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giovedì 13 gennaio 2011

La Calabria è un ingorgo

“Non c’è una risposta della società calabrese alla criminalità organizzata”. “Tutti vanno in macchina in Calabria”. “Con ciò non dico che non ci sia il bisogno di usare la macchina, lo stato del trasporto pubblico in Calabria è terribile”. L’intervistatore ogni tanto interloquisce, forse per tirare su l’audience: “La dromomania è un vizio dei calabresi” – a cui l’intervistato risponde: “Anch’io vado in macchina ogni giorno per molti chilometri”. Oppure: “Una denuncia molto dura della realtà calabrese”. La trasmissione è Fahrenheit del 13 gennaio, su Radio Tre. L’intervistatore è Angelo Ferracuti. L’intervistato Mauro Francesco Minervino. Dopodiché uno chiude il libro, se l’ha comprato, oppure non lo compra. Sapendo che Minervino è un signore di cinquant’anni, e antropologo di professione – benché dottorato all’Est, uno degli ultimi.
Eppure qualche sorpresa, se non l’indignazione, ancora è possibile. Si parla elitario con buona coscienza, progressista, forse senza saperlo. C’è disprezzo per la vacanza low-cost. Rosarno è una colpa e non una tragedia – Minervino ha provato a vivere vendendo le arance a venti centesimi il chilo, dopo averne pagato anche la raccolta? L’abusivismo è condannato senza più. E certo non merita di meglio. Ma non si dice che è abusivismo di necessità, giustificato e anzi patrocinato da scuole di architettura e politica molto progressiste, tra gli anni 1970 e gli anni 1980, e ora è impossibile da sradicare. La malavita è una vocazione della “società calabrese” e non una piaga soprammessa alla Calabria – il Diamat dovrebbe avere insegnato almeno questo, a distinguere (e Minervino di che società è parte?). Il conduttore addossa alla Calabria anche la corruzione politica: cita il giudizio di un console americano reso noto da Wikileaks, che si sarebbe formato la sua opinione in un viaggio in Calabria. Omettendo di dire quello che il console ha scritto: che la Calabria, non facesse parte dell'Italia, sarebbe tecnicamente fallita, con un governatore, Agazio Loiero, che «non è stato in grado di offrire nessuna soluzione alle difficoltà»…
La tesi del libro è che la Calabria è tutta un ingorgo. Specie sulla strada lungo la quale l’autore è nato, la Statale 18, che fino agli anni 1960, all’autostrada di Mancini, ogni calabrese si doveva sobbarcare con le sue innumerevoli curve e controcurve per uscire dalla regione. I calabresi, quelli della costa tirrenica, vivono ammassati su quella statale, è questo il racconto di Minervino, “un sifone che aspira e prosciuga le esistenze”. Con Pasolini, ingrediente d’obbligo: la Calabria è pasoliniana, impossibilitata alla modernizzazione. E col degrado ambientale.
L’odio-di-sé meridionale è in questo caso delirante, e non è il caso di insistere. Ma lo show su Fahrenheit è anche il solito hortus conclusus di una certa sinistra, una conversazione di cui si sa già prima che cominci che cosa sarà detto, talmente è vieta.. Compresi gli echi: Ferracuti ricorda Cettolaqualunque, Minervino Saviano, o viceversa, e così, citando Fazio e Santoro, che a loro volta citeranno Fahrenheit, oppure no, non importa, l’universo si conchiude.
Mauro Francesco Minervino, Statale 18, Fandango, pp. 220, € 15

La leggerezza del padre

Dopo quarant’anni di eugenetica, in cui l’Italia ha registrato il più basso tasso di. fertilità del mondo, esplode la voglia di figli. È anche una moda, e un artificio pubblicitario – diventare padre a 64 anni (Elton John) non è amore per i bambini, mentre diventare madre a 56 (Gianna Nannini) non è gratificante ed è anzi dannoso, anche per il bambino. Ma la crescita delle adozioni lo attesta, dalle tremila l’anno di fine Novecento al doppio negli anni più recenti.
Il padre, il riconoscimento del padre, è del resto il segno della civiltà umana, le altre famiglie animali più vicine, come gli scimpanzé, riconoscono solo la madre. Il rapporto però è sempre stato difficile, deve ancora maturare. In questa età dell'uomo matura, se lo fa, da adulti, quando i figli si fanno genitori. Ma è un sentimento e una voglia di lontana tradizione, più o meno costante, l’umanità è qui a provarlo. Con differenze, certo, fra cultura e cultura, paese e paese. Non c’è per esempio molto affetto per il padre nella poesia italiana, Luisi spiega alla prima pagina contro il suo assunto (in questa riedizione attenua il contrasto – l’antologia è del 1996). Niente al confronto dell’amore per la madre, anzi per la mamma.
Sono più nella tradizione italiana i poeti che non parlano del padre, dice Luisi: Dante, Petrarca e tutta la tradizione,Tasso, Ariost, eccetera, D'Annunzio, Montale, Ungaretti, Betocchi, Luzi, Zanzotto. O ne parlano male, alla Cecco Angiolieri: Cimatti, Landi, Guerrini, Bàrberi Squarotti, Stecher, Bigiaretti. Ma ne ha abbastanza nel Novecento per un'antologia - senza contare l'errore, nella tradizione, del Tasso (non c'è padre più presente del suo). Malgrado alcune assenze, la più notevole delle quali è quella di Alda Merini. Ungaretti è una distrazione di Luisi, i versi di Ungaretti per il figlio premorto sono tra i più densi, perfino duri - qui è documentato il sentimento inverso, dei figli per i padri, ma è la stessa cosa: la paternità-maternità – oggi si dovrebbe dire la genitorialità - è sentimento biunivoco.
È pure vero che tutte, o quasi, le poesie della raccolto sono di commiato: un saluto al padre malato, vecchio, morto, assortito di un ricordo d’infanzia (di solito “la pargoletta mano”), il genere epicedio. E un topos ricorrente nel secolo che Pascoli apre col “X Agosto”, anche qui nell’antologia e non solo per questione di date. È anche un rito di sostituzione, che molti riconoscono espliciti: Aldo Forbice (“perché tu eri me\ e io ora sono te”), Dante Maffia (“Ma non sono sicuro se sto parlando\ di te o di me; il tempo\ ha imbrogliato le carte”), Plinio Perilli (“Padre che dentro mi nasci, come io qui figlio\ ti rigenero”), Patrizia Valduga nel poema più paterno di tutti, “Requiem”. Seppure confusamente, si rifanno ai valori che Goethe chiama “larici”, dai Lari latini, i numi domestici – da Magris ultimamente richiamati in un breve saggio, “Il romanzo senza famiglia?” (ora ricompreso in “Alfabeti”), appassionato, sui valori domestici, a partire dalla “purissima e assoluta umanità di Ettore,… il suo desiderio fondamentale che il figlio cresca più grande, più felice e migliore di lui”. Che non necessariamente è attitudine tirannica.
Ma non è poi la paternità la stessa cosa che la maternità? Luisi le divide all’origine della scelta, per circoscrivere la materia, ma non le spiega. Si pone così fuori dell’attualità, delle cronache feroci. Lo suppliscono alcuni dei poeti antologizzati. Saba fra tutti, terzo dell’antologia, dietro una insipida Aleramo per ragioni di data di nascita: ”Mio padre è stato per me «l’assassino»,\ Fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.\ Allora ho visto ch’egli era un bambino….” . L’Italia è anche il paese più femminista, da sempre, nel senso di revanscista antimaschio, non ha avuto bisogno che Freud uccidesse il padre - la vulgata è che la donna era ed è sottomessa, la realtà è diversa: non c’è altrove il rifiuto del maschio, innamorato, coniuge, amante che sia, come in Italia (che è anche rifiuto di se stessi, d’accordo, ma questo è un'altra questione), tra coetanei, più o meno, in convivenza più o meno volontaria e non abitudianria o forzatta dalle cose. La raccolta ristabilisce la proporzione delle cose. Rivolta anzi quella che si supponeva una condanna, del brocardo “mater sempre certa est, pater nunquam”: se della madre non ci si libera, il padre è una variabile nostalgia, della vita.
Luciano Luisi, a cura di, A mio padre. L’amore filiale nelle più belle poesie della letteratura italiana, Newton Compton, pp.202 € 9,90

