Giuseppe Leuzzi
Bisogna leggere i grandi giornali, ma lo scandalo periodico vi è: 1) la Salerno-Reggio Calabria, 2) il porto di Gioia Tauro, 3) il ponte sullo Stretto. A caso, anche senza motivo, ma immancabilmente. Mai che si parli di Malpensa, lo scandalo vero - l’opera è inutile - e più grosso. O della fantomatica Variante di valico – che cos’è?
Fra i tanti che lamentano la superstrada Salerno-Reggio Calabria possibile che nessuno abbia fatto mai la Firenze-Pisa-Livorno, un'altra superstrada, più toruosa ancora e piena di buche, da decenni, come crateri?
Mafia e Antimafia
Andrea Camilleri dà al primo giudice unitario a Montelusa-Agrigento (nel racconto “Il giudice Surra” della breve raccolta “Giudici”, appena pubblicata da Einaudi) la facoltà di annientare la mafia ignorandola. Tutti gliene parlano, ma il giudice va per la sua strada, facendo le cose che deve fare. E Camilleri conclude: “Crediamo che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agì come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò”.
Sabato il calciatore Miccoli, “bravo ragazzo”, batte per il Palermo l’Inter. Martedì è indagato per mafia. C’è collegamento?
Il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, accusato di mafia, lascia il centro destra che lo ha eletto e fa un governo col partito Democratico. Il Procuratore di Catania Patané avoca l’indagine e lo assolve. Non c’è collegamento?
Il concorso esterno resta solo per Contrada? Per la gloria del suo accusatore Ingroia, ci sono pm che sono più pm degli altri.
L’odio-di-sé meridionale
“Il Giornale di Calabria” celebra i quarant’anni dell’Unical, l’università della Calabria a Cosenza-Rende. Otto pagine e molte foto, ma mai il nome di Giacomo Mancini, che quella università volle e creò. Il suo nome ricorre nelle celebrazione in due righe: “Il Giornale” gli fa colpa di aver criticato nel 1998, da sindaco di Cosenza, un finanziamento di 600 miliardi per la costruzione di una città universitaria che avrebbe preso tre paesi. Un finanziamento naturalmente fatto balenare ma mai disposto. Per un progetto semplicemente mostruoso.
Il ritorno è uno dei punti critici della diaspora meridionale. Sia degli emigrati in terre lontane, in cerca di una qualsiasi occupazione, sia di chi, per la mobilità dell’impiego pubblico o per esigenze professionali, è emigrato in altre città. E magari ha mantenuto una continuità d’interessi, se non di presenza. Quelli sono anche attesi e festeggiati, ma per pochi giorni – diciamo una settimana. Questi vengono guardati con sospetto, anche dagli amici. E se prolungano il soggiorno, o si fanno vedere troppo spesso, diciamo due tre volte l’anno invece che per lo scappa e fuggi della “festa”, del santo patrono, con disprezzo: come se fossero rubastipendio, oppure, se pensionati, dei falliti, senza altra vacanza migliore, in crociera, ai Caraibi, nel mar Rosso. I residenti si ergono di fronte a chi ritorna come usava la chioccia, anche rumorosamente. E si può capirli: vantano una sorta di abnegazione a essere rimasti, mentre chi è partito è come se avesse disertato.
La prima preoccupazione di chi ritorna è quindi di evitare ogni critica, anche la più fondata. Ma non riuscirà a evitare il disprezzo, se non il risentimento, poiché inevitabilmente dovrà spendere, anche se è solo in vacanza, e solo per pochi giorni. Oppure, escluso da ogni altro possibile contributo, è magari felice di fare il consumatore locale. È inevitabile spendere per i consumi quotidiani, in drogheria, dal fruttivendolo, dal macellaio, in pescheria, in pasticceria, in pizzeria, e per le diverse esigenze domestiche, elettricista, pittore, idraulico, falegname, aiuto. Un contributo da non disprezzare in altra economia, che finisce sempre per ammontare a migliaia di euro. Che talora si estende, per nostalgia o convenienza, alla provvista di beni locali, olio, vino, formaggio, dolciumi, miele, carni conservate, pesci conservati, vegetali conservati.
Ma questa spesa, altrettanto inevitabilmente, si trascina delle critiche: il latte ha la melitenza, o maltese (la brucellosi), il maiale la scrofola, l’afta, la peste, la trichinellosi (se così si dice, il vocabolario non la registra), il vitello è agli estrogeni, quando non ha l’afta, anche lui, il miele è importato (dalla Romania, dalla Cina, un tempo dall’Albania, ma l’Albania fa tanto miele?), l’olio variamente mescolato (semi, Tunisia, sansa, “murga”, “pastazzo” sono le parole spregiative più in uso), il vino è fatto col “bastone”, l’igiene dei prodotti conservati come minimo è da tifo, le paste dolci e i gelati hanno dato la diarrea, il vomito, un caso di avvelenamento, dieci casi, cento, mille. Con implicito un giudizio di dabbenaggine, o stupidità, come se uno pensasse di fare l’affare. Il pizzaiolo tratterà chi ritorna con degnazione, anzi con dispetto, mentre è affabile con i locali. Perfino il barbiere e la parrucchiera trattano il ritornante con sospetto, anche se va da loro per lusingarli, uno che avrebbe potuto farsi fare i capelli in città.
Chi è rimasto, è attivo, e sa come va il mondo la spesa la fa nei supermercati, e più nelle catene distributive, Auchan, Carrefour, dove la qualità e la convenienza sarebbero assicurati. Mentre nelle famiglie, dove amici e parenti non possono esimersi dall’invitavi una volta, i figli, più spesso i ragazzi, si fanno un panino di tutto, che imbottiscono di maionese, ma sembra margarina, ketchup e senape, con abbondanza di patatine a contorno. Capita spesso nei ristoranti di trovare olio di Olgiate Olona, o Lumezzane, e vino sfuso, frizzantino o fermo, dell’ormai insopportabile chardonnay di qualche Tavernello che lo fornisce alla spina - questi, si spera, perché costano meno. Mentre i prezzi locali sono mediamente dimezzati, il calcolo non è difficile. E la qualità non è mortale, per esperienza ormai di troppi decenni: non è malato il latte, non lo è la carne, l’olio è sempre il migliore (per ogni categoria di prezzo), e per l’igiene delle conserve si spera in Dio, come per ogni conserva industriale. Sono prodotti peraltro di gusto. Perché tanto astio, allora?
È l’antipatia per il ritornante? È il gioco degli odi sottili nelle piccole comunità? È l’odio-di-sé.
Mettendoli insieme, il rifiuto-disprezzo di chi ritorna e il rifiuto del prodotto locale, il quadro non è più quello della stabilità contro l’abbandono, ancorché sbagliato, ma dei rifiuto di sé. Il sospetto e la critica di chi ritorna è, al fondo, di dispetto per un giudizio di Dio che avrebbe dovuto essere radicale e invece è compiacente: il ritorno è risentito come una debolezza.
Aspromonte
La “mangiata” vi è la suprema delizia, e la massima aspirazione, d’estate e d’inverno: strafogarsi di cibo. Talvolta in forma di schiticchiu, un banchetto tra soli uomini, che si cucinano alla brace del fuoco il maiale, l’agnello, o mettono a bollire la capra – cacciatori,camminatori, tagliaboschi, semplici amici.
La Montagna sorprende i (rari) visitatori. Perché è molto verde, con pinete e faggete estese e elevate, e sempre aperta - anche dove non vede il mare l’orizzonte è aperto. Mentre per i molti, ammesso che ne abbiano un’idea, l’Aspromonte è arido e anzi roccioso. Forse in ragione del nome. O il Sud è legato all’aridità.
Sulla “Gazzetta del sud” una gentile corrispondente fa l’elenco degli interventi antidroga in Aspromonte, due, dello squadrone eliportato dei carabinieri “Cacciatori di Calabria”. E l’Aspromonte dice uguale alla Colombia. Triplice ignoranza: dell’Aspromonte, della Colombia, e dello Squadrone Cacciatori. Ma la voglia di flagellarsi fa aggio.
Le piantagioni di canapa indiana scoperte in Aspromonte sono una di 95 piante e una di 133. A prezzo di quante ore di volo, e d’indennità di volo?
Si sa che la canapa è di coltivazione corrente, non solo nell’Aspromonte: a Perugia per esempio, a Siena, a Roma, dove i giovani in teoria studiano. Nell’Aspromonte, fino a una dozzina d’anni fa, tra San Luca e Delianuova, capitali dei sequestri di persona, passava liberamente per i paesi in fascioni sulle “Ape” scoppiettanti. I due business andavano insieme?
Nell’Aspromonte qualsiasi viaggiatore a piedi, specie se torrentista, sa dove sono le piantagioni vere di canapa indiana, chi le coltiva, quanto sono grandi, e quanti raccolti si fanno. Sa anche dove va il ricavato (in genere palazzi). Si fanno ogni agosto operazioni eliportate per altri motivi. Altri che non la distruzione della canapa indiana, o degli interessi che ci sono dietro: l’operatività che l’Arma misura, i telegiornali vuoti dell’estate, e le indennità di volo.
La tarantella è diventata un business, l’industria musicale probabilmente più fiorente in Italia. E un brand: non è idea da buttare eleggerla a soul del Sud, benché con qualche approssimazione. Solo resta fuori dal revival l’Aspromonte, anche se la sua tarantella, la tarantella aspromontana, è la più originale: tradizionale, antica, d’impatto emotivo. Un po’ perché dovrebbero studiarla e rilanciarla a Reggio Calabria, e Reggio sa poco dell’Aspromonte – ma di che sa Reggio? Di più perché il revival viene dalla coda, dal successo della pizzica salentina, non dalla tradizione.
È del resto nel Salento che invidiano e studiano la tarantella aspromontana.
In Calabria la tarantella aspromontana è lasciata alla ‘ndrangheta. È impossibile, di un ballo dalle tradizioni così remote, ma si scrivono libri per dirlo, anche di cultori della materia.
“Parla piano,\ mentre dorme l’Aspromonte,\ una lancia nel costato,\ cento spine sulla fronte”, canta Mujura in un suo rap sostenuto. Per finire: “Fuciliamo il padreterno,\ se rinasce non fa niente!”.
leuzzi@antiit.eu
sabato 17 settembre 2011
Alla patria ingrata, da Mary e Pound
Straordinaria contemporaneità di questa silloge, che accompagnò all’uscita la caduta del Muro e delle ideologie. “Un ponte fra due «sconfitte»” Mary dice il suo lavoro, cioè fra due culture elette che la rifiutavano, l’Italia e l’America. Ma avrebbe potuto dire tre “sconfitte”, poiché vi è molto delle non felix Austria, nelle specie del Tirolo – al cui antico, saggio, primitivismo però i soli versi stupefatti sono dedicati. Un lamento alla PATRIA INGRATA, l’Italia dell’ennesima eco dantesca, che nella sua prolungata fase di ottuso galleggiamento, nel dopoguerra che non finisce, ha dimenticato chi l’aveva eletta, Pound, e ignora chi vi è nato devoto, Mary nella fattispecie, figlia di Pound.
Non è un monumento, all’ingratitudine, perché al declino della curva della vita un rapporto diventa necessario, un ambiente, una tradizione. Sommesso è anche il persistente quesito della colpa e della discriminazione. Per chi, Pound, non fu che “un refuso del fascismo”, e in genere per gli “esiliati d’altra sponda”, chi non arde alle fiamme dell’ideologia. Che non è l’unica maniera di stare al mondo, non in America ma neanche in Europa – solo questo paese, sempre molto confessionale, non sa capirlo.
Mary de Rachewiltz, Polittico
Non è un monumento, all’ingratitudine, perché al declino della curva della vita un rapporto diventa necessario, un ambiente, una tradizione. Sommesso è anche il persistente quesito della colpa e della discriminazione. Per chi, Pound, non fu che “un refuso del fascismo”, e in genere per gli “esiliati d’altra sponda”, chi non arde alle fiamme dell’ideologia. Che non è l’unica maniera di stare al mondo, non in America ma neanche in Europa – solo questo paese, sempre molto confessionale, non sa capirlo.
Mary de Rachewiltz, Polittico
venerdì 16 settembre 2011
100 mila intercettazioni, uno scandalo
Centomila intercettazioni sono state dunque raccolte dal giudice Scelsi e dalla Guardia di Finanza di Bari contro Berlusconi: è una cifra paperoniana ma è un fatto. Dai risvolti tutti negativi, per la giustizia e la democrazia.
È una rete troppo larga e conferma che Berlusconi è sentito ovunque e con chiunque. Le intercettazioni si concentrano in un secondo momento, dove un fumo di scandalo emerge.
Centomila intercettazioni non rendono possibile la difesa, e non rendono possibile quindi un processo.
Centomila intercettazioni sono disposte solo a fini scandalistici – al tempo della controinformazione si sarebbe detto “provocatori”.
Il giudice Scelsi è dalemiano autoconclamato. E così il giudice Emiliano, sindaco dalemiano di Bari. Alla cui rielezione al ballottaggio tre anni fa Scelsi ha dato il contributo decisivo con le prime di queste intercettazioni, insieme con Fiorenza Sarzanini del “Corriere della sera”.
D’Alema è il presidente del Copasir, il comitato di controllo dei servizi segreti.
Si dichiarano 100 mila intercettazioni nel silenzio dei sindacati dei giudici, del Csm, del presidente della Repubblica che presiede il Csm.
La stampa celebra le 100 mila intercettazioni senza distinzioni come un fatto di libertà, e questo è il segnale vero dell’imbarbarimento dell’Italia. Non Berlusconi che va a puttane.
È una rete troppo larga e conferma che Berlusconi è sentito ovunque e con chiunque. Le intercettazioni si concentrano in un secondo momento, dove un fumo di scandalo emerge.
Centomila intercettazioni non rendono possibile la difesa, e non rendono possibile quindi un processo.
