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sabato 20 agosto 2011

Ombre - 99

Si è sempre saputo che la strage alla stazione di Bologna era legata agli accordi di transito delle armi per la guerriglia palestinese. Con o senza la collaborazione di Mambro e Fioravante. Che invece sono stati gli unici condannati, senza mai indagare i gruppi palestinesi e servizi segreti che li proteggevano. C’è un perché?
Perché non si fa un’inchiesta sulla Procura di Bologna, che scelse di proteggere il fronte palestinese? C’è un’organizzazione (intesa, accordo, fronte) per l’uso “politico” del terrorismo, come denuncia Battisti, il terrorista-scrittore – di cui il Brasile, un paese amico e democratico, è bene non dimenticarlo, riconosce le ragioni?

Prime pagine, e autorevoli commenti, di Roger Abravanel e altri, al “Corriere della sera”, dall’1 al 5 agosto per i troppi 100 e lode a un liceo di Reggio Calabria, lo scientifico Da Vinci. Che invece si scopre ora in testa a tutte le graduatorie nazionali di merito, pur essendo un liceo con 1.800 iscritti. Giornalismo? Un vero giornale sarebbe andato a vedere come si gestisce un liceo con 1.800 iscritti. O magari a far parlare i suoi tanti ragazzi “medaglie d’oro”, nazionali e internazionali.
Un vero giornale sarebbe magari andato a vedere perché nel Veneto gli studenti non sanno leggere, come si apprende dai dati comparativi che premiano il Da Vinci.

I buoni giornali non danno tregua a Renata Polverini, sia che vada alla fiera del peperoncino di Guglielmo Rositani, sia, in mancanza di meglio, se la sua scorta pretende di seguirla al ristorante. Hanno anche tentato d’incastrarla con l’affitto, e con qualche relazione, ma gli è andata buca. Tutto questo perché Polverini a sorpresa dimostra di saperci fare? Una donna, per giunta di destra. Non è possibile, ma è vero: quando si farà una storia spadoliniana dell’epoca, attraverso i giornali, una storia politica, sarà l’epoca della vergogna.

Battisti, condannato in Italia a quattro ergastoli, vive libero in Brasile. Riconosciuto nelle sue ragioni, se non assolto, dal governo e dai tribunali brasiliani. Intervistato da un settimanale brasiliano afferma di non avere ucciso né ferito nessuno. L’Ansa lo riferisce, che molti giornali italiani più o meno riprendono. Il “Corriere della sera” mobilita Gianni Santucci e Pierluigi Battista, per una cronaca e un commento, in cui di questo non c’è cenno.
Battisti sostiene di essere stato condannato in una serie di processi falsi istruiti dal Pm Spataro. Ma di questo non c’è mai traccia nelle cronache in Italia, neanche per caso. Neanche per dire che Battisti mente.

È Ferragosto e non si capisce bene. I Della Valle, nelle more della lunga corrispondenza con Moratti, il signore dell’Inter, con la quale divergono l’attenzione, o è l’estate dei signori?, scrivono una lettera aperta a Firenze: “Vogliamo un segnale dal sindaco e dai tifosi”. Altrimenti, intendono, molliamo la Fiorentina, la squadra di calcio. Un giorno. Il giorno dopo il sindaco Renzi manda una lettera aperta ai della Valle: “Firenze vi vuole bene”. Sembra da ridere e invece vuole dire: “Il progetto Castello ripartirà, me ne occupo”.
Ne parlano, in pubblico, a Ferragosto perché il Procuratore Quattrocchi è in vacanza? O il Procuratore è d’accordo? Castello è la più grossa operazione immobiliare in corso in Italia.

È capace di gestire le pressioni”: è la lode migliore che Prandelli trova per Giuseppe Rossi. Che è italiano, ma è nato e cresciuto negli Stati Uniti, lontano dal modo psicolabile del pallone italiano.

Dieci anni di appalti inutili per braccialetti elettronici, ci mancava anche questa. La giustizia è proprio corrotta. Per pochi soldi. Per appalti “politici”.

Répaci grande e amaro

Al centro del libro, anche figurativamente, il discorso che Répaci, candidato del Fronte Popolare a senatore nel collegio della sua Palmi, tenne in piazza nel 1948. Otto pagine (“il discorso è durato due ore”…) che fanno un prontuario dell’inutilità dell’intellettuale in politica. Pur essendo Leonida il fratello di Mariano Répaci, che il socialismo aveva radicato a Palmi, e il Comune di Palmi dalla liberazione per molti anni socialista, come pure poi il seggio senatoriale, con Giuseppe Carbone prima e poi con Giuseppe Marazzita, Leonida fu bocciato: il discorso, di cui evidentemente andava fiero ancora vent’anni dopo, è un manuale del “come perdere”. O l’inutilità è del Pci, che in Calabria ha avuto minore presenza e più deboli radici che in ogni altra regione d’Italia, compreso il Veneto bigotto. Un libro, anche per questo, di speciale interesse, non locale.
Si riedita nel quadro delle opere di Leonida Répaci questa raccolta a lungo trascurata, di antropologia locale (“un rapporto della civiltà calabrese” la dice nell’introduzione Luigi M.Lombardi Satriani), di un autore trascurato. C’è dunque una civiltà calabrese? La Calabria è molte cose, unita oggi solo dalla disgrazia politica, di una democrazia che non finisce di vomitare infamia – non disseminata peraltro uniformemente. Ma è un libro di rara intelligenza. Di ottima storia peraltro, sorprendente e accurata. Anche se con qualche confusione tra feudo e latifondo, o fedecommesso, legato in gran parte dall’eversione della manomorta (ma la breve storia del latifondo, a p.252, è di rara, ancorché concisa, precisione), e l’assenza, nella dettagliata genealogia, dei normanni e i bizantini, quelli che più hanno “occupato” la regione.
Un’opera che in un altro mondo (un’altra regione, un’altra Italia) avrebbero reso a Répaci un’altra considerazione. Ma questa è la Calabria qual è, rispettosa e indifferente. Una “grande civiltà” in effetti c’è, per magia dell’autore, in mezza pagina (p.9). In mezza pagina imbattibile è anche l’italiano (32-3). Stupefacente, all’interno del cap. II, “La Calabria grande”, la sinossi di storia bruzia. Con una sintesi che non si saprebbe contraddire, seppure oggi remota e anzi avulsa: “La civiltà della Calabria, quella per la quale è immortale, si fonda sulla prima categoria di interessi: quelli spirituali”. Una storia meravigliosa è quella di Catanzaro, anch’essa in mezza pagina (281). Per il resto l’intento celebrativo, e in lunghi pezzi autocelebrativo, non soverchia mai quello critico.
Alcune cose, che Répaci non mette in rilievo, giustificano da sole il titolo. In queste trecento pagine, nell’arco di venticinque anni, il solo evento di rilievo in Calabria è la visita di Fanfani. Crotone, che Répaci vedeva land of opportunity per eccellenza, vede ridotta dopo quarant’anni la “grandiosa prospettiva del mercato orientale, oltre che dell’industrializzazione”, a punto d’approdo per i barconi degli immigrati orientali. La vendita impossibile di un uliveto a Castellace, sintetizzata in un breve dialogo del 1963, testimoniabile per esperienza diretta, si confronta, dopo quarant’anni, col sequestro o la confisca di tutto l’agro di quel paesino di ex galeotti: la proprietà privata non difesa è oggi confidata a Libera, con pattuglie blindate di carabinieri al seguito, e questa è la lotta alla mafia.
C’è anche lo scrittore, sotto il polemista. Specialista, sotto l’ambizioso programma della saga familiare, di racconti brevissimi, fulminanti. La morte del fratello Peppe. La lotta suicida dello squalo con lo spada. O il perito Bussola travolto dalla scienza – esemplare della “coglionella”, che sembra l’espressione tipica dello spiritaccio locale.
C’è la parsimonia che non è una virtù,l’accontentarsi di niente, la sordidezza dell’abitazione: “Su questa capacità di adattamento, sull’abitudine a non avere niente, è stata consolidata la servitù sociale”. Che è vero e non lo è. Non lo è perché la servitù sociale in Calabria è sempre stata contenuta e contestata, al confronto col resto d’Europa – il confronto col resto d’Italia non è altrettanto macroscopicamente favorevole perché in Italia , col papa e col vescovo, la servitù sociale non è ma stata molta (bisognerà prima o poi uscire dai calchi interpretativi e riprendere la storia). Tanta insofferenza non toglie però che il calabrese viva oggi - quando Répaci scrive e ancora dopo cinquant’anni - come se fosse in regime di sottomissione, quale la descrive Répaci, perché non ha capito la democrazia, i meccanismi che ne fanno un’arma di liberazione: “Quella capacità di adattamento significa comuni senza strade, senz’acqua, senza luce, senza scuole, senza ospedali, senza gabinetti scientifici, senza teatri, senza cinema, senza biblioteche, senza asili infantili, senza cimitero”. Che sembra un’esagerazione ma è la realtà di quasi tutti i paesi calabresi. Che, se hanno ora tutti il cimitero, hanno anche case troppi piccole o troppo grandi, e debiti.
Dell’eversione della manomorta, a “partire dalla riforma antifeudale di Pietro Colletta e Pasquale Scura”, Répaci individua peraltro i germi infettivi. In cambio di poco o nulla, e incendiando gli archivi per eliminarne le prove, milioni di ettari sono stati passati a borghesie ingorde e inutili. Con l’appropriazione successiva anche delle terre comunali, assegnate dalle riforme ai comuni per gli usi civici (tutti gli usi civici, sia che i comuni abbiano rifiutate le assegnazioni, sia che le abbiano accettate).
Répaci si vuole calabrese a parte intiera, senza la riserva cui il suo ruolo in Italia e la sua formazione cosmopolita potrebbero indurlo, eccessivo sempre, partecipe, sia pure da antropologo, più che critico. Per esempio nel gusto insopprimibile della beffa, ai danni dei folli di paese, la “coglionella” degli “innocenti”. Che qui si vendicano: nell’episodio celebrato dell’agrimensore Bussola, che invecchia immaginandosi scienziato, il presidente americano contemporaneo di Gentile, Mussolini e Vittorio Emanuele III è Truman, e la vicenda di Bussola farlocco si trascina per alcuni decenni, una specie di fascismo eterno. Molto calabrese anche l’autocelebrazione, la discrezione e l’indiscrezione sono ugualmente autoctoni , che qui abbonda - sul declivio, purtroppo, piccolo borghese.
“C’è qualche pagina di troppo”, nota Luigi M. Lombardi Satriani nella presentazione, per esempio gli elogi di Sansone e Debenedetti allo stesso Répaci. Ma anche questo è un segno dell’isolamento dell’autore nella sua “terra amara”, di una sorta di snobismo proletario nei confronti di qualsiasi autorità e quindi anche del genio, malgrado il professo riconoscimento delle qualità morali e intellettuali, che è forse l’indifferenza del bisogno, della vita dura, o più probabilmente di un’anarchia distruttiva, di un individualismo che è invidia sociale.
È, come tutto in Répaci, un libro affrettato: farcito, anche poco curato, con alcuni effetti sgradevoli. Questo si segnala per il settarismo, tanto forte da condizionare un animo pure irruento e tollerante quale Répaci era. Fa la cronaca minuta nel 1963 a Cosenza di un convegno per creare l’università, con profluvio di nomi, avendo cura di tacere quello di Giacomo Mancini, che l’università della Calabria progettò e creò – a Mancini potrà liberamente tributare grandi elogi in “La Pietrosa racconta”, quando “al teatro Sciarrone\ Giacomo Mancini ministro\ del governo Aldo Moro\ dà la grande notizia\ che sarà realizzata\ la Casa della cultura\ da me suggeritagli”, per i settant’anni dello scrittore. La faziosità è anch’essa molto calabrese.
Leonida Répaci, Calabria grande amara, Rubbettino, pp. 347 € 15

