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sabato 11 settembre 2010

La verità ambigua di Soldati, non togliattiana

Non c’è nessuno spettro, queste non sono storie di fantasmi. Giusto la sospensione davanti alla realtà che costituisce la cifra di Soldati, la cosiddetta ambiguità. Col limite delle sei cartelle da trenta righe, la lunghezza obbligata dell’elzeviro, due colonne con mancanze, che per un secolo ha aperto la terza pagina dei grandi quotidiani - il secolo nefasto della terza pagina, ghirigoresco, che ancora informa la cultura nazionale. Si vorrebbe leggere di più.
L’ambiguità di Soldati i (troppi, ma non più dirimenti, se Dio vuole) malevolenti attribuiscono all’educazione gesuita, per dire deviata o contorta. Mentre qui si tratta di conoscenza e non di morale – “Chi sa dire qualche cosa di ciò che tutti, fra poco, saremo o potremo?” Giacomo Jori lo spiega acuto nell’introduzione a questa raccolta: “Non sarà un caso che due degli autori della letteratura italiana più competenti e hantés dagli spettri, il Tasso e Mario Soldati, siano entrambi, a secoli di distanza, allievi dei gesuiti, se la spiritualità e la pedagogia ignaziane istruiscono ad abitare la psiche per sostituire gli spettri, l’«idolo» o immagine mentale che coincidono col nulla («idolum nihil est», Prima lettera di San Paolo ai Corinti 8,4), con la realtà viva dell’Incarnazione”.
Come di tutti i racconti di Soldati, in cui l’io narrante è lo scrittore, senza finzioni, la lettura è semplice. E lo scrittore è uno che vive emozioni semplici, anche quando le sa contestabili. Non si nasconde, non si camuffa. Soldati è del resto uno dei pochissimi intellettuali del secondo Novecento dalla schiena dritta - ci furono undici obiettori a Mussolini su mille professori universitari, ma un giorno, se si farà la conta, la proporzione non sarà minore tra gli intellettuali repubblicani nei confronti di Togliatti?
Mario Soldati, Storie di spettri, Oscar Mondadori, pp.210, € 9

Un Ciancimino accusava il Pci e Andreotti

Un altro Ciancimino si era offerto “dichiarante” quindici anni fa, l’ex sindaco di Palermo e mafioso acclarato Vito, il padre di Massimo. La Procura di Palermo stava istruendo il processo a Andreotti, e l’ex sindaco fanfaniano faceva intravedere golosi scenari - il suo concorrente Lima, neo andreottiano, non potendo ribattere essendo stato assassinato. Merita rileggere quanto “don” Vito diceva, che il lettore non trova nel best-seller dall’omonimo titolo, un brano specialmente pregno nello stile:
“Il 30 aprile 1983 venne ucciso Pio La Torre. Se ne discusse anche negli ambienti politici della Dc, in occasione del congresso nazionale svoltosi al Palasport di Roma. Si diceva che era un delitto di mafia, ma con le illazioni contenute nell’istruttoria. C’erano (e lo ricordo nel mio libro-bozza) mormorii. Voce comune era che non fosse un delitto di mafia.
“A me personalmente i motivi per cui la mafia l’avrebbe ucciso sembravano banali. Riuscii a formulare una diversa ipotesi di matrice basandomi sul sentito dire e sulla considerazione che aveva molti più nemici dentro che fuori il partito. Era stato mandato in Sicilia in una maniera abnorme. Per bonificare il partito o si manda uno del posto gradito ai locali oppure uno di fuori: La Torre era del posto e qui aveva forti opposizioni interne. In sostanza mi sono convinto che la decisione di ucciderlo sia stata presa dal partito Comunista, cui non mancavano i mezzi per un’impresa del genere.
“Quando Dalla Chiesa venne ucciso subito si disse che era stata la mafia, ma i mormorii erano diversi. Dopo qualche tempo ebbi un incontro con Salvo Lima presente Nino Salvo. Non riesco a precisare meglio il momento di tale incontro, ma ricordo bene che ci fu un accenno specifico al Generale. Io dissi: ma se già era liquidato a tutti i livelli e lo sapevano anche le pietre perché ucciderlo? Lima, con gli occhi arrossati di odio, venendo meno al suo naturale riserbo, disse: «Per certi romani era più pericoloso da pensionato in malo modo che non da prefetto con poteri speciali». Lima proseguì dicendo: «Quelli che la piglieremo in culo saremo noi (intendeva noi siciliani) e chissà per quanto tempo». Nino Salvo assentiva col capo, anche lui con il viso stravolto. Cercai di dire qualche parola ma Lima mi interruppe e proseguì dicendo: «Questo e quello di qualche mese fa (intendeva La Torre) avranno un effetto devastante, molti di noi e la Sicilia continueranno a pagare prezzi di altri». Lima disse inoltre: «Molte cose sembrano fatte di no, e invece è sì; questo è sì e non solo questo».”
Il Procuratore capo di Palermo Caselli raccolse la dichiarazione, ma non ritenne di avvalersene (i verbali della dichiarazione furono resi pubblici da altri, probabilmente dai Ros dei CC). Caselli, “violantiano” di stretta osservanza, cioè Pci-pidiessino, voleva processare Andreotti ma non la politica di Andreotti . Le allusioni al caso La Torre, cioè a responsabilità del Pci nell’assassinio di La Torre, palesemente ricattatorie, erano peraltro risibili: don Vito non era scaltrito quanto il figlio Massimo – o quanto i referenti giudiziari del figlio (se non quanto i redattori della casa editrice Feltrinelli che ne hanno confezionato l’agiografia, a firma di Massimo e del giornalista La Licata).

venerdì 10 settembre 2010

Chi ha detto che il Sud vota per Fini?

Non si è ancora ripreso, Berlusconi, degli uppercut di Fini, pur zavorrato dalle storie di famiglia non esemplari. Ma è bastato che il fedele Confalonieri gli ricordasse “le aziende”, e l’ex imprenditore, se non il politico piacione, è tornato fuori: nessuna novità senza di me. La confusione è la stessa dei due mesi del solleone traditori, ma, ricondotto sul suo terreno, Berlusconi ha subito individuato i dati risolutivi. Uno, famosissimo, è che chi chiede le elezioni anticipate perde. Gli elettori votano per essere governati. L’altro, meno scontato, è che il Sud non è affatto per Fini.
Fini non raccoglie consensi né in Campania né in Sicilia, dove sono i suoi colonnelli. Gli ex missini nel napoletano e i lombardiani nell’isola se ne guardano bene. Neppure in Puglia Fini raccoglie consensi, nel movimento della sua ex fedelissima Poli Bortone. E il motivo è semplice: il presidente della Camera fa concorrenza politica diretta, Berlusconi è invece federatore, consente a ognuno il suo spazio.
Fini senza il Sud non appare più temibile. Col neo liberalismo e il rinnovato giustizialismo dovrebbe teoricamente raccogliere consensi al Centro-Nord, e nei bacini elettorali democratico, dipietrista, extraparlamentare. Ma si tratta di aree saldamente presidiate. Al Nord, secondo alcun i sondaggi, dove la politica del fare più riscuote consensi, la sfida di Fini potrebbe anzi accrescere i suffragi al centro-destra.

