonomia del critico. Il mercato dei libri disturba perché usa la critica a scopo promozionale; anticipazioni, sigillo d’autore, presentazioni, risvolti e quarte di copertina, recensioni, premi letterari. E la critica per ipocrisia o corruzione si presta. Le altre cose si vendono vantando doti intrinseche (qualità, solidità, durata, brillantezza). O con ausili esterni (personaggi, situazioni, dialoghi, slogan) in grado di richiamare l’attenzione. I libri si vogliono vendere con la critica, e i critici si acconciano – magari gratis.
Ferroni non ci fa caso: per lui il mercato (la contemporaneità) è brutto, e basta. Né fa caso all’altro evidente strumento di omologazone nell’indistinto: la coltre di smog che ha planato sulle lettere italiane. Dopo la lunga e sterile stagione del neo realismo obbligato. A opera dello stessa intellettualità, che, seppure perdente, resta dominante.
L’intellettualità italiana, compresa quella letteraria, è sopravvissuta al crollo dell’impalcatura che essa sosteneva, tanto invadente quanto arrugginita e soffocante. Non si è pentita (non ha fatto autocritica), come pure era abituata a fare sotto l’impalcatura per questioni anche minime, e quindi galleggia nel vuoto. Facendone colpevole il resto del mondo, e per prima ovviamente l’Italia. Da una trentina d’anni ormai. Tutto soffocando: uno scrittore nuovo, uno vero, un poeta, una poetica, un’idea? Tutta la capacità combinatoria maturata quando il Novecento era ancora in vita, di “decostruzioni, decentramenti, ricostruzioni del senso” (Ferroni) si è perduta in questa pervicace rimozione, a parte l’indignazione. Ferroni stesso, che è il migliore di questi peggiori, evidentemente ne è parte.
C’è una trahison des clercs molto palpabile nei giornali e nell’editoria, che però devono “stare nel mercato”. Quella della scuola, che manda fuori ragazzi che non sanno fare le addizioni, e dell’università, che lamenta i mezzi limitati mentre fa sprechi pazzeschi, di soldi e d’intelligenza, è solo tradimento e basta. Ferroni stesso lo dice senza volerlo chiudendo le tre pagine che dedica al romanzo di Veltroni: “Ma Berlusconi avrà bisogno di scrivere (o farsi scrivere) un romanzo?” È quello che fa la differenza (che fa vincere Berlusconi): Berlusconi non ha bisogno di menate il torrone, non si camuffa.
Giulio Ferroni, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Laterza, pp. 110, €9
sabato 8 maggio 2010
Che superbi letterati, i russi
Libro specialistico sulla prima poesia russa dell’Ottocento – il tema principale è “Gli arcaisti e Puškin”. Testimonianza di una superba civiltà letteraria, senza paragoni (una questione della lingua di questa intesità non c'è in nessuna epoca in Inghilterra o Francia o Germania, solo in Italia, ma meno insistita e condivisa, meno colta anche). All’epoca di riferimento e ancora un secolo dopo, con la geniale scuola critica.
Jurij N. Tynjanov, Formalismo e storia letteraria
Jurij N. Tynjanov, Formalismo e storia letteraria
Bertolaso mette la giudiziaria allo specchio
Un viso solare da una parte, visi torvi dall’altra, un po’ sporchetti. Non è piaciuta ai cronisti giudiziari, costretti alla messa in pagina delle “intercettazioni” dall’altra parte della storia, l’autodifesa di Bertolaso a palazzo Chigi. Nello speciale più seguito e più visto di Sky Tg, benché lungo un’ora e mezza. Perché il sottosegretario li ha presi al loro gioco: ha inscenato lui il processo nel quale i cronisti giudiziari lo costringono da tre o quattro mesi. Una mossa geniale. Partita palesemente da quella che è la “verità” della televisione: non conta quello che dico, conta come appaio. Che potrebbe aprire una nuova stagione della controinformazione, anche nei talk show, il computer consentendo di ripristinare dal vivo, con l’immagine, le superchierie della giudiziaria.
La cronaca giudiziaria, che domina il giornalismo italiano dal 1992, era la parte nascosta del giornale: un giornalismo viscido, dove circolano molti dossier, e informazioni pilotate di parte. E tale è rimasta, anche se fa le prime pagine e i quattro quinti del giornalismo. Al vecchio praticone delle questure e dei tribunali è succeduta la signorina laureata in legge, ma l’animo è sempre lo stesso: accusare. Senza scrupolo di verità, senza sensibilità, e senza nemmeno coerenza (si può dire oggi il contrario di ieri). Se non c’è scandalo non c’è giornalismo, per questi cronisti. Il tutto sempre nell’ombra, senza mai dichiarare la fonte, o l’interesse che si sta servendo, economico o politico che sia.
Il lato oscuro della cronaca giudiziaria è anzi, se possibile, peggiorato. Per due aspetti non secondari. Il primo, e più importante, è che il cronista giudiziario fa ora parte di un’associazione a delinquere - ora cioè col moltiplicarsi dell’indiscrezione. La guerra tra Sarzanini e D’Avanzo a chi arriva prima sullo scandalo potrebbe essere epica, se non fosse squallida. Il giudiziario non può avere le necessarie indiscrezioni (anticipazioni, intercettazioni, voci) se non in un sistema di scambio con procuratori, avvocati, mediatori, e funzionari pubblici infedeli, nella magistratura e nella polizia giudiziaria, che trafficano le informazioni riservate. Alcune volte per soldi. Altre volte per favorire un concorrente contro l’altro. Più spesso per il mercato delle influenze: il sostegno per la carriera amministrativa, politica, di pentito, di mercato.
La cronaca giudiziaria, che domina il giornalismo italiano dal 1992, era la parte nascosta del giornale: un giornalismo viscido, dove circolano molti dossier, e informazioni pilotate di parte. E tale è rimasta, anche se fa le prime pagine e i quattro quinti del giornalismo. Al vecchio praticone delle questure e dei tribunali è succeduta la signorina laureata in legge, ma l’animo è sempre lo stesso: accusare. Senza scrupolo di verità, senza sensibilità, e senza nemmeno coerenza (si può dire oggi il contrario di ieri). Se non c’è scandalo non c’è giornalismo, per questi cronisti. Il tutto sempre nell’ombra, senza mai dichiarare la fonte, o l’interesse che si sta servendo, economico o politico che sia.
Il lato oscuro della cronaca giudiziaria è anzi, se possibile, peggiorato. Per due aspetti non secondari. Il primo, e più importante, è che il cronista giudiziario fa ora parte di un’associazione a delinquere - ora cioè col moltiplicarsi dell’indiscrezione. La guerra tra Sarzanini e D’Avanzo a chi arriva prima sullo scandalo potrebbe essere epica, se non fosse squallida. Il giudiziario non può avere le necessarie indiscrezioni (anticipazioni, intercettazioni, voci) se non in un sistema di scambio con procuratori, avvocati, mediatori, e funzionari pubblici infedeli, nella magistratura e nella polizia giudiziaria, che trafficano le informazioni riservate. Alcune volte per soldi. Altre volte per favorire un concorrente contro l’altro. Più spesso per il mercato delle influenze: il sostegno per la carriera amministrativa, politica, di pentito, di mercato.
Il non governo è di sinistra?
Nuovi beniamini della sinistra postcomunista, dopo Moretti, Di Pietro e Grillo, sono quelli dello sfascio, Casini e Fini. I due eterni giovani, che non sanno quello che vogliono, ma lo vogliono subito. Mentre subito il lavoro di gran lena riprende, dopo lo choc delle elezioni regionali, per azzoppare il governo, impedirgli di governare. Con l’“assoluzione” di Marrazzo, povera stella – e la giunta che si vorrebbe subito sciolta della Polverini. La condanna di Storace, per sentito dire. La condanna di Verdini, anche se ancora deve essere sentito dai giudici. L’anticipazione che e tre o quattro ministri, fra i tanti ascoltati (intercettati), promettono di nutrire grassi dossier. E ancora manca la Sicilia, che sempre è piena di sorprese. Sotto gli scandali, lo scandalo è il moralismo
Questo Berlusconi non finisce mai di riempire la cronaca nera. Ma nessuno più ci crede: siamo al punto che se un Berlusconi vero, non il sosia che dice le barzellette, scendesse a Largo Chigi, accompagnato dai suoi guardioni, e pugnalasse il primo che passa, la gente direbbe che se lo sono inventato i giornali. Perché il punto è, la gente non lo sa ma lo “sa”, lo fiuta, che Berlusconi sarà pure un lestofante, ma l’interesse di chi ce lo ha buttato e ce lo butta addosso è di impedirgli di governare, se gliene venisse l’uzzolo, dato che nei prossimi tre anni non avrà nient’altro da fare.
Che i giudici siano antiberlusconiani, o solo nemici di qualsiasi politico che tenti di farli lavorare, questo è irrilevante: nessun giudice fa opinione in Italia. Mentre la gente sa che “i giornali”, cioè i padroni dei giornali, e alcuni giornalisti pieni di se stessi, vedono come il fumo negli occhi che un governo, qualsiasi governo, governi. Perché questa sinistra tiene loro bordone?
Questo Berlusconi non finisce mai di riempire la cronaca nera. Ma nessuno più ci crede: siamo al punto che se un Berlusconi vero, non il sosia che dice le barzellette, scendesse a Largo Chigi, accompagnato dai suoi guardioni, e pugnalasse il primo che passa, la gente direbbe che se lo sono inventato i giornali. Perché il punto è, la gente non lo sa ma lo “sa”, lo fiuta, che Berlusconi sarà pure un lestofante, ma l’interesse di chi ce lo ha buttato e ce lo butta addosso è di impedirgli di governare, se gliene venisse l’uzzolo, dato che nei prossimi tre anni non avrà nient’altro da fare.
Che i giudici siano antiberlusconiani, o solo nemici di qualsiasi politico che tenti di farli lavorare, questo è irrilevante: nessun giudice fa opinione in Italia. Mentre la gente sa che “i giornali”, cioè i padroni dei giornali, e alcuni giornalisti pieni di se stessi, vedono come il fumo negli occhi che un governo, qualsiasi governo, governi. Perché questa sinistra tiene loro bordone?
giovedì 6 maggio 2010
Il “genere” della nuova umanità
Un pamphlet sconveniente, che la storica cattolica, già edita dal Mulino e da Laterza, deve pubblicare in casa, con l’editrice della omonima associazione di spiritualità di diritto pontificio. È uno svelto uppercut al “genere”, la nuova ideologia (ma non è una filosofia?) dell’essere umano indistinto sessualmente, clone della nuova umanità. Umberto Veronesi ne ha annunciato un paio d’anni fa l’avvento: “L’umanità sarà bisessuale”, perpetuamente transgender cioè, separando la sessualità dalla procreazione, che si farà in provetta. Un esito dell’eugenetica che neanche il dottor Mengele avrebbe saputo concepire, auspicato con la sovrana indifferenza del monumento sopravvissuto a se stesso: l’“uomo nuovo”, senza Dio e senza natura.
