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sabato 12 giugno 2010

Quanto dureranno gli Usa in Afghanistan?

Si celebra la guerra degli Usa in Afghanistan come la più lunga mai attuata, più del Vietnam. Ma non è finita, come si vede. E potrebbe non finire presto. Gli Usa si apprestano anche a battere il record dell’Urss, che occupò l’Afghanistan per nove anni e due mesi, uscendone distrutta – dal 27 dicembre 1979 al febbraio del fatidico 1989. Gli Usa sono in Afghanistan ormai dal novembre 2001. Combattono questa guerra nel nome delle Nazioni Unite, con l’appoggio di una serie di paesi Nato, tra essi l’Italia. Che hanno tutti, come gli stessi Usa del resto, buone intenzioni. Ma, come gli stessi Usa per la verità, gli alleati si battono al minimo, sapendo che comunque è una guerra che non si può vincere. Si fanno forti della guerra tecnologica o chirurgica, che non esiste. O si dicono in missione umanitaria, o per i diritti civili. Ma sanno che sono in guerra, in una guerra che non possono vincere.
I morti per terrorismo sono in Afghanistan meno della metà che nel "pacificato" Iraq. E infinitamente meno che nell'indipendente e democratico Pakistan: il terrore è dell'islam contro gli islamici più che contro gli Usa. E tuttavia le truppe Usa (Onu, Nato) restano asserragliate nei loro quartieri, e la loro guerra poco o nulla ha della liberazione, piuttosto dell’occupazione, ne sono coscienti i governi dell'alleanza e i comandanti sul campo. La società afghana che si sente liberata e confida negli alleati è sempre minoritaria, è presente solo a Kabul, poco, senza presa nel paese e fra le tribù e, più spesso che non, è corrotta. Gli alleati peraltro non hanno nessuna voglia di combattere questa guerra, sia pure di liberazione: si avvalgono delle regole d’ingaggio Onu, che essi stessi fanno restrittive, per non fare nulla.
Il Pentagono e le agenzie Usa preparano una guerra molto lunga e molto più costosa, accreditando un Afghanistan mitico, favolosamente ricco dei minerali più pregiati, un altro paradiso terrestre sudafricano in terra. Di nuovo. Dieci anni fa lo accreditarono pedina determinante di un Grande Gioco Petrolifero, per i buoni uffici di un certo Ahmed Rashid, un pubblicista pachistano-americano. Una cosa insensata, che tuttavia, tradotta da Feltrinelli, ha venduto moltissimo e ancora tiene banco. Dunque sarà lunga. Ma come finirà?
Gli Usa non ne usciranno certamente distrutti: se impongono la propaganda come verità, non ne restano però prigionieri. Almeno finora non è mai successo, se ne sono sempre sganciati in tempo. Come, ancora non si vede: la soluzione non è certo retrocedere il paese ai talebani, che sono estremisti e quindi inaffidabili. Gli Usa dovranno riconoscere che una terza via è possibile tra l’inimicizia e la sudditanza, e crearla. Quanto prima, forse, tanto meglio: gli Usa hanno il vezzo di abbaiare, Obama compreso, ma gli afghani sono abituati ai cani, seppure con la faccia feroce – dove non c’è opinione pubblica, la minaccia è solo boomerang.

Dateci i nomi delle giornaliste

C’è un aspetto ludico, goliardico, ma non da poco. Quella del colonnello della Finanza che si vendeva le telefonate di Berlusconi a tre giornaliste, solo giornaliste femmine, è la storia più sapida di tutte le intercettazioni. Alle giornaliste il colonnello inviava anche piogge di sms, con richieste pressanti e profferte. Se i giornali si vendono col gossip, perché censurare proprio la storia che avrebbe fatto vendere copie a sfare?
Ma il fatto è anche serio. Berlusconi a Bari non si è reso colpevole di nulla, trombare non è reato. Il colonnello invece sì, è agli arresti. Ha diffuso informazioni di cui era l’ufficiale giudiziario, e per le quali era tenuto alla riservatezza. È un segreto di Pulcinella che alcuni ufficiali giudiziari (non della sola Finanza, per la verità) “confidano” con alcun i giornali o giornalisti. Questo non è ammissibile, anche se viene ammesso. E per una volta che questo reato viene punito, ogni giornale che si rispetti avrebbe dovuto darne compiuta notizia: una storia come questa non può essere minimizzata come è stato fatto.
Inoltre, le tre giornaliste, benché non soggette a provvedimenti penali, e anzi nemmeno nominate dai giudici, che tendono a considerarle vittime, sono in realtà corree. C’è già un reato di diffusione illegale di notizie, prima ancora che di diffamazione - o di semplice reato d’opinione, quello a cui indulgono gli scandalisti. Sono le tre giornaliste così amorosamente protette le referenti, o le corrispondenti, o le inviate, dei quotidiani che fanno l’opinione?

L’accoppiata Bazoli-D’Alema

Il “papa straniero” c’è già, e non è Fini come si pensa - come Ezio Mauro che lo propone pensa. E'Bazoli, il patron di Intesa e del “Corriere della sera”. E ha già un segretario di Stato, Massimo D’Alema - Montezemolo, di cui il "Corriere della sera" registra i respiri, è solo l'uomo dello schermo. Sta finendo nel Pd come nelle farse, o nelle antiche corse ciclistiche, che i più generosi e avventati tirano la volata a quelli che controllano il gruppo, che poi sono i campioni veri: il ticket Bazoli-D’Alema non è scritto in nessun posto, ma è stato deciso a Milano nella primavera del 2009, per rilevare l’accoppiata stanca ex Ulivo, Prodi-Veltroni, e si sta guadagnando sul campo i galloni di padrone della corsa.
Bazoli e D’Alema sono due cavalli di razza, come usava dire, e non hanno bisogno di scalciare. Fanno sempre la mossa giusta, che per il momento è mandare allo sbaraglio tutte le ballerine del Partito, avendo il senso della strategia e della tattica. La strategia è la candidatura di Bazoli alla presidenza della Repubblica in fine legislatura fra tre anni, quando l'avvocato avrà gli stessi anni che il presidente Napolitano aveva nel 2006, quando assunse la carica. Il posto tocca ai cattolici, nell'alternanza non dichiarata ma ferrea che sovrintende al Quirinale, e Bazoli è un candidato cui nessuno potrà opporsi. Forse nemmeno, in ragione della milanesità, lo stesso Berlusconi.
D’Alema sarà allora il leader alle elezioni politiche: quello che non gli è riuscito nel 2006, quando si inventò Napolitano presidente, perché la piazza era occupata da Veltroni, non avrà problemi a realizzarlo fra tre anni. La psoizione che si è assunta, di presidente della commissione sui servizi segreti, gli consente il massimo della discerzione con il massimo del potere. Che D'Alema mostra di saper usare con perizia. La sua scelta, da parte della Milano che conta, si è avuta nelle more della deflagrazione giudiziaria a carico di Berlusconi che D'Alema preannunciava e poi realizzò a Bari. Tra l'altro salvando anche il posto al suo sindaco, il giudice Emiliano,che aveva perduto il primo turno delle comunali - D'Alema è uno che "mantiene" le promesse.
Il nuovo ticket è l’unico in grado di tenere unite le tante anime del Pd, il frazionismo cattolico e quello ex Pci. La fortissima insoddisfazione dei cattolici è già stata un paio di volte tenuta a bada da Bazoli, specie in occasione della scissione operata da Rutelli. D'Alema non ha lo stesso ruolo nel Pd. Ma guarda ai suoi come Moro guardava ai Dc: dirigendoli col non fare e non dire, sicuro che al tirare delle somme faranno capo a lui.
Il ticket è anche editoriale: Bazoli e D'Alema fanno coppia sul "Corriere della sera", in antitesi netta col "partito" del gruppo L'Espresso-Repubblica, cioè contro Ezio Mauro e Carlo De Benedetti. E si battono sullo stesso terreno di Mauro e De Benedetti, quello della ex Dc: Mauro a torto è stato associato, col suo "papa straniero", a un personaggio laico o a se stesso, ma è De Benedetti che detta la linea, e l'editore è sempre stato ed è con gli ex Popolari - fu con Veltroni, a suo tempo, in funzione di vice-Prodi.
Effetto curioso, ma non secondario, di questo schieramento è vedere sul "Corriere della sera" una inconsueta presenza confessionale, perfino parrocchiale. La dirigenza laica della casa editrice, e quella ex Pci del quotidiano mettono sempre più in pagina omelie cardinalizie, commenti di storici della cheisa, presentazioni e interviste dello stesso Bazoli, e perfino le lettere pie delle elementari calabresi per la bontà e la pace nel mondo.

venerdì 11 giugno 2010

Ombre - 52

“Se i conti peggiorano, necessari altri interventi”. È il ragionamento lapalissiano: se piove, aprire l’ombrello, eccetera. Lo fa il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Ma Draghi non è stupido: vuole agevolare altri attacchi alla lira?