mercoledì 12 gennaio 2011

L’amore è impossibile se si è belli e colti ma neri

Nel 1786 il marchese di Bouffleurs, noto come cavaliere di Bouffleurs per essere cavaliere di Malta, governatore del Senegal, riscattò e mando a Parigi tre piccoli africani. Un maschio, “un bellissimo ragazzo, nero come l’ebano”, ai figli de Sabran, che lo chiameranno Venerdì: la sedicenne Delphine (che poi sarà marchesa di Custine, madre di Astolphe, bella e intelligente amante di Chateaubriand) e il tredicenne Elzéar, figli della sua amante Mme de Sabran, vedova trentasettenne da dieci anni, dopo appena sei di matrimonio. Una femmina alla duchessa d’Orléans, una bambina “bella non come il giorno, come la notte”. E un’altra bambina a sua zia la principessa di Beauvau, di due anni, chiamata Ourika, che a sedici morirà. La duchessa de Duras ne farà l’eroina triste di questo racconto, finita in età adulta in convento, dovendo prendere atto del suo stato di africana nera al momento di entrare in società, dopo un’infanzia felice con la madre adottiva, che la condanna a una mésalliance, con persone e ambienti non confacenti alla sua ottima educazione e alle sue ambizioni di ragazza bella e colta – la vera Ourika sarà evocata teneramente nei “Mémoires de la princesse de Beauvau”. È una storia modernissima, scritta nel 1821, di un’impossibile integrazione. Moderna anche per la scrittura asciutta – di tradizione peraltro all’epoca già consolidata, sulla traccia ormai secolare di Mme de Lafayette.
Questa edizione si segnala per il saggio di Benedetta Craveri su Mme de Duras, che prende un centinaio delle pagine complessive. Su un personaggio e una scrittrice che arricchisce sostanziosamente il buon numero di donne francesi letterate a partire dal glorioso Seicento. Bretone, nata a Brest nella famiglia dei conti di Kersaint, esule a sedici anni, dopo la decapitazione del padre il 5 dicembre 1793 in piazza della Rivoluzione a Parigi (piazza della Concorde), dapprima negli Usa, poi alla Martinica e a Londra, fino al 1808, duchessa de Duras per matrimonio, ritorna sulla scena pubblica con il salotto più raffinato alla prima Restaurazione, protettrice di Chateaubriand. Sua figlia Claire avrebbe dovuto sposare Astolphe de Custine, il quale però si tirò indietro tre giorni prima della cerimonia - probabilmente per rispetto verso la madre, oltre che verso la figlia (farà poi uno dei matrimoni voluti dalla propria madre, e avrà anche un figlio, ma nel mentre che si lasciava andare pubblicamente alle pulsioni omosessuali). Una musa della Restaurazione. Il cui padre però aveva partecipato alla Rivoluzione per quattro lunghi anni, prima del Terrore giacobino, essendosi segnalato per tempo, qualche anno prima della Rivoluzione, per un progetto di monarchia costituzionale.
Si può aggiungere che Claire de Duras si acquisì fama di donna impegnata, si direbbe oggi, sulle spine per tutte le cause. Ma fu “persona vera in una società falsa” per madame de Staël. I migliori spiriti ammirarono “Ourika” al momento della pubblicazione: von Humboldt, Goethe, Walter Scott, Talleyrand, Cuvier, la principessa Luisa di Prussia. Il racconto fu messo in versi (Delphine Gay) e in forma teatrale (Alexandre Duval). Un quadro del pittore Gérard fu diffuso in multipli in acqueforti.
Il problema dell’epoca della duchessa era la schiavitù, se andasse abolita o meno. Per la duchessa e i suoi amici il problema non si poneva in alcun modo: la schiavitù era ignobile. Una posizione che si può più apprezzare se si riflette che ancora un quarto di secolo più tardi uno scrittore non reazionario, Thomas Carlyle, scozzese, quindi di tradizioni liberali, obiettava all’abolizionismo di John Stuart Mill, con un “Occasional Discourse on the Nigger Question”, mai più ripubblicato. De Duras va oltre, per un senso acuto della solitudine maturato nell’esilio e divenuto una sorta di cifra esistenziale, malgrado la socievolezza e i salotti.
Madame de Duras, Ourika, Adelphi, pp. 169 € 13

Letture - 49

4letterautore

Amleto – Essere di (per il fatto di) non essere: il buco incolmabile. È il principio del buco nero astrofisico, la fonte di energia che ti sprofonda. È il principio del λάτε βιώςας applicato all’anagrafe.
L’essere senza identità. Cos’è l’identità? Le tracce che si lasciano sulla polvere, o i gas, dell’universo.

Arte contemporanea – Un aspetto certo dell’arte oggi è che l’artista esce la mattina da una magione prestigiosa, comunque trendy, sia pure nell’East Side o a San Lorenzo, e va a creare, realizzare, detriti, rifiuti, scarti. Da vendere comunque a caro prezzo, dunque non da disperato, solitario, in fuga da se stesso, bohémien, ribelle, eccetera. L'arte vuole anonima, giusto il precetto di Warhol nel 1968, "in futuro ognuno sarà famoso in tutto il mondo per quindici minuti", e più per lo scandalo-novità che per uno studio o un pathos, ma dotata, businesslike. Nel Rinascimento invece accadeva l’inverso: l’artista usciva la mattina da un’abitazione povera, di arredi, di conforti, d’estate calda d’inverno fredda, e cercava di realizzare il più bello che potesse immaginare, in composizione, taglio, forme, colori. Per il prezzo che riusciva a spuntare dalla buona volontà del committente, senza il supporto di procuratori, agenti, pr, marketing, non essendoci un mercato.
È il mondo esterno oggi peggiore che nel Rinascimento, tale da giustificare un’arte del rifiuto e della rivolta, sia pure a caro prezzo? Non lo è. È l’umanità più insicura, più venale, più sfruttata che nel Rinascimento? Sicuramente no. È il mercato dell’arte più selettivo, più esigente, miglior critico, della committenza? Non sembra. L’artista è “vittima” di se stesso, che lautamente vive la disperazione – quando non la finge. È vittima della facilità di fare e dell’assenza di gusto e di criterio critico, sostituito dal marketing. Che facilita la vendita ma non il tipo di lavoro, la ricerca – la personalità. L'opera è la parola dell'opera, più nel gergo socio-psicologico, preferito, o pop, che non vuole cioè dire niente. La desolazione è corriva all’assenza di criterio – dove c’è la teoria c’è già uno zoccolo, se non un fondamento generatore. È arduo ricordare un artista invece di un altro, né una immagine o un oggetto, in questo è giusto dire l’arte anonima. Che però è una contraddizione in termini.

Bovary – “Seguire lo sposo\m’è forza a Ceprano”, dal primo atto del “Rigoletto”: lei vorrebbe farsela col duca ma… E questa è tutta la storia di Emma B. Che non si riscatta nel finale: Emma si dà la morte come a teatro, in un teatrino di provincia: penetra nel cafarnao, il laboratorio della farmacia, per entrare si deve far aprire con la chiave dal commesso, in presenza del quale s’ingozza di arsenico, ma di quello per i topi, per un’agonia lenta che porti al suo capezzale tutti i colpevoli, dopo avere scritto: “Non si accusi nessuno”.

Céline – Come Pound, Hamsun, e Jünger, ha affascinato nel secondo Novecento il radicalismo antiborghese. Che detto ora va portato a capo d’accusa, un altro, ma quarant’anni fa, anche venti, era “rivoluzionario”.

Dante – Oggetto di due serializzazione di giornali a grande tiratura, con “Panorama” a fine Novecento, col “Corriere della sera” in questi primi mesi del 2011. Entrambe lunghe, una quindicina di puntate, costose, sui 300 euro quella del settimanale, sui 150 quella del quotidiano, e impegnative: quella di “Panorama” con i i diversi apparati critici, questa del “Corriere” con le letture di Benigni.

È uno scienziato della poesia, un ricercatore, uno che studiava senza posa, per Contini, introduzione alle “Rime”, p. 13: “La tecnica è in lui una cosa di rodine sacrale, è la via del suo esercizio ascetico, indistinguibile dall’ansia di perfezione”.
Dante, come Goethe, non aveva umorismo, dice Musil (“Saggi”, p.761).
Scrisse in toscano, la lettura va quindi fatta in toscano – questo è Malaparte, “Sangue”, p.54.
La “Commedia” è per Voltaire (“Essai sur les moeurs”, cap. LXXXII) un “poema bizzarro”.

Decostruzione – La fa già Sancho Panza, che a cavallo, seppure di un asino, guarda per terra.

Eroi - Battisti, Curcio e altri terroristi sono scrittori seguiti. Cagol, Braghetti e altre terroriste protagoniste di film e drammi. C’è il pregiudizio politico in queste scelte di personaggi – Peci è miglior soggetto di dramma ma non si fa, o Fioroni. Ma c’è anche la scarsa o poca presa della libertà e della democrazia sulla fantasia dei lettori e gli spettatori: è la violenza che fa gli eroi.

Lukáks – È l’autore di un solo (buon) libro, “L’Anima e le forme”, a venticinque anni, nel 1911. Ma viene celebrato (ricordato, discusso) per la cinquantennale militanza comunista, di stretta obbedienza sovietica. Una triplice adesione che ne umilia la scrittura, e si vede. Ed è stata una servitù volontaria e anzi entusiasta.

Proust – Non ha nel romanzo compagni di gioco ma compagne. Femminucce, che gli piace ricordare ma senza amitié amoureuse: poiché ne era compagna-concorrente egli stesso?

All’ultima riga del “Principio speranza”, Ernst Bloch prospetta un mondo che sia patria a ognuno, la patria che tutti s’illudono, nel ricordo e nel rimpianto, di veder splendere nell’infanzia e nella quale, in realtà, nessuno si è ancora mai trovato. La patria in senso proprio, il sé. Come si fa a ipostatizzarla in nomi, zie, rose, compagne trascurate di giochi, e nel buon tempo antico? Si può, certo.