Il genere non è nuovo: si ipotizzava già a fine Settecento, nella civiltà degli automi, con le “Misantrofile” e altri manichini. Un secolo dopo era materia di sperimentazione scientifica, con i soldi dei Krupp e di Theodor Roosevelt, in Germania e negli Usa, nell’ambito dell’eugenetica. Un secolo dopo è vangelo all’Onu, e all’Unione europea, facendo leva non più sulla licenza ma sull’igiene e l’uguaglianza. La progressione è impressionante. Fra il 2000 e il 2006 l’Ue ha speso tre miliardi e mezzo di euro, attraverso il Fondo sociale, per finanziare il genere – un quarto dei quali nella sola Italia. La cifra non è plausibile, anche perché gli anni sono quelli della Ue dei cattolici Prodi e Barroso. E tuttavia un decimo dei tre miliardi e mezzo sarebbe già tanto, considerata la tirchieria del Fondo Sociale Europeo in altri campi. Ma forse non tutto è perduto, l’umanità deve pur sopravvivere anche al genere della “nuova umanità”, che è suicidario.
Giulia Galeotti, Gender-Genere, Viverein, pp.101, € 5
Il genere non è nuovo: si ipotizzava già a fine Settecento, nella civiltà degli automi, con le “Misantrofile” e altri manichini. Un secolo dopo era materia di sperimentazione scientifica, con i soldi dei Krupp e di Theodor Roosevelt, in Germania e negli Usa, nell’ambito dell’eugenetica. Un secolo dopo è vangelo all’Onu, e all’Unione europea, facendo leva non più sulla licenza ma sull’igiene e l’uguaglianza. La progressione è impressionante. Fra il 2000 e il 2006 l’Ue ha speso tre miliardi e mezzo di euro, attraverso il Fondo sociale, per finanziare il genere – un quarto dei quali nella sola Italia. La cifra non è plausibile, anche perché gli anni sono quelli della Ue dei cattolici Prodi e Barroso. E tuttavia un decimo dei tre miliardi e mezzo sarebbe già tanto, considerata la tirchieria del Fondo Sociale Europeo in altri campi. Ma forse non tutto è perduto, l’umanità deve pur sopravvivere anche al genere della “nuova umanità”, che è suicidario.
Giulia Galeotti, Gender-Genere, Viverein, pp.101, € 5
Il complotto è infettivo
Il Priorato di Sion esiste. È un’associazione di inquilini di case popolari costituita nel 1956 nell’Alta Savoia francese, presso la sottoprefettura di Saint-Julien-en-Genevois. Un letterato senza fortuna, Pierre Plantard, fece del nome un ordine cavalleresco segreto, nominandosene Gran Priore, l’ultimo di una serie di uomini eccellenti. Un ordine creato nel 1099 da Goffredo di Buglione, a protezione dei re francesi. Che disse progenie delle nozze segrete di Gesù con Maria Maddalena, di cui da una diecina d’anni s’era avuta “notizia” nel vangelo apocrifo di Filippo, emerso a Nag Hammadi in Egitto. Dopo un'altra diecina d’anni, con l’aiuto di altri due letterati fantasisti, Philipp de Chérisey e Gérard de Sède, il neo Gran Priore compilò dei “Dossier segreti” sul Priorato e li depositò alla Bibliothèque Nationale.
Dan Brown non è il primo che ha fatto tesoro del Priorato. Tutto il “Codice Da Vinci” è contenuto in “Il Santo Graal. Una catena di misteri lunga duemila anni”, un best-seller costruito da tre giornalisti inglesi nel 1982, Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln. E non è il solo, altri se ne sono avvalsi. Compresi i tanti “studiosi” che si sono offerti di analizzare gli errori e i falsi del “Codice da Vinci”, per beneficiare del business (dopo il “Codice da Vinci” Mondadori ha rilanciato anche “Il Santo Graal” dell’‘82): Dan Brown ha solo sostituito il complotto cattolico a quello giudeo-massonico.
Si legge il libro con divertimento, è un saggio-antologia. Una sintesi degli studi in più volumi dello stesso autore sulla cospirologia: Taguieff è uno storico filo-israeliano, quindi per metà libro rifà la vicenda dei “Protocolli di Sion”, con lunghe cronache di cosa pensa Ahmadinejad e cosa dice Chavez. Ma ha un ampio spettro di interessi e una incredibile documentazione da far godere. Sono tre secoli che i complotti contrapposti animano la storia europea. Anzi quattro, se il prototipo si considera i “Monita privata” dei gesuiti, o “Monita secreta”, compilato nel 1612 da un gesuita polacco, Hieronim Jawroswski, spretato l’anno prima. Una storia di cui il succo è il tormento di un antigesuita degli anni 1930, André Lorulot: “Il loro solo scopo (dei gesuiti) è il dominio universale… Si fiutano dappertutto, non si trovano in nessun posto. Come colpirli? Sono inafferrabili? Come difendersi?” Impossibile.
Si legge perciò questo “Imaginaire” anche con inquietudine: con la stessa credulità incredula con cui si leggono i complotti – a parte la noia del “Codice da Vinci”. Lo spirito del complotto è tale che si finisce inevitabilmente vittime della furbata di Dan Brown, la mezza pagina iniziale in cui promette l’accertamento della verità. Nel mentre che dice due enormi castronerie. Ma il lettore non lo sa e s’inoltra nella sconclusionata lettura. È l’ultima trovata di marketing del genere, dice Taguieff: presentarsi come solida verità contro la deriva cospirazione, come decodifica e demistificazione. Il complotto del complotto. O viceversa, perché no? Il complotto del non complotto, oppure il complotto del complotto reale - la paranoia, come si suol dire, non esclude che un complotto ci sia.
Si può ipotizzare che il libro più venduto – il “Codice da Vinci” ha venduto quaranta milioni di copie - possa essere il meno letto, tanto va sotto le attese? Ma allora è tanto più inquietante: il complotto è una forma di droga, inutile farci la tara. Il complotto è ordinario, la Rai ne è piena, e la politica italiana. Se è vero che Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, i padri della patria, erano tutti spiritisti... Sono alla pagina 534 del volume 25 della “Storia d'Italia Einaudi”, dedicato all’esoterismo - o anche la “Storia d'Italia Einaudi”...
Pierre-André Taguieff, L’imaginaire du complot mondial, Mille-et-une-nuits, pp.215, € 3
Dan Brown non è il primo che ha fatto tesoro del Priorato. Tutto il “Codice Da Vinci” è contenuto in “Il Santo Graal. Una catena di misteri lunga duemila anni”, un best-seller costruito da tre giornalisti inglesi nel 1982, Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln. E non è il solo, altri se ne sono avvalsi. Compresi i tanti “studiosi” che si sono offerti di analizzare gli errori e i falsi del “Codice da Vinci”, per beneficiare del business (dopo il “Codice da Vinci” Mondadori ha rilanciato anche “Il Santo Graal” dell’‘82): Dan Brown ha solo sostituito il complotto cattolico a quello giudeo-massonico.
Si legge il libro con divertimento, è un saggio-antologia. Una sintesi degli studi in più volumi dello stesso autore sulla cospirologia: Taguieff è uno storico filo-israeliano, quindi per metà libro rifà la vicenda dei “Protocolli di Sion”, con lunghe cronache di cosa pensa Ahmadinejad e cosa dice Chavez. Ma ha un ampio spettro di interessi e una incredibile documentazione da far godere. Sono tre secoli che i complotti contrapposti animano la storia europea. Anzi quattro, se il prototipo si considera i “Monita privata” dei gesuiti, o “Monita secreta”, compilato nel 1612 da un gesuita polacco, Hieronim Jawroswski, spretato l’anno prima. Una storia di cui il succo è il tormento di un antigesuita degli anni 1930, André Lorulot: “Il loro solo scopo (dei gesuiti) è il dominio universale… Si fiutano dappertutto, non si trovano in nessun posto. Come colpirli? Sono inafferrabili? Come difendersi?” Impossibile.
Si legge perciò questo “Imaginaire” anche con inquietudine: con la stessa credulità incredula con cui si leggono i complotti – a parte la noia del “Codice da Vinci”. Lo spirito del complotto è tale che si finisce inevitabilmente vittime della furbata di Dan Brown, la mezza pagina iniziale in cui promette l’accertamento della verità. Nel mentre che dice due enormi castronerie. Ma il lettore non lo sa e s’inoltra nella sconclusionata lettura. È l’ultima trovata di marketing del genere, dice Taguieff: presentarsi come solida verità contro la deriva cospirazione, come decodifica e demistificazione. Il complotto del complotto. O viceversa, perché no? Il complotto del non complotto, oppure il complotto del complotto reale - la paranoia, come si suol dire, non esclude che un complotto ci sia.
Si può ipotizzare che il libro più venduto – il “Codice da Vinci” ha venduto quaranta milioni di copie - possa essere il meno letto, tanto va sotto le attese? Ma allora è tanto più inquietante: il complotto è una forma di droga, inutile farci la tara. Il complotto è ordinario, la Rai ne è piena, e la politica italiana. Se è vero che Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, i padri della patria, erano tutti spiritisti... Sono alla pagina 534 del volume 25 della “Storia d'Italia Einaudi”, dedicato all’esoterismo - o anche la “Storia d'Italia Einaudi”...
Pierre-André Taguieff, L’imaginaire du complot mondial, Mille-et-une-nuits, pp.215, € 3
La barbarie è per De Sanctis in Calabria
Francesco De Santis passò quindici mesi in volontario esilio a Cosenza, ospite del barone Guzolini (o non Cozzolino?), dopo il fallimento dei moti del ’48 e il licenziamento alla Nunziatella, dove insegnava stipendiato. Dall’ottobre 1849 al Natale 1850. Alla vigilia di Natale fu arrestato, tradotto a Napoli, e recluso per quasi tre anni al castel dell’Ovo. A Cosenza, benché riverito, non si sente a suo agio: nelle lettere ad amici e allievi, che Croce ha raccolto in questa brochure, ne parla come di “ultimo angolo della bassezza e della barbarie”, e di “barbari luoghi”, sempre fisso su Napoli (“ho un paradiso innanzi agli occhi”). Se si considera l’apertura di De Sanctis, si capisce quale abisso separava Napoli dai territori del Regno. Forse di cultura (ma Cosenza non era indietro negli studi), sicuramente di indifferenza e disprezzo: Napoli non è stata una capitale.