Gabriele “Lele” Oriali, per una dozzina d’anni factotum dell’Inter e suo volto buono, viene liquidato per fare posto a un uomo di Benitez. Nemmeno mezzo ritratto simpatico dei giornalisti lombardi, nemmeno mezza riga di critica dell’improvvisa e immotivata liquidazione. Moratti, che già s’era com portato alla stessa maniera con Mazzola, è quello che è. Ma i giornali? I giornalisti? È Milano: sempre sul carro del “vincitore”.

Sarzanini, inflessibile, ogni pochi giorni trova una casa nascosta a Bertolaso: a via Giulia prima, poi in Costa Azzurra, ora sulla costiera sorrentina. Questo è positivo: significa che la Guardia di Finanza, che la tiene informata, ha buon gusto, cerca le magagne di Bertolaso in posti belli. Ma perché non ci dicono subito, la Guardia di Finanza o Sarzanini, dove ha la seconda casa Bertolaso, che certamente ce l’avrà?

Il Pd ha chiamato a decidere sui massoni nel partito un comitato etico presieduto dal professor Luigi Berlinguer. Di una famiglia cioè che, diceva un tempo il loro cugino Cossiga, è di massoneria eminente.

Denis Verdini, spadoliniano (allievo e poi assistente del professore Spadolini al “Cesare Alfieri” di Firenze), è chiamato a dura prova, come il suo maestro, in tema di laicismo. Spadolini dovette provvedere, con qualche sgomento, alla legge contro le logge segrete. Verdini è vessato con cattiveria a Firenze, L’Aquila e Tempio Pausania da Procure della Repubblica molto laiche, anche se nel segreto: non c’è nulla di più vendicativo dei laici di logge diverse.
A Verdini all’Aquila contestano di avere favorito la mafia. E la Madonna no?


Unicredit fa fuori la Roma, la squadra di calcio. L’ultima concorrente da qualche anno dell’Inter verrà “ceduta al miglior offerente” dall’interista Profumo. Non è vero, ma è vero – il “Corriere della sera” lo dà per certo e normale: Milano non si vergogna di niente.

“Ho fatto incontrare D’Alema a Tronchetti Provera tramite Lucia Annunziata”, dice Tavaroli a “Repubblica”. Ma l’Annunziata non era di De Mita?

Michele Santoro si è fatto due prime pagine sui giornali “abbandonando la nave” di “Annozero”. E altre due prime pagine per il suo passaggio ai docufilm. Poi si è fatto due prime pagine annunciando la sua uscita dalla Rai, perché i docufilm costavano troppo, e altre due annunciando che (forse) sarebbe restato alla Rai. Infine, ancora altre quattro pagine, due e due, si è fatte su “Annozero” la prossima stagione, che non ci doveva essere e invece ci sarà. In totale, dodici prime pagine di giornale per niente, su un tema che non interessa a nessuno – Santoro non ha nulla a che vedere con la libertà d’opinione. È indigente il giornalismo? È troppo furbo Santoro?

Il giudice Spataro, famoso per le maglie larghe in alcune inchieste, tra esse quelle per l’assassinio di Fausto e Iaio (1978, centro sociale Leoncavallo) e dello stesso Walter Tobagi (1980), il giornalista del "Corriere della sera" oggi tanto celebrato, delitti maturati ed eseguiti nella sinistra, e per le maglie strette nell’inutile inchiesta su Abu Omar, sequestrato dalla Cia, pubblica un libro di 600 pagine di nessun interesse. Che si merita un pagina del “Corriere della sera”, anch’essa di nessun interesse. Il giudice è anche l’unico meridionale, negli ultimi cinque o sei anni, a meritarsi una pagina lusinghiera del “Corriere della sera”. C’è un’amicizia particolare tra Spataro e il giornalista Ferrarella? È lo splendore soggiogante della Procura della Repubblica?

Solo pagine interne, titoli in colonna, e poche righe di testo per colonnello della Guardia di finanza che a Bari è arrestato per aver diffuso verbali e altre carte segrete sulle puttane di Berlusconi. Silenzio totale invece sulle tre giornaliste cui il colonnello ha dato le carte. Una delle quali in cambio delle notizie avrebbe promesso di dargliela.
La giustizia non è uguale per tutti, certo. Ma dov’è il dovere di cronaca? Diteci il nome delle giornaliste, via. Diteci cosa scriveva loro e diceva al telefono il colonnello. Perché privarcene?

Berlusconi ha criticato, tra i tanti serial di mafia, “Il capo dei capi”. Il “Corriere della sera” fa dire all’ex giudice Ayala: “Una volta ho parlato con insegnanti del quartiere Brancaccio infuriati per lòa serie”. Il “Corriere” da solo non ce l’avrebbe fatta a dirlo.

Quanto pesa la leggerezza di Calvino

Si conferma che Calvino è abile (piacevole) “ordinatore”. Migliore analista che scrittore: sa quello che vuole scrivere meglio di quanto lo sappia narrare, vivace nella critica, noioso nel racconto. Ma anche nella critica arriva “dopo”: non inventa ma ordina. È piacevole perché è colto (educato), preciso e chiaro, nelle schede, negli articoli-saggi, in queste letture. Più acuto che piacevole, anche in queste celebrate letture è faticoso: “Prima ancora che la scienza avesse ufficialmente riconosciuto che l’osservazione interviene a modificare in qualche modo l’oggetto modificato, Gadda sapeva....”, si potrebbe dire con maggiore esattezza, sicuramente con più presa, con metà delle parole. La leggerezza invocata è tematica, la scrittura resta pesante.
Italo Calvino, Lezioni americane

martedì 8 giugno 2010

La milanese di mamma bresciana

È solo “milanese” nel trionfo. Anzi “milanese di madre bresciana”. Non si dice di Francesca Schiavone, trionfatrice al Roland Garros, “di origini meridionali”, come sempre nelle cronache (nere). Anche se non solo il padre è emigrato da Avellino, anche la madre bresciana ha origini meridionali. Il che è ottima cosa, la mancata sottolineatura. Se non che, nel caso, si segnala come un’omissione voluta, del tipo “giù le mani dai nostri successi”. O un nuovo tipo di anagrafe, in una col regionalismo? La madre certo è dirimente, in tutte le teorie razziste – anche se, nel caso, si ritorna alla domanda che perseguitava gli ebrei che cambiavano nome e religione: “Sì, ma prima?”
La “milanese di madre bresciana” è del “Corriere della sera”, o della “Gazzetta dello Sport”. Ma non è un omaggio al patron dei due giornali, Giovani Bazoli, il primo dei bresciani. È la cancellazione del padre. La conquista di Parigi non è il trionfo personale di Francesca Schiavone. O di una latina, per la prima volta, in uno sport da (ex) grandi potenze. O del tennis italiano. No, sarà stata una vittoria della Lega. Cioè, diciamoci la verità, di una certa Milano, quella che ci malgoverna da vent’anni. Lei ha dovuto far tappa, nella difficile carriera, in molti altri posti, anche in Sicilia, e non si stanca di dirsi italiana, e ringraziare l’Italia e dedicare il suo trofeo all’Italia. Ma è, ogni due righe, un’atleta “milanese”.

Scalfari era De Benedetti

Paolo Guzzanti non è simpatico, ma è geniale. Ha fatto parlare un cardinale morto, ha distrutto Gaetano Caltagirone, senza nessuna colpa, e ora fa dire a Carlo De Benedetti che il vero Scalfari è lui – lui, De Benedetti. Cioè, non glielo fa dire, ma lo rappresenta nell’atto di fare il vero Scalfari. Di farlo con parole sue, senza forzature, senza interviste, questa volta, a futura memoria. L’antipatia per D’Alema, come già la simpatia per De Mita, nientedimeno, e l’odio per Craxi, insomma la bussola politica scalfariana, è tutta roba di Carlo De Benedetti.
Guzzanti non fa dire a De Benedetti come è diventato editore. Che sarebbe la parte più intrigante della storia. Ma è già abbastanza sconvolgente sapere chi dettava la “linea” di “Repubblica”.
Paolo Guzzanti, Guzzanti vs. De Benedetti. Faccia a faccia tra un grande editore e un giornalista scomodo, Aliberti, pp. 367, €18

Liberare Gaza, si faceva nel 1972

C’era di mezzo la Siria e non la Turchia ma per il resto era tutto scritto: mozzafiato come l’abbordaggio del “Mavi Marmara”, e non meno cruenta, questa spy story 1972 sembra la traccia dell’ultima battaglia tra Israele e il terrorismo palestinese. Mancano i volontari pacifisti, ma la navigazione a vista, benché di notte, le tensioni tra i naviganti, l’incontrollabilità, e perfino una italian connection, Ambler quarant’anni prima ne aveva scritto la storia. In un’opera del resto a suo tempo ben nota, premiata dalla Crime Writer’s Association.
Eric Ambler, Il Levantino, Adelphi, pp. 270, € 13

