La sfasatura, anzi la cesura, tra l’opinione pubblica e il voto sarà stato il fatto politico di questi quindici anni. Berlusconi ha prevalso al voto contro l’avversione costante dei media: l’Ansa, la Rai, Sky, La 7, e il novanta per cento dei giornali, compresi quelli del gruppo Riffeser-Monti, con commentatori, comici e scienziati politici. Per Berlusconi solo i giornali di proprietà, meno di mezzo milione di copie su sei milioni vendute giornalmente, e i i tg di Mediaset, peraltro poco schierati. Questo sito ha già proposto l’ipotesi che Berlsuconi vinca, malgrado tutto, proprio perché sfida l’opinione pubblica (“Se l’opinione pubblica si ribella, con Berlusconi”, http://www.antiit.com/2010/11/se-lopinione-pubblica-si-ribella-con.html). In prossimità di un’elezione anticipata il giudizio politico su Berlusconi deve restare sospeso, ma l’inefficacia dell’opinione pubblica è un fatto, e ha delle ragioni evidenti.
Una è l’appartenenza dei giornalisti delle maggiori estate private, dell’Ansa e della Rai ai partiti politici di centro-sinistra. Di cui riflettono la crisi di uomini e di idee. È un’appartenenza che rientra nella sfera della libertà d’opinione e quindi inoppugnabile. Se non fosse connessa a interessi concreti dei partiti. Che si riflettono in una classificazione a carattere censorio, una sorta di schedatura, dei giornalisti da parte dell’ex Pci, che il Pd ha mantenuto. E nella gestione delle carriere all’interno dell’Ansa, della Rai e dei giornali. Nella Rai a opera del management, all’Ansa e nei giornali a opera del sindacato dei giornalisti, che vi esercita un forte e reale potere di cogestione, nella Rcs anche formale.
Questi media tenuti a briglia corta dalla politica non possono d’altra parte non risentirne le debolezze. Si possono qui evitare i dettagli, il fatto è evidente. È l’illegalità della giustizia, da un paio di decenni tempi di Scalfaro dichiarata, che ogni cittadino realizza giornalmente. È l’indigenza politica della sinistra, che non ha accettato la caduta del Muro (non ne ha fatto politica), e dell’immarcescibile centro del vecchio potere democristiano, così diffuso nell’amministrazione, a tutti i livelli, e negli enti, gli ex enti economici e la Rai. Fazio che fa una trasmissione in favore dell’eutanasia è nel suo pieno diritto di fare opinione. Ma chiunque altro, su una televisione pubblica, e una come la Rai, che pesa per il 50 e più del mercato, avrebbe ritenuto più consono alla libertà d’opinione anche l’opinione contraria. La scarsa qualità del giudizio è in diretto rapporto con la “protezione” politica, nei contratti e in carriera.
La cifra di questa sinistra senza argomenti, e quindi dell’opinione pubblica (conduttori, comici, commentatori, e perfino le veline de talk show, indimenticabili la Jebreal e la Borromeo) è l’indignatio. Contro il paese più che contro Berlusconi: fascista, sudamericano, corrotto, concussore (Berlusconi, in quanto produttore televisivo e editore, beneficia caratteristicamente in questa indignazione di un’area di affettuosità, se non di rispetto: e la ragione è che è lui che tene alti – non senza ragione: è lui che ha alzato e tiene alti i cachet televisivi, e vende le centomila o il milione di copie).
Altrettanto rilevante è una terza ragione dell’ineffettualità dell’opinione pubblica: in Italia l’opinione pubblica è molto privata. Compresa in un senso anche la Rai, in quanto feudo di un management indefettibilmente democristiano, in parte convertito ultimamente al Pd – Paolo Ruffini, il manager più radicale della Rai, è un democristiano, figlio e nipote di politici democristiani non illuminati. La Rai è privata cioè non nel senso degli interessi economici ma di quelli politici di parte. È il fenomeno per cui, ascoltando l’informazione Rai (i giornali radio e Raisat in continuo nella giornata, e i tg, per quanto lottizzati) lo statista di questi anni è Casini.
In senso proprio è privata l’informazione di cui la leadership è di Carlo De Benedetti, forsennato giocatore di Borsa, che i figli hanno dovuto espellere dagli affari, e di Giovanni Bazoli, monopolista della finanza (banche, banche d’affari, finanziarie e assicurazioni), che danno il la giornalmente su ogni argomento, anche minimo, la pagella della Gelmini, l’opposizione di Oddo (è un calciatore).
sabato 27 novembre 2010
Quando Lombroso scoprì i greci di Calabria
Tardi, nella riedizione del 1898, ma con molto fondo culturale e finezza, Lombroso scoprì i greci in Calabria, e gli albanesi, si può dire per primo nell’Italia unita. Nei primi appunti, “Tre mesi in Calabria”, pubblicati a caldo nel 1862, dopo un breve e accidentato soggiorno nella penisola come medico con le truppe anti-brigantaggio, è il Lombroso che ci si aspetta, dei crani e dei prognati, tutto molto negativo – anche la statura (ma lui stesso, Luigi Guarnieri fa notare perfido nella presentazione, era “un ometto di un metro e sessanta”). I temi sociali disinvolto e assertivo liquidando, ancora nella riedizione, con molte pagine della “Relazione inaugurale per l’anno giuridico 1896” del giudice di Catanzaro Cav. Domenico Ruiz. Ma nel complesso ci ha ripensato, consigliato da un collega stimato, Giuseppe Pelaggi, calabrese di Strongoli, professore e medico, che gli curò le note. Si informò, scoprì che nel Cinque-Seicento c’era in argomento un’ottima trattatistica, soprattutto sui calabro-greci, e nei due capitoli aggiunti espone una tale messe di informazione, linguistica, storica, genealogica, poetica, che risulta oggi più valida che mai, e si legge con estremo interesse.
La questione meridionale sintetizza in sei o sette parole: “Il retaggio borbonico aggravato dall’unificazione italiana”. E le stesse "lombrosiane" notazioni caratteriali, fisiognomiche eccetera, rielabora con misura. Raccogliendo e invìdividuando una massa di informazioni eccezionale per il poco tempo che passò in Calabria. Dalle donne che fanno gli uomini, le "monache di casa" ("vere formiche neutre, godono, meno i soavi piaceri del sesso, tutte le solerzie della maternità, e quasi tutta l'attività degli uomini, e son sempre pressate, affaccendate, viventi"), ai danni dell'unità, che ha aggiunto al malgoverno borbonico quello italiano, ai vini, - "molto alcolici e poco fermentati, producono ai non avvezzi fierissime gastralgie"). La pochezza positivista è quella - il suo discepolo-mentore Pelaggi spiega con questa "legge di Darwin" il fatto che ci siano molti asini, in confronto al numero dei cavalli e dei buoi: "Le vie alpestri ed intralciate necessitando un grandissimo numero di asini pei trasporti dei prodotti agricoli, i foragi vanno a vantaggio di essi e quindi mancano agli altri"). Ma si vede che “le dolcezze dei versi e la delicatezza de modi” che Lombroso dice di avere trovato in Calabria gli ha fatto bene.
Cesare Lombroso, In Calabria, Rubbettino editore, pp. 135, € 7,90
La questione meridionale sintetizza in sei o sette parole: “Il retaggio borbonico aggravato dall’unificazione italiana”. E le stesse "lombrosiane" notazioni caratteriali, fisiognomiche eccetera, rielabora con misura. Raccogliendo e invìdividuando una massa di informazioni eccezionale per il poco tempo che passò in Calabria. Dalle donne che fanno gli uomini, le "monache di casa" ("vere formiche neutre, godono, meno i soavi piaceri del sesso, tutte le solerzie della maternità, e quasi tutta l'attività degli uomini, e son sempre pressate, affaccendate, viventi"), ai danni dell'unità, che ha aggiunto al malgoverno borbonico quello italiano, ai vini, - "molto alcolici e poco fermentati, producono ai non avvezzi fierissime gastralgie"). La pochezza positivista è quella - il suo discepolo-mentore Pelaggi spiega con questa "legge di Darwin" il fatto che ci siano molti asini, in confronto al numero dei cavalli e dei buoi: "Le vie alpestri ed intralciate necessitando un grandissimo numero di asini pei trasporti dei prodotti agricoli, i foragi vanno a vantaggio di essi e quindi mancano agli altri"). Ma si vede che “le dolcezze dei versi e la delicatezza de modi” che Lombroso dice di avere trovato in Calabria gli ha fatto bene.
Cesare Lombroso, In Calabria, Rubbettino editore, pp. 135, € 7,90
venerdì 26 novembre 2010
Problemi di base - 42
spock
Dov'è caduto Fini da cavallo? Ma andava a Damasco?
È la Carfagna che dice vajassa alla Mussolini? O la Mussolini che lo dice della Carfagna? In mezzo all’immondizia, non sentono la puzza?
Perché i comunisti (ex) concedono tutto, gratis? Aspettando Godot?
Perché l’antimafia ce l’ha coi carabinieri?
Perché i carabinieri ce l’hanno con l’antimafia?
Il cristianesimo, l’evento più rilevante, e da ogni punto di vista necessario, della storia avviene per caso: per la neghittosità (Caillois dice l’emicrania) di Ponzio Pilato.
È l’eterno polvere? Oppure gas?
E l’autore, che s’immortala a fare?
Cristo è consolatorio (remissione dei peccati, giustizia, regno dei cieli, cruna dell’ago, eccetera) per conto di Dio? Dio ha qualcosa da farsi perdonare?
Ci sono in Italia 220 mila avvocati, record mondiale per il numero degli abitanti: per fare più giustizia, o per non farla?
spock@antiit.eu
Dov'è caduto Fini da cavallo? Ma andava a Damasco?
È la Carfagna che dice vajassa alla Mussolini? O la Mussolini che lo dice della Carfagna? In mezzo all’immondizia, non sentono la puzza?
Perché i comunisti (ex) concedono tutto, gratis? Aspettando Godot?
Perché l’antimafia ce l’ha coi carabinieri?
Perché i carabinieri ce l’hanno con l’antimafia?
Il cristianesimo, l’evento più rilevante, e da ogni punto di vista necessario, della storia avviene per caso: per la neghittosità (Caillois dice l’emicrania) di Ponzio Pilato.
È l’eterno polvere? Oppure gas?
E l’autore, che s’immortala a fare?
Cristo è consolatorio (remissione dei peccati, giustizia, regno dei cieli, cruna dell’ago, eccetera) per conto di Dio? Dio ha qualcosa da farsi perdonare?
Ci sono in Italia 220 mila avvocati, record mondiale per il numero degli abitanti: per fare più giustizia, o per non farla?
spock@antiit.eu
Berlusconi punta al voto con l'usurpatore
Forte dei cinque punti Berlusconi si prepara un programma elettorale. Un piano per il Sud, pieno di miliardi. La riforma della giustizia, che da sola vale un’elezione. Così come il federalismo: la legislatura troncata senza il federalismo è una sconfitta certa per Fini e l'oppisizione. La riforma fiscale. La sicurezza. Un programma calibrato per una elezione.
I cinque punti Berlusconi strappò a Fini quale condizione per andare avanti col governo a Ferragosto. Quindi è da tempo che pensa alla elezioni - forse ha più senso politico di quanto ci fa credere, l’eterno ragazzo che non ha paura di dire il re nudo. Il voto anticipato è certamente “criminale”: è sempre un rifiuto del voto, da parte delle Camere o della presidenza della Repubblica, cui lo scioglimento compete. In Italia Scalfaro ne ha abusato, nel 1994 e nel 1996, senza per questo essere criticato, ma questo è un altro discorso, dell’autonomia o della capacità di giudizio dei costituzionalisti e scienziati politici: il fatto è che Scalfaro ha forzato le istituzioni e quindi ha commesso un golpe, anzi due. Prima di lui le Camere erano state sciolte anticipatamente solo nel 1979, per le polemiche sul presidente Leone. Che poi si riveleranno pretestuose, ma comunque lo scioglimento si fece con l’accordo di tutti i partiti, e l’evento restò eccezionale (anche perché, per la prima volta nella Repubblica, il Pci che accusava Leone perse le elezioni). Sciogliere le Camere per la carriera di Fini è molto peggio dei precedenti scalfariani.
Ma il problema non è di giustizia, è politico: sanno tutti che chi chiede il voto anticipato perde le elezioni (Berlusconi le perse nel 1996 per colpa di Bossi, che marciò da solo: Forza Italia e la Lega ebbero molti più voti dell’Ulivo). Politicamente Berlusconi sa che, se non avrà la fiducia da Fini a metà dicembre, non c’è altro governo possibile, poiché la sua coalizione è in maggioranza al Senato. Questo senza contare le divisioni dei nuovi centri con le sinistre sulla legge elettorale che dovrebbe giustificare il ribaltone.
Napolitano potrebbe comunque sostituire a Berlusconi un altro presidente del consiglio che, sfiduciato, prepari le elezioni. È una possibilità, anche se Napolitano è - è stato nell’accidentata coabitazione - all’estremo opposto di Scalfaro, rispettoso della Costituzione, e quindi del Parlamento che ne è il fulcro. Ma un governo caretaker senza fiducia sarebbe un invito a nozze per Berlusconi: l’astensionismo di cui nei sondaggi fra i suoi elettori si dissolverebbe alla “usurpazione”.
I cinque punti Berlusconi strappò a Fini quale condizione per andare avanti col governo a Ferragosto. Quindi è da tempo che pensa alla elezioni - forse ha più senso politico di quanto ci fa credere, l’eterno ragazzo che non ha paura di dire il re nudo. Il voto anticipato è certamente “criminale”: è sempre un rifiuto del voto, da parte delle Camere o della presidenza della Repubblica, cui lo scioglimento compete. In Italia Scalfaro ne ha abusato, nel 1994 e nel 1996, senza per questo essere criticato, ma questo è un altro discorso, dell’autonomia o della capacità di giudizio dei costituzionalisti e scienziati politici: il fatto è che Scalfaro ha forzato le istituzioni e quindi ha commesso un golpe, anzi due. Prima di lui le Camere erano state sciolte anticipatamente solo nel 1979, per le polemiche sul presidente Leone. Che poi si riveleranno pretestuose, ma comunque lo scioglimento si fece con l’accordo di tutti i partiti, e l’evento restò eccezionale (anche perché, per la prima volta nella Repubblica, il Pci che accusava Leone perse le elezioni). Sciogliere le Camere per la carriera di Fini è molto peggio dei precedenti scalfariani.
Ma il problema non è di giustizia, è politico: sanno tutti che chi chiede il voto anticipato perde le elezioni (Berlusconi le perse nel 1996 per colpa di Bossi, che marciò da solo: Forza Italia e la Lega ebbero molti più voti dell’Ulivo). Politicamente Berlusconi sa che, se non avrà la fiducia da Fini a metà dicembre, non c’è altro governo possibile, poiché la sua coalizione è in maggioranza al Senato. Questo senza contare le divisioni dei nuovi centri con le sinistre sulla legge elettorale che dovrebbe giustificare il ribaltone.
Napolitano potrebbe comunque sostituire a Berlusconi un altro presidente del consiglio che, sfiduciato, prepari le elezioni. È una possibilità, anche se Napolitano è - è stato nell’accidentata coabitazione - all’estremo opposto di Scalfaro, rispettoso della Costituzione, e quindi del Parlamento che ne è il fulcro. Ma un governo caretaker senza fiducia sarebbe un invito a nozze per Berlusconi: l’astensionismo di cui nei sondaggi fra i suoi elettori si dissolverebbe alla “usurpazione”.
giovedì 25 novembre 2010
Napolitano all’opposizione? La fattura di Napoli
Napolitano che fa l’opposizione al governo sui rifiuti di Napoli era difficile da immaginare. Che non manda osservazioni come normalmente si fa tra il Quirinale e Palazzo Chigi, dirette, riservate. No, fa fare dei comunicati polemici, ironici, sarcastici. E di peggio fa confidare dal suo ufficio stampa ai giornalisti accreditati. Napoli è certo una forza, e si vede: dopo una vita passata a emendarsi dei vizi d’origine, la superficialità, la presunzione, professando l’inglese, le buone maniere, e perfino una concezione accettabile del comunismo, anche il presidente della Repubblica subisce la fattura, l’incantesimo, della sua città.
Oppure si può dire che il Presidente ha due facce. Una è quella dell’uomo politico equilibrato, avveduto. Che ancora l’altro ieri ha imposto l’unica soluzione saggia al litigio tra Fini e Berlusconi, l’approvazione della legge di stabilità. Che sembra una cosa scontata e invece deve avere richiesto molta e robusta capacità di mediazione, viste l’ampiezza e la radicalità dell’odio tra i due. Ma quando si tratta di Napoli, evidentemente, anche uno come Napolitano ne è vittima.
E il Comune di Napoli che aumenta la tarsu, la tassa sulla spazzatura? La sindaco Russo Jervolino non è nuova a questa pensate, e dunque non c’è sorpresa. Peccato che le due contendenti si siano ritirate dai balconi, Carfagna e Mussolini, avrebbero potuto esibirsi con più fondatezza… Viene da pensare a questo punto quello che molti italiani da tempo pensano: che la spazzatura a Napoli non sia un problema. Che se ne parla giusto per avere fare le sceneggiate.
Oppure si può dire che il Presidente ha due facce. Una è quella dell’uomo politico equilibrato, avveduto. Che ancora l’altro ieri ha imposto l’unica soluzione saggia al litigio tra Fini e Berlusconi, l’approvazione della legge di stabilità. Che sembra una cosa scontata e invece deve avere richiesto molta e robusta capacità di mediazione, viste l’ampiezza e la radicalità dell’odio tra i due. Ma quando si tratta di Napoli, evidentemente, anche uno come Napolitano ne è vittima.