Recluso senza processo, De Sanctis era stato arrestato su delazione di un pentito. Un preteso mazziniano che nessuno conosceva. Anche in questo la vicenda è molto “contemporanea”. Le feste per centocinquantenario dovrebbero farsi carico di queste persistenze, sono parte della storia e del carattere nazionale.
Benedetto Croce, Il soggiorno in Calabra, l’arresto e la prigionia di Francesco De Sanctis
Recluso senza processo, De Sanctis era stato arrestato su delazione di un pentito. Un preteso mazziniano che nessuno conosceva. Anche in questo la vicenda è molto “contemporanea”. Le feste per centocinquantenario dovrebbero farsi carico di queste persistenze, sono parte della storia e del carattere nazionale.
Benedetto Croce, Il soggiorno in Calabra, l’arresto e la prigionia di Francesco De Sanctis
martedì 4 maggio 2010
Perde le foglie Dc il carciofo berlusconiano
Perde le foglie, il carciofone berlusconiano. È anche naturale: è troppo gonfio, e comincia ad andare fuori stagione. Il carciofo d’altra parte è fatto così, che le foglie esterne, indurite, insapori, stanno lì per proteggere il cuore interno ed essere via via buttate. Ma c’è un fatto specifico, in questo assottigliamento: le foglie esterne, che s’induriscono e si perdono, sono sempre democristiane. Sono Casini, Mastella, Lombardo, la Dc di Pizza, e i sempiterni Pisanu e Scajola. Con Fini, che non è nato democristiano, ma è come se.
Un’altra caratteristica è che queste foglie vanno e vengono: un’elezione di qua, una di là. Amano e odiano Berlsuconi, e la ragione è nota: lo ritengono un usurpatore, uno che deve “restituire” i voti. Questa è una pretesa all’apparenza peregrina, che però potrebbe essere veritiera, e pure giusta: Si provi a immaginare il partito di Berlusconi senza Berlusconi, che ne è l’anima e il corpo. L’unica forma che prende è quella di una formazione liberalsocialista, quale è stata in questo governo, prima della ormai lunghissima pausa. Laica ma con una forte presenza dei democristiani liberali e liberisti, gli ex giovani di Comunione e Liberazione.
Un’altra caratteristica è che queste foglie vanno e vengono: un’elezione di qua, una di là. Amano e odiano Berlsuconi, e la ragione è nota: lo ritengono un usurpatore, uno che deve “restituire” i voti. Questa è una pretesa all’apparenza peregrina, che però potrebbe essere veritiera, e pure giusta: Si provi a immaginare il partito di Berlusconi senza Berlusconi, che ne è l’anima e il corpo. L’unica forma che prende è quella di una formazione liberalsocialista, quale è stata in questo governo, prima della ormai lunghissima pausa. Laica ma con una forte presenza dei democristiani liberali e liberisti, gli ex giovani di Comunione e Liberazione.
Letture - 31
letterautore
Alvaro – I libri di viaggio, in Turchia, in Russia, nelle Paludi Pontine, ancora leggibili, le corrispondenze da Parigi e Berlino, dove vede, annota, segnala tutto ciò che popolerà quegli anni, da Proust a Grosz, Piscator e Benjamin, fanno di Alvaro uno degli scrittori più colti del suo tempo, in grado di sapere cosa stava succedendo nel mondo. Remo Ceserani lo ritiene “molto più colto e informato di gran parte degli scrittori italiani dei suoi anni e consapevole degli esperimenti e problemi affrontati dalla contemporanea letteratura europea, compresa quella russa”. Ma si vuole nei racconti, in troppi racconti, diverso: un meridionale. Benché incongruo (insignificante), l’aggettivo è in lui ricorrente – nel racconto “Mezzogiorno” lo collega addirittura alla fame, giocando sul doppio significato del termine. Alvaro più di tutti, più forse di Verga, ha fissato (cristallizzato) il meridionale. Che qualche volta vive la natura, ma quasi sempre è triste, sfuggente, inaffidabile, collerico, violento. Gianfranco Contini ha potuto così delineare un tema caratteristico, se non centrale, di Alvaro: “Che cos’è un uomo, un meridionale, di fronte alla donna”. Una donna che invece è instancabilmente nordica.
In “Nasce un villaggio”, uno degli abbozzi raccolti da Ceserani in “La signora dell’isola”, c’è tra i tanti meridionali di Alvaro anche un settentrionale: “Un tipo di settentrionale piccolo e gramo”. L’odio-di-sé-meridionale, che nella stessa raccolta ritorna nel racconto “Mezzogiorno”, l’unico concluso, è insomma temperato insomma da un residuo di orgoglio. Perché è, al fondo, un disadattamento: con se stessi e con il resto – il Nord: che nasce dalla delusione, dall’identificazione impossibile con il Nord, in quel quadro unitario che il Nord ha imposto senza crederci.
Best-seller - Capita spesso d’imbattersi in best-seller, ma senza mai una rivelazione. Si è diffusa da alcuni anni la pratica di offrire il primo capitolo di molti best-seller in lettura gratuita. Sulla rete, o spillati con i settimanali. La curiosità c’è sempre di vedere cose dicono. Anche perché la primizia è sempre presentata da due o tre persone autorevoli, della televisione, dei giornali, in termini estremamente invitanti. Si sa anche che il primo capitolo è fatto apposta per invitare alla lettura. Ma di nessuno ancora è successo. Non sarà best-seller un bestseller? Cioè, bestseller si nasce: c’è un’eugenetica del libro.
Dialetto – In uno scritto del 1945 sul “Ponte” Giani Stuparich rievoca le ore passate al caffè Garibaldi, poi al caffè Nazionale, a Trieste, con gli amici artisti, e Umberto Saba, “Bobi” Bazlen, Giorgio Fano e altri letterati meno noti. Il dominus della compagnia era Vigilio Giotti, scrive Stuparich, il poeta dialettale, che conosceva la città e i suoi aneddoti e sapeva raccontarli: “Era come se disegnasse e dipingesse, e tutti l’ascoltavano e «vedevano». Gustosissimo narratore questo poeta”. Ma, “più strano”, scrive ancora Stuparich, è che “mentre nei suoi versi adopera il dialetto, parlando s’esprime in lingua: il poeta «dialettale» (tanto poco dialettale nel senso comune della parola) era il solo che in messo a noi parlasse in lingua, una sobria lingua toscana, rimastagli dal suo lungo soggiorno tra Firenze e Pisa”. Tanto più strano in quanto di nome tedesco, all’anagrafe Giotti faceva Schönbeck: “La madre di Giotti era d’origine veneta e il padre, un curioso tipo di mistico svedenborghiano, figlio d’un ufficiale austriaco e d’una mantovana, era venuto a Trieste dalla Boemia”. Prima della prima guerra, Giotti aveva completato la sua educazione italiana in Toscana.
Stuparich ipostatizza in breve la “questione del dialetto”. Che non può essere il bilinguismo forzoso che la Lega introduce dove amministra, specialmente ridicolo in Veneto, dove la toponomastica italiana viene doppiata da una pronuncia dialettale. Il dialetto è la lingua identitaria di una città, Trieste. Mentre l’identità di Giotti era italiana, e non poteva che esserlo.
Giallo – In”Raffles e Miss Blandish” Orwell, sopraffatto dall’abilità di James Hadley Chase, ne fa un caso di letteratura di borgata: “L’emancipazione è completata, Freud e Machiavelli hanno raggiunto le periferie”. Quel libro “è puro fascismo” si è fatto dire da un amico di “Niente orchidee per Miss Blandish”. Una storiaccia in cui ha contato otto assassinii, un numero incalcolabile di assassinii e e ferimenti casuali, la flagellazione ripetuta di Miss Blandish per eccitare il suo violentatore, una tortura con sigarette incandescenti, un’esumazione, un orgasmo da accoltellamento, l’identificazione della vittima col suo violentatore.
Roba di repertorio sadomasochista e una storia implausibile prima che orrenda. Che Hadley Chase riesce a farci leggere, e questo non sarebbe da sottovalutare. Ma che c’entrano le borgate? Il giallo non è letteratura popolare. Hadley Chase si sarebbe sorpreso di fare letteratura popolare, un inglese che sa così bene far parlare gli slang americani.
Manzoni - Il suo catalogo è impressionante: mafia, stupro, aborto, anche in convento, gli sciacalli nella peste, la corruzione della giustizia e della religione, morte, puzza, idiozia. Non c’è altro romanzo, gotico, nero, che accumuli così tanta turpitudine. Tanto più per un’anima pia, che si assolve nella Provvidenza, e proprio perché si assolve. Pretendendo che Dio lo ascolti e lo aiuti.
In un luogo non evocativo, come sono Otranto o Saragozza, ma reale, storico, normale, Milano e dintorni.
Proust – Gli album Proust sono atroci. È goffo lui in ogni situazione, che si faceva beffe di tutti. Sono impresentabili le donne, le grandi dame come le ragazze, ordinarie e più spesso brutte – di un brutto non bello. Solo gli uomini sono bellissimi, ma allora di un genere non proustiano, molto romantici, e con lo sguardo assente e vuoto. L’opera è un miracolo a parte. Ma nel caso di Proust non si fare a meno del vissuto, ogni lettura ne è bacata, tanto è forte il “marcellismo”, come dice Barthes.