Non è più monolitica la giustizia a Milano

Ci sono crepe nella giustizia milanese. Sicuramente nella giudicatura, i giudici sono sempre più esterrefatti dalla disinvoltura dei colleghi della Procura, e forse nella stessa Procura. Si rompe il solido unanimismo che ributta da anni il marcio sul resto d’Italia, coprendo il marcio milanese, e ciò che resta del Pci. I giudici che chiedono “un po’ di indagini” alla Procura sullo spionaggio Pirelli-Telecom potrebbero avere aperto una falla. La mossa era stata giudicata difensiva, un mettere le mani avanti di fronte al vuoto di indagini che la Procura ha presentato, a parte la condanna anticipata dei cattivi designati dell’affare, Tavaroli, Cipriani e Mancini. In quasi dieci anni di indagini, non si sono fatte intercettazioni, non si è analizzato il traffico telefonico tra la Sicurezza di Telecom-Pirelli e le aziende, si è volutamente omesso di analizzare la posta elettronica della Sicurezza stessa, non si è indagato in alcun modo il pur trasparente Oak Fund, il Fondo Quercia, nel quale i venditori di Telecom a Pirelli, Gnutti e Colaninno, gestivano parte delle enormi plusvalenze. Insomma, Telecom-Pirelli intercettava mezza Italia, ma questo solo per far divertire i tre cattivi - non è stata documentata alcuna attività estortiva. In Pirelli c’era un “conto del Presidente” Tronchetti Provera, attraverso il quale sono passati diecine di milioni, di cui il presidente disse di non sapere nulla, che non è stato indagato: niente irruzioni in questo caso della Guardia di Finaza, ma nemmeno la curiosità di sapere chi spendeva quei soldi senza giustificativo e perché.
Quanto è immorale la questione morale
Lo scandalo delle intercettazioni private è enaurme, ubuesco. Per due ragioni. Per quello che dice il giudice che condanna Tavaroli, Maria Panasiti. E perché, lo dice di passata lo stesso giudice ma ora è un fatto, la Procura non si muove. Il signor Terribilista Minale è come se non ci fosse, e i suoi collaboratori fanno finta di niente, pur di non indagare gli interessi che contano. Non è il solo scandalo acclarato infatti che la Procura di Milano non indaga. E non da ora, già dai tempi di Borrelli e della sua pretesa di agitare la questione morale. Il collocamento Saras. Il collocamento Tiscali. L’ammanco stratosferico Rcs. Dice: bisogna proteggere le aziende. Che azienda era Tiscali? Che azienda è Saras? E perché per molto meno Berlusconi invece è stato letteralmente seppellito da indagini e processi – parliamo di prima del 1994, poiché da allora Berlusconi, più furbo di loro, s’è messo a capitalizzare anche lo strabismo di questi giudici.
L’uscita di Tavaroli sabato su “Repubblica” ha aperto però un altro fronte: una parte dell’establishment giudiziario contro un’altra parte. Sicuramente la magistratura giudicante, forse anche una parte della Procura, se Edmondo Bruti Liberati, collaboratore di “Repubblica”, sarà il vice capo della Procura, ruolo al quale è stato già designato. All'apparenza non è così. Tavaroli, che ribadisce le solite accuse a mezzo mondo, patteggia una pena pesante, oltre quattro anni, rinunciando a difendersi nel processo. E il patron di “Repubblica”, Carlo De Benedetti, è un dichiarato avversario di Marco Tronchetti Provera, il padrone di Pirelli e, un tempo, di Telecom. Ma l’intervista si segnala per un mutamento di ottica: Tavaroli e “Repubblica” puntano sulla Milano che conta. Lo scandalo del calcio, dicono, è stato preparato nel 1992 dal bergamasco Facchetti, con un arbitro bergamasco suo amico. Inoltre, dicono, l’inchiesta sullo spionaggio è stata avviata subito dopo che Pirelli ha rilevato Telecom, nel 2002, ed è stata abbandonata subito dopo che Tronchetti Provera ha accettato di trattare con Bazoli la vendita di Telecom.
Prevale sempre il detto del non detto. Ma ora dal lato di Moratti e di Bazoli. Cioè della Milanno della Procura. Tavaroli qualcosa del resto la dice pure in chiaro, pur dichiarandosi colpevole di truffa e associazione per delinquere. Ora comincia il vero processo, dice, quello per rito ordinario a Cipriani.

sabato 5 giugno 2010

Dopo Fini, Murdoch da Veronica?

Il regime non c’è, ma l’aria è da fine regime, quando i capi vengono contestati dai loro cari, i figli, le donne. Ci manca solo che, dopo la visita a Fini, il figlio di Murdoch si faccia fotografare con Veronica Lario, magari per presentarle un programma anti-minorenni – o a favore? coi Murdoch non si sa mai, tra l’altro di questo figlio in missione in Italia non si sa nulla, se non che non conta nulla. Sarà stato peraltro, nonché un mancato regime, un governo che non lascia traccia, se non un manipolo di brutte leggi che gli vengono regolarmente cassate: Berlusconi sarà pure liberale, ma proprio per aver ridotto il governo a zero. Non ci sono naturalmente le finte contesse, quali usavano al tempo dei telefoni bianchi, ci sono finte minorenni e finte imprenditrici, ma ugualmente aggressive, e con la voglia di mettere le mani in pasta.
A differenza ancora dal vecchio regime, la transizione non si presenta cruenta. Le minorenni e imprenditrici, sia del ramo Berlusconi che di quelli Di Pietro e Bossi, sono perfettamente fungibili con le nobildonne, alcune vere, di casato, che già pensano a mettere le mani in pasta nel dopo regime. Il solo problema lo pone Fini. Le cui somiglianze con l’altro figlio acquisito sono impressionanti, ma di cui non ci si può attendere la liquidazione. Bisognerà restaurare la pena di morte?

È Napolitano l’opposizione di sua maestà

Un cosa finalmente Berlusconi sembra aver capito. Dopo i tanti errori nelle poche leggi che i suoi ministri riescono a mettere in piedi. Che la sua vera opposizione è Napolitano. Non i vari farfalloni che si vogliono imperatori della sinistra, esausti e felici quando hanno fatto le loro battutine nei talk-show della Rai e su Sky. E che Napolitano è un uomo di governo, e ha alto il senso dello Stato. Col quale quindi nei limiti del possibile, e sempre più spesso dell’impossibile, può proficuamente collaborare. Proficuamente per l’immagine, se non per la sostanza, del suo governo.
Sono ormai innumerevoli i casi in cui il presidente della Repubblica ha salvato il governo. Senza alcuna macchia politica, di accondiscendenza o peggio. Talvolta suggerendo egli stesso accorgimenti e soluzioni. Oltre agli errori di fatto, Napolitano ha anche un ruolo dirimente nello stemperamento della vis punitiva da cui i ministri di Berlusconi non riescono a emendare neppure il più insignificante dei loro provvedimenti – “Auctoritas per vim” sembra essere il motto di questi incolti, immaturi, piccoli Cesare.
Inutile fare l’elenco delle castronerie del governo, non c’è giorno senza una nuova. Il decreto Tremonti, per esempio, annunciato non dopo il varo, come è elementare di ogni decreto con risvolti fiscali, ma discusso a lungo prima del varo, in modo che chi doveva scappare è già scappato. O la legge sulle intercettazioni, in cui un onesto oppositore quale l’ex senatore democratico Barbera non riesce a rendersi conto come mai il governo si faccia un autogol ogni due giorni.
È questo il prezzo da pagare alla politica caligolesca del tutti i cavalli sono senatori, ma possibile che non ci sia un biglietto d’ingresso per i berlusconiani? Anche la democrazia ha dei limiti. Quella manageriale poi, di cui Berlusconi è il vanto, è anzi estremamente selettiva. Dobbiamo quindi pensare che l’incapacità è una strategia del capo del governo. Ma anche per questo aspetto l’azione di Napolitano è encomiabile: è la rivincita della politica, della vecchia politica, vecchissima, pensando da dove viene il presidente della Repubblica, al confronto di questi nuovissimi ambrosiani, così petulanti ma vuoti carrieristi.
Napolitano del resto era il leader naturale dell'ex Pci nel 1994: dopo l'equilibrata performance di presidente della Cemera tra il golpista Scalfaro (due Parlamenti sciolti in due anni) e i giudici mariuoli, si sarebbe preso tutti gli otto o dieci milioni di voti dei senza partito, i socialisti, i repubblicani, i liberali, che invece hanno dovuto astenersi o votare Berlusconi. Il 1994 poteva essere un 1948 rovesciato. Invece i gattini ciechi berlingueriani riuscirono a confermare la batosta del '48, e ancora occupano tutti gli spazi - per il diletto, è vero, dei giornali di Lor Signori: ce ne propongono anche la misura e il colore delle scarpe.

