I milanesi scappano, morire per Milano si può evitare.
Anche perché non si muore per Milano mai abbastanza. Tulle le tasse di Monti
non sono riuscite a contenere il debito, e il debito in rapporto al pil, che
crescono anzi a dismisura. L’Europa di Angela Merkel lo loderà per questo, perché
è un inflessibile agente delle tasse.
domenica 16 dicembre 2012
Contro Milano, tornare ad Anghiari
È l’era Monti, dunque, dopo la Lega e Berlusconi, e la
Procura di Milano. Continua l’artigliamento lombardo, per l’agonia dell’Italia.
Una difesa urge, che potrebbe anche non essere cruenta, come fu ad Anghiari nel
1520. Quando l’artigliamento dei Visconti e di Milano, con l’animo e i mezzi
cruenti di Niccolò Piccini, fu fermato dai fiorentini ad Anghiari con quattro
sberle – “”in tanta rotta e in sì lunga zuffa”, dirà Machiavelli nelle “Istorie
fiorentine”, “che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì altri che
uno uomo; il quale non di ferite o d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavalo
e calpesto spirò”.
sabato 15 dicembre 2012
Secondi pensieri - 127
zeulig
Amore - “Il
presupposto «il cuore ha una storia» è quello che ha permesso lo splendido
sviluppo del romanzo moderno”, dice bene Maria Zambrano. Il cuore è l’organo
dell’epoca, della poesia, la filosofia, la religione, la rivoluzione, con la
sua passione specifica, l’amore. Come nel Cinquecento, quando entrambi confluirono
nelle guerre di religione.
Trova una soluzione, si dice, agli ostacoli
che via via insorgono. E a se stesso? Cos’è l’amore? A quindici anni o a venti
non è la stessa cosa che a trenta o quaranta. E non è la stessa cosa a Königsberg
e a Bologna, dice Stendhal, che c’è stato. C’è chi fa l’amore nei casini. E non
è la stessa cosa per l’uomo e per la donna, per non parlare dell’amore
omosessuale. E ieri? L’amore di Ero e Leandro, o Giulietta e Romeo, la fedeltà
oltre la morte, porterebbe oggi dall’analista. Per le nobili mantenute del
Settecento è una forma dell’impossibilità: il cavaliere accorre e ha buoni
sentimenti, oltre che mezzi, ma la donzella muore oppure è raggirata.
C’è
poi la categoria dilagante dell’amore morte. Anche all’Oriente. Con Versailles si fa eco, nel fecondo Settecento, la Cina, o
Giappone che sia, col precetto che l’amore è cieco, e si purifica nell’assenza,
l’attesa, la memoria. Insomma nella morte. È difficile portare l’amore in
piano.
La morte è la cosa di cui meno si parla
al mondo, se si eccettua la Germania. Anche questo Stendhal dice meglio: “La
morte è una parola senza senso per la maggior parte degli uomini. È solo un
attimo, e in genere non lo si avverte”. Ma si può farsene una grandezza,
proiettando quell’attimo su tutta la vita, e in questo l’amore teutonico è
insuperato, Freud non inventa nulla, amore e more è marchio di fabbrica. Sommo
diletto è in Schlegel fantasticare la morte dell’amata Lucinde, straziarsi per
lei. O nel giovane Kleist, e in Rilke. In Kafka non si muore per accidente,
malattia o vecchiaia, ma inevitabilmente per amore. L’amore biedermeier muore anch’esso giovane, sui
vent’anni, nella penombra. Lo stesso olimpico Goethe fa morire tutte le eroine
d’amore nel “Wilhelm Meister”, il romanzo dell’“arte di vivere”: Sperate,
Mariane, Mignon, Aurelia, l’arpista. Tristano e Isotta si amano per morire. “La
notte appartiene alla morte”, sussurra la Sibille thomasmanniana al fratello
Wiligis per incitarlo all’incesto – col quale, prima di farlo, dialoga in
occitano, oh sublime ridicolo. Da qui il verso celebre di Celan: “La morte è un maestro della Germania”. I tedeschi sono, padri o figli
di Freud, in sonno, in partibus, in
incognito, igienisti. Dei sentimenti, delle passioni e della ragione.
Anche Leopardi per la verità è del
parere: “Quando novellamente\nasce nel cor profondo\un amoroso affetto\…\ un
desiderio di morir si sente”. E al suo seguito oblazioni alla morte usarono per
un periodo pure in Italia. Ma già il Belli ne decreta la fine, sceneggiando la “Morte
della Morte”, un assassinio in piena regola. L’amore
è in realtà esso stesso malattia, nutrendosi di mancanza. È su questo confine
che è nata la filosofia, quel poco in argomento che se ne fa. E il romanzo? Il
romanzo viene dalla lanterna magica, dalla soffitta abbandonata, come dice
Zambrano. Con un tempo diverso da quello della vita. Quando giunge a essere
tempo del-la vita, Proust, Joyce, è una confessione. E, come in Giobbe, risuona
della voce dell’autore. Che è il pregio della confessione: parola a viva voce.
Indignazione – È all’origine nemesi. La hubris, come è invece comunemente intesa, è dismisura.
Purezza
–
È la virtù più in domanda. Da un secolo, e malgrado i disastri. Dalla purezza
della razza al politicamente corretto, del linguaggio e delle guerre
umanitarie, e a tutto l’armamentario ecologico, oggi come nel naturismo del
primo Novecento. Si accompagna all’igienismo: la “vera” igiene non tollera accezioni (impurità). E a disegni
imperiali: la razza e il naturismo alla Germania, il politicamente corretto
agli Usa. Un’altra coincidenza è che la purezza s’impone accantonando i tabù
sessuali.
Riso – Imbarazza, come ogni funzione umana:
non si sa immaginare Dio a ridere.
A meno che non
sia una funzione diminutiva o distruttiva: si può pensare solo il male?
Roberto Calasso,
cultore di Baudelaire, estrapola dal saggio sulla caricatura, “De l’essence du
rire” (1855), la parte in cui il poeta immagina che la natura teologica del
riso gli viene “suggerita” dall’avventura di Virginie nel Palais-Royal.
Suggestione anche questa comicissima. Virginie, nomen omen, è l’eroina di “Paul e Virginie” di Bernardin de
Saint-Pierre. Il Palais-Royal in cui s’addentra, che i lettori di Calasso
ricordano dalla “Rovina di Kasch”, è l’ala delle prostitute, di cui Restif
aveva fatto il catalogo comico (“Boutonderose”, “Pyramidale”, “Sensitive”,
“Barnerose”…: nel 1790 ce n’erano almeno 2.200, calcola Calasso, in tante
firmarono una petizione all’Assemblea Nazionale della rivoluzione).
Il riferimento è
al centro del discorso che Calasso ha tenuto mercoledì a Parigi, all’Institut
de France che gli conferiva il premio Chateaubriand per “La folie Baudelaire”, pubblicato
lo stesso giorno sul “Corriere della sera”:
Il riso, dice Baudelaire, essendo umano è diabolico: “Gli angeli
non ridono”. Ma è sbagliato: gli angeli non fanno che giocare e ridere, come
Gesù Bambino.
Storia – “La storia”, Marx spiegava a Kügelmann in una lettera famoso il 17 aprile 1871 sulla Comune
di Parigi, “sarebbe facile a fare, se l’impegno si prendesse solo a condizione di
opportunità infallibilmente favorevoli. Avrebbe d’altra parte un carattere
mistico, se il «caso» non vi avesse grande parte”.
Il
“caso” Marx intendeva come gli “episodi” nelle partite di calcio, le
intromissioni degli arbitri: “I casi si compensano con altri casi”.
