Cerca nel blog

sabato 24 luglio 2010

La creazione del “Sud”, chiave dell’annessione

A fine agosto 1860 il “fedele collaboratore di Cavour” Giuseppe Massari, mandato a Napoli da napoletano “per assistere i piemontesi nella conquista della città”, scrive a Donna Ghita di Collegno: “Creda a me, Napoli è peggio di Milano”. Questo è stato – è – l’humus unitario. Ma con Napoli, colpevole di non essersi sollevata contro i Borboni e di non acclamare i piemontesi, i piemontesi saranno feroci – per Napoli intendendosi anche la Sicilia e la Calabria. La questione meridionale è nata con lo Stato unitario, il fatto non è più contestato, lo spiegava Villari nell’“Antologia della questione meridionale”, e lo conferma Corrado Vivanti, il curatore della Storia d'Italia Einaudi. Nelson Moe va un po' più in là. 
Il fico d'india
Questo è un libro onesto, non prevenuto, non a effetto, che però non si scrive sull’unità. E anzi, per la sua parte centrale, che è poi il carteggio tra Cavour e i suoi collaboratori al Sud, si finge che non esista. E un'allegra esposizione di un punto di vista. Ma convincente. Nei suoi limiti: il quadro è veritiero, le responsabilità non sono ripartite. Mancano quelle del Sud, la capacità di reagire, e anche di difendersi. Storicamente non accurato, insomma: l’antimeridionalismo di Pasquale Villari è un’invenzione, quello di Cavour pure (il conte non sapeva assolutamente nulla dei suoi “cari napoletani”, né gli importava). Ma il punto di vista è persuasivo, ben sorretto dalle pezze d’appoggio, il feroce leghismo postunitario: dà vita al fatto con gli stessi personaggi e gli argomenti che vorrebbero negarlo. Del “Sud” non manca niente, nessuno stereotipo. C’è pure il fico d’india – e la copertina col fico d’india con cui gli Editori Riuniti pubblicarono nel 1992 “La questione meridionale” di Gramsci. Nel titolo originale la questione meridionale viene legata alla cultura italiana, italian culture and the southern question. Non nel senso che la “cultura italiana” è inclinata, per tradizione, passione, interesse, alla squalifica del Sud. Ma per gli interessi specifici dell’autore, storico della cultura. Che qui analizza la “nascita del Sud” in alcuni scrittoori del Grand Tour, e in Gladstone, Cattaneo, Gioberti, Leopardi, Verga (un capitolo, questo, esemplare nell’italianistica), l’“Illustrazione Italiana”, Pasquale Villari e Leopoldo Franchetti. Ma finisce per rendere vero il primo senso, che l’Italia si è fatta con la “creazione” del Sud. Che è il senso vero, molto esplicito del carteggio di Cavour sulla questione meridionale, che costituisce il capitolo più ampio del libro e che Moe decide sardonicamente di richiamare come “La liberazione” (la fonte sono i cinque volumi di corrispondenza raccolti da Zanichelli attorno al 1950 sotto il titolo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del regno d’Italia”). Una conclusione più esplicita che in "Darkest Italy", con cui lo "storico e giornalista" britannico John Dickie ha anticipato di un anno Moe - con la stessa lettura degli "stereotipi" e de "L'illustrazione italiana", ma con capitoli diversi sulla "sicilianità" di Crispi e sul banditismo. La conclusione è alla prima pagina: “L’unificazione scisse la nazione in due parti, accentuando il carattere settentrionale dell’una e quello meridionale dell’altra”. E poco importa che essa fosse opera in buona misura di meridionali, fuoriusciti o comunque critici. Ma non di De Sanctis, che vi si oppose polemicamente, e in ultimo di Settembrini, che si resero conto subito che la liberazione era un’annessione. La squalifica del Sud emerge tra l’infanzia e la vecchiaia di Casanova. Che nelle “Memorie” ha ricordi esecrandi del suo viaggio a Martirano, nel cosentino, alle dipendenze del locale vescovo: “Sessanta ore dopo esserci arrivato, lasciai Martirano”, s’inventa nelle Memorie” cinquant’anni dopo. Ma nel 1743, quando Casanova aveva diciott’anni, a Venezia si cercava e si prendeva lavoro a Martirano. La creazione del Sud è in buona misura opera di meridionali, emigrati e non, Giuseppe Massari, segretario di Cavour, Francesco Trinchera, Crispi, il calabrese Biagio Miraglia, e tanti, troppi altri. Contro di loro De Sanctis, anch’egli emigrato a Torino, dovette sostenere dure polemiche. In particolare contro il napoletano Trinchera, che tutti i napoletani voleva a tutti i costi assassini e traditori – Trinchera era del partito di Lucien Murat… Nel secolo abbondante del Grand Tour, i viaggiatori facevano riferimento alle borghesie meridionali, le sole in grado di ospitarli e di indirizzarli, e ne riflettono, osserva Piero Bevilacqua nella prefazione, “il calco negativo di un idealtipo settentrionale rielaborato dagli intellettuali meridionali”. La frase più nota di Gladstone, la più citata in Italia, è dalle sue “Lettere” da Napoli, dove viaggiò con l’amico, economista celebre, William Nassau Senior, anche per assistere al processo al patriota Carlo Poerio, ed è una citazione: del regime borbonico “ho visto e sentito usare questa forte e vera espressione: è la negazione di Dio eretta a sistema di governo”. La peggiore condanna di Napoli, insomma, è creazione di Napoli. Il siciliano Crispi, governatore sabaudo a Palermo, secondo una denuncia inoltrata a Cavour “ha raccolto in dodici ore di dominio (a Palermo) tutto l’odio che il più infame dei satelliti del Borbone, Maniscalco, raccolse in dodici lunghissimi anni”. Magistrale è la ricostruzione che l’autore fa della definitiva “creazione” del Sud da parte di Pasquale Villari, un calabrese di Bagnara emigrato politico a Firenze, dove insegnò e morì nel 1917 senza aver mai fatto ritorno al Sud, e il barone Leopoldo Franchetti tra il 1874 e il 1878. Che avrebbe definitivamente sepolto il Sud, non più il luogo del pittoresco: il “Sud” diventa “una minaccia per l’integrità politica e morale della nazione”, partendo dal “dispotico latifondista”, corrotto, mafioso, sperperatore. Alle “Lettere meridionali” di Villari si fa solitamente merito da parte dei meridionalisti di avere “influenzato” Franchetti, positivamente cioè. 
Affrica, caffoni, beduini 
Ma nulla eguaglia la cattiveria dei collaboratori di Cavour, in quella straordinaria corrispondenza sull’annessione, che non si può assolutamente dire altro. Bixio gli scrive che “i napoletani sono degli orientali, non capiscono altro che la forza”. Luigi Carlo Farini, governatore a Napoli nei primi mesi del dominio piemontese gli scrisse il 27 ottobre 1860 la nota invettiva: “Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”. Per il genero di Manzoni, D’Azeglio, piemontese dunque milanesizzato, “la fusione coi Napoletani… è come metterci a letto con un vaiuoloso”. Non si tralascia nessun capo d’accusa, la sporcizia, l’ignoranza, l’anarchia, la babele, e il “Medio Evo”. La corruzione del sud è già allora il tropo dominante, da parte di un ceto politico che dopo qualche mese, col governo Rattazzi, con Lissa e Custoza, e con le speculazioni di Firenze e Roma avrebbe singolarmente connotato nel senso peggiore l’Italia unita. Lo stesso Cavour a Lady Holland scrive che “i napoletani” – cioè il Sud - sono “corrotti” e “abbrutiti”. Corrotti “fino al midollo” li diceva all’ambasciatore inglese a Torino. La nipote ne accrediterà nel 1862, per ragioni di stato, la morte nel segno della pietà per “i napoletani”: “Li governerò colla libertà, e mostrerò ciò che possono fare di quel bel paese dieci anni di libertà. In venti anni saranno le provincie più ricche d’Italia”. Cavour morirà in effetti senza aver concesso ai suoi luogotenenti lo stato d’assedio tanto invocato. Ma la versione pietosa della sua fine contrasta con tutto il carteggio. E poi col primo dibattito parlamentare sul Sud, l’8 ottobre 1860. Dove l’unica voce dissenziente tra le dure apostrofi contro “i napoletani”, fu quella del milanese Giuseppe Ferrari. Contrario all’annessione in quanto federalista, ma anche onesto testimone, di Napoli dove si era voluto recare di persona: “Ho visto una città colossale, ricca, potente… Ho visto strade meglio selciate che a Parigi, monumenti più splendidi che nelle prime capitali dell’Europa, abitanti fratellevoli, intelligenti, rapidi nel concepire, nel rispondere, nel sociare, nel agire. Napoli è la più grande capitale italiana, e quando domina i fuochi del Vesuvio e le ruine di Pompei sembra l’eterna regina della natura e delle nazioni”. Un testimonianza che spicca anche per essere unica: nella preparazione immediata dell’annessione non un solo cenno all’innovazione tecnica nel regno del Sud, nella ferrovia, nella marina, nell’agricoltura degli agrumi e della vite, alla competitività internazionale, alle buone finanze, e a quella straordinaria integrità della Pubblica Amministrazione che consentiva di rimediare ogni pochi anni a disastrosi terremoti rapidamente, senza sprechi, e con soluzioni tecniche di avanguardia. 
Piemontesi e cappuccini
I buoni sentimenti del resto, siano stati quelli di Cavour buoni, non mutano la natura delle cose. La verità di questo libro è, incontrovertibilmente, che il Sud è stato conquistato. Da padroni incapaci. E l’incapacità, come la più generale stupidità, è infettiva. Celiava il poeta africano Agostinho Neto, che ha voluto e realizzato l’indipendenza dell’Angola: “Le colonie non sono uguali: a qualcuna sono capitati i gesuiti, ad altri i cappuccini. A noi sono capitati i cappuccini, che più che altro generavano figli”. Al Sud non sono capitati i prussiani, gli inglesi, o i francesi, ma i piemontesi. Che tra tutti gli italiani non erano i peggiori. Ne è esponente tipico un non piemontese, La Farina, che non sapeva nemmeno cosa stava scrivendo a Cavour il 21 novembre 1860: “Fuori del suo nome (di Cavour, n.d.r.), non v’è nome piemontese che qui sia conosciuto: del Piemonte nessuno ne parla, nessuno ne chiede; la sua storia è ignorata, delle sue condizioni politiche, delle sue leggi non se ne ha notizia alcuna: insomma l’annessione morale non esiste”. E continua chiedendo lo stato d’assedio, senza sapere che ha descritto, per patriota che fosse, l’unificazione come una conquista: “I Napoletani si sono così abituati a considerare la loro città come un mondo a sé, che per farli entrare nella vita comune della nazione bisogna non solamente invitarli, ma costringerli”. Il principe di Carignano, luogotenente generale dell’ex Regno a fine 1860, lo confermerà con maggiore imprudenza allo stesso Cavour (i briganti erano in un primo momento “unitari”): “L’annessione qui si è fatta sotto la pressione rivoluzionaria con la paura dei fucili dei Garibaldini e dei banditi”. E chiederà truppe truppe e comandanti con carte bianca: “Ciò che serve qui sono truppe sparse ovunque e in grande quantità, e invare Governatori e intendenti delle altri province del Regno, ma persone senza mandati”, oggi si direbbe senza regole d’ingaggio. Dopo le ultime guerre di liberazione o umanitarie, in Serbia, in Iraq, in Afghanistan, il “modello” ha un’identità ben precisa, cioè imperialista. Resta da capire la persistenza, per un secolo e mezzo ormai, degli stereotipi, benché così cattivi e dannosi. Una spiegazione è la persistenza dell’opinione pubblica nella forme delle idee ricevute o dei preconcetti: l’equivoco è, come la speranza, duro a morire. Studiando l’Olocausto una cosa è chiara: il nazismo non si nascondeva e gli ebrei ovunque in Europa sapevano che il nazismo era razzista feroce, ma si ritennero fino all’ultimo europei eguali agli altri, e in Germania anzi tedeschi. Un’altra spiegazione è purtroppo la verità sull’opinione pubblica, che raramente non è stata, non è, un fenomeno di dominio. Nelson Moe, Un paradiso abitato da diavoli, L’ancora del Mediterraneo, pp. 379, € 25

venerdì 23 luglio 2010

Il mondo com'è - 41

astolfo 

 Antipolitica – Contrabbanda la fine (l’abbattimento) dell’opinione pubblica. È il segno della rivoluzione italiana in corso dal 1992, che è in realtà una controrivoluzione e per molti aspetti (le carcerazioni di massa, la dissoluzione dei Parlamenti) un vero e proprio golpe, in senso tecnico: l’aggiramento, la negazione di ogni spazio alla sfera pubblica della politica. Quello che l’inglese sinteticamente chiama l’opinione pubblica perché sommariamente s’identifica con la libertà di stampa. La libertà di stampa in Italia si applica a circonvenire l’opinione. A deviarla, a comprimerla, a svuotarla quando si fosse formata, nel nome di niente – una falsa questione morale, una agitata cioè da uomini di potere oscuri, editori, giudici, sbirri. Non si può ritenere l’antipolitica il proprio dei media. O i media non sono organi della libertà d’opinione, ma strumenti affaristici, o di poteri oscuri.  