martedì 1 giugno 2010

Diavolo d'un Mussolini

La “totalità” volontaria del fascismo, il consenso a un regime che fu violento e bellicoso, specie da parte di intellettuali e letterati, solitamente allenati alla critica, e il segno che il fascismo lascia nella storia, pur essendo durato più o meno come Berlusconi, ne fanno un dominio ancora pieno di sorprese. Quando si potrà riparlare di Mussolini, si verranno a sapere cose molto interessanti. Per esempio nell’attualità internazionale. La “nazione proletaria”, con “fischia il sasso”, la Xma Mas e la guerra partigiana all’imperialismo, ovviamente britannico: i palestinesi, che studiavano gratis a Roma, con viaggio pagato, l’Irgun, i socialisti revisionisti di Jabotinski, che modellarono il gruppo militarista Stern sulle corporazioni, e gli afghani, l’India, l’Indonesia, Burghiba, Nasser, Sadat, i principati balcanici e l’Ungheria, lo stesso Giappone, il Sud America. Al re dell’Afghanistan Zahir fece educare la futura moglie, una sola correttamente, al Poggio Imperiale, e le figlie che ne nacquero. Il principe Daud, cugino di Zahir, era camicia nera in gambali, al tempo di Mussolini e dopo, in odio agli inglesi. È il principe che nel 1975 scacciò il re suo cugino per proclamare la repubblica e passare l’Afghanistan nell’orbita sovietica, sempre in odio agli anglosassoni.
Missiroli, direttore di giornali cinico più d’ogni altro, attivo anche nel dopoguerra, si cimenta qui in un elenco di lodi che toglie il respiro. Nell’anno 1941, è vero, quando la guerra non era ancora perduta. E in un libro, bisogna a dire, rimasto in buona parte nei depositi, di cui gli eredi dell’allora Società Editrice di Novissima si liberano. Insomma, l’antifascismo è venuto dopo. Ma, è questo il lato peggiore, molte delle cose qui dette non sono piaggerie, e alcune (il consolidamento del debito, il salario reale, la politica demografica, i lavori pubblici, la conciliazione religiosa, il Cnr…) anzi invidiabili: era migliore la burocrazia, l’Italia, il regime?
La persistenza mussoliniana si può vedere ribaltata. Il nazionalismo arabo e il fondamentalismo islamico riducendo a forme di fascismo, niente più. Come certamente sono, ma non sarebbe la stessa cosa. La continuità del fascismo è una cosa: il nazionalismo mescolato con le modernizzazione, e con la violenza. Il nazionalismo anche è un’altra cosa: l’antimperialismo difficilmente urta con la democrazia, specie se si coniuga con la modernizzazione (progresso, sviluppo), anche se in forme autoritarie. Il fondamentalismo islamico è invece terrorismo: è eversivo nel nome dell’assolutismo, della violenza senza limiti, dell’intolleranza più faziosa esclusiva. Mentre il fascismo è pur sempre un regime politico.
Mario Missiroli, Cosa deve l’Italia a Mussolini

Finito Freud, e il papa

Il filosofo segue i pittori lorenesi del Seicento Didier Barra e François de Nomé a Napoli, dove presero il nome collettivo di Monsu Desiderio. E si specializzarono in rovine, di palazzi, cattedrali, città. Per illustrare, scopre con sottile indagine, che dipingevano il crollo del cattolicesimo romano. C’è Napoli, naturalmente, al di sotto, qui, del vulcano. Roma con le vanità. E Nietzsche, cui Onfray fa dire: “L’arte alza la testa quando le religioni perdono terreno”. Nel Quattrocento per esempio, nel Cinquecento, secoli come si sa vuoti di arte. Oppure in questo Duemila, così pieno di arte, che la religione è scomparsa.
Le rovine di Monsu Desiderio, capita di leggerne due volte all’improvviso insieme, nel “Giorno della Locusta” (Nathaniel West) e in questa “Metafisica”: è un segno.
Il problema è che il papa, dopo quattro secoli, è ancora lì. Onfray, che ha appena finito di dichiarare finito Freud, è un revenant?
Michel Onfray, Métaphysique des ruines, Livre de Poche, pp.157, € 6

Ombre – 51

Nel Nuovo Diritto che si codifica a Firenze, città di tutti gli abusi, nuova capitale della questione morale, avendo defenestrato i napoletani di Milano, c’è un giudice che delle intercettazioni mette a conoscenza della difesa solo prende quelle ritenute buone dalla Procura. È come un giudice che del testimone ascoltasse solo l’interrogatorio dell’accusa.
Ma i cronisti giudiziari sanno anche delle intercettazioni sono buone quelle ritenute tali dai carabinieri – finanzieri, poliziotti. Questo, certo, il giudice di Firenze non è tenuto a saperlo, i giudici sono galantuomini.

Si sa tutto della manovra: interventi, tempi, effetti dei tagli. “Il Sole 24 Ore” lo spiega domenica, preciso, didascalico, anche semplice. Su “Repubblica”, “Corriere della sera”, “Stampa”, invece, non si capisce niente. A parte il litigio di tutti contro tutti, e cioè di tutti contro Berlusconi. I giornali che fanno l’opinione non sono informati? Impossibile. Sono per Bersani? Improbabile. Sono per la speculazione? I servi sciocchi ci sono sempre.

Toscano e fanfaniano senza peli sulla lingua, e ormai novantenne, Ettore Bernabei si consente, e Aldo Cazzullo gli consente, di dire tutto sul “Corriere della sera”. C’è il solito veleno fanfaniano, che vede l’agguato massonico (protestante, ebraico) ovunque, contro l’Italia del papa. Ma c’è anche il coraggio di dire quello che tutti sanno e nessuno dice, che Fazio fu cacciato dalla Banca d’Italia dagli affaristi, quelli dei merger & acquisitions, e dei titoli spazzatura – che poi ne presero il posto. E che la Dc fu modellata sulla Fuci dal cardinale Montini. Con la schiena diritta che avevano allora i democristiani, oggi verminosi.

Un Procuratore Nazionale Antimafia che denunzia un golpe della mafia, così, per sommi capi, per sentito dire, confidandosi con alcuni giornalisti, era ancora da vedere. Antimafia? Mafia? Lo stesso che, quando era capo della Procura palermitana aveva liquidato le chiacchiere sul golpe.
L’ex presidente Ciampi dà ragione al Procuratore del golpe. Ero presidente del consiglio, dice, e ne ebbi sentore. E allora anche Scalfaro, che era il presidente della Repubblica, si ricorda. E che fecero? Non se lo ricordano? Manca Mancino per completare lo schieramento, il capo del Csm, ma lui i mafiosi pentiti accusano come golpista.

La rubrica “Fuori verbale” di Fiorenza Sarzanini questa settimana su “Io Donna”, femminile del “Corriere della sera” diretto da Diamante D’Alessio, merita la lettura:
http://www.leiweb.it/iodonna/ascolto/10_a_sarzanini-gloria-piermarini-moglie-bertolaso.shtml
Cronaca? Giudiziaria? In originale, con la fotina, invoglia molto a votare Bertolaso, sua moglie, i suoi figli, il suo cane. Ma lo squallore, certo, resta imbattibile.

Il giudice di Milano trova l’indagine Telecom tanto indecente che chiede alla Procura di fare altre indagini. Scopriremo presto che questo giudice è un corrotto?
La Procura è del parere che lo spionaggio di Pirelli e Telecom non c’è stato. Che un certo Tavaroli se ne sia abusato, ma neanche lui sia propriamente colpevole, poiché lo si ammette a un patteggiamento: sarà condannato a pagare un certa somma. Ma la Procura non lo intercetta per vedere chi gli dà i soldi.

Due casi di giustizia killer sullo stesso numero del “Corriere della sera” mercoledì 26: di Formica, dichiarato innocente dopo diciassette anni, e di Saccà, mai giudicato ma silurato dalla Rai di Prodi su intercettazioni abusive della Procura antimafia di Napoli. Due socialisti. È il compromesso storico? È il referendum sulla responsabilità civile dei giudici?

Solo il “Corriere della sera” dà notizia dell’assoluzione di Formica. “La Repubblica” neanche una riga – ma per il giornale di De Benedetti i socialisti non sono mai “esistiti”. Neanche “La Stampa” ne parla: Mario Calabresi dirà poi che lui non c’era nella stanza?

