“Allucinante
l’ipotesi di Paolo Panerai che la Sme fu data gratis a De Benedetti nel 1985 su
pressione della lobby ebraica. Perché
risuscita nel 2002 una «lobby
ebraica». Ma anche perché spiega gli enigmi della vicenda Sme. Che il processo
si faccia a Berlusconi, che non c’entra, invece che a De Benedetti. E che – la
cosa più curiosa – in Italia e in Svizzera sia emersa unicamente la biancheria
sporca dei personaggi che si sono opposti a De Benedetti: da Darida a Craxi e
ai giudici. Con pezze d’appoggio in fotocopia – non prove ma minacce. Mentre
Prodi si salvava recuperando su Soros, il «nemico dell’Italia». Anche Di Pietro
a quel punto mollava la presa su Prodi. Si possono dire lobby due compari?”
domenica 28 ottobre 2012
La politica mette in crisi l’Italia anche di notte
Scade
a giorni il Buono Fruttifero Postale trentennale del 1982, che si considera per
capitalizzazione e rendimento il titolo del debito pubblico che ha superato in
performance ogni altro investimento finanziario. Le nuove emissioni, ammesso
che si tenti ancora la scadenza a lungo termine, saranno molto meno redditizie.
Perché l’inflazione è molto più bassa di trent’anni fa. E perché, pur nella
crisi che si trascina ormai da sei anni, il rischio stimato di mercato è più
contenuto – molto più – rispetto al 1982. Che era un anno molto migliore del
1976. Quando il debito cominciava appena a emergere, ma la Banca d’Italia non
aveva un dollaro in cassa, tutto era stato prosciugato dal petrolio.
La
storia dell’Italia dopo il boom, è una storia di crisi gravi, da ultima
spiaggia. Dopo cioè la fine della spinta propulsiva delle energie “animali” di
imprenditori e lavoratori. Da quando la politica ha preso il sopravvento: il
paese è divenuto lento e greve, e sempre a rischio collasso. La politica partitica,
burocratica, giudiziaria, istituzionale, sindacale: un’asfissia prima che una
ruberia. L’America Latina, che ha
seguito il percorso inverso dell’Italia, si schermiva così negli anni 1960: “Il
paese va avanti di notte, quando i politici dormono”. Ma non è vero, non è possibile,
la politica non lo consente.
sabato 27 ottobre 2012
Problemi di base - 121
spock
Arcobaleno,
arc-en-ciel, rainbow, arco-iris, Regenbogen, è la stessa cosa?
Se
Eva era nera, lassù in Kenya, com’è che ha avuto figli bianchi?
Ci
sarà stato anche allora il problema di sposare un bianco?
Da
dove vengono le razze - quelle umane, non i pesci?
Candidato
viene da candido, pecunia dalla pecora, ariano dall’aria?
Non
ce n’è a volte per nulla, non sarà il tempo un compattatore?
I
giovani amano la vita, perché la vita non ama i giovani?
Il
governo toglie ai vecchi per dare ai giovani, ma dove si perde il malloppo?
Quanti
granelli fanno un mucchio, quanti alberi un bosco, quanti uomini l’umanità? E
di che grana?
spock@antiit.eu
La politica dei girotondi
Dieci anni fa, giorno per giorno, la politica
si rinnovava, anche allora:
“I
girotondi si sono già stancati, e divisi. «Queste ragazze devono smetterla di
convocarci con una e-mail», dice Veltri. Anche i filosofi Prodi e Flores sono
stanchi delle ragazze. E Nanni Moretti. Moretti con caratteristico opportunismo.
Ma chi sono Veltri, Pardi e Flores? E le «ragazze», come si diceva nel Pci?
Nuovo o vetero sovietismo?
“Se ne lamenta anche Nanni Moretti. Ma lui non lega nei girotondi come in niente altro, sempre dentro a un suo film. Mentre Sordi rappresentava, Moretti è: atteggiato, ironico, mangione, misantropo, e uomo d’ordine. Una figura di reazionario – anche Berlusconi critica da destra”.
“Se ne lamenta anche Nanni Moretti. Ma lui non lega nei girotondi come in niente altro, sempre dentro a un suo film. Mentre Sordi rappresentava, Moretti è: atteggiato, ironico, mangione, misantropo, e uomo d’ordine. Una figura di reazionario – anche Berlusconi critica da destra”.
Il sogno di una Sicilia lombarda
Vittorini sprofonda, come Alice o
come in sogno, in un mondo a parte che chiama Sicilia, reale e onirico insieme,
febbricitante. Dove incontra la fame, la povertà materiale. Dentro una capacità
mentale ed espressiva perfino esagerata. Che gli si impone nelle vesti di un
Gran Lombardo, e di un Arrotino-Calzolaio-Cenciaiolo. Dialogando cioè con se
stesso. In cerca, in guerra, col fascismo rimpicciolito dagli eventi, di “cose
da fare per la nostra coscienza in un senso nuovo”.
Un libro onesto. Di un Vittorini
siciliano per ogni aspetto, anche nel rifiuto. La Sicilia riduce a “una mia
stazione della vita”, dalla quale fuggire, e l’aveva fatto più volte prima di
quella definitiva a quindici anni. Ma non si trattiene dal familiare
intransitivo attivo, “uscì di tasca una grande mano”, “scendendo le sue valige”.
Che è una costruzione mentale: la lingua, intende, tutto siamo noi. Il plot è del resto manifesto, un nostos triste: Vittorini va a trovare la madre sola,
abbandonata dal padre, la Sicilia.
Sciascia, che
inizialmente stravedeva per questo Vittorini –
quando Vittorini faceva l’editoria a Milano e Torino – nel 1981 lo rilegge e
cambia idea: “Non resiste purtroppo, è una Sicilia tradotta”. È invece l’unico libro onesto di un siciliano,
pur riluttante, sulla Sicilia. E nella prima metà, le prime tre parti, un
capolavoro, non una virgola è di troppo. Senza smancerie, e senza cattiveria.
Non folklorico – ah, la diversità (la diversità qui non è sottolineata). Il
Gran Lombardo, che meglio sarebbe stato Gran Normanno quale in Sicilia ancora s’incontra
ovunque, “alto, biondo e con gli occhi azzurri”, mentre i Lombardi vi sono
piccoli e scuri, è il formidabile nonno materno, sicilianissimo, e un omaggio dello
scrittore alla “sua” Milano.
Elio Vittorini, Conversazione
in Sicilia
venerdì 26 ottobre 2012
Berlusconi liberato - 10
Più
che altro è una liberazione, questa di Berlusconi. Una mossa tattica
evidentemente, per una nuova iniziativa – Berlusconi è imprenditore, sa che
bisogna ogni tanto rinnovare tutto. Ma che appare liberatoria. Di se stesso,
più che dell’Italia da lui – la quale infatti sta a guardare (soprattutto i
comici di regime).
Nano gigante
Questo
oltre agli effetti collaterali. Spiazzare il voto di destra che si pretende di
sinistra: Casini, Fini, la stessa Lega di Maroni. Spiazzare chi c’era prima e
ancora c’è: Casini e Fini nella destra. Liberare infine i democristiani: prima
aspettavano che Berlusconi morisse, poi che andasse in prigione, ora potranno
marciare da soli, i Pisanu, Scajola, Buttiglione, se troveranno i voti.
Berlusconi
libera la sua idea di partito dalla zavorra che aveva imbarcato e lo ha
sommerso: ex missini senza un’idea, e democristiani. Per una partito nuovo. Una
lista di minoranza, ma che conti, con la forza del franco tiratore, al modo dei
Bossi, Casini, Fini. Benché – marchio di fabbrica – “responsabile”. Berlusconi
più di tutti sa che si può guadagnare molto con aziende-fatturati piccoli,
mentre con aziende anche monopolistiche si può faticare.
Personalmente
si è liberato di Milano, della città che l’ha odiato e perseguitato. Che
infatti è rimasta a bocca aperta. Le donnette in forma di giudice che lo
perseguitano non sanno più che tessere. Anche i corpi separati sembrano sorpresi, non
ci sono ancora intercettazioni sul caso. L’Italia non si sarà liberata di Berlusconi, ma lui di
Milano sì. Cui aveva cercato di sfuggire trasferendosi a Roma, con tutti i tg e
i teatri di posa – scoprendo la musica a Santa Cecilia e all’Opera di Roma,
mentre la Rai sa solo che si fa ala Scala. Milano non gli aveva dato tregua,
inseguendolo anche in camera da letto, ma ora sembra che non abbia più nulla da
scoprire.
