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venerdì 30 luglio 2010

Una Bella e un Signore mostruosi

La storia, venuta dall’India, l’autore carica di disprezzo. La vicenda è due volte dolorosa, per essere il romanzo, scritto da un ebreo, un concentrato di antisemitismo. Caso non isolato, tra i letterati ebrei usò fino al 1940, Th. Lessing, Némirovski, Feuchtwanger – l’editore americano che fece il successo di “Süss l’ebreo”, Ben Huebsch, l’aveva intitolato “Power”. Ma questo viene dopo. “Bella del Signore” richiama “Rachel du Seigneur”, l’aria della “Juive” pezzo forte di Gigli e Caruso. La “Juive”, capolavoro di Fromental Halévy, figlio di Élie Lévy, fondatore nella Rivoluzione dell’“Israélite Français”, è il grand opéra dell’ebraismo rinnegato. L’incapacità d’amare, non c’è vizio peggiore - e miglior tema di romanzo, Flaubert, Proust, Joyce ci hanno fatto fortuna, anche Svevo, due ebrei e due no. Geneviève, figlia di Fromental, sposata Georges Bizet, e da vedova Émile Straus, avvocato dei baroni Rothschild e ministro, che fu patrona di Proust e si dice modello di Oriane de Guermantes, era vivace, figura accattivante nel ritratto giovanile di Delaunay, ma ordinaria, e vestiva sciatta come la mamma di Proust sua coetanea – le foto deprimono le lettere. Daniel, nipote di Fromental, fu a scuola il primo amore di Proust, senza estri né sviluppi: Proust quarantenne ne dirà i versi “penosi, noiosi, inezie talvolta esecrabili”. Quanto lontani dal Jehuda ben Halevy del poemetto di Heine: “Alla vita come al canto\ è la grazia il più gran vanto”.
Cohen avrà voluto scrivere il romanzo d’una triplice impossibilità, di amare, di essere, di essere ebreo. Ma ha costruito una somma terrificante dell’odio di sé ebraico. In forma di parodia dell’amour fou, o dell’amore, il riconoscimento, l’attesa, l’amplesso. Che, si sa, in sé è ripetizione. Protagonista un ebreo di Salonicco, non altrimenti caratterizzato che per gli improbabili parenti che fioriscono in caffettano a Ginevra. Personaggio d’ignobile sadismo, e improbabile gelosia, incapace di apprezzare la musica e ogni bellezza, che la politica riduce alla conventicola. Condannato a non amare per una colpa non detta, quindi per la sua condizione esistenziale, anagrafica. Negli anni di Hitler, di cui non c’è ombra.
Una rilettura non ha mutato la percezione. Cohen ha scritto un libro d’amore, è stato detto, per la madre. Nasce nel mammismo l’insolenza contro la donna? Per un bastardo è un’aggressione alla stessa madre, in idea certo.
Un romanzo comunque mostruoso. Incontinente, come Proust – qui si fanno telegrammi di quattro pagine, la durata è l’incontinenza verbale. Imponendo un’attesa di seicento pagine prima che l’eroina, moglie di modesto impiegato svizzero in viaggio, dopo una serie di entrate e uscite dalla vasca da bagno, si faccia un paio di settimane di scopate in albergo – si va avanti col bagno per un centinaio di pagine pure in “Franny & Zooey”, ma sono adolescenti e non scopano, è solo lo scrittore che vuole dirci che è bravo. Le scopate sono inframezzate da geli subitanei: i baci sono per il seduttore “ventoserie boccali”, che lasciano disgusto. Il “Concerto brandeburghese” è “implacabile”, tra “scieurs de long et pompiers de l’Éternel”, segherie e giaculatorie. Un paio di pagine riducono l’amata a gorgogli ventrali, scrosci, tonfi e altri rumori puteolenti nel bagno, nonché a tamponi invisibili a grande assorbimento. Viene quindi una gelosia lunga cento pagine, duecento a corpo leggibile, forse per rifare la gelosia di Proust, volgare, nauseante. Di un tipo, l’eroe, che lascia all’alba il letto d’albergo e se ne torna furtivo al suo appartamento, per non essere visto non sbarbato e non docciato. “Era per sentire dei borborigmi che aveva rovinato la sua vita”, si compiange. Il tutto intervallato da sciocchi dialoghi con i parenti dementi.
Potrebbe essere una tragedia, ma non ne ha l’intenzione. Espone anzi la stessa tela di fondo, a Ginevra, di ghenghe, massonerie e ruffianerie che perdettero l’indignante Céline, spingendolo a vomitare scemenze, e si perpetuano nel subitaneo premio dell’Accademia Francese, luogo eminente di entrature, e nella gaffe solo apparente di “Le Monde”, la recensione ripetuta, che a tale eminenza ha dovuto piegarsi.
Cohen è stato funzionario al Bit di Ginevra negli anni in cui Céline lo era nell’organizzazione che oggi è l’Oms. L’eroe viene “escluso”, cioè privato della naturalizzazione francese, nel 1936. Dunque dal Fronte Popolare. E si vergogna dei parenti. Il disprezzo è comune fra gli ebrei assimilati, c’è in Babel, e perfino in Kafka. Ma Cohen stesso è nativo di Corfù. Quindi sa che i corfioti, se non altro per l’influenza degli ebrei italiani, di Venezia, Ferrara, Ancona, non sono quelli che spregia, eccessivi e sporchetti. Lo stesso nome del protagonista, Solal, è di famiglia rispettabile, per censo e cultura – una Cohen-Solal è ultimamente biografa di Sartre ed esponente socialista.
Fa colpo il libro ma per la vivezza della perversione, più espressiva che in Céline. Non ci sarà un dover essere ebreo, ma c’è un dover essere, il peso di ciò che si fa e si dice. Ogni romanzo è ipotiposi, tenta di creare con parole ciò che parola non è, gli intenti reconditi dell’autore. Ma la vita è ipotiposi, anche se fiacca. Scrivere è portare al presente il passato, incluso l’inesistente. E al passato il presente, inesistente incluso. La storia si scrive.
I Cohanim, custodi del tempio, la stirpe dei Cohen, vantano un apparato genetico diverso tra tutti gli ebrei - c’è sempre una razza migliore delle altre. I Cohen, Kahan, Khan, sono diversi sia tra i sefarditi che tra gli ashkenaziti. Così hanno sempre creduto, e controllando geneticamente l’ascendenza sono ora risaliti fino a Aronne, il fratello di Mosé. Ma esitano, il Mosè egiziano li turba – era l’unico nella Bibbia ad avere parlato con Dio. Per di più i lemba del Sud Africa, il cui mito delle origini li accomuna agli ebrei, hanno lo stesso cromosoma y dei Cohanim. Lo shakeraggio della storia sempre disturba le coscienze. Albert Cohen s’è fatto in “Bella del Signore” l’autoritratto? Sarebbe una salvezza: Cohen ha scritto quattro libri cattivi sui suoi corfioti, e uno adorante sulla sua mamma. I brutti corfioti potrebbero essere il popolo errante della barzelletta di Mosé - “Perché Mosé ha vagato per quarant’anni con gli ebrei nel Sinai?” “Perché si vergognava di portarli in città”.
Albert Cohen, La bella del Signore

Andreotti qui sembra Berlusconi

Fini viene accreditato come un secondo Andreotti. Anzi, c’è chi vuole che Andreotti in persona, dopo aver mandato Moro a morte con i dossier del 1974, sconfitto Berlinguer alle elezioni nel 1979, e annientato Craxi con Mani Pulite, con le carte del tangentone Enimont, ora stia per sgonfiare Berlusconi. Anche se da lontano, stanti i problemi di salute, e per procura, via appunto il Fini-Andreotti numero 2. Prima coi busillis della sua avvocatessa Bongiorno, poi coi pronunciamentos dello stesso Fini, in mancanza di solidi dossier. E qualcosa di sudamericano nella fine del partito di Berlusconi in effetti c’è, ma poco di andreottiano. Se non per lo stesso Berlusconi.
Dall’altra parte infatti c’è Berlusconi che va dicendo in giro che Fini, Bongiorno, Granata, Bocchino, che nomi, gli hanno impedito la legge sulle intercettazioni. Non dispiaciuto, anzi a cuor contento. Perché sa che sulle intercettazioni stravincerebbe eventuali elezioni? È possibile, in questa fase conquisterebbe anche il voto d’opinione, che si è più volte astenuto o ha votato il Pd come speranza, e che è quello che “sposta” l’esito del voto, con 4-5 puti percentuali. Ma il vantone Berlusconi questa volta non lo dice, ecco dove Andreotti si annida: la lezione è portare l’avversario nella sua trappola, non esporsi, anzi non esserci.
Andreotti non ha mai detto la volpe nel sacco prima di avercela messa. Mentre Fini lo ha fatto più volte. Nella famosa alleanza elettorale con Segni contro Berlusconi. Nell’alleanza con Fazio contro Tremonti alla Banca d’Italia. Nell’esultanza non appena Caselli da Palermo cominciò a far dire che Andreotti era un mafioso: “È la fine del regime”. Era il 1991, quindi Fini ha fatto da allora vent’anni, quasi, di lista d’attesa.

giovedì 29 luglio 2010

Amazzoni di qual verità?

“Chi ti ha messo all’“Unità?” Giuliano Ferrara, che non è un collerico (in tv lo faceva per stare alla parte), questo ha voluto dire interpellando Claudia Fusani. In una conferenza stampa che non era la sua, anche se Verdini è suo socio. Sottintendendo che c’è chi smista le reporter giudiziarie per smistare le sue verità. Vecchio canovaccio di cui entrambi, Giuliano e Fusani, sono stati giovani routier, sul cui svolgimento non c’è quindi da farsi preoccupazioni, loro sanno meglio di tutti come affrontarlo. O non affrontarlo: il canovaccio non prevede infatti colpi mortali, solo banderillas (nel gergo mafioso “avvertimenti”). Ma queste “verità” sono da qualche anno giudiziarie, e questo invece è materia delicata: il Grande Vecchio gestisce anche i giudici?
Dalla conferenza stampa di Verdini mancava peraltro Fiorenza Sarzanini, che ogni giorno per una settimana gli ha dedicato una pagina “bene informata” sul “Corriere della sera”. Mancava il giorno, e per questo Verdini ha chiamato la conferenza stampa, in cui ha toppato: ha fatto la sua prima pagina su una cosa che Verdini non ha detto al giudice (scaricare Dell’Utri), facendo quindi capire che la sua manina non è il Procuratore Capaldo. La manina politica, insomma, in queste cronache giudiziarie, se non quella giudiziaria, è accertata.
L’imbarazzo del “Corriere” è solo evidente. La replica di Verdini ha avuto poche righe in prima pagina, a fronte dei titoloni d’accusa – a questo punto di fonte ignota. Il giornale cioè è controllato. L’onesto De Bortoli ha voluto indirettamente scusarsi con Verdini dell’assenza della cronista, mettendogli a disposizione tutta la redazione per sentire le sue ragioni. Un’esagerazione. Ma non ha trovato uno spazio in prima, ha dovuto accontentarsi di un corsivetto in cronaca.