Solo “il Foglio”, a proposito di Formica, dirà il giorno dopo, in una lettera, che l’accusatore dell’ex ministro socialista, Alberto Maritati, ha poi meritato il seggio di senatore dell’ex Pci.
Si può aggiungere che Maritati è senatore dal 1999, allora subentrante e poi rieletto in tutte le votazioni. Subito dopo il subentro, è stato sottosegretario agli interni, nel secondo governo di Massimo D’Alema. Aveva effettuato lui stesso l’indagine a carico di D’Alema per il finanziamento illecito del Pci-Pds in Puglia, fino alla prescrizione. Una sola volta si candidò personalmente, a Lecce per il sindaco nel 2002, ma prese pochi voti, meno di quanti andarono ai partiti della sua coalizione.

La legge Mastella sulle intercettazioni era più restrittiva di quella Alfano. Riuscire a scatenare un putiferio con una legge meno censoria è conferma del dilettantismo dei governi Berlusconi. Quest’uomo di formazione aziendale, e con uno spiccato senso dell’immagine, non sa gestire il governo e non sa curare l’immagine.
Ma né gli editori, né i giornali, né i loro padroni banchieri elevarono contro il ddl Mastella l’un per cento delle proteste che elevano contro Berlusconi.

La Guardia di Finanza fa le azioni esemplari contro gli evasori. Come un tempo mettere dentro Sophia Loren. Ora requisisce lo yacht di Briatore per contrabbando. Non si indagano però ricchi di più lunga data che Briatore, gli Agnelli, Elkann, De Benedetti. Che risiedono in Svizzera, mentre in Italia fanno i soldi, l’opinione, e la politica.

Il libro "Guzzanti vs. De Benedetti" si vende sotto questa insegna: ""Bersani e D'Alema stanno ammazzando il Pd". E De Benedetti?

domenica 30 maggio 2010

La storia della letteratura? È tribale

Con prefazione di Auden, traduzione di Fruttero, e corone d’alloro di Edmund Wilson e F.S.Fitzgerald, buoni amici dell’autore, un racconto massicciamente esile. Un raccontino, ai margini di Hollywood. Che al più anticipa quella che oggi si chiama antifrasticamente American Dream, la vita squallida del cittadino americano. Peraltro anticipata con ben più forza da Steinbeck e Dos Passos, e dal neo realismo – sì, proprio, anzi peggio: la commedia all'italiana. Ma forte degli U.S.A., e della solita biografia, anche se più che altro West dissipò i suoi poco più di trent’anni - della biografia si ricorderà soprattutto la notizia che qui manca, che l’autore, quando gestiva l’albergo Sutton a New York, ebbe come cliente nel 1933 Dashiell Hammett, reduce dall’albergo Pierre, che non riusciva più a pagare. Carlo Fruttero, che questo West ha tradotto (faticosamente) quando aveva ventisei anni, nel 1952, ha poi fatto ben di più, per dirne uno. Ma West si faceva appaiare dall’editore a Hemingway, Faulkner, Fitzgerald e Steinbeck, e questo basta.
Nathanael West, Il giorno della locusta

L’Italia sovietica - 2

Un addendo s’impone alla lista delle persistenze sovietiche in Italia
(http://www.antiit.com/2009/09/litalia-sovietica.html):
Le intercettazioni. Come già nei mgliori alberghi di Praga, Varsavia e Mosca, e nei ministeri: nulla è cambiato.
Le “manifestazioni” popolari (spontanee) in divisa.
I "processi" a Berlusconi.
La Cgil, il sindacato del no, mentre si lavora ormai senza contratto, o con contratti minimi, senza contributi - in attesa della rivoluzione?
La Rai, così partitocratica.
I giudici, pure - al Csm, alla Corte costituzionale.
La carcerazione preventiva.
La Corte di cassazione.
Zanchini, Fahrenheit, Dandini, Annunziata, Floris, che sembrano fatti con lo stampo, non scartano mai: sguardo introspettivamente censorio, un giudice per tutto, stessi ospiti e stessa scaletta, come se ci fosse ancora il cominform. Pieni di un’autorità interiore, quella di tutte le turpitudini. La destra li lascia fare, sono il suo reagente.
Il teatro del Comune, della circoscrizione, del sindaco.
L’orchestra stabile della Provincia. Che suona gratis, nelle sale affittate dal Vaticano, o dall’arcidiocesi.
I docufilm dell’assessore.
La cattedra alla gloriosa rivoluzione cubana.
L’informazione giudiziaria di “Repubblica”, “Corriere della sera” e “La Stampa”, fatta sempre con lo stesso stampo. La gestione dell’informazione è molto sovietica.
Le cronache politiche degli stessi giornali.
C'è uno spreco perfino di conformismo.
I proscritti. Alla Rai, bei giornali, nell’editoria: i socialisti, i repubblicani, i radicali, i cattolici non compromessi, con la storia o con Berlusconi.
Il silenzio dell’opinione – la proscrizione funziona nel silenzio, dopo i primi posti nelle graduatorie dei licenziamenti, per stati di crisi anche fittizi, e gli ultimi nelle sostituzioni estive, che interrompevano la disoccupazione.

sabato 29 maggio 2010

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (59)

Giuseppe Leuzzi

“The Economist” del 29 aprile ridisegna la carte dell’Europa in base al debito e al malgoverno. La Gran Bretagna manda alla deriva, “verso le Azzorre, il Sud d’Italia stacca dall’Italia, chiamandolo “Bordello”: “La Germania può restare do ve sta, come la Francia. L’Austria dovrebbe spostarsi a sinistra al posto della Svizzera (trasferita in Scandinavia, n.d.r.), lasciando il posto alla Slovenia e alla Croazia un po’ più a Nord-Ovest. Dovrebbero unirsi all’Italia del Nord in una nuova alleanza regionale (idealmente gestita da un Doge, da Venezia). Il resto dell’Italia, da Roma in giù, si dovrebbe separare per unirsi alla Sicilia e formare un nuovo paese, ufficialmente chiamato il Regno delle Due Sicilie (ma soprannominato Bordello). Potrebbe formare un’unione monetaria con la Grecia, e con nessun altro".
Il settimanale britannico lo dice per ridere. Non sa che potrebbe essere una soluzione, peggio con questa Italia non può andare.

Nel romanzo-rivelazione degli Usa, “The End”, Salvatore Scibona fa distinguere ai suoi personaggi la parlata palermitana da quella siracusana. Nella tradizione filologica che impressiona anche nel parlato originale del “Padrino”, la serie dei film di Coppola. È il linguaggio sradicato che si fissa, le differenza restano accentuate. Ma c’è una non svalutazione del Sud. Nulla di falso memoriale, o di retorico. Solo una differenza matter of fact, molto solida. Bella perché irriducibile.

Aggirandosi per la Garfagnana e l’Appennino ligure-piemontese, zone di forte emigrazione un secolo fa, ancora oggi se ne può trovare la ragione nella natura, arida, ostile. Per chi partiva invece dalla Calabria, dalla Campania, dalla Sicilia orientale, terre ubertose, la ragione è un fatto di storia: dell’incapacità di creare ricchezza, non dell’impossibilità.

Sudismi\sadismi
Gerace è un paese gioiello, di palazzi e chiese ben conservate, pulito, ordinato, attorno a una cattedrale romanica tra le più pure e monumentali, e di gente laboriosa e mite, alta sulla costa sopra lo Ionio, anche il clima vi è invidiabile, fondato dagli antichi locresi. Ma il “Corriere della sera” vi celebra l’unità con due pagine di turpitudini: mafie, ruberie, stupidità (le donne vi credono le olive quadrate…), e naturalmente il feudo – la cui colpa, come si sa, è di non esserci stato. Insomma, con la solita ignoranza prevenuta. Anche se a opera del calabrese Sergio Rizzo. Poi dice che questa Italia non è da vomito.