Capita
di sentirsi nella storia come Joyce nella sua giornata, in un incubo. Che
storia è questa? La successione spagnola, la successione austriaca, la terza-guerra-di
successione-al-trono-di-Polonia, e le magnifiche sorti e progressive degli
Hohenzollern, per non dire degli inglesi, che dopo avere assaporato Cromwell si
sono cercati re stranieri un po’ dementi. Le storie nazionali sono miti. E le
storie sociali? E il culto della storia con esse. In realtà la storia, la
morale della storia, non c’entra nulla, non con la verità.
zeulig@antiit.eu
Il poeta è ipocondriaco
Fra le tante compilazioni una delle più
felici, voluta dalla stessa Alda ancora in vita. Partendo dall’ovvio “se
Leopardi fosse andato in televisione”. I poeti deludono, “noiosi,
attaccabrighe, ipocondriaci, magari malaticci”. La conclusione è: “Soltanto io
sono bella come la poesia”. La forza aforistica è qui costante, un
bombardamento. “Al silenzio non c’è risposta”. “Sentirsi colpevoli è come
sentirsi chiamati a un perenne riscatto”. Sempre biografica, di sofferenza
carnale. Inquieta, finché “un santo non mi ha risposto: perché non ti ami?” Con
molta vecchiaia, la parola immonda.
Alda Merini, Antenate bestie da manicomio, Manni, pp. 79 € 10
venerdì 14 dicembre 2012
Partita doppia con l’amore
Su
un tema abusato molta freschezza, premio Scriveredonna 2011. La biografia di un
amore - “cerco un uomo senza paura”, “sei me\ e tutto quello che detesto”,
nella “paura di non vivere\ mai del tutto”. Imaginifica: “Sono legata a questa
vita\ come un’ala impigliata\ nella rete”. Filosofica – “È con me stessa\ che
baro”, “il dramma dei perché\ è che nemmeno gli dei danno più la risposta”,
“giriamo su noi stessi\ senza incontrarci mai”. E quindi leopardianamente
solitaria – quando si facesse un censimento delle tracce leopardiane nella
poesia dei due secoli successivi si troverebbero probabilmente molti più echi,
e anche calchi, che non di Petrarca nei quattro precedenti. E tattile, quasi
realistica, inconsueta per la cosiddetta “poesia femminile”: “Scrivo d’amore\
per nasconderlo\ e custodirlo per sempre”.. Su una passione forse irrisolta:
“In un universo parallelo\ la porta si apre…”. Con una cifra molto personale,
che s’innesta nel bilinguismo, nell’uso dell’inglese accanto all’italiano.
Conosciamo
il mistilinguismo di Contini, esemplato su Montale, riscontrabile in altri poeti, per
esempio Pasolini e il Nobel Dario Fo: l’uso incidentale di parole (concetti) di
altre lingue, anche dialettali, in un discorso italiano. Patrizia Licata scrive in inglese (americano)
come in italiano, usa cioè due lingue diverse, due linguaggi, due semantiche,
due sensibilità diverse. Poi magari traducendo nell’una e nell’altra lingua (le
poesie confluite in questa raccolta sono date in entrambe le versioni). Con effetti sorprendenti in inglese. Non per una maggiore pregnanza della
lingua, dell’inglese rispetto all’italiano, che non può essere naturalmente. Ma
sì della pratica poetica, mediata dalle letture: la lingua della poesia
americana dopo Eliot e Pound è più incisiva che non la pratica italiana dopo
Montale (con l’eccezione di Alda Merini? della sua “grazia naturale”). E
tuttavia con sorprese, lampi di genio si direbbe se fosse una partita poetica.
Per un risultato diciamo in parità: come se a una pratica ordinata, di tecnica
elevata, rispondessero a lampi gli estri.
I “minuscoli
pezzi” del “vetro infrangibile” si frangono meglio in “tiny\ ever-multiplyng
pieces”, e così il “tormentato spazio deformante\ dove di depositano tutti i
casi irrisolti”, i “tortured distorting spaces\ where all the cold cases are
sediment”. Mentre “Fool me into believing\ you are immortal” si risolve
incisivo nel fulminante – prosodia e suono - “Illudimi che sei immortale”. Un
doppia capacità espressiva, una doppia miniera. Una duplice, curiosamente,
personalità.
Patrizia
Licata, Poesia d’amore e solitudine,
Tracce, pp. 87 € 10
La crisi più grave della Repubblica
Una crisi monetaria, fiscale, produttiva e politica,
in atto ormai da quattro anni: l’Italia ha avuto più punti di crisi, nella
storia della Repubblica, ma non una complessa, duratura e profonda come questa.
E tutta europea, provocata da europei contro altri europei - il resto del mondo
marcia, solo appesantito dall’Europa.
Dopo la crisi petrolifera del 1973 e in concomitanza
col terrorismo l’Italia si umiliò a chiedere un prestito alla Germana - che
pretese in pegno l’oro della Banca d’Italia (gli Usa l’avrebbero preteso? O la
regina Vittoria?). Nel 1992 i giudici di Milano cancellarono la politica e la speculazione cancellò la lira. L’ultimo
governo di centro-sinistra riuscì a rimetterla in piedi, ma con una pesante tassazione,
e a prezzo di una perdita enorme di posti di lavoro, 1,7 milioni Oggi è peggio,
e non se ne vede la fine.
La crisi è tedesca.
Questa Grande Crisi ha una causa specifica. Non i fallimenti
bancari che l’hanno originata, e che in qualche modo sono stati delimitati. Ma il rigore di bilancio che la Germania,
forte di un suo piccolo vantaggio rispetto agli altri partner europei, ha
imposto per scivolamento dalla crisi bancaria, tutto e subito. È così che la crisi vede tutti gli altri sofferenti
e solo la Germania indenne, con i suoi vassalli attorno al Baltico.
Si dice che la Germania ha il vantaggio di avere
liberalizzato all’estremo il lavoro, ha milioni di minijob a 400 euro al mese, ma
non è vero. Ha il vantaggio di poter spendere, unico paese europeo, per esempio
per il sostegno sociale a chi lavora per 400 euro, mentre impone agli altri
terapie radicali. E ha soprattutto il vantaggio della straordinaria inettitudine
politica di Francia, Italia e Spagna che glielo consentono. A fronte di
argomenti pretestuosi e derisori, perfino comici, che di volta in volta
avanzano il presidente della Bundesbank Weidmann o il ministro dell’Economia
Schaüble.
All’inizio della crisi europea, nel 2010, l’intervento fu rapido e adeguato per tamponare l’Irlanda: 85 miliardi in tre anni, senza se e senza ma, di cui 35 per salvare le banche e 50 per alleviare il debito. Nella successiva crisi della Grecia, Angela Merkel ha visto una leva per mettere in difficoltà le economie europee concorrenti, l’Italia per prima, la Francia e anche la Spagna, e non consente nessuna soluzione. Previo l’autostrangolamento.
All’inizio della crisi europea, nel 2010, l’intervento fu rapido e adeguato per tamponare l’Irlanda: 85 miliardi in tre anni, senza se e senza ma, di cui 35 per salvare le banche e 50 per alleviare il debito. Nella successiva crisi della Grecia, Angela Merkel ha visto una leva per mettere in difficoltà le economie europee concorrenti, l’Italia per prima, la Francia e anche la Spagna, e non consente nessuna soluzione. Previo l’autostrangolamento.
Fisco, abusi, appalti – 20
Si vada in rete,
agenziaentrate.gov.it, “Come compilare il modello F 24” per pagare l’Imu. Si
troverà un grande bianco: “Esempio non disponibile”. Chissà quanto
costava alle Entrate lasciarlo online. O
era troppo lavoro?