venerdì 19 agosto 2011

I 100 e lode di Reggio C. e il “Corriere” razzista

Se il “Corriere della sera” è Milano, Milano è razzista, e non c’è difesa. Lo ha sperimentato la preside del liceo scientifico Da Vinci di Reggio Calabria, Giuseppina Princi, che non ha trovato in tre settimane uno spazio nemmeno piccolo alla paginate di dileggio del “Corriere della sera” per i “troppi” 100 e lode dei suoi maturandi. Il cui unico scopo a questo punto è solo uno: rendere la vita impossibile a chi studia in Calabria.
Dopo molto inutile cabotaggio la preside Princi ha avuto due colonnine sulla “Gazzetta del sud”, nella pagina di Reggio Calabria. Vale la pena rileggerle, seppure a nessun fine utile a questo punto, per gli ottimi argomenti che espone. I 100 e lode al suo istituto sono stati 20 e non 26. Per un liceo che “è, numericamente, il più complesso d’Italia con i suoi circa 1.800 iscritti”, e 320 maturati quest’anno. I voti alla maturità sono in linea con le “prove comparative internazionali”: nelle prove Ocse Pisa (programma per la valutazione internazionale dell’allievo) l’Istituto di Valutazione Nazionale (Invalsi) ha certificato per il Da Vinci risultati “non solo al di sopra della media Ocse, ma anche della media del Veneto”: in matematica, scienze e lettura la media Ocse è di 493, “i ragazzi del Vinci hanno riportato i voti di 513, 520 e 549”, il Veneto di 508, 518 e 505. I suoi studenti, continua la preside, hanno anche ottenuto riconoscimenti extra scolastici: medaglia d’oro nazionale di fisica, di biologia e di astronomia, medaglia d’argento alle olimpiadi di biologia di luglio a Taiwan, e tre classificati tra i 25 migliori studenti d’Italia a giudizio della ministra Gelmini e del presidente dell’Accademia dei Lincei. Gli esami di maturità sono stati seguiti e revisionati dagli Ispettori, senza alcun rilievo critico.
La preside Princi non ha avuto neanche le attese scuse dell’assessora vicentina alla Cultura Martini. Una signora che aveva preteso copia dei verbali di classe degli ultimi tre anni degli studenti del liceo scientifico di Reggio Calabria maturati col 100 e lode. Cultura? Il Veneto dirà un giorno che non è stato leghista, ma questa è purtroppo la realtà.
Il “Corriere della sera” non è stato il solo a rilanciare il razzismo leghista. Ma ci ha schierato pure l’esperto, che conviene a questo punto rileggere,
http://www.corriere.it/dilatua/Primo_Piano/Cronache/2011/08/02/benvenuti-al-sud-con-cento-e-lode-roger-abravanel_full.shtml
e ha aperto le ostilità l’1 agosto condendo le argomentazioni leghiste con centinaia di interventi a supporto online. Un vero plebiscito di stupidaggini, che ancora oggi fanno testo sul sito.

Yourcenar sadomaso

La raccolta è nella media dei racconti da trenta righe del vecchio concorso della rivista “Achab” – quanti piccoli-e Yourcenar saranno stati bocciati inavvertitamente? Con presentazione e postfazione incredibilmente sciatte. Il postfatore traduttore, Francesco Saba Sardi, usa “ne si assicurò”, “una curiosità la impulse” e altrettali preziosismi.
Yourcenar forse non ha fondo, ma la qualità dei suoi interpreti è irritante, per vacuità e supponenza. Il racconto del titolo è però originale, sado-maso – molto costruito, una sorta di saggetto S-M.
Marguerite Yourcenar, Racconto azzurro

mercoledì 17 agosto 2011

I giudici contro le legge

È come se la sindrome Procuratori della Repubblica, superficiali, carrieristi, aggressivi, si fosse installata nella giudicatura. Nel caso di Alessandria, dell’ubriaco assassino di quattro giovani francesi, e in troppi altri analoghi, è evidente da più segnali l’atteggiamento provocatorio del giudice di fronte alla legge – la quale non vuole il carcere per un incensurato, che non mostri segni o abbia l’occasione di reiterare il reato.
Si è trovato un giudice per la liberazione dell’assassino in tempo reale, mentre normalmente gli accusati aspettano mesi per incontrane uno. Di fronte al quale giudice gli inquirenti, carabinieri e polizia stradale, hanno trovato opportuno tacere i precedenti di cui sicuramente le loro Note si servizio, se non il casellario giudiziario, sono pieni: Ilir Betim, l’assassino, no n è uno venuto fuori dal nulla. Costringendo il governo a ipotizzare un apposito ridicolo reato di “omicidio sull’autostrada”.
Si resta allibiti di fronte alla posizione della Procura di Alessandria, la sostituta Sara Pozzetti e il capo Michele Di Lecce: “Si tratta di una persona incensurata con una vita normale e un lavoro stabile”, si sono premurati di far sapere nell’imminenza del plurimo omicidio. Ma più deve preoccupare che si sia trovato un giudice che ha dato loro credito. La figura del giudice è quella del giurisperito pensoso che applica la legge con equità e rigore. Ma è falsa: il giudice italiano, che ogni tanto è stato o sarà Procuratore, è un piccolo politicante impiantato nella giustizia. Vendicativo – provocatore, ama definirsi.

L’amore religioso dei ragazzi

Poema del’amore dei ragazzi, per una volta non manierato. Del corpo dei ragazzi. Profano certo, considerando la sessuofobia dei preti. Blasfemo anche, poiché è l’amato Giovanni, il corpo del ragazzo, che riporta Dio nel Cristo: “Soave fanciullo,\ corpo leggero,\ riflessi di luce…\ Perduti in nubi\ d’indifferenza,\ in Sé ci chiama\ e a Sé c’informa\ questo Tuo Corpo”.
Sembra bizzarra, questa associazione tra gioventù, chiesa e l’amore dei ragazzi, un’altra ricerca dell’effettaccio. E invece è religiosa nell’intimità – non ci sono molte evenienze ultimamente di Dio nella poesia: in quell’intimità col creato che fa il cristianesimo cattolico. Gioiosa certo, nella malinconia, una religione di salvezza. Ne è riprova l’onestà del poeta, ancorché confusa. E la disperazione che appare coltivata e artificiosa, fino al “suicidio”, la morte cercata.
Con l’unica poesia moderna verginale per la Vergine – cui apparenta mirabilmente, ma devotamente, la “madre giovinetta”. E con l’Italia tutta, nelle sue regioni, la lingua, i temi biblici. È una crestomazia nazional-popolare, la prima duratura aspirazione.
P. P. Pasolini, L’usignuolo della chiesa cattolica

domenica 14 agosto 2011

Milano guida l’attacco all’euro

Non promette nulla di buono lo schieramento di Milano sulla manovra salva euro del governo, alla riapertura martedì del mercato – ma un primo assaggio si potrebbe avere in Europa già domani. L’aria è di una terza spallata all’euro, che potrebbe essere l’ultima – la strategia dello sfiancamento, con attacchi ai margini, potrebbe essersi esaurita. Il “Corriere della sera” spudoratamente, “Il Sole 24 Ore” con garbo, hanno affondato preventivamente la manovra.
Prima di spiegare la manovra, il “Corriere” la stronca – nel gergo britannico del buon giornalismo è una cosa che non si fa, “kill the news”, ammazzare la notizia. Schiera cinque editorialisti contro in prima pagina, compresi Monti, Rizzo, Stella, Polito, sette cronache-intervista contro nelle pagine interne (Camusso naturalmente, con Montezemolo, Marcegaglia e altre ruote di scorta), fa esposizioni critiche delle misure del governo, sceglie due paginate di critiche in forma di lettere al direttore, e sui tagli di comuni e province innesta un delirio di critiche e controcritiche – la politica va tagliata ma nessun comune e nessuna provincia ci deve rimettere.
Milano è stata con Londra la piazza pilota del secondo attacco all’euro, quello delle ultime due settimane. Con maggior vigore quando il declassamento del debito Usa sembra dovesse spostare la speculazione sul dollaro. La determinazione lungo l’asse Milano-Londra è quindi organizzata, oltre che forte.
Già ora la Borsa italiana vale meno di due aziende Usa messe assieme, seppure brillanti, quali Apple e Google. Ciò è insensato ma è anche il segno di una volontà pervicace di abbattere i valori. Ci saranno sorprese al controllo dell’economia dopo la tempesta, se l’Italia sopravviverà. Già oggi i grandi complessi bancari, le cui partecipazioni e i cui investimenti in titoli di Stato si vogliono all’apparenza ridotti a “niente”, restano preda incontestata delle fondazioni confessionali.

