spock
Se i ricordi ringiovaniscono con la vecchiaia, è per questo che ci sono solo ricordi?
Perché in “Pinocchio” i carabinieri cacciano gli innocenti in prigione?
In questo calcio scommesse manca la Juventus, che scandalo è? Non c’è nemmeno Buffon
Che fine ha fatto l’avvocato Lucibello? (ha fatto “liberare” Fabrizio Corona)
Perché non si dice che in Corea del Nord si è realizzato il regno del comunismo in terra?
Anche Castro, recordman degli attentati, non sarà un dio in terra?
Se il corpo è il riflesso dell’anima, perché ci sono belli tanto brutti?
O non è l’anima un riflesso del corpo?
Se non c’è anima senza corpo, non sarà il corpo il posto dell’anima?
spock@antiit.eu
martedì 20 dicembre 2011
Alda rifà il Porta in lingua
Sono poesie della preistoria, gli anni non lontani 1980, quando nessuno voleva la Merini, poi la più pubblicata – le strapperanno i versi di bocca. Il primo gruppo di composizioni è una ripresa dopo quasi vent’anni di malattia e silenzio, nei quali, dice la poetessa in nota, il “dono immenso” , al principio, di poetare è diventato “immensa fatica” – la fatica di essere, “di provare la mia esistenza”. Nell’introduzione al quadernetto, dattiloscritto in più copie, Teresio Zaninetti spiega: “Alda Merini vorrebbe guardare in faccia al mondo. Ma il mondo volta la sua faccia e le mostra il culo”. Zaninetti (1947-2007) Giuseppe Zaccaria, che cura questa edizione, dice una “anticonformistica figura di giornalista e scrittore. Poi Alda sarà riscoperta da Maria Corti e la sua storia cambia, ma non la sua poesia: le tre raccolte qui comprese ne fissano le tematiche e il linguaggio: l’emarginazione, la miseria anche, di un’umanità vista nel suo aspetto animale, attorno ai navigli di Ripa Ticinese, la solitudine, la fede, la pesantezza del corpo. E l’ombra che mai la abbandona dei dieci anni di manicomio, tra “i malati di obbrobrio”.
Nelle “Satire”, alla maniera di Orazio, Alda posa al Porta in lingua. È una traccia nuova, qui in perspicuo rilievo, della sua poesia.
Alda Merini, Poesie e satire, Einaudi, pp. 101 €12
Nelle “Satire”, alla maniera di Orazio, Alda posa al Porta in lingua. È una traccia nuova, qui in perspicuo rilievo, della sua poesia.
Alda Merini, Poesie e satire, Einaudi, pp. 101 €12
lunedì 19 dicembre 2011
L’asta boomerang delle frequenze
Potrebbe essere una freccia avvelenata a Monti l’ordine del giorno di Fini e Casini che impegna il governo a indire una gara per le frequenze tv del digitale terrestre. Lanciata per colpire Berlusconi, potrebbe invece mettere in difficoltà il governo. Gli operatori interessati non l’hanno infatti presa bene, poiché si traduce in un ennesimo rinvio, dopo tre anni. In contrasto con il principio di affidamento. Ed è palesemente incompatibile con le condizioni di mercato. Difficilmente La 7, cioè Telecom, in deficit e in debito, e Sky, in perdita rapida di abbonamenti, potranno competere. Mentre H3G ha già lamentato l’azzeramento delle procedure e la ripartenza con nuove regole.
Nel recente passato, peraltro, sia H3G che Telecom avevano protestato inutilmente contro la diversa procedura di assegnazione delle frequenze, onerosa per la telefonia, gratuita per la tv – cioè per la Rai e Mediaset. Solo tre mesi fa si era chiusa l’asta onerosa delle frequenze tlc, che aveva visto i quattro operatori nazionali sborsare poco meno di quattro miliardi per le licenze G4. Il precedente sarebbe poco promettente perché l’asta G4 è partita in altra epoca. È cioè il completamento del passaggio alla banda larga, partito nel 2002 con l’assegnazione delle frequenze G3. Una gara che allora aveva portato a un incasso di 14 miliardi. H3G potrebbe anzi disinvestire e\o uscire dal mercato, il maggiore investimento straniero in Italia nella storia della Repubblica.
Nel recente passato, peraltro, sia H3G che Telecom avevano protestato inutilmente contro la diversa procedura di assegnazione delle frequenze, onerosa per la telefonia, gratuita per la tv – cioè per la Rai e Mediaset. Solo tre mesi fa si era chiusa l’asta onerosa delle frequenze tlc, che aveva visto i quattro operatori nazionali sborsare poco meno di quattro miliardi per le licenze G4. Il precedente sarebbe poco promettente perché l’asta G4 è partita in altra epoca. È cioè il completamento del passaggio alla banda larga, partito nel 2002 con l’assegnazione delle frequenze G3. Una gara che allora aveva portato a un incasso di 14 miliardi. H3G potrebbe anzi disinvestire e\o uscire dal mercato, il maggiore investimento straniero in Italia nella storia della Repubblica.
Passera, il vecchio che avanza
Moine, occhietti, allusioni, era Passera ma sembrava Pomicino ieri sera da Fazio. Con lo stesso dire e non dire, la stessa voglia di superiore furbizia, e il non fare, dell’indimenticabile napoletano. In particolare le pause, le occhiatine e i sorrisetti sono stati atteggiati, con pose di tre quarti ricercate, come suggerito dalla publicist?, non si vedono le pieghe, alla menzione delle liberalizzazioni e le frequenze tv. Sapendo di parlare a una platea democratica, il democratico(cristiano) Passera ha elogiato i “precedenti governi”, cioè Bersani, in tema di liberalizzazioni, che però si guarda dal fare – giusto, inarcando il sopracciglio da vecchia zia, nei confronti dei bottegai. E in tema di frequenze ha “fatto capire” al pubblico e al Fazio entusiasti che Berlusconi le pagherà care. Mentre sa che gliele compreranno, forse, poche e a poco prezzo, le compagnie telefoniche. Ammesso che duri il boom del telefonino tutto immagini.
Una sceneggiata squallida, di un signore pure aitante e giovanile. Specie fra i vecchietti veri che lo attorniano nel governo, i NN.HH. che si pensavano tramontati da tempo: Moavero, Terzi, Staffan de Mistura, Riccardi, Rossi Doria, Patroni Griffi, Malinconico, Ornaghi... Il sopracciglio del superministro fa il paio con le lacrime della freddissima Elsa Fornero. E con lo stesso Passera che, mal consigliato dalla publicist?, si è presentato alla defatigante fiera del libro con la bambina in braccio – a Roma, dove subito l’hanno appaiato alle zingare che chiedono l’elemosina col poppante addormentato. Il “vecchio che avanza” è il titolo di un fortunato saggio sulla letteratura del Duemila, ma ben si attaglia al superbanchiere superministro. Con un pizzico di frigor wertherinus ambrosiano, quella voglia frigida di essere speciali e migliori. Facendosi dire dal compare Fazio che, sì, forse, perché no, avvierà una nuova carriera e farà il presidente del consiglio. Proprio come il nemico Berlusconi. Che è dunque il meglio di Milano.
Una sceneggiata squallida, di un signore pure aitante e giovanile. Specie fra i vecchietti veri che lo attorniano nel governo, i NN.HH. che si pensavano tramontati da tempo: Moavero, Terzi, Staffan de Mistura, Riccardi, Rossi Doria, Patroni Griffi, Malinconico, Ornaghi... Il sopracciglio del superministro fa il paio con le lacrime della freddissima Elsa Fornero. E con lo stesso Passera che, mal consigliato dalla publicist?, si è presentato alla defatigante fiera del libro con la bambina in braccio – a Roma, dove subito l’hanno appaiato alle zingare che chiedono l’elemosina col poppante addormentato. Il “vecchio che avanza” è il titolo di un fortunato saggio sulla letteratura del Duemila, ma ben si attaglia al superbanchiere superministro. Con un pizzico di frigor wertherinus ambrosiano, quella voglia frigida di essere speciali e migliori. Facendosi dire dal compare Fazio che, sì, forse, perché no, avvierà una nuova carriera e farà il presidente del consiglio. Proprio come il nemico Berlusconi. Che è dunque il meglio di Milano.
domenica 18 dicembre 2011
I professori non si dimettono
Ha preso il massimo dell’aspettativa il ministro della Pubblica Istruzione, diciotto mesi: Profumo non vuole lasciare la presidenza del Cnr. Ha fatto nominare una vice-presidente, Maria Cristina Messa, che insegna radiologia a Milano Bicocca. Che è come dire che intende continuare a governare il Cnr anche dal ministero. Riservandosi di riprendere la presidenza anche formalmente quando si aprirà la campagna elettorale nel 2013. Profumo, che prima della nomina al Cnr intendeva candidarsi a sindaco di Torino col Pd, ha anche vari incarichi in Unicredit, ed è consigliere di Telecom, Pirelli e Fidia..
Non si è dimesso Grilli dalla direzione generale del ministero dell’Economia. Cumulandola con la carica di vice-ministro. Non si è dimesso Giarda dagli incarichi nel Banco Popolare. Piero Gnudi, il ministro più anziano titolare di Sport e Giovani, è consigliere in molti gruppi, tra i principali Unicredit, Sole 24 Ore e Astaldi. L’unica a lasciare gli incarichi negli affari (la vicepresidenza del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa, e il consiglio Buzzi Unicem) è stata Fornero.
Più complessa la sostituzione di Corrado Passera, dal 2002 amministratore delegato di Banca Intesa. In un certo senso ha preso l’aspettativa anche lui, dato che l’incarico di amministratore delegato a Enrico Tomaso Cucchiani, Allianza-Unicredit, è stato assegnato ad interim. Passera rappresenta Intesa anche nel patto di sindacato Rcs Mediagroup (Rizzoli Corriere della sera), che governa il gruppo editoriale, e nel consiglio direttivo dell’Abi.
Non si è dimesso Grilli dalla direzione generale del ministero dell’Economia. Cumulandola con la carica di vice-ministro. Non si è dimesso Giarda dagli incarichi nel Banco Popolare. Piero Gnudi, il ministro più anziano titolare di Sport e Giovani, è consigliere in molti gruppi, tra i principali Unicredit, Sole 24 Ore e Astaldi. L’unica a lasciare gli incarichi negli affari (la vicepresidenza del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa, e il consiglio Buzzi Unicem) è stata Fornero.
Più complessa la sostituzione di Corrado Passera, dal 2002 amministratore delegato di Banca Intesa. In un certo senso ha preso l’aspettativa anche lui, dato che l’incarico di amministratore delegato a Enrico Tomaso Cucchiani, Allianza-Unicredit, è stato assegnato ad interim. Passera rappresenta Intesa anche nel patto di sindacato Rcs Mediagroup (Rizzoli Corriere della sera), che governa il gruppo editoriale, e nel consiglio direttivo dell’Abi.
Letture - 80
letterautore
Confessione – Il ricordo ringiovanisce con la vecchiaia.
È per questo che domina la contemporaneità (si è quello che si è stati)?
Su uno stock di 280 mila libri in inglese a prezzi dimezzati, una libreria online ha 70 mila titoli di biografie e autobiografie. Il genere dunque più venduto, dopo il religioso: i padri pellegrini amano confessarsi.
La confessione dilaga peraltro nella postmodernità digitale: blog, chat, forum.
Il diario è un genere editoriale, e per questo è un fatto, qualcosa che c’è, c’è sempre stato, e non si discute. Ma è ultimamente prolifico, e questo merita qualche considerazione. La confessione, diceva il cardinale Passionei nella causa di beatificazione del cardinale Bellarmino, che a 71 anni si era scritta l’autobiografia, è egoismo e alterigia. Diversa è la confessione di chi lo fa per una mercede.
Nelle “Memorie” Voltaire ricorda in più punti che il vescovo di Beaumont qualche anno prima aveva inventato i “buoni di confessione”, “biglietti di banca per l’altro mondo”.
Conscientia mille testes. La coscienza vale mille testimoni. Quintiliano la riporta come esempio di gnome diffusa a livello popolare ma di incerto autore. (5,11,41). La traduzione della massima di Quintiliano è diffusa come proverbio in tutte le lingue europee.
Freud – Lite furibonda, per due o lunghe pagine nel numero dell’8 dicembre della “New York Review of Books”, che la rivista intitola “L’affare Freud” (“The Freud Question”), tra freudiani e antipatizzanti, sul significato di gefüttert, participio passato di füttern, che Freud usa in una lettera alla moglie: lo intendeva in senso di pascere, come delle bestie, o di imboccare, nutrire?
Il participio era stato usato da Frederick Crews, nel numero del 13 ottobre, nella seconda parte di un saggio intitolato “Medico, cura te stesso” (Physician, Heal Thyself”). A proposito di una lettera del giovane Freud alla fidanzata: “Sarai pasciuta (gefüttert) di cocaina, e dovrai darmi un bacio a ogni angolino… “. Una serie di professori, emeriti e ancora in cattedra, tra i quali Lisa Appignanesi, del museo Freud di Londra, hanno protestato contro l’uso che Crews fa del verbo. Ma più, in realtà, sull’uso non scandaloso della cocaina da parte di Freud, costante per tutta la vita, in non modiche quantità. Uno solo dei freudiani, Dietrich Rueschenmeyer, emerito della Brown University, ricorda che füttern si usa anche per imboccare i bambini, i malati, gli accuditi - e a Rueschenmeyer Crews dà ragione, pur volendo lo slittamento insignificante rispetto “al suo argomento principale”, l’insicurezza sessuale di Freud, “che fantasticava di estorcere baci riempiendo (feeding) di cocaina la sua passiva fidanzata”.
Riempiendo, nutrendo, pascendo, per füttern e feeding, freudianamente, come bisogna leggerli? A parte la cocaina, certo, irrilevante.
Romanzo – È inflazionato, dopo la morte del romanzo una quarantina d’anni fa. Oggi anche i saggi critici o storici ambiscono a dirsi romanzi, e perfino delle opere di poesia. “I romanzi sono fatti per essere divorati”, argomentava Walter Benjamin, lettore vorace (“Piccoli indirizzi”, In “Denkbilder”, Images de Pensée, p. 252), benché fine critico. Benjamin li voleva divorati in senso proprio: “Leggerli è una voluttà d’incorporazione”: il romanzo voleva un pasto cotto e servito. Il “tutto è romanzo” ha prodotto disappetenza invece che ingordigia.
