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sabato 27 agosto 2011

La Spectre sugli affari, la giustizia, l'informazione

Filippo Penati e gli altri indagati del partito Democratico sapevano dell’inchiesta a loro carico. Fra tutti i punti critici emersi nelle indagini sull’area ex Falck a Milano-Monza, questo è il più sinistro: conferma che c’è una Spectre, che controlla e forse anche regola l’informazione e la giustizia. Qualcosa di temibile perché, pur mostrandosi sempre più spesso ultimamente, non se ne parla. Gli stessi giudici di Monza che conducono le indagini non mostrano di scandalizzarsi – per non dover indagare?
Gli altri fatti non sono meno gravi. Che la procura di Milano non abbia indagato. Che la gip di Monza Anna Magelli abbia “assolto” Penati nel mentre che lo deve dire colpevole, evitandogli il carcere in modo che possa continuare a “inquinare le prove”. Che non si indaghi sulle tangenti stratosferiche della Milano-Serravalle. Nonché sul business immobiliare vescovile dell’asse Milano-Monza. Che non si indaghi in genere sulla corruzione che è il mercato di Milano. Che la Banca Intesa del curiale Giovanni Bazoli tenga il sacco della corruzione. Tutto questo si può dare per noto, anche se non scontato: si sa che gli affari a Milano e la giustizia sono infetti, e più quelli che brandiscono la “questione morale”.
La novità è la conferma dell’impunità di questo sistema. La giudice Magelli è stata subito “scaricata” perché la sua impudenza è sembrata eccessiva. Ma anche questo conferma che c’è un sistema di controllo, nelle dirigenze dei giornali e delle procure della Repubblica, che agisce coordinato e impunito.

Quattro giornalisti, tre verità

I quattro giornalisti che si erano avventurati a Tripoli nell’incerto fronte urbano tra gheddafiani e anti, liberati senza danno, e senza malanimo, né per l’uno né per l’altro fronte, hanno dato tre versioni diverse dell’accaduto, che pure ha preso una giornata abbondante. Le versioni sono tre perché i due inviati del “Corriere della sera” hanno scelto di ricordare i fatti insieme.
È un caso non raro e anzi comune dell’inattendibilità della testimonianza diretta, sul fatto. Tanto più inattendibile in quanto resa da professionisti dell’informazione, di come si rappresenta un fatto senza tradirlo. È il caso, a maggior ragione, della confessione pro reo a carico di terzi, dei collaboratori di giustizia o pentiti di mafia, che, se hanno consentito di perseguire alcuni delitti (cioè di rimediare alle lacune e insufficienze delle indagini), hanno creato spesso sconquassi infondati.
È, filosoficamente, il tema di Franco Lucentini in “Enigma in forma di mare”, il romanzo scritto con Carlo Fruttero. Sul puzzle che non si può ricomporre senza il disegno di fondo. La testimonianza è sempre parziale. È decisa per essere prevenuta, più spesso involontariamente.

Quei “caratteri” trascurano l’odio-di-sé

Straordinaria piccola antropologia quotidiana, della vita di paese al Sud. Di figure, modi d’essere e, soprattutto, linguaggi. Anticipatore di Meneghello e “Libera nos a malo”, ma senza la forza dello scrittore vicentino. Senza la convinzione forse, vittima di quella civilitas mite che improvvisamente ha abbandonato i paesi calabresi, cedendo all'aggressività insensata. 
Anche lo scrittore è parte della questione meridionale? O è vittima della “democrazia”? La piccola borghesia di La Cava è stata spazzata via dal “bisogno”, dal neo realismo: la sopraffazione, la violenza, l’illegalità. Si spiega anche così che in settant’anni sia rimasta ai margini, dopo avere marginalizzato l’allora giovane autore.
La “democrazia” non ha spazzato via però Meneghello. Questo è sicuramente parte della questione meridionale: il poco rispetto, o l’odio-di-sé. Il “carattere” principale. Che La Cava, per passione politica, e per essere meridionale, trascura.
Mario La Cava, Caratteri

lunedì 22 agosto 2011

Problemi di base - 71

spock

La morte avanza, o arretra?

Se Dio si nega, che ci sta a fare?

Dio si nega, è inafferrabile, è violento, e fa squadra a sé, il capo dei capi: non sarà un mafioso, anche lui?

Se Dio si nasconde, perché vuole esserci?

Se il polpo non è il polipo,e i sogni non sono segni, o i segni sogni, perché Dell’Utri è in tutti gli scandali? (Perché è siciliano)

Si espone Berlusconi ma si punta all’Eni, via Scaroni? A noi!

L’essere notoriamente sta in una radura: ma non potrebbe stare su un picco?

Perché i bambini non hanno paura del diavolo?

La filosofia, dice san Paolo, è follia agli occhi di Dio. E Dio non è folle?

spock@antiit.eu

Marcegaglia-Alfano, duello Dc alle elezioni

Prove generali a Rimini per una Dc di Centro, con appendici a sinistra. Attorno a Emma Marcegaglia, considerando finita l’attesa dell’eterno giovane Casini. Sponsor autorevoli Giovanni Bazoli e Carlo De Benedetti.
Marcegaglia è certa dell’incoronazione. Che si presenterebbe alle prossime elezioni forte della fresca presidenza della Confindustria. E del legame che mai ha voluto recidere con la Cgil. È contro questo fronte che Berlusconi ha provato a giocare d’anticipo, consegnando il partito a Alfano, il suo volto Dc giovane.
Considerata finita l’esperienza del partito Democratico, dopo l’eterogenea coalizione prodiana dell’Ulivo, i cattolici puntano su un forte Centro. In grado cioè di recuperare i voti “sottratti” da Berlusconi. Cui l’ex Pci farebbe da appendice.
Le alleanze restano però aperte. La nuova Dc “di sinistra” potrebbe dialogare col Pdl, senza Berlusconi. Mentre Berlusconi punta a riaprire il vecchio varco con l’ex Pci che era riuscito a crearsi con la Bicamerale nella lunga legislatura del 1996 in cui fu fuori dal governo.
I punti d’incontro possibili cui pensa Berlusconi sono due: un governo d’emergenza nazionale dopo il voto del 2013, e\o l’elezione del presidente della Repubblica. Il fronte confessionale ha già un candidato forte, Romano Prodi. Che però significherebbe l’emarginazione definitiva della sinistra democratica

domenica 21 agosto 2011

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (98)

Giuseppe Leuzzi

Briganti
Dopo 150 anni gli archivi della lotta al brigantaggio non sono ancora pubblici. Alla richiesta di aprirli il presidente Napolitano non ha nemmeno risposto. A Pontelandolfo nel beneventano, dove alcune centinaia di persone inermi furono trucidate nel 1861 dai bersaglieri, si è detto che lo Stato alla vigilia di Ferragosto si è scusato. Invece non è vero: non Napolitano né alcun esponente del governo vi si è recato. Che dirne?
I briganti erano più d’uno. C’è la categoria creata dai legittimisti, soprattutto dai bonapartisti, contro gli insorti in Calabria dal 1806 al 1812, e dai legittimisti unitari contro gli insorti del 1861 in Campania e in Calabria – i tedeschi hanno rilanciato la categoria nel Centro Italia nel 1943-44, ma non ha attecchito. Custine può stigmatizzare con durezza, nel 1812, a Napoli, sotto Murat, i metodi feroci del generale bonapartista Manhès – che ne menerà vanto – contro i “briganti” calabresi, gli storici italiani se ne esimono. E ci sono i briganti veri e propri, che taglieggiano le periferie e le campagne. Molti di essi sono però disertori, alla leva obbligatoria che l’unità aveva imposto: William Moens, rapito a scopo di riscatto nel salernitano nel 1864, dice i suoi rapitori in gran parte disertori. E tutti mostra psicologicamente fragili, eccetto il capobanda, sempre in cerca di giustificazioni e conforto da parte dello stesso rapito. Regrediti a una sorta di umanità animale.
La caccia ai briganti di passo, feroce, era anche mal condotta. Non c’era protezione per i viaggiatori prima, spiega Moens, c’era approssimazione durante il sequestro. Il rapito soffre soprattutto la pioggia, e gli accerchiamenti della Forza pubblica. La caccia al brigante si fa con strepito e confusione: Moens ricorda per contrasto “i silenziosi appostamenti delle truppe inglesi, così diversi dalla confusione sotto di noi, dove ogni soldato cercava di urlare più forte degli altri”.
Le recriminazioni sull’unità sono naturalmente sterili. Ma un po’ di verità perché guasterebbe? E perché non si può fare dopo centocinquanta anni la vera storia del brigantaggio?