E il Comune di Napoli che aumenta la tarsu, la tassa sulla spazzatura? La sindaco Russo Jervolino non è nuova a questa pensate, e dunque non c’è sorpresa. Peccato che le due contendenti si siano ritirate dai balconi, Carfagna e Mussolini, avrebbero potuto esibirsi con più fondatezza… Viene da pensare a questo punto quello che molti italiani da tempo pensano: che la spazzatura a Napoli non sia un problema. Che se ne parla giusto per avere fare le sceneggiate.
Il giudice sia locale - perché pagare per Trani?
La Procura di Trani lavora da due anni, dopo avere intercettato abusivamente Berlusconi, sull’ipotesi se incolpare o meno lo stesso Berlusconi e un certo Innocenzi per aver tramato contro Santoro, quello della tv. Santoro, che come si sa è un santone, si protegge naturalmente da solo, ma i giudici di Trani, non avendo altro da fare, si propongono come suoi sacerdoti. Nove giudici, per i quali una Procura si tiene aperta a Trani, a mezzora da Bari, per dare loro un lavoro vicino casa. Ma senza far nulla?
Per un annetto i nove Procuratori della Repubblica si sono gingillati mandando le intercettazioni al Parlamento, dato che c’era di mezzo Berlusconi. Che essi concordi chiedono di mandare sotto processo per concussione e minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario. Il Tribunale dei ministri, che in un primo momento aveva obiettato al recepimento degli atti, non essendo Santoro “un corpo politico, etc.”, una settimana fa li ha restituiti a Trani. L’unico testimone della vicenda, l’Innocenti, avendo dichiarato di non aver ricevuto pressioni da Berlusconi e di non aver preso nessuna iniziativa contro Santoro. Ma i nove Procuratori di Trani, che così sarebbero senza lavoro, non desistono, e anzi si stanno studiando di chiedere nuove indagini.
Ora, la giustizia deve proseguire il suo cammino, come dicono i giornali, ma l’affare a questo punto pone due problemi. Che un vero Consiglio superiore della magistratura affronterebbe. Uno: è giusto impegnare altre forze di polizia giudiziaria sul fronte Berlusconi-Innocenzi? Due: posto che i giudici devono avere il posto a casa, e viceversa, anzi che i posti vadano riservati ai giudici di casa, come avviene da qualche anno per i professori universitari, perché se ne sono assunti tanti a Bari, invece che a Gela, a Palmi, a Crotone? Bisognerebbe federalizzare anche la giustizia. E farla pagare ai residenti, come le medicine – lo spregevole Bossi non finisce mai di avere ragione.
Per un annetto i nove Procuratori della Repubblica si sono gingillati mandando le intercettazioni al Parlamento, dato che c’era di mezzo Berlusconi. Che essi concordi chiedono di mandare sotto processo per concussione e minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario. Il Tribunale dei ministri, che in un primo momento aveva obiettato al recepimento degli atti, non essendo Santoro “un corpo politico, etc.”, una settimana fa li ha restituiti a Trani. L’unico testimone della vicenda, l’Innocenti, avendo dichiarato di non aver ricevuto pressioni da Berlusconi e di non aver preso nessuna iniziativa contro Santoro. Ma i nove Procuratori di Trani, che così sarebbero senza lavoro, non desistono, e anzi si stanno studiando di chiedere nuove indagini.
Ora, la giustizia deve proseguire il suo cammino, come dicono i giornali, ma l’affare a questo punto pone due problemi. Che un vero Consiglio superiore della magistratura affronterebbe. Uno: è giusto impegnare altre forze di polizia giudiziaria sul fronte Berlusconi-Innocenzi? Due: posto che i giudici devono avere il posto a casa, e viceversa, anzi che i posti vadano riservati ai giudici di casa, come avviene da qualche anno per i professori universitari, perché se ne sono assunti tanti a Bari, invece che a Gela, a Palmi, a Crotone? Bisognerebbe federalizzare anche la giustizia. E farla pagare ai residenti, come le medicine – lo spregevole Bossi non finisce mai di avere ragione.
mercoledì 24 novembre 2010
Punire i governi che speculano: l’euro dopo l’Irlanda
Una speculazione “assicurata”: non concordata probabilmente ma promessa. Non sarà più come prima tra i governi europei dell’euro e nel governo della stessa moneta dopo la crisi irlandese. Il rifiuto dichiarato del governo di Dublino di accedere all’’intervento stabilizzatore della Bce è stato letto nella sola maniera possibile, come un invito alla speculazione. Che ci ha guadagnato e ci guadagna, in una scommessa “sicura”, a spese della stabilità e della ripresa dell’economia europea.
Il giudizio negativo della cancelliera Merkel è solo uno dei tanti concordi: sia Berlino che Parigi sono certi che l’andamento della crisi irlandese è stato determinato dai fondi e dalle banche “anglosassoni”, cioè essenzialmente britanniche, che operano fuori dell’euro. Più sfumato il giudizio a Roma, ma solo perché il governatore della Banca d’Italia, Draghi, presiede il Financial stability forum, che è espresso dagli stessi operatori finanziari che avrebbero profittato della manovra. I dubbi sono stati sollevati dal giudizio positivo degli operatori sulle banche irlandesi agli stress test di agosto.
Ci sono state tensioni molto forti nei primi due giorni della settimana, nell’intento di imbrigliare in qualche modo l’altrimenti incomprensibile manovra irlandese. Con intenzioni cioè molto punitive, che solo la paura di aggravare gli equilibri nell’euro hanno disinnescato. Come punire chi specula sarà il primo tema in agenda in Europa dopo la crisi irlandese. È un tema diverso da quello seguito alla crisi greca: come punire chi bara. E implica bilanciamenti delicati, tra i poteri nazionali e quelli della Banca centrale europea. Ma il governo tedesco è determinato a trovare un qualche sistema di “correzione” dei profittatori, o di governo reale della moneta. Il negoziato si aprirà sul rifinanziamento del Fondo europeo per la stabilità finanziaria, di cuoi la crisi in Grecia e Irlanda, e in parte in Portogallo, ha prosciugato le risorse.
L’esito della crisi irlandese brucia tanto più a Berlino in quanto, mentre la finanza britannica ha tratto profitto del ritardo, le banche tedesche sono quelle che più ci hanno rimesso e ci rimettono. Erano le più esposte, alla pari con quelle britanniche, con le banche irlandesi. Ora praticamente fallite. E non sono state all’altezza della manovra speculativa. A loro giustificazione possono addurre la scusante che gli operatori britannici operavano fuori dell’euro, quindi con molta più libertà. Ma è un fatto che hanno puntato anch’esse sul boom facile dell’Irlanda (la loro esposizione in Italia, un’economia che “vale” nove-dieci volte quella irlandese, è uguale a quella con Dublino), e ne sono rimaste scottate.
Il giudizio negativo della cancelliera Merkel è solo uno dei tanti concordi: sia Berlino che Parigi sono certi che l’andamento della crisi irlandese è stato determinato dai fondi e dalle banche “anglosassoni”, cioè essenzialmente britanniche, che operano fuori dell’euro. Più sfumato il giudizio a Roma, ma solo perché il governatore della Banca d’Italia, Draghi, presiede il Financial stability forum, che è espresso dagli stessi operatori finanziari che avrebbero profittato della manovra. I dubbi sono stati sollevati dal giudizio positivo degli operatori sulle banche irlandesi agli stress test di agosto.
Ci sono state tensioni molto forti nei primi due giorni della settimana, nell’intento di imbrigliare in qualche modo l’altrimenti incomprensibile manovra irlandese. Con intenzioni cioè molto punitive, che solo la paura di aggravare gli equilibri nell’euro hanno disinnescato. Come punire chi specula sarà il primo tema in agenda in Europa dopo la crisi irlandese. È un tema diverso da quello seguito alla crisi greca: come punire chi bara. E implica bilanciamenti delicati, tra i poteri nazionali e quelli della Banca centrale europea. Ma il governo tedesco è determinato a trovare un qualche sistema di “correzione” dei profittatori, o di governo reale della moneta. Il negoziato si aprirà sul rifinanziamento del Fondo europeo per la stabilità finanziaria, di cuoi la crisi in Grecia e Irlanda, e in parte in Portogallo, ha prosciugato le risorse.
L’esito della crisi irlandese brucia tanto più a Berlino in quanto, mentre la finanza britannica ha tratto profitto del ritardo, le banche tedesche sono quelle che più ci hanno rimesso e ci rimettono. Erano le più esposte, alla pari con quelle britanniche, con le banche irlandesi. Ora praticamente fallite. E non sono state all’altezza della manovra speculativa. A loro giustificazione possono addurre la scusante che gli operatori britannici operavano fuori dell’euro, quindi con molta più libertà. Ma è un fatto che hanno puntato anch’esse sul boom facile dell’Irlanda (la loro esposizione in Italia, un’economia che “vale” nove-dieci volte quella irlandese, è uguale a quella con Dublino), e ne sono rimaste scottate.
Ombre - 69
Si può vedere in Berlusconi un femminista e un sincero italiano, che si trova bene anche a Napoli. Oppure si può vedere in lui un gallo, che si pavoneggia tra le galline. O uno che infine fa i conti con la politica, che purtroppo non ha sex appeal, non se ne cura. O, insomma, Berlusconi. Ma che la ministra Carfagna e l’onorevole Mussolini siano un caso politico, facciano politica, esprimano il disagio della politica, questo non si capisce. Già per questo Berlusconi andrebbe punito, per avercele buttate tra i piedi.
Due comari che, come si sono tirate i capelli in pubblico ingiuriandosi, domani si baceranno e abbracceranno, con la stessa indulgenza verso se stesse.
Emma Marcegaglia, cuore Dc, si fa vedere che abbraccia tutti. Tutti quelli che non sono con Berlusconi: Casini, Fini, Bersani - e chissà anche il giudice Woodcock, che le promosse l'utile inchiesta contro i giornali. Ma si fa vedere che abbraccia tutti quelli che non vogliono la legge sul federalismo. Mentre lei vuole il federalismo subito, d’iniziativa popolare, anche senza legge, per la sua regione, la Lombardia, “che non può aspettare”, e la sua azienda.
Patetico sondaggio della “Stampa” per fare presidente del consiglio il suo (ex) presidente: Montezemolo, senza essere candidato, prende già il 9 per cento dei voti. E con lui il Centro balza al 21 per cento. Che forse è un refuso: non dovrebbe essere il 31? Gramellini, ancora uno sforzo!
Loris Mazzetti, 56 anni, il responsabile Rai de programmi di Fazio, lancia un grido d’allarma: “Mi vogliono licenziare”. Vuole continuare a occupare la scena, e c’è riuscito, è su tutti i giornali. Ma porta a titoli della sua equanimità la tessera dell’Associazione Partigiana,”l’unica tessera che ho”. L’ha ereditata? E il povero Franceschini, cui non ha concesso di presentare i suoi romanzi nei programmi di Fazio. Essere resistenti contro Franceschini, il Mazzetti deve avere molto senso dell’umorismo. Ma soprattutto il direttore punta sulla sua simpatia come emiliano. Subito accontentato: nessun giornale che ne abbia riso.
Il camorrista Iovine catturato sorride alle telecamere felice. Come il fratello di Sarah Scazzi, la ragazza assassinata, benché impallidito dalla religione. Come le minorenni di Berlusconi in cerca di comparsate nei locali, per permettere ai clienti di fotografarsi con loro: venti minuti, duemila euro - che non sono troppi per l’affitto dei gioielli, della Ferrari con autista, di un paio di gorilla, e dell’addetta stampa.
Fotografarsi, nulla di più, come col presidente del consiglio. Dev’essere il nuovo savoir vivre, o il nuovo glamour. Anche la dottoressa Bruzzone, criminologa, risolve i casi col lato buono della sua bella faccia in tv, l’inquadratura lusinghiera. Ma chiede di meno.
È feudale ma è ben chiaro, sulla città, sugli affari, sul giornale, l’articolo di Fabio Monti sul “Corriere della sera” di mercoledì. Una lettura da non perdere, l’Inter è sempre di attualità:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/17/Benitez_traballa_ancora_oggi_decide_co_9_101117072.shtml
A Brescia i giudici assolvono tutti gli imputati della strage e il giudice Salvini si sorprende: “Almeno Tritone è colpevole”. E gli altri?
C’è una sfasatura nella trattativa dello Stato con la mafia, che il partito della trattativa non spiega. Nel 1993, il 14 maggio la mafia tenta di uccidere Costanzo, il 15 il ministro Conso, del governo Ciampi, revoca i 140 decreti di carcere duro (41 bis) imposti l’anno precedente, dal governo Amato. Ma il 27 maggio la mafia fa la strage di via dei Georgofili a Firenze, il 27 luglio quella di via Palestro a Milano, e il 28 ci tenta a Roma, a san Giovanni e a san Giorgio al Velabro, per caso senza vittime. È difficile fare della mafia un partito attendibile, lo Spatuzza, i Graviano.
Il Procuratore antimafia Grasso scopre adesso che la droga a Milano la spacciano (la recapitano in realtà a domicilio) i serbi e non i calabresi. Cosa che a Milano tutti sanno (http://www.antiit.com/2010/08/giuseppe-leuzzi-protesta-la-pia-gelmini.html)
Albertini, sindaco (molto) mediocre di Milano è corteggiato da Fini e Casini come candidato di nuovo a sindaco, contro Letizia Moratti. “Deciderò fra una settimana”, risponde regale. La regalità è passata al centro della sinistra?
Dopo le ipocrisie di Fazio e Saviano, Pierluigi Battista consiglia allo scrittore, in prima pagina sul “Corriere della sera”, di “concedere” la replica a Maroni. Regale. L’ossequio di un giornalista che per anni ha fatto lezione sulle parole, proprie e improprie.
Per vendere l’“Elogio della follia” il “Corriere della sera” fa di Erasmo il Benigni dell’epoca.
Due comari che, come si sono tirate i capelli in pubblico ingiuriandosi, domani si baceranno e abbracceranno, con la stessa indulgenza verso se stesse.
Emma Marcegaglia, cuore Dc, si fa vedere che abbraccia tutti. Tutti quelli che non sono con Berlusconi: Casini, Fini, Bersani - e chissà anche il giudice Woodcock, che le promosse l'utile inchiesta contro i giornali. Ma si fa vedere che abbraccia tutti quelli che non vogliono la legge sul federalismo. Mentre lei vuole il federalismo subito, d’iniziativa popolare, anche senza legge, per la sua regione, la Lombardia, “che non può aspettare”, e la sua azienda.
Patetico sondaggio della “Stampa” per fare presidente del consiglio il suo (ex) presidente: Montezemolo, senza essere candidato, prende già il 9 per cento dei voti. E con lui il Centro balza al 21 per cento. Che forse è un refuso: non dovrebbe essere il 31? Gramellini, ancora uno sforzo!
Loris Mazzetti, 56 anni, il responsabile Rai de programmi di Fazio, lancia un grido d’allarma: “Mi vogliono licenziare”. Vuole continuare a occupare la scena, e c’è riuscito, è su tutti i giornali. Ma porta a titoli della sua equanimità la tessera dell’Associazione Partigiana,”l’unica tessera che ho”. L’ha ereditata? E il povero Franceschini, cui non ha concesso di presentare i suoi romanzi nei programmi di Fazio. Essere resistenti contro Franceschini, il Mazzetti deve avere molto senso dell’umorismo. Ma soprattutto il direttore punta sulla sua simpatia come emiliano. Subito accontentato: nessun giornale che ne abbia riso.
Il camorrista Iovine catturato sorride alle telecamere felice. Come il fratello di Sarah Scazzi, la ragazza assassinata, benché impallidito dalla religione. Come le minorenni di Berlusconi in cerca di comparsate nei locali, per permettere ai clienti di fotografarsi con loro: venti minuti, duemila euro - che non sono troppi per l’affitto dei gioielli, della Ferrari con autista, di un paio di gorilla, e dell’addetta stampa.
Fotografarsi, nulla di più, come col presidente del consiglio. Dev’essere il nuovo savoir vivre, o il nuovo glamour. Anche la dottoressa Bruzzone, criminologa, risolve i casi col lato buono della sua bella faccia in tv, l’inquadratura lusinghiera. Ma chiede di meno.
È feudale ma è ben chiaro, sulla città, sugli affari, sul giornale, l’articolo di Fabio Monti sul “Corriere della sera” di mercoledì. Una lettura da non perdere, l’Inter è sempre di attualità:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/17/Benitez_traballa_ancora_oggi_decide_co_9_101117072.shtml
A Brescia i giudici assolvono tutti gli imputati della strage e il giudice Salvini si sorprende: “Almeno Tritone è colpevole”. E gli altri?
C’è una sfasatura nella trattativa dello Stato con la mafia, che il partito della trattativa non spiega. Nel 1993, il 14 maggio la mafia tenta di uccidere Costanzo, il 15 il ministro Conso, del governo Ciampi, revoca i 140 decreti di carcere duro (41 bis) imposti l’anno precedente, dal governo Amato. Ma il 27 maggio la mafia fa la strage di via dei Georgofili a Firenze, il 27 luglio quella di via Palestro a Milano, e il 28 ci tenta a Roma, a san Giovanni e a san Giorgio al Velabro, per caso senza vittime. È difficile fare della mafia un partito attendibile, lo Spatuzza, i Graviano.