Sherlock Holmes - Il suo fascino sta non nelle cose che scopre, né nel fatto che le scopre, ma nel modo come ci arriva: l’ingegnosità. Di cui il metodo deduttivo è la tela, ma solo perché consente ogni combinazione. Non è l’uomo della verità ma della costruzione della verità. Che può anche essere esotica, arcana, bizzarra. La sua forza non è di lavorare sugli indizi, come si vuole, ma sulla sorpresa (forza) della verità.
Conan Doyle è certamente l’allievo di grandi fisionomisti e di celebri clinici, sa far significare gli indizi, ma lavora sulla verità: le sue soluzioni sono sempre la verità. Il suo uomo sorprende per la forza della verità, cioè del fatto, contro ogni verosimiglianza. Nella maturità la verità farà di C.Doyle uno stolido “corrispondente di giornali”, il genere colonnello in pensione che scrive lettere al direttore, ma in gioventù, e nel bisogno, è fonte con S.Holmes di affascinanti indiscutibili sorprese – quando di più rassicurante.
La serie di Granada Tv, con Jeremy Brett e David Burke o Edward Hardwicke, benché ormai vecchia di venti-venticinque anni, resta vivace perché accentua questo lato, anche per tagliare le tante parti deboli (lunghe) dei racconti. Ne ottiene sorprese in continuazione.

Solitudine – Quella assoluta viene coi libri. La più perfetta, non inquinata dalla sopravvivenza, da una cosa da fare, un obbligo sia pure volontario (pena da scontare, abitudine insopprimbile, modo d’essere compulsivo). È il dialogo continuo muto, con interlocutori immaginari. Odiernamente la proiezione dello spettatore nelo spettacolo interattivo – la tv è sempre interattiva, sia pure solo per l’auditel, fare pubblico, il quiz, Santoro, “Amici”, “Il grande fratello”, Pivot.

Usa – Sono l’ultimo rifugio della cultura – dell’erudizione? Si riedita “L’infelicità dei letterati” , scritta nel 1529, all’indomani del Sacco di Roma, da Pierio Valeriano, al secolo Giovan Pietro Bolzani (1477-1560), in latino, “De litteratorum infelicitate”. Uscita postuma nel 1620, Armando Torno la segnala come opera densa di “profili esemplari di autori quali Pico della Mirandola o Poliziano”, e “fonte di opere utili ancora oggi, come la settecentesca «Storia della letteratura italiana» di Gerolamo Tiraboschi”. Ma l’edizione italiana esce in ritardo di undici anni sulla prima riedizione, opera della studiosa Julia Haig Gaisser, dell’università del Michigan.
Sono americani alcuni degli scrittori più colti e immediatamente riconosciuti da un vasto pubblico: Poe, che tanto stimolava Baudelaire, Melville, Hawthorne, e gli spontaneisti, Jack London,Whitman, Thoreau, Mark Twain. Non c’è scrittore europeo che sia filosofo la metà di Hemingway, benché assillato dal machismo, Faulkner, McCullers, del linguaggio o dell’esistenza.

letterautore@antiit.eu

martedì 11 gennaio 2011

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (76)

Giuseppe Leuzzi

Alvaro, o l’odio-di-sé meridionale
C’è un problema biografico di Corrado Alvaro, un nodo per il quale i familiari e gli eredi avrebbero offerto poca collaborazione ai biografi, ed è il suo rapporto con San Luca, il paese di origine. Che se ne fa simbolo e vanto, ma solo da qualche tempo: a lungo il paese non riconosceva lo scrittore, mentre lo scrittore se ne teneva lontano, se non per due-tre visite di poche ore, per la morte del padre, per la madre, in quarant’anni.
L’opera di Alvaro invece, che pure è lo scrittore più cosmopolita del Novecento, è “piena” delle origini: del paese, della Montagna (l’Aspromonte), dello Ionio, della Calabria. Per l’ambientazione spesso, un po’ ovunque per i richiami, di odori, sapori, luci, miti, modi di essere e di dire. Un’ambivalenza che lo apparenta a uno dei maggiori scrittori del Novecento, Thomas Mann.
Analizzando il rapporto di Mann con la sua città, Lubecca, che è il mondo del suo capolavoro, “I Buddenbrook”, Claudio Magris lo trova analogamente sdoppiato (“Thomas Mann, demoniaco e ufficiale”, in “Itaca e oltre”). “I Buddenbrook” “ricalcano minutamente tante figure della città”, come in piccolo fa Corrado Alvaro con San Luca e Platì in “Gente in Aspromonte”. Provocando “un risentimento unanime”, dice Magris di Mann, che è vero anche per Alvaro. Pure la ragione è forse la stessa: “In parte”, dice Magris di Th.Mann, “per un’effettiva mancanza di carità con la quale egli spesso ritrae i personaggi reali, abusandone parassitariamente per farli oggetto della sua rappresentazione letteraria piuttosto che partecipando con vero amore al loro destino; in parte per l’insuperabile equivoco che sempre che sempre sorge fra un mondo e la poesia che lo rappresenta”.
Più problematico, ma forse non meno vero per Alvaro che per Mann, è come questa discrasia si forma: “Il legame di Mann con la sua città era uno spirito conservatore rivolto contro se stesso”. Uno “spirito borghese conservatore” che “è anzitutto autocritica, ironia”. Nostalgico e dissolutore.

Sudismi\sadismi. Il “Corriere della sera” pubblica un lungo articolo sul porto container di Gioia Tauro, che dopo quindici anni di traffico record, da primato nel Mediterraneo, ricorre per la prima volta alla cassa integrazione. Per quattro turni operativi, trenta ore complessive.
Il porto è “il faraonico progetto le cui radici affondano nella Cassa del Mezzogiorno”. E naturalmente è controllato dalla ‘ndrangheta. La triplice condanna è questa volta a firma di Massimo Sideri, che sembra un cognome calabrese.

Napoli
Goethe ha divulgato “Vedi Napoli e poi muori”, frase famosa, anche per il duplice significato. Se si chiarisce col prosieguo, sempre di Goethe: “Non sarò mai davvero completamente infelice, poiché ho visto Napoli”.

La Germania ride, tutta la Germania, da Monaco a Lubecca, per le intemperanze di Berlusconi, e per i rifiuti che Napoli manda da smaltire a Amburgo. Su treni e autotreni tedeschi. Non riesce a capire, la Germania, come Napoli possa spendere così tanto per smaltire i suoi rifiuti.

Per molti che ci vanno per lavoro, Napoli non sembra così sporca come ce la mostra la televisione da alcuni anni. Era già sporca prima?
Anche la città, che si ribella per tutto, non si ribella per i rifiuti.

Napoli ha molte eccellenze: alberghiere (i grandi direttori d’albergo sono sempre stati napoletani: gli alberghi sono macchine complesse da gestire), culinarie, sartoriali, librarie, metalmeccaniche, musicali, artistiche (pittura, scultura), nonché poliziesche e giurisperite. Ma si è sempre governata male, dai tempi di Alfonso il Magnanimo, sono cinque secoli. Con applicazione, e al solito con studio, anche della distruzione di sé ha fatto un’arte e un’eccellenza, imbattibili. Come se volesse farsi perdonare. O fuggirne, con tutte le eccellenze.

Calabria
“Simultan”, il primo racconto di “Tre sentieri per il lago” di Ingeborg Bachmann (e quello che dava il titolo originale della raccolta “Simultan, Neue Erzälungen”, nuovi racconti), si svolge “in Calabria”. In “un albergo in Calabria”, in “un villaggio della Calabria”. Che invece è Maratea. È un racconto dell’anno in cui Adorni vinse il mondiale di ciclismo su strada, quindi il 1968, pubblicato nel 1972. Allora si andava in Calabria. La ‘ndrangheta, sembra impossibile, è venuta dopo, con la squalifica della Calabria.

I selvaggi e le scimmie, si diceva, non sorridono. Ma con la civiltà il sorriso si è molto diradato, la civiltà di massa. In Calabria invece è fortissimo: un bisogno insopprimibile, anche sconveniente. È un bisogno di tutti, per tutti. In una regione “barbara”, si dirà, ma è la cifra di un linguaggio non semplice, perfino troppo articolato: tutte le forme sintattiche, dirette, indirette, negative, affermative, si dicono umoristicamente.
È la realtà dissolta (la dissoluzione della realtà)? L’umorismo è un dire impreciso. Forse per voler essere complesso, troppo complesso, è “aperto”, cioè inconcludente.
È la vena naturale che si è imposta a Pirandello quando si è dissolto il suo paradigma borghese (studi, viaggi all’estero, carriera accademica, casa con decoro sulla Nomentana), quando il paterfamilias e la famiglia si sono dissolti nella nevrosi della moglie.

“E a cantari\ su’ sempre i mafiosi e i generali”, Pino Macrì conclude rapido la sua “A storia è glià”, la storia è là, la storia della Calabria sempre occupata avendo ridotta a una rapida ballata. Sulla quale Paolo Sofia e Peppe Platani, i Quarta Aumentata, possono imbastire allegri una pizzica.

Il romanzo di Michele Giuttari, “La donna della ‘ndrangheta”, si traduce negli Usa con “Death in Calabria”, subito acquisito, tradotto e lanciato, da primaria casa editrice. Il nome ha dunque un richiamo.