In
realtà Berlusconi fa una mossa politica. Non risolutiva e meno geniale di altre sue. Ma
sarà questo il segno della sua Italia: sotto Berlusconi niente, si può essere giganti
da nani.
Nano gigante
Sperabilmente
Berlusconi libererà pure l’apparato repressivo di Milano, che in questi venti
anni è stato concentrato su di lui. Tutto l’apparato repressivo, e per questo
forse la città è diventata la zona franca del crimine economico. Dei
collocamenti avventurosi, da Tiscali a Saras. Dello spionaggio, per esempio alla
Pirelli-Telecom (ma non è un caso isolato). Dei delitti ogni giorno
impuniti in Borsa (insider, cartelli, false
comunicazioni – quante false comunicazioni). Della cocaina, di cui Milano è la
capitale mondiale. Con precedenti certo,
da piazza Fontana in poi: la maggioranza silenziosa, il “Giornale” di
Montanelli, l’abduzione del “Corriere della sera”, gli affarucci di Gemina, l’Eni-Montedison,
Tangentopoli. Quindi con una certa propensione, ma in questi anni berlusconiani
l’impunità è diventata spudorata. L’apparato repressivo è stato infatti concentrato
su di lui. Con 27 processi – 28 col motu
proprio sulla Mondadori. Di cui 26 chiusi con l’assoluzione o la
prescrizione – che non è mai imputabile all’imputato
– ma questo non vuol dire. Le perquisizioni delle sue aziende e dei suoi
uffici, con comunicati stampa e fotografi al seguito, sono state poco meno di
500. Incalcolabili le intercettazioni. Ventiquattro ore su ventiquattro, telefoniche
e ambientali, negli ambienti anche più intimi. La registrazione per esempio
dell’amplesso sul “lettone di Putin”, fornita poi gentilmente a una prostituta,
che si era già provveduto a fotografare “in quadro” con Berlusconi e poi è stata venduta a buon prezzo a Rai, Sky, “El Paìs”, “The Times”, il meglio dei media
europei. Il tutto dopo il 1993, dopo l’entrata in politica, prima sia il gruppo che Berlusconi erano puliti.
Il passo indietro dovrebbe dunque liberare l’apparato repressivo. Ma questo solo in ipotesi. La
provvisoria condanna di oggi, molto più dura della richiesta della Procura, dopo
un dibattimento durato otto anni, dimostra che a Milano ogni patologia è possibile.
Quello di Berlusconi è un record delle statistiche giudiziarie. Andreotti ha avuto 40 processi. Ma non con tanto clamore, eccetto quello per mafia, e senza perquisizioni. I corpi separati con Andreotti non marciavano. Inoltre, Andreotti non ha avuto le intercettazioni, che sono anch’esse la specialità dei corpi armati dello Stato. Questo parallelo è interessante, una parentesi ci vuole. Forse Andreotti è stato risparmiato perché ha combattuto per primo e in prima persona, dal 1967, questi corpi: dapprima contro il generale Di Lorenzo, poi contro il generale Miceli, generali dei Carabinieri. E un insegnamento sembra doversi trarre, che Berlusconi come Craxi non ha osato, e per questo ha pagato: il mulo vuole la cavezza, corta. Ma allora bisogna dire che non c’è salvezza contro i generali, sia che li si combatta sia che no.
Il passo indietro dovrebbe dunque liberare l’apparato repressivo. Ma questo solo in ipotesi.
Quello di Berlusconi è un record delle statistiche giudiziarie. Andreotti ha avuto 40 processi. Ma non con tanto clamore, eccetto quello per mafia, e senza perquisizioni. I corpi separati con Andreotti non marciavano. Inoltre, Andreotti non ha avuto le intercettazioni, che sono anch’esse la specialità dei corpi armati dello Stato. Questo parallelo è interessante, una parentesi ci vuole. Forse Andreotti è stato risparmiato perché ha combattuto per primo e in prima persona, dal 1967, questi corpi: dapprima contro il generale Di Lorenzo, poi contro il generale Miceli, generali dei Carabinieri. E un insegnamento sembra doversi trarre, che Berlusconi come Craxi non ha osato, e per questo ha pagato: il mulo vuole la cavezza, corta. Ma allora bisogna dire che non c’è salvezza contro i generali, sia che li si combatta sia che no.
Resistente
L’uso
è rappresentarlo tiranno. Con tutte le sue case editrici e le televisioni, e i
soldi con cui compra tutto, i deputati e i senatori, i giudici e i giornalisti,
la cocaina e le minorenni – l’uomo più ricco, etc.. Mentre la verità è che è un
tirchio. Strapaga le ragazze che gli mostrano le tette, ma di tasca sua. Coi
suoi governi le fonti di finanziamento pubblico di giornali, agenzie,
associazioni, fondazioni, anche “culturali”, si sono inaridite. Rispetto ai
governi Prodi, D’Alema, Amato: avevano più rispetto verso i bisogni dell’opinione.
E non conta niente. Non rispetto alle banche: tutte le banche gli sono nemiche,
Intesa Unicredit, Monte dei Paschi, Mediobanca, le Popolari e le Cooperative.
Non conta niente tra i potentati: rispetto ai Bazoli, Moratti, Tronchetti Provera,
De Benedetti, Benetton, e i paraninfi dei potentati stranieri, Della Valle,
Montezemolo, etc. Anche sui media: la verità è che conta, forse, per il 5 per
cento dell’informazione, con il Tg 5, il “Giornale” e “Panorama”, massimo per
il 10. Ma per ciò stesso ha contro tutti gli altri: la Rai, Sky, La 7, la Rizzoli
Corriere della sera, De Benedetti (Repubblica-L’Espresso-Finegil), i giornali capocittà di Caltagirone e Riffeser, le radio, le tv e i siti online del Pd, i comici.
Al Sud non ha per esempio nessun
sostegno, dove pure spopola alle elezioni. In Campania, Calabria, Puglia,
Sardegna, Sicilia i giornali gli sono tutti contro. O dichiaratamente, o nascondendosi nel Centro, la gagliofferia che una volta si diceva democristiana (ora è
casiniana, finiana, etc.). È che lui non ci tiene, ma più di ogni altro avrebbe
titolo a resistente. Anche ora che lascia il campo, la sua
lettera e il suo video non hanno avuto spazio nelle decine di pagine di politica
interna dei grandi giornali. Nonché negli innumerevoli siti democrat che, potenziati
(quindi con un costo), occupano le prima pagine di google. Non più di
Montezemolo che lascia Italo.
Tanta
opposizione dovrebbe essere indizio di democrazia. Un fronte di resistenza
contro il tiranno. Se non che la tirannia si dimostra non esserci. Se non quella
del voto, poiché Berlusconi finora aveva avuto più voti.
È invece
l’opposizione opera di figure poco raccomandabili: banchieri, affaristi, gruppi
di pressione, corpi separati. Per scopi variamente camuffati, per questa o quella causa, ma poi, quando si guarda, solo eversivi - il famoso governo del non governo, degli interessi mascherati. Ossessionanti, ma allora come il terrorismo.
Riuscirà Berlusconi a liberare anche questa opposizione terroristica?
Terrorismo
E
poi ci sono alcune cose che vanno dette. Adesso che non c’è più, non ci sarà
più così ingombrante come è stato finora, se ne può forse parlare liberamente –
in passato si è pagato pegno per questo, con amici e conoscenti.
Il
cerimoniale ridicolo con Gheddafi per il quale lo si affigge era stato provato
a Parigi, tra Gheddafi e Sarkozy. È vero che poi Sarkozy farà fare a pezzi
Gheddafi dai suoi uomini. Ma Berlusconi, allora, è un non vendicativo. È già un
merito in questa Europa. Senza contare che il cerimoniale era stato provato
negli Usa cinquanta anni prima dal rigido Eisenhower quando arrivò il grasso Ibn Seud, il re
saudita, con le sue cinquanta o cento mogli. Insomma è un’etichetta con certi
governanti. Il presidente americano, che non andava mai agli aeroporti ad
accogliere gli ospiti, si precipitò in quel caso, perché Seud disse: “Altrimenti
non scendo dall’aereo”.
Berlusconi
era triste da qualche tempo. Nemmeno il Milan lo stimolava più. Neppure
l’amata televisione: apparire. Per non
dire delle troie, si è fatto monaco, il compagno Zappadu ha dovuto ripiegare
sulle statue. Si pensava la depressione causata dalla sconfitta alle elezioni
nella diletta Milano. E invece no: a tutti, anche a Lino Banfi, ha confidato
che era triste perché i giudici di Milano l’avevano costretto a pagare il
salatissimo riscatto a De Benedetti per la Mondadori. Che non se lo aspettava.