Scrivere – Oggi si scrive troppo, si dice: scrivono tutti. Si scrive molto perché si legge molto. Insoddisfatti. Robetta, che il lettore pensa di poter scrivere meglio. È vero che il lettore è un po’ partecipe dell’opera. Ma quando c’erano gli scrittori, il lettore non si avventurava nella scrittura, si accontentava d’interpretare (leggere) ciò che leggeva.
letterautore@antiit.eu
Alvaro – I libri di viaggio, in Turchia, in Russia, nelle Paludi Pontine, ancora leggibili, le corrispondenze da Parigi e Berlino, dove vede, annota, segnala tutto ciò che popolerà quegli anni, da Proust a Grosz, Piscator e Benjamin, fanno di Alvaro uno degli scrittori più colti del suo tempo, in grado di sapere cosa stava succedendo nel mondo. Remo Ceserani lo ritiene “molto più colto e informato di gran parte degli scrittori italiani dei suoi anni e consapevole degli esperimenti e problemi affrontati dalla contemporanea letteratura europea, compresa quella russa”. Ma si vuole nei racconti, in troppi racconti, diverso: un meridionale. Benché incongruo (insignificante), l’aggettivo è in lui ricorrente – nel racconto “Mezzogiorno” lo collega addirittura alla fame, giocando sul doppio significato del termine. Alvaro più di tutti, più forse di Verga, ha fissato (cristallizzato) il meridionale. Che qualche volta vive la natura, ma quasi sempre è triste, sfuggente, inaffidabile, collerico, violento. Gianfranco Contini ha potuto così delineare un tema caratteristico, se non centrale, di Alvaro: “Che cos’è un uomo, un meridionale, di fronte alla donna”. Una donna che invece è instancabilmente nordica.
In “Nasce un villaggio”, uno degli abbozzi raccolti da Ceserani in “La signora dell’isola”, c’è tra i tanti meridionali di Alvaro anche un settentrionale: “Un tipo di settentrionale piccolo e gramo”. L’odio-di-sé-meridionale, che nella stessa raccolta ritorna nel racconto “Mezzogiorno”, l’unico concluso, è insomma temperato insomma da un residuo di orgoglio. Perché è, al fondo, un disadattamento: con se stessi e con il resto – il Nord: che nasce dalla delusione, dall’identificazione impossibile con il Nord, in quel quadro unitario che il Nord ha imposto senza crederci.
Best-seller - Capita spesso d’imbattersi in best-seller, ma senza mai una rivelazione. Si è diffusa da alcuni anni la pratica di offrire il primo capitolo di molti best-seller in lettura gratuita. Sulla rete, o spillati con i settimanali. La curiosità c’è sempre di vedere cose dicono. Anche perché la primizia è sempre presentata da due o tre persone autorevoli, della televisione, dei giornali, in termini estremamente invitanti. Si sa anche che il primo capitolo è fatto apposta per invitare alla lettura. Ma di nessuno ancora è successo. Non sarà best-seller un bestseller? Cioè, bestseller si nasce: c’è un’eugenetica del libro.
Dialetto – In uno scritto del 1945 sul “Ponte” Giani Stuparich rievoca le ore passate al caffè Garibaldi, poi al caffè Nazionale, a Trieste, con gli amici artisti, e Umberto Saba, “Bobi” Bazlen, Giorgio Fano e altri letterati meno noti. Il dominus della compagnia era Vigilio Giotti, scrive Stuparich, il poeta dialettale, che conosceva la città e i suoi aneddoti e sapeva raccontarli: “Era come se disegnasse e dipingesse, e tutti l’ascoltavano e «vedevano». Gustosissimo narratore questo poeta”. Ma, “più strano”, scrive ancora Stuparich, è che “mentre nei suoi versi adopera il dialetto, parlando s’esprime in lingua: il poeta «dialettale» (tanto poco dialettale nel senso comune della parola) era il solo che in messo a noi parlasse in lingua, una sobria lingua toscana, rimastagli dal suo lungo soggiorno tra Firenze e Pisa”. Tanto più strano in quanto di nome tedesco, all’anagrafe Giotti faceva Schönbeck: “La madre di Giotti era d’origine veneta e il padre, un curioso tipo di mistico svedenborghiano, figlio d’un ufficiale austriaco e d’una mantovana, era venuto a Trieste dalla Boemia”. Prima della prima guerra, Giotti aveva completato la sua educazione italiana in Toscana.
Stuparich ipostatizza in breve la “questione del dialetto”. Che non può essere il bilinguismo forzoso che la Lega introduce dove amministra, specialmente ridicolo in Veneto, dove la toponomastica italiana viene doppiata da una pronuncia dialettale. Il dialetto è la lingua identitaria di una città, Trieste. Mentre l’identità di Giotti era italiana, e non poteva che esserlo.
Giallo – In”Raffles e Miss Blandish” Orwell, sopraffatto dall’abilità di James Hadley Chase, ne fa un caso di letteratura di borgata: “L’emancipazione è completata, Freud e Machiavelli hanno raggiunto le periferie”. Quel libro “è puro fascismo” si è fatto dire da un amico di “Niente orchidee per Miss Blandish”. Una storiaccia in cui ha contato otto assassinii, un numero incalcolabile di assassinii e e ferimenti casuali, la flagellazione ripetuta di Miss Blandish per eccitare il suo violentatore, una tortura con sigarette incandescenti, un’esumazione, un orgasmo da accoltellamento, l’identificazione della vittima col suo violentatore.
Roba di repertorio sadomasochista e una storia implausibile prima che orrenda. Che Hadley Chase riesce a farci leggere, e questo non sarebbe da sottovalutare. Ma che c’entrano le borgate? Il giallo non è letteratura popolare. Hadley Chase si sarebbe sorpreso di fare letteratura popolare, un inglese che sa così bene far parlare gli slang americani.
Manzoni - Il suo catalogo è impressionante: mafia, stupro, aborto, anche in convento, gli sciacalli nella peste, la corruzione della giustizia e della religione, morte, puzza, idiozia. Non c’è altro romanzo, gotico, nero, che accumuli così tanta turpitudine. Tanto più per un’anima pia, che si assolve nella Provvidenza, e proprio perché si assolve. Pretendendo che Dio lo ascolti e lo aiuti.
In un luogo non evocativo, come sono Otranto o Saragozza, ma reale, storico, normale, Milano e dintorni.
Proust – Gli album Proust sono atroci. È goffo lui in ogni situazione, che si faceva beffe di tutti. Sono impresentabili le donne, le grandi dame come le ragazze, ordinarie e più spesso brutte – di un brutto non bello. Solo gli uomini sono bellissimi, ma allora di un genere non proustiano, molto romantici, e con lo sguardo assente e vuoto. L’opera è un miracolo a parte. Ma nel caso di Proust non si fare a meno del vissuto, ogni lettura ne è bacata, tanto è forte il “marcellismo”, come dice Barthes.
Scrivere – Oggi si scrive troppo, si dice: scrivono tutti. Si scrive molto perché si legge molto. Insoddisfatti. Robetta, che il lettore pensa di poter scrivere meglio. È vero che il lettore è un po’ partecipe dell’opera. Ma quando c’erano gli scrittori, il lettore non si avventurava nella scrittura, si accontentava d’interpretare (leggere) ciò che leggeva.
letterautore@antiit.eu
lunedì 3 maggio 2010
Voglia d'inflazione controllata - 3
La proposta di Olivier Blanchard, il direttore Ricerche del Fondo monetario internazionale, di riassorbire un po’ del nuovo debito raddoppiando il tasso-obiettivo dell’inflazione, dal 2 al 4 per cento, è stata contrastata dalla Banca centrale europea, e dopo un paio di mesi è stata ridimensionata dal direttore generale del Fondo, Strauss-Kahn. Ma resta sul campo. In Germania, dove l’idea più ha suscitato critiche, si dà peraltro per scontato che con la crisi dei “debiti sovrani”, dei debiti pubblici, dopo quella finanziaria e quella economica, un certo ritorno d’inflazione sarà nei fatti. Il ristagno non sarà altrimenti evitato per un lungo periodo di tempo. Troppo per l’Europa, che al termine della stagflazione potrebbe essere fuori dalla ristrutturazione mondiale. Come riconosce il rappresentante tedesco alla Bce, Jürgen Stark, seppure stigmatizzandola, è normale “la tentazione dei governi di ricorrere e un’inflazione più elevata per monetizzare parzialmente la drammatica crescita del debito pubblico”.
Il debito dopo la crisi è comunque insostenibile, non più solo per pochi e isolati paesi, il Giappone o l’Italia. Posto che gli standard di sostenibilità del debito restino quelli in vigore, il 60 per cento del pil per le economie mature e il 40 per cento per quelle emergenti, tutti i paesi industriali ne sono abbondantemente fuori, con l’eccezione della Cina. Per paesi emergenti si intendono i paesi europei di nuova affluenza, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, e anche la Turchia: tutti questi paesi hanno un debito già superiore al 60 per cento del pil, invece che sotto il 40.
In alternativa all’inflazione altre forme di consolidamento vanno attivate, coattive. Il debito alle dimensioni cui è esploso, non sarebbe altrimenti riassorbibile, e cioè continuerà a crescere su base esponenziale. Se non a costi suicidari. Uno studio della Deutsche Bank sull’avanzo primario necessario per i quaranta paesi industriali a rientrare negli standard di sostenibilità dà azioni insostenibili, per almeno dieci anni. Il Giappone dovrebbe ogni anno stringere la cinghia (realizzare un bilancio pubblico in attivo, al netto degli interessi sul debito) di ben 13 punti di pil. L’Italia di 8,2 punti, come la Grecia. Gli Usa di 3,6 punti annui, la Francia di 3,5, la Germania di 3,2, la Gran Bretagna di 3.
Il debito dopo la crisi è comunque insostenibile, non più solo per pochi e isolati paesi, il Giappone o l’Italia. Posto che gli standard di sostenibilità del debito restino quelli in vigore, il 60 per cento del pil per le economie mature e il 40 per cento per quelle emergenti, tutti i paesi industriali ne sono abbondantemente fuori, con l’eccezione della Cina. Per paesi emergenti si intendono i paesi europei di nuova affluenza, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, e anche la Turchia: tutti questi paesi hanno un debito già superiore al 60 per cento del pil, invece che sotto il 40.
In alternativa all’inflazione altre forme di consolidamento vanno attivate, coattive. Il debito alle dimensioni cui è esploso, non sarebbe altrimenti riassorbibile, e cioè continuerà a crescere su base esponenziale. Se non a costi suicidari. Uno studio della Deutsche Bank sull’avanzo primario necessario per i quaranta paesi industriali a rientrare negli standard di sostenibilità dà azioni insostenibili, per almeno dieci anni. Il Giappone dovrebbe ogni anno stringere la cinghia (realizzare un bilancio pubblico in attivo, al netto degli interessi sul debito) di ben 13 punti di pil. L’Italia di 8,2 punti, come la Grecia. Gli Usa di 3,6 punti annui, la Francia di 3,5, la Germania di 3,2, la Gran Bretagna di 3.