Antimafia
Répaci, uomo del Pci tutto d’un pezzo, ha in “Calabria grande e amara” un breve dialogo sull’impossibilità nel 1963 di disporre liberamente di un terreno a Castellace, nell’agro di Oppido Mamertina. Tutto vero, per esperienza diretta: la vendita, l’ultima che si è fatta liberamente, ha visto coinvolta la mia famiglia, che per questo ci ha rimesso tutto.
Oggi l’agro di Castellace è quasi tutto sequestrato o confiscato. Così almeno dicono i giornali, anche se gli uliveti sono tenuti in grande spolvero. Un paio di uliveti però effettivamente sono dati in gestione a Libera: si vede in stagione dai carabinieri corazzati ogni mattina al seguito dei lavoranti. Ma anche se così fosse, se i terreni, tutti in mano di condannati per mafia, fossero confiscati e assegnati a Libera, il kolchoz blindato è buona lotta alla mafia, dopo aver liquidato la proprietà privata?
Ci fu fino all’unità una polizia privata in Sicilia, come a Londra e a Parigi nel Settecento, all’inizio della polizia moderna. Di essa si fa solitamente la radice della futura mafia. La prima guida turistica post-unitaria, “A Handbook for travellers in Sicily”, dell’editore londinese Murray, pubblicata nel 1864, scritta dall’archeologo George Dennis, che aveva soggiornato nell’isola a quattro riprese nei precedenti quindici anni, dice invece di no. Dennis esordisce riconoscendo al governo borbonico “almeno il merito di mantenere le comunicazioni attraverso le sue province sicure come quelle dell’Europa del Nord”. E spiega come: “Sul continente ciò era ottenuto attribuendo la responsabilità della sicurezza delle strade alle municipalità. In Sicilia invece il servizio era svolto da una polizia rurale chiamata «Compagni d’arme»”. Un “corpo di polizia rurale costituito nel 1812, quando gli inglesi occupavano l’isola”. I ventiquattro distretti di polizia erano presidiati ognuno da uno squadrone a cavallo. Il capitano era di nomina governativa, gli uomini scelti da lui. La paga del capitano, del tenente e degli agenti era commisurata all’efficienza. La cifra era fissa, ma una parte veniva pagata a fine anno, se nessuna rapina era stata “commessa sulle strade del loro territorio tra l’alba e il tramonto”. Il capitano doveva inoltre anticipare una garanzia per duemila onze (mille sterline).
“L’Italia è un paese agricolo”, notava l’archeologo. E con la stessa serenità delineava già le future mafia e ‘ndrangheta – questa un fenomeno, si può attestare per esperienza diretta, degli ultimi cinquant’anni, e del tutto in linea con le previsioni di Dennis: “Finché ci si preoccupa solo della tranquillità delle grandi città e la sicurezza dei produttori agricoli resta una considerazione secondaria, l’Italia si troverà sempre più in difficoltà, e dovrà continuare a indebitarsi per pagare interessi a loro volta sempre crescenti”.

Lega
Molto interessato alla “«immunizzazione» civica eccezionale in Italia, a fronte degli “etnicismi” (razzismi) più o meno violenti oltralpe, lo storico israeliano Shlomo Sand (“Come il popolo ebreo fu inventato”) ne trova le cause “nel peso enorme del papato e dell’universalismo cattolico”, che come si sa sono il fondamento della democrazia moderna, e nel mito della Repubblica dell’antica Roma. Ma anche nella “differenza marcata tra gli italiani del Nord e quelli del Sud”. Nell’impossibilità cioè di un razzismo. Perché ci sono longobardi al Sud, sassoni e normanni, e bizantini a Lucca, Ravenna e Venezia, Lombardie in Sicilia, Piemonti in Calabria.
La democrazia è come si sa figlia del diritto canonico, è la sua applicazione alla società, oggi alla nazione. Il romanzo d Astolfo “La morte è giovane”, in vi di pubblicazione, ne fa una sintesi (p. 565):
“La logica, la metafisica e la stessa ontologia, ammesso che non sia metafisica, sono passate non indenni dalla scolastica. Il nostro strumentario politico, sia i concetti che le istituzioni, il corpo dei funzionari dello Stato e lo Stato stesso, la rappresentanza, la maggioranza, il diritto registrato nei codici, è maturato dentro la chiesa. Come la stessa democrazia: la “volontà del popolo” è ecclesiastica, di preti, vescovi, sinodi, conclavi. E il partito: per il partito come per la chiesa “la fede nell’unità del fine risulta più forte della realtà”, riconosce Spengler, “e, come sempre in Occidente, si fonda su un libro”.
“L’Europa è medievale e papalina – che non sembra un complimento e invece lo è. Siamo nel Medio Evo: la banca, la nota di credito, la cambiale, il proletariato, l’università, il comune, l’ospedale, perfino il turismo politico, a Roma, Gerusalemme e al santo Jago da Compostela, la guerra giusta e quella di liberazione, col diritto di tirannicidio e d’anarchia, dai circoncellioni donatisti dell’Africa agli svevi di Federico II. Il Duecento è Rinascimento pieno, ben prima dell’Umanesimo e la Riforma. In politica: i Comuni, le repubbliche marinare, la Magna Charta. In economia: il fiorino convertibile, le libere fiere, la partita doppia. Nella scuola, la tecnica, la scienza, tra i mussulmani di Spagna e alla Sorbona. Eco lo dice pieno di brigatisti, in forma di eretici. E già allora, se si capiva il cielo, non si capiva più la terra. I tre ordini o Stati in Francia prima della Rivoluzione rimontano a canoni ecclesiastici dell’epoca carolingia”.

leuzzi@antiit.eu

sabato 20 agosto 2011

Ombre - 99

Si è sempre saputo che la strage alla stazione di Bologna era legata agli accordi di transito delle armi per la guerriglia palestinese. Con o senza la collaborazione di Mambro e Fioravante. Che invece sono stati gli unici condannati, senza mai indagare i gruppi palestinesi e servizi segreti che li proteggevano. C’è un perché?
Perché non si fa un’inchiesta sulla Procura di Bologna, che scelse di proteggere il fronte palestinese? C’è un’organizzazione (intesa, accordo, fronte) per l’uso “politico” del terrorismo, come denuncia Battisti, il terrorista-scrittore – di cui il Brasile, un paese amico e democratico, è bene non dimenticarlo, riconosce le ragioni?

Prime pagine, e autorevoli commenti, di Roger Abravanel e altri, al “Corriere della sera”, dall’1 al 5 agosto per i troppi 100 e lode a un liceo di Reggio Calabria, lo scientifico Da Vinci. Che invece si scopre ora in testa a tutte le graduatorie nazionali di merito, pur essendo un liceo con 1.800 iscritti. Giornalismo? Un vero giornale sarebbe andato a vedere come si gestisce un liceo con 1.800 iscritti. O magari a far parlare i suoi tanti ragazzi “medaglie d’oro”, nazionali e internazionali.
Un vero giornale sarebbe magari andato a vedere perché nel Veneto gli studenti non sanno leggere, come si apprende dai dati comparativi che premiano il Da Vinci.