L’acqua benedetta star della corruzione

È come se i referendum, plebiscitari, avessero autorizzato la manomissione senza limiti dei bilanci familiari per l’acqua, ora benedetta oltre che francescana. Archiviato lo straordinario sì all’acqua bene pubblico, complici gli stessi Bersani e Di Pietro che la stessa acqua avevano privatizzato, surreali dibattiti sono in corso tra i fautori dei referendum stessi, presi al laccio della loro demagogia. Di uno di essi, tra Publiacqua, il consorzio di 49 società pubbliche, e alcuni economisti esperti, ospitato dalla “Staffetta Petrolifera”, l’unico benemerito forum su una questione di tanta importanza (il bollettino ne fa la sintesi nel numero del 30 luglio), i termini sono questi.
“Il sentiment dell’opinione pubblica”, argomenta anglicizzando il presidente Pd di Publiacqua, Erasmo D’Angelis, “si è aggrappato al potente brand dell’acqua pubblica (e gratuita) come a un salvagente etico e ideale di fronte a una politica nazionale mai caduta così in basso e ad una società debilitata dalla frammentazione di mondi, blocchi sociali, partiti di massa, sistemi di valori un tempo solidi e compatti”. Una chiamata alle armi, la solita - con e senza l’acqua. Dopodiché “la valanga di sì che doveva «mandare a casa Berlusconi» rischia di mandare a casa i lavoratori. L’acqua, infatti, non è solo emozioni, nuvole e pioggia. È un ciclo industriale e un servizio di pubblica utilità che significa oggi soprattutto fognature, depurazione, disinquinamento. È un lavoro che richiede continuità negli investimenti, scelte e certezze legislative”. Insomma, pagate.
Il business è grande, 147 aziende idriche, il 97 per cento delle quali sono integralmente o a maggioranza pubbliche, ma non abbastanza per le fameliche orde degli amministratori locali. Ora ci vuole un’Autorità nazionale idrica “indipendente e autorevole”. Cioè ben remunerata.
Inoltre, abbiamo votato solo sul 20 per cento dell’acqua che ogni giorno si consuma in Italia. “Un quinto del totale”, dice Publiacqua, “e il resto?” Un 20 per cento si spreca per raffreddare i macchinari delle fabbriche o alimenta il business delle acque minerali, di cui gli italiani sono i più golosi consumatori, dopo gli arabi degli Emirati e i messicani. Un 50 per cento va a usi irrigui, “dove se ne spreca almeno la metà per via di impianti obsoleti”. Il restante 10 per ento va in produzione energetica con l’idroelettrico. Insomma, l’80 per cento dell’acqua rimane ancora in mani private, e ciò è insostenibile, lamenta D’Angelis. Perché i privati non pagano “abbastanza”.
D’Angelis scrive in sostegno della proposta di legge del suo partito. Ma in questi termini: ci vuole un piano d’investimenti per 64 miliardi in 30 anni, per fognature e depuratori, e una tariffa che generi queste risorse. Insomma un aumento subito, consistente. L’abolizione referendaria del principio della remunerazione del
capitale ha, passata la sbornia, lasciato le casse a secco: “Cancellata la remunerazione del capitale investito, è saltata la possibilità di poter accedere a
mutui e finanziamenti bancari o di enti finanziari”. Che fare, allora? Daccapo: “Una possibile leva è quella delle tariffe, che sono tra le più basse in Europa (135 euro l’anno in media) che dovranno essere trasparenti e uniformi sul territorio nazionale”. Cioè trasparentemente aumentate. Minacciosamente anche: “Ancora oggi ci sono 170 mila km di reti idriche e di fognatura da rottamare e altre 50 mila km da posare”.
Seconda bugia: ripubblicizzare, come si è lasciato intendere nel referendum, non è possibile: “A Parigi, la madre di tutte le ripubblicizzazioni, l’acqua è tornata nella gestione municipale a fine concessione e dunque a costo zero per le casse della città e senza ridurre la tariffa (tre volte più alta della nostra). Non è una differenza da poco. Nel caso italiano, infatti, il ritorno al municipio significherebbe un salasso finanziario per i comuni, che hanno l’obbligo di indennizzare i soci industriali”. Da non credere.
La “Staffetta Petrolifera”, che ha voluto risposte certe dai gestori del settore, rileva: “E’ interessante intanto la conferma di D’Angelis che delle 147 aziende idriche solo il 3 per cent sono (erano, n,d.r.) private; un punto che ha confuso la battaglia referendaria convincendo l’opinione pubblica che la privatizzazione è la causa di tutti i mali. Non è così: il sistema è da sempre in mano pubblica e, spiega D’Angelis, «la cartina di tornasole che portò alla luce il disastro idrico fu l’affidamento del servizio da parte degli ATO ai gestori dagli inizi del 2000», quando ci si accorse dello stato pessimo di manutenzione e di tecnologia delle reti”.
Roberto Macrì, economista dell’energia che interloquisce con l’articolo del presidente di Publiacqua, riflette che “la strategia comunicativa dei referendari ha deviato l’attenzione della pubblica opinione dal fatto che la dimensione degli investimenti, la rilevanza dei costi operativi, la complessità progettuale, il livello delle tecnologie e i consumi di energia elettrica richiedono per l’acqua una gestione di tipo prettamente industriale”. Il 40 per cento dei nostri corpi idrici sono inquinati, aggiunge Macrì, e a questa situazione riferisce la stima di 64 miliardi di investimenti fatta da Federutility nel 2010 - con la previsione di un aumento formidabile dell’occupazione nel settore da 160 a 550 mila persone. Ma non tutto è chiaro: “Sono cifre imponenti che perciò meritano una attenta verifica. Sono frutto di un censimento uniforme su tutto il territorio nazionale? Sono dati ricavati da un campione di aziende o da tutte e 147? Le opere si riferiscono solo agli acquedotti cittadini oppure comprendono le infrastrutture di collegamento? In funzione di quali parametri varia in misura così forte la previsione di nuova occupazione?”. C’è imbroglio? C’è: si chiedono soldi per niente.
“Ma soprattutto”, continua Macrì, “è importante verificare se la stima degli investimenti ha tenuto nel debito conto due obiettivi prioritari. Primo: l’eliminazione delle perdite di rete e dei furti d’acqua dalla rete e dai pozzi abusivi. Recuperare 100 mc di acqua al secondo eliminando le perdite di rete costa al massimo 100 euro per la ricerca e altrettanto per le riparazioni: 200 euro dunque a mc. Mentre per fare un pozzo con le stesse potenzialità di produzione e profondo 20 metri può costare fino a 25 mila euro”. L’economista fa l’esempio di un Comune di 30 mila abitanti che ha ridotto una previsione di spesa per aumentare la disponibilità idrica da 2,1 milioni di euro a soli 80 mila euro, quanto costava la ricerca e riduzione delle perdite di rete”. L’acqua come sorgente di corruzione?

sabato 13 agosto 2011

Problemi di base - 70

spock

A Miami è il clima migliore che a Taormina, oppure la coca?

Colombo scoprì l’America, i vichinghi pure, e già i fenici, e i cinesi: è l’America esibizionista, che le piace farsi scoprire?

Perché gli economisti di Berlino non vogliono che la Bce compri Bot italiani? per cattiveria, per bontà, o per ridurre gli interessi sui Bund tedeschi?

Quando e perché l’Europa è stata scoperta (non c’è in nessuna storia)?

Se Moratti ha messo nell’Inter 700 milioni, è un bene o un male? E dove li ha presi?

Questo Berlusconi non sarà gay, che mette le mani nelle tasche degli italiani? Boccassini, ancora uno sforzo!

Dio non c’è quando c’è. E quando non c’è?

Si va a destra per andare a sinistra. E per andare a destra?

