L’amore continua a essere una storia tra lei e l’amante, l’adulterio. Dei tempi felici in cui l’uomo era ancora in diritto di avere un’amante, adulterina. E di tradirla. Ma poi lui deve lavorare, e la storia finisce male. D’altra parte l’autrice aveva solo 23 anni, e due lingue diverse con cui confrontarsi. Benché già con tre vite dietro.
Irène Némirovsky all’esordio non è ancora turbata dall’esilio. Né dalla cittadinanza negata. Ma ha già il complesso dell’ebraismo.
Irène Némirovsky, Il malinteso, Adelphi, pp.190, € 12
sabato 16 ottobre 2010
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (71)
Giuseppe Leuzzi
Pasquale Villari due delle sue “Lettere meridionali” seconda serie, al direttore dell’”Opinione” di Firenze Alessandro Dina, intitola nel 1875 “La camorra” e “La mafia”. La prima è insuperata ancora oggi. Lo storico napoletano pone l’origine della camorra nell’abolizione del feudalesimo e nell’unificazione dell’Italia. Nell’uso spregiudicato dei camorristi come gestori dell’ordine e del commercio da parte di Liborio Romano, il ministro borbonico dell’Interno passato con Garibaldi, e dei nuovi amministratori. E nell’abbandono a se stessa della plebe da parte dello stato unitario. Mentre in antico la Corte, le grandi famiglie e i conventi davano di che vivere alle masse. C’era un equilibrio, seppure non produttivo. “Un primo colpo” questo equilibrio “lo ebbe dall’abolizione del feudalismo. Le grandi fortune si divisero, incominciò la piccola proprietà, e, per le mutate leggi, una serie di interminabili litigi innanzi ai tribunali. Molto se ne avvantaggiarono il ceto degli avvocati e la borghesia; ma la plebe si trovò come abbandonata, perché le scemate fortune non potevano facilmente aiutarla, e le nuove industrie non sorgevano”. Più tardi Villari osserva: “La legge suppone che il camorrista non faccia altro che guadagnare indebitamente sul lavoro altrui. Invece esso minaccia e intimidisce, e sempre per solo guadagno; impone tasse; prende l’altrui senza pagare; ma ancora impone ad altri il commettere delitti, ne commette egli stesso, obbligando altri a dichiararsene colpevole; protegge i colpevoli contro la giustizia… L’organizzazione più perfetta della camorra trovasi nelle carceri, dove il camorrista regna. E così, spesso si crede di punirlo, quando gli si dà solo il modo di continuare meglio la sua opera”.
Della mafia molto c’è di nuovo. Ma sulle origini è Villari ancora il migliore interprete: la mafia fa capo ai paesi vicini a Palermo, segnalava nel 1875, ai Monreale e Partinico, e cioè alla Conca d’Oro e al il Golfo di Castellammare, dove non esiste grande proprietà, e la piccola proprietà è dominante. La piccola proprietà che recinge la città, chiusa tra le sue grandi famiglie, domina il paese, in accordo con gabelloti, campieri e commercianti di grano, con l’usura e la violenza. La mafia nasce nella Sicilia orientale “dalle condizioni speciali della sua agricoltura”.
La mafia e il brigantaggio sono la conseguenza di una crisi sociale acuta: è tesi della Destra liberale, anticipata da Pasquale Villari in una delle sue “Lettere meridionali” del 1875, prima che della sinistra.
“L’unità d’Italia è stata per il Mezzogiorno un disastro”: Gaetano Salvemini.
Il magistrato scrittore De Cataldo pubblica un romanzo sui traditori del Risorgimento, e nell’occasione dice a “Repubblica”, a Curzio Maltese: “(Quello con le mafie) è il patto fondante di ogni potere. Il Sud e la Sicilia in particolare sono il laboratorio del compromesso, ieri come oggi e, tempo, domani”. Prima aveva detto, a proposito del terrorismo: “Nell’attentato bombarolo di orsini a Napoleone III, che non uccise il tiranno ma provocò otto morti e centoquaranta feriti, Mazzini non c’entra nulla. Si sospetta invece che c’entrasse molto il futuro presidente del consiglio Grancesco Crispi e si sa che Cavour diede soldi a Orsini e al suo gruppo”.
“Su una tratta di quell’enorme cantiere (la Salerno-Reggio Calabria, n.d.r.) ci sono stati 120 attentati”, denuncia il ministro dell’Economia Tremonti. Non ci sono i carabinieri?
L'odio-di-sé-meridionale
Verga prima di Corrado Alvaro: l’ideologia di vinti ha disfatto il Sud, se ancora ce n’era uno. Non c’è più pathos se non vittimista. Ciò tara la gioia, e quindi la gioia di essere, di fare: il riscatto.
Dei greci della Calabria e in Terra d’Otranto, “dove si parla un dialetto, ch’è assolutamente greco”, parla lo storico Pasquale Villari in una delle sue “Lettere meridionali” nel 1861. Ma giusto perché i tedeschi ne parlano: “Il Niebuhr aveva già notato questo fatto; più tardi qualcuno dei nostri canti popolari greci fu pubblicato in Germania; e vi furono anche dei dotti i quali pretesero sostenere che quello era greco antico”. Dotti anch’essi tedeschi, questa storia non riguarda l’Italia.
Da Pasquale Villari a Rosario Romeo il Sud scompare dalla storia d’Italia. A opera soprattutto degli storici meridionali. Un’appendice, purulenta.
Alvaro è ben più dell’odio-di-sé meridionale. È lo scrittore più cosmopolita del Novecento dopo Pirandello. Cosmopolita in senso proprio, non per carrierismo culturale alla D’Annunzio, Malaparte, Calvino. E perciò poco amato: la critica, anche accademica, è singolarmente provinciale.
Il cosmopolitismo non è di per sé patente di buona scrittura. Ma è comunque un motivo d’interesse in più. Che però non ha rilievo critico, a petto dei provincialismi: regionali, dialettali, familiari, generazionali. Tutti asfittici, domestici, chiusi. Anche da parte dei cultori di Proust e dell’espressionismo tedesco.
Sicilia
Terra di vulcani e terremoti. Di magnetismo forte.
Non è mai verità. Perfino Sciascia ha vaste riserve mentali.
Sciascia è manzoniano, quindi antimeridionalista: è narratore raziocinante, costruito. Come Manzoni, è il problema del potere che lo agita, non la violenza, o la bellezza, l’amore, la natura, la morte.
Dunque il governo Lombardo ter o quater in Sicilia esiste. Che sembrerebbe impossibile e perfino inimmaginabile, eppure è stato votato. Un governo Milazzo in formato minimo, con un ex Dc poi berlusconiano screditato, incapace di una sola iniziativa di governo in due anni, indagato per mafia con qualche fondamento, che mette insieme gli scarti di quattro partitini e si fa un suo personale governicchio. I voti li porta il partito Democratico. La voglia di dissoluzione in Sicilia e al Sud degli ex comunisti non ha confini.
L'onorevole Briguglio, che segue il fondatore Fini fin dal vecchio neo fascismo, saluta incisivo il Lombardo Ter, o Quater: "La terra di Sicilia può essere il granaio di Futuro e Libertà". Lo stile, quello, non muta: è sempre quadrato, incisivo. I democratici dovranno andare a scuola di (neo?) retorica.
Cosa manca? La costanza. Fare le marmellate per un secolo e mezzo, come gli inglesi, con gli agrumi della Sicilia. Un impero Sunsweet, costruito in California sulla prugna secca, è impensabile al Sud – è faticoso già pensarci.
leuzzi@antiit.eu
Pasquale Villari due delle sue “Lettere meridionali” seconda serie, al direttore dell’”Opinione” di Firenze Alessandro Dina, intitola nel 1875 “La camorra” e “La mafia”. La prima è insuperata ancora oggi. Lo storico napoletano pone l’origine della camorra nell’abolizione del feudalesimo e nell’unificazione dell’Italia. Nell’uso spregiudicato dei camorristi come gestori dell’ordine e del commercio da parte di Liborio Romano, il ministro borbonico dell’Interno passato con Garibaldi, e dei nuovi amministratori. E nell’abbandono a se stessa della plebe da parte dello stato unitario. Mentre in antico la Corte, le grandi famiglie e i conventi davano di che vivere alle masse. C’era un equilibrio, seppure non produttivo. “Un primo colpo” questo equilibrio “lo ebbe dall’abolizione del feudalismo. Le grandi fortune si divisero, incominciò la piccola proprietà, e, per le mutate leggi, una serie di interminabili litigi innanzi ai tribunali. Molto se ne avvantaggiarono il ceto degli avvocati e la borghesia; ma la plebe si trovò come abbandonata, perché le scemate fortune non potevano facilmente aiutarla, e le nuove industrie non sorgevano”. Più tardi Villari osserva: “La legge suppone che il camorrista non faccia altro che guadagnare indebitamente sul lavoro altrui. Invece esso minaccia e intimidisce, e sempre per solo guadagno; impone tasse; prende l’altrui senza pagare; ma ancora impone ad altri il commettere delitti, ne commette egli stesso, obbligando altri a dichiararsene colpevole; protegge i colpevoli contro la giustizia… L’organizzazione più perfetta della camorra trovasi nelle carceri, dove il camorrista regna. E così, spesso si crede di punirlo, quando gli si dà solo il modo di continuare meglio la sua opera”.
Della mafia molto c’è di nuovo. Ma sulle origini è Villari ancora il migliore interprete: la mafia fa capo ai paesi vicini a Palermo, segnalava nel 1875, ai Monreale e Partinico, e cioè alla Conca d’Oro e al il Golfo di Castellammare, dove non esiste grande proprietà, e la piccola proprietà è dominante. La piccola proprietà che recinge la città, chiusa tra le sue grandi famiglie, domina il paese, in accordo con gabelloti, campieri e commercianti di grano, con l’usura e la violenza. La mafia nasce nella Sicilia orientale “dalle condizioni speciali della sua agricoltura”.
La mafia e il brigantaggio sono la conseguenza di una crisi sociale acuta: è tesi della Destra liberale, anticipata da Pasquale Villari in una delle sue “Lettere meridionali” del 1875, prima che della sinistra.
“L’unità d’Italia è stata per il Mezzogiorno un disastro”: Gaetano Salvemini.
Il magistrato scrittore De Cataldo pubblica un romanzo sui traditori del Risorgimento, e nell’occasione dice a “Repubblica”, a Curzio Maltese: “(Quello con le mafie) è il patto fondante di ogni potere. Il Sud e la Sicilia in particolare sono il laboratorio del compromesso, ieri come oggi e, tempo, domani”. Prima aveva detto, a proposito del terrorismo: “Nell’attentato bombarolo di orsini a Napoleone III, che non uccise il tiranno ma provocò otto morti e centoquaranta feriti, Mazzini non c’entra nulla. Si sospetta invece che c’entrasse molto il futuro presidente del consiglio Grancesco Crispi e si sa che Cavour diede soldi a Orsini e al suo gruppo”.
“Su una tratta di quell’enorme cantiere (la Salerno-Reggio Calabria, n.d.r.) ci sono stati 120 attentati”, denuncia il ministro dell’Economia Tremonti. Non ci sono i carabinieri?
L'odio-di-sé-meridionale
Verga prima di Corrado Alvaro: l’ideologia di vinti ha disfatto il Sud, se ancora ce n’era uno. Non c’è più pathos se non vittimista. Ciò tara la gioia, e quindi la gioia di essere, di fare: il riscatto.
Dei greci della Calabria e in Terra d’Otranto, “dove si parla un dialetto, ch’è assolutamente greco”, parla lo storico Pasquale Villari in una delle sue “Lettere meridionali” nel 1861. Ma giusto perché i tedeschi ne parlano: “Il Niebuhr aveva già notato questo fatto; più tardi qualcuno dei nostri canti popolari greci fu pubblicato in Germania; e vi furono anche dei dotti i quali pretesero sostenere che quello era greco antico”. Dotti anch’essi tedeschi, questa storia non riguarda l’Italia.
Da Pasquale Villari a Rosario Romeo il Sud scompare dalla storia d’Italia. A opera soprattutto degli storici meridionali. Un’appendice, purulenta.
Alvaro è ben più dell’odio-di-sé meridionale. È lo scrittore più cosmopolita del Novecento dopo Pirandello. Cosmopolita in senso proprio, non per carrierismo culturale alla D’Annunzio, Malaparte, Calvino. E perciò poco amato: la critica, anche accademica, è singolarmente provinciale.
Il cosmopolitismo non è di per sé patente di buona scrittura. Ma è comunque un motivo d’interesse in più. Che però non ha rilievo critico, a petto dei provincialismi: regionali, dialettali, familiari, generazionali. Tutti asfittici, domestici, chiusi. Anche da parte dei cultori di Proust e dell’espressionismo tedesco.
Sicilia
Terra di vulcani e terremoti. Di magnetismo forte.
Non è mai verità. Perfino Sciascia ha vaste riserve mentali.
Sciascia è manzoniano, quindi antimeridionalista: è narratore raziocinante, costruito. Come Manzoni, è il problema del potere che lo agita, non la violenza, o la bellezza, l’amore, la natura, la morte.
Dunque il governo Lombardo ter o quater in Sicilia esiste. Che sembrerebbe impossibile e perfino inimmaginabile, eppure è stato votato. Un governo Milazzo in formato minimo, con un ex Dc poi berlusconiano screditato, incapace di una sola iniziativa di governo in due anni, indagato per mafia con qualche fondamento, che mette insieme gli scarti di quattro partitini e si fa un suo personale governicchio. I voti li porta il partito Democratico. La voglia di dissoluzione in Sicilia e al Sud degli ex comunisti non ha confini.
L'onorevole Briguglio, che segue il fondatore Fini fin dal vecchio neo fascismo, saluta incisivo il Lombardo Ter, o Quater: "La terra di Sicilia può essere il granaio di Futuro e Libertà". Lo stile, quello, non muta: è sempre quadrato, incisivo. I democratici dovranno andare a scuola di (neo?) retorica.
Cosa manca? La costanza. Fare le marmellate per un secolo e mezzo, come gli inglesi, con gli agrumi della Sicilia. Un impero Sunsweet, costruito in California sulla prugna secca, è impensabile al Sud – è faticoso già pensarci.
leuzzi@antiit.eu
venerdì 15 ottobre 2010
Fuoco amico sul Pd e sindrome De Martino
La chiamano, suona elegante, scalata. Ma la scena è quella di un banchetto arabo, dove l’agnello è rosolato a fuoco lento, e i convitati ne spiluzzicano brandello dopo brandello, con dita gentili, che non si vorrebbero unte. La vittima di questo non innocuo banchetto è il partito Democratico. Che in termini bellici contemporanei si direbbe vittima del fuoco amico, ma non per caso né per errore, per calcolo. Tre leader divorati in un anno, Veltroni, Franceschini e Bersani. Senza contare l’autoescluso Prodi e il Dalemone. In attesa del papa straniero, il federatore, che dovrebbe essere Fini… Ogni proposta politica, mozione, iniziativa di base o parlamentare, soffocata subito nell’insignificanza. Il gioco delle autocandidature moltiplicato a subitanei picchi di ridicolo. A opera di tutti i giornali sostenitori, che è come dire, senza ingiuria per gli esimi commentatori, dei loro padroni.