I buoni giornali non danno tregua a Renata Polverini, sia che vada alla fiera del peperoncino di Guglielmo Rositani, sia, in mancanza di meglio, se la sua scorta pretende di seguirla al ristorante. Hanno anche tentato d’incastrarla con l’affitto, e con qualche relazione, ma gli è andata buca. Tutto questo perché Polverini a sorpresa dimostra di saperci fare? Una donna, per giunta di destra. Non è possibile, ma è vero: quando si farà una storia spadoliniana dell’epoca, attraverso i giornali, una storia politica, sarà l’epoca della vergogna.

Battisti, condannato in Italia a quattro ergastoli, vive libero in Brasile. Riconosciuto nelle sue ragioni, se non assolto, dal governo e dai tribunali brasiliani. Intervistato da un settimanale brasiliano afferma di non avere ucciso né ferito nessuno. L’Ansa lo riferisce, che molti giornali italiani più o meno riprendono. Il “Corriere della sera” mobilita Gianni Santucci e Pierluigi Battista, per una cronaca e un commento, in cui di questo non c’è cenno.
Battisti sostiene di essere stato condannato in una serie di processi falsi istruiti dal Pm Spataro. Ma di questo non c’è mai traccia nelle cronache in Italia, neanche per caso. Neanche per dire che Battisti mente.

È Ferragosto e non si capisce bene. I Della Valle, nelle more della lunga corrispondenza con Moratti, il signore dell’Inter, con la quale divergono l’attenzione, o è l’estate dei signori?, scrivono una lettera aperta a Firenze: “Vogliamo un segnale dal sindaco e dai tifosi”. Altrimenti, intendono, molliamo la Fiorentina, la squadra di calcio. Un giorno. Il giorno dopo il sindaco Renzi manda una lettera aperta ai della Valle: “Firenze vi vuole bene”. Sembra da ridere e invece vuole dire: “Il progetto Castello ripartirà, me ne occupo”.
Ne parlano, in pubblico, a Ferragosto perché il Procuratore Quattrocchi è in vacanza? O il Procuratore è d’accordo? Castello è la più grossa operazione immobiliare in corso in Italia.

È capace di gestire le pressioni”: è la lode migliore che Prandelli trova per Giuseppe Rossi. Che è italiano, ma è nato e cresciuto negli Stati Uniti, lontano dal modo psicolabile del pallone italiano.

Dieci anni di appalti inutili per braccialetti elettronici, ci mancava anche questa. La giustizia è proprio corrotta. Per pochi soldi. Per appalti “politici”.

Répaci grande e amaro

Al centro del libro, anche figurativamente, il discorso che Répaci, candidato del Fronte Popolare a senatore nel collegio della sua Palmi, tenne in piazza nel 1948. Otto pagine (“il discorso è durato due ore”…) che fanno un prontuario dell’inutilità dell’intellettuale in politica. Pur essendo Leonida il fratello di Mariano Répaci, che il socialismo aveva radicato a Palmi, e il Comune di Palmi dalla liberazione per molti anni socialista, come pure poi il seggio senatoriale, con Giuseppe Carbone prima e poi con Giuseppe Marazzita, Leonida fu bocciato: il discorso, di cui evidentemente andava fiero ancora vent’anni dopo, è un manuale del “come perdere”. O l’inutilità è del Pci, che in Calabria ha avuto minore presenza e più deboli radici che in ogni altra regione d’Italia, compreso il Veneto bigotto. Un libro, anche per questo, di speciale interesse, non locale.
Si riedita nel quadro delle opere di Leonida Répaci questa raccolta a lungo trascurata, di antropologia locale (“un rapporto della civiltà calabrese” la dice nell’introduzione Luigi M.Lombardi Satriani), di un autore trascurato. C’è dunque una civiltà calabrese? La Calabria è molte cose, unita oggi solo dalla disgrazia politica, di una democrazia che non finisce di vomitare infamia – non disseminata peraltro uniformemente. Ma è un libro di rara intelligenza. Di ottima storia peraltro, sorprendente e accurata. Anche se con qualche confusione tra feudo e latifondo, o fedecommesso, legato in gran parte dall’eversione della manomorta (ma la breve storia del latifondo, a p.252, è di rara, ancorché concisa, precisione), e l’assenza, nella dettagliata genealogia, dei normanni e i bizantini, quelli che più hanno “occupato” la regione.
Un’opera che in un altro mondo (un’altra regione, un’altra Italia) avrebbero reso a Répaci un’altra considerazione. Ma questa è la Calabria qual è, rispettosa e indifferente. Una “grande civiltà” in effetti c’è, per magia dell’autore, in mezza pagina (p.9). In mezza pagina imbattibile è anche l’italiano (32-3). Stupefacente, all’interno del cap. II, “La Calabria grande”, la sinossi di storia bruzia. Con una sintesi che non si saprebbe contraddire, seppure oggi remota e anzi avulsa: “La civiltà della Calabria, quella per la quale è immortale, si fonda sulla prima categoria di interessi: quelli spirituali”. Una storia meravigliosa è quella di Catanzaro, anch’essa in mezza pagina (281). Per il resto l’intento celebrativo, e in lunghi pezzi autocelebrativo, non soverchia mai quello critico.
Alcune cose, che Répaci non mette in rilievo, giustificano da sole il titolo. In queste trecento pagine, nell’arco di venticinque anni, il solo evento di rilievo in Calabria è la visita di Fanfani. Crotone, che Répaci vedeva land of opportunity per eccellenza, vede ridotta dopo quarant’anni la “grandiosa prospettiva del mercato orientale, oltre che dell’industrializzazione”, a punto d’approdo per i barconi degli immigrati orientali. La vendita impossibile di un uliveto a Castellace, sintetizzata in un breve dialogo del 1963, testimoniabile per esperienza diretta, si confronta, dopo quarant’anni, col sequestro o la confisca di tutto l’agro di quel paesino di ex galeotti: la proprietà privata non difesa è oggi confidata a Libera, con pattuglie blindate di carabinieri al seguito, e questa è la lotta alla mafia.
C’è anche lo scrittore, sotto il polemista. Specialista, sotto l’ambizioso programma della saga familiare, di racconti brevissimi, fulminanti. La morte del fratello Peppe. La lotta suicida dello squalo con lo spada. O il perito Bussola travolto dalla scienza – esemplare della “coglionella”, che sembra l’espressione tipica dello spiritaccio locale.
C’è la parsimonia che non è una virtù,l’accontentarsi di niente, la sordidezza dell’abitazione: “Su questa capacità di adattamento, sull’abitudine a non avere niente, è stata consolidata la servitù sociale”. Che è vero e non lo è. Non lo è perché la servitù sociale in Calabria è sempre stata contenuta e contestata, al confronto col resto d’Europa – il confronto col resto d’Italia non è altrettanto macroscopicamente favorevole perché in Italia , col papa e col vescovo, la servitù sociale non è ma stata molta (bisognerà prima o poi uscire dai calchi interpretativi e riprendere la storia). Tanta insofferenza non toglie però che il calabrese viva oggi - quando Répaci scrive e ancora dopo cinquant’anni - come se fosse in regime di sottomissione, quale la descrive Répaci, perché non ha capito la democrazia, i meccanismi che ne fanno un’arma di liberazione: “Quella capacità di adattamento significa comuni senza strade, senz’acqua, senza luce, senza scuole, senza ospedali, senza gabinetti scientifici, senza teatri, senza cinema, senza biblioteche, senza asili infantili, senza cimitero”. Che sembra un’esagerazione ma è la realtà di quasi tutti i paesi calabresi. Che, se hanno ora tutti il cimitero, hanno anche case troppi piccole o troppo grandi, e debiti.
Dell’eversione della manomorta, a “partire dalla riforma antifeudale di Pietro Colletta e Pasquale Scura”, Répaci individua peraltro i germi infettivi. In cambio di poco o nulla, e incendiando gli archivi per eliminarne le prove, milioni di ettari sono stati passati a borghesie ingorde e inutili. Con l’appropriazione successiva anche delle terre comunali, assegnate dalle riforme ai comuni per gli usi civici (tutti gli usi civici, sia che i comuni abbiano rifiutate le assegnazioni, sia che le abbiano accettate).
Répaci si vuole calabrese a parte intiera, senza la riserva cui il suo ruolo in Italia e la sua formazione cosmopolita potrebbero indurlo, eccessivo sempre, partecipe, sia pure da antropologo, più che critico. Per esempio nel gusto insopprimibile della beffa, ai danni dei folli di paese, la “coglionella” degli “innocenti”. Che qui si vendicano: nell’episodio celebrato dell’agrimensore Bussola, che invecchia immaginandosi scienziato, il presidente americano contemporaneo di Gentile, Mussolini e Vittorio Emanuele III è Truman, e la vicenda di Bussola farlocco si trascina per alcuni decenni, una specie di fascismo eterno. Molto calabrese anche l’autocelebrazione, la discrezione e l’indiscrezione sono ugualmente autoctoni , che qui abbonda - sul declivio, purtroppo, piccolo borghese.
“C’è qualche pagina di troppo”, nota Luigi M. Lombardi Satriani nella presentazione, per esempio gli elogi di Sansone e Debenedetti allo stesso Répaci. Ma anche questo è un segno dell’isolamento dell’autore nella sua “terra amara”, di una sorta di snobismo proletario nei confronti di qualsiasi autorità e quindi anche del genio, malgrado il professo riconoscimento delle qualità morali e intellettuali, che è forse l’indifferenza del bisogno, della vita dura, o più probabilmente di un’anarchia distruttiva, di un individualismo che è invidia sociale.
È, come tutto in Répaci, un libro affrettato: farcito, anche poco curato, con alcuni effetti sgradevoli. Questo si segnala per il settarismo, tanto forte da condizionare un animo pure irruento e tollerante quale Répaci era. Fa la cronaca minuta nel 1963 a Cosenza di un convegno per creare l’università, con profluvio di nomi, avendo cura di tacere quello di Giacomo Mancini, che l’università della Calabria progettò e creò – a Mancini potrà liberamente tributare grandi elogi in “La Pietrosa racconta”, quando “al teatro Sciarrone\ Giacomo Mancini ministro\ del governo Aldo Moro\ dà la grande notizia\ che sarà realizzata\ la Casa della cultura\ da me suggeritagli”, per i settant’anni dello scrittore. La faziosità è anch’essa molto calabrese.
Leonida Répaci, Calabria grande amara, Rubbettino, pp. 347 € 15