spock@antiit.eu

La Calabria normanna è antinapoleonica

A Napoli, dove fa compagnia alla mamma avventurosa, prima di partire, il giovane marchese de Custine si aspetta di trovare in Calabria il “mondo delle favole”, un paese dove “per vedere è necessaria l’immaginazione”. E in questa trance ne scriverà. Ma non senza aver visto – Carlo Carlino, severo presentatore della vecchia edizione del 1983, sembra pensare il contrario, eppure a ogni riscontro molto è veritiero. C’è una sola invenzione, se non una stendhaliana, distratta, scopiazzatura: vedere l’Etna da ogni dove, per esempio da Paola. E un solo errore, la Cattolica di Stilo detta “saracena” – ma l’errore è veritiero: sancisce l’abbandono della chiesetta dopo due secoli di latinizzazione, ortodosso stava per scristianizzato, a lungo i bizantini non sono esistiti in Italia, non solo per il giovane viaggiatore.
Custine entra in Calabria sdegnato delle grossolanità che sulla Calabria si rovesciano, dopo la sconfitta contro Napoleone, insieme con la coscrizione obbligatoria per le guerre di Germania e di Russia – ma non fu sconfitta, la regione non fu mai domata, il generale Manhès continua a tagliare teste e rubare il rubabile: “Un popolo al quale non si è grati abbastanza per non sentirsi umiliato più di quanto non lo sia!” Il marchesino che sa essere antinapoleonico, a Napoli, nel 1812, ha titolo di merito. È quindi superfluo dirlo vandeano, come fanno i due presentatori, Carlino e l’ottimo curatore della collana “Viaggio in Calabria”, Valerio Cappelli, che riedita queste “Lettere”. Dopotutto, Astolphe aveva avuto il padre e il nonno, rivoluzionari benché moderati, assassinati da Robespierre, e quanto alle liberazioni napoleoniche, questa è una storia che solo in Calabria non si è rifatta – patria degli studi subalterni, nel senso della subalternità propria degli studi, non della società che ne è l’oggetto.
La Calabria in realtà non fu mai domata, il generale Manhès continuava nel 1812 a tagliare teste e rubare il rubabile, e anzi se ne vanterà, dopo che Custine l’ha denunciato. La repressione sarà costante, ed è all’origine del brigante, epiteto che i napoleonidi impressero indelebile sulla Calabria: Manhès, rileva Custine indignato, parla di “ottomila briganti”, ma “i soldati non sono banditi”. L’insolenza francese era senza limiti, che Duret de Tavel, memorialista che era stato ufficiale di Manhès, qui ricordato da Cappelli, bene esprime: “I Calabresi sono dunque, realmente, degli assassini”.
Un detto Custine cita: “Le vecchie, in Francia, quando vogliono indicare un uomo spacciato, dicono: il tourne la Calabre”. Che altrove, dove gli studi non fossero subalterni, avrebbe magnificato la forza della resistenza – tanto più se si riferisce alle vecchie occupazioni francesi, normanna e angioina. Custine non è il solo francese critico della liberazione della Calabria, tutti gli altri memorialisti dell’epoca lo sono: Courier, ufficiale napoleonico come Duret deTavel, e lo stesso Duret de Tavel. La sua specialità è vedere senza compiacenze, senza partito preso. Senza tacere la forza dell’odio, specie “nel cuore delle donne”, che conducono alle faide. E negli aneddoti famosi, del prete castrato dai cappuccini che aveva deriso. Delle sorelle di Daffinà felici infine quando ebbero in casa la testa dell’assassino del fratello, per farne un trofeo. La sporcizia, anche dei ricchi. La futura statale 19 per Napoli che è già mortale, a causa della malaria. Ma più sa vedere le qualità nascoste delle persone, e da giovane romantico la forza e la bellezza della natura. Con il celebre elogio che ha consacrato Tropea e quelli che avrebbero potuto consacrare Parghelia e, soprattutto, Palmi – i cui incanti, malgrado tutto, s’impongono anche al viaggiatore contemporaneo, sono Omero puro. Da Palmi a Bagnara e Scilla il giovane va in estasi: “Sento che sto per impazzire: non dormo più, non mangio più, non sento più. Io contemplo e vado in estasi. Il signor Catel è come me”. Franz Ludwig Catel è l’illustratore e paesaggista tedesco con cui Custine si accompagnava, insieme con l’archeologo francese Aubin Millin, uomo d’esperienza (morirà poco dopo, nel 1818).
Sono lettere svelte e incisive. Custine ha fama di persona vanesia e scrittore superficiale. Ma dovunque è stato ha visto giusto. Per finire, ha visto meglio di ogni altro la Russia negli anni 1830. Nota e registra, a 22 anni, in una incerta “pacificazone”, in un viaggio mordi e fuggi (tutta la Calabria in 45 giorni) quanto i residenti in più generazioni e pure gli specialisti non hanno saputo notare: dalla sapiente architettura arborea a quinconce al peso schiacciante della tradizione in popolazioni abbandonate a se stesse, e naturalmente, in una terra in cui è dominante, i miracoli della natura, l’aloe, il mirto, l’olivo, i colori del mare, le geometrie del sole al tramonto, della luna sorgente.
È un caso rimasto unico di indipendenza di giudizio, per una terra che si potrebbe dire esemplare della subalternità, dell’acquiescenza alle forze e le idee dominanti – fino al leghismo…
È il primo che cerca i normanni, a Mileto e altrove – senza trovarli, ma sa anche il perché : il terremoto ha distrutto tutto, la tomba del re (in realtà il conte) Ruggero giace di traverso in una forra. E un’inattesa genealogia sa estrarre dal poco che vede, i “taciturni calabresi” assomigliando ai normanni: “Come loro sono chiusi, cavillosi, attaccabrighe, e godono della collera altrui”. Non esemplare: “Questo rapporto tra la Magna Grecia e la Bassa Normandia, che forse risale al tempo di re Ruggero, è più sorprendente che piacevole”.
Adolphe de Custine, Lettere dalla Calabria. 1812, Rubbettino, pp. 163 € 7,90

venerdì 12 agosto 2011

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (97)

Giuseppe Leuzzi

Piove a Brera su Raffaello. Non sarà che il direttore e il soprintendente sono meridionali?
La soprintendente si chiama Bandera: sarà spagnola (vedi Manzoni).

Il sindaco di Alassio ha rimosso Totò. Quello di Parma Falcone e Borsellino. I belli-e-buoni della Repubblica hanno reagito male – anche perché le rimozioni sono ridicole. Ma la cosa non andrebbe accantonata: tanti paesi del Sud potrebbero infine liberarsi dei corsi Umberto I che li affliggono.

L’altra estate le coste siciliane e calabresi la vissero all’ora delle meduse. Non trovando altre ragioni per non andare al mare, siciliani e calabresi si giustificarono coi celenterati: ne vedevano dappertutto. Quest’anno non possono insistere, le meduse o ci sono o non ci sono. E allora la Provincia di Messina e il Comune di Sant’Alessio Siculo, per darsi un futuro nel turismo marino, hanno creato un monumento sul lungomare alla medusa.

Si fanno feste, sagre, degustazioni un po’ ovunque anche in Calabria a fini sociali, per propagandare l’Avis, la Croce Rossa, Libera, eccetera. Con operosi volontari al lavoro, giovani che in poche ore e minuti montano pannelli, gazebo, palchetti, e dopo la cerimonia li smontano, precisi, rapidi. Ore di applicazione, si direbbe, per nulla. Non si può che apprezzare. Quelli trapiantati in fabbrica o in ufficio, per esempio al porto di Gioia Tauro, o alla Provincia di Reggio Calabria, o anche al Comune in ogni località, si fanno invece un’industria di non lavorare, precisi, puntigliosi, ignoranti, sempre e comunque rivendicativi – loro sono dalla parte della ragione e voi del torto. Magari sono gli stessi che i week-end e la sera lavorano volontari.

Avviene, viaggiando in macchina per le provinciali della Calabria, di essere interpellati da macchine che procedono in senso inverso con nervosi lampeggiamenti. Nessuna manchevolezza che sia stata notata sul vostro mezzo, è solo una maniera per dirvi che più avanti troverete i Carabinieri. Che in Calabria sono spietati. In alcuni paesi, appostati a poca distanza dal bar più frequentato, hanno inflitto multe salatissime a chi ne era uscito avendo bevuto una birra – in Calabria la birra si beve al bar. Sembra una leggenda metropolitana, minimal, e invece è vero.
La passata stagione dei funghi i Forestali dell’Aspromonte hanno multato tutti quelli che avevano lasciato il permesso in macchina o a casa: un paio di centinaia di euro l’uno.

Lampedusa figura siciliana ma è, per il coraggio e la grande mente, molto europea, quasi transalpina. Sicuramente sarà una colonia di lombardi emigrati, etc.. Forse di vecchi riformati chissà, costretti a nascondersi - i riformati come si sa non sono razzisti, e anzi i negri hanno sempre accolto a braccia aperte.
Dove si sono sentiti questi discorsi? Saranno solo sognati? Ma avviene che questi sogni brevi e insistiti, da dormiveglia, riflettano i discorsi diurni. In effetti, i riformati sono tanto pieni di sé che potrebbero essere benissimo i nonni di Bossi.

S’interroghi, per esempio allo Iulm di Varese-Milano, una ragazza di città sulla Sicilia e non saprà dov’è, tira a indovinare sulla carta muta e la indica nella Sardegna. S’interroghi un ragazzo calabrese che abbia fatto il liceo magari al seminario, la scuola privata più squalificata, e saprà anche dov’è Cuneo. Nonché di Garibaldi, e perfino di Camillo Benso conte di Cavour. Che, nella generale desolazione della scuola delle professoresse impegnate, le eccellenze alla maturità al Sud non siano comparativamente giustificate?

Lady Gaga, nata Germanotta, ha genitori meridionali, di Palermo. Come già la precedente regina del pop, Madonna, essa pure anche manager di talento e grande professionista, di nonno abruzzese. Sono donne di successo, e per questo l’origine non conta. Non viene mai citata. Sgarrassero in qualcosa, come è avvenuto talvolta a Madonna per qualche caduta di gusto, coi fidanzati o coi vestiti, la macchia delle origini viene subito incollata - la “signorina Ciccone”, la “cantante sicula”.

Andrea di Jacopo de’ Mangabotti, detto Andrea da Barberino dal suo paesello d’origine nella Valdelsa, o forse nel Mugello (circa 1370), fu autore di “cantàri” e di romanzi d’avventura, che derivò dalle chansons de geste francesi. Prose più parlate che scritte, per un pubblico in piazza, abituato ad ascoltare i cantastorie o maestri di cantari, o romanzatori.
I suoi romanzi più famosi sono “I Reali di Francia” e “Guerrin Meschino”, di cui tanti echi ancora trova chi attraversa l’Aspromonte. Ma adattò pure la Chanson d’Aspremont. È l’unico “letterato” dell’Aspromonte, non l’avrebbe mai immaginato – e anche ora, se ne sa poco , non se ne parla niente.

La ragazza con l’ombelico sopra i pantaloni, graziosa e diretta, cassiera al grande bar rinnovato di Catanzaro, minimal e freddo, di marmi, specchi e aria condizionata, con lo scontrino propone delle cartoline di una sua amica che vuole diventare miss. Di cui spiega: “Non c’è bisogno di spedirle, non ci vuole il francobollo, basta una firma, poi ci penso io a inoltrarle, eh sì, bisogna combattere”. Finché, chiamata al cellulare, si scusa, e a chi la chiama oppone un allarmatissimo “Focu meu! Focu meu! Fora gabbu”. Che non è di allarme ma di diniego e insieme scongiuro: che mi dici, non è vero, non è così, non può essere. Magari dall’altro lato c’è l’aspirante miss.