Sia la vostra assicurazione auto chiamata a rispondere di un danno da voi procurato. Abbiate voi provato alla vostra assicurazione che il denunciante è un millantatore. Immancabilmente scoprirete al rinnovo annuale della Rca che la vostra classe di merito è peggiorata. Perché la vostra assicurazione ha pagato al millantatore 800 euro. Invece dei 200 che richiedeva.
Le liquidazioni attraverso la propria assicurazione vanno poi normalmente in arbitrato. Dove però non si fa opposizione alla
richiesta. Sul presupposto che, questi pagamenti andando in compensazione ogni
anno, ogni assicurazione ne esca più o meno indenne. Una specie di bengodi per
tutti, eccetto che per l’assicurato.
Prospera copiato dall’America l’avvocato a
percentuale. Contro le assicurazioni. Sempre più nella sanità, e da tempo per i
danni automobilistici limitati, da poche diecine di euro, o inventati. Che
senza fatica trasforma in liquidazioni fino a mille euro. Contando sul benign neglect delle assicurazioni, che
queste transazioni rilevano alla compensazione annuale tra i diversi soggetti.
E sulla partecipazione attiva, a percentuale, dei liquidatori.
Si faccia un ricorso contro una multa al giudice di
pace. L’avviso di convocazione, in otto casi su dieci, verrà affisso all’albo
comunale. Per risparmiare sull’e-mail? No, perché l’albo è invisibile. Il
ricorso decadrà per contumacia. La multa raddoppierà.
Ogni appalto pubblico implica un ricorso al Tar – da
qui la superfetazione del Tar del Lazio. Che a sua volta implica maggiori oneri
da ritardi e revisione dei capitolati e dei parametri. Il ricorso “automatico”
è la prima causa della costante superfetazione degli appalti, di due e anche
tre volte il valore di capitolato.
Il ricorso al Tar costa ma evidentemente non
abbastanza. Rispetto cioè al potere di ricatto che esercita. Altrove c’è il
reato di ricorso arbitrario, punire con l’esclusione (temporanea, settoriale)
da futuri appalti: il ricorso pretestuoso come prova dell’incapacità a operare,
e come turbativa d’asta. In Italia no.
Il ricorso costante sugli appalti non è contestato da
Confedilizia e organizzazioni imprenditoriali analoghe. Conviene anche a chi ha
vinto la gara. Si fa infatti a spese delle finanze pubbliche.
Berlusconi vittima delle donne
Berlusconi è anatema. Berlusconi e le donne roba da postribolo. Ma è il politico che più ha dato spazio alle donne, e peggio ne è
stato ripagato. C’è da rifletterci. Il discorso si fa serio.
Berlusconi ritornato non è tutto da buttare. Intanto
dà linfa ai comici, che avevano perduto la vena. E alla sinistra, che non
sapeva per che cosa combattere. Dà anche ogni giorno l’agenda politica – la scoperta
che la crisi è europea, che Monti sarebbe miglior candidato, che la destra
senza di lui non esiste, che la Merkel ha fatto dell’Italia un punching ball, che Hollande non sa come
si chiama…. Ma più dà materia di
riflessione sulle donne.
Berlusconi è vittima di se stesso. Ma per essere stato
vittima delle donne. Che ora non lo voteranno più, e sono la metà dell’elettorato.
Uno che si era perfino divorziato per sposare una donna che poi lo ha vilipeso
in tutti i modi, la famosa “donna lombarda” seppure emiliana, gli ha educato a
modo suo le figlie, e lo ha lasciato solo a Roma, in balia delle Ruby. Ha
promosso a incarichi importanti Letizia Moratti, che doveva essere la sua erede
e gli perso Milano. Ha dato la parola a molte donne che non l’avrebbero mai
avuta, benché giovani e belle, Carfagna, Gelmini, Brambilla, Mussolini,
Santanché. E ha dato
una ragione d’essere alle donne giudici milanesi, che possono processarlo ogni
paio di giorni, fotografandosi con lui. E dunque? Il Pd è più saggio - vecchia scuola togliattiana: ha fatto eleggere le
Madia e le Zampa, ma non le fa parlare.
giovedì 13 dicembre 2012
Merkel über alles - l'eccezione tedesca
La vigilanza alla Bce sulle banche della zona euro è
infine passata dopo una forte resistenza tedesca. Con limiti: la vigilanza europea
entrerà in vigore dopo le elezioni tedesche, tra un anno. E con l’eccezione
della Landesbanken tedesche, gli istituti di credito della politica regionale
in Germania.
È stata la riprova ennesima, per la delegazione
italiana, che niente si può fare in Europa che non voglia la Germania, e che si
può fare solo quello che vuole la Germania. È vero, è da aggiungere, che niente
si può fare nell’euro se non all’unanimità, ma il veto tedesco è l’unico politicamente
corretto.
Il voto contrastato cade mentre la Germania monta una
campagna vittimistica, contro il “populismo antitedesco”. Attribuito
ridicolmente a Berlusconi – ridicolmente perché finisce per essere una vera
pezza d’appoggio a un’eventuale offensiva europeista antitedesca, se non a innescarla.
Ma nello specifico della vigilanza bancaria bisogna dire che la proposta è
tedesca. Del membro tedesco del direttivo della Bce, l’economista Jörg Asmussen. Che è socialdemocratico e specializzato della Bocconi,
ma è stato anche direttore generale e sottosegretario alla Finanze. Più che di
Germania, bisogna dunque parlare di interessi della coalizione democristiana,
Cdu-Csu, raccolta intorno alla cancelliera Merkel.
La resistenza contro la vigilanza europea. del ministro dell’Economia Schaüble, Csu, si basava su questo argomento: la Bce entrerebbe in conflitto d’interessi, cumulando la politica monetaria con la vigilanza sulle banche. Conflitto di cui invece non soffrivano la Bundesbank, la banca centrale tedesca, e le altre banche centrali nazionali? Una posizione palesemente artificiosa, ma utile a ottenere l’eccezione per le Landesbanken.
La resistenza contro la vigilanza europea. del ministro dell’Economia Schaüble, Csu, si basava su questo argomento: la Bce entrerebbe in conflitto d’interessi, cumulando la politica monetaria con la vigilanza sulle banche. Conflitto di cui invece non soffrivano la Bundesbank, la banca centrale tedesca, e le altre banche centrali nazionali? Una posizione palesemente artificiosa, ma utile a ottenere l’eccezione per le Landesbanken.
Nanni Moretti lirico sul sillabario
Poesie
in forma di prosa Parise dichiara questi “Sillabari” in esergo. A partire dalla
A di Amore, naturalmente. Non la sola voce lirica: non mancano “Amicizia”,
“Anima”, “Carezza” e “Malinconia”, fino a “Solitudine” - Parise, malato, volle
abbandonare il carapace.
Un
altro “Sillabario” famoso, quello di Valéry, letterario e quasi filosofico, connota
questi di Parise quali favolelli. L’impianto è anzi quello: “Un giorno un uomo
(un cane, una signorina, una donna bionda e rotonda…)”. Se non di moralità,
all’uso dei favolisti esopici. Quanto di più corrivo a Nanni Moretti, alle sue
rappresentazioni quasi sempre paradigmatiche.
A prima vista è sorprendente la scelta di Moretti per l’impolitico Parise, coi ritratti smagati di donne senza fronzoli, se non quelli della cura di sé e e dell’amore, non necessariamente nevrotiche, anche le “ragazze madri”. Nonché di ragazzi delle cattivissime Brigate Nere negli anni bui, gli Stukas che incantano i ragazzi, soldati tedeschi buoni, e film tedeschi che si proiettavano a grande successo, nel quadro dell’Asse. Ma Parise aveva scritto un “Caro Diario” con questi “Sillabari”. Che la lettura di Moretti ha trasformato nel successone della Fiera dei piccoli editori l’altra settimana a Roma, “Più liberi più libri”, con folle da stadio, e non solo per il divismo.