“Il Pd non ha appeal (stavo per scrivere “sex appeal”)”, Scalfari su “Repubblica”. Bersani “potrebbe essere un eccellente ministro, non è un convincente capo dell’opposizione”, Michele Serra su “Repubblica”. “Il Pd è oggi un partito senza identità. Alla mercé degli incursori esterni, da Di Pietro a Vendola”, Panebianco sul “Corriere della sera”. I più feroci antiberlusconiani, il gruppo De Benedetti, il gruppo Rcs, i conduttori della Rai, di Sky, della 7, non lasciano passare giorno senza strappare un pezzo a questo Pd. Che statisticamente è impossibile che non combini nulla di buono.
Sono attacchi giornalistici. Ma il Pd non è altro che l’opinione di questi giornali. È l’altro aspetto del problema della sinistra inconsistente – un vero partito in qualche modo si farebbe rispettare. La sindrome è quella dei socialisti di De Martino, che si consideravano i migliori, avevano buona stampa, e a ogni elezione si riducevano. Fino a considerarsi essi stessi un partito d’opinione, soddisfatti di avere qualche articolo gratificante sui giornali dei padroni. Fu su questo vuoto che emerse Craxi. Della stessa sindrome soffre il Pd. Che si accontenta delle comparsate ai talk show dei tanti conduttori amici, e delle interviste di comodo. E finge di non vederne l’opera di dissoluzione.
“Il Pd non ha appeal (stavo per scrivere “sex appeal”)”, Scalfari su “Repubblica”. Bersani “potrebbe essere un eccellente ministro, non è un convincente capo dell’opposizione”, Michele Serra su “Repubblica”. “Il Pd è oggi un partito senza identità. Alla mercé degli incursori esterni, da Di Pietro a Vendola”, Panebianco sul “Corriere della sera”. I più feroci antiberlusconiani, il gruppo De Benedetti, il gruppo Rcs, i conduttori della Rai, di Sky, della 7, non lasciano passare giorno senza strappare un pezzo a questo Pd. Che statisticamente è impossibile che non combini nulla di buono.
Sono attacchi giornalistici. Ma il Pd non è altro che l’opinione di questi giornali. È l’altro aspetto del problema della sinistra inconsistente – un vero partito in qualche modo si farebbe rispettare. La sindrome è quella dei socialisti di De Martino, che si consideravano i migliori, avevano buona stampa, e a ogni elezione si riducevano. Fino a considerarsi essi stessi un partito d’opinione, soddisfatti di avere qualche articolo gratificante sui giornali dei padroni. Fu su questo vuoto che emerse Craxi. Della stessa sindrome soffre il Pd. Che si accontenta delle comparsate ai talk show dei tanti conduttori amici, e delle interviste di comodo. E finge di non vederne l’opera di dissoluzione.
Proust come Gozzano, nel deserto dei sentimenti
Nel 1930, a 24 anni, mentre studia filosofia all’École Normale Supérieure, compagno di corso di Sartre e Aron, l’italianista Beckett, che sa tutto da Dante fino a De Sanctis e D’Annunzio, dà una lettura maestra di Giotto e Giorgione (il “Concerto” e la “Tempesta”), e traduce in inglese Montale e Comisso, scrive su Proust il saggio forse più interessante, certo il più solido, ancora dopo ottant’anni. Specie sul tema della memoria: La “Ricerca” è “un monumento alla gloria della memoria involontaria”, la memoria involontaria ne è il leitmotiv. Ma in una celebrazione ambigua, giocata di fatto sull’ironia.
È una sorta di animismo che Proust pratica, di totemizzazione (Beckett lo dice un féticheur): “La sorgente, l’origine di questo “atto sacro”, gli ingredienti della comunione sono forniti dal mondo tangibile e grazie a un lampo di percezione immediata e fortuita. Il procedimento attiene quasi a un animismo intellettualizzato”. Dopodiché ritiene di poter fare “la lista dei feticci”, gli oggetti che scatenano la memoria: la madeleine naturalmente, le campane di Martinville, gli odori dei gabinetti agli Champs-Elysées, i tre alberi di Balbec, il cespuglio di biancospino presso Balbec, mentre si abbassa per sbottonare gli stivaletti, il pavé nel cortile dei Guermantes, il rumore di un cucchiaio contro il piatto, mentre si asciuga la bocca con una salvietta, il rumore di una tubazione d’acqua, “François le Champi” di George Sand. Una lista che, senza le rime, richiama Gozzano, lievemente al di qua dei baci Perugina: il potere evocativo ha un orizzonte crepuscolare. Come di chi guardasse a occhi bassi, benché immodesti, golosi.
Il tutto confluisce alle “intermittenze del cuore”, di cui in “Sodoma e Gomorra”, anch’esse molto crepuscolari. Col gusto cabalistico di scartare in continuazione, cioè a folle. Nel deserto dei sentimenti. Albertine, il personaggio più indagato, “non è un essere, è una nozione”. E questo è il tratto distintivo: non c’è l’amore in Proust. Anzi ne è escluso: “L’amore più esclusivo per una persona è sempre l’amore di un’altra cosa” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Oppure (“La prigioniera”, II). “Non si ama che ciò che non si possiede tutto intero”. Che, cabalisticamente e non, non succede mai – che vuol dire “possedere tutto intiero”? E dunque siamo condannati all’amore…E ancora (“Albertine scomparsa”): “Si desidera essere compresi perché si desidera essere amati, e si desidera essere amati perché si ama. La comprensione degli altri è indifferente, e il loro amore importuno”.
Peggio ancora per l’amicizia. Che origina in Proust, secondo Beckett, nella vigliaccheria: “L’amicizia non è soltanto priva di virtù come la conversazione, essa è per di più funesta” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Nei “Guermantes” l’amicizia è situata tra la fatica e la noia. Ma trova Proust in quello che sarà il nucleo di Sartre tredici anni dopo, “L’essere e il nulla”: “Sono condannato a vivere sempre al di là della mia esistenza, al di là dei moventi e dei motivi del mio atto”. Che però era già Bergson, certo.
Samuel Beckett, Proust
È una sorta di animismo che Proust pratica, di totemizzazione (Beckett lo dice un féticheur): “La sorgente, l’origine di questo “atto sacro”, gli ingredienti della comunione sono forniti dal mondo tangibile e grazie a un lampo di percezione immediata e fortuita. Il procedimento attiene quasi a un animismo intellettualizzato”. Dopodiché ritiene di poter fare “la lista dei feticci”, gli oggetti che scatenano la memoria: la madeleine naturalmente, le campane di Martinville, gli odori dei gabinetti agli Champs-Elysées, i tre alberi di Balbec, il cespuglio di biancospino presso Balbec, mentre si abbassa per sbottonare gli stivaletti, il pavé nel cortile dei Guermantes, il rumore di un cucchiaio contro il piatto, mentre si asciuga la bocca con una salvietta, il rumore di una tubazione d’acqua, “François le Champi” di George Sand. Una lista che, senza le rime, richiama Gozzano, lievemente al di qua dei baci Perugina: il potere evocativo ha un orizzonte crepuscolare. Come di chi guardasse a occhi bassi, benché immodesti, golosi.
Il tutto confluisce alle “intermittenze del cuore”, di cui in “Sodoma e Gomorra”, anch’esse molto crepuscolari. Col gusto cabalistico di scartare in continuazione, cioè a folle. Nel deserto dei sentimenti. Albertine, il personaggio più indagato, “non è un essere, è una nozione”. E questo è il tratto distintivo: non c’è l’amore in Proust. Anzi ne è escluso: “L’amore più esclusivo per una persona è sempre l’amore di un’altra cosa” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Oppure (“La prigioniera”, II). “Non si ama che ciò che non si possiede tutto intero”. Che, cabalisticamente e non, non succede mai – che vuol dire “possedere tutto intiero”? E dunque siamo condannati all’amore…E ancora (“Albertine scomparsa”): “Si desidera essere compresi perché si desidera essere amati, e si desidera essere amati perché si ama. La comprensione degli altri è indifferente, e il loro amore importuno”.
Peggio ancora per l’amicizia. Che origina in Proust, secondo Beckett, nella vigliaccheria: “L’amicizia non è soltanto priva di virtù come la conversazione, essa è per di più funesta” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Nei “Guermantes” l’amicizia è situata tra la fatica e la noia. Ma trova Proust in quello che sarà il nucleo di Sartre tredici anni dopo, “L’essere e il nulla”: “Sono condannato a vivere sempre al di là della mia esistenza, al di là dei moventi e dei motivi del mio atto”. Che però era già Bergson, certo.
Samuel Beckett, Proust
giovedì 14 ottobre 2010
Non governare, a colpi di riforme
L’università? L’unica speranza a questo punto, prima che le università chiudano, è che si faccia la legge. Una qualsiasi legge. E di questa legge si facciano i decreti attuativi prima che cada il governo. Non si pretendeva da Berlusconi che si occupasse dell’università. Che ha perciò confidato a due signore - e che non gli rompano le scatole, come suole dire in privato. Le due signore magari qualcosa avrebbero voluto farlo, per orgoglio, ma sono politicamente zero. Si addobbano quindi di progetti di riforma, il cui solo esito è di bloccare l’esistente, aggravando i problemi. Che per l’Università sono a questo punto di tre ordini, e insolubili: di risorse finanziarie, di didattica, e di ricerca. L’università di oggi sembra la media obbligatoria agli esordi, imbottita di supplenti: la sola differenza è che i supplenti venivano pagati come insegnanti, mentre i dottori in cattedra non sono pagati, e non accumulano punti per la carriera.
Letizia Moratti ha contingentato i ricercatori, pretendendo che non superassero i cinque anni di attività , ma ha fatto una legge che impedisce qualsiasi concorso. In questi dieci anni l’insegnamento universitario è stato svolto da cultori della materia, non necessariamente col dottorato. Un esito talmente assurdo che dirla incapacità è poco. Razionalizzando, bisognerebbe pensare le due ministre impegnate in realtà a scardinare l’università pubblica, e reintrodurre la selezione sociale attraverso le università private, dove si compra e si paga quello che si consuma. Può essere: è il loro mondo sociale è quello, la dignità è privata. La tecnocrate Moratti si è peraltro distinta nello scioglimento del più ricco e meglio governato centro di ricerca, l’Istituto Nazionale di fisica della Materia, gestito da troppo “comunisti”, dentro il vecchio Cnr della vecchia guardia Dc, compreso il presidente Maiani. Ma, poi, si vede Maria Stella Gelmini bloccare l’unico concorso che in dieci anni le università avevano approntato perché fulminata da un articolo di Giavazzi sul “Corriere della sera” che propone un nuovo modo di costituire le commissioni di esami. E non si può pensare che l’economista della Bocconi, distinto antiberlusconiano, o il “Corriere della sera” vogliano la morte dell’università. Ne vogliono, naturalmente, una migliore, “Milano” non è città illuminista?
Ma si parla dell’università come di ogni altro problema: la sanità, l’evasione fiscale, la criminalità, il lavoro, l’immigrazione. Due governi solidi di Berlusconi non hanno affrontato una sola riforma, sempre in attesa di una migliore. Prodi non si può rimproveralo alla stessa maniera, perché ha avuto maggioranze risicate e traditrici, ma anche dal suo fronte non c’è una sola riforma. Perché questi politicanti inetti, le terze file della Repubblica abbattuta da Milano, vogliono la perfezione. Le leggi infatti non si chiamano più leggi ma riforme. È il linguaggio fasullo della “rivoluzione italiana”. E le riforme non sono niente, nemmeno leggi. Se ne ricordano poche in questi quasi vent’anni di politica. Di leggi effettive, efficaci. Una di esse è la Bossi-Fini, così perniciosa per le famiglie, per gli immigrati, per le questure che non sanno gestirli (e come potrebbero? le questure si occupano dei delinquenti), per la povera Italia che induce a razzismo. Che poi era l’unico fine della legge. Magari non voluto, il che è ancora peggio. L’unica legge buona che Berlusconi può vantare è la Biagi, che regolamenta il nuovo mercato del lavoro. Legge che il suo governo si è trovato opportunisticamente ad avallare, lasciando però l’autore indifeso preda delle Br – avete mai letto di Berlusconi, o di un suo qualsiasi ministro, che promuova un convegno, intitoli una cattedra al suo nome, crei delle borse si studio Biagi?
La cultura del non fare
La “rivoluzione italiana”, o di Mani Pulite (mani pulite a Milano?), o lombarda, di Borrelli, Bossi, Berlusconi, Bazoli, Assolombarda, ha portato la politica alla non decisione in tutto, sotto pretesto della riforma. Che non si fa. Un tempo si sarebbe detto per privilegiare interessi costituiti, di questo di quel potentato, sotto le chicchiere. Può essere, ma soprattutto vige l’indifferenza. Che è incapacità. Si fanno le riforme federaliste solo per aggravare il fisco. Il ministro delle tasse Visco ha introdotto nel 1998 le addizionali Irpef, Regionali e Comunali, su tutti i redditi, con un incremento medio della tassazione dell’1,5 per cento. Un aumento analogo si propone il federalismo di Tremonti: un’addizionale dell’1,5 per cento per i redditi di 28 mila euro. Lordi. Equivalenti a un’entrata di 1.500 euro al mese. Il federalismo, alla fine di tante riforme, sarà stato un aggravio fiscale di tre punti, oltre al titolo di governatore per Formigoni e compagni.
La cultura del fare sarà ricordata per le ridicolaggini del Ponte sullo Stretto e della Tav con la Francia attraverso la valle di Susa. O del piano nucleare. Oltre alla tante Malpensa di cui Milano ha contagiato l’Italia. Il nuovo valico Firenze-Bologna, la Livorno-Civitavecchia, l’allargamento di dieci metri della Salerno-Reggio Calabria che ha già preso dodici anni e ne prenderà quindici, e forse venti. La colpa? È della mafia.
Letizia Moratti ha contingentato i ricercatori, pretendendo che non superassero i cinque anni di attività , ma ha fatto una legge che impedisce qualsiasi concorso. In questi dieci anni l’insegnamento universitario è stato svolto da cultori della materia, non necessariamente col dottorato. Un esito talmente assurdo che dirla incapacità è poco. Razionalizzando, bisognerebbe pensare le due ministre impegnate in realtà a scardinare l’università pubblica, e reintrodurre la selezione sociale attraverso le università private, dove si compra e si paga quello che si consuma. Può essere: è il loro mondo sociale è quello, la dignità è privata. La tecnocrate Moratti si è peraltro distinta nello scioglimento del più ricco e meglio governato centro di ricerca, l’Istituto Nazionale di fisica della Materia, gestito da troppo “comunisti”, dentro il vecchio Cnr della vecchia guardia Dc, compreso il presidente Maiani. Ma, poi, si vede Maria Stella Gelmini bloccare l’unico concorso che in dieci anni le università avevano approntato perché fulminata da un articolo di Giavazzi sul “Corriere della sera” che propone un nuovo modo di costituire le commissioni di esami. E non si può pensare che l’economista della Bocconi, distinto antiberlusconiano, o il “Corriere della sera” vogliano la morte dell’università. Ne vogliono, naturalmente, una migliore, “Milano” non è città illuminista?
Ma si parla dell’università come di ogni altro problema: la sanità, l’evasione fiscale, la criminalità, il lavoro, l’immigrazione. Due governi solidi di Berlusconi non hanno affrontato una sola riforma, sempre in attesa di una migliore. Prodi non si può rimproveralo alla stessa maniera, perché ha avuto maggioranze risicate e traditrici, ma anche dal suo fronte non c’è una sola riforma. Perché questi politicanti inetti, le terze file della Repubblica abbattuta da Milano, vogliono la perfezione. Le leggi infatti non si chiamano più leggi ma riforme. È il linguaggio fasullo della “rivoluzione italiana”. E le riforme non sono niente, nemmeno leggi. Se ne ricordano poche in questi quasi vent’anni di politica. Di leggi effettive, efficaci. Una di esse è la Bossi-Fini, così perniciosa per le famiglie, per gli immigrati, per le questure che non sanno gestirli (e come potrebbero? le questure si occupano dei delinquenti), per la povera Italia che induce a razzismo. Che poi era l’unico fine della legge. Magari non voluto, il che è ancora peggio. L’unica legge buona che Berlusconi può vantare è la Biagi, che regolamenta il nuovo mercato del lavoro. Legge che il suo governo si è trovato opportunisticamente ad avallare, lasciando però l’autore indifeso preda delle Br – avete mai letto di Berlusconi, o di un suo qualsiasi ministro, che promuova un convegno, intitoli una cattedra al suo nome, crei delle borse si studio Biagi?