Centomila intercettazioni sono disposte solo a fini scandalistici – al tempo della controinformazione si sarebbe detto “provocatori”.
Il giudice Scelsi è dalemiano autoconclamato. E così il giudice Emiliano, sindaco dalemiano di Bari. Alla cui rielezione al ballottaggio tre anni fa Scelsi ha dato il contributo decisivo con le prime di queste intercettazioni, insieme con Fiorenza Sarzanini del “Corriere della sera”.
D’Alema è il presidente del Copasir, il comitato di controllo dei servizi segreti.
Si dichiarano 100 mila intercettazioni nel silenzio dei sindacati dei giudici, del Csm, del presidente della Repubblica che presiede il Csm.
La stampa celebra le 100 mila intercettazioni senza distinzioni come un fatto di libertà, e questo è il segnale vero dell’imbarbarimento dell’Italia. Non Berlusconi che va a puttane.
Malpensa, sperpero record
Potrebbe essere il più grosso spreco dell’Italia repubblicana, ma nessuno può saperne il costo. La Grande Malpensa è costata dal 1979, da quando il progetto è partito, a valori attualizzati, fra 4 e 5 miliardi, ma nessuno in realtà ha accesso ai costi. Che potrebbero anche essere stati il doppio, considerando le tante infrastrutture di servizio, autostrade, ferrovie, metanodotti, depositi petroliferi, etc, che il progetto contemplava. Nessuno studio ne è stato fatto. E forse non sarebbe possibile: i ministeri delle Infrastrutture e delle Attività Produttive, e la Regione Lombardia, non sanno quanto hanno speso. Di certo è che è stata una grande spesa per un grande, impensabile, fallimento: dopo aver portato al fallimento l’Alitalia, infatti, lo scalo è a tutti gli effetti irrecuperabile.
Malpensa vanta ancora due milioni di passeggeri l’anno, ma giusto perché ci fa scalo Easyjet, una low cost con pochi servizi a terra, che copre un terzo del traffico. Un traffico che non è comunque maggiore di quello di un aeroporto provinciale. Lufhansa e Air France, che ci avevano provato, tagliano i voli. Air France torna a Linate, Lufthasa sposterà altrove la piccola flotta che aveva stazionato a Malpensa. La Sea, la società di gestione, ha chiuso il 2010 in utile di ben 124 milioni, ma per trucchi contabili evidenti: il Comune di Milano, socio di maggioranza, non riesce a incassare la cedola, la quotazione della società è sempre rinviata. Ora si aspettano gli arabi, Emirates, Gulf, Etihad, ma con poche speranze – Malpensa non è una squadra di calcio inglese, è un buco nero.
Malpensa vanta ancora due milioni di passeggeri l’anno, ma giusto perché ci fa scalo Easyjet, una low cost con pochi servizi a terra, che copre un terzo del traffico. Un traffico che non è comunque maggiore di quello di un aeroporto provinciale. Lufhansa e Air France, che ci avevano provato, tagliano i voli. Air France torna a Linate, Lufthasa sposterà altrove la piccola flotta che aveva stazionato a Malpensa. La Sea, la società di gestione, ha chiuso il 2010 in utile di ben 124 milioni, ma per trucchi contabili evidenti: il Comune di Milano, socio di maggioranza, non riesce a incassare la cedola, la quotazione della società è sempre rinviata. Ora si aspettano gli arabi, Emirates, Gulf, Etihad, ma con poche speranze – Malpensa non è una squadra di calcio inglese, è un buco nero.
L’aeroporto di Milano pagato da Pantalone
Il 13 giugno 1988, alla vigilia della liberalizzazione del trasporto aereo, l’allora ammin istratore delegato di Alitalia Umberto Nordio lanciava l’allarme Malpensa in questi termini:
“Milano oggi è un dramma: la grande area industriale italiana, il maggior bacino di utenza per merci e per passeggeri, non ha un aeroporto internazionale di livello e non si vede quando ce l’avrà. “Fiumicino non è una soluzione. Il viaggiatore di Verona o di Bergamo preferirà spostarsi su Zurigo o Parigi, che per lui distano tanto quanto Roma, ma consentono un’ora di volo in meno verso il Nord Europa e gli Usa. Senza contare che il disservizio di Milano si riflette negativamente su tutta la nostra attività, con ritardi e disguidi.
“Un disastro. All’inizio probabilmente per errori di calcolo, sia sulla crescita del trasporto aereo sia sullo sviluppo di Linate, che invece oggi è in piena città, sia sulle tecnologie. Oggi le strumentazioni di Linate e i vincoli antirumore ne riducono il potenziale di tre quarti. A questo punto, deciso di fare la grande Malpensa, s’è aggiunto il problema dei soldi. La responsabilità in parte è dello Stato, che non ha capito che Milano era un problema per tutta l’Italia e ha dato al progetto Malpensa una dotazione iniziale insufficiente, poco più di 400 miliardi. Ma bisogna anche dire che Milano, a differenza di quanto noi abbiamo fatto a Fiumicino, ritiene che tutto debba essere a carico di Pantalone. Noi Fiumicino l’abbiamo rilanciato con investimenti d’impresa, perché è un business, che rende. Milano non s’è data una struttura e un’immagine d’impresa”.
“Milano oggi è un dramma: la grande area industriale italiana, il maggior bacino di utenza per merci e per passeggeri, non ha un aeroporto internazionale di livello e non si vede quando ce l’avrà. “Fiumicino non è una soluzione. Il viaggiatore di Verona o di Bergamo preferirà spostarsi su Zurigo o Parigi, che per lui distano tanto quanto Roma, ma consentono un’ora di volo in meno verso il Nord Europa e gli Usa. Senza contare che il disservizio di Milano si riflette negativamente su tutta la nostra attività, con ritardi e disguidi.
“Un disastro. All’inizio probabilmente per errori di calcolo, sia sulla crescita del trasporto aereo sia sullo sviluppo di Linate, che invece oggi è in piena città, sia sulle tecnologie. Oggi le strumentazioni di Linate e i vincoli antirumore ne riducono il potenziale di tre quarti. A questo punto, deciso di fare la grande Malpensa, s’è aggiunto il problema dei soldi. La responsabilità in parte è dello Stato, che non ha capito che Milano era un problema per tutta l’Italia e ha dato al progetto Malpensa una dotazione iniziale insufficiente, poco più di 400 miliardi. Ma bisogna anche dire che Milano, a differenza di quanto noi abbiamo fatto a Fiumicino, ritiene che tutto debba essere a carico di Pantalone. Noi Fiumicino l’abbiamo rilanciato con investimenti d’impresa, perché è un business, che rende. Milano non s’è data una struttura e un’immagine d’impresa”.
giovedì 15 settembre 2011
Ombre - 102
“Accompagnamento coatto” per una parte lesa? Perché Lepore non restituisce lo stipendio?
Va bene Napoli, va bene Berlusconi, un eccesso si può anche tollerare. Vanno bene anche i procuratori invadenti: sono una mafia e c’è solo da dissimulare e “scapolarla”, come si dice a Roma, in attesa di tempi migliori. Ma un Procuratore dello Stato ignorante della legge?
Un certo Paragone, che lavorava alla “Padania” e grazie a Berlusconi ha avuto una rubrica alla Rai, si merita mezza pagina sul “Corriere della sera”. Per dire che il ministro Brunetta è un arrogante. Giornalismo?
È vero che i beneficati di Berlusconi diventano i suoi peggiori nemici. Mario Orfeo, che con Berlusconi ha fatto il salto dal “Mattino” al Tg 2, ora fa al “Messaggero” il giornale più antiberlusconiano. Lo fa per Casini.
La procura di Parma spinge per le dimissioni del sindaco. Che invece resiste, benché gli stiano arrestando tutti gli assessori. E il motivo è semplice: tutto il “marcio” è partito con la denuncia e l’arresto del capo dei vigili urbani da parte della procuratrice Paola Dal Monte. Il cui marito briga da mesi per diventare lui il capo dei vigili urbani a Parma. Tutto questo è noto ma non si scrive – a parte qualche giornale locale. Dov’è lo scandalo?
“Primo giorno di protesta. «Ed è solo l’inizio»”, titola a tutta pagina il “Corriere della sera Roma” per l’inizio dell’anno scolastico. Mentre è stato una festa. Il “Corriere” fa terrorismo? Il “Corriere”?
Questa Gelmini fa anche fare lezione tutto il giorno fin dal primo giorno, otto, sei e cinque ore come da orario, non si salta un giorno, un turno, un’ora. Non è troppo stress per i ragazzi? Coraggio, “Corriere”, ancora uno sforzo.
Il giornalista Mentana arriva a Certaldo con l’elicottero per ritirare il premio Boccaccio. Con due ore di ritardo. Arbasino, che c’è arrivato in macchina il giorno prima, se ne va senza ritirarlo. Questa è l’Italia che si pretende di sinistra: arrogante.
Ne fa parte la stampa. Che di Arbasino ha scritto abbondante, di Mentana niente.
“La crisi è una cosa seria. Il governo italiano no”. La Cgil occupa piazza del Pantheon a Roma per ribadirlo, posto d’elezione dei turisti. Che rivendicazione è, far sapere all’estero che il governo italiano non è serio? È il provincialismo dell’ex Pci, che si assolve dell’incapacità mettendosi in linea con l’“Economist” e il “Financial Times”, gli araldi del mercato – della speculazione.
I turisti non si fermano, non guardano, evitano di gaurdare: penseranno, con Berlusconi, che dietro tante bandiere rosse l’Italia è piena di comunisti?
Si stracelebra l’11 settembre, Osama come un altro Hitler. Mentre si è taciuto il ventennale dell’unificazione tedesca – come, due anni fa, quello della caduta del Muro, il fatto fondante del Duemila. La buona coscienza ha sempre bisogno di un “Nemico”, Carl Schmitt non ha inventato nulla.
Un Luca Valdisserri, del “Corriere della sera Roma”, ha condotto per anni una battaglia diuturma contro i Sensi e la Roma, anche quando la squadra giocava bene e vinceva. Erano gli anni di Franco Baldini fuori dalla Roma, il grande accusatore del calcio italiano che finalmente s’è comprata una sua squadra, tramite l’“imprenditore” Usa DiBenedetto, senza pagarla. Luca Valdisserri esiste, non è uno pseudonimo. Ora non scrive più, che la Roma perde sempre, e male: s’è scoraggiato?
Ciampi fa al “Corriere della sera” un ritratto all’apparenza inverosimile di Jürgen Stark, rozzo, tracotante, razzista. Ma è vero: avrebbe potuto aggiungere che Stark è stato, al governo federale e nella Bce, l’uomo del mercato, cioè del”Financial Times”, insomma della speculazione.
In più, l’uomo è la Germania di Berlino, un banchiere popolare più di un attore, tanto confusa quanto violenta.
“Il terzo Polo: caso Stark campana a morto per palazzo Chigi”, annuncia trionfante “il Messaggero”, che del Polo è diventato l’araldo. Poi si dice che Casini, Fini e Rutelli prendono pochi voti.
Spiega Citati la Mondadori a Paolo Di Stefano: “Era un luogo infernale, dove la massima attività era litigare: Arnoldo litigava con Alberto, Alberto con Giorgio, le donne con gli uomini, tutti col padre. Si stava malissimo”. Poi arrivò Berlusconi, e “si respirò un’aria di grande libertà, perché non c’erano litigi interni e non c’era il padrone”. Non tutto il male viene per nuocere?
Kate, una pusher nigeriana in carcere a Castrovillari, ne esce eroina, della Calabria e dell’Italia. Commuove i giornali, evita l’estradizione, e avrà soggiorno, assistenza, lavoro, quello che si dice un futuro assicurato. Da un’idea di Franco Corbelli per una giustizia giusta: “In Nigeria mi lapideranno”. Un trucco inoffensivo, per riflessi positivi. Che però smuove insieme l’ignoranza, il pietismo e, chissà, la stupidità.
C’era, c’è, una Dc anche degli arbitri – come è sempre Dc la Federazione gioco calcio. Che al solito si autocelebra: Rosario Lo Bello celebra il padre Concetto, quello che inventò l’arbitro che “fa” le partite, fino a Collina, Farina etc. Concetto della Dc fu anche deputato, e a Montecitorio passava il tempo con l’interminabile aneddoto di come si era “fatto” la moglie di Agnelli – i Lo Bello sono siciliani.
Rosario si ricorda in un Roma-Juventus di coppa Italia, a fine stagione, di nessun interesse. Nel quale fece sbellicare dalle risate Platini e Boniek: appena il francese lanciava il polacco Rosario fischiava il fuorigioco. Diede alla Roma pure un rigore, affrettandosi a giustificarlo al democristiano della Juventus (Cabrini) – che Rampulla però parò. E la Roma perse tre a uno: sempre le dinastie finiscono male.
L’onorevole La Russa, capogruppo di un partito e ministro di un governo che i giudici combattono con ogni mezzo, anche illegale (“irrituale”), afferma ogni paio di giorni che la colpevolezza è stata “accertata dal sistema giudiziario tutto”. La colpevolezza di Battisti, l’ex terrorista che si proclama innocente dei quattro delitti per i quali è stato condannato all’ergastolo, in contumacia. Ultimamente La Russa aggiunge: “Credo che il solo fatto che Battisti apostrofi il sistema giudiziario con parolacce sia addirittura un reato”. Insomma, se non per omicidio condanniamolo per vilipendio.
La Russa è un ex, ma la giustizia (non) è ancora fascista? Però è vero che la mancata estradizione di Battisti è stata un atto politico, benché sancito dalla corte Costituzionale brasiliana. Di una sinistra che, avendo fallito la rivoluzione anche in Brasile, si rifà col potere.
Va bene Napoli, va bene Berlusconi, un eccesso si può anche tollerare. Vanno bene anche i procuratori invadenti: sono una mafia e c’è solo da dissimulare e “scapolarla”, come si dice a Roma, in attesa di tempi migliori. Ma un Procuratore dello Stato ignorante della legge?