Sviluppo e eugenetica - 2
L’eugenetica che il professor Lynn ripropone (“In Italy, north–south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy”, v. l’’ultimo “A Sud del Sud”) non è una follia di Hitler. Pazzi e prostitute liquidava già Robespierre. Mentre la Svezia sterilizza donne, perlopiù, e uomini, duecentomila dal 1934, su una popolazione di otto milioni di abi-tanti, per “igiene sociale e razziale” – la Svezia ne tiene il conto, altri no: Norvegia, Danimarca, Canada, Usa, Francia, Austria, Olanda, Svizzera. Tutti i valori della modernità convergono sulla buona morte, dagli Usa e gli scandinavi dei buoni sentimenti, come dalla Germania. Alla fine della Grande Guerra, benché la sovrappopolazione fosse decimata dalla spagnola, gli ottimi Alfred Hoche e Karl Binding, un medico e un giurista teutonici, entrambi molto liberali, pubblicavano un Via libera all’annientamento della vita priva di valore vitale, un volumetto che è quasi una guida, spirituale e materiale.
Eugenetica, la parola è beneaugurate, la biologia fatalmente vi confluisce, gli anni Venti ci credettero. Fu popolare agli inizi del Novecento in Germania, i Krupp ne finanziarono la ricerca, e negli Usa a opera di Charles Davenport, che a fine Ottocento aveva divisato una società in cui “innamorarsi con intelligenza”. Nonché di Madison Grant, avvocato, e Theodor Roosevelt, poi presidente Progressista e Nobel per la pace, che fondarono la New York Zoological Society, al fine di bloccare l’emigrazione dall’Est e Sud Europa e ste-rilizzare gli immigrati da quelle zone, italiani, iberici, balcanici. Il blocco divenne legge, e la sterilizzazione fu libera fino a tutti gli anni Venti, fino a che la Depressione non la rese onerosa. La sterilizzazione coatta dei poveri si praticò su larga scala, diecimila casi nella sola California. Il giudice Oliver Wendell Holmes jr., pilastro del liberalismo americano, e per trent’anni della Corte Suprema, fino ai suoi novant’anni, la autorizzò nel 1927, quando ne aveva 86, per i “mentalmente disabili”. Né si è spenta negli Usa la speranza di eliminare geneticamente la criminalità. Gli amori intelligenti Davenport voleva tra partner astemi, danarosi e nordici.
Margaret Sanger, che a Davenport subentrò nell’impegno, praticò gli amori intelligenti a partire da Havelock Ellis, il sessuologo. Una volta libera dal secondo coniugio con tre figli, dopo il primo di prova contratto a diciott’anni. Patrona degli immigrati, distribuì profilattici gratis nei quartieri poveri di New York. Nel controllo delle nascite individuando anche il nodo della liberazione della donna. Si espongono o uccidono le bambine, Margaret spiegherà nel 1920 in Woman and the New Race, in India e Cina, a iniziativa delle stesse madri. Come già a Sparta, dove le donne, possedendo i due quinti della terra, controllavano la famiglia e l’infanticidio selettivo. In Germania la pratica fu tanto diffusa che “un solo principe ebbe a condannare ventimila donne a morte per infanticidio”, e un decreto del 1532 dovette comminare a scopo dissuasivo pene quali l’impalamento, la sepoltura da vivi, l’annegamento in un sacco con un serpente, un cane e un gatto. In Italia per ogni 100 uomini infanticidi Margaret registrava 477 donne – senza contare che l’uomo “di solito lo fa istigato dalla donna”.
Era una genetica utopista, quella degli anni Venti, che la povertà imputava ai geni poveri dei poveri. Specie a Londra, dove l’eugenetica di Davenport fu rilanciata da Keynes, Bertrand Russell, Wells e Maria Stipes, la quale nel ‘21 fondò una Società per il Controllo Costruttivo delle Nascite e il Progresso Razziale. Con l’obiettivo di sterilizzare i maschi di colore. Era la parte nobile del “razzismo scientifico”: estirpare il male. Che la Germania non omise di copiare, adibendovi tipicamente una pro-fessione, l’“igienista razziale”. Nel ‘31 gli igienisti razziali Hans Harmsen e Fritz Lenz individuarono la radice della criminalità nelle malattie e-reditarie, e proposero un piano per isolare le “stirpi malate”, per lo “sradicamento dei geni”. Eric Voegelin chiarì nel ‘33 in Razza e stato che il razzismo è utensile dell’imperialismo. Ma Harmsen insistette, e nello stesso anno elaborò con Gunther Ipsen, altro scienziato, un piano per la purezza del popolo tedesco attraverso la separazione razziale e una politica selettiva delle nascite. Nel ‘34 Hitler se n’appropriò, creando la scienza genealogica del popolo tedesco. Harmsen contribuì con la sterilizzazione dei disabili nella Innere Mission, il fronte interno, una catena di cliniche protestanti di cui era l’ufficiale sanitario. Sarà medico ancora dopo la guerra, fondatore della Pro Familia, nuova denominazione delle vecchie leghe eugenetiche, di cui è il presidente. La sterilizzazione, che si pratica tuttora in India, su base volontaria con premio in denaro, ecologi e biologi non cessano di predicarla, un movimento anzi si potrebbe creare, di ecologi che si tagliano le palle in pubblico, per fermare le nascite.
L’eugenetica fu semplice e bella anche per Margaret Sanger. L’aborto selettivo surroga oggi l’infanticidio, con effetti variati: nei paesi islamici si abortisce, rilevò in Woman and the New Race, dopo che è nato il figlio maschio. Negli Usa stimò fra uno e due milioni di aborti l’anno, “una disgrazia per la civiltà”. Abortivano di più i neri, che però insistevano a procreare, e questo era insieme una disgrazia e un problema, moltiplicandosi criminali e asociali. Su questa base l’aborto selettivo diverrà la soluzione anche per Margaret, appena due anni dopo la “disgrazia per la civiltà”: per duecento pagine, in The Pivot of Civilization, calcola il costo “dell’imbecille sull’intera razza umana”, anche “finanziario e cul-turale”, con prefazione di H.G.Wells. The Birth Control Review parlò di “peso morto di rifiuti umani”, allargando la “minaccia alla razza” a neri, latini e balcanici, non a motivo della lingua, ma della inferiorità mentale.

Aspromonte
“La più remota montagna della penisola italiana” chiama il massiccio Corrado Alvaro, nel saggio “Rich literature and Poor Life”, scritto per “Confluence”, la rivista di Henry Kissinger, nel 1954. Era così ancora di recente, al tempo dei sequestri di persona. Ma non in Calabria.
La Montagna è in Calabria l’Aspromonte. La Montagna, ogni paese e ogni anfratto, è femminile. Vive di miti femminili, unificati nei vari culti della Madonna.
C’è da rivedere tutta l’antropologia sulla donna del Sud, nella Montagna e anche altrove.

Ovunque nell’Aspromonte riciccia la Francia. Per “La chanson d’Aspremont” voluta dai normanni, per i normanni, che vi si nobilitarono, e per il culto della Madonna della Montagna. Per i tanti nomi, dei luoghi e delle persone. Per gli studi che sono stati fatti nel Novecento, sui normanni, i bizantini, l’Aspromonte e la Calabria.
C’è anche Pascal, che a una certo punto adottò lo pseudonimo Montalte – Montalto è la cima dell’Aspromonte. Per pubblicare nel 1656 le “Lettere a un Provinciale”. L’aveva preso da un autore italiano che aveva pubblicato in latino una “Revisione della sentenza di Pilato contro Gesù Cristo”.
Lo pseudonimo Pascal aveva adottato per sfuggire ai gesuiti. Che infine lo snidarono. Ma non riuscirono a capire perché Montalte. L’autore italiano l’aveva adoperato anche lui come pseudonimo, essendo probabilmente ebreo.
Louis de Montalte non bastando, Pascal lo anagrammò poi variamente, in Salomon de Tultie, altro pseudonimo, o Amos Dettonville.

Ovunque si scavi, a Oppido Mamertina nel suo vasto agro, a Nardodipace, a Monasterace, sui pianori dell’Aspromonte, tracce emergono greche e romane. Fuori terra c’è un patrimonio bizantino da ricostituire, forse più vasto di quello che la Grecia s’è ricostituito negli anni 1990 con i finanziamenti europei. E c’è un documentatissimo patrimonio normanno, di atti, notarili, giudiziari, domestici, chanson de geste, chiese, torri, castelli, tombe, epigrafi, che terrebbe impegnata una buona università per molti anni. C’è un patrimonio religioso antico e antichissimo: il santuario di Polsi è il luogo di venerazione con più continuità nella storia. Ma con tanti manufatti storici, la storia in Calabria non esiste. Meno che mai nell’Aspromonte.
L’isolamento nell’Italia moderna, e la dannazione in quella unita, hanno creato un forte pedigree di smemoratezza. Riempita di vuote ciance senza mai una pezza d’appoggio – la famosa scuola patriottica meridionale, “l’intellettuale della Magna Grecia” che l’Avvocato Agnelli derideva. L’unica storia è quella dei sequestri, dei Nirta-Strangio, dei Piromalli. Dopo quella del feudo, che in Calabria è colpevole perché non c’è stato.