La Cina non intercetta
Bo Xilai è l’astro nascente della nomenclatura cinese. Figlio di Bo Yibo, uno degli “otto immortali” di Mao, alla pari di Deng Xiaoping, che poi sostenne vigorosamente, è recente cooptazione del Politburo, e sarà uno dei suoi nove membri permanenti al congresso del Partito fra due anni, quando sette degli attuali nove capi dovranno lasciare. Deve la sua ascesa, oltre che al nome, alla campagna anticorruzione condotta a Chongqing dove è segretario del Partito, con più di tremila arresti in soli nove mesi, 87 funzionari accusati di collusione con la mafia, incluso l’ex capo della Polizia e Procuratore Capo Wen Quiang, e nove condanne a morte. Chongqing è la Detroit cinese, città siderurgica e metalmeccanica, uno dei quattro grandi centri dell’industria automobilistica, metropoli della Cina Gialla, avamposto della corsa all’Ovest.
“Asia Times” Bo Xilai ha presentato l’altro mese come la vedette del Congresso del Popolo: a sessant’anni, “l’alto, telegenico Bo Xilai ha personalità, charme e carisma”, un po’ populista, il giusto, e “molto popolare”, soprattutto fra i “netizen”, il pubblico della rete, anche per i suoi richiami a Mao, all’epigrammatica e alla sloganistica del Grande Timoniere. Non altrettanto popolare è però Bo, dice il giornale, fra i maggiorenti del Partito, che pure, normalmente, dovrebbero farsi una bandiera della lotta ala corruzione. È che la legge e l’ordine di Bo è andata troppo oltre, anche per gli standard cinesi.
Qualche giorno dopo l’elogio di “Asia Times”, l’ufficioso “China Daily” ha spiegato in un editoriale perché. Dopo aver riconosciuto l’urgenza della lotta alla criminalità, “China Daily” spiega ripetutamente con chiarezza che essa non può svolgersi fuori della Costituzione, e della protezione che la Costituzione dà alla corrispondenza privata, seppure con “lettera aperta”, telefonate al cellulare e posta elettronica: “La nuova politica della polizia villa il diritto costituzionale alla libertà di comunicazione. Le lettere inviate per posta a casa sono protette dalla legge penale, chi apre le lettere senza il nostro permesso può essere perseguito. I messaggi che mandiamo e riceviamo via personal computer e telefono cellulare sono, benché non tangibili in carta, comunicazioni private, a uso esclusivo di chi li manda e li riceve. Sono sotto lo stesso grado di protezione della Costituzione.” L’editoriale si conclude con un ammonimento alle ambizioni personali di Bo: “Oltretutto, abbiamo già detto che tutta la storia è uno spreco di risorse pubbliche”?
“Asia Times” Bo Xilai ha presentato l’altro mese come la vedette del Congresso del Popolo: a sessant’anni, “l’alto, telegenico Bo Xilai ha personalità, charme e carisma”, un po’ populista, il giusto, e “molto popolare”, soprattutto fra i “netizen”, il pubblico della rete, anche per i suoi richiami a Mao, all’epigrammatica e alla sloganistica del Grande Timoniere. Non altrettanto popolare è però Bo, dice il giornale, fra i maggiorenti del Partito, che pure, normalmente, dovrebbero farsi una bandiera della lotta ala corruzione. È che la legge e l’ordine di Bo è andata troppo oltre, anche per gli standard cinesi.
Qualche giorno dopo l’elogio di “Asia Times”, l’ufficioso “China Daily” ha spiegato in un editoriale perché. Dopo aver riconosciuto l’urgenza della lotta alla criminalità, “China Daily” spiega ripetutamente con chiarezza che essa non può svolgersi fuori della Costituzione, e della protezione che la Costituzione dà alla corrispondenza privata, seppure con “lettera aperta”, telefonate al cellulare e posta elettronica: “La nuova politica della polizia villa il diritto costituzionale alla libertà di comunicazione. Le lettere inviate per posta a casa sono protette dalla legge penale, chi apre le lettere senza il nostro permesso può essere perseguito. I messaggi che mandiamo e riceviamo via personal computer e telefono cellulare sono, benché non tangibili in carta, comunicazioni private, a uso esclusivo di chi li manda e li riceve. Sono sotto lo stesso grado di protezione della Costituzione.” L’editoriale si conclude con un ammonimento alle ambizioni personali di Bo: “Oltretutto, abbiamo già detto che tutta la storia è uno spreco di risorse pubbliche”?
Il personaggio, schiavo infedele
Andrea Camilleri incontinente confida a Fazio cosa pensa di Montalbano: “Se voglio ti uccido”. Ma due anni fa allo stesso Fazio aveva spiegato che l’autore che uccide un personaggio con cui ha avuto tante storie è uno che “è morto dentro”. Dei personaggi Sylvie Germain fa dei “supplici muti” che perseguitano lo scrittore per farli nascere. Dei persecutori, anche, schiavi in cuor loro sempre ribelli. O dei fantasmi che invece scappano sempre. Dei profeti, intermediari del verbo, Giovanni di Patmos, Ezechiele. E sdoppiamenti dell’autore naturalmente. Ma qui solo in idea: il teatrino dei personaggi non fa rivivere Pirandello. Germain, romanziera premiata a ogni sua pubblicazione, coltiva la scrittura: i personaggi infine vede come la sacca pedente sotto san Batolomeo alla Cappella Sistina, la pelle dello scuoiato.
Sylvie Germain, Les Personnages, Folio, pp. 121, € 4,20
Sylvie Germain, Les Personnages, Folio, pp. 121, € 4,20
sabato 1 maggio 2010
Non resta che l’America
Il dollaro è più padrone che mai dei mercati monetari, non c’è più la sterlina, e l’euro non si sa cosa è. Le tre agenzie di rating americane sono ridicolmente superficiali ma sovrane, privatissime ma sovrane, americanissime ma sovrane. Come le banche, poche residue ma monumentali, mentre le quelle britanniche sono cassate. Come la City: non resta che Wall Street. E gli hedge funds: che non sono monumentali come le banche, non hanno grattacieli né diecine di migliaia di staff, ma sono altrettanto solidamente americani, e attivissimi, determinati, decisivi – sono fondi il cui oggetto sociale è la speculazione, la quale non è come si suol dire una scommessa, i fondi non sono spettatori a una partita o a una corsa, sono attori, essi stessi atleti e purosangue, che non vogliono e non possono perdere.
Esaurito il fuoco di paglia “la crisi è finita”, si comincia ora a discernere: la crisi è finita per la finanza americana. Non per i risparmiatori, per i banchieri, Wall Street è ai livelli di prima della crisi, e anche migliori. O, se non si vede, si comincia a capire, si “sa”, che tutti i discorsi sulla fine della egemonia americana erano falsi – in buona misura artefatti: conviene dirsi a volte perdenti. Dopo la crisi non c’è che l’America. L’Europa, messa all’angolo con la crisi del petrolio quarant’anni fa, in ripersa da un decennio con l’euro e la Supergermania, è di nuovo nell’angolo. Senza nessuna mossa ostile da parte americana, per l’ordine delle cose: gli Stati uniti hanno un processo decisionale molto più rapido e costruttivo che non lo sbrindellato indecisionismo, di tutti contro tutti, europeo. Che corrisponde certo a un sentimento nazionale e politico del tutto diverso, anche se si continua ad amalgamarlo nella categoria dell’Occidente, non per nulla gli Usa non sono stati fascisti, né comunisti – o allora si tratta di due Occidenti diversi, prima ancora che antagonisti.
Gli Stati Uniti continuano a governare il mondo, come ormai da venti anni, con la Cina. Un duumvirato sensa faglie e senza precedenti nella storia, che non potrà durare. La previsione è facile, tutto finisce, ma la comunione di interessi, per quanto eccezionale, è sempre stabile. Ed è stata creata dagli stessi Stati Uniti, con acume, con perseveranza, a partire da Kissinger nel 1973, e poi da Bush senior.
Esaurito il fuoco di paglia “la crisi è finita”, si comincia ora a discernere: la crisi è finita per la finanza americana. Non per i risparmiatori, per i banchieri, Wall Street è ai livelli di prima della crisi, e anche migliori. O, se non si vede, si comincia a capire, si “sa”, che tutti i discorsi sulla fine della egemonia americana erano falsi – in buona misura artefatti: conviene dirsi a volte perdenti. Dopo la crisi non c’è che l’America. L’Europa, messa all’angolo con la crisi del petrolio quarant’anni fa, in ripersa da un decennio con l’euro e la Supergermania, è di nuovo nell’angolo. Senza nessuna mossa ostile da parte americana, per l’ordine delle cose: gli Stati uniti hanno un processo decisionale molto più rapido e costruttivo che non lo sbrindellato indecisionismo, di tutti contro tutti, europeo. Che corrisponde certo a un sentimento nazionale e politico del tutto diverso, anche se si continua ad amalgamarlo nella categoria dell’Occidente, non per nulla gli Usa non sono stati fascisti, né comunisti – o allora si tratta di due Occidenti diversi, prima ancora che antagonisti.
Gli Stati Uniti continuano a governare il mondo, come ormai da venti anni, con la Cina. Un duumvirato sensa faglie e senza precedenti nella storia, che non potrà durare. La previsione è facile, tutto finisce, ma la comunione di interessi, per quanto eccezionale, è sempre stabile. Ed è stata creata dagli stessi Stati Uniti, con acume, con perseveranza, a partire da Kissinger nel 1973, e poi da Bush senior.
Non più speciale la relazione Londra-Usa
Si può dire che la relazione speciale della gran Bretagna con gli Stati Uniti non c’è più perché non interessa agli Stati Uniti – non più che con qualsiasi altro paese “willing”, di buona volontà. Ma non sarebbe una novità. La novità della campagna elettorale è che la Gran Bretagna non è in grado di mettere più niente nella “relazione speciale”: non il nucleare, che non interessa, non la finanza, nazionalizzata con la crisi, e neppure l’appoggio logistico e militare nell’Arco della crisi asiatico. Questo appoggio, in Afghanistan, in Iraq, in Pakistan, la Gran Bretagna non se lo può più permettere, e gli Stati Uniti comunque non l’apprezzano, né sul campo né sul piano dell’intelligence e dei rapporti politici. Hanno più peso e capacità decisionale, hanno sperimentato in Iraq e in Afghanistan, senza i britannici.