Alle elezioni, ma senza il governo di Fini

Governare, il tanto che sarà possibile, in vista delle elezioni, che ora si vorrebbero in primavera. Ma arrivarci con questo governo e non con quello di Napolitano, cioè di Fini. La nuova strategia, enunciata da Berlusconi, è stata elaborata d’accordo con la Lega nel vertice di Arcore. Bossi riservandosi il ruolo, che elettoralmente gli piace di più, di cane che abbaia. Nulla di specialmente ingegnoso, ma un ritorno alla ragione dopo le liti e le offese reciproche tra Berlusconi e Fini. Il che vuol dire anche, per la verità, che Berlsuconi torna a guidare e Fini fa la ruota di scorta.
Il percorso individuato da Berlusconi alla fine è stato quello che, senza le sue ire, era apparso ai più l’unico fin dall’inizio. Prendere per buone le assicurazioni dei finiani, governare, e lasciare a loro la responsabilità di una rottura. Mantenendo la litigiosità a un livello in grado di mobilitare gli aderenti e i simpatizzati, ma al di sotto della guerra totale (dimissioni, elezioni).
In un primo momento Berlusconi ha tentato l’affondo contro Fini sicuro che il presidente della Repubblica non sarebbe intervenuto. Napolitano si è sempre tenuto caro il governo eletto, e non ha corrisposto alle pressioni dell’opposizione per un ruolo attivo. Questo fino alla vacanza di Stromboli. Il terremoto nell’isola ha coinciso con una sorta di terremoto presidenziale: Napolitano non perde giorno né occasione per far sapere che è deluso dal governo, e Berlusconi infine ha capito
e deciso che doveva rendere impossibile la sua evizione da palazzo Chigi.

giovedì 9 settembre 2010

Battone in Parlamento

Angela Napoli dice che parecchie battone siedono in Parlamento. Un tempo lo dicevano i deputati, i maschi, ora le donne.
L’onorevole è una delle diciotto, o ventotto, deputate che si erano querelate l’altro anno contro Beppe Grillo che aveva anticipato la notizia delle battone – il comico veramente le aveva dette zoccole, ma non per questo le querele presentate dall’avvocatessa Bongiorno erano andate a buon fine.
"Il Secolo d'Italia", il giornale dell’onorevole Napoli, dice il Parlamento “maschilista”, anzi “il più maschilista d’Europa”. Quella dell’onorevole è una reazione, dunque, un’assunzione di responsabilità. Ma non doveva dire marchettari i suoi colleghi maschi?
L’onorevole denuncia le battone in Parlamento da deputatessa finiana, quindi qualcosa deve sapere – il presidente della Camera saprà bene chi si porta in casa. Ma non dice chi, e questo è male: se la prostituzione è un delitto, qualche procuratore della Repubblica dovrebbe farsi dire i nomi dall’onorevole.
Non hanno protestato le prostitute, che in genere protestano sempre contro chi le critica. Saranno finiane anche loro, napolitane?
Non è da ora che le battone, variamente denominate, vanno alla Camera. Qualcuna anche dichiarata. E tutte, purtroppo, di sinistra. Ma dirsi reciprocamente “troia!” è, si vede, prerogativa della destra.
Si capisce allora che la destra vinca le elezioni: parla il linguaggio della gente.
Ma il problema del Parlamento resta che parla tanto e fa poco o niente. Casi celebri dimostrano che, per eccitarsi, i deputati devono imbottirsi di coca. Il problema è dell’intendenza, che una volta voleva anche le puttane, mentre ora le esclude.
Il presidente Fini non era per la case chiuse regolate? Potrebbe cominciare dalla Camera, previa rigorosa selezione: meglio le lingue esperte che la droga, costano meno, infettano meno.

La Calabria spiegata ai calabresi

Ci si può ritrovare a metà viaggio e chiedersi: “Chi me l’ha fatto fare?” È capitato a tutti: il viaggio per conoscenza è una fatica a volte insopportabile, il bello del viaggio è nel piacere. Il giovane ginevrino Charles Didier, che a 26 anni nel 1830 si è fatto quattromila miglia a piedi, a suo dire, in Calabria e in Sicilia, se lo chiede alla fine del suo periplo, stranamente, a San Lorenzo Bellizzi, tra pastori buoni ma puzzolenti, sotto un diluvio di pioggia, ospite di un parroco che in quel remoto villaggio è vessato dai Borboni come carbonaro. Le condizioni del viaggio più spesso sono ingrate. O il viaggiatore è sempre, al fondo, quell’inglese che Didier ha incontrato a Longobucco, un ingegnere che dirige una miniera, “non sa una parola d’italiano”, non gradisce la conversazione, e passa il tempo rosolando allo spiedo un capretto. L’occhio dello straniero insomma può essere traditore, specie se i suoi ricordi di viaggio si fanno leggere, e bisogna diffidare. Ma è un fatto che il forestiero molto spesso ne sa di più del locale.
Nel 1830 non era stato ancora creato il “Sud”, ma ce n’erano le premesse. “Non si parte da Napoli per la Calabria”, esordisce Didier, “come da Parigi per la Bassa Normandia, benché la distanza sia quasi uguale. Calabria è una parola nefasta che terrorizza anche a Napoli, vale a dire che terrorizza a Napoli più che altrove”. Di suo, nel suo periplo, Didier sentirà molte storie di rapimenti di persona a fini di riscatto, con taglio del naso o delle orecchie a scopo persuasivo. E di eccidi, a opera di briganti e di forze borboniche. Ma, benché viaggi a piedi senza coerente giustificativo, e possa quindi essere in sospetto ai molti, un carbonaro, una spia, un agente delle tasse, un antiquario ladro, un principe in incognito, fa le sue quattromila miglia senza incidenti. Più spesso oggetto di meraviglia, nei baraccamenti di pastori che accorrono a frotte a vederlo, compiangerlo, lodarlo, regalarlo. “Questi boschi così temuti, in effetti non lo sono poi così tanto”, scriverà. “e questi famosi briganti calabresi sono come i bastoni ruotanti di La Fontaine: da lontano sono qualcosa, da vicino non sono niente”. Che non è vero, ma è vero che da vicino sono solo briganti. Il timore-che- non-è-vero-timore non è però senza effetto: “Il terrore che ispira rende il calabrese cattivo, perché niente demoralizza di più popoli e individui del disprezzo e dell’odio pubblico”.
Questo diario di viaggio ignoto, ripescato da Saverio Napolitano per l’editore calabrese Rubbettino, ha una capacità di giudizio singolare. Su fatti forse non rilevati perché evidenti, come la natura che muta a ogni tornante: “In poche ore si passa in Calabria, come per incanto, per tutte le latitudini del globo, come se si andasse dagli aranceti d’Africa fino ai ghiacci della Lapponia”. E su punti di vantaggio e modi di essere che restano complessivamente ignoti alla pubblicistica locale centottant’anni dopo. Didier conosce, e valuta come ancora oggi nella stessa Calabria non si fa, i personaggi illustri dei luoghi che visita, Telesio, Campanella, Jerocades, Giglio, Mattia Preti, e Cicerone in fuga, braccato. Nota che si mangia pane raffermo e olio rancido in un paesaggio disseminato di ulivi e grano – la feracità della natura e l’arretratezza delle colture. “Lo Stretto di Messina è il Bosforo d’Italia,… Reggio è il paradiso della Calabria”, anche questo ancora non si sa: “I delfini saltano allegramente, di cui questo mare è la patria classica”. Esercita “il celebre eco di Condojanni”. Sa che, nella patria putativa di tutte le illegalità, Catanzaro ha avuto dal 1497 un habeas corpus, caso unico in Italia, imposto al sovrano assolutista di Napoli: un cittadino non poteva essere imprigionato fino alla pubblicazione della sentenza di condanna, la città non pagava le tasse che non aveva votato.
Charles Didier, Viaggio in Calabria, Rubbettino, pp. 107, €

martedì 7 settembre 2010

Montalbano, il fascistone comunista

Montalbano è qui più fascistone che mai, il fascistone meridionale. Con la fidanzata, con i subordinati, con i cittadini, con i superiori. Simpatico, e giusto – è veritiero. Il fascistone meridionale non è un reduce di Mussolini, anzi lo avrebbe disprezzato, ma è autorevole e autoritario, e tutto dice, sa, fa, e risolve. E non è di sinistra, come l’autore vorrebbe. Dev’essere il centro della simpatia, l’interprete del sentimento comune, quello che tutti vorrebbero essere – magari comunista, una volta, nell’intimo, poiché il Pci, che ha avuto al Sud breve vita, si è creata per quei lontani anni un’aura d’irenismo e giustizia, ma non del Partito.
La stessa concezione che Camilleri ha del Pci e del movimento è di destra: del galantomismo, per l’ordine e il coraggio. Il che non vuol dire che lui stesso non possa essere stato del Pci fin da ragazzo, come pretende: il Pci si riconosce anche in Malaparte e Montanelli, perfino in Longanesi. È possibile. Ma, scrivendo, privilegia la verità: la spia è nell’assenza del “tutto mafia”, l’idiozia del Pci che lo ha sradicato presto dalla Sicilia.
Andrea Camilleri, La luna di carta

Il mondo com'è - 44

astolfo

Cina – Il regime di massimo comunismo: controllo sulle migrazioni interne, controllo delle rivendicazioni salariali, pena di morte per i delitti contro la proprietà. E di massimo capitalismo: orario lungo, lavoro notturno, lavoro, senza igiene, senza aria, quello che una volta si diceva sfruttamento. Con uno sforzo massiccio e decisivo per salvare il “mondo”, il capitalismo, dalla crisi: il capitalismo morente salvato dal comunismo, non è una novità.
Ma, con tante fini del capitalismo, fino alla caduta del Muro, ora che la verità è manifesta nessuno che osi dirla. Nel campo (ex) marxista naturalmente, ma anche in quello liberale: una Trilaterale rediviva ci vorrebbe che rianalizzasse lo stato del capitalismo. Un nuovo Huntington ci troverebbe non più tanto disordine, anzi perfino un eccesso d’ordine – ammesso che per un liberale la pena di morte per un furto sia un eccesso d’ordine. E apprezzerebbe il comunismo meglio dei generali che quarant’anni fa avocava.