Un certo Paragone, che lavorava alla “Padania” e grazie a Berlusconi ha avuto una rubrica alla Rai, si merita mezza pagina sul “Corriere della sera”. Per dire che il ministro Brunetta è un arrogante. Giornalismo?
È vero che i beneficati di Berlusconi diventano i suoi peggiori nemici. Mario Orfeo, che con Berlusconi ha fatto il salto dal “Mattino” al Tg 2, ora fa al “Messaggero” il giornale più antiberlusconiano. Lo fa per Casini.
La procura di Parma spinge per le dimissioni del sindaco. Che invece resiste, benché gli stiano arrestando tutti gli assessori. E il motivo è semplice: tutto il “marcio” è partito con la denuncia e l’arresto del capo dei vigili urbani da parte della procuratrice Paola Dal Monte. Il cui marito briga da mesi per diventare lui il capo dei vigili urbani a Parma. Tutto questo è noto ma non si scrive – a parte qualche giornale locale. Dov’è lo scandalo?
“Primo giorno di protesta. «Ed è solo l’inizio»”, titola a tutta pagina il “Corriere della sera Roma” per l’inizio dell’anno scolastico. Mentre è stato una festa. Il “Corriere” fa terrorismo? Il “Corriere”?
Questa Gelmini fa anche fare lezione tutto il giorno fin dal primo giorno, otto, sei e cinque ore come da orario, non si salta un giorno, un turno, un’ora. Non è troppo stress per i ragazzi? Coraggio, “Corriere”, ancora uno sforzo.
Il giornalista Mentana arriva a Certaldo con l’elicottero per ritirare il premio Boccaccio. Con due ore di ritardo. Arbasino, che c’è arrivato in macchina il giorno prima, se ne va senza ritirarlo. Questa è l’Italia che si pretende di sinistra: arrogante.
Ne fa parte la stampa. Che di Arbasino ha scritto abbondante, di Mentana niente.
“La crisi è una cosa seria. Il governo italiano no”. La Cgil occupa piazza del Pantheon a Roma per ribadirlo, posto d’elezione dei turisti. Che rivendicazione è, far sapere all’estero che il governo italiano non è serio? È il provincialismo dell’ex Pci, che si assolve dell’incapacità mettendosi in linea con l’“Economist” e il “Financial Times”, gli araldi del mercato – della speculazione.
I turisti non si fermano, non guardano, evitano di gaurdare: penseranno, con Berlusconi, che dietro tante bandiere rosse l’Italia è piena di comunisti?
Si stracelebra l’11 settembre, Osama come un altro Hitler. Mentre si è taciuto il ventennale dell’unificazione tedesca – come, due anni fa, quello della caduta del Muro, il fatto fondante del Duemila. La buona coscienza ha sempre bisogno di un “Nemico”, Carl Schmitt non ha inventato nulla.
Un Luca Valdisserri, del “Corriere della sera Roma”, ha condotto per anni una battaglia diuturma contro i Sensi e la Roma, anche quando la squadra giocava bene e vinceva. Erano gli anni di Franco Baldini fuori dalla Roma, il grande accusatore del calcio italiano che finalmente s’è comprata una sua squadra, tramite l’“imprenditore” Usa DiBenedetto, senza pagarla. Luca Valdisserri esiste, non è uno pseudonimo. Ora non scrive più, che la Roma perde sempre, e male: s’è scoraggiato?
Ciampi fa al “Corriere della sera” un ritratto all’apparenza inverosimile di Jürgen Stark, rozzo, tracotante, razzista. Ma è vero: avrebbe potuto aggiungere che Stark è stato, al governo federale e nella Bce, l’uomo del mercato, cioè del”Financial Times”, insomma della speculazione.
In più, l’uomo è la Germania di Berlino, un banchiere popolare più di un attore, tanto confusa quanto violenta.
“Il terzo Polo: caso Stark campana a morto per palazzo Chigi”, annuncia trionfante “il Messaggero”, che del Polo è diventato l’araldo. Poi si dice che Casini, Fini e Rutelli prendono pochi voti.
Spiega Citati la Mondadori a Paolo Di Stefano: “Era un luogo infernale, dove la massima attività era litigare: Arnoldo litigava con Alberto, Alberto con Giorgio, le donne con gli uomini, tutti col padre. Si stava malissimo”. Poi arrivò Berlusconi, e “si respirò un’aria di grande libertà, perché non c’erano litigi interni e non c’era il padrone”. Non tutto il male viene per nuocere?
Kate, una pusher nigeriana in carcere a Castrovillari, ne esce eroina, della Calabria e dell’Italia. Commuove i giornali, evita l’estradizione, e avrà soggiorno, assistenza, lavoro, quello che si dice un futuro assicurato. Da un’idea di Franco Corbelli per una giustizia giusta: “In Nigeria mi lapideranno”. Un trucco inoffensivo, per riflessi positivi. Che però smuove insieme l’ignoranza, il pietismo e, chissà, la stupidità.
C’era, c’è, una Dc anche degli arbitri – come è sempre Dc la Federazione gioco calcio. Che al solito si autocelebra: Rosario Lo Bello celebra il padre Concetto, quello che inventò l’arbitro che “fa” le partite, fino a Collina, Farina etc. Concetto della Dc fu anche deputato, e a Montecitorio passava il tempo con l’interminabile aneddoto di come si era “fatto” la moglie di Agnelli – i Lo Bello sono siciliani.
Rosario si ricorda in un Roma-Juventus di coppa Italia, a fine stagione, di nessun interesse. Nel quale fece sbellicare dalle risate Platini e Boniek: appena il francese lanciava il polacco Rosario fischiava il fuorigioco. Diede alla Roma pure un rigore, affrettandosi a giustificarlo al democristiano della Juventus (Cabrini) – che Rampulla però parò. E la Roma perse tre a uno: sempre le dinastie finiscono male.
L’onorevole La Russa, capogruppo di un partito e ministro di un governo che i giudici combattono con ogni mezzo, anche illegale (“irrituale”), afferma ogni paio di giorni che la colpevolezza è stata “accertata dal sistema giudiziario tutto”. La colpevolezza di Battisti, l’ex terrorista che si proclama innocente dei quattro delitti per i quali è stato condannato all’ergastolo, in contumacia. Ultimamente La Russa aggiunge: “Credo che il solo fatto che Battisti apostrofi il sistema giudiziario con parolacce sia addirittura un reato”. Insomma, se non per omicidio condanniamolo per vilipendio.
La Russa è un ex, ma la giustizia (non) è ancora fascista? Però è vero che la mancata estradizione di Battisti è stata un atto politico, benché sancito dalla corte Costituzionale brasiliana. Di una sinistra che, avendo fallito la rivoluzione anche in Brasile, si rifà col potere.
False notizie di guerra, sinistre
L’argomento fu materia di riflessione fra gli storici, da Marc Bloch in poi, le false notizie di guerra. Ma quelle diffuse dagli agenti inglesi contro Gheddafi - oggi abbiamo il colonnello in fuga sulla jeep invisibile, niente di meno, di marca fracese - seppure bevute dai grandi inviati italiani (solo da loro), non sono niente rispetto a quelle diffuse da Woodcock e Lepore, e ora dai media, la Rai berlusconiana compresa. Ieri la Rai ha certificato una sorta di guerriglia in centro a Roma davanti a Montecitorio. Mentre si è trattato del solito presidio di protesta allestito in un angolo della piazza da una quindicina d’anni, occupato a turno, con singolare disciplina, dai vari gruppi di protesta, dai Coldiretti agli Intrattabili. Essendo stati ieri negli stessi luoghi nelle stesse ore si può certificare ocularmente che non ci fu guerriglia – è troppo facile per gli operatori “restringere l’obiettivo” su quello che si vuole far vedere.
Nello stesso giorno il governo ha fatto un decreto contro le intercettazioni, Berlusconi l’ha portato da Napolitano e Napolitano l’ha bocciato. Chi ancora legge i giornali ha trovato oggi questa notizia, “Napolitano boccia il decreto intercettazioni”, in grosso in prima pagina. Mentre il governo non ha fatto il decreto, non poteva farlo, e forse non vuole neppure farlo – una corrente di pensiero sostiene che le intercettazioni giovano a Berlusconi, le illegalità.
Non da ieri, già da qualche giorno invece la Rete è invasa dai commenti sull’ultima probabile uscita di Berlusconi: “La Merkel è una culona inchiavabile”. Senza dire come e dove la cosa nasce. Ecco dove e come:
“Secondo alcune voci, che tuttavia non hanno trovato conferma, il premier avrebbe detto: 'La Merkel culona inchiavabile'.
“A quanto pare in Transatlantico due deputati…
“La voce ha cominciato a circolare ieri su Facebook…
“In Transatlantico due onorevoli si danno di gomito. "Ma la sai l'ultima? Berlusconi ha detto che la Merkel è una culona...”
La storia è nata sulla Rete. La Rete è piena di blogger di partito, retribuiti, eh sì, che si danno di gomito – erano quelli che telefonavano indignati la mattina alla rassegna stampa di Radio Tre, ora dirottati sui nuovi media. Poi Crozza da Mentana o Gruber, in attesa di Santoro e Litizzetto, ci fa l’imitazione, ElleKappa la vignetta, etc. Nelle radio di partito si pone l’angoscioso quesito: come l’avrà presa la Germania? Con risposte: l’ambasciatore ha protestato, la Merkel ha rifiutato d’incontrare Berlusconi, la “Bild” ha proposto di boicottare la pasta… Come la rivoluzione” del Cairo, o quella di Bengasi: c’è in questa sinistra italiana, europea, lasciata allo sbando una voglia di vendetta telefonica, che si accontenta di voci e immagini telefonate. Solo che l’Italia non è a fine regime.
È la fine del giornalismo? I grandi giornali annunciano oggi l’aumento dei lettori, mentre registrano sempre più tagli alle tirature e agli organici. E può essere un effetto della crisi, che si preferisce leggere i giornale degli altri, senza pagarlo. Ma può essere un’illusione - come ci calcolano i lettori? Mentre è un fatto che non si comprano più giornali. E un perché è chiaro: eccetto le fantanotizie non c’è nulla da leggere. Ma su quelle la Rete è imbattibile, a beneficio dei telefonici.
Nello stesso giorno il governo ha fatto un decreto contro le intercettazioni, Berlusconi l’ha portato da Napolitano e Napolitano l’ha bocciato. Chi ancora legge i giornali ha trovato oggi questa notizia, “Napolitano boccia il decreto intercettazioni”, in grosso in prima pagina. Mentre il governo non ha fatto il decreto, non poteva farlo, e forse non vuole neppure farlo – una corrente di pensiero sostiene che le intercettazioni giovano a Berlusconi, le illegalità.
Non da ieri, già da qualche giorno invece la Rete è invasa dai commenti sull’ultima probabile uscita di Berlusconi: “La Merkel è una culona inchiavabile”. Senza dire come e dove la cosa nasce. Ecco dove e come:
“Secondo alcune voci, che tuttavia non hanno trovato conferma, il premier avrebbe detto: 'La Merkel culona inchiavabile'.
“A quanto pare in Transatlantico due deputati…
“La voce ha cominciato a circolare ieri su Facebook…
“In Transatlantico due onorevoli si danno di gomito. "Ma la sai l'ultima? Berlusconi ha detto che la Merkel è una culona...”
La storia è nata sulla Rete. La Rete è piena di blogger di partito, retribuiti, eh sì, che si danno di gomito – erano quelli che telefonavano indignati la mattina alla rassegna stampa di Radio Tre, ora dirottati sui nuovi media. Poi Crozza da Mentana o Gruber, in attesa di Santoro e Litizzetto, ci fa l’imitazione, ElleKappa la vignetta, etc. Nelle radio di partito si pone l’angoscioso quesito: come l’avrà presa la Germania? Con risposte: l’ambasciatore ha protestato, la Merkel ha rifiutato d’incontrare Berlusconi, la “Bild” ha proposto di boicottare la pasta… Come la rivoluzione” del Cairo, o quella di Bengasi: c’è in questa sinistra italiana, europea, lasciata allo sbando una voglia di vendetta telefonica, che si accontenta di voci e immagini telefonate. Solo che l’Italia non è a fine regime.
È la fine del giornalismo? I grandi giornali annunciano oggi l’aumento dei lettori, mentre registrano sempre più tagli alle tirature e agli organici. E può essere un effetto della crisi, che si preferisce leggere i giornale degli altri, senza pagarlo. Ma può essere un’illusione - come ci calcolano i lettori? Mentre è un fatto che non si comprano più giornali. E un perché è chiaro: eccetto le fantanotizie non c’è nulla da leggere. Ma su quelle la Rete è imbattibile, a beneficio dei telefonici.
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mercoledì 14 settembre 2011
L’Europa al deliquio
Non c’è bisogno di andare sulla Luna, guardando il mondo dal rifugio in val di Funes, o in barca a Vulcano, prodigio di bellezze naturali ancora non distrutte, senza i giornali e senza il chiacchiericcio all news, è in un’Europa insensata che si ha le netta sensazione di stare. Il posto più ricco del mondo, con la metà, o tre quarti del patrimonio culturale dell’umanità (di quale umanità?), e una religione, la cristianità, che ha rivoluzionato il mondo, si è data un presidente, van Rompuy, che nessuno sa chi sia, cosa ha fatto, e se esista realmente, il nome stesso è in dubbio. Ha montato una burocrazia di falliti in casa: Bruxelles è un posto da ripescati, che si divertono, molto ben pagati e irresponsabili, a silurare questo e quello, l’olandese l’Italia, il tedesco la Grecia, e il greco la Finlandia. E la politica estera e di difesa ha affidato a una baronessa Ashton che sa, poco bene, solo l’inglese, giusto per commentare il tempo. Fa una guerra di centocinquant’anni fa alla Libia, compatita dai grandi veri della terra, che magari sorridendo le danno una mano. Dice che vuole difendere la sua moneta, l’euro, e ogni giorno tenta d’affossarla con improvvide dichiarazioni. Per stupidità più che per corruzione o collusione. Questo si fa infatti a opera della Germania, che al solito tenta di ascendere fra i grandi dell’universo, e non potendo distruggere altro punta sulla moneta.