Si può pensarlo degradato, per lo slittamento alla fiction - che ha nel Roget’s significati più negativi che positivi: prodotto, falsità, untruth, idea, racconto. La quale a sua volta slitta fino al reality, il grande Fratello, Maria De Filippi, lo stesso Santoro, nelle sue drammatizzazioni a guapperia. Ma questo in realtà c’è sempre stato. Già nel Settecento c’era il romanzo popolare degli ambulanti, i cantastorie e i portafortuna, fatto di ripetizioni e divagazioni. Come recentemente c’è stato il fotoromanzo, harmony, la serie rosa, il fantasy, l’avventura, il western. No, la disappetenza è nell’arte del narrare, diffusa e stantia, ripetitiva, senza qualità. “Non ci sono più romanzi”, in mezzo a tutta questa abbondanza, può solo significare: non ci sono più romanzi di qualità, che impregnino e si ricordino, e magari “facciano un’epoca”.
Rousseau - Non ha mai avuto pause, cadute d’interesse, è sempre stato presente, per un verso o per un altro (lo documenta il “Magazine Littéraire”, che gli dedica il numero di fine anno), nei due secoli e mezzo dal “Discorso sull’ineguaglianza”, nei tre secoli, si può dire, dalla nascita, che si celebrano nel 2012. Pur non essendo un esempio, in nessuna delle sue manifestazioni di vita. Per questo accusato, anche da Voltaire e da Madame d’Épinay, e spesso vilipeso. Perseguitato ovunque, come uomo e come scrittore (le “Confessioni” e le “Passeggiate” si poterono pubblicare solo postume). Tanto da finire in un ripetuto delirio di persecuzione - si deve a Rousseau anche il complotto universale: ne scrisse al “conte” Sangermano (Saint-Germain), un altro Cagliostro. Per la forza delle idee e, più, per la capacità di esprimerle, se non di farle valere. Per la scrittura, si direbbe, che si legge dopo tre secoli sempre misurata.
L’attualità è nella scrittura – come per Galileo, l’altro scienziato scrittore di cui si è finito di celebrare il centenario: misurata, evocativa, piena. Soprattutto negli scritti fittivi, comprese le “Confessioni”, sempre legate al senso del mondo: il potere narrativo (evocativo) sempre legato a quello critico (storico).
Rousseau fu un monumento già in vita, per lo scandalismo che lo circondò ma anche per le idee. Oggi se ne può apprezzare il distacco critico rispetto ai furori intellettuali del progresso lineare. O la critica agli eccessi (rischi) di un empirismo “sistematico”. Fu il miglior illuminista in quanto critico dell’illuminismo, e anzi eversore dei suoi due piedistalli, innovativi ma deperibili – l’illuminista anti-illuminista. E tuttavia, benché totale rivoluzionario, sempre equilibrato nel mezzo delle continue tempeste, erborista, musicista. Impersona la certezza della “verità”, la sicurezza di sé, del giudizio che nasce da basi salde.
Il limite dell’empirismo è incontestato sulle origini delle idee. Non è metafisica, è un fatto che non è empirica l’idea di Dio, di uno spirito immateriale. Né l’idea di ordine generale, che sia di misura e di ispirazione (sostegno) rispetto alle forze del male che agitano il mondo.
Shakespeare – Uno romano e cattolico mancava e Pietro Lanzara ha colmato la laguna sul “Corriere della sera-Roma” il 14 dicembre. Con tutti gli ingredienti del caso:
http://archiviostorico.corriere.it/2011/dicembre/14/Shakespeare_una_pergamena_segreto_dei_co_10_111214030.shtml
Alcune firme pseudonime sono riconducibili a Shakespeare. Specie degli anni, 1585-1592, di cui del tutto si erano perdute le tracce nei vari tentativi di biografia. Tutto convincente. A partire dal finale: “Nelle 37 opere teatrali Roma è citata 290 volte rispetto alle 60 di Londra”.
Lo Shakespeare romano è perfino persuasivo, rispetto agli altri Shakespeare. Il conte di Oxford Edward de Vere, Marlowe, Lord Bacon. O i tanti Shakespeare donna, a partire dalla regina Elisabetta. Per non dire gay, che oggi non sarebbe politicamente corretto, a partire dalla sua “lei” che sarebbe il conte di Southampton Henry Wriothesley. Pierre Louÿs, discreto filologo, sostenne una vita che le commedie di Molière le aveva scritte Corneille.
Particolarmente ingegnoso, dettagliato, lo Shakespeare-Florio, un italiano di Londra, prima di quello romano. Lo Shakespeare Florio più accreditato è di Bagnara in Calabria, dove pescano il pescespada, un posto un tempo governato dalle donne. Prese il nome della madre Guglielma Crollalanza: William Shake, scrolla, Spear, lancia. È uguale nel ritratto a suo cugino Giovanni Florio, l’italianista londinese di fine Cinquecento, dalle cui opere trasse i proverbi delle commedie - entrambi portano l’orecchino. Guglielmo e Giovanni erano figli di due fratelli Florio, protestanti di Bagnara costretti all’esilio. Il padre di Shakespeare, di nome Giovanni, è citato in una lista di recusants, quelli che rifiutavano i culti anglicani, tali i valdesi di Bagnara, riformati di Calvino. L’altro fratello Florio, Michelangelo, padre del Giovanni cugino, era un frate francescano riformato. I Florio riemergeranno a Palermo due secoli dopo, con gli agenti britannici camuffati da produttori di marsala, per fare l’Italia unita.
Una tradizione più recente lo vuole invece Florio di Firenze. Shakespeare, Shagsper o Saxber che sia, è bene John Florio, ma allora è di Firenze e non di Bagnara, è stato recentemente sostenuto da un interprete – un interprete linguistico.
Anche Shakespeare è stato reazionario, realista, repubblicano, rivoluzionario, massone, rosacroce, prima che cattolico e romano.
letterautore@antiit.eu
Confessione – Il ricordo ringiovanisce con la vecchiaia.
È per questo che domina la contemporaneità (si è quello che si è stati)?
Su uno stock di 280 mila libri in inglese a prezzi dimezzati, una libreria online ha 70 mila titoli di biografie e autobiografie. Il genere dunque più venduto, dopo il religioso: i padri pellegrini amano confessarsi.
La confessione dilaga peraltro nella postmodernità digitale: blog, chat, forum.
Il diario è un genere editoriale, e per questo è un fatto, qualcosa che c’è, c’è sempre stato, e non si discute. Ma è ultimamente prolifico, e questo merita qualche considerazione. La confessione, diceva il cardinale Passionei nella causa di beatificazione del cardinale Bellarmino, che a 71 anni si era scritta l’autobiografia, è egoismo e alterigia. Diversa è la confessione di chi lo fa per una mercede.
Nelle “Memorie” Voltaire ricorda in più punti che il vescovo di Beaumont qualche anno prima aveva inventato i “buoni di confessione”, “biglietti di banca per l’altro mondo”.
Conscientia mille testes. La coscienza vale mille testimoni. Quintiliano la riporta come esempio di gnome diffusa a livello popolare ma di incerto autore. (5,11,41). La traduzione della massima di Quintiliano è diffusa come proverbio in tutte le lingue europee.
Freud – Lite furibonda, per due o lunghe pagine nel numero dell’8 dicembre della “New York Review of Books”, che la rivista intitola “L’affare Freud” (“The Freud Question”), tra freudiani e antipatizzanti, sul significato di gefüttert, participio passato di füttern, che Freud usa in una lettera alla moglie: lo intendeva in senso di pascere, come delle bestie, o di imboccare, nutrire?
Il participio era stato usato da Frederick Crews, nel numero del 13 ottobre, nella seconda parte di un saggio intitolato “Medico, cura te stesso” (Physician, Heal Thyself”). A proposito di una lettera del giovane Freud alla fidanzata: “Sarai pasciuta (gefüttert) di cocaina, e dovrai darmi un bacio a ogni angolino… “. Una serie di professori, emeriti e ancora in cattedra, tra i quali Lisa Appignanesi, del museo Freud di Londra, hanno protestato contro l’uso che Crews fa del verbo. Ma più, in realtà, sull’uso non scandaloso della cocaina da parte di Freud, costante per tutta la vita, in non modiche quantità. Uno solo dei freudiani, Dietrich Rueschenmeyer, emerito della Brown University, ricorda che füttern si usa anche per imboccare i bambini, i malati, gli accuditi - e a Rueschenmeyer Crews dà ragione, pur volendo lo slittamento insignificante rispetto “al suo argomento principale”, l’insicurezza sessuale di Freud, “che fantasticava di estorcere baci riempiendo (feeding) di cocaina la sua passiva fidanzata”.
Riempiendo, nutrendo, pascendo, per füttern e feeding, freudianamente, come bisogna leggerli? A parte la cocaina, certo, irrilevante.
Romanzo – È inflazionato, dopo la morte del romanzo una quarantina d’anni fa. Oggi anche i saggi critici o storici ambiscono a dirsi romanzi, e perfino delle opere di poesia. “I romanzi sono fatti per essere divorati”, argomentava Walter Benjamin, lettore vorace (“Piccoli indirizzi”, In “Denkbilder”, Images de Pensée, p. 252), benché fine critico. Benjamin li voleva divorati in senso proprio: “Leggerli è una voluttà d’incorporazione”: il romanzo voleva un pasto cotto e servito. Il “tutto è romanzo” ha prodotto disappetenza invece che ingordigia.
Si può pensarlo degradato, per lo slittamento alla fiction - che ha nel Roget’s significati più negativi che positivi: prodotto, falsità, untruth, idea, racconto. La quale a sua volta slitta fino al reality, il grande Fratello, Maria De Filippi, lo stesso Santoro, nelle sue drammatizzazioni a guapperia. Ma questo in realtà c’è sempre stato. Già nel Settecento c’era il romanzo popolare degli ambulanti, i cantastorie e i portafortuna, fatto di ripetizioni e divagazioni. Come recentemente c’è stato il fotoromanzo, harmony, la serie rosa, il fantasy, l’avventura, il western. No, la disappetenza è nell’arte del narrare, diffusa e stantia, ripetitiva, senza qualità. “Non ci sono più romanzi”, in mezzo a tutta questa abbondanza, può solo significare: non ci sono più romanzi di qualità, che impregnino e si ricordino, e magari “facciano un’epoca”.
Rousseau - Non ha mai avuto pause, cadute d’interesse, è sempre stato presente, per un verso o per un altro (lo documenta il “Magazine Littéraire”, che gli dedica il numero di fine anno), nei due secoli e mezzo dal “Discorso sull’ineguaglianza”, nei tre secoli, si può dire, dalla nascita, che si celebrano nel 2012. Pur non essendo un esempio, in nessuna delle sue manifestazioni di vita. Per questo accusato, anche da Voltaire e da Madame d’Épinay, e spesso vilipeso. Perseguitato ovunque, come uomo e come scrittore (le “Confessioni” e le “Passeggiate” si poterono pubblicare solo postume). Tanto da finire in un ripetuto delirio di persecuzione - si deve a Rousseau anche il complotto universale: ne scrisse al “conte” Sangermano (Saint-Germain), un altro Cagliostro. Per la forza delle idee e, più, per la capacità di esprimerle, se non di farle valere. Per la scrittura, si direbbe, che si legge dopo tre secoli sempre misurata.
L’attualità è nella scrittura – come per Galileo, l’altro scienziato scrittore di cui si è finito di celebrare il centenario: misurata, evocativa, piena. Soprattutto negli scritti fittivi, comprese le “Confessioni”, sempre legate al senso del mondo: il potere narrativo (evocativo) sempre legato a quello critico (storico).
Rousseau fu un monumento già in vita, per lo scandalismo che lo circondò ma anche per le idee. Oggi se ne può apprezzare il distacco critico rispetto ai furori intellettuali del progresso lineare. O la critica agli eccessi (rischi) di un empirismo “sistematico”. Fu il miglior illuminista in quanto critico dell’illuminismo, e anzi eversore dei suoi due piedistalli, innovativi ma deperibili – l’illuminista anti-illuminista. E tuttavia, benché totale rivoluzionario, sempre equilibrato nel mezzo delle continue tempeste, erborista, musicista. Impersona la certezza della “verità”, la sicurezza di sé, del giudizio che nasce da basi salde.
Il limite dell’empirismo è incontestato sulle origini delle idee. Non è metafisica, è un fatto che non è empirica l’idea di Dio, di uno spirito immateriale. Né l’idea di ordine generale, che sia di misura e di ispirazione (sostegno) rispetto alle forze del male che agitano il mondo.
Shakespeare – Uno romano e cattolico mancava e Pietro Lanzara ha colmato la laguna sul “Corriere della sera-Roma” il 14 dicembre. Con tutti gli ingredienti del caso:
http://archiviostorico.corriere.it/2011/dicembre/14/Shakespeare_una_pergamena_segreto_dei_co_10_111214030.shtml
Alcune firme pseudonime sono riconducibili a Shakespeare. Specie degli anni, 1585-1592, di cui del tutto si erano perdute le tracce nei vari tentativi di biografia. Tutto convincente. A partire dal finale: “Nelle 37 opere teatrali Roma è citata 290 volte rispetto alle 60 di Londra”.
Lo Shakespeare romano è perfino persuasivo, rispetto agli altri Shakespeare. Il conte di Oxford Edward de Vere, Marlowe, Lord Bacon. O i tanti Shakespeare donna, a partire dalla regina Elisabetta. Per non dire gay, che oggi non sarebbe politicamente corretto, a partire dalla sua “lei” che sarebbe il conte di Southampton Henry Wriothesley. Pierre Louÿs, discreto filologo, sostenne una vita che le commedie di Molière le aveva scritte Corneille.
Particolarmente ingegnoso, dettagliato, lo Shakespeare-Florio, un italiano di Londra, prima di quello romano. Lo Shakespeare Florio più accreditato è di Bagnara in Calabria, dove pescano il pescespada, un posto un tempo governato dalle donne. Prese il nome della madre Guglielma Crollalanza: William Shake, scrolla, Spear, lancia. È uguale nel ritratto a suo cugino Giovanni Florio, l’italianista londinese di fine Cinquecento, dalle cui opere trasse i proverbi delle commedie - entrambi portano l’orecchino. Guglielmo e Giovanni erano figli di due fratelli Florio, protestanti di Bagnara costretti all’esilio. Il padre di Shakespeare, di nome Giovanni, è citato in una lista di recusants, quelli che rifiutavano i culti anglicani, tali i valdesi di Bagnara, riformati di Calvino. L’altro fratello Florio, Michelangelo, padre del Giovanni cugino, era un frate francescano riformato. I Florio riemergeranno a Palermo due secoli dopo, con gli agenti britannici camuffati da produttori di marsala, per fare l’Italia unita.