Giuttari apre i suoi libri con fantastiche citazioni, appetitose. Ma è di Messina, e per continuare a scrivere appetitoso deve dunque parlare di Calabria e Aspromonte, guardando il quale è cresciuto. Che identifica nella ‘ndrangheta, da bravo sbirro. Forse per giustificarsi, in questo “La donna della ‘ndrangheta” si spinge a rintracciarne l’etimo addirittura nella “Summa Theologica”, andragathìa, virtù eccellente per Tommaso d'Aquino, la capacità di operare il bene - i sardi direbbero balentìa, insomma ci siamo intesi. E bisognerà dunque sobbarcarsi, era inevitabile, anche alla filologia della 'ndrangheta. Mentre gli ‘ndranghetisti sono brutti ceffi.
Capo della Mobile a Firenze, Giuttari risolse e non risolse il caso del Mostro, la catena di oltre venti assassinii, con torture e mutilazioni. Affogò in appello a opera dell’avvocato Nino Marazzita di Palmi, la cittadina alle pendici dell’Aspromonte. Figlio del sindaco e senatore di Palmi avvocato Giuseppe Marazzita, socialista, che Palmi ha sempre rieletto, Nino Marazzita, già studente di regia cinematografica al Centro Sperimentale con i coetanei Bernardo Bertolucci e Marco Bellocchio, a Firenze ha difeso e praticamente fatto assolvere Pietro Pacciani, l’imputato principale di Giuttari.
Il “compagno di merende” Mario Vanni, invece, fu condannato anche in appello, benché difeso da Nino Filastò, anch’egli figlio di avvocato calabrese. Ma di suo romanziere.

Ci sono stati avvocati che vincevano sempre le cause. Il più famoso è l’avvocato Mazzeo di Palmi,che è stato presidente democristiano della provincia, e candidato non fortunato al Senato. A Reggio l’avvocato Panuccio era famoso per vincere sempre le cause in Appello.
Poi, quando a Palmi la Procura della Repubblica passò a sinistra, le cause le vincevano gli avvocati Bajetta e William Gioffré.

In un piccolo supermercato a Roma in via dei Serpenti, che ospita un comparto di prodotti calabresi, lavora come inserviente un ragazzo albanese. È meravigliato e un po’ scioccato da alcuni arbërëshe che sono appena usciti, albanesi di Calabria, che lo hanno rimproverato perché non capiva la loro lingua – il loro dialetto. C’è sempre qualcuno più nazionalista (etnico, puro) degli altri. Ma nei paesi viciniori in Calabria gli albanesi sono ritenuti superbi, per il loro senso della differenza.

Una insolenza del lessico più che dei modi, e delle forme grammaticali, in “curioso contrasto colle vecchie e molli genti greco-latine del Mezzogiorno”, Cesare Lombroso, giovane medico con le truppe antibrigantaggio in Calabria nel 1862, nota nei suoi appunti pubblicati con quel titolo, “In Calabria”, nelle colonie grecaniche e in quelle albanesi: “La statura è media, il temperamento bilioso; l’animo fiero, iracondo, testardo, impavido…”

La Madonna della Consolazione, protettrice di Reggio Calabria, è chiamata l’Avvocata.

La “Gazzetta del Sud”, che si pubblica a Messina ma è da sempre il giornale della Calabria, ha un supplemento per i ragazzi il giovedì, “Noi Magazine”, che significativamente sottotitola “il settimanale degli studenti per gli studenti”. I testi e i disegni sono firmati con l’indirizzo delle scuole. I titoli sono: “Il primo giorno di scuola”, “Il mio paese”, “L’inverno”, “L’estate dai nonni”, eccetera, per molte pagine. Dopo una prima su temi sociali: “Stop alla violenza negli stadi”, “Omosessuali si nasce o si diventa?”, “Violenza in tv”. Dal vecchio tema in classe al nuovo politicamente corretto.

La prima emigrazione, informa Lombroso negli appunti “In Calabria” (1897) , fu delle balie in Egitto, “pei lauti stipendi che vi avevano”.

Una società e la natura vittime dell’abusivismo di necessità, la natura dei luoghi e i caratteri, che i debiti a vita rendono tristi, amari e violenti. Il cosiddetto abusivismo di necessità è quasi sempre un palazzo di trenta o quaranta metri di lato, quant’è grande il pezzo di terra acquisito, per tre o quattro piani di altezza, che inevitabilmente si ferma allo scheletro in cemento armato, o ad un abbozzo di scheletro. Senza muri e quasi sempre senza tetto. Scheletri di cui il paesaggio, i vicini, e l’igiene soffriranno a vita. Ma in compenso con un debito inestinguibile per la famiglia.
L’idea della casa è all’inizio quella del più ricco del paese. Poi quella di sopravanzare comunque il vicino di un piano. E sempre si conclude nel non finito, e nell’amarezza accresciuta dello spirito di rivalsa. Perché assorbe i risparmi di una vita, più una cifra, quasi sempre di uguale ammontare, presa a mutuo dalla banca, il cui ripagamento obbligherà a una vita di perpetuo sacrificio, e ad altri debiti – non escluso, benché raro, il ricorso all’usuraio.
Gli amministratori, che non fanno rispettare i piani di fabbricazione, nemmeno nei tanti paesi della provincia a rischio terremoto, in virtù dell’abusivismo di necessità, finiscono per essere complici delle banche. Invece di indirizzare i meno ricchi e i poveri al rispetto di se stessi, a una gestione equilibrata, anche solo in forza della legge, nonché al rispetto dei vicini, del paesaggio e della tradizione, del vivere come si sa e si può, li impoveriscono definitivamente. E con essi gli interi paesi, che anche le abitudini di spesa più costose non traggono fuori dallo squallore, ambientale e civico, anzi, dove possibile, lo accrescono.

leuzzi@antiit.eu

L'antipolica immortale del politicamente corretto

Quante idee, e quante ottime analisi, rimaste ignote al "dibattito culturale" sullo stesso fascismo, nel quale invece si sarebbero segnalate per l'acume: la politica come durezza, la dialettica nevrotica amico\nemico, la base democratica del totalitarismo, e quanto fascismo nell'antifascismo (l'esclusione, l'irrisione, la presunzione). Tutto in omaggio al politicamente corretto italiano che è è stata la vulgata antifascista. E continua a imperversare, a quindici anni da queste riflessioni, senza più le radici della Resistenza - e senza il Muro, senza il Pci che ne era guardiano - e anzi professandosi per quello che è, antipolitica.
Noberto Bobbio, Augusto Del Noce, Centro: tentazione senza fine
Centrismo: tentazione o condanna?

lunedì 10 gennaio 2011

Il mondo com'è - 52

astolfo

Civiltà – La crisi della civiltà è la guerra perduta. Anche dalla Francia, le cui guerre gliele hanno vinto gli Usa, in mezzo alla deiezione morale del paese.

Giornalismo – È una frazione, residua, dei mass media – dove tutti corrono a professarsi giornalisti, ma solo in Italia, per i privilegi connessi alla previdenza. Dell’enorme galassia della comunicazione cioè, dalla pubblicità commerciale al marketing, e dalle forme di rappresentazione che ne fanno un settore dello spettacolo, con i talk show, il cinema-tv verità, i reality show, gli stessi telegiornali e la televisione tutta, 24 ore d’immagini, su cento, mille canali. Una frazione piccola ma di grande “potere”, come d’illusionismo perfetto, alla Houdini, benché indirizzato a fin di bene. Una sorta di lievito, o di germe, con cui si dà sostanza all’insignificanza generale, o significanza della comunicazione di massa, corriva, sussidiaria, ancillare. Rende possibile la gestione dell’opinione con pochi o minimi argomenti.

Novecento – È stato il parossismo dell’Europa prometeica, un avvitamento, un delirio. Il primo industrialismo, a metà Ottocento, aveva maturato l’idea che una nuova specie di uomini, con un’altra storia, fosse in arrivo: è la traccia che da Saint-Simon, Fourier e Marx porta a Veblen e, nel delirio, a Nietzsche.Poi venne l’idea che la tecnica portasse una nuova specie di uomini. Alcune tracce di questo Prometeo, essenzialmente Heidegger, si collocano su quelle del nazismo, della pulizia etnica. Altre su quelle del comunismo staliniano, e dell’imperialismo americano, della potenza militare sconfinata – entrambe sono crollate con gli euromissili di Breznev e le guerre stellari di Reagan. La globalizzazione ridimensionerà questa febbre. Che però può sempre nuocere gravemente: l’idea che tutto è possibile lungo l’asse denaro-potenza è sempre, malgrado il Novecento rovinoso, fortissima.
Nietzsche naturalmente fa molto i più, fiutando con alcuni decenni d’anticipo l’uomo massa e la società di massa. Che è l’unico segno di realismo – rifiutato (snobisticamente, non aristocraticamente) – del secolo.

Sarà stato il secolo primo della secolarizzazione del mondo – della riduzione del mondo a evento materiale. L’Ottocento che l’ha avviata la viveva ansioso, incerto, il Novecento senza residui. Con esiti insieme brillanti e nefasti. Stragi senza precedenti, per grado di odio e devastazioni, progresso economico e tecnico senza precedenti. Mentre il sacro si è ridotto alla storia delle religioni e a una generica buona condotta: giusto e ingiusto, amico e nemico, piccole categorie, astratte e temporanee. Sarà stato il secolo dei semplificatori, la religione dà le proporzioni.