Figli – La famiglia è filiocentrica, quella del figlio unico come della figliolanza plurima, dal punto di vista dell’equilibrio affettivo generale, del rapporto di coppia, dell’organizzazione familiare, della spesa. Lo si vede dalla filmografia americana, è così anche in un paese tradizionalista quale è l’Italia. Mentre i genitori continuano a non essere nulla per i figli: non lo erano quando la prima ambizione era di liberarsene, non lo sono ora che volentieri rimangono nel nido.
La famiglia filiocentrica è sbilanciata. Questa concentrazione degli affetti sui figli dentro il nucleo familiare rifletta una doppia delusione, verso una prospettiva di sviluppo (ruolo paterno) e verso l’etica sociale (ruolo materno). Ed è concitata: esaltata, viscerale, eccessiva. E organizzata su un asse sbagliato: l’incertezza generale pesa, senza più dighe o ombrelli, direttamente sui figli (lavoro, casa, reddito) e ne rafforza l’insensibilità generazionale. Tonnellate di affetto che moltiplicano l’insicurezza.

Germania – Pensare che l’hanno riunificata i polacchi!

Un paese di passaggio. Germanico, romano, goto, franco, feudale (principi e vescovi in quantità industriale), prussiano, weimariano (disinibito), hitleriano, renano. Ancora alla ricerca di una radice solida. E la più antica è la più ridicola, quella greco-pelasgica: Heidegger-Nietzsche come Snorri Sturluson, che fa discendere il suo Thor da Ettore.
Non si è reinventata dopo l’hitlerismo. Nel quale ha culminato, lo diceva Nietzsche, l’irresistibile ascesa prussiana-bismarckiana. Liquidando l borgehsia “goethiana” del ’48, tradizion alista e moderna, eticamente e psicologicamente solida, colta. Cioè aperta. La Germania renana e questa sono un pulviscolo piccolo borghese, disorientato e non aggregante – G.Grass ne è epitome. Buona forse, ma amorfa.

Giustizia – Quella politica, alla Borrelli-D’Ambrosio, o alla Castro-Khomeini, è in realtà politicva poliziesca o repressiva. È un uso violento della politica, nulla a che vedere con la giustizia, quale che essa si voglia.

Gramsci – Se ne sa tutto, eccetto che cosa pensasse dei grandi fatti degli anni 1930: il nazismo (e lo stesso fascismo), lo stalinismo e le purghe, la Guerra d’Africa, la rivoluzione spagnola. Autocensura? Non era il tipo. Censura del carcere? Ma passò quasi un anno libero, fra il 1936 e il 1937, malandato ma in continui conversari con Piero Sraffa, uomo di fiducia di Togliatti, e la cognata tatiana, e non è immaginabile che parlassero solo di problemi pratici.

Italiani – Per secoli sono stati caratterizzati per essere anarchicamente umani, e quindi liberi. Da vent’anni sono avidi. Lo sono? O lo sono per i Procuratori della Repubblica, avventurieri d’ogni bordo, e per gli antropologi che hanno perduto la guerra?

Vincono solo negli sport di squadra – in atletica nella difficilissima staffetta. E negli sport individuali vincono solo nelle specialità di fondo – di fatica.

Leggi – Si fanno per dare sicurezza. Ma sono state trasformate in veicolo d’incertezza e paura. Sino nate per regolare la libera iniziativa, he tende alla prepotenza, ma si usano oggi per la schermaglia politica, per scardinare le convenzioni sociali di base, per allargare la sopraffazione. V. le leggi elettorali cambiate a ogni elezione, e perfino a elezione aperte, le innumerevoli leggi sul lavoro, la legge sull’immigrazione, e le applicazioni volutamente distorte della legge da parte dei giudici.

Par condicio – La lottizzazione dell’opinione. Si potrebbe dire geniale, se non fosse fascista: sono ammesse solo le opinioni che hanno il 4 per cento in Parlamento.

Piccolo borghese – È quello che ha un’opinione su tutto, anche sui calzini del vicino di tram, ed è polemico e permaloso, per distinguersi, sottrarsi in qualche modo alla massa ci è destinato. Ma vi s’impiglia, benché senza colpa, non sapendo pensare. L’individualità è un bene da conquistarsi e un’arte, non viene assegnata – non è un diritto.

Polonia – Ha abbattuto il comunismo e dissolto l’Unione Sovietica. Ha riunificato la Germania. Che grande generosità verso le due potenze che hanno tentato di annientarla ancora per metà Novecento.

Prussia – Quando il carattere nazionale, posto che ce ne sia uno, è figlio del caso e della propaganda. Federico II, il padre della Prussia, debutta scappando alla prima battaglia, di fronte a truppe austriache grandemente inferiori per numero. Per poi scoprire, dopo aver vagato nella notte per ottanta miglia, che il suo generale Schwerin alla fine ha vinto. Conclude la guerra ingannando le alleate Inghilterra e Francia con un accordo segreto con Maria Teresa: “Per ingannare gli alleati della Prussia”, scrive lo storico Ritter, “le avanguardie dei due eserciti avrebbero finto delle schermaglie” – Federico il grande è l’Anti-Machiavelli ma nel senso del principe che il fiorentino criticava. Poi ripudia l’accordo con Maria Teresa. Anzi no, fa con lei una pace separata. Tutto questo in pochi mesi. Poi s mette con la Francia contro l’Inghilterra, l’Austria, i principi tedeschi. Il coraggio, la lealtà, l’onore, la fierezza, la durezza?

Rai – Fa il coverage delle notizie come copertura, seppellendo le notizie stesse e la verità sotto la ripetizione e il minutaggio parlamentare. Ma non solo in politica, il suo linguaggio è, vuol essere, insignificante, cioè una copertura del potere in essere, soprastante. Ha inventato la lottizzazione, delle assunzioni e delle carriere, anche minime, e l’ha perfezionata nella “par condicio”, la lottizzazione delle opinioni politiche. Ha impoverito il linguaggio, dapprima la sintassi, ai tempi di Bernabei e Guglielmi, ora il vocabolario, stantio, ripetitivo. Ha imposto l’etica dell’irresponsabilità: sono cattivo perché sono povero, lo Stato non mi dà abbastanza, la colpa è della Fiat, e degli Usa, la mafia sono gli altri. È l’ultimo “bene pubblico”.

Sesso – Non mai stato così diffuso, e inutile. Senza figli (continuità) e senza affetti è pura ripetitività, alla Sade. Una forma di masturbazione.
Non è affermazione ma attenuazione dell’identità – per la ripetitività, che sterilizza. Un succedaneo, Che può anche incidere profondamente, nel senso dell’egoismo, fino alla violenza, o dell’indifferenza, gaia o triste. La licenza di massa, la novità dell’epoca, porterà a una nuova umanità (sensibilità)? Potrebbe aiutare la sterilità “sociale”, di cui la terra sovrappopolata ha bisogno.

astolfo@antiit.eu

lunedì 6 settembre 2010

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (67)

Giuseppe Leuzzi

Un deputato aborigeno è stato eletto in Australia a centodieci anni dalla Costituzione. Al Sud è andata meglio.