Una tradizione più recente lo vuole invece Florio di Firenze. Shakespeare, Shagsper o Saxber che sia, è bene John Florio, ma allora è di Firenze e non di Bagnara, è stato recentemente sostenuto da un interprete – un interprete linguistico.
Anche Shakespeare è stato reazionario, realista, repubblicano, rivoluzionario, massone, rosacroce, prima che cattolico e romano.
letterautore@antiit.eu
La fine è romantica del socialismo
Storia mestissima, chiude il Novecento sanzionando il fallimento del socialismo, senza volerlo, dandone la chiave. Quando già si sapeva da tempo che il socialismo ha fallito per colpa propria, perché il capitalismo ha dato malgrado tutto più libertà, anche più mezzi di sussistenza. Non regge il confronto vinto col fascismo. Perché: 1) il capitalismo ha eretto il fascismo in reazione alla violenza socialista, esso stesso lo ritiene pericoloso; 2) il socialismo è un sistema della vita e non un’arma di difesa (attacco), ed è al capitalismo che si confronta, prima e più che al fascismo. È sul terreno proprio che il socialismo si è sconfitto. Loach ne mostra l’inconsistenza, mentre intende celebrarlo – per il romanticismo di cui lo ammanta.
Romantico è chi cerca la sconfitta. Per questo può essere anche crudele. Il capitale, che vuole vincere, è crudele strumentalmente.
Ken Loach, Terra e libertà
Romantico è chi cerca la sconfitta. Per questo può essere anche crudele. Il capitale, che vuole vincere, è crudele strumentalmente.
Ken Loach, Terra e libertà
Morfologia e politica del “bagno” in Versilia
Una nuova geografia in un giallo. È sorprendente il ritratto dei “bagni” in Versilia, e del provincialismo italiano (più acuto in Toscana), in questo che pure non è uno migliori gialli di Dibdin.
L’“italianato” scrittore inglese, morto quattro anni fa a sessant’anni, sarà stato il miglior ritrattista dell’Italia anni Ottanta-Novanta con la serie di storie concepite attorno a Aurelio Zen, “dottore” (commissario di polizia) di Venezia, in giro per la penisola, fino alla Sicilia e alla Sardegna. Qui con un’istruttiva diversione in Islanda. E con alcune intuizioni di solito fondamento antropologico. Una è la “diversa natura” dei non-luoghi, nel caso la “rete autostradale”: un mondo a sé, coi proprie regole, codici, orari, schemi organizzativi, luci anche, disposizione degli spazi, assortimenti. L’altro è il provincialismo, che per esempio (a parte la geometria e la logica dell’ombrellone nel bagno Mario, o Piero) divide Lucca da Pisa – Dibdin pensa erroneamente ma azzeccandoci. In piazza a Lucca una rivista insulta i pisani: “Una scoperta medica rivela perché i pisani nascono – il rimedio non c’è”. Dibdin la spiega come la diffidenza della città “industriosa, mercantile” verso “la città di mare, con la sua inaffidabile ciurma di briganti e avventurieri”. Mentre la rivista è chiaramente “il Vernacoliere”, pensato, scritto e pubblicato a Livorno. Che quindi opera al contrario: è la ciurma di briganti e avventurieri che insulta la paciosa, torpida, città di terra che Pisa nel frattempo è diventata. Ma l’odio non è diminuito.
Michael Dibdin, … e poi muori
L’“italianato” scrittore inglese, morto quattro anni fa a sessant’anni, sarà stato il miglior ritrattista dell’Italia anni Ottanta-Novanta con la serie di storie concepite attorno a Aurelio Zen, “dottore” (commissario di polizia) di Venezia, in giro per la penisola, fino alla Sicilia e alla Sardegna. Qui con un’istruttiva diversione in Islanda. E con alcune intuizioni di solito fondamento antropologico. Una è la “diversa natura” dei non-luoghi, nel caso la “rete autostradale”: un mondo a sé, coi proprie regole, codici, orari, schemi organizzativi, luci anche, disposizione degli spazi, assortimenti. L’altro è il provincialismo, che per esempio (a parte la geometria e la logica dell’ombrellone nel bagno Mario, o Piero) divide Lucca da Pisa – Dibdin pensa erroneamente ma azzeccandoci. In piazza a Lucca una rivista insulta i pisani: “Una scoperta medica rivela perché i pisani nascono – il rimedio non c’è”. Dibdin la spiega come la diffidenza della città “industriosa, mercantile” verso “la città di mare, con la sua inaffidabile ciurma di briganti e avventurieri”. Mentre la rivista è chiaramente “il Vernacoliere”, pensato, scritto e pubblicato a Livorno. Che quindi opera al contrario: è la ciurma di briganti e avventurieri che insulta la paciosa, torpida, città di terra che Pisa nel frattempo è diventata. Ma l’odio non è diminuito.
Michael Dibdin, … e poi muori
sabato 17 dicembre 2011
La Russia nella tenaglia tra Usa e Germania
La Russia è infine promossa dalla condizione di osservatore, nella quale si trovava con Vanuatu, le Seychelles e il Vaticano, a quella di membro dell’Organizzazione del commercio mondiale (Wto). A quindici anni dalla domanda di ammissione, a sedici dalla costituzione della Wto. Potrà infine semplificare le proprie esportazioni, e invogliare gli investimenti stranieri nel proprio territorio. Come l’Ucraina, che da tempo invece era stata ammessa alla Wto, o l’Albania. Mentre la domanda d’ammissione della Russia veniva pervicacemente respinta. Una vicenda non da ridere: è la storia contemporanea dell’Occidente e dell’Europa, benché, curiosamente, media e studiosi la distorcano.
Si scrive e si dice che la Russia è stata tenuta fuori della Wto perché non garantisce abbastanza i diritti civili. Come se la Cina, membro privilegiato dell’organizzazione, li garantisse. O i tanti paesi dell’Africa e dell’Asia che ne fanno parte a titolo promozionale. Si dice anche che non garantisce gli investimenti stranieri contro la corruzione. Mentre della Wto sono membri onorati i paesi della penisola arabica nei quali la corruzione è legale. E i paradisi fiscali: Antigua, Barbados, Grenada, la Saint-Lucia dell’affarista Lavitola, e i tanti altri santi caraibici.
La Russia postsovietica è rientrata nel gioco degli equilibri di potenza, che precedevano la guerra fredda. Antagonizzata dagli Usa, come un tempo dalla Gran Bretagna, e dalla Germania. Senza più il gioco di sponda che nell’Otto e Novecento aveva trovato spesso con la Francia, la quale è ora nella “sfera d’influenza” tedesca, senza residui. E anzi antagonizzata dall’Europa intera, si può dire se si guarda alle geografia dell’Ue, così piena di membri ex sovietici, tradizionalmente antirussi.
Se Putin cercherà, come dice, un accordo con la Ue, avrà molto da lavorare. Gli Usa sono sempre fieramente avversi a ogni accordo economico con la Russia. Ma anche l’Europa germanocentrica sarà un grosso ostacolo. La Russia paga ancora per la “minaccia comunista”. Che è la vera storia recente della Germania, la storia di tutta la Repubblica federale – non la Colpa, alla quale viene acculata, le responsabilità del nazismo. La Germania federale ha vissuto fino al 1989 nell’incubo della Russia, per di più comunista. Un tedesco su sei era profugo dell’Est, e i russi erano a Berlino, con tutti gli euromissili.
Si scrive e si dice che la Russia è stata tenuta fuori della Wto perché non garantisce abbastanza i diritti civili. Come se la Cina, membro privilegiato dell’organizzazione, li garantisse. O i tanti paesi dell’Africa e dell’Asia che ne fanno parte a titolo promozionale. Si dice anche che non garantisce gli investimenti stranieri contro la corruzione. Mentre della Wto sono membri onorati i paesi della penisola arabica nei quali la corruzione è legale. E i paradisi fiscali: Antigua, Barbados, Grenada, la Saint-Lucia dell’affarista Lavitola, e i tanti altri santi caraibici.
La Russia postsovietica è rientrata nel gioco degli equilibri di potenza, che precedevano la guerra fredda. Antagonizzata dagli Usa, come un tempo dalla Gran Bretagna, e dalla Germania. Senza più il gioco di sponda che nell’Otto e Novecento aveva trovato spesso con la Francia, la quale è ora nella “sfera d’influenza” tedesca, senza residui. E anzi antagonizzata dall’Europa intera, si può dire se si guarda alle geografia dell’Ue, così piena di membri ex sovietici, tradizionalmente antirussi.
Se Putin cercherà, come dice, un accordo con la Ue, avrà molto da lavorare. Gli Usa sono sempre fieramente avversi a ogni accordo economico con la Russia. Ma anche l’Europa germanocentrica sarà un grosso ostacolo. La Russia paga ancora per la “minaccia comunista”. Che è la vera storia recente della Germania, la storia di tutta la Repubblica federale – non la Colpa, alla quale viene acculata, le responsabilità del nazismo. La Germania federale ha vissuto fino al 1989 nell’incubo della Russia, per di più comunista. Un tedesco su sei era profugo dell’Est, e i russi erano a Berlino, con tutti gli euromissili.
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (111)
Giuseppe Leuzzi
Il Sud funziona sempre. Il Sud del mondo: balletti, musica, viaggi, onlus. Funziona soprattutto a Milano, che sa come sfruttarlo. Il Sud come mercato. Da cui prendere senza dover dare, e docile, pronto a comprare tutto.
Già a fine Ottocento Salvemini rilevava (“La sinistra e la questione meridionale”) “troppi” laureati al Sud. Troppe famiglie che, speso privandosi di tutto, volevano assolutamente laureare il figlio. Una sfida che, invece di rafforzare la società meridionale la indeboliva: nel momento della formazione del laureato, dei sacrifici, dei debiti, delle scelte univoche, e dopo, quando il laureato, socialmente sradicato e isolato, deve farsi strada tra migliaia di altri laureati per il “posto”. Come di un capitale applicato male e sempre nell’incertezza. O un progetto dalla fondamenta infide.
Rimasti nella storia incidentalmente, in uno degli “Scritti dispersi” di Corrado Alvaro, sono ora oggetto di un libro, con cd, di Francesco Lotoro e Paolo Candido, “Fonte di ogni bene. Canti di risveglio ebraico composti dal 1930 al 1945 a Sannicandro Garganico”. A Sannicandro non sono rimasti più di una diecina di convertiti ebrei. E quelli emigrati nel 1948 in Palestina, ormai di terza generazione, hanno dimenticato le origini italiane. Ma il fatto è vero: un bracciante cantastorie di Sannicandro, semianalfabeta, Donato Manduzio, che dalla Bibbia è portato negli anni Trenta a un suo personale ebraismo, al quale converte molti compaesani, una ventina di famiglia, finendo alla Liberazione per essere accettati dal rabbinato di Roma e circoncisi. In gran parte poi emigrando nel ’48, per “difendere Israele” contro gli arabi.
Antonio Moscato e Maria Novella Pierini fecero di Manduzio negli anni Sessanta un rivoluzionario (“Rivolta religiosa nelle campagne. Il movimento millenarista di Davide Lazzaretti. La profezia neo-ebraica di Donato Manduzio, Samonà & Savelli, 1965). Ma la storia vera, per molti aspetti affascinante, è in “San Nicandro. Histoire d'une conversion, 1993, della storica francese Elena Cassin, tradotta parzialmente nel 1995 dal Corbaccio.
C’è sempre al Sud il desiderio di essere qualcos’altro che quelli che si è, contadini, pugliesi, cattolici – un po’ biblici un po’ no. E l’emigrazione come una vera cesura, totale, malgrado i paisa’, le mamme e gli spaghetti.
Se la politica ha un costo, causa ne è la Sicilia. Il “Corriere della sera” lo sostiene imperterrito, il 9 dicembre con la migliore firma, Stella: “Lo ricordino, Mario Monti ed Elsa Fornero: se non obbligano la Sicilia ad eliminare immediatamente questi bubboni ogni loro sforzo per spiegare che la crisi planetaria è così grave da obbligare a pesantissimi sacrifici sarà inutile”. L’indignazione gonfia la penna dello Scrittore. Che continua: “Peggio: grottesco”. In effetti, è grottesco.
Napoli
Quando il Procuratore di Reggio Calabria Pignatone ha posto la sua candidatura a Napoli, subito gli è arrivato da Napoli un avviso di garanzia. Un avviso mafioso. Spavaldamente esibito. Pignatone, che di mafia è esperto, ha dirottato la candidatura su Roma, e l’avviso è scaduto.
La Procura di Napoli dev’essere tenuta libera per Mancuso. Ora parcheggiato nella vicina Nola, Mancuso è famoso per aver liquidato un altro intruso a Napoli, il suo capo Cordova, ex Superprocuratore e per di più calabrese. Oltre che per aver scagionato il figlio denunciato dalla polizia per violenze in una manifestazione. Andava a caccia con un camorrista di Scampia, ma questo è risultato irrilevante.
Al museo archeologico di Baia ci sono cinque ragazze per fare due biglietti, in un’ora. Quattro di loro insegnano alla quinta, lavoratrice socialmente utile, a staccare il biglietto all’entrata.
Al baretto del Museo l’addetto ha giacca verde e papillon nero su camicia candida. Non sa fare il caffè e non se ne preoccupa. Alle rimostranze obietta:
- È il mio primo giorno di lavoro.
All’Orientale di Napoli il centralino è affidato a una signora che ribatte, più polemica che agitata:
- Ma che ‘nne sacce ie? M’hanno messe qua…
In albergo la ragazza, mezzo discinta alle nove e mezza, serve la colazione. Che consiste in un cappuccino e un cornetto. Il cornetto è vecchio, secco.
- A me m’hanno detto di servirli cominciando dall’inizio della scatola – si schermisce, e non lo cambia.
Le proteste (per la violenza, il disordine, la prevaricazione) offendono Napoli, se uno legge “Il Mattino”. Solo i napoletani possono, con limiti, criticare Napoli. Sembrerebbe arroganza, superbia senza dignità. Ma è spinta fino all’autodistruzione: non è chi non veda che napoletani sono i carabinieri inefficienti, i neghittosissimi magistrati, i medici della malasanità, e l’infinita teoria del pagliettismo che si è appropriata la giustizia.
O non è inefficienza, né neghittosità, né indifferenza? Difficile immaginare un popolo prevaricatore. Difficile immaginarlo ma esserlo no.