Da tempo, e più ancora con l’amministrazione Obama, è svanito peraltro l’interesse americano ad avere Londra come cavallo di troia nell’Unione europea. Una volta circoscritta l’Ue a potenza regionale, entro i suoi propri confini, l’interesse di Washington è semmai di vederla funzionare. Di poterla avere come partner affidabile in Asia e sui mercati finanziari. Di questo c’è netta la percezione nella campagna elettorale: seppure come deriva, una sorta di marea ineluttabile, c’è solo l’Europa all’orizzonte. Il leader conservatore Cameron ha preso solenne impegno e non portare la sterlina dentro l’euro, ma l’argomento non fa presa, anche perché l’autonomia è solo nominale e contabilistica.
Da tempo, e più ancora con l’amministrazione Obama, è svanito peraltro l’interesse americano ad avere Londra come cavallo di troia nell’Unione europea. Una volta circoscritta l’Ue a potenza regionale, entro i suoi propri confini, l’interesse di Washington è semmai di vederla funzionare. Di poterla avere come partner affidabile in Asia e sui mercati finanziari. Di questo c’è netta la percezione nella campagna elettorale: seppure come deriva, una sorta di marea ineluttabile, c’è solo l’Europa all’orizzonte. Il leader conservatore Cameron ha preso solenne impegno e non portare la sterlina dentro l’euro, ma l’argomento non fa presa, anche perché l’autonomia è solo nominale e contabilistica.
Bossi è molto meno forte del 1996
Di nuovo c’è in realtà solo il patrocinio della Milano che conta, la Curia, le banche, l’editoria, alle Lega di Bossi. In funzione di buona amministratrice, di partito del Nord, e di fronte antipolitico. Un rapporto simbiotico questo sì, veramente nuovo, che ha messo Bossi nella mani della Milano che conta: voleva qualche posto nelle fondazioni bancarie, non glielo hanno dato, e lui non ci è più tornato su. Bossi ha vinto le elezioni regionali, ma non fa più paura, anche perché è molto meno forte in voti.
Riguardando a freddo i risultati, la sorpresa delle elezioni regionali è insomma la sorpresa, benevola, della Milano che conta. Quanto al preteso risultato straordinario in voti, la Lega è tornata, non con la stessa forza, al risultato delle politiche del 1996. Già allora aveva superato l’attuale Pdl, già allora aveva “sfondato” sotto l’Appennino. Dopo avere eletto nel 1993 a sindaco di Milano Marfco Formentini, personalità non per altro conosciuta, preeferito dalla città a Nando Dalla Chiesa, il figlio del generale, con ben il 40 per cento dei suffragi alla lista Lega. Allora la Lega aveva voti e percentuali molto superiori a quelle dell’ultimo scrutinio.
L’analisi dei flussi elettorali dice che la Lega ha incrementato i voti rispetto al 2005 del 3,3 per cento. Che non è poco ma non è un risultato eccezionale. Dice anche un 2 per cento lo ha preso al Pdl. Ma per metà questo deflusso il Pdl lo ha compensato con voti in arrivo dal Pd. La Lega ha tenuto soprattutto perché non c’è stato astensionismo nelle sue file, non nelle ultime elezioni - mentre non sono andati a votare, in aggiunta agli astenuti del 2005, un altro 2,5 per cento di elettori Pd, un 1,3 di elettori Pdl, e un 1 per cento di elettori dei gruppi di sinistra. Ma questa mobilitazione non ha compensato il precedente crollo dei suffragi leghisti: Bossi viene da un lungo inverno, quello successivo alla sua esperienza di ruota di scorta anti-Berlusconi – cui ora si vuole devotamente fedele.
Alle politiche del 1996 la Lega aveva raccolto quasi 3,5 milioni di voti. A marzo ne ha avuti 2,7, il 21 per cento in meno. Nel 1996 aveva superato nel Veneto i voti di Forza Italia e An sommate: 928 mila contro 914 mila. E aveva avuto la sorpresa “sfondare” in Emilia-Romagna, con 216 mila suffragi e in Toscana – qui con poche migliaia di voti, ma visibili, concentrati in poche situazioni locali.
Riguardando a freddo i risultati, la sorpresa delle elezioni regionali è insomma la sorpresa, benevola, della Milano che conta. Quanto al preteso risultato straordinario in voti, la Lega è tornata, non con la stessa forza, al risultato delle politiche del 1996. Già allora aveva superato l’attuale Pdl, già allora aveva “sfondato” sotto l’Appennino. Dopo avere eletto nel 1993 a sindaco di Milano Marfco Formentini, personalità non per altro conosciuta, preeferito dalla città a Nando Dalla Chiesa, il figlio del generale, con ben il 40 per cento dei suffragi alla lista Lega. Allora la Lega aveva voti e percentuali molto superiori a quelle dell’ultimo scrutinio.
L’analisi dei flussi elettorali dice che la Lega ha incrementato i voti rispetto al 2005 del 3,3 per cento. Che non è poco ma non è un risultato eccezionale. Dice anche un 2 per cento lo ha preso al Pdl. Ma per metà questo deflusso il Pdl lo ha compensato con voti in arrivo dal Pd. La Lega ha tenuto soprattutto perché non c’è stato astensionismo nelle sue file, non nelle ultime elezioni - mentre non sono andati a votare, in aggiunta agli astenuti del 2005, un altro 2,5 per cento di elettori Pd, un 1,3 di elettori Pdl, e un 1 per cento di elettori dei gruppi di sinistra. Ma questa mobilitazione non ha compensato il precedente crollo dei suffragi leghisti: Bossi viene da un lungo inverno, quello successivo alla sua esperienza di ruota di scorta anti-Berlusconi – cui ora si vuole devotamente fedele.
Alle politiche del 1996 la Lega aveva raccolto quasi 3,5 milioni di voti. A marzo ne ha avuti 2,7, il 21 per cento in meno. Nel 1996 aveva superato nel Veneto i voti di Forza Italia e An sommate: 928 mila contro 914 mila. E aveva avuto la sorpresa “sfondare” in Emilia-Romagna, con 216 mila suffragi e in Toscana – qui con poche migliaia di voti, ma visibili, concentrati in poche situazioni locali.
Sempre in salita la strada per Alvaro
Remo Ceserani aveva tentato ventitré anni fa con questa minuscola raccolta la ripresa di Corrado Alvaro. Morta poi sul nascere per un qualche motivo. Che non è però la qualità dei racconti. Sempre leggibili – benché abbozzi in realtà di racconti, tutti “troncati” sulla misura inflessibile dell’elzeviro, due colonne dell’allora terza pagina dei quotidiani. Che lo confermano lo scrittore “più colto e informato” dei suoi anni, come lo dice il curatore.
Sono racconti incentrati sulla “scoperta” della donna, continua, sorpresa (giusto la costante alvariana secondo Gianfranco Contini: “Che cosa è un uomo, e un meridionale, di fronte alla donna”). E più ancora sull’ottica Nord-Sud, sulla “differenza” del meridionale. “Il viaggio in Italia” è la scoperta del Sud. Il successivo, “Il canto più bello”, è la vita al Nord, al risveglio della primavera. Il più bello, il meglio scritto, è quello che inscena le differenze Nord-Sud senza acrimonia e anzi naturalezza, “Le strade fatte a vent’anni”, fanti nella grande guerra, tra Aquileia e Sacile nel 1915.
In uno di questi abbozzi, “Nasce un villaggio”, c’è tra i tanti meridionali di Alvaro anche un settentrionale, “un tipo di settentrionale piccolo e gramo”. L’odio-di-sé-meridionale, che qui ritorna nel racconto “Mezzogiorno”, l’unico concluso, è insomma temperato da un residuo di orgoglio. Perché è al fondo un disadattamento: con se stessi e con il resto – il Nord: che nasce dalla delusione, dall’identificazione impossibile con il Nord, in quel quadro unitario che il Nord ha imposto senza crederci. Una sorta di cammino sempre in salita, che continua nella posterità, dove, nota Cesarani, “in mancanza di istituti specializzati e fondazioni”, non è possibile “una edizione delle opere cronologicamente ordinata, attenta alle revisioni interne, corredata da apparati critici”.
Corrado Alvaro, La signora dell’isola
Sono racconti incentrati sulla “scoperta” della donna, continua, sorpresa (giusto la costante alvariana secondo Gianfranco Contini: “Che cosa è un uomo, e un meridionale, di fronte alla donna”). E più ancora sull’ottica Nord-Sud, sulla “differenza” del meridionale. “Il viaggio in Italia” è la scoperta del Sud. Il successivo, “Il canto più bello”, è la vita al Nord, al risveglio della primavera. Il più bello, il meglio scritto, è quello che inscena le differenze Nord-Sud senza acrimonia e anzi naturalezza, “Le strade fatte a vent’anni”, fanti nella grande guerra, tra Aquileia e Sacile nel 1915.
In uno di questi abbozzi, “Nasce un villaggio”, c’è tra i tanti meridionali di Alvaro anche un settentrionale, “un tipo di settentrionale piccolo e gramo”. L’odio-di-sé-meridionale, che qui ritorna nel racconto “Mezzogiorno”, l’unico concluso, è insomma temperato da un residuo di orgoglio. Perché è al fondo un disadattamento: con se stessi e con il resto – il Nord: che nasce dalla delusione, dall’identificazione impossibile con il Nord, in quel quadro unitario che il Nord ha imposto senza crederci. Una sorta di cammino sempre in salita, che continua nella posterità, dove, nota Cesarani, “in mancanza di istituti specializzati e fondazioni”, non è possibile “una edizione delle opere cronologicamente ordinata, attenta alle revisioni interne, corredata da apparati critici”.
Corrado Alvaro, La signora dell’isola
mercoledì 28 aprile 2010
Il ninja Fini tra le gambe di Bersani
Fini ha alzato a Bersani una palla da non credere: l’inaffidabilità della maggioranza, all’indomani della sua quinta vittoria elettorale consecutiva in due anni. “La fiducia degli elettori tradita”, “scene da basso impero”, eccetera, gli slogan erano facili, e anche gli strumenti: mozioni contro il presidente della Camera capopopolo e capo fazione, con corredo di giurisperiti e esperti, rilancio delle accuse di Fini a Berlusconi di mafia, delle accuse di Fini a Bertolaso, eccetera. Un'occasione storica per il partito Democratico, e una fortuna. Invece Bersani stende un tappetino a Fini. Un altro due per cento.