Alda scolpisce la poesia

Della sensibilità poetica che può non essere sentimentale (morale). Ha il dono della parola come se dipingesse. O scolpisse. Pensa a se stessa di se stessa come il ricettacolo dei dolori del mondo, da vecchia adolescente, e invece scalpella tornito.
È l’effetto della malattia, questo superamento della sensiblerie? O è questa, semplicemente, un a macerazione di cultura – il Weltschmerz è senz’altro una Zeitgeschichte?
Alda Merini, La presenza di Orfeo

mercoledì 28 luglio 2010

Ombre - 57

Fa pena Mercedes Bresso, e fa diventare simpatico il suo rivale Cota, uno della Lega. Fa pena la presidente uscente del Piemonte che ha fallito la riconferma, ma gioisce perché il Tar del Piemonte sancisce una cosa illegale, che chi vota per la lista non vota anche per il candidato presidente a cui la lista si collega. Fiduciosa, con questa illegalità, di ridiventare presidente del Piemonte, magari per una diecina di voti. La grande colpa del partito Democratico sarà stata di legittimare un partito come la Lega, non solo sul piano legale.

Oh, sorpresa, Milano non cessa di stupirsi dopo la chiusura di due discoteche per droga. Una cosa che in città sanno anche i muri, solo i carabinieri e la Procura ne erano all’oscuro. Milano che, anche questo lo sanno tutti, è la capitale della droga. Della cocaina, certo, “la droga invisibile”.

Fabrizio Corona dice che si sniffa a Milano ovunque, “a palazzo di Giustizia e in tutti i locali”, facendo inorridire il virginale “Corriere della sera”. È per questo che Milano lo odia, e l’avrebbe voluto ar gabbio, perché dice la verità?

A Brescia si “celebra” il processo per la strage di piazza della Loggia, dopo trentasei anni. Ma Di Pietro è prosciolto in due settimane dall’accusa di appropriazione indebita. Senza peraltro infierire sull’accusatore. Poi si dice che non c’è giustizia.

Verdini è stato con Spadolini fino all’ultimo, fino alla legge che condannava la P 2, cioè le logge segrete. E ora è accusato di averne fondato una, una P 3. Tra l'altro convitando a cena gli altri golpisti - è questo l'unico capo d'accusa dell'inverecondo giudice Capaldo. La “manina” in questi scandali si diverte: è più feroce per essere ironica.

Verdini dev’essere obiettivo facile. Pur avendo accompagnato Spadolini fino all’ultimo, non ne ha capito la solitudine. Il feroce isolamento in cui la Dc prima e poi gli homines novi di Mani Pulite l’avevano confinato, i suoi nuovi compagni Segni, Berlusconi, Fini. Dopo che aveva messo fuorilegge la P 2, e mandato Dalla Chiesa a ripulire Palermo..

È felice in foto Margherita Hack diciannovenne che gareggia nel 1941 ai Littoriali sportivi. Pur essendo, dice oggi, già profondamente antifascista. Anzi, aggiunge, è stata antifascista dalle leggi razziali, quando aveva sedici anni.

Democratico all’antica, cioè buon comunista, Enrico Rossi approfitta della manovra Tremonti per tagliare enti inutili (essenzialmente uffici del turismo retribuiti) e consulenze per cento milioni. Nella sola Toscana – Rossi è il presidente della Regione.

Per effetto della manovra Tremonti, “il Tirreno” dà l’allarme in prima, i Comuni dovranno tagliare le spese per la cultura. Un primo elenco comprende una serie di concerti dei Jethro Tull e di Vasco Rossi. Ma in tutte le città si annunciano tagli alla cultura. Ai concerti cioè di popstar famose. Tutti gratuiti.

Passerà molto tempo prima che si riconosca che la Dc è finita uccidendo i suoi, a cominciare da Moro - dopo aver ucciso sindacalisti e dimostranti in quantità. Eleonora Moro ne era convinta. Ma è la verità.

Si arresta il direttore del carcere di Massa, Salvatore Iodice, uno molto in alto nella stima deo carcerieri-educatori, con trentacinque capi d’accusa. Trentacinque. Che non vuolle dire niente, solo che non si potrà mai difendere.

Borsellino si sarebbe indignato – Paolo Borsellino aveva cattivo carattere – all’uso fazioso del suo nome da parte della sorella Rita, eterna incumbent del partito Democratico (e si capisce perché, l’ambizione non basta). Una diecina di “manifestanti” per il suo anniversario a Palermo, benché forniti di casacche e inni, anzi proprio per questi, avrebbero indignato qualsiasi morto.
Si fanno ancora “manifestazioni” in divisa?

Alfano evita Palermo per l’anniversario della morte di Borsellino, che è il siciliano più alto in carica nel governo. Alemanno invece ci va, che è solo sindaco di Roma, Ed è bene accolto dai fratelli Borsellino. Perché è stato a lungo fascista, come il giudice assassinato? Per è un fascista pentito come i fratelli. Perché è uno che menava?

Secondi pensieri (48)

zeulig

Dio – Se la storia è ascensionale, non sarà un miglioramento del diavolo?
Si spiegherebbe anche meglio la Trinità, il Padre-Figlio.

Ermeneutica – Ha lo charme della scoperta della cantina, o del soffitto – del trovarobato. Ma è scientifica: è la persistenza del finito. Rinnova il senso delle cose.

Erotismo - È ripetizione, cioè esercizio. L’istinto ha breve durata, le polluzioni dell’adolescenza. Per questo negli animali non esiste. È creazione dell’uomo: l’uomo crea se stesso.
Nelle persone senza immaginazione è mera forza.

Eternità – Non è un tempo, poiché non ne ha coscienza. È un premio, e in quanto tale apprezzata. Il passaggio allo stato sovrasensibile.

Politica - È realistica, anche quando è utopica.
Per questo è refrattaria all’intellettuale? L’intelligenza si vuole razionale.

Possesso – Quello vero indubitabilmente è delle anime. Più di quello del corpo, infinitamente di più, e del comando (la legge). È del diavolo e dei santi.
Ci sono naturalmente infinite vie alla santità. Ma quelle che passano per leregole danno a chi le dispensa la felicità in virtù del possesso.

I barboni, che hanno rinunciato a tutto, non ci rinunciano, combattono feroci per un cartone, per un andito sporco: è parte della personalità, forse l’ultimo prima della dissoluzione, e per questo più urgente.
È vero che il possesso è carico d’ignoto: è una sfida che si rinnova.

Potere - È sopraffazione. Ma è la lusinga maggiore, anche in amore o nella carità. Viene dalla sopravvivenza?

Propaganda - È la verità del professionista della verità: convincere per essere convinti.
È un Ersatz, ma convincente

Puro – La parola, e anche il senso, almeno uno di essi, si accompagna ossimoricamente al suo opposto: la violenza, la forza, l’inganno, la malvagità. Un po’ in tutte le lingue conosciute (europee). Benché altri aggettivi di significato equivoco potrebbero sopperire. Si ama dire puro il male perché si ama il gioco di parole? O non perché non si crede nella purezza, la si spregia? È più questo che quello: l’inclinazione umana al bene (la storia ascensionale) è tutta da dimostrare. Anche nella forma petrarchesca del vedo il bene ma preferisco il peggio: vedere e preferire sono la stessa cosa.

Ragione – Acceca per troppa luce. Attrae, come il sole, ome la luce al gondo della galleria, ma confonde le idee. Veniamo dalle tenebre e ci siamo, non c’è logica di fronte alla lusinga del potere, della sopraffazione cioè e del denaro, della forza, e perfino delle idee, della tradizione, della fede.
Non c’è logica di fronte alla stessa ragione. Quant’è razionale l’eutanasia! O l’eugenetica. O anche la guerra al burqa. Quant’è razionale la guerra di liberazione, e ogni altra guerra. Quant’è razionale la ragione.
Si può dire demoniaca poiché presiede alla democrazia, che peraltro rende impossibile. Della specie più insidiosa di démoni, dovendo essere democratica, e quindi generica, adattabile – è generica, scusandosi col dover essere democratica.

Ripetizione – È, fa, la cosa: dall’incesso eretto all’abilità dell’artigiano, all’erotismo. Non c’è orgasmo, e nemmeno amore, senza esercizio – si spiega così la castità monacale. Non c’è istinto se non esercitato. La memoria è ripetizione, e dunque la storia. Lo è la tradizione, cioè il dna, l’imprinting.

Santità – È la celebrazione della libertà. Il Cristo è bello per questo, per la libertà che introduce: ha aperto strade infinite alla santità.

Scongiuro – È meccanismo di difesa, solido benché inconsistente. Anticipando la digrazia la esorcizza, anche quando essa dovesse poi ricorrere, ne limita le ripercussioni.

Solitudine - È fatta di ansia, e di continue delusioni. È una forma di disadattamento, non alla società e alla vita di relazione ma a se stessi. Il telefonino, che in teoria avrebbe dovuto eliminarla, l’ha moltiplicata: appunto perché è ansia di attenzioni esterne e mai appaganti, che il telefonino moltiplica.

Stupidità – La sua negazione è una delle grandi colpe della contemporaneità: ha reso la vita – già gaudiosa – impossibile agli stupidi.
Si vendica contagiando gli abolizionisti: psicologi, analisti, anime buone.