Negozio di chincaglierie simpatico alla Solfatara di Pozzuoli. Arredato con semplicità all’antica, con scaffali di legno, vende le antiche cose, conchiglie, coralli, etc., un assortimento vastissimo e attraente. È tenuto da giovani, informati e corretti. Sembra un’idea, più che un negozio qualsiasi di ricordini. Alla domanda:
- Siete una cooperativa? – La risposta è pacata:
- Una cooperativa? No no, noi lavoriamo.
“Napoli è la piaga del Mezzogiorno”: così Gaetano Salvemini, allievo e intimo di Pasquale Villari, napoletano eminente, in “Cocò all’università di Napoli o la scuola della mala vita”, il suo primo articolo per “La Voce”, 31 dicembre 1908 (ora (in “La sinistra e la questione meridionale”).
“Cocò” è una satira. Ma rifà le “Lettere Meridionali” di Villari di quasi cinquant’anni prima, subito dopo l’unità.
Scilla sarà a Cartagine
I Martiri Scillitani furono i primi martiri cristiani in Nord Africa, dodici. Subirono il martirio a Cartagine, il 17 luglio 180, decapitati. E sono ricordati dal primo regesto della chiesa, gli “Acta Martyrum Scillitanorum”, o “Acta Sanctorum Scillitanorum”, trascrizione in latino degli atti del processo. Che fu giudicato dal proconsole Vegellio Saturnino. Gli “Acta” costituiscono il più antico documento della letteratura cristiana latina, e sono il più antico testo latino che menzioni una versione di testi biblici (“Libri et epistulae Pauli”, i libri e le lettere di Paolo).
Nulla i documenti dicono sulla loro provenienza. Che i commentatori vaticani s’inventano allora essere una possibile comunità cristiana di un toponimo ignoto della Numidia, detto Scili o Cillium (in questo secondo caso per farlo coincidere con l’odierna Kasserine in Tunisia) – così Domenico Minuto lamenta sull’ultimo “Calabria Sconosciuta”, n.131. Scilla non è menzionata, che è invece: 1) toponimo unico, 2) conosciuto in tutta l’antichità, via Omero, 3) dell’area reggina, che san Paolo visitò due volte e catechizzò.
Questi i nomi dei martiri: Speratus, Nartzalus, Cittinus, Veturius, Felix, Aquilinus, Laetantius, Ianuaria, Generosa, Vestia, Donata (sintetizzò la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica: “Honorem Caesari quasi Caesari; timorem autem Deo”), Secunda. Sperato è probabilmente il catecumeno o sacerdote della comunità: nel processo sostenne in gran parte l’interrogatorio, ed è quello che afferma di avere avuto libri e lettere di san Paolo. San Sperato è anche un quartiere di Reggio. Che è l’unica città che lo ha in calendario, il 15 luglio.
A Scilla vorrà fare tappa, fuori dall’itinerario, san Gerolamo in viaggio verso la Terrasanta. La città era peraltro già menzionata nella Tavola Peutingeriana, la mappa segreta del cristianesimo fatta redigere agli inizi del III secolo, come Domus Ecclesiae, una delle 28 allora esistenti. E poco dopo forniva altri due martiri, giustiziati in Spagna, san Cucufante (san Cugat in catalano) e suo fratello san Felice. Anche loro scillitani, ma secondo i commentatori vaticani di qualche sperduto borgo Scili o Scilicum, localizzato non si sa dove.
leuzzi@antiit.eu
Il Sud funziona sempre. Il Sud del mondo: balletti, musica, viaggi, onlus. Funziona soprattutto a Milano, che sa come sfruttarlo. Il Sud come mercato. Da cui prendere senza dover dare, e docile, pronto a comprare tutto.
Già a fine Ottocento Salvemini rilevava (“La sinistra e la questione meridionale”) “troppi” laureati al Sud. Troppe famiglie che, speso privandosi di tutto, volevano assolutamente laureare il figlio. Una sfida che, invece di rafforzare la società meridionale la indeboliva: nel momento della formazione del laureato, dei sacrifici, dei debiti, delle scelte univoche, e dopo, quando il laureato, socialmente sradicato e isolato, deve farsi strada tra migliaia di altri laureati per il “posto”. Come di un capitale applicato male e sempre nell’incertezza. O un progetto dalla fondamenta infide.
Rimasti nella storia incidentalmente, in uno degli “Scritti dispersi” di Corrado Alvaro, sono ora oggetto di un libro, con cd, di Francesco Lotoro e Paolo Candido, “Fonte di ogni bene. Canti di risveglio ebraico composti dal 1930 al 1945 a Sannicandro Garganico”. A Sannicandro non sono rimasti più di una diecina di convertiti ebrei. E quelli emigrati nel 1948 in Palestina, ormai di terza generazione, hanno dimenticato le origini italiane. Ma il fatto è vero: un bracciante cantastorie di Sannicandro, semianalfabeta, Donato Manduzio, che dalla Bibbia è portato negli anni Trenta a un suo personale ebraismo, al quale converte molti compaesani, una ventina di famiglia, finendo alla Liberazione per essere accettati dal rabbinato di Roma e circoncisi. In gran parte poi emigrando nel ’48, per “difendere Israele” contro gli arabi.
Antonio Moscato e Maria Novella Pierini fecero di Manduzio negli anni Sessanta un rivoluzionario (“Rivolta religiosa nelle campagne. Il movimento millenarista di Davide Lazzaretti. La profezia neo-ebraica di Donato Manduzio, Samonà & Savelli, 1965). Ma la storia vera, per molti aspetti affascinante, è in “San Nicandro. Histoire d'une conversion, 1993, della storica francese Elena Cassin, tradotta parzialmente nel 1995 dal Corbaccio.
C’è sempre al Sud il desiderio di essere qualcos’altro che quelli che si è, contadini, pugliesi, cattolici – un po’ biblici un po’ no. E l’emigrazione come una vera cesura, totale, malgrado i paisa’, le mamme e gli spaghetti.
Se la politica ha un costo, causa ne è la Sicilia. Il “Corriere della sera” lo sostiene imperterrito, il 9 dicembre con la migliore firma, Stella: “Lo ricordino, Mario Monti ed Elsa Fornero: se non obbligano la Sicilia ad eliminare immediatamente questi bubboni ogni loro sforzo per spiegare che la crisi planetaria è così grave da obbligare a pesantissimi sacrifici sarà inutile”. L’indignazione gonfia la penna dello Scrittore. Che continua: “Peggio: grottesco”. In effetti, è grottesco.
Napoli
Quando il Procuratore di Reggio Calabria Pignatone ha posto la sua candidatura a Napoli, subito gli è arrivato da Napoli un avviso di garanzia. Un avviso mafioso. Spavaldamente esibito. Pignatone, che di mafia è esperto, ha dirottato la candidatura su Roma, e l’avviso è scaduto.
La Procura di Napoli dev’essere tenuta libera per Mancuso. Ora parcheggiato nella vicina Nola, Mancuso è famoso per aver liquidato un altro intruso a Napoli, il suo capo Cordova, ex Superprocuratore e per di più calabrese. Oltre che per aver scagionato il figlio denunciato dalla polizia per violenze in una manifestazione. Andava a caccia con un camorrista di Scampia, ma questo è risultato irrilevante.
Al museo archeologico di Baia ci sono cinque ragazze per fare due biglietti, in un’ora. Quattro di loro insegnano alla quinta, lavoratrice socialmente utile, a staccare il biglietto all’entrata.
Al baretto del Museo l’addetto ha giacca verde e papillon nero su camicia candida. Non sa fare il caffè e non se ne preoccupa. Alle rimostranze obietta:
- È il mio primo giorno di lavoro.
All’Orientale di Napoli il centralino è affidato a una signora che ribatte, più polemica che agitata:
- Ma che ‘nne sacce ie? M’hanno messe qua…
In albergo la ragazza, mezzo discinta alle nove e mezza, serve la colazione. Che consiste in un cappuccino e un cornetto. Il cornetto è vecchio, secco.
- A me m’hanno detto di servirli cominciando dall’inizio della scatola – si schermisce, e non lo cambia.
Le proteste (per la violenza, il disordine, la prevaricazione) offendono Napoli, se uno legge “Il Mattino”. Solo i napoletani possono, con limiti, criticare Napoli. Sembrerebbe arroganza, superbia senza dignità. Ma è spinta fino all’autodistruzione: non è chi non veda che napoletani sono i carabinieri inefficienti, i neghittosissimi magistrati, i medici della malasanità, e l’infinita teoria del pagliettismo che si è appropriata la giustizia.
O non è inefficienza, né neghittosità, né indifferenza? Difficile immaginare un popolo prevaricatore. Difficile immaginarlo ma esserlo no.
Negozio di chincaglierie simpatico alla Solfatara di Pozzuoli. Arredato con semplicità all’antica, con scaffali di legno, vende le antiche cose, conchiglie, coralli, etc., un assortimento vastissimo e attraente. È tenuto da giovani, informati e corretti. Sembra un’idea, più che un negozio qualsiasi di ricordini. Alla domanda:
- Siete una cooperativa? – La risposta è pacata:
- Una cooperativa? No no, noi lavoriamo.
“Napoli è la piaga del Mezzogiorno”: così Gaetano Salvemini, allievo e intimo di Pasquale Villari, napoletano eminente, in “Cocò all’università di Napoli o la scuola della mala vita”, il suo primo articolo per “La Voce”, 31 dicembre 1908 (ora (in “La sinistra e la questione meridionale”).
“Cocò” è una satira. Ma rifà le “Lettere Meridionali” di Villari di quasi cinquant’anni prima, subito dopo l’unità.
Scilla sarà a Cartagine
I Martiri Scillitani furono i primi martiri cristiani in Nord Africa, dodici. Subirono il martirio a Cartagine, il 17 luglio 180, decapitati. E sono ricordati dal primo regesto della chiesa, gli “Acta Martyrum Scillitanorum”, o “Acta Sanctorum Scillitanorum”, trascrizione in latino degli atti del processo. Che fu giudicato dal proconsole Vegellio Saturnino. Gli “Acta” costituiscono il più antico documento della letteratura cristiana latina, e sono il più antico testo latino che menzioni una versione di testi biblici (“Libri et epistulae Pauli”, i libri e le lettere di Paolo).
Nulla i documenti dicono sulla loro provenienza. Che i commentatori vaticani s’inventano allora essere una possibile comunità cristiana di un toponimo ignoto della Numidia, detto Scili o Cillium (in questo secondo caso per farlo coincidere con l’odierna Kasserine in Tunisia) – così Domenico Minuto lamenta sull’ultimo “Calabria Sconosciuta”, n.131. Scilla non è menzionata, che è invece: 1) toponimo unico, 2) conosciuto in tutta l’antichità, via Omero, 3) dell’area reggina, che san Paolo visitò due volte e catechizzò.
Questi i nomi dei martiri: Speratus, Nartzalus, Cittinus, Veturius, Felix, Aquilinus, Laetantius, Ianuaria, Generosa, Vestia, Donata (sintetizzò la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica: “Honorem Caesari quasi Caesari; timorem autem Deo”), Secunda. Sperato è probabilmente il catecumeno o sacerdote della comunità: nel processo sostenne in gran parte l’interrogatorio, ed è quello che afferma di avere avuto libri e lettere di san Paolo. San Sperato è anche un quartiere di Reggio. Che è l’unica città che lo ha in calendario, il 15 luglio.
A Scilla vorrà fare tappa, fuori dall’itinerario, san Gerolamo in viaggio verso la Terrasanta. La città era peraltro già menzionata nella Tavola Peutingeriana, la mappa segreta del cristianesimo fatta redigere agli inizi del III secolo, come Domus Ecclesiae, una delle 28 allora esistenti. E poco dopo forniva altri due martiri, giustiziati in Spagna, san Cucufante (san Cugat in catalano) e suo fratello san Felice. Anche loro scillitani, ma secondo i commentatori vaticani di qualche sperduto borgo Scili o Scilicum, localizzato non si sa dove.
leuzzi@antiit.eu
venerdì 16 dicembre 2011
L’occhio di lince appannato in Lévy-Strauss
Mostra dopo vent’anni evidente il limite dello strutturalismo, di cui è applicazione apicale, in quanto (ultimo) bastione sistematico, tentativo di pensare per sempre. Pur con i punti curiosi che mai mancano in Lévy-Struss e ne fanno il fascino. Il più curioso è l’assunto del libro: la persistenza delle gemellarità nei miti amerindi, del Canada, del Brasile, del Perù, di fratelli gemelli che però si differenziano e anche si contrastano. Figurazione nella quale l’antropologo rileva il “pensiero dell’altro”, l’impossibile insularità dell’io. Poi c’è l’animalismo, anch’esso persistente. E la francofonia inconscia – c’è molto di franco-canadese, non dissimulato peraltro, nelle “mitologie” degli amerindi nord-occidentali. Un fatto che avrebbe potuto portare l’antropologo, con un minimo di ironia, a storicizzare miti e costanti, invece di assolutizzare. Nello stesso “pensiero dell’altro” accogliendo le migrazioni, a maggior ragione se imperialiste, impositive. Lévy_Strauss arriva invece a immaginare una mitologia a puzzle, lasciando in bianco il posto dei bianchi, invece di accettare che anche il mito è dinamico.
La gemellità è doppiamente imbarazzante. Porta un marchio famoso, di Dumézil, trasponendolo in abito strutturalista, cioè razionalista. Ma fare l’antropologo descrittivo, e per di più tradizionalista, è diverso dal fare il sistematico.
Claude Lévy-Strauss, Storia di lince
La gemellità è doppiamente imbarazzante. Porta un marchio famoso, di Dumézil, trasponendolo in abito strutturalista, cioè razionalista. Ma fare l’antropologo descrittivo, e per di più tradizionalista, è diverso dal fare il sistematico.
Claude Lévy-Strauss, Storia di lince
Ombre - 112
Si perquisiscono “le case” di Lino Iannuzzi perché qualche Procuratore della Repubblica, o qualche sbirro, lo vuole mafioso. Per molto meno il sindacato dei giornalisti ha protestato, per Iannuzzi no. Iannuzzi mafioso ci mancava: troppe inchieste di troppi giudici ha dimostrato fasulle.
Della Valle è andato all’incontro della pace sul calcio promosso dal Coni convinto che il professor Guido Rossi avrebbe riconosciuto la sua partigianeria. Pur sapendo che Rossi è l’avvocato dei potenti. Non sarà una commedia degli equivoci?