La cultura del non fare
La “rivoluzione italiana”, o di Mani Pulite (mani pulite a Milano?), o lombarda, di Borrelli, Bossi, Berlusconi, Bazoli, Assolombarda, ha portato la politica alla non decisione in tutto, sotto pretesto della riforma. Che non si fa. Un tempo si sarebbe detto per privilegiare interessi costituiti, di questo di quel potentato, sotto le chicchiere. Può essere, ma soprattutto vige l’indifferenza. Che è incapacità. Si fanno le riforme federaliste solo per aggravare il fisco. Il ministro delle tasse Visco ha introdotto nel 1998 le addizionali Irpef, Regionali e Comunali, su tutti i redditi, con un incremento medio della tassazione dell’1,5 per cento. Un aumento analogo si propone il federalismo di Tremonti: un’addizionale dell’1,5 per cento per i redditi di 28 mila euro. Lordi. Equivalenti a un’entrata di 1.500 euro al mese. Il federalismo, alla fine di tante riforme, sarà stato un aggravio fiscale di tre punti, oltre al titolo di governatore per Formigoni e compagni.
La cultura del fare sarà ricordata per le ridicolaggini del Ponte sullo Stretto e della Tav con la Francia attraverso la valle di Susa. O del piano nucleare. Oltre alla tante Malpensa di cui Milano ha contagiato l’Italia. Il nuovo valico Firenze-Bologna, la Livorno-Civitavecchia, l’allargamento di dieci metri della Salerno-Reggio Calabria che ha già preso dodici anni e ne prenderà quindici, e forse venti. La colpa? È della mafia.
L’uomo di Mosca? Ma era Gramsci
Il Pci è Gramsci, esordisce Canfora. Mentre è, era, si sa, di Togliatti, fino alla fine, e anche dopo – lo è tuttora, anche se il Partito non esiste più, nei suoi liquidatori, i nipotini di Berlinguer. Gramsci del resto ne fu a capo per un solo anno. Dopodiché, dopo che perse la leadership con la prigione fascista, “un invalicabile baratro” si aprì col Partito (di Togliatti). Canfora, si sa, ha fatto di più, celebrando Togliatti come difensore della libertà. Mentre, se i comunisti europei avessero fatto una colossale cistka dopo la loro scomparsa politica, la ripetizione a sinistra della Norimberga americana, Togliatti sarebbe stato uno dei più certi condannati - e questa analisi ne è un esempio: l'allegro cinismo degli intellighenti, mezzo secolo dopo la morte del Migliore.
Ma l’esordio è solo un anticipo: l’uomo di Mosca nel comunismo italiano era Gramsci, intollerante e di brutto carattere, un elitista e quindi uno staliniano. Perché Gramsci era uno staliniano. Perché convinto della bontà del socialismo in un solo paese. E perché “uno dei tratti della tradizione bolscevica che resta più saldo in Gramsci è proprio l’impronta elitista”. Tradizione? Nel pieno del mutamento? Comunque, “l’intreccio fortissimo tra elitismo e bolscevismo... è la chiave di accesso più congrua al problema della collocazione di Gramsci nel solco e nel dramma politico del comunismo europeo”.
Un libro importante del grande scrittore, dove la storia e l’arguzia si fanno serve del falso perdurante. È passato inosservato ma la colpa è proterva. Fanno collana ai tre scritti brevi su Gramsci due su Giulio Cesare, prodromi alla monografia di due anni dopo, e un esilarante, questo sì, pamphlet sul revisionismo “diffuso”, la mania decostruttiva. Salvo ridicolizzare chi fa di Gramsci un “liberista” e un socialdemocratico. Lui che lo fa uno stalinista.
Luciano Canfora, Su Gramsci, Datanews, Remainders, pp.79, € 6
Ma l’esordio è solo un anticipo: l’uomo di Mosca nel comunismo italiano era Gramsci, intollerante e di brutto carattere, un elitista e quindi uno staliniano. Perché Gramsci era uno staliniano. Perché convinto della bontà del socialismo in un solo paese. E perché “uno dei tratti della tradizione bolscevica che resta più saldo in Gramsci è proprio l’impronta elitista”. Tradizione? Nel pieno del mutamento? Comunque, “l’intreccio fortissimo tra elitismo e bolscevismo... è la chiave di accesso più congrua al problema della collocazione di Gramsci nel solco e nel dramma politico del comunismo europeo”.
Un libro importante del grande scrittore, dove la storia e l’arguzia si fanno serve del falso perdurante. È passato inosservato ma la colpa è proterva. Fanno collana ai tre scritti brevi su Gramsci due su Giulio Cesare, prodromi alla monografia di due anni dopo, e un esilarante, questo sì, pamphlet sul revisionismo “diffuso”, la mania decostruttiva. Salvo ridicolizzare chi fa di Gramsci un “liberista” e un socialdemocratico. Lui che lo fa uno stalinista.
Luciano Canfora, Su Gramsci, Datanews, Remainders, pp.79, € 6
martedì 12 ottobre 2010
Secondi pensieri - (54)
zeulig
Analisi – L’incapacità di analisi, l’insensibilità, rende refrattari, e quindi durissimi: nel fascino come nell’astio, e in carriera, in famiglia, in società. È la ragione il proprio dell’uomo?
Conoscenza – Per intuito si rivela a posteriori più spesso esatta che non, basta un po’ di esercizio. Poi si “riconosce razionalmente (evento) la verità”. Molta parapsicologia è questa forma di conoscenza sensitiva, istintuale, affinata. La conoscenza, logica e psicologica, è ancora agli esordi.
Coscienza – È ciò che fa di un uomo un uomo non perché è o comanda cose elevate, ma perché è la prima forma di percezione, e quindi di linguaggio, di codice.
Cristianesimo – “Non possiamo non dirci cristiani” perché abbiamo la speranza – il segno comune col giudaismo, l’attesa. Siamo progressisti, storicisti in un certo senso. E dotati – i soli – di mentalità scientifica: la ricerca è legata alla speranza.
Se c’è un imperialismo dell’Occidente, esso non è cristiano, non si può legare alla speranza. Che è impegno e perfettibilità ma non necessariamente missione. Neanche nel senso dell’esclusione – come è invece dell’ebraismo, e questa è la grande differenza.
Che sarebbe Cristo senza la chiesa? Un qualsiasi Apollonio di Tiana. La pubblicità è l’anima del commercio. E che i copy-writers siano buoni, Giovanni, Matteo, Luca, Paolo.
Dandysmo – È sofferto. È in ciò la sua diversità dallo snobismo. Il dandysmo si radica nella conoscenza, non nel rifiuto di essa, in una piega-piaga della realtà: “So, ma ritengo, o voglio, che…”.
Debole – Il “pensiero” debole è una novità piena di precedenti. Non elevati: camp in americano, kitsch in tedesco. Camp è affollato, prezioso, un po’ Ariosto e un po’ Marino, con D’Annunzio. Kitsch è scarto, ma va da tempo in positivo, ome sorpresa e trasgressione. È il bello dell’ermeneutica volgare.
Dio - È l’uomo. Imperfetto, ma è l’unico che ci pensa, è in grado di pensarci. E poi, perché Dio dovrebbe essere perfetto (ed è impossibile che qualche uomo lo sia)? Anche lui è un’alterità.
Non ha mai goduto di grande autorità. Adamo e Eva l’hanno disobbedito subito. Per una mela, il più insignificante dei frutti, non è nemmeno dolce. Peggio hanno fatto i loro figli.
È vanesio. E anche un po’ cazzone – come l’amico che sempre ritroviamo, irritabile ma bonaccione. Ha creato il mondo per ghiribizzo, non per bisogno, né per uno scopo. Lasciandogli la libertà più piena fin dall’inizio.
È un solitario, condannato a esserlo – come ne parli, ne parli male. Con un buon equilibrio, a questo punto, ma con qualche problema di suscettibilità, e quindi di giudizio.
Filosofia – Abbandonando la natura si è velocemente, perfino voluttuosamente, infognata nei paralogismi: la filosofia è poesia, no, è narrazione, o l’assenza, l'astrazione, Edipo…. Divagazioni sostitutive (consolatorie, terapeutiche) innalzate a logica.
I fisici disprezzano i logici (filosofi) non senza ragione: questa filosofia mette in scacco la natura e sconfigge la logica. La sua unica giustificazione è la ricerca: rompere le forme di conoscenza acquisite. Chissà che, scartando dalla logica nella sensazione, nell’astrale, nel carnale, nell’eccesso, nella rinuncia (suicidio), non si aprano sentieri nuovi – più veri – alla percezione. Ma è questa una novità?
Gesù – Il suo segreto è che si sentiva un uomo come gli altri. La sua sofferenza anche, poiché non dev’essere facile scoprirsi limitato come lo sono gli uomini.
Giustizia – Se non c’è in questo mondo non c’è nell’altro: la giustizia è l’ideale razionale. Da che nascono gli ideali, le cose che non esistono e che ricorrono identiche in ogni formazione umana?
Quella politica terrorizza perché è la negazione della politica. Non perché debilita la giustizia – la giustizia non è nulla di più della legge, il resto è chimera. Ma perché ne abusa per cancellare la politica. Con la forza inattaccabile della legge cancella cioè ogni speranza, ogni possibilità di convivenza civile. Usa la legge, autoritaria, insindacabile, contro la società.
L’inquisizione, lo stalinismo, il maccarthysmo, che di più autentico, convinto, a suo modo fondato, quale giustizia è più appassionata e disinteressata, e insieme più spaventosa? Del resto i suoi stessi strumenti sono vergognosi: discrezionalità, parzialità, abuso, ricatto, tortura fisica e morale – le gogne mediatiche. Nell’impunità assicurata dalla Legge.
Mistero – Comincia dall’H2O, formula semplice, troppo per spiegare la nutrizione, il corpo, i nervi, la mente, le passioni, la formazione, la tecnica, e perfino i fenomeni semplici, di pura contrazione, quale l’attrazione sessuale. O la paura, la speranza, l’impegno.
Aggredisce le persone e anche la natura, e provoca la cultura. Si può ipotizzare uno stato di quiete prima, o al di là, delle inquietudine della cultura (opera, ricerca). Ma nei fatti questo non succede perché il mistero sempre si ripresenta, nelle forme della paura, della fobia, della reazione nervosa irriflessa.
Morte – Solo la morte è infaticabile. L’istinto a procreare (sesso) spesso si stanca.
È più continuista dello stimolo vitalòe (sessuale).
Realtà – Se non ci fosse alcuna realtà ne mondo fisico, dice bene Russell nell’“Abc della relatività”, ci sarebbero solo sogni sognati dalle diverse persone. E quindi senza nessun significato, neppure quello minimo della comunicazione – che è già un codice. Un tempo si sarebbe detto vegetare, oggi anche vegetare implica un minimo di coscienza – un codice.
Scetticismo – È razionale. È il vero razionalismo, che non è finalistico, pratico.
Sesso - È certamente un fatto materiale, organico, uno stimolo concreto. Non è spirituale. Ma cosa sarebbe lo spirito (conoscenza, comunicazione) senza lo stimolo sessuale? È l’argomento dell’anima che è il corpo.
Etimologicamente è taglio – da sectare. Discernere o discettare è dunque l’orgasmo del ragionamento. Ma non è anche l’impossibilità del ragionamento? Della sua inconclusività, l’eterna divisione, l’impossibile ricomposizione? Ma l’orgasmo non è un’impossibilità: una cosa è una cosa. Insensata è allora la genealogia delle parole, l’etimologia?
Società – Corrompe la natura, dice Rousseau, perché ci allontana dall’egualitarismo. La corrompe, dice Nietzsche, perché ci porta all’egualitarismo. Entrambi sono misfits, disadattati al fatto sociale, e si abbrancano a una natura che non ha nulla d’ingenuo né di beatifico, non ha misura.
Tempo – La favole danno sempre un anno e un giorno di tempo. E l’eroe provvede all’ultimo minuto. Per la regola del suspense, certo. E per l’elasticità del tempo, che solo nel messianismo (Bergson, Proust) diventa un agente, e un reagente.
Tolleranza – Porta all’indifferenza, e all’inerzia. Non sarà la madre della depressione, morbo dilagante in un’epoca di benessere e sicurezza?
zeulig@antiit.eu
Analisi – L’incapacità di analisi, l’insensibilità, rende refrattari, e quindi durissimi: nel fascino come nell’astio, e in carriera, in famiglia, in società. È la ragione il proprio dell’uomo?
Conoscenza – Per intuito si rivela a posteriori più spesso esatta che non, basta un po’ di esercizio. Poi si “riconosce razionalmente (evento) la verità”. Molta parapsicologia è questa forma di conoscenza sensitiva, istintuale, affinata. La conoscenza, logica e psicologica, è ancora agli esordi.
Coscienza – È ciò che fa di un uomo un uomo non perché è o comanda cose elevate, ma perché è la prima forma di percezione, e quindi di linguaggio, di codice.
Cristianesimo – “Non possiamo non dirci cristiani” perché abbiamo la speranza – il segno comune col giudaismo, l’attesa. Siamo progressisti, storicisti in un certo senso. E dotati – i soli – di mentalità scientifica: la ricerca è legata alla speranza.
Se c’è un imperialismo dell’Occidente, esso non è cristiano, non si può legare alla speranza. Che è impegno e perfettibilità ma non necessariamente missione. Neanche nel senso dell’esclusione – come è invece dell’ebraismo, e questa è la grande differenza.
Che sarebbe Cristo senza la chiesa? Un qualsiasi Apollonio di Tiana. La pubblicità è l’anima del commercio. E che i copy-writers siano buoni, Giovanni, Matteo, Luca, Paolo.
Dandysmo – È sofferto. È in ciò la sua diversità dallo snobismo. Il dandysmo si radica nella conoscenza, non nel rifiuto di essa, in una piega-piaga della realtà: “So, ma ritengo, o voglio, che…”.
Debole – Il “pensiero” debole è una novità piena di precedenti. Non elevati: camp in americano, kitsch in tedesco. Camp è affollato, prezioso, un po’ Ariosto e un po’ Marino, con D’Annunzio. Kitsch è scarto, ma va da tempo in positivo, ome sorpresa e trasgressione. È il bello dell’ermeneutica volgare.
Dio - È l’uomo. Imperfetto, ma è l’unico che ci pensa, è in grado di pensarci. E poi, perché Dio dovrebbe essere perfetto (ed è impossibile che qualche uomo lo sia)? Anche lui è un’alterità.
Non ha mai goduto di grande autorità. Adamo e Eva l’hanno disobbedito subito. Per una mela, il più insignificante dei frutti, non è nemmeno dolce. Peggio hanno fatto i loro figli.
È vanesio. E anche un po’ cazzone – come l’amico che sempre ritroviamo, irritabile ma bonaccione. Ha creato il mondo per ghiribizzo, non per bisogno, né per uno scopo. Lasciandogli la libertà più piena fin dall’inizio.