Corruzione e prescrizione
Apparentemente
allungando il processo si arriva alla verità. È in questo senso che la
prescrizione, prima accorciata, “da paese civile”, ora viene allungata: siamo
processabili ad libitum. Ma con
disappunto delle Procure. Questo non si dice, ma fra le tante pressioni dei
giudici arrivate in commissione al Senato, quelle sull’allungamento della
prescrizione non ci sono state. Per il motivo che la prescrizione viene fatta
ora passare per condanna: Di un imputato si dice: ha evitato la condanna per la
prescrizione.
L’invenzione
della prescrizione quale condanna senza giudizio è l’ultima invenzione della
civiltà giuridica. La prescrizione viene presentata al pubblico come il fatto di
avvocati ingegnosi che stiracchiano i processi. Mentre è un fatto nove volte su
dieci interno all’ordine giudiziario. Soprattutto delle Procure. Da ultimo, è
da ritenere, di proposito, avendola adottata come forma di condanna senza giudizio. Un pratica in cui si distinguono le
Procure di Milano e di Palermo, le più giustizialiste, che usano cioè la giustizia
a fini personali dei giudici.
L’anarca Jünger e la stupidità tedesca
Per un anno e mezzo, quasi due,
l’occupazione tedesca della Francia era stata accettata: “Lo stato d’animo dei
francesi era stato sorprendentemente positivo”, scrive il curatore, Sven Olaf
Berggōtz. Fino al 21 agosto 1941. Fu dopo l’attacco all’Urss che i tedeschi in
Francia subirono i primi attacchi partigiani. Sporadici, e raramente efficaci.
Con l’effetto inizialmente di dare credito al governo collaborazionista di
Vichy. È solo a fine 1941 che Jünger nota “un profondo mutamento” dei rapporti
tra francesi e tedeschi. Senza turbare l’occupante, che anzi ipotizzerà di
“dichiarare ostaggi tutti gli uomini di età compresa tra i sedici e i
sessant’anni”. Non subito però.
Anche la rappresaglia tedesca fu
inizialmente confusa. Preceduta per ogni reazione da scambi tra autorità
occupanti, tra gli occupanti e Vichy, e tra gli occupanti e le varie autorità
di Berlino. Ma alla fine, come in ogni atto nazista, prevalse il peggio.
Rispetto alle leggi, dei trattati e dell’onore, e rispetto agli interessi
stessi dell’occupante.
I numeri di questo rapporto, che
copre i primi sei mesi della reazione, sono contenuti. Anche molto contenuti in
rapporto a quanto l’Italia subirà due anni dopo, per numeri e efferatezze. Ma
furono subito un caso celebre in Francia, a differenza delle inutili stragi,
vendicative, subite dagli italiani – molte delle quali repertoriate solo
localmente, quasi sempre a fini politici e senza compassione. Diffusero, se non
lo crearono, un sentimento antitedesco, e diedero nerbo alla Resistenza.
Recentemente Max Gallo ne ha fatto il tema di una serie romanzata di successo,
“Les Patriotes”. Nel 2007, alla vigilia del suo primo incontro col cancelliere
tedesco, Angela Merkel, Sarkozy decretò che il giorno della prima rappresaglia
di massa, a Nantes il 22 ottobre, fosse celebrato come il giorno della
Resistenza, e che la lettera di addio di Guy Môquet, un ragazzo comunista
giustiziato nella rappresaglia, fosse letta ogni anno nel scuole. Le esecuzioni
venivano scandite da sfilze di manifesti, che presto indignarono anche i più
rassegnati: una prima serie con le minacce, una seconda con gli ultimatum, una
terza con la lista dei giustiziati. Stimolando la generale curiosità intorno a
fatti ignoti ai più – isolati, periferici, notturni – e presto anche una
sensibilità, antitedesca.
La “questione degli ostaggi” è un
caso insigne d’incapacità più che di crudeltà - come sarà invece per le
rappresaglie in Italia. Presto non ci furono più carcerati ebrei e comunisti a
sufficienza da uccidere in rappresaglia. Degli ostaggi uccisi a Nantes, cinquanta,
poi ridotti a 48 per un inghippo burocratico, per un ufficiale tedesco, due
erano in prigione come sospetti “agenti tedeschi”, tre “patrioti” (di Vichy), e
uno veterano di guerra con una gamba di legno. Le prime rappresaglie furono decise
a fronte di attacchi non organizzati e poco efficaci. Due su sette erano andati
a vuoto. Due avevano provocato ferite leggere. I primi sabotaggi che
innescarono rappresaglie erano stati maldestri essenza effetto.
Jünger è dettaglista, per evidenti
ragioni di sicurezza, scrive il rapporto come un verbalizzante. Ma non è insensibile.
L’“anarca” aveva creduto alla guerra – al coraggio, all’onore, all’eroismo – e si
era ricreduto nelle trincee del 1914-’18. Dopo il ’39-’40 avrebbe voluto solo
riderne, in “Giardini e strade”, in “Irradiazioni”, il diario scritto ex post
dell’occupazione a Parigi, e in questo rapporto: non ci vedeva che stupidità.
Nel rapporto, redatto per l’autorità militare, durante i fatti e in piena
guerra, include incongruamente le ultime lettere dei condannati di una
rappresaglia, quella di Nantes: un muto ma esplicito atto d’insubordinazione.
Ernst Jünger, Sulla questione
degli ostaggi. Parigi, 1941-1942, Guanda, pp. 189 € 14
giovedì 25 ottobre 2012
Il mondo com'è (115)
astolfo
Europa - Ha avuto per molti
anni un futuro davanti a sé, un progetto, un’aspettativa. Ora ha solo un passato:
cosa abbiamo fatto, dove abbiamo sbagliato, perché l’abbiamo fatto. Piena di
sussiego e niente più. Di suo sa solo giocare al calcio. Ma perché può ancora
pagarsi i migliori sudamericani.
Internet – È la
disinformazione. Ne è il magazzino e il teatro. Nell’era del “falso autentico”
– si fa una mostra a Roma di Vermeer, e contemporaneamente si celebra van
Meegeren, il suo “falsario autentico”.
È
come si vuole, il veicolo dell’espressione libera e planetaria. Ma, senza
limiti né regole, nella forma negativa della disinformacija. Anche quando non lo è: è il contesto che privilegia
l’informazione alterata, artefatta, di parte, a fini reconditi. Le ultime
guerre, in Libia e in Siria, sono state combattute sul piano internazionale con
una disinformazione smaccata. Esagerazioni del modello ormai classico di Barry
Levinson una quindicina d’anni fa, “Sesso e potere”, che al produttore disoccupato
Dustin Hoffmann commissionava una guerra finta, con profughi, feriti e altre
icone – non c’era youtube, ma l’importante era far vedere. La rete è
perlustrata in largo e in lungo, e ampiamente utilizzata anche, da occhiuti
servizi e scelti spioni, qualsiasi blogger lo fiuta, lo sente (lo “sa”).
Anche
il privato, di facebook come già delle chat e dei blog, è artefatto.
È
come la vedeva Alan Turing, il suo ideatore, lo scienziato filosofo delle
“stringhe”: anarchica. Anch’essa, come l’anarchia politica, soggetta a ogni
“infiltrazione” o “provocazione”.
L’algoritmo non ne elimina l’imprevedibilità, assicurava Turing, ma non
ne assicura la stabilità (impenetrabilità).
Islam – Si può dire in crisi di crescenza, per
la modernizzazione forzata. E accelerata,
negli ultimi cinquant’anni, roba di due generazioni. Dapprima col nasserismo, la
forma araba del bonapartismo, con un assetto gerarchico e statalistico
dominante nella politica e nell’economia. Poi col petrolio. E quindi soprattutto
con la penisola arabica, che grazie al caro-petrolio ha assunto una posizione
condizionante in tutto il mondo arabo, e anche islamico, fino all’Equatore e
all’Indonesia. Ed è in questi anni in posizione dominante, anche se non di
controllo, nel business finanziario e
architettonico, con i grattacieli più alti del mondo, marmi dispendiosi,
giardini artificiali, e spreco di acqua, in cascatelle e ruscelli.