“Alcuni boss praticano regolarmente l’omosessualità”, assicura il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gratteri. Non ci lasciano scampo.

“È innegabile che gli arresti ci siano, ma la mafia se la ride”, aggiunge Gratteri. Dobbiamo dunque non arrestarli?

Lo stesso Procuratore aggiunto critica il papa: “Papa Ratzinger sta troppo zitto sulla mafia”. L’antimafia ha bisogno che se ne parli?

Però il dottor Gratteri ha perso una battuta, o i boss: quest’estate vanno i trans - fully functional, non opérés, assicura “Sette-Corriere della sera”.

Sempre il Nord si è incivilito al Sud, in Europa e anche in Asia nell’emisfero Nord (i mongoli in Cina),
Mentre il Sud s’incivilisce a Nord nell’emisfero Sud (in India, in Africa). La civiltà è un fatto di zone temperate?

Si bevono al Sud normalmente bottiglie degradate, vini inaciditi o liquorosi di annate vecchie. I produttori destinano al Sud le rimanenze, che dovrebbero ritirare dal mercato o liquidare a sconto. Al Sud le vendono a premio, come bottiglie d’annata. Al Sud, che il vino lo produce anche per il Nord, non c’è evidentemente neppure questa nozione semplice della cultura del vino: si pensa che un anno remoto sia indice d’invecchiamento, e quindi di qualità.

“Forza Inter” scritto a “Quelli che il calcio” pare che volesse dire: “Ammazza il tale”. Lo assicura un “pentito” che naturalmente è creduto. Ma la cosa non è inverosimile: Moratti e la sua squadra hanno qualcosa del killer.

Calabria
Si celebra “Reggio Capitale”, la rivolta di quarant’anni fa, con libro, dvd, convegni, seminari, manifesti, cerimonie diurne e notturne, una celebrazione favorita dal voto a destra della città nelle ultime due elezioni amministrative. Dal 1970 molto è cambiato: Reggio non è diventata capitale della Calabria ma sì la capitale della sua provincia. La provincia andava a Messina per gli studi, le cure mediche, gli acquisti, gli svaghi, ora tutto questo si fa a Reggio – solo il giornale resta ancora di Messina. Ma senza un progetto. Reggio non ha nessun collegamento con l’enorme ricchissima Piana di Gioia Tauro, che pure sarebbe facile da conquistare, coordinare, indirizzare, con i centri di sperimentazione agricole di cui la città (teoricamente) è dotata, l’informatizzazione, il marketing, la promozione commerciale, i controlli di qualità e garanzia, i consorzi di qualità. Né ha collegamenti col bacino ionico, un centinaio di km fino a Roccella Jonica di spiagge e di sole fruibili da marzo a ottobre. O col Parco dell’Aspromonte, il “bosco sul mare”, una miniera ancora intonsa. Come lo è la diffusa presenza di beni culturali di vario interesse nel territorio, tutti egualmente sconosciuti a Reggio – come del resto solitamente, nei luoghi di pertinenza, a parte i soliti imaginifici “professori”, gli unici cultori di storia locale.

La Calabria ha il record della spesa sanitaria pro capite, 3.100 euro l’anno, contro una media nazionale di 2.250 euro. E ha la sanità peggiore.
Un buon terzo della spesa (la differenza tra la spesa in Calabria e la media nazionale) va per ricoveri e interventi fuori regione.

La Calabria ha una gestione abbastanza oculata, anche se improvvida, della sanità, con 111 euro di sbilancio pro capite. Altre cinque regioni fanno peggio e molto peggio. Ma la sua sanità fa apparire la peggiore in Italia, e forse al mondo.

La scrittrice Angela Bubba lamenta sul “Sole” che si pubblichino “omogeneizzati spettrali, con gli ingredienti ben dosati e testati”. E porta a esempio “un tizio” che, alla sua intenzione di “esprimere un’altra nazione, un altro ambiente, una diversità”, gli ha obiettato: “Basta che non sia calabrese”. Ma è vero che ci vuole un minimo di appeal in ogni cosa, anche nelle diversità – non bisogna necessariamente essere simpatici, ma interessanti sì.

Le case tradizionali nei paesi di montagna in Calabria hanno stanze piccole, spesso con impiantiti in legno, a protezione dal freddo. Ora, grazie al riscaldamento, le cubature sono raddoppiate e triplicate: casone in cemento armato infilano stanze su stanze alte quattro metri, con ampie aperture. Ma il riscaldamento costa spese insostenibili.
Troppi soldi? È possibile: i consumo sono ostentati e suntuari, tanto più nel disordine urbanistico, che incupisce i segni esteriori della ricchezza, e la scontrosità sociale, se non l’asocialità.

È un mondo ricco, “oggettivamente”, che non ha nulla. Nemmeno i canti popolari. Nelle scampagnate e nei gruppi familiari si cantano le canzoni degli alpini, di Firenze, della Romagna, roba da militari con le servette. I matrimoni, l’unica funzione familiare residua, si fanno secondo un’etichetta “americana”, da emigrati. Con maestre di cerimonia. Abiti improbabili, di colore, taglio, tessuto, venduti come capi unici, di alta moda. Fuochi d’artificio. Tavolate milionarie. La tendenza a prolungare la festa per due, tre giorni..
La ricchezza è nella “testa”, come qui pure si dice.

La persistenza, che ne è il segno malgrado la malleabilità, e la pronta irriflessa adesione a tutto ciò che è nuovo e foresto, è una dote o un onere? Enst Jünger, “Entretiens” con J.Hervier, evoca il bisogno di precisione, di linea dritta nel ragionamento, per una sana argomentazione. Ma anche la ricchezza della plurivocità. Parlando bene una lingua “si guadagna sulla precisione delle parole, che sono più univoche, l’idea emerge con più nettezza. Ma la plurivocità è anche qualcosa d’importante nella lingua….”. La parlata calabrese, fatta anche di pause, silenzi, accenni di segni, Le “modulazioni poco percettibili ma estremamente significative” di Jünger , è una lingua a parte, non più in dialetto latino. Ardua da trascrivere in prosa, nessuno scrittore calabrese ci è riuscito. Né ci ha del resto mai provato, lo scrittore calabrese ambisce al riconoscimento nazionale, salvo Antonio Delfino. Pregnante, ma impreciso, E forse inconcludente.

È vero che la cifra espressiva locale, o linguaggio dominante, è il sarcasmo, verso di sé e il mondo.
In una serie numerosa e caratterizzante di scrittori, Delfino, Abate, Vollaro, Alberto Cavaliere, l’abate Conìa nel Settecento, Gian Lorenzo Cardone, autore dell’inno antiborbonico, “Il Te Deum dei calabresi”, il liberale Antonio Martino e il prete Vincenzo Padula, i primi pentiti dell’unità, e compreso, malgrado le sue intenzioni, Carmine Abate - solo escluso Alvaro. Non cinica, e semmai entusiasta, ma cattivissima.
Un altro filone etnico è la protesta, anarchica, anche violenta. Censita più spesso tra i “franchi narratori”, Luca Asprea (Carmine Ragno), Vincenzo Guerrazzi. Ma anche, a suo modo, di Leonida Repaci, e di Leonetti, Abate.
Quello che rimane, beninteso, tolte la bolsa retorica del conformismo risorgimentale e l’afflizione dei “vinti”.