L’Aspromonte è quello di “Gente in Aspromonte”, la raccolta di racconti di Corrado Alvaro. Che è di ottant’anni fa. E rievoca un mondo di cento-centoventi anni fa. Ed è solo l’opera di un grande scrittore, che tra l’altro non amava la montagna. È come se uno dicesse che Milano era nell’Ottocento quella del Seicento di Manzoni, quindi con sessantamila bravi, più di tutti i mafiosi della Calabria, della Sicilia e di Napoli messi assieme.

leuzzi@antiit.eu

Scomoda nei giornali la verità del terrorismo

Una testimonianza della rozzezza del giornalismo, e delle censure (ex) Pci. Una testimonianza perfino benevola, tale è la devastazione dei casi che le sottostanno. E che, oltre al disgusto, lascia il gusto dell’insipienza politica: tanto rivoluzionarismo ha avuto i suoi morti ma non ha influito sugli eventi, non ha spostato l’opinione. Una prova dunque d’incapacità. Ma, allora, perché si continua ad averne timore? È che l’apparato rivoluzionario non va più ma quello censorio resta forte. E perché resta forte? Perché, allora come ora, i giornali appartengono a gruppi di interesse, sempre gli stessi, che, con diversa articolazione, si basano sempre sulla stessa dissimmetria: l’accordo con gli (ex) comunisti. L’impronta è sempre la stessa: un liberale, allora Ottone, che dirige il giornale con gli apparati del partito.
Il libro è coraggioso, ma si legge in questi giorni di celebrazione dell’assassinio di Tobagi con disagio: l’autore di un libro che Bompiani-Rizzoli pubblica, giornalista del “Corriere della sera”, deve non dire le cose che sa.
Michele Brambilla, L’eskimo in redazione

giovedì 27 maggio 2010

Tobagi contro il giornalismo dei dossier

Il volume dell’Ordine dei Giornalisti di Milano, “Walter Tobagi giornalista”, a cura di Giuseppe Baiocchi e Marco Volpati, scaricabile dalla rete sul sito dell’Ordine, un’antologica dell’opera del giornalista assassinato nel 1980 dalle Forze Comuniste Combattenti, contiene l’ultimo intervento di Tobagi nella sua Stampa lombarda, aspramente contestato da molti convenuti all’assemblea. Un dibattito all’insegna dei fronti contrapposti, e con l’inevitabile “imbarbarimento della società”. Tobagi poneva il problema delle fonti e delle strumentalizzazione, dell’uso pilotato delle indiscrezioni. Il giornalista del “Corriere della sera” assassinato è un martire della libertà d’informazione, ma non come la intendono coloro che se ne sono gesuiticamente impossessati. Il testo del suo intervento si può leggere di seguito, con la premessa dei curatori.
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Il 27 maggio 1980 si tiene al Circolo della Stampa di Milano un affollato convegno, promosso dall’Associazione lombarda dei Giornalisti sul tema “Fare cronaca fra segreto professionale e segreto istruttorio”. Il convegno era un modo per rispondere al malessere suscitato fra i giornalisti dal caso Isman (il giornalista del Messaggero incriminato per aver pubblicato i verbali dell’interrogatorio di Patrizio Peci forniti da un alto dirigente dei servizi, Russomanno). Le vicende del terrorismo avevano infatti aperto nel mondo dell’informazione la spiacevole sensazione di venire in alcune occasioni usati, non per trasmettere notizie, ma per essere trasformati in strumenti involontari di lotte di potere interne agli investigatori, alla magistratura, al potere politico. Su questi effetti perversi quella sera si interrogano, in un dibattito di alto profilo etico e intellettuale, giornalisti, magistrati, avvocati. Tobagi ne tira le fila, riassumendo rischi e disagi ma anche, com’era suo costume intellettuale, cercando di proporre in positivo strumenti nuovi e modalità per tutelare meglio libertà di stampa e diritto del cittadino all’informazione. È l’ultimo suo intervento. La mattina dopo, il delitto.
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In senso proprio, credo non ci possano essere conclusioni di un dibattito come uello di stasera ed è, direi, quasi imbarazzante parlare dopo il professor Pisapia per le cose così limpide che ha detto. Quindi il tentativo che farò, scusandomi se non sarò brevissimo, nonostante l’ora tarda, è di ragionare un po’ sulle cose che sono avvenute, sulle cose che sono state dette.
La prima osservazione, ma debbo prima chiedere scusa personale a un collega se mi sono permesso di interromperlo verso la fine, ma mi pareva si fosse perso il senso drammatico della situazione nella quale anche questo nostro dibattito si sviluppa con frequenza crescente. È vero che c’è un imbarbarimento della società italiana che tocca tutti, ma sappiamo purtroppo come nasce questo imbarbarimento e possiamo meravigliarci ogni volta che scopriamo degli effetti prodotti da questa situazione, ma sappiamo appunto come nasce e dobbiamo anche domandarci in che modo possiamo evitare che si propaghi.
La prima osservazione è che questi convegni si vanno ripetendo con un eccesso di frequenza. Ne abbiamo fatti – mi pare – tre da gennaio in qua, quindi a ritmo di quasi uno al mese, il timore è che non si cada un po’ nel vezzo, nella inefficienza, nell’inadeguatezza delle famose «grida spagnolesche» che non servivano. Perché tutte le volte noi ripetiamo gli stessi appelli, poi le cose vanno avanti come prima: vediamo a chi toccherà la prossima volta.
La seconda osservazione riguarda lo sciopero. Lo sciopero è stato evidentemente per molti di noi, se non per tutti, uno sciopero difficile perché poteva dare la sensazione che noi volessimo pronunciarci esplicitamente contro una sentenza. Da questo punto di vista è particolarmente sgradevole e non voluta questa interpretazione dello sciopero da parte di chi è estremamente sensibile a un concetto di democrazia che si fonda sulla diversità e sull’autonomia delle istituzioni, ognuna delle quali deve funzionare nella propria autonomia sostanziale e quindi ogni manifestazione che in qualche modo tende a vincolare e condizionare le scelte compiute da un’istituzione autonoma, qual è la magistratura, può apparire non tollerabile, non sostenibile. È altresì vero e credo che in questo senso l’adesione allo sciopero è stata poi così massiccia e così convinta da parte dei giornalisti che c’era in gioco non solo un elemento di solidarietà personale con il collega Isman – qui noi abbiamo sentito il fratello di Fabio, Fabio è un collega che molti di noi hanno conosciuto perché è uno di quei colleghi che si trovano sempre sul campo, sempre dove c’è da correre, da lavorare – quindi c’è un elemento di solidarietà personale da parte di chi lo conosce, ma c’è anche il senso di dare un’indicazione che la categoria dei giornalisti, nonché non rivendicare dei privilegi corporativi, non è disposta a diventare una sorta di capro espiatorio di chissà quali cose vengono fatte al di sopra delle proprie teste.
E qui si inserisce anche l’altra considerazione che purtroppo dobbiamo fare perché non capiremmo la situazione che si è determinata se non ci dicessimo con brutale franchezza che nella vicenda Russomanno, così come in altri casi, si è avuta la percezione netta della politica proseguita con altri mezzi, cioè l’amministrazione della giustizia o meglio delle indiscrezioni che trapelano dal segreto d’ufficio come uno degli strumenti della lotta politica che avviene in questo Paese. È una cosa probabilmente non nuovissima, anzi è una cosa vecchia.
La novità credo solamente stia nell’intensità con cui il ricorso a questo metodo iproprio di lotta politica avviene e nella gravità perciò che essa assume. Perciò, se noi vogliamo seriamente fare i giornalisti, questo è un problema; abbiamo parlato molto di segreto istruttorio, stasera, non abbiamo parlato di segreto professionale, anzi non abbiamo parlato, credo, abbastanza, di deontologia professionale; quello che
dobbiamo affrontare è un problema molto interno ai giornalisti, ma dobbiamo dircelo, il problema delle fonti e della strumentalizzazione.
Chi ha fatto giornalismo negli ultimi dieci anni è cresciuto alla scuola della controinformazione, la grande lezione imparata alla fine degli anni ’60 è che le notizie delle fonti ufficiali non sempre erano sufficienti, adeguate, non sempre neanche veritiere. Da lì è nata la controinformazione. Io credo a questo principio: noi dobbiamo restare saldamente ancorati, stando attenti però a non confondere la controinformazione con la superinformazione, che è un’altra cosa, perché quando l’apparente contro informazione altro non è che un servizio prestato a una superinformazione di cui sfuggono completamente fini e modalità, allora il giornalista deve porsi l’interrogativo se fa un servizio giornalistico o se fa un altro servizio, che nel caso specifico è assai meno nobile. Questo per quanto riguarda le fonti. Diciamoci anche con altrettanta franchezza il problema della strumentalizzazione.
Siccome siamo abbastanza adulti in questo mestiere, sappiamo che le notizie non sono dei funghi che spuntano dopo la pioggia e sappiamo anche che gli «scoop» non si fanno rovistando nei cestini di carta straccia. Questo lo sappiamo tutti; anche a chi è capitato di fare, diciamo così controvoglia, qualche «scoop», così, sa come accadono queste cose, anche i magistrati lo sanno benissimo, lo sanno benissimo gli avvocati. Però, qual è il problema? Il problema è di essere coscienti della strumentalizzazione che si subisce e che si attua perché non c’è dubbio che nel rapporto tra il giornalista e la sua fonte esiste costantemente un rapporto di strumentalizzazione che è biunivoco e allora se è così, come credo sia evidente che sia, il problema fondamentale che uno degli elementi base sui quali si può costruire un’informazione sana è il problema della pubblicità delle fonti.