venerdì 19 agosto 2011

I 100 e lode di Reggio C. e il “Corriere” razzista

Se il “Corriere della sera” è Milano, Milano è razzista, e non c’è difesa. Lo ha sperimentato la preside del liceo scientifico Da Vinci di Reggio Calabria, Giuseppina Princi, che non ha trovato in tre settimane uno spazio nemmeno piccolo alla paginate di dileggio del “Corriere della sera” per i “troppi” 100 e lode dei suoi maturandi. Il cui unico scopo a questo punto è solo uno: rendere la vita impossibile a chi studia in Calabria.
Dopo molto inutile cabotaggio la preside Princi ha avuto due colonnine sulla “Gazzetta del sud”, nella pagina di Reggio Calabria. Vale la pena rileggerle, seppure a nessun fine utile a questo punto, per gli ottimi argomenti che espone. I 100 e lode al suo istituto sono stati 20 e non 26. Per un liceo che “è, numericamente, il più complesso d’Italia con i suoi circa 1.800 iscritti”, e 320 maturati quest’anno. I voti alla maturità sono in linea con le “prove comparative internazionali”: nelle prove Ocse Pisa (programma per la valutazione internazionale dell’allievo) l’Istituto di Valutazione Nazionale (Invalsi) ha certificato per il Da Vinci risultati “non solo al di sopra della media Ocse, ma anche della media del Veneto”: in matematica, scienze e lettura la media Ocse è di 493, “i ragazzi del Vinci hanno riportato i voti di 513, 520 e 549”, il Veneto di 508, 518 e 505. I suoi studenti, continua la preside, hanno anche ottenuto riconoscimenti extra scolastici: medaglia d’oro nazionale di fisica, di biologia e di astronomia, medaglia d’argento alle olimpiadi di biologia di luglio a Taiwan, e tre classificati tra i 25 migliori studenti d’Italia a giudizio della ministra Gelmini e del presidente dell’Accademia dei Lincei. Gli esami di maturità sono stati seguiti e revisionati dagli Ispettori, senza alcun rilievo critico.
La preside Princi non ha avuto neanche le attese scuse dell’assessora vicentina alla Cultura Martini. Una signora che aveva preteso copia dei verbali di classe degli ultimi tre anni degli studenti del liceo scientifico di Reggio Calabria maturati col 100 e lode. Cultura? Il Veneto dirà un giorno che non è stato leghista, ma questa è purtroppo la realtà.
Il “Corriere della sera” non è stato il solo a rilanciare il razzismo leghista. Ma ci ha schierato pure l’esperto, che conviene a questo punto rileggere,
http://www.corriere.it/dilatua/Primo_Piano/Cronache/2011/08/02/benvenuti-al-sud-con-cento-e-lode-roger-abravanel_full.shtml
e ha aperto le ostilità l’1 agosto condendo le argomentazioni leghiste con centinaia di interventi a supporto online. Un vero plebiscito di stupidaggini, che ancora oggi fanno testo sul sito.

Yourcenar sadomaso

La raccolta è nella media dei racconti da trenta righe del vecchio concorso della rivista “Achab” – quanti piccoli-e Yourcenar saranno stati bocciati inavvertitamente? Con presentazione e postfazione incredibilmente sciatte. Il postfatore traduttore, Francesco Saba Sardi, usa “ne si assicurò”, “una curiosità la impulse” e altrettali preziosismi.
Yourcenar forse non ha fondo, ma la qualità dei suoi interpreti è irritante, per vacuità e supponenza. Il racconto del titolo è però originale, sado-maso – molto costruito, una sorta di saggetto S-M.
Marguerite Yourcenar, Racconto azzurro

mercoledì 17 agosto 2011

I giudici contro le legge

È come se la sindrome Procuratori della Repubblica, superficiali, carrieristi, aggressivi, si fosse installata nella giudicatura. Nel caso di Alessandria, dell’ubriaco assassino di quattro giovani francesi, e in troppi altri analoghi, è evidente da più segnali l’atteggiamento provocatorio del giudice di fronte alla legge – la quale non vuole il carcere per un incensurato, che non mostri segni o abbia l’occasione di reiterare il reato.
Si è trovato un giudice per la liberazione dell’assassino in tempo reale, mentre normalmente gli accusati aspettano mesi per incontrane uno. Di fronte al quale giudice gli inquirenti, carabinieri e polizia stradale, hanno trovato opportuno tacere i precedenti di cui sicuramente le loro Note si servizio, se non il casellario giudiziario, sono pieni: Ilir Betim, l’assassino, no n è uno venuto fuori dal nulla. Costringendo il governo a ipotizzare un apposito ridicolo reato di “omicidio sull’autostrada”.
Si resta allibiti di fronte alla posizione della Procura di Alessandria, la sostituta Sara Pozzetti e il capo Michele Di Lecce: “Si tratta di una persona incensurata con una vita normale e un lavoro stabile”, si sono premurati di far sapere nell’imminenza del plurimo omicidio. Ma più deve preoccupare che si sia trovato un giudice che ha dato loro credito. La figura del giudice è quella del giurisperito pensoso che applica la legge con equità e rigore. Ma è falsa: il giudice italiano, che ogni tanto è stato o sarà Procuratore, è un piccolo politicante impiantato nella giustizia. Vendicativo – provocatore, ama definirsi.

