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sabato 29 giugno 2013

La meravigliosa tragica vita inesistente

Una vita immaginaria vera che è uno scrigno di sorprese e gentili ironie, incluso della vita e delle biografie - dell’arte di scrivere. Di un candido senza nome, senza nascita, senza luogo, senza arte, senza voce, che si condanna a morte – quando la rivulsione arriva, che lui attende, i rivoluzionari lo fucilano. Di un uomo politico e scrittore di cui Mao rivendicherà l’eredità nella “rivoluzione culturale”, contro tutte le verità.
È anche, curiosamente, un Pulcinella, le busca sempre. A conferma che la Cina è Napoli, seppure in grande? Gusto melodico, spaghetti, manualità, pirotecnia, teatro, industria delle copia, con Pulcinella fanno più di un artificio. 
Lu Xun, La vera storia di Ah Q, Robin, pp. 127 € 5 

O Torino o morte

È un aggiramento, di Bazoli più che del velleitario Della Valle, in vista di un armistizio. Oppure è l’inizio di una rivincita di Torino su Milano, dopo la resa senza presidi dell’Avvocato Agnelli con Romiti. Se così fosse, sarebbe una buona notizia per l’Italia: Torino, che ha già ripreso con la Chrysler il suo tradizionale ruolo d’innovazione e crescita (finanza, organizzazione produttiva, globalizzazione), rispetto alla tardigrada, affaristica, cinica Milano, è un’apertura di speranza per l’Italia.

Perimetrare Bazoli non è però un partita che si possa concludere qui. Nessuno c’è riuscito in questi venticinque anni, a partire da Cuccia. E si può essere certi che il banchiere reagirà. Ha un pelo sullo stomaco alto fino al cielo, e quindi si possono anche prefigurare sfracelli. Nella sfida con Torino è riuscito far condurre al “Corriere della sera”, con Mucchetti e senza, e malgrado la direzione del non antipatizzante de Bortoli, una insidiosissima campagna contro Exor e la Fiat. 

Figura eroica di imprenditore lombardo

Muore Rotelli, subito dopo aver venduto la proprietà del “Corriere della sera” a John Elkann, e non si dice perché. Né perché l’aveva comprata, rimettendoci. Né come è diventato padrone di diciotto ospedali, compreso il gigante San Raffaele. Si dice che aveva ereditato una clinica dal padre chirurgo. Ma dal padre aveva ereditato debiti, e di suo era un funzionario della Sanità lombarda.
La verità non si può dire? Che era l’uomo di paglia di Bazoli. Rotelli ha comprato tutto senza mai un debito in banca.
Rotelli ha pagato il San Raffaele 725 milioni, che il suo giornale dichiarava tecnicamente fallito – fallito un gruppo che fatturava come la Rcs e aveva debiti per meno della età, 320 milioni. Ma si sa che i devoti sono tra di loro feroci.

Il gruppo Rotelli fattura 850 milioni. Dei quali 700 sono assicurati dalla Regione Lombardia. Senza scandalo.