Oppure no. La cattiva gestione europea del duo Merkel-Sarkozy sembra più incapacità personale che malafede nazionale. Forse: Sarkozy ha più volte dimostrato mancanza radicale di scrupoli, dalla politica matrimoniale a quella libica. Mentre Merkel, che pure qualche segno di capacità l’aveva dato, sta regolarmente perdendo da qualche tempo tutte le elezioni. È anche impensabile che una politica di rinvii su ogni decisione pro-euro non alimenti la speculazione - impossibile che solo il duo non lo sappia.
L’Italia si crogiola con la foja senile di Berlusconi, se gli costa e quanto – come tutta l’antipolitica, anche il re del genere vi era destinato ed è finito nel ridicolo. Mentre elimina tutte le valvole previdenziali al mercato del lavoro (prepensionamenti, anzianità, vecchiaia) e pretende l’immutabilità dell’occupazione, cioè il fallimento o la fuga delle aziende. S’immagina di fare la lotta all’evasione fiscale scovando ogni anno mille o diecimila insolventi, che poi vinceranno l’accertamento, e non l’economia in nero che la consuma. Impone il precariato anche nei servizi protetti, non esposti alla concorrenza internazionale, l’energia, le comunicazioni, la Rai, le banche. E si sta mangiando anche le ruote di scorta: non ci fu estate migliore di questa in tutto il millennio per ristoratori, albergatori e benzinai.
Oppure no. La cattiva gestione europea del duo Merkel-Sarkozy sembra più incapacità personale che malafede nazionale. Forse: Sarkozy ha più volte dimostrato mancanza radicale di scrupoli, dalla politica matrimoniale a quella libica. Mentre Merkel, che pure qualche segno di capacità l’aveva dato, sta regolarmente perdendo da qualche tempo tutte le elezioni. È anche impensabile che una politica di rinvii su ogni decisione pro-euro non alimenti la speculazione - impossibile che solo il duo non lo sappia.
L’Italia si crogiola con la foja senile di Berlusconi, se gli costa e quanto – come tutta l’antipolitica, anche il re del genere vi era destinato ed è finito nel ridicolo. Mentre elimina tutte le valvole previdenziali al mercato del lavoro (prepensionamenti, anzianità, vecchiaia) e pretende l’immutabilità dell’occupazione, cioè il fallimento o la fuga delle aziende. S’immagina di fare la lotta all’evasione fiscale scovando ogni anno mille o diecimila insolventi, che poi vinceranno l’accertamento, e non l’economia in nero che la consuma. Impone il precariato anche nei servizi protetti, non esposti alla concorrenza internazionale, l’energia, le comunicazioni, la Rai, le banche. E si sta mangiando anche le ruote di scorta: non ci fu estate migliore di questa in tutto il millennio per ristoratori, albergatori e benzinai.
Il socialismo della buona morte
L’ultimo socialista è Martin Schulz, ma giusto perché Belusconi l’ha chiamato “kapò”, aguzzino hitleriano. L’Internazionale Socialista magari si riunisce, ma nessuno sa a che proposito. È caduto il Muro col sovietismo, nel mentre che gli Usa lanciavano con la Cina e il resto dell’Asia la globalizzazione, ma i socialisti non se ne sono accorti. La caduta del socialismo in Italia è stata prodroma dell’eclisse del socialismo ovunque altrove: il socialismo si è inabissato con Craxi, ma l’evento era evidentemente maturo con la caduta del Muro. Nessun progetto da allora (l’ultimo è il progetto Delorso per l’Europa, 1993, sono quasi vent'anni e sembra una eternità), nessuna ricetta per il lavoro, l’occupazione, il reddito. Sono stati al governo a lungo, in Germania e in Gran Bretagna, ma a nessun effetto, se non favorire gli stati di crisi - i licenziamenti – e instaurare il precariato. E ancora oggi, dopo venti-venticinque anni di globalizzazione, non sanno che dire, se non asiatizzare l’occupazione, il solo lavoro minorile escluso. Per non dire del fantoccio mercato, che più di tutti sembra ipnotizzare proprio i socialisti. Soprattutto il mercato finanziario, che ci fa ballare da quattro anni e non sappiamo se ci lascerà ancora in piedi o tutti morti. L’unico socialismo che propone qualcosa è quello repubblicano-radicale dei diritti civili, o zapateriano: dei matrimoni gay e i cambiamenti di sesso. In attesa di poter sancire la buona morte, volontaria.
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martedì 13 settembre 2011
Problemi di base - 73
spock
Titani vecchi e giovani si scontrano alla Einaudi per la storia della letteratura. Per che?
Superbo, collerico, accidioso senza’altro, ma invidioso non si può dire, non c’è il termine ad quem, né lussurioso, con chi?, ma allora, Dio, chi li ha creati i vizi capitali?
Quando il Figlio decise di venire in terra, il Padre lo approvò? Perché, se no, la redenzione è un atto di ribellione.
La mano invisibile è quella di Dio? Perché, se no…
Perché i patriarchi sono santi lussuriosi?
Si dice Togliatti, ma non sarà il vecchio fascismo eterno?
Perché Mondadori funziona meglio con Berlusconi, e pure Einaudi?
Si espone Berlusconi ma si punta a Finmeccanica, via Tarantini? A noi!
Che ci stanno a fare i Carabinieri?
spock@antiit.eu
Titani vecchi e giovani si scontrano alla Einaudi per la storia della letteratura. Per che?
Superbo, collerico, accidioso senza’altro, ma invidioso non si può dire, non c’è il termine ad quem, né lussurioso, con chi?, ma allora, Dio, chi li ha creati i vizi capitali?
Quando il Figlio decise di venire in terra, il Padre lo approvò? Perché, se no, la redenzione è un atto di ribellione.
La mano invisibile è quella di Dio? Perché, se no…
Perché i patriarchi sono santi lussuriosi?
Si dice Togliatti, ma non sarà il vecchio fascismo eterno?
Perché Mondadori funziona meglio con Berlusconi, e pure Einaudi?
Si espone Berlusconi ma si punta a Finmeccanica, via Tarantini? A noi!
Che ci stanno a fare i Carabinieri?
spock@antiit.eu
Gli Usa terra promessa del socialismo
Le buone ragioni del socialismo, radicali. Compresa la resistenza armata. Una raccolta rinfrescante, si direbbe in americano: un ricostituente in quest’epoca di crisi, o demoralizzazione. Un reagente semplice al pensiero unico, cui il sovietismo con i suoi muri ha spalancato le porte. La mezza pagina sulla borghesia, alla 22, è perfetta: chiara, inoppugnabile. E c’è già il “mercato” di un secolo dopo (il mercato è immortale?), sempre in mezza pagina, alla 42.
Una corrente di pensiero a torto negletta voleva un secolo fa gli Usa la terra promessa del socialismo, per l’ugualitarismo delle leggi e della mentalità, l’indipendenza dell’opinione pubblica, o formazione delle idee, la forza organizzata degli operai e dei coltivatori. Mentre s’industriavano di diventare il bastione del capitalismo e dell’imperialismo – appropriandosi delle ragioni del socialismo, compresa la “resistenza armata”, nelle guerre alla Spagna, e già al Messico. Ma gli Usa sono paese sicuramente democratico, e ciò aggiunge al thrilling di questa lettura ritardata, di quasi un secolo.
Jack London è un utopista, e quindi politicamente scorretto. Goliah, “il piccolo gigante che intrappola il mondo suo malgrado nella felicità e nel sorriso” dell’appassionante racconto di fantapolitica dal titolo omonimo qui incluso, semplicemente uccide i recalcitranti: la sua bontà si vuole totalitari, assassina. Il racconto successivo, “Il papavero d’oro”, nato come parodia della proprietà, è una formidabile allegoria antidemocratica, della democrazia incapace di non distruggere la bellezza. Ma, è questa la sua “rivoluzione”, è veritiero.
Jack London, Rivoluzione, Mattioli 1885, pp. 188 + appendice ill., €16
Una corrente di pensiero a torto negletta voleva un secolo fa gli Usa la terra promessa del socialismo, per l’ugualitarismo delle leggi e della mentalità, l’indipendenza dell’opinione pubblica, o formazione delle idee, la forza organizzata degli operai e dei coltivatori. Mentre s’industriavano di diventare il bastione del capitalismo e dell’imperialismo – appropriandosi delle ragioni del socialismo, compresa la “resistenza armata”, nelle guerre alla Spagna, e già al Messico. Ma gli Usa sono paese sicuramente democratico, e ciò aggiunge al thrilling di questa lettura ritardata, di quasi un secolo.
Jack London è un utopista, e quindi politicamente scorretto. Goliah, “il piccolo gigante che intrappola il mondo suo malgrado nella felicità e nel sorriso” dell’appassionante racconto di fantapolitica dal titolo omonimo qui incluso, semplicemente uccide i recalcitranti: la sua bontà si vuole totalitari, assassina. Il racconto successivo, “Il papavero d’oro”, nato come parodia della proprietà, è una formidabile allegoria antidemocratica, della democrazia incapace di non distruggere la bellezza. Ma, è questa la sua “rivoluzione”, è veritiero.
Jack London, Rivoluzione, Mattioli 1885, pp. 188 + appendice ill., €16
lunedì 12 settembre 2011
La “Grecia” è l’Europa – con gli Usa
Si parla, in Italia, di un problema Grecia, per poter poi parlare di un problema Italia – la nostra opinione pubblica purtroppo ha ottica ristretta. Mentre i mercati sono in subbuglio, dichiaratamente, perché il debito pubblico europeo è aumentato: in solo quattro anni del 20 per cento. Senza contare, il debito della Kreditanstalt, la Cassa del Mezzogiorno tedesca per l’Est, che porterebbe la crescita al 25-26 per cento. Una “crescita” di cui l’Italia è colpevole per meno dell’1 per cento.
La crescita abnorme del differenziale fra i Btp italiani e i Bund tedeschi è solo una manovra speculativa dentro il grande sommovimento che sconquassa i mercati finanziari (si fa aggio della divisione politica dell’Italia e del partito dell’Indiscrezione, il “partito” giudici-giornali). I grandi capitali in realtà si tengono liquidi per paura del debito europeo, non di quello italiano. E del debito americano, che non è minore, e anzi supera quello europeo, in rapporto al pil e presto anche in assoluto – con una presidenza che sembra incapace di riportalo sotto controllo.
La crescita abnorme del differenziale fra i Btp italiani e i Bund tedeschi è solo una manovra speculativa dentro il grande sommovimento che sconquassa i mercati finanziari (si fa aggio della divisione politica dell’Italia e del partito dell’Indiscrezione, il “partito” giudici-giornali). I grandi capitali in realtà si tengono liquidi per paura del debito europeo, non di quello italiano. E del debito americano, che non è minore, e anzi supera quello europeo, in rapporto al pil e presto anche in assoluto – con una presidenza che sembra incapace di riportalo sotto controllo.
L’evasione è di base - l’economia in nero
Non si viene a capo dell’evasione fiscale in Italia perché non si vuole, non si può, venire a capo dell’economia in nero. La scienza delle Finanze è ferma da un cinquantennio di fronte a un fenomeno pur così grave perché rischierebbe di incidere su quello che a tutti i riguardi è un assetto sociale dell’Italia: l’economia in nero stimata attorno al 20 per cento del pil, e a questa misura corrisponde la stima del gettito fiscale mancante, fra i 120 e i 180 miliardi.
Sfuggono al fisco i servizi artigianali: meccanico, idraulico, elettricista, falegname, muratore. Buona parte ancora, malgrado la possibilità di deduzione delle relative spese, dei servizi sanitari. Per il noto, semplice, meccanismo: l’utente ha interesse a non pagare l’Iva, il percettore a celare il reddito effettivo. Nonché buona parte degli affitti: la registrazione comporta un canone più elevato. Si spiega in questo modo anche la relativa indifferenza a un’incidenza fiscale fra le più elevate al mondo, se non la più elevata. E sfugge la cosiddetta Nuova Economia, che si fa crescere esponenzialmente con le regole non dette del mercato del lavoro, delle partite Iva obbligate, di chi dev’essere pagato poco e occasionalmente – detti nuovi precari, ma già vecchi di vent’anni lavorativi.
L’argomento viene esaurito di solito imprecando ai ricchi che nascondono i capitali, talvolta all’estero. Ma i ricchi in realtà, che poi sono in gran parte banche e finanziarie di varia natura (questo perlomeno è quanto s’è visto con i due scudi fiscali” di Tremonti, il rientro agevolato dei capitali dall’estero) le tasse le pagano. Anche se non “tutte” – hanno consulenti altrettanto preparati e ovviamente più ingegnosi dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate. Quello che realmente fa la differenza è l’evasione “di massa”, o di base.
Sfuggono al fisco i servizi artigianali: meccanico, idraulico, elettricista, falegname, muratore. Buona parte ancora, malgrado la possibilità di deduzione delle relative spese, dei servizi sanitari. Per il noto, semplice, meccanismo: l’utente ha interesse a non pagare l’Iva, il percettore a celare il reddito effettivo. Nonché buona parte degli affitti: la registrazione comporta un canone più elevato. Si spiega in questo modo anche la relativa indifferenza a un’incidenza fiscale fra le più elevate al mondo, se non la più elevata. E sfugge la cosiddetta Nuova Economia, che si fa crescere esponenzialmente con le regole non dette del mercato del lavoro, delle partite Iva obbligate, di chi dev’essere pagato poco e occasionalmente – detti nuovi precari, ma già vecchi di vent’anni lavorativi.