A prima vista è sorprendente la scelta di Moretti per l’impolitico Parise, coi ritratti smagati di donne senza fronzoli, se non quelli della cura di sé e e dell’amore, non necessariamente nevrotiche, anche le “ragazze madri”. Nonché di ragazzi delle cattivissime Brigate Nere negli anni bui, gli Stukas che incantano i ragazzi, soldati tedeschi buoni, e film tedeschi che si proiettavano a grande successo, nel quadro dell’Asse. Ma Parise aveva scritto un “Caro Diario” con questi “Sillabari”. Che la lettura di Moretti ha trasformato nel successone della Fiera dei piccoli editori l’altra settimana a Roma, “Più liberi più libri”, con folle da stadio, e non solo per il divismo.
Il
saggio di lettura che il regista-attore ha dato nel salone delle conferenze aveva
conquistato si può dire tutti i visitatori per caso all’ascolto. Un accoppiamento,
si vede, specialmente riuscito, se ha dato ai lievi testi di Parise un richiamo vasto, nelle corde anche dei semplici curiosi. Si può dire
un’editoria nuova, questa degli audiolibri, che si va diffondendo ora anche in
Italia. Ci vuole un intuito speciale per accordare i testi all’ascolto con una
voce e una sensibilità specifiche.
I “Sillabari” sono spicchi di varia autobiografia – altra cifra morettina – vissuti con distacco. Come da fuori, o da un dopo irrimediabile. Specie dell’adolescenza, negli anni della guerra, e di ciò che poteva essere e non è stato - della vita sentimentale che si dice “irrisolta”. Una raccolta densamente nostalgica, non del passato ma della generosità. Di un punto mancato nella strategia di godere e dare la felicità. Di uno che si rimproverasse di non aver saputo essere all’altezza della situazione, che lui stesso ha creato, per generosità appunto.
Goffredo
Parise, Sillabari, letto da Nanni
Moretti, Emons Audiolibri € 18,90
I “Sillabari” sono spicchi di varia autobiografia – altra cifra morettina – vissuti con distacco. Come da fuori, o da un dopo irrimediabile. Specie dell’adolescenza, negli anni della guerra, e di ciò che poteva essere e non è stato - della vita sentimentale che si dice “irrisolta”. Una raccolta densamente nostalgica, non del passato ma della generosità. Di un punto mancato nella strategia di godere e dare la felicità. Di uno che si rimproverasse di non aver saputo essere all’altezza della situazione, che lui stesso ha creato, per generosità appunto.
Problemi di base - 127
spock
Ma
Angela Merkel paga i giornali italiani?
Perché
i Nobel per la letteratura devono essere comunisti osservanti, di Pechino, di
Castro, reduci di Mosca?
Perché
Dio vuol essere assassino e torturatore? Inventandosi pure il diavolo
Perché
Dio perseguita l’uomo?
Perché
l’Europa dovrebbe dirsi cristiana, se è suicida? Dopo essere stata assassina
È
Sanremo o il miracolo ogni anno di san Gennaro? È per questo che non si può
spostare?
L’Italia
ha un problema Berlusconi, perché Berlusconi lo nega?
Tutti
questi liberali, non li avevamo messi allo zoo?
spock@antiit.eu
Vero o falso - 2
Che vuol dire lo 0101 che bisogna mettere nell’F24 per
pagare l’Imu sulla prima casa? Che bisogna andare dal fiscalista, o da un Caf.
Vero o falso? Falso, ma è anche vero.
La Germania esenta le Landesbanken, le banche regionali, dai controlli europei perché quelli nazionali
sono più severi. Vero o falso? Falso.
La Germania esenta le Landesbanken dal controllo della
Bce perché sono il centro del sottogoverno. Questo è vero.
L’Udc è il partito di Casini. Ma il partito, dove ha i
voti, in Sicilia e a Roma, sta a destra. Mentre Casini si è spostato a
sinistra. C’è una ragione? Sì, la famiglia Caltagirone, di cui Casini è
famiglio. Che vuole l’Acea, che solo il Pd può dargli – l’ ha dimostrato, bloccando
Alemanno che avrebbe voluto darla lui a Caltagirone, lo ha bloccato attraverso Pignatone.
Vero o falso? Vero.
Il grillino Panzironi si documenta online su cosa
dovrà fare da presidente della Regione Lazio? Vero.
Il grillino Panzironi, 31 anni, ha già girato cinque
partiti? Vero.
Il salvataggio della Grecia tre anni fa sarebbe
costato 30 miliardi, oggi costa 300. Vero o falso? Vero.
Nei giudizi per lesioni da guida incauta, la droga è considerata
un’attenuante e l’alcol un’aggravante. Sembra strano ma è vero.
mercoledì 12 dicembre 2012
Il mondo com'è (121)
astolfo
Eugenetica – Abolire l’imperfezione dal mondo, la malattia, l’incapacità, il dolore, è richiamo inarrestabile. Ma, nella scia di Darwin e dell’evoluzionismo povero, ha portato a intendere l’eugenetica come perfezionismo. Per l’illusione canonizzata dall’“Enciclopedia Britannica” già nel 1910, e da successivi premi Nobel (per la Medicina Chares Richet, per l’Economia Gunnar Myrdal, per la Pace Alva Myrdal), che l’umanità, intesa come fisiologia umana, è perfezionabile all’infinito. E che la razza è biologica, l’ereditarietà è razziale. Per questo quindi alla base delle dottrine razziste, oggi perente, per primo il nazismo. Ma anche, e di più, alla base dell’eugenetica come forma umana della selezione naturale. Applicata alle nascite: controllo delle nascite, con la contraccezione ma anche mediante l’aborto procurato (di figli deformi o comunque indesiderati, spesso le femmine), sterilizzazione, delle donne prolifiche (referendum a Berna nel 1926), dei devianti, ladri o assassini (negli Usa dal 1907 fino al 1980), dei folli o minorati gravi (in Danimarca dal 1929, in Svezia dal 1935 al 1976). Ora anche con l’eutanasia.
Allattamento – La soprano
Annette Dasch diventa una vedette non
per la voce – e per l’eccezionale performance alla Scala nel “Lohengrin” all’ultimo
minuto - ma perché allatta, anche in camerino quando l’opera è lunga, come il
“Lohengrin”, cinque ore, la bambina. Che ha dieci mesi. È l’esito dell’adozione
in Germania, negli anni 1960, della pedagogia italiana, del “mammismo” – prima
il bambino veniva educato a sberle. L’infante viene di preferenza allattato
dalla madre, è accudito dalla stessa madre fino ai tre anni e solo dopo
comincia la scuola, ma continua a essere spensierato nel tempo libero, seguito
più che represso. Sono state cambiate per questo le leggi: una madre ha diritto
allo stesso posto di lavoro dopo tre anni, e nel periodo che passa in casa per
la maternità a cospicui assegni familiari - analoghe leggi sono state adottate
in Francia dieci anni più tardi, a fini demografici invece che pedagogici.
Questo
mentre in Italia si adottava, per un malinteso femminismo, l’indirizzo opposto.
Del bambino al nido, anche se sofferente, per mantenere la madre al lavoro. Da
parte di governi peraltro confessionali,
se non quasi di sacrestia. Fini di
sottogoverno: l’assunzione e la gestione del personale, i servizi e le
strutture (appalti) degli asili nido. La pedagogia ex italiana importata in
Germania ha infatti un costo inferiore a quello degli asili nido privilegiato
in Italia. Dove per ogni bambino lo Stato e il Comune spendono circa 12 mila euro l’anno. Senza contare gli
immobili in uso, con i relativi costi di manutenzione, ordinari e straordinari.