venerdì 28 giugno 2013

Mani Pulite fece le prove con Sofri

Oggi venticinque anni fa il giudice Pomarici formalizzava il caso Sofri, l’imputazione a Sofri dell’assassinio Calabresi. Il colonnello Bonaventura, che ne fu l’artefice, è morto, ma tutti gli altri attori del caso sono vivi, giornalisti, giudici, testimoni, e potrebbero raccontare la verità. Marino soprattutto, che non è perseguibile, un bel libro di memorie potrebbe scrivere. A sgravio di coscienza. Nell’attesa riepiloghiamo il fatto.
“Per il sostituto procuratore Ferdinando Pomarici non ci sono dubbi: Leonardo Marino dice il vero quando confessa daver guidato lauto, quando accusa Ovidio Bompressi d’aver sparato, quando dice che i mandanti furono Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Undici mesi esatti dopo i mandati di cattura, diciassette anni dopo lomicidio, linchiesta sulla morte del commissario Luigi Calabresi è chiusa” – “la Repubblica”, 29 giugno 1989. Ma il vero processo è ancora da fare.
Subito le indiscrezioni passate all’“Unità” e a “Panorama”. Ogni pochi giorni una notizia scaccia notizia, tutte infondate, tutte gravi: covi di armi, cascine nascoste, l’arma del delitto, testimonianze anonime sicure, partigiani sbandati, arresti e controarresti. Infine, dopo un anno, l’accusa formale. La fantasia malvagia non difetta, o l’arsenale della disinformazione: “Panorama” era allora di sinistra, la scelta dei cronisti giudiziari mostra in radice la “costruzione” del caso. Era tutta qui l’“inchiesta” di Pomarici. Col patrocinio di Borrelli, il futuro Grande Inquisitore, inaugurando la serie di processi, di fonte quasi sempre oscura, che s’imporrà come Mani Pulite. Col sistema dell’indiscrezione pilotata, prima che la vittima possa difendersi.
Nella fattispecie, il rinvio a giudizio inaugurava una serie di dibattimenti che resteranno una vergogna del sistema giudiziario, con giudici violenti in aula, irridenti nelle sentenze, o apertamente truffaldini. Una sentenza d’assoluzione fu scritta in modo che venisse cassata. A carico di uno che sicuramente non ha organizzato, né chiesto, l’assassinio di Calabresi. Senza nessun riscontro, l’arma, le automobili, i testimoni oculari, Dario Fo ci poté fare una “commedia” piena di mancanze, col tempo e le distanze variabili. Sull’unica prova dell’accusa di Marino, livorosa ma incerta. Si doveva colpire Sofri, e fu fatto. La controprova è che i suoi correi, Bompressi e Pietrostefani, vennero trattati l’uno con clemenza, dopotutto era per l’accusa l’assassino, l’altro nemmeno cercato, al suo lavoro in Francia. Anche Marco Boato e Paolo Liguori furono inclusi nell’eliminatoria, ma in qualche modo la scapolarono – Marino, per loro come per gli altri, a giorni ricordava a giorni no, ma per loro alla fine fu deciso per il no.
Il caso dei servizi
Il giudice Pomarici lavorava con i servizi segreti. Il colonnello Umberto Bonaventura, carabiniere, veniva dalla famigerata divisione “Pastrengo”, quella dello stupro di Franca Rame, ed era dei servizi segreti, specialista della controinformazione – tratterà lui il “Dossier Mitrokhin”, che infamerà non pochi giornalisti onesti. Collaborano (collaboravano) con i servizi molti dei sodali di Sofri – forse non molti, ma alcuni sì. Nacque con questo caso la commistione letale media-giudici. Letale per la democrazia, i condannati in genere poi vengono recuperati - quelli disponibili, non Moro per esempio.
Molto si fa pesare, specie dall’ex Pci, la violenza della campagna di stampa di Sofri contro Calabresi. Ma un assassinio non è un articolo di giornale – a parte il fatto che le responsabilità di Calabresi, che c’erano, non si sono volute cercare, nella detenzione di Pinelli e nell’imputazione degli attentati agli anarchici, solo la sordida curia ambrosiana può pensare di beatificarlo. Per restare a Milano, e al connubio giudici-media, la violenza delle sentenze Magi e Turri contro Berlusconi è ancora più sproporzionata. E tuttavia, se qualcuno uccidesse Berlusconi nessuno potrebbe dire che i giudici sono stati i mandanti. Nessuno del resto imputa all’ex Pci e ai suoi editori e giornali, i beneficiari del conto Rodetta e delle altre tangenti svizzere liquidate con l’Urss, tramite Valerio Occhetto e Vittorio Veltroni, i “fratelli minori”, le loro violente campagne di stampa - l’ex Pci ha molto da farsi perdonare, prima, durante e dopo la caccia alle streghe, ma questa è un’altra storia.
Sofri ha deciso di non far valere le sue ragioni. E anzi, onestà vuole che si dica, di stare coi suoi persecutori. Ma quelle della giustizia non si possono obliterare: un giorno bisognerà rifare il processo Sofri. Non per la giustizia, che è dei giudici, cioè di una corporazione fascista. Ma per la verità. E soprattutto mettere a nudo, prima che i comprimari se la squaglino, giudici, giornalisti, spioni, lo squallore che lo ha ispirato, se non fu un  progetto eversivo.

Il Nord vittima del Sud

Vito Teti ripropone l’antologia sulle “Origini del pregiudizio antimeridionale”. Con una’ampia introduzione per i quasi vent’anni trascorsi – il libro, scritto nel 1992, uscì vent’anni fa, nel 1993, in pieno spolvero del leghismo. A ridosso allora del libro, una “questione settentrionale” è stata imposta, a ulteriore condanna del Sud. Di cui lo storico e antropologo dell’università della Calabria fa l’anamnesi. Compresi i “dettagli” che ora si rimuovono. Il razzismo di Miglio, dichiarato. O “Libero” che ripropone la passione di Cristo a opera dei Bruzi – i calabresi di duemila anni fa. Molta aneddotica derivando da uno scrittore che non cita, Antonio Delfino: la panoplia d’insulti del “popolo del Nord” al parroco di San Luca, o la sceneggiata Bbc della droga a Reggio Calabria per una “diretta”.
Tutti i problemi dell’Italia vengono imputati al Sud, senza del quale il destino sarebbe stato felice: “Il profondo Nord mistificava o colpevolizzava” il profondo Sud. “Profondo” è il Nord dell’omonima trasmissione tv di successo di Gad Lerner. Imitata due anni dopo da “Milano Italia” di Gianni Riotta e poi Enrico Deaglio: “I libri e le trasmissioni televisive d’inizio anni Novanta che si propongono di capire i mutamenti intervenuti al Nord, di segnalarne le insoddisfazioni e le ansie, finiscono con il descrivere la nascita di una questione settentrionale quasi come esito di una politica che avrebbe avvantaggiato il Sud”.
Era anche un’altra Italia, quella che s’imponeva: mentre la questione meridionale rispecchiava un’Italia attenta ai problemi sociali, alla povertà, agli squilibri, la questione settentrionale “guardava prioritariamente all’impresa, alle ragioni dell’evasione fiscale, a imprenditori e a padroni che volevano arricchirsi ancora più velocemente”. Un “rovesciamento paradossale”. Giacché “il Meridione, che aveva conosciuto”, con l’unità, “espropriazioni, distruzione di economie e di culture, svuotamento di paesi e di campagne, esodi biblici, diventava – anche per colpa del ceto politico e delle classi dirigenti meridionali – il responsabile delle difficoltà e dei ritardi del Settentrione in rapporto ai pesi del Nord europeo”. Il dominio di “Milano” nacque su questi falsi presupposti – come tutto il resto, si può aggiungere, della emprise ambrosiana sull’Italia.
Il razzismo è socialista e siciliano
L’antologia riesuma il dibattito che suscitarono a fine Novecento il razzismo dichiarata di Alfredo () Niceforo e, in parte, di Lombroso. Con gli interventi di Colajanni, Pasquale Rossi, Ciccotti, Salvemini, Giuseppe Sergi e Fortunato. Una ripresa, di cui Teti sa però riallacciare con vivezza i fili della continuità. Anche per non privarsi, benché posato studioso, dello “scarto”, imprescindibile in ogni calabrese, anche incolto – da cavallo degli scacchi imbizzarrito. La “lentezza”? è la fame atavica. La dieta mediterranea? Chi se la poteva permettere. E il classicismo, la tradizione, etc., di un paese che non ha storia o non se ne cura.  Critica anche la retorica dei personaggi negativi”, pr esempio Alarico - ma lui stesso è celebratore di Uccialli, o Uccialì.
Resta da dire che Niceforo, autore di “Italiani del Nord e Italiani del Sud”, 1901, dove ipotizza la “razza maledetta”, nonché di “La delinquenza in Sardegna”, 1897, e “L’Italia barbara contemporanea”, 1898, si riteneva uno scienziato, ed era un socialista, siciliano – era nato “imparato”: nel 1901 aveva venticinque anni.
Vito Teti, La razza maledetta, Manifestolibri, pp. 301 € 30