Berlusconi - 4 – Unpalatable per molti aspetti, baüscia, pappagallo, vitellone. Destinato a essere vituperato da tutti o quasi i beneficati, attrici di secondi ruoli, politici inetti. E tuttavia già una specie rara: quello che amava le donne.

Europa: a lutto con la Germania – Il purgatorio dell’Europa (o è l’inferno?) è la contemporaneità? È l’intellettualità, superba e modesta? Viviamo in un tempo di prosperità e di pace, quale il mondo mai ha avuto, nel quale le rivoluzioni si susseguono, la caduta dell’Urss, la globalizzazione, i diritti umani, e lo chiamiamo inferno. Ma è l’atto di chiamata che non è neutro. Il sentimento della decadenza è ciclico, e ha radici psicologiche profonde. Ma è definibile storicamente. La mansione critica del dire – dell’opinione, dell’intellettuale – si rapporta da qualche secolo alla filosofia tedesca. E quindi, nell’ultimo secolo e mezzo, all’eclissi di un impero che è fallito prima di nascere. Che ha conquistato Parigi, e tuttora la domina per il persistente complesso di Sadowa, ma a prezzo di dure sconfitte, per la stessa dignità dell’essere tedeschi – hanno vinto da barbari, i tedeschi, e quando hanno voluto imporci quel supremo raffinement filosofico che è la volontà di potenza si sono disintegrati. Con essi il nostro mondo: il lutto della Germania è il lutto dell’Europa. È qui che si è aperta la voragine tra l’Europa e gli Stati Uniti, due mondi contigui che non hanno più nulla in comune, malgrado la lingua. 

Kossovo: come disintegrare l’Europa (e la Cina) – Era un’arma puntata contro l’Europa (e in subordine contro la Cina), e il Tribunale dell’Aja, infeudato agli Usa, lo dimostra. L riconoscimento, non dovuto, dell’indipendenza del Kossovo, apre la strada, se necessità ci sarà, nell’ottica della pax americana, al dissolvimento di molti stati nazionali in Europa, Spagna e Belgio in primo luogo, Romania, Ucraina, paesi Baltici, Gran Bretagna. Si capisce l’errore di Scalfaro e D’Alema di fare la guerra alla Serbia in soccorso degli Usa (si diceva per i diritti umanitari, ma questo non si dice più: bisognerebbe fare la guerra al Kossovo per difendere la minoranza serba). Apparentemente si combatteva una guerra per i sacri diritti nazionali, in armonia con l’ideologia del Risorgimento, ma in una cultura e una politica poco o anti nazionale. Si dice che l’Aja statuisce per tutto il mondo, essendo un organismo Onu, ma in realtà è solo in Europa che ha un’eco legale e politica e statuisce un precedente. Con i separatismi si tiene aperta la dissoluzione dell’Europa qualora desse fastidio nel governo del mondo – e della Cina. È il senso e lo scopo dell’ideologia comunitaria: un’arma teorica creata in un paese, gli Usa, che ha gruppi linguistici ed etnici, ma nessuna minaccia di separatismo. 

Semitismo – Esiste solo, anche per gli studiosi, l’“Orientalismo” di Edward Said. La revisione della storia dopo la globalizzazione parte da quest’opera tarda (1978), tradotta peraltro solo nel 2000, che applicava all’asse Occidente-Oriente le ricerche del terzomondismo. Ma con l’effetto di cancellarlo, di cancellare un ventennio abbondante di riflessioni e di storia, “Présence Africaine”, la poesia africana di Senghor, l’“Orfeo Nero” di Sartre, o il razzismo antirazzista, l’Algeria, Fanon , le indipendenze, Alfred Sauvy, Samir Amin, Arghiri Emmanuel, P.T.Bauer. Si fa in chiave semitica? Di “primato” degli orientali vicini, israeliani e arabi.

Sessantotto - È come la nascita di Gesù Cristo: l’impero è rimasto in piedi ma nulla è stato più come prima. Per una rivolta intellettuale (morale). Buona in tutte le novità che ha portato, compreso, a suo modo, il 18 politico. È stata l’unica rivoluzione veramente popolare (spontanea)? Nell’origine, lo svolgimento, gli esiti. In Italia e in Europa – nel mondo conosciuto. 

Sigonella – Non fu ma minacciato lo scontro con i carabinieri, secondo le tardive reminiscenze dell’ufficiale che comandava i carabinieri della base. I marines erano evidentemente nella base, di stanza o aviotrasportati, ma non furono schierati. Reagan non voleva Abu Abbas, che si sarebbe preso comunque altrimenti, prima o dopo: meglio ammortizzare l’ira dei terroristi su Craxi e l’Italia, e prendersi la benevolenza degli ebrei di tutto il mondo. Sigonella fu forse un atto stupido d’indipendenza: quanto è costata a Craxi, ai socialisti, all’Italia, la protezione di un terrorista? Per di più spregevole, se non stupido.

Tecnologia – Sta mutando il tempo della storia, Che modifichi il mondo, la realtà e la sua percezione, si è sempre saputo, dal fuoco. Oggi lo modifica rapidamente e radicalmente. Il treno, l’automobile, l’aereo hanno mutato, con la velocità, lo spazio – oltre a rendere stabile per numero di morti la condizione bellica, per incidenti e esalazioni. L’elettronica sta mutando – ha mutato – la memoria, col suo immenso potenziale. Il telefonino ha reso universale la solitudine, che invece avrebbe dovuto abolire – la solitarietà, di ansia e delusioni. Nulla che l’uomo non riesca ad assorbire, il suo potenziale è necessariamente più grande della tecnica – un’altra innovazione della tecnica contemporanea è lo straordinario ampliamento della capacità di adattamento dell’uomo, alla perdita del tempo (ozio) ora in vece che alla fame, Ma con costi: ogni innovazione implica dei costi, e la sommatoria non si può fare, la tecnologia (Prometeo) è un dovere e forse una condanna. 

 Telefonino – La disponibilità totale, continua, di se stessi è fonte di ansia e delusioni. È un’offerta di se stessi non richiesta, che riduce o elimina la difesa del riserbo. Se non è sorretto dall’esibizionismo, è un denudarsi senza gioia.

 Terrore – Viene sempre con la pace. Dopo le Crociate, nella Belle Époque, dopo il Vietnam e l’Afghanistan. Non sapendo divertirsi, e invece di fare la guerra dopo che essa si è mostrata perdente, gli intelligenti uccidono gli innocenti. astolfo@antiit.eu

Il pentito è utensile inerte del giudice

Si dice che il pentimento di Ciancimino jr. è strumentale, lo ha detto ieri anche un tribunale, ma non si dice abbastanza. Non si dice quanto è strumentale, artefatto, e cioè mafioso, il pentitismo. Nel racconto di Flannery O’Connor “Un buon uomo è difficile da trovare” il male svanisce. “Uccidere un uomo o rubare un copertone”, il delinquente abituale non ne ha ricordo: “Ho scoperto che il delitto, in sé, non conta. Puoi fare una cosa come un’altra, uccidere un uomo o rubargli un copertone della macchina, presto o tardi te ne dimentichi, ti prendono e amen”.
L’argomento è trattato di striscio dalla letteratura del pentimento, l’indifferenza etica del criminale, l’insensibilità. Ed è trascurato dalla normativa sui pentiti, che fa del ricordo un dato euristico, come il giorno e la notte, o le stagioni. Del ricordo di un criminale, per il quale i fatti della vita che per una persona civile sono eccezionali, il pizzo, i dispetti, le bastonature, gli assassini, sono il normale soffio della vita. No, i pentiti della legge sono solo un utensile nelle mani del giudice. Tanto più, curiosamente, quanto più sono numerosi: i 25 di Mannino o i 28 di Giacomo Mancini. E hanno presa principalmente in chiave politica – nessuno ricorda i pentiti di Mancini, che pure ci sono stati, concordi al solito, riscontrati, veridici, e poi azzerati dal processo. Anche quelli che hanno detto qualche verità, come Buscetta o Brusca. Nessun pentito (italiano, mafioso) ha portato all’intercettazione di un’azione delittuosa in corso, alla cattura di un latitante, allo smantellamento di una rete mafiosa in atto. Nel loro universo di mafie vincenti e perdenti, seppelliscono i perdenti.
L’infamia è nota della legislazione premiale. I pentiti parlano per gli sconti di pena. E per la pensione, il premio di reinserimento, la protezione (un mafioso è sicuro di morire comunque ammazzato per mano di altro mafioso, la protezione gli allunga la vita), e perfino (Saro Mammoliti in Calabria, i Piromalli), per mantenere proprietà e capitali estorti. Ma c’è di più: il carattere indistinto dei loro ricordi, a monte della strumentalità, è tema ancora intonso. Un killer come Spatuzza, autore riconosciuto di un centinaio di assassinii, nel mezzo di altre centinaia, migliaia, di azioni delittuose (minacce, vessazioni, esazioni, attentati, bastonature, ferimenti) nell’arco di un decennio, non può ricordare, se non ricostruendo. In sé è un archivio vuoto. Non può avere avuto alcuna coscienza (sensibilità) nel corso di questa attività: il delitto di mafia, quotidiano, non è dostoevskjano ma meccanico, istintuale. Come mangiare, andare di corpo.

giovedì 22 luglio 2010

Come non vedere la questione morale dei giudici?

C‘è una questione morale dei giudici (la questione morale è la questione morale stessa) non da ora. La novità è che non si può più far finta che la giustizia sia giusta. Il Csm è marcio. La Corte Costituzionale, per la quale l’arresto è ammesso, se non auspicato, nel caso di concussione non dimostrata, o di corruzione non dimostrata, lo nega invece in caso di stupro accertato. Il Tribunale di Brescia dibatte ora, per la prima volta, la strage di piazza della Loggia nel 1974, trentasei anni fa. Senza scandalo per nessuno, purtroppo.
Che dirne? La Corte Costituzionale è semplicemente fascista, benché nominata da presidenti democratici, Scalfaro, Ciampi: è fascista la forma mentis dei suoi luminari, tra ermellini, autorità del ruolo, e cecità – questo sito l’ha detta una corte napoletana, data la composizione, ma è la stessa cosa, l’orpello sovrapposto alla sensibilità, l’autorevolezza del leguleismo. E il marcio della magistratura non è questo o quel Procuratore o presidente di Tribunale che briga una promozione: questo è il solito tran-tran di combriccole e cordate contrapposte, di sindacati, spesso di logge, talvolta camuffate politicamente. Non è qui lo scandalo.
Questa perversione fa comodo ai grandi giornali, concorrendo al disfacimento dell’opinione pubblica che è ormai il solo obiettivo dei giornali stessi, asserviti agli usurai Bazoli e De Benedetti. Questo è già un punto, ma a patto di ritenere i giornali necessari all’opinione pubblica, e non meri veicoli pubblicitari o di poteri occulti. Un democratico realista può solo lamentare il silenzio del presidente della Repubblica, rispettoso certo dei ruoli istituzionali, ma verso il Parlamento e verso il governo ben più vocifero. Inevitabile il pensiero che anche questo presidente teme la magistratura, benché abbia, a differenza dei suoi predecessori di questo straordinario golpe ininterrotto, collaudato intelligenza politica. Gli manca il coraggio o ha paura, pure lui? E di che?
La Corte costituzionale e il Csm del resto presiedono un consesso giudiziario che annovera golpisti veri e propri, succubi di dossier da caserma. Per abbattere questo o quel governo, non importa se di destra o di sinistra. Nonché Procuratori della Repubblica filo-Riina, che è quasi inimmaginabile, non fosse vero – di Riina...

mercoledì 21 luglio 2010

I giudici siciliani al lavoro per Riina

Il Procuratore di Palermo Ingroia, quello di Caltanissetta, Lari, ci sono o ci fanno? Quello che sostengono, che sono impegnati a sostenere, a provare oltre ogni prova contraria, facendo appello a personaggi del calibro di Spatuzza e Ciancimino jr., è quello che Riina vorrebbe dare a intendere. Che lo Stato voleva trattare con lui. E per questo magari si è ammazzato Borsellino, lo Stato se lo è ammazzato, da sé, e forse pure Falcone: per dare prova a lui, Conte di Montecristo e Imperatore della Cina unificati, di affidabilità. È troppo imbecille, eppure è vero: le due Procure lavorano alacremente, contro ogni possibile prova, a “dimostrare” quello che Riina afferma.
Non fanno altro da anni. Dimostrando quello che tutti i siciliani sanno: che le Procure antimafia raramente si occupano della mafia. Se non c’è intrigo, se non c’è da colpire a mazzate di mafia qualche ministro, anche soltanto con un concorsino esterno in associazione, qualche generale, qualche dirigente di Polizia, i Procuratori di Palermo non vanno nemmeno in ufficio, vanno direttamente alle tribune antimafia della televisione, di Stato. Per denunciare l’irrimediabile: che lo Stato non gli consente di trovare il ministro, il generale, il dirigente da incolpare.
Ciancimino jr. fa miglior figura del tozzo Riina, ma dice quello che dice Riina. Spatuzza è l’uomo dei cento omicidi (“almeno cento”), ignorante ancora più che violento, che ora si vuole teologo – lui intende: toccato dalla grazia. Questi due personaggi fanno la verità, oltre che sulla Rai, sul “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “La Stampa”, e tutti i giornali ex Pci. Nonché nelle amate Librerie Feltrinelli, che fanno a gara a ospitare il finto pentito Massimo Ciancimino per illustrare le gesta di suo padre, illustrate in un volume della casa editrice. Questa non è antipolitica. Non è nemmeno concorso esterno in associazione. È proprio mafia – sarebbe.