Tempo – È la coscienza che si ha della sua durata, compreso il fotofinish, più che la sua misura. Vedi in musica il tempo non tempo.

Termodinamica – È l’anti-Dio. Non lo è oil diavolo, che è Dio in cattività, creatore a suo modo. La termodinamica, il deperimento fisico, è l’opposto di Dio.

Universo – La nostra galassia ha quattrocento miliardi di stelle. E nell’universo ci sono galassie a centinaia di miliardi. Solo sulla Terra ci sono esseri umani. Che si eliminano tra loro come in qualsiasi catena ecologica. Più spesso senza mangiarsi: per un bisogno quindi non alimentare, e con la tendenza a farci sopra un sermone. La vita dell’universo non può essere quella terrena, troppa ansia.

Uomo – Crea se stesso. Tutto nell’uomo è esercizio, ripetizione, adattamento voluto, costruito, dalla démarche alla memoria, alla volontà, all’innamoramento. La natura è nell’uomo un residuo, racchiusa in un numero finito di codici.
Si può dire che l’uomo è artificio. Ma l’artificio è sua creazione, già probabilmente più complessa della sua natura, che pure è complicata, anche nella sola fisiologia. Sicuramente i suoi tempi, i tempi della storia, sono più veloci di quelli della natura.

Ma il maschio è un animale scioccamente raziona le. A fronte della donna cioè, che culla i misteri, attorno alla procreazione. La paternità è femminile, nella sua completa inafferrabile pienezza. Quella del padre è semplice, da maestro e amico. Bisogna ripartire dalla mamma, dalla procreazione.

Vanità – È salutare. Non fa male, e in tempi d depressione è segno di salute.

Verità – Dirla non può nuocere, ha ragione Kant. Anche se mette in pericolo di vita: filosoficamente non è la verità che mette in pericolo di vita, né il dire la verità. Ma la verità vuole accortezza.

zeulig@antiit.eu

lunedì 26 luglio 2010

Problemi di base - 33

spock

Cos’è una manifestazione popolare in divisa? Quale popolo si “manifesta” ordinato e con gli slogan pronti, in rima?

Perché il papa è simpatico?

La fisica dopo Einstein gira a vuoto: è la verità sterile? O la sterilità è indice di falsa verità?

Perché i collocamenti azionari in America sono un investimento sul futuro, dalla Coca Cola a Google, e in Italia una fregatura, da Tiscali a Saras?

Come mai la Guardia di Finanza non indaga faccendieri nullatenenti (Carboni, Lombardi…), invece d intercettare escort baresi e vendersi le intercettazioni?

E perché Carboni non c’entrerebbe con le stragi della mafia del 1992 e del 1993? Che loggia è questa?

Manca Corona. C’è Carboni con Lele Mora, perché manca Corona?

E le ragazze? Per questo i massoni sono antipatici.

Chi ha dato la patente a Asor Rosa?

È vero che Eichmann viveva a Buenos Aires, col proprio nome?

spock@antiit.eu

Il Sud di Flannery è poco cattolico

Con un’introduzione di Marisa Caramella, che ha tradotto anche i dodici racconti non compresi nelle due raccolte pubblicate dalla scrittrice in vita (e in italiano tradotti da Ida Omboni in un unico volume, “La vita che salvi può essere la tua”), inediti in Italia e mai pubblicati in volume negli Usa. Di cui i primi sei sono parte della tesi di master in scrittura all’università dello Iowa, e gli altri sono i primi abbozzi di capitoli dei due romanzi della O’Connor, “La saggezza del sangue” e “Il cielo è dei violenti”.
La fama della O’Connor è legata alla professione di cattolicesimo e al Sud. Ma la religione non c’entra nulla con la sua narrativa – che semmai ne è del tutto priva, più che in un Sade o Voltaire. Per una religiosità radicale, chissà, analoga alla teologia negativa di Barth o Guardini: il Signore è interpellato in continuazione, ma perchè è parte del "Sud". Mentre il Sud vero degli Usa è legato a una tradizione letteraria gotica, o di “Southern Degeneracy”, che la O’Connor nei suoi saggi rifiuta. E tuttavia è vero, è questo il suo “Sud”: un’idea del Tennesseee e dell’Alabama che è quasi un calco di Verga e Alvaro, di “brava” gente di campagna: fattori infedeli e rapaci (qui tradotti fittavoli, tanto quel mondo è estraneo alle traduttrici e alle redazioni), terre aride, debiti, sentenziosità, le giaculatorie delle donne, e naturalmente la “roba”, con l’eredità. In un quadro, anch’esso naturale, di violenza illimitata (è questa la famosa violenza pura, è in teologia che si dicono di queste cose?). C’è pure “la cricca del municipio”. E, pensare, l’esaurimento nervoso. Coi negri come cafoni, e la città sempre arcigna, incomprensibile. Sembra scritto - e per questo è ancora da leggere - come un manuale. Come se il Sud questo dovesse essere, anche negli Usa. Non quello di “Via col vento”. Né quello colorato della filmografia recente, “Pomodori verdi fritti”, “Rosa Scompiglio”, “Moonstruck”, “A spasso con Daisy” (il taglio “Nuovo cinema Paradiso”, per intendersi, “Ladro di bambini”), i tempi lenti, l’effetto serra, le forti passioni”. I figli sono anche qui dementi. Anche le figlie che vanno al Wellesley. E tutti vogliono fare lo scrittore.
Flannery O’Connor, Tutti i racconti, Bompiani, pp.606, € 14

domenica 25 luglio 2010

Letture - 36

letterautore

Dialogo – Non fissa la memoria. Nei processi, anche negli interrogatori, non c’è effettivamente dialogo, una verità che s’innesti cioè sulla contestazione, ma un rimestare di pietre d’inciampo. È un gioco sonoro degli scacchi.
Alla Margaret Millar sostituisce tutto, anche l’azione. Evita descrizioni e antefatti – i riferimenti. Esime dagli aggettivi e dagli avverbi. È evidente, e fortemente espressivo. Ma quanto a lungo, e quanto complessa, può incollare una vicenda?

Giallo – Deriva da Kant, dalle esperienze e dalle categorie: gli eventi intenzionali sono soggettivi e non arbitrari. Il romanzo-narrazione, dapprima divagante, diventa concatenato. Le categorie principali, tempo, spazio, causalità, definiscono gli eventi e li esauriscono.

L’enigma ci vuole, con un delitto e un inquisito. Ma già la novella recava, alla fine, una novità, quindi non è la sorpresa l’essenza del giallo – lo è semmai di ogni narrazione. “Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero”, nella parole di Flannery O’Connor – “Naturalmente, può essere che lo riveli a se stesso, oltre che al suo pubblico. E può essere che non riesca a rivelarlo nemmeno a se stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza”.

Nasce il giallo e si sviluppa come letteratura surrogatoria della giustizia? È possibile, è così nella storia: il giallo si sviluppa – è così ultimamente in Francia e in Italia – quando una questione giustizia insorge. Non a supporto ma in opposizione, come antitesi e surrogato. Dove la giustizia perde rilevanza, in Inghilterra prima e poi negli Usa, evolve verso il noir.

L’indiretto libero è tutto giallo, lasciando all’autore un ruolo da Grande Inquisitore – il detective è un Grande Inquisitore alla mano.

Joyce – Per un cattolico, per un italiano – un latino – è tutto scontato, quel “pentimento di coscienza”. Sappiamo come prendere (ammorbidire) i “sensi di colpa”, è nel nostro patrimonio genetico. Il dottor Freud nella cattolicissima Austria prosperò proponendo trasgressioni: si voleva poter godere, come lui stesso, dei sensi di colpa, trasgressioni facili facili.

Kafka – Rappresenta i démoni dell’ordinario urbano, ripetuto, irriflesso – il démone travet. Con un linguaggio realistico e metafisico – effetto della ripetizione? Del dettaglio? – alla “Mille e una notte”. Un’indeterminatezza determinante, un profondismo di superficie.
È l’Oriente? È vero che Kafka ha il fascino dell’esotico.

Il suo segreto è la forma, la sua repellente attrattiva. Di cui non c’è mai abbastanza nei regimi formali, burocratici. La procedura essendo tutto, è un universo conchiuso in sé. Difficile romperne il fascino in un regime formale (procedurale), poiché tutto vi concorre, compreso l’apparato repressivo, quello giudicante, e infine il mercato o opinione, cioè la stessa scrittura.

Lettura – È aristocratica. L’aristocrazia si materializza come esercizio individuale, perfino eccentrico, a un fine ideale. Da qui il suo fascino, anche in tempi e in classi non intellettuali.

Montesquieu – Ha il credito del non essere letto. Non è niente di più di quello delle “Lettere persiane”, irridente. Se non che la superficialità avvelena l’ironia. Costeggia la storia del mondo, secondo il modello di cui Hegel segnerà, coi suoi eccessi, la fine, contentandosi di generalizzazioni lievi che purtroppo non sono senza effetti. Come un qualsiasi avvocato in panciolle (in vestaglia?) che giudica e manda affacciato al terrazzo di casa. I poteri, i climi, il Nord e il Sud, l’Oriente e l’Occidente: tanti luoghi comuni ha piantato, benché solidi, lunghi due secoli.

Pinocchio – È il romanzo del padre. Dell’assenza del padre.