A questo punto bisogna prenderne atto: non è che l’ex Pci ha paura di vincere. È che, prima che vincere, vuole avere un partito di tappetini: diciotto partitini del due per cento, a corona del suo quindici per cento, questa è la sua idea di maggioranza. O forse Bersani non sa chi è Fini. Che già una volta tentò di fare le scarpe a Berlusconi: con Mariotto Segni, il perditutto. A meno che, come suggeriscono i suoi nuovi guerriglieri, Fini non sia una quinta colonna. Una sorta di ninja invisibile buttato tra le gambe di Bersani, per far esplodere le sue contraddizioni – questo non lo dicono, non ancora, ma dei veri vietcong non potranno fare a meno di questo linguaggio.
A questo punto bisogna prenderne atto: non è che l’ex Pci ha paura di vincere. È che, prima che vincere, vuole avere un partito di tappetini: diciotto partitini del due per cento, a corona del suo quindici per cento, questa è la sua idea di maggioranza. O forse Bersani non sa chi è Fini. Che già una volta tentò di fare le scarpe a Berlusconi: con Mariotto Segni, il perditutto. A meno che, come suggeriscono i suoi nuovi guerriglieri, Fini non sia una quinta colonna. Una sorta di ninja invisibile buttato tra le gambe di Bersani, per far esplodere le sue contraddizioni – questo non lo dicono, non ancora, ma dei veri vietcong non potranno fare a meno di questo linguaggio.
Obama cacciatore cacciato
Ha mangiato subito la foglia, il presidente degli Stati Uniti, ed è tornato on the road. A parlare alla “gente” sulla “main street”, sul corso. Nel cuore del paese, fuori dalle metropoli sofisticate e dai talk show che si titillano l’ombelico. Alla maniera di Berlusconi, ma certo con più grazia. E con lo stesso risultato: sottolineare tutto ciò che ha da dire. Che ha già detto, quando ha paragonato i banchieri ai gangster, ma che secondo i rispettabili media gli avrebbe alienato le simpatie della “gente”.
Un presidente degli Stati Uniti non è un Berlusconi: ha un potere e una solidità istituzionale immensi. Per questo fa una certa impressione vederlo affannato a spiegarsi e cercare il consenso. Ma dopo aver dimostrato che ha fegato, col sistema sanitario e il confronto col cinismo finanziari, dimostra nella sua campagna a basso livello di sapere come funziona il sistema dei mass media. Che ha giocato a suo favore nella campagna elettorale, facendone un cacciatore spietato di voti, ma ora ne ha fatto una preda. Sempre indirizzato, se non controllato, dagli stessi gattopardi: i media e il mercato sono tutt’uno, sono il dominio della comunicazione, e la comunicazione va sempre capo ai fondi e alle banche, direttamente, con la gestione dell’informazione, e indirettamente, come inserzionisti e finanziatori.
Un presidente degli Stati Uniti non è un Berlusconi: ha un potere e una solidità istituzionale immensi. Per questo fa una certa impressione vederlo affannato a spiegarsi e cercare il consenso. Ma dopo aver dimostrato che ha fegato, col sistema sanitario e il confronto col cinismo finanziari, dimostra nella sua campagna a basso livello di sapere come funziona il sistema dei mass media. Che ha giocato a suo favore nella campagna elettorale, facendone un cacciatore spietato di voti, ma ora ne ha fatto una preda. Sempre indirizzato, se non controllato, dagli stessi gattopardi: i media e il mercato sono tutt’uno, sono il dominio della comunicazione, e la comunicazione va sempre capo ai fondi e alle banche, direttamente, con la gestione dell’informazione, e indirettamente, come inserzionisti e finanziatori.
martedì 27 aprile 2010
Econostalgia di cinquant’anni fa
“A livello della base socio-economica” lo scriveva anche Eco nel 1964. Per un repertorio che è vivo solo come reperto d’epoca, benché sempre riproposto in edizione economica, per largo pubblico: i mass media, la televisione, il kitsch, i fumetti, le canzonette, e il midcult, “l’uso falso della cifra alta” (l’uso alto della cifra falsa?). Pieno di classificazioni perente: dieci ragioni per la cultura di massa, quindici contro, quasi fosse una partita di tennis e la cultura di massa non “spostasse”, che ci ha resi schiavi, senza campi di lavoro né penitenziari. O la liquidazione del romanzo giallo, che quarant'anni dopo avrà invaso stabilmente le librerie, da parte di uno che analizza in dettaglio i fumetti e la fantascienza, "ormai decaduto a "maniera" della violenza e del sesso". Ma è sempre Eco, col sorriso che illeggiadrisce, il solido fondo scolastico, la contemporaneità, la capacità di leggere Superman con Husserl, grande avventura, la mediazione culturale immediata, dagli Usa, la Germania, la Russia, la Francia, l’Inghilterra. Impensabile oggi, anche se non eccezionale cinquant’anni fa: nessuno concepisce o scrive un’opera del genere, nessuno la pubblicherebbe.
Eco si diverte. “Il Gattopardo” dice “onesto prodotto d’intrattenimento”, non diverso da Guido da Verona – se questa non è già una trappola della semiologia livellatrice. L'abate Suger è il persuasore occulto di Madison Avenue. Nembo Kid è Orlando, Sigfrido e Peter Pan, ed è pure vero. Superman è Parsifal, giovane, bello e forte ma virginale. E ha già l'avatar, gli endoxa, autorevoli e svagati, e ogni altro riferimento di questa nostra età dell'acquario - o è già passata? Anche se al gioco si perde qualche colpo. Nella semiologia di “Steve Canyon” – Steve è un eroe da fumetto – manca un doppio significato importante, alla settima inquadratura: “Il nome del segretario” di Copper Calhoun, la potentissima dark lady, Mr Dayzee, “suggerisce il nome di una «margherita» (daisy)”, scrive Eco. No, suggerisce una checca, una tante – che abisso si aprirebbe, vero?
Eco è sempre realista: spara a colpo fermo sulla “incapacità dei mass media di esprimere ciò che non sia già ovvio o acquisito”, non temendo di sfidare i futuri Santori. E liquidato "Il Gattopardo" in tre parole, si perde in inutilissimi saggi sui fumetti: Steve Canyon, Li'l Abner, Batman, Superman detto Nembo Kid, lo stesso simpatico Charlie Brown. Invidiabile, ma niente resta in più della simpatia.
Nell’autopresentazione anonima, molto umbertechiana, di questa edizione del 1977, l’autore si diverte a prendere in giro i suoi critici. A Citati, che nel 1964 lamentava al solito l’invadenza della cultura di massa, film, canzoni, fumetti: “Il brano”, commenta l’anonimo Eco perfido nel 1977, “benché si volesse profetico, era in realtà cronachistico”, già nel 1964 i poeti scrivevano canzoni e facevano film. Ma non dal 1964, dai tempi di Omero. Facciamo tutti prosa senza saperlo? La Kulturkritik è sempre a rischio kitsch.
Nel 1962, mentre è in viaggio di nozze, Eco partecipa a Grosseto a un simposio sulla tv nel quale è “contestato a sinistra da Armando plebe, e dall’Altrove Assoluto di Achille Campanile”. Campanile ogni tanto perdeva la bussola, che aveva scritto un “Trattato delle barzellette”, di 600 pagine. Mentre Eco le barzellette le sa raccontare, qui ne fa spesso uso. Ma l’Altrove Assoluto è vendicativo, e dove può sbriciola. “Apocalittici e integrati” sarebbero i “critici popolari della cultura popolare”. Popolari nel senso che vengono dal Tiburtino III, o scrivono per il Tiburtino III? O per la cattedra, e i lettori dell’“Espresso” intelligenti?
Umberto Eco, Apocalittici e integrati
Eco si diverte. “Il Gattopardo” dice “onesto prodotto d’intrattenimento”, non diverso da Guido da Verona – se questa non è già una trappola della semiologia livellatrice. L'abate Suger è il persuasore occulto di Madison Avenue. Nembo Kid è Orlando, Sigfrido e Peter Pan, ed è pure vero. Superman è Parsifal, giovane, bello e forte ma virginale. E ha già l'avatar, gli endoxa, autorevoli e svagati, e ogni altro riferimento di questa nostra età dell'acquario - o è già passata? Anche se al gioco si perde qualche colpo. Nella semiologia di “Steve Canyon” – Steve è un eroe da fumetto – manca un doppio significato importante, alla settima inquadratura: “Il nome del segretario” di Copper Calhoun, la potentissima dark lady, Mr Dayzee, “suggerisce il nome di una «margherita» (daisy)”, scrive Eco. No, suggerisce una checca, una tante – che abisso si aprirebbe, vero?
Eco è sempre realista: spara a colpo fermo sulla “incapacità dei mass media di esprimere ciò che non sia già ovvio o acquisito”, non temendo di sfidare i futuri Santori. E liquidato "Il Gattopardo" in tre parole, si perde in inutilissimi saggi sui fumetti: Steve Canyon, Li'l Abner, Batman, Superman detto Nembo Kid, lo stesso simpatico Charlie Brown. Invidiabile, ma niente resta in più della simpatia.
Nell’autopresentazione anonima, molto umbertechiana, di questa edizione del 1977, l’autore si diverte a prendere in giro i suoi critici. A Citati, che nel 1964 lamentava al solito l’invadenza della cultura di massa, film, canzoni, fumetti: “Il brano”, commenta l’anonimo Eco perfido nel 1977, “benché si volesse profetico, era in realtà cronachistico”, già nel 1964 i poeti scrivevano canzoni e facevano film. Ma non dal 1964, dai tempi di Omero. Facciamo tutti prosa senza saperlo? La Kulturkritik è sempre a rischio kitsch.
Nel 1962, mentre è in viaggio di nozze, Eco partecipa a Grosseto a un simposio sulla tv nel quale è “contestato a sinistra da Armando plebe, e dall’Altrove Assoluto di Achille Campanile”. Campanile ogni tanto perdeva la bussola, che aveva scritto un “Trattato delle barzellette”, di 600 pagine. Mentre Eco le barzellette le sa raccontare, qui ne fa spesso uso. Ma l’Altrove Assoluto è vendicativo, e dove può sbriciola. “Apocalittici e integrati” sarebbero i “critici popolari della cultura popolare”. Popolari nel senso che vengono dal Tiburtino III, o scrivono per il Tiburtino III? O per la cattedra, e i lettori dell’“Espresso” intelligenti?