L’amore religioso dei ragazzi

Poema del’amore dei ragazzi, per una volta non manierato. Del corpo dei ragazzi. Profano certo, considerando la sessuofobia dei preti. Blasfemo anche, poiché è l’amato Giovanni, il corpo del ragazzo, che riporta Dio nel Cristo: “Soave fanciullo,\ corpo leggero,\ riflessi di luce…\ Perduti in nubi\ d’indifferenza,\ in Sé ci chiama\ e a Sé c’informa\ questo Tuo Corpo”.
Sembra bizzarra, questa associazione tra gioventù, chiesa e l’amore dei ragazzi, un’altra ricerca dell’effettaccio. E invece è religiosa nell’intimità – non ci sono molte evenienze ultimamente di Dio nella poesia: in quell’intimità col creato che fa il cristianesimo cattolico. Gioiosa certo, nella malinconia, una religione di salvezza. Ne è riprova l’onestà del poeta, ancorché confusa. E la disperazione che appare coltivata e artificiosa, fino al “suicidio”, la morte cercata.
Con l’unica poesia moderna verginale per la Vergine – cui apparenta mirabilmente, ma devotamente, la “madre giovinetta”. E con l’Italia tutta, nelle sue regioni, la lingua, i temi biblici. È una crestomazia nazional-popolare, la prima duratura aspirazione.
P. P. Pasolini, L’usignuolo della chiesa cattolica

domenica 14 agosto 2011

Milano guida l’attacco all’euro

Non promette nulla di buono lo schieramento di Milano sulla manovra salva euro del governo, alla riapertura martedì del mercato – ma un primo assaggio si potrebbe avere in Europa già domani. L’aria è di una terza spallata all’euro, che potrebbe essere l’ultima – la strategia dello sfiancamento, con attacchi ai margini, potrebbe essersi esaurita. Il “Corriere della sera” spudoratamente, “Il Sole 24 Ore” con garbo, hanno affondato preventivamente la manovra.
Prima di spiegare la manovra, il “Corriere” la stronca – nel gergo britannico del buon giornalismo è una cosa che non si fa, “kill the news”, ammazzare la notizia. Schiera cinque editorialisti contro in prima pagina, compresi Monti, Rizzo, Stella, Polito, sette cronache-intervista contro nelle pagine interne (Camusso naturalmente, con Montezemolo, Marcegaglia e altre ruote di scorta), fa esposizioni critiche delle misure del governo, sceglie due paginate di critiche in forma di lettere al direttore, e sui tagli di comuni e province innesta un delirio di critiche e controcritiche – la politica va tagliata ma nessun comune e nessuna provincia ci deve rimettere.
Milano è stata con Londra la piazza pilota del secondo attacco all’euro, quello delle ultime due settimane. Con maggior vigore quando il declassamento del debito Usa sembra dovesse spostare la speculazione sul dollaro. La determinazione lungo l’asse Milano-Londra è quindi organizzata, oltre che forte.
Già ora la Borsa italiana vale meno di due aziende Usa messe assieme, seppure brillanti, quali Apple e Google. Ciò è insensato ma è anche il segno di una volontà pervicace di abbattere i valori. Ci saranno sorprese al controllo dell’economia dopo la tempesta, se l’Italia sopravviverà. Già oggi i grandi complessi bancari, le cui partecipazioni e i cui investimenti in titoli di Stato si vogliono all’apparenza ridotti a “niente”, restano preda incontestata delle fondazioni confessionali.

L’acqua benedetta star della corruzione

È come se i referendum, plebiscitari, avessero autorizzato la manomissione senza limiti dei bilanci familiari per l’acqua, ora benedetta oltre che francescana. Archiviato lo straordinario sì all’acqua bene pubblico, complici gli stessi Bersani e Di Pietro che la stessa acqua avevano privatizzato, surreali dibattiti sono in corso tra i fautori dei referendum stessi, presi al laccio della loro demagogia. Di uno di essi, tra Publiacqua, il consorzio di 49 società pubbliche, e alcuni economisti esperti, ospitato dalla “Staffetta Petrolifera”, l’unico benemerito forum su una questione di tanta importanza (il bollettino ne fa la sintesi nel numero del 30 luglio), i termini sono questi.
“Il sentiment dell’opinione pubblica”, argomenta anglicizzando il presidente Pd di Publiacqua, Erasmo D’Angelis, “si è aggrappato al potente brand dell’acqua pubblica (e gratuita) come a un salvagente etico e ideale di fronte a una politica nazionale mai caduta così in basso e ad una società debilitata dalla frammentazione di mondi, blocchi sociali, partiti di massa, sistemi di valori un tempo solidi e compatti”. Una chiamata alle armi, la solita - con e senza l’acqua. Dopodiché “la valanga di sì che doveva «mandare a casa Berlusconi» rischia di mandare a casa i lavoratori. L’acqua, infatti, non è solo emozioni, nuvole e pioggia. È un ciclo industriale e un servizio di pubblica utilità che significa oggi soprattutto fognature, depurazione, disinquinamento. È un lavoro che richiede continuità negli investimenti, scelte e certezze legislative”. Insomma, pagate.
Il business è grande, 147 aziende idriche, il 97 per cento delle quali sono integralmente o a maggioranza pubbliche, ma non abbastanza per le fameliche orde degli amministratori locali. Ora ci vuole un’Autorità nazionale idrica “indipendente e autorevole”. Cioè ben remunerata.
Inoltre, abbiamo votato solo sul 20 per cento dell’acqua che ogni giorno si consuma in Italia. “Un quinto del totale”, dice Publiacqua, “e il resto?” Un 20 per cento si spreca per raffreddare i macchinari delle fabbriche o alimenta il business delle acque minerali, di cui gli italiani sono i più golosi consumatori, dopo gli arabi degli Emirati e i messicani. Un 50 per cento va a usi irrigui, “dove se ne spreca almeno la metà per via di impianti obsoleti”. Il restante 10 per ento va in produzione energetica con l’idroelettrico. Insomma, l’80 per cento dell’acqua rimane ancora in mani private, e ciò è insostenibile, lamenta D’Angelis. Perché i privati non pagano “abbastanza”.
D’Angelis scrive in sostegno della proposta di legge del suo partito. Ma in questi termini: ci vuole un piano d’investimenti per 64 miliardi in 30 anni, per fognature e depuratori, e una tariffa che generi queste risorse. Insomma un aumento subito, consistente. L’abolizione referendaria del principio della remunerazione del
capitale ha, passata la sbornia, lasciato le casse a secco: “Cancellata la remunerazione del capitale investito, è saltata la possibilità di poter accedere a
mutui e finanziamenti bancari o di enti finanziari”. Che fare, allora? Daccapo: “Una possibile leva è quella delle tariffe, che sono tra le più basse in Europa (135 euro l’anno in media) che dovranno essere trasparenti e uniformi sul territorio nazionale”. Cioè trasparentemente aumentate. Minacciosamente anche: “Ancora oggi ci sono 170 mila km di reti idriche e di fognatura da rottamare e altre 50 mila km da posare”.
Seconda bugia: ripubblicizzare, come si è lasciato intendere nel referendum, non è possibile: “A Parigi, la madre di tutte le ripubblicizzazioni, l’acqua è tornata nella gestione municipale a fine concessione e dunque a costo zero per le casse della città e senza ridurre la tariffa (tre volte più alta della nostra). Non è una differenza da poco. Nel caso italiano, infatti, il ritorno al municipio significherebbe un salasso finanziario per i comuni, che hanno l’obbligo di indennizzare i soci industriali”. Da non credere.
La “Staffetta Petrolifera”, che ha voluto risposte certe dai gestori del settore, rileva: “E’ interessante intanto la conferma di D’Angelis che delle 147 aziende idriche solo il 3 per cent sono (erano, n,d.r.) private; un punto che ha confuso la battaglia referendaria convincendo l’opinione pubblica che la privatizzazione è la causa di tutti i mali. Non è così: il sistema è da sempre in mano pubblica e, spiega D’Angelis, «la cartina di tornasole che portò alla luce il disastro idrico fu l’affidamento del servizio da parte degli ATO ai gestori dagli inizi del 2000», quando ci si accorse dello stato pessimo di manutenzione e di tecnologia delle reti”.
Roberto Macrì, economista dell’energia che interloquisce con l’articolo del presidente di Publiacqua, riflette che “la strategia comunicativa dei referendari ha deviato l’attenzione della pubblica opinione dal fatto che la dimensione degli investimenti, la rilevanza dei costi operativi, la complessità progettuale, il livello delle tecnologie e i consumi di energia elettrica richiedono per l’acqua una gestione di tipo prettamente industriale”. Il 40 per cento dei nostri corpi idrici sono inquinati, aggiunge Macrì, e a questa situazione riferisce la stima di 64 miliardi di investimenti fatta da Federutility nel 2010 - con la previsione di un aumento formidabile dell’occupazione nel settore da 160 a 550 mila persone. Ma non tutto è chiaro: “Sono cifre imponenti che perciò meritano una attenta verifica. Sono frutto di un censimento uniforme su tutto il territorio nazionale? Sono dati ricavati da un campione di aziende o da tutte e 147? Le opere si riferiscono solo agli acquedotti cittadini oppure comprendono le infrastrutture di collegamento? In funzione di quali parametri varia in misura così forte la previsione di nuova occupazione?”. C’è imbroglio? C’è: si chiedono soldi per niente.
“Ma soprattutto”, continua Macrì, “è importante verificare se la stima degli investimenti ha tenuto nel debito conto due obiettivi prioritari. Primo: l’eliminazione delle perdite di rete e dei furti d’acqua dalla rete e dai pozzi abusivi. Recuperare 100 mc di acqua al secondo eliminando le perdite di rete costa al massimo 100 euro per la ricerca e altrettanto per le riparazioni: 200 euro dunque a mc. Mentre per fare un pozzo con le stesse potenzialità di produzione e profondo 20 metri può costare fino a 25 mila euro”. L’economista fa l’esempio di un Comune di 30 mila abitanti che ha ridotto una previsione di spesa per aumentare la disponibilità idrica da 2,1 milioni di euro a soli 80 mila euro, quanto costava la ricerca e riduzione delle perdite di rete”. L’acqua come sorgente di corruzione?