È un solitario, condannato a esserlo – come ne parli, ne parli male. Con un buon equilibrio, a questo punto, ma con qualche problema di suscettibilità, e quindi di giudizio.
Filosofia – Abbandonando la natura si è velocemente, perfino voluttuosamente, infognata nei paralogismi: la filosofia è poesia, no, è narrazione, o l’assenza, l'astrazione, Edipo…. Divagazioni sostitutive (consolatorie, terapeutiche) innalzate a logica.
I fisici disprezzano i logici (filosofi) non senza ragione: questa filosofia mette in scacco la natura e sconfigge la logica. La sua unica giustificazione è la ricerca: rompere le forme di conoscenza acquisite. Chissà che, scartando dalla logica nella sensazione, nell’astrale, nel carnale, nell’eccesso, nella rinuncia (suicidio), non si aprano sentieri nuovi – più veri – alla percezione. Ma è questa una novità?
Gesù – Il suo segreto è che si sentiva un uomo come gli altri. La sua sofferenza anche, poiché non dev’essere facile scoprirsi limitato come lo sono gli uomini.
Giustizia – Se non c’è in questo mondo non c’è nell’altro: la giustizia è l’ideale razionale. Da che nascono gli ideali, le cose che non esistono e che ricorrono identiche in ogni formazione umana?
Quella politica terrorizza perché è la negazione della politica. Non perché debilita la giustizia – la giustizia non è nulla di più della legge, il resto è chimera. Ma perché ne abusa per cancellare la politica. Con la forza inattaccabile della legge cancella cioè ogni speranza, ogni possibilità di convivenza civile. Usa la legge, autoritaria, insindacabile, contro la società.
L’inquisizione, lo stalinismo, il maccarthysmo, che di più autentico, convinto, a suo modo fondato, quale giustizia è più appassionata e disinteressata, e insieme più spaventosa? Del resto i suoi stessi strumenti sono vergognosi: discrezionalità, parzialità, abuso, ricatto, tortura fisica e morale – le gogne mediatiche. Nell’impunità assicurata dalla Legge.
Mistero – Comincia dall’H2O, formula semplice, troppo per spiegare la nutrizione, il corpo, i nervi, la mente, le passioni, la formazione, la tecnica, e perfino i fenomeni semplici, di pura contrazione, quale l’attrazione sessuale. O la paura, la speranza, l’impegno.
Aggredisce le persone e anche la natura, e provoca la cultura. Si può ipotizzare uno stato di quiete prima, o al di là, delle inquietudine della cultura (opera, ricerca). Ma nei fatti questo non succede perché il mistero sempre si ripresenta, nelle forme della paura, della fobia, della reazione nervosa irriflessa.
Morte – Solo la morte è infaticabile. L’istinto a procreare (sesso) spesso si stanca.
È più continuista dello stimolo vitalòe (sessuale).
Realtà – Se non ci fosse alcuna realtà ne mondo fisico, dice bene Russell nell’“Abc della relatività”, ci sarebbero solo sogni sognati dalle diverse persone. E quindi senza nessun significato, neppure quello minimo della comunicazione – che è già un codice. Un tempo si sarebbe detto vegetare, oggi anche vegetare implica un minimo di coscienza – un codice.
Scetticismo – È razionale. È il vero razionalismo, che non è finalistico, pratico.
Sesso - È certamente un fatto materiale, organico, uno stimolo concreto. Non è spirituale. Ma cosa sarebbe lo spirito (conoscenza, comunicazione) senza lo stimolo sessuale? È l’argomento dell’anima che è il corpo.
Etimologicamente è taglio – da sectare. Discernere o discettare è dunque l’orgasmo del ragionamento. Ma non è anche l’impossibilità del ragionamento? Della sua inconclusività, l’eterna divisione, l’impossibile ricomposizione? Ma l’orgasmo non è un’impossibilità: una cosa è una cosa. Insensata è allora la genealogia delle parole, l’etimologia?
Società – Corrompe la natura, dice Rousseau, perché ci allontana dall’egualitarismo. La corrompe, dice Nietzsche, perché ci porta all’egualitarismo. Entrambi sono misfits, disadattati al fatto sociale, e si abbrancano a una natura che non ha nulla d’ingenuo né di beatifico, non ha misura.
Tempo – La favole danno sempre un anno e un giorno di tempo. E l’eroe provvede all’ultimo minuto. Per la regola del suspense, certo. E per l’elasticità del tempo, che solo nel messianismo (Bergson, Proust) diventa un agente, e un reagente.
Tolleranza – Porta all’indifferenza, e all’inerzia. Non sarà la madre della depressione, morbo dilagante in un’epoca di benessere e sicurezza?
zeulig@antiit.eu
Carmine Abate libera il Sud
Una storia d’amore che si rincorre. Gli “anni veloci” sono quelli della prima giovinezza del protagonista che vince i 100 piani, avvicinandosi ai 10 netti. E anche - con qualche confusione di riferimenti, tra l’Olimpiade di Monaco, il rapimento di Moro e l’Olimpiade di Los Angeles (è l’effetto degli interventi redazionali?) - degli anni post-Sessantotto. Cullato dai versi e le musiche di Battisti e Rino Gaetano, che è un amico e quasi un fratello. Ma non ha tempo per il suo amore. Con echi d’autore, il quadrilatero goethiano di “Le affinità elettive”, le sicule “geometrie di sguardi”, il kafkiano lasciarsi fare negli eventi. E con una baldanzosa, benvenuta infine, padronanza dei proprio luoghi, le luci, i sapori, inconsueta nella cerebrale narrativa italiana. Sorprendente per un calabrese di Crotone.
Abate ristabilisce qui, con la stessa scioltezza con cui il suo protagonista corre i 100, cos’è Meridione. In letteratura è solitamente unidimensionale: dolorista, cupo per quanto impegnato, senza gioia nella narrazione. Senza donne, sesso, passioni, risate, ironia. Senza anche la violenza dei poveri, di beni e di spirito, l’animalismo, la superstizione, l’irresponsabilità. Abate ristabilisce allegro cosa è più Meridione: la filosofia, l’erotismo, la golosità.
Carmine Abate, Gli anni veloci, Mondadori, pp. 243, € 9
Abate ristabilisce qui, con la stessa scioltezza con cui il suo protagonista corre i 100, cos’è Meridione. In letteratura è solitamente unidimensionale: dolorista, cupo per quanto impegnato, senza gioia nella narrazione. Senza donne, sesso, passioni, risate, ironia. Senza anche la violenza dei poveri, di beni e di spirito, l’animalismo, la superstizione, l’irresponsabilità. Abate ristabilisce allegro cosa è più Meridione: la filosofia, l’erotismo, la golosità.
Carmine Abate, Gli anni veloci, Mondadori, pp. 243, € 9
lunedì 11 ottobre 2010
L'Italia, breve storia
Quando sta bene, nel senso della ricchezza, è malvagia: nell’antica Roma a partire dai Giulii e dalla trasformazione in impero, nel Rinascimento, con la Repubblica. Nel Sei-Sette-Ottocento pugnali e veneficii diminuirono grandemente . Nell’Alto e Basso Medio Evo si moriva, ma combattendo, per cause identificabili. Per essere buona (normale) dev’essere povera?
Storicamente vive di fantasmi, per effetto della tradizione retorica:
fantasmi del fascismo,
fantasmi dell’antifascismo,
fantasmi della guerra fredda,
fantasmi della Dc,
fantasmi del comunismo, la famosa Cosa, mai nata. C’è però nella gente un realismo che riduce questo storicismo posticcio a pettegolezzo. Di cui si gode, certo, ma lasciandolo fuori dalla porta.
Ha adescato all’“insabbiamento”, per la forza d’attrazione, molti straneri di qualità fino alla guerra. Poi più niente, con una o due eccezioni, peraltro disamorate, Gore Vidal, Anthony Burgess. È caduto l’interesse, storco, psicologico, culturale, proprio mentre l’Italia diventava moderna: bottegai arricchiti in viaggio per le Maldive si trovano dappertutto.
Ha realizzato ciò che sembrava impossibile, dal punto di vista teorico e pratico, la democrazia economica. Ma alla democrazia politica non riesce nemmeno ad avvicinarsi. C’è un baluardo di privilegi, o di aree di rispetto, e di inefficienza: si vuole non dover fare alcunché. Che dai gruppi tradizionalmente protetti, giudici, funzionari, banchieri, politici, giornalisti, preti, si è allargato al paese intiero. L’Italia è un residuato sovietico di tipo brezneviano. Ognuno prende qualcosa e non dà, non deve dare, in cambio nulla. Tutti però sono superattivi nel privato, in famiglia, fuori orario, il week-end. La Repubblica berlusconiana ne è la personificazione. Persone stimabili nel loro perimetro di attività che diventano inefficienti, anzi incapaci, la disfunzione è fisiologica, in quello pubblico.
È il Caf – il centrosinistra stinto di Andreotti – il peggio, o non è stato il meglio dell’Italia? Il meglio del peggio che è l’Italia, nel senso che ha governato la corruzione. Oggi è la corruzione che governa: giudici, affaristi, “compagni” protetti. Anche il personale non è granché: è mediocre a vista, sudaticcio.
Paese senza verità. Non storica né sociologica (il paese reale è muto, o meglio non ha facoltà di parlare), giudiziaria, letteraria, filosofica, ideologica. Questo non da sempre, dall’Ottocento. Causa, come si pretende, la mancata Rivoluzione? O non perché, al contrario, è l’unico paese che, senza rivoluzionarsi, è stato governato dalla borghesia? Specialmente turpe quella, vastissima e “unitaria”, a Nord e a Sud, della manomorta - grimaldello incontestabile della democrazia economica. L’Italia è vittima dei “gesuiti”, specie dei nemici dei gesuiti. Per questo diffida. E si nasconde: da cui il detto che è difficile capirla, che è invece la sua verità.
Storicamente vive di fantasmi, per effetto della tradizione retorica:
fantasmi del fascismo,
fantasmi dell’antifascismo,
fantasmi della guerra fredda,
fantasmi della Dc,
fantasmi del comunismo, la famosa Cosa, mai nata. C’è però nella gente un realismo che riduce questo storicismo posticcio a pettegolezzo. Di cui si gode, certo, ma lasciandolo fuori dalla porta.
Ha adescato all’“insabbiamento”, per la forza d’attrazione, molti straneri di qualità fino alla guerra. Poi più niente, con una o due eccezioni, peraltro disamorate, Gore Vidal, Anthony Burgess. È caduto l’interesse, storco, psicologico, culturale, proprio mentre l’Italia diventava moderna: bottegai arricchiti in viaggio per le Maldive si trovano dappertutto.
Ha realizzato ciò che sembrava impossibile, dal punto di vista teorico e pratico, la democrazia economica. Ma alla democrazia politica non riesce nemmeno ad avvicinarsi. C’è un baluardo di privilegi, o di aree di rispetto, e di inefficienza: si vuole non dover fare alcunché. Che dai gruppi tradizionalmente protetti, giudici, funzionari, banchieri, politici, giornalisti, preti, si è allargato al paese intiero. L’Italia è un residuato sovietico di tipo brezneviano. Ognuno prende qualcosa e non dà, non deve dare, in cambio nulla. Tutti però sono superattivi nel privato, in famiglia, fuori orario, il week-end. La Repubblica berlusconiana ne è la personificazione. Persone stimabili nel loro perimetro di attività che diventano inefficienti, anzi incapaci, la disfunzione è fisiologica, in quello pubblico.
È il Caf – il centrosinistra stinto di Andreotti – il peggio, o non è stato il meglio dell’Italia? Il meglio del peggio che è l’Italia, nel senso che ha governato la corruzione. Oggi è la corruzione che governa: giudici, affaristi, “compagni” protetti. Anche il personale non è granché: è mediocre a vista, sudaticcio.
Paese senza verità. Non storica né sociologica (il paese reale è muto, o meglio non ha facoltà di parlare), giudiziaria, letteraria, filosofica, ideologica. Questo non da sempre, dall’Ottocento. Causa, come si pretende, la mancata Rivoluzione? O non perché, al contrario, è l’unico paese che, senza rivoluzionarsi, è stato governato dalla borghesia? Specialmente turpe quella, vastissima e “unitaria”, a Nord e a Sud, della manomorta - grimaldello incontestabile della democrazia economica. L’Italia è vittima dei “gesuiti”, specie dei nemici dei gesuiti. Per questo diffida. E si nasconde: da cui il detto che è difficile capirla, che è invece la sua verità.
La Rossa che fu miglior spirito del Settecento
Senza religiosità nulla societas. Lo dirà anche il laicissimo Quinet, e a suo modo Robespierre. Per prima lo dice qui da Neûchatel Isabelle de Charrière, beccando Diderot. All’interlocutore ateo, che si stupisce “come una donna con un po’ d’istruzione e d’esperienza di mondo osi ancora parlare dei dieci comandamenti”, arguendo che “senza la religione la morale non verrebbe meno”, Isabelle, lo spirito più libero del Settecento, risponde: “Per verificarlo ci vorrebbero tre o quattro generazioni e un intero popolo di atei. Diderot, se è un gentiluomo, lo deve forse a una religione che, in buona fede, lui ha sostenuto fosse falsa”.
“Belle” Van Zuylen, rossa olandese sposata de Charrière a Neûchatel, fu corrispondente e amica di Constant d’Hermenches e, dopo ventisette anni, del di lui nipote Benjamin Constant, senza castrarli. “Si parla tanto delle illusioni dell’amor proprio”, diceva, “ma è ben raro, quando si è amati, che si sappia quanto”. Forse per questo Madame de Staël ha eletto Isabelle a modello di “Corinne”, il romanzo dell’Italia, quando ancora se ne pensava bene. Isabelle che a lungo ha inseguito l’opera italiana, alla Mozart, Paisiello, Cimarosa, da ultimo perfezionandosi con Nicola Zingarelli, e sarebbe stata la prima donna operista, anzi l’unica, ma sempre fu respinta dai teatri. Madame de Staël lamentava con “Belle” che i suoi romanzi non avessero finale. Ma c’è qui anche il romanzo della non necessità per una donna di sposarsi. E per un uomo.
Isabelle de Charrière, Lettere da Losanna e altri romanzi epistolari
“Belle” Van Zuylen, rossa olandese sposata de Charrière a Neûchatel, fu corrispondente e amica di Constant d’Hermenches e, dopo ventisette anni, del di lui nipote Benjamin Constant, senza castrarli. “Si parla tanto delle illusioni dell’amor proprio”, diceva, “ma è ben raro, quando si è amati, che si sappia quanto”. Forse per questo Madame de Staël ha eletto Isabelle a modello di “Corinne”, il romanzo dell’Italia, quando ancora se ne pensava bene. Isabelle che a lungo ha inseguito l’opera italiana, alla Mozart, Paisiello, Cimarosa, da ultimo perfezionandosi con Nicola Zingarelli, e sarebbe stata la prima donna operista, anzi l’unica, ma sempre fu respinta dai teatri. Madame de Staël lamentava con “Belle” che i suoi romanzi non avessero finale. Ma c’è qui anche il romanzo della non necessità per una donna di sposarsi. E per un uomo.