Gli Emirati del Golfo, Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, e i principati del
Qatar e del Bahrein, erano all’epoca dello shock petrolifero, nel 1973, dei
villaggi di pescatori. Appena usciti dal protettorato britannico – erano gli
stati della Tregua, la tregua intervenuta nel 1953 fra la Gran Bretagna e i
pirati che li abitavano. Nell’Oman, cui avevano dato l’indipendenza con gli ex
stati della Tregua, i britannici avevano dovuto far fare nel 1970 un colpo di
Stato a Qabus, il figlio del sultano Said, per poter introdurre l’elettricità e
altre novità, cui il sultano si opponeva. Nel 1973 l’Arabia Saudita
sperimentava cautamente la scuola per le ragazze: due sezioni, con insegnanti
ciechi. E si poneva il problema della televisione, se autorizzarne una, se
proiettarvi altro che letture sacre, e se le donne dovessero apparirvi e come –
le donne allora, che non potevano guidare ed erano malviste se giravano
sole, si potevano mostrare in pubblico
coperte interamente di nero, senza nemmeno la finestrella del burqa. Per essere troppo modernista, il re saudita Feisal
fu assassinato poi da un nipote.
Gli odi sono sempre stati incontrollabili tra le diverse confessioni. Con
guerre civili costanti e latenti dove le confessioni sono mescolate, in Libano,
in Iraq. E in Libano, Iraq, Egitto, Algeria e Turchia verso i cristiani,
seppure sparute minoranze, non in comando, non elitiste.
A Tripoli del Libano, ammasso non elegante né moderno, la seconda città
del Libano, sunniti e alauiti sono sempre stati in guerra perpetua. Anche dopo
la guerra civile linbanese e ben prima di quella siriana in corso. Con attentati
e vendete personali. Perfino la richiesta di carte all’anagrafe e le denunce
alla polizia sono discriminate in base alla confessione, si è infedeli per
poco.
La verità dell’islam è insuperabile, per il noto quesito: quale nuova
verità? Se è la stessa cosa , allora è inutile. Se è superiore a quella che
abbiamo, allora è falsa. Che sembra un falso sillogismo, e lo è.
Italia – In quanto
vittima di se stessa, lo è in particolare del pregiudizio intellettuale, cioè
della sua classe colta. Espressione di una borghesia che si formò con la
manomorta, cioè col furto legalizzato. Nel 1824 Leopardi condannava l’Italia,
nel “Discorso”, per l’assenza di una classe dirigente, la “società stretta”, e
di un comune patrimonio morale, il “buon tono”. L’identità nazionale si affermerà
in negativo: furbizia, compromesso, approssimazione, disinvoltura. Fino al
paradigma di Carlo Tullio Altan e l’editore Feltrinelli una trentina d’anni fa,
chiusa la gloriosa stagione del terrorismo: “La nostra Italia” dell'antropologo
culturale era fatta di “Arretratezza socioculturale, clientelismo, trasformismo
e ribellismo”.
Anche
la storia si è presto atteggiata in negativo. Basti per tutti il diverso
approccio a Machiavelli negli studi, in Italia e fuori d’Italia. Faziosità,
compromesso, clientele, qualunquismo, immobilismo sono diventati le costanti
storiche. In un certo senso predisposte, la storia è la letteratura. Già Dante,
sette secoli fa, muoveva nell’alveo di un’Italia marcia e dissolta, molto prima
di cominciare a esistere.
Un
certo passato c’è, di cui non si può non tenere il conto. Ma soprattutto ha
pesato e pesa, notava Galli della Loggia nel 1996 in “La morte della patria”,
l’“egemonia degli intellettuali letterati sul discorso storico-politico
italiano”. Bersaglio di questa depressione-delusione è, da Dante in poi, la
Chiesa. Ma il suo moralismo è esso stesso tipicamente chiesastico, notava lo
storico: “La sistematica commistione di politica e morale, di politica e «carattere»
è proprio ciò che essa (la Chiesa) fa abitualmente, così come vuole la sua
natura, terrena e spirituale insieme”. Se laica, la cultura si organizza e
pensa come antichiesa - per sistemi salvifici a questo punto del tutto
inafferrabili.
Non
ci sono peraltro, in questa commistione di politica e morale, studi italiani di
come la società italiana pensa, si organizza, funziona, se non quello
“L’italiano” di Bollati (1983), ancora vivo, la serie sulla identità italiana
promossa presso il Mulino da Galli della Loggia, e le rilevazioni periodiche
del Censis, anzi i contributi di De Rita al Censis. La
deprecazione-invettiva-denuncia è il genere critico e storico di questa invadenza
pervasiva. A partite da Gioberti, che fu tutt’e tre le cose insieme, uomo di
Chiesa, politico e letterato. Nel 1844 l’abate Gioberti sanciva che il popolo
italiano non esiste, “un desiderio e non un fatto, un presupposto e non una
realtà, un nome e non una cosa, e non so pur se si trovi nel nostro vocabolario”.
Lo sanciva nel “Primato morale e civile degli Italiani”, da cui escludeva il
popolo.
L’ideologia
del declino è lo stereotipo di una cultura antistorica, che al reale si
avvicina al più per vacui sociologismi. Agitata dal giacobino italico, l’intellettuale
pretesco che si compiace negli estremi verbali, che i sociologi nobilitano in
anarchismo - scolpito a tutto tondo nel 1969 dal petty bourgeois della “New
Left Review”, il borghese piccolo piccolo di Sordi-Cerami. Ne scriveva già Marx
130 anni fa (che Sereni cita, “Capitalismo nelle campagne”, 1975, p.119) a
proposito della partecipazione italiana all’Internazionale, attraverso le
fazioni bakuniniane dell’Alleanza: “L’Alleanza in Italia non è un
raggruppamento operaio ma una truppa di declassés,
il rifiuto della borghesia. Tutte le pretese sezioni dell’Internazionale in Italia
sono dirette da avvocati senza clienti, da medici senza ammalati e senza
conoscenze mediche, da studenti assidui al biliardo, da viaggiatori e da
impiegati di commercio e specialmente da giornalisti”. Giulio Bollati ricorda
opportunamente Croce: “Qual è il carattere di un popolo? La sua storia, tutta
la sua storia, nient’altro che la sua storia”.
Il “Cuore” al Sud senza pregiudizi
Nel 1906, pochi mesi prima di morire, Edmondo
De Amicis fece il suo viaggio in Sicilia. Socialista, viaggiatore, scrittore
raro di viaggi, l’autore del libro “Cuore” mostra in questi “Ricordi” che si
può – si poteva - viaggiare al Sud senza
pregiudizi. Senza mancare di vedere quello che c’era, oltre ai monumenti, per
esempio il latifondo al centro dell’isola, ma per come era.
Edmondo De Amicis, Ricordi d’un
viaggio in Sicilia
mercoledì 24 ottobre 2012
Letture - 115
letterautore
Blurb – Riduce la critica letteraria a piccola pubblicità – “superbo”, “lirico”, “tragico”, “profondo”, “brillante”, “mozzafiato”, “uno dei capisaldi della letteratura del secolo”. Il giornale è un aggettivo. Senza che i giornali protestino: è pubblicità biunivoca. È anche ugualitario: il “Gazzettino dauno” vi fiancheggia il “Corriere della sera”.
Blurb – Riduce la critica letteraria a piccola pubblicità – “superbo”, “lirico”, “tragico”, “profondo”, “brillante”, “mozzafiato”, “uno dei capisaldi della letteratura del secolo”. Il giornale è un aggettivo. Senza che i giornali protestino: è pubblicità biunivoca. È anche ugualitario: il “Gazzettino dauno” vi fiancheggia il “Corriere della sera”.
In un aggettivo è l’opus esegetico, e che sia non raro
(pretenzioso).
Dei – Ritornano? Sono tornati in classifica
con Littell, “Le benevole”, e Banville, “Teoria degli infiniti”, per il grande
pubblico dei romanzi. Mediatori cioè di emozioni semplici e immediate. In una
lingua, e per un pubblico, quello anglofono, che si penserebbero i più remoti
dalla cultura classica. Mentre invece riescono ostici alla lettura, anche
critica, italiana. Magris per esempio, che ne critica l’uso in Banville. Pur
avendoli per primo qualche anno fa ripersonificati, nel monologo “Come lei
dunque capirà”, con una gigantesca Euridice e un piccolo Orfeo.
Gli dei hanno questo vantaggio, di essere
sempre speciali, una proiezione divina più a portata d’autore. “Non si fanno
con qualunque specie di legno”, diceva Apuleio.
Evola - I suoi funerali furono una
manifestazione fascista, l’ultima – la prima e l’ultima, nella Repubblica
democratica. Con un numero straordinario di gagliardetti: Far, Sam, Giovane
Italia, Fai, Legione Nera, Fabi, che è sindacato dei benzinai e Fronte
antibolscevico italiano, Arditi Bianchi, Mari, Movimento azione rivoluzionaria,
Patrioti della Montagna, Ordine Nuovo, con Rauti, Clemente Graziani, Paolo Signorelli,
Ordine Nero, Onore e Combattimento, e con Freda e Delle Chiaie, che ai processi
si dichiararono evoliani. O i Nar, che egli disprezzava ma aveva interlocutori.