Umberto Eco, Apocalittici e integrati
Ombre - 48
L’Italia è al terzo posto fra i partner della Cina, scopre “Affari e Finanza” di “Repubblica. È anche al secondo con la Russia, ed è un buon terzo, se non la metà, della Germania. Ma è sempre il “malato d’Europa” per la stessa “Repubblica” e per gli altri grandi giornali che fanno l’opinione, compresi quelli degli industriali, “Il Sole” e “La Stampa”. È una forma di scongiuro? È una forma di resistenza, ma a chi? È una furbata.
La Roma calcio potrebbe vincere il campionato se l'altra squadra romana, la Lazio, battesse l'Inter. Ma la Lazio preferirebbe perdere, anche a rischio di andare in serie B, i tifosi della Lazio: tutto pur di non fareun favore ai tifosi avversi. Anche per questo Roma non è Milano.
Non c’è dubbio che il campionato della Roma è stato migliore di quello dell’Inter: lineare (senza favori), meglio giocato, con un monte ingaggi dieci volte minore. Ma c’è un sospiro di sollievo alla “Domenica sportiva” e lunedì nei giornali al risorpasso dell’Inter. Potenza di Milano sui giornalisti. Ma frastornati sono anche i giornali romani e romanisti: l’egemonia e la sudditanza sono fatti che si interiorizzano.
Già due anni fa la Roma sfidò l’Inter, senza favori, con un bellissimo gioco, e perse il campionato all’ultima giornata. Ma non fa parte di nessuna leggenda.
Uno dei punti forti del godibilissimo “Le amanti del vulcano” di Marcello Sorgi, che è insieme romanzo e storia ferrea, documentata, politica e di costume, è Rossellini. Di come fosse molto fascista, poi molto comunista, quindi molto democristiano. Sorgi però se lo lascia sfuggire, chiude il regista nel ridicolo moralismo dell’Italia tragica e ridicola (“Ridicolmente tragica. Tragicamente ridicola”).
E se Rossellini non avesse avuto altro scampo? L’Italia, l’Italiano, purtroppo ha avuto, ha, politici e politiche che non meritano nessun impegno. Giusto quel poco che serve per sfangarla – cioè per lavorare: passare la giornata, costruire qualcosa.
Senza colpa: sono i politici e le politiche che le opinioni pubbliche, oggi le banche, impongono.
Il cardinale Martini, patriarca dei cardinali, quindi saggio, dal monte degli Ulivi dove si è ritirato a Gerusalemme, segue sul “Corriere della sera” l’attualità della chiesa, cioè oggi la pedofilia e il celibato. Ha sempre avuto il pallino del giornalista.
Questa domenica ricorda che alcune denunce di abusi sono state inventate, per estorcere denaro. Sa anche che “la maggioranza dei casi di pedofilia e di abusi sessuali si compie nell’ambito della famiglia, cioè là dove sono i primi educatori del fanciullo” E “personalmente” s’indigna che “una società che ha abbattuto ogni diga verso la sessualità” faccia la vergine offesa contro cento o dieci preti. Ma non ci vede complotto. La secolarizzazione certo non è un complotto, non uno demo-pluto-giudeo-massonico. E tuttavia lo è.
L’inflessibile giudice spagnolo Garzón passava le vacanze a New York come conferenziere. Pagandosi cioè come conferenziere. Sulla giustizia mondiale. All’università pagata dal Banco di Santander. È la giustizia mondiale bancaria? In Spagna forse.
Banco di Santander che negli Usa sarebbe fallito, pieno com’è di mutui insoluti e insolvibili.
E non ha pagato il giudice inflessibile, gli ha offerto le giuste vacanze.
Fini sarà il re incontrastato questa settimana di tutti i talk show, da Annunziata a Vespa. Facendo il generale Giap, come fa dire ai suoi, il guerrigliero contro la sua la maggioranza – ma quello non era Lin Piao? Poi magari se lo dimenticano di nuovo, e non sarebbe un danno, ma non è questo il punto. Il punto è:
immaginarsi il presidente della Camera Napolitano ogni giorno a sproloquiare per ore in tv. Dicendo di sé tutto il bene possibile, naturalmente, e degli altri merda.
Non ci saprebbe emozionare alla sfida dialettica tra Fini e Berlusconi in teatro. Col presidente della Camera che, con tutta la dignità dell’incarico, insinua le peggiori porcate del suo partito e s’insignisce della carica per diritto divino: “Vieni tu a togliermi la presidenza!”, urla sinceramente sconvolto al suo santo padre. Uno ha presente i suoi predecessori, Napolitano, Iotti, Ingrao, Pertini, Leone, di un’altra epoca, è vero, ma anche Violante e Casini, che non complottavano per far cadere i governi, non con i procuratori, non in confidenza, e non diventavano capifazione.
Fini è sempre stato un capopartito intollerante. Ha cacciato Storace e Santanché, voleva caciare Alemanno. E anche la Polverini la guarda ora con sospetto, in attesa di suicidarla. Non è stato nient’altro. Che ci trova la sinistra di attraente.
Balotelli doveva andare in Nazionale, far squalificare il campo della Juventus, indurre Mourinho a lasciare l’Inter, essendo più o meno Maradona redivivo, un po’ più alto, e nero certo. Per deferenza verso il padrone Moratti, un gran signore. Poi Balotelli ha avuto un gesto d’ira contro i tifosi ingiusti, il giorno del trionfo dell’Inter sul Barcellona. E allora pollice verso: paginate di grandi quotidiani, teorici sportivi, teorici psicologi, teorici di mercato, e moralistici: contro Moratti, un così gran signore?
La Roma calcio potrebbe vincere il campionato se l'altra squadra romana, la Lazio, battesse l'Inter. Ma la Lazio preferirebbe perdere, anche a rischio di andare in serie B, i tifosi della Lazio: tutto pur di non fareun favore ai tifosi avversi. Anche per questo Roma non è Milano.
Non c’è dubbio che il campionato della Roma è stato migliore di quello dell’Inter: lineare (senza favori), meglio giocato, con un monte ingaggi dieci volte minore. Ma c’è un sospiro di sollievo alla “Domenica sportiva” e lunedì nei giornali al risorpasso dell’Inter. Potenza di Milano sui giornalisti. Ma frastornati sono anche i giornali romani e romanisti: l’egemonia e la sudditanza sono fatti che si interiorizzano.
Già due anni fa la Roma sfidò l’Inter, senza favori, con un bellissimo gioco, e perse il campionato all’ultima giornata. Ma non fa parte di nessuna leggenda.
Uno dei punti forti del godibilissimo “Le amanti del vulcano” di Marcello Sorgi, che è insieme romanzo e storia ferrea, documentata, politica e di costume, è Rossellini. Di come fosse molto fascista, poi molto comunista, quindi molto democristiano. Sorgi però se lo lascia sfuggire, chiude il regista nel ridicolo moralismo dell’Italia tragica e ridicola (“Ridicolmente tragica. Tragicamente ridicola”).
E se Rossellini non avesse avuto altro scampo? L’Italia, l’Italiano, purtroppo ha avuto, ha, politici e politiche che non meritano nessun impegno. Giusto quel poco che serve per sfangarla – cioè per lavorare: passare la giornata, costruire qualcosa.
Senza colpa: sono i politici e le politiche che le opinioni pubbliche, oggi le banche, impongono.
Il cardinale Martini, patriarca dei cardinali, quindi saggio, dal monte degli Ulivi dove si è ritirato a Gerusalemme, segue sul “Corriere della sera” l’attualità della chiesa, cioè oggi la pedofilia e il celibato. Ha sempre avuto il pallino del giornalista.
Questa domenica ricorda che alcune denunce di abusi sono state inventate, per estorcere denaro. Sa anche che “la maggioranza dei casi di pedofilia e di abusi sessuali si compie nell’ambito della famiglia, cioè là dove sono i primi educatori del fanciullo” E “personalmente” s’indigna che “una società che ha abbattuto ogni diga verso la sessualità” faccia la vergine offesa contro cento o dieci preti. Ma non ci vede complotto. La secolarizzazione certo non è un complotto, non uno demo-pluto-giudeo-massonico. E tuttavia lo è.
L’inflessibile giudice spagnolo Garzón passava le vacanze a New York come conferenziere. Pagandosi cioè come conferenziere. Sulla giustizia mondiale. All’università pagata dal Banco di Santander. È la giustizia mondiale bancaria? In Spagna forse.
Banco di Santander che negli Usa sarebbe fallito, pieno com’è di mutui insoluti e insolvibili.
E non ha pagato il giudice inflessibile, gli ha offerto le giuste vacanze.
Fini sarà il re incontrastato questa settimana di tutti i talk show, da Annunziata a Vespa. Facendo il generale Giap, come fa dire ai suoi, il guerrigliero contro la sua la maggioranza – ma quello non era Lin Piao? Poi magari se lo dimenticano di nuovo, e non sarebbe un danno, ma non è questo il punto. Il punto è:
immaginarsi il presidente della Camera Napolitano ogni giorno a sproloquiare per ore in tv. Dicendo di sé tutto il bene possibile, naturalmente, e degli altri merda.
Non ci saprebbe emozionare alla sfida dialettica tra Fini e Berlusconi in teatro. Col presidente della Camera che, con tutta la dignità dell’incarico, insinua le peggiori porcate del suo partito e s’insignisce della carica per diritto divino: “Vieni tu a togliermi la presidenza!”, urla sinceramente sconvolto al suo santo padre. Uno ha presente i suoi predecessori, Napolitano, Iotti, Ingrao, Pertini, Leone, di un’altra epoca, è vero, ma anche Violante e Casini, che non complottavano per far cadere i governi, non con i procuratori, non in confidenza, e non diventavano capifazione.
Fini è sempre stato un capopartito intollerante. Ha cacciato Storace e Santanché, voleva caciare Alemanno. E anche la Polverini la guarda ora con sospetto, in attesa di suicidarla. Non è stato nient’altro. Che ci trova la sinistra di attraente.
Balotelli doveva andare in Nazionale, far squalificare il campo della Juventus, indurre Mourinho a lasciare l’Inter, essendo più o meno Maradona redivivo, un po’ più alto, e nero certo. Per deferenza verso il padrone Moratti, un gran signore. Poi Balotelli ha avuto un gesto d’ira contro i tifosi ingiusti, il giorno del trionfo dell’Inter sul Barcellona. E allora pollice verso: paginate di grandi quotidiani, teorici sportivi, teorici psicologi, teorici di mercato, e moralistici: contro Moratti, un così gran signore?
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