Il Procuratore antimafia Grasso scopre adesso che la droga a Milano la spacciano (la recapitano in realtà a domicilio) i serbi e non i calabresi. Cosa che a Milano tutti sanno (http://www.antiit.com/2010/08/giuseppe-leuzzi-protesta-la-pia-gelmini.html)
Albertini, sindaco (molto) mediocre di Milano è corteggiato da Fini e Casini come candidato di nuovo a sindaco, contro Letizia Moratti. “Deciderò fra una settimana”, risponde regale. La regalità è passata al centro della sinistra?
Dopo le ipocrisie di Fazio e Saviano, Pierluigi Battista consiglia allo scrittore, in prima pagina sul “Corriere della sera”, di “concedere” la replica a Maroni. Regale. L’ossequio di un giornalista che per anni ha fatto lezione sulle parole, proprie e improprie.
Per vendere l’“Elogio della follia” il “Corriere della sera” fa di Erasmo il Benigni dell’epoca.
martedì 23 novembre 2010
Giornalismo di guerra nell'età della pace
All'attacco, o all'assalto, segue in genere l'affondo. Mentre la guerra scoppia, dopo la polemica. La protesta è infiammata, la rivelazione una bomba, il potenziale esplosivo – questo si dice anche delle maggiorate. Il dissenso esplode senz'altro, o esploda la rabbia popolare - la rabbia è popolare. E si combatte, senza esclusione di colpi. Sul campo, che è sempre di battaglia, non ci sono discussioni ma scontri. Mentre l'avversario si difende in trincea, o contrattacca a caro prezzo, schierando le sue batterie.
Non c'è più il generale inverno nei giornali, ma il linguaggio è sempre militare, per la politica e per il calcio. Dalla guerra tra i giganti della destra, Fini e Berlusconi, a quella fra le due signore Carfagna e Mussolini, condotta sui balconi. Sprofonda si usa soprattutto per il calcio e i paesi esotici. Sprofondano in genere le costruzioni, i terreni soggetti a sisma e bradisismo, le persone nella disperazione, l’indigenza, la droga, eccetera. Ma nel giornalismo sprofonda il Chievo, il Porto Chiesa Nuova, il Toro. Oppure Gaza, il Libano, l’Irak. Le cui retrovie sono in genere nel caos.
Questo o quell'uomo politico, o il governo, o l'opposizione, lanciano spesso manovre avvolgenti. Che fanno molte vittime, oppure non fanno vittime, tra un ultimatum e l'altro, armistizi, e anche trattati di pace, sempre provvisori. Quando le armate, dell'una o dell'altra parte, non battono in ritirata. Tutto poi "mina", la fiducia, la maggioranza, l'opposizione, e anzi la mina è vagante. A volte colpendo nel segno. L'avversario è il nemico, che può essere respinto con perdite, ma sempre merita l'onore delle armi. Esplodono anche i contrasti, e le contraddizioni.
Nell'era senza guerre i giornali si adoperano perché non se ne perda il linguaggio? O non sanno che dire. L’altro linguaggio di questa Italia è il Grande Fratello, che il linguaggio ha depotenziato della sensualità, e perfino della turpitudine – indescrivibile, la realtà vi supera l’immaginazione, quanto il mondo sia piatto.
Non c'è più il generale inverno nei giornali, ma il linguaggio è sempre militare, per la politica e per il calcio. Dalla guerra tra i giganti della destra, Fini e Berlusconi, a quella fra le due signore Carfagna e Mussolini, condotta sui balconi. Sprofonda si usa soprattutto per il calcio e i paesi esotici. Sprofondano in genere le costruzioni, i terreni soggetti a sisma e bradisismo, le persone nella disperazione, l’indigenza, la droga, eccetera. Ma nel giornalismo sprofonda il Chievo, il Porto Chiesa Nuova, il Toro. Oppure Gaza, il Libano, l’Irak. Le cui retrovie sono in genere nel caos.
Questo o quell'uomo politico, o il governo, o l'opposizione, lanciano spesso manovre avvolgenti. Che fanno molte vittime, oppure non fanno vittime, tra un ultimatum e l'altro, armistizi, e anche trattati di pace, sempre provvisori. Quando le armate, dell'una o dell'altra parte, non battono in ritirata. Tutto poi "mina", la fiducia, la maggioranza, l'opposizione, e anzi la mina è vagante. A volte colpendo nel segno. L'avversario è il nemico, che può essere respinto con perdite, ma sempre merita l'onore delle armi. Esplodono anche i contrasti, e le contraddizioni.
Nell'era senza guerre i giornali si adoperano perché non se ne perda il linguaggio? O non sanno che dire. L’altro linguaggio di questa Italia è il Grande Fratello, che il linguaggio ha depotenziato della sensualità, e perfino della turpitudine – indescrivibile, la realtà vi supera l’immaginazione, quanto il mondo sia piatto.
Milano chiama, Napoli risponde
Dovendo ragionare, è stupefacente che Napoli si presti a imbordellire tutto: la politica, le donne, le donne in politica, la spazzatura, la giustizia. Sarà la sua natura, appare evidente che non sa essere altrimenti. Quand’è che abbiamo avuto una buona notizia da Napoli? La Carfagna che fa cinque o sei anni di clausura, accollata, senza curve, sempre politicamente corretta, perfino senza tacchi, per poi lanciarsi dal balcone contro la Mussolini (che tra l’altro non c’entra coi termovalorizzatori, se debbano essere provinciali o comunali, che in teoria è la materia del contendere) dice che quella è la natura. Nulla di che: due comari che, come si sono tirate i capelli in pubblico inguriandosi, domani si baceranno e abbracceranno, con la stessa superficialità. Ma è stupefacente che Napoli lo faccia a buon mercato, anzi senza corrispettivo.
Che sarebbe una buona cosa: il napoletano impetuoso, prodigale, perfino generoso, fa quello che più gli aggrada e non per tornaconto. Se non che questa Napoli fa da sparring partnerall’Italia milanese che ci governa da vent’anni, che volentieri monta e anzi incita il cavallo imbizzarrito del Golfo. Al partito del non governo, di editori-e-banchieri. Al leghismo, che non potrà che essere legittimamente preoccupato del contagio. Al provvido Berlusconi, che così evita di fare le cose che ormai da vent’anni aspettano di essere fatte. Agli affarucci: Emma Marcegagla va dal giudice napoletano Woodcock e d’improvviso, per miracolo, le indiscrezioni sui problemi di famiglia cessano. Napoli suona come un’eco, certo chiassosa, sporca, un po' volgare anche, commaresca, in un chiama-e-rispondi costante.
Napoli sempre si conferma la testa di turco di ogni nemico sfruttatore del Sud. Sono ormai centocinquant’anni, o centossesanta, che non è più capitale, ma sta sempre lì a occupare gli spazi: sta ‘n coppa, come le piace dire, e riversa sul Sud la sua infinita immarcescibile ignominia.
Che sarebbe una buona cosa: il napoletano impetuoso, prodigale, perfino generoso, fa quello che più gli aggrada e non per tornaconto. Se non che questa Napoli fa da sparring partnerall’Italia milanese che ci governa da vent’anni, che volentieri monta e anzi incita il cavallo imbizzarrito del Golfo. Al partito del non governo, di editori-e-banchieri. Al leghismo, che non potrà che essere legittimamente preoccupato del contagio. Al provvido Berlusconi, che così evita di fare le cose che ormai da vent’anni aspettano di essere fatte. Agli affarucci: Emma Marcegagla va dal giudice napoletano Woodcock e d’improvviso, per miracolo, le indiscrezioni sui problemi di famiglia cessano. Napoli suona come un’eco, certo chiassosa, sporca, un po' volgare anche, commaresca, in un chiama-e-rispondi costante.
Napoli sempre si conferma la testa di turco di ogni nemico sfruttatore del Sud. Sono ormai centocinquant’anni, o centossesanta, che non è più capitale, ma sta sempre lì a occupare gli spazi: sta ‘n coppa, come le piace dire, e riversa sul Sud la sua infinita immarcescibile ignominia.
lunedì 22 novembre 2010
I germanesi che non sono di là, e non più di qua
Riletto dopo venticinque anni, dopo la caduta del Muro, è un libro allo specchio. I “germanesi” di questa inchiesta a suo tempo folgorante, scritta per un pubblico tedesco, di Carmine Abate e della sociologa Behrmann riflettono i modelli che dicono di combattere: per la figlia vogliono un futuro di avvocatessa, o di dottoressa. Questi germanesi sono infatti italiani. Il neologismo è popolare, registrato da Umberto
Zanotti Bianco già nel 1928 in Calabria, nel racconto
“Tra la perduta gente” – nella raccolta dallo stesso titolo. Anche questi sono calabresi, arbëreshë, di Carfizzi, un piccolo paese del crotonese, che fu in prima fila nell’occupazione delle terre del 1919-1920 e del 1944-49, dopodiché è emigrato in massa – molti appunto in Germania. Carfizzi tuttora celebra il Primo Maggio con un radun
o dei sindacati nella località delle occupazioni, la Montagnella ma per pochi, i più se ne sono andati. Sono detti germanesi al ritorno a Carfizzi, dove Abate e Behrmann li hanno incontrati e intervistati, sui motivi dell’emigrazione, sulla permanenza in Germania, sui motivi del ritorno.
La ricerca documenta, attraverso un’inchiesta sul campo (essenzialmente interviste) durata tre anni, dal 1979 a 1982, il morbo disintegratorio che è l’emigrazione per necessità: “Il comportamento tipico dei germanesi in entrambi gli ambiti di vita può essere soltanto l’adattamento forzato sia al modello di vita urbano-industriale che all’attuale modello di vita paesano”. Che applicandosi a persone in età è la constatazione di un fallimento. La copertina di questa edizione, “Un operaio calabrese a Roma”, un quadro di Guttuso al museo Puškin a Mosca, dice tutto.
Norbert Elias, nella presentazione al testo originale pubblicato nel 1986 (qui in postfazione), apprezza il metodo d’indagine, l’“autorappresentazione”. Tanto più significativa, aggiunge, in quanto dà la parola a non-soggetti, quali gli emigrati-immigrati finiscono per essere. Gli intervistati sono assertivi e convincono gli autori. Essendo il loro l’esito di una vita di stenti, di generazioni, di epoche, non c’è da scrutinare le testimonianze. Anche per il romance, la nostalgia della lotta di classe, che gli autori non nascondono. Ma l’esito è uno solo: il (piccolo) vantaggio personale, naturalmente in forma di sopravvivenza, e “a costo di sacrifici”. Senza utopie. La spia è il passaggio alla "incomprensione", urbana, mercantile, dello scambio, la cui funzione è di "pareggiare" le diverse disponibilità, mentre l'emigrato ne valuta in moneta i rispettivi pesi, con sussiego e perfino con ferocia, a scapito dell'amicizia, della parentela, della solidarietà.
Anche la prospettiva storica rischia di leggersi rovesciata. L’inquadramento storico è di una situazione di sfruttamento. Di sfruttamento povero, miserabile, che però non è feudale né signoriale, è solo sopravvivenza. E di un caso, il caso di Carfizzi, d’ipercapitalismo che è anch’esso l’opposto del feudalesimo (il feudatario ha degli obblighi che il capitalista non ha): un forestiero di scarsa fortuna, Pietro Fedele Rizzuto, che vi s’installa nel 1926, dieci anni dopo è podestà e padrone di tutte le terre del marchesato, oltre 1.500 ettari, e del palazzo dello stesso marchese, e venti anni dopo, o poco più, riesce a farsi espropriare dalla riforma agraria terreni boschivi incoltivabili, in grandi quantità, pagati. In una comunità strutturata, stabilizzata e quasi chiusa il punto di vista della lotta di classe è il meno produttivo alla lettura (e forse allo stesso miglioramento sociale): la costringe e la restringe, come qualsiasi altra lettura metodologica, questi universi si vogliono meglio narrati, che uniformati a "leggi", gabbie sociologiche, antropologiche.
Libro essenzialmente onesto. Tanto più per l’epoca, 1987, e l’ossidata cultura di riferimento, quella del Pci. Benché per questa, per il pregiudizio, non sfrutti a fondo il potenziale che schiera – non nel senso della verità, s’intende, e anche della presentazione-narrazione. La povertà non vi è miseria. Lo sfruttamento c’è, ma in dosi reali, rilevate, e non per principio. E le ragioni per partire sono molteplici: il bisogno non è solo economico. C’è chi non ama il mare, neppure in lontananza, e preferisce cieli grigi e orizzonti chiusi ma nel quieto regolato – pulito, rispettoso del vicino, e quindi ben governato. Lo stesso Abate, che lavora e vive nel Trentino, in un paesino, è un emigrato non di necessità, e anzi per scelta pervicace, malgrado scriva sempre e solo di Calabria.
Carmine Abate, Meike Behrmann, I germanesi, Rubbettino, pp. 237, € 5,90
La ricerca documenta, attraverso un’inchiesta sul campo (essenzialmente interviste) durata tre anni, dal 1979 a 1982, il morbo disintegratorio che è l’emigrazione per necessità: “Il comportamento tipico dei germanesi in entrambi gli ambiti di vita può essere soltanto l’adattamento forzato sia al modello di vita urbano-industriale che all’attuale modello di vita paesano”. Che applicandosi a persone in età è la constatazione di un fallimento. La copertina di questa edizione, “Un operaio calabrese a Roma”, un quadro di Guttuso al museo Puškin a Mosca, dice tutto.
Norbert Elias, nella presentazione al testo originale pubblicato nel 1986 (qui in postfazione), apprezza il metodo d’indagine, l’“autorappresentazione”. Tanto più significativa, aggiunge, in quanto dà la parola a non-soggetti, quali gli emigrati-immigrati finiscono per essere. Gli intervistati sono assertivi e convincono gli autori. Essendo il loro l’esito di una vita di stenti, di generazioni, di epoche, non c’è da scrutinare le testimonianze. Anche per il romance, la nostalgia della lotta di classe, che gli autori non nascondono. Ma l’esito è uno solo: il (piccolo) vantaggio personale, naturalmente in forma di sopravvivenza, e “a costo di sacrifici”. Senza utopie. La spia è il passaggio alla "incomprensione", urbana, mercantile, dello scambio, la cui funzione è di "pareggiare" le diverse disponibilità, mentre l'emigrato ne valuta in moneta i rispettivi pesi, con sussiego e perfino con ferocia, a scapito dell'amicizia, della parentela, della solidarietà.
Anche la prospettiva storica rischia di leggersi rovesciata. L’inquadramento storico è di una situazione di sfruttamento. Di sfruttamento povero, miserabile, che però non è feudale né signoriale, è solo sopravvivenza. E di un caso, il caso di Carfizzi, d’ipercapitalismo che è anch’esso l’opposto del feudalesimo (il feudatario ha degli obblighi che il capitalista non ha): un forestiero di scarsa fortuna, Pietro Fedele Rizzuto, che vi s’installa nel 1926, dieci anni dopo è podestà e padrone di tutte le terre del marchesato, oltre 1.500 ettari, e del palazzo dello stesso marchese, e venti anni dopo, o poco più, riesce a farsi espropriare dalla riforma agraria terreni boschivi incoltivabili, in grandi quantità, pagati. In una comunità strutturata, stabilizzata e quasi chiusa il punto di vista della lotta di classe è il meno produttivo alla lettura (e forse allo stesso miglioramento sociale): la costringe e la restringe, come qualsiasi altra lettura metodologica, questi universi si vogliono meglio narrati, che uniformati a "leggi", gabbie sociologiche, antropologiche.
Libro essenzialmente onesto. Tanto più per l’epoca, 1987, e l’ossidata cultura di riferimento, quella del Pci. Benché per questa, per il pregiudizio, non sfrutti a fondo il potenziale che schiera – non nel senso della verità, s’intende, e anche della presentazione-narrazione. La povertà non vi è miseria. Lo sfruttamento c’è, ma in dosi reali, rilevate, e non per principio. E le ragioni per partire sono molteplici: il bisogno non è solo economico. C’è chi non ama il mare, neppure in lontananza, e preferisce cieli grigi e orizzonti chiusi ma nel quieto regolato – pulito, rispettoso del vicino, e quindi ben governato. Lo stesso Abate, che lavora e vive nel Trentino, in un paesino, è un emigrato non di necessità, e anzi per scelta pervicace, malgrado scriva sempre e solo di Calabria.
Carmine Abate, Meike Behrmann, I germanesi, Rubbettino, pp. 237, € 5,90
Secondi pensieri - 57
zeulig
Centro – È il cuore del labirinto.
Cicli – La caccia, liberatoria per secoli, contro i padroni, le loro riserve e i loro guardacaccia, e contro le stesse bestie, è ora assassina. Acque e vulcani, fino a qualche decennio fa assassini, sono diventati protetti – ma ora stanno tornando assassini. La chimica, nata per liberare l’uomo dal bisogno e dalla malattie, ora lo uccide. Il viaggio, inteso a moltiplicare le esperienze e il tempo della storia, la immiseriscono annullando il tempo. E anche Vico ritorna.
Nell’antichità classica la natura è l’uomo, anche se Lucrezio aveva dei dubbi.
Nel cristianesimo l’esistente – l’uomo, la natura – è un simulacro (messaggio, segnale).
Col Rinascimento si torna all’antico: l’uomo è la natura (Dio) e il suo segnale. Fino all’artificio (manierismo), all’ordinazione universale (barocco, illuminismo), alla nostalgia del disordine (romanticismo).