leuzzi@antiit.eu

L’ammiraglio catturato dalla Calabria

C’è anche l’invenzione del viaggio, come c’è, è accertata, quella della tradizione: è una specialità inglese, e il comandante in seconda della Royal Navy Elmhirst, naufragato a Bianco di Reggio Calabria nella guerra contro i francesi nel 1809, ne è uno dei primi autori. Il viaggio non è inventato come quelli del Cinque-Seicento, è anzi rispettoso della date e della geografia, è verosimilmente “raccontato”.
L’ufficiale di Marina Elmhirst non scrisse altro, ma quei sei mesi di “prigionia” (spartiva gli alloggi e le mense degli ufficiali francesi di cui era prigioniero) fino al riscatto, i mesi invernali del 1809, furono un’esperienza che evidentemente lo segnò: quella esperienza in un mondo che non avrebbe immaginato, di briganti violenti, di occupanti francesi più violenti dei briganti, e di gente indifesa, ricca e povera, sarà la cosa degna di nota della sua vita.
Il titolo originale era ufficiale, “Occurrences during a six months’ residence in the province of Calabria Ulteriore….”. E i ricordi sono scritti dieci anni dopo, quando Elmhirst era già tenente di vascello o comandante. Sono però dettagliati, al giorno e all’ora, e perciò “inventati”, anche perché talvolta scantonano (ne nomi dei luoghi, nelle coordinate) e insieme in certo senso nostalgici. Il futuro ammiraglio ricorda gente civile, paesini bianchi e puliti, benché poveri, e ospitalità sempre dignitosa e generosa.
Di Rosarno nota che, al centro di una plaga fertilissima e molto coltivata, è ancora un cumulo di macerie, a trent’anni dal terremoto del 1783. La storia pesa sull’attualità. Mentre quella dei Borboni rapidi ricostruttori dopo i terremoti è probabilmente solo un’invenzione.
Philip James Elmhirst, Nella terra dei “selvaggi d’Europa”, Rubbettino, pp.110, €7,90

domenica 5 settembre 2010

La grazia di Camilleri breve

Aneddoti noti e nuovi scritti in stato di grazia dall’“autore italiano più letto e amato degli ultimi anni”. La forma breve e brevissima delle raccolte come questa gli darà un posto anche nella letteratura. Nel dialetto agrigentino italianizzato che ha imposto ormai come una lingua. C’è il primo abbozzo di Patò, che scompare, non si dica, per amore. La statua di san Calogero che in processione ubriacano di vino. I delinquenti liberati da Garibaldi che tagliavano le teste ai cristiani e ci giocavano – il tema di “L’altro figlio” di Pirandello è storico, Camilleri ne ha la testimonianza. Con la sceneggiatura sorprende perfino il noto aneddoto del Cristo risorto al Sud, alle elezioni del 1948, con la Bandiera Rossa.
Andrea Camilleri, Gocce di Sicilia, Mondadori, pp. 93,€ 9

Letture - 39

letterautore

Céline, Hamsun, Pound – Furono criminali di guerra, non c’è dubbio. Ma perché i poeti sono così trasgressivi? Perché credono alle idee, fuori dai codici politici. Hanno la colpa di essere. E questo non è un bene?

Don Chisciotte – Saprofita della lettura. Essendo bersaglio (vittima) dell’autore.

Umberto Eco – Sparge buonsenso, ma ci copre punte velenose di sadismo. Contro l’univevrsdità di applicazione e ricerca un’iniezione di mediocrità, con ruoli aperti e ope legis. Contro la scrittura il fogliettone, o il gioco in forma di enigmistica. Contro il “dovere” dell’obiettività nell’informazione uno spreco di saggio pessimismo.

Fine Secolo – È realista. In letteratura e al cinema vanno i fatti. Fu così già nell’Ottocento, e nel Settecento. Poi ritorna la fantasia, il linguaggio. È un fatto scaramantico?-
Si fa nel rifiuto di sé, cioè dell’avvenire – è un fatto di paura? I progetta tori sono al meglio nel postmoderno, la copia, la conservazione, il restauro, il recupero. La filosofia è filologia, lo studio dell’origine e significato delle parole - un’ermeneutica come nostalgia, piccolo cabotaggio di consolazione. L’economia è avidità, arricchirsi, l’unica sua manifestazione sicuramente deteriore – l’economia è ambigua. E la religione spiritualità.

Freud – Bisogna in analisi far parlare il reale per eliminarlo? Dipende, più spesso succede il contrario. Quello che parla sempre di sé, e si atteggia nel teatrino dei sogni, è quello che si odia, che odia gli altri: più parla più s’incrosta. Parlare tradisce.
La sua realtà è iper, alla Warhol. E la verità è mito. Ben congegnato: proiezione di d esideri e racconto (favola, epos).

Germania – I poeti vi vogliono morire giovani, Günther, Novalis, von Kleist, Benjamin, Celan, Hölderlin a suo modo.

Heidegger - O della filosofia come sociologia, con le difficoltà della scienza positiva. I suoi ragionamentoi sulla teologia come scienza positiva si possono rovesciare sulla fenomenologia. Con la fenomenologia oggetto della filosofia diventano le sue categorie e il suo modo di essere. Metodologia e morfologia, non fatti, concetti – i escludono le cose dell’esistenza: cosmo, materia, tempo, passioni, politica… Che inevitabilmente (e il linguaggio ne è monstruum) prendono il cammino della “sistematizzazione (generalizzazione) incerta” proprio della sociologia. La quale se ne fa titolo, di ricerca e innovazione, ma dopo centocinquant’anni si può ben dire che non porta in nessun posto, se non a serie statistiche. Il nichilismo di Nietzsche e Overbeck è chiarissimo. Contestabile (perfezionabile), ma non ne è Heidegger l’interprete finale, il suo è il profondiamo dell’uomo di fumo, o imprecisione.

Un nazionalista culturale. Perfino limitato – è ben più liberale Gioberti, in fatto di ideologie nazionali e di primati. La filosofia tedesca è l’orizzonte e l’obiettivo, incorporandosi un po’ di filosofia greca. Non procede per innesti ma per chiusure, non una specificità o novità emerge dai suoi “Nietzsche” o “Hölderlin”, se non un senso di grandezza che è potenza.
La specificità culturale è tradita non dal cosmopolitismo ma dal nazionalismo. Il nazionalismo ne tradisce la fertilità, murandola in se stessa, la specificità culturale fiorisce nel pluralismo.
Ma è improprio parlare di specificità culturali per nozioni e scienze astratte, la matematica come la filosofia. Riferirvisi è già un primo limite.

Giallo – Parte con l’handicap, il morto. A un certo punto all’inizio bisogna metterci il morto, cioè un non personaggio. E attorno a questa zavorra far ruotare la vicenda. È inevitabilmente un genere cerebrale.

Illuminismo – Non avrà stufato perché troppo rimasticato? Sono brutte le idee di seconda e terza mano, tutte parole chiave e niente intelligenza. L’intelligenza vuole souplesse.

Joyce – È nella tradizione irlandese dell’oralità, dai “Dubliners”all’ “Ulisse” e a “Fnnegan’s Wake”.
“Finnegan’s Wake” è un a ricostituzione del vocabolario,sulle stesse tracce che hanno
Portato all’inglese quela è oggi, latino, sassone, francese, germanico, comprese le parole composte. È un tentativo, freddo come ogni sistemazione: in particolare per le parole composte alla tedesca.

È un esercizio in glossolalia, più esattamente in xenolalia. Nel gusto degli anni Venti: la realtà fatta dai suoni. Più he un eserizio babelico, di creazione attraverso la traduzione, è un composto fonetico. È sempre un’opera scrittain inglese, con incursioni relativamente modeste in altre lingue, ma è un inglese decomposto foneticamente e poi ricomposto.
In questo senso è anche una furiosa rivendicazione ariana (celtica) e materialista di una cosmogonia fonetica le cui origini sono invece esoteriche (mistiche), misteriche (Steiner e l’euritmia), semiitiche (Cabbala).

Nell’“Ulisse” dà corpo (materia) alle evaporate passioni urbane: vite coniugali, appartate e isolate, chiacchiere da pub, tempi e metodi della sopravvivenza organizzata, senza passato e senza futuro. Il mondo per il quale la storia è ridotta a genealogia.

Leopardi – Non fu felice perché lesse e scrisse molto? Il padre, la gobba, la campagna non gli impedirono versi di un a serenità ineguagliabile. Ma era troppo impegnato e non fu sereno. La frequentazione dei classici può essere sconvolgente, vedi anche Nietzsche.

Nietzsche – Un critico culturale – un giornalista quale era Dante per Joyce, inconclusivo quindi. Che ama l’espressione forbita e la stessa retorica. In cerca del sublime, che tanto spesso o evoca e auspica. Una miscela deflagrante.

Come Goethe che, dice in “Wagner a Bayreuth”, poetò per non essere riuscito come pittore, o Schiller che trasferì in teatro l’eloquenza popolare, e Wagner in musica un originario talento di attore, Nietzsche porta in filosofia un talento musicale. La sua logica è la musica, lo stile.