sabato 13 agosto 2011

Problemi di base - 70

spock

A Miami è il clima migliore che a Taormina, oppure la coca?

Colombo scoprì l’America, i vichinghi pure, e già i fenici, e i cinesi: è l’America esibizionista, che le piace farsi scoprire?

Perché gli economisti di Berlino non vogliono che la Bce compri Bot italiani? per cattiveria, per bontà, o per ridurre gli interessi sui Bund tedeschi?

Quando e perché l’Europa è stata scoperta (non c’è in nessuna storia)?

Se Moratti ha messo nell’Inter 700 milioni, è un bene o un male? E dove li ha presi?

Questo Berlusconi non sarà gay, che mette le mani nelle tasche degli italiani? Boccassini, ancora uno sforzo!

Dio non c’è quando c’è. E quando non c’è?

Si va a destra per andare a sinistra. E per andare a destra?

spock@antiit.eu

La Calabria normanna è antinapoleonica

A Napoli, dove fa compagnia alla mamma avventurosa, prima di partire, il giovane marchese de Custine si aspetta di trovare in Calabria il “mondo delle favole”, un paese dove “per vedere è necessaria l’immaginazione”. E in questa trance ne scriverà. Ma non senza aver visto – Carlo Carlino, severo presentatore della vecchia edizione del 1983, sembra pensare il contrario, eppure a ogni riscontro molto è veritiero. C’è una sola invenzione, se non una stendhaliana, distratta, scopiazzatura: vedere l’Etna da ogni dove, per esempio da Paola. E un solo errore, la Cattolica di Stilo detta “saracena” – ma l’errore è veritiero: sancisce l’abbandono della chiesetta dopo due secoli di latinizzazione, ortodosso stava per scristianizzato, a lungo i bizantini non sono esistiti in Italia, non solo per il giovane viaggiatore.
Custine entra in Calabria sdegnato delle grossolanità che sulla Calabria si rovesciano, dopo la sconfitta contro Napoleone, insieme con la coscrizione obbligatoria per le guerre di Germania e di Russia – ma non fu sconfitta, la regione non fu mai domata, il generale Manhès continua a tagliare teste e rubare il rubabile: “Un popolo al quale non si è grati abbastanza per non sentirsi umiliato più di quanto non lo sia!” Il marchesino che sa essere antinapoleonico, a Napoli, nel 1812, ha titolo di merito. È quindi superfluo dirlo vandeano, come fanno i due presentatori, Carlino e l’ottimo curatore della collana “Viaggio in Calabria”, Valerio Cappelli, che riedita queste “Lettere”. Dopotutto, Astolphe aveva avuto il padre e il nonno, rivoluzionari benché moderati, assassinati da Robespierre, e quanto alle liberazioni napoleoniche, questa è una storia che solo in Calabria non si è rifatta – patria degli studi subalterni, nel senso della subalternità propria degli studi, non della società che ne è l’oggetto.
La Calabria in realtà non fu mai domata, il generale Manhès continuava nel 1812 a tagliare teste e rubare il rubabile, e anzi se ne vanterà, dopo che Custine l’ha denunciato. La repressione sarà costante, ed è all’origine del brigante, epiteto che i napoleonidi impressero indelebile sulla Calabria: Manhès, rileva Custine indignato, parla di “ottomila briganti”, ma “i soldati non sono banditi”. L’insolenza francese era senza limiti, che Duret de Tavel, memorialista che era stato ufficiale di Manhès, qui ricordato da Cappelli, bene esprime: “I Calabresi sono dunque, realmente, degli assassini”.
Un detto Custine cita: “Le vecchie, in Francia, quando vogliono indicare un uomo spacciato, dicono: il tourne la Calabre”. Che altrove, dove gli studi non fossero subalterni, avrebbe magnificato la forza della resistenza – tanto più se si riferisce alle vecchie occupazioni francesi, normanna e angioina. Custine non è il solo francese critico della liberazione della Calabria, tutti gli altri memorialisti dell’epoca lo sono: Courier, ufficiale napoleonico come Duret deTavel, e lo stesso Duret de Tavel. La sua specialità è vedere senza compiacenze, senza partito preso. Senza tacere la forza dell’odio, specie “nel cuore delle donne”, che conducono alle faide. E negli aneddoti famosi, del prete castrato dai cappuccini che aveva deriso. Delle sorelle di Daffinà felici infine quando ebbero in casa la testa dell’assassino del fratello, per farne un trofeo. La sporcizia, anche dei ricchi. La futura statale 19 per Napoli che è già mortale, a causa della malaria. Ma più sa vedere le qualità nascoste delle persone, e da giovane romantico la forza e la bellezza della natura. Con il celebre elogio che ha consacrato Tropea e quelli che avrebbero potuto consacrare Parghelia e, soprattutto, Palmi – i cui incanti, malgrado tutto, s’impongono anche al viaggiatore contemporaneo, sono Omero puro. Da Palmi a Bagnara e Scilla il giovane va in estasi: “Sento che sto per impazzire: non dormo più, non mangio più, non sento più. Io contemplo e vado in estasi. Il signor Catel è come me”. Franz Ludwig Catel è l’illustratore e paesaggista tedesco con cui Custine si accompagnava, insieme con l’archeologo francese Aubin Millin, uomo d’esperienza (morirà poco dopo, nel 1818).
Sono lettere svelte e incisive. Custine ha fama di persona vanesia e scrittore superficiale. Ma dovunque è stato ha visto giusto. Per finire, ha visto meglio di ogni altro la Russia negli anni 1830. Nota e registra, a 22 anni, in una incerta “pacificazone”, in un viaggio mordi e fuggi (tutta la Calabria in 45 giorni) quanto i residenti in più generazioni e pure gli specialisti non hanno saputo notare: dalla sapiente architettura arborea a quinconce al peso schiacciante della tradizione in popolazioni abbandonate a se stesse, e naturalmente, in una terra in cui è dominante, i miracoli della natura, l’aloe, il mirto, l’olivo, i colori del mare, le geometrie del sole al tramonto, della luna sorgente.
È un caso rimasto unico di indipendenza di giudizio, per una terra che si potrebbe dire esemplare della subalternità, dell’acquiescenza alle forze e le idee dominanti – fino al leghismo…
È il primo che cerca i normanni, a Mileto e altrove – senza trovarli, ma sa anche il perché : il terremoto ha distrutto tutto, la tomba del re (in realtà il conte) Ruggero giace di traverso in una forra. E un’inattesa genealogia sa estrarre dal poco che vede, i “taciturni calabresi” assomigliando ai normanni: “Come loro sono chiusi, cavillosi, attaccabrighe, e godono della collera altrui”. Non esemplare: “Questo rapporto tra la Magna Grecia e la Bassa Normandia, che forse risale al tempo di re Ruggero, è più sorprendente che piacevole”.
Adolphe de Custine, Lettere dalla Calabria. 1812, Rubbettino, pp. 163 € 7,90