E al Novecento, che ha inteso cancellare la storia (la malattia on l’eugenetica, il disordine col totalitarismo), e si è dissolto.
Colpa – È il Concilio di Trento che la eleva a dogma: il peccato originale. Ma dopo che Lutero aveva fatto pendere il pessimismo agostiniano sull’invincibilità delle pulsioni (negative: le pulsioni incontrollabili sono negative) erso la colpa definitiva, connaturata. Il cattolicesimo tridentino fa proprio Lutero – che era nato ed era ben cattolico, a parte le indulgenze e il papa – ma lascia due spiragli: l’innocenza primaria e la redenzione possibile.
L’applicazione più conseguente del cattolicesimo tridentino si ha in Lombardia – nella Lombarda manzoniana e, più, in quella storica. Non per un fatto geografico evidentemente, né etnico, ma per l’applicazione che ne fece Carlo Borromeo, che modellò il fondo psico-sociale della diocesi (della regione), e per gli sviluppi di essa, da borghesia solidamente impiantata a borghesia illuminata, impressi dal cardinale Federigo.
Coraggio – Richiede umiltà. Nessuna SS è ricordata per un atto di coraggio, neppure dal revanscismo fascista. È la reazione sana alla paura – l’altra è la violenza.
Corpo – La vita, con lo spirito e l’anima, si rigenera per contatto fisico. Cos’è l’abbraccio se non la vitalità dell’uno che passa in quella dell’altro, un comunione. Non di anime, ma di corpi: pelle, nervi, mucose, umori, odori, sguardi. Di anime attraverso il corpo.
Crisi – È speculare al positivismo, depressiva come quello è (era) progressivo. Come quello è un errore, anche se non inefficace – la lettura, ovviamente, è un errore.
Il marxismo non l’ha accentuata – la crisi è più liberale che marxiana. NE ha accentuato l’errore, che è errore di lettura: ne ha accentuato l’effetto catartico, che è minimo e solitamente incidentale, sottovalutandone le capacità di durata, che son coriacee.
Cristianesimo – Crea il tempo, il finito, avendone distinto l’eternità. Ma lo nega, con il curioso giudizio universale e la resurrezione dei morti, scadenza eternamente rimandata.
Fede – Un parroco non riuscirebbe a trovarla: è quella della beghina, della superstiziosa ignorante, della ragazza frigida, della giovane appassionata, della oppia vacua, della duchessa supponente,
del ragazzo mistico, del laico impegnato, operatore civile o culturale, dell’adolescente che sottrae oi soldi ai genitori? La fede non c’entra con la pratica religiosa, che è affare di pietà.
Filosofia – È il procedimento logico delle subordinate: quindi…, quindi…, quindi (oppure, Gentile: la quale…, la quale.., la quale). Che apparentemente è un approfondimento, per ciò intendendosi chiarimento. Ma è come scendere in un pozzo, sempre più oscuro.
Gesù – È quello che Dio non è, quello della bibbia: buono, giusto, tranquillo, a volte perfino indolente. Non disprezza nessuno, non condanna. Nemmeno quando è in collera.
È consolatorio: giustizia, regno dei cieli, cruna dell’ago, eccetera. Per conto d Dio? Dio ha qualcosa da farsi perdonare?
Lealtà – È la fonte di ogni virtù. Nulla la sostituisce, nemmeno l’amore, né la passione evidentemente, che pure può farne a meno. Ma è uno scambio.
La slealtà invece può essere un vizio, sganciata dal rapporto azione\reazione.
Marx– Ne ha tratto miglior lezione la borghesia. Cui ha insegnato che :1) ci sono le crisi, e che conviene padroneggiarle, perché 2) tout se tient, il capitale fa sistema. Ha sviato invece il lavoratore con la classe e l’utopia socialista.
Memoria– È il serbatoio dell’immaginazione e dell’intelligenza: l’intuito più vivo inaridisce senza. Più è bombardata e più raccoglie. La scuola samaritana di oggi, riducendo l’input, riduce l’output. E tradisce la pedagogia (la formazione): un ragazzo che esce da scuola conoscendo poche frasi (cose), diventa per questo, per essere insicuro, assertivo, e anche aggressivo, cioè stupido.
È selettiva, per conservarci la libertà. Queste selettività (rimozione) è per Freud negativa, ma ricordare tutto è camminare con le catene ai piedi. O fossilizzarsi, in un mondo di statue e senza ombre.
Mito – Va spiegato, cioè razionalizzato. È l’unica sua forma di senso.
Moda – È l’insopprimibile bisogno di novità che l’uomo ha. È l’addomesticamento (sublimazione) del bisogno di altro: invece che nella distruzione, nell’eversione, la fuga, l’istinto si sublima in un esercizio (registro) futile. Così lo shopping, che il possesso non sa delimitare – non c’è possesso nel’acquisto compulsivo.
Modernità – Abbiamo vissuto il periodo più lungo di pace e più proficuo d benessere materiale di tutta la storia ma siamo vuoti. I sessant’anni dal dopoguerra sono vuoti, di idee, di energie, e perfino di fatti. Hitler con la Soluzione Finale e gli Usa con Hiroshima hanno amputato la storia, ne hanno amputato le articolazioni nervose, la sensibilità. E non per i mezzi messi in opera quanto per la volontà tranquillamente malvagia che era dietro l’esercizio tecnico, che ha sconvolto ogni senso possibile (accettabile, fonte di speranza) di giustizia – dell’ingiusto, del nemico. Perrfino la caduta del Muro, un fatto che ecciterà molto gli storici, è come non fosse avvenuto, per l’apatia europea e la presunzione americana.
La metafisica del soggetto heideggeriana si compie quando, per la prima volta nella storia, il soggetto viene svuotato, essendo alterata in radice ogni relazione con gli altri, con la natura, con Dio (la giustizia). Ciò spiega la sensazione di stolidità che il filosofo dà, furbo montanaro svevo che si calòa in tutte le brache pronte ad accoglierlo, dai gesuiti a Hitler passando per Husserl e la sofisticatezza ebraica. Ma spiega anche l’intima distruttività dei tedeschi nella loro ricerca di un’identificazione, di un Assoluto che li stabilizzasse dopo due millenni di saprofitismo, sulle spalle latine. Una distruttività non più casuale (“la colpa è di Hitler”), dopo tante coincidenze. Per concludere all’ermeneutica post-moderna, per fortuna inoffensiva, imitazione al terzo grado – imitazione dell’imitazione che i francesi fanno dell’asse Hölderlin-Nietzsche, dell’imitazione della Grecia pre-socratica e dello stesso Platone. Una tradizione stratificata, ma sul nulla.
Storia – È donna. La dona fa nascere la vita, cioè la storia. E la perpetua.
zeulig@antiit.eu
Centro – È il cuore del labirinto.
Cicli – La caccia, liberatoria per secoli, contro i padroni, le loro riserve e i loro guardacaccia, e contro le stesse bestie, è ora assassina. Acque e vulcani, fino a qualche decennio fa assassini, sono diventati protetti – ma ora stanno tornando assassini. La chimica, nata per liberare l’uomo dal bisogno e dalla malattie, ora lo uccide. Il viaggio, inteso a moltiplicare le esperienze e il tempo della storia, la immiseriscono annullando il tempo. E anche Vico ritorna.
Nell’antichità classica la natura è l’uomo, anche se Lucrezio aveva dei dubbi.
Nel cristianesimo l’esistente – l’uomo, la natura – è un simulacro (messaggio, segnale).
Col Rinascimento si torna all’antico: l’uomo è la natura (Dio) e il suo segnale. Fino all’artificio (manierismo), all’ordinazione universale (barocco, illuminismo), alla nostalgia del disordine (romanticismo).
E al Novecento, che ha inteso cancellare la storia (la malattia on l’eugenetica, il disordine col totalitarismo), e si è dissolto.
Colpa – È il Concilio di Trento che la eleva a dogma: il peccato originale. Ma dopo che Lutero aveva fatto pendere il pessimismo agostiniano sull’invincibilità delle pulsioni (negative: le pulsioni incontrollabili sono negative) erso la colpa definitiva, connaturata. Il cattolicesimo tridentino fa proprio Lutero – che era nato ed era ben cattolico, a parte le indulgenze e il papa – ma lascia due spiragli: l’innocenza primaria e la redenzione possibile.
L’applicazione più conseguente del cattolicesimo tridentino si ha in Lombardia – nella Lombarda manzoniana e, più, in quella storica. Non per un fatto geografico evidentemente, né etnico, ma per l’applicazione che ne fece Carlo Borromeo, che modellò il fondo psico-sociale della diocesi (della regione), e per gli sviluppi di essa, da borghesia solidamente impiantata a borghesia illuminata, impressi dal cardinale Federigo.
Coraggio – Richiede umiltà. Nessuna SS è ricordata per un atto di coraggio, neppure dal revanscismo fascista. È la reazione sana alla paura – l’altra è la violenza.
Corpo – La vita, con lo spirito e l’anima, si rigenera per contatto fisico. Cos’è l’abbraccio se non la vitalità dell’uno che passa in quella dell’altro, un comunione. Non di anime, ma di corpi: pelle, nervi, mucose, umori, odori, sguardi. Di anime attraverso il corpo.
Crisi – È speculare al positivismo, depressiva come quello è (era) progressivo. Come quello è un errore, anche se non inefficace – la lettura, ovviamente, è un errore.
Il marxismo non l’ha accentuata – la crisi è più liberale che marxiana. NE ha accentuato l’errore, che è errore di lettura: ne ha accentuato l’effetto catartico, che è minimo e solitamente incidentale, sottovalutandone le capacità di durata, che son coriacee.
Cristianesimo – Crea il tempo, il finito, avendone distinto l’eternità. Ma lo nega, con il curioso giudizio universale e la resurrezione dei morti, scadenza eternamente rimandata.
Fede – Un parroco non riuscirebbe a trovarla: è quella della beghina, della superstiziosa ignorante, della ragazza frigida, della giovane appassionata, della oppia vacua, della duchessa supponente,
del ragazzo mistico, del laico impegnato, operatore civile o culturale, dell’adolescente che sottrae oi soldi ai genitori? La fede non c’entra con la pratica religiosa, che è affare di pietà.
Filosofia – È il procedimento logico delle subordinate: quindi…, quindi…, quindi (oppure, Gentile: la quale…, la quale.., la quale). Che apparentemente è un approfondimento, per ciò intendendosi chiarimento. Ma è come scendere in un pozzo, sempre più oscuro.
Gesù – È quello che Dio non è, quello della bibbia: buono, giusto, tranquillo, a volte perfino indolente. Non disprezza nessuno, non condanna. Nemmeno quando è in collera.
È consolatorio: giustizia, regno dei cieli, cruna dell’ago, eccetera. Per conto d Dio? Dio ha qualcosa da farsi perdonare?
Lealtà – È la fonte di ogni virtù. Nulla la sostituisce, nemmeno l’amore, né la passione evidentemente, che pure può farne a meno. Ma è uno scambio.
La slealtà invece può essere un vizio, sganciata dal rapporto azione\reazione.
Marx– Ne ha tratto miglior lezione la borghesia. Cui ha insegnato che :1) ci sono le crisi, e che conviene padroneggiarle, perché 2) tout se tient, il capitale fa sistema. Ha sviato invece il lavoratore con la classe e l’utopia socialista.
Memoria– È il serbatoio dell’immaginazione e dell’intelligenza: l’intuito più vivo inaridisce senza. Più è bombardata e più raccoglie. La scuola samaritana di oggi, riducendo l’input, riduce l’output. E tradisce la pedagogia (la formazione): un ragazzo che esce da scuola conoscendo poche frasi (cose), diventa per questo, per essere insicuro, assertivo, e anche aggressivo, cioè stupido.
È selettiva, per conservarci la libertà. Queste selettività (rimozione) è per Freud negativa, ma ricordare tutto è camminare con le catene ai piedi. O fossilizzarsi, in un mondo di statue e senza ombre.
Mito – Va spiegato, cioè razionalizzato. È l’unica sua forma di senso.
Moda – È l’insopprimibile bisogno di novità che l’uomo ha. È l’addomesticamento (sublimazione) del bisogno di altro: invece che nella distruzione, nell’eversione, la fuga, l’istinto si sublima in un esercizio (registro) futile. Così lo shopping, che il possesso non sa delimitare – non c’è possesso nel’acquisto compulsivo.
Modernità – Abbiamo vissuto il periodo più lungo di pace e più proficuo d benessere materiale di tutta la storia ma siamo vuoti. I sessant’anni dal dopoguerra sono vuoti, di idee, di energie, e perfino di fatti. Hitler con la Soluzione Finale e gli Usa con Hiroshima hanno amputato la storia, ne hanno amputato le articolazioni nervose, la sensibilità. E non per i mezzi messi in opera quanto per la volontà tranquillamente malvagia che era dietro l’esercizio tecnico, che ha sconvolto ogni senso possibile (accettabile, fonte di speranza) di giustizia – dell’ingiusto, del nemico. Perrfino la caduta del Muro, un fatto che ecciterà molto gli storici, è come non fosse avvenuto, per l’apatia europea e la presunzione americana.
La metafisica del soggetto heideggeriana si compie quando, per la prima volta nella storia, il soggetto viene svuotato, essendo alterata in radice ogni relazione con gli altri, con la natura, con Dio (la giustizia). Ciò spiega la sensazione di stolidità che il filosofo dà, furbo montanaro svevo che si calòa in tutte le brache pronte ad accoglierlo, dai gesuiti a Hitler passando per Husserl e la sofisticatezza ebraica. Ma spiega anche l’intima distruttività dei tedeschi nella loro ricerca di un’identificazione, di un Assoluto che li stabilizzasse dopo due millenni di saprofitismo, sulle spalle latine. Una distruttività non più casuale (“la colpa è di Hitler”), dopo tante coincidenze. Per concludere all’ermeneutica post-moderna, per fortuna inoffensiva, imitazione al terzo grado – imitazione dell’imitazione che i francesi fanno dell’asse Hölderlin-Nietzsche, dell’imitazione della Grecia pre-socratica e dello stesso Platone. Una tradizione stratificata, ma sul nulla.
Storia – È donna. La dona fa nascere la vita, cioè la storia. E la perpetua.
zeulig@antiit.eu
domenica 21 novembre 2010
Il genio (di Cilea) è infertile in democrazia
Questa brochure d’occasione (la traslazione dei resti di Cilea da Varazze nella natia Palmi, nel 1962) è un omaggio da concittadino, la testimonianza di un momento di commozione. Ma in quanto tale fa emergere due nodi. “C’è Cilea a Palmi” è il punto culminante della rievocazione: è il grido di un contadino, parliamo di oltre un secolo fa, che riconosce il maestro giunto in incognito. Dopodiché una serie di omaggi si scatena, con folle in festa, attorno al musicista nelle poche ore che passa in città. Palmi ha immediatamente e sempre riconosciuto il suo illustre concittadino, che pure aveva lasciato la città per Napoli bambino, le sue prime opere, “Gina” e “Tilde”, aveva composte a Bagnara, e le altre tre del suo smilzo catalogo, che gli daranno lustro, “Arlesiana”, “Adriana” e “Gloria”, a Milano e a Firenze. Anche il ricordo di Répaci, altro concittadino illustre, si fa ora (quasi) unicamente nel nome di Palmi. Un culto che Répaci stesso ha voluto portare fino al feticismo, comprando la Pietrosa, la casa di fronte al mare delle sirene dove il compositore limò l’“Adriana Lecouvreur”, ospite del giurisperito Sandulli. Quando Répaci nasce, nel 1898, ha già una sorella di nome Tilde, dall’opera di Cile del 1892. E sempre Palmi tributa onori al compositore: teatri, monumenti, orchestre. Ma non si può dire che il suo nome o la qualità della sua musica abbia germinato a Palmi. Che aveva anzi una cultura musicale, e dopo Cilea l’ha smarrita.
Lo stesso si può dire per Répaci, romanziere, poeta, pittore, organizzatore culturale, le cui qualità, e l’identificazione sempre mantenuta con la città d’origine, rimangono sterili. Ci sono cicli nella storia, e può darsi che Palmi abbia concluso il suo fertile periodo di capoluogo di circondario, sede vescovile e di tribunale, vice-prefettura, vice-questura, per un altro ciclo. Mercantile, chissà. Impiegatizio. Con più reddito, e meglio distribuito. Ma non si sa se è un progresso. Cioè si sa (si sa che non lo è), ma non si può dire.
Cilea d’altra parte non sarebbe potuto “nascere” oggi. Nacque alla musica, vi fu avviato, per la tipica catena notabilare imperante a fine Ottocento: il figlio dell’avvocato Giuseppe, che morirà giovane, cresce fanciullo con le sonatine al piano della zia Eleonora, è “scoperto” dal maestro della banda cittadina, Jonata, che assolutamente vuole che impari la musica, è fatto accettare al prestigioso Conservatorio napoletano dal dottore Giacomo Correale. Al Conservatorio diretto da Francesco Flòrimo, lo storico della musica napoletana, amico fraterno e biografo di Bellini, di San Giorgio Morgeto, a pochi chilometri da Palmi. Il notabilato può non essere essenziale al genio, ma la democrazia non se ne cura.