È Fini il papa straniero di De Benedetti

Fini non è l’uomo dello schermo. È anzi il candidato vero, seppure ancora in pectore, di Carlo De Benedetti, l’editore di “Repubblica”, al governissimo di Centro, che scalzi Berlusconi. Il “papa straniero” evocato da Ezio Mauro, il direttore di “Repubblica”.
Questo sito ipotizzava Fini come l’uomo dello schermo qualche settimana fa, quando Mauro lanciò il “papa straniero”, cioè il candidato democratico non del Pd. Recependo gli umori di Milano, che invece puntavano, e ancora puntano, su Bazoli, magari in accoppiata con D’Alema (http://www.antiit.com/2010/06/laccoppiata-bazoli-dalema.html). Ma più di una voce all’interno di “Repubblica” asserisce che il vero papa stranero è da intendersi Fini. Voci critiche, che registrano la candidatura a debito dell’editore e anche del direttore. Fino al punto di accantonare l’antiberlusconismo per augurarsene il fallimento – “è il solito esercizio del perdente De Benedetti”.
L’editore in persona avrebbe preparato la candidatura, dopo aver saggiato la consistenza del personaggio con alcuni incontri privati. Dopodiché ne avrebbe convinto anche il direttore Mauro.

La nuova Dc già vecchia con Renzi

Il qui lo dico e qui lo nego, e il rinvio, costante, inaggirabile. A Firenze sembra di rivivere gli ultimi, eterni, decenni della Dc, e non sono nemmeno tre anni dacché il giovanissimo Renzi mise nel sacco alle primarie le vecchie volpi ex Pci, e le costrinse poi a votarlo massicciamente. Non fa che rinviare, Renzi, l’area di Castello, la seconda tramvia, la terza, gli Uffizi, e ora l’Alta Velocità. Non obietta, non ha una proposta da avanzare invece di un’altra, ma ferma tutto.
Fa capire che tutti i contratti devono essere rinegoziati con lui. Che lui non è Domenici, il sindaco precedente, anch’egli democratico ma diessino. E anche questo riporta alla vecchia Dc: mostrare subito chi comanda. Per fare che non interessa. Senonché il blocco dell’Alta Velocità comporterebbe penali gravosissime, e tutta Firenze sta col fiato sospeso.
Se ne potrebbe arguire pessimisticamente che non ‘è novità possibile, che anche i giovani nascono vecchi, eccetera. Ma è solo un rigurgito di vecchia Dc. Che si dà fiato prospettandosi la deflagrazione del Pd, una corsa in tempi ravvicinati a raccoglierne l’eredità. Se non è questa prospettiva, appunto, a scoraggiare gli elettori, allontanando i simpatizzanti e ingrossando le fila di Berlusconi.

martedì 20 luglio 2010

Il colpo di coda Dc parte dalle caserme

Le mine disseminate dalla Dc, a lungo inattive o mascherate, scoppiano ultimamente a ritmo preoccupante. Anche perché si coprono, pur essendo assassine, con i crismi della legge. Nelle inchieste baresi, in quelle di Quattrocchi e Capaldo, nel Csm, nel Tar del Piemonte. Riattivate e avallate incautamente dal partito Democratico. In una con la reviviscenza tutta democristiana che sogna da un anno il Grande Centro. Rilanciato da Fioroni e Casini, compresi i vecchi arnesi come Pisanu, De Mita, Mancino, forti del previsto dissolvimento del Pd e del Pdl, e quindi dei contributi di Rutelli e Fini, col fiancheggiamento della grande finanza, tutta cattolica. Il Vaticano di Bertone non ci crede, ma gli ultimi mohicani Dc sono talmente sicuri di sé da non guardare in alcun modo Oltretevere.
In prima linea sono i residui giudici democristiani, a Torino, Firenze e Roma. Il caso di Torino è il più sinistro: che un tribunale amministrativo possa ritenete tranquillamente non valido l’estensione al candidato presidente regionale del voto di lista a lui apparentato, che è la norma da una ventina d’anni, questo ha fatto sussultare molti, l’illegalità cioè dichiarata, l’improntitudine manifesta – il democristiano è sempre quello che qui lo dico e qui lo nego. Anche perché un sinistro rumore di stivali si agita in sottofondo.
Conoscendo i democristiani è difficile immaginarli impegnati su un fronte militare così ampio e preciso. Non perché non ne abbiamo il fegato, l’ultima Dc si è mostrata capace di ogni turpitudine, compreso l’assassinio politico. Ma perché sono confusionari. Invece la manina delle intercettazioni prima, poi della collocazione delle stesse presso una Procura, quindi dei tempi della rivelazione, e infine dei verbali pronti, ogni giorno, o ogni due giorni, lavora tempestiva, ordinata, disciplinata. Da caserma? Molte indicazioni, per prime dalla cronaca giudiziaria, dicono che le indiscrezioni vengono da fonti militari. Questo configura un golpe nel senso proprio del termine: non è più l’antipolitica all’opera, dei padroni dei giornali e delle banche, è un’eversione militare.
Non sia meraviglia. la parola è grosso ma purtroppo non è una novità. Abbiamo avuto quarant’anni fa i giudici emeriti di Milano e Roma che hanno coperto le bombe, Caizzi, Amati, Occorsio. Abbiamo ora lo scalfariano Capaldo che da solo scoperchia l’Italia, Fastweb, Finmeccanica, Grandi Appalti, la Cricca, la P 3, e prossimamente il Csm. Tutto da solo non può farlo, solo per le intercettazioni, le trascrizioni, le fotostorie, la diffusione, sempre calibratissima, ci vogliono spazi e forze, grandi apparati.

Pinelli-Calabresi: resta il “j’accuse” di Camilla

Riletto dopo la beatificazione di Calabresi, a opera dei familiari e delle istituzioni, è un sano richiamo alla realtà. “Credo che agli onesti questo libretto apparirà addirittura un «giallo» aberrante”, è la conclusione di Camilla Cederna: “Anche perché in un’epoca in cui come niente si sfreccia sulla luna e le più complete diagnosi mediche son fatte dai calcolatori, leggendolo, essi verranno a contatto con una realtà delle più abnormi, offensiva per il buonsenso, repugnante alle coscienze”. È non sapeva che è l’unico testo solido che ci rimane della maggiore tragedia della Repubblica, l’inizio sanguinosissimo del terrorismo, iniziato dentro le istituzioni. Dopo quarant’anni, nessuna ricostruzione di storico, nessuna ricostruzione d’autore (Sofri è parte in causa, e al solito è flebile, evocativo). In loro vece una serie di ecumenismi, appunto parentali e istituzionali, all’insegna dell’“abbracciamoci e pace ai morti”. Che confermano che la verità è sempre nascosta.
Il libretto, che Enrico Deaglio ripubblica in edizione economica (con qualche improntitudine: Pinelli è alto m.1,65, la finestra del salto m.1,68…), è mal connesso ma è onesto. È il resoconto del processo Calabresi-Lotta Continua, cioè del processo che (non) si è fatto per la morte di Pinelli. Corredato da alcune testimonianze dell’autrice in prima persona: la notte della morte di Pinelli, che Camilla Cederna visse minuto per minuto in sequenza agghiacciante, l’incontro senza riserve dell’autrice col giudice Biotti, il giudice del processo incartato, l’invito a cena col nuovo questore di Milano, il resistente integerrimo Allitto Bonanno, che la rimprovera di gettare fan go sulla Polizia, “un corpo che conta quattrocento laureati”. Sullo sfondo l’altro processo che non si è fatto per le bombe, sempre a Milano, del 25 aprile – per le quali Allegra e Calabresi avevano incastrato alcuni anarchici pacifisti milanesi con testimoni falsi.
Le analisi mediche non c’entrano, né la Luna, sono gl inconvenienti della fretta, ma i fatti ci sono. Cederna prima e più di Lotta Continua accusa Calabresi, che conosceva per il piglio atletico e piacione, arrivando a notarne “la catenella a forma di manette che gli brilla sul mocassino”. Il suo è il “j’accuse” di Zola di cui in italia si è sempre alla ricerca, sicuro e smodato. Ma i fatti sono fatti. E nel libretto, pubblicato a caldo a Feltrinelli nel 1971, ci sono tutti, fatti illegali e anche violenti. Il fermo illegale di Pinelli. La mancata verbalizzazione dei suoi interrogatori, durati quassi tre giorni. I falsi testimoni, la professoressa Zublena, il tassista Rolandi, Il tentativo d’infangare la memoria di Pinelli, prima. Poi, la santificazione, da parte degli stessi accusatori. I ritratti inoppugnabili di Pinelli redatti dai cattolici con i quali aveva familiarità, Mario Gozzini, Manghi, Ruggiu. Il ricovero di Pinelli morente al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli senza darne le generalità. Il mancato avviso alla moglie (Calabresi, che pure conosceva personalmente Pinelli, non si scuserà: “Signora, avevamo tanto da fare”), alla madre di Pinelli. La carentissima autopsia fatta firmare a quattro luminari. Le archiviazioni vergognose dei giudici Caizzi e Amati. Senza nemmeno un sopralluogo nel luogo della caduta. I miserabili trucchi degli stessi giudici per coprire le archiviazioni all’opinione pubblica. La brutale ricusazione del giudice del processo Calabresi-Lc al momento in cui stava per disporre la riesumazione del cadavere.
Ci troviamo anche Edmondo Bruti Liberati, prossimo capo della Procura milanese, nipote di Beria d’Argentine, autorevole esponente del Csm all’epoca, giovane uditore al processo Calabresi-Lotta Continua Il famoso procuratore Pomarici di tante indagini sul terrorismo, compresa quella su Sofri,e quindi su Calabresi, che non ci hanno liberato: è un sostituto alle prime armi, poco conosciuto a Milano (qui erroneamente chiamato Guido) ma abbastanza per affidargli indagini sensibili strappate ad altri Procuratori solerti. C’è Gerardo D’Ambrosio, giovane magistrato “di cui non si conoscono le opinione politiche”, e “che tra l’altro ha insistito per averla”, per avere la seconda inchiesta, quella disposta da Bianchi d’Espinosa. D’Ambrosio salverà quattro anni dopo la verità ufficiale e la memoria di Pinelli inventandosi il “malore attivo”, quello che ti fa saltare dalla finestra senza che tu lo voglia – pur definendo la vittima sempre “l’anarchico Pinelli”, mancandogli evidentemente il numero sul polso.
La verità insomma non sarebbe impossibile. Ma resta quella della scrittura: questa scomposta scrittura lascia senza fiato sull’immoralità e l’abiezione del potere in Italia, delle caserme e dei loro giudici. Camilla Cederna, che non aveva pratica di caserme e cronaca giudiziaria, ne dà in poche righe il non perento ritratto: “In questura la trasgressione come regola corrente, in tribunale quella serie di contraddizioni e d’incompatibilità che soltanto nei governi e a livello di magistratura si possono trovare, colpi mancini, tradimenti, sconcertanti ammissioni”.
Camilla Cederna, Pinelli, Saggiatore Tascabili, pp. 153, € 9,50

lunedì 19 luglio 2010

Non è Wilde, ma è come se

Giallo doppio: trovare l’autore, e poi trovargli l’opera. Ricostruisce una probabile attribuzione a OscarWilde sulla base degli argomenti che Wilde dopo il carcere annunciò qui e là di voler trattare e che in qualche modo sono presenti nel testo. E dà al testo, poco wildiano (scintillante), una sia pur modesta dignità. Tutto questo partendo dal solo indizio che l’opera fu pubblicata nel 1919, sotto lo pseudonimo di Oscar Fingal che corrisponde ai primi due nomi di Wilde all’anagrafe. Formidabile racconto filologico di Lilli Monfregola, la cui ricostruzione costituisce la vera lettura, su un fondo di bottega di una libreria del Vomero che chiude, e del fantasioso editore di Robin-Vascello, Claudio Maria Messina. Tutto fila. E perché l’editore non pubblicò il testo col nome di Wilde, che gli avrebbe valso un successo a occhi chiusi? Perché nel 1919 non si poteva citare O.Wilde. Manca solo un tocco wildiano: che lo stesso indizio sia falso: il testo, o l’autore pseudonimo, essendo l’editore originario, Alfieri & Lacroix, ben radicato nella storia dell’editoria). Nella “letteratura di mezzo”, o dei falsi letterari, farebbe testo. Oscar Fingal Wilde, Divagazioni sulla felicità, Robin-Biblioteca del Vascello, pp. 129, € 10