Beffardo: il destino dei cattivi è di essere imprendibili, gli impuri di cuore.
Si sottraggono. Cioè non sono, non esistono. Fu una cerimonia bolsa, i fascisti
sono ignoranti, il defunto era ingombrante.
Evola era stato arrestato nel 1951 per due
attentati del Fronte Azione Rivoluzionaria, di cui era considerato l’ispiratore,
contro il ministro degli Esteri e contro l’ambasciata Usa – i neofascismo era anch’esso
antiatlantico. Al processo, dopo pochi mesi, era stato assolto.
È nato con “Bleu”, l’unica rivista dada
d’Italia. “La rivolta contro il mondo moderno” spiega fulminea a pagina 342 il
cristianesimo e la fede, senza confutazione possibile: è dottrinalmente una
forma estrema di dionisismo, facendo leva sul lato irrazionale dell’essere, che
in luogo dell’elevazione eroica, sapienziale e iniziatica pone la fede,
“l’empito di un’anima agitata e sconvolta spinta verso il soprannaturale”. Se
la religione fosse astorica, quale Nietzsche la pensava autodidatta, questa
sarebbe un’illuminazione illuminante.
Il razzismo, è evidente, è violento odio
di sé, dei disadattati, brutti, confusi. Evola non aveva torto, anche Roma è
nordica: i romani non sono dolicocefali biondi, ma erano legislatori, soldati,
e padri di famiglia, tutte virtù settentrionali. L’ha riconosciuto nel 1924 il New York Times: “Nella marea nordica che
affluì in Italia (dai goti in poi, n.d.C.) erano gli antenati di Raffaello,
Leonardo, Galileo, Tiziano…”, non di Michelangelo, notare. Lo stesso Colombo,
“a guardarne i ritratti, autentici o meno, era chiaramente di origine nordica”
per il quotidiano. Hitler, è proprio vero, hanno solo perso la guerra.
E tuttavia c’è più del sangue nelle tracce
di Evola: i fattori culturali della personalità e la razza, i miti fondanti, le
élites creatrici, il nuovo umanesimo.
Non l’Oriente, di cui era specialista ma che al solito è posticcio: per Marco Polo e
i gesuiti, e fino all’illuminismo, l’Oriente è il regno della ragione e la
tolleranza, di filosofi e poeti. Poi vennero la guerra dell’oppio e le
capitolazioni. Ora si tenta di riattivare l’antico paradiso, che non c’è più e
forse non c’era, residuava da Platone – facendo il giro da Alessandria a
Costantinopoli, nota Flaubert che l’Oriente sviluppa in lui in misura anomala
il senso del grottesco. Un Oriente che fa da specchio all’Occidente in crisi,
finito negli stermini di massa e le guerre totali del Novecento, e del
sentimento diffuso della crisi. Dovremo
fare i conti con l’ineffabile, l’incredibile, l’inammissibile di Evola.
Perfino l’orrore evoliano della democrazia
torna democratico, argomento del revanscismo fascista, nei milioni di morti
della guerra totale e della resa incondizionata. Democrazia diventa in questa
dottrina della guerra il suo opposto, indifferenza alla massa. Nelle due grandi
guerre la morte dei milioni ha nutrito le democrazie. Per effetto massa la
vecchia arte militare intendeva la concentrazione degli sforzi, la guerra breve
e chirurgica, ora sono massa i braccianti fatti mitraglieri e carne da
mitraglia, e i milioni di vecchi, donne e bambini bersaglio facile a scuola, al
mercato e in casa.
Finanza
–
“La finanza è una cosa a sé”, nota il filosofo Alain di Balzac. Che le ha
costruito sopra un mondo fantastico, esilarante, ben prima che con la
telematica divenisse anche fisicamente in qualche modo astratto. Il suo personaggio Mercadet, nome evocativo,
nella commedia della truffa finanziaria, “Le Faiseur”, il maneggione, vende “mercanzie
fantastiche”.
Il denaro si vive letterariamente
meglio, anche in Molière, nel “Don Giovanni” per esempio, nel “Tartufo”, nel
“Borghese gentiluomo”, ma anche nell’“Avaro”, nella sua dimensione magica e non
diabolica. La “magi del denaro” è tema di Hjialmar Schacht, il grande banchiere
che salvò la Germania dall’inflazione, e fu poi il banchiere di Hitler.
Matrimonio
–
Non ce n’è molto nei romanzi oggi, e quel poco è un rapporto di single, l’uno in guardia con (contro)
l’altro.
È anche il fatto quasi sempre di un single femminile. Della coppia oggi ha
più che mai diritto a parlare, e a decidere, la donna. Anche quando ne parla, o
ne scrive, un uomo. Il diritto di famiglia è al femminile, dovendo proteggere
il lato debole, e più ancora la common
law, la pratica giuridica. Anche la parte debole è da tempo, psicologicamente
e culturalmente, più spesso il maschio.
Dei tratti genitoriali che la rivolta
generazionale mezzo secolo fa ha negato e annacquato, la maternità è tornata in
rispetto, la paternità resta dissolta. Non c’è quasi letteratura del rapporto padre-figlio
(Lodovico terzi, Tabucchi, chi altro?), c’è abbondante sul rapporto figli-madre
soprattutto figlia-madre. Con la madre divorante. Che però non esime.
Polemica – Il genere sbirro.
Imperversa attraverso il giallo, la docufiction e la denuncia, dominante su
ogni altro, da tempo ormai “immemorabile”. Nata col giornalismo come diversivo,
volutamente umorale (Malaparte, Pasolini, Montanelli, Biagi), dilaga farcendosi
di luoghi comuni. Estesa alla letteratura e anche agli studi, umanistici,
storici, sociologici, perfino filosofici e scientifici. Come spia
dell’inautentico – non veritiero, non vero – e al fondo stucchevole.
È il vecchio memoriale delle questure.
Rinfoltito di intercettazioni (indiscrezioni, rivelazioni, esclusive). Principe
delle lettere è il denunciante, l’indignazione la cifra. Con l’animo dello
sbirro, del denunciante. La storia fatta dallo sbirro. Quest’epoca di libertà
sarà stata l’epopea dello sbirro.
Guerra civile è polemico, polemica è la
parola giusta: si è in guerra, in fondo, con se stessi. Si trovano ovunque
complotti e corruzione per una deficienza di ormoni. O per un calo degli
zuccheri.
Significati – Il rigore era dei morti, formidabile era la paura, il candidato
era uno candido, anche se solo nell’abito, la pecunia era la pecora… Le parole mutano
significato. Ma non senza significato. Oggi tutti lottano, con i figli, con i padri, sui campi di calcio, nei palazzi
di giustizia. Invece di fare quello che devono: giocare al pallone, giudicare,
portare i figli a scuola. Senza peraltro mobilitazione, straccamente. E complottano, gli altri: s’intendono,
maneggiano.
lettrautore@antiit.eu
La vertigine è delle “liste visive”
La vertigine non viene dagli
elenchi ma dalle illustrazioni - “Le mie liste” è la seconda parte delle non tradotte
“Confessions of a younhg novelist”, poubblicate a Harvard un anno fa. Cominciando dal “catalogo delle navi” dell’“Iliade” e finendo con Calvino e Borges, Eco repertoria una lunga serie di elenchi di cose, più o meno ipotetiche. Che rispondono a un tentativo, dice, di fissare e padroneggiare il mondo. Ma gli elenchi sono secchi, come se la parola non coinvolgesse chi di suo non è già coinvolto. Mentre coinvolgono le illustrazioni che a un certo punto della sua ricerca Eco ha ritenuto di dover allegare alle liste. Sono quadrerie, reliquiari, battaglie, fabbriche, corti e cortigiani, macellerie, scatolette Campbell’s, arte povera, arte narrativa, del Tre-Quattro-Cinquecento. E la libreria naturalmente. Le “liste” illustrate sì, inducono, come dice lui, la vertigine da “elenchi infiniti”.
“Confessions of a younhg novelist”, poubblicate a Harvard un anno fa. Cominciando dal “catalogo delle navi” dell’“Iliade” e finendo con Calvino e Borges, Eco repertoria una lunga serie di elenchi di cose, più o meno ipotetiche. Che rispondono a un tentativo, dice, di fissare e padroneggiare il mondo. Ma gli elenchi sono secchi, come se la parola non coinvolgesse chi di suo non è già coinvolto. Mentre coinvolgono le illustrazioni che a un certo punto della sua ricerca Eco ha ritenuto di dover allegare alle liste. Sono quadrerie, reliquiari, battaglie, fabbriche, corti e cortigiani, macellerie, scatolette Campbell’s, arte povera, arte narrativa, del Tre-Quattro-Cinquecento. E la libreria naturalmente. Le “liste” illustrate sì, inducono, come dice lui, la vertigine da “elenchi infiniti”.