Leonida Répaci, Francesco Cilea
Lo stesso si può dire per Répaci, romanziere, poeta, pittore, organizzatore culturale, le cui qualità, e l’identificazione sempre mantenuta con la città d’origine, rimangono sterili. Ci sono cicli nella storia, e può darsi che Palmi abbia concluso il suo fertile periodo di capoluogo di circondario, sede vescovile e di tribunale, vice-prefettura, vice-questura, per un altro ciclo. Mercantile, chissà. Impiegatizio. Con più reddito, e meglio distribuito. Ma non si sa se è un progresso. Cioè si sa (si sa che non lo è), ma non si può dire.
Cilea d’altra parte non sarebbe potuto “nascere” oggi. Nacque alla musica, vi fu avviato, per la tipica catena notabilare imperante a fine Ottocento: il figlio dell’avvocato Giuseppe, che morirà giovane, cresce fanciullo con le sonatine al piano della zia Eleonora, è “scoperto” dal maestro della banda cittadina, Jonata, che assolutamente vuole che impari la musica, è fatto accettare al prestigioso Conservatorio napoletano dal dottore Giacomo Correale. Al Conservatorio diretto da Francesco Flòrimo, lo storico della musica napoletana, amico fraterno e biografo di Bellini, di San Giorgio Morgeto, a pochi chilometri da Palmi. Il notabilato può non essere essenziale al genio, ma la democrazia non se ne cura.
Leonida Répaci, Francesco Cilea
Il caso Zappone, la disperazione dell'uomo di spirito
Una raccolta in buona parte inedita, non in volume. Di uno dei tanti scrittori banditi dall’editoria repubblicana. Zappone si ricorda più come personaggio, un autore orale: molti che lo hanno conosciuto, a Roma o al suo paese, a Palmi, ne hanno conservato viva la memoria. Santino Salerno lo ricorda imponente sul bastone inventare la “storia vera” del pescespada suicida, o del cane che a nuoto attraversa lo Stretto per tornare dal padrone. Antonio Delfino, che con Zappone ha condiviso l’esperienza di giornalismo occasionale, su fatti di cronaca, ricordava di averne appreso che la verità va “fatta” – a Delfino è peraltro toccato il primo premio Zappone di giornalismo, creato a Palmi in onore dello scrittore dallo stesso Salerno, allora assessore alla Cultura (e rimasto poi senza seguito).
Ma Zappone è anche l’enigma del suicidio. Senza spiegazioni nel suo caso, a 65 anni dopo una vita attivissima. Nella quale le disgrazie erano state sintomo di vitalità. Soprattutto l’incidente nella vita militare durante la guerra, che gli costò anni di ospedale, nove operazioni, il rischio dell’amputazione di una gamba (caldeggiata dal professor Valdoni), e la quasi morte per setticemia. Un rebus che la lettura dei racconti complica e non semplifica. “Assurdo” è la parola più ricorrente nei suoi scritti, nota Salerno nell’acuta presentazione. Ed è una della sue chiavi narrative, la “scoperta” del lato assurdo delle cose. Ma un’altra è la memoria compiaciuta, netta, consolatoria: dei giochi di ragazzi, scanditi dalle stagioni (una superba antologia), dei deserti che il terremoto provoca, di esseri viventi e anche di cose inanimate, della città nel suo formarsi, della salsiccia, della vendemmia, della campagna fradicia di fine autunno, delle violette di campo, degli usi propiziatori (il fuoco dell’ultimo sabato di luglio), e sempre la presenza amica del padre.
Domenico Zappone, Il cavallo Ungaretti, Rubbettino, pp.124, € 5,90
Ma Zappone è anche l’enigma del suicidio. Senza spiegazioni nel suo caso, a 65 anni dopo una vita attivissima. Nella quale le disgrazie erano state sintomo di vitalità. Soprattutto l’incidente nella vita militare durante la guerra, che gli costò anni di ospedale, nove operazioni, il rischio dell’amputazione di una gamba (caldeggiata dal professor Valdoni), e la quasi morte per setticemia. Un rebus che la lettura dei racconti complica e non semplifica. “Assurdo” è la parola più ricorrente nei suoi scritti, nota Salerno nell’acuta presentazione. Ed è una della sue chiavi narrative, la “scoperta” del lato assurdo delle cose. Ma un’altra è la memoria compiaciuta, netta, consolatoria: dei giochi di ragazzi, scanditi dalle stagioni (una superba antologia), dei deserti che il terremoto provoca, di esseri viventi e anche di cose inanimate, della città nel suo formarsi, della salsiccia, della vendemmia, della campagna fradicia di fine autunno, delle violette di campo, degli usi propiziatori (il fuoco dell’ultimo sabato di luglio), e sempre la presenza amica del padre.
Domenico Zappone, Il cavallo Ungaretti, Rubbettino, pp.124, € 5,90
sabato 20 novembre 2010
Affrettare le elezioni, letali per l’opposizione?
Né Berlusconi né i suoi si sono mostrati particolarmente interessati alla compravendita di deputati per rifare la maggioranza. Ottenuta la possibilità di sfangarla ancora per un mese, puntano alle elezioni in febbraio o marzo. Bossi non è solo, anche Berlusconi è sicuro di rivincerle. Per di più liberandosi, dopo Casini, anche di Fini: tutto il Nord e (quasi) tutto il Sud, con l’esclusione forse della Puglia, lo rivoterebbe.
È un paradosso, ma non troppo, degli ultimi sviluppi. Il governo tecnico, o di minoranza, o di emergenza, insomma il ribaltone, ammesso che Di Pietro vada a votare con Fini (a “reggergli la candela”, come dice l’ex giudice), è prerogativa del presidente della Repubblica. E Napolitano non vuole passare come l’altro presidente che scioglie le Camere quando vuole. Ma sa anche che, se non ci sarà più fra un mese il governo Berlusconi, non ci potrà essere il governo tecnico o di emergenza, senza Berlusconi. Cioè, non c’è alternativa, a meno che Berlusconi non decida di attivarsi con la compravendita.
E qui interviene l’altro paradosso, che si corrobora e si eternizza, quello della sinistra vittima della sua stessa propaganda - che è una maniera per dire che è rappresentata da incapaci: con tutto l'odio e il disprezzo per Berlusconi, incapaci di opporgli una benché minima mossa. La campagna contro la compravendita porterà alle elezioni fra tre mesi. Che è ciò che la sinistra assolutamente non dovrebbe fare: affrontare una campagna elettorale divisa in una diecina di pezzi, dato che rientrerà in gioco la sinistra cosiddetta alternativa. Con un partito Democratico in piena bagarre – mai partito ha sentito così forte il peso dei localismi. E con un Centro polimorfo, Fini-Casini-Rutelli, che potrebbe non mordere nell’area berlusconiana, e quindi non portare voti, mentre pone sicuramente problemi di desistenze e apparentamenti, seppure informali.
Una sinistra peraltro che, con la comparsata di Fini e Bersani da Fazio, due povere veline seccagne, è in realtà succube del modo di essere dello spettacolo. Che tutto risolve in una sghignazzata, eccetto il voto. Delle manifestazioni continue, senza nerbo, rituali, prima la scuola, poi la Fiom, poi magari la Cgil, poi le insegnanti della scuola. E delle primarie. Un totem adottato nell’americanizzazione veltroniana affrettata del partito Democratico, ma senza regole e senza succo: le vincono solo le minoranze, normalmente più organizzate. Costo del lavoro? Mercato del lavoro? Produttività? Concorrenzialità? Perequazione della previdenza? Politiche dell’immigrazione? Sprechi e inefficienze della Pubblica Amministrazione? Sono cose che farebbero crollare la audience.
È un paradosso, ma non troppo, degli ultimi sviluppi. Il governo tecnico, o di minoranza, o di emergenza, insomma il ribaltone, ammesso che Di Pietro vada a votare con Fini (a “reggergli la candela”, come dice l’ex giudice), è prerogativa del presidente della Repubblica. E Napolitano non vuole passare come l’altro presidente che scioglie le Camere quando vuole. Ma sa anche che, se non ci sarà più fra un mese il governo Berlusconi, non ci potrà essere il governo tecnico o di emergenza, senza Berlusconi. Cioè, non c’è alternativa, a meno che Berlusconi non decida di attivarsi con la compravendita.
E qui interviene l’altro paradosso, che si corrobora e si eternizza, quello della sinistra vittima della sua stessa propaganda - che è una maniera per dire che è rappresentata da incapaci: con tutto l'odio e il disprezzo per Berlusconi, incapaci di opporgli una benché minima mossa. La campagna contro la compravendita porterà alle elezioni fra tre mesi. Che è ciò che la sinistra assolutamente non dovrebbe fare: affrontare una campagna elettorale divisa in una diecina di pezzi, dato che rientrerà in gioco la sinistra cosiddetta alternativa. Con un partito Democratico in piena bagarre – mai partito ha sentito così forte il peso dei localismi. E con un Centro polimorfo, Fini-Casini-Rutelli, che potrebbe non mordere nell’area berlusconiana, e quindi non portare voti, mentre pone sicuramente problemi di desistenze e apparentamenti, seppure informali.
Una sinistra peraltro che, con la comparsata di Fini e Bersani da Fazio, due povere veline seccagne, è in realtà succube del modo di essere dello spettacolo. Che tutto risolve in una sghignazzata, eccetto il voto. Delle manifestazioni continue, senza nerbo, rituali, prima la scuola, poi la Fiom, poi magari la Cgil, poi le insegnanti della scuola. E delle primarie. Un totem adottato nell’americanizzazione veltroniana affrettata del partito Democratico, ma senza regole e senza succo: le vincono solo le minoranze, normalmente più organizzate. Costo del lavoro? Mercato del lavoro? Produttività? Concorrenzialità? Perequazione della previdenza? Politiche dell’immigrazione? Sprechi e inefficienze della Pubblica Amministrazione? Sono cose che farebbero crollare la audience.
Come Dell’Utri si è fatto Berlusconi
Un giudice che condanna un senatore per mafia, non in concorso esterno, proprio come mafioso integrale, si suppone che sia certo. Non che ci impieghi centocinquanta giornate e 641 pagine, “Guerra e pace”, per motivare la sua condanna, quante ne ha richieste il dottor Dell’Acqua. E che motivazione: “proteggere” Berlusconi a Milano, tramite la mafia… E chi minacciava Berlusconi? Trentacinque anni fa. Un giudice che consente ai giornali d’intitolare: “Berlusconi sfruttato per vent’anni da Dell’Utri doppiogiochista”. Che sembra troppo, anche se in armonia col sentire siculo, che Palermo domina il mondo. Un’altra verità ci dev’essere, che il giudice per prudenza avrà tenuto nascosta.
Anti.it, l’ occhio della verità, la sa tutta e la racconterà. Ma per il necessario riserbo la presenterà in forma di apologo. Il dottor Dell’Acqua formalmente dà per vero ciò che racconta un pentito, Francesco Di Carlo, uno che era in carcere in Inghilterra e per uscirne pensò di diventare pentito in Italia. Prima dicendo la verità su uno spinoso caso italo-inglese, quello del banchiere Calvi. Poi, non avendone ottenuto beneficio, dicendo la verità su Berlusconi. In un primo momento rivelò che Berlusconi trafficava cocaina, era al centro del traffico con i narcos colombiani. Infine scoprì, lui non siciliano, che la mafia rende di più, essendo cosa siciliana. Ma Di Carlo è l’uomo dello schermo del dottor Dell’Acqua - allo stesso modo lo stesso giudice ha utilizzato Spatuzza, in una tstimonianza spettacolare in giro per l'Italia, con corteo di televisioni e giornalisti, e ora lo dice inattendibile (Spatuzza cliente del caffé Doney a Roma effettivamente è poco credibile: i camerieri avrebbero subito chiamato il 112). La verità è questa.
C’è una faglia nel discorso di Ciancimino figlio – che non si può chiamare collaborazione, lui è uno pulito, come anti.it e forse di più guardiano della verità. O si può pensare che una cosa non gli sia riuscita, anche se gestisce i giudici di mezza Sicilia: trovare un legame di sangue, se non di vera e propria associazione mafiosa, tra Dell’Utri e suo padre, il sindaco mafioso Ciancimino vero, che facedo costruire Palermo, con la mafia, è diventato miliardario, in euro. Più di Dell'Utri. Ciancimino figlio non ci ha pensato? Ci pensi, si divertirà altri vent’anni. Una cuginanza non è difficile da trovare a Palermo. Perché, sennò, che ci faceva Dell’Utri a Milano?
Dell’Utri è andato a Milano per agganciare Berlusconi. I due giovanotti erano delle perfette nullità nel 1970, ma la mafia aveva bisogno di occupare l’etere, e formare un proprio picciotto in doppiopetto per occupare la presidenza del consiglio, i media, l’editoria, le assicurazioni, e insomma allargarsi. L’etere libero ancora non c’era nel 1970, ma la mafia previdente occupava le posizioni. Dunque, disse Dell’Utri agli altri picciotti a Palermo e allo zio o cugino Ciancimino: “Vado a Milano, dove c’è un fesso…”. Poi, giacché si è trovato lì, con la mano sinistra, perché i siciliani sono un po’ come Dio, annoiati, ha portato il mercato pubblicitario da mille a dodicimila miliardi, l’anno. Poi, stanco della pubblicità, ha creato il maggiore partito politico dell’Italia. Nel quale la mafia non è voluta entrare perché è racée, ha orrore dei partiti di plastica…
Per ricapitolare. Dell’Utri è il consigliori del Ciancimino vero, il padre, di cui gestisce l’inafferrabile patrimonio tra i Caraibi e l’Estremo Oriente, con le mafie locali. Un lontano cugino. Spedito a controllare Milano con la corda corta della cocaina, di cui è 9606
impunito sniffatore. Ciancimino figlio non lo dice, non ancora, perché spera di recuperare il patrimonio, ma lo sa – come pure i giudici.
La prova maestra che Dell’Utri è il capo di Cosa Nostra, seppure subordinatamente a Ciancimino prima e a Provenzano e Ciancimino figlio poi, è però un’altra: che non va a donne. Un uomo serio non va a donne. Ma di questo non si può appunto parlare, perché… Insomma, e se Dell’Utri è gay? Ora, tutto si può dire della mafia, ma non che è politicamente scorretta: di queste cose non parla.
E così, l'avrete capito da soli, l’Assise d’Appello di Palermo ha fatto un’ottima sentenza che la Cassazione dovrà cassare.
Anti.it, l’ occhio della verità, la sa tutta e la racconterà. Ma per il necessario riserbo la presenterà in forma di apologo. Il dottor Dell’Acqua formalmente dà per vero ciò che racconta un pentito, Francesco Di Carlo, uno che era in carcere in Inghilterra e per uscirne pensò di diventare pentito in Italia. Prima dicendo la verità su uno spinoso caso italo-inglese, quello del banchiere Calvi. Poi, non avendone ottenuto beneficio, dicendo la verità su Berlusconi. In un primo momento rivelò che Berlusconi trafficava cocaina, era al centro del traffico con i narcos colombiani. Infine scoprì, lui non siciliano, che la mafia rende di più, essendo cosa siciliana. Ma Di Carlo è l’uomo dello schermo del dottor Dell’Acqua - allo stesso modo lo stesso giudice ha utilizzato Spatuzza, in una tstimonianza spettacolare in giro per l'Italia, con corteo di televisioni e giornalisti, e ora lo dice inattendibile (Spatuzza cliente del caffé Doney a Roma effettivamente è poco credibile: i camerieri avrebbero subito chiamato il 112). La verità è questa.
C’è una faglia nel discorso di Ciancimino figlio – che non si può chiamare collaborazione, lui è uno pulito, come anti.it e forse di più guardiano della verità. O si può pensare che una cosa non gli sia riuscita, anche se gestisce i giudici di mezza Sicilia: trovare un legame di sangue, se non di vera e propria associazione mafiosa, tra Dell’Utri e suo padre, il sindaco mafioso Ciancimino vero, che facedo costruire Palermo, con la mafia, è diventato miliardario, in euro. Più di Dell'Utri. Ciancimino figlio non ci ha pensato? Ci pensi, si divertirà altri vent’anni. Una cuginanza non è difficile da trovare a Palermo. Perché, sennò, che ci faceva Dell’Utri a Milano?
Dell’Utri è andato a Milano per agganciare Berlusconi. I due giovanotti erano delle perfette nullità nel 1970, ma la mafia aveva bisogno di occupare l’etere, e formare un proprio picciotto in doppiopetto per occupare la presidenza del consiglio, i media, l’editoria, le assicurazioni, e insomma allargarsi. L’etere libero ancora non c’era nel 1970, ma la mafia previdente occupava le posizioni. Dunque, disse Dell’Utri agli altri picciotti a Palermo e allo zio o cugino Ciancimino: “Vado a Milano, dove c’è un fesso…”. Poi, giacché si è trovato lì, con la mano sinistra, perché i siciliani sono un po’ come Dio, annoiati, ha portato il mercato pubblicitario da mille a dodicimila miliardi, l’anno. Poi, stanco della pubblicità, ha creato il maggiore partito politico dell’Italia. Nel quale la mafia non è voluta entrare perché è racée, ha orrore dei partiti di plastica…
Per ricapitolare. Dell’Utri è il consigliori del Ciancimino vero, il padre, di cui gestisce l’inafferrabile patrimonio tra i Caraibi e l’Estremo Oriente, con le mafie locali. Un lontano cugino. Spedito a controllare Milano con la corda corta della cocaina, di cui è 9606
impunito sniffatore. Ciancimino figlio non lo dice, non ancora, perché spera di recuperare il patrimonio, ma lo sa – come pure i giudici.