Le illegalità dei giudici, nel silenzio delle istituzioni

Il Procuratore dell’inchiesta, a suo dire, più scottante della Repubblica dà un’intervista al giornale “la Repubblica”. E già questo sarebbe passibile di carcere duro. Ma lo scalfariano Capaldo, impunito come il suo protettore, va oltre, col metodo del qui lo dico e qui lo nego. Al giornale fa dire “devastante”, poi precisa, per rimarcare di più il suo assunto: “L’espressione virgolettata “«una società occulta devastante che condizionava le istituzioni» non è mai stata pronunciata da me”. Furbo certo, un giudice napoletano non può non esserlo. Ma tutto questo è illegale.
Non è la sola illegalità dei giudici, garantiti nell’impunità dal Csm. Ci sono, da Bari in poi, cioè da quando si è parlato di delimitare l’illegalità dei giudici, i verbali pronti per la pubblicazione. Selezionati: un tema al giorno – ogni due giorni se un tema attecchisce. Tutto ciò non solo è illegale, ma indica che c’è una manina dietro questi verbali, e quindi un’organizzazione.
Il Tar del Piemonte passa sopra alle leggi elettorali, nazionali e regionali. Cioè a leggi di rilievo costituzionale. Solo per mettere nel mirino, con l’eletto leghista alla Regione Piemonte, una lista Udc dissidente che ha osato sostenerlo. Tutto questo è assurdo prima ancora che illegale. Senza che un solo grido di dolore si sia alzato dal presidente della Repubblica o da un qualche luminare del diritto: un tribunale disapplica leggi di rilievo costituzionale, leggi specialmente sensibili perché ledono la libertà di voto, e non un solo lamento si sente.
Questa diffusa illegalità è d’altra parte sostenuta dal partito Democratico, anzi ne è la linea del fronte, e questi è tutto dire sulla natura democratica di questo partito di refoulés, gli sconfitti della storia – di sinistra avranno la maschera sinistra. Lo stesso Capaldo fa un processone al napoletano Cosentino, per aver fatto dire che il suo rivale di partito e di candidatura alla Regione Campania Caldoro era un finocchio. Roba che ogni candidato dice del suo concorrente. Essendo una querelle napoletana, non interessa molto al resto dell’Italia. Ma Capaldo è un giudice napoletano che opera a Roma: li ha ma letti i dossier (non le chiacchiere) di De Benedetti contro D’Alema?

domenica 18 luglio 2010

Problemi di base - 32

spock

Filisteo, chi è filisteo?

Perché le moltiplicazioni vanno a gruppi, di due per due?

Vanno Suv e station wagon, con le monovolume a otto posti, e case più numerose e più ampie per le coppie senza figli e i single. Per compensare la solitudine?

Perché i bambini sono assorti sulle giostre e tristi? Perché devono fare felici i genitori?

Giudicare, verrà da Giuda?

Chi ci libererà dal Settecento?

Perché credere al Settecento?

Perché bisogna fare la fila alle Poste?

Perché le tante signorine delle ferrovie gracchiano negli altoparlanti delle stazioni, invece di parlare? Perché mettere tanti altoparlanti nelle stazioni, migliaia (milioni), se non si capisce mai niente?

È l’uguaglianza etica? Vista dall’alto e anche dal basso.

Perché i gravi cadono, non c’è scampo, e i leggeri veleggiano?

spock@antiit.eu

Ombre - 56

Herta Müller, che non si potuta leggere prima del Nobel perché anticomunista (se non per la perspicacia di Roberto Keller, editore minimo di Rovereto), viene in Italia, ospite degli stessi cominformisti che l’avevano proibita, e la prima cosa che dice è: “Come fa questo bellissimo Paese a votare a destra?”. Il come è semplice, anche se lei forse non c’è abituata: con la scheda. Ma forse la scrittrice voleva compiacere gli ospiti. È vero che il pensiero unico è co(mi)nformista.

Si chiudono la biblioteca e l’archivio Pertini a Firenze, dono dell’ex presidente, ogni anno consultati da un centinaio di studiosi, senza una ragione e senza preavviso. Cioè una ragione c’è, mormora qualche impiegato di malavoglia: il Comune vende l’immobile, che è di sua proprietà, e ritiene che vendendolo vuoto ci ricaverà qualcosa in più. L’odio socialista è ancora dominante nel compromesso.

Le firts ladies africane a Parigi per i cinquant’anni della fine dell’impero appaiono, nelle atroci foto della sfilata, imbiancate. Si è celebrato il cinquanten ario per promuovere l’industria delle creme?

Tutta l’Italia scrive a Quattrocchi, informa “la Nazione”, per avere giustizia. Leggendo, si scopre che sono quasi tutti condomini, e appaltatori di opere pubbliche che denunciano i concorrenti. Che Italia reale è? I condomini scrivono quando l’amministratore lo consiglia, per “istruire la pratica”.

“Sono presunti innocenti”, dice Maroni dei politici suoi compagni di governo accusati di massoneria segreta. Non bisogna più essere colpevoli per perdere l’innocenza, ora si è innocenti sub iudice. Maroni, benché ministro dell’Interno, è leghista, e si sa che i leghisti hanno un’idea peculiare della giustizia – molto lombarda, del “ghe pensi mì”. Ma non bisogna sottovalutare le novità, non c’è limite al peggio.
Nel thriller famoso “Presunto innocente” diventa il giudice che indaga.

È un nuovo 1992, è una nuova Mani Pulite, come Craxi sbagliò…, i giornali disappetenti ripetono stanchi gli stessi argomenti. Si dice anche che la tragedia ripetuta finisce in commedia, o qualcosa di simile. Ma l’esercitazione è soprattutto dei giornali di Berlusconi o a lui vicini, il gruppo della “Nazione”, “Il Tempo”.

Ganzer sarà innocente, ma tutti i documenti contro di lui vengono dai carabinieri. In forma ufficiale e anonima. La questione morale è la questione morale stessa. Di tutti gli inquirenti, giudici e carabinieri.
È una coda delle bombe mai acclarate? Il passato che non passa.

Sul “Corriere della sera” di Firenze, Mihajlovich risponde domenica tra gli altri a Sofri. Il calciatore non era simpatico - tanto più per essere finito interista… Ma quanto più intelligente, politicamente, di Adriano. Sulla guerra civile – detta da uno che aveva i killer in famiglia. Sulla guerra alla Serbia di D’Alema. E sugli stessi criminali di guerra Arkan e Milosevic.
La nota di Sofri rilanciata su Facebook è la solita, pallida, letteratura della guerra umanitaria.

Dice Berlusconi che il diritto all’informazione non è un “diritto assoluto”. E che “la libertà dell’individuo trova un limite nella libertà degli altri”. Due fondamenti della libertà, e due ovvietà. Ma non per il manipolo di giornalisti e giudici che ci governa, che li imputano al fascismo di Berlusconi. O lo sanno, e fanno il gioco di Berlusconi? Che è, si sa, uno specchio fedele – in sé sarebbe poca cosa.

Si merita tutti i giornali Gattinoni con un abito superlusso che vuole un monumento alla libertà di stampa, contro il disegno di legge sulle intercettazioni. È la regola delle pubblicità, e pazienza. Ma il designer della casa è quel Mariotto che finora non si sapeva perché dovesse turbare le modeste serate di “Ballando sotto le stelle” col suo severo cipiglio di giurato. Col quale ha accompagnato alla vittoria il principino Savoia. Mariotto è monarchico?

Si usa l’inglese anche dove c’è il corrispondente italiano più chiaro. A Milano si usa anche a sproposito, un inglese maccheronico è stato adottato per le qualifiche e le carriere - per intimorire gli interlocutori? per lusingare i titolari? “Vanity Fair”, edizione italiana del settimanale della Condé Nast (“Vogue”), si fregia di una cinquantina di qualifiche, tra esse alcune senza senso: ha degli (delle) International Editors, che non sono redattori agli esteri, non sono niente, e un Executive Vice President Editorial che è solo una qualifica un po’ lunga per un collaboratore, Verdelli.

Un gelato e una coca a Porto Cervo sono costati sessanta euro a una signora francese. Che, benché ricca, se ne è lamentata. Ma aveva torto, fanno dire i giornali alla proprietà del locale: “Con una vista come la nostra, il prezzo non è esagerato”. La vista è “mozzafiato”, dicono le cronache, sui megayacht ancorati nel porto.

La Panda a Pomigliano si calcola che produrrà il 15 per cento del pil di Napoli. Il calcolo non è contestato. Tace anche la stessa Cgil che non la voleva. Tacciono gli intellettuali che hanno tifato per la Cgil al referendum.

Tra gli oppositori della Panda a Pomigliano si sono distinti illustri filosofi, quale Augusto Illuminati. Polemista di globalproject.info, Illuminati ha prodotto per il sito più pezzi ironici sul TINA chomskyano, “There Is No Alternative”. Che è un baluardo della libertà, il rifiuto della soluzione obbligata. Ma il professore, come la Cgil, non dice l’alternativa. Dev’essere uno di quelli del “tanto peggio tanto meglio”, che fece grande Togliatti, nulla muore in natura.

Riesce “Alfabeta”, rivista intellettuale per intellettuali. Pensata e scritta come nel 1980, al tempo della prima “Alfabeta” – la mezza verità brillante, che però è tutta bugia. Anche la grafica è ripetitiva, i bastoni, la carta. L’Italia è proprio sovietica.
Per restare in tono, Eco riesce ad essere noioso, co(mi)nformista anche lui.
Eco pontifeggia\ sull’“Alfabeta” ritornato\ come una scheggia,\ seduto sul sagrato.
Oppure: Eco s’è tagliato\ con la barba\ in senso lato\ anche la ghirba

“Alfabeta 2“ esordisce con un testo di Augusto Illuminati che è puro ’77 – la confusione, la violenza. Uno che pure sa riconoscere lo spessore – e l’onestà no? - di Jim Morrison. Il settantaciquenne professore di filosofia di Urbino scambia l’Onda – cos’è? - col movimento, col Sessantotto . S’informa cioè per procura di cosa succede all’università? Ma nel ’68 non era contro?
L’anno scorso Illuminati ha pubblicato “Per farla finita con l’idea di sinistra”, e certo vuole dare un contributo.

venerdì 16 luglio 2010

Le lucciole, luce che non fa luce

Un omaggio a Agamben, a tratti critico, in un pascolo brado di letture contigue, di Pasolini prima, l’articolo delle lucciole, che non fanno luce, ma sono luce, di Benjamin estesamente, e di Klemperer, Charlotte Beradt, Bataille, Laura Waddington. Il filo sono le immagini e le persistenze (sopravvivenze), di cui Didi-Hubermann è appassionato ricercatore e filosofo (in Botticelli e nel Beato Angelico tra gli altri, lì appassionante), “immagini di pensiero”, “esperienze di immagini”.
Di Pasolini l’iconologo fatica a seguire gli umori politici. Una spiegazione provvisoria tentandone, della disperazione politica (l’articolo delle lucciole, l’1 febbraio 1975, s’intitolava “Il vuoto del potere in Italia”), nella perdita, o trasformazione, del desiderio sessuale, in Pasolini stesso e nella società italiana. Se non che la Repubblica è fascista per Pasolini ben prima del 1975, praticamente da sempre, come lo stesso Didi-Hubermann rileva sorpreso nel breve scritto sul poeta che apre il volume – un fatto perfino evidente nella chiave analitica, il rapporto con la madre, col fratello, con la madre e il fratello, con gli amici (Sergio Telmon), con la Resistenza, col Partito.
Georges Didi-Hubermann, Come le lucciole, Bollati Boringhieri, pp. 100, € 16

Letture - 35

letterautore

Ambiguità – È un passepartout – un ruolo, un criterio psicologico, un chiave letteraria – del riduzionismo intellettuale. Della cultura urbana (borghese), non più di corte (governo) né aristocratica (individuale), che ininterrottamente fa la cultura, dal Settecento a oggi. Dell’unificazione della cultura, fra colta e popolare, in un genere medio, regolato, con canoni classificabili (le storie delle letterature) e per questo semplificati. Su tutte le esperienze cassate della narrazione – della rappresentazione - s’imprime il cachet dell’ambiguità: doppio, mmetismo, ermafroditismo.