Sindacalismo - Il “Corriere della sera” scopre con Pino Sarcina, il primo giorno del nuovo anno 2011, che il sindacalista più duro della Volkswagen può diventare dirigente della stessa azienda. E anzi consigliere d’amministrazione. O meglio consigliere di gestione, membro del comitato che si riunisce ogni lunedì per decidere il da farsi. Non è mai troppo tardi? È una (timida) critica a Landini, dei sindacalisti carrieristi in proprio? No, è Togliatti: è la cattiva lezione togliattiana, purtroppo indelebile, del fare finta che il mondo non esiste.
In Germania il sindacato è quello che era: l’organizzazione che protegge il lavoro e il salario. In Italia è, come tutto del resto, un fatto di potere. Anzi una scorciatoia per il potere. Che molti sindacalisti hanno tentato, senza peraltro riuscire. In particolare i leader della Cgil, Lama su tutti e Cofferati – che per la sua carriera personale imbarcò il sindacato in una manifestazione mostruosa a Roma, dove, si disse, portò tre milioni e mezzo di persone (la Cgil paga ancora il mutuo). In Germania non c’è il partito tra il padrone e il sindacato. Né c’è in astratto, se si fuoriesce dalla trattativa-con-sciopero, il sindacato non ha altri strumenti – a meno, certo, della revoluciòn, ma quella è roba di Castro, di Chàvez, del subcomandante Marcos. E lo sciopero ha senso e forza all’interno di un negoziato, non contro il negoziato.

Sviluppo – È urbano. È legato alla rendita fondiaria. Il capitale (l’accumulazione riproduttiva) origina dall’insediamento-affollamento. Con le opere che a cascata si sono rese necessarie (ostensive, igieniche, sociali) alimenta un processo sostenuto di riproduzione del capitale. All’inizio è l’incontro fra una rendita di posizione e il bisogno di stare insieme. La rendita fondiaria è una rendita di posizione, il territorio in sé, pur essendo limitato, lo è meno degli altri fattori, l’acqua, la salubrità, il meridiano.

I limiti allo sviluppo, se ci sono, non lo stabilizzano ma lo svuotano. A meno di non ricostituire, attraverso questi “limiti”, nuove rendite – rendite monetizzabili, non spirituali.

Tecnici – Se ne sottintende il primato in politica, per una sorta di purezza originaria, e per il privilegio del sapere (esperti). Ma in politica configurano un soviet piuttosto che una élite, poiché mescolano il connotato notabilare, da Nomenklatura, con la “elezione dal basso”, dal favore popolare, piuttosto che con l’eccellenza del proprio ruolo, che necessariamente ancora latita.

Viaggiare – Dai tempi di Omero è inventare. Anche le cose viste.

Viaggiare è avvicinarsi. O allontanarsi. O tutt’e due, una compresenza: mentre si avvicina all’ignoto uno torna con occhio nuovo al noto, in forma di nostalgia, critica, rifiuto, per la prospettiva mutata.

Si vede comunque poco. Sempre si scopre, cioè, ma poco s’impara, si mette in cascina. Uno esce dalla stazione Piramide all’Ostiense, dove magari abita, e vede un’altra piramide di Cestio, inattesa, troppo bianca, troppo grigia, un’altra porta San Paolo, la stessa stazione sembra diversa e bisogna ogni volta orientarsi, sebbene sia solo una tettoia su due binari. O altri luoghi usati. E il contrario è pure vero, in alcuni luoghi si è già stati, senza affannarsi fra treni e aerei.

astolfo@antiit.eu

Secondi pensieri - (60)

zeulig

Filosofia – Non si dà senza spirito religioso – come per la storia: nonché sul senso della vita e sul fine ultimo, non si dà altrimenti una riflessione sul senso delle cose.

Psicanalisi – La sua gloria è così sintetizzata da Claudio Magris, che ne fa il fulcro-verità del Novecento: “L’analisi freudiana ha dissolto ogni preteso fondamento originario immune dalle contraddizioni della vita, ma ha scoperto in tal modo lo «spaesamento» dell’uomo, la conturbante – e non inebriante – assenza di patria”. Magris lo ha scritto a gennaio del 1979, e lo ripropone nel 2005, in “Itaca e oltre”, senza ripensamenti. Freud non è invece espressione del secolo marcio?

Registra, e solletica, la tendenza del Novecento all’introversione. Un individualismo che confina nella paranoia: la ricerca del sé è culto del sé, necessariamente implausibile e impossibile, una “malattia”. Che la psicanalisi stimola, induce, favorisce, e non cura. Cosa ci può esser dentro i propri nervi, la vita prenatale, l’inconscio? Oggi molto è quello che psicanalisi ci ha messo dentro. A un fine superiore, terapeutico. Con regole, rispondenze, significati, leggi. Espressione di razionalità, nei fini e anche nei mezzi, anzi la sua quintessenza. Un’esagerazione: la logica calata nell’ineffabile.

Una ragnatela di miti logicizzati – di bassa logica quando si blocca sull’istintuale. Porta all’estremo, più radicale di Nietzsche, la filosofia del secondo Ottocento intesa come critica, decostruzione. A fini terapeutici? È terapia che non guarisce.
Come diagnosi è legata a pochi parametri. L’anamnesi è tutto, in psicanalisi, e il paziente ne è autore assoluto.
La terapia è liberazione. La psicanalisi crea dipendenza, da fenomeni sfuggenti, i sogni, i ricordi, le associazioni d’idee, impossibili da dominare (ricostituire) per intero. Come una falsa testimonianza, che mette alla mercé del Superiore (inquirente, analista): mette i pazienti dentro le reti.
In quanto autocoscienza è una ricerca cieca: il paziente non ha gli strumenti né, normalmente, la capacità per venirne a capo.

È vera in quel suo fondamento, che sembra una tautologia: la malattia è psicosomatica. Chi crede in Freud è sicuramente malato.

È patriarcale, nel suo subconscio. L’insensibilità di Freud all’analisi e alla psicologia infantile (Melanie Klein). La sua irritazione contro il mondo americano, che è matriarcale – pratico, regolato.

La scuola del sospetto dà armi terribili ai soggetti meno affidabili. Soprattutto la psicanalisi.

È letteratura, certo imponente. D’appendice: più di ogni altra è legata ai temi popolari, amore, morte, odio, passione, tradimento, pazzia

Storia – Ha il passo lungo, lento. Si può drammatizzarla, ogni istante della vita può essere drammatico, ma la storia è poco mutevole. Anche quando si esplica in fatti drammaticissimi. Non presenta molti cambiamenti, né di rilievo, a un superiore giudizio critico, distaccato: si legge Erodoto come fosse oggi, o il codice di Hammurabi, mentre Tucidide è perfino troppo complicato oggi, per l’ordine semplificati della cultura di massa, ugualitaria.

Tempo – Osservato da un a steroide a velocità della luce è lentissimo. Da un buco nero andrebbe invece a velocità fulminea, moltiplicando le sparizioni (le morti), fino a renderlo insignificante, una still motion, un’inquadratura. In entrambi i casi, naturalmente immaginari, si annulla. La vita è al di quale della luce e al di là del buco nero: non è ipotetica, è fattuale. Come la poesia, il racconto, il mito, la scienza, e ogni altra forma pratica, non ipotetica, di vita. Questo ha qualcosa a che fare con la filosofia? La debase. Ma questo non è eversivo (innovativo) – è irreligioso.

La perdita di Do, dice Kierkegaard, trasforma il tempo in un susseguirsi monotono e i sentimenti in un’indistinta malinconia – la noia. L’abbandono dell’attesa. Che anima la volontà, il desiderio. Il temo è scandito, se lo è, dalla volontà.

La condanna è all’immortalità, per l’ebreo errante e non solo. Cioè all’inesistenza. Solo ciò che è caduco e muta esiste. Si trasforma, si conforma. Il tempo è la forma dell’esistenza.