Isabelle de Charrière, Lettere da Losanna e altri romanzi epistolari
sabato 9 ottobre 2010
La Banana Repubblica
Dunque, i carabinieri fanno irruzione in massa al “Giornale”. Non è la solita perquisizione di uno-due militi, quali solitamente vengono mandati nei giornali a chiedere i documenti. Il “Giornale” è da tempo intercettato, dal giudice napoletano Woodcok e da altra Procura, senza alcuna notizia di reato. Le intercettazioni di Woodcock vengono fornite illegalmente ad alcuni giornali, “il Fatto”, “il Manifesto”. Woodcock allarga l’inchiesta “senza oggetto”, mettendoci dentro Confalonieri, in attesa di poter citare Berlusconi, e fornendone adeguata documentazioni ad alcuni giornali. Senza che nessuna istituzione abbia nulla da dire, ormai al terzo giorno. Solo il presidente della Camera: il gentiluomo Fini fa sapere di avere espresso la sua solidarietà alla Marcegaglia contro le immonde campagne del “Giornale”.
Feltri perfido ne approfitta. Mettendo a nudo in un colpo solo tutti gli scheletri nell’armadio dei Marcegaglia. Ma documentandoli non con gli articoli del suo giornale, che non ci sono, bensì con quelli dei giornali che oggi fanno scandalo insieme con la Procura napoletana: “Espresso”, “Repubblica”, “Corriere della sera”, “Stampa”, “Fatto”, “l’Unità”. Un fatto che mette a nudo anche, purtroppo, “l’impossibilità di essere a sinistra”, come recita una recente romanza, per chi, ancora, vorrebbe esserlo. Popolata com’è, e non da ora, dalla “rivoluzione del 1992”, da sinistri figuri: profittatori, maneggioni, reduci dell’ancien régime, avventurieri, e i salomoni della questione morale, che si tengono cinici per mano. È la tessitura sordida della Seconda Repubblica, che in questa vicenda emerge in due aspetti terrificanti.
L’impareggiabile Woodcok, chiome al vento (questa volta ci ha risparmiato la Harley Davidson), si diverte, felice di essere tornato alla sua Napoli dall’esilio a Potenza. A lui paghiamo per questo un lauto stipendio. Senza scandalo, a Napoli usa: un lavoro senza faticare. Ma senza che il suo compaesano e “superiore” presidente Napolitano abbia alcunché da dire, lui che da qualche tempo parla ogni giorno, e anche due volte al giorno. A un giudice che intercetta i giornali senza nessuna fattispecie di reato, fa perdere per questo un sacco di tempo a tanti pur solerti carabinieri, e le intercettazioni taglia e diffonde a suo piacimento. Roba da Banana Republic, un altro Dos Passos si troverebbe surclassato da tanta strafottenza.
Poi c’è la Marcegaglia, cioè la Repubblica retta sul ricatto. La quale è di destra. Ma non osando sfidare De Benedetti, Bazoli, Elkann, gli editori dei giornali che hanno montato vari dossier contro di lei, ha fatto il salto della quaglia. Un’idea anche semplice. Consigliata probabilmente dal solerte Arpisella, nome ed elocuzione partenopei, è andata dal giudice a dirsi “coartata”. Non da “Repubblica”, che la sospetta di avere 17 conti segreti all’estero, ma dal “Giornale”. Un’idea geniale anzi, da cui la navigata giovane può ora sperare di avere mercé dagli editori che l’hanno attaccata, e magari dai giudici che ne indagano la contabilità. Arpisella del resto non è l’ultimo venuto, anche se finge nelle telefonate di essere un po’ incapace: è lui che in quindici anni di attività ha “creato” la Marcegaglia presidente di Confindustria, giovane benché non lo sia più, e illibata, s’intende in affari, benché non possa esserlo.
La genialità si estende alla correzione del giorno dopo, con l’intervista al “Corriere della sera” a un Cazzullo prono, in cui l’ex giovane della Confindustria dice che, beh, tutto sommato, non le sembra una grande cosa. Cosa, l’assedio al “Giornale”? Che uno ora, da sinistra, è l’ultimo oltraggio, si trova a dover difendere.
Feltri perfido ne approfitta. Mettendo a nudo in un colpo solo tutti gli scheletri nell’armadio dei Marcegaglia. Ma documentandoli non con gli articoli del suo giornale, che non ci sono, bensì con quelli dei giornali che oggi fanno scandalo insieme con la Procura napoletana: “Espresso”, “Repubblica”, “Corriere della sera”, “Stampa”, “Fatto”, “l’Unità”. Un fatto che mette a nudo anche, purtroppo, “l’impossibilità di essere a sinistra”, come recita una recente romanza, per chi, ancora, vorrebbe esserlo. Popolata com’è, e non da ora, dalla “rivoluzione del 1992”, da sinistri figuri: profittatori, maneggioni, reduci dell’ancien régime, avventurieri, e i salomoni della questione morale, che si tengono cinici per mano. È la tessitura sordida della Seconda Repubblica, che in questa vicenda emerge in due aspetti terrificanti.
L’impareggiabile Woodcok, chiome al vento (questa volta ci ha risparmiato la Harley Davidson), si diverte, felice di essere tornato alla sua Napoli dall’esilio a Potenza. A lui paghiamo per questo un lauto stipendio. Senza scandalo, a Napoli usa: un lavoro senza faticare. Ma senza che il suo compaesano e “superiore” presidente Napolitano abbia alcunché da dire, lui che da qualche tempo parla ogni giorno, e anche due volte al giorno. A un giudice che intercetta i giornali senza nessuna fattispecie di reato, fa perdere per questo un sacco di tempo a tanti pur solerti carabinieri, e le intercettazioni taglia e diffonde a suo piacimento. Roba da Banana Republic, un altro Dos Passos si troverebbe surclassato da tanta strafottenza.
Poi c’è la Marcegaglia, cioè la Repubblica retta sul ricatto. La quale è di destra. Ma non osando sfidare De Benedetti, Bazoli, Elkann, gli editori dei giornali che hanno montato vari dossier contro di lei, ha fatto il salto della quaglia. Un’idea anche semplice. Consigliata probabilmente dal solerte Arpisella, nome ed elocuzione partenopei, è andata dal giudice a dirsi “coartata”. Non da “Repubblica”, che la sospetta di avere 17 conti segreti all’estero, ma dal “Giornale”. Un’idea geniale anzi, da cui la navigata giovane può ora sperare di avere mercé dagli editori che l’hanno attaccata, e magari dai giudici che ne indagano la contabilità. Arpisella del resto non è l’ultimo venuto, anche se finge nelle telefonate di essere un po’ incapace: è lui che in quindici anni di attività ha “creato” la Marcegaglia presidente di Confindustria, giovane benché non lo sia più, e illibata, s’intende in affari, benché non possa esserlo.
La genialità si estende alla correzione del giorno dopo, con l’intervista al “Corriere della sera” a un Cazzullo prono, in cui l’ex giovane della Confindustria dice che, beh, tutto sommato, non le sembra una grande cosa. Cosa, l’assedio al “Giornale”? Che uno ora, da sinistra, è l’ultimo oltraggio, si trova a dover difendere.
Giustizia alla napoletana
Di Woodcock non si può dire: ha preso esempio da De Magistris. I due bei giovani in un colpo, e divertendosi un sacco alle spalle di personaggi illustri, Woodcock di modelle dall’ottimo profilo e di Vittorio Emanuele, De Magistris di Romano Prodi, hanno lasciato la provincia per tornare alla diletta Napoli. I giudici “figli di giudici, nipoti di giudici”, meritano questo e altro.
Il loro più illustre conterraneo, il presidente della Repubblica Napolitano, li guarda e paterno tace. Non solo nel Consiglio superiore della magistratura che presiede, nemmeno in privato, nemmeno con un buffetto, li riprende per le loro intemperanze. Avviare inchieste senza alcuna notitia criminis, neanche la solita lettera anonima che il giudice scrive a se stesso, intercettare telefoni a piacere, anche dei giornali, diffondere atti istruttori liberamente, a amici e parenti.
Solerti i carabinieri accorrono, al cenno di napoletanissimi comandanti, e fanno irruzione in massa nei giornali. Luoghi come si sa dove si annidano i peggiori malfattori. Non a Reggio Calabria, davanti alla Procura della Repubblica, per esempio.
Molto napoletana anche la precisazione, ufficiosa ma autorevole, agli inviati dei Grandi Gionali che abboccano, che non i telefoni del “Giornale” erano e sono intercettati bensì quello del signor Arpisella. Che invece non c’era nessun motivo d’intercettare, nemmeno di opportunità – sentendolo parlare con un dirigente di Confindustria si capisce che non è molto in stima. Gli inviati naturalmente non s’interrogano nemmeno perché Napoli si arroga il diritto d’indagare su fatti che avvengono a Milano. O al più, avendo la Confindustria sede a Roma, nella capitale. Questa competenza universale della nobilissima città è ormai “acquisita”, benché illegale. Su Calciopoli per esempio, che si svolgeva (ma la giustizia napoletana ha problemi a provarlo) tra Torino, Milano, Firenze e Roma. Nel tempo libero dall’ascolto diretto delle telefonate di Berlusconi – che però è inopportuno dichiarare: quando è stato fatto (quando parlava di donne con Saccà) nessun giudice giudicante se l’è sentita di ascoltarle, si sa che i delinquenti temono la prigione.
Il concetto di legalità esula con ogni evidenza dalla giustizia napoletana. Del resto, come censurare l’universalità delle competenze? La questione morale è una e indivisibile. È per questo probabilmente che a Napoli la giustizia non ha poi la forza d’indagare su chi brucia i cassonetti e i camion della spazzatura, a diecine ogni notte, e impedisce la raccolta dei rifiuti. È come quel giudice corrotto spagnolo, che perseguiva i crimini dell’umanità e non aveva tempo per le sue pulsioni.
Il loro più illustre conterraneo, il presidente della Repubblica Napolitano, li guarda e paterno tace. Non solo nel Consiglio superiore della magistratura che presiede, nemmeno in privato, nemmeno con un buffetto, li riprende per le loro intemperanze. Avviare inchieste senza alcuna notitia criminis, neanche la solita lettera anonima che il giudice scrive a se stesso, intercettare telefoni a piacere, anche dei giornali, diffondere atti istruttori liberamente, a amici e parenti.
Solerti i carabinieri accorrono, al cenno di napoletanissimi comandanti, e fanno irruzione in massa nei giornali. Luoghi come si sa dove si annidano i peggiori malfattori. Non a Reggio Calabria, davanti alla Procura della Repubblica, per esempio.
Molto napoletana anche la precisazione, ufficiosa ma autorevole, agli inviati dei Grandi Gionali che abboccano, che non i telefoni del “Giornale” erano e sono intercettati bensì quello del signor Arpisella. Che invece non c’era nessun motivo d’intercettare, nemmeno di opportunità – sentendolo parlare con un dirigente di Confindustria si capisce che non è molto in stima. Gli inviati naturalmente non s’interrogano nemmeno perché Napoli si arroga il diritto d’indagare su fatti che avvengono a Milano. O al più, avendo la Confindustria sede a Roma, nella capitale. Questa competenza universale della nobilissima città è ormai “acquisita”, benché illegale. Su Calciopoli per esempio, che si svolgeva (ma la giustizia napoletana ha problemi a provarlo) tra Torino, Milano, Firenze e Roma. Nel tempo libero dall’ascolto diretto delle telefonate di Berlusconi – che però è inopportuno dichiarare: quando è stato fatto (quando parlava di donne con Saccà) nessun giudice giudicante se l’è sentita di ascoltarle, si sa che i delinquenti temono la prigione.
Il concetto di legalità esula con ogni evidenza dalla giustizia napoletana. Del resto, come censurare l’universalità delle competenze? La questione morale è una e indivisibile. È per questo probabilmente che a Napoli la giustizia non ha poi la forza d’indagare su chi brucia i cassonetti e i camion della spazzatura, a diecine ogni notte, e impedisce la raccolta dei rifiuti. È come quel giudice corrotto spagnolo, che perseguiva i crimini dell’umanità e non aveva tempo per le sue pulsioni.
venerdì 8 ottobre 2010
Ombre - 64
Grandi cronache sulle perquisizioni ordinate da Napoli al “Giornale”. Ma nessuno che dica che le perquisizioni seguono a intercettazioni disposte senza nessun procedimento pendente, nessuna denuncia specifica, nessun fumo di reato. E che con tutta evidenza sono anche intercettazioni sulla Marcegaglia e sul suo segretario. Da parte degli stessi cronisti che la regolamentazione degli strapoteri giudiziari hanno presentato e presentano come lesiva della libertà di opinione. Dunque, non si può dire nemmeno di intercettazioni palesemente illegali che sono illegali.
Si minaccia la chiusura del Carlo Felice, il teatro d’opera a Genova. Che naturalmente non chiuderà, è solo di moda, presso certi ambienti, la morte annunciata. Piero Ottone costernato ne dà la colpa su “Repubblica” al governo. Quando chiunque abbia seguito anche distrattamente le cronache di Genova negli ultimi quarant’anni sa che il teatro è vittima del disinteresse della città, e dello scarso orecchio delle amministrazioni. Pregiudizio politico? Ipocrisia?
Il magistrato scrittore De Cataldo pubblica un romanzo sui traditori del Risorgimento, e nell’occasione dice a “Repubblica”, a Curzio Maltese: “(Quello con le mafie) è il patto fondante di ogni potere. Il Sud e la Sicilia in particolare sono il laboratorio del compromesso, ieri come oggi e, temo, domani”. Prima aveva detto, a proposito del terrorismo: “Nell’attentato bombarolo di Orsini a Napoleone III, che non uccise il tiranno ma provocò otto morti e centoquaranta feriti, Mazzini non c’entra nulla. Si sospetta invece che c’entrasse molto il futuro presidente del consiglio Grancesco Crispi e si sa che Cavour diede soldi a Orsini e al suo gruppo”.
Difficile appassionarsi alla casa di Montecarlo, tanto è chiaro come stanno le cose. Ma di tutta la vicenda l’unico simpatico è questo cognato, uno che non ha mai lavorato e non lo nega, pur facendo molti soldi, sfrontato, prossimo eroe dei reality. Difficile invece digerire l’ipocrisia dei giornali, di Fini, dei giudici, dell’avvocatessa Bongiorno. Altrettanto sfrontata ma moralista.
L’ipocrisia dei giornali, palese nel caso dei Tulliani, è dei cronisti giudiziari dei giornali. I quali fanno finta di non sapere che materia penale nella vicenda non è la compravendita di favore della casa ma gli appalti fasulli della Rai allo stesso giovane Tulliani e alla sua mamma. E questa è un’aggravante, perfino paurosa: la giudiziaria è tenuta a scrivere, obbligata pena il corto circuito, quello che gli abituali informatori vogliono che si scriva, i giudici e gl inquirenti. Viene fuori la natura vera dei golpisti che da un ventennio ormai tengono in scacco la politica. Che l’ex Pci ha cauzionato, e cauziona, probabilmente per proteggersi, ma sono fascisti. Niente di meno.
Un autovelox nascosto, che in tre mesi ha fatto 45 mila multe, e Firenze “scopre” lunedì, così per caso, di essere tartassata per rimpinguare le casse del sindaco. Per spese peraltro che non si vedono, perché la città è abbandonata a se stessa. Quando tutti sanno che gli autovelox sono messi lì per fare cassa - Firenze ha il record delle entrate per multe, 60 milioni in bilancio l’anno prossimo, cinquanta effettivamente incassati negli ultimi anni. Seminascosti, a pochi metri da radicali riduzioni delle velocità massima, da 70 a 50 km l’ora, e da 50 a 30. Non si vuole sapere per conformismo, per orgoglio (Firenze pensa di essere una delle città meglio amministrate del mondo), per incapacità?
I tanti soldi che entrano e non si vedono in uscita non vanno d’altra parte a riempire le tasche degli amministratori. No, vanno a finanziare le carriere politiche, dei sindaci e degli aspiranti sindaci.