Ebraismo - C’è più letteratura che
religione nella Bibbia, sarà per questo che gli ebrei non si prendono molto sul
serio e si erano fatti tedeschi, ma in cuor loro no. C’è sempre un “narcisismo delle piccole
differenze”, nota Freud, un bisogno, se non un piacere, di disprezzare, odiare,
perseguitare, quanto meno ridicolizzare, il vicino prossimo. Gli ebrei per
esempio erano troppo simili ai tedeschi. Così come per secoli erano stati
troppo vicini al narcisismo cristiano. Con gli arabi è diverso, sono due popoli
vagabondi. Beduini, cammellieri, contemplatori delle stelle. Che fanno del
sangue la loro sostanza, checché la razza e la genealogia vogliano dire, la
filologia, la mitografia, la scienza del sé medesimo. Si dice che la contesa è
sul Dio unico ma non è vero: la vera contesa è sulla somiglianza.
Eugenetica – Abolire l’imperfezione dal mondo, la malattia, l’incapacità, il dolore, è richiamo inarrestabile. Ma, nella scia di Darwin e dell’evoluzionismo povero, ha portato a intendere l’eugenetica come perfezionismo. Per l’illusione canonizzata dall’“Enciclopedia Britannica” già nel 1910, e da successivi premi Nobel (per la Medicina Chares Richet, per l’Economia Gunnar Myrdal, per la Pace Alva Myrdal), che l’umanità, intesa come fisiologia umana, è perfezionabile all’infinito. E che la razza è biologica, l’ereditarietà è razziale. Per questo quindi alla base delle dottrine razziste, oggi perente, per primo il nazismo. Ma anche, e di più, alla base dell’eugenetica come forma umana della selezione naturale. Applicata alle nascite: controllo delle nascite, con la contraccezione ma anche mediante l’aborto procurato (di figli deformi o comunque indesiderati, spesso le femmine), sterilizzazione, delle donne prolifiche (referendum a Berna nel 1926), dei devianti, ladri o assassini (negli Usa dal 1907 fino al 1980), dei folli o minorati gravi (in Danimarca dal 1929, in Svezia dal 1935 al 1976). Ora anche con l’eutanasia.
L’eutanasia fu
praticata estesamente in Germania negli anni di Hitler per gli handicap fisici
gravi o mentali. Ma non fu un’eccezione. Il Nobel 1913 per la Fisiologia e la
Medicina, Charles Richet, iniziatore della sieroterapia e benemerito studioso
dell’anafilassi, spiega in “La sélection humaine” l’anno del Nobel, che “il
primo passo nella via della selezione è l’eliminazione degli anormali”. Non
volontaria, proprio come nella Germania hitleriana, per handicap accertato. E
questo “dopo l’eliminazione delle razze inferiori”. Il razzismo biologico, che
si vorrebbe confinare nel mostruoso, insieme con tutta la Germania di Hitler, è
stato invece, è, di comune accezione, e anzi orgogliosamente rivendicato come
segno di civiltà. Richet non vedeva “nessuna necessità sociale di conservare i
bambini tarati”. Il libello era inteso a
estendere a gialli e neri la “selezione individuale” che si deve praticare tra
i bianchi: una “selezione specifica, scartando risolutamente ogni mescolanza
con le razze inferiori”.
Gli stessi concetti
Richet riprende nel 1919 in “L’homme stupide”. Quest’ultimo è un pamphlet
antibellicista, ma anche fortemente razzista – “I negri non hanno niente di
analogo (all’umanità bianca). Continuano a vivere, anche in mezzo ai bianchi,
un’esistenza vegetativa, senza produrre nient’altro che acido carbonico e urea”.
Come i gialli, già condannati in “La sélection”.
Richet per primo formulò
la dottrina alla base del programma hitleriano dei Lebensborn, la selezione attraverso
“l’accoppiamento dei migliori”. Con il coinvolgimento di molti “esemplari umani”
scandinavi, soprattutto donne. “Dunque si possono modificare le specie con la
selezione”, concludeva Richer: “Dunque c’è trasmissione ereditaria. Dunque,
continuando questa selezione, cioè l’accoppiamento dei migliori, senza
sospensioni, per numerose generazioni, si forzeranno certi caratteri, sia psicologici
che fisici, a fissarsi sulla specie. Perché la forma dello spirito è sottoposta
all’eredità, tanto quanto la forma del corpo”.
Molte le pratiche
eugenetiche per il “miglioramento della razza umana”. La Rassenhygiene nazista
fu un’altra parola per la stessa cosa. E arrivò all’Olocausto al
termine di una progressione decennale: il gas e le altre tecniche di uccisione
di massa furono introdotte per i tedeschi portatori di handicap, il
programma T 4. Il programma Lebensborn mirava al miglioramento della specie attraverso
accoppiamenti selettivi (ufficialmente, le
cliniche Lebensborn non erano pensioni equivoche dove bionde scelte copulavano per
migliorare la razza, ma accoglievano le donne incinte dei soldati, per evitare
gli aborti). In chiave eugenetica
si ponevano gli esperimenti di Mengele nei lager
di Hitler sui gemelli. Molta eugenetica si sperimentò a Mosca fino alle grandi
purghe del 1936, parte della campagna antireligiosa esclusiva in quegli anni.
Nell’Istituto per le resurrezioni. E in vari programmi di accoppiamenti con
scimmie – sempre smentiti. In India, in Cina e nei paesi islamici è pratica corrente
l’aborto provocato selettivo, se il nascituro è femmina.
Imitazione – Ci sono più
uxoricidi, da qualche anno o mese a questa parte? Statisticamente sì. Anche ad
allargare la categoria ai “femminicidi”, agli assassinii di donne perché più
deboli, spesso anziane, o perché oggetto di desiderio. Non si può dire che prima c’era ma non se ne parlava. Questo è vero, ma non ce n’erano così tanti quanti oggi, non almeno secondo le statistiche dei casi denunciati e\o accertati. E
dunque un effetto “imitazione” c’è. Specie sulle menti più deboli o annebbiate,
dalla solitudine, dalla colera. È come se il tanto parlare della violenza sulle
donne, invece di ridurla, l’accrescesse.
Islam –
La modernità vi è stata laica, nel dopoguerra e nelle guerre di indipendenza.
Oggi va col fanatismo religioso. Nelle comunicazioni, ultimo il blackberry.
Nelle strategie di comunicazione: tempi, modi, “messaggi”. Negli esplosivi.
L’uso politico della fede era oggetto della critica delle
“Provinciali”, le lettere di Pascal.
Si parla molto di dialogo tra le fedi. Ma non è il problema principale,
ogni chiesa può benissimo stare per sé. Tra le fedi si pone un problema di
etica (politica). Di rispetto di alcuni valori, tra le comunità e all’interno
di ognuna di esse. E un problema di identità: che per secoli ha afflitto i
mussulmani, sottoposti al colonialismo e all’imperialismo occidentale, se non
cristiano. E da qualche anno minaccia invece l’Europa.
Sono i termini in cui papa Ratzinger ha posto la questione, ma sono gli
unici validi.