“Negli interstizi del tempo” è titolo redazionale per una nota che Claudio Magris intitola “Il non-tempo dell’amore”. Volendo dire il contrario: che il tempo vero è l‘amore, prima e dopo o attorno, è il flusso degli eventi e non gli interstizi - a condizione naturalmente che per tempo vero s’intenda la vita. Magris immagina qualcuno che non stia su un buco nero, attorno al quale il tempo trascorre rapido, quasi istantaneo (senza intervalli), una still motion ripetitiva, un punto d’osservazione con forza centripeta mostruosa (egoismo). Il tempo è dimensione dell’etica.

zeulig@antiit.eu

domenica 9 gennaio 2011

Landini star, di Bazoli, De Benedetti, Prodi, Marcegaglia

Pd all’improvviso perplesso sul referendum a Mirafiori tra una settimana, che dovrebbe superare le resistenze del leader della Fiom Landini. E più nella componente confessionale del partito che tra gli ex Ds. A una posizione di ovvio sostegno all’accodo sottoscritto dagli altri sindacati, cautamente sponsorizzata dalla Cgil, si sono frapposte chiare e autorevoli indicazioni di dissenso: soprattutto sul “Sole” e sul “Corriere della sera”, ma anche su “Repubblica” e, domani, su “L’infedele” di Lerner. Altolà molto espliciti, dietro i quali il partito vede gli editori De Benedetti, Marcegaglia, Bazoli e, per Lerner, Prodi.
È Marchionne che per ora è venuto sotto attacco, per essere “amerikano” dapprima, poi per essere troppo pagato. Ma lo sgomento del Pd nasce dal fatto che con Marchionne è chiaro che si vuole, o si può, colpire la Fiat, l’industria residua dell’automobile in Italia. Senza altra ragione che quella di non fare chiarezza nei rapporti industriali, tra le aziende e il sindacato. O, che è lo stesso, di non adeguare l’Italia al mercato europeo, delle stesse relazioni industriali.
Il Pd si trova preso in mezzo tra Marchionne, cui dà ragione ma che non è suo sponsor, e suoi sponsor dichiarati che invece sono contro la soluzione auspicata, quella di un contratto Mirafiori in deroga. La perplessità è acuita dalla sensazione che l’altolà a Marchionne e alla Fiat, senza spiegazione valida, sia una maniera sbrigativa (si dice “padronale”) di concepire il rapporto con la politica e con lo stesso sindacato.

Più Asia, e Mediterraneo, nella crisi di Gioia T.

Dopo quindici anni di crescita abnorme, con una tenuta sostanziale anche nel 2009-2010, anni di crisi, lo scalo container di Gioia Tauro chiude l’attività per tre giorni. È una soluzione, radicale e limitata insieme, caratteristica delle relazioni industriali in Germania, e quindi della Eurokai, la società amburghese che ha lo scalo in gestione. Ma è anche un possibile primo passo verso una ristrutturazione, per un diverso dimensionamento del traffico trans-shipment. Che vede ora in crescita soprattutto due aree regionali, l’Est asiatico e il Mediterraneo occidentale, rispetto alle rotte transoceaniche privilegiate nell’ultimo ventennio, per la crescita della Cina e delle tigri asiatiche come economie esportatrici.
Lo scalo di Gioia Tauro ha tenuto durante la crisi anche per un ridimensionamento delle tariffe, predisposto dall’autorità portuale. Ora però questo non sembra bastare ai maggiori armatori, Maersk e Msc. Il maggiore gruppo mondiale, la danese Maersk (in Oriente Mcc Transport) è da un anno e mezzo in perdita. Msc ha risultati trimestrali alterni ma deboli. Anche gli armatori asiatici lavorano in perdita. La crisi è però del trasporto globale, con sacche proficue invece in termini regionali. È così che Maersk non cessa di investire: ha in fase di conclusione l’appalto ai cantieri coreani Daewoo di venti meganavi da 18 mila Teu, 360 mila Teu in totale, per un valore di quattro miliardi di dollari. Tutti i maggiori player internazionali moltiplicano le flotte. Conosco, il primo gruppo cinese, anch’esso in perdita da un anno e mezzo come Maersk, ha appena ordinato nuovo tonnellaggio per 340 mila Teu. Il primo gruppo di Taiwan, Evergreeen, per 250 mila Teu. Il mar della Cina è l’area di maggiore sviluppo del trasporto via container.
L’Europa continua a vantare i maggiori armatori del settore: la danese Maersk, la svizzera Msc, e la francese Cma Cgm. Che giocano ancora su un prospettiva globale. Ma, soprattutto il gruppo francese, con un’ottica di sviluppo mediterranea. Nell’aspettativa di un’integrazione sempre più ampi e sviluppata del Mediterraneo del Sud, Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto e Turchia, un mercato di 160-180 milioni di persone, con 45 milioni di salariati, in grado già di competere in alcun i settori (cuoio, abbigliamento, arredamento), con la Cina, per prezzi e standard.

sabato 8 gennaio 2011

Pronunciamento contro Marcegaglia

Il silenzio fragoroso della Confindustria di Emma Marcegaglia sul referendum tra una settimana allo stabilimento Fiat di Mirafiori indigna molti piccoli dell’organizzazione confindustriale, soprattutto del comparto Federmeccanica. C’è nel Veneto, e anche nella Bassa Lombarda, chi vorrebbe raccogliere firme per una sorta di manifesto anti Marcegaglia.
La convinzione è vasta che Marchionne non soltanto è un manager capace, ma ha anche ragione. E che gli accordi speciali in deroga che chiede per il comparto auto sono effettivamente la sola soluzione per la sua sopravvivenza, e quindi di interesse sostanziale per il sindacato. Che se le rifiuta è solo per cieco pregiudizio ideologico o per le manovre politiche di suoi dirigenti – ambizioni di cui l’appoggio che a essi dà l’ex sindacalista Cofferati sarebbe una cartina di tornasole.
A questo punto il silenzio della presidente è giudicato connivente. Non si sa per quali ragioni, ma ormai si dà per scontato che Emma Marcegaglia voglia usare la Confindustria per uno sbocco politico. Come candidata del’Udc a capo di un governo di responsabilità o unità nazionale, oppure, nel caso di adesione dell’Udc al governo Berlusconi, a quella di vice presidente del consiglio. Tutte previsioni che si fanno per scherno, ma che concorrono alla voglia di pronunciamento.
Si verificherebbe un'inedita sintonia, se non allenza, tra i piccoli, da sempre avversi alle grandi imprese che comandano in Confindustria, e il prototipo dei grandi, la Fiat. Ma non contradittoria, seppure apparentemente contorta: i piccoli sono risentiti anche contro la sorda battaglia del loro giornale, "Il Sole 24 Ore", oltre che dei grandi editori come Bazoli e De Benedetti, contro Marchionne e la Fiat proprio e solo su questo punto, sulla flessibilità contrattuale. Non per altro motivo, non ne trovano altro, che le ambizioni politiche di Marcegaglia, sostenuta da De Benedetti e Bazoli.

La Bce una bad bank?

Non se ne parla per scongiuro, ma la possibilità che la Banca centrale europea si riduca al ruolo di bad bank, di banca in cui far confluire i titoli di Stato euro di poco valore, si fa strada. Avanzata dapprima in Germania, nel confuso dibattito suscitato attorno al salvataggio dell’Irlanda e del Portogallo, la formula è stata accolta allora con scetticismo, come una battuta polemica. La quota dei titoli acquistati dalla Bce sul totale dei titoli del debito pubblico dell’eurozona è appena dell’1 per cento, è stato detto, mentre per la Federal Reserve Usa è del 7 per cento (e si avvia a diventare, con gli acquisti già programmati, del 12 per cento).
Con gli acquisti di titoli irlandesi e portoghesi, tuttavia, in aggiunta a quelli greci, la Bce arriva oggi a detenere il 13 per cento del debito pubblico dei tre paesi. E se dovesse intervenire a sostegno del debito dell’Italia e della Spagna in analoga percentuale dovrebbe impiegare risorse tre volte maggiori, altri 300-350 miliardi di euro. Trichet s’è cautelato preventivamente a metà dicembre, chiedendo e ottenendo di raddoppiare il capitale della Bce, a 10,6 miliardi.