giovedì 27 giugno 2013

Quando Grillo era Bossi

Venticinque e vent’anni fa l’anomalia Grillo era il miracolo Bossi. Tutto lombardo o quasi. Alle regionali del 1990 la Lega di Bossi fu la vincitrice, sfiorando il 20 per cento in Lombardia. Alle politiche del 1992, che dovevano scatenare Milano con Mani Pulite, la Lombardia votò Bossi al 25,1 per cento.
A livello nazionale la Lega passò dallo 0,5 per cento del 1987, praticamente il voto lombardo a Bossi, all’8,7 per cento. Al successo di Bossi concorsero le altre regioni ultrappenniniche, ma in misura minore: Piemonte 19,4 per cento, Veneto 18,9, Liguria 15,5.
Il successo a Milano fu duraturo. Alle politiche di due anni dopo la Lega subì la concorrenza dell’alleato Berlusconi e scese all’8,4. Ma alle politiche del 1996 arrivò al 10,1 per cento del voto nazionale, terzo più grande partito, dopo Forza Italia e il Pds, sebbene solo lombardo con uno spruzzo veneto. E fece l’unanimità della Milano vera e propria, a partire dal suo cuore finanziario, politico, culturale e d’opinione, Milano 1.

Il mondo com'è (140)

astolfo

Complotto - “Non abbiamo un solo libro sull’azione del Kgb in Italia”, lamenta Piero Craveri sul “Sole 24 Ore” domenica, “mentre per altri paesi europei e della Nato interi scaffali”. In Italia dove il Kgb fu il più attivo, va aggiunto, con Secchia subito, coi suoi epigoni a Praga, poi con Moretti e le sue Br, e con vagonate di pellami, oro, dollari e skorpion. Le fonti non difettano. C’è un censore? Occulto?
Tantissime storie si ordiscono di complotti, ma nessuna del Kgb.

Comunismo – Non ha sconfitto la povertà. Ancora oggi non vi si applica, nel Nicaragua, a Cuba.
Per l’economia di guerra che ovunque lo minaccia? La Cina pre Deng non era minacciata. Né si può dire una guerra il boicottaggio Usa nei Caraibi.
Ogni altro regime, compresi i più biechi, i fascismi e perfino il nazismo, vi si è applicato e ci è riuscito in misura molto maggiore. Anche in economie di guerra.
È un disegno di potere.

Destra-sinistra – La concorrenza è forte anche sul web. La rete è come si sa “gestita”. Da aggregatori, motori di confronto, etc., software nati a scopi commerciali ma sfruttatissimi a fini informativi – disinformativi. Poiché sono in grado di oscurare o rilanciare le news, i commenti, i blog, ogni cosa. Più abili quelli di sinistra, che sono anche pagati – funzionari o consulenti a contratto – e quindi più attenti a inzeppare i meccanismi giusti nei software di controllo .
In realtà l’ “intercettazione” (gestione) della rete è totalitaria, contro il nemico e contro il dissidente. Non sarebbe quindi di sinistra, se la parola ha ancora un senso. Da qui l’odio speciale per Casaleggio, più che per Grillo. Una certa sinistra è solo performativa: ha ragione chi vince.

La posta dei parlamentari 5 Stelle è stata violata da hacker del Pd. Con la protezione della Procura della Repubblica di Roma, che doveva intervenire – la violazione della posta è un reato. ’attivissimo Procuratore Capo Pignatone, che pure è democrat, se ne è dimenticato. Democrat di quale democrazia?  

Germanesimo  - Beda Romano e Alessandro Merli sul “Sole 24 Ore”, come già Sergio Romano sul “Corriere della sera”, e germanisti vari per interesse di bottega, lunghi articoli si producono per giustificare la Germania. Dirla buna e gentile. E anzi vittima nella crisi, che al più si difende. Mentre il punto non è se il tedesco è cattivo, ma se non lo è la politica della Germania. Cha ha indotta una crisi spaventosa sull’Italia – non c’è altar parola – e su mezza Europa, con atti insistiti, e ancora non le basta.
Rileggendo il 1933 nella pubblicistica inglese, e anche francese, s’incontra la stesa disponibilità alle buone ragioni della Germania. Le stesse ambivalenze: i tedeschi sono buoni, ma le condizioni internazionali sono avverse. L’analogia si ferma qui, Merkel certamente non è Hitler. Ma si può dire che la Germania di Angela Merkel ha ottenuto con le buone quello che i suoi predecessori non avevano ottenuto con le armi, Hitler e il kaiser coglionastro: il Nuovo Ordine Europeo, l’ordine germanico.
Nessuna analogia terrificante neanche in questa dizione. Ma è un Ordine che la Germania non ha negoziato, al meglio di tutti i partecipanti, l’ha imposto. Con la tattica degli Orazi e i Curizai, o del divide et impera. Sovvertendo la procedura partecipativa e collettiva dell’Unione Europea. Senza dirlo, ecco tutta la novità.