Arbasino – Nei testi e infine nelle poesie è lui l’Ingegnere, grande scienziato e sociologo politico, il rap è genere che lui inventa, piuttosto che adattarvisi. Ma oberato dall’irrilevanza (isolamento). Senza colpe, per non essere passato dalle ferree non scritte regole del Partito. Da qui la smania di presenziare, e l’ironia moralistica. Come se parlasse di sé. E gli stilemi che lo disseccano: non raccontano né illuminano la sua intelligenza, anzi ne coprono le indiscutibili verità,

Benjamin – “Le quotazioni dell’esperienza sono crollate”, o “L’arte del romanzo volge al tramonto”. Queste e altre facezie si leggono ne “Il narratore. Riflessioni sull’opera di Nicolaj Leskov”, del 1936, della maturità: “L’arte del romanzo si è fatta sempre più rara”, e “Il narratore è la figura in cui il giusto incontra se stesso”. I si ppuò domandare cosa significhi questo nell’opera e negli intendimenti di Benjamin. Ma cosa significano per noi? Niente. La scrittura è comunicazione e non propaganda,

Bertolucci, Bernardo – È cineasta sovietico. Riesce bene da comunista di tipo sovietico, negli apparati e nei rapporti di potere, in “L’ultimo imperatore” e in “Novecento”. Si smarrisce nelle storie individuali - è peraltro uomo di tic, in perpetua analisi: non sa di niente “Il confo0rmista”, di “Ultimo tanto”, rivisto a distanza, finita la magia della ragazza dalle grandi tette, si ride, è scombinato il film toscano con Liv Tyler, è calligrafico il “Budda”.
Lo stalinismo, come lo hitlerismo, ha lasciato manufatti artistici solo al cinema, è già stato detto, perché il cinema si presta agli apparati, alla propaganda – la propaganda è immagine. Ma sono manufatti sempre vivi, anzi, la Riefenstahl, splendenti. C’è qualcosa di vero, evidentemente, in questi totalitarismi, nella loro capacità di catturare l’immagine.

Borges – La verità è che era uomo di esperienza. Ha viaggiato giovane, e non per turismo, in Svizzera e in Spagna, ha sofferto il fascismo, il bisogno, la cecità. Come Petrarca, civetta con la biblioteca.
Resta da dimostrare che il mondo è la biblioteca. Se non, appunto, ironicamente.

Ma è heideggeriano integrale! O viceversa. Il Chisciotte ricopiato che è un altro Chisciotte. I sentieri che si biforcano. La vita in biblioteca…

Casanova – Scrisse per “godere una seconda volta”, cioè per sé. Si può scrivere per sé? Improbabile nel suo caso, ma non impossibile: c’è un esibirsi a porte chiuse, in teatrino privato. Non l’esame di coscienza. Una rappresentazione.

Céline- È un longilineo che si era fermato a pensare, la testa sproporzionata sul corpo magro, anche in gioventù, dai tratti però belli, l’occhio glauco, più sorridente che incerto, gli zigomi forti, da amico sicuro, il naso diritto profilato, la fronte illimitata virginale, prima che le rughe precoci la occupassero come onde in rictus inarrestabile.
Ma ha l’odio del declassato. La disperazione anche.

Confessione – C’è sempre un santo, dopo sant’Agostino, nelle confessioni, compresi gli spropositi di Sade, che non cessa d’interrogarsi su Dio. Confessio è del resto l’elogio della grandezza di Dio.
Solo Casanova fa eccezione, che scriveva per “godere una seo0nda volta”.

Dante – Già reazionario per Sanguineti, “Dante era un intellettuale di destra”, conferma Eco sul primo numero di “Alfabeta “, la rivista, “(pensate,… il ritorno all’Impero mentre stavano fiorendo i liberi comuni!)”. Eco è l’intellettuale semplificatore che sta criticando. Non Dante, che viveva una guerra civile. Per non dire del significato dell’unità. Dell’impero come aspirazione all’unità sociale e non come dominio.

Ironia – Si ribalta sull’autore. Lo espone, e anzi lo mette n scena, sotto i riflettori, in recital solitario, antagonista.

Lettore – Nelle parole cerca emozioni. Anche intellettuali – raramente.

McCullers, Carson – La difficoltà di lettura di Carson McCullers, dei suoi prefatori, curatori, critici, viene risolta all’americana (alla Sainte-Beuve?) con la biografia: androgino, ambiguità sessuale, difficoltà di amare, il triste intreccio coniugale. Anzi, nemmeno dalla biografia, che resta approssimata, ma da stili di vita successivi. Letture che vogliono dare un frizzo a materia altrimen ti inerte, ma che non sono all’evidenza verità.
La verità è invece il mondo del Sud, un mondo diverso, fuori dai canoni, urbani, nordici, evidentemente insondato anche in America. Diverso e non assimilabile, ecco la differenza da altre diversità, la provincia del Nord per esempio o le comunità etniche: non riducibile perché solido, storicamente ancorat0o e radicato, e forse, chissà, anche perché è più umano, rispondete a ritmi interiori più umani.
Personaggi e contesti non sono ambigui ma complessi. Non rientrano nel ruolo urbano dell’ambiguità ma fuoriescono, per la complessità e la novità, dai canoni della critica. Critica peraltro legata negli Usa al mercato editoriale. O, chissà, anchilosata: la città ha perduto gli umori e la scrittura s’ingessa. Londra, Parigi, che furono teatro di umanità ridondanti, dickensiane, vittorughiane, sono ormai fondali indistinti di avulsi noir. È lo stesso per le città americane?
In termini urbani, dice la stessa scrittrice del suo personaggio femminile dei “Riflessi”, “aveva una rotella fuori posto”. Fa scattare lei stessa il cortocircuito del canone, o linguaggio dominante. Ma questo è il segreto narrativo, o meccanismo: lo scarto “personale”, il differenziale dalla psicologia letteraria. Più produttivo dello scarto sociale, proprio della letteratura del Sud e in Italia, scontato (“sono cattivo perché sono povero, sono povero perché sono sfruttato, sono sfruttato perché lo Stato è venduto”).

Narrare - È sempre costruire, per quanto in forme aperte, ambigue, erratiche, dispersive. È sempre scegliere e fissare, disporre degli elementi, scrittura automatica compresa, libero corso delle associazioni, flussi di coscienza. Anche i sogni prendono forma nel ricordo, che è narrazione.

Proust – È tutto nella benjaminiana “durata assoluta, paradossale, del Giorno del Giudizio”. È allora autore etnico?
O, essendo Benjamin dichiaratamente etnico, è la caratterizzazione epimenidea - alla Epimenide cretese?

Romanticismo – È maschile? Le scrittrici non sono romantiche: mademoiselle Scudéry, madame de Lafayette, le Duras, Jane Austen, le Brönte, Carson McCullers, Flannery O'Connor.

Romanzo – È un tentativo di dare senso alla vita. Poiché la vita trascorre nella sopravvivenza per lo più, quindi oggi in atti insensati (pendolarismo, gesti ripetuti, discorsi fatti), il romanzo ne riprende le fila. Quello d’autore come, naturalmente, la telenovela. E perfino la soap-opera, che si ambienta nella quotidianità, è un format di vita vissuta nel suo modo più squallido, la ripetitività: avrà un potenziale di catarsi (transfert, identificazione, proiezione) ridotto, e tuttavia efficace.

L’autore è lo stratega, ma ne è anche il fante: il teatro d’operazioni lo può sopraffare.
Come stratega dev’essere soprattutto distaccato. Di poche dee, se non di una sola.

letterautore@antiit.eu

giovedì 15 luglio 2010

D’Alema all’incasso – con Napolitano?

A un anno dall’annunciata offensiva giudiziaria, e con due elezioni perdute, D’Alema passa all’incasso. Chiedendo il governo. Il passo è meno risibile di quanto appaia. Primo, perché D’Alema ha riacquisito la vecchia sponsorizzazione di Milano – di Bazoli, il “Corriere” e Mediobanca. Secondo, perché può sperare in un ripensamento di Napolitano, il presidente di cui D’Alema fu lo sponsor – e poi, D’Alema non è Montezemolo.
Il presidente Napolitano ha orrore dei ribaltoni. Perché li ha sperimentati da presidente della Camera, quando le Camere furono sciolte due volte in due anni, e la cosa ripugna alla sua cultura politica – fu allora un vero e proprio golpe di Scalfaro. Lo ha anche scritto in un libro. Né si può pensare di andare a elezioni con un Parlamento solidamente in mano a Berlusconi, e con una maggioranza parlamentare confermata in tutte le elezioni locali successive. Ma ora, assicurata la manovra finanziaria necessaria alla stabilità dell’euro, Napolitano potrebbe avere un ripensamento.
Quello che è certo è che il presidente della Repubblica è sconcertato dalla debolezza “politica”, se non elettorale, di Berlusconi. All’origine di questo sconcerto in particolare il fatto che Berlusconi si faccia mettere in un angolo da un personaggio chiacchierato come Bocchino, e più in generale la sua mancata resistenza all’offensiva, della sua Milano e della magistratura. Che è amplificata non solo dai grandi giornali a lui ostili, ma anche dai giornali e telegiornali a lui vicini, il gruppo della “Nazione”, “Il Tempo”, Bruno Vespa.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (62)

Giuseppe Leuzzi

Di pentiti (spioni, delatori, informatori) è piena “La certosa di Parma”.

S’immagini per ipotesi che non ci sia “Palermo”, non ci siano cioè le Procure, la Rete, i Ros, la Dia, e la catena di sant’Antonio dei giornali, ebbene, la mafia scomparirebbe. Ci sarebbero delle violenze e dei taglieggiamenti che però la polizia punirebbe – se per ipotesi ci fosse una polizia, una vera, con mezzi idonei a colpire i delinquenti.
Cos’ha portato al Sud la giustizia, l’apparato repressivo? I briganti dapprima, poi la mafia, con l’omertà, e la corruzione universale, partendo dagli appalti pubblici. Impunita finché della corruzione non hanno preteso la loro parte i meridionali. Ora punta allo sradicamento della politica, cui la scuola di Cordova nella magistratura si applica da un trentennio – compresi i “patti scellerati” con le “logge segrete”, insomma i complotti.
L’apparato repressivo della giustizia non interviene se c’è un taglieggiamento, un appalto truccato, un attentato dinamitardo, un assassinio, interviene solo se si può mettere d imezzo qualche politico. Tolta la politica, in effetti, al Sud non resta nulla.

La legge ce l’ha anche la mafia, terribile. Senza bisogno delle sottigliezze che hanno imbastardito la giustizia, il concorso esterno e il voto di scambio.

Milano
Si arrestano molti calabresi malfattori in Lombardia. Noti peraltro a tutti da decenni per essere malfattori. “Emerge”, si legge qui e là nei giornali, “uno spaccato di subalternità”, una “Lombardia avamposto di Reggio Calabria”, il “vero scoglio dell’autonomia e del federalismo”, “politici e imprenditori soggetti ai calabresi”, “cantieri nei quali i calabresi fanno il bello e il cattivo tempo”. In virtù di che? Alla prima violenza, tra l’altro contro uno dei loro, li hanno messi dentro – hanno dovuto, dopo avere aspettato quasi tre anni.
La criminalità è contro lo Stato, se per tale s’intende il buongoverno, ma non contro gli affari: è gli affari. Chi è Chierico? Chi è Oppedisano? Boccassini, ancora uno sforzo.

"E' eufemistico", scrivono i giudici antindrangheta di Milano, "definire collaborativo l'atteggiamento degli operatori economici in LombardiA". Ma con loro non si possono usare le maniere forti? Boccassini, ancora uno sforzo! Eufemistico.

Gli allevatori lombardi non vogliono pagare le multe per il lette prodotto in eccesso, contro i regolamenti europei, e il governo Berlusconi li accontenta. Sobbarcandosi il pagamento a Bruxelles delle multe a spese dell’erario, cioè di tutti noi. Ma nessuno lo spiega. Al più si dice che Bossi si è imposto al governo. E nemmeno questo è vero: l’idea è di uno dei figli di Bossi, che costui vuole, anche se recalcitranti, in politica. Non si dice neanche l’ammontare delle multe che dovremo pagare – sono quasi 500 milioni di euro. Il terribile ministro Tremonti qui non fiata.

Malpensa è costata almeno dieci volte Gioia Tauro. E continua a costare, per l’infinita serie dei servizi che non riesce, dopo quasi quarant’anni, a completare, per la corruzione e per il campanilismo lombardo (i treni, l’autostrada, il gas, eccetera). Ha fatto fallire l’Alitalia. Regala agli sca confinanti un valore aggiunto enorme, che potrebbe restare in Italia – una diecina di milioni di viaggi aerei l’anno. Impedisce l’integrazione di Milano come area metropolitana, come avviene dagli anni 1970 attorno a Francoforte, a Parigi, a Londra, con beneficio del pendolarismo, dell’uso efficiente del tempo, della produttività, della qualità della vita. Ma non ci sono Sergi Rizzi o Stelle che ce lo dicano. Magari in un articolo invece che in uno dei loro vendutissimi libri. Solo si scrivono pagine per dire che, lentamente, ma Malpensa si sta riprendendo dalla crisi in cui l’aveva precipitata l’Alitalia – come se fosse stata la compagnia a far fallire lo scalo e non viceversa. E per dire che si sta riprendendo si citano alcuni milioni di passeggeri. Che sono la metà di Fumicino. Meno di un terzo del bacino di utenza milanese.