Non piace a Polaris, sul supplemento domenicale del “Sole 24 Ore”, che la Cassazione abbia dichiarato incensurabili i blog. Censura la sentenza dicendo “lecito far circolare qualunque sesquipedale asinità, esagerazione, calunnia, grottesca teoria del complotto”. S vede che questo Polaris non legge i giornali, i migliori giornali, “Corriere della sera”, “Repubblica”, eccetera.
Polaris, o “Il Sole”, non si chiedono cosa avrebbe implicato la censura della rete. E anche questo fa parte del non letto. Giornalismo? Pensiero politico, magari facsista?
Cecchi Paone non resiste, e a Uno Mattina confessa, non richiesto, due storie d’amore con calciatori. “Uno della A e uno della C1”, precisa. Invita cioè alla caccia. Per un dovere di libertà, assicura, perché il calcio non ostracizzi più i gay. In realtà per un esibizionismo povero, per quanto doppio: farsi un po’ di pubblicità, consumare sue piccole vendette di letto. Se non è alla terza potenza: buggerarseli di nuovo, magari nel’immaginazione, o farsene buggerare.
Barack e Michelle Obama non piacciono più agli americani. Sono una famiglia presidenziale infine politica: nel ruolo, nazionale e internazionale, governano, non fanno gossip, nemmeno le figlie. Ma i media li snobbano, ora vanno i tea parties. Sono i media l’opinione pubblica? Lo sono stati nell’elezione di Obama. Come dire che, casualmente, possono anche essere positivi.
Dunque il governo Lombardo ter o quater in Sicilia esiste. Che sembrerebbe impossibile e perfino inimmaginabile, eppure è stato votato. Un governo Milazzo in formato minimo, con un ex Dc poi berlusconiano screditato, incapace di una sola iniziativa di governo in due anni, indagato per mafia con qualche fondamento, che mette insieme gli scarti di quattro partitini e si fa un suo personale governicchio. I voti li porta il partito Democratico. La voglia di dissoluzione in Sicilia e al Sud degli ex comunisti non ha confini.
L'onorevole Briguglio, che segue il fondatore Fini fin dal vecchio neo fascismo, saluta incisivo il Lombardo Ter, o Quater: "La tera di Sicilia può essere il granaio di Futuro e Libertà". Lo stile, quello, non muta: è semrpe solido, incisivo. Bersani dovrà andare a scuola di (neo?) retorica.
Si minaccia la chiusura del Carlo Felice, il teatro d’opera a Genova. Che naturalmente non chiuderà, è solo di moda, presso certi ambienti, la morte annunciata. Piero Ottone costernato ne dà la colpa su “Repubblica” al governo. Quando chiunque abbia seguito anche distrattamente le cronache di Genova negli ultimi quarant’anni sa che il teatro è vittima del disinteresse della città, e dello scarso orecchio delle amministrazioni. Pregiudizio politico? Ipocrisia?
Il magistrato scrittore De Cataldo pubblica un romanzo sui traditori del Risorgimento, e nell’occasione dice a “Repubblica”, a Curzio Maltese: “(Quello con le mafie) è il patto fondante di ogni potere. Il Sud e la Sicilia in particolare sono il laboratorio del compromesso, ieri come oggi e, temo, domani”. Prima aveva detto, a proposito del terrorismo: “Nell’attentato bombarolo di Orsini a Napoleone III, che non uccise il tiranno ma provocò otto morti e centoquaranta feriti, Mazzini non c’entra nulla. Si sospetta invece che c’entrasse molto il futuro presidente del consiglio Grancesco Crispi e si sa che Cavour diede soldi a Orsini e al suo gruppo”.
Difficile appassionarsi alla casa di Montecarlo, tanto è chiaro come stanno le cose. Ma di tutta la vicenda l’unico simpatico è questo cognato, uno che non ha mai lavorato e non lo nega, pur facendo molti soldi, sfrontato, prossimo eroe dei reality. Difficile invece digerire l’ipocrisia dei giornali, di Fini, dei giudici, dell’avvocatessa Bongiorno. Altrettanto sfrontata ma moralista.
L’ipocrisia dei giornali, palese nel caso dei Tulliani, è dei cronisti giudiziari dei giornali. I quali fanno finta di non sapere che materia penale nella vicenda non è la compravendita di favore della casa ma gli appalti fasulli della Rai allo stesso giovane Tulliani e alla sua mamma. E questa è un’aggravante, perfino paurosa: la giudiziaria è tenuta a scrivere, obbligata pena il corto circuito, quello che gli abituali informatori vogliono che si scriva, i giudici e gl inquirenti. Viene fuori la natura vera dei golpisti che da un ventennio ormai tengono in scacco la politica. Che l’ex Pci ha cauzionato, e cauziona, probabilmente per proteggersi, ma sono fascisti. Niente di meno.
Un autovelox nascosto, che in tre mesi ha fatto 45 mila multe, e Firenze “scopre” lunedì, così per caso, di essere tartassata per rimpinguare le casse del sindaco. Per spese peraltro che non si vedono, perché la città è abbandonata a se stessa. Quando tutti sanno che gli autovelox sono messi lì per fare cassa - Firenze ha il record delle entrate per multe, 60 milioni in bilancio l’anno prossimo, cinquanta effettivamente incassati negli ultimi anni. Seminascosti, a pochi metri da radicali riduzioni delle velocità massima, da 70 a 50 km l’ora, e da 50 a 30. Non si vuole sapere per conformismo, per orgoglio (Firenze pensa di essere una delle città meglio amministrate del mondo), per incapacità?
I tanti soldi che entrano e non si vedono in uscita non vanno d’altra parte a riempire le tasche degli amministratori. No, vanno a finanziare le carriere politiche, dei sindaci e degli aspiranti sindaci.
Non piace a Polaris, sul supplemento domenicale del “Sole 24 Ore”, che la Cassazione abbia dichiarato incensurabili i blog. Censura la sentenza dicendo “lecito far circolare qualunque sesquipedale asinità, esagerazione, calunnia, grottesca teoria del complotto”. S vede che questo Polaris non legge i giornali, i migliori giornali, “Corriere della sera”, “Repubblica”, eccetera.
Polaris, o “Il Sole”, non si chiedono cosa avrebbe implicato la censura della rete. E anche questo fa parte del non letto. Giornalismo? Pensiero politico, magari facsista?
Cecchi Paone non resiste, e a Uno Mattina confessa, non richiesto, due storie d’amore con calciatori. “Uno della A e uno della C1”, precisa. Invita cioè alla caccia. Per un dovere di libertà, assicura, perché il calcio non ostracizzi più i gay. In realtà per un esibizionismo povero, per quanto doppio: farsi un po’ di pubblicità, consumare sue piccole vendette di letto. Se non è alla terza potenza: buggerarseli di nuovo, magari nel’immaginazione, o farsene buggerare.
Barack e Michelle Obama non piacciono più agli americani. Sono una famiglia presidenziale infine politica: nel ruolo, nazionale e internazionale, governano, non fanno gossip, nemmeno le figlie. Ma i media li snobbano, ora vanno i tea parties. Sono i media l’opinione pubblica? Lo sono stati nell’elezione di Obama. Come dire che, casualmente, possono anche essere positivi.
Dunque il governo Lombardo ter o quater in Sicilia esiste. Che sembrerebbe impossibile e perfino inimmaginabile, eppure è stato votato. Un governo Milazzo in formato minimo, con un ex Dc poi berlusconiano screditato, incapace di una sola iniziativa di governo in due anni, indagato per mafia con qualche fondamento, che mette insieme gli scarti di quattro partitini e si fa un suo personale governicchio. I voti li porta il partito Democratico. La voglia di dissoluzione in Sicilia e al Sud degli ex comunisti non ha confini.
L'onorevole Briguglio, che segue il fondatore Fini fin dal vecchio neo fascismo, saluta incisivo il Lombardo Ter, o Quater: "La tera di Sicilia può essere il granaio di Futuro e Libertà". Lo stile, quello, non muta: è semrpe solido, incisivo. Bersani dovrà andare a scuola di (neo?) retorica.
Letture - 42
letterautore
Computer– Cancella facile e senza tracce. Apre le dighe alla “saggistica a briglia sciola” (Gadda)? Non è l’orgoglio del dattiloscritto pulito, per dire delle idee chiare: ripulisce tutto, anche l’immondizia. È un caso d’innovazione che ci peggiora?
Pensa anche rapido.
Critica – È la narrazione dell’emozione estetica. È la chiave dell’estetica. E, almeno in parte, dell’emozione stessa.
Vent’anni fa, nel 1992, Asor Rosa decretava la fine della letteratura italiana. Nel 1993 Walter Pedullà decretata la fine dell’ironia – di chi? Che malattia è? Deve avere un nome in psichiatria.
Dante – Resta vivo per l’impegno politico, e per l’esistenza travagliata. Ma era soprattutto un tecnico della poesia,della parola, uno scienziato che studiava e sperimentava senza requie.
È l’applicazione che tiene vivi, flânerie e dilettantismo, per quanto si nobilitino nel rifiuto della passione, aiutano solo a trasmigrare senza lasciare traccia.
Dialetto – È il modo d’essere, del singolo, o del singolo nel gruppo naturale. L’espressione immediata, come la famiglia è il gruppo sociale primario, naturale.
Struttura la personalità. Anche quando il linguaggio si adatta, la lingua rimane quella. Un milanese non potrà realmente parlare romano. Gadda ci riesce perché legge il dialetto per quello che è. È sensibile viaggiatore, che sente le differenze – la cerimoniosità dà la tara di quanto poco a suo agio si trovasse tra i pettegolezzi e il provincialismo dell’approdo letterario. Al contrario di Pasolini o Parise, che usano il dialetto e le costruzioni dialettali a scopi neo realistici - per “andare verso il popolo”, direbbe Moravia.
Fourier – È perso, come Sade, nel fascino della classificazione dei piaceri. Dopo l’estenuazione di una vita sensuale libera, cioè poco o punto complessata, rimane solo da godere la vertigine dei numeri, della moltiplicazione e ordinazione dei fatti? Può esserci alla radice l’origine meridionale, l’im-amoralità? O non è una passione che s’innesta alla rivoluzione? Attorno alla quale sia Fourier che Sade gravitano: la rivoluzione ordinatrice. E ordinatrice esaustiva (definitiva), totalizzante, poiché la sua natura è il dominio del reale.
Gadda – Milano vuole far credere che Gadda amasse la sua città. Grande soggetto, questo: perché Gadda rifiutava con violenza la sua Milano?
Inspiegabile anche che, venendo da via Simpliciano, ignorasse Agostino. Agostino, tra l’altro, che doveva essergli simpatico come autore. Gadda è un blocco di rimozioni. O forse soltanto un Autore-vecchia-maniera, tipo il notaio o il farmacista che solo vive per la poesia.
È viaggiatore. L’unico viaggiatore autentico, curioso, disponibile, del Novecento (il suo “nipotino” Arbasino si colloca, con Alvaro, tra i cosmopoliti, europei che scrivono in italiano). Aperto, al contrario di D’Annunzio e Malaparte, i cui esterni sono in realtà degli interni, parigini per opportunismo di carriera – imitati da Calvino, eh sì. O di Moravia e Pasolini, che sono turisti, non interessati e nemmeno informati.
Gerghi – Perché si moltiplicano? Il gergo è il linguaggio della paura, una forma di difesa. E anche dell’odio - del risentimento: dei ladri, dei refoulés, dei martiri, degli snob. Della sterilità.
Giallo – Filosoficamente è scettico. O è dogmatico? È scettico perché è razionalista (ndizi, movente, castigo).
Deve avere la conclusione più varia, sorprendente. Ma come genere è il più deterministico. Quello alla Agatha Christie, deduttivo, lo è per definizione. Gli altri lo sono per convenienza: conviene dire tutto ai lettori, e con chiarezza, servirli e non costringerli a servirsi.
Illuminismo – È caduto sotto il sospetto del totalitarismo e dello scientismo. Perché? L’illuminismo, lo dice il nome e lo dice anche Kant, è solo il metodo della libertà, cioè della verità.
La chiacchiera più sciolta della storia del pensiero umano, la più gratificante. Contradittoria sintesi di velleità oscurantiste. Arguta però. Talvolta. Da parte di chi non ci credeva: Diderot, l’uomo che si spezzava ma non si (s)piegava.
È l’anti-Machiavelli. Machiavelli a uso del re di Prussia. Che era efficiente ma fino a un certo punto, essendo limitato. E con quel titolo nobilitava la sua povera geometria militare.
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Immagine - Dal bene all’immagine del bene, dalla prostituta alla pin-up. L’immagine erotizza la società (modelle e modelli, fotografi, stampatori, distributori, giornali, libri, video, mostre, sfilate, pubblicità, marketing e promozione, estetica, massaggi, fitness, dietetica, abbigliamento, cosmesi…) ma la raffredda. Un bel corpo era il riposo del guerriero, il riposo del funzionario è l’immagine di un corpo, imbellito.
È un pausa fredda della realtà, levigata, ritoccata, inventata? Sì, inventata più che fredda. È uno stimolo creativo: anche l’immagine più casuale o volgare un progetto. Beh, come ogni espressione.
Al cinema non ha dissolto la letteratura ma l’ha rilanciata (diffusa, rimontata). In tv invece sì: su tutto prevale l’accelerazione, la moltiplicazione, e ogni contatto dev’essere insignificante – la significanza si raggiunge solo attraverso l’iterazione: ogni gesto della partita di calcio, drammatico e banale, ripetitivo, dall’arbitro che fischia al fallo, la punizione, il cartellino giallo o rosso, e l’evento, il goal, dev’essere ripetuto molte volte.
La tv stravolge ritmi e trame al narratore, poiché tutto anticipa: è difficile lavorare sulla fantasia. Può però recuperare con l’indicibile delle passioni, un Ersatz, o forse no, che il bombardamento ottico non riesce ad annullare.
Il problema è la critica, che si muove anch’essa al ritmo della tv, mordi e fuggi. E non c’è letteratura senza la critica – che ne è il racconto.
Rivoluzione – Chi fa le rivoluzioni? Secondo Daint-Simon i “legisti” e i “metafisici”. I filosofi.
Ma “la più rivoluzionari”, dice Fanny Hill, “è la donna di piacere”.
Romanticismo – Individualsta, ribelle, fantasioso, esoterico? È l’ultima incarnazione del mito femminile, la più recente. Non delle donne ma di quel femminile che gli uomini fantasmizzano: idealista, cavalleresco, idilliaco, bizzarro. Che non è un fenomeno legato al sesso ma alla personalità – il sesso è un’azione, non una riflessione. Esprime uno stato di confusione, più che un voler essere. È anche uno stadio della vita, che solitamente si ferma all’adolescenza, quello dell’incertezza e del disagio, e quindi della rivolta. Una rivolta permalosa, istintiva, che può non portare ad altro se non a più romanticismo.
Silenzio – “Il silenzio è il linguaggio delle forti passioni”, Leopardi. Tacere è in realtà parlare: dice che non si vuole parlare. È anch’esso parola, anche in senso giuridico: il silenzio-assenso, il silenzio delle Decretali, eccetera.
Tedesco – È legato alla Riforma, che in Germania è più che un fatto storico: dai mistici (Mechtilde di Magdeburgo, Taulero) a Lutero, ai pietisti, allo Stift di Tubinga (Schelling, Hölderlin, Hegel), e a Nietzsche e Heidegger, pure loro. Più che evolvere, si moltiplica. Da qui anche il penchant per l’inafferrabile, l’indistinto, come di ogni fenomeno meccanico che gira su se stesso.