Pio XII – C’è una curiosa guerra di Israele contro questo papa. Rilanciata da ultimo da due biografie americane, di Robert Ventresca e Frank Coppa. E dallo storico e diplomatico israeliano  Sergio I. Minerbi. Nell’ultimo numero di “Nuova Storia Contemporanea”  Minerbi,  che pure fu salvato nel 1943 al San Leone Magno, allora aveva quindici anni, si diverte irridente ad accreditare l’ipotesi, diffusa ad arte dai tedeschi, che Pio XII sapesse in anticipo della razzia del 16 ottobre 1943 – lo fa divertito, come a un videogame, quindi cinicamente irridente. Anche il declassamento di Giovanni Palatucci, da Giusto delle Nazioni a fascistello disorientato, è mirato in realtà alla figura di Pio XII. La cosa ha indignato Anna Foa, che ha deciso di spiegarla sull’“Osservatore Romano”. La storica lamenta che di Palatucci, vice-questore a Fiume, sia stato trasformato da Giusto in persecutore per slittamenti progressivi – propri della disinformazione, andrebbe aggiunto – dal possibile ridimensionamento del numero degli ebrei da lui salvati. Da cinquemila a poche centinaia o decine. Per questo e altri casi, “siamo in realtà di fronte a un problema di mancanza di documentazione”, spiega, che non era possibile tenere per un vice-questore come per i conventi, e solo è ricostruibile in base alle testimonianze. Ma nella fattispecie c’è di più: “L’impressione è che in realtà la questione sia un’altra, quella della Chiesa di Pio XII, e che in Palatucci si voglia colpire essenzialmente un cattolico impegnato in un’opera di salvataggio degli ebrei, un supporto all’idea che la Chiesa si sia prodigata a favore degli ebrei, un personaggio sottoposto a una causa di beatificazione.  Ma questa è ideologia, non storia”.
Nella classe politica israeliana quello contro il papa è un odio condiviso - Israele non ha mai avuto simpatia per il papa, fino all’attuale presidenza di Shimon Peres. Si ricorda la prima visita di un primo ministro israeliano al papa, Golda Meir nel 1974, il papa era Paolo VI Montini, che lasciando il Vaticano disse sprezzante: “Quell’uomo”.
Ma quello contro Pio XII è anche e anzitutto un odio specificamente tedesco. Fu in Germania, nell’ultima coda del Kulturkampf dopo la guerra, che se ne creò la fama sinistra. A opera di Hochhuth col “Vicario”. Era anche uno spostamento di focus sulla Colpa, dalla Germania alla chiesa - un tema sensibile che il drammaturgo sfruttò abile (dopo il papa puntò Churchill e l’Inghilterra). Ma il sionismo è tedesco anche in questo? Golda Meir, ebrea polacca, parlava tedesco.

Sviluppo  - È ora all’età del credito, che Ludwig von Mises, teorico liberale, diceva “prosperità illusoria”. Realista più che profetico


Gli studiosi dei cicli economici sono concordi su tre grandi cicli espansivi. Il primo, dal 1750 al 1830, è il prodotto del motore a vapore, della sgranatrice del cotone, e dall’avvio del trasporto meccanico e veloce, con la ferrovia e il piroscafo. Il secondo è quello della vera e massiccia rivoluzione industriale, dal 1870 al 1910: elettricità, motore a combustione interna, dall’auto all’aereo, il telefono, la radio, il fonografo, il cinema, la manipolazione chimica, il fordismo (automobile per tutti, standardizzazione, tempi e metodi). Il terzo parte dagli anni1970, con la robotica e la computerizzazione, di cui fa parte internet, fino alla carta di credito, il bancomat, e l’ “illusione del credito”.

astolfo@antiit.eu 

L’opera comica di Patrìzia

Una poesia – figurata – sempre più discorsiva, “naturale”. Spontanea come una conversazione, benché sapiente, di ritmi, assonanze, risonanze. Non esclusa quando è necessario la rima, e allora incantevole carillon. Attorno al “destino”, più o meno figurato, del qui, noi, oggi:- “Ostinarsi a far parlare il nulla\ a cercare parole che non hanno voglia”, è l’incipit – “Che meraviglia\ essere in vita,ci si può persino lamentare”. Per la lievità, tutto sommato, della condizione umana, sempre gratuita: “Se i miei numeri non vincono\ anche quando non li gioco”. Patrizia Cavalli non delude,  anche se, o perché, parca e non intrusiva, il lettore esigente e quello svagato.
“La patria”, “lunga tiritera”, che è madre, vedova (ma “ci sono sempre i nonni,\ le zie con le pensioni,\ non mancheranno mai canne e birrette”), magari “quel padre che ha nel nome”, o “donna giovane, ma austera”o “una scostumata”, perché no, “una pazza\ che dorme per strada”, o il solito “corrusco angelo di nordiche\ ascendenze che siede con lo sguardo\ diretto chissà dove”, fino a portare “allo scoperto, bello compatto, il padre”. Se non è il “macellaietto,\ guance rosa, che forse più che patria\ è patriota, visto che grida sempre\ Ciao Patrì”.
Ricorrente è l’apoteosi dell’ipocondria, rivoltata in irrisione, burlesca. Una vindicatio - volersi malati è da torturatori. Con qualche gigioneria. L’innamorata metereopatica del libretto d’opera “Tre risvegli” (non musicato?) rischia il capolavoro, specie nei recitativi, e avrebbe potuto reinventare l’opera buffa, senza l’aria di bravura – non quella canora, quella stilistica.
Patrizia Cavalli, Datura, Einaudi, pp. 123 € 12

mercoledì 26 giugno 2013

Eco

La ninfa Eco seguiva fedelmente Narciso.
Non si può dire che Eco sia una ninfa,
ma Narciso sì. 