C’è sconcerto tra i forcaioli per la condanna a metà di Dell’Utri. Non basta loro che il senatore sia condannato come mafioso, volevano mafiosa anche Forza Italia. Il “Corriere della sera” apre così la prima, a firma Giovanni Bianconi: “Marcello Dell’Utri è stato condannato, Forza Italia assolta. “Il senatore è stato amico dei mafiosi e «concorrente» nei loro reati, ma il movimento politico che ha contribuito a fondare non è il partito della mafia”. La mafia è un reato meno grave che Forza Italia?
Quando il Sud infine si libererà del Nord, questa storia della mafia universale dovrà fargliela pagare cara. Radere al suolo Milano sarà la soluzione minima: ci mettono la mafia dappertutto, nell’aria, nell’acqua, nel sonno, e non per stupidità. Non gliene frega nulla della mafia, se non per farci gli affari, e poi buttarla addosso al Sud.

I lombardi prestavano denaro.

L’odio-di-sé meridionale
“La ‘ndrangheta finirà quando non ci sarà più l’uomo sulla terra”: la sentenza è di un magistrato, il procuratore della Repubblica Nicola Gratteri, che è diventato best-seller con la ‘ndrangheta. Ma Gratteri è procuratore a Reggio Calabria, dove la ‘ndrangheta c’è per davvero, e la sua è una delle battute cui lo spiritaccio calabrese indulge. Mai però in senso opposto, a separare il destino umano da quello ‘ndranghetista.

Amici d’infanzia fanno le vacanze di mare in Sicilia, fra Taormina e Giarre. È un uso che hanno preso da tempo, benché la vacanza a Taormina o Letojanni costoi il doppio che sulle spiagge dei paesi d’origine in Calabria, perché “lì ci si diverte” – anche se non sono più giovani. Da alcuni anni lo Jonio siciliano sotto Taormina è molto sporco e infestato di meduse. “È lo sporco che ci manda la Calabria”, dicono gli albergatori e i bagnini, e gli amici ci credono, ogni anno ci ritornano, dopo essere rimasti due settimane, magari un mese, in secco, senza la possibilità di mettere anche solo un piede in acqua. Anche se la Calabria sta molto più a Nord, e i suoi mari, lo Jonio come il Tirreno, sono trasparenti e puliti.
Si può essere buoni amici e un po’ stupidi, le due cose si conciliano. Ma perché soffrire, pagando, nell’acqua infetta? Perché l’odio-di-sé non è mai abbastanza?

Non rimane altro Sud che quello di Verga, dell’ideologia dei vinti: non c’è più pathos se non vittimista. Il Sud che per secoli aveva divertito l’Europa, e anche l’Italia, è prigioniero di Verga. Verga avrà pure ragione – ha ragione. Ma il Sud?
La squalifica del Sud arriva tardi, con l’unità. Come la napoletanità, altro flagello, o i briganti, e ora la mafia. Ma il Sud è certo colpa del Sud.

Calabria
È la regione che più si è identificata e si identifica con Roma, con l’Italia unita, e più ancora con la Repubblica. Bisanzio, i normanni, i baroni, i Borboni sono cancellati prima che rifiutati. La dipendenza modella psicologie mostruose: si passa dall’abbandono all’abbandono di sé stessi.

Il Procuratore Capo di Reggio Calabria non riesce a trovare più di 250 mafiosi, dice, su quindicimila abitanti a Rosarno. Ma Rosarno resta città di mafia. Nessuno vuole vedere la rivolta contro gli immigrati come una ribellione al degrado, indotto dagli immigrati nell’interesse dei dieci o venti padroni di agrumeti.

La Calabria ha il record della spesa sanitaria pro capite, 3.100 euro l’anno, contro una media nazionale di 2.250 euro. E ha la sanità peggiore.
Un buon terzo della spesa (la differenza tra la spesa in Calabria e la media nazionale) va per ricoveri e interventi fuori regione.

Gioacchino da Fiore, Tommaso Campanella ne sono i prototipi. Di spirito infiammato, molto calabrese. Molto intuitivo, poco coltivato – uncouth. O allora Cassiodoro, che sa tutto della vita e della storia e quindi è remissivo, rassegnato. Sempre “laterali”, fuori dal flusso.

Palmi ha un mare di trasparenza cristallina, spiagge di chilometri e un entroterra omerico, ma non ha un piano regolatore. Non che si veda: ognuno costruisce dove vuole, con l’acqua corrente e col bagno, o anche senza, e chiede milioni per l’affitto. Per quante volte?

Può darsi sia stata feudale, come vogliono i suoi (inutili) libri di storia. Nel 1100 potrebbe esserlo stata. Ma dopo, per un millennio ormai, è stata semmai oggetto-terra di fedecommessi e padroni assenti. Il che può essere stato una buona cosa, non avere avuto padroni. Ma implica alcune conseguenze. Per esempio, non essere serviti come turisti: nella contigua Sicilia, che tutto della Calabria, la lingua e anche il linguaggio, ma ha avuto anche solidi padroni, dai quali ha potuto imparare, un turista è sempre ben servito per quello che spende, in Calabria quasi mai – a volte non si riesce nemmeno a mangiare nelle trattorie familiari. Per esempio la mancanza di applicazione: il disprezzo dei padroni si traduce nell’incostanza (si abbandona un investimento o un mestiere pochi mesi dopo averlo avviato, “non si guadagna abbastanza”): è l’incapacità di avviamento, prima che la mafia, che si traduce in incapacità di industria o di commercio. Per esempio l’avidità: si ha diritto a tutto. Per esempio l’insocievolezza: manca l’attitudine a farsi un po’ più in là, magari nel proprio interesse.
È difficile spiegare una carenza sociale con una mancata fase di asservimento nella storia. Ma entrambe sono evidenti. La ragione può essere che un ordine sociale, per quanto squilibrato, ha comunque una funzione pedagogica (sociale). Che è sempre meglio del nulla – non si nasce “imparati”.

I calabresi terragni che ora popolano il Canada e l’Australia nel Quattrocento erano a Tripoli, Tunisi, Algeri, e a Costantinopoli in una Nèa Calabria.