Le forme sono molto più pregnanti
delle parole, in questi “elenchi visivi”. La lista coagulando in un colpo
d’occhio, invece di dipanarla semanticamente o cronologicamente.
Eco lascia fuori i blasoni, che la
parola hanno la virtù di vivificare con l’immagine della cosa. E l’arte astratta,
che della ripetizione fa un’ontologia – la costanza delle forme nell’oggetto –
nella visione.
Umberto Eco, La vertigine
della lista, Bompiani Paperback, pp. 408 ill. € 15
martedì 23 ottobre 2012
Il terremoto nel Pd
Bersani,
non richiesto, professa “rispetto per la sentenza”, Maiani, grand commis
democratico, si dimette. La sentenza dell’Aquila contro la Commissione Grandi Rischi
riapre la divisione appena sopita tra ex Pci e ex Dc nel partito Democratico. Tanto
più che tra i sei condannati i primi sono due scienziati professi prodiani,
Boschi e Barberi.
Il
processo, impiantato e giudicato da magistrati aquilani danneggiati dal
terremoto, sotto la gestione di un Procuratore Capo, Alfredo Rossini, ora
deceduto, famoso per la scarsa presenza, sembrava destinato a esaurirsi in un
atto di protesta. Con qualche strascico politico, al più, a carico di Bertolaso,
e cioè del solito Berlusconi. La condanna grave, di giudici vicini al sindaco vetero-Pci
Cialente oltre che danneggiati dal sisma, ha scosso gli equilibri appena
ricomposti tra le due anime del Pd.
C’è
mobilitazione in queste ore tra gli ex Popolari in favore di Renzi, anche di
quelli cui il sindaco di Firenze non piace.
Etichette:
Si dice in città,
Sinistra sinistra
Il giornale chiude, online
“Newsweek”
ha già deciso, il “Guardian” seguirà, testate storiche: i giornali che vanno in
rete chiudono o aprono? Chiudono. Perché la rete non è la stessa cosa del
giornale stampato, mentre i giornali
online continuano a essere scritti, titolati e perfino, per quanto possibile, impaginati
come quelli cartacei.
La
pubblicità in rete funziona, ma è tutt’altra cosa. La pubblicità è la forma
espressiva principale, cui l’informazione dovrà adeguarsi, nella scrittura, la
titolazione, l’impaginazione. Ma non si vede ancora come. L’unica novità finora
assunta dai giornali online, mediata dalle tv all news, i video, sono corpi
estranei – perlopiù anche noiosi, lenti.
Resta
tutto da vedere se il giornale online riuscirà a darsi una fisionomia che
risponda al mezzo. L’unico successo finora registrato, lo “Huffington Post”, è
relativo: non è mai rientrato dei costi e ha tutte le caratteristiche della
“bolla”. Della start-up della new economy imbrillantata e venduta a caro prezzo
– la new economy mantiene malgrado tutto da vent’anni inalterata la capacità di
creare miraggi. L’edizione italiana a un mese dal lancio e quella francese
ancora più rodata non sono uscite dall’anonimato, benché piene di nomi di
prestigio - e malgrado l’effetto trascinamento, per l’edizione italiana, dell’“Espresso”:
gli inserzionisti stanno a guardare.
Ombre - 152
Monti di qua, Monti di là, molti dilettanti se
ne fanno schermo e paladino: Montezemolo, col partito Mediobanca, Casini, Giannino e quant’altri. Con
una lista Monti s’immaginano sfracelli alle elezioni. E non sanno che Monti non si può candidare né costituire partiti, essendo senatore a vita – e che nessuno lo voterebbe, l’uomo
delle tasse.
Sallusti, Grandi Rischi, i giudici vanno a ruota libera, slegati dalla legge. Sarà l’epoca dell’abuso: c’è Batman e ci sono i giudici.
Si viene a sapere, senza scandalo, al processo
dell’Aquila contro la Commissione Grandi Rischi, che Bertolaso era registrato prima
del terremoto. Per nessuna ipotesi di reato. Era tenuto d’occhio. Non dallo
Spirito Santo.
L’accusatore Borgogni ha parlato il 10 novembre
del 2011. Le imputazioni conseguenti si fanno undici mesi dopo. La giustizia è
lenta, ma in tempo di elezioni è tempestiva.
Imputazioni e carcerazioni si fanno peraltro
per un affare mai concluso. Per una culpa
in desiderando? A Napoli è possibile, è capace di tutto.Il laureato che non va a fare il panettiere il ministro Fornero dice “schizzinoso”. E conferma il sospetto - nell’Unione Sovietica in effetti avrebbe preso il posto: il mercato non si adatta all’Italia. O l’Italia vorrebbe il mercato e non glielo danno?
L’Italia di Elsa Fornero, ministro professore.
Il laureato (professore, ministro) di suo si vuole totalitario.
Berlusconi va al processo per prossenetismo e
stringe la mano all’accusatrice Boccassini, che si diverte. Prima e dopo,
secondo un copione. Il video più osceno del web – Ruby perlomeno qualche
attrattiva ce l’ha.
Sullo sfondo dell’orrido processo a Berlusconi
magnaccia i tre giudici, tre donne. Un’altra sconcezza nella sconcezza, questa
tutta al femminile: le labbra serrate, lo sguardo spento, si fanno dire che la
sentenza è già stata decisa. Che è pure vero.
Martedì Giovanna Melandri “lascia” la politica,
anche lei dopo Veltroni. Giovedì il ministro tecnico Ornaghi la nomina alla
presidenza della Fondazione del Maxxi di Roma. La rottamazione, giustamente, si
fa contro una macchina nuova.
A maggio il tecnico Ornaghi, rettore della
Cattolica, ha commissariato il Maxxi. Ne ha cioè escluso Pio Baldi, che il
museo ha creato e valorizzato, con dispiacere di artisti, critici e sponsor. Per
problemi amministrativi.
Al posto di Baldi il pio Ornaghi nominò la sua
segretaria generale, sua del ministero. Che subito risolse i problemi. Si vede
che al ministero lavorano d’estate, durante le ferie. O che i problemi non c’erano.
O anche: questi sacrestani hanno più stomaco
del diavolo.
Sappiamo che la legge anticorruzione ha tardato
per inghippi di Berlusconi. Invece no, ha tardato perché voleva mettere vincoli
agli incarichi extragiudiziari dei giudici, e i giudici hanno tempestato il
ministero e le commissioni parlamentari. Non si può dire? I giudici fanno
paura.
“Più Iva meno Irpef”, vanta Monti. La tassa sui
poveri. Questi tecnici pii non finiscono di stupire.
Il calciatore Mauri è accusato di aver
depositato in Svizzera 350 mila euro in relazione a due partite della Lazio,
squadra in cui gioca. Il deposito, intestato alla madre, è del novembre 2010.
Le due partite sospette della Lazio del maggio 2011. Sembrerebbe impossibile,
ma il calciatore si è fatto per questo una settimana in carcere, con alcuni
nordafricani drogati spacciatori. Il procuratore che non legge il calendario,
Di Martino, furoreggia invece nelle prime pagine.
A settembre 2011 Milano indagava il presidente
della Banca Popolare di Milano, Ponzellini. “A metà mese”, scrive “l’Epresso”,
“il vice-direttore della Popolare, Roberto Frigerio, esce a cena con Anna Maria
Tarantola, oggi manager della Rai, allora ai vertici di Bankitalia (dirigeva la
vigilanza sulle banche, n.d.r.). Frigerio non è indagato ma l’incontro non
pubblicizzato tra controllato e controllore sorprende la Guardia di finanza che
lo comunica ai pm”. Anche Tarantola non era indagata. La Guardia di finanza li
tampinava perché?
La Guardia di finanza, lamenta, ha mezzi per
accertare solo tre su mille dichiarazioni dei redditi sospette. Si dà troppi
incarichi extragiudiziali, anch’essa?
La magia della truffa finanziaria
L’argomento è lo stesso del coevo
“Manifesto” di Marx, ma in chiave comica, e più portentosa che sarcastica: i misfatti
del denaro sono quelli dell’energia creativa, una proiezione intensa
dell’esistenza. E una costante della vita oltre che dell’opera di Balzac.