A letto con papà, a fare i conti

Una lettura revulsiva – per chi ama il prosciutto. E anche per gli altri: una profanazione. Mirata a un succès de scandale, che non è mancato. E ovvio premio Sade - che l’autrice ha rifiutato, ma non si vede perché. Una scommessa forse, una serie da primato di atti osceni in pubblico, dettagliati, ripetuti, in sole cento pagine. Firmata, anzi calligrafica, ma insostenibile. Si vuole violenta ma è della cultura dei dolori, che da Werther è arrivata alle Wertherine. Ossessiva, le divagazioni non prenderanno una pagina. L’occhio vigile di Cesbron per lei, il dimenticato autore cattolico di best-seller – quello che lei guarda sempre, a pancia in su o a pancia in giù, “Cane perduto senza collare”, ha venduto più della Bibbia, 4 milioni di copie solo in Francia (l’altro titolo, che lei si propone di leggere, è inventato, “Les Six Compagnons”). “Le Monde” per lui, paravento laico-laido nelle pause, brevi, tra un assalto e l’altro. Al culmine lei ha sul muro un crocefisso, e ricorda la prima comunione.
È il tempo in cui Franco muore. Che non vuole dire niente se non che anche Christine aveva quindici anni. Come l’“eroina” muta, è lasciato supporre, degli interminabili assalti. Christine, nata Schwarz, riconosciuta dal babbo linguista a quindici anni, l’età di questo memoir, ha raggiunto la celebrità nel 1999 con “L’incesto”. Lui, il “paparino” linguista del racconto, specialista della W, che in francese suona u quando non è tedesca come in wagon-wagen, è Trintignant più bello. Per accentuare l’umiliazione, il paparino illustra rapito alla ragazza la foto gioiosa dei figli “legittimi”.
Scittrice whimsical, divertita e divertente, fa teatro, lo scrive e lo recita, Christine Angot pratica l’autofinzione, e questo è il solo gusto della vicenda. Altrimenti insopportabile – in filigrana, per chi segue la scena francese, c’è pure la parodia di Houellebecq, l’autore generazionale, sgradevole per programma. Lei nega di praticare l’autofinzione, “che sa sempre di autobiografia” – “il mio io è immaginario”. Ma le piace esporsi – è anche una bella cinquantenne. Anche a costo di cambiare editore a ogni libro. E fare i conti: l’autofinzione è tribunalizia, l’autore contro tutti. Citata in giudizio, per i due ultimi libri prima di questo, dalla compagna dellex marito, per interferenza con la sua vita privata, è stata condannata – lo dice lei stessa, è presumibile, nella sua bio wikipedia, se ne vanta. E quindi anche di questo, forse, si può ridere, benché a fatica: il suo io s’immagina un paparino ributtante, la profanazione è, malgrado tutti i suoi abusi, di lui..
Christine Angot, Una settimana di vacanza, Guanda, pp. 105 € 13

Ombre - 181

Mancano dalle indagini sui contratti truccati il Cagliari e il Bologna. La Finanza ha voluto risparmiare i colori rossoblu?

Ci ha messo venti giorni Marino, sindaco di Roma plebiscitato, per fare la giunta – e forse non ci riesce. Dovendo darne conto a tre partiti e cinque correnti, ferrei gli uni, più ferree le altre: Pd, Scelta Civica e 5 Stelle, tre correnti dl Pd, due di Scelta Civica.

La severa giudice Turri esibisce per la sentenza una chioma di riccioli gonfi. Non è la sola a Milano: le giudici – quelle vere, le presidenti – esibiscono queste acconciature, a somiglianza delle parrucche della giustizia inglese.  Colorate di nero, però, aggressive. Mentre quelle inglesi esibiscono la patina grigia, insegna di saggezza.

L’unica professionale professa nella corte di Berlusconi è Conceiçao. È anche l’unica di cui la giustizia si fida. Tutte le altre la giudice Torri ha “condannato” per falsa testimonianza – le ha deferite alla Procura, è lo stesso.

Ruby “è una ragazza intelligente, furba, ha l’obiettivo di entrare nel mondo dello spettacolo e fare soldi”. Quindi è una puttana, ricattattrice, imbrogliona . Logica inappuntabile, si potrà dire “logica boccassiniana”. Come dire: Boccassini “è intelligente, furba, ha l’obiettivo di fare carriera”.

Non s’è solo Josefa Idem che fa gli imbrogli con la case, il vizio è diffuso. Lo argomenta il “Corriere della sera” – il solito “tutti ladri nessuno ladro”. Purtroppo Pierluigi Battista vi si presta.

Dunque, “la donna” è morta. Barbara D’Anna, che ha lavorato una vita per l’Afghanistan e gli afghani hanno ucciso. Quel terribile “una donna italiana” dei notiziari , più che cinismo, o mancanza di pietas (demo)cristiana, testimonia la remoteness in cui il nazionalpopolare che ci opprime (abbia pazienza Gramsci) confina le guerre umanitarie che l’Italia combatterebbe.

“Al governo una fiducia con 100 assenti”, segnala il titolista del “Corriere della sera”: “Mancava un deputato pdl su 5”. Diavolo di un Berlusconi, s’è preso 500 deputati?