leuzzi@antiit.eu

mercoledì 14 luglio 2010

Malinconia dell’intellettuale

zeulig 

Se è ingaggiato l’intellettuale è disimpegnato Le follie intellettuali i copti impersonano in una bella donna. Tolstòj invece nota che “Rousseau mentiva e credeva alla sua menzogna”, il prototipo dell’intellettuale nella storia. E questo chiude il discorso, o lo riapre: l’intellettuale è fangoso. Certo, non è il ragno della logica: la provvidenza è altalenante e non c’è razionalità nella ragione, non necessariamente, l’astratta ragione è aritmetica povera. L’onestà intellettuale è il fondamento imprescindibile di una categoria, se ancora c’è, dell’intellettuale. Ma più che l’astratto genere, aiuta la figura dell’intellettuale nella storia. In quella recente, poiché la figura è recente. Maschile e femminile, è opportuno ricordarlo, alle origini, a Parigi, Berlino e Londra nel Sei-Settecento (ma i primi intellettuali, si sa, furono i gesuiti, del potere a chi sa, o lo presume, i primi e i più veri libertini intellettuali). 
Il numero 1 di “Alfabeta” seconda serie è dedicato all’intellettuale con un’ottica tutto sommato derisoria. Eco deride l’intellettuale di destra. Andrea Cortellessa individua l’imbuto nel quale l’intellighenzia è precipitata in questa età del mercato, di Santoro e Maria De Filippi, e di Berlusconi, a partire da Pasolini, dal suo misoneismo radicale, là dove non opera lui, accoppiato al suo povero gigionismo – ma senza dirlo: non si può dire? Ma, poi, tutto il pianto è sull’Italia. E sulla Francia, di cui l’Italia è sorella minore – almeno fino a che, se Dio vuole a lungo, si leggerà il francese. Si vede subito a un approccio comparatistico. 
Un quadro dell’intellettuale oggi sarebbe partito altrove da Internet. Dal blog, dalla scrittura breve (dal pensiero breve? o forse semplice), dalla comunicazione istantanea, dalla comunicazione allargata. Se l’organicità è criterio utile (buono, morale), oggi l’intellettuale è disorganico. Anarcoide, e anche un tanto ignorante – dichiaratamente, l’estemporaneità, l’improvvisazione, la cosiddetta rabbia facendo premio, una sorta di canescioltismo. 
Ma prendiamo lo status classico dell’intellettuale per buono, anche se è un altro segno che l’Italia è ancora “sovietica”. In Germania l’intellettuale ha avuto una funzione guida eccellente per almeno un secolo, da von Humboldt al primo Bismarck. Finché lo spirito di caserma prevalse nel prussianesimo, respingendo l’intellettuale nell’area deprecatoria, da Nietzsche in poi. Che si avvale del crisma dell’anarchia ma confusamente, compresa l’anarchia di destra, di Jünger e Thomas Mann, borghesaccio impunito (il Thomas Mann italiano, dei suoi traduttori e mediatori, non ha nulla del violento originale): si pensi agli intellettuali tedeschi nella prima guerra, e alla Novemberrevolution, da Rosa Luxemburg a Spengler e alla generazione degli adolescenti che finiranno nei Freikorps. La Germania rimane intellettualmente superiore, ma per il mito di Sadowa. Un mito intellettuale: i liberali abiurarono in massa in favore della Prussia. “Una vittoria soprattutto intellettuale” dirà il Blitzkrieg di Hitler Marc Bloch, storico francese volontario di entrambe le guerre, prima ovviamente della Soluzione Finale, e della sua personale persecuzione da parte degli occupanti. Ma Sadowa fu anche la fine dell’intellettuale, che da allora non ha più avuto alcuna funzione nelle tre Germanie che si sono succedute, di Bismarck, di Weimar, della Repubblica Federale, né critica né retorica.
Analoga la funzione dell’intellettuale in Italia, si pensi solo al pre-Risorgimento: Leopardi, la questione della lingua, Genovesi, Galiani, Palmieri di Micciché, Cuoco, Parini, Foscolo, Manzoni, Cattaneo, Verdi e gli operisti tutti. Con una deriva immediata dopo l’unità, pur senza guerre, al notabilato, che costituisce, sono ormai centocinquant’anni, la cifra probabilmente indelebile dell’intellettuale italiano, nell’Italia “bizantina”, in quella giolittiana, nella fascista, e nella Repubblica. Se non per i filoni liberale, di Croce, Gobetti, Salvemini, Einaudi, dello stesso Gentile, grande imprenditore culturale, e confessionale, da Toniolo in qua, marginali però benché vivaci. L’eclisse insomma non è nuova, ed è indotta. La Repubblica è dominata dal “compagno di strada”, non si sarebbe cos’altro trovarci, la creazione cominternista di Willi Münzenberg, il più grande imprenditore culturale di tutti i tempi, utile per la propaganda, utilissimo, e nient’altro. In confronto a esso non si trovano che “battitori liberi”. Ma non nel senso proprio, del gergo calcistico, dell’atleta che chiude la difesa e rilancia l’offensiva, bensì nel senso del gigionismo. L’intellettuale viene in sospetto in Italia come dannunziano ma in realtà è malapartiano, presenzialista e volutamente futile, furbastro più che no, a suo modo sempre “politicamente corretto”, cioè sull’onda. E comunque, dannunziano o malapartiano che sia, è sempre “francese”. Per l’equivoco della stagione illuministica, dell’Intellettuale Re. Che preparò la Rivoluzione, l’unica finora riuscita – con ripensamenti. Dimenticando che la Francia, paese di saldo spessore culturale, che si vuole anche politico, ha però una cultura politica fallimentare – e non da ora, già dai tempi celebrati del Re Sole (perché la Francia non ha avuto un impero?), con l’incredibile oorte di mantenute in titolo, gli ultimi bagliori li ebbe con le regine italiane. Tutt’altro mondo l’America, dove l’intellettuale ha sempre avuto un ruolo decisivo. Tra i padri della patria, e della costituzione. E nella successione dei presidenti. Basti pensare al ruolo ultimamente di Kissinger, Schlesinger, Brzezinski, della scuola di Chicago, dei conservatori di Bush. O dei filosofi: William James, Emerson, Thoreau, Dewey, o i contemporanei Chomsky, Rorty, Rawls, Walzer, Williams, l’intellettuale non è ritenuto mai superfluo. Ma l’America, e non solo per questo, è termine inconfrontabile, non è Europa. Il piccolo intellettuale italiano Pensa di divertirsi l’intellettuale tra le mura ma è avaro e muore triste. Il problema è che Thomas Mann ha ragione: l’intellettuale è un politicante, bassa lega. Se il letterato politico è il vero intellettuale, alla Zola, lo Zola di Heinrich Mann, allora il letterato e l’intellettuale sono poca cosa, ruota di scorta. Politicanti dilettanti. Di idee non digerite, per fini minuti, mimati, che si magnificano ultimi, la lode, un premio, l’egemonia di Gramsci e Platone. E si coronano d’i-deali, rivoluzioni, resistenze, utopie, il mondo spregiando. Minutanti degli spacci della parola. La politica è invece seria, essendo la democrazia. Anche quando fanno parte di aristocrazie, anzi specie in questi casi, gli intellettuali finiscono per rivangare luoghi comuni. Anche, dice Tocqueville confrontato alla brusca democrazia americana, per “una certa mollezza di spirito e di cuore che essi contraggono in mezzo al lungo e tranquillo uso di tanti beni”. Per cui “preferiscono essere divertiti piuttosto che scossi, vogliono essere attratti ma non coinvolti”. Un groviglio, alla Epimenide cretese. L’intellettuale Thomas Mann è uno che quando ha ragione si arroga “un diritto d’infamia”. La politica è ardua: “Odio la politica e la fede nella politica, perché essa rende l’uomo borioso, dottrinario, testardo, disumano”, afferma. Benché capisca che “l’impoliticità è anch’essa politica”. È che “l’ironia come modestia, come scetticismo volto all’indietro, è una forma della morale, è etica personale, è «politica interna»”. L’intellettuale vi è senz’arte né parte, ohne Kunst ohne Gunst, potrebbe dire lo stesso Thomas Mann se parlasse maccheronico. La sua debolezza (scomparsa) è piccola e grande. È grande nei testi epocali che Andrea Inglese cita nello stesso numero di “Alfabeta 2”, di Lepenies, Wallerstein. In Italia la crisi è invece piccola, di parrocchia e non di sistema. Per lo straordinario carrierismo e amoralismo (consortile, politicante, e perfino familistico, a favore di amanti, figli, nipoti, mogli) che regolano lo studio (la ricerca) e l’università, la giustizia, la sanità, il giornalismo, tutte professioni intellettuali, e concludono alla loro straordinaria inefficienza, dispersione di risorse e di valori, di cui poi l’intellettuale si lamenta vittima. E di cui il predominio mediatico, che se ne vuole la causa, è invece lo specchio. Nel suo piccolo l’Italia fa anche – ha fatto – le prove delle grandi trasformazioni. La produzione di sapere essendo insufficiente da tempo nei maggiori paesi europei per la stessa produzione di sapere (centri di ricerca e università), l’Italia ha parzialmente supplito, negli ultimi trent’anni grosso modo, fornendo ogni anno migliaia di dottorandi e dottori nelle più diverse discipline. L’emigrazione negli Usa, senza ritorno, si può anche inquadrare nella politica americana di centralizzazione (accaparramento) delle intelligenze, deliberata, costante, in tutte le discipline, a tutti i fini, teorici e pratici. L’emigrazione delle intelligenze in Germania, Gran Bretagna, Francia, Olanda, Svezia, va invece a riempire i buchi della mancata produzione di intelligenze in quei paesi. Se questo è il futuro che aspetta anche l’Italia, allora l’eclisse dell’intellettuale sarà effettivamente un fatto. E questo sarebbe tutto. Se non che, si che in realtà si parla? Si parla dell’Italia dopo il 1989. Che si vuole l’inizio della globalizzazione, con tutto ciò di negativo di cui si carica l’entrata del Terzo mondo nel Mondo – che rivoluzione! -, mentre invece è l’inizio, in Italia, di un passato che non passa. Su cui non si è riflettuto, se non tra reduci. L'intellettuale dopo la Caduta dice fascista ogni mollusco Si parla solo dell’Italia, e di una certa cultura italiana, seppure materialmente preponderante nei posti deputati alla riflessione e alla cultura: l’università, la ricerca, l’editoria, e anche i giornali e la Rai. Ma Santoro è, come la De Filippi, solo più bravo a sfruttare un palco che la cultura crea. L’Italia è un reality. Non da ora. Né lo hanno creato Santoro o De Filippi. Lo hanno creato il giornalismo qualificato scandalistico e una università corriva. Il giornale d’opinione specializzato in scandali è specialità tutta italiana, che si dice di gossip ma quello è: non sembri strano appaiare il “Corriere della sera” alla “Bild” o al “Sun”, tolte la pagine culturali che “Bild” e “Sun “ non hanno, e compresi i commentarioli di cui si ornano, a diecine ogni giorno, per creare il frizzo là dove la cronaca latita, tolto questo non c’è altro – e anche le pagine culturali, fatte dagli uffici stampa delle case editrici, non sono granché virginali. Dall’università non arrivano da molti anni, dall’irrobustimento dell’autonomia col decentramento, che cattivi esempi. Compresa la moglie di Asor Rosa. E questo è il problema: la cultura di chi lamenta l’eclisse dell’intellettuale, e non Berlusconi, che è solo un venditore di pubblicità - se la “Santa Giovanna d’Arco” di Dreyer attirasse pubblicità non si farebbe pregare a proiettarla notte e giorno: Berlusconi è uno che vende spazi, soprattutto quelli gratuiti dell’etere, e si attacca quindi al carro vincente, della grossolanità e dell’ipocrisia . Non si cita del resto nemmeno per caso Elemire Zolla, che “L’eclisse dell’intellettuale” scrisse cinquant’anni fa. Tema a lui più congeniale, essendo propriamente conservatore, e anzi reazionario - il reazionario attua e ritroso il "principio speranza", che presiede a ogni atto dell'intelligenza. Si può anche piangere con l’ubiquo Pasolini sull’avvento della televisione nel 1958. O sulla scomparsa delle lucciole nel 1975. Ma questo si fa perché amiamo tutto sommato consolarci – un prete direbbe assolverci. Il lamento di Pasolini, riformulato, è questo: la cultura è “quello stesso ambiente in cui prosperano le forme intelligenti della nuova barbarie” (Alain Brossat). Se così è, l’intellettuale è succube? È parte attiva? Per Pasolini la Repubblica è il fascismo con altri mezzi già nel 1969, prima di piazza Fontana (colloqui con Jean Duflot, “Da un fascismo all’altro”). Per Scalfari e Malaparte la Repubblca è corrotta già negli anni 1950. Per Ernesto Rossi già al tempo di De Gasperi. Può darsi che l’intellettuale debba essere misoneista, non riconoscere il tempo presente – quello del si stava meglio quando si stava peggio, e della tecnologia fascista (eversiva, distruttrice). Ma è il misoneismo rivoluzionario (utopico)? La "Teoria del giudizio politico" di Hannah Arendt prende atto che la politica non può esistere senza la facoltà d'immaginare. Né la democrazia, si può aggiungere. O non c'è democrazia senza la politica? Sarebbe opportuno saperlo in questa età di antipolitica, sia pure la politica disgustosa. Quanto al disgusto del mondo, il nodo si scioglie con la forma della Resistenza. Se debba essere dichiarata, onesta, oppure disimpegnata (poetica, mitica). Pasolini ha scritto bei versi sulla Resistenza (“La Resistenza e la sua luce” e altri), ma al tempo della Resistenza, 1943-45, fu un imboscato – malgrado l’esempio del fratello minore Guido, che fu invece un combattente, vittima perdipiù del tradimento dei suoi compagni. Dunque, questo intellettuale che si sente tradito non vuole avere funzione pedagogica, se tradisce le parole, non vuole essere parte in causa, avendo ribrezzo di questa Italia, oggi come nel 1950, e non vuole essere testimone, Se si eclissa, questo è il problema, che farci? Il Paese va avanti anche di giorno, anche se questi intellettuali vegliano. Verità vorrebbe che si dicesse l’intellettuale nostrano un notabile. L’intellettuale è infatti tipicamente nostrano, anche se la specie è universale, come il suo linguaggio: il ruolo e la funzione sono locali, e quindi le abitudini e le attitudini. Non il notabile ottocentesco, che accedeva alla dignità del ruolo per servizi resi alla comunità, di qualità, costanti, ed era tenuto al giudizio superiore, equo, saggio. L’intellettuale è subentrato in questo ruolo quando la figura era ormai svuotata, ed era anzi suo compito svuotare. E oggi ben s’attaglia all’usa-e-getta della audience, cioè degli umori e della moda: un chiacchierone piuttosto che un riflessivo, e sbracato invece he riservato, csi valuta se accresce di un ette l’ascolto, chiamato in tv peraltro non per quello che sa ma nel ridicolo ruolo di chi sa tutto. Ma questo è già un discorso storico. L’intellettuale è una chioccia, che per un qualche motivo in Italia degenera: bellicoso dell’ideale, manda gli arditi all’assalto e si fa disfattista. È intellettuale della guerra etica, eroica, liberatoria, eccetera. Per cui la guerra vera, di fango, attese, scoppi sfiatati, asincroni, e il ferro tagliente delle granate, grida, rantoli, lacerti, mutilazioni, sembra a loro sempre mal fatta. Né la migliorerebbe una guerra all’arma bianca. C’è questa bufala della guerra di liberazione. Di chi? Gadda ventenne si sarebbe arruolato fra i brigatisti, o tra gli arditi. La buona coscienza e l’odio-di-sé Con Santoro e De Filippi stiamo male, siamo afflitti, non vogliamo, ma possiamo, fare i pirla e nulla più Il problema del qui e oggi naturalmente non è De Filippi. Ne parliamo per ipocrisia - residua? – ma noi stessi non ci crediamo: il problema è l’intellettuale, che altro? “Ogni volta che il Macedone è alle porte risorge la domanda sulla giustificazione dell’otium filosofico e letterario, e ogni volta Diogene cade nella tentazione di lasciarsi andare all’attivismo”, spiega Ranuccio Bianchi Bandinelli, che fu un compagno, ma era antichista, e aveva conosciuto cinque Germanie oltre all’ultimo