Della Valle ha subito un danno notevolissimo, e personale, dagli “errori” di Rossi: tutto quello che aveva investito nella Fiorentina è andato in fumo, e non ha potuto recuperarlo (avrebbe dovuto fare nuovi investimenti). Ma non ha mai pensato di chiamare ai danni la Figc, o Rossi.
Il Csm assolve il Procuratore di Bari Laudati dall’accusa di aver boicottato il processo a Tarantini per le escort di Berlusconi. Ma non mette sotto accusa l’accusatore, l’ex Procuratore Giuseppe Scelsi – detto Pino dai suoi cronisti, che sono donne. Il giudice, ora in forza alla Procura Generale di Bari, che s’inventò la D’Addario, convocando il “Corriere della sera” e poi gli altri grandi giornali, il giorno dopo che il suo compare Emiliano, l’ex giudice dalemiano promosso sindaco di Bari, era stato costretto al ballottaggio dallo sfidante berlusconiano.
Si è perduta anche l’inchiesta a carico dell’ufficiale della Guardia di finanza che mediava tra Scelsi e i cronisti giudiziari – tutti donne – del caso D’Addario.
Il professor Monti si schermisce in Parlamento dalle accuse di tassa i poveri arieggiando la Tobin Tax, la tassa sulle attività finanziarie. Che lui meglio di ogni altra, avendola studiata, sa che è inapplicabile. Ma questo non si dice, Monti dev’essere “tutti noi”.
Monti liberalizza anche, osanna, ma solo le edicole.
Banti, arbitro notoriamente “milanese” (antijuventino), è mandato a Genova a fare, letteralmente, la partita a favore dell’Inter. Senza vergogna.
È in atto da cinque e forse sei anni il superboom delle materie prime, alimentari (grano anzitutto), energetiche, metallifere. Ma il “Financial Times” ce lo propone solo adesso, “The commodities markets super-cycle”, con supplementi speciali e schiere di specialisti: “I mercati delle materie prime sono l centro di un «super-ciclo» - la crescita drammatica dei prezzi dell’energia, gli alimentari e i metalli”. Non se n’era accorto? Certo che sì.
“Parvenu in un club di signori”: nemmeno il freddo professor Monti si evita il sarcasmo di fronte ai suoi colleghi europei. Quei vertici Ue devono puzzare molto.
La Banca d’Italia spiega che la manovra è recessiva. È vero, ed è grave. Ma non bisogna disturbare il guidatore: la Banca d’Italia non merita più che poche righe, svogliate.
Manie da guerra fredda lamenta Putin di Hillary Clinton, che non è nessuno, è ministro degli Esteri Usa. Hillary Clinton si è intromessa, lamenta Putin, nelle elezioni russe, con fiumi di danaro.
Sembra una bufala e invece è possibile. L’Europa ancora freme per la rivoluzione arancione in Ucraina, Yushenko e Timoshenko – dei quali l’Ucraina Ancora sconta l’incapacità e la corruzione. La sola cosa che all’ambasciata Usa a Roma interessa dell’Italia sono gli acquisti di gas dalla Russia.
Negli Usa un condannato a morte ottiene la revisione del processo perché nella giuria che l’ha condannato uno dormiva e uno chattava. Che civiltà!
Il riportone di Moavero, le sventole di Giarda, le lacrime corrugate della Fornero al tg, dopo i sorrisi spensierati a “Ballarò”, Monti ha messo un teatrino di forti maschere. Ma niente, non riesce a scuotere i comici. Da Benigni in giù sono orfani di Berlusconi: se non gli dice lui cosa dire, non sanno che.
Nessun governo ha osato tanto, mettere mano ai diritti acquisiti in materia di pensioni. Che sono per la loro gran parte una forma assicurativa, e quindi intoccabili. . Ma la Cgil questa volta tace – il partito non vuole? Mentre protestano gli altri sindacati.
Tagliare i diritti acquisiti è anche illegale, e forse incostituzionale. Ma nessun Adusbef o Codacons protesta e promuove cause. Anche queste “associazioni di consumatori” sono cascami del sovietismo?
Della Valle è andato all’incontro della pace sul calcio promosso dal Coni convinto che il professor Guido Rossi avrebbe riconosciuto la sua partigianeria. Pur sapendo che Rossi è l’avvocato dei potenti. Non sarà una commedia degli equivoci?
Della Valle ha subito un danno notevolissimo, e personale, dagli “errori” di Rossi: tutto quello che aveva investito nella Fiorentina è andato in fumo, e non ha potuto recuperarlo (avrebbe dovuto fare nuovi investimenti). Ma non ha mai pensato di chiamare ai danni la Figc, o Rossi.
Il Csm assolve il Procuratore di Bari Laudati dall’accusa di aver boicottato il processo a Tarantini per le escort di Berlusconi. Ma non mette sotto accusa l’accusatore, l’ex Procuratore Giuseppe Scelsi – detto Pino dai suoi cronisti, che sono donne. Il giudice, ora in forza alla Procura Generale di Bari, che s’inventò la D’Addario, convocando il “Corriere della sera” e poi gli altri grandi giornali, il giorno dopo che il suo compare Emiliano, l’ex giudice dalemiano promosso sindaco di Bari, era stato costretto al ballottaggio dallo sfidante berlusconiano.
Si è perduta anche l’inchiesta a carico dell’ufficiale della Guardia di finanza che mediava tra Scelsi e i cronisti giudiziari – tutti donne – del caso D’Addario.
Il professor Monti si schermisce in Parlamento dalle accuse di tassa i poveri arieggiando la Tobin Tax, la tassa sulle attività finanziarie. Che lui meglio di ogni altra, avendola studiata, sa che è inapplicabile. Ma questo non si dice, Monti dev’essere “tutti noi”.
Monti liberalizza anche, osanna, ma solo le edicole.
Banti, arbitro notoriamente “milanese” (antijuventino), è mandato a Genova a fare, letteralmente, la partita a favore dell’Inter. Senza vergogna.
È in atto da cinque e forse sei anni il superboom delle materie prime, alimentari (grano anzitutto), energetiche, metallifere. Ma il “Financial Times” ce lo propone solo adesso, “The commodities markets super-cycle”, con supplementi speciali e schiere di specialisti: “I mercati delle materie prime sono l centro di un «super-ciclo» - la crescita drammatica dei prezzi dell’energia, gli alimentari e i metalli”. Non se n’era accorto? Certo che sì.
“Parvenu in un club di signori”: nemmeno il freddo professor Monti si evita il sarcasmo di fronte ai suoi colleghi europei. Quei vertici Ue devono puzzare molto.
La Banca d’Italia spiega che la manovra è recessiva. È vero, ed è grave. Ma non bisogna disturbare il guidatore: la Banca d’Italia non merita più che poche righe, svogliate.
Manie da guerra fredda lamenta Putin di Hillary Clinton, che non è nessuno, è ministro degli Esteri Usa. Hillary Clinton si è intromessa, lamenta Putin, nelle elezioni russe, con fiumi di danaro.
Sembra una bufala e invece è possibile. L’Europa ancora freme per la rivoluzione arancione in Ucraina, Yushenko e Timoshenko – dei quali l’Ucraina Ancora sconta l’incapacità e la corruzione. La sola cosa che all’ambasciata Usa a Roma interessa dell’Italia sono gli acquisti di gas dalla Russia.
Negli Usa un condannato a morte ottiene la revisione del processo perché nella giuria che l’ha condannato uno dormiva e uno chattava. Che civiltà!
Il riportone di Moavero, le sventole di Giarda, le lacrime corrugate della Fornero al tg, dopo i sorrisi spensierati a “Ballarò”, Monti ha messo un teatrino di forti maschere. Ma niente, non riesce a scuotere i comici. Da Benigni in giù sono orfani di Berlusconi: se non gli dice lui cosa dire, non sanno che.
Nessun governo ha osato tanto, mettere mano ai diritti acquisiti in materia di pensioni. Che sono per la loro gran parte una forma assicurativa, e quindi intoccabili. . Ma la Cgil questa volta tace – il partito non vuole? Mentre protestano gli altri sindacati.
Tagliare i diritti acquisiti è anche illegale, e forse incostituzionale. Ma nessun Adusbef o Codacons protesta e promuove cause. Anche queste “associazioni di consumatori” sono cascami del sovietismo?
giovedì 15 dicembre 2011
La “donna islamica” è islamica
Alla Rai e sui giornali sociologhe e femministe plaudono alla copertina di “Time” dedicata alla figura della contestatrice nel 2011, scambiandola per la “donna islamica” che intendono donna liberata. È l’equivoco della “Primavera” araba: la “donna islamica” è islamica, col velo e tutto, non obietta al ritorno alla sharia, la legge islamica, con minime correzioni, scende in piazza in massa, e si mette in fila alle elezioni, per sostenere gli islamici. Perché così comandano il padre e il marito ma non necessariamente.
Nei paesi arabi e negli altri del Vicino Oriente: in Iran come in Turchia, in Pakistan, in Tunisia e ora in Egitto le donne sono la grande riserva elettorale dei partiti islamici. Le avvocatesse e le dottoresse che hanno parlato alle televisioni durante la Primavera sono le donne laiche nel mondo arabo. Poche, quasi tutte di minoranze religiose, e destinate all’esilio, quando non saranno più protette dai militari.
Nei paesi arabi e negli altri del Vicino Oriente: in Iran come in Turchia, in Pakistan, in Tunisia e ora in Egitto le donne sono la grande riserva elettorale dei partiti islamici. Le avvocatesse e le dottoresse che hanno parlato alle televisioni durante la Primavera sono le donne laiche nel mondo arabo. Poche, quasi tutte di minoranze religiose, e destinate all’esilio, quando non saranno più protette dai militari.
L’Europa, il Quarto Vuoto dell’Occidente
La grotta della Natività a Betlemme restaurata dai palestinesi, coi soldi sauditi, dopo un secolo e mezzo di abbandono, sono l’ultimo segno di decadenza. Nell’Italia che si affanna contro chiese e oratori, dai quali vorrebbe l’Ici, si può pensare la trascuratezza verso i simboli religiosi un fatto di laicismo. Ma l’Europa che rinuncia alle sue radici cristiane è solo sciocca (col contorno di Israele, che ha boicottato la progettazione del restauro). Non laica, non c’è scritto in nessun posto che la laicità debba essere stupida – l’Europa la usa come rivalsa o vendetta, contro chi non si sa di preciso, la stessa voglia matta che l’ha portata, poi, a rinunciare alla costituzione politica dalla quale aveva espunto le radici cristiane. Un’Europa, al più, pusillanime. Ma c’è di peggio.
L’Europa, esclusa l’Unione Europea che oggi sembra non ci sia mai stata, è cinquant’anni di storia inutile, dopo la decolonizzazione, all’insegna del neo colonialismo. Pura agitazione stupida, intempestiva, sanguinosa, da giapponesi perduti nella giungla, in un mondo globalizzato. Per l’Europa, nell’Occidente e nel mondo, senza alcun beneficio. Una sorta di Quarto Vuoto dell’Occidente, quella parte del deserto arabico dove nessuna forma di vita sopravvive. L’Occidente nel mondo globalizzato non gioca più un ruolo assoluto. Ma peggio fa l’Europa, che al più vi si affaccia ancillare degli Usa - i quali un progetto comunque hanno, seppure sempre più asfittico, nei confronti dell’America latina, del Medio Oriente fino al Pakistan, dell’oceano Pacifico, dell’Africa, l’imperialismo esercitano in un progetto.
In Libia si è giunti al ridicolo. Libia. Col capofila Sarkozy che pensava a una guerra lampo e alla fine, scosso dall’assassinio del generale Abdel Fattah Yumes, il generale ucciso dagli altri congiurati, pensa di ritrarsi. Ma ne viene dissuaso da Bernard-Henri Lévy, giornalista e filosofo, un intellettuale che celebra n Libia “la penna e la spada”. Roba da non credere: una guerra “concepita” fino al dettaglio, da un “filosofo della libertà”, così lo stesso Lévy fa valere nel pronto libro di memorie. O, sempre per restare alla Libia, un Obama poco convinto che viene soggiogato da Hillary Clinton, ex senatrice di New York.
Con contorno di mortificanti dettagli illustri. Prima di Lévy un solo intellettuale si fa ricordare in guerra, Chateaubriand che nel 1823 fece invadere la Spagna rivoluzionaria. Ma Chateaubriand non comandava le operazioni dall’Eliseo, né si fece immortalare, come Lévy a più riprese, in posa, tra le rovine e i mutilati che lui ha voluto, in abito di taglio sartoriale a piombo, e la camicia candida a collo alto aperta che ne è il marchio. Un Lawrence di Libia senza cavallo ma con molti fotografi al seguito. Che nelle sue smargiassate umanitarie coinvolge – è un profittatore? un provocatore? un agente segreto? - il Centre Répresetatif del Institutions Juives de France (Crif).
La Libia è l’ultima di una serie di guerre che l’Occidente ha condotto con continuità, e l’Europa per esso con cecità, anche se con sufficienza. In Costa d’Avorio due o tre volte, in Iraq due volte, in Afghanistan due volte, e non è finita, in Sierra Leone, in Serbia, nel Congo ex Zaire a lungo e in varie circostanze, nella stessa Libia quarant’anni fa, dopo il golpe di Gheddafi, a Cabinda e in varie altre località africane, con soldati propri e con mercenari. E in America latina ovunque, a Panama e Grenada coi marines, in Brasile, Argentina e Cile coi locali generali.
Guerre non inutili. Fanno infatti tanti morti, benché “pulite”, aeree per lo più, o golpiste (golpe organizzati, come l’ultimo in Libia) E sono letali per l’Europa, direttamente e indirettamente, rinnovando, dentro e fuori, il suo gretto spirito coloniale, se non razzista, e l’odio che esso suscita.
L’Europa, esclusa l’Unione Europea che oggi sembra non ci sia mai stata, è cinquant’anni di storia inutile, dopo la decolonizzazione, all’insegna del neo colonialismo. Pura agitazione stupida, intempestiva, sanguinosa, da giapponesi perduti nella giungla, in un mondo globalizzato. Per l’Europa, nell’Occidente e nel mondo, senza alcun beneficio. Una sorta di Quarto Vuoto dell’Occidente, quella parte del deserto arabico dove nessuna forma di vita sopravvive. L’Occidente nel mondo globalizzato non gioca più un ruolo assoluto. Ma peggio fa l’Europa, che al più vi si affaccia ancillare degli Usa - i quali un progetto comunque hanno, seppure sempre più asfittico, nei confronti dell’America latina, del Medio Oriente fino al Pakistan, dell’oceano Pacifico, dell’Africa, l’imperialismo esercitano in un progetto.