I deputati  Pdl sono 97. Con Fratelli d’Italia 106. Poiché ne mancava un quinto, come segnala Galluzzo, a Letta sono mancati una ventina di Pdl. E un’ottantina di Pd. Fatto politicamente
ben più interessante: questa sì che sarebbe stata una notizia, 80 deputati che non votano il proprio presidente del consiglio.
Il giornalismo si fa con le veline? Democrat?

Che il calendario del governo sia determinato da un pubblico ministero, anzi da un De Pasquale,
sembra eccessivo. E lo è. Ma lo stabilisce la Corte costituzionale. Che pensarne?

Massimo Mattei, assessore di Renzi a Firenze, ospitava in un appartamento della cooperativa sociale Il Borro, di cui è il patron, un’amica. Che si prostituiva. “Non lo sapevo”, si giustifica. Senza scandalo. Senza colpa.
L’assessore era l’unico in città a non saperlo. Ma anche se fosse: si può dare gratis, a un’amica, un appartamento che una cooperativa sociale ha dal Comune?

Marino Sinibaldi ha ringraziato, e ha detto no: si tiene la direzione di Radio Tre invece dell’assessorato alla Cultura di Marino, il neo sindaco di Roma. Non senza ragione: l’incarico è politico, è revocabile, è remunerato poco, pro forma. È anzi solo ragionevole.
Resta da sapere perché tanti concorrono a ministro o sottosegretario, incarichi altrettanto labili, lasciando posti  remuneratissimi.  Passera, per esempio, amministratore delegato della banca più grande.

Però, che tutti i primati romani, Rodotà compreso, rifiutino la collaborazione al neo sindaco Marino la dice lunga sulla società civile. Il dare e avere prima di tutto.

Il nodo è il fisco, non il mercato del lavoro

Si diffondono i contratti di solidarietà, e il part-time. In tutte le banche, in tutte le aziende, grandi (Telecom) e piccole. Per rimediare alla crisi, sono chiamati “contratti difensivi”, ma anche senza la crisi: sono una maniera di ridurre il costo del lavoro del 20 per cento per quattro anni (al Sud per sei).
I contratti di solidarietà sono la vera riforma del lavoro in Italia. Come già le innumerevoli specie di prestazioni  “a contratto”, per cifre irrisorie. Quelle che in Germania sono chiamate mini-job - la differenza è che in Italia non sono contabilizzate nell’occupazione. 
Il problema in Italia non è la rigidità dl mercato del lavoro. E il fisco abnorme, e più dopo il governo Monti. E la recessione, da esso indotta.

martedì 25 giugno 2013

L’Europa asimmetrica di Angela Merkel

Il lavoro dei giovani con l’Italia, la banca con Cameron, la Robin Hood tax con Hollande – dopo Tremonti. Tanti accordi o intese bilaterali hanno sostituito, su impulso di Angela Merkel, l’unanimismo sui cui si basava storicamente l’Europa unita. Lo stesso fiscal compact, che esula dai trattati Ue e Euro, Merkel ha imposto bilateralmente, seppure tra 24 stati su 27. E intende procedere bilateralmente, con chi ci sta, allo scambio automatico delle informazioni bancarie.
È un esito del raddoppio della Ue, ora verso una trentina di membri, che rende difficile l’unanimità. E del bisogno di agire che la crisi impone. Ma anche del metodo cosiddetto “federativo”, in realtà asimmetrico, di Angela Merkel di esercitare l’egemonia: ogni problema si definisce in rapporto all’interesse della Germania.
Le intese bilaterali non erano escluse in passato. Ma si limitavano alle aree su cui la Ue non aveva competenza, per interdizione di questo o quel paese: la difesa, he la Francia no ha voluto integrata, e la politica estera, su preclusione britannica. Il metodo Merkel esprime e consolida la polarizzazione Ue sulla Germania. 

La modestia del papa pugnace

“Vedere le persone presenti”, a ogni scena della Bibbia, “udire quello che dicono”. Vivere i testi sacri, è questo il Dio di cui Ignazio di Loyola si professava soldato, nelle specie del papa. Un combattimento di cui questi esercizi sono un allenamento sul campo. Riportato “sul mercato” dal papa Francesco, è la sua verità e la sua forza – il papa argentino è francescano d’abito, modesto cioè all’apparenza, ma gesuita di formazione e carattere, in realtà un duro.
Il gesuita moderno si distingueva, forse, per il casuismo – è la colpa che gliene fece il Sette-Ottocento. Quello del fondatore è un combattente. Che ogni anno deve farsi lungamente, per almeno tre giorni, l’esame di coscienza di una vita - porsi “avanti agli occhi stesa e spiegata la sua vita,... scorrendola tutta pensatamente”.
Tra le fonti della raccolta (Ignazio non scrisse nulla) Hugo Rahner mette la vita propria del santo, per quanto avventurosa, anzi per questo. Altri  gli influssi orientali, per quanto improbabili – moreschi? via Francesco Saverio? Ma è indubbio da questi “esercizi” che Ignazio è il santo della volontà, acquisitivo – dell’Occidente?
Ignazio di Loyola, Esercizi spiritiuali