Bennato
Eugenio più di Edoardo è musicista che in America sarebbe l’Arlo Guthrie di un revival e di una cultura della tradizione – come Roberto De Simone sarebbe il celebrato Bernstein del musical, con capolavori assoluti. In Italia no, perché l’Italia non “esiste” - ma anche perché Bennato e De Simone sono napoletani, e Napoli divora i suoi figli.
Da solo Eugenio ha “inventato” il Gargano e il Salento, la taranta e la pizzica: le ha scoperte, le ha ammodernate al gusto, le ha imposte con i dischi e i concerti. Ora, dopo quarant’anni, la pizzica è diventata, tra il Salento e Roma, la manifestazione musicale con più pubblico, la seconda maggiore manifestazione musicale di pubblico dopo l’Arena di Verona, assicura sul “Messaggero” Fabrizio Zampa.
Potenza della musica, contro ogni disappetenza dell’“opinione pubblica”? Potenza del creativo, contro il disordine, la neghittosità, la trascuratezza. Anche nel Salento, che pure ha dato ampie manifestazioni di sapersi governare.

Abusivismo
L’abusivismo di necessità ha schiavizzato il Sud. Sì, ha rovinato l’ambiente e ha diffuso la pedagogia dell’abuso. Ma soprattutto ha portato i soldi in banca, rendendone schiavi gli infelici indotti a pensare di farsi giustizia con la casa.
In alcune zone della Calabria e della Sicilia il Sud è pieno di scheletri di cemento armato, senza pavimenti, senza infissi, senza intonaco, qualcuno senza pareti e senza tetto. Perché sono finiti i soldi. I risparmi di una vita sono stati buttati in niente, mentre bisogna pagare le rate del mutuo alla banca.
Le rate e gli interessi pesano anche nei casi in cui l’abitazione in qualche modo è stata completata ma risulta di poco valore, di mercato o d’uso. Un’edilizia popolare, sia pure privata e non pubblica ma ligia alle normative, avrebbe implicato un calcolo dei costi (e dell’uso della casa) prima e non dopo l’investimento dei sudatissimi risparmi, e un mutuo che costringe a faticare per venti e trent’anni.
I mutui si sono rivelati il principale freno alla ripersa dell’economia americana dopo il crollo del 2008. Su case che ora valgono complessivamente meno della parte mutuata e da rimborsare: l’America non decolla perché buona parte della popolazione deve lavorare per pagare il mutuo. E se questo fosse il principale freno, surrettizio e quindi insidioso, al libero lavoro al Sud? Senza eliminare la mafia beninteso.
A molti un Sud senza mafia dà lo sturbo: è mafia anche quella dei mutui. Ma è pure vero che molti hanno accesso, devono, proprio per questo malinteso diritto alla casa, al credito dei cosiddetti amici, poi inestinguible. Che è la forza oggi del malaffare, più del mitra e delle bombe.

leuzzi@antiit.eu

Che personaggio, Yourcenar, fuori della biografia

Strano ritratto, che dall’inizio s’impegna a distruggere il soggetto! Lascia anche da parte i fatti significativi: il padre disertore, recidivo, Barbe che fa la puttana per arrotondare, Marguerite bambina al bordello, Fernande, la vendita di Mont-Noir, Marguerite per dieci anni in Italia, con chi? perché?, ogni volta che la biografa s’imbatte nelle cose scantona. E com’era Marguerite adolescente, com’era da giovane? Gide vi è “maestro di ordine letterario”, e allora? Faigneau era collaborazionista? Lo era ma… In compenso 500 pagine d’irritante riletture di “Adriano” e dei racconti, e di beghe, editoriali, domestiche, parigine. Mentre in poche righe Marguerite viene picchiata dal compagno Jerry, picchiata coniugalmente. O si gode per accenni le donne in vetrina di Amburgo e Amsterdam.
E in tema di beghe, di tipo femminista queste, come non spiegare perché Yourcenar non ha un personaggio femminile? O il suo rapporto col padre?
Josiane Savigneau, Marguerite Yourcenar

giovedì 11 agosto 2011

La fine del “mercato”

C’è un rischio insolvenza, anche solo marginale, temporanea, eventuale, del debito Usa? Non c’è. C’è una qualche forma di rischio insolvenza del debito Francia? Non c’è. Allora di che parliamo, di che parlano le agenzie di rating? Trasformano criteri di valutazione contabile ordinari, sui gradi di opportunità di un investimento, in fatti epocali. Il giudizio tecnico, adattabile, transeunte, trasformando in sovversione violenta. Per inavvertenza? No, in collegamento con le potenti forze (fondi, hedge funds, banche d’investimento) che hanno monopolizzato il mercato, a partire dall’opinione pubblica, e lo sfruttano a loro interesse. Anche a costo di sovvertire l’economia mondiale, e quindi d’inaridire le fonti dell’arricchimento.
Il discorso è lo stesso in termini reali, di economia delle cose (produzione, lavoro). C’è una recessione, in atto o minacciata, negli Usa, in Europa o altrove nel mondo, tale da imporre di tenersi liquidi, anche a costo di disinvestire? Non c’è. C’è allora follia nel disinvestimento? No, c’e saggezza in quella follia: viene dallo strapotere dei mezzi finanziari, che puntano al guadagno immediato, anche perché non corrono la gara reale.
Non è la fine del mercato, non prima che ci abbia distrutti , che abbia distrutto l’“Occidente”, quello che ne rimane, ma è già la fine del “mercato”. Dell’ideologia del mercato, che il più forte fa più saggio e più buono, e sempre nel suo buon diritto. Ma è inevitabile che anche il mercato in senso nobile stia attuando una forma di suicidio. Le regole che non sono state imposte dopo la crisi del 2008 dovranno essere imposte ora. A condizione naturalmente che ci sia ancora un Occidente, che gli assetti della globalizzazione restino immutati anche dopo questa crisi.
Scorrendo la stampa internazionale, anche quella più prona agli affari, si avverte il fastidio: è stato passato il limite. Si può dire che solo in Italia l’ideologia del mercato sia ancora imperante tra i giornali e gli economisti - per incapacità, per corruzione?

La Spectre della giustizia a Napoli

Il Procuratore Pignatone a Reggio Calabria lavora bene. Non passa giorno che non metta dentro una congrua dose di mafiosi. Non può durare, ed ecco subito da Santa Maria Capua Vetere parte un’inchiesta sul suo operato. Su denuncia di un capitano dei carabinieri fellone, riconosciuto per tale e incarcerato. Che non nega gli addebiti ma scrive lettere contro Pignatone.
Non è un’inchiesta innocente, quella della procura di Capua. È la stessa che azzoppò il governo Prodi nel 2008, denunciandone da sinistra, senza poi esito, il ministro della Giustizia Mastella. Nel quadro della guerra che l’allora Vice Procuratore di Napoli Mancuso conduceva contro Mastella. Pignatone è il Procuratore che Palermo ritenne incompatibile, da sinistra. C’è dunque una sinistra mafiosa?
Ma se anche fosse non sarebbe questo il fatto più inquietante. Pignatone è sotto accusa a Capua perché è il primo candidato alla Procura di Napoli, alla successione a breve di Lepore. Posto cui ambisce il sempre temibile Mancuso, naturalmente da sinistra ma non importa: è il giudice che impedì il processo al figlio per resistenza a pubblico ufficiale, e poi buttò fuori, letteralmente, da Napoli il Procuratore Capo Cordova che si era fissato di stroncare il malaffare, a partire dalla Procura.
Il punto è che di questa storia, pur ghiottissima, non si scrive. C’è sui siti online per scarico di coscienza, in modo criptico, e basta: i lettori dei giornali nazionali non ne sanno nulla – solo “Il Messaggero” ne dà notizia in breve. Inutile dire che di questo non “sanno nulla” al Csm di Vietti e Napolitano. Per obbedienza di partito non può essere, Vietti essendo di Casini. Per paura forse, si sa che i giudici sono vendicativi. O c’è effettivamente una Spectre che governa la giustizia.

Molta violenza, siamo inglesi

Le comunicazioni corrono sulla messaggeria Blackberry, che non corre sulle linee telefoniche e quindi non può essere intercetta: tecnologia e soldi. La messaggeria Blackberry è gratuita, ma l’attrezzo costa almeno 500 euro. Di cui evidentemente anche i bambini sono dotati.
La Gran Bretagna, anzi in questi casi proprio l’Inghilterra, la parte nobile del regno, non è nuova a questi tornei. Che la nostra “opinione pubblica” più qualificata registra con meraviglia ardente, quasi una lezione di futuribili se non di civismo - con tanto di baronessa Agnello che, dopo averci afflitti con i com’eravamo (belli-e-buoni) in Sicilia, se ne inventa uno anche a Brixton. Ma che un tradizionalista registrerebbe con spavento, e anche un futurista.
Il tradizionalista si vede infranto uno dei pilastri della superiore civiltà europea, la cultura politica dell’Inghilterra. Che è invece, per questo aspetto, una delle culture più rozze: si può dire che l’inglese, quando non può menare le mani in un qualche Terzo mondo, dalle Falkland alla Libia, lo fa senza remore in casa. Negli anni Sessanta menavano gli huligans, la parola russa per teppisti. Negli anni Ottanta, quindi non più tardi di trent’anni fa, gli “animali” degli stadi uccidevano centinaia di tifosi inermi, per nessun motivo. Il futurista si ritrova, questa estate e in ogni altra piega della contemporaneità britannica, anzi inglese, in un racconto alla Ballard, di violenza “pura”, per il culto irrepressibile della forza inutile.

mercoledì 10 agosto 2011

La forza della politica

Remo Gaspari, senza nessuna bellezza (oggi non l’avrebbero fatto nemmeno onorevole), e alla fine senza neanche gloria, ha ammodernato gli Abruzzi e li ha arricchito. Erano più poveri della Calabria alla fine della guerra, hanno un reddito medio più elevato di quello nazionale ed europeo, già da un ventennio. Tutto a opera di un uomo politico. Discusso per questo e anzi svilito, come si conviene in un paese senza onore, ma senza che potessero mai condannarlo. Gaspari è, nel suo piccolo, la celebrazione della forza della politica. Altrove riconosciuta e celebrata, in Italia vilipesa – con le poche, scontate, eccezioni: Cavour, Mussolini, De Gasperi.
Di questa forza Gaspari rappresenta quella più oscura: locale, quotidiana, minuta. Ma costante e determinata. Tanto più in un paese di intellettuali quale è l’Italia, che volentieri la riducono a sottogoverno se non a corruzione. Questa che è l’unica forza dell’Italia meridionale, almeno nella fase repubblicana - non molto onorevole - della storia d’Italia. Gli unici casi di sviluppo che si registrino sono legati a personalità politiche forti. La città e l’area di Cosenza, dove sembra di aggirarsi per una Toscana trapiantata, a Giacomo Mancini. Lecce, Gallipoli e il Salento tutto, che ancora trent’anni fa erano terra d’emigrazione e ora sono un gioiello, a Massimo D’Alema. Bari, a suo tempo, a Aldo Moro.
Ciò è vero anche all’inverso: il ritardo meridionale è oggi dovuto all’insufficienza, l’incapacità, la stupidità della classe politica. Più che alla mafia, Più naturalmente che ai Borboni

La felicità del giusto

Eccellente dialogo platonico, di idee, fatti, persone, ambienti, geografici, storici, metafisici, con un interlocutore che è stato la felicità di essere. Marcello vi confessa , impenitente, errori politici gravi (è con i sovietici in Ungheria, con Milazzo) e non rinuncia a dire che la borghesia è la mafia. Ma riafferma sereno il diritto a una razionalità sragionata – dentro la scelta, o il penchant naturale, per la simpatia e contro la violenza. Senza per questo ergersi a santo o giusto.
Michele Perriera, Marcello Cimino

martedì 9 agosto 2011

I politici si notano di più se si mettono in mutande?