L’argomento viene esaurito di solito imprecando ai ricchi che nascondono i capitali, talvolta all’estero. Ma i ricchi in realtà, che poi sono in gran parte banche e finanziarie di varia natura (questo perlomeno è quanto s’è visto con i due scudi fiscali” di Tremonti, il rientro agevolato dei capitali dall’estero) le tasse le pagano. Anche se non “tutte” – hanno consulenti altrettanto preparati e ovviamente più ingegnosi dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate. Quello che realmente fa la differenza è l’evasione “di massa”, o di base.
La celebrazione del giudice a episodi
Un libro d'editore: tThere racconti minori ripropongono su carta il filone “Boccaccio 70”, inventato dai produttori di cinema cinquant’anni fa per sfruttare le frattaglie di Fellini e Visconti. Con poche sorprese. Camilleri ha i suoi soliti caratteristi simpatici, ed è patriottico, forse in chiave di centocinquantenario: nel suo racconto si lavora “per i borboni”, oppure per “il nuovo Stato”, minuscole e maiuscole comprese. Lucarelli ribadisce, anche troppo svelto, che Pinelli morì alla tortura della finestra, e che la stazione di Bologna la fecero saltare i servizi segreti. Anche la sua “Bambina”, la giudice del titolo, è radicalmente anticonformista - chissà che ne pensa Camilleri, se ha letto il racconto del suo coautore. Mentre De Cataldo si pone il problema della sapienza del male. Dopo essersi inventato il filosofo polacco d’America Lecinsky per dire che il capitale è mafia. C’era bisogno di tre scrittori di qualità per dire tutto questo?
In copertina Lorenzo Mattotti vede il giudice sobrio e pensieroso. Questo è un bene, si vede che non è mai stato in un tribunale. Ma così sono i tre racconti: il giudice è sempre buono, gli altri malvagi.
Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli, Giudici, Einaudi, pp. 151 € 11
In copertina Lorenzo Mattotti vede il giudice sobrio e pensieroso. Questo è un bene, si vede che non è mai stato in un tribunale. Ma così sono i tre racconti: il giudice è sempre buono, gli altri malvagi.
Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli, Giudici, Einaudi, pp. 151 € 11
sabato 10 settembre 2011
Secondi pensieri - 75
zeulig
Antropologia – Ha il vizio di ridurre le scienze a precetti (storici, morali, sociali, culturali). Specie quelle classificatorie. È il caso, ora faticoso, oneroso, distruttivo, della mafia e l’antimafia. Delle categorie interpretative fa camicie di forza. Dal primitivismo (magia, ritmo, sangue) all’omertà.
Dio – “Si Deus unde malum?” è una sua limitazione. Il male non lo nega ma lo limita. Anche nel male: si prendano i vizi o peccati della chiesa, Dio si può dire superbo, collerico, accidioso, perfino avaro, ma non lussurioso o invidioso, non avrebbe di chi, e non si saprebbe immaginarlo goloso, un vizio puramente corporale. Da dove vengono queste passioni?
Con che fondamento si può dire il Grande Nichilista? Sua è l’ontologia che si cerca e il pensiero del niente, non il nichilismo ma la religione. Il Filosofo è il Creatore, che crea dal Nulla, si sa, magari ritirandosi un po’ e mettendoci del suo, lo zimzum d’Isacco Luria: sua, di Dio, è nella metafisica la coincidenza di essentia e existentia, pensiero e atto. Il fatto è che, da Platone a Heidegger, è tutto un girare attorno a Dio, a ciò che non sappiamo e non possiamo dire - il tormento del diavolo. E che Dio ha fatto zimzum a favore del diavolo, e poi l’ha lasciato invidioso.
Ma può essere che, alzandosi tardi, non si vedono che tramonti.
Il pio Lévinas ci vuole scontenti in mano a Dio. I filosofi di Dio sempre lì ci portano, ad abbandonare ogni scelta concreta, ad abbandonarsi. Al rifiuto: è questo il rifiuto totale, l’anarchia conseguente.
Filologia – Non è innocente, e può essere pericolosa. Con Stalin fu perfino assassina.
Filosofia - È come la chiesa, c’è più fede nella chimica, la fisica, la biologia, l’astronomia. Perfino nella storia, anche se incerta. E non è bene, non per la chimica, la fisica, la biologia, l’astronomia. Per la filosofia?
Non dialoga. Nulla di più sconclusionato, anzi stupido, di una tavola rotonda o un seminario filosofico. Ma, come il piombino del vecchio muratore, si può portare attorno all’oggetto a variabile profondità, compattando anche scandagli altrui.
Nichilismo – È una reazione a Hegel. Una fine d’epoca, non altro. Il mondo che esso nientifica è quello di Hegel e dell’American Dream. Un oggetto un po’ troppo semplice, del genere soprammobile, i nanetti in giardino.
Il nichilismo, è stato detto, è il risve-glio la mattina dopo una sbronza. Un misto di mal di testa, con forte pressione sui vasi oculari, e di mal di stomaco, e più per il sonno agitato che per l’alcol nel sangue. In inglese è hangover, una sorte di autoimpiccagione.
I nichilisti storici erano credenti fervidi, i primi, Bazarov, Arkadij, quelli di Turguenev, fiduciosi in un mondo migliore. Oppure no: è nichilismo, come Jacobi obiettò a Fichte, mettere l’Io al posto di Dio, farsi capetti.
“L’essenza del nichilismo consiste nell’incapacità di pensare il I”: Heidegger, che meglio l’ha pensato, dice che neppure nulla siamo. La verità è dunque l’utopia adolescenziale della dissoluzione – se “non siamo nulla” e “non siamo neppure nulla” sono la stessa cosa non sono grande pensiero.
“Il puro essere e il puro niente è dunque lo stesso”, diceva Hegel. Al solito frettoloso: è oppure sono? E puro in che senso? per essere puri bisogna pur essere.
Se non che l’inutilità è del mondo che da sei secoli è iperproduttivo. In questo senso la verità del secolo può ben dirsi antiumanista. Russia, Italia, Germania, Spagna, la politica assassina va al passo con la sfida al mondo insensato, che si bolla del sapere tecnico, come fare i kilotoni. Heideggerianamente il nazismo – libertà di servitù – è risposta inadeguata a sconfiggere il modello che combatte. Ecco l’indicibile del Filosofo del Novecento: la reticenza è rabbia.
La filosofia, dice san Paolo, è follia agli occhi di Dio. E Dio non è folle? Quando esattamente si dannò il diavolo? È importante. E perché i bambini non ne hanno paura? O perché c’è sempre qualcosa, se c’è solo il niente? E come si fa a annegare nel niente, pensandolo? Questa si è già sentita. Nietzsche avrebbe voluto scrivere, nelle sue “transvalutazioni”, una “critica della filosofia come movimento nichilistico”. Non l’ha fatta, ma è presto detta. Nessuno, Omero lo spiega, è un trucco, poiché è qui a raccontarla.
Dio come Adonai, che è assenza, trasmigra dalla Bibbia nella metafisica tedesca, Heidegger compreso. È questo il vero nichilismo, quello della devozione e dell’annullamento di sé, non le bestemmiole di Nietzsche e dei fanfaroni suoi epigoni - tutti figli peraltro di Hegel e Hölderlin ragazzi a Tubinga amanti di Dio: per negare Dio bisogna prima affermarlo, ecco la bestemmia.
Dio avrà pure creato il mondo, ma l’ha abbandonato a se stesso. Questo sarà blasfemo ma è scienza del divino. Anche se essa confina per Kant col comico. Dio non è il signore della storia. Cassata è l’innocenza: le nascite, le morti, il bene, il male, questi ghirigori non appartengono a Dio. Dio s’è ristretto lo diceva già Luria nella sua cabala. Per lo zimzum, moto entropico, buco nero teologale, macinadei, Dio si mette sempre più da parte, lasciando il posto al vuoto, al niente, e all’umanità.
La salvezza nella storia è l’ateismo degli ebrei, che pretendono d’accrescere Dio con l’umanità, l’eternità col tempo – familiari di Dio, spesso lo irridono, come ogni nonno. Il nichilismo è contro l’uomo: è rimettersi agli ordini di un essere che non è mai esistito, di nessuna idea, senza corpo e quindi senza identità. Del diavolo, per restare in tema. Che altro è il diavolo? Quello che induce al peggio. Senza contare che, se la verità è l’abbandono devoto in Dio, il diavolo è quanto di meglio l’uomo abbia escogitato.
Si può pure dire così: Heidegger e Freud non sono materialismo critico, o critica intelligente del mondo, sono il desiderio di finirla. Che compiaciuto si compiange.
Storia – Si può dire che occulta il reale: il proprio della storiografia è d’inventarselo. Ma non c’è altro reale: la materia è sfuggente, il Big Bang è già storia.
Tempo – “Poi” viene il tempo nella creazione, ma già c’era. Non si nasce in realtà, e non si muore, si è dentro il tempo. Anche prosaicamente, si è sempre affaccendati, anche nell’ozio. Ma questo annulla il tempo: lo dilata, lo accorcia.
Il tempo è comprimibile, sia facendo che non facendo, e in durata – memoria, fantasia, ricostruzione – è estensibile senza limiti. Ma il tempo è senza capo né coda, la stessa storia ha problemi a definirsi di un tempo preciso, e quindi non è.
È questo il senso della vita. O della morte. L’eternullità che ha inventato Laforgue. O Falkenfeld, il kantiano: “Non posso credere che gli avvenimenti del mondo influiscano minimamente sulle nostre parti trascendentali” - che per questo non si può dire morto, dimenticato.
zeulig@antiit.eu
Antropologia – Ha il vizio di ridurre le scienze a precetti (storici, morali, sociali, culturali). Specie quelle classificatorie. È il caso, ora faticoso, oneroso, distruttivo, della mafia e l’antimafia. Delle categorie interpretative fa camicie di forza. Dal primitivismo (magia, ritmo, sangue) all’omertà.
Dio – “Si Deus unde malum?” è una sua limitazione. Il male non lo nega ma lo limita. Anche nel male: si prendano i vizi o peccati della chiesa, Dio si può dire superbo, collerico, accidioso, perfino avaro, ma non lussurioso o invidioso, non avrebbe di chi, e non si saprebbe immaginarlo goloso, un vizio puramente corporale. Da dove vengono queste passioni?
Con che fondamento si può dire il Grande Nichilista? Sua è l’ontologia che si cerca e il pensiero del niente, non il nichilismo ma la religione. Il Filosofo è il Creatore, che crea dal Nulla, si sa, magari ritirandosi un po’ e mettendoci del suo, lo zimzum d’Isacco Luria: sua, di Dio, è nella metafisica la coincidenza di essentia e existentia, pensiero e atto. Il fatto è che, da Platone a Heidegger, è tutto un girare attorno a Dio, a ciò che non sappiamo e non possiamo dire - il tormento del diavolo. E che Dio ha fatto zimzum a favore del diavolo, e poi l’ha lasciato invidioso.
Ma può essere che, alzandosi tardi, non si vedono che tramonti.
Il pio Lévinas ci vuole scontenti in mano a Dio. I filosofi di Dio sempre lì ci portano, ad abbandonare ogni scelta concreta, ad abbandonarsi. Al rifiuto: è questo il rifiuto totale, l’anarchia conseguente.
Filologia – Non è innocente, e può essere pericolosa. Con Stalin fu perfino assassina.
Filosofia - È come la chiesa, c’è più fede nella chimica, la fisica, la biologia, l’astronomia. Perfino nella storia, anche se incerta. E non è bene, non per la chimica, la fisica, la biologia, l’astronomia. Per la filosofia?
Non dialoga. Nulla di più sconclusionato, anzi stupido, di una tavola rotonda o un seminario filosofico. Ma, come il piombino del vecchio muratore, si può portare attorno all’oggetto a variabile profondità, compattando anche scandagli altrui.
Nichilismo – È una reazione a Hegel. Una fine d’epoca, non altro. Il mondo che esso nientifica è quello di Hegel e dell’American Dream. Un oggetto un po’ troppo semplice, del genere soprammobile, i nanetti in giardino.
Il nichilismo, è stato detto, è il risve-glio la mattina dopo una sbronza. Un misto di mal di testa, con forte pressione sui vasi oculari, e di mal di stomaco, e più per il sonno agitato che per l’alcol nel sangue. In inglese è hangover, una sorte di autoimpiccagione.
I nichilisti storici erano credenti fervidi, i primi, Bazarov, Arkadij, quelli di Turguenev, fiduciosi in un mondo migliore. Oppure no: è nichilismo, come Jacobi obiettò a Fichte, mettere l’Io al posto di Dio, farsi capetti.
“L’essenza del nichilismo consiste nell’incapacità di pensare il I”: Heidegger, che meglio l’ha pensato, dice che neppure nulla siamo. La verità è dunque l’utopia adolescenziale della dissoluzione – se “non siamo nulla” e “non siamo neppure nulla” sono la stessa cosa non sono grande pensiero.
“Il puro essere e il puro niente è dunque lo stesso”, diceva Hegel. Al solito frettoloso: è oppure sono? E puro in che senso? per essere puri bisogna pur essere.
Se non che l’inutilità è del mondo che da sei secoli è iperproduttivo. In questo senso la verità del secolo può ben dirsi antiumanista. Russia, Italia, Germania, Spagna, la politica assassina va al passo con la sfida al mondo insensato, che si bolla del sapere tecnico, come fare i kilotoni. Heideggerianamente il nazismo – libertà di servitù – è risposta inadeguata a sconfiggere il modello che combatte. Ecco l’indicibile del Filosofo del Novecento: la reticenza è rabbia.
La filosofia, dice san Paolo, è follia agli occhi di Dio. E Dio non è folle? Quando esattamente si dannò il diavolo? È importante. E perché i bambini non ne hanno paura? O perché c’è sempre qualcosa, se c’è solo il niente? E come si fa a annegare nel niente, pensandolo? Questa si è già sentita. Nietzsche avrebbe voluto scrivere, nelle sue “transvalutazioni”, una “critica della filosofia come movimento nichilistico”. Non l’ha fatta, ma è presto detta. Nessuno, Omero lo spiega, è un trucco, poiché è qui a raccontarla.