Verga – La maniera occasionale come arrivò ai grandi racconti “veristi” – a un certo epos del Sud, primitivo, naturale e mitico (mitico perché “naturale”) – dice la creazione letteraria in buona misura casuale, qui dettata dal mercato. Lo stesso è per la formazione del linguaggio: si deve a Verga l’italianizzazione del dialetto, con effetto drammatico nei suoi racconti, mentre è un vezzo della borghesie delle professioni, come si vede in Camilleri.
Verga lasciò giovane Catania per poter diventare grande scrittore, riconosciuto cioè. Al fratello, e all’amico Capuana, sempre consigliò questo primo passo. Andò a Firenze, la capitale d’Italia, dove pubblicò opere che gli diedero fama ma non lo soddisfacevano. Quando la capitale fu trasferita a Roma, Verga si trasferì a Milano, capitale dell’editoria. E qui scoprì presto “la potente carica simbolica che la Sicilia rurale aveva per la borghesia italiana”, che riscrisse sulla base della “fosca, antipittoresca visione” che ricavò da “La Sicilia nel 1876” di Franchetti e Sonnino ( v. “La poetica geografica di Giovanni Verga” di Nelson Moe, un capitolo esemplare dell’italianistica, ora ultimo capitolo di “Un paradiso abitato da diavoli” dello stesso autore). Sono tre anni feraci-feroci per il “Sud” nella storia d’Italia. Nel 1873 Verga è ancora a “Eva”. Al sapido romanzetto di costumi o alla francese, il genere “Signora delle camelie”, già insistentemente tentata con “Una peccatrice”, “Eros”, “La lupa”. Il genere tra verismo alla Capuana e scapigliatura che esaurisce la letteratura della seconda o terza Italia, insomma i decenni 1870 e 1880, monotematico: storie di trappole sempre all’integrità di una donna, nell’attesa di portarla a letto (Chelli scrive “Fabia”, Capuana “Giacinta, Tarchetti “Fosca” e “Paolina”, Verga “Narcisa” (meglio nota come “La fuggitiva), Faldella “Tota Nerina”, De Marci “Arabella” - mentre in Europa si scrivevano “Madame Bovary”, “Effi Briest”, “Anna Karenina”.
L’anno dopo il personaggio femminile è siciliano, “Nedda”, il cui bambino muore di fame tra le braccia della madre malnutrita. Il successo è folgorante, di pubblico e di critica, di Torelli-Viollier, ancora all’ “Illustrazione Italiana”, Emilio Treves, Ferdinando Martini, la contessa Maffei, Angelo De Gubernatis. E nasce il “Sud”. Verga, che aveva già scritto in chiave idilliaca di Acitrezza (lo stesso “Nedda” è sottotitolato “Bozzetto siciliano”), richiesto dall’editore Treves di “qualcosa di pittoresco”, ne fa ora il mare “livido”, benché “levigato e lucente”, “abisso nero e impenetrabile”, l’ombra del castello “malinconica”, le persone vinte. Prima viene “Padron ‘Ntoni”, con l’uso espressionistico del dialetto italianizzato. “Rosso Malpelo” e “I malavoglia” maturano nel 1877-78 con Franchetti e Sonnino, cui Verga invia “Padron ‘Ntoni”, e con la scelta monarchico-crispina. Verga fissò così il "Sud" – incontrando quasi un secolo di “preparazione”, tra il pittoresco e l’abominio. Tracciando la strada a Alvaro e ai facili epigoni neorealisti, specie napoletani. La Sicilia come metafora trasponendosi per il lettore, e per l’editore, in un quadro mesto, irrimediabile, della Sicilia stessa. Che al meglio può essere un destino senza colpa, il destino dei vinti, ma normalmente è vittima di se stessa – non senza verità, Verga incluso.
Con “Jeli il pastore”, “Cavalleria rusticana” e “La Lupa” un altro pittoresco s’imporrà, folkloristico, una sorta di bozzetto del bozzetto (il folklore come scienza era allora passione siciliana) – in “Cavalleria rusticana” trionfa il fico d’india. Ma si deve a Verga l’unico epos letterario generato (maturato) nell’Italia unita – sul cui solco si muove Pirandello, in grande parte, e Sciascia, in buona parte. Che sembra affermazione temeraria ma non c’è altro, l’Italia ha inventato solo il “Sud”. A costo terribile per il Sud.

letterautore@antiit.eu

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (63)

Giuseppe Leuzzi

Al famoso libro XIV, della civiltà che va col ghiaccio, Montesquieu dice la sua verità assoluta: “Troverete nei paesi settentrionali popoli che hanno pochi vizi, parecchie virtù, molta sincerità e franchezza. Avvicinatevi ai paesi meridionali, e vi sembrerà addirittura di allontanarvi dalla morale: passioni più vive moltiplicheranno i delitti: ciascuno cercherà di prendersi sugli altri tutti i vantaggi”.
Ora che siamo andati a Nord sappiamo di quante castronerie è imbottito Montesquieu. Senza contare i delitti. Nei quali, malgrado le mafie che infestano il Sud (cioè malgrado i Carabinieri), il Nord arriva sempre primo.

C’è un comune di 34 abitanti, si chiama Pedesina, ed è in provincia di Sondrio. Non ha abbastanza abitanti per fare due liste comunali in lizza alle elezioni. E ce n’è un altro di 36 abitanti, Morterone, in provincia di Lecco. Ma nessuno ne ha mai parlato, non sono nel Sud.
Lo si viene a sapere perché a Morterone hanno il record dei trasferimenti pubblici per abitante, diecimila euro a testa. Una delle solite statistiche senza senso. Ma lo si viene a sapere senza acrimonia, senza nemmeno ironia.

Il Sud è l’unica grande invenzione, letteraria e storica, dell’Italia unita – piemontese, risorgimentale. Perfida, distruttiva, durevole. Vera? L’opinione pubblica ha persistenze insospettate, ci sono voluto due-tre secoli a Gesù Cristo per farsi conoscere nella sua vera natura. In questo caso la sua persistenza è l’interiorizzazione: la creazione del Sud da parte del Sud stesso.

L’odio-di-sé meridionale
Molto folklore del Sud nasce con i viaggiatori, italiani, europei, del Sette-Ottocento. Ma i viaggiatori facevano riferimento alle borghesie meridionali, le sole in grado di ospitarli e indirizzarli, e ne riflettono, osserva Piero Bevilacqua, “il calco negativo di un idealtipo settentrionale rielaborato dagli intellettuali meridionali” (Prefazione a Nelson Moe, “Un paradiso abitato da diavoli”).

La frase più nota di Gladstone, la più citata in Italia, è dalle sue “Lettere” da Napoli, dove viaggiò con l’amico, economista celebre, William Nassau Senior, ed è una citazione: del regime borbonico “ho visto e sentito usare questa forte e vera espressione: è la negazione di Dio eretta a sistema di governo”. La peggiore condanna di Napoli, insomma, è creazione di Napoli.

In un saggio su Verga, “La poetica geografica di Giovanni Verga” (compreso in “Un paradiso abitato da diavoli”), l’italianista americano Nelson Moe ricostruisce, con la corrispondenza dello stesso Verga, la genesi del suo speciale verismo nel gusto lombardo, dei lettori de “L’Illustrazione Italiana” e degli editori Treves e Torelli-Viollier, per un Sud pittoresco e primitivo, pittoresco perché primitivo. Verga prontamente si adeguò. Ne nacquero capolavori, è vero. Ma quanto pesano.

A Firenze 30 mila metri quadrati, tre ettari di cemento, alti una decina di piani, 130 miliardi di quindici anni fa, che dovevano essere la sede dell’Agenzia delle Entrate, non sono mai stati utilizzati e giacciono abbandonati. Sul Lago di Como è stato costruito un insulso muro frangiflutti, a un costo inferiore, certo, ma che bisognerà abbattere. Sul Lago Maggiore un grande impianto natatorio è crollato prima del collaudo, migliaia di tonnellate di cemento armato. Chi ne sa nulla? In compenso, ogni opera, anche minuscola, abbandonata al paesello natìo viene prontamente e insistentemente segnalata dai civilissimi meridionali ai Giannistella e Sergirizzi, a “Report” e a “Striscia la notizia”.
O il Pala Babele di Cantù, capitale dell’operosa Brianza, un palazzetto dello sport disegnato dall’archistar Gregotti e irrealizzabile, che ha richiesto venticinque anni e molti milionimiliardi per poi essere demoli to – una catastrofe di cui, quando (poco) se ne parla è per dire “un altro porto di Gioia Tauro”, “un altraSalerno-Rc”. Per non dire di Malpensa, lo scandalo più grande e più lungo della Repubblica di cui mai si parla.

Il controllo del territorio
Si viene fermati, viaggiando per l’Aspromonte, praticamente a ogni partenza in automobile. Da carabinieri puntigliosi – anche da poliziotti, ma questi lo fanno per farlo. Tutti comunque segnalano la vostra presenza, all’ora X del giorno X nel posto X, in compagnia di un presumibile X o una Y, a un cervellone centrale. Che non saprà che farsene, ma è triste, è come essere pedinati.
Lo stesso è triste entrare da un conoscente, o anche soltanto in un negozio, sapendo che si sarà ascoltati dalla Dia, dai Ros, o da qualche malevolente (anche dalla Dia contro i Ros, e viceversa). Che tutte le scemenze che capiterà di dire verranno registrate, catalogate, e un giorno in qualche modo imputate, sicuramente in privato, nelle note di servizio dei brigadieri. Grazie anche ai rigori della leggi incerte tipo l’associazione esterna. Combattono l’umanità per non prendere i mafiosi, che tutti conoscono?