Ci sono pregiudizi. Anche contorti. Una persona sensibile come Augias
sostiene la scemenza che i terroristi islamici sono come i martiri cristiani.
astolfo@antiit.eu
Questa storia è troppo mafiosa
Tutto quello che (non) avreste voluto
sapere su camorra, mafia e ‘ndrangheta. Epicizzare la storia, personaggi e
eventi trasformando in eroi e imprese, su fondali muti, oggi si dice fuori
contesto, si è sempre fatto, ma senza pretese sociologiche. Queste storie
bugiarde della mafia, che non ne prospettano mai la natura di vessazione sui
comuni cittadini, sono anche criminali. Lo sarebbero se ci fosse ancora una
concezione non strumentale del diritto – strumentale ai poteri: politico ma
anche editoriale, e di opinione. John Dickie è doppiamente colpevole, che non
traduce “Darkest Italy”, con cui si rese benemerito degli studi sull’unità
d’Italia a fine Novecento, sulla traccia dell’americano Nelson Moe. Sugli
stereotipi imposti al Mezzogiorno come una “maniera di essere” dell’Italia
stessa, la creazione di un “altro” brutto, sporco e cattivo a fronte del quale
perdonarsi e esaltarsi. Troppo impegnato a scalare le classifiche,
moltiplicando qui per tre il successo di “Cosa Nostra” cinque anni fa?
Per il poco che naviga fuori del
“misteri dei ministeri”, lo storico non trova altro che Osso, Mastrosso e
Carcagnosso. “Gallinelle” e “pollanche”. E bambini “pungiuti”. I mafioso sono qui
con noi: perché questi storici non vanno a incontrarne uno, magari una “pollanca”?
John Dickie, Onorate Società, Laterza, pp. 432 € 20
martedì 11 dicembre 2012
Si balla a Mosca la fine dell’Europa - e dei Malaparte
Intanto, bisogna sapere il francese. Come
“Guerra e pace”, questo “Ballo” è scritto indifferentemente in italiano e in
francese. Ma anche così non morde, non decolla. Il graffio c’è. Il “tipico narcisismo
slavo, da cui è dominato ogni personaggio della letteratura russa, specie di
Dostoevskij, ogni eroe russo, il più umile, il più diseredato, il più ignobile,
corrotto” (p.31). O: “Il cielo russo ha il colore, il disegno, la porosità
della pelle umana” (33). Sul cielo di Mosca Malaparte ha molti pezzi da
antologia. In una delle redazioni espunte ha anche (pp.197-198) l’odore di
Mosca, “che non è l’odore di miele cotto di Atene, di Smirne, di Venezia, né
quell’odore di cuoio vecchio che è l’odore di Parigi”, etc., etc., “l’odore di
Mosca non è umano. È l’odore della natura…”. Su Dio anche, oggetto di una
campagna di massa del protostalinismo, l’unica campagna politica in quegli anni
di reazione, molto viene detto, non banale, e forse non di maniera, al fondo
rilevando “quella forza di negare Dio che
è un modo di affermarlo, di invocarlo, di amarlo”. Non del tradizionale, etnico,
animismo religioso del popolo russo ma delle nuove generazioni, sovietiche. Con
scorci di straordinaria umanità – straordinaria per Malaparte, non affettata
cioè e aperta sulla rivoluzione, sui destini delle rivoluzioni, sull’umanità
post-rivoluzionaria e neo-rivoluzionaria. Sul “sogno dell’operaio” (p.47). Sulla
“folla di Mosca, quella povera folla scarna, pallida, sporca, dal viso madido
di sudore, quel viso di polpo, umido e molle” (p.60). Ma non ingrana. La vena è
forte del surrealismo - come poi in “La pelle” e già in “Kaputt” e altri
racconti. Che Malaparte aveva anticipato al debutto, nella “Rivolta dei santi
maledetti” (1921), nelle radici futuriste del surrealismo stesso. Ma non vibra. È, a suo modo, “politicamente corretta”.
Ancien régime
“Florinski
annunciava, nella sua stessa perversione sessuale, il tragico tramonto di una
società rivoluzionaria presto inquinatasi, corrottasi nel godimento del potere,
nell’esercizio scomposto del potere, nel contrasto delle ambizioni smodate, e
nella particolare immoralità delle élites
rimaste fedeli a un’utopia irrealizzabile”. Malaparte aveva scritto prima di
ogni altro un romanzo sulla Nomenklatura corrotta a Mosca e non l’ha pubblicato.
Ce l’aveva nel 1945, accanto a “Kaputt” appena uscito e a “La Pelle” (all’epoca
“La peste”) che si affrettava a completare. Sarebbe stato un terzo scorcio,
sulle malefatte dell’”altro Alleato”, “mentre «Kaputt» era l’Europa sotto i
Tedeschi, e «La Peste» sarà l’Europa sotto gli Alleati, specie Americani”. La
fine dell’Europa.
Il “Ballo”, una costola della “Pelle”, era
solo da rifinire, ma Malaparte non lo ha fatto. Voleva pubblicarlo in Francia,
a metà 1946, per evitare gli anatemi in Italia. Voleva perfino cambiare
traduttore, considerando inaffidabile la fedele Juliette Bertrand perché “comunista militante”. Sarebbe arrivato molto
prima del Rapporto Krusciov sui crimini di Stalin. Avrebbe spiegato – lo spiega
infatti, cosa che il “Rapporto” non farà – le ragioni, oltre che i modi,
dell’involuzione. In una delle versioni del “Ballo” recuperate da Raffaella
Rodondi si leggono due pagine magistrali (215-216) sulla funzione dello
scrittore come “storico”, il problema già di Erodoto e Tucidide, con occhio
lieve (“l’Italia vera è quella di Stendhal, non quella di Gregorovius”). Ma per
opportunismo se ne privò. Dapprima per non indisporre Togliatti, da cui
dipendeva la sua defascistizzazione. Poi per la convenienza di farsi neocomunista.
Pur essendo visceralmente anti, si vede
nella corrispondenza, di più con gli editori francesi. Del “Ballo” pubblicherà
un terzo circa su “Vie Nuove”, il settimanale del Pci, come corrispondenza da
Mosca nel 1957. Dopo cioè l’Ungheria, quando molti invece si allontanarono dal
Pci. Fu a Mosca due notti tra un aereo e l’altro per il viaggio in Cina, che lo
stesso Pci gli aveva organizzato, dove contrasse l’infezione letale. Ne approfittò per una rivalutazione, a
suo modo obliqua e intelligente (qui
riprodotta in appendice, (“Trozki, Gorki, e altri volti”), dello stalinismo
dopo le infamie del Rapporto Krusciov l’anno prima.
“Kaputt” Malaparte definiva “romanzo
storico contemporaneo”, “La Pelle” invece “storia e racconto”, d’invenzione
cioè, “Il ballo” avrebbe potuto essere una “storia di costumi”. Lo annunciò
all’editore francese nel 1946 come un affresco satirico dell’“alta nobiltà
marxista di Mosca, le sue vite, i suoi scandali, i suoi costumi, le sue
passioni, i suoi terrori”. Datato 1929. Riscrivendo
le impressioni, le fantasie e gli articoli che in quell’anno aveva maturato
nella capitale sovietica, quando da giovane direttore de “La Stampa” vi aveva
passato alcune settimane tra maggio e giugno. Attratto dal cambiamento
politico, alla fine della Nep, del relativo liberismo sovietico, che lo colpì
subito – fu , con Corrado Alvaro, uno dei pochi viaggiatori occidentali all’Est
non “utili idioti”, come li aveva bollati Lenin. Ricavandone la raccolta di articoli
“Il Volga nasce in Europa”, e i due
saggi di politica leninista che fecero epoca, la “Technique du coup d’État” e
“Le bonhomme Lenin” – questo pubblicato in contemporanea anche in italiano,
col titolo “Intelligenza di Lenin”, il primo, inviso a Mussolini, solo nel
1948. Dove
spiega che la rivoluzione era arrivata al capolinea, con l’esilio di Trockij nel
Caucaso e di Kamenev sul Volga, gli ultimi compagni di Lenin, e l’inizio delle
epurazioni – mentre Malaparte stava a Mosca “spariva” Kamenev, uno degli ultimi
“compagni di Lenin”. Finiva il romanticismo della rivoluzione.