L’Alitalia vittima dei suoi sindacati

L’Alitalia ha rischiato di essere salvata. In vari modi e momenti. In previsione del fallimento definitivo dell’azienda dopo l’estate, si moltiplicano le memorie e i capi d’accusa. A Edoardo Borriello, specialista decano del settore, da Airnews, l’agenzia specializzata, e da “Repubblica”, basta raccogliere gli articoli che via via ha pubblicato su questa tragedia voluta per dire le cose come stanno.
Uno dei progetti abortiti, non eversivo se si guarda con l’occhio del dopo, fu quello di Roberto Schisano nel 1994-95. Un manager proveniente dalla Texas Instruments – subito ribattezzato il Texano - di cui aveva fatto un grande operatore europeo grazie allo stabilimento abruzzese. Nominato a capo dell’Alitalia nel febbraio del 1994, su indicazione di Romano Prodi allora presidente dell’Iri,  Schisano progettò uno snellimento di molte funzioni pletoriche,  tra esse le prenotazioni, e un progressivo “ritorno al mercato” del contratto superprivilegiato dei piloti. Il 19 ottobre 1995 era già fuori dell’azienda, dopo appena un anno e mezzo. In estate avevano scioperato i piloti, in autunno il personale di terra.
Una storia che non rivela nulla più di quanto si sapesse, ma con una morale stringente che è utile non trascurare. Schisano era allontanato dall’Iri, che già da mesi insisteva per le sue dimissioni. Dall’azionista pubblico, cioè, che lo aveva nominato. Nella persona di Michele Tedeschi, diligente esecutore succeduto intanto a Prodi. Ma non è questo il punto. Il punto è – Borriello non lo dice ma lo mostra - il ruolo distruttivo del sindacato. Sia pure autonomo, sia pure quasi personale (è il caso oggi del personale del Colosseo, non più di una trentina di uscieri). Specie nelle ristrutturazioni, in cui la prassi e la legge ne fanno un partner obbligato.
Edoardo Borriello, Il texano e l’Alitalia, Airnews International, pp. 191 € 10

Peccare è peccato

Sono tanti i referendum e i processi intentati contro Berlusconi: per mafia, droga, evasione fiscale, abusivismo, intercettazioni, false concessioni tv, e molte altre fattispecie. Mancava il sesso. Perché i suoi giudici pensavano che in Italia non fosse dirimente, come negli Usa per esempio, o in Gran Bretagna, nel puritanesimo. Invece si scopre l’arma vincente.
Scopare è ora un peccato, e perfino un reato. Svelato e perseguito come sempre dalla sacrestia - che, come sempre, indulgente in fatto di furto, si rifà sul sesso. Nel processo a Berlusconi la giudice Turri ha condannato per questo anche i testimoni – li ha deferiti alla Procura perché le procedure sono cambiate, ma l’incolpazione è la stessa, da Inquisizione.
La novità è che l’incolpazione si fa ora con successo pieno perché incontra la coscienza laica (moderna, civile, di sinistra) della nazione. Non per errore, o per un pregiudizio politico – chi è che vuole la morte di una persona, sia pure un avversario? No, in tutta sincerità. Scopare è antigienico, all’ora dell’ecocompatibile – l’orgasmo si può solo col solare e l’eolico?

La peste con gli untori

Sandro Veronesi è deluso. Si aspettava una tragedia sui gradini del palazzo di Giustizia, seduto al caffè di fronte, e ha visto solo una decina di pensionati, in piedi per ore, lieti infine di poter dire: “Berlusconi a piazzale Loreto”. Ma dentro l’ambiente era revulsivo. Procuratori della Repubblica riveriti coma valvassori, cronisti giubilanti, avvocati locupletati, l’onorevole Santanché in cerca di telecamere, la giudice cotonata laccata. Le pieghe alla bocca di disgusto, che sono delle bacchettone. La strafottenza. La mediocrità. Il tanfo anche, forse di aria morta. O della pretesa morale della città più corrotta d’Europa, in Borsa, in banca, nella moda, tra modelle e cocaina, nei giornali, al palazzo di Giustizia. Dove emeriti venduti dirigono il traffico. Non per condannare questo o quello – non condannano in realtà Berlusconi (per questo bastava molto meno, molto prima) e anzi lo rafforzano – ma per tenere schiavi i governi e l’Italia.
La peste è nota: Bossi, Berlusconi, Di Pietro, Monti e i suoi ministri, le banche, la curia. Gli untori pure: i suoi giudici, ora molto ambrosiani (una volta erano napoletani), e i suoi giornali. Ma quando finisce? Non si vede cosa Milano può fare di più o di peggio per distruggerci. Da venticinque anni non consente un governo, mentre si prendeva gratis tutte le banche e i monopoli pubblici, azzoppava la Banca d’Italia, segava il Sud, e s’arricchisce coprendo l’Italia di tasse e disoccupazione. Gloriandosi della virtù senza peccato, l’ipocrisia violenta del suo santo Borromeo (controriformismo). E non ha finito?

Il Far West a Milano

Milano vuole la sua giustizia una ghigliottina, ma non ha nulla dell’orrida grandezza del terrore. Al contrario, è selettiva. È non ha un disegno politico ma di potere. Di piccolo cabotaggio ma bieco: il potere degli affari, che come le mafie sempre si mordono tra di loro.
Per un Berlusconi condannato, che non ha rubato nulla a nessuno e non ha mai licenziato nessuno, quanti robber barrons accertati, mai indagati o subito assolti: Umberto Agnelli, Romiti, De Benedetti, Colaninno, Gnutti, Tronchetti Provera, Moratti, la Rizzoli-Corriere della sera, le banche, grandi, medie e piccole. C’è sempre stata a Milano la libertà di rubare – “i soldi entrano in Borsa”, diceva Mattioli a Piovene nel 1957, celiando ma non del tutto, “e non si sa dove finiscono”. Da Mani Pulite, un quarto di secolo ormai (Mani Pulite cominciò col falso processo a Sofri nel 1989), con buona coscienza, impunità garantita dal palazzo di Giustizia, e poteri d’interdizione totali, sull’opinione e la politica.
In particolare Milano si è impossessata gratis degli ex monopoli pubblici, e dei banchi meridionali, Banca di Roma, Banco di Napoli, Banco di Sicilia. Azzoppando poi la Banca d’Italia, quando il governatore Fazio pretese di regolare infine le banche popolari, il fiume del sottogoverno lombardo – pronta la Procura lo ha azzoppato. Ora punta agli affari piccoli, quelli di Berlusconi.
È difficile non vedere che a Milano la giustizia è una resa dei conti tra bande. Il prossimo passo sarà la condanna di Berlusconi a pagare De Benedetti per aver salvato la Mondadori dal fallimento e la spartizione delle sue attività - di una parte dei suoi affari, le case editrici e la banca-assicurazione. Ma di più angoscia il peso enorme che questa città corrotta in ogni fibra ha preso sul nostro destino. L’immoralismo di Berlusconi, l’unico sanzionato dalla legge, è peccato minore a Milano. Dove si fa commercio di modelle, di droga, di riciclaggio, di cure sanitarie, senza mai un solo atto di contrasto.