Pentiti
Nel racconto di Flannery O’Connor “Un buon uomo è difficile da trovare” il male svanisce. “Uccidere un uomo o rubare un copertone”, il delinquente abituale non ne ha ricordo, “Ho scoperto che il delitto, in sé, non conta. Puoi fare una cosa come un’altra, uccidere un uomo o rubargli un copertone della macchina, presto o tardi te ne dimentichi, ti prendono e amen”.
L’argomento è trattato di striscio dalla letteratura del pentimento (che non è molta: Theodor Reik, "Mito e colpa" e "L'impulso a confesare", e Cesare Musatti, "Psicologia della testimonianza"), l’indifferenza etica del criminale, l’insensibilità. Ed è trascurato dalla normativa sui pentiti, che fa del ricordo un dato euristico, come il giorno e la notte, o le stagioni. Del ricordo di un criminale, per il quale i fatti della vita che per una persona civile sono eccezionali, il pizzo, i dispetti, le bastonature, gli assassini, sono il normale soffio della vita. No, i pentiti della legge sono solo un utensile nelle mani del giudice. Tanto più, curiosamente, quanto più sono numerosi: i 25 di Mannino o i 28 di Giacomo Mancini. E hanno presa principalmente in chiave politica – nessuno ricorda i pentiti di Mancini, che pure ci sono stati, concordi al solito, riscontrati, veridici, e poi azzerati dal processo. Anche quelli che hanno detto qualche verità, come Buscetta o Brusca. Nessun pentito (italiano, mafioso) ha portato all’intercettazione di un’azione delittuosa in corso, alla cattura di un latitante, allo smantellamento di una rete mafiosa in atto. Nel loro universo di mafie vincenti e perdenti, seppelliscono i perdenti.
L’infamia è nota della legislazione premiale. I pentiti parlano per gli sconti di pena. E per la pensione, il premio di reinserimento, la protezione (un mafioso è sicuro di morire comunque ammazzato per mano di altro mafioso, la protezione gli allunga la vita), e perfino (Saro Mammoliti in Calabria, i Piromalli), per mantenere proprietà e capitali estorti. Ma c’è di più: il carattere indistinto dei loro ricordi, a monte della strumentalità, è tema ancora intonso. Un killer come Spatuzza, autore riconosciuto di un centinaio di assassinii, nel mezzo di altre centinaia, migliaia, di azioni delittuose (minacce, vessazioni, esazioni, attentati, bastonature, ferimenti) nell’arco di un decennio, non può ricordare, se non ricostruendo. In sé è un archivio vuoto. Non può avere avuto alcuna coscienza (sensibilità) nel corso di questa attività: il delitto di mafia, quotidiano, non è dostoevskjano ma meccanico, istintuale. Come mangiare, andare di corpo.

leuzzi@antiit.eu

sabato 24 luglio 2010

La creazione del “Sud”, chiave dell’annessione

A fine agosto 1860 il “fedele collaboratore di Cavour” Giuseppe Massari, mandato a Napoli da napoletano “per assistere i piemontesi nella conquista della città”, scrive a Donna Ghita di Collegno: “Creda a me, Napoli è peggio di Milano”. Questo è stato – è – l’humus unitario. Ma con Napoli, colpevole di non essersi sollevata contro i Borboni e di non acclamare i piemontesi, i piemontesi saranno feroci – per Napoli intendendosi anche la Sicilia e la Calabria. La questione meridionale è nata con lo Stato unitario, il fatto non è più contestato, lo spiegava Villari nell’“Antologia della questione meridionale”, e lo conferma Corrado Vivanti, il curatore della Storia d'Italia Einaudi. Nelson Moe va un po' più in là. 
Il fico d'india
Questo è un libro onesto, non prevenuto, non a effetto, che però non si scrive sull’unità. E anzi, per la sua parte centrale, che è poi il carteggio tra Cavour e i suoi collaboratori al Sud, si finge che non esista. E un'allegra esposizione di un punto di vista. Ma convincente. Nei suoi limiti: il quadro è veritiero, le responsabilità non sono ripartite. Mancano quelle del Sud, la capacità di reagire, e anche di difendersi. Storicamente non accurato, insomma: l’antimeridionalismo di Pasquale Villari è un’invenzione, quello di Cavour pure (il conte non sapeva assolutamente nulla dei suoi “cari napoletani”, né gli importava). Ma il punto di vista è persuasivo, ben sorretto dalle pezze d’appoggio, il feroce leghismo postunitario: dà vita al fatto con gli stessi personaggi e gli argomenti che vorrebbero negarlo. Del “Sud” non manca niente, nessuno stereotipo. C’è pure il fico d’india – e la copertina col fico d’india con cui gli Editori Riuniti pubblicarono nel 1992 “La questione meridionale” di Gramsci. Nel titolo originale la questione meridionale viene legata alla cultura italiana, italian culture and the southern question. Non nel senso che la “cultura italiana” è inclinata, per tradizione, passione, interesse, alla squalifica del Sud. Ma per gli interessi specifici dell’autore, storico della cultura. Che qui analizza la “nascita del Sud” in alcuni scrittoori del Grand Tour, e in Gladstone, Cattaneo, Gioberti, Leopardi, Verga (un capitolo, questo, esemplare nell’italianistica), l’“Illustrazione Italiana”, Pasquale Villari e Leopoldo Franchetti. Ma finisce per rendere vero il primo senso, che l’Italia si è fatta con la “creazione” del Sud. Che è il senso vero, molto esplicito del carteggio di Cavour sulla questione meridionale, che costituisce il capitolo più ampio del libro e che Moe decide sardonicamente di richiamare come “La liberazione” (la fonte sono i cinque volumi di corrispondenza raccolti da Zanichelli attorno al 1950 sotto il titolo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del regno d’Italia”). Una conclusione più esplicita che in "Darkest Italy", con cui lo "storico e giornalista" britannico John Dickie ha anticipato di un anno Moe - con la stessa lettura degli "stereotipi" e de "L'illustrazione italiana", ma con capitoli diversi sulla "sicilianità" di Crispi e sul banditismo. La conclusione è alla prima pagina: “L’unificazione scisse la nazione in due parti, accentuando il carattere settentrionale dell’una e quello meridionale dell’altra”. E poco importa che essa fosse opera in buona misura di meridionali, fuoriusciti o comunque critici. Ma non di De Sanctis, che vi si oppose polemicamente, e in ultimo di Settembrini, che si resero conto subito che la liberazione era un’annessione. La squalifica del Sud emerge tra l’infanzia e la vecchiaia di Casanova. Che nelle “Memorie” ha ricordi esecrandi del suo viaggio a Martirano, nel cosentino, alle dipendenze del locale vescovo: “Sessanta ore dopo esserci arrivato, lasciai Martirano”, s’inventa nelle Memorie” cinquant’anni dopo. Ma nel 1743, quando Casanova aveva diciott’anni, a Venezia si cercava e si prendeva lavoro a Martirano. La creazione del Sud è in buona misura opera di meridionali, emigrati e non, Giuseppe Massari, segretario di Cavour, Francesco Trinchera, Crispi, il calabrese Biagio Miraglia, e tanti, troppi altri. Contro di loro De Sanctis, anch’egli emigrato a Torino, dovette sostenere dure polemiche. In particolare contro il napoletano Trinchera, che tutti i napoletani voleva a tutti i costi assassini e traditori – Trinchera era del partito di Lucien Murat… Nel secolo abbondante del Grand Tour, i viaggiatori facevano riferimento alle borghesie meridionali, le sole in grado di ospitarli e di indirizzarli, e ne riflettono, osserva Piero Bevilacqua nella prefazione, “il calco negativo di un idealtipo settentrionale rielaborato dagli intellettuali meridionali”. La frase più nota di Gladstone, la più citata in Italia, è dalle sue “Lettere” da Napoli, dove viaggiò con l’amico, economista celebre, William Nassau Senior, anche per assistere al processo al patriota Carlo Poerio, ed è una citazione: del regime borbonico “ho visto e sentito usare questa forte e vera espressione: è la negazione di Dio eretta a sistema di governo”. La peggiore condanna di Napoli, insomma, è creazione di Napoli. Il siciliano Crispi, governatore sabaudo a Palermo, secondo una denuncia inoltrata a Cavour “ha raccolto in dodici ore di dominio (a Palermo) tutto l’odio che il più infame dei satelliti del Borbone, Maniscalco, raccolse in dodici lunghissimi anni”. Magistrale è la ricostruzione che l’autore fa della definitiva “creazione” del Sud da parte di Pasquale Villari, un calabrese di Bagnara emigrato politico a Firenze, dove insegnò e morì nel 1917 senza aver mai fatto ritorno al Sud, e il barone Leopoldo Franchetti tra il 1874 e il 1878. Che avrebbe definitivamente sepolto il Sud, non più il luogo del pittoresco: il “Sud” diventa “una minaccia per l’integrità politica e morale della nazione”, partendo dal “dispotico latifondista”, corrotto, mafioso, sperperatore. Alle “Lettere meridionali” di Villari si fa solitamente merito da parte dei meridionalisti di avere “influenzato” Franchetti, positivamente cioè. 
Affrica, caffoni, beduini 
Ma nulla eguaglia la cattiveria dei collaboratori di Cavour, in quella straordinaria corrispondenza sull’annessione, che non si può assolutamente dire altro. Bixio gli scrive che “i napoletani sono degli orientali, non capiscono altro che la forza”. Luigi Carlo Farini, governatore a Napoli nei primi mesi del dominio piemontese gli scrisse il 27 ottobre 1860 la nota invettiva: “Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”. Per il genero di Manzoni, D’Azeglio, piemontese dunque milanesizzato, “la fusione coi Napoletani… è come metterci a letto con un vaiuoloso”. Non si tralascia nessun capo d’accusa, la sporcizia, l’ignoranza, l’anarchia, la babele, e il “Medio Evo”. La corruzione del sud è già allora il tropo dominante, da parte di un ceto politico che dopo qualche mese, col governo Rattazzi, con Lissa e Custoza, e con le speculazioni di Firenze e Roma avrebbe singolarmente connotato nel senso peggiore l’Italia unita. Lo stesso Cavour a Lady Holland scrive che “i napoletani” – cioè il Sud - sono “corrotti” e “abbrutiti”. Corrotti “fino al midollo” li diceva all’ambasciatore inglese a Torino. La nipote ne accrediterà nel 1862, per ragioni di stato, la morte nel segno della pietà per “i napoletani”: “Li governerò colla libertà, e mostrerò ciò che possono fare di quel bel paese dieci anni di libertà. In venti anni saranno le provincie più ricche d’Italia”. Cavour morirà in effetti senza aver concesso ai suoi luogotenenti lo stato d’assedio tanto invocato. Ma la versione pietosa della sua fine contrasta con tutto il carteggio. E poi col primo dibattito parlamentare sul Sud, l’8 ottobre 1860. Dove l’unica voce dissenziente tra le dure apostrofi contro “i napoletani”, fu quella del milanese Giuseppe Ferrari. Contrario all’annessione in quanto federalista, ma anche onesto testimone, di Napoli dove si era voluto recare di persona: “Ho visto una città colossale, ricca, potente… Ho visto strade meglio selciate che a Parigi, monumenti più splendidi che nelle prime capitali dell’Europa, abitanti fratellevoli, intelligenti, rapidi nel concepire, nel rispondere, nel sociare, nel agire. Napoli è la più grande capitale italiana, e quando domina i fuochi del Vesuvio e le ruine di Pompei sembra l’eterna regina della natura e delle nazioni”. Un testimonianza che spicca anche per essere unica: nella preparazione immediata dell’annessione non un solo cenno all’innovazione tecnica nel regno del Sud, nella ferrovia, nella marina, nell’agricoltura degli agrumi e della vite, alla competitività internazionale, alle buone finanze, e a quella straordinaria integrità della Pubblica Amministrazione che consentiva di rimediare ogni pochi anni a disastrosi terremoti rapidamente, senza sprechi, e con soluzioni tecniche di avanguardia. 
Piemontesi e cappuccini
I buoni sentimenti del resto, siano stati quelli di Cavour buoni, non mutano la natura delle cose. La verità di questo libro è, incontrovertibilmente, che il Sud è stato conquistato. Da padroni incapaci. E l’incapacità, come la più generale stupidità, è infettiva. Celiava il poeta africano Agostinho Neto, che ha voluto e realizzato l’indipendenza dell’Angola: “Le colonie non sono uguali: a qualcuna sono capitati i gesuiti, ad altri i cappuccini. A noi sono capitati i cappuccini, che più che altro generavano figli”. Al Sud non sono capitati i prussiani, gli inglesi, o i francesi, ma i piemontesi. Che tra tutti gli italiani non erano i peggiori. Ne è esponente tipico un non piemontese, La Farina, che non sapeva nemmeno cosa stava scrivendo a Cavour il 21 novembre 1860: “Fuori del suo nome (di Cavour, n.d.r.), non v’è nome piemontese che qui sia conosciuto: del Piemonte nessuno ne parla, nessuno ne chiede; la sua storia è ignorata, delle sue condizioni politiche, delle sue leggi non se ne ha notizia alcuna: insomma l’annessione morale non esiste”. E continua chiedendo lo stato d’assedio, senza sapere che ha descritto, per patriota che fosse, l’unificazione come una conquista: “I Napoletani si sono così abituati a considerare la loro città come un mondo a sé, che per farli entrare nella vita comune della nazione bisogna non solamente invitarli, ma costringerli”. Il principe di Carignano, luogotenente generale dell’ex Regno a fine 1860, lo confermerà con maggiore imprudenza allo stesso Cavour (i briganti erano in un primo momento “unitari”): “L’annessione qui si è fatta sotto la pressione rivoluzionaria con la paura dei fucili dei Garibaldini e dei banditi”. E chiederà truppe truppe e comandanti con carte bianca: “Ciò che serve qui sono truppe sparse ovunque e in grande quantità, e invare Governatori e intendenti delle altri province del Regno, ma persone senza mandati”, oggi si direbbe senza regole d’ingaggio. Dopo le ultime guerre di liberazione o umanitarie, in Serbia, in Iraq, in Afghanistan, il “modello” ha un’identità ben precisa, cioè imperialista. Resta da capire la persistenza, per un secolo e mezzo ormai, degli stereotipi, benché così cattivi e dannosi. Una spiegazione è la persistenza dell’opinione pubblica nella forme delle idee ricevute o dei preconcetti: l’equivoco è, come la speranza, duro a morire. Studiando l’Olocausto una cosa è chiara: il nazismo non si nascondeva e gli ebrei ovunque in Europa sapevano che il nazismo era razzista feroce, ma si ritennero fino all’ultimo europei eguali agli altri, e in Germania anzi tedeschi. Un’altra spiegazione è purtroppo la verità sull’opinione pubblica, che raramente non è stata, non è, un fenomeno di dominio. Nelson Moe, Un paradiso abitato da diavoli, L’ancora del Mediterraneo, pp. 379, € 25