Gli eurobond costano poco e sbloccano il debito

Non se ne parla perché, dopo il salvataggio dell’Irlanda, la parola d’ordine è: “Tutto è in ordine”. Ma la proposta degli eurobond resta sul tappeto, ed è anzi l’unica fra le tre proposte emerse in autunno a restare in circolazione. Con più credito di quella adottata, voluta dala Germania: guarnire i salvataggi con una “convergenza” delle politiche fiscali nazionali. Che è in realtà la ricetta del salvataggio classico, caso per caso. Le altre due proposte sono il raddoppio della consistenza attuale (440 miliardi di euro) del Fondo europeo di stabilità, avanzata dal ministro delle Finanze belga Reynders, e la facoltà al Fondo di acquistare titoli di Stato nei paesi a rischio, avanzata dalla Banca centrale del Lussemburgo.
Gli eurobond sono titoli europei di debito. Progettati da Tremonti e dal presidente dell’Eurogruppo, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, si basano sulla creazione di un’Agenzia europea del debito, che progressivamente verrebbe ad assorbire l’indebitamento dei paesi membri. L’Agenzia configura un mercato di titoli europei a tasso unico (tre mesi fa i differenziali erano arrivati fino al 3 per cento, rispetto ai titoli guida tedeschi). Che abbia le dimensioni del mercato dei titoli Usa, e quindi la stessa attrattiva per le grandi economie emergenti e i fondi sovrani. E strumenti in grado di sollevare i paesi dell’euro più indebitati dallo “schiacciamento monetario”: con la facoltà quindi di emettere obbligazioni fino al 40 per cento del pil dell’Unione monetaria, e di rilevare fino al 50 percento delle emissioni dei paesi membri (fino al 100 per cento nei casi di paesi a rischio crisi), sempre a tasso unico.
La Germania di Angela Merkel non ha voluto prendere il progetto in considerazione. In parte per mercantilismo, per lucrare il vantaggio differenziale dei suoi titoli di debito rispetto agli altri paesi dell’euro, la “superbia del virtuoso”. In parte anche perché quella degli eurobond è stata finora una proposta praticamente intellettuale. Presentate da due personalità politiche stimate, Tremonti e Juncker, ma di due governi minori della Ue - l’Italia avendo perduto ogni contato e credito, ormai da tempo, dalla caduta del Muro e la riunificazione della Germania, con Bonn-Berlino, anche per l’attitudine superbamente solitaria della Germania, sotto il cliché stantìo dell’asse con Parigi (nell’ultima crisi la cancelliera Merkel ha lasciato cadere nel nulla l’apprezzamento pubblico di Mario Draghi, il governatore della Banca d’Italia, sospettandolo forse di volere la poltrona di presidente della Bce, che invece dovrà essere tedesca).
Ma gli eurobond sono rimasti sul tappeto, come soluzione unica all’eccessivo debito europeo. L’attesa è concorde tra gli operatori finanziari che l’intervento caso per caso non è risolutivo, e che anzi ogni intervento apre le cateratte a un nuovo più massiccio intervento. Questa è l’opinione anche, dietro l’ottimismo di facciata, dell’Eurogruppo, che Tremonti ha reso pubblica mercoledì brutalmente. Compreso, nell’Eurogruppo, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble - che nella coalizione di Angela Merkel, sassone dell’Est, rappresenta la tradizione cristiano-sociale e della vecchia Repubblica renana: “Prima dobbiamo migliorare gli strumenti che abbiamo; se questi non funzionano, allora, in questo ordine, dobbiamo parlare di alternative”. Come Tremonti e Juncker, Schäuble non fa della tenuta dell’euro una questione di potere, nazionale o regionale, ma di strumentazione: l’euro sarà, come egli dice, “uno strumento nuovo, in chiave con le esigenze del ventunesimo secolo”, ma è anche “una unione monetaria senza essere fiscale e politica”. L’Eurogruppo si appresta a emissioni record di nuovo debito nel corso del 2011, per non meno di 800 miliardi, metà dei quali della Francia e della Germania: una porta spalancata al rialzo degli interessi, cioè alle banche, da quì l'irritazione di Tremonti.
L’Agenzia di Tremonti e Juncker sembra la quadratura del cerchio, per uscire dal circolo vizioso del debito che crea debito e impedisce ogni rilancio dell’Europa, e lo è. Ma è la sola misura in grado di garantire contro la volatilità dei debiti pubblici nazionali, che è il vero motore della speculazione –l’avidità vince se fa leva sull’obbligo di difesa preventiva. Ed è poco costosa, meno che il Fondo. Per la Germania la “Frankfurter Allgemeine Zeitung” stima il costo in 17 miliardi in tre anni, molto meno di quanto la stessa Germania potrebbe guadagnare dal rilancio delle economie dell’Unione. Con Schäuble si sono detti possibilisti in Germania pubblicamente Frank-Walter Steinmeier e Peer Steinbrück, ministri degli Esteri e delle Finanze del primo governo Merkel, di Grande Colazione con i socialdemocratici (2005-2009), personalità sempre eminenti nel campo socialista. Che propongono gli eurobond come “segnale politico inequivocabile” per prevenire attacchi alla Spagna e all’Italia, benché con emissioni di ammontare “limitato” – clausola che evidentemente non ha senso economico, serve ad addolcire la novità per un pubblico da qualche tempo in Germania conservatore. Proprio una Bce entro l’anno a presidenza tedesca, come si dà per scontato, avrebbe l’interesse maggiore a un’Agenzia del debito, per riprendere la sua autonomia in materia monetaria evitando di ridursi a bad bank, deposito di titoli spazzatura.

venerdì 7 gennaio 2011

Per chi gioca Ponzellini? Per Prodi al Quirinale

E dunque Massimo Ponzellini è il banchiere di Bossi (“Sono io che l’ho indicato alla presidenza della Popolare di Milano”). Col quale festeggia devoto la vigilia di Natale. Indicato da Tremonti, suo estimatore da almeno un decennio, da quando lo volle al vertice della patrimonio Spa. È la vulgata recenziore, avocata peraltro da Bossi, e quindi indiscutibile: Ponzellini è l’uomo della Lega nel mondo degli affari. Ma una vita non si cancella. E Ponzellini è stato per una vita l’uomo di Prodi: al governo, a Nomisma, all’Iri, alle banche europee, Bers e Bei. Trascurato da Prodi quando fu presidente della Commissione Ue, si è rifatto negli anni Duemila con Tremonti, vice-presidente alla Patrimonio nel 2002, poi ad del Poligrafico, prima di approdare alla popolare di Milano. Nel mentre che rispolverava la vocazione familiare agli affari, figlio di un’imprenditrice del mobile (Marisa Castelli) e marito di una del caffè (Maria Segafredo), prendendo la direzione della Impregilo. Ma il vecchio legame resiste.
È d’altra parte vero che Ponzellini è arrivato al vertice della Popolare di Milano senza alcun titolo milanese, lui bolognese e molto “romano”. E su indicazione di Bossi-Tremonti. E che con Impregilo, nell’attesa del Ponte sullo Stretto che non si farà, intanto guadagna bei soldi con i ritardi, mentre si accaparra la polpa dei grandi appalti pubblici, la Salerno-Reggio Calabria, l’Alta Velocità, la Variante di valico Firenze-Bologna, l’area metropolitana di Reggio Calabria, che è una circonvallazione, tutti appalti di aziende o enti vicini al centro-destra, Anas, Autostrade, Fs. Ma è un tipico caso di destra-sinistra, o di doppia tessera, come si sarebbe detto al tempo della Prima Repubblica, quando la pratica era in voga: di democristiani che si dicevano socialdemocratici o socialisti, e di repubblicani che si dicevano democristiani.
Ponzellini fa un’analisi molto aggiornata, cioè berlusconiana, leghista, degli orientamenti politici e del voto: tutto cambia, dall’operaio di Sesto San Giovanni, la Stalingrado italiana, che vota Lega, alla Sicilia che vota compatta per un milanese, al ringiovanimento del Parlamento, alla partecipazione femminile alla politica. Resta immutato il Centro Italia, come a dire il Pci-Pds-Ds-Pd, ma in qualità di “becchino, medico terminale, assistente sociale e spirituale di un Sud che decade sempre di più e di un Nord che soffre per la burocrazia”, ha detto in un’intervista già tre anni fa. Qualità che il federalismo abbatterà: “Quando travasi il miele ti rimane sempre attaccato qualcosa alle mani: il non poter più travasare il miele, questo è il federalismo”. Ma così la pensa anche Prodi. Da qui il ruolo, di fatto se non di progetto, di Ponzellini mallevadore di Prodi al Quirinale quando la presidenza si rinnoverà fra due anni e mezzo.
Prodi non ha abbandonato la politica - il bagno di folla a Reggio Emilia oggi non è sttato casuale, c'è chi lavora per lui, e lui stesso. E' nella riserva della Repubblica, come De Gaulle diceva di se stesso, da uomo della Provvidenza. E nella costituzione non scritta il nuovo presidente della Repubblica, dopo ben due laici, Ciampi e Napolitano, non può non essere (ex) democristiano. Portato da Casini e Rutelli, Prodi non potrà non essere votato dal Pd, e ora anche dalla Lega. Mentre Berlusconi potrebbe voler concludere nel 2013 la sua avventura politica. Sicuro che Prodi al Quirinale non tollererà più lo strapotere dei giudici.

Germania al boom con accordi extra-legem

Il rinnovato boom della Germania, con una crescita nel 2010 di ben il 3,7 per cento, si produce in presenza di vincoli legali al lavoro più rigidi che in Italia. L’art. 18, in Germania in vigore dal 1951, è stato lievemente ristretto, ma si applica pur sempre alle aziende con più di 10 dipendenti (in Italia sono 15). Inoltre, rimane in vigore la Mitbestimmung, la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’azienda. E un sistema contrattuale nazionale e statuale (dei Länder, le grandi regioni). In questo quadro, però, il sindacato ha negoziato e accettato una forte serie di limitazioni, già negli anni del governo rosso-verde del cancelliere Schröder, quando la disoccupazione era arrivata poco sotto i cinque milioni.
Nel 2004 imprenditori e sindacato hanno sottoscritto gli “accordi di Pforzheim”, ipotizzando una serie di deroghe aziendali ai contratti, sia sul salario che sull’orario di lavoro. In particolare, hanno aperto la strada ad Accordi (alleanze) aziendali per il lavoro: accordi tra imprese e consigli di fabbrica per garantire comunque il posto, in cambio di orari e salari flessibili. Accordi o alleanze che coprono ormai più delle metà delle grandi aziende, e un terzo di tutte le aziende tedesche. Altre innovazioni del secondo governo Schröder hanno riaperto i contratti di apprendistato e di formazione, con una riduzione degli oneri sociali, e un parallelo scudo fiscale per i capitali esportati all’estero. Una particolare valvola di flessibilità sono i minijob (per retribuzioni fino a 400 euro al mese), e i medijob (fino a 800), con aliquote fiscali e sociali limitate.
La disoccupazione è stata così ridotta drasticamente e durevolmente. Su questa base la cancelliera Merkel ha poi potuto innalzare notevolmente l’età della pensione, a 67 anni – pur col beneficio transitorio del raddoppio dell’indennità di disoccupazione, da 12 a 24 mesi. In una prospettiva di sviluppo dell’occupazione. Il presidente della Federmeccanica tedesca ha spiegato che il problema principale è avere lavoro qualificato: “Se a noi mancasse la gente nelle officine, che crea innovazione e crescita, tutto il nostro benessere andrebbe perduto. Le nostre maestranze dovranno diventare non solo più grigie, ma anche più femminili e culturalmente variopinte”. Il nuovo boom è buona parte frutto della stessa industria metalmeccanica, che pure è ritenuta “matura”, se non obsoleta: l’industria automobilistica è riuscita a comprime i prezzi di un 25 per cento, senza scadere di qualità, ed è quindi oggi imbattibile in Europa.