La prova maestra che Dell’Utri è il capo di Cosa Nostra, seppure subordinatamente a Ciancimino prima e a Provenzano e Ciancimino figlio poi, è però un’altra: che non va a donne. Un uomo serio non va a donne. Ma di questo non si può appunto parlare, perché… Insomma, e se Dell’Utri è gay? Ora, tutto si può dire della mafia, ma non che è politicamente scorretta: di queste cose non parla.
E così, l'avrete capito da soli, l’Assise d’Appello di Palermo ha fatto un’ottima sentenza che la Cassazione dovrà cassare.
venerdì 19 novembre 2010
Letture - 45
letterautore
Autore – Per metà è il suo critico. Che sarebbe J.Roth senza Magris, Canetti senza Calasso, Kafka senza Brod?
Civile, letteratura - Di letteratura civile, di cui sempre si lamenta l’assenza, l’Italia è spoglia giusto negli ultimi trenta-quarant’anni, dalla morte di Pasolini. Si fa ora letteratura per vendere, sui generi che sul mercato tirano, semplificati alla lettura, il giallo, il noir, il fantasy, l’internazionale (il vecchio Salgari), il minimale. Ma prima si può dire che c’è solo letteratura civile. Più vicini a noi, nell’Ottocento: Parini, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Pellico, Carducci, Verga. Nel primo Novecento: Pascoli, D’Annunzio, Croce. Negli anni del fascismo, i più fertili: Montale, Gramsci, Gobetti,Carlo Rosselli, Silone, Alvaro, Lussu, Borgese, Vittorini, ancora Croce. Nel secondo dopoguerra: l’invadente neo realismo, Pasolini, Calvino, ancora Vittorini, perfino Gadda, Brancati, Flaiano, Loganesi, Piovene, Carlo Levi, Arbasino, il Gruppo ’63. Soffoca e muore col Sessantotto: il Sessantotto ha prodotto un alcolismo rapido, presto cirrosi.
Se se ne sente la mancanza ciò è dovuto alla sua ineffettualità. Non c’è un “J’accuse” risolutivo alla Zola in tutta la letteratura italiana, né un Proust che da solo modella la civiltà, se non la storia - impone un mondo, che in sé è crepuscolare, e anzi squallido (nulla a che vedere con i superbi salotti del Settecento, del Seicento). È la società italiana refrattaria? No, è anzi troppo corriva, succube come si vede perfino dei surrogati televisivi. È la letteratura civile insufficiente: bolsa, retorica, lagnosa, anche degli emigrati e dei proscritti – nulla che si avvicini al “Doktor Faustus” o ai saggi di Thomas Mann.
Cultura – Scrive Montale a proposito di Ezra Pound e degli altri americani esiliati volontari in Europa – tra essi Eliot, Hemingway, Henry James, Henry Miller, Gertrude Stein… : “I nostri futuristi erano ignoranti ma saturi di cultura implicita, Pound e compagni erano invece colti, ma ricchi di una cultura da abregé, da corsi accelerati, da scuole serali”.
Implicita cioè “materiale” (Braudel). C’è una cultura per accumulo. Un contadino toscano, Pacciani incluso, ha più modo e riferimenti culturali (echi, tradizioni, vita di relazione) di un bracciante pugliese. Ma gli americani non ne sono sprovvisti, al contrario, hanno fatto e stanno nuovamente facendo grande conto della tradizione.
Ma davvero Montale crede all’americano (Hemngway, Steinbeck, Fulkner) naïf dell’approssimazione vittoriniana (pavesiana?)? Più probabilmente crede alla cultura libresca per accumulo – di cui peraltro gli americani non difettano, Pound è ottimo lettore di Dante, di Properzio, di Cavalcanti. Ma quella è erudizione. La cultura è sempre un movimento in avanti. Non necessariamente da scattista, anche da fondista, anche da marciatore. Non necessariamente movimentista, e con ottimi risultati anche conservatrice. Ma non masturbatoria in surplace.
La cultura è un passo in avanti, inarrestabile. Perché anzitutto è essere vivi. La tradizione e l’erudizione non vivono per se stesse.
D’Annunzio – Cavalli sauri, cani levrieri, seterie, bric-à-brac, profumi: l’armamentario è al gusto del demi-monde parigino, delle lionnes, del Secondo Impero. Un po’ attardato dunque. È per questo che sa di polveroso – che l’avrebbe atterrito. Come la politica, atteggiata: il passaggio a sinistra, l’interventismo, l’aviazione, Fiume.
Diario – Predisposizione di nodi (intrecci) per non uscirne – non uscire dalla rappresentazione di se stessi, che non è propriamente conoscenza. Moltiplica i piani (è il metodo della psicanalisi) per non arrivavate allo scoperto. Che forse non interesserebbe a nessuno: il privato va romanzato, bisogna saperlo raccontare, cioè organizzare.
Don Giovanni – Cacciatore di fiche, lo dice Anaïs Nin. Cacciatore: quindi inesausto, insaziabile.
Da legare alla cultura patriarcale? Maschile, forse, quella che lega amore e morte l’amore si estingue nel momento in cui si realizza, quando è inteso come caccia, si è innamorati fino a quando il desiderio è vivo, cioè non è arrivato a soddisfazione. Per poi rinascere: la cultura del fare.
Con una debolezza, non propriamente patriarcale. È l’insoddisfazione che nasce dalla soddisfazione del desiderio. Un quetzcoatl interrotto. Il desiderio ha una caduta di tensione quando si realizza: l’evento è sempre inferiore alle attese (succedeva anche nei vecchi fidanzamenti, non dongiovanneschi, che duravano dieci anni, si compivano quando non c’era più materia). Le rilancia, certo, ma troppi avanzamenti comportano troppe cadute, si diventa così scontenti e nervosi.
Einaudi – Fra Giulio e il padre Luigi c'è un abisso. E tuttavia Einaudi, per la cultura italiana, è Giulio, che non aveva idee, se non, quasi tutte, sbagliate. Eccetto quella dell’organizzazione imprenditoriale, del mercato. E ancora: vendere idee ala maniera di Giulio Einaudi, in cui cioè non si crede, è puro prossenetismo: è mettere le idee col culo di fuori, per farle un attimo più attraenti, quell’attimo che cattura la spesa.
Endecasillabo - È ritmo, una misura che si ricrea, differente e costante. Trascina instancabilmente, è narrativo – il flusso del dire.
Giallo – Il suo primo e principale ingrediente è l’enigma (rompicapo, puzzle, mistero). La sua prima formulazione è la Sfinge – e Oreste.
Heidegger – Hannah Arendt che gli rimane fedele – rimane fedele a un uomo donnaiolo e sgradevole – non è la filosofa, né l’intellettuale, né l’ebrea succube: è la “buona moglie” tedesca di Stendhal. Non c’è altra spiegazione: benché colta e impegnata, e sensibile al corteggiamento, è fedele, al primo amore e all’amore considerato come una virtù in se stesso, “qualcosa di mistico”.
Indiscrezione – Rovina la sorpresa. L’Italia, che già al tempo d Stendhal aveva un gusto particolare per l’indiscrezione, con cui spogliava generali, ministri, sovrani, e signore, è per questo un paese sena meraviglia. Quindi senza spirito d’avventura e senza romanzo Senza passione anche, checché ne pensasse Stendhal: si fa ammuina (passione e intelligenza fanno capolino negli intervali, una forma di resistenza. L’Italia, cioè Milano e Roma, allora come ora.
Il pettegolezzo è stato qui molto prima del gossip. Specie nelle dispute letterarie, da Foscolo ad Arbasino. Il pettegolezzo anticipa, e avvilisce, la sorpresa. È un dato “genetico” – caratteriale, della lunga durata della storia? Oppure un quetzalcoatl svegliato a un certo momento e che da allora si mangia la coda? Questo potrebbe essere materia di un romanzo storicizzato, ora che il pettegolezzo è un fatto mondiale, con il ritorno alla cultura orale in un contesto di simultaneità.
Informazione – l proprio dell’informazione è dei servizi segreti. Dei professionisti, cioè, del silenzio e della dissimulazione. O della simulazione.
Intellettuale – Se è comunista, anche democrat, è prevedibilissimo: per lui sta tutto scritto, per gli economisti tutti, specie del lavoro, per gli storici e per i letterati, anche per Asor Rosa o Cacciari, perfino per Canfora. Da qui il senso di uneasiness che essi danno. E la marginalità politica della cultura nella Repubblica. Che più spesso è impoverimento della cultura stessa, come si vede all’università e negli studi umanistici negli ultimi decenni (filosofia, critica letteraria, storia, antropologia, sociologia): dovendo costituire una biblioteca non si saprebbe che tenere, poco.
Proust – La bellezza proustiana sa di Breughel. Anzi di Bosch. Quando è riposata fa intravedere Manet, e solo salva le principesse mamme.
letterautore@antiit.eu
Autore – Per metà è il suo critico. Che sarebbe J.Roth senza Magris, Canetti senza Calasso, Kafka senza Brod?
Civile, letteratura - Di letteratura civile, di cui sempre si lamenta l’assenza, l’Italia è spoglia giusto negli ultimi trenta-quarant’anni, dalla morte di Pasolini. Si fa ora letteratura per vendere, sui generi che sul mercato tirano, semplificati alla lettura, il giallo, il noir, il fantasy, l’internazionale (il vecchio Salgari), il minimale. Ma prima si può dire che c’è solo letteratura civile. Più vicini a noi, nell’Ottocento: Parini, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Pellico, Carducci, Verga. Nel primo Novecento: Pascoli, D’Annunzio, Croce. Negli anni del fascismo, i più fertili: Montale, Gramsci, Gobetti,Carlo Rosselli, Silone, Alvaro, Lussu, Borgese, Vittorini, ancora Croce. Nel secondo dopoguerra: l’invadente neo realismo, Pasolini, Calvino, ancora Vittorini, perfino Gadda, Brancati, Flaiano, Loganesi, Piovene, Carlo Levi, Arbasino, il Gruppo ’63. Soffoca e muore col Sessantotto: il Sessantotto ha prodotto un alcolismo rapido, presto cirrosi.
Se se ne sente la mancanza ciò è dovuto alla sua ineffettualità. Non c’è un “J’accuse” risolutivo alla Zola in tutta la letteratura italiana, né un Proust che da solo modella la civiltà, se non la storia - impone un mondo, che in sé è crepuscolare, e anzi squallido (nulla a che vedere con i superbi salotti del Settecento, del Seicento). È la società italiana refrattaria? No, è anzi troppo corriva, succube come si vede perfino dei surrogati televisivi. È la letteratura civile insufficiente: bolsa, retorica, lagnosa, anche degli emigrati e dei proscritti – nulla che si avvicini al “Doktor Faustus” o ai saggi di Thomas Mann.
Cultura – Scrive Montale a proposito di Ezra Pound e degli altri americani esiliati volontari in Europa – tra essi Eliot, Hemingway, Henry James, Henry Miller, Gertrude Stein… : “I nostri futuristi erano ignoranti ma saturi di cultura implicita, Pound e compagni erano invece colti, ma ricchi di una cultura da abregé, da corsi accelerati, da scuole serali”.
Implicita cioè “materiale” (Braudel). C’è una cultura per accumulo. Un contadino toscano, Pacciani incluso, ha più modo e riferimenti culturali (echi, tradizioni, vita di relazione) di un bracciante pugliese. Ma gli americani non ne sono sprovvisti, al contrario, hanno fatto e stanno nuovamente facendo grande conto della tradizione.
Ma davvero Montale crede all’americano (Hemngway, Steinbeck, Fulkner) naïf dell’approssimazione vittoriniana (pavesiana?)? Più probabilmente crede alla cultura libresca per accumulo – di cui peraltro gli americani non difettano, Pound è ottimo lettore di Dante, di Properzio, di Cavalcanti. Ma quella è erudizione. La cultura è sempre un movimento in avanti. Non necessariamente da scattista, anche da fondista, anche da marciatore. Non necessariamente movimentista, e con ottimi risultati anche conservatrice. Ma non masturbatoria in surplace.
La cultura è un passo in avanti, inarrestabile. Perché anzitutto è essere vivi. La tradizione e l’erudizione non vivono per se stesse.
D’Annunzio – Cavalli sauri, cani levrieri, seterie, bric-à-brac, profumi: l’armamentario è al gusto del demi-monde parigino, delle lionnes, del Secondo Impero. Un po’ attardato dunque. È per questo che sa di polveroso – che l’avrebbe atterrito. Come la politica, atteggiata: il passaggio a sinistra, l’interventismo, l’aviazione, Fiume.
Diario – Predisposizione di nodi (intrecci) per non uscirne – non uscire dalla rappresentazione di se stessi, che non è propriamente conoscenza. Moltiplica i piani (è il metodo della psicanalisi) per non arrivavate allo scoperto. Che forse non interesserebbe a nessuno: il privato va romanzato, bisogna saperlo raccontare, cioè organizzare.
Don Giovanni – Cacciatore di fiche, lo dice Anaïs Nin. Cacciatore: quindi inesausto, insaziabile.
Da legare alla cultura patriarcale? Maschile, forse, quella che lega amore e morte l’amore si estingue nel momento in cui si realizza, quando è inteso come caccia, si è innamorati fino a quando il desiderio è vivo, cioè non è arrivato a soddisfazione. Per poi rinascere: la cultura del fare.
Con una debolezza, non propriamente patriarcale. È l’insoddisfazione che nasce dalla soddisfazione del desiderio. Un quetzcoatl interrotto. Il desiderio ha una caduta di tensione quando si realizza: l’evento è sempre inferiore alle attese (succedeva anche nei vecchi fidanzamenti, non dongiovanneschi, che duravano dieci anni, si compivano quando non c’era più materia). Le rilancia, certo, ma troppi avanzamenti comportano troppe cadute, si diventa così scontenti e nervosi.
Einaudi – Fra Giulio e il padre Luigi c'è un abisso. E tuttavia Einaudi, per la cultura italiana, è Giulio, che non aveva idee, se non, quasi tutte, sbagliate. Eccetto quella dell’organizzazione imprenditoriale, del mercato. E ancora: vendere idee ala maniera di Giulio Einaudi, in cui cioè non si crede, è puro prossenetismo: è mettere le idee col culo di fuori, per farle un attimo più attraenti, quell’attimo che cattura la spesa.
Endecasillabo - È ritmo, una misura che si ricrea, differente e costante. Trascina instancabilmente, è narrativo – il flusso del dire.
Giallo – Il suo primo e principale ingrediente è l’enigma (rompicapo, puzzle, mistero). La sua prima formulazione è la Sfinge – e Oreste.
Heidegger – Hannah Arendt che gli rimane fedele – rimane fedele a un uomo donnaiolo e sgradevole – non è la filosofa, né l’intellettuale, né l’ebrea succube: è la “buona moglie” tedesca di Stendhal. Non c’è altra spiegazione: benché colta e impegnata, e sensibile al corteggiamento, è fedele, al primo amore e all’amore considerato come una virtù in se stesso, “qualcosa di mistico”.
Indiscrezione – Rovina la sorpresa. L’Italia, che già al tempo d Stendhal aveva un gusto particolare per l’indiscrezione, con cui spogliava generali, ministri, sovrani, e signore, è per questo un paese sena meraviglia. Quindi senza spirito d’avventura e senza romanzo Senza passione anche, checché ne pensasse Stendhal: si fa ammuina (passione e intelligenza fanno capolino negli intervali, una forma di resistenza. L’Italia, cioè Milano e Roma, allora come ora.
Il pettegolezzo è stato qui molto prima del gossip. Specie nelle dispute letterarie, da Foscolo ad Arbasino. Il pettegolezzo anticipa, e avvilisce, la sorpresa. È un dato “genetico” – caratteriale, della lunga durata della storia? Oppure un quetzalcoatl svegliato a un certo momento e che da allora si mangia la coda? Questo potrebbe essere materia di un romanzo storicizzato, ora che il pettegolezzo è un fatto mondiale, con il ritorno alla cultura orale in un contesto di simultaneità.
Informazione – l proprio dell’informazione è dei servizi segreti. Dei professionisti, cioè, del silenzio e della dissimulazione. O della simulazione.
Intellettuale – Se è comunista, anche democrat, è prevedibilissimo: per lui sta tutto scritto, per gli economisti tutti, specie del lavoro, per gli storici e per i letterati, anche per Asor Rosa o Cacciari, perfino per Canfora. Da qui il senso di uneasiness che essi danno. E la marginalità politica della cultura nella Repubblica. Che più spesso è impoverimento della cultura stessa, come si vede all’università e negli studi umanistici negli ultimi decenni (filosofia, critica letteraria, storia, antropologia, sociologia): dovendo costituire una biblioteca non si saprebbe che tenere, poco.