venerdì 12 agosto 2011

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (97)

Giuseppe Leuzzi

Piove a Brera su Raffaello. Non sarà che il direttore e il soprintendente sono meridionali?
La soprintendente si chiama Bandera: sarà spagnola (vedi Manzoni).

Il sindaco di Alassio ha rimosso Totò. Quello di Parma Falcone e Borsellino. I belli-e-buoni della Repubblica hanno reagito male – anche perché le rimozioni sono ridicole. Ma la cosa non andrebbe accantonata: tanti paesi del Sud potrebbero infine liberarsi dei corsi Umberto I che li affliggono.

L’altra estate le coste siciliane e calabresi la vissero all’ora delle meduse. Non trovando altre ragioni per non andare al mare, siciliani e calabresi si giustificarono coi celenterati: ne vedevano dappertutto. Quest’anno non possono insistere, le meduse o ci sono o non ci sono. E allora la Provincia di Messina e il Comune di Sant’Alessio Siculo, per darsi un futuro nel turismo marino, hanno creato un monumento sul lungomare alla medusa.

Si fanno feste, sagre, degustazioni un po’ ovunque anche in Calabria a fini sociali, per propagandare l’Avis, la Croce Rossa, Libera, eccetera. Con operosi volontari al lavoro, giovani che in poche ore e minuti montano pannelli, gazebo, palchetti, e dopo la cerimonia li smontano, precisi, rapidi. Ore di applicazione, si direbbe, per nulla. Non si può che apprezzare. Quelli trapiantati in fabbrica o in ufficio, per esempio al porto di Gioia Tauro, o alla Provincia di Reggio Calabria, o anche al Comune in ogni località, si fanno invece un’industria di non lavorare, precisi, puntigliosi, ignoranti, sempre e comunque rivendicativi – loro sono dalla parte della ragione e voi del torto. Magari sono gli stessi che i week-end e la sera lavorano volontari.

Avviene, viaggiando in macchina per le provinciali della Calabria, di essere interpellati da macchine che procedono in senso inverso con nervosi lampeggiamenti. Nessuna manchevolezza che sia stata notata sul vostro mezzo, è solo una maniera per dirvi che più avanti troverete i Carabinieri. Che in Calabria sono spietati. In alcuni paesi, appostati a poca distanza dal bar più frequentato, hanno inflitto multe salatissime a chi ne era uscito avendo bevuto una birra – in Calabria la birra si beve al bar. Sembra una leggenda metropolitana, minimal, e invece è vero.
La passata stagione dei funghi i Forestali dell’Aspromonte hanno multato tutti quelli che avevano lasciato il permesso in macchina o a casa: un paio di centinaia di euro l’uno.

Lampedusa figura siciliana ma è, per il coraggio e la grande mente, molto europea, quasi transalpina. Sicuramente sarà una colonia di lombardi emigrati, etc.. Forse di vecchi riformati chissà, costretti a nascondersi - i riformati come si sa non sono razzisti, e anzi i negri hanno sempre accolto a braccia aperte.
Dove si sono sentiti questi discorsi? Saranno solo sognati? Ma avviene che questi sogni brevi e insistiti, da dormiveglia, riflettano i discorsi diurni. In effetti, i riformati sono tanto pieni di sé che potrebbero essere benissimo i nonni di Bossi.

S’interroghi, per esempio allo Iulm di Varese-Milano, una ragazza di città sulla Sicilia e non saprà dov’è, tira a indovinare sulla carta muta e la indica nella Sardegna. S’interroghi un ragazzo calabrese che abbia fatto il liceo magari al seminario, la scuola privata più squalificata, e saprà anche dov’è Cuneo. Nonché di Garibaldi, e perfino di Camillo Benso conte di Cavour. Che, nella generale desolazione della scuola delle professoresse impegnate, le eccellenze alla maturità al Sud non siano comparativamente giustificate?

Lady Gaga, nata Germanotta, ha genitori meridionali, di Palermo. Come già la precedente regina del pop, Madonna, essa pure anche manager di talento e grande professionista, di nonno abruzzese. Sono donne di successo, e per questo l’origine non conta. Non viene mai citata. Sgarrassero in qualcosa, come è avvenuto talvolta a Madonna per qualche caduta di gusto, coi fidanzati o coi vestiti, la macchia delle origini viene subito incollata - la “signorina Ciccone”, la “cantante sicula”.

Andrea di Jacopo de’ Mangabotti, detto Andrea da Barberino dal suo paesello d’origine nella Valdelsa, o forse nel Mugello (circa 1370), fu autore di “cantàri” e di romanzi d’avventura, che derivò dalle chansons de geste francesi. Prose più parlate che scritte, per un pubblico in piazza, abituato ad ascoltare i cantastorie o maestri di cantari, o romanzatori.
I suoi romanzi più famosi sono “I Reali di Francia” e “Guerrin Meschino”, di cui tanti echi ancora trova chi attraversa l’Aspromonte. Ma adattò pure la Chanson d’Aspremont. È l’unico “letterato” dell’Aspromonte, non l’avrebbe mai immaginato – e anche ora, se ne sa poco , non se ne parla niente.

La ragazza con l’ombelico sopra i pantaloni, graziosa e diretta, cassiera al grande bar rinnovato di Catanzaro, minimal e freddo, di marmi, specchi e aria condizionata, con lo scontrino propone delle cartoline di una sua amica che vuole diventare miss. Di cui spiega: “Non c’è bisogno di spedirle, non ci vuole il francobollo, basta una firma, poi ci penso io a inoltrarle, eh sì, bisogna combattere”. Finché, chiamata al cellulare, si scusa, e a chi la chiama oppone un allarmatissimo “Focu meu! Focu meu! Fora gabbu”. Che non è di allarme ma di diniego e insieme scongiuro: che mi dici, non è vero, non è così, non può essere. Magari dall’altro lato c’è l’aspirante miss.