Ancien régime
Qui Malaparte è ancien régime – lo fu a suo modo tutta la vita, seppure sotto la
scorza proustiana, dell’ideologia della fine. “Il ballo” svolge al ritmo dello small talk, lui dice potin, da francesizzante,
tra i “balli delle ambasciate”, nello “splendido tedio della vita modana” – da
Proust minore, disidratato. In una Mosca metafisica. Immaginando di
accompagnarsi ai personaggi più noti, Majakovskij, Lunač’arskij e moglie, il
ministro dell’Istruzione italianista (anche lui ultimo compagno di Lenin, col
quale a Capri aveva organizzato una “scuola di comunismo”alla Pensione Weber
alla Marina Piccola) e l’attrice sua moglie, la cuisse legère più famosa di Mosca, Bulgakov, la sorella di Trockij
moglie di Kamenev, la star del balletto Semënova, il ministro degli Esteri
intramontabile Litvinov, e l’incredibile Florinskij, un omosessuale che
pavoneggiava le sue inclinazioni, truccato, atteggiato, capo del Cerimoniale
agli Esteri, l’uomo di tutte le ambasciate - in una delle quali, quella greca,
sarà prelevato al tavolo del bridge dalla “giacche di cuoio della Ghepeù” nel
1936. Visti però col senno di dopo, dello stalinismo realizzato.
Malaparte è certamente anche uomo del
suo tempo. Molto interessato quindi al sovietismo. Fin dai suoi inizi, dalla “Rivolta dei santi
maledetti” (un racconto che ne impose subito la peculiare
capacità analitica, di narratore della storia: Malaparte vi individuava da solo
il senso della guerra, le plebi che si liberano del ceto dirigente giolittiano,
liberale, risorgimentale, affaristico, notabilare, di formidabile modernità
prima ancora che di rivoluzionario futurista-fascista - ma più esatto sarebbe nazionalista). Se non da prima, quando rifiutò la paternità del sassone Erwin
Suckert facendo circolare la voce che era figlio invece del pittore Paolo
Trubeckoj, incolpevole ma russo di origine. Da russista nell’animo, si può
dire, per una sorta di comune panteismo. Nel 1929 partivano a Mosca i piani
Quinquennali, una delle cose che lasceranno un’impronta sul secolo, ma
Malaparte non ne intese la portata - salvo ex post, nel 1957, per rivalutare Stalin. O se ne disinteressa. Vede i visi e le anime,
le correnti sotterranee della storia. In un progetto anticomunista, però. Violento.
Di cui poi si privò, pur pubblicando di tutto, libri anche irrilevanti, per sfruttare
il successo della “Pelle”.
Beffardo il commento di
Raffaella Rodondi, che cura questa riedizione (una prima edizione postuma,
nella collana affrettata delle sue opere edita da Vallecchi, è uscita nel 1971
in un volume farcito con altri racconti e scritti vari): Malaparte ha mancato l’ultimo colpo.
Pubblicato nel dopoguerra, sia pure dopo la destalinizzazione, “Il ballo al
Kremlino” sarebbe stato attualissimo, la controprova dei crimini di Stalin. Ma
non sarebbe stato Malaparte, uno che soprattutto si adattava. Per una sorta di
camaleontismo connaturato - si può dire che si è preso al suo laccio. Secondo
la credibile testimonianza di Lino Pellegrini, giovanissimo inviato di guerra
del “Popolo
d’Italia”,
l’unico che veramente seguisse le truppe dell’Asse, con Malaparte, nella guerra
all’Urss, avallata ora dal biografo Serra, il “Kaputt” antitedesco si chiamava nel
1942 “God shave the King”, Dio fa la barba al re invece
di salvarlo. Sarebbe stato antinglese – nel 1942 Hitler aveva vinto la guerra.
Una trilogia europea che
comprende, dunque, nella sua abiezione pure i Malaparte. Quello del nome e gli
amici di fascismo. Montanelli per esempio, Longanesi, che non gli perdonarono
niente e anzi lo resero quasi simpatico col vilipenderlo, come scrittore e come
uomo. Casi non eccezionali di destra che si vuole sinistra, e viceversa. Ora
Malaparte recupera Adelphi, dunque “da destra” secondo la non desueta
tipizzazione dell’ambiente. Dopo mezzo secolo di ostracismo, editoriale e
critico, se si eccettua la devozione della sorella Edda Rochi, e qualche
biografia scandalistica, meglio se con foto.
Il vero romanzo è la “Nota” di Raffaella
Rodondi, sulle varianti ma anche sulla gestazione di questo progetto. Una
primizia filologica, cento pagine di montaggio e smontaggio di un’opera inedita
e non finita. E un’edizione critica, con 150 pagine di racconto, 150 di varianti,
e 100 di nota filologica, proposta come un libro da banco, un romanzo come un
altro. Ma, per il lettore che non s’arrende, con diletto.
Curzio Malaparte, Il ballo al Kremlino, Adelphi, pp. 417 € 22
Ombre - 158
Giovanna
Melandri ha preso subito possesso della presidenza del Maxxi, inaugurando il
nuovo programma di arte contemporanea con le presentazioni dei libri di
Cazzullo e Severgnini. Non c’era nessun altro del “Corriere della sera”, ma
Passera sì. Senza vergogna.
Davide
Barillari, che Grillo candida alla Regione Lazio, si sta “documentando su
Internet”, spiega in un’intervista a un giornale romano. Attraverso forum ,
chat, social network, wikipedia.
Non
sembra possibile. E invece è vero.
Battiato
è assessore a tempo perso alla Regione Sicilia. Avviando il suo tour invernale dice che alla sua Regione
“un signore ha rubato 19 milioni di euro dai biglietti dei musei portandoseli a
casa”. Che non è possibile, i musei siciliani non fatturano, purtroppo, 19
milioni in un anno. Franco di nome. E di fatto?
Si
diceva l’Italia come la Grecia, nell’anno di Berlusconi. Ora si dice l’Italia
come la Spagna, dopo il ritorno di Berlusconi. Senza contare che l’Italia non è
la Spagna, non balla su una bolla immobiliare, grande quanto la stessa Spagna.
Terrorismo economico dunque. Solo stupido?
Da Fazio, Luciana Litizzetto irride Banderas con la gallina nella pubblicità del Mulino Bianco. Che però ha, con la gallina e in pochi secondi, molta più presenza scenica (carattere, sostanza, materia) che non i quindici minuti ripetitivi, da anni ormai, della stessa Litizzetto nella trasmissione di Fazio.
Domenica il milanista Ambrosini prende la palla con le mani mentre sta per andare nella sua porta. Con le due parti, da buon portiere. Per la Rai non fa nulla. Per il Torino nemmeno, che così perde fragorosamente col Milan. La stessa squadra che si era invece molto lamentata dell’arbitro nella partita persa contro la Juventus. Tutto il calcio è parlare male della Juventus?
Domenica il milanista Ambrosini prende la palla con le mani mentre sta per andare nella sua porta. Con le due parti, da buon portiere. Per la Rai non fa nulla. Per il Torino nemmeno, che così perde fragorosamente col Milan. La stessa squadra che si era invece molto lamentata dell’arbitro nella partita persa contro la Juventus. Tutto il calcio è parlare male della Juventus?