Proust – La bellezza proustiana sa di Breughel. Anzi di Bosch. Quando è riposata fa intravedere Manet, e solo salva le principesse mamme.
letterautore@antiit.eu
Il mondo com'è - 49
astolfo
Antipolitica - Ha fatto il suo tempo, tutto lo indica, dopo vent’anni inconcludenti. Se era il segno di un’epoca, del consumismo, della disattenzione, del marketing, ha fallito – o allora l’epoca non è tale (ma lo è, il consumismo è ben vivo e durevole, è l’antipolitica italiana che non è niente). La vecchia politica si era anchilosata al morso stretto di giganteschi apparati di partito, nazionali e locali (i federali…). I segretari di partito contavano più dei capi di governo, e i segretari di federazione ben più dei parlamentari e dei ministri espressi localmente. L’ha sostituita la politica dei talk show. Un teatrino sorridente, ghignante, beato di sé, sempre dal lato giusto della faccia, ma ripetitivo, inconcludente, e anche insulso, di attori di terz’ordine. Agli ordini di piccoli mattatori di cui il prototipo e il principe è Santoro, che non è il mignolo di un Gassmann o di un Sordi. Tutti peraltro fatti con lo stampino, Fazio, Floris, Santoro, Lerner, o le vestali fuori orario Annunziata, Dandini, Berlinguer. Mentre Vespa è relegato verso la mezzanotte, e gli altri all’alba. Per non dire dei loro comici, stupefacenti: tutti da centralismo democratico, ma di tipo brezneviano, se la Rai li mandasse al mercato andrebbero a ruba, come il berretto verde con la stella rossa del presidente Mao. Il loro pubblico è lo stesso, che ogni sera trasmigra da un condottiero all’altro: quattro-cinque milioni di persone, quanto bastano al giochino auditel, ma sono il 10 per cento degli elettori e non spostano, cioè sono sempre gli stessi – buona parte dei quali sono peraltro di destra, stanno lì per “rosicare” e indignarsi.
I segni di stanchezza, se non di un rovesciamento, sono numerosi. La legge elettorale toscana, assunta da Berlusconi per il voto politico nazionale, ha tentato il rovesciamento di forza della tendenza, rimettendo al centro i partiti. Che però non sanno essere altro che centralismo democratico. Ora si ripropone la preferenza, per salvare qualcosa dell’uninominale, della scelta diretta del rappresentante parlamentare col voto. Ma più potrebbe pesare la rivolta generazionale. Mentre si “vede” sempre più il bluff dell’informazione, in questi anni al di sotto di ogni minima deontologia: si vede nel calo persistente delle vendite prima che della credibilità.
Capitalismo – Viene identificato con il mercato, ma c’è confusione: più spesso va contro il mercato.
Il problema delle sue origini è tipico dell’Ottocento, e riguarda la “giustificazione” della borghesia ormai dominante in Europa - con la riforma napoleonica die codici, la monarchia di luglio, le riforme costituzionali, le cancellazioni dei rotten boroughs – e del liberalismo politico. In questo senso evolve nei paesi latini (v. in Francia Groethuysen), con qualche eco in Germania, in senso anticattolico e pro-Riforma, o pro-ebraismo, nei quali le massonerie trovavano libero spazio sotto forma di libero pensiero. Ma l’accumulazione non è un fatto protestante, o ebraico. Anhe la lbertà politica, malgrado un secolo e mezzo di reazione al modernismo, e quindi di forte tradizionalismo, non è meno cattolica.
La polemica anticattolica nasce in ambiente libero pensatore soprattutto in senso antigesuitico, contro cioè le posizioni di potere che i gesuiti avevano prima della rivoluzione e tentarono di ricreare dopo, attraverso la formazione dei giovani e la guida spirituali dei principi, e delle principesse. È una polemica politica, che nulla ha a che fare con l’accumulazione.
È (però) vero che il tradizionalismo, quando non l’oscurantismo, della Chiesa nell’Ottocento la mettono fuori della modernità, e cioè del capitalismo. Recupererà a fine secolo con la mutualità, col decentramento amministrativo, e in campo creditizio e assisten ziale. La mutualità sociale sarà dei socialiusti, e i cattolici la copoano, non hnno difficoltà a farla propria. Quella bacnaria invece, e finanziaria, sarà un’innovazione cattolca, lungo l’asse Olanda-Belgio,Germania meridionale-Austria-Italia del Nord-Est.
È stato, è, una forma di rottura della tradizione. Che è l’equilibrio sociale e psicologico, di valori progressivamente messi a punto, o senso della misura. Ma a fini prevalentemente di profitto, e quindi conservatore. Anche quando patrocina e impone il cambiamento. L’età del capitalismo è l’età della solitudine, sotto forma di individualismo. Della nevrosi cioè e dell’alienazione. Della violenza anche senza freni, contro se stessi e ogni altro, nel mondo e in famiglia, anche in forme non dissennate, oppure quiete.
Il cattolicesimo, in un certo senso, l’ha interpretato meglio, se non domato, perché riesce a far convivere tradizione e capitalismo, perfino tradizione e mercato.
Si accomoda a tutto, al lusso e alla prodigalità come all’avarizia. Nessuna novità lo scoraggia. Solo il rifiuto della novità. Cioè, non il rifiuto, che è anch’esso un progetto (che affare la tradizione), ma l’abbandono, l’incuria. Si dice conservatore e lo è, nel senso che vuole conservata la proprietà, ma ha bisogno di novità, di cambiare costantemente. Vuole il laissez faire ma non sopporta il laissez aller: vuole iniziativa – in politica cioè leadership. È però, al suo interno, eversivo – come la mafia: costantemente morto e rinascente.
Democrazia Cristiana - È, è stata, cattolica ma non clericale. Nella sanità, nella scuola non ha mai protetto le clini che e le scuole religiose, salvo che nel primo centro-sinistra di Moro. Gli ordini religiosi e i vescovi rientrano nella sanità e nella scuola, e conquistano il nuovo importantissimo Terzo settore, della socialità, con D’Alema e Berlsuconi. È stata, è, il partito del democraticismo radicale. Anzi totale, poiché sommerge ogni altro soggetto o istanza. Dapprima con l’edilizia abitativa: il sacco di Roma coi nuovi quartieri negli anni 1950, la deturpazione di Firenze con le sopraelevazioni consentite negli anni 1950-1960, e con l’abusivismo successivamente dilagante al Sud, con le migliorate condizioni di reddito, non governato e anzi stimolato, in Campania, in Calabria, a Palermo, Agrigento, Messina. Poi con il “posto”: il diritto a una retribuzione anche in assenza di prestazione o competenze specifiche, un “salario dì ingresso” che poi diventa a vita. Ed è tuttora la norma, il posto senza lavorare, malgrado i tornelli e i controlli dei carabinieri, negli uffici giudiziari e delle stesse forze dell’ordine (allo sportello non c’è mai nessuno), e in quelli locali (regionali, provinciali, comunali: chiunque deve fare una pratica lo sa). Prodi ne ha fatto il capolavoro nel 1996 con i lavoratori socialmente utili, che hanno gravato le casse dei Comuni di frotte di senza mestiere nullafacenti, per di più insoddisfatti del “misero” trattamento.
Potere – Se ne può indebolire l’autorità, dice Tocqueville, in due modi: attaccandolo nel suo stesso principio (l’anarchia) o frazionandone l’esercizio. Ma c’è un terzo modo: misconoscerlo nei fatti, disobbedendo sotto la parvenza della legalità. È Mani Pulite.
Vienna – È la Terra di Mezzo della fantasy. E la dilettazione della nostalgia. La Vienna degli Asburgo non era quella che vuole la vulgata, da Magris a Arbasino e ai leghisti, dagli ebrei esuli a Schorske e Toulmin. Chi poteva scappava. Chi restava si sentiva in trappola: non c’era buongoverno, e non c’era lealtà. Il celebrato spirito viennese non è Johann Strauss e il concerto di Capodanno, ma uno sofisticato, cosmopolita, multinazionale. Specie per la minoranza ebraica, che vi costituì un focolare d’eccellenza, nelle arti, la musica, nel pensiero, la poesia anche, il più vivace e memorabile. Se non che l’antisemitismo era altrettanto forte, e durevole - ancora dopo la guerra, Ingeborg Bachmann può dirlo sentito e partecipato ("Tre sentieri per il lago"). Grande centro musicale, gratificato dell’orecchio perfetto, che però esercitava ed esercita un incongruo colonialismo in Europa. C’erano certo delle idee, ma ce n’erano dappertutto. Vienna è il luogo degli “Ultimi giorni dell’umanità” di Karl Kraus, “stazione meteorologica della fine del mondo”, in questo enorme (abnorme), come l’autore degli “Ultimi giorni” stessi. E il mondo non va peggio senza Vienna.
Si può dirla anche in breve. Wittgenstein che esce di sala, a un concerto, per non ascoltare la “Salome” di Strauss. Le riserve di Popper su tutto ciò che è viennese. La ferocia di Karl Kraus, che peraltro vi era isolato. La fuga di Roth. La capitale della nostalgia, della grande Austria Felix, si reggeva per un terzo della sue finanze sul Lombardo-Veneto, che aveva avuto cura di annettersi nel 1815 al concerto delle potenze, un territorio che era forse un ventesimo di tutto il glorioso impero, e una popolazione che non era più di un settimo-un sesto del totale: davvero provvida?
La Grande Vienna è una brillantissima operazione editoriale. In sé è non più di quanto ne dice Ingeborg Bachmann alla p. 1 de “Il caso Franza”: “Si può dimostrare che Vienna c’è, anche se non si riesce a coglierla con una sola parola perché Vienna è qui sulla carta e la città di Vienna è continuamente altrove e cioè a 48° 14’’ e 54’’ latitudine nord e a 16° 21’’ e 42’’ longitudine est”. Vienna, Magris potrebbe dire come di Trieste, “multiculturale, crocevia e crogiolo di civiltà diverse, è insieme una realtà e un mito ingannevole”. Ma c’è di più.
“Vienna” è la ricostituzione (l’invenzione della tradizione) di un’equidistanza tra Est e Ovest al tempo della “guerra civile” del Novecento, dal 1914 al 1989. Un desiderio di tirarsene fuori, fuori dallo scontro, fuori dalla miseria morale, fuori anche dalla violenza. Quanti coltelli (odi, revanscismi, vendette) nella Mitteleuropa vera. Come Claudio Magris testimonia a Praga, per esempio, in “Praga al quadrato” (ora nella raccolta “Alfabeti”), che la Mitteleuropa dice “grandezza vissuta nella fine e anzi quale fine”. Ma a Vienna, si direbbe, ben più che a Praga, città della Resistenza, molteplice: un Anschluss che fu un tripudio, con un referendum plebiscitario, e una moltitudine poi di willing executioners, carnefici volenterosi, di ebrei e assimilati, dopo l’antifascismo di Dollfuss, con i lager per tutti, chiunque avesse una idea politica.
L’idea però piace, l’ipostasi del Centro, dell’aureo medio, un piccolo paradiso della zona grigia. Anche nei valori vantati: sobrietà, Witz, piccoli amori, spassionati. Che non sono quelli della Vienna storica, arrogante, classista (razzista), anche intollerante. Di cui Joseph Roth diceva: “È la capitale delle illimitate impossibilità” – del Paese, è vero, “delle possibilità illimitate”. E non sono quelli degli scrittori, Ransmayr, Bernhard, soprattutto delle scrittrici, figlie di nazisti professi, Ingeborg Bachmann, le due Nobel Jelinek e Helga Mueller (emigrata questa in Germania, ma ex Cacania, provenendo dal Banato, in Romania al confine con l'Ungheria).
Il fascino è forte. Anche a Parigi, alla conferenza di pace dopo la seconda guerra: l’Austria hitleriana entusiasta fu onorata quale vittima del suo piccolo grande figlio. C’è una Radetzskystrasse in ogni città e paese della Mitteleuropa, che i trentini e i giuliani ancora rimpiangono, molti lombardi e qualche veneto. Ma per un motivo: “L’interesse per la cultura asburgica, che assume talora anche toni stucchevoli e ripetitivi, è dovuto anzitutto all’intensità con cui essa ha vissuto una caduta che è ancora la nostra”, spiega in sintesi Magris, in “Itaca e oltre”: “L’immagine che essa ha dato al mondo è anche il nostro ritratto; un ritratto elusivo, lievemente inautentico e perciò fedele all’inautenticità della quale siamo intessuti”. Un ritratto forse vero ma del falso cioè, e falsamente imposto nel nome inappellabile della crisi, mentre era molto locale: nazionalista, e più delle piccole patrie che imperiale, antisemita, provinciale. “La civiltà asburgica è di moda perché ha posto in evidenza l’irrealtà che ha investito il mondo”, ancora Magris. No, l’irrealtà di cui essa ha investito il mondo:l’irrealtà è solo occidentale, europea, centro-europea, frutto di quattro generazioni suicide, nella due guerre che ha dichiarato e nella guerra fredda lunga mezzo secolo, senza perdite ma ugualmente devastante.
L’esito forse non di malvagità ma d’incapacità, di una limitazione. Del pesante gusto fine secolo (in realtà secondo Ottocento) degli scaloni, del mobilio pesante e delle polche, che può essere bonario e domestico ma non è raffinato. Di una civiltà danubiana che in realtà è un mondo alpestre, allegramente contadino ma non liberamente fluviale – si confrontino i walzer e le marce di Johann Strauss con la leggerezza di Beethoven, che vi indulgeva quasi quotidianamente, come passatempo: l’acqua del Reno è un’altra, o le sue rive diversamente popolate. Un mondo, al meglio, pacioso e provinciale, di storie patrie, cioè locali, di notabilato, e di erudizione quale addizione alla distinzione, con l’ambizione non innocua al quieto vivere, ordinato, ripetitivo.
Heimito von Doderer fa stato, riferisce Magris, di una tradizione antidealistica del pensiero mitteleuropeo. Ma pur sempre di una tradizione, che invece non vi è né univoca né consolidata. E comunque la tradizione di un mondo funzionariale, è questo che è tipicamente asburgico, per dovere e propensione, che diventa più uggioso e sciocco quanto più si fa filosofia e escatologia. Mentre volentieri, nel culto della Mitteleuropa, viene definita “asburgica ed ebraica”, e allora tradizione non è, molti ebrei avrebbero difficoltà a dirla propria, se non per riflesso tribale. La “tradizione absurgica”, se ce n’è una, è di Joseph Roth e Schnitzler, puro Novecento, la nostalgia , la compassione. Musil è l’opposto, algido deposito di sensi di colpa. Più in sintonia con la verità – a parte il fatto che era uno isolato, isolatissimo. L’Austria era andata alla guerra con allegria, e l’ha combattuta con decisione – non si può imputare Caporetto solo ai generali italiani – e con capacità, malgrado l’incredibile voltafaccia italiano. E quando l’ha persa non ha perso del tutto, non prima della seconda grande guerra con relativa sconfitta, ogni idea di grandezza: non solo il Tirolo tutto, anche il Banato e i Sudeti la Repubblica Austriaca prometteva nel 1918 di portare alla madrepatria tedesca.
astolfo@antiit.eu
Antipolitica - Ha fatto il suo tempo, tutto lo indica, dopo vent’anni inconcludenti. Se era il segno di un’epoca, del consumismo, della disattenzione, del marketing, ha fallito – o allora l’epoca non è tale (ma lo è, il consumismo è ben vivo e durevole, è l’antipolitica italiana che non è niente). La vecchia politica si era anchilosata al morso stretto di giganteschi apparati di partito, nazionali e locali (i federali…). I segretari di partito contavano più dei capi di governo, e i segretari di federazione ben più dei parlamentari e dei ministri espressi localmente. L’ha sostituita la politica dei talk show. Un teatrino sorridente, ghignante, beato di sé, sempre dal lato giusto della faccia, ma ripetitivo, inconcludente, e anche insulso, di attori di terz’ordine. Agli ordini di piccoli mattatori di cui il prototipo e il principe è Santoro, che non è il mignolo di un Gassmann o di un Sordi. Tutti peraltro fatti con lo stampino, Fazio, Floris, Santoro, Lerner, o le vestali fuori orario Annunziata, Dandini, Berlinguer. Mentre Vespa è relegato verso la mezzanotte, e gli altri all’alba. Per non dire dei loro comici, stupefacenti: tutti da centralismo democratico, ma di tipo brezneviano, se la Rai li mandasse al mercato andrebbero a ruba, come il berretto verde con la stella rossa del presidente Mao. Il loro pubblico è lo stesso, che ogni sera trasmigra da un condottiero all’altro: quattro-cinque milioni di persone, quanto bastano al giochino auditel, ma sono il 10 per cento degli elettori e non spostano, cioè sono sempre gli stessi – buona parte dei quali sono peraltro di destra, stanno lì per “rosicare” e indignarsi.
I segni di stanchezza, se non di un rovesciamento, sono numerosi. La legge elettorale toscana, assunta da Berlusconi per il voto politico nazionale, ha tentato il rovesciamento di forza della tendenza, rimettendo al centro i partiti. Che però non sanno essere altro che centralismo democratico. Ora si ripropone la preferenza, per salvare qualcosa dell’uninominale, della scelta diretta del rappresentante parlamentare col voto. Ma più potrebbe pesare la rivolta generazionale. Mentre si “vede” sempre più il bluff dell’informazione, in questi anni al di sotto di ogni minima deontologia: si vede nel calo persistente delle vendite prima che della credibilità.
Capitalismo – Viene identificato con il mercato, ma c’è confusione: più spesso va contro il mercato.
Il problema delle sue origini è tipico dell’Ottocento, e riguarda la “giustificazione” della borghesia ormai dominante in Europa - con la riforma napoleonica die codici, la monarchia di luglio, le riforme costituzionali, le cancellazioni dei rotten boroughs – e del liberalismo politico. In questo senso evolve nei paesi latini (v. in Francia Groethuysen), con qualche eco in Germania, in senso anticattolico e pro-Riforma, o pro-ebraismo, nei quali le massonerie trovavano libero spazio sotto forma di libero pensiero. Ma l’accumulazione non è un fatto protestante, o ebraico. Anhe la lbertà politica, malgrado un secolo e mezzo di reazione al modernismo, e quindi di forte tradizionalismo, non è meno cattolica.