Pivot – Funzionava perché, oltre che ottimo attore-regista, alla Santoro,, coi tempi e i registri sempre giusti, usava il francese nella sua principale caratteristica, l’unità del linguaggio. Corrispondente all’unità (all’orgoglio) della nazione, attorno alla quale le distinzioni e perfino le polemiche, si propongono come aggiunte, si ricompongono. Si continua a ragionare anche in presenza di preconcetti evidenti e faziosità, come se si contribuisse alla verità: nel senso del’aggiungere (dell’arricchire) e non del togliere. Che è poi l’unico senso possibile della letteratura, sia esso uno stato di grazia o di fatica.

Proust – “Osare dichiarare” la propria critica a Proust, s’incitava D’Annunzio (“Di me a me stesso”, p. 195), uno che leggeva, annotava, ammirava.

“Ah, potessi scrivere come voi, Mme Straus!” – detto a quarant’anni. E giù pettegolezzi su come i “le” non possono vedere i “le”, e non li ammettono nel loro salotto, tutti personaggi “ini”, in un mondo “demi”, mondane, vergini, ricchi, nobili, ricostituito con lo psicologismo di cui s’ammantava la scrittura fine secolo. Uno stile cioè adeguato al mondo, che si richiama alla “petite” musica. È un Saint-Simon della borghesia delle professioni, come distinta da quelle della terra, del commercio, dell’industria, del denaro. Imitazione più ridicola che tragica: dei borghesi che non avendo il titolo si apparentano alla nobiltà che non ha le rendite.

letterautore@antiit.eu

sabato 4 settembre 2010

Problemi di base - 36

spock

Rosy Bindi vuole Gianfranco Fini, e si capisce, ma perché Fini dovrebbe volere la Bindi?

Ma è Fini, o l'avatar di “Avatar”? Ne ha pure la soma e il fisico, a parte la coda.

L’intelligenza non può essere che umile, ma si è intelligenti solo se si è umili?

Un governo istituzionale istituisce o è istituito? E in questo caso cosa governa?

Un governo a scadenza significa che è scadente?

“Dio è nei fiori”, dice Sherlock Holmes a un certo punto. E in Sherlock Holmes?

È il linguaggio insignificante la causa dell’insignificanza della comunicazione, o è l’inesistenza della comunicazione (verità, bisogni, progetti) a favorire il linguaggio insignificante?

Se nulla è insignificante, e nulla è casuale o inutile, è il linguaggio insignificante un linguaggio coperto?

Se l’ozono ci protegge dalla troppa luce, perché ci protegge da morte sicura? La morte viene attraverso la luce?

Se un bambino ha già a sei anni l’esperienza di centomila anni, quale è l’età dell’homo sapiens?

spock@antiit.eu

La Calabria, un mondo a parte, apprezzabile

Due memorie di viaggio, nel 1928 e nel 1930, dell’italianista Tuzet allora ventiseienne, invitata dall’Animi, l’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia fondata da Zanotti Bianco e Giuseppe Isnardi, e del giornalista e politico socialista belga Destrées, ministro, ambasciatore prima della guerra a Pietroburgo. Due viaggi senza preconcetti, anche se il “Sud” era già una nozione senza appello, ed entrambi i viaggiatori diffidano del fascismo e della sua propaganda. Nei loro ricordi s’incontra la povertà, ma anche la dignità e la speranza. Con tutte le idiosincrasie dei viaggiatori – Hélène trova Catanzaro abominevole, mentre Destrées due anni dopo dice la città “uno dei luoghi dove l’ospitalità è più completa”.
Il paesaggio è attraente. I costumi delle donne pure. E l’onestà dei propositi – particolarmente apprezzata da Destrées, che proveniva da Napoli. I briganti ci sono, ce n’è la memoria, ma come di criminali – nulla che lasci presagire l’epopea che le istituzioni costruiranno sui loro successori, gli ‘ndranghetisti. Il linguaggio diverso di un mondo a parte, delle maestre, dei bambini, degli anfitrioni occasionali, è accattivante anche se contestabile. Divertente più che risentito nelle sue espressioni estreme: Destrées invita al ristorante per sdebitarsi un gentiluomo di Catanzaro che l’ha colmato di cortesie, ordina specialità e vini pregiati, invia a tavoli di conoscenti, “secondo la consuetudine del luogo”, vini e dolcetti, e al momento del conto lo trova pagato, dal suo ospite – la nota defatigante consuetudine de “il caffè è pagato”.
Hélène Tuzet, Jules Destrées, In Calabria durante il fascismo, Rubbettino, pp. 150, € 7,90

venerdì 3 settembre 2010

Il narratore di S.Holmes è meretrice

Si rilegge Sherlock Holmes con interesse, ogni volta scoprendo altre curiosità. “L’uomo deforme” è la storia di David nell’episodio di Uria e Bethsabea, dichiara lo stesso Doyle con nonchalance, “al Libro Primo o Secondo di Samuele” – al Libro Secondo, 11-12. Il segreto di Sherlock Holmes e Watson è quello del romanziere: “Il ragionatore può produrre un effetto che sembra notevole a chi lo ascolta, perché questi ha mancato proprio quel piccolo punto da cui si dipana la deduzione. Lo stesso si può dire, caro amico, dell’effetto di questi suoi piccoli schizzi (Watson sta trascrivendo i racconti di Sherlock Holmes, n.d.r.), che è del tutto meretricious, dipendendo esso dal fatto che lei si tiene per le mani alcuni fattori del problema invece di spartirli col lettore”.
Si rivede invece Sherlock Holmes senza interesse. Conan Doyle, pure non molto curato e spesso ripetitivo, regge meglio dei suoi registi - l'effetto è all'opposto di Montalbano, che invece è soprattutto il personaggio dei film. Ne sono state tentate tante raffigurazoni ma nessuna regge.
Il famoso metodo è tutto in “Silver Blaze”, il racconto che introduce le “Memorie”: “Il problema è distaccare la cornice del fatto – dell’assoluto, innegabile fatto – dagli abbellimenti di teorici e reporter”, che specie negli eventi di grande richiamo abbondano, “una pletora di presunzione, congettura, ipotesi”. Il problema, cioè il metodo. E alla pagina seguente c’è la ragione di Watson: “Niente chiarisce un caso tanto quanto riferirlo a un’altra persona”. Senza contare l’utilità: il personaggio cronista elimina i discorsi indiretti, le ipotesi, i flashback, e altre noie della lettura.
Arthur Conan Doyle, Le memorie di Sherlock Holmes

Secondi pensieri - 51

zeulig

Cicli – Ascese e cadute sono diventate un pattern psicologico di massa. È vero che non si ascende mai definitivamente, mentre l’unico esito umano certo è la caduta. Però, prima di questo punto, ascesa e caduta, le oscillazioni della sorte, sono un pattern solido.

Civiltà – C’è, e progredisce. Risalendo un fiume, andando cioè alla sorgente, si vede il progredire della civiltà. Che è anzitutto un fatto fisco, di depositi alluvionali e acque dolci a ogni uso.

Denaro – Ha una logica semplice, aritmetica: o c’è o non c’è. Non significa e non implica altro: non prestigio, non influenza, e nemmeno potere. Non ha un potere di accumulo sulla psicologia sociale: viene e va senza residui. Una legge, un errore, un incidente possono disperdere un patrimonio dall’oggi all’indomani, e col patrimonio scompaiono il prestigio e il potere a esso legati – altri sono i fattori del prestigio e della rispettabilità.
Si muove rapidamente, per sequenze esponenziali, questo sì: denaro chiama denaro, è cioè più facile che guadagni un ricco. Ma con altrettanta rapidità il denaro scompare: non è titolo di affidamento per banche e creditori.

Dio – Dante lo chiama l’Altro. Nell’“Inferno”, dopo avere deciso che non se ne può pronunciare il nome. È cioè tutto-il-resto? Sarebbe un’elusione costante.

Diversità – È il segno del’uomo. Non c’è cosa (gesto, pensiero, affetto, passione…) nel mondo uguale, e nemmeno simile, istante per istante, fra i cinque o sei miliardi di esseri umani. Ma non conta, non essendo possibile non essere diversi. La diversità è l’unità.