In Libia si è giunti al ridicolo. Libia. Col capofila Sarkozy che pensava a una guerra lampo e alla fine, scosso dall’assassinio del generale Abdel Fattah Yumes, il generale ucciso dagli altri congiurati, pensa di ritrarsi. Ma ne viene dissuaso da Bernard-Henri Lévy, giornalista e filosofo, un intellettuale che celebra n Libia “la penna e la spada”. Roba da non credere: una guerra “concepita” fino al dettaglio, da un “filosofo della libertà”, così lo stesso Lévy fa valere nel pronto libro di memorie. O, sempre per restare alla Libia, un Obama poco convinto che viene soggiogato da Hillary Clinton, ex senatrice di New York.
Con contorno di mortificanti dettagli illustri. Prima di Lévy un solo intellettuale si fa ricordare in guerra, Chateaubriand che nel 1823 fece invadere la Spagna rivoluzionaria. Ma Chateaubriand non comandava le operazioni dall’Eliseo, né si fece immortalare, come Lévy a più riprese, in posa, tra le rovine e i mutilati che lui ha voluto, in abito di taglio sartoriale a piombo, e la camicia candida a collo alto aperta che ne è il marchio. Un Lawrence di Libia senza cavallo ma con molti fotografi al seguito. Che nelle sue smargiassate umanitarie coinvolge – è un profittatore? un provocatore? un agente segreto? - il Centre Répresetatif del Institutions Juives de France (Crif).
La Libia è l’ultima di una serie di guerre che l’Occidente ha condotto con continuità, e l’Europa per esso con cecità, anche se con sufficienza. In Costa d’Avorio due o tre volte, in Iraq due volte, in Afghanistan due volte, e non è finita, in Sierra Leone, in Serbia, nel Congo ex Zaire a lungo e in varie circostanze, nella stessa Libia quarant’anni fa, dopo il golpe di Gheddafi, a Cabinda e in varie altre località africane, con soldati propri e con mercenari. E in America latina ovunque, a Panama e Grenada coi marines, in Brasile, Argentina e Cile coi locali generali.
Guerre non inutili. Fanno infatti tanti morti, benché “pulite”, aeree per lo più, o golpiste (golpe organizzati, come l’ultimo in Libia) E sono letali per l’Europa, direttamente e indirettamente, rinnovando, dentro e fuori, il suo gretto spirito coloniale, se non razzista, e l’odio che esso suscita.
La casta giustizia non c’è
I banchi delle novità in libreria straripano di testi di cui non se ne può più. Un terzo sulle mafie compresi gli impresentabili ‘ndranghetisti, gente di nessun fascino. a cinquantina sulla mafia. Un terzo sul solito Berlsuconi, che ci occupa da vent’anni (gli Editori Riuniti fanno l’ennesima rentrée con una serie dedicata ai berlusconiani: a quando i figlie, le nuore, i generi?). E un terzo sulle caste, o sulle malefatte della politica, anche quando non fa nulla, per il solo torto di esistere. Anche a voler soltanto regalare un libro, non leggerlo, che comprare?
Le librerie, che potrebbero rifarsi in queste feste di crisi, poiché i libro costa sempre meno dei vestiti, dei telefonini e dei computer, vogliono scoraggiare la domanda? O va il libro deprimente? Il politicamente corretto dev’essere deprimente? Poco informato, scolastico, ripetitivo. E poi, soprattutto, perché non c’è un libro, uno solo, sulla casta dei magistrati? Sulla casta cioè per eccellenza. Con le auto blu, i doppi incarichi (anche tripli), i lauti arbitrati, l’indicizzazione piena sulle lauti pensioni, il galleggiamento e il trascinamento, il carrierismo come unica ambizione (cento Procure antimafia invece di una, e ora cento Procure anticorruzione, perché no, e centro antievasione - fiscale s’intende, per le altre bisogna lavorare). C’è un motivo?
Chi ci ha tentato, Stefano Livadiotti con “L’ultracatasta” e il giudice torinese Bruno Tinti con “Toghe rotte”, quattro anni fa, in epoca di Ulivo, non ha avuto eco cui Grandi Giornali dei Grandi Editori ed è divenuto subito irreperibile. Eppure i lettori sanno di che si tratta, che nei referendum sui giudici votano sempre contro all’80 e al 90 per cento.
Le librerie, che potrebbero rifarsi in queste feste di crisi, poiché i libro costa sempre meno dei vestiti, dei telefonini e dei computer, vogliono scoraggiare la domanda? O va il libro deprimente? Il politicamente corretto dev’essere deprimente? Poco informato, scolastico, ripetitivo. E poi, soprattutto, perché non c’è un libro, uno solo, sulla casta dei magistrati? Sulla casta cioè per eccellenza. Con le auto blu, i doppi incarichi (anche tripli), i lauti arbitrati, l’indicizzazione piena sulle lauti pensioni, il galleggiamento e il trascinamento, il carrierismo come unica ambizione (cento Procure antimafia invece di una, e ora cento Procure anticorruzione, perché no, e centro antievasione - fiscale s’intende, per le altre bisogna lavorare). C’è un motivo?
Chi ci ha tentato, Stefano Livadiotti con “L’ultracatasta” e il giudice torinese Bruno Tinti con “Toghe rotte”, quattro anni fa, in epoca di Ulivo, non ha avuto eco cui Grandi Giornali dei Grandi Editori ed è divenuto subito irreperibile. Eppure i lettori sanno di che si tratta, che nei referendum sui giudici votano sempre contro all’80 e al 90 per cento.
mercoledì 14 dicembre 2011
Secondi pensieri - (84)
zeulig
Amore – È passione democratica. La concezione per eccellenza dell’amore, comune a tutte le letterature note, è tragica, sotto le forme dell’abbandono, del tradimento, dell’incostanza, della gelosia: l’amore è catastrofico, malefico, dannato, l’amore è morte. Che non c’entra propriamente con l’amore, ma con altre pulsioni. Di cui l’amore viene ad essere il cappello e il collante in quanto pulsione universale e accettata, eticamente, non esclusa e anzi ambita e raccomandata. E in quanto corpo universale – di ognuno, belli e brutti, spirituali e materiali, intelligenti e stupidi – è minuziosamente, infinitamente, sezionabile e sezionato, scomposto, analizzato, invocato come un santo o un miracolo, vituperato.
La più lunga storia d’amore in letteratura, quella di Proust e Albertine, non ha un momento di gioia o rilassatezza, sempre avvinta al dubbio – non infondato peraltro, e anzi cieco. Ciò si lega al mondo di Proust, il cui tormento è la menzogna, e alla concezione che dell’amore ha Proust, di un’illusione se non di un autoinganno, e tuttavia prezioso in quanto tiene in vita, alimenta e rafforza gli spiriti vitali. L’amore è l’innesco della sofferenza, che sola per Proust alimenta la vitalità, quando il ricordo del tempo perduto ha esaurito i suoi effetti di blanda euforia. Non molta, non acuta, per malattia, guerra, malvagità, ma un po’, meglio se coltivata – l’hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” Proust la concepisce e la vice come snobismo….
Una concezione speciale ma non isolata: come ogni altra passione, ma di più per la sua universalità, la sua diffusione, anche l’amore c’entra in ogni disperazione. Il fattore principale delle dissoluzioni oggi delle unioni d’amore, matrimoni o convivenze, è portare nel nucleo interno, di coppia e o di famiglia, le tensioni esterne: dai soldi che non bastano mani al lavoro che non c’è e se c’è non soddisfa, all’autobus che non passa, o al tempo, che sempre è troppo freddo, o troppo caldo. L’amore è una proiezione di se stessi in realtà, che però non si è in grado di governare e attraverso la quale si è anzi governati. Con effetti a volte benefici, ora come sembra prevalentemente venefici. Ognuno, anche il sadomasochista di Proust, cerca il piacere, e lo cerca correttamente al di fuori di sé (in sé è troppo facile). Ma spesso cade male, il mondo è pieno di sorprese, le persone pure. O si muove senza giudizio. Né la ricerca è facile, essendo sempre quelli i criteri, per prove ed errori.
Giudizio - Kant spesso diceva sciocchezze, si sa, perché fondava l’esperienza sull’apriori, le cose già sapute. Avere un buon giudizio è utile quando ci si muove al buio: gli spazi, gli oggetti, si trovano in base all’idea che se ne ha. Ma intanto il sole non tramonta mai, questo l’aveva già scoperto Copernico. E poi, per dirne una, che male gli avevano fatto i neri per averne cattivi apriori? Aveva pregiudizi, anche lui. Ma il pregiudizio c’è. Nonché i noti artifici dell’esposizione, per quanto semplificata: barzellette, doppi sensi, giochi di parole, la stessa mossa del varietà, gli hapax, lo slang e gli altri usi succulenti, locali e di gruppo, della parola, rebus, agiografie, centoni, innari, immagini e ricordi accidentali, la stessa mimica della conversazione. E i refusi, che si nascondono nel testo confidando nell’inavvertenza di redattori e correttori - i “corruttori di bizze” – e creano coi loro misteri inesauribile filologia. La moglie del sardo che in realtà è la moglie del sordo, invenzione di Larbaud, che trascorrerà afasico gli ultimi vent’anni – che il “Corriere della sera” attribuisce a Grazia Deledda (il “Corriere della serra”, che non è un refuso ma la citazione corrente del giornale in francese).
Morte – Il pensiero della morte – in realtà un lutto non elaborato – è venuto crescendo col consumo di antidepressivi, che ogni decennio in Italia da quarant’anni raddoppia. Per motivi ignoti (il risveglio dopo il Sessantotto, la volontà di non cedere alla mediocrità invadente, la crisi politica e di appartenenza, la crisi economica come tema costante – l’economia è sempre “in crisi”?) ma di certo legati all’affluenza. Che induce i riflessi lenti e la civiltà dei diritti.
Casanova scriveva: “Detesto la morte, perché distrugge la ragione”. Il pensiero della morte rovescia la vita.
Rivoluzione – La rivoluzione politica viene con la borghesia. Non c’era prima, fino a tutto il Settecento.
Scoperta - L’invenzione viene ora ridotta etimologicamente a ritrovamento, come a dire: “Nulla di nuovo”. E invece no: è una conoscenza nuova, in quanto, passando per l’astrazione, studiare la caduta dei pesi nel vuoto, per esempio, passa per l’ignoto. È ricognizione dell’esistente, l’uomo non è creatore, ma intrepida e fantastica.
Storia – È la scienza (letteratura) più inattendibile, che alcuni vorrebbero maestra di vita. L’Occidente, che Heidegger fa cominciare da Eraclito, cancella quasi mille anni, una metà della sua storia, dopo il 410 e fino al Due-Trecento, chiamandoli Medio Evo, che dice barbarico e oscuro. Con la parentesi di sant’Agostino. Li hanno cancellati i massoni, e i preti si sono lasciati fare – hanno ancora il complesso di Rutilio Namaziano, del suo orgoglioso ritorno pagano. Si cancellano i bizantini, il romanico, e an-ìche i saraceni. Il caso Giotto si risolve facendolo discepolo di Cimabue, Dante non si sa. Si è tentato con Brunetto Latini, ma è maestro debole, e con Virgilio, precursore anche lui di un puer straordinario, che però era Augusto, l’imperatore. È un altro Rinascimento, in questa rimozione-decostruzione, un altro Occidente. E una volta messo in moto - ogni meccanismo è implacabile - moltiplica fossati e torrioni. Col dogmatismo malleabile dei pionieri - lo spiega bene il western con i detti biblici e ogni altra specie di “sortes virgilianae”: qualsiasi evento ne prova la verità.
Verità - Il paradosso del mentitore (tutti i cretesi sono bugiardi, dice Epimenide cretese: “Vi posso assicurare senza mentire che non ho detto mai nessuna verità, se non per mentire”) è anche quello della verità. È vero che se si stabilisse una volta la verità nel mondo, non vi si direbbe quasi più nulla di quello che vi si dice. Ma allora è vero che non bisogna fidarsi troppo delle parole-pretese di verità.
La verità è scaturigine e filtro selettivo. I ricordi sono selettivi, la memoria è parte della psiche: ricostruisce ma costruisce, e inventa, qualsiasi sbirro sa che indurre al ricordo è perfino facile. Anche quello dei testimoni, è sempre una ricostruzione, e anche nell’onestà senza riserve si organizza in base al punto d’osservazione, e alla capacità di espressione, che agisce retroflessa, influenza le cose da dire. Con effetto cumulativo, anche la selezione si affina - come, altrimenti, si sarebbe scritta tanta allettante letteratura del ricordo? Il meccanismo è rappresentato in “Les Âmes mortes” da Giono, che non è citabile ma così è: vista da lui, vista da lei. Dipende da chi la racconta, la verità (realtà) si rovescia, e ogni rovesciamento è esso stesso nuovo inizio.
Wittgenstein – Porta notevoli “prove” dell’esistenza di Dio. Nel “Tractatus”: “Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene”. La “forma logica” e la “forma morale” peraltro già non appartengono ai fatti del mondo: “L’etica è trascendentale”. Ancora nel “Tractatus”: “La risoluzione dell’enigma della vita nello spazio e tempo non può risiedere che fuori dello spazio e del tempo”. Perché “dio non rivela se nel mondo”. Ancora: “Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna, e appunto questa è la risposta”.
Il “Tractatus” si può dire sull’esistenza di Dio.
zeulig@antiit.eu
Amore – È passione democratica. La concezione per eccellenza dell’amore, comune a tutte le letterature note, è tragica, sotto le forme dell’abbandono, del tradimento, dell’incostanza, della gelosia: l’amore è catastrofico, malefico, dannato, l’amore è morte. Che non c’entra propriamente con l’amore, ma con altre pulsioni. Di cui l’amore viene ad essere il cappello e il collante in quanto pulsione universale e accettata, eticamente, non esclusa e anzi ambita e raccomandata. E in quanto corpo universale – di ognuno, belli e brutti, spirituali e materiali, intelligenti e stupidi – è minuziosamente, infinitamente, sezionabile e sezionato, scomposto, analizzato, invocato come un santo o un miracolo, vituperato.