O la fine dell’Occidente. Sarkozy ordina ai suoi ministri di fare le vacanze, “come se nulla fosse”, informano i venerabili giornaloni italiani. Una posizione che venerabilmente è detta responsabile, per “non diffondere il panico”. Il Parlamento italiano, per lo stesso motivo, invece annulla le vacanze – per chi ci crede. Napolitano sta a Stromboli, ma è pronto a tornare a Roma se necessario in elicottero, lasciando il postale. Il primo ministro Cameron ritorna di corsa a Londra, per tenere a bada i neri, che come al solito d’estate s’infiammano. Di Obama, poveretto, che dire: si avvia a un Ferragosto peggiore di quello di Nixon, che dovette abbandonare il dollaro. poi Sarkozy cambia idea e ritorna a Parigi, precipitosamente, tiene a fare sapere, insieme con la moglie che esibisce poveretta il pancione.
È il dilemma dello struzzo, o di Nanni Moretti – “mi si nota di più…?” Guardando alla politica, a questa politica, è uno scenario di fine di un’epoca: tanta insulsaggine della politica è altrimenti inimmaginabile. Ma non si può dire che la politica è stata resa inutile dalla globalizzazione, perché altrove ha anzi un ruolo rafforzato. In Cina per esempio, o in India, in Brasile, nello stesso Giappone. La stanchezza è di quello che si soleva dire l’Occidente: l’inutilità della sua politica è il segno della sua stanchezza. Anche il ruolo cui sembra acconciarsi fatalisticamente di apprendista stregone: vittima, e che vittima, del mercato di cui si porta alfiere.

Sotto Gerusalemme niente

Le origini del sionismo sono controverse. Non è azzardato farle risalire a Mordechai Manule Noah, ebreo d’origine portoghese, console degli Stati Uniti a Tunisi, che nel 1825 comprò il Grand Island nel Niagara per farne una colonia israelita con nome di Ararat. Un fallimento, cui vent’anni più tardi Noah fece seguire un appello all’emigrazione in Palestina. Quel che è certo è che il sionismo non è tutto askenazita o tedesco, quale si vuole l’ultima fase della storia dell’ebraismo. Nella stessa chiave semiseria va anche ricordato che la questione della dispersione delle tribù d’Israele, con tappe dall’Inghilterra al Giappone, passando per Cochin nell’India meridionale, e per Shangai, nella nuova Grande Cina, finisce tra gli Indiani d’America, per l’autorità del “Manoscritto ritrovato” inventato dal pastore presbiteriano Solomon Spalding “Mormon”, con la “Bibbia di Oahspe” e un “Vangelo Aquariano” – anticipava l’Età dell’Acquario?
Israele naturalmente è un fatto, oggi anche drammatico, per cui si può scherzare ma non troppo. E tuttavia la chiave a ogni purezza, tanto più del sangue, la “sangre limpia” che a lungo fu opposta agli ebrei (mediata dall’Inquisizione in Spagna dagli stessi ebrei, il mito del sangue), non può essere seria. Anche in Israele, poiché per avervi cittadinanza bisogna essere “ebreo”, fatto non facile da accertare, e un “ebreo\a non può sposare una non-ebrea\o”. Essere ebreo in teoria si risolve nascendo da madre ebrea – per il vecchio principio “mater sempre certa”, per che altro motivo?, molto patriarcale. Che però non basta: si sono dovute fare eccezioni per grandi sionisti che avevano mogli “ariane”.
Shlomo Sand, storico contemporaneista all’università di Tel Aviv, ci ha provato tre anni fa in entrambe le chiavi, con questa “invenzione” del popolo ebreo molto seriosa, in cinque parti: la fabbrica ottocentesca delle nazioni, la mitostoria, l’invenzione dell’esilio, i luoghi (e le epoche) del silenzio, e la “distinzione”, o la politica identitaria in Israele. Facendoli precedere da narrazioni esemplari che da sole, il riso mescolando alle lacrime, valgono la trattazione: una diecina di casi in cui le stesse leggi israeliane rendono impossibile la formazione di un popolo israeliano, nonché ebraico. A conclusione delle quali confessa: “Gli echi dell’ironia e della tristezza, inestricabilmente mescolati, costituiscono la piccola musica di fondo di un racconto critico che analizzi le fonti storiche e la prassi della politica delle identità in Israele”. Senza nessun effetto, a quel che sembra: il libro, pure molto letto in Israele, in Francia e altrove, non ha creato niente in patria dopo lo scandalo – in Italia nemmeno questo: è grande storia, troppo difficile? Un altro aneddoto significativo viene dato alla fine del libro: quello di Padre Daniel, al secolo Oswald Rufeisen, un ebreo polacco molto attivo nella Resistenza contro Hitler, specie in favore degli ebrei perseguitati, che non poté diventare Giusto d’Israele perché intanto era diventato frate carmelitano, né poté avere la cittadinanza israeliana benché si fosse spogliato di quella polacca, la Corte costituzionale gliela negò, 4 a 1. Questo nel 1962, ma la Corte non ha poi mutato parere.

Esserci sempre stati
“Ogni israeliano sa, senza ombra di dubbio, che il popolo ebraico esiste da quando ha ricevuto la Torah nel Sinai, e che lui stesso ne è il discendente diretto esclusivo (con l’eccezione delle dieci tribù la cui localizzazione non è ancora completata). Ognuno è convinto che questo popolo è uscito dall’Egitto e s’è fissato in Israele, «terra promessa» che ha conquistato”, su cui ha fondato il regno glorioso di Davide e Salomone, e quelli di Giudea e Israele, “dopo aver respinto la cattiva influenza dei greci”, e per due volte ha conosciuto l’esilio, dopo la distruzione del Primo Tempio, nel 500 a.C., e dopo la distruzione del Secondo Tempio, nel 70. È una storia vera?
Nella dispersione la storia è rimasta vuota. Solo a fine Ottocento”le condizioni divennero mature” per “svegliare questo vecchio popolo dal torpore”. Prima la storia non c’era. E dopo, malgrado l’avvio di studi propriamente ebraici, non si è arricchita: è “monolitica e etnonazionale”, assertiva e politica prima che critica. Sulla convinzione che “senza il terribile sterminio perpetrato da Hitler, «Eretz Israel» si sarebbe rapidamente popolato” di tutti gli ebrei del mondo, che non aspettavano che questo da un millennio o due. Queste le motivazioni di Sand, questo suo ampio lavoro una rassegna critica della storiografia ebraico-israeliana, in polemica con i “produttori di memoria isareliana”.
L’opera non è isolata in Israele, nel quadro di una “controstoria” che si sta liberando negli ultimi vent’anni. Fondata sulla revisione del nazionalismo, che Sand fa avviare dalle opere di Benedict Anderson, “Comunità immaginate”, e Ernest Gellner “Nazioni e nazionalismo” (questa non tradotta in italiano), entrambe del 1983. Questo di Sand è il primo libro “revisionista” tradotto, sulla scia del suo successo di pubblico in Francia. Ma non è un libro facile.
È un atto d’accusa, alla fine, di una storiografia carente. Talvolta solo biblica. Talvolta abiblica – “la Bibbia fu «restituita» a una parte degli ebrei istruiti in Europa” nella seconda metà dell’Ottocento. Quasi tutta immaginaria. Il regno asmoneo di Giudea, da cui si fa partire tanta storia, non aveva un’unica lingua, e del resto nessuno sapeva leggere o scrivere. Il giudaismo, conclude Sand, “è stato soltanto una religione accattivante” (p. 54): “Fino all’era moderna i «popoli», come i regni, non hanno cessato di apparire e sparire. Le comunità religiose, invece, hanno generalmente beneficiato di un’esistenza di «lunga durata»” (p. 73). Se “gli ebrei fossero uniti e distinti per i «legami di sangue»”, si parla tanto di “sangue ebreo”, di “gene ebreo”, Hitler avrebbe vinto – avrebbe vinto in Israele.
Il popolo ebraico, il popolo diverso, venne con Heinrich (Hirsch) Graetz, con una “Storia degli ebrei” (tradotta in francese e inglese, ma non in ebraico) in più volumi, scaglionati nel tempo, dal 1853 al 1876, con una caricata accentuazione negli anni delle radici e della diversità-superiorità. “Il mito cristiano popolare del popolo esiliato peccatore, ritrascritto sul «disco duro» del giudaismo rabbinico nel corso dei primi secoli dell’era cristiana, si guadagnò allora uno scrittore che cominciò a tradurlo in narrazione prenazionale ebraica”, nota Sand. Il canone sarà quello di Graetz. Che il mito costituente trovò nella Bibbia, fino ad allora poco conosciuta in ambito ebraico, e più sulle gesta, le armi e gli amori del canone cavalleresco che dell’esegesi ebraico-cristiana. Moses Hess, “il primo comunista di Germania”, affiancò Graetz da Parigi, dov’era emigrato politico, con un “Roma e Gerusalemme” che introdusse la diversità biologica, il nazionalismo come razza.
Sulla specificità Graetz fu contrastato duramente da Treitschke – con tale foga che il grande storico prese una deriva sempre più antisemita. Ma Graetz persistette: approfondì e fissò il canone della tribù-razza, in analogia col Volkstum tedesco, che allora diventava l’inafferrabile ma esclusivo segno nazionale. In questa polemica, per inciso, si può rilevare come l’antisemitismo di Treitschke s’inquadri nella temperie culturale dell’epoca. Che volle un Kulturkampf anche contro il papa, i gesuiti, e i cattolici tutti. E in genere nel carattere arcigno (bellicoso, esclusivo, superiore), che l’unificazione ebbe in Germania, e quindi la Germania unita. Molto evidente al raffronto col Risorgimento, che invece fu una festa per tutta l’Europa (volontario, giovanile, libertario).
Dopo Graetz il russo Dubnov propone la rinascita nazionale ebraica in chiave razziale, seppure laica e non religiosa, da storico e non da mitografo, nei primi decenni del Novecento. Il popolo d’Israele diventa sempre più selettivo: con Abramo Dubnov separa gli ebrei dai figli di Cham, nomadi, con Isacco e Giacobbe separa il “popolo d’Israele” dagli altri ebrei. Inoltre, sempre su basi scientifiche, s’ingegna di fare d’Israele la storia più antica del mondo, la storia con più continuità.
Curiosamente Sand omette Heinrich Berl, che, per esempio in “Ebraismo nella musica”, legge la Bibbia come mito naturale, l’essenza dell’ebraismo, logica ed etica, imputando invece al rabbinismo e al talmudismo. E Theodor Lessing, l’autore dell’ “Odio-di-sé ebraico”, quindi a suo modo un sionista, che pure ha un’idea non da buttare della Bibbia, di cui rintraccia in “Europa e Asia (tramonto della terra nello spirito)” le componenti pagane, e ha una concezione della religione distinta per principio dall’etica o politica. Buber è citato in breve, per farne “un volkista audace e coerente”, e “uno dei principali autori della rappresentazione del popolo ebraico come «comunità di sangue»”. Senza alcun cenno alla sua lettura del profetismo come fenomeno etico-spirituale e non religioso, che apre notevoli prospettive storiografiche, o alla sua idea molto contemporanea e anti-fondamentalista della religione come dialogo o apertura (“rivolgere la parola e riceverla”).
La ricostruzione è completata da Dinur, uno storico israeliano dalla “personalità dominante”, che fu pure ministro dell’Istruzione, nel 1951, e impose la sua metodologia, “la strategia positivista di creazione della «veracità» storica”. Con lui la “nazionalizzazione della Bibbia” è completata. Sotto l’ala di Ben Gurion, il padre d’Israele. Nel 1981 il libro di memorie di Dayan sarà “Vivere con la Bibbia”.