La polemica anticattolica nasce in ambiente libero pensatore soprattutto in senso antigesuitico, contro cioè le posizioni di potere che i gesuiti avevano prima della rivoluzione e tentarono di ricreare dopo, attraverso la formazione dei giovani e la guida spirituali dei principi, e delle principesse. È una polemica politica, che nulla ha a che fare con l’accumulazione.
È (però) vero che il tradizionalismo, quando non l’oscurantismo, della Chiesa nell’Ottocento la mettono fuori della modernità, e cioè del capitalismo. Recupererà a fine secolo con la mutualità, col decentramento amministrativo, e in campo creditizio e assisten ziale. La mutualità sociale sarà dei socialiusti, e i cattolici la copoano, non hnno difficoltà a farla propria. Quella bacnaria invece, e finanziaria, sarà un’innovazione cattolca, lungo l’asse Olanda-Belgio,Germania meridionale-Austria-Italia del Nord-Est.
È stato, è, una forma di rottura della tradizione. Che è l’equilibrio sociale e psicologico, di valori progressivamente messi a punto, o senso della misura. Ma a fini prevalentemente di profitto, e quindi conservatore. Anche quando patrocina e impone il cambiamento. L’età del capitalismo è l’età della solitudine, sotto forma di individualismo. Della nevrosi cioè e dell’alienazione. Della violenza anche senza freni, contro se stessi e ogni altro, nel mondo e in famiglia, anche in forme non dissennate, oppure quiete.
Il cattolicesimo, in un certo senso, l’ha interpretato meglio, se non domato, perché riesce a far convivere tradizione e capitalismo, perfino tradizione e mercato.
Si accomoda a tutto, al lusso e alla prodigalità come all’avarizia. Nessuna novità lo scoraggia. Solo il rifiuto della novità. Cioè, non il rifiuto, che è anch’esso un progetto (che affare la tradizione), ma l’abbandono, l’incuria. Si dice conservatore e lo è, nel senso che vuole conservata la proprietà, ma ha bisogno di novità, di cambiare costantemente. Vuole il laissez faire ma non sopporta il laissez aller: vuole iniziativa – in politica cioè leadership. È però, al suo interno, eversivo – come la mafia: costantemente morto e rinascente.
Democrazia Cristiana - È, è stata, cattolica ma non clericale. Nella sanità, nella scuola non ha mai protetto le clini che e le scuole religiose, salvo che nel primo centro-sinistra di Moro. Gli ordini religiosi e i vescovi rientrano nella sanità e nella scuola, e conquistano il nuovo importantissimo Terzo settore, della socialità, con D’Alema e Berlsuconi. È stata, è, il partito del democraticismo radicale. Anzi totale, poiché sommerge ogni altro soggetto o istanza. Dapprima con l’edilizia abitativa: il sacco di Roma coi nuovi quartieri negli anni 1950, la deturpazione di Firenze con le sopraelevazioni consentite negli anni 1950-1960, e con l’abusivismo successivamente dilagante al Sud, con le migliorate condizioni di reddito, non governato e anzi stimolato, in Campania, in Calabria, a Palermo, Agrigento, Messina. Poi con il “posto”: il diritto a una retribuzione anche in assenza di prestazione o competenze specifiche, un “salario dì ingresso” che poi diventa a vita. Ed è tuttora la norma, il posto senza lavorare, malgrado i tornelli e i controlli dei carabinieri, negli uffici giudiziari e delle stesse forze dell’ordine (allo sportello non c’è mai nessuno), e in quelli locali (regionali, provinciali, comunali: chiunque deve fare una pratica lo sa). Prodi ne ha fatto il capolavoro nel 1996 con i lavoratori socialmente utili, che hanno gravato le casse dei Comuni di frotte di senza mestiere nullafacenti, per di più insoddisfatti del “misero” trattamento.
Potere – Se ne può indebolire l’autorità, dice Tocqueville, in due modi: attaccandolo nel suo stesso principio (l’anarchia) o frazionandone l’esercizio. Ma c’è un terzo modo: misconoscerlo nei fatti, disobbedendo sotto la parvenza della legalità. È Mani Pulite.
Vienna – È la Terra di Mezzo della fantasy. E la dilettazione della nostalgia. La Vienna degli Asburgo non era quella che vuole la vulgata, da Magris a Arbasino e ai leghisti, dagli ebrei esuli a Schorske e Toulmin. Chi poteva scappava. Chi restava si sentiva in trappola: non c’era buongoverno, e non c’era lealtà. Il celebrato spirito viennese non è Johann Strauss e il concerto di Capodanno, ma uno sofisticato, cosmopolita, multinazionale. Specie per la minoranza ebraica, che vi costituì un focolare d’eccellenza, nelle arti, la musica, nel pensiero, la poesia anche, il più vivace e memorabile. Se non che l’antisemitismo era altrettanto forte, e durevole - ancora dopo la guerra, Ingeborg Bachmann può dirlo sentito e partecipato ("Tre sentieri per il lago"). Grande centro musicale, gratificato dell’orecchio perfetto, che però esercitava ed esercita un incongruo colonialismo in Europa. C’erano certo delle idee, ma ce n’erano dappertutto. Vienna è il luogo degli “Ultimi giorni dell’umanità” di Karl Kraus, “stazione meteorologica della fine del mondo”, in questo enorme (abnorme), come l’autore degli “Ultimi giorni” stessi. E il mondo non va peggio senza Vienna.
Si può dirla anche in breve. Wittgenstein che esce di sala, a un concerto, per non ascoltare la “Salome” di Strauss. Le riserve di Popper su tutto ciò che è viennese. La ferocia di Karl Kraus, che peraltro vi era isolato. La fuga di Roth. La capitale della nostalgia, della grande Austria Felix, si reggeva per un terzo della sue finanze sul Lombardo-Veneto, che aveva avuto cura di annettersi nel 1815 al concerto delle potenze, un territorio che era forse un ventesimo di tutto il glorioso impero, e una popolazione che non era più di un settimo-un sesto del totale: davvero provvida?
La Grande Vienna è una brillantissima operazione editoriale. In sé è non più di quanto ne dice Ingeborg Bachmann alla p. 1 de “Il caso Franza”: “Si può dimostrare che Vienna c’è, anche se non si riesce a coglierla con una sola parola perché Vienna è qui sulla carta e la città di Vienna è continuamente altrove e cioè a 48° 14’’ e 54’’ latitudine nord e a 16° 21’’ e 42’’ longitudine est”. Vienna, Magris potrebbe dire come di Trieste, “multiculturale, crocevia e crogiolo di civiltà diverse, è insieme una realtà e un mito ingannevole”. Ma c’è di più.
“Vienna” è la ricostituzione (l’invenzione della tradizione) di un’equidistanza tra Est e Ovest al tempo della “guerra civile” del Novecento, dal 1914 al 1989. Un desiderio di tirarsene fuori, fuori dallo scontro, fuori dalla miseria morale, fuori anche dalla violenza. Quanti coltelli (odi, revanscismi, vendette) nella Mitteleuropa vera. Come Claudio Magris testimonia a Praga, per esempio, in “Praga al quadrato” (ora nella raccolta “Alfabeti”), che la Mitteleuropa dice “grandezza vissuta nella fine e anzi quale fine”. Ma a Vienna, si direbbe, ben più che a Praga, città della Resistenza, molteplice: un Anschluss che fu un tripudio, con un referendum plebiscitario, e una moltitudine poi di willing executioners, carnefici volenterosi, di ebrei e assimilati, dopo l’antifascismo di Dollfuss, con i lager per tutti, chiunque avesse una idea politica.
L’idea però piace, l’ipostasi del Centro, dell’aureo medio, un piccolo paradiso della zona grigia. Anche nei valori vantati: sobrietà, Witz, piccoli amori, spassionati. Che non sono quelli della Vienna storica, arrogante, classista (razzista), anche intollerante. Di cui Joseph Roth diceva: “È la capitale delle illimitate impossibilità” – del Paese, è vero, “delle possibilità illimitate”. E non sono quelli degli scrittori, Ransmayr, Bernhard, soprattutto delle scrittrici, figlie di nazisti professi, Ingeborg Bachmann, le due Nobel Jelinek e Helga Mueller (emigrata questa in Germania, ma ex Cacania, provenendo dal Banato, in Romania al confine con l'Ungheria).
Il fascino è forte. Anche a Parigi, alla conferenza di pace dopo la seconda guerra: l’Austria hitleriana entusiasta fu onorata quale vittima del suo piccolo grande figlio. C’è una Radetzskystrasse in ogni città e paese della Mitteleuropa, che i trentini e i giuliani ancora rimpiangono, molti lombardi e qualche veneto. Ma per un motivo: “L’interesse per la cultura asburgica, che assume talora anche toni stucchevoli e ripetitivi, è dovuto anzitutto all’intensità con cui essa ha vissuto una caduta che è ancora la nostra”, spiega in sintesi Magris, in “Itaca e oltre”: “L’immagine che essa ha dato al mondo è anche il nostro ritratto; un ritratto elusivo, lievemente inautentico e perciò fedele all’inautenticità della quale siamo intessuti”. Un ritratto forse vero ma del falso cioè, e falsamente imposto nel nome inappellabile della crisi, mentre era molto locale: nazionalista, e più delle piccole patrie che imperiale, antisemita, provinciale. “La civiltà asburgica è di moda perché ha posto in evidenza l’irrealtà che ha investito il mondo”, ancora Magris. No, l’irrealtà di cui essa ha investito il mondo:l’irrealtà è solo occidentale, europea, centro-europea, frutto di quattro generazioni suicide, nella due guerre che ha dichiarato e nella guerra fredda lunga mezzo secolo, senza perdite ma ugualmente devastante.
L’esito forse non di malvagità ma d’incapacità, di una limitazione. Del pesante gusto fine secolo (in realtà secondo Ottocento) degli scaloni, del mobilio pesante e delle polche, che può essere bonario e domestico ma non è raffinato. Di una civiltà danubiana che in realtà è un mondo alpestre, allegramente contadino ma non liberamente fluviale – si confrontino i walzer e le marce di Johann Strauss con la leggerezza di Beethoven, che vi indulgeva quasi quotidianamente, come passatempo: l’acqua del Reno è un’altra, o le sue rive diversamente popolate. Un mondo, al meglio, pacioso e provinciale, di storie patrie, cioè locali, di notabilato, e di erudizione quale addizione alla distinzione, con l’ambizione non innocua al quieto vivere, ordinato, ripetitivo.
Heimito von Doderer fa stato, riferisce Magris, di una tradizione antidealistica del pensiero mitteleuropeo. Ma pur sempre di una tradizione, che invece non vi è né univoca né consolidata. E comunque la tradizione di un mondo funzionariale, è questo che è tipicamente asburgico, per dovere e propensione, che diventa più uggioso e sciocco quanto più si fa filosofia e escatologia. Mentre volentieri, nel culto della Mitteleuropa, viene definita “asburgica ed ebraica”, e allora tradizione non è, molti ebrei avrebbero difficoltà a dirla propria, se non per riflesso tribale. La “tradizione absurgica”, se ce n’è una, è di Joseph Roth e Schnitzler, puro Novecento, la nostalgia , la compassione. Musil è l’opposto, algido deposito di sensi di colpa. Più in sintonia con la verità – a parte il fatto che era uno isolato, isolatissimo. L’Austria era andata alla guerra con allegria, e l’ha combattuta con decisione – non si può imputare Caporetto solo ai generali italiani – e con capacità, malgrado l’incredibile voltafaccia italiano. E quando l’ha persa non ha perso del tutto, non prima della seconda grande guerra con relativa sconfitta, ogni idea di grandezza: non solo il Tirolo tutto, anche il Banato e i Sudeti la Repubblica Austriaca prometteva nel 1918 di portare alla madrepatria tedesca.
astolfo@antiit.eu
giovedì 18 novembre 2010
Il Raiume tra Radio Tirana e l’arrocco Dc
Un voto occasionale, una delle tante manifestazioni antigovernative “fredde”, porta infine allo scoperto la vera natura della Rai. Su 1.438 giornalisti presenti alla manifestazione di ieri, ben 1.314 hanno votato contro il direttore generale Masi. Un ex Dc, messo a quel posto da Gianni Letta, ma nominato dal governo Berlusconi, e dunque un berlusconiano. Ma, a parte lui, non ci sono più berlusconiani in Rai: i votanti hanno levato un punto alla propaganda dell’opposizione. Ma soprattutto si conferma quanto si sapeva, che il 1989 per la Rai non c’è mai stato, né il 1992: la Rai è sempre cattolica e democristiana, anche se trova conveniente dirsi di sinistra.
Si sapeva che dei 25 redattori del servizio politico del Tg 1 prima di Minzolini, 17 erano di Casini, o 18, e il resto di Veltroni. L’assemblea di ieri conferma la preminenza dell’opposizione nell’informazione Rai, e all’interno di essa con tutta probabilità di quella casiniana, moderata ma non blanda (si veda Cristina Busi). Che a sinistra potrebbe essere una buona notizia, non fosse che questa opposizione è solo un arroccamento dello zoccolo duro democristiano, deciso a non cedere.
Di cui è specchio il linguaggio: chi ha il vizio di ascoltare le notizie alla Rai ha sempre l’impressione di essere tornato indietro nel tempo, all’ascolto della famosa Radio Tirana in italiano al tempo del regime, che si faceva allora per divertimento ma ora atterrisce – il Raiume sempre atterrisce, perfino quando parla del papa, o della povertà che ci affligge, noi poveri ricchi.
Si sapeva che dei 25 redattori del servizio politico del Tg 1 prima di Minzolini, 17 erano di Casini, o 18, e il resto di Veltroni. L’assemblea di ieri conferma la preminenza dell’opposizione nell’informazione Rai, e all’interno di essa con tutta probabilità di quella casiniana, moderata ma non blanda (si veda Cristina Busi). Che a sinistra potrebbe essere una buona notizia, non fosse che questa opposizione è solo un arroccamento dello zoccolo duro democristiano, deciso a non cedere.
Di cui è specchio il linguaggio: chi ha il vizio di ascoltare le notizie alla Rai ha sempre l’impressione di essere tornato indietro nel tempo, all’ascolto della famosa Radio Tirana in italiano al tempo del regime, che si faceva allora per divertimento ma ora atterrisce – il Raiume sempre atterrisce, perfino quando parla del papa, o della povertà che ci affligge, noi poveri ricchi.
La politica tradita dalla scienza
L’attacco è perfetto, il professor Sartori è sempre lucido: “La nostra Seconda Repubblica lascia poche tracce di opere compiute, di riforme ben fatte e di problemi risolti. In compenso ha profondamente inquinato il vocabolario costituzionale e perciò stesso la nostra Costituzione e la politica che ne discende”. Inizia così, incontestabile, il commento di Giovanni Sartori sul “Corriere della sera”, intitolato “Una Repubblica assai confusa”. Dopodiché ci si aspetterebbe che il professore dicesse la confusione dilagante anche tra gli esperti o addetti ai lavoro, o scienziati politici, che dalle varie tribune ci indottrinano sulla soluzione del rebus, come fa lui. E invece no: è questo è indice della massima confusione. Il “ribaltone” non esiste, dice il professore, così come “non esisteva” la peste nella Milano di Manzoni, e altrettali.
In particolare il professore critica il Porcellum, come lui chiama la legge elettorale attuale, “una porcata”. Senza però dire che essa ricopia la legge elettorale della Toscana, di cui egli stesso o i suoi allievi hanno la responsabilità. E che il ricorso a questa legge si è avuto dopo dieci anni di sterili discussioni su che cos’era meglio, tra i berlusconiani e l’opposizione. Sia nella legislatura 2001-2006 che in quella precedente, 1996-2001. La legge elettorale collegando com’è giusto al sistema di governo Si ricorderà la Bicamerale. E le infinite ricette, di allora e dopo: cancellierato? premierato? regime presidenziale? secco? a due turni? uninominale? proporzionale? proporzionale con sbarramento?
A conferma della massima confusione Sartori dice il problema insolubile, ogni partito tirando per la legge che, in quella particolare fase, pensa gli converrebbe di più. Ma non dice che i partiti si giovano, in questa dissennatezza, di quella degli studiosi, con le loro pretese al sistema perfetto. In una tornata elettorale a Roma, l’elettore si è trovato in cabina cinque schede diverse con cinque sistemi di voto diversi. Se non è confusione questa! Certo, non è democrazia. Si può andare avanti cambiando la legge elettorale a ogni tornata?
In particolare il professore critica il Porcellum, come lui chiama la legge elettorale attuale, “una porcata”. Senza però dire che essa ricopia la legge elettorale della Toscana, di cui egli stesso o i suoi allievi hanno la responsabilità. E che il ricorso a questa legge si è avuto dopo dieci anni di sterili discussioni su che cos’era meglio, tra i berlusconiani e l’opposizione. Sia nella legislatura 2001-2006 che in quella precedente, 1996-2001. La legge elettorale collegando com’è giusto al sistema di governo Si ricorderà la Bicamerale. E le infinite ricette, di allora e dopo: cancellierato? premierato? regime presidenziale? secco? a due turni? uninominale? proporzionale? proporzionale con sbarramento?
A conferma della massima confusione Sartori dice il problema insolubile, ogni partito tirando per la legge che, in quella particolare fase, pensa gli converrebbe di più. Ma non dice che i partiti si giovano, in questa dissennatezza, di quella degli studiosi, con le loro pretese al sistema perfetto. In una tornata elettorale a Roma, l’elettore si è trovato in cabina cinque schede diverse con cinque sistemi di voto diversi. Se non è confusione questa! Certo, non è democrazia. Si può andare avanti cambiando la legge elettorale a ogni tornata?
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