I Minnesänger, Grimmelshausen, Schiller, Goethe, fanno lingua a parte.
letterautore@antiit.eu
Computer– Cancella facile e senza tracce. Apre le dighe alla “saggistica a briglia sciola” (Gadda)? Non è l’orgoglio del dattiloscritto pulito, per dire delle idee chiare: ripulisce tutto, anche l’immondizia. È un caso d’innovazione che ci peggiora?
Pensa anche rapido.
Critica – È la narrazione dell’emozione estetica. È la chiave dell’estetica. E, almeno in parte, dell’emozione stessa.
Vent’anni fa, nel 1992, Asor Rosa decretava la fine della letteratura italiana. Nel 1993 Walter Pedullà decretata la fine dell’ironia – di chi? Che malattia è? Deve avere un nome in psichiatria.
Dante – Resta vivo per l’impegno politico, e per l’esistenza travagliata. Ma era soprattutto un tecnico della poesia,della parola, uno scienziato che studiava e sperimentava senza requie.
È l’applicazione che tiene vivi, flânerie e dilettantismo, per quanto si nobilitino nel rifiuto della passione, aiutano solo a trasmigrare senza lasciare traccia.
Dialetto – È il modo d’essere, del singolo, o del singolo nel gruppo naturale. L’espressione immediata, come la famiglia è il gruppo sociale primario, naturale.
Struttura la personalità. Anche quando il linguaggio si adatta, la lingua rimane quella. Un milanese non potrà realmente parlare romano. Gadda ci riesce perché legge il dialetto per quello che è. È sensibile viaggiatore, che sente le differenze – la cerimoniosità dà la tara di quanto poco a suo agio si trovasse tra i pettegolezzi e il provincialismo dell’approdo letterario. Al contrario di Pasolini o Parise, che usano il dialetto e le costruzioni dialettali a scopi neo realistici - per “andare verso il popolo”, direbbe Moravia.
Fourier – È perso, come Sade, nel fascino della classificazione dei piaceri. Dopo l’estenuazione di una vita sensuale libera, cioè poco o punto complessata, rimane solo da godere la vertigine dei numeri, della moltiplicazione e ordinazione dei fatti? Può esserci alla radice l’origine meridionale, l’im-amoralità? O non è una passione che s’innesta alla rivoluzione? Attorno alla quale sia Fourier che Sade gravitano: la rivoluzione ordinatrice. E ordinatrice esaustiva (definitiva), totalizzante, poiché la sua natura è il dominio del reale.
Gadda – Milano vuole far credere che Gadda amasse la sua città. Grande soggetto, questo: perché Gadda rifiutava con violenza la sua Milano?
Inspiegabile anche che, venendo da via Simpliciano, ignorasse Agostino. Agostino, tra l’altro, che doveva essergli simpatico come autore. Gadda è un blocco di rimozioni. O forse soltanto un Autore-vecchia-maniera, tipo il notaio o il farmacista che solo vive per la poesia.
È viaggiatore. L’unico viaggiatore autentico, curioso, disponibile, del Novecento (il suo “nipotino” Arbasino si colloca, con Alvaro, tra i cosmopoliti, europei che scrivono in italiano). Aperto, al contrario di D’Annunzio e Malaparte, i cui esterni sono in realtà degli interni, parigini per opportunismo di carriera – imitati da Calvino, eh sì. O di Moravia e Pasolini, che sono turisti, non interessati e nemmeno informati.
Gerghi – Perché si moltiplicano? Il gergo è il linguaggio della paura, una forma di difesa. E anche dell’odio - del risentimento: dei ladri, dei refoulés, dei martiri, degli snob. Della sterilità.
Giallo – Filosoficamente è scettico. O è dogmatico? È scettico perché è razionalista (ndizi, movente, castigo).
Deve avere la conclusione più varia, sorprendente. Ma come genere è il più deterministico. Quello alla Agatha Christie, deduttivo, lo è per definizione. Gli altri lo sono per convenienza: conviene dire tutto ai lettori, e con chiarezza, servirli e non costringerli a servirsi.
Illuminismo – È caduto sotto il sospetto del totalitarismo e dello scientismo. Perché? L’illuminismo, lo dice il nome e lo dice anche Kant, è solo il metodo della libertà, cioè della verità.
La chiacchiera più sciolta della storia del pensiero umano, la più gratificante. Contradittoria sintesi di velleità oscurantiste. Arguta però. Talvolta. Da parte di chi non ci credeva: Diderot, l’uomo che si spezzava ma non si (s)piegava.
È l’anti-Machiavelli. Machiavelli a uso del re di Prussia. Che era efficiente ma fino a un certo punto, essendo limitato. E con quel titolo nobilitava la sua povera geometria militare.
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Immagine - Dal bene all’immagine del bene, dalla prostituta alla pin-up. L’immagine erotizza la società (modelle e modelli, fotografi, stampatori, distributori, giornali, libri, video, mostre, sfilate, pubblicità, marketing e promozione, estetica, massaggi, fitness, dietetica, abbigliamento, cosmesi…) ma la raffredda. Un bel corpo era il riposo del guerriero, il riposo del funzionario è l’immagine di un corpo, imbellito.
È un pausa fredda della realtà, levigata, ritoccata, inventata? Sì, inventata più che fredda. È uno stimolo creativo: anche l’immagine più casuale o volgare un progetto. Beh, come ogni espressione.
Al cinema non ha dissolto la letteratura ma l’ha rilanciata (diffusa, rimontata). In tv invece sì: su tutto prevale l’accelerazione, la moltiplicazione, e ogni contatto dev’essere insignificante – la significanza si raggiunge solo attraverso l’iterazione: ogni gesto della partita di calcio, drammatico e banale, ripetitivo, dall’arbitro che fischia al fallo, la punizione, il cartellino giallo o rosso, e l’evento, il goal, dev’essere ripetuto molte volte.
La tv stravolge ritmi e trame al narratore, poiché tutto anticipa: è difficile lavorare sulla fantasia. Può però recuperare con l’indicibile delle passioni, un Ersatz, o forse no, che il bombardamento ottico non riesce ad annullare.
Il problema è la critica, che si muove anch’essa al ritmo della tv, mordi e fuggi. E non c’è letteratura senza la critica – che ne è il racconto.
Rivoluzione – Chi fa le rivoluzioni? Secondo Daint-Simon i “legisti” e i “metafisici”. I filosofi.
Ma “la più rivoluzionari”, dice Fanny Hill, “è la donna di piacere”.
Romanticismo – Individualsta, ribelle, fantasioso, esoterico? È l’ultima incarnazione del mito femminile, la più recente. Non delle donne ma di quel femminile che gli uomini fantasmizzano: idealista, cavalleresco, idilliaco, bizzarro. Che non è un fenomeno legato al sesso ma alla personalità – il sesso è un’azione, non una riflessione. Esprime uno stato di confusione, più che un voler essere. È anche uno stadio della vita, che solitamente si ferma all’adolescenza, quello dell’incertezza e del disagio, e quindi della rivolta. Una rivolta permalosa, istintiva, che può non portare ad altro se non a più romanticismo.
Silenzio – “Il silenzio è il linguaggio delle forti passioni”, Leopardi. Tacere è in realtà parlare: dice che non si vuole parlare. È anch’esso parola, anche in senso giuridico: il silenzio-assenso, il silenzio delle Decretali, eccetera.
Tedesco – È legato alla Riforma, che in Germania è più che un fatto storico: dai mistici (Mechtilde di Magdeburgo, Taulero) a Lutero, ai pietisti, allo Stift di Tubinga (Schelling, Hölderlin, Hegel), e a Nietzsche e Heidegger, pure loro. Più che evolvere, si moltiplica. Da qui anche il penchant per l’inafferrabile, l’indistinto, come di ogni fenomeno meccanico che gira su se stesso.
I Minnesänger, Grimmelshausen, Schiller, Goethe, fanno lingua a parte.
letterautore@antiit.eu
giovedì 7 ottobre 2010
Il romanzo del Bronzino
Per la prima retrospettiva del Bronzino in cinque secoli, a palazzo Strozzi a Firenze, torna in circolazione questo succulento studio dell’attività letteraria del pittore. Gli artisti fiorentini, notava Berenson, erano sempre anche qualcos’altro: letterati, scienziati, architetti. Il Bronzino era poeta. Di rime burlesche, perlopiù, e serie. Più costruito che spontaneo, come sono i suoi quadri, anche se di natura inventivo e non manierista. Uomo di molte letture e forte memoria. Studiato poco nei secoli, ma abbastanza per consentire al D’Ancona di scoprire, nel 1878, che ogni terzina del componimento “Serenata” (che non è parte di questa piccola raccolta) è un centone di capoversi di rispetti popolari.
Questi “Salterelli”, per la prima volta in edizione critica, “sono undici sonetti caudati, in gergo jonadattico, composti fra l’ottobre del 1560 e il gennaio del 161 in difesa di Annibal Caro contro Ludovico Castelvetro”, in difesa cioè di una canzone del Caro, “Venite all’ombra dei gran gigli d’oro”, “che nella seconda metà del Cinquecento infiammò gli animi dei maggiori letterati italiani”. I “Salterelli” “godettero di una particolare fortuna sin dalla loro composizione”, e furono adottati come testo di lingua dall’Accademia della Crusca. Sostennero col Caro l’opportunità dell’uso del toscano vivo a preferenza di quello petrarchesco.
Specialmente gustoso il capitolo sull’Accademia degli Humidi, poi Fiorentina, quando Cosimo I, per omologarla, ne annacquò la natura “popolana” con l’immissione di ecclesiastici e cortigiani: i burleschi, un po’ repubblicani, soci fondatori vennero espulsi - si rifaranno creando nel 1581, a quarant’anni dall’occupazione ducale degli Humidi, la serissima Crusca, o Accademia dei Crusconi. È, in breve, un romanzo. Pieno di figure: Giomo, pollaiolo, il merciaio Miglior Visino, vivandiere apprezzato del gruppo, Niccolò Martelli, detto il Gelato, un mercante, con tanti letterati di nome e di professione, quali Anton Franceso Grazzini, noto come il Lasca, o “il giovane e bel poetino” Gismondo Martelli, amante del Lasca. E Giovan Battista Gelli, filosofo (“I capricci del bottaio”, “La Circe”), calzolaio in piazza della Signoria. Il quale ebbe l’idea di far derivare il toscano dall’aramaico. E trovò un accademico, Pier Francesco Giambullari, storico peraltro insigne, autore della prima storia dell’Europa, che, da filologo esperto di ebraico e caldeo, gliene scoprì le radici, in un trattato doverosamente intitolato “Gello” - la filologia , in fondo, è divertimento.
Agnolo di Cosimo (il Bronzino), I salterelli dell’abbrucia, a cura di Carla Rossi Bellotto, Salerno, pp.140, € 14
Questi “Salterelli”, per la prima volta in edizione critica, “sono undici sonetti caudati, in gergo jonadattico, composti fra l’ottobre del 1560 e il gennaio del 161 in difesa di Annibal Caro contro Ludovico Castelvetro”, in difesa cioè di una canzone del Caro, “Venite all’ombra dei gran gigli d’oro”, “che nella seconda metà del Cinquecento infiammò gli animi dei maggiori letterati italiani”. I “Salterelli” “godettero di una particolare fortuna sin dalla loro composizione”, e furono adottati come testo di lingua dall’Accademia della Crusca. Sostennero col Caro l’opportunità dell’uso del toscano vivo a preferenza di quello petrarchesco.
Specialmente gustoso il capitolo sull’Accademia degli Humidi, poi Fiorentina, quando Cosimo I, per omologarla, ne annacquò la natura “popolana” con l’immissione di ecclesiastici e cortigiani: i burleschi, un po’ repubblicani, soci fondatori vennero espulsi - si rifaranno creando nel 1581, a quarant’anni dall’occupazione ducale degli Humidi, la serissima Crusca, o Accademia dei Crusconi. È, in breve, un romanzo. Pieno di figure: Giomo, pollaiolo, il merciaio Miglior Visino, vivandiere apprezzato del gruppo, Niccolò Martelli, detto il Gelato, un mercante, con tanti letterati di nome e di professione, quali Anton Franceso Grazzini, noto come il Lasca, o “il giovane e bel poetino” Gismondo Martelli, amante del Lasca. E Giovan Battista Gelli, filosofo (“I capricci del bottaio”, “La Circe”), calzolaio in piazza della Signoria. Il quale ebbe l’idea di far derivare il toscano dall’aramaico. E trovò un accademico, Pier Francesco Giambullari, storico peraltro insigne, autore della prima storia dell’Europa, che, da filologo esperto di ebraico e caldeo, gliene scoprì le radici, in un trattato doverosamente intitolato “Gello” - la filologia , in fondo, è divertimento.
Agnolo di Cosimo (il Bronzino), I salterelli dell’abbrucia, a cura di Carla Rossi Bellotto, Salerno, pp.140, € 14
Supergiallo mediterraneo (senza sesso) a Istanbul
Può una donna senza età, di almeno novant’anni, malata terminale di cancro, progettare ed eseguire assassinii? In patria e nella remota Istanbul, una delle tappe della sua infinita diaspora di greca in terra turca? Màrkaris si supera. Sempre nei suoi gialli evita il sesso, come tutti i giallisti in età, dal capostipite Vazquez Montalbàn a Camilleri, riducendolo a una nuisance, un vincolo necessario. È così che il cosiddetto giallo mediterraneo si caratterizza per evitare le dark ladies, o bionde, che sono normalmente il perno dei gialli: perché è opera di autori in età. Qui Màrkaris va oltre, impiantando il romanzo su figure tutte in vario modo, non solo la protagonista, repellenti. E commette sempre l'errore di far prendere al suo commissario Chàritos tre e quattro caffè di seguito, che lo farebbero scoppiare - a meno che non siano ciofeghe (è probabile: la fama del caffè è usurpata, in Grecia è nescafè, in Turchia per molti anni non si trovava). Qui fa anche di peggio: fa mangiare di buon gusto alle vittime delle pitte, torte, al parathion, che invece è disgustoso. Ma regge a ogni pagina. Grazie al ritmo, che fa trascurare i suoi vecchi: il dosaggio degli "a parte", familiari eccetera, è magistrale, l'attenzione sempre stimolata. E al setting: una Istanbul mirabolante, di monumenti, luci, odori, sapori, di estrema, sdilinquita gentilezza. Con un rovesciamento doppio, giacché nel subconscio del lettore turchi e greci sono pur sempre nemici da almeno sei secoli. Specie i romei, come ancora si chiamano i pochi greci residuati delle tante persecuzioni turche nell’ex impero bizantino (romei cioè romani, eredi dell’impero, malgrado lo scisma del Filioque, che non vuole ricomporsi). Ma, poi, non sono tanto diversi.