Mercoledì
a squadra ucraina di Lucescu è sconfitta con merito dalla Juventus. Lo hanno
visto tutti in tv. Ma Lucescu si prende la scena su Mediaset e dice che il
“merito” è dell’arbitro. Ammiccando furbo. Non contraddetto dai conduttori. Rai
e Mediaset unite nella lotta?
“Uno
scarpone si vede all’inizio del primo atto e ritorna alla fine”, spiega Armando
Torno, persona colta, scrittore fine, del “Lohengrin” psicoanalitico che apre
la Scala: “Di esso non c’è traccia nell’originale. Chissà quale era la sua
missione”. Quale è la missione della psicoanalisi?
Il
“compromesso storico”, spiega Sergio Romano a un lettore del “Corriere della
sera”, è “gli accordi di convivenza tra due poteri
dello Stato”. I comunisti e i democristiani?
“Il
mondo ci guarda”, ammonisce il “Corriere della sera” per la crisi di governo.
Il provincialismo che si pensava Dc (il fondo è di Massimo Franco) è di Milano.
La
Consulta decide la distruzione delle intercettazioni del presidente della
Repubblica sulla trattativa Stato-mafia. La Procura di Palermo, che nel
procedimento alla Consulta sosteneva l’irrilevanza delle intercettazioni,
decide allora di non distruggerle. Non finché la Consulta non avrà motivato la
sentenza. La Consulta che è inappellabile. Dov’è la mafia?
Certo,
la Procura è anch’essa Stato.
Tre
televisioni seguono con una troupe Bersani nello storico viaggio a Tripoli. La
capitale libica è lo sfondo per la dichiarazione del giorno di Bersani (“voglio
sfidare Berlusconi”), uno senario importante per occupare le prime pagine. I
tre inviati, ognuno con operatore e aiuto operatore, lo seguono a proprie spese?
E la Rai come le giustifica?
A
spese del partito? Alla voce costi della politica?
La
7 perde 120 milioni. Che paghiamo tutti con la bolletta del telefono, dato che
La 7 è un gioiello di Telecom Italia. Erano 80-90 negli anni passati, ora
bisogna pagare pure Mentana e Santoro, a garanzia della democrazia. E sia. Ma
nei 120 è compresa la gita a Tripoli?
Bersani
deve avere lo spin doctor di Veltroni,
bravissimo a farlo “uscire sui giornali” ogni giorno con una “notizia”. Ma poi
Veltroni perse Roma, di cui era sindaco, e perse pure le elezioni politiche. Quando
è troppo brava la propaganda non sarà negativa?
L’Osservatorio
di Pavia che fine ha fatto? Registrava ogni sforamento partitico negli spazi in
tv fino a che il Pd non li ha monopolizzati?
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lunedì 10 dicembre 2012
Luciana lucida il blasone
Usavano, sono i “blasoni” di cui più non si parla, le lodi di un membro del corpo.
Litizzetto rispolvera il genere per il membro maschile, e aggiorna il catalogo,
a un’occhiata, di 22 neologismi, sul totale di 25 sinonimi che usa per la
parola impronunciabile (uno se l’è perso, il migliore, che aveva sottomano: fly italianizzato nel titolo invece di flay sarebbe stato un altro “titolo”). Un
dieci per cento buono d’innovazione, considerato che il catalogo precedente,
non recente, si attestava su 228 sinonimi.
Alla
comica – malgrado tutto lo è, malgrado il quarto d’ora di penitenza che Fazio
le infligge domenica sera, con i sinonimi del caso più triti per Berlusconi – D’Orrico rimprovera la freudiana invidia del pene.
Ma lei non ne è l’arcigna censora, proprio con le forbici? Recidiva anzi del
vilipendio, “La principessa sul pisello”, “Rivergination”, “Minchia!”, “Col
cavolo”, sono anni che ci gira attorno. Ha saputo però reggere un anno all’assenza di Berlusconi, passando da Bocchino a Passera – merito non minore, i comici di questi
tempi sono affliggenti. Per un’invenzione linguistica forsennata, meglio da
leggere che da ascoltare: la Jolanda e altri paesi bassi, Belèn Belìn, la
Walteranschauung.
Luciana
Litizzetto, Madama Sbatterflay, pp.
185 € 18
Milano prospera a danno dell’Italia
Si può ironizzare sull’olimpico Monti che si fa
vendicativo al primo ostacolo – “muoia l’Italia con me”. O sulla Lega, che voleva
il marco come moneta, e ora vuole l’Italia in guerra contro la Germania. O su
Berlusconi, che un mese si ritira e un mese si ricandida. A questo punto la
logica vorrebbe che Berlusconi e Maroni – e Monti - dicessero: abbiamo
sbagliato, ci ritiriamo. Invece di continuare a insolentire gli italiani.
Ma è la legge di Milano, capricciosa apparentemente e volage, mentre si fa gli affari suoi,
operosa e spietata. Milano ama giocare con l’Italia, non da ora, almeno da un
quarto di secolo buono. E anzi da quasi mezzo secolo, con piazza Fontana e il
terrorismo. Meglio, dovendo essere precisi, da quasi un secolo, con Mussolini e
la marcia su Roma. Mentre prospera.
A questo punto c’è da chiedersi se Milano non prospera
affossando l’Italia. In questo caso da vera potenza tedesca, seppure fuori le
mura: allo stesso modo come la Germania prospera affossando l’Europa.
Etichette:
A Sud del Sud,
Si dice in città
La sinistra più realista del re
“Se,
facendo i conti, ti accorgi di aver già versato in acconto più di quanto dovevi
per l’Imu annuale, perché magari il Comune ha ridotto l’aliquota, ovviamente
non dovrai pagare il saldo di dicembre. Informati presso il Comune sulle
modalità per chiedere il rimborso dell’eccedenza”. Quasi tutti
gli 8 mila Comuni hanno innalzato le aliquote da giugno, nessuno le ha ridotte,
ma “altoconsumo” il 27 novembre dà questa avvertenza. Non, per esempio, quella
di ricalcolare le aliquote retroattivamente
per tutto l’anno, anche se il Comune ha aumentato le aliquote tardi. Perché la sinistra dev’essere più realista
del re?
Non c’è altra risposta: per i sensi di colpa. Paghiamo
ancora il Muro. La sinistra non è per il fisco avido. La sinistra è per la
giustizia fiscale, e non per le tasse sul macinato. Eccetto che in Italia: gli
elogi del governo Monti, depurati della strumentalità anti-Berlusconi, sono
agghiaccianti.
domenica 9 dicembre 2012
Che risate l’Italia, senza allegria
Un’inversione
che è un trattato filosofico: non la povera Italia, ma Italia povera, senza l’articolo.
Come è dell’umorismo di Bucchi. Nero, si dovrebbe dire. Ma più che altro è
pieno di sensi da sviscerare. Attraverso le inversioni, che sono il trademark del columnist grafico di “Repubblica”, di parole, sintassi, immagini,
significati.
Un
lavoro da storico, se se ne seguono correttamente i meandri. Bucchi non si
limita ogni anno a commentare giornalmente l’evento, ma nell’evento riflette e
analizza costanti, rinascite, ritorni, con ombre, deviazioni, trappole. Piazza
Fomtana, l’Italicus, Bologna, Pisciotta e Sindona, Berlusconi e Padre Pio,
Bucchi non dimentica, e non tralascia.
Un lavoro
isolato, Bucchi non ha creato un genere. Ha faticato anche a trovare un
editore. Il fumetto è freddo, quando non è cattivo. La sua grafica distanzia
invece di coinvolgere, con collages, proiezioni, riproduzioni, viraggi d’immagini
note. Si può ridere, di un mondo non allegro.
Massimo
Bucchi, Italia povera, Saggiatore,
pp. 156 ill., € 13
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