venerdì 23 luglio 2010

Il mondo com'è - 41

astolfo 

 Antipolitica – Contrabbanda la fine (l’abbattimento) dell’opinione pubblica. È il segno della rivoluzione italiana in corso dal 1992, che è in realtà una controrivoluzione e per molti aspetti (le carcerazioni di massa, la dissoluzione dei Parlamenti) un vero e proprio golpe, in senso tecnico: l’aggiramento, la negazione di ogni spazio alla sfera pubblica della politica. Quello che l’inglese sinteticamente chiama l’opinione pubblica perché sommariamente s’identifica con la libertà di stampa. La libertà di stampa in Italia si applica a circonvenire l’opinione. A deviarla, a comprimerla, a svuotarla quando si fosse formata, nel nome di niente – una falsa questione morale, una agitata cioè da uomini di potere oscuri, editori, giudici, sbirri. Non si può ritenere l’antipolitica il proprio dei media. O i media non sono organi della libertà d’opinione, ma strumenti affaristici, o di poteri oscuri.  

Berlusconi - 4 – Unpalatable per molti aspetti, baüscia, pappagallo, vitellone. Destinato a essere vituperato da tutti o quasi i beneficati, attrici di secondi ruoli, politici inetti. E tuttavia già una specie rara: quello che amava le donne.

Europa: a lutto con la Germania – Il purgatorio dell’Europa (o è l’inferno?) è la contemporaneità? È l’intellettualità, superba e modesta? Viviamo in un tempo di prosperità e di pace, quale il mondo mai ha avuto, nel quale le rivoluzioni si susseguono, la caduta dell’Urss, la globalizzazione, i diritti umani, e lo chiamiamo inferno. Ma è l’atto di chiamata che non è neutro. Il sentimento della decadenza è ciclico, e ha radici psicologiche profonde. Ma è definibile storicamente. La mansione critica del dire – dell’opinione, dell’intellettuale – si rapporta da qualche secolo alla filosofia tedesca. E quindi, nell’ultimo secolo e mezzo, all’eclissi di un impero che è fallito prima di nascere. Che ha conquistato Parigi, e tuttora la domina per il persistente complesso di Sadowa, ma a prezzo di dure sconfitte, per la stessa dignità dell’essere tedeschi – hanno vinto da barbari, i tedeschi, e quando hanno voluto imporci quel supremo raffinement filosofico che è la volontà di potenza si sono disintegrati. Con essi il nostro mondo: il lutto della Germania è il lutto dell’Europa. È qui che si è aperta la voragine tra l’Europa e gli Stati Uniti, due mondi contigui che non hanno più nulla in comune, malgrado la lingua. 

Kossovo: come disintegrare l’Europa (e la Cina) – Era un’arma puntata contro l’Europa (e in subordine contro la Cina), e il Tribunale dell’Aja, infeudato agli Usa, lo dimostra. L riconoscimento, non dovuto, dell’indipendenza del Kossovo, apre la strada, se necessità ci sarà, nell’ottica della pax americana, al dissolvimento di molti stati nazionali in Europa, Spagna e Belgio in primo luogo, Romania, Ucraina, paesi Baltici, Gran Bretagna. Si capisce l’errore di Scalfaro e D’Alema di fare la guerra alla Serbia in soccorso degli Usa (si diceva per i diritti umanitari, ma questo non si dice più: bisognerebbe fare la guerra al Kossovo per difendere la minoranza serba). Apparentemente si combatteva una guerra per i sacri diritti nazionali, in armonia con l’ideologia del Risorgimento, ma in una cultura e una politica poco o anti nazionale. Si dice che l’Aja statuisce per tutto il mondo, essendo un organismo Onu, ma in realtà è solo in Europa che ha un’eco legale e politica e statuisce un precedente. Con i separatismi si tiene aperta la dissoluzione dell’Europa qualora desse fastidio nel governo del mondo – e della Cina. È il senso e lo scopo dell’ideologia comunitaria: un’arma teorica creata in un paese, gli Usa, che ha gruppi linguistici ed etnici, ma nessuna minaccia di separatismo. 

Semitismo – Esiste solo, anche per gli studiosi, l’“Orientalismo” di Edward Said. La revisione della storia dopo la globalizzazione parte da quest’opera tarda (1978), tradotta peraltro solo nel 2000, che applicava all’asse Occidente-Oriente le ricerche del terzomondismo. Ma con l’effetto di cancellarlo, di cancellare un ventennio abbondante di riflessioni e di storia, “Présence Africaine”, la poesia africana di Senghor, l’“Orfeo Nero” di Sartre, o il razzismo antirazzista, l’Algeria, Fanon , le indipendenze, Alfred Sauvy, Samir Amin, Arghiri Emmanuel, P.T.Bauer. Si fa in chiave semitica? Di “primato” degli orientali vicini, israeliani e arabi.

Sessantotto - È come la nascita di Gesù Cristo: l’impero è rimasto in piedi ma nulla è stato più come prima. Per una rivolta intellettuale (morale). Buona in tutte le novità che ha portato, compreso, a suo modo, il 18 politico. È stata l’unica rivoluzione veramente popolare (spontanea)? Nell’origine, lo svolgimento, gli esiti. In Italia e in Europa – nel mondo conosciuto. 

Sigonella – Non fu ma minacciato lo scontro con i carabinieri, secondo le tardive reminiscenze dell’ufficiale che comandava i carabinieri della base. I marines erano evidentemente nella base, di stanza o aviotrasportati, ma non furono schierati. Reagan non voleva Abu Abbas, che si sarebbe preso comunque altrimenti, prima o dopo: meglio ammortizzare l’ira dei terroristi su Craxi e l’Italia, e prendersi la benevolenza degli ebrei di tutto il mondo. Sigonella fu forse un atto stupido d’indipendenza: quanto è costata a Craxi, ai socialisti, all’Italia, la protezione di un terrorista? Per di più spregevole, se non stupido.

Tecnologia – Sta mutando il tempo della storia, Che modifichi il mondo, la realtà e la sua percezione, si è sempre saputo, dal fuoco. Oggi lo modifica rapidamente e radicalmente. Il treno, l’automobile, l’aereo hanno mutato, con la velocità, lo spazio – oltre a rendere stabile per numero di morti la condizione bellica, per incidenti e esalazioni. L’elettronica sta mutando – ha mutato – la memoria, col suo immenso potenziale. Il telefonino ha reso universale la solitudine, che invece avrebbe dovuto abolire – la solitarietà, di ansia e delusioni. Nulla che l’uomo non riesca ad assorbire, il suo potenziale è necessariamente più grande della tecnica – un’altra innovazione della tecnica contemporanea è lo straordinario ampliamento della capacità di adattamento dell’uomo, alla perdita del tempo (ozio) ora in vece che alla fame, Ma con costi: ogni innovazione implica dei costi, e la sommatoria non si può fare, la tecnologia (Prometeo) è un dovere e forse una condanna. 