La verità della pietra
È un momento di picco, che avvia però una serie di delusioni. Gli scavi a Gerusalemme “liberata” e negli altri nei territori occupati nel 1967 non recano traccia degli splendori vantati dalla Bibbia, per esempio coi regni di Davide e Salomone – Dayan stesso ne fu deluso, grande cultore della memoria archeologica, della verità delle pietre. L’archeologia e la (poca) storia, riconsiderata, dicono che ci fu una grande regno d’Israele, che arrivò fino a Damasco, e forse un piccolo regno di Giudea, politeista, che venerava Jahvé come uno degli dei, benché il più importante, tipo Zeus o Giove. Detto in breve: “Gli autori della Torah, monoteisti giudei, detestavano i sovrani d’Israele, ma non erano meno invidiosi della loro potenza leggendaria e del loro splendore” e, pur denunciandone “i peccati religiosi e morali”, adottarono “senza esitazione il nome prestigioso d’Israele”.
Il capitolo centrale è fattuale, riporta la storia all’evidenza. Nessun dubbio che l’esilio sia stato relativo e non imposto: “L’esilio senza espulsione, una storia in zona torbida” – uno storico cristiano direbbe “senza martirio”, non commiserabile. E che l’ebraismo sia stato missionario, dal proselitismo anche spiccio e ruvido, e non esclusivo o chiuso. Entrambi i fatti si modulano nella storia, si può aggiungere, secondo lo schema dell’inclusione\esclusione (comando, aristocrazia, essoterismo), che è sociale e politico, non etnico.
Il sionismo ha avuto varie fasi, e due temi costanti: il proselitismo-esclusivismo, e l’esilio
Il proselitismo cessa con l’era cristiana, ma per il fallimento degli ultimi due tentativi d’imporlo con la forza, la rivolta armata delle comunità ebraiche del Nord Africa, 115-117 d.C., e la rivolta di Bar Kokhba, 131-35 – che da sola vanifica la presunta espulsione del 70 a opera dell’imperatore Tito.
L’esilio, atteso che non fu forzato, né con i romani dell’imperatore Tito né dopo, consiste nel fatto che molti ebrei si fecero cristiani, a Gerusalemme e altrove. Era inevitabile ed è avvenuto. E cinque-sei secoli più tardi molti altri ebrei, a Gerusalemme e nelle campagne, si fecero mussulmani. La diaspora è un fenomeno di conversioni d massa, non forzate. È con l’islam che ogni segno di ebraismo scompare da Gerusalemme, senza che ci siano state persecuzioni.
La conseguenza è che molti abitanti della Palestina sono discendenti dei giudei, del vecchio regno. di Giuda. Il fatto fu appropriato dalla corrente palestinese del sionismo, in particolare da Ben Gurion e da Ben Zvi, i primi due presidenti del futuro Israele, nel 1918, quando nel corso di un soggiorno a New York ne codificarono le persistenze. Sulla traccia degli studi, nell’ultimo ventennio dll’Ottocento, di Israel Belkind, uno dei leader dei Biluim, il primo gruppo di sionisti, e successivamente da Ber Borokhov, capofila e teorico della sinistra sionista. L’appropriazione dei palestinesi come vecchi ebrei agricoltori cesserà negli anni 1930, col sollevamento e il massacro di Hebron, e con la Grande Rivolta araba. Prevalse allora un quadro della Palestina come di “un paese praticamente vuoto”, occupato nell’Ottocento da masse di diseredati arabi. Mentre ritorna in parallelo l’Esilio, attribuito questa volta all’invasione araba del VII secolo, e la Palestina diventa “una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Le guardie giurate della memoria
L’invenzione del passato ebraico” non è esercizio nuovo, Sand è stato preceduto da una ventina d’anni da vari altri storici che cita, israeliani e americani. Il libro s’inquadra nella “decostruzione” degli storioni nazionali, sul tipo delle storie familiari. Per l’impossibilità di essere razzisti. Perché di questo in fondo si tratta: il disagio di vivere in uno Stato a fondamento etnico e perfino biologico. Per una via d’uscita, se non una soluzione, in cui Israele possa incontrare al meglio le sue stessi pulsioni “nazionali”, bibliche o abibliche (di studi, di impegno, di mentalità, di realizzazioni), che non possono essere quelle dell’oppressione.
È un storia lunga, ma leggibile a ogni pagina,lo storico ha diversi registri, appassionanti tutti. Una curiosità fra le tante. Molto interessato alla “«immunizzazione» civica eccezionale del nazionalismo italiano, a fronte degli “etnicismi” (razzismi) più o meno violenti oltralpe, ne trova le cause “nel peso enorme del papato e dell’universalismo cattolico”, che come si sa sono il fondamento della democrazia moderna, e nel mito della Repubblica dell’antica Roma. Ma anche nella “differenza marcata tra gli italiani del Nord e quelli del Sud”. Nell’impossibilità cioè di un razzismo.
Sand ricostituisce i fatti indirettamente, analizzando la storiografia sionista a caccia in particolare delle due mitografie, dell’etnia e dell’esilio. Non fa un libro di lettura ma di analisi – di riletture. Non si può fargliene una colpa, l’argomento è delicato, poiché scava i fondamenti “culturali” (cultuali?) su cu Israele, lo Stato ebraico moderno, ha scelto di impiantarsi. Lasciando al rabbinato, che peraltro non è monolitico, la definizione e la decisione sulla nazionalità.
Ampia è la ricostruzione della Khazaria, da tutte le fonti conosciute. E in generale dei regni o nazioni in cui, nella sola era cristiana, gli ebrei si sono di volta in volta riconosciuti. Ma non è un libro di ricerca, è un storia delle storie: Sand opera su tutte le storie dell’Otto-Novecento che hanno fatto l’opinione sionista e israeliana, e le “raddrizza”, allo scopo di terminare l’impossibile isolamento (unicità, esclusione) o imperialismo di Israele. E tuttavia finisce per presentare una storia manomessa in punti cruciali, perfino quella documentata, sempre, con intenzione. Non a un fine dichiarato o comprensibile, ma volutamente deviante. Risuscitando l’eco della duplice identità, o lealtà, che poi sarebbe l’opportunismo razziale, se non il “complotto”. Della manomissione insidiosa della Auctoritas, o sovranità, che è l’asse, se non il bene supremo, di una nazione.
È l’esito, paradossale, di una comunità di popolo (etnica, religiosa, le due insieme) colta, che coltiva la memoria conservandone i documenti, in tutti i suoi “regni” successivi, specialmente dopo quello di Giudea e l’avvento del cristianesimo, l’Arabia Felix o Hymiar (Yemen), Etiopia, Berberia, Granada. E questo non per un disegno politico ma per lo stesso culto della memoria: è come se la storia non governata (non politica) fosse intimamente corrotta, la verità velando più che rivelando. Che non può essere: questa storia si deve assestare. Il libro di Sand, benché esaustivo e argomentato, resta come una vigorosa domanda in tale direzione.
Ripensare il nazionalismo si è fatto, ma è come l’inizio di uno scavo, per ora nella sabbia. Benedict Anderson, “Comunità immaginate”, vede l’inizio della nazione nell’avvento della stampa e del capitalismo, come forma di organizzazione della società, che conformarono le lingue nazionali, per l’uniformità che essi imposero, eliminando la distinzione tra ricchi e colti e masse, col linguaggio burocratico e le formule della comunicazione, e con la “letteratura”: saghe, drammi, romanzi, gazzette furono i primi agenti dell’identità nazionale. Poi consolidata dalle carte geografiche, dai musei, e dalle storie. Anderson ci arriva anche con la teoria dei creoli – Senghor diceva del “meticciato”: i pionieri della coscienza nazionale moderna sono stati i creoli, le élites bilingui, biculturali.
Gellner, “Nazioni e nazionalismo”, si apre con una incontestabile duplice premessa: “1. Due uomini sono della stessa nazione se e soltanto se condividono la stessa cultura quando la cultura a sua volta significa un sistema di idee, di segni, di associazioni e di modi di comportamento e di comunicazione. 2. Due uomini sono della stessa nazione se e soltanto se si riconoscono come appartenenti alla stessa nazione. In altri termini, sono gli uomini che fanno le nazioni”.
Il nazionalismo è ancora tutto da rivedere, specie per le componenti “bibliche”, predestinazione, elezione, vocazione, e il mito del sangue. Ma mitologie e storiografie etnocentriste “vengono da lontano”, tra “cristalli della storia”, “trapianti” e “guardie giurate della memoria”, modulando la memoria collettiva. E non si può fare colpa a Israele, non da storici delle idee, di un nazionalismo fondato sulla Bibbia, benché nell’interpretazione rabbinica, di rabbini non concordi.
La “buona coscienza”, benché più spesso colonizzatrice, imperialista, sommariamente aggressiva, per secoli si è fondata sulla Bibbia. Soprattutto le conquiste protestante e puritana, in Europa e in Nord America – le missioni cattoliche si accontentavano del Vangelo. Con il loro Dio di giustizia eccetera . Il sionismo è tardo adattamento a un canone consolidato. Curiosamente, si dovrebbe far colpa a Israele di avere fatto suo indirettamente quel cristianesimo che invece da tempo elegge a suo Grande Nemico.
La nazione è una sedimentazione, lenta, multistrato. Ma l’unità è un fatto soggettivo. Politico. Quanto alla stampa e all’organizzazione del lavoro, e quindi della società, il loro ruolo è senz’altro incisivo. Ma non originario: l’inizio è un fatto linguistico e culturale, normativo (religioso, politico).