Le notizie di padre ignoto non servono perché, al lettore al quale si dà un’informazione, si deve anche dire in quel momento o lasciare comunque intendere o fornire gli elementi che consentano l’identificazione di qual è la fonte che ha diffuso in quel momento quella informazione perché se non si fa questo i giornali rischiano di diventare degli strumenti che servono per guerre combattute per conto terzi.
Beninteso, io credo che anche su questo, visto che si sono ricordate storie di 25/30 anni fa, ci sono maestri che hanno vissuto queste esperienze e hanno anche conosciuto queste persone. Mi permetto di citare una persona che ovviamente non ho conosciuto per ragioni di età, ma di cui ho letto con molto interesse gli scritti e che era un giornalista che tutti noi faremmo bene a riscoprire e che era Mario Borsa. Borsa teorizzava in modo limpido che la libertà di stampa esiste in un Paese quando ci sono almeno due gruppi economici editoriali in concorrenza tra di loro e
quindi le notizie che non vengono date da un gruppo sono date dall’altro gruppo. Almeno due certi.
Debbo dire che la prima volta che io lessi questo principio affermato da Borsa in diversi scritti pensai: come è angusta questa concezione di libertà di stampa quando ci sono tante fonti, tutto questo pluralismo. Era il ’72-73. Sembrava tutto pluralistico. Ecco, io credo che noi faremmo bene anche a riscoprire anche questa chiarezza di impostazione per cui la diversificazione dei gruppi editoriali è uno degli elementi centrali e probabilmente le difficoltà di cui ci troviamo come giornalisti dipendono anche da questa gestione gelatinosa dei rapporti editoriali che non consentono di individuarlo, di stabilire un rapporto diretto tra fonti e
non fonti.
E questo evidentemente si collega a quanto dicevo prima, che non è assolutamente sano in un Paese democratico che non vuole subire delle involuzioni pericolose che la politica si faccia nei Palazzi di Giustizia, perché se un processo di questo genere si consolida e va avanti vuol dire che nel meccanismo istituzionale esistono delle disfunzioni gravi e serie. Io non so se le cose alle quali si riferiva il giudice Cerrato sono corrette nel senso che ho letto – mi sembrava una lieve forzatura – nel senso che io ho letto questa intervista sull’Europeo – se quella era la fonte, e mi pareva che come si usa fare con un mal vezzo corrente, si diceva che se così fosse sarebbe grave – cosa che non implica una responsabilità diretta dell’affermazione, ma adombra la cultura dei sospetti che si manifesta poi in molti di questi casi.
Per non farla troppo lunga io pensavo di dire alcune cose brevi sul segreto istruttorio: sono stato anticipato da Fini e da Pisapia. Quello che noi dovremmo rivendicare come giornalisti è proprio la difesa dei diritti dei singoli che non sappiamo chi siano. E questo, credo, deve costituire un motivo di seria riflessione perché io mi domando – sempre per tornare alle cose che 10 anni fa credevamo
estremamente arretrate ed invece adesso scopriamo che sono una specie di quintessenza della democrazia – mi domando proprio il rapporto tra la pubblicità che la stampa italiana può dare alle vicende giudiziarie nella fase istruttoria ed il rigore al quale è tenuta la stampa britannica.
Mi spiego con un esempio. Io mi sono occupato, come molti altri giornalisti, almeno per un certo periodo, della vicenda del «7 aprile», ma si può parlare del «7 aprile »e si può parlare di altre vicende analoghe. Il meccanismo informativo così come funziona adesso che cosa determina? Determina una situazione nella quale quando alcune persone vengono arrestate – talvolta addirittura è sufficiente che nei loro confronti venga emessa una comunicazione giudiziaria – la stampa si appropria di queste notizie, le amplifica e di fatto agli occhi della larga massa dell’opinione pubblica queste persone diventano colpevoli. Dopodiché i meccanismi giudiziari vanno avanti col rigore di cui io in coscienza non mi sentirei di rivolgere alcun rimprovero, ma che sono dei meccanismi lunghi, dei meccanismi complicati. Per
cui i magistrati, mano a mano che accertano che la persona non c’entra, questa viene rimessa in libertà.
Il problema di fronte al quale noi ci troviamo, che sento come cittadino prima ancora che come giornalista, è che tipo di garanzia si offrirà a queste persone; io confesso tranquillamente che non so, ad un anno di distanza – se Nicotri c’è ancora mi può fare un rapido punto della situazione – quanti dell’inchiesta «7 aprile» sono usciti. Ogni tanto si legge su un giornale, in una notiziola, che ne è uscito uno; così per le ragioni più varie. O non si legge.
Il tipo di problema che credo molto rigorosamente noi ci dovremmo porre, che potrebbe anche probabilmente conciliare una serie di esigenze diverse che la magistratura per un verso e la stampa per un altro, hanno, è se non sia davvero più rigoroso e più corretto vedere in che modo si possa trapiantare in una società italiana un meccanismo doppiamente garantistico che non costringa i magistrati a nascondere delle cose, che non costringa i giornalisti per dovere d’ufficio a scrivere degli articoli lunghissimi quando esistono dei materiali che non offrono la documentazione sufficiente, ed invece si possa e si debba premere perché si arrivi rapidissimamente – e comunque con rapidità maggiore (certo più di quello che non c’è adesso) – a dei dibattimenti che sono anche l’unico momento nel quale è possibile ricostruire una duplicità di versione.
Credo che da questo punto di vista ci sia veramente uno sforzo di fantasia da fare.
Debbo esprimere invece un’opinione molto modesta, molto personale su quanto diceva Ziccardi in relazione a una sorta di frammentazione del segreto istruttorio. Io non sono assolutamente un tecnico, quindi magari applico a questa proposta un criterio che non vale. Però vorrei richiamarlo semplicemente a riflettere su, per esempio, alcuni problemi che derivano nella diplomazia attuale dalla introduzione di quelle norme americane che dopo cinque anni, in base al diritto di informazione, consentono la pubblicazione di questo materiale.
Leggevo la scorsa settimana alcune pagine delle relazioni degli ambasciatori veneziani nel ’500, ’600, ’700 che sono state ripubblicate, e mi colpiva molto la franchezza di contenuto che gli ambasciatori potevano avere dicendo: «Il tal personaggio che abbiamo incontrato il tal giorno è uno del tutto incapace, quell’altro è un furfante» e così via. E confrontavo questo, con un articolo
comparso un paio di settimane fa sull’"Herald Tribune", nel quale si analizzava invece la crescente gelatinosità dei rapporti dei diplomatici americani nei vari Paesi i quali, quando parlano di una persona, che sia in Italia, che sia in Polonia, non possono esprimersi con altrettanta brutalità, perché sanno che dopo cinque anni quel loro giudizio diventa pubblico.
Non so se un problema di questo genere sia trasferibile ed applicabile a questo meccanismo, però credo che bisogna tenerne conto. Concludo rapidamente, per dire che con tutti i problemi che possiamo avere, con tutte le tensioni che si possono essere innescate, credo che abbia ragione il giudice Beria d’Argentine quando dice che la via da seguire è la via del dialogo e della proposta pratica.
Questa proposta dei comitati di giustizia e informazione: proviamo a vedere se riusciamo a crearli, almeno in embrione, qui a Milano. Io da questo punto di vista vorrei anche rivolgere – e con questo chiudo – un invito ai colleghi che sono qui stasera. Stasera è stata una serata molto importante nella vita del giornalismo milanese e dell’Associazione in specie, perché a questa nostra sera sono venuti molti colleghi giovani, sono venuti molti colleghi che normalmente non si vedono nelle nostre riunioni. Quindi credo che sia estremamente importante se tra i colleghi che hanno seguito il dibattito questa sera ve ne sono alcuni che sono disposti, che sono interessati a occuparsi di questo tema che è estremamente delicato e che credo richieda un’analisi approfondita e alcuni sforzi di fantasia, insieme con gli amici magistrati, per tentare di definire delle strade possibili.
Se ci sono dei colleghi appunto interessati a questo, saremo felici di accoglierli al lavoro della nostra Associazione.

mercoledì 26 maggio 2010

Problemi di base - 29

spock

Perché i Prefetti alimentano la sovversione?

Perché i Giudici sono ostaggio dei Prefetti?

È più teologo Santoro o Hans Küng?

Si ricorda la contessa Marie Catherine Sophie, contessa d'Agoult, nata viscontessa di Flavigny, più per essere stata l’amante di Liszt per tre anni, e la madre dei suoi tre figli, compresa Cosima Wagner, o dopo aver lasciato Liszt per la politica, per il sostegno a Manin, Mazzini, Cavour? L’Italia non ricorda?

Cacciatori no, subacquei sì: il pesce è meno animale degli uccelli?

L’Europa è brutta dopo Stalin e Hitler, o Hitler, Stalin e Breznev ne sono stati il compimento?

È la geografia che fa l’atlante, o l’atlante la geografia?

Che fine ha fatto il processo alla giunta Domenici per lo scandalo Castello?

spock@antiit.eu