Dio come Adonai, che è assenza, trasmigra dalla Bibbia nella metafisica tedesca, Heidegger compreso. È questo il vero nichilismo, quello della devozione e dell’annullamento di sé, non le bestemmiole di Nietzsche e dei fanfaroni suoi epigoni - tutti figli peraltro di Hegel e Hölderlin ragazzi a Tubinga amanti di Dio: per negare Dio bisogna prima affermarlo, ecco la bestemmia.
Dio avrà pure creato il mondo, ma l’ha abbandonato a se stesso. Questo sarà blasfemo ma è scienza del divino. Anche se essa confina per Kant col comico. Dio non è il signore della storia. Cassata è l’innocenza: le nascite, le morti, il bene, il male, questi ghirigori non appartengono a Dio. Dio s’è ristretto lo diceva già Luria nella sua cabala. Per lo zimzum, moto entropico, buco nero teologale, macinadei, Dio si mette sempre più da parte, lasciando il posto al vuoto, al niente, e all’umanità.
La salvezza nella storia è l’ateismo degli ebrei, che pretendono d’accrescere Dio con l’umanità, l’eternità col tempo – familiari di Dio, spesso lo irridono, come ogni nonno. Il nichilismo è contro l’uomo: è rimettersi agli ordini di un essere che non è mai esistito, di nessuna idea, senza corpo e quindi senza identità. Del diavolo, per restare in tema. Che altro è il diavolo? Quello che induce al peggio. Senza contare che, se la verità è l’abbandono devoto in Dio, il diavolo è quanto di meglio l’uomo abbia escogitato.
Si può pure dire così: Heidegger e Freud non sono materialismo critico, o critica intelligente del mondo, sono il desiderio di finirla. Che compiaciuto si compiange.
Storia – Si può dire che occulta il reale: il proprio della storiografia è d’inventarselo. Ma non c’è altro reale: la materia è sfuggente, il Big Bang è già storia.
Tempo – “Poi” viene il tempo nella creazione, ma già c’era. Non si nasce in realtà, e non si muore, si è dentro il tempo. Anche prosaicamente, si è sempre affaccendati, anche nell’ozio. Ma questo annulla il tempo: lo dilata, lo accorcia.
Il tempo è comprimibile, sia facendo che non facendo, e in durata – memoria, fantasia, ricostruzione – è estensibile senza limiti. Ma il tempo è senza capo né coda, la stessa storia ha problemi a definirsi di un tempo preciso, e quindi non è.
È questo il senso della vita. O della morte. L’eternullità che ha inventato Laforgue. O Falkenfeld, il kantiano: “Non posso credere che gli avvenimenti del mondo influiscano minimamente sulle nostre parti trascendentali” - che per questo non si può dire morto, dimenticato.
zeulig@antiit.eu
Premafiosità, c’è chi non passa l’esame
Umberto Santino, animatore del Centro Giuseppe Impastato, il primo centro studi sui fenomeni mafiosi in Italia, specie dei legami tra politica, affari e mafia, approfondisce qui il suo concetto di “premafiosità”. Che definisce come “quei fenomeni che mostrano come la violenza privata venga usata come mezzo di arricchimento e di dominio”. I fenomeni sono le grassazioni, l’abuso di potere, se non il terrorismo, la violenza generalizzata, e l’impunità garantita dal potere, compresa la stessa giustizia. Che Santino spiega attraverso il riutilizzo di documenti d’epoca, dal Cinquecento in poi, pubblicati ma inosservati: le lettere di Montalto, delegato fiscale a Palermo, a Carlo V, la giustizia privata, il brigantaggio urbano, il “teatro” dei Beati paoli, i “pugnalatori di Palermo”, e altre succose storie.
Lo studioso, che ai fenomeni mafiosi ha dedicato molte riflessioni da contemporaneista, in particolare ai legami mafia-politica da Portella della Ginestra e Lima-Andreotti, è ben attento a non cadere nell’anacronismo, che la storia fa tutta uguale. Sulla base del semplice presupposto: “Perché altrove fenomeni completamente o parzialmente assimilabili sono abortiti e solo in aree determinate hanno dato i frutti che sappiamo?” Nella domanda c’è una prima risposta: perché altrove questi fenomeni sono stati: 1) contrastati, 2) deviati, 3) canalizzati nella legalità. La risposta Santino cerca invece “nelle condizioni e nelle forme specifiche in cui si sono configurati i processi di transizione dal feudalesimo al capitalismo e di formazione dello Stato, e si è articolata l’interazione tra fenomeni criminali e dinamiche economiche e di potere”. Ma le mafie sono congruenti a queste dinamiche?
La premafiosità bordeggia, modernamente, tutta la storia del capitalismo, dell’Europa, dell’Occidente – anticamente e altrove, prima e fuori dello stato di diritto, tutta la storia. Il concetto cioè finisce all’omologazione, alla sterilizzazione della funzione politica - di governo, e di giustizia, o repressione. Circoscrivere non è in questo caso operazione ideologica, diminutiva della forza della mafia e quindi assolutoria e complice, ma di efficienza, di repressione efficace. Si studia la mafia per reprimerla, con la mafia la guerra è sempre aperta, circoscrivendo e non allargando, benché con realismo, il fronte. La premafiosità può servire come Santino la usa, come esame per (non) passare alla mafiosità.
Umberto Santino, La cosa e il nome, Rubbettino, pp. 248 €12,39
Lo studioso, che ai fenomeni mafiosi ha dedicato molte riflessioni da contemporaneista, in particolare ai legami mafia-politica da Portella della Ginestra e Lima-Andreotti, è ben attento a non cadere nell’anacronismo, che la storia fa tutta uguale. Sulla base del semplice presupposto: “Perché altrove fenomeni completamente o parzialmente assimilabili sono abortiti e solo in aree determinate hanno dato i frutti che sappiamo?” Nella domanda c’è una prima risposta: perché altrove questi fenomeni sono stati: 1) contrastati, 2) deviati, 3) canalizzati nella legalità. La risposta Santino cerca invece “nelle condizioni e nelle forme specifiche in cui si sono configurati i processi di transizione dal feudalesimo al capitalismo e di formazione dello Stato, e si è articolata l’interazione tra fenomeni criminali e dinamiche economiche e di potere”. Ma le mafie sono congruenti a queste dinamiche?
La premafiosità bordeggia, modernamente, tutta la storia del capitalismo, dell’Europa, dell’Occidente – anticamente e altrove, prima e fuori dello stato di diritto, tutta la storia. Il concetto cioè finisce all’omologazione, alla sterilizzazione della funzione politica - di governo, e di giustizia, o repressione. Circoscrivere non è in questo caso operazione ideologica, diminutiva della forza della mafia e quindi assolutoria e complice, ma di efficienza, di repressione efficace. Si studia la mafia per reprimerla, con la mafia la guerra è sempre aperta, circoscrivendo e non allargando, benché con realismo, il fronte. La premafiosità può servire come Santino la usa, come esame per (non) passare alla mafiosità.
Umberto Santino, La cosa e il nome, Rubbettino, pp. 248 €12,39
venerdì 9 settembre 2011
Il malato d’Europa è la Germania
Non è un problema dell’uovo e della gallina, di chi viene prima, qui il fatto è evidente, ed è che la Germania non ha digerito la Banca centrale europea, che in pochi mesi ha attaccato con due dimissioni eccellenti, dopo una serie di autorevoli indiscrezioni critiche, di Weber e di Stark, e le critiche del presidente della Bundesbank Weidmann. Il quale non parla, politico di fresca nomina, consulente di Angela Merkel, ma fa: vendendo e facendo vendere il Btp italiano – dal Btp non si può passare che al Bund tedesco, che così costa sempre meno (ed è solo uno degli artifici, non il peggiore, per evitare che la Germania debba dichiarare un debito pari al pil).
Il fatto è che non c’è speculazione nei mercati. Non così determinante come si dice. I mercati sono manipolati dalla politica europea, cioè tedesca, e gli operatori non fanno altro che porre un’attenzione un po’ più vigile ai fatti della politica. O meglio: la speculazione c’è, ma è solidamente impiantata sulla politica della Germania.
Si può arguire al contrario tutto quello che si vuole. Che non c’è “Germania” senza il suo feudo europeo. Che Stark, Weber e Weidmann non sono la Germania. Che la Germania ha accettato perfino la presidenza di un italiano alla Bce, Mario Draghi. E che sta facendo quello che deve col Fondo europeo d’intervento a difesa dell’euro. Come si può arguire per la verità che la Merkel non è Kohl, che la Germania di Berlino non è quella di Bonn, non è europeista, anche perché il Muro è caduto e la Germania non ha più paura, e che la Germania usa trucchi colossali per camuffare il suo debito. Ma il fatto parla chiaro: la Germania ha assistito e assiste la Grecia perché è una sorta di Land tedesco fuori le mura, delle banche e assicurazioni tedesche.
Un banchiere che si dimette platealmente, mentre i mercati sono in fermento, a mezzo di una sessione di Borsa, sa che cosa fa: sabotaggio. Questo a Stark non si può rimproverare, perché è tedesco. E il problema è proprio questo: all’origine c’era la Grecia, ma poi, e sono tra poco due anni, c’è stata la Germania.
Weber e Stark hanno alimentato per un anno, ccon indiscrezioni e con tutto l’apparato della Bundesbank, la speculazione. Hanno opposto ogni resistenza al consolidamento europeo di una parte del debito, gli eurobond. E hanno creato, letteralmente, il “caso Italia”, che è quanto dire la fine dell’euro. L’hanno creata con indiscrezioni e con lettere di diffida. Che un banchiere sa bene che cosa significano. Si dice: è la sensibilità eccessiva della Germania ai fatti monetari. No, è un attacco, determinato, perfino cattivo nei termini, alla solvibilità dell’Italia. Fino a quell’incredibile spread tra il Bund tedesco e il Btp italiano che niente giustifica. Si dice anche la le sorti della Germania sono legate all’euro e quindi all’Italia. Ma non è vero.
Il fatto è che non c’è speculazione nei mercati. Non così determinante come si dice. I mercati sono manipolati dalla politica europea, cioè tedesca, e gli operatori non fanno altro che porre un’attenzione un po’ più vigile ai fatti della politica. O meglio: la speculazione c’è, ma è solidamente impiantata sulla politica della Germania.
Si può arguire al contrario tutto quello che si vuole. Che non c’è “Germania” senza il suo feudo europeo. Che Stark, Weber e Weidmann non sono la Germania. Che la Germania ha accettato perfino la presidenza di un italiano alla Bce, Mario Draghi. E che sta facendo quello che deve col Fondo europeo d’intervento a difesa dell’euro. Come si può arguire per la verità che la Merkel non è Kohl, che la Germania di Berlino non è quella di Bonn, non è europeista, anche perché il Muro è caduto e la Germania non ha più paura, e che la Germania usa trucchi colossali per camuffare il suo debito. Ma il fatto parla chiaro: la Germania ha assistito e assiste la Grecia perché è una sorta di Land tedesco fuori le mura, delle banche e assicurazioni tedesche.
Un banchiere che si dimette platealmente, mentre i mercati sono in fermento, a mezzo di una sessione di Borsa, sa che cosa fa: sabotaggio. Questo a Stark non si può rimproverare, perché è tedesco. E il problema è proprio questo: all’origine c’era la Grecia, ma poi, e sono tra poco due anni, c’è stata la Germania.
Weber e Stark hanno alimentato per un anno, ccon indiscrezioni e con tutto l’apparato della Bundesbank, la speculazione. Hanno opposto ogni resistenza al consolidamento europeo di una parte del debito, gli eurobond. E hanno creato, letteralmente, il “caso Italia”, che è quanto dire la fine dell’euro. L’hanno creata con indiscrezioni e con lettere di diffida. Che un banchiere sa bene che cosa significano. Si dice: è la sensibilità eccessiva della Germania ai fatti monetari. No, è un attacco, determinato, perfino cattivo nei termini, alla solvibilità dell’Italia. Fino a quell’incredibile spread tra il Bund tedesco e il Btp italiano che niente giustifica. Si dice anche la le sorti della Germania sono legate all’euro e quindi all’Italia. Ma non è vero.
Di fascista c’è la stampa - dopo la giustizia
Tutti i giornali hanno aperto oggi con una “falsa” notizia, sapendo che era falsa: “Bufera Lavitola sul premier”, “Berlusconi, nuova bufera”, “Premier al telefono, un caso”, etc. Tutti i grandi giornali, “Il Fatto Quotidiano”, i giornali della catena Caltagirone, quelli della catena Riffeser. È la giornata della “manovra” salva euro, ma la notizia è questa.
La notizia è stata congegnata in modo che Berlusconi consigliasse all’affarista Lavitola, sapendo che un provvedimento di carcerazione lo attendeva in Italia, di restare all’estero. Mentre non c’è nulla di tutto questo, Berlusconi al contrario sdrammatizza la vicenda. La quale scoppierà una settimana dopo.
Con la stessa tecnica con la quale la notizia è stata “costruita”, si può anche dire che gli arresti di Lavitola e Tarantini sono stati disposti “dopo” l’intercettazione di questa telefonata. Si dispone l’arresto sulla base di questa telefonata, in modo da poter imputare al presidente del consiglio due reati: il favoreggiamento, lo spionaggio sulla Procura di Napoli. Una “notizia” che vale l’altra, con qualche fondamento però: l’allegra gestione dei fatti giudiziari nella Procura napoletana di Giandomenico Lepore.
Si discute molto di fascismo in Italia, per il conflitto d’interessi che vede Berlusconi insieme presidente del consiglio e maggior editore. Ma non c’è fascismo nelle aziende di Berlusconi, e sicuramente non nella sua maniera di gestire il governo, imputabile semmai di vaghezza e arrendevolezza e non di autoritarismo. Mentre di fascista in termini propri c’è Woodcock, il giudice napoletano che anima questa fase delle inchieste contro Berlusconi. Legato, come il suo capo Lepore, a Fini. Fascista è anche la costruzione di questi “scandali”, il chiama e rispondi tra Berlusconi e i giudici napoletani: Berlusconi sa benissimo di essere intercettato anche sulla tazza del gabinetto, e non è uno che dice a un Lavitola quello che non vuole dire. E la stampa che, senza saperlo?, se ne fa paladina.