Educazione – Nulla può sostituire una buona educazione. Ma è un bene rifugio.

Ermeneutica - È un ottimo cuscino – cuscino da testa, da letto, per sognare senza incubi.
Insuperabile come esercizio alimentare. Quante persone e carriere non ha nutrito la Bibbia, per sapere cosa la Bibbia dice, prediche comprese.

Erotismo – È sempre autogeno, anche nel rapporto più appassionato: è l’immaginazione che lo stimola. Da qui il fascino di Proust.
Un fascino non elementare: l’autoerotismo non è elementare, evitando la soddisfazione.

Esistenza - È incidentale. Specie in filosofia – nella realtà è più spesso triviale e ripetitiva. Incidentale nel senso della finitezza, oltre che della casualità. Dove può portare filosoficamente se non ai piani bassi: impotenza e piagnisteo (complotto)?
Può essere una modalità dell’essere, ma insignificante come ogni granello di una serie storica – e più per l’essere.

Filosofia – Si può dire il più vasto, e il più serio, parco di divertimenti che sia stato escogitato, che non porta a nessun fine.

Igiene – Porta alla pulizia, morale, religiosa, politica, etnica. Arcigni censori tengono il mondo pulito con gran di varechinate, lasciandosi dietro campi desolati.
È l’ideologia del Novecento che perdura: fare piazza pulita. La storia contemporanea nasce dall’asepsi del dottor Semmelweiss?

Immaginazione – La realtà va oggi per close-up, primi piani – tanto illusori quanto invadenti. Non c’è però ancora oggi realtà fuori dell’immaginazione. Comunicare onestamente è accentuare (sottolineare e non dissimulare) l’immaginazione.

Individuo – È cattolico: si estrinseca nel perdonarsi, non nella grazia, che viene da Dio. E se la salvezza è nelle opere, allora anche il capitalismo è cattolico.
Se l’ingrediente primo del buon imprenditore è la personalità, il capitalismo è di nuovo cattolico. Il capitalismo si è radicato nel calvinismo solo in quanto denaro e artificio finanzario, per la nota difficoltà della chiesa in materia di usura.

Informazione – È disinformazione.

Intellettuale – È middle-class, ne è l’essenza – non la promozione sociale ma l’affermazione di certezze attrae il ceto medio.

È l’uomo delle idee più che delle cose e degli uomini – della verità, della realtà. Di idee però scadenti. È questo che ne fa la forza – e la perpetuazione – e la condanna.
Si esprime al meglio nelle crisi, per il suo senso d’incompiutezza e ansia (Angst). Le crisi perciò cerca e trova in ogni realtà, i punti di frattura, e quindi in una certa misura le provoca. La crisi attuale, strisciante, senza punti di rottura, non avendo assunto la caduta del Muro, né la globalizzazione, e per questo effettivamente disperante, lo trova disorientato – la crisi è normalmente un arco teso, una possente catapulta.

Legittimità – O dell’irrealtà del diritto. Carlo V era legittimato a governare in Italia, e così i suoi discendenti, spagnoli o austriaci. Hitler era legittimato alla Slesia, e anche a Danzica, perché no. Una moglie, o un marito, legittimi possono viceversa non ereditare nulla della moglie o del marito. Il principio di legittimità fissa un diritto, e anche il contrario: fissa l’irrealtà.

Nichilismo – È un’oscura camicia di forza, non è liberazione, wilderness, born free. Si qualifica per il rifiuto della tecnica, che è il proprio dell’uomo. È un rifiuto – un aristocratismo dsumano – che apre forse una nuova dimensione, un “buco nero” dello spirito.
Ma forse è solo un sottoprodotto del Novecento, della cultura del sospetto. Quell’Angst che lo sottende è un’estenuazione del romanticismo decadente – il Novecento essendo stato una deriva dell’Ottocento.

Potere – Nella chiave di Swedenborg è il demonio. Swedenborg vede il demonio non come un individuo ma come una serie di individui, tutti perpetuamente litigiosi, impegnati tutti l’uno contro l’altro.

È la tela di Penelope. Si potrebbe rileggere Penelope in questa chiave – più iinterssante di omero è donna.

Povertà – Non è un fatto economico, è la bruttezza. Che non è un fatto estetico, ma etico.

Viaggiare - È avvicinarsi. O allontanarsi? È tutt’e due, una compresenza: nel mentre che ci si approssima alla novità si ritorna con occhio nuovo al noto, sotto forma di nostalgia, critica, rifiuto, per la prospettiva mutata – è l’eterna tela di Penelope dell’ermeneutica. Succede di spostarsi anche senza viaggiare, navigando con la memoria.
Il viaggio si connota per la lontananza. Succede nella vita di ogni giorno con l’ironia, la lontananza di chi è condannato allo straniamento. Chi ha provato la lontananza, in realtà, ritorna più volentieri.
Se non che l’esilio c’è, la voglia di espulsione, l’ostracismo non l’ha inventato la politica greca, e uno si ritrova spesso fuori, tenuto alla porta.

Siamo nomadi. Uno pensa di trovare una casa, un approdo, ma in realtà è sempre on the road. Anche la nostalgia è del viaggio più che della casa Viaggio nell’immaginario, nel desiderio, nel ricordo, ma sempre una ricerca è.

zeulig@antiit.eu

giovedì 2 settembre 2010

Moravia-Kissinger, la nota coppia clandestina

La collaborazione di Moravia con la rivista di Kissinger dei primi anni Cinquanta, “Confluence”, è una colpa per lo scrittore. Lo scrive il “Corriere della sera”, e lo annuncia nei titoli: “Il silenzio del «doppio» Moravia”. Lo scrittore, aggiunge il giornale, se ne vergognava, al punto di non parlarne mai. E fa puntellare il senso di colpa dalle testimonianze di “strane omissioni” e silenzi da parte dei suoi intimi, Dacia Maraini, La Capria, Antonio Debenedetti, Alain Elkann e Montefoschi. Una “denuncia”, una cistka si sarebbe detto nell’Urss, che è un esempio incredibile di perdurante sovietismo, in Italia, nell’anno 2010 – devono essere stati amici distratti, questi di Moravia, si capisce che lo scrittore ne fosse insofferente. 
La collaborazione di Moravia a “Confluence” Enrico Mannucci, purtroppo per lui, tenta di far diventare “coperta”, mentre era pubblica e nota. “Confluence” non era una rivista clandestina. Ed era una rivista di Harvard, non della Cia, alla quale collaborarono Hannah Arendt, Karl Jaspers, lo storico poi kennedyano Schlesinger, Arthur Miller tra i tanti.
Nel 1957 Adriano Olivetti ne volle una corposa antologia in italiano, oltre cinquecento pagine, intitolata “Totalitarismo e cultura”, per le sue Edizioni di Comunità, a cura di Leo Valiani, con prefazione di Garosci, che fu molto letta. Nella quale c’è anche Moravia, che non vi ha un solo contributo. Il “Corriere della sera” lo limita a uno forse per il titolo, “Communism and art”, pronubo di gossip. Moravia era invitato a scrivere su “Confluence” come altri scrittori italiani, progressisti ma non comunisti, per esempio Corrado Alvaro, o Enzo Enriques Agnoletti – di cui Enrico Mannucci dovrebbe avere conservato memoria.
Mannucci, sempre lui, trova a Firenze un professore moraviano che dice: “L’articolo americano non figura nelle bibliografie compilate finora. Non ne conoscevo l’esistenza”. Male. Poi lo stesso professore trova che l’articolo era stato già pubblicato da Moravia su “Nuovi Argomenti”. Che non vuole dire nulla. Infine scopre che la redazione kissingeriana, benché più breve di quella italiana, contiene diversi “aforismi” (il testo è in forma di riflessioni brevi, la futura scrittura di frammenti) di elogio dell’arte nell’Urss.