I giudici tarantolati

In appello Berlusconi è atteso dal presidente Giuseppe Tarantola. E quindi è opportuno aprire un quadro d’assieme.
La Quarta Sezione Penale del Tribunale di Milano, nella quale siedono i giudici anti-Berlusconi, Giulia Turri, Orsola De Cristofaro, Maria Teresa Guadagnino, Monica Amicone, ha ora a presidente Oscar Magi, ed è specializzata nei reati contro la Pubblica Amministrazione e l’Amministrazione della Giustizia. In realtà si pronuncia su tutto quanto concerne Berlusconi, su disposizione della presidente Livia Pomodoro, l’ex capo di gabinetto di Martelli al ministero della Giustizia al tempo di Mani Pulite. Con peculiari concezioni del diritto, che Magi, laico ferrigno, ha esternato al “Corriere della sera”
Magi, per capirsi, è quello che ha condannato Berlusconi per aver diffuso il compiacimentodi Fassino con Corsorte - abbiamo una banca - per mettere in difficoltà Fassino e il suo partito: è insomma un garante democratico. Ma tutti fanno parte dei “tarantolati: è una sezione su cui non è passata invano, seppure remota, l’ombra di Tarantola. Il giudice che nel 1994 condannò Cusani, specialista di tangenti,  a una pena quasi doppia rispetto a quella chiesta dall’accusa, sebbene l’imputato fosse pentito - un pentito vero: superesperto di finanza, la lasciò per il volontariato, in carcere e dopo. La lezione è la stessa. Anche nel rispetto dei veri reati, contro la giustizia e la pubblica amministrazione. Mai perseguiti – non c’è altro colpevole a Milano all’infuori di Berlusconi, la Quarta Sezione lavora poco.
Tarantola è famoso anche per la condanna per diffamazione del politologo Giorgio Galli, che aveva dato del “toga rossa” a un giudice. Il giudice Tarantola e la manager Anna Maria, proprietari del digestivo Braulio, valtellinesi doc, sono praticanti di curia - il giudice condannò Cusani al doppio della pena perché si professava socialista. Ma “toga rossa” è comunque un epiteto, e un epiteto, ha sancito, ha sempre “valenza diffamatoria” e “certamente denigratoria”.
Anna Maria si è segnalata per aver gestito la Vigilanza Banca d’Italia che ha fatto fuori Fazio e la stessa Banca d’Italia. E poi, assunta alla presidenza della Rai, per essere stata la vestale romana di Monti, del Partito-che-non-c’è - allora, quattro mesi fa, poi non ci fu - malgrado l’ingente spiegamento di forze. A lei risalgono i controlli carenti sul Monte dei Paschi di Siena. Sia sull’acquisto “incauto” di Antonveneta a prezzo fuori mercato. Sia sulle obbligazioni remunerate al 10 per cento. Nel 2008, a crisi bancaria già aperta. Sia sui derivati accesi per pagare quel 10 per cento.
Giuseppe Tarantola fu il presidente che affossò lo scandalo Rcs.Corriere della sera, il più grave del dopoguerra, sul nascere nel 1994 -1.300 miliardi erano spariti per malversazioni accertate. Passato dopo Cusani dal penale al civile, approfittò di un vecchio esposto in quella sede di un piccolo azionista contro la controllante della casa editrice, la finanziaria Gemina, per archiviare la pratica. Il fatto è così ricordato in G.Leuzzi, “Mediobanca Editore, Edizioni Seam, p. 31 (un libro clandestino e tuttavia letto, ancora leggibile): «I bilanci sono in regola», aveva sentenziato il giudice Gianfranco Gilardi, in forza all’VIII Sezione del Tribunale di Milano, di cui è presidente Giuseppe Tarantola, il giudice del processo Cusani che comminò pene più severe di quelle chieste dall’accusa. Gilardi, magistrato impegnato, esperto di diritto societario – è autore di un «La responsabilità civile degli amministratori e dei sindaci nelle società di capitali» - ha esaminato il caso con apparente svogliatezza: la sentenza reca tra le date anche il 31 giugno”.

lunedì 24 giugno 2013

Parafrastica

Tutto muta tutto è immutabile – Eraclito 2

Grillo è la prosecuzione di “Micromega” con i voti – Von Clausewitz, “Della politica”

Datemi una lega, e vi solleverò Basiglio (o Brusuglio?) – Archimede

Giudici vili di Berlusconi, voi risuscitate un uomo morto! – Maramaldo

Voi battete il martello, noi faremo da incudine – Pier Capponi a Angela Merkel

Da qui all’inferno, con Mario Monti e Giorgio Napolitano – Fred Zinneman