Primati e Terzi mondi
L’aneddotica su cosa non va nel nazionalismo israeliano è infinita. Sand ricorda di passata che nel 1972 Golda Meir, allora primo ministro, si spinse ad apparentare la politica di integrazione nei paesi dell’Est Europa all’Olocausto: i matrimoni misti, specie di ebrei con non ebree, era come mandare gli ebrei al campo di sterminio. O l’affareTamarin. Di un professore alla facoltà di Pedagogia di Tel Aviv, immigrato dalla Jugoslavia nel 1949, che nel 1972 chiese lo statuto d cittadino israeliano e non ebreo, connotazione che, diceva, è “razziale” e “religiosa”. Una richiesta rigettata all’unanimità dai giudici della Corte Suprema. Più in generale, la rassegna che Sand propone dei pareri in materia di cittadinanza delle migliori menti giuridiche del paese è deprimente. A conferma che il razzismo è sempre un fatto d’ignoranza: approssimazioni, sofismi, tautologie. Ma lo storico non si nasconde, e affronta nei paragrafi conclusivi il nodo della questione, che è politico: che Stato per Israele?
Il dibattito sulle “indipendenze”, al tempo della decolonizzazione e del Terzo mondo antimperialista, o del nazionalismo antinazionalista, sulla traccia dell’ “Orfeo nero” di Sartre e Senghor, del razzismo antirazzista) – tutto peraltro “creolo”, di élites biculturali, meticcie – avrebbe aiutato. Non si può negare a Israele il “diritto” all’esistenza, su qualsiasi base. Che non risolve e anzi continua ad aggrovigliare il problema Palestina, ma è un pilastro ineliminabile.
Un altro tema di aiuto avrebbe potuto essere quello dei primati nazionali, di cui forse nessuna nazione europea si privò a metà dell’Ottocento: era un genere in voga. Israele non è un fatto isolato, è il tardo epigono della storia dei primati nazionali che ha, bene o male, fatto l’Europa nell’Ottocento, e ancora nella prima metà del Novecento. Nulla di diverso Graetz sosteneva, a quanto se ne legge in Sand, bisogna dire, da quanto Gioberti sosteneva degli italiani, e i suoi analoghi delle altre storie europee – sulle orme, che Sand ricorda in mezza riga, di Herder e Fichte, e più in generale del romanticismo. Il nucleo originario e prevalente del sionismo è anzi ben “tedesco”, il mondo dei primati ha mediato dalla loro versione più infetta. Sono trattazioni esaltate, anche in modo scoperto, di tipo “risorgimentale” se non del nazionalismo antinazionalista, sulla traccia anch’esse di quello che Sartre chiamerà il giusto razzismo antirazzista.
Una revisione s’impone di questo Ottocento che ancora langue. Ma un primo risultato nella revisione storica c’è: il vero nemico dei “primati” che non possono essere imperiali, non per altre minoranze determinate, non è l’offesa alla verità della storia ma a se stessi, l’autolesionismo, poiché invariabilmente in vario modo la pretesa è dannosa. La presentazione dell’edizione italiana conclude in breve che “gli ebrei discendono da una pletora di convertiti, provenienti dalle più varie nazioni del Medioriente e dell’Europa orientale”, e questo è, i fatti non si negano.
Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, pp. 536,€ 21,50

lunedì 8 agosto 2011

Ombre - 98

Mario Monti che dà addosso al suo estimatore Berlusconi vale più della squalifica degli Usa? È teatro, tra milanesi, l’uno poi più furbo dell’altro. Però è vero che l’Italia è un paese che vale poco – la tesi del professore – se si ferma a discutere le sue tesi.
Le tesi, del professore e del “Corriere della sera”, impaziente di avere l’indomani un’altra settimana nera in Borsa, sono: Berlusconi è incapace di decidere e non ha prestigio internazionale. Che è possibile, anche se ha appena tagliato sanità, pensioni e statali, tre tabù. Poi il professore rivela – inavvertitamente? è possibile, Monti è sempre stato un primo della classe con un solo pensiero in canna - il senso del suo intervento: mette sotto accusa la “crescita penalizzata”, con l’avvertenza che “gli investitori sono più preoccupati per i rischi di in solvenza su titoli italiani… che per l’insufficiente crescita”. Come dire: bisogna fare la crescita per far saltare il debito italiano e l’euro. Più chiaro non potrebbe essere.

“Debito, declassati gli Usa” è il titolo grosso del “Messaggero”. Seguito da “Ruffini a La 7: bufera alla Rai”. Ohi, che guaio! Che poi ritornano più ricchi. Magari con un paio d’anni di disoccupazione strapagata, come il moralistissimo Fazio.

Facendo ascoltare Berlusconi che dice di Tremonti: “Abbiamo deciso di sfidarci a singolar tenzone, dobbiamo stabilire il luogo, l’ora e l’arma”, i cronisti della Rai specificano che questa è una battuta. Ognuno che l’ascolti lo capisce ma il giornalista, qualsiasi giornalista evidentemente, è sorpreso, finché non gli hanno spiegato che è una battuta, e per questo si affanna a ripetercelo.

Un generale in pensione dell’Aeronautica diffonde una lettera in cui critica il ministro della Difesa, che in Afghanistan si è mostrato in maglioncino, peraltro grigioverde dell’esercito. Prime pagine. Per “Il Messaggero” sono “i generali” che criticano il ministro. In alternativa è “l’Aeronautica”. Per il “Corriere della sera” sono “i militari”. È un esercizio di resistenza? È un invito masochistico a non comprare più il giornale?

Sbarca Napolitano a Stromboli in orario alle sei di mattina. Costringendo le Autorità a una levataccia, alle cinque, e il Prefetto, il Presidente della Provincia, il Comandante Provinciale dei carabinieri (il vescovo non è venuto…) a dormire fuori casa affittando l’albergo. È arrivato in orario col postale da Napoli. Scortato da un pattugliatore della Marina Militare.
Il Presidente viaggia col postale per dare l’esempio E questa è tutta la sua democrazia, prenderci in giro: non faceva prima, con risparmio per tutti, a viaggiare con la Marina Militare?

“Mubarak in barella processato dal suo popolo” non è titolo del “Manifesto” (che però da tempo non li fa più) ma del “Corriere della sera”. Non è ignoranza, al “Corriere” non è possibile. Non è militanza, nessuno si fida più del nazionalismo arabo. Potrebbe essere Milano che farebbe volentieri un processo a Berlusconi, nel modo orrendo come ci raffigura quello a Mubarak. Giusto per distrarci un po’ di più, da veri borsaioli.

Marchionne attacca Berlusconi, per la sua vita privata, per l’inerzia del governo, per la confusione politica, per tutto. Poi dice che non ha attaccato Berlusconi. Siccome è il più abile di tutti vuole così dirci qualcosa: che è bene che l’Italia crolli. Se avesse voluto salvare l’Italia, che dalla sua analisi è da salvare, avrebbe magari portato a fondo l’attacco a Berlusconi. Il futuro storico non avrà problemi a decifrare l’Italia di oggi, che si vuole confusa: è tutto lineare, e a suo modo detto.

Ricordo agrodolce sul “Corriere della sera” di Edgardo Bartoli, ridotto a un cretinetti che fa l’inglese con la pipa. Avendolo visto molti anni senza pipa, sarà lo stesso?
“Repubblica”, l’altro suo giornale, non lo ricorda nemmeno. Era passato entusiasta dal “Corriere della sera” di Fiengo e Ferrari a “Repubblica” scambiandolo per un giornale liberale. Che invece poi non gli pubblicò una riga, e anzi gli contestò il whisky bevuto in missione. Bartoli non condivideva il terzomondismo, il fascismo di molto terzomondismo.