“Le Faiseur” è l’ottavo e ultimo dei ripetuti tentativi di Bazac di sfondare nel teatro, in un progetto
economico più che artistico, senza successo. Quest’ultimo tentativo il successo
lo avrà, e duraturo, ma postumo. Anche in Italia: da alcuni decenni in disuso, si usò a lungo rappresentarla col titolo “Mercadet l’affarista”. Iniziata nel 1839, nel pieno dell’affarismo
della monarchia orleanista, da un legittimista Balzac tuttavia non molto
scandalizzato (il re Luigi Filippo non sbagliava mai un colpo in Borsa), la
commedia fu completata nel 1848, al
ritorno della Repubblica, due anni prima della morte dello scrittore.
Faiseur il curatore Philippe Berthier riporta a Vidocq, l’ex criminale divenuto capo della polizia che lo aveva repertoriato nel 1836, nell’enciclopedica epopea “I ladri”, come termine argotico per maneggione, truffatore: uno che s’indebitava per poi fallire. Balzac ne fa una vittima dei suoi stessi intrighi, della smania di manipolare, inventare, creare: un imprenditore, si direbbe oggi, non prudente, uno dalla straripante fantasia, illusoria. Venditore, si dice qui, di “merci fantastiche”. Riuscendo a divertire il pubblico.
Faiseur il curatore Philippe Berthier riporta a Vidocq, l’ex criminale divenuto capo della polizia che lo aveva repertoriato nel 1836, nell’enciclopedica epopea “I ladri”, come termine argotico per maneggione, truffatore: uno che s’indebitava per poi fallire. Balzac ne fa una vittima dei suoi stessi intrighi, della smania di manipolare, inventare, creare: un imprenditore, si direbbe oggi, non prudente, uno dalla straripante fantasia, illusoria. Venditore, si dice qui, di “merci fantastiche”. Riuscendo a divertire il pubblico.
Ripreso costantemente, “Le
Faiseur” è infatti, benché marginale e quasi sconosciuto nella copiosa bibliografia
balzacchiana, un successo popolare. Faiseur
è del resto etimologicamente il poeta. E
Mercadet, il faiseur di Balzac, per
molti aspetti lo è: non è avaro e nemmeno avido, è testimone quasi oggettivo
della sua (e altrui) rovina, solo posseduto dal demone del fare, moltiplicare, fantasticare.
Non diverso da Balzac, le cui mirabolanti imprese fallimentari non si contano,
tra le altre le miniere d’argento in Sardegna, o le piantagioni di ananas a
Passy, cioè a Parigi.
Jules Janin apparentò subito il
Mercadet-faiseur di Balzac a Robert Macaire, il cattivo della scena francese, più sbruffone che criminale, uno sempre
capace di tornare a galla, per l’immaginazione fuori dell’ordinario. Inventato
da Frédérick Lemaître (su un testo di Benjamin Antier e Saint-Amant, i suoi sceneggiatori)
nel 1823, sotto il titolo “L’Auberge des Adrets”, ripreso dallo stesso Lemaître nel
1834 come “Robert Macaire”, con un “successo colossale” – di cui resta oggi traccia
in “Les enfants du Paradis” di Carné, dove Brasseur impersona Lemaître come
Robert Macaire. Il personaggio divenne soggetto di Daumier, di cancan, di carnevali.
Ogni teatro volle un suo Macaire - e uno fu rappresentato col titolo “Une émeute au
Paradis”. Ci fu un’ondata di “Robertmacarismo”, lamentò “Henri” Heine, parigino
acquisito, che vedeva nella risata invece che nella deplorazione del crimine una
rischiosa deriva morale, ma ne fece un genere: lo scherzo, la buffoneria, l’affettazione
della generosità e dell’onesta dietro l’impudenza e il vizio. Lemaître, padrone allora della
scena parigina, si assunse anche l’onere di rappresentare Balzac – e quando ci
riuscì, nel 1840 con “Vautrin”, si fece subito bloccare dalla censura, avendo
rappresentato nel protagonista una caricatura del re speculatore.
Berthier ci trova invece molti
calchi del “Turcaret” di Lesage (1709), che è propriamente “Turcaret o l’uomo
di finanza”. Con una differenza: il Turco “senza fede né legge” è sostituito da
Mercato, un italianismo per mercato. E con un anticipazione: anche qui si
aspetta un Godeau – solo la grafia è diversa.
Balzac, Le Faiseur, GF
Flammarion, pp. 189 € 5,50
lunedì 22 ottobre 2012
Il tragico di Kierkegaard
Tante parole per nulla.
Il saggio introduttivo di Isabella Adinolfi è più persuasivo.
Sören Kierkegaard, Il riflesso del
tragico antico nel tragico moderno. Un esperimento di ricerca frammentaria, Il Nuovo Melangolo, pp. 87 € 12
Secondi pensieri - 120
zeulig
Amore –Come possesso non è una novità, del marito o amante respinto, dei genitori sui figli. Come innesco della condizione umana sì. Nelle forme dell’egoismo, ancorché confuse, che sarebbe propriamente il disamore.
Maurizio Ferraris, che ha lanciato il “Manifesto del nuovo realismo”, non sembra prendersi sul serio – è un filosofo divertente e divertito. E più che altro vuole dire: ci siamo stufati del pensiero debole, indeterminato.
Amore –Come possesso non è una novità, del marito o amante respinto, dei genitori sui figli. Come innesco della condizione umana sì. Nelle forme dell’egoismo, ancorché confuse, che sarebbe propriamente il disamore.
L’amore “è una di quel paio di cose gli dei non possono sperimentare, l’altra essendo, ovviamente, la morte”, dice il dio Ermes narratore della “Teoria degli infiniti”, il romanzo di John Banville. L’amore, l’amore mortale, è un’invenzione degli uomini che gli dei invidiano, sempre secondo Ermes, perché avvicina alla morte. Per gli uomini è invece un’opera allo specchio, a due specchi, ognuno volendo vedersi idealizzato negli occhi dell’altro. Cioè un’ambizione (illusione) di immortalità?
È scomparso, e si vede: è scomparso il discorso dell’amore. Per qualcuno è ancora un atto, come prendere il tram,se insorge un po’ di fregola – der Akt.
Campanella - Campanella, tra una tortura e l’altra, annota perplessa Yourcenar, badava a sbafare, e a “dormire insieme e godere” con frate Pietro. Agli aguzzini confidando: “Che si pensavano che io ero coglione che voleva parlare?” Il “mago” ha resistito così, a 27 anni coi topi in carcere, con l’irrisione. Per questo non la sola Yourcenar ha ammaliato, a sua insaputa, malata di classicità. Ma era uno spirito scientifico, uno che tifava per Galileo. E si ribellava, come tutti ai suoi anni, contro il mondo.
Sempre i frati si sono ribellati contro il mondo. In nome di che? Della tradizione, il mito, la tebaide, l’orgoglio? Del nulla, magra scelta. Una buona metà del disprezzato mondo avendo irretito nell’imperialismo pagano, il blocco armato contro il pericolo “eurocristiano”. Ci si svuota per riempirsi di niente, ma essendo stati pieni di che cosa?
Diritto - È la legge, non la giustizia. La quale può prescindere dal diritto. Ma si può pensare il diritto contrario alla giustizia? Sì, per esempio alle origini del diritto stesso, a Roma. Roma è il primo caso e il paradigma della “giustizia politica”: la legge piegata al diritto, come maschera della forza. Anche quando protegge i diritti.
Evola - “Prendere sempre, per principio, la linea di maggior resistenza” è precetto prioritario del suo yoga della potenza: “Non fare ciò che ti piace, fa’ ciò che ti costa”. Etica santa, o della rinuncia. Ma dov’è la massima resistenza, o eroismo? Questo è pentirsi o piangersi addosso, di uno che dicesse: “Scusatemi, ho messo le bombe”. A disagio tra le caste inferiori dei vaisha-mercanti e dei sutra-operai - a disagio nel mondo.
Indianista, avevano ragione gli sbirri di Mussolini: il viaggio in India è contagioso. Maestro tuttavia dei tempi, se “la violenza è l’unica soluzione possibile e ragionevole”. Ammirabilmente pensò e scrisse da solo quanto il Collège de Sociologie, Bataille, Caillois, e anche Dumézil, e mezza Ger-mania, in testa Jünger, Gottfried Benn e il confuso Heidegger sono andati almanaccando: una società di anime nobili, integre, spietate, che salvi l’umanità dalla glaciazione, o desertificazione, che il denaro e la ofidica tecnica minacciano, e dalla decimazione ugualitaria. Con quella contrapposizione geniale tra “mondo della storia” e “mondo della tradizione”, o tra azione nella storia e azione metastorica, che distingue, questa sì, l’uomo superiore. Ma pensiero antimoderno e antiliberale, antipopolare. Radicale, viscerale, logico, e quindi disumano.