 Telefonino – La disponibilità totale, continua, di se stessi è fonte di ansia e delusioni. È un’offerta di se stessi non richiesta, che riduce o elimina la difesa del riserbo. Se non è sorretto dall’esibizionismo, è un denudarsi senza gioia.

 Terrore – Viene sempre con la pace. Dopo le Crociate, nella Belle Époque, dopo il Vietnam e l’Afghanistan. Non sapendo divertirsi, e invece di fare la guerra dopo che essa si è mostrata perdente, gli intelligenti uccidono gli innocenti. astolfo@antiit.eu

Il pentito è utensile inerte del giudice

Si dice che il pentimento di Ciancimino jr. è strumentale, lo ha detto ieri anche un tribunale, ma non si dice abbastanza. Non si dice quanto è strumentale, artefatto, e cioè mafioso, il pentitismo. Nel racconto di Flannery O’Connor “Un buon uomo è difficile da trovare” il male svanisce. “Uccidere un uomo o rubare un copertone”, il delinquente abituale non ne ha ricordo: “Ho scoperto che il delitto, in sé, non conta. Puoi fare una cosa come un’altra, uccidere un uomo o rubargli un copertone della macchina, presto o tardi te ne dimentichi, ti prendono e amen”.
L’argomento è trattato di striscio dalla letteratura del pentimento, l’indifferenza etica del criminale, l’insensibilità. Ed è trascurato dalla normativa sui pentiti, che fa del ricordo un dato euristico, come il giorno e la notte, o le stagioni. Del ricordo di un criminale, per il quale i fatti della vita che per una persona civile sono eccezionali, il pizzo, i dispetti, le bastonature, gli assassini, sono il normale soffio della vita. No, i pentiti della legge sono solo un utensile nelle mani del giudice. Tanto più, curiosamente, quanto più sono numerosi: i 25 di Mannino o i 28 di Giacomo Mancini. E hanno presa principalmente in chiave politica – nessuno ricorda i pentiti di Mancini, che pure ci sono stati, concordi al solito, riscontrati, veridici, e poi azzerati dal processo. Anche quelli che hanno detto qualche verità, come Buscetta o Brusca. Nessun pentito (italiano, mafioso) ha portato all’intercettazione di un’azione delittuosa in corso, alla cattura di un latitante, allo smantellamento di una rete mafiosa in atto. Nel loro universo di mafie vincenti e perdenti, seppelliscono i perdenti.
L’infamia è nota della legislazione premiale. I pentiti parlano per gli sconti di pena. E per la pensione, il premio di reinserimento, la protezione (un mafioso è sicuro di morire comunque ammazzato per mano di altro mafioso, la protezione gli allunga la vita), e perfino (Saro Mammoliti in Calabria, i Piromalli), per mantenere proprietà e capitali estorti. Ma c’è di più: il carattere indistinto dei loro ricordi, a monte della strumentalità, è tema ancora intonso. Un killer come Spatuzza, autore riconosciuto di un centinaio di assassinii, nel mezzo di altre centinaia, migliaia, di azioni delittuose (minacce, vessazioni, esazioni, attentati, bastonature, ferimenti) nell’arco di un decennio, non può ricordare, se non ricostruendo. In sé è un archivio vuoto. Non può avere avuto alcuna coscienza (sensibilità) nel corso di questa attività: il delitto di mafia, quotidiano, non è dostoevskjano ma meccanico, istintuale. Come mangiare, andare di corpo.

giovedì 22 luglio 2010

Come non vedere la questione morale dei giudici?

C‘è una questione morale dei giudici (la questione morale è la questione morale stessa) non da ora. La novità è che non si può più far finta che la giustizia sia giusta. Il Csm è marcio. La Corte Costituzionale, per la quale l’arresto è ammesso, se non auspicato, nel caso di concussione non dimostrata, o di corruzione non dimostrata, lo nega invece in caso di stupro accertato. Il Tribunale di Brescia dibatte ora, per la prima volta, la strage di piazza della Loggia nel 1974, trentasei anni fa. Senza scandalo per nessuno, purtroppo.
Che dirne? La Corte Costituzionale è semplicemente fascista, benché nominata da presidenti democratici, Scalfaro, Ciampi: è fascista la forma mentis dei suoi luminari, tra ermellini, autorità del ruolo, e cecità – questo sito l’ha detta una corte napoletana, data la composizione, ma è la stessa cosa, l’orpello sovrapposto alla sensibilità, l’autorevolezza del leguleismo. E il marcio della magistratura non è questo o quel Procuratore o presidente di Tribunale che briga una promozione: questo è il solito tran-tran di combriccole e cordate contrapposte, di sindacati, spesso di logge, talvolta camuffate politicamente. Non è qui lo scandalo.
Questa perversione fa comodo ai grandi giornali, concorrendo al disfacimento dell’opinione pubblica che è ormai il solo obiettivo dei giornali stessi, asserviti agli usurai Bazoli e De Benedetti. Questo è già un punto, ma a patto di ritenere i giornali necessari all’opinione pubblica, e non meri veicoli pubblicitari o di poteri occulti. Un democratico realista può solo lamentare il silenzio del presidente della Repubblica, rispettoso certo dei ruoli istituzionali, ma verso il Parlamento e verso il governo ben più vocifero. Inevitabile il pensiero che anche questo presidente teme la magistratura, benché abbia, a differenza dei suoi predecessori di questo straordinario golpe ininterrotto, collaudato intelligenza politica. Gli manca il coraggio o ha paura, pure lui? E di che?
La Corte costituzionale e il Csm del resto presiedono un consesso giudiziario che annovera golpisti veri e propri, succubi di dossier da caserma. Per abbattere questo o quel governo, non importa se di destra o di sinistra. Nonché Procuratori della Repubblica filo-Riina, che è quasi inimmaginabile, non fosse vero – di Riina...

mercoledì 21 luglio 2010

I giudici siciliani al lavoro per Riina

Il Procuratore di Palermo Ingroia, quello di Caltanissetta, Lari, ci sono o ci fanno? Quello che sostengono, che sono impegnati a sostenere, a provare oltre ogni prova contraria, facendo appello a personaggi del calibro di Spatuzza e Ciancimino jr., è quello che Riina vorrebbe dare a intendere. Che lo Stato voleva trattare con lui. E per questo magari si è ammazzato Borsellino, lo Stato se lo è ammazzato, da sé, e forse pure Falcone: per dare prova a lui, Conte di Montecristo e Imperatore della Cina unificati, di affidabilità. È troppo imbecille, eppure è vero: le due Procure lavorano alacremente, contro ogni possibile prova, a “dimostrare” quello che Riina afferma.
Non fanno altro da anni. Dimostrando quello che tutti i siciliani sanno: che le Procure antimafia raramente si occupano della mafia. Se non c’è intrigo, se non c’è da colpire a mazzate di mafia qualche ministro, anche soltanto con un concorsino esterno in associazione, qualche generale, qualche dirigente di Polizia, i Procuratori di Palermo non vanno nemmeno in ufficio, vanno direttamente alle tribune antimafia della televisione, di Stato. Per denunciare l’irrimediabile: che lo Stato non gli consente di trovare il ministro, il generale, il dirigente da incolpare.
Ciancimino jr. fa miglior figura del tozzo Riina, ma dice quello che dice Riina. Spatuzza è l’uomo dei cento omicidi (“almeno cento”), ignorante ancora più che violento, che ora si vuole teologo – lui intende: toccato dalla grazia. Questi due personaggi fanno la verità, oltre che sulla Rai, sul “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “La Stampa”, e tutti i giornali ex Pci. Nonché nelle amate Librerie Feltrinelli, che fanno a gara a ospitare il finto pentito Massimo Ciancimino per illustrare le gesta di suo padre, illustrate in un volume della casa editrice. Questa non è antipolitica. Non è nemmeno concorso esterno in associazione. È proprio mafia – sarebbe.

È Fini il papa straniero di De Benedetti

Fini non è l’uomo dello schermo. È anzi il candidato vero, seppure ancora in pectore, di Carlo De Benedetti, l’editore di “Repubblica”, al governissimo di Centro, che scalzi Berlusconi. Il “papa straniero” evocato da Ezio Mauro, il direttore di “Repubblica”.
Questo sito ipotizzava Fini come l’uomo dello schermo qualche settimana fa, quando Mauro lanciò il “papa straniero”, cioè il candidato democratico non del Pd. Recependo gli umori di Milano, che invece puntavano, e ancora puntano, su Bazoli, magari in accoppiata con D’Alema (http://www.antiit.com/2010/06/laccoppiata-bazoli-dalema.html). Ma più di una voce all’interno di “Repubblica” asserisce che il vero papa stranero è da intendersi Fini. Voci critiche, che registrano la candidatura a debito dell’editore e anche del direttore. Fino al punto di accantonare l’antiberlusconismo per augurarsene il fallimento – “è il solito esercizio del perdente De Benedetti”.
L’editore in persona avrebbe preparato la candidatura, dopo aver saggiato la consistenza del personaggio con alcuni incontri privati. Dopodiché ne avrebbe convinto anche il direttore Mauro.