Si fa del resto torto alla stampa definendola fascista senza alcun riferimento alla giustizia. Che invece del fascismo si fa manto, fino agli ermellini e alle eccellenze. Senza contare che il giornalista, benché pieno di sé, non ha l’auto aziendale, di marca, corazzata, con autista, ventiquattro ore al giorno. Che il giudice invece ha, anche il sostituto della più modesta Procura di provincia, grazie all’uso generalizzato delle scorte, a un costo che supera abbondantemente quello di ogni altra casta - il vecchio “attendente” che la democrazia aveva cancellato, con ogni servizio meniale, di tipo schiavistico, che era il segno distintivo dei NN.HH. della crosiana Nuova Italia.
La notizia è stata congegnata in modo che Berlusconi consigliasse all’affarista Lavitola, sapendo che un provvedimento di carcerazione lo attendeva in Italia, di restare all’estero. Mentre non c’è nulla di tutto questo, Berlusconi al contrario sdrammatizza la vicenda. La quale scoppierà una settimana dopo.
Con la stessa tecnica con la quale la notizia è stata “costruita”, si può anche dire che gli arresti di Lavitola e Tarantini sono stati disposti “dopo” l’intercettazione di questa telefonata. Si dispone l’arresto sulla base di questa telefonata, in modo da poter imputare al presidente del consiglio due reati: il favoreggiamento, lo spionaggio sulla Procura di Napoli. Una “notizia” che vale l’altra, con qualche fondamento però: l’allegra gestione dei fatti giudiziari nella Procura napoletana di Giandomenico Lepore.
Si discute molto di fascismo in Italia, per il conflitto d’interessi che vede Berlusconi insieme presidente del consiglio e maggior editore. Ma non c’è fascismo nelle aziende di Berlusconi, e sicuramente non nella sua maniera di gestire il governo, imputabile semmai di vaghezza e arrendevolezza e non di autoritarismo. Mentre di fascista in termini propri c’è Woodcock, il giudice napoletano che anima questa fase delle inchieste contro Berlusconi. Legato, come il suo capo Lepore, a Fini. Fascista è anche la costruzione di questi “scandali”, il chiama e rispondi tra Berlusconi e i giudici napoletani: Berlusconi sa benissimo di essere intercettato anche sulla tazza del gabinetto, e non è uno che dice a un Lavitola quello che non vuole dire. E la stampa che, senza saperlo?, se ne fa paladina.
Si fa del resto torto alla stampa definendola fascista senza alcun riferimento alla giustizia. Che invece del fascismo si fa manto, fino agli ermellini e alle eccellenze. Senza contare che il giornalista, benché pieno di sé, non ha l’auto aziendale, di marca, corazzata, con autista, ventiquattro ore al giorno. Che il giudice invece ha, anche il sostituto della più modesta Procura di provincia, grazie all’uso generalizzato delle scorte, a un costo che supera abbondantemente quello di ogni altra casta - il vecchio “attendente” che la democrazia aveva cancellato, con ogni servizio meniale, di tipo schiavistico, che era il segno distintivo dei NN.HH. della crosiana Nuova Italia.
giovedì 8 settembre 2011
Quando Kohl impiccò l’Italia all’euro – 2
Quindici anni fa di questi giorni si decidevano quindici anni di ristrettezze, come il diario del sito documenta:
“A Valencia, parlando con Aznar, Prodi ha capito che non c’è alcuna possibilità di ammorbidire i parametri di Maastricht. Né chiedere “un anno” di ritardo per l’adesione all’euro. Come autorevolmente suggerito dalla Germania, o meglio da Francoforte, dalla Bundesbank dell’ex ministro Tietmeyer.
“Aznar sa per certo che Kohl vuole Italia e Spagna dentro fin da subito, alle stesse condizioni degli altri - non vuole favorire la concorrenza di chi resta fuori. Prodi dovrà per questo letteralmente stroncare l’Italia, raddoppiando la “manovra”, cioè i tagli alla spesa, pubblica e privata (meno spesa pubblica più tasse), da 32,5 a 62,5 miliardi.
“In un paese che ha già perso per la globalizzazione due milioni di posti di lavoro in due anni, è un atto di saggezza o un suicidio? L’Europa dev’essere un’occasione o la fine del mondo?”
“A Valencia, parlando con Aznar, Prodi ha capito che non c’è alcuna possibilità di ammorbidire i parametri di Maastricht. Né chiedere “un anno” di ritardo per l’adesione all’euro. Come autorevolmente suggerito dalla Germania, o meglio da Francoforte, dalla Bundesbank dell’ex ministro Tietmeyer.
“Aznar sa per certo che Kohl vuole Italia e Spagna dentro fin da subito, alle stesse condizioni degli altri - non vuole favorire la concorrenza di chi resta fuori. Prodi dovrà per questo letteralmente stroncare l’Italia, raddoppiando la “manovra”, cioè i tagli alla spesa, pubblica e privata (meno spesa pubblica più tasse), da 32,5 a 62,5 miliardi.
“In un paese che ha già perso per la globalizzazione due milioni di posti di lavoro in due anni, è un atto di saggezza o un suicidio? L’Europa dev’essere un’occasione o la fine del mondo?”
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (100)
Giuseppe Leuzzi
Mafia
Zdenek Zeman diceva al “Corriere della sera”, quando ancora poteva parlare, il 25 ottobre 2004: “La mafia è un problema di tutti, ma nel Meridione le hanno dato un nome, a Milano o a Torino ancora no”.
Salvemini, deputato socialista, poteva scrivere nel 1922: “Lo Stato Estero che interviene costantemente nel Mezzogiorno è l’Italia Settentrionale”. Siamo reduci da venti anni di governo incontrastato del Nord, anzi di Milano, e l’Italia è in mutande. Ma, fra le tantissime pagine che si dedicano alla crisi, questo ragionamento non viene neanche accennato, neanche per scherzo.
Il ripetitore di Cosoleto serve la telefonia mobile di una vasta zona sopra la piana di Gioia Tauro. Ogni due settimane, con regolarità, un gruppo di giovinastri lo mette fuori uso il venerdì sera, quindi fino al lunedì. Sono quattro, sono noti, anche se si mascherano, girano armati. Sono attivi indisturbati da ormai otto mesi, contro i piccoli proprietari, i piccolissimi commercianti, e contro la grande azienda dei telefoni, perché vogliono diventare i padroni del territorio. Mafia?
Altrettanto noiosi e faticosi risultano Windows e Norton, che bombardano il piccolo netbook a ogni riavvio di avvisi perentori e minacciosissimi, insistenti, di nessun senso se non indurre l’insicurezza – controllano il territorio? Di Windows si sa, si può capre anche, il monopolismo americano funziona così. Norton invece supera ogni immaginazione: scarica avvisi con le tecniche raffinate degli incubi, e intanto appesantisce, rallenta, imbizzarrisce la piccola macchina, prima così agile. Mafia?
Ma non tutto il mondo è paese. Perché non si prendono i quattro di Cosoleto? Per recuperarli, sono giovani. Ma non si recupererebbero meglio separandoli, magari in luoghi diversi, e obbligandoli a un’attività, o anche soltanto impedendo loro i sabotaggi e le minacce? Si farà fra trenta-quarant’anni, quando i quattro avranno distrutto molte attività, e molte famiglie, avendo costituito la solita “famiglia” della sociologia di caserma, con quattro o cinque “cosche”. I quattro saranno allora condannati al 41 bis, e i loro beni confiscati, eccetto quelli degli affiliati pentiti, compresi buon numero di loro parenti – c’è anche il business della giustizia. La mafia vuole potersi esprimere, prima di diventare antimafia. La mafia si alimenta anche così.
“Negli uffici della Procura di Palermo faccio quel che minchia voglio”, si vanta il giovane Ciancimino al telefono con i suoi amici ‘ndranghetisti. Ridendo della sua scorta e dei magistrati. Intercettato regolarmente. Ma arrestato dopo quattro mesi. Dopo molte paginate d’infamie sui giornali a beneficio della Procura di Palermo. Senza che il Csm, Vietti, Napolitano alzino un dito contro i procuratori di Palermo. Senza che i giornali ne diano conto, della dichiarata mafiosità di Ciancimino figlio – se ne legge solo in qualche foglio locale.
Nord
Il pregiudizio è utile al guadagno. Johann Heinrich Bartels, l’uomo politico amburghese che nel 1785-86 visitò a lungo l’Italia, spiega nelle sue “Lettere” come “mercanti tedeschi che nel Medio Evo trovarono il loro tornaconto ne grandi centri commerciali italiani, volendo tener lontani i loro connazionali, fecero delle descrizioni terrificanti del carattere degli abitanti e così diffusero un pregiudizio che ancora oggi persiste in tutta la sua violenza”. In particolare, ciò Bartels rilevava per quanto concerne Venezia.
Le origini del “Sud” il geografo danese Conrad Malte-Brun imputava nel 1809 al “pregiudizio napoletano”, presentando un estratto delle lettere di viaggio in Calabria e in Sicilia nel 1786 di Johann Heinrich Bartels. Malte-Brun ne parla in riferimento alle due regioni visitate dal senatore e poi borgomastro di Amburgo, tedesco, ma il pregiudizio naturalmente (facilmente) si rivoltò poi contro Napoli, e quindi tutto il Sud. Il pregiudizio è vero in particolare per i “briganti”, estensione campestre dei “lazzari” urbanizzati. I briganti sono una creazione di Napoli, nessuno dei viaggiatori ne è minacciato, né ne sente parlare in loco.
Bartels è più esplicito e perfino polemico. Il futuro senatore e borgomastro di Amburgo, politico preminente della città anseatica per mezzo secolo, fino a due anni prima della morte nel 1850.
Che cosa il “Sud” doveva - e dovrà - essere Bossi lo sapeva con precisione già nel 1992: quello che si appropria delle “risorse del Nord”, un “enorme flusso di denaro”, per destinarlo, “attraverso gli appalti”, a mafia,’ndrangheta e camorra – è “il 70 per cento dei loro introiti” (in “Elezioni. Istruzioni per l’uso”, interviste a cura di Giuseppe Leuzzi). Non c’è da meravigliarsi che la ‘ndrangheta sia diventata “un impero”.
Ma è vero, qualsiasi sottufficiale dei carabinieri lo sa, che il denaro pubblico al Sud è tutto corrotto e fonte di corruzione. Quello speso dallo Stato, e dagli enti, comunità montane comprese, dalle regioni, dalle province, dai comuni. Per la viabilità, le altre infrastrutture, la cultura (le bibliotechine comunali, le filodrammatiche, i “musei”, se ne fanno di ogni genere in ogni frazione, senza aprirli), gli sport.
Carlantonio Pilati, famoso giureconsulto trentino dell’impero austriaco, poteva ridicolizzare già nel 1775, nella lettera XVIII dei suoi “Voyages”, l’infausta teoria del clima dello “Spirito delle leggi” di Montesquieu. Quella per cui il Sud è povero per il troppo sole. Si vede che nell’impero romano pioveva sempre, argomenta Pilati. Sibari non è ma esistita, né Crotone, o Reggio, o Locri. E la Campania non produceva niente (importava già allora sottobanco dalla Cina?). È per questo che nessuno ricorda Pilati?
Le sue “Lettere dalla Calabria”, ora in “Per antichi sentieri”, hanno una pagina fulminante (73) sulle “cattive leggi delle nazioni del Nord” che hanno distrutto il Sud ferace, goti, lombardi, franchi, tedeschi, normanni, in aggiunta ai saraceni, “tutti popoli nemici dell’industria, e del lavoro”.
Fedecommesso
Il principe di Cariati, Savelli-Spinelli, vanta con Carlantonio Pilati a fine Settecento “un territorio che è più grande del principato di Trento” in Calabria e in Sicilia. Che gli rende ogni anno 50 mila ducati di Napoli, giusto per il titolo di proprietà. Poco, certo, poco meno del doppio rispetto alle 350 mila libbre di rendita del convento di Catanzaro, contando un ducato per 4 libbre e mezza – ma più ricco di tutti, “il più ricco signore di tutta l’Italia” è il duca di Monteleone (Vibo Valentia), che si segnala solo per essere “una branca della famiglia Pignatelli” - discendente, bisognerebbe aggiungere, del viceré di Carlo V a Palermo, che rendeva “impossibile” l'esercizio della giustizia, secondo denunciava pubblicamente il fiscale (questore) della vice-capitale. Un Grimaldi di Seminara, che si occupò delle sue terre, di farle coltivare meglio, è per questo negli annali.
La rendita del principe di Cariati, secondo le tabelle di conversione aggiornate del sito nazionenapulitana.org, valeva dieci anni fa un miliardo e mezzo abbondante di lire, 800 mila euro. Le 350 mila libbre dei monaci, pari a poco meno di 90 mila ducati, qualcosa come una tonnellata e mezza di argento, dovevano quindi valere un milione e mezzo di euro.
L’abate Galiani, scrivendo ad Antonio Cocchi nel 1753, ne delinea incidentalmente il fondamento, l’illegittimità del trono: “Un regno di tre milioni d’anime pieno d’opulenza e di spiriti meravigliosi… feudo d’un principe che l’ha sempre donato senza averlo mai conquistato e senza averlo mai potuto possedere” (in “Illuministi italiani. Tomo VI”, Ricciardi, p. 833).