Petros Màrkaris, La balia, Bompiani, pp. 290, € 9.50
Petros Màrkaris, La balia, Bompiani, pp. 290, € 9.50
mercoledì 6 ottobre 2010
La destra e la sinistra dell’aria fritta
Ritorna la discussione su cosa è destra e cosa e sinistra. A sinistra, com’è d’uso. Risentita, perché ogni intellettuale è risentito. Inutile quindi. Ma fastidiosa, perché devia l’attenzione da cosa veramente importa. Ora il problema è l’onore, se è di destra, come lo è, e non anche di sinistra, come lo è, nelle lettere, perlomeno, dei condannati a morte della Resistenza. Il “Corriere della sera” opina, con Franco Cordelli, che l’onore è di Petrarca, del suo “vir bonus”…
Si teorizza insomma poco, e ancora ideologicamente. Mentre Destra e Sinistra hanno una componente storica, locale, nazionale fortissima. Tale da cambiarne i connotati ideali. La Destra storica cominciò a declinare nel 1866, fino a essere soppiantata dieci anni più tardi dalla Sinistra. Che aveva unicamente pulsioni conservatrici. Andata al potere con una parte dei voti della Destra, specie meridionali, la Sinistra si stabilizzò all’insegna del clientelismo, arrivando a raccogliere tutti i voti del Meridione. Col clientelismo e poi con la corruzione, senza alcun disegno innovatore o riformatore, se non a favore di gruppi d’interesse borghesi – d’interessi per le speculazioni finanziarie, i dazi, le ferrovie. Mentre le Destra guardava con molta attenzione e anzi con invidia ai Socialisti della cattedra tedeschi.
Nell’articolo “La cultura politica”, pubblicato dalla rivista “Diritto” il 3 giugno 1877, De Sanctis scriveva: “Oramai siamo giunti a questo, che non sappiamo più cosa è destra e cosa è sinistra, cosa vogliamo e dove andiamo”. Per l’antipolitica che allora si era insediata in Parlamento, grazie alla debolezza della Destra e all’avventurismo della Sinistra. La “Rassegna Settimanale”, il periodico politico liberale allora di maggior fortuna, faceva campagna per un ritorno alla politica, ai partiti politici. Ma ancora dieci anni dopo Giustino Fortunato riteneva questo ancora “il problema più urgente,… la ricomposizione dei partiti politici”
Nello stesso intervento (un discorso il 6 giugno 1886 in Basilicata, ora in “Scritti politici”, De Donato, pp. 174-76) Fortunato spiega: “Le antiche designazione di Destra e di Sinistra… perdettero ogni significato quel giorno in cui l’unità fu suggellata a Porta Pia e i pareggio dei bilanci proclamato in Parlamento… Gli umori e le tendenze, che già distinsero l’una e l’altra, furono varie e diverse da regione a regione; ed oggi, nella stessa regione, è difficile s’indovini quel che davvero s’intenda, o si vorrebbe sottintendere, per Destra e per Sinistra: né è raro, quaggiù specialmente, che i più puri conservatori si dicano e si proclamino tuttora di Sinistra, tanta è fra noi la confusione delle idee e delle parole”.
Si teorizza insomma poco, e ancora ideologicamente. Mentre Destra e Sinistra hanno una componente storica, locale, nazionale fortissima. Tale da cambiarne i connotati ideali. La Destra storica cominciò a declinare nel 1866, fino a essere soppiantata dieci anni più tardi dalla Sinistra. Che aveva unicamente pulsioni conservatrici. Andata al potere con una parte dei voti della Destra, specie meridionali, la Sinistra si stabilizzò all’insegna del clientelismo, arrivando a raccogliere tutti i voti del Meridione. Col clientelismo e poi con la corruzione, senza alcun disegno innovatore o riformatore, se non a favore di gruppi d’interesse borghesi – d’interessi per le speculazioni finanziarie, i dazi, le ferrovie. Mentre le Destra guardava con molta attenzione e anzi con invidia ai Socialisti della cattedra tedeschi.
Nell’articolo “La cultura politica”, pubblicato dalla rivista “Diritto” il 3 giugno 1877, De Sanctis scriveva: “Oramai siamo giunti a questo, che non sappiamo più cosa è destra e cosa è sinistra, cosa vogliamo e dove andiamo”. Per l’antipolitica che allora si era insediata in Parlamento, grazie alla debolezza della Destra e all’avventurismo della Sinistra. La “Rassegna Settimanale”, il periodico politico liberale allora di maggior fortuna, faceva campagna per un ritorno alla politica, ai partiti politici. Ma ancora dieci anni dopo Giustino Fortunato riteneva questo ancora “il problema più urgente,… la ricomposizione dei partiti politici”
Nello stesso intervento (un discorso il 6 giugno 1886 in Basilicata, ora in “Scritti politici”, De Donato, pp. 174-76) Fortunato spiega: “Le antiche designazione di Destra e di Sinistra… perdettero ogni significato quel giorno in cui l’unità fu suggellata a Porta Pia e i pareggio dei bilanci proclamato in Parlamento… Gli umori e le tendenze, che già distinsero l’una e l’altra, furono varie e diverse da regione a regione; ed oggi, nella stessa regione, è difficile s’indovini quel che davvero s’intenda, o si vorrebbe sottintendere, per Destra e per Sinistra: né è raro, quaggiù specialmente, che i più puri conservatori si dicano e si proclamino tuttora di Sinistra, tanta è fra noi la confusione delle idee e delle parole”.
Rossi contro Renzi, l'Obama di Firenze
Il linguaggio è da guelfi e ghibellini, le manovre dietro le parole sono altrettanto pesanti che a quell’epoca, anche se non arrivano all’ostracismo delle persone, all’ostracismo fisico. Enrico Rossi, per dieci anni navigato assessore regionale alla Sanità, “l’uomo del rubinetto”, e dalla primavera presidente della Regione, capofila dei vecchi diessini, non passa giorno senza stringere un po’ di più l’assedio a Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, che è dello stesso partito Democratico ma capofila degli ex Popolari. È scontro aperto Rossi contro Bianchi, anche se sul terreno infido dell’immobiliare.
Renzi lavora alla leadership del partito Democratico. Alla maniera di Obama. Ha costituito un’organizzazione di circoli per autofinanziarsi, preoara un'intensa attività online, e organizza un’assemblea di autoconvocati del Pd fra un mese. Il Rossi di nome lavora per ridare credibilità alla sua frazione del partito come “quella che fa”, che mantiene gli impegni, con la comunità degli affari. Incrinata dal blitz di Renzi sulla poltrona di sindaco a Palazzo Vecchio, e dallo stallo, con tintinnar di manette, del megaprogetto immobiliare nell’area di Castello, varato dalla giunte diessina che ha preceduto Renzi. Ieri, il giorno in cui il sindaco era a Roma a “Ballarò”, il presidente della Regione ha affossato il progetto Castello, che ora tocca a Renzi di gestire, e ha praticamente annesso quell’area all’ampliamento del contiguo aeroporto di Peretola. “Vogliamo riconquistare credito col mondo del lavoro e delle imprese”, ha detto.
È la novità del partito Democratico, e una che potrebbe essere non di contorno: le due anime del partito Democratico si affrontano scopertamente. Renzi al suo debutto nazionale con Floris ha voluto accreditarsi come buon amministratore. Ma punta molto sul rinnovamento totale, generazionale e politico. Rossi punta invece sulla gestione, il punto di forza dell’ex Pci (“con noi le cose si fanno”). Al punto da “mettersi in tasca”, caratteristicamente, la netta opposizione di Pisa e dei comuni della Piana fiorentina al grande Peretola, benché, o forse perché, amministrati dal suo stesso partito.
La partita potrebbe essere interrotta dalla Procura, ma il rischio è minimo. Il capo della Procura, che di nome fa Quattrocchi, sicuramente vigila. Ma ancora non è intervenuto. Cioè è intervenuto per accantonare le inchieste sull’area fabbricabile di Castello che avevano messo in crisi la vecchia giunta e il sindaco diessino Domenici (di quegli appalti indaga solo quelli in cui ricorre il nome di Dennis Verdini, l’ex spadoliniano oggi berlusconiano). Ma non ha mosso un dito contro Renzi. Anche perché il giovane sindaco evita di prendere qualsiasi decisione. Insomma Quattrocchi vuole vederci chiaro, è prudente.
Renzi lavora alla leadership del partito Democratico. Alla maniera di Obama. Ha costituito un’organizzazione di circoli per autofinanziarsi, preoara un'intensa attività online, e organizza un’assemblea di autoconvocati del Pd fra un mese. Il Rossi di nome lavora per ridare credibilità alla sua frazione del partito come “quella che fa”, che mantiene gli impegni, con la comunità degli affari. Incrinata dal blitz di Renzi sulla poltrona di sindaco a Palazzo Vecchio, e dallo stallo, con tintinnar di manette, del megaprogetto immobiliare nell’area di Castello, varato dalla giunte diessina che ha preceduto Renzi. Ieri, il giorno in cui il sindaco era a Roma a “Ballarò”, il presidente della Regione ha affossato il progetto Castello, che ora tocca a Renzi di gestire, e ha praticamente annesso quell’area all’ampliamento del contiguo aeroporto di Peretola. “Vogliamo riconquistare credito col mondo del lavoro e delle imprese”, ha detto.
È la novità del partito Democratico, e una che potrebbe essere non di contorno: le due anime del partito Democratico si affrontano scopertamente. Renzi al suo debutto nazionale con Floris ha voluto accreditarsi come buon amministratore. Ma punta molto sul rinnovamento totale, generazionale e politico. Rossi punta invece sulla gestione, il punto di forza dell’ex Pci (“con noi le cose si fanno”). Al punto da “mettersi in tasca”, caratteristicamente, la netta opposizione di Pisa e dei comuni della Piana fiorentina al grande Peretola, benché, o forse perché, amministrati dal suo stesso partito.
La partita potrebbe essere interrotta dalla Procura, ma il rischio è minimo. Il capo della Procura, che di nome fa Quattrocchi, sicuramente vigila. Ma ancora non è intervenuto. Cioè è intervenuto per accantonare le inchieste sull’area fabbricabile di Castello che avevano messo in crisi la vecchia giunta e il sindaco diessino Domenici (di quegli appalti indaga solo quelli in cui ricorre il nome di Dennis Verdini, l’ex spadoliniano oggi berlusconiano). Ma non ha mosso un dito contro Renzi. Anche perché il giovane sindaco evita di prendere qualsiasi decisione. Insomma Quattrocchi vuole vederci chiaro, è prudente.
Della Valle vuol lasciare i viola ma non può
Diego Della Valle si sa che cerca solo il momento buono per lasciare la Fiorentina, la squadra di calcio, e quindi abbandonare Firenze e lo stadio di proprietà progettato a Castello. Ma non senza farsi pagare il credito speso: per l’imprenditore è il primo fallimento, e non gli va di lasciarsi dietro un’immagine appannata. E questa è una partita anch’essa difficile – forse più di quelle che la squadra viole gioca in campo la domenica.
Nella guerra tra Rossi e Renzi per il rinnovamento-cum-leadershipdel Pd ci sono in ballo interessi grossi localmente, a Firenze: quelli di Diego Della Valle, interessato allo sviluppo sportivo e immobiliare dell’area di Castello, e quelli della Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti, proprietaria dei terreni da edificare. Ma le due situazioni sono diverse: per Ligresti si tratta di un mancato guadagno, per Della Valle di costi crescenti. Né è solo una questione d’immagine. La situazione è infida, Rossi e Renzi si combattono con proprie batterie anche a palazzo di Giustizia, e l’imprenditore del bello vuole uscire dalla città senza carichi pendenti. Per questo avrebbe minacciato rivelazioni.
Ma queste sono chiacchiere. Di certo c’è che, originariamente, e di suo, vicino all’ex dc Renzi, Della Valle è ora alla corte di Rossi. Per un diverso peso dei due nella Procura?
Nella guerra tra Rossi e Renzi per il rinnovamento-cum-leadershipdel Pd ci sono in ballo interessi grossi localmente, a Firenze: quelli di Diego Della Valle, interessato allo sviluppo sportivo e immobiliare dell’area di Castello, e quelli della Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti, proprietaria dei terreni da edificare. Ma le due situazioni sono diverse: per Ligresti si tratta di un mancato guadagno, per Della Valle di costi crescenti. Né è solo una questione d’immagine. La situazione è infida, Rossi e Renzi si combattono con proprie batterie anche a palazzo di Giustizia, e l’imprenditore del bello vuole uscire dalla città senza carichi pendenti. Per questo avrebbe minacciato rivelazioni.
Ma queste sono chiacchiere. Di certo c’è che, originariamente, e di suo, vicino all’ex dc Renzi, Della Valle è ora alla corte di Rossi. Per un diverso peso dei due nella Procura?
martedì 5 ottobre 2010
Una università dei liberi docenti
A Napoli non c’era l’università C’erano liberi docenti, alcuni peraltro di grande capacità e onestà (Francesco De Sanctis era uno di loro), che impartivano privatamente, a pagamento, l’insegnamento superiore. Quando il governo italiano fondò l’università, non tutti i liberi docenti ne divennero professori, solo i migliori. Gli altri passarono a fare le preparazioni degli esami e, in nome della libertà d’insegnamento, chiesero e ottennero dal governo un riconoscimento e la protezione del loro ruolo agli esami stessi. “Di concessione in concessione”, così lo storico Pasquale Villari riassume la situazione in una delle sue “Lettere meridionali” l’1 dicembre 1883, “i cosiddetti professori pareggiati di Napoli ottennero prima un posto nelle Commissioni esaminatrici, poi due, poi tre, fino a quattro. Fu loro concesso, per legge, il diritto di riscuotere dall’Università una parte delle tasse scolastiche, secondo il numero delle lezioni, e queste poterono darsi anche in casa propria. Lo studente fu inoltre obbligato ad ascoltare, a sua scelta, un certo numero di lezioni, oltre quelle che sono scritte nel corso ufficiale, il che lasciò un nuovo margine ai pareggiati”.
Questo tipo di “riconoscimento” portò alla moltiplicazione dei liberi docenti. E a un arruolamento degli studenti di questo tipo. Un agente del libero docente aspettava le matricole alla stazione centrale a novembre, mese d’iscrizioni, si accertava delle loro propensioni agli studi, e chiedeva d’iscrivere, tra i corsi da frequentare, quello o quelli del suo libero docente: “Basta mettere qui una firma. Voi non perdete nulla e fate guadagnare al professore, che poi sarà fra gli esaminatori. Non avete alcun obbligo di andare alle sue lezioni”. Oppure lo studente veniva avvicinato alla casa dello studente o nell’atrio dell’università, da un altro studente o dallo stesso professore pareggiato: “Che vi costa far mettere sul vostro libretto la mia firma, invece di un altro’ Il professore ufficiale non perde un centesimo, io, che posso essere nella commissione che vi esaminerà, guadagno una trentina di lire, che non si levano a nessuno”.
È la riforma che la Gelmini vorrebbe. Senza saperlo, il che è anche più triste. Di università, per ora, che mendicano solo iscritti e promettono promozioni facili. Ma prima o poi dovranno pure chiedere una tassa di scopo – è il mercato.
Questo tipo di “riconoscimento” portò alla moltiplicazione dei liberi docenti. E a un arruolamento degli studenti di questo tipo. Un agente del libero docente aspettava le matricole alla stazione centrale a novembre, mese d’iscrizioni, si accertava delle loro propensioni agli studi, e chiedeva d’iscrivere, tra i corsi da frequentare, quello o quelli del suo libero docente: “Basta mettere qui una firma. Voi non perdete nulla e fate guadagnare al professore, che poi sarà fra gli esaminatori. Non avete alcun obbligo di andare alle sue lezioni”. Oppure lo studente veniva avvicinato alla casa dello studente o nell’atrio dell’università, da un altro studente o dallo stesso professore pareggiato: “Che vi costa far mettere sul vostro libretto la mia firma, invece di un altro’ Il professore ufficiale non perde un centesimo, io, che posso essere nella commissione che vi esaminerà, guadagno una trentina di lire, che non si levano a nessuno”.
È la riforma che la Gelmini vorrebbe. Senza saperlo, il che è anche più triste. Di università, per ora, che mendicano solo iscritti e promettono promozioni facili. Ma prima o poi dovranno pure chiedere una tassa di scopo – è il mercato.
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