La nuova Dc già vecchia con Renzi

Il qui lo dico e qui lo nego, e il rinvio, costante, inaggirabile. A Firenze sembra di rivivere gli ultimi, eterni, decenni della Dc, e non sono nemmeno tre anni dacché il giovanissimo Renzi mise nel sacco alle primarie le vecchie volpi ex Pci, e le costrinse poi a votarlo massicciamente. Non fa che rinviare, Renzi, l’area di Castello, la seconda tramvia, la terza, gli Uffizi, e ora l’Alta Velocità. Non obietta, non ha una proposta da avanzare invece di un’altra, ma ferma tutto.
Fa capire che tutti i contratti devono essere rinegoziati con lui. Che lui non è Domenici, il sindaco precedente, anch’egli democratico ma diessino. E anche questo riporta alla vecchia Dc: mostrare subito chi comanda. Per fare che non interessa. Senonché il blocco dell’Alta Velocità comporterebbe penali gravosissime, e tutta Firenze sta col fiato sospeso.
Se ne potrebbe arguire pessimisticamente che non ‘è novità possibile, che anche i giovani nascono vecchi, eccetera. Ma è solo un rigurgito di vecchia Dc. Che si dà fiato prospettandosi la deflagrazione del Pd, una corsa in tempi ravvicinati a raccoglierne l’eredità. Se non è questa prospettiva, appunto, a scoraggiare gli elettori, allontanando i simpatizzanti e ingrossando le fila di Berlusconi.

martedì 20 luglio 2010

Il colpo di coda Dc parte dalle caserme

Le mine disseminate dalla Dc, a lungo inattive o mascherate, scoppiano ultimamente a ritmo preoccupante. Anche perché si coprono, pur essendo assassine, con i crismi della legge. Nelle inchieste baresi, in quelle di Quattrocchi e Capaldo, nel Csm, nel Tar del Piemonte. Riattivate e avallate incautamente dal partito Democratico. In una con la reviviscenza tutta democristiana che sogna da un anno il Grande Centro. Rilanciato da Fioroni e Casini, compresi i vecchi arnesi come Pisanu, De Mita, Mancino, forti del previsto dissolvimento del Pd e del Pdl, e quindi dei contributi di Rutelli e Fini, col fiancheggiamento della grande finanza, tutta cattolica. Il Vaticano di Bertone non ci crede, ma gli ultimi mohicani Dc sono talmente sicuri di sé da non guardare in alcun modo Oltretevere.
In prima linea sono i residui giudici democristiani, a Torino, Firenze e Roma. Il caso di Torino è il più sinistro: che un tribunale amministrativo possa ritenete tranquillamente non valido l’estensione al candidato presidente regionale del voto di lista a lui apparentato, che è la norma da una ventina d’anni, questo ha fatto sussultare molti, l’illegalità cioè dichiarata, l’improntitudine manifesta – il democristiano è sempre quello che qui lo dico e qui lo nego. Anche perché un sinistro rumore di stivali si agita in sottofondo.
Conoscendo i democristiani è difficile immaginarli impegnati su un fronte militare così ampio e preciso. Non perché non ne abbiamo il fegato, l’ultima Dc si è mostrata capace di ogni turpitudine, compreso l’assassinio politico. Ma perché sono confusionari. Invece la manina delle intercettazioni prima, poi della collocazione delle stesse presso una Procura, quindi dei tempi della rivelazione, e infine dei verbali pronti, ogni giorno, o ogni due giorni, lavora tempestiva, ordinata, disciplinata. Da caserma? Molte indicazioni, per prime dalla cronaca giudiziaria, dicono che le indiscrezioni vengono da fonti militari. Questo configura un golpe nel senso proprio del termine: non è più l’antipolitica all’opera, dei padroni dei giornali e delle banche, è un’eversione militare.
Non sia meraviglia. la parola è grosso ma purtroppo non è una novità. Abbiamo avuto quarant’anni fa i giudici emeriti di Milano e Roma che hanno coperto le bombe, Caizzi, Amati, Occorsio. Abbiamo ora lo scalfariano Capaldo che da solo scoperchia l’Italia, Fastweb, Finmeccanica, Grandi Appalti, la Cricca, la P 3, e prossimamente il Csm. Tutto da solo non può farlo, solo per le intercettazioni, le trascrizioni, le fotostorie, la diffusione, sempre calibratissima, ci vogliono spazi e forze, grandi apparati.

Pinelli-Calabresi: resta il “j’accuse” di Camilla

Riletto dopo la beatificazione di Calabresi, a opera dei familiari e delle istituzioni, è un sano richiamo alla realtà. “Credo che agli onesti questo libretto apparirà addirittura un «giallo» aberrante”, è la conclusione di Camilla Cederna: “Anche perché in un’epoca in cui come niente si sfreccia sulla luna e le più complete diagnosi mediche son fatte dai calcolatori, leggendolo, essi verranno a contatto con una realtà delle più abnormi, offensiva per il buonsenso, repugnante alle coscienze”. È non sapeva che è l’unico testo solido che ci rimane della maggiore tragedia della Repubblica, l’inizio sanguinosissimo del terrorismo, iniziato dentro le istituzioni. Dopo quarant’anni, nessuna ricostruzione di storico, nessuna ricostruzione d’autore (Sofri è parte in causa, e al solito è flebile, evocativo). In loro vece una serie di ecumenismi, appunto parentali e istituzionali, all’insegna dell’“abbracciamoci e pace ai morti”. Che confermano che la verità è sempre nascosta.
Il libretto, che Enrico Deaglio ripubblica in edizione economica (con qualche improntitudine: Pinelli è alto m.1,65, la finestra del salto m.1,68…), è mal connesso ma è onesto. È il resoconto del processo Calabresi-Lotta Continua, cioè del processo che (non) si è fatto per la morte di Pinelli. Corredato da alcune testimonianze dell’autrice in prima persona: la notte della morte di Pinelli, che Camilla Cederna visse minuto per minuto in sequenza agghiacciante, l’incontro senza riserve dell’autrice col giudice Biotti, il giudice del processo incartato, l’invito a cena col nuovo questore di Milano, il resistente integerrimo Allitto Bonanno, che la rimprovera di gettare fan go sulla Polizia, “un corpo che conta quattrocento laureati”. Sullo sfondo l’altro processo che non si è fatto per le bombe, sempre a Milano, del 25 aprile – per le quali Allegra e Calabresi avevano incastrato alcuni anarchici pacifisti milanesi con testimoni falsi.
Le analisi mediche non c’entrano, né la Luna, sono gl inconvenienti della fretta, ma i fatti ci sono. Cederna prima e più di Lotta Continua accusa Calabresi, che conosceva per il piglio atletico e piacione, arrivando a notarne “la catenella a forma di manette che gli brilla sul mocassino”. Il suo è il “j’accuse” di Zola di cui in italia si è sempre alla ricerca, sicuro e smodato. Ma i fatti sono fatti. E nel libretto, pubblicato a caldo a Feltrinelli nel 1971, ci sono tutti, fatti illegali e anche violenti. Il fermo illegale di Pinelli. La mancata verbalizzazione dei suoi interrogatori, durati quassi tre giorni. I falsi testimoni, la professoressa Zublena, il tassista Rolandi, Il tentativo d’infangare la memoria di Pinelli, prima. Poi, la santificazione, da parte degli stessi accusatori. I ritratti inoppugnabili di Pinelli redatti dai cattolici con i quali aveva familiarità, Mario Gozzini, Manghi, Ruggiu. Il ricovero di Pinelli morente al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli senza darne le generalità. Il mancato avviso alla moglie (Calabresi, che pure conosceva personalmente Pinelli, non si scuserà: “Signora, avevamo tanto da fare”), alla madre di Pinelli. La carentissima autopsia fatta firmare a quattro luminari. Le archiviazioni vergognose dei giudici Caizzi e Amati. Senza nemmeno un sopralluogo nel luogo della caduta. I miserabili trucchi degli stessi giudici per coprire le archiviazioni all’opinione pubblica. La brutale ricusazione del giudice del processo Calabresi-Lc al momento in cui stava per disporre la riesumazione del cadavere.
Ci troviamo anche Edmondo Bruti Liberati, prossimo capo della Procura milanese, nipote di Beria d’Argentine, autorevole esponente del Csm all’epoca, giovane uditore al processo Calabresi-Lotta Continua Il famoso procuratore Pomarici di tante indagini sul terrorismo, compresa quella su Sofri,e quindi su Calabresi, che non ci hanno liberato: è un sostituto alle prime armi, poco conosciuto a Milano (qui erroneamente chiamato Guido) ma abbastanza per affidargli indagini sensibili strappate ad altri Procuratori solerti. C’è Gerardo D’Ambrosio, giovane magistrato “di cui non si conoscono le opinione politiche”, e “che tra l’altro ha insistito per averla”, per avere la seconda inchiesta, quella disposta da Bianchi d’Espinosa. D’Ambrosio salverà quattro anni dopo la verità ufficiale e la memoria di Pinelli inventandosi il “malore attivo”, quello che ti fa saltare dalla finestra senza che tu lo voglia – pur definendo la vittima sempre “l’anarchico Pinelli”, mancandogli evidentemente il numero sul polso.
La verità insomma non sarebbe impossibile. Ma resta quella della scrittura: questa scomposta scrittura lascia senza fiato sull’immoralità e l’abiezione del potere in Italia, delle caserme e dei loro giudici. Camilla Cederna, che non aveva pratica di caserme e cronaca giudiziaria, ne dà in poche righe il non perento ritratto: “In questura la trasgressione come regola corrente, in tribunale quella serie di contraddizioni e d’incompatibilità che soltanto nei governi e a livello di magistratura si possono trovare, colpi mancini, tradimenti, sconcertanti ammissioni”.
Camilla Cederna, Pinelli, Saggiatore Tascabili, pp. 153, € 9,50

lunedì 19 luglio 2010

Non è Wilde, ma è come se

Giallo doppio: trovare l’autore, e poi trovargli l’opera. Ricostruisce una probabile attribuzione a OscarWilde sulla base degli argomenti che Wilde dopo il carcere annunciò qui e là di voler trattare e che in qualche modo sono presenti nel testo. E dà al testo, poco wildiano (scintillante), una sia pur modesta dignità. Tutto questo partendo dal solo indizio che l’opera fu pubblicata nel 1919, sotto lo pseudonimo di Oscar Fingal che corrisponde ai primi due nomi di Wilde all’anagrafe. Formidabile racconto filologico di Lilli Monfregola, la cui ricostruzione costituisce la vera lettura, su un fondo di bottega di una libreria del Vomero che chiude, e del fantasioso editore di Robin-Vascello, Claudio Maria Messina. Tutto fila. E perché l’editore non pubblicò il testo col nome di Wilde, che gli avrebbe valso un successo a occhi chiusi? Perché nel 1919 non si poteva citare O.Wilde. Manca solo un tocco wildiano: che lo stesso indizio sia falso: il testo, o l’autore pseudonimo, essendo l’editore originario, Alfieri & Lacroix, ben radicato nella storia dell’editoria). Nella “letteratura di mezzo”, o dei falsi letterari, farebbe testo. Oscar Fingal Wilde, Divagazioni sulla felicità, Robin-Biblioteca del Vascello, pp. 129, € 10