La più lunga storia d’amore in letteratura, quella di Proust e Albertine, non ha un momento di gioia o rilassatezza, sempre avvinta al dubbio – non infondato peraltro, e anzi cieco. Ciò si lega al mondo di Proust, il cui tormento è la menzogna, e alla concezione che dell’amore ha Proust, di un’illusione se non di un autoinganno, e tuttavia prezioso in quanto tiene in vita, alimenta e rafforza gli spiriti vitali. L’amore è l’innesco della sofferenza, che sola per Proust alimenta la vitalità, quando il ricordo del tempo perduto ha esaurito i suoi effetti di blanda euforia. Non molta, non acuta, per malattia, guerra, malvagità, ma un po’, meglio se coltivata – l’hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” Proust la concepisce e la vice come snobismo….
Una concezione speciale ma non isolata: come ogni altra passione, ma di più per la sua universalità, la sua diffusione, anche l’amore c’entra in ogni disperazione. Il fattore principale delle dissoluzioni oggi delle unioni d’amore, matrimoni o convivenze, è portare nel nucleo interno, di coppia e o di famiglia, le tensioni esterne: dai soldi che non bastano mani al lavoro che non c’è e se c’è non soddisfa, all’autobus che non passa, o al tempo, che sempre è troppo freddo, o troppo caldo. L’amore è una proiezione di se stessi in realtà, che però non si è in grado di governare e attraverso la quale si è anzi governati. Con effetti a volte benefici, ora come sembra prevalentemente venefici. Ognuno, anche il sadomasochista di Proust, cerca il piacere, e lo cerca correttamente al di fuori di sé (in sé è troppo facile). Ma spesso cade male, il mondo è pieno di sorprese, le persone pure. O si muove senza giudizio. Né la ricerca è facile, essendo sempre quelli i criteri, per prove ed errori.
Giudizio - Kant spesso diceva sciocchezze, si sa, perché fondava l’esperienza sull’apriori, le cose già sapute. Avere un buon giudizio è utile quando ci si muove al buio: gli spazi, gli oggetti, si trovano in base all’idea che se ne ha. Ma intanto il sole non tramonta mai, questo l’aveva già scoperto Copernico. E poi, per dirne una, che male gli avevano fatto i neri per averne cattivi apriori? Aveva pregiudizi, anche lui. Ma il pregiudizio c’è. Nonché i noti artifici dell’esposizione, per quanto semplificata: barzellette, doppi sensi, giochi di parole, la stessa mossa del varietà, gli hapax, lo slang e gli altri usi succulenti, locali e di gruppo, della parola, rebus, agiografie, centoni, innari, immagini e ricordi accidentali, la stessa mimica della conversazione. E i refusi, che si nascondono nel testo confidando nell’inavvertenza di redattori e correttori - i “corruttori di bizze” – e creano coi loro misteri inesauribile filologia. La moglie del sardo che in realtà è la moglie del sordo, invenzione di Larbaud, che trascorrerà afasico gli ultimi vent’anni – che il “Corriere della sera” attribuisce a Grazia Deledda (il “Corriere della serra”, che non è un refuso ma la citazione corrente del giornale in francese).
Morte – Il pensiero della morte – in realtà un lutto non elaborato – è venuto crescendo col consumo di antidepressivi, che ogni decennio in Italia da quarant’anni raddoppia. Per motivi ignoti (il risveglio dopo il Sessantotto, la volontà di non cedere alla mediocrità invadente, la crisi politica e di appartenenza, la crisi economica come tema costante – l’economia è sempre “in crisi”?) ma di certo legati all’affluenza. Che induce i riflessi lenti e la civiltà dei diritti.
Casanova scriveva: “Detesto la morte, perché distrugge la ragione”. Il pensiero della morte rovescia la vita.
Rivoluzione – La rivoluzione politica viene con la borghesia. Non c’era prima, fino a tutto il Settecento.
Scoperta - L’invenzione viene ora ridotta etimologicamente a ritrovamento, come a dire: “Nulla di nuovo”. E invece no: è una conoscenza nuova, in quanto, passando per l’astrazione, studiare la caduta dei pesi nel vuoto, per esempio, passa per l’ignoto. È ricognizione dell’esistente, l’uomo non è creatore, ma intrepida e fantastica.
Storia – È la scienza (letteratura) più inattendibile, che alcuni vorrebbero maestra di vita. L’Occidente, che Heidegger fa cominciare da Eraclito, cancella quasi mille anni, una metà della sua storia, dopo il 410 e fino al Due-Trecento, chiamandoli Medio Evo, che dice barbarico e oscuro. Con la parentesi di sant’Agostino. Li hanno cancellati i massoni, e i preti si sono lasciati fare – hanno ancora il complesso di Rutilio Namaziano, del suo orgoglioso ritorno pagano. Si cancellano i bizantini, il romanico, e an-ìche i saraceni. Il caso Giotto si risolve facendolo discepolo di Cimabue, Dante non si sa. Si è tentato con Brunetto Latini, ma è maestro debole, e con Virgilio, precursore anche lui di un puer straordinario, che però era Augusto, l’imperatore. È un altro Rinascimento, in questa rimozione-decostruzione, un altro Occidente. E una volta messo in moto - ogni meccanismo è implacabile - moltiplica fossati e torrioni. Col dogmatismo malleabile dei pionieri - lo spiega bene il western con i detti biblici e ogni altra specie di “sortes virgilianae”: qualsiasi evento ne prova la verità.
Verità - Il paradosso del mentitore (tutti i cretesi sono bugiardi, dice Epimenide cretese: “Vi posso assicurare senza mentire che non ho detto mai nessuna verità, se non per mentire”) è anche quello della verità. È vero che se si stabilisse una volta la verità nel mondo, non vi si direbbe quasi più nulla di quello che vi si dice. Ma allora è vero che non bisogna fidarsi troppo delle parole-pretese di verità.
La verità è scaturigine e filtro selettivo. I ricordi sono selettivi, la memoria è parte della psiche: ricostruisce ma costruisce, e inventa, qualsiasi sbirro sa che indurre al ricordo è perfino facile. Anche quello dei testimoni, è sempre una ricostruzione, e anche nell’onestà senza riserve si organizza in base al punto d’osservazione, e alla capacità di espressione, che agisce retroflessa, influenza le cose da dire. Con effetto cumulativo, anche la selezione si affina - come, altrimenti, si sarebbe scritta tanta allettante letteratura del ricordo? Il meccanismo è rappresentato in “Les Âmes mortes” da Giono, che non è citabile ma così è: vista da lui, vista da lei. Dipende da chi la racconta, la verità (realtà) si rovescia, e ogni rovesciamento è esso stesso nuovo inizio.
Wittgenstein – Porta notevoli “prove” dell’esistenza di Dio. Nel “Tractatus”: “Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene”. La “forma logica” e la “forma morale” peraltro già non appartengono ai fatti del mondo: “L’etica è trascendentale”. Ancora nel “Tractatus”: “La risoluzione dell’enigma della vita nello spazio e tempo non può risiedere che fuori dello spazio e del tempo”. Perché “dio non rivela se nel mondo”. Ancora: “Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna, e appunto questa è la risposta”.
Il “Tractatus” si può dire sull’esistenza di Dio.
zeulig@antiit.eu
Il mondo com'è - 77
astolfo
Antipolitica – È una politica. La politica dell’antipolitica è già in Salvemini, in “Cocò all’università di Napoli o la scuola della mala vita”, il saggio satirico col quale inaugurò la collaborazione a “La Voce di Papini e Prezzolini il 31 dicembre 1908 (ma i temi della satira sono già tutti nelle “Lettere meridionali” di Pasquale Villari del 1962). “L’azione politica degli spostati ha una grandissima importanza nella società moderne, perché, non avendo nulla da fare, fanno per tutto il giorno della politica: sono giornalisti, libellisti, galoppini elettorali, conferenzieri, propagandisti”. E, sempre non avendo nulla da fare, fanno subito carriera, ci tentano, atteggiandosi a “capipopolo” e “guardiani dei segreti”.
Gli “spostati”, termine che avrebbe fatto fortuna nella redazione americana, misfits, Salvemini dice “il cosiddetto proletariato dell’intelligenza”, e intende quelli che vogliono tutto subito ma non sanno che.
Confessione - C’erano quelle, innumerevoli, del comunismo, a Mosca, Praga, Varsavia, delle cistke nell’Unione Sovietica, confessioni pubbliche ma al chiuso della comunità, come quelle delle suore carmelitane, delle Brigate Rosse in Cina e altrove, oggi dei comunitari, le comunità cattoliche di base. E quelle dei pentiti, a rate, all’orecchio di un Procuratore della Repubblica. Dopo la confessione obbligatoria del Concilio Laterano II.
Femminismo – Inaridisce, nel rapporto con gli altri, specie di coppia, e con se stessi. Il riequilibrio o ha ecceduto o è stato fatto su presupposti e a fini sbagliati. La donna è più incostante (incerta) che mai specie nel rapporto di coppia - è un fatto statistico. Insofferente del coniuge, e perfino dei figli. Con un bilancio domestico che, nel consumismo, è sempre irraggiungibile (i soldi non bastano mai). Incapace infine di passioni (immaginazione), inerte allo scambio sciale e alle sollecitazioni della fantasia.
È anche un circolo vizioso: la donna del femminismo si rende la vita più infelice escludendo ogni altro, e soprattutto l’uomo – che presto diventa, anche nella migliore coppia, un fastidio.
Laicità – Salvemini ne fissa il principio, la critica di ogni preconcetto, in un saggio ancora vergine del 1907 (ora ripreso in “La sinistra e la questione meridionale”). Ricordando come il suo amato Mazzini “negava energicamente la libertà d’insegnamento”: all’intervistatore Daniel Stern (pseudonimo di Madame d’Agoûlt, che con Lizst ebbe l’amore di una vita e insieme fecero Cosima, sposa di Wagner) minacciava la destituzione, “dopo la rivoluzione”, di “tutti i professori hegeliani” (materialisti, irreligiosi) dell’università di Napoli. Il repubblicano Nasi, ministro dell’Istruzione, “fece e disfece dispoticamente”, continua Salvemini, le istituzioni scolastiche e i corsi di studio. Mentre “il signor Nathan, Gran Maestro della massoneria e alquanto mazziniano”, sindaco celebrato di Roma, impose a scuola “I doveri degli uomini” dello stesso Mazzini, “libro imbevuto di dogmatismo religioso dal principio alla fine”.
Moda – Con i personaggi della storia contemporanea, che si baciano per la pace, Benetton s’impadronisce della storia - dopo l’Aids, la miseria, l’infanzia. Dà forma al dominio totale della merce. Lo rende cioè esplicito, coni segni visibili del mondo. Rafforzato peraltro dalla tv invasiva, i nuovi media, i centri commerciali.
Occidente – Ha vissuto l’ultimo mezzo secolo, dalla decolonizzazione, all’insegna delle guerre neo coloniali. All’insegna di fini democratici e umanitari, ma mai così numerose e cruente – sono guerre aeree e non di trincea, ma i morti sono sempre tanti. In un caso, in Afghanistan, anche occidentali.
Più il bonapartismo diffuso, i golpe militari. Particolarmente incisivi e duri quelli in America Latina, Brasile, Cile e Argentina. Con l’Europa, in questo contesto, ridotta a funzioni ancillari agli Usa, chiamata a coprire le ali o le retrovie, in quanto amica, volenterosa, o Nato.
Shopping – È la funzione sociale dominante. Le vetrine, sulla strada e online, prove d’acquisto sono per i più l’occupazione, mentale e fisica, prevalente, per il tempo impiegato e l’intensità. Se non la pratica psicologica più rassicurante, quella un tempo dei libri di preghiera, le pratiche dell’amore, il tempo perso con gli amici e le amiche. Strategie, piani, calcolo colmano le attese e calmano le ansie, nel lungo tempo libero dalle occupazioni obbligate, non c’è altro spazio o progetto, solo lo shopping. Si viaggia anche per lo shopping. Si fanno vacanze per lo shopping.
I centri commerciali sono le agorà, i fori, le cattedrali della contemporaneità - anche nelle architetture: il modello più in uso ha frontoni spioventi, da chiesa.
astolfo@antiit.eu
Antipolitica – È una politica. La politica dell’antipolitica è già in Salvemini, in “Cocò all’università di Napoli o la scuola della mala vita”, il saggio satirico col quale inaugurò la collaborazione a “La Voce di Papini e Prezzolini il 31 dicembre 1908 (ma i temi della satira sono già tutti nelle “Lettere meridionali” di Pasquale Villari del 1962). “L’azione politica degli spostati ha una grandissima importanza nella società moderne, perché, non avendo nulla da fare, fanno per tutto il giorno della politica: sono giornalisti, libellisti, galoppini elettorali, conferenzieri, propagandisti”. E, sempre non avendo nulla da fare, fanno subito carriera, ci tentano, atteggiandosi a “capipopolo” e “guardiani dei segreti”.
Gli “spostati”, termine che avrebbe fatto fortuna nella redazione americana, misfits, Salvemini dice “il cosiddetto proletariato dell’intelligenza”, e intende quelli che vogliono tutto subito ma non sanno che.
Confessione - C’erano quelle, innumerevoli, del comunismo, a Mosca, Praga, Varsavia, delle cistke nell’Unione Sovietica, confessioni pubbliche ma al chiuso della comunità, come quelle delle suore carmelitane, delle Brigate Rosse in Cina e altrove, oggi dei comunitari, le comunità cattoliche di base. E quelle dei pentiti, a rate, all’orecchio di un Procuratore della Repubblica. Dopo la confessione obbligatoria del Concilio Laterano II.
Femminismo – Inaridisce, nel rapporto con gli altri, specie di coppia, e con se stessi. Il riequilibrio o ha ecceduto o è stato fatto su presupposti e a fini sbagliati. La donna è più incostante (incerta) che mai specie nel rapporto di coppia - è un fatto statistico. Insofferente del coniuge, e perfino dei figli. Con un bilancio domestico che, nel consumismo, è sempre irraggiungibile (i soldi non bastano mai). Incapace infine di passioni (immaginazione), inerte allo scambio sciale e alle sollecitazioni della fantasia.
È anche un circolo vizioso: la donna del femminismo si rende la vita più infelice escludendo ogni altro, e soprattutto l’uomo – che presto diventa, anche nella migliore coppia, un fastidio.