Esoterista mirabile, avendo scoperto la forza demoniaca, “magia nera”, della pubblicità e della propaganda. Con Plotino e lo yoga consigliando: “Non andare verso Dio con impazienza, ma attenderlo”. Ma il precetto ha dimenticato di dare ai suoi allievi, per essere slittato dai poteri intellettuali e mistici alle bombe.
Fisica – Ordinare il caos, il compito che si è dato a partire dalla relatività generale, sembra fatica insensata. Ma è il compito che si è sempre dato, con più di un successo, seppure con più fiducia nel predominio dell’uomo nell’universo.
Linguaggio – Simone Weil lo dice una prigione (“La persona e il sacro”, 39 sgg.). Limita le relazioni possibili: “Il linguaggio enuncia relazioni. Tuttavia ne enuncia poche giacché si svolge nel tempo”. E può inibire “pensieri che implicano la combinazione di un numero maggiore di relazioni”. Un’affermazione che è anche la negazione di ciò che afferma – il linguaggio è un elastico.
Il potere della parola la filosa dice “illusorio ed erroneo”. Ma è potere assoluto. L’unico anche “positivo”, che ammette libertà.
Nobel – Non c’è per la filosofia, ma quello per l’economia è da qualche anno sempre più filosofico. Quello di quest’anno, a Roth e Shapley, va a due teorici dei giochi. Sui quali peraltro hanno costruito modelli: quanto di più scientista e meno filosofico, seppure con procedimenti stocastici.
Lloyd Shapley cinquant’anni fa si rese famoso per il teorema del “matrimonio stabile”, codificato in algoritmo. L’algoritmo “risolveva” il matrimonio come libera scelta: tanto più libera e ponderata tanto più stabile. Stabilizzava cioè un errore concettuale, tanto più marchiano per un esperto della teoria dei giochi. Ed era costituito da una serie di “circoli”, o iterazioni, ognuna a plurima scelta. Cioè sul sofisma.
Roth è premiato per aver stabilizzato (“ingegnerizzato”) l’algoritmo matrimoniale a tutti i matching markets, nel lavoro oltre che nella coppia, nella carriera e in Borsa. Un cappello metodologico alla pretesa “la persona giusta al posto giusto”, di cui si fa paravento il liberismo, un’ideologia.
Realismo – Non due cose uguali, neppure con se stesse: il paradosso del tempo, il mutamento costante, esclude il realismo, che presuppone un mondo unico, unitario e ordinabile: seppure ci sono delle cose a sé stanti, non saranno mai le stesse – stabilmente rintracciabili (definibili).
Il realismo è però filosofia e non fisica. È immaginazione e\o astrazione: il filosofo si fa il suo mondo. Un mondo-in-sé kantiano che però possiamo conoscere e descrivere. E allora tutto è stato detto, da ultimo nel 2000 dall’epistemologo Marsonet in “I limiti del realismo” (ora disponibile solo in inglese).
La frontiera tra “fattuale e concettuale non è netta né pulita”, spiega Marsonet da ultimo nel saggio-sintesi “Realism and its limits”, che il sito di Rina Brundu pubblica
Questo è un fatto. E lo si è sempre saputo, a partire da Dewey, con William James e ogni altro epistemologo, Sherlock Holmes compreso: 1) “l’analitico e il sintetico non si separano con nettezza” (l’induzione, la deduzione e l’abduzione confuse della semiologia), 2) la nostra ontologia è necessariamente concettuale, “la concettualizzazione non è un optional”, come direbbe Ferraris. “L’immaginario” di André Breton, teorico del surrealismo, “è ciò che tende a divenire reale”, e il rovescio è pure vero.
Maurizio Ferraris, che ha lanciato il “Manifesto del nuovo realismo”, non sembra prendersi sul serio – è un filosofo divertente e divertito. E più che altro vuole dire: ci siamo stufati del pensiero debole, indeterminato.
Per quanto, bisogna intendersi: Ferraris non vuole il vecchio realismo delle cose e della natura, in questo mondo il virtuale predomina, il dichiaratamente irreale: lui vuole appropriarsi delle “nuove realtà” – ha già in cascina un discreto catalogo, del telefonino, di babbo natale, e dello stesso Kant iperreale.
È anche vero che con il tempo disordinato la fisica non esce dal caos (ora si applica a ordinare il caos, ma ciò è insensato).
Più destra contro la destra in Germania
Ogni
volta che insorge il rischio di una destra radicale la Csu, la democrazia
cristiana bavarese, si ritiene obbligata a occuparne le posizioni, a sovrapporsi
alla destra radicale. Oggi contro l’Italia, in passato contro i turchi,
l’Ostpolitk, il Sessantotto, la socialdemocrazia, i russi. È una costante della
Repubblica Federale, che le spinte eversive di destra vanno riassorbite meglio
che combattute, come fece la repubblica di Wemar, perdendosi e perdendo la
Germania. È anche un tema della scienza politica della democrazia, se i
movimenti radicali non si disinnescano aggregandoli.
È
una tattica che finora non ha provocato danni. Ma che il governo Merkel pratica
a parti rovesciate. Il leader Csu nel governo, Schaüble, è pragmatico e
cooperativo, ben europeista. Mentre la cancelliera Merkel erge barricate,
circondandosi di argomentazioni “tecniche”, a opera di consulenti scelti per le
loro idee sbagliate e ultimative.
L’indigenza della Funzione Pubblica
Lasciata
nuda dal governo tecnico, la Pubblica Amministrazione mostra tutta la sua
indigenza nella legge di Stabilità - ex Finanziaria, ex di Bilancio, il nome
cambia ma l’incapacità è la stessa. Si fanno tagli per diecine, centinaia al
massimo di milioni, a fronte dei quali s’imbastiscono controlli e spese per
almeno altrettanto. Mentre bisognerebbe
lavorare sui miliardi e sulle voci vere di spreco: gli appalti, le convenzioni.
E si modulano tasse di cui non si è capaci di calcolare l’effetto. Se non
quello di scoraggiare ogni attività. Con i passati governi se ne potevano
accollare le colpe ai ministri inesperti o inetti, ma non si può ritenere
inetto l’ex rettore del Politecnico di Torino e presidente del Cnr oggi all’Istruzione,
o il ragioniere dello Stato al Tesoro e Finanze.
È
la vecchia burocrazia che si perpetua, quella del fascismo passata al
democristianesimo, e indenne a Mani Pulite. Che si aggiorna (fa i master,
impara l’inglese), ma solo al fine di perpetuare il controllo della società. La
spia è il costante e distinto, naturalmente non dichiarato, alla privatizzazione
della funzione pubblica, nella sanità e nella scuola: bene pubblico guadagni
privati. Si jugula la scuola pubblica con misure coercitive intollerabili, un
anno l’accorpamento delle scuole, un altro l’aumento dell’orario di lavoro per
gli insegnanti. Per risparmiare cento o duecento milioni. Mentre si elargisce
mezzo miliardo o più alla scuola privata. Senza tenere conto che la scuola è, a
prescindere dalla confessione e dalla ideologia, la scuola pubblica, che
disorganizzarla è creare un problema sociale grave. Ogni anno s’introducono
ticket e tasse sulla sanità, e si limitano le prestazioni, senza dire mai che
il disservizio e i costi sono determinati dalla privatizzazione del settore,
prevalente da circa vent’anni, cosa che i burocrati sanno bene, dalla natura
ambigua, pubblico-privata, della sanità.
Un’incapacità
che si accoppia alla protervia. Il patrimonio immobiliare dello Stato, immenso,
costosissimo, non si può alienare perché la burocrazia non lo consente. I
militari soprattutto, con le loro enormi caserme, vuote dopo la fine della
leva. E i palazzi di rappresentanza, del Seicento, del Settecento, multipiano
con scaloni, un palazzo principesco per ognuno dei comandi, regionali,
provinciali, cittadini, delle varie armi. Una protervia indifferente al
ludibrio. È il caso dell’Anvur, il massimo della modernizzazione
dell’Istruzione, la valutazione tecnica e anzi “scientifica” dei titoli all’insegnamento,
che si modula sul più bieco
parrocchialismo – si ha titolo a insegnare all’università se si è
scritto sui bollettini diocesani.
Si
parla molto del Sud, delle mafie, della corruzione, ma il vero cancro maligno
dell’Italia è la Funzione Pubblica. Tale che anche burocrazie già rodate e
capaci, al Tesoro, all’Interno, agli Esteri, diventano inette e dannose. Incapaci
di progettare e, come si vede dalla legge di bilancio, anche di calcolare.
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