Magris prende il polso del ‘900, con buone certezze

Si è detto che se Emma Bovary si fosse scritta da sé la sua storia non ne sarebbe rimasta vittima, come invece la fa Flaubert, annota Magris. E subito dà la zampata: “Questa fiducia nel potere salvifico dell’intelligenza e della conoscenza, secondo la quale basterebbe capire il male e il dolore per superarli e per sottrarsi alla loro morsa, era già improbabile all’epoca di Flaubert e forse è stata sempre ingannevole e precaria”. Nella stessa “sicura e solida classicità” socratica, come poi in Freud – “uno degli ultimi spiriti socratici della nostra civiltà, (giacché) riteneva che capire le origini e i motivi dei propri mali significasse già la loro guarigione”. Tutto queste cose in venti righe.
Il libro è una raccolta di scritti giornalistici per il “Corriere della sera”, dal 22 gennaio 1979 al 14 febbraio 1982, ma è una serie di grandiose intuizioni, vive, vivificanti, sviluppate con mano felice, ispirata ed equilibrata, sempre significative. Con l’ausilio di una filologia appassionata, Magris direbbe “liceale”, di letture curiose con mente disponibile. Seppure limitate all’area germanica, da Ibsen allo stesso I.B.Singer, con incursioni su Borges e Flaubert. Da storico consolidato del Novecento più che da incerto contemporaneista, già trent’anni fa dunque – ma, poi, siamo sempre Novecento. Il critico capisce e risolve - l’incoerenza è male minore, viene dall’entusiasmo e non dall’ipocrisia.
Claudio Magris, Itaca e oltre

giovedì 6 gennaio 2011

La Nato a difesa della Russia contro la Cina

Per gli Stati Uniti la Russia ha acquisito un nuovo ruolo di peso, dopo gli anni del disdegno, finiti con l’adesione di Bush alle aperture di credito berlusconiane, nel famoso vertice di Pratica di Mare nel 2002. Il decennio che si apre potrebbe mutare gli equilibri geostrategici degli Usa, impiantati negli ultimi vent’anni sull’asse economico con la Cina. La Cina dovrebbe superare nella decade gli Usa come prima potenza economica mondiale, e gli Usa hanno avviato una discreta azione di contenimento. Di cui la Russia è uno dei pilastri principali, se non il principale.
Gli europei ne sono al corrente, poiché se ne è parlato nell’ambito Nato. Sono state dismesse le aperture all’Ucraina e alla Georgia, che Mosca giudicava negativamente, come un allargamento della Nato antirusso. E si è avviata la proposta di un accordo fra la Nato e la Russia che includa anche una qualche forma di garanzia alla Russia sui suoi “confini attuali”. Una formula che, senza dichiararlo, dovrebbe garantire Mosca contro ogni ingerenza cinese in Asia.
La Cina è già la prima potenza finanziaria mondiale, anche se sottrae la sua moneta a un ruolo di riferimento, per mantenerne il corso a livelli concorrenziali. Con un ruolo di “controllo” sul debito occidentale, americano ed europeo, di cui è il maggior sottoscrittore, dopo la Fde e la Bce, con il 10 e il 7 per cento rispettivamente del totale del debito. E anche il maggior esportatore mondiale. E nel corso della decade dovrebbe superare il pil Usa.

La Russia ritorna europea

Apparentemente nulla è cambiato: Putin ha riproposto, a fine novembre sulla “Süddeutsche Zeitung” di Monaco di Baviera, l’Europa da Lisbona a Vladivostock altrettanto stancamente che nel famoso vertice di Pratica di Mare quasi dieci anni fa. La Russia di Putin è ancora impegnata sul fronte interno, per consolidare l’assetto dello Stato dopo la deriva eltsiniana e l’accaparramento privato di ogni bene. Ma dopo Pratica di Mare molte cose sono avvenute, che hanno riportato la Russia in Europa.
Anzitutto, come Berlusconi pretendeva fosse stato deciso a quel vertice, l’abbandono dell’assedio Nato. L’adesione forzata della Georgia e dell’Ucraina alla Nato è stata abbandonata. I gruppi russi dell’energia, Gazprom più di ogni altro, hanno stabilito solide alleanze in Europa, in Italia e in Germania – qui con più difficoltà, ma per fatti di corruzione, avendo i gruppi tedeschi sbagliato interlocutori in Russia. Nel 2010 Bruxelles ha dato via libera all’entrata della Russia nella World Trade Organisation – da cui è, più o meno, l’unico paese ad essere escluso… E ora il nuovo ministro degli Esteri francese, Michèle Alliot-Marie, esordisce evocando l’Europa da Lisbona a Vladivostock, vecchia provocazione del generale De Gaulle.

Gli Usa contro l’Eni, per la Russia

L’attivismo americano contro i paesi e le aziende che hanno i migliori rapporti con Mosca, tra essi l’Italia e l’Eni, è il più sicuro segnale che la Russia è sempre più europea. Da scettici sul futuro della Russia, gli Stati Uniti sono nuovamente,d agli ultimi due anni di Bush, interessati a un rapporto esclusivo con Mosca. Politico e, in prospettiva, anche economico. Ciò si è tradotto in un rinnovato attivismo contro quei paesi e quei gruppi che hanno stretto migliori relazioni con Mosca.
L’Eni in particolare, e i suoi rapporti con Gazprom, il maggior gruppo mondiale del gas e maggiore azienda russa, già oggetto dell’attenzione preoccupata dell’ambasciata americana a Roma, sono ora oggetto di un non mascherata campagna di stampa. L’obiettivo è di condizionare il gruppo italiano, giù pupillo dei fondi d’investimento e pensione Usa, presso i suoi grandi sottoscrittori. Di indebolire cioè Gazprom indebolendo il suo primo socio in Europa.
Gazprom segue una politica delle alleanze realistica: essendo il maggior esportatore di gas, cerca partner tra i maggiori consumatori europei. Per gli Usa il discorso è politico: non ci deve’essere un rapporto diretto e privilegiato della Russia in Occidente se non passa attraverso gli Usa. Come nella guerra fredda. Ma questo è il binario su cui si muove anche l'ambasciatore di Obama a Roma, Thorne, e quindi il dipartimento di Stato.

Obama conquista i repubblicani col deficit

Gli investimenti sono subito ripartiti, con un saldo attivo di ben trecentomila nuovi posti di lavoro a dicembre, e quindi non si torna indietro: nuovo deficit per la spesa pubblica Usa, invece della prevista riduzione, e dollaro debole saranno al centro della politica economica americana fino alle presidenziali del novembre 2012.
L’apertura politica di Obama ai repubblicani, dopo la sconfitta elettorale due mesi fa alla Camera, si è fatta come si sa sul terreno della spesa pubblica. Verranno mantenuti ancora per due anni i tagli fiscali operati da Bush, anzi saranno accresciuti nel 2011 per l’equivalente di un 2 per cento del pil. Mentre la Federal Reserve immetterà nel corso dell’anno denaro fresco per 600 miliardi di dollari, mediante acquisti di tioli del Tesoro. In precedenza, le tre commissioni istituite da Obama per analizzare la spesa pubblica dopo lo shock del 2008, le commissioni Bowles, Rivlin e Peterson, concordavano su una riduzione del debito a partire dal 2012, per un ammontare fra i 4 e i 6 mila miliardi di dollari entro il 2020.
L’intesa stipulata sulla base del deficit si presenta durevole anche sul piano politico, almeno fino alle presidenziali fra due anni. L’intesa fra il partito Repubblicano e la presidenza rientra infati, in questi termini, anche nel piano d’azione del movimento dei Tea Party, che rappresenta la parte politica più vivace all’interno del partito Repubblicano, ed è essenzialmente un movimento anti tasse. I Tea Party vogliono anche la riduzione del debito, ma non a costo di aumentare le tasse: vorrebbero cioè un’ulteriore riduzione della spesa. Ma si accontentano dell’accordo sulle tasse ridotte. Al quale potrebbero sacrificare anche l’altro loro richiesta, l’abolizione dell’Obamacare, la riforma sanitaria fatta votare da Obama.
Gli interventi della Fed sul mercato dei titoli pubblici, definiti “d’emergenza”, in realtà non sono occasionali. Sono stati concordati tra la presidenza e il Congresso, e sono stati programmati, entro un tetto di 600 miliardi di sospesa, entro agosto. L’obiettivo è di mantenere il dollaro in posizione di debolezza, contro le spinte di mercato, che lo vorrebbero riapprezzarsi contro l’euro.