kaiser. Il fatto dunque è remoto. Anche se di questi macedoni c’è una rifioritura. E tuttavia, ciò di cui parliamo non è Maria De Filippi. Né Santoro - e a essere sinceri neppure Berlusconi, che è venditore, di pubblicità e di se stesso, di ciò che ha. Diogene era quello che, affaccendandosi i cittadini alla difesa contro il Macedone alle porte, si mise a rotolare su e giù nella botte, nella quale aveva scelto di vivere, per non parere inattivo. Senza colpa, allora l’autocritica non era stata inventata, ma per noi è diverso. Prendiamoci dunque le misure, ogni tanto si cambia taglia. La nostra condizione parte da Gioberti. E non per scherzo: fu l’abate ad aggiogarci al nazionalpopolare, le lega dei borghesi intellettuali con il popolo. Ma non è tutto. Non bisogna farsi colpa di essere intellettuali. Anche se dietro il napalm c’è un professore di Princeton, o di Uppsala, un ottimo chimico La bomba è dei fisici. È opportuno distinguere con Schopenhauer le qualità intellettuali dalle qualità morali, o di carattere - “Non ci sono che gli intellettuali per fare buoni poliziotti”, diceva Nizan. L’orgoglio è il primo dei vizi, che è dell’intellettuale, ma non bisogna nemmeno illudersi. “Simili agli asini che scalciano o si azzuffano davanti a una mangiatoia vuota”, Chamfort trovava i letterati suoi simili, gli intellettuali dell’epoca. “Come molti intellettuali, è profondamente stupido”, usava dire la saggia Madame de Merteuil, che tutti gli intellettuali hanno ambito farsi, benché cattiva – doveva essere di gelo. La creazione della categoria era recente – i primi intellettuali sono le “preziose ridicole” del salotto secentesco di madame Rambouillet, molto italianeggiante peraltro – e la diffidenza è scusabile. L’intellettuale si costruisce in modo semplice: non rinunciare ai minuti privilegi, tra essi l’abitudine, e appellarsi all’aristocrazia dello spirito. Come se non si potesse essere intellettuali e responsabili? Siamo qui a faticare per non far cadere Nietzsche nella vittoria che non avrebbe voluto, il nazismo, e a difendere il sofistico Socrate e il cristianesimo agostiniano. Sapendo che Lenin arrivò alla rivoluzione su un treno militare tedesco, pieno di marchi, con la moglie e l’amante. L’intellettuale fatalmente è borghese. E quando diventa comunista, come deve, si odia – non si sa se più per essere comunista o per essere borghese, ma si odia. Diventa quindi feroce. Dev’essere come l’odio di sé ebraico, o il Sud dell’antimafia, di chi odia la rappresentazione che di se stesso se ne fa – lui stesso fa. Un operaio della Fiat non farebbe la pelle agli Agnelli, non ci pensa e non gli piacerebbe, un intellettuale invece lo teorizza, e gli piacerebbe farlo se non ne fosse incapace. L’incapacità è forse la causa del dispetto. L’equivoco l’ha creato Lord Acton, che nel 1886 ha descritto “quel presidio d’illustri storici che ha preparato la supremazia prussiana e adesso tiene Berlino come una fortezza”. Il vero tema è: quante divisioni hanno gli intellettuali. Figura recente e curiosa. Che, essendo concrezione della nostalgia del non democratico Platone, il dittatore del sapere, dovrebbe sapere di non sapere – in quanto depositario di verità è, al meglio, Epimenide cretese. L’intellettuale ingaggiato è disimpegnato, si vuole libertino o eroe ma è triste. E vanitoso, la superficialità è suo titolo di vanto: quando l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti chiese nel 1938 circostanziata certificazione di “arianità” si ebbe risposte accurate dai migliori intellettuali, tra essi Einaudi, Pasquali, Sapegno, Marchesi, e tutti accettarono di giustificarsi, eccetto Croce ( “L’unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me, che ho per cognome Croce, all’atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata”), ma Croce era in qualche modo un aristocratico. Si può prenderla filosoficamente. L’Europa si vuole razionale, euclidea. Ma il matematico a lungo confuse con Euclide di Megara, ancora nel Trecento, per via del Bene che quegli identifica con l’Essere o Uno. Che è dove iniziano i guai, perché questo Uno è la pura astrazione, di fronte alla quale tutto quanto si agita nel mondo sensibile, dalla larva all’uomo, perde ogni consistenza di realtà. Senza contare che questo Euclide, che anche Petrarca immaginò severo misuratore della realtà, fondò la scuola delle doppie contrastanti verità, il paradosso del bugiardo cretese, contro il principio aristotelico del terzo escluso. E si arriva, senza il terzo escluso, all’Europa borghese e quindi smarrita – impaurita perché smarrita. Il borghese è inquieto, Quinet ne ha fatto il paradigma: il borghese dell’Ottocento, della borghesia trionfante, trovava il diritto roma-no contrario alla proprietà, il vangelo e gli atti degli apostoli comunismo puro, il medio evo pieno di jacqueries, le rivolte dei contadini, mai sazi, con i saraceni alle costole, e comunque un inferno, di riforme, eresie, livellatori, giacobini, asce, forche, ghigliottine. Nel Novecento l’inquietudine non ha bisogno di storici, la classe non classe si lacera di terrore. Ma ci sono dei limiti. I maggiori traditori, più numerosi, più efferati, sono intellettuali, Giuda non è isolato. E mai gli intellettuali hanno tradito tanto come in Russia e in Germania il secolo scorso, in massa, con coscienza e anzi con diletto. Diavoli nient’affatto luciferini e anzi marchettari, confidenti di polizia, col ghigno freddo tra i denti. È o no il “tema dell’epoca”, la fine dell’illuminismo? Quando l’intelligenza è diventata democratica s’è imputtanita, senza vergogna, in senso proprio, l’orgoglio rovesciando nel farsi fare. L’intellettuale ha tradito la lingua, gli altri e se stessi. Con la pretesa dell’autocritica superiore. Superiore nei riti di umiliazione: uno legge di Ejzenštein davanti al CC e vomita. Per non dire degli storici, che ancora non sanno chi era Lenin, e non solo in Italia, bisogna riconoscerlo, e forse nemmeno Stalin. Può essere che l’intellettuale è tale in quanto è traditore. Dovendosi identificare alla politica, ai servizi meniali in politica, dice quello che deve, non ha più occhi per vedere. Il 3 ottobre 1914 un centinaio di rinomati intellettuali tedeschi, scienziati, filosofi, poeti, sottoscrisse un Appello al Mondo Occidentale, in cui, per respingere le accuse di militarismo, affermava la superiore cultura della Germania. Non respingevano la guerra, respingevano le cri-tiche. Tenendosi sempre, anche grazie all’Appello, lontani dalla guerra, che come ogni altro avrebbero potuto fare al fronte. Gli intellettuali, nel loro piccolo, sono demagoghi. Perfino Rilke cantò il “dio della guerra”. Perfino un marchio riconosciuto come Thomas Mann, uomo di carattere, sospese nel 1914 la sua attività di creatore di personaggi per dedicarsi al pensiero politico. Per esplodere dopo quattro anni di fatica, di cui due di rifacimenti, lui che non riscriveva mai, in fondo alle seicento pagine delle Considerazioni di un impolitico, un malloppo che è una partita Germania-Resto del mondo, all’annuncio del negoziato di pace con la Russia: “Pace con la Russia! Pace anzitutto con lei! La guerra, se dovesse continuare, continui solo contro l’Occidente, contro i trois pays libres, contro la «civiltà», la «letteratura», la politica, la retorica borghese”. Mann anti-borghese, dunque, questa mancava, nel mentre che ribadisce la superiorità tedesca alla fine, non percepita, della Germania. Hitler come Stalin, come la stessa Rivoluzione dell’89, questa Europa è un caso, forse unico, della forza enorme che le idee possono avere nella storia, più del denaro, degli interessi, dei clan, degli eserciti, e della loro insensatezza. Ma un governo dei filosofi sarebbe letale: un ideologo userebbe la Bomba. “La Russia prende sul serio gli scrittori” lo scriveva l’onesto Fortini. Tra i bolscevichi, Sklovskij ricorda, i quali vinsero per essere più crudeli, gli intellettuali mostravano forte tempra: spaccavano il ghiaccio, scrivevano orazioni, si accusavano. A Sklovskij fucilarono due fratelli, che amavano entrambi la rivoluzione. L’irrilevanza non è dell’impegno, l’impegno lascia comunque tracce, ma dell’impresa intellettuale. L’aneddoto celiniano è perfido ma è sintomatico: lo scrittore crede all’unicità della sua opera. Venga la guerra, la peste, l’olocausto, per l’autore indispensabile è la sua opera. Questo è giusto, ognuno si fa valere per quello che sa fare, ma è sciocco. Se la scrittura è la memoria. Di che? Della malinconia di Proust, ottima memoria. Della visione teologica di Dante, profonda. Dell’aneddoto del conte di Foxa, l’ambasciatore spagnolo, raccontato a Malaparte, che ne ricavò il meglio di Kaputt, l’armata che il ghiaccio si prende inesorabile (altra fonte sono i Capriccios, sic, mezzo italiano mezzo spagnolo, del generale tedesco Grüninger, come subito li rifece Jünger nei Diari, n.d.C.). Vero, anche se probabilmente mai accaduto. Ma nulla a che fare col destino dell’uomo e delle masse. A meno che esso non sia fantasia. Ma fantasia non sono le malattie, i debiti, la fame, la fine cruenta dei milioni, miliardi di uomini non memorizzati nelle scritture. Di cui si fa a meno. Il “lavoro intellettuale” di Sartre e Fortini è niente, se non è una vergogna. È come dice Schmitt: “L’intellettuale fu rappresentativo solo in un’epoca di transizione, nella ribellione alla Chiesa”. L’intellettuale di Platone è un dittatorello. Quello “organico” sa di rifiuto – Schmitt lo di-rebbe della natura del teologo, della teologia che nei primi secoli fu fonte di controversie cruente, con identico arsenale - esegesi, ipse dixit, anatema - ma non grato: un intellettuale dovrebbe essere semmai contro il Partito. Il tema, non detto ma noto, è il decennale della morte di Togliatti. Di cui si decide, senza dirlo, di non dire nulla. Per l’amnistia, che col ritorno della destra pesa. I giudici, per dire, del tribunale speciale che condannarono a trent’anni il padre e la zia di Anteo Zamboni non fecero un giorno di carcere. Anteo è il balilla che a Bologna nel ’26 sparò a Mussolini, forse, non si sa, perché fu pugnalato all’istante dai balilla del federale Arpinati. Che aveva organizzato l’attentato, finto, se non fu lo stesso duce. L’unico fascista colpevole resta Pound, da manicomio. Idoni il di-scorso di Togliatti alla Camera sul Vaticano e l’art.7 dice da padre della chiesa: un giorno magari lo fanno santo. Ma ora non sappiamo che dirne. L’intellettuale ama rappresentare la sua funzione, con ricorso aperto sulla scena all’omissione e l’ipocrisia, ma questo ne fa un cantante d’opera più che una autorità. Il suo è un lavoro, usurante. Garboli, che è stato bello e ricco di suo, e ospitale, e l’intellettuale voleva proletario, aveva ragione: più proletarie di tutte sono le attività intellettuali, lavoro non pagato, una schiavitù, seppure volontaria. Pensare o scrivere non sono un lavoro nel vocabolario e l’opinione, sono ritenuti e si vogliono uno svago, roba da dilettanti. Mentre sono l’occupazione più assidua, minuto per minuto, giorno per giorno, senza soste né vacanze, vengono idee pure la notte, sia la scrittura creativa, poesia, filosofia, o politica, d’occasione, di scopo, più spesso senza retribuzione, nel più puro stile stakhanoviano, volontaristico. C’è piacere evidentemente in questa professione, all’opposto che nel puttanesimo, ma allora sorge il problema: perché? per cosa perdersi? La realtà di cui si pretende scrivere in presa diretta è muta? Sì, si sa, non si scrive in realtà se non di ciò che è stato scritto, libri su libri. È l’iperfetazione della critica nell’atrofia creativa, perfino muscolare, riflesso condizionato dell’industria. La realtà si dà per lampi, al cinema, com’è nella sua natura di barbagli di luce. Il cinema ha rispondenza pronta e mobile col reale. occhio, linguaggi, tagli, diversa dalle altre arti, che vanno per decenni, e diverte, letteralmente svia, determinando il gusto che rappresenta - ottima pubblicità fa. Ma il caso di Veronesi che il Partito obbliga a lasciare il seggio di parlamentare se diventa presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, un incarico governativo? Senza che nessuno obietti, nemmeno il presidente della Repubblica che ogni giorno ci richiama al destra-sinistra. Eppure non si tratterebbe di un atto di coraggio ma di mera sensibilità giuridica: un partito che cacca dal Parlamento un parlamentare eletto, sia pure nelle sue liste. Si vede che il centralismo democratico non è una politica ma un imprinting, la famosa servitù volontaria. Eco, invece che di Dante, avrebbe potuto parlare di Veronesi, il parlamentare in questione, Umberto Veronesi, lo scienziato, quindi ben intellettuale, gustose deduzioni, se non conclusioni, avrebbe potuto trarne – ma Eco ha perso la lingua, pure lui. Ricapitolando: l'intellettuale va col tempo - dopo tanto vagare, conviene tornare alla cosa. Se è inefficace, e in Italia lo è, dal almeno un quarantennio, da quando non ha nemmeno capito il Sessantotto, lo è perché è sterile: l’ipocrisia lo rode malgrado se stesso, anzi proprio per questo, per le sue buone intenzioni. Si crea i suoi mondi irreali di “significati” per il desiderio di fare filosofia, ma la buona educazione fatalmente degrada a protervia. Il rovesciamento non è isolato, tutta la realtà partecipa dell’irrealtà. Ma quello dell’intellettuale è voluto, è di programma: nell’assurdo pretendere di conoscere tutto, sistematizzarlo, e perfino, con la forza del proprio pensiero, cambiarlo – si direbbe prometeico, ma l’ingegner Prometeo non era scemo, l’originale. “Si esprimono i sentimenti quando si parla e le idee quando si scrive”, stabilisce Rousseau. Così non si scrivono più lettere d’amore, genere fermo alla fonte, Abelardo e Eloisa, le Portoghesi di Guillerages, l’amico di Molière, qualche Lafayette. E si solleticano le attese: liberare gli accessi, liberare l’uomo, liberare la libertà, astretta negli stazzi del pensiero pensato, storia di storie, riscrittura. L’intellettuale non ha più potere, ma mai è stato tanto conformista. “La scrittura altera la lingua”, insiste Rousseau. L’avvilisce? Rousseau, uno “nel quale la coscienza non era l’elemento dominante”, dice Proudhon. Per fortuna. P.S. Un addendo si rende necessario estratto dall’intervento di Alfonso Berardinelli sul “Corriere della sera” giovedì 15, a proposito di “di che stiamo parlando?”: “Il fatto è che Berlusconi è andato al potere in un Paese intossicato da decenni di cattiva politica, di immobilismi politici, di ideologizzazioni politiche forsennate, di politicizzazione coattiva di tutti gli ambiti di vita. Berlusconi è la proiezione sullo schermo politico di una società italiana nuova e diversa rispetto al passato, una società nella quale alla nobiltà e serietà dell'agire politico nessuno riesce a credere più. La nuova politica che Berlusconi ha portato nel nostro sistema non poteva e non può trasmettere agli italiani niente di più di quello che gli italiani socialmente e culturalmente sono diventati in questi ultimi trent'anni, dopo la fine della Guerra fredda, dopo la crisi autodistruttiva, fra un compromesso storico immaginario e un terrorismo reale, che ha demolito la sinistra e le sue tradizioni”. Pasolini ha ragione, si può aggiungere, ma al contrario: la politica s’è ingroppata la letteratura e l’ha seccata. Il presente è povero se pure la politica, che è arma maestra, e si vuole bella e buona e avventurosa, isterilisce. È la parabola dell’intellettuale, il barone di Münchhausen il giorno che cadde nello stagno, e impugnò la sua capigliatura per tirarsene fuori.