Laicità – Salvemini ne fissa il principio, la critica di ogni preconcetto, in un saggio ancora vergine del 1907 (ora ripreso in “La sinistra e la questione meridionale”). Ricordando come il suo amato Mazzini “negava energicamente la libertà d’insegnamento”: all’intervistatore Daniel Stern (pseudonimo di Madame d’Agoûlt, che con Lizst ebbe l’amore di una vita e insieme fecero Cosima, sposa di Wagner) minacciava la destituzione, “dopo la rivoluzione”, di “tutti i professori hegeliani” (materialisti, irreligiosi) dell’università di Napoli. Il repubblicano Nasi, ministro dell’Istruzione, “fece e disfece dispoticamente”, continua Salvemini, le istituzioni scolastiche e i corsi di studio. Mentre “il signor Nathan, Gran Maestro della massoneria e alquanto mazziniano”, sindaco celebrato di Roma, impose a scuola “I doveri degli uomini” dello stesso Mazzini, “libro imbevuto di dogmatismo religioso dal principio alla fine”.
Moda – Con i personaggi della storia contemporanea, che si baciano per la pace, Benetton s’impadronisce della storia - dopo l’Aids, la miseria, l’infanzia. Dà forma al dominio totale della merce. Lo rende cioè esplicito, coni segni visibili del mondo. Rafforzato peraltro dalla tv invasiva, i nuovi media, i centri commerciali.
Occidente – Ha vissuto l’ultimo mezzo secolo, dalla decolonizzazione, all’insegna delle guerre neo coloniali. All’insegna di fini democratici e umanitari, ma mai così numerose e cruente – sono guerre aeree e non di trincea, ma i morti sono sempre tanti. In un caso, in Afghanistan, anche occidentali.
Più il bonapartismo diffuso, i golpe militari. Particolarmente incisivi e duri quelli in America Latina, Brasile, Cile e Argentina. Con l’Europa, in questo contesto, ridotta a funzioni ancillari agli Usa, chiamata a coprire le ali o le retrovie, in quanto amica, volenterosa, o Nato.
Shopping – È la funzione sociale dominante. Le vetrine, sulla strada e online, prove d’acquisto sono per i più l’occupazione, mentale e fisica, prevalente, per il tempo impiegato e l’intensità. Se non la pratica psicologica più rassicurante, quella un tempo dei libri di preghiera, le pratiche dell’amore, il tempo perso con gli amici e le amiche. Strategie, piani, calcolo colmano le attese e calmano le ansie, nel lungo tempo libero dalle occupazioni obbligate, non c’è altro spazio o progetto, solo lo shopping. Si viaggia anche per lo shopping. Si fanno vacanze per lo shopping.
I centri commerciali sono le agorà, i fori, le cattedrali della contemporaneità - anche nelle architetture: il modello più in uso ha frontoni spioventi, da chiesa.
astolfo@antiit.eu
martedì 13 dicembre 2011
Bordello al Palazzo delle Vergogne
Per molti degli stessi giudici e per gli avvocati era il Palazzo delle Vergogne. Ora lo è anche per l’opinione. Dopo lo smercio, ieri, delle foto pornografiche di alcune “attricette”, ora escort. È successo al processo contro Berlusconi ma non era roba attinente al processo. Qualcuno ha approfittato della audience berlusconiana per smerciare le foto ricattatorie.
Lo stesso processo d’altra parte si dovrebbe svolgere e porte chiuse: non riguarda la violenza a una minorenne? Ma i giudici del processo hanno deciso altrimenti, a gioia dei tanti e ludibrio delle donne. Tre giudici donne: Giulia Turri, Carmen D’Elia e Orsolina De Cristofaro. Della Quarta sezione penale che Oscar Magi presiede, il giudice garante della privacy – contro la benemerita Google.
Roba da Crébillon Fils, da “secondo scaffale” dei libri proibiti. Si potrebbe dire un progresso rispetto ai giudici concussori e bari che a Milano sono diventati moralizzatori. Il processo si potrebbe prendere per un romanzetto cosiddetto francese, o di costumi, che sempre si vuole a fondo sessuale: seduzione, prostituzione, adulterio, libertinaggio. A Milano questo mancava, e le giudici hanno colmato la lacuna, andando anche oltre il “secondo scaffale”, perché Milano vuol’essere sempre prima: il tribunale hanno trasformato in un bordello. Per gente dabbene certo, morale, civile, che irride le puttane. Come in un vero bordello. Né poteva essere altrimenti, si sa che la giustizia è donna. Come le tenutarie: le ragazze vogliono essere accudite da buone madri.
Ma un problema resta: dov’è la prostituzione?
Lo stesso processo d’altra parte si dovrebbe svolgere e porte chiuse: non riguarda la violenza a una minorenne? Ma i giudici del processo hanno deciso altrimenti, a gioia dei tanti e ludibrio delle donne. Tre giudici donne: Giulia Turri, Carmen D’Elia e Orsolina De Cristofaro. Della Quarta sezione penale che Oscar Magi presiede, il giudice garante della privacy – contro la benemerita Google.
Roba da Crébillon Fils, da “secondo scaffale” dei libri proibiti. Si potrebbe dire un progresso rispetto ai giudici concussori e bari che a Milano sono diventati moralizzatori. Il processo si potrebbe prendere per un romanzetto cosiddetto francese, o di costumi, che sempre si vuole a fondo sessuale: seduzione, prostituzione, adulterio, libertinaggio. A Milano questo mancava, e le giudici hanno colmato la lacuna, andando anche oltre il “secondo scaffale”, perché Milano vuol’essere sempre prima: il tribunale hanno trasformato in un bordello. Per gente dabbene certo, morale, civile, che irride le puttane. Come in un vero bordello. Né poteva essere altrimenti, si sa che la giustizia è donna. Come le tenutarie: le ragazze vogliono essere accudite da buone madri.
Ma un problema resta: dov’è la prostituzione?
Il Proust frammentario di W. Benjamin
Salva, en passant, la cattiva coscienza di chi compra tanti libri senza (poterli) leggere. Tra cose ed eventi straordinari per semplicità: i fichi a Secondigliano, il petit déjeuner tra gli specchi al bistrot, il “Pranzo caprese” offerto, imposto, dalla vecchia puttana, l’euforia d’identificarsi coi romani nell’osteria a piazza Montanara a Roma (attorno al teatro Marcello, la piazza di molti sonetti del Belli, demolita nel 1928 per cercare un foro olitorio che non si è trovato), col falerno e il baccalà, e l’omelette alle more la cui bontà non si ricostituisce senza la vita precedente. Nella vena, meno malinconica, del Proust che avrebbe potuto essere Benjamin. Tra moralità anch’esse semplici: le disgrazie nostre sono la felicità altrui (Leopardi), di nemici e amici, il nostro forte sono le sconfitte, la natura è più bella inquadrata dalla finestra di una villa italiana, la fortuna se la predice il postulante, astrologi e cartomanti si limitano a prospettargli le maschere di quello che avrebbe potuto o voluto essere (“le ombre di vita mai vissute”) – due piccole raccolte in questi “Denkbilder” s’intitolano “Ombre brevi”: l “ombra breve” è quella di mezzogiorno (“l’ora di Zarathustra, il pensatore al «mezzogiorno della vita», al «giardino d’estate», quando la conoscenza distingue le cose col maggior rigore”), il procedimento è per concatenazione.
La raccolta è una riedizione dei “Denkbilder”, le immagini di pensiero, messi assieme nel 1998 con i testi di “Immagini di città” e una ventina di altri pezzi che Benjamin scrisse per i giornali tra il 1925 e il 1933. Col garbo noto, l’acume e la svagatezza. Anche nei testi più stravaganti, “La via del successo in tredici tesi”, per esempio, che consigliata da Benjamin è tutto dire. Ma non senza saggezza. Al punto quattro, per esempio: “Non s’immagina a che punto ciò che è senza equivoco costituisce il bene supremo per il pubblico. Un centro, un führer, una parola d’ordine”. O al punto sei: “Chi scrive non sa quanto la posteriorità è moderna”, viene con l’intellettuale indipendente, ancora nel Seicento nessun autore avrebbe avuto l’idea di affidarsi ai posteri. È tutta storia contemporanea la conclusione della “Via”: “Il successo del genio della finanza è della stessa tempra della presenza di spirito con cui l’abate Galiani s’illustrava nei salotti. Soltanto oggi non sono più, come diceva Lenin, gli uomini ma le cose che vogliono essere domate. Da qui la stupidità che così spesso appone il suo sigillo sulla suprema presenza di spirito dei magnati dell’economia”.
“Denkbilder”, immagini di pensiero, è il penultimo titolo del libro, una raccolta prevalentemente di sogni. Adorno, “Su Benjamin”, così la spiega: “Una concezione di Platone, opposta al neo kantismo, secondo la quale l’idea non è una semplice presentazione ma un ente in sé che, benché costituita puramente dallo spirito, possiede una realtà sensibile”. Il termine è stato introdotto con questo senso nella poesia tedesca da Stefan George, che in un componimento in lode di Mallarmé (in “Il settimo anello”), lo dice “sanguinare per la sua immagine di pensiero”.
Dopo l’insopprimibile postfazione di Peter Szondi alle “Immagini di città”, di cui fu l’editore, Benjamin è il “fanciullo che sta con gli occhi attoniti nel labirinto”, delle città, dei paesi stranieri, delle cose e delle sensazioni. Mentre è piuttosto Proust, un rielaboratore d’immagini e sensazioni – o allora Proust è un fanciullo attonito, ipotesi non stravagante. Un Proust frammentario, per mancanza di fondo, chissà, o d’ambizione (qui Benjamin si rappresenta come “l’uomo astuccio”, contento solo dentro il suo carapace, al confronto con “l’uomo distruttivo”, il suo amico banchiere Gustav Glück, che sempre è “giovane, sereno”, e sempre “trova una strada”), o semplicemente di anni, ma non in effetti mancato, la stoffa c’è, di costante potere evocativo. En passant sarà la cifra di scrittura di Benjamin, l’apparentemente divagando. Elzeviristica, ma di spessore, le tracce restano – o l’elzeviro non necessariamente è arabesco, rigaggio.
Queste prose sparse che qui e là si pubblicano sono dei piccoli geyser, gentili, fragranti, di una vasta incandescenza interna, di un assorbimento e una macerazione costanti. Comprese le distrazioni. Collezionista dichiarato di libri per bambini, Benjamin racconta l’acquisto emozionante di un libro di fiabe di A.L.Grimm, illustrato da Lyser, perché “edito a Grimma in Turingia” – che invece non c’è, c’è in Sassonia ma è ininfluente, Grimma è qui il nome dell’editore, a Francoforte.
Walter Benjamin, Images de pensée, Christian Bourgois Éd., pp. 260 € 7
La raccolta è una riedizione dei “Denkbilder”, le immagini di pensiero, messi assieme nel 1998 con i testi di “Immagini di città” e una ventina di altri pezzi che Benjamin scrisse per i giornali tra il 1925 e il 1933. Col garbo noto, l’acume e la svagatezza. Anche nei testi più stravaganti, “La via del successo in tredici tesi”, per esempio, che consigliata da Benjamin è tutto dire. Ma non senza saggezza. Al punto quattro, per esempio: “Non s’immagina a che punto ciò che è senza equivoco costituisce il bene supremo per il pubblico. Un centro, un führer, una parola d’ordine”. O al punto sei: “Chi scrive non sa quanto la posteriorità è moderna”, viene con l’intellettuale indipendente, ancora nel Seicento nessun autore avrebbe avuto l’idea di affidarsi ai posteri. È tutta storia contemporanea la conclusione della “Via”: “Il successo del genio della finanza è della stessa tempra della presenza di spirito con cui l’abate Galiani s’illustrava nei salotti. Soltanto oggi non sono più, come diceva Lenin, gli uomini ma le cose che vogliono essere domate. Da qui la stupidità che così spesso appone il suo sigillo sulla suprema presenza di spirito dei magnati dell’economia”.
“Denkbilder”, immagini di pensiero, è il penultimo titolo del libro, una raccolta prevalentemente di sogni. Adorno, “Su Benjamin”, così la spiega: “Una concezione di Platone, opposta al neo kantismo, secondo la quale l’idea non è una semplice presentazione ma un ente in sé che, benché costituita puramente dallo spirito, possiede una realtà sensibile”. Il termine è stato introdotto con questo senso nella poesia tedesca da Stefan George, che in un componimento in lode di Mallarmé (in “Il settimo anello”), lo dice “sanguinare per la sua immagine di pensiero”.
Dopo l’insopprimibile postfazione di Peter Szondi alle “Immagini di città”, di cui fu l’editore, Benjamin è il “fanciullo che sta con gli occhi attoniti nel labirinto”, delle città, dei paesi stranieri, delle cose e delle sensazioni. Mentre è piuttosto Proust, un rielaboratore d’immagini e sensazioni – o allora Proust è un fanciullo attonito, ipotesi non stravagante. Un Proust frammentario, per mancanza di fondo, chissà, o d’ambizione (qui Benjamin si rappresenta come “l’uomo astuccio”, contento solo dentro il suo carapace, al confronto con “l’uomo distruttivo”, il suo amico banchiere Gustav Glück, che sempre è “giovane, sereno”, e sempre “trova una strada”), o semplicemente di anni, ma non in effetti mancato, la stoffa c’è, di costante potere evocativo. En passant sarà la cifra di scrittura di Benjamin, l’apparentemente divagando. Elzeviristica, ma di spessore, le tracce restano – o l’elzeviro non necessariamente è arabesco, rigaggio.
Queste prose sparse che qui e là si pubblicano sono dei piccoli geyser, gentili, fragranti, di una vasta incandescenza interna, di un assorbimento e una macerazione costanti. Comprese le distrazioni. Collezionista dichiarato di libri per bambini, Benjamin racconta l’acquisto emozionante di un libro di fiabe di A.L.Grimm, illustrato da Lyser, perché “edito a Grimma in Turingia” – che invece non c’è, c’è in Sassonia ma è ininfluente, Grimma è qui il nome dell’editore, a Francoforte.
Walter Benjamin, Images de pensée, Christian Bourgois Éd., pp. 260 € 7
lunedì 12 dicembre 2011
La teologia dell’omoerotismo
La teologia dell’omoerotismo
Un inno omo incandescente, sia pure in forma d’insistita metafora – pochi sinonimi ne darebbero una versione palese (cambiando qualche parola perfino hard). L’amore del teologo catalano nel Trecento è quello oggi omoerotico, dell’autarchia sessuale e sentimentale, una forma di autoerotismo.
Ramòn Llull, Libre d'Amich e d'Amat
Un inno omo incandescente, sia pure in forma d’insistita metafora – pochi sinonimi ne darebbero una versione palese (cambiando qualche parola perfino hard). L’amore del teologo catalano nel Trecento è quello oggi omoerotico, dell’autarchia sessuale e sentimentale, una forma di autoerotismo.
Ramòn Llull, Libre d'Amich e d'Amat
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