Evitare Gheddafi? Troppi 7 anni al Quirinale

Napolitano non vuole incontrare Gheddafi, che è dopotutto un capo di Stato, e allora s’inscena la mancata comunicazione al Quirinale della visita da parte del ministero degli Esteri. Che è esattamente la sindrome gheddafiana, l’estemporaneità. Mentre lo stesso Napolitano prende gusto, in mancanza di meglio, alla sceneggiata politica quotidiana, e dall’intervento quotidiano su qualsiasi argomento passa all’ironia e agli sfottimenti. Anche dove meno uno se lo aspetterebbe, a Venezia, e a Venezia al festival del cinema. Una visita che sembrava un ottimo segnale, un capo dello Stato capace di sgranchirsi la mente. Ma è divenuta un inciampo e un incubo. “La bussola del colle” è il titolo di qualche commento, ma è una bussola che non ha più il Nord.
Uno dei migliori, se non il migliore negli ultimi decenni, presidenti della Repubblica, praticante della Costituzione, equilibrato, guida politica accorta, scende, non al livello del golpista Scalfaro né a quello demenziale di Cossiga, ma solo poco più su, alla chiacchiera da bar. C’è chi vuole che la cosa non sia casuale: Napolitano vorrebbe far finire la legislatura anzitempo, in modo che l’elezione del suo successore sia fatta da un altro Parlamento. È improbabile, fino ad ora ha sempre mostrato di volersi tenere i governi che il Parlamento gli ha espresso, ma è possibile. Allora, però, si rafforza l’argomento principale di chi vede troppo lungo il mandato presidenziale. Sette anni sono troppi, e l’attitudine dei capi dello Stato dopo Einaudi (una presidenza temperata da De Gasperi) lo dimostra: Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Cossiga, Scalfaro. Pertini e Ciampi hanno mostrato più equilibrio, ma non senza smagliature. Cinque anni sarebbe il periodo massimo di tolleranza del potere assoluto, come è stato riconosciuto in Francia, dopo le troppo lunghe esperienze dei successori di De Gaulle – o quattro, come negli Usa, se non si vuole fa combaciare la presidenza col mandato parlamentare.

mercoledì 1 settembre 2010

Ombre - 60

La società creata da De Benedetti in Borsa a fini speculativi, la CdbWebTech, è sanzionata dalla Consob, dopo tormentata istruttoria, per insider trading nel 2005. La Consob va così veloce?
Tra i tanti giornali, la "Repubblica" di De Benedetti è quello che dà i particolari veri della multa: la speculazione a opera di cognate, cognati, e nipoti di De Benedetti. Segno che l'esitore non è cattivo, la servitù è solo volontaria (ogni giornalista ambisce a "Repubblica")

“Alcuni boss praticano regolarmente l’omosessualità”, assicura il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gratteri. Non ci lasciano scampo.
“È innegabile che gli arresti ci siano, ma la mafia se la ride”, aggiunge Gratteri. Dobbiamo dunque non arrestarli?
Lo stesso Procuratore aggiunto critica il papa: “Papa Ratzinger sta troppo zitto sulla mafia”. L’antimafia ha bisogno che se ne parli?

Però il dottor Gratteri ha perso una battuta, o i boss: quest’estate vanno i trans - fully functional, non opérée, assicura “Sette-Corriere della sera”.

Avanza Passera, il candidato di Fini per il governo “istituzionale” – i governo sono parlamentari, ma i democratici in Italia fanno eccezioni.
Abbiamo avuto i candidati dello schermo, belli, fotogenici. Avremo i candidati ombra? Perché certi politici si vergognano?.

Un deputato aborigeno è stato eletto in Australia a centodieci anni dalla Costituzione. Al Sud è andata meglio.

Alvise Zorzi scrive una lettera indignata, che il “Corriere della sera” pubblica come articolo, in cui plaude alla bocciatura della pubblicità nuda in piazza San Marco a Venezia decretata dal sindaco. È vero che Venezia era libertina, dice lo scrittore, ma non in pubblico. Non tra il popolo, avrebbe dovuto dire, al quale invece la Repubblica imponeva leggi severissime. Quanto ai gay, aggiunge, li decapitava in Piazzetta, tra due colonne. Falliche? Senso del ridicolo?

L’ex medico della nazionale francese di calcio pubblica le memorie. Che non interessano a nessuno. Ma sa che potrà venderle in Italia mettendoci dentro Zidane e Deschamps drogati al campionato del mondo del 1998, che la Francia vinse. Titolo appannato? No, si sa che il medico è un opportunista. E perché Zidane e Deschamps, e non altri? Perché erano giocatori della Juventus, e quindi… Non propriamente positivi, li dice il dottore, il dottore non lo sa, ma un po’ troppo bravi per i suoi gusti. Anzi, nemmeno questo il dottore dice, ma dice che tutti sapevano che la Juventus adoperava all’epoca suo speciali preparati.

Sfilata di architetti sul “Messaggero”, che progettano nuovi quartieri al posti di quelli vecchi, volta a volta “insostenibili”, “inabitabili” eccetera. A Roma, la città che è in rosso per un miliardo, o poco meno. Sul giornale di Caltagirone, il costruttore più grande.

È insofferente Pierluigi Battista, nella sua rubrica di spazzature sul “Corriere della sera”, della finta polemica con cui il teologo Mancuso è diventato uno dei famosi. Ma non osa dirlo, lo fa dire a Travaglio. Perché Mancuso lo corteggia la Bompiani-Corriere della sera?

Dunque i Passera, del partito degli onesti, tenevano i soldi nel paradiso fiscale di Madeira, al largo del Portogallo. Lo ha scoperto Mario Gerevini del “Corriere della sera”. Undici milioni e mezzo. Di cui otto avuti in mutuo nel lontano 1999 dal San Paolo di Torino, che poi Corrado comprerà,su un loro albergo non di lusso a Como, “Villa Fiori”. Gli altri 3,5 milioni sono i dividendi e le riserve utili maturate in questi undici anni, investendo il mutuo in reddito fisso. Poi si dice che le banche non promuovono gli investimenti.

Tutte le operazioni dei Passera sono dichiarate in bilancio. Gerevini ha trovato i movimenti e gli ammontari tutti ben specificati nel bilancio 2009 della Lariohotels della famiglia Passera. E questo è il punto: il reddito si sottrae al fisco in Italia alla luce del sole, l’evasione fiscale è un problema di leggi, non del cattivo carattere degli italiani.

“Forza Inter” scritto a “Quelli che il calcio” pare che volesse dire: “Ammazza il tale”. Lo assicura un “pentito” che naturalmente è creduto. Ma la cosa non è inverosimile: Moratti e la sua squadra hanno qualcosa del killer.

Ristagno, il prezzo della delocalizzazione

La delocalizzazione esporta lavoro e capitali, a Timisoara, in Albania, in Slovenia, in Turchia, dove il lavoro costa meno per unità di produzione standard. Ma riducendo, alla sommatoria, il reddito disponibile: i capitali, il monte salari, e in circolo ogni altra fonte di reddito. La delocalizzazione è esportazione di reddito e quindi di capacità d’acquisto. Per questo la domanda interna ristagna.
La delocalizzazione è anche una pausa, quando non una riduzione, della produttività. Settoriale, nelle attività coinvolte, e generale. Per i mancati investimenti nei settori coinvolti, e per effetto del peso cresciuto che le attività protette o captive, banca, assicurazioni, servizi, e lo sterminato comparto della pubblica Amministrazione, hanno nell’economia generale.
Il fatto è ben noto in Germania, dove la delocalizzazione si fa a condizione di accrescere i beni e servizi nazionali da conglobare nell’accresciuta produzione. Con l’effetto di avere una produttività cresciuta di un 10 per cento negli ultimi dodici anni, quelli della ristrutturazione più massiccia, mentre in Italia la produttività risulta ridotta del 6 per cento. Con la creazione di una forbice insostenibile, in un mercato aperto, concorrenziale, tra i margini della produzione unitaria in Germania e in Italia.
Il fatto è peraltro noto anche in Italia. La voragine tra i due sistemi produttivi è dovuta alla risposta diametralmente contraria del sindacato italiano rispetto a quello tedesco. La posizione italiana è sempre quella della difesa del contratto nazionale e dello statuto dei lavoratori, con paghe stagnanti o in calo in termini reali, e un mercato del lavoro sempre più asfittico. Mentre quella tedesca è stata di salvare il reddito complessivo, garantendone una crescita adeguata, e il mercato del lavoro. Questa posizione ha anche giovato al sistema produttivo, come si vede, in una sorta di circolo virtuoso.