L’economista Antonio Serra, nato a Celico, alla falde cosentine della Sila, nel 1550 circa, la cui memoria si conserva solo nell’elogio che ne fa Galiani, correttamente individuava la debolezza del Regno nel deflusso dei capitali a favore di affaristi forestieri. Non poteva dire che il re e i viceré si vendevano il Regno perché era in prigione, per aver partecipato alla famosa insurrezione antispagnola della Calabria di cui non si trova traccia, che veniva addebitata (principalmente) a Campanella. In carcere dal 1613, vi scrisse un “Breve trattato delle cause che possono far abbondare i regni d’oro e d’argento dove non sono miniere” – che dedicava al viceré, Pedro Fernandez de Castro y Andrade, conte di Lemos, in offa per la clemenza. Serra “inventava” la bilancia dei pagamenti, aggiungendo alle importazione ed esportazioni di beni materiali, nel calcolo del benessere del Regno, anche i servizi e i movimenti di capitale.
Un altro viaggiatore in Calabria a fine Settecento, l’uomo politico amburghese Bartels, mette in guardia i suoi corrispondenti: “Ricordatevi comunque che nei territori greci (bizantini, n.d.r.), diversamente dai territori longobardi, non si conosceva il feudalesimo”. E che la Calabria fu venduta, senza più, da Filippo II di Spagna ai suoi creditori. Che erano genovesi (Adorno, Grimaldi, Spinelli, Gagliardi, Perrone, Grillo, etc.) e questo fu una condanna per la Calabria. A metà Seicento, sui 2.700 centri rurali esistenti nel Regno di Napoli, oltre 1.200 erano infeudati a genovesi. Lo spiegava Rosario Villari nell’“Antologia della questione meridionale (Il Sud nella storia d’Italia)”, e lo confermava Corrado Vivanti, il curatore della Storia d'Italia Einaudi.
Mafia
Zdenek Zeman diceva al “Corriere della sera”, quando ancora poteva parlare, il 25 ottobre 2004: “La mafia è un problema di tutti, ma nel Meridione le hanno dato un nome, a Milano o a Torino ancora no”.
Salvemini, deputato socialista, poteva scrivere nel 1922: “Lo Stato Estero che interviene costantemente nel Mezzogiorno è l’Italia Settentrionale”. Siamo reduci da venti anni di governo incontrastato del Nord, anzi di Milano, e l’Italia è in mutande. Ma, fra le tantissime pagine che si dedicano alla crisi, questo ragionamento non viene neanche accennato, neanche per scherzo.
Il ripetitore di Cosoleto serve la telefonia mobile di una vasta zona sopra la piana di Gioia Tauro. Ogni due settimane, con regolarità, un gruppo di giovinastri lo mette fuori uso il venerdì sera, quindi fino al lunedì. Sono quattro, sono noti, anche se si mascherano, girano armati. Sono attivi indisturbati da ormai otto mesi, contro i piccoli proprietari, i piccolissimi commercianti, e contro la grande azienda dei telefoni, perché vogliono diventare i padroni del territorio. Mafia?
Altrettanto noiosi e faticosi risultano Windows e Norton, che bombardano il piccolo netbook a ogni riavvio di avvisi perentori e minacciosissimi, insistenti, di nessun senso se non indurre l’insicurezza – controllano il territorio? Di Windows si sa, si può capre anche, il monopolismo americano funziona così. Norton invece supera ogni immaginazione: scarica avvisi con le tecniche raffinate degli incubi, e intanto appesantisce, rallenta, imbizzarrisce la piccola macchina, prima così agile. Mafia?
Ma non tutto il mondo è paese. Perché non si prendono i quattro di Cosoleto? Per recuperarli, sono giovani. Ma non si recupererebbero meglio separandoli, magari in luoghi diversi, e obbligandoli a un’attività, o anche soltanto impedendo loro i sabotaggi e le minacce? Si farà fra trenta-quarant’anni, quando i quattro avranno distrutto molte attività, e molte famiglie, avendo costituito la solita “famiglia” della sociologia di caserma, con quattro o cinque “cosche”. I quattro saranno allora condannati al 41 bis, e i loro beni confiscati, eccetto quelli degli affiliati pentiti, compresi buon numero di loro parenti – c’è anche il business della giustizia. La mafia vuole potersi esprimere, prima di diventare antimafia. La mafia si alimenta anche così.
“Negli uffici della Procura di Palermo faccio quel che minchia voglio”, si vanta il giovane Ciancimino al telefono con i suoi amici ‘ndranghetisti. Ridendo della sua scorta e dei magistrati. Intercettato regolarmente. Ma arrestato dopo quattro mesi. Dopo molte paginate d’infamie sui giornali a beneficio della Procura di Palermo. Senza che il Csm, Vietti, Napolitano alzino un dito contro i procuratori di Palermo. Senza che i giornali ne diano conto, della dichiarata mafiosità di Ciancimino figlio – se ne legge solo in qualche foglio locale.
Nord
Il pregiudizio è utile al guadagno. Johann Heinrich Bartels, l’uomo politico amburghese che nel 1785-86 visitò a lungo l’Italia, spiega nelle sue “Lettere” come “mercanti tedeschi che nel Medio Evo trovarono il loro tornaconto ne grandi centri commerciali italiani, volendo tener lontani i loro connazionali, fecero delle descrizioni terrificanti del carattere degli abitanti e così diffusero un pregiudizio che ancora oggi persiste in tutta la sua violenza”. In particolare, ciò Bartels rilevava per quanto concerne Venezia.
Le origini del “Sud” il geografo danese Conrad Malte-Brun imputava nel 1809 al “pregiudizio napoletano”, presentando un estratto delle lettere di viaggio in Calabria e in Sicilia nel 1786 di Johann Heinrich Bartels. Malte-Brun ne parla in riferimento alle due regioni visitate dal senatore e poi borgomastro di Amburgo, tedesco, ma il pregiudizio naturalmente (facilmente) si rivoltò poi contro Napoli, e quindi tutto il Sud. Il pregiudizio è vero in particolare per i “briganti”, estensione campestre dei “lazzari” urbanizzati. I briganti sono una creazione di Napoli, nessuno dei viaggiatori ne è minacciato, né ne sente parlare in loco.
Bartels è più esplicito e perfino polemico. Il futuro senatore e borgomastro di Amburgo, politico preminente della città anseatica per mezzo secolo, fino a due anni prima della morte nel 1850.
Che cosa il “Sud” doveva - e dovrà - essere Bossi lo sapeva con precisione già nel 1992: quello che si appropria delle “risorse del Nord”, un “enorme flusso di denaro”, per destinarlo, “attraverso gli appalti”, a mafia,’ndrangheta e camorra – è “il 70 per cento dei loro introiti” (in “Elezioni. Istruzioni per l’uso”, interviste a cura di Giuseppe Leuzzi). Non c’è da meravigliarsi che la ‘ndrangheta sia diventata “un impero”.
Ma è vero, qualsiasi sottufficiale dei carabinieri lo sa, che il denaro pubblico al Sud è tutto corrotto e fonte di corruzione. Quello speso dallo Stato, e dagli enti, comunità montane comprese, dalle regioni, dalle province, dai comuni. Per la viabilità, le altre infrastrutture, la cultura (le bibliotechine comunali, le filodrammatiche, i “musei”, se ne fanno di ogni genere in ogni frazione, senza aprirli), gli sport.
Carlantonio Pilati, famoso giureconsulto trentino dell’impero austriaco, poteva ridicolizzare già nel 1775, nella lettera XVIII dei suoi “Voyages”, l’infausta teoria del clima dello “Spirito delle leggi” di Montesquieu. Quella per cui il Sud è povero per il troppo sole. Si vede che nell’impero romano pioveva sempre, argomenta Pilati. Sibari non è ma esistita, né Crotone, o Reggio, o Locri. E la Campania non produceva niente (importava già allora sottobanco dalla Cina?). È per questo che nessuno ricorda Pilati?
Le sue “Lettere dalla Calabria”, ora in “Per antichi sentieri”, hanno una pagina fulminante (73) sulle “cattive leggi delle nazioni del Nord” che hanno distrutto il Sud ferace, goti, lombardi, franchi, tedeschi, normanni, in aggiunta ai saraceni, “tutti popoli nemici dell’industria, e del lavoro”.
Fedecommesso
Il principe di Cariati, Savelli-Spinelli, vanta con Carlantonio Pilati a fine Settecento “un territorio che è più grande del principato di Trento” in Calabria e in Sicilia. Che gli rende ogni anno 50 mila ducati di Napoli, giusto per il titolo di proprietà. Poco, certo, poco meno del doppio rispetto alle 350 mila libbre di rendita del convento di Catanzaro, contando un ducato per 4 libbre e mezza – ma più ricco di tutti, “il più ricco signore di tutta l’Italia” è il duca di Monteleone (Vibo Valentia), che si segnala solo per essere “una branca della famiglia Pignatelli” - discendente, bisognerebbe aggiungere, del viceré di Carlo V a Palermo, che rendeva “impossibile” l'esercizio della giustizia, secondo denunciava pubblicamente il fiscale (questore) della vice-capitale. Un Grimaldi di Seminara, che si occupò delle sue terre, di farle coltivare meglio, è per questo negli annali.
La rendita del principe di Cariati, secondo le tabelle di conversione aggiornate del sito nazionenapulitana.org, valeva dieci anni fa un miliardo e mezzo abbondante di lire, 800 mila euro. Le 350 mila libbre dei monaci, pari a poco meno di 90 mila ducati, qualcosa come una tonnellata e mezza di argento, dovevano quindi valere un milione e mezzo di euro.
L’abate Galiani, scrivendo ad Antonio Cocchi nel 1753, ne delinea incidentalmente il fondamento, l’illegittimità del trono: “Un regno di tre milioni d’anime pieno d’opulenza e di spiriti meravigliosi… feudo d’un principe che l’ha sempre donato senza averlo mai conquistato e senza averlo mai potuto possedere” (in “Illuministi italiani. Tomo VI”, Ricciardi, p. 833).
L’economista Antonio Serra, nato a Celico, alla falde cosentine della Sila, nel 1550 circa, la cui memoria si conserva solo nell’elogio che ne fa Galiani, correttamente individuava la debolezza del Regno nel deflusso dei capitali a favore di affaristi forestieri. Non poteva dire che il re e i viceré si vendevano il Regno perché era in prigione, per aver partecipato alla famosa insurrezione antispagnola della Calabria di cui non si trova traccia, che veniva addebitata (principalmente) a Campanella. In carcere dal 1613, vi scrisse un “Breve trattato delle cause che possono far abbondare i regni d’oro e d’argento dove non sono miniere” – che dedicava al viceré, Pedro Fernandez de Castro y Andrade, conte di Lemos, in offa per la clemenza. Serra “inventava” la bilancia dei pagamenti, aggiungendo alle importazione ed esportazioni di beni materiali, nel calcolo del benessere del Regno, anche i servizi e i movimenti di capitale.
Un altro viaggiatore in Calabria a fine Settecento, l’uomo politico amburghese Bartels, mette in guardia i suoi corrispondenti: “Ricordatevi comunque che nei territori greci (bizantini, n.d.r.), diversamente dai territori longobardi, non si conosceva il feudalesimo”. E che la Calabria fu venduta, senza più, da Filippo II di Spagna ai suoi creditori. Che erano genovesi (Adorno, Grimaldi, Spinelli, Gagliardi, Perrone, Grillo, etc.) e questo fu una condanna per la Calabria. A metà Seicento, sui 2.700 centri rurali esistenti nel Regno di Napoli, oltre 1.200 erano infeudati a genovesi. Lo spiegava Rosario Villari nell’“Antologia della questione meridionale (Il Sud nella storia d’Italia)”, e lo confermava Corrado Vivanti, il curatore della Storia d'Italia Einaudi.
Testa genovese si disse a lungo in Europa, in un significato peculiare che Balzac così condensa nel racconto “Sarrasine”: “Un uomo sulla cui vita poggiano enormi capitali”. Un tipo di capitale legato alla persone del capitalista, con coinvolgimento familiare e genealogico ma non dinastico - legato a una corte, a un principato, a un feudo. Alla creazione o alla emulazione della corte, del principato, del feudo.
Bartels ha un ottimo excursus sulla manomorta nella Calabria Ulteriore, sull’eversione dei beni ecclesiastici del 1784, l’anno dopo il terremoto, e la costituzione della Cassa Sacra, la prima Cassa del Mezzogiorno. “Una massiccia operazione eversiva che non trova l’eguale nell’Europa dell’Ancien Régime”, spiegherà successivamente in nota, “sostenuta da un ampio fronte di interessi statali, nobilari, borghesi”. Ma non si andò oltre l’abolizione di uno dei pilastri del “mercato”, l’unico sociale, che in qualche modo teneva in vita i poveri, col sostentamento e con l’istruzione, o comunque la cura, dei bambini. Sarà questa la critica, settant’anni dopo, anche di Pasquale Villari nelle “Lettere Meridionali” del 1862, sugli effetti dell’unità d’Italia in funzione anticlericale.
“Mentre i soldi sono stati prestati a civili a interesse”, annota Bartels, “i beni immobili sono stati dati in affitto”. I propositi naturalmente erano buoni, spiega Teodoro Scamardi, che per Rubbettino ha curato la riedizione delle “Lettere sulla Calabria”: “ I beni incamerati dovevano essere venduti o dati in censo. Era vietato ai baroni di partecipare agli acquisti (ma non agli affitti), così come era fatto divieto di vendere i beni in blocco, al fine di ampliare il «ceto mezzano» con l’aumento del numero dei proprietari, recependo in ciò la lezione del Genovesi”.
leuzzi@antiit.eu
“Mentre i soldi sono stati prestati a civili a interesse”, annota Bartels, “i beni immobili sono stati dati in affitto”. I propositi naturalmente erano buoni, spiega Teodoro Scamardi, che per Rubbettino ha curato la riedizione delle “Lettere sulla Calabria”: “ I beni incamerati dovevano essere venduti o dati in censo. Era vietato ai baroni di partecipare agli acquisti (ma non agli affitti), così come era fatto divieto di vendere i beni in blocco, al fine di ampliare il «ceto mezzano» con l’aumento del numero dei proprietari, recependo in ciò la lezione del Genovesi”.
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