Bennato
Eugenio più di Edoardo è musicista che in America sarebbe l’Arlo Guthrie di un revival e di una cultura della tradizione – come Roberto De Simone sarebbe il celebrato Bernstein del musical, con capolavori assoluti. In Italia no, perché l’Italia non “esiste” - ma anche perché Bennato e De Simone sono napoletani, e Napoli divora i suoi figli.
Da solo Eugenio ha “inventato” il Gargano e il Salento, la taranta e la pizzica: le ha scoperte, le ha ammodernate al gusto, le ha imposte con i dischi e i concerti. Ora, dopo quarant’anni, la pizzica è diventata, tra il Salento e Roma, la manifestazione musicale con più pubblico, la seconda maggiore manifestazione musicale di pubblico dopo l’Arena di Verona, assicura sul “Messaggero” Fabrizio Zampa.
Potenza della musica, contro ogni disappetenza dell’“opinione pubblica”? Potenza del creativo, contro il disordine, la neghittosità, la trascuratezza. Anche nel Salento, che pure ha dato ampie manifestazioni di sapersi governare.

Abusivismo
L’abusivismo di necessità ha schiavizzato il Sud. Sì, ha rovinato l’ambiente e ha diffuso la pedagogia dell’abuso. Ma soprattutto ha portato i soldi in banca, rendendone schiavi gli infelici indotti a pensare di farsi giustizia con la casa.
In alcune zone della Calabria e della Sicilia il Sud è pieno di scheletri di cemento armato, senza pavimenti, senza infissi, senza intonaco, qualcuno senza pareti e senza tetto. Perché sono finiti i soldi. I risparmi di una vita sono stati buttati in niente, mentre bisogna pagare le rate del mutuo alla banca.
Le rate e gli interessi pesano anche nei casi in cui l’abitazione in qualche modo è stata completata ma risulta di poco valore, di mercato o d’uso. Un’edilizia popolare, sia pure privata e non pubblica ma ligia alle normative, avrebbe implicato un calcolo dei costi (e dell’uso della casa) prima e non dopo l’investimento dei sudatissimi risparmi, e un mutuo che costringe a faticare per venti e trent’anni.
I mutui si sono rivelati il principale freno alla ripersa dell’economia americana dopo il crollo del 2008. Su case che ora valgono complessivamente meno della parte mutuata e da rimborsare: l’America non decolla perché buona parte della popolazione deve lavorare per pagare il mutuo. E se questo fosse il principale freno, surrettizio e quindi insidioso, al libero lavoro al Sud? Senza eliminare la mafia beninteso.
A molti un Sud senza mafia dà lo sturbo: è mafia anche quella dei mutui. Ma è pure vero che molti hanno accesso, devono, proprio per questo malinteso diritto alla casa, al credito dei cosiddetti amici, poi inestinguible. Che è la forza oggi del malaffare, più del mitra e delle bombe.

leuzzi@antiit.eu

Che personaggio, Yourcenar, fuori della biografia

Strano ritratto, che dall’inizio s’impegna a distruggere il soggetto! Lascia anche da parte i fatti significativi: il padre disertore, recidivo, Barbe che fa la puttana per arrotondare, Marguerite bambina al bordello, Fernande, la vendita di Mont-Noir, Marguerite per dieci anni in Italia, con chi? perché?, ogni volta che la biografa s’imbatte nelle cose scantona. E com’era Marguerite adolescente, com’era da giovane? Gide vi è “maestro di ordine letterario”, e allora? Faigneau era collaborazionista? Lo era ma… In compenso 500 pagine d’irritante riletture di “Adriano” e dei racconti, e di beghe, editoriali, domestiche, parigine. Mentre in poche righe Marguerite viene picchiata dal compagno Jerry, picchiata coniugalmente. O si gode per accenni le donne in vetrina di Amburgo e Amsterdam.
E in tema di beghe, di tipo femminista queste, come non spiegare perché Yourcenar non ha un personaggio femminile? O il suo rapporto col padre?
Josiane Savigneau, Marguerite Yourcenar

giovedì 11 agosto 2011

La fine del “mercato”

C’è un rischio insolvenza, anche solo marginale, temporanea, eventuale, del debito Usa? Non c’è. C’è una qualche forma di rischio insolvenza del debito Francia? Non c’è. Allora di che parliamo, di che parlano le agenzie di rating? Trasformano criteri di valutazione contabile ordinari, sui gradi di opportunità di un investimento, in fatti epocali. Il giudizio tecnico, adattabile, transeunte, trasformando in sovversione violenta. Per inavvertenza? No, in collegamento con le potenti forze (fondi, hedge funds, banche d’investimento) che hanno monopolizzato il mercato, a partire dall’opinione pubblica, e lo sfruttano a loro interesse. Anche a costo di sovvertire l’economia mondiale, e quindi d’inaridire le fonti dell’arricchimento.
Il discorso è lo stesso in termini reali, di economia delle cose (produzione, lavoro). C’è una recessione, in atto o minacciata, negli Usa, in Europa o altrove nel mondo, tale da imporre di tenersi liquidi, anche a costo di disinvestire? Non c’è. C’è allora follia nel disinvestimento? No, c’e saggezza in quella follia: viene dallo strapotere dei mezzi finanziari, che puntano al guadagno immediato, anche perché non corrono la gara reale.
Non è la fine del mercato, non prima che ci abbia distrutti , che abbia distrutto l’“Occidente”, quello che ne rimane, ma è già la fine del “mercato”. Dell’ideologia del mercato, che il più forte fa più saggio e più buono, e sempre nel suo buon diritto. Ma è inevitabile che anche il mercato in senso nobile stia attuando una forma di suicidio. Le regole che non sono state imposte dopo la crisi del 2008 dovranno essere imposte ora. A condizione naturalmente che ci sia ancora un Occidente, che gli assetti della globalizzazione restino immutati anche dopo questa crisi.
Scorrendo la stampa internazionale, anche quella più prona agli affari, si avverte il fastidio: è stato passato il limite. Si può dire che solo in Italia l’ideologia del mercato sia ancora imperante tra i giornali e gli economisti - per incapacità, per corruzione?

La Spectre della giustizia a Napoli

Il Procuratore Pignatone a Reggio Calabria lavora bene. Non passa giorno che non metta dentro una congrua dose di mafiosi. Non può durare, ed ecco subito da Santa Maria Capua Vetere parte un’inchiesta sul suo operato. Su denuncia di un capitano dei carabinieri fellone, riconosciuto per tale e incarcerato. Che non nega gli addebiti ma scrive lettere contro Pignatone.
Non è un’inchiesta innocente, quella della procura di Capua. È la stessa che azzoppò il governo Prodi nel 2008, denunciandone da sinistra, senza poi esito, il ministro della Giustizia Mastella. Nel quadro della guerra che l’allora Vice Procuratore di Napoli Mancuso conduceva contro Mastella. Pignatone è il Procuratore che Palermo ritenne incompatibile, da sinistra. C’è dunque una sinistra mafiosa?
Ma se anche fosse non sarebbe questo il fatto più inquietante. Pignatone è sotto accusa a Capua perché è il primo candidato alla Procura di Napoli, alla successione a breve di Lepore. Posto cui ambisce il sempre temibile Mancuso, naturalmente da sinistra ma non importa: è il giudice che impedì il processo al figlio per resistenza a pubblico ufficiale, e poi buttò fuori, letteralmente, da Napoli il Procuratore Capo Cordova che si era fissato di stroncare il malaffare, a partire dalla Procura.
Il punto è che di questa storia, pur ghiottissima, non si scrive. C’è sui siti online per scarico di coscienza, in modo criptico, e basta: i lettori dei giornali nazionali non ne sanno nulla – solo “Il Messaggero” ne dà notizia in breve. Inutile dire che di questo non “sanno nulla” al Csm di Vietti e Napolitano. Per obbedienza di partito non può essere, Vietti essendo di Casini. Per paura forse, si sa che i giudici sono vendicativi. O c’è effettivamente una Spectre che governa la giustizia.