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lunedì 24 marzo 2014

Euroscettico un italiano su due

Le elezioni europee saranno una kermesse antieuropea - era ed è nei fatti, anche prima delle elezioni francesi (Grillo non fa che adeguarsi, come al solito, ai fatti). Che il presidente Napolitano non trovi di meglio della pace per difendere la Unione Europea la dice tutto sullo stato della stessa Unione.
Il disincanto è un fatto politico ormai radicato, non  è un episodico voto di protesta. Né si può dire genericamente populismo. È la reazione di chi soffre una crisi durissima, dietro lo sciocchezzaio dei media, da ormai sette anni, senza soluzione. Indotta dall’Unione Europea, che non ha saputo governare né punire la speculazione, anche delle sue banche, e ha imposto la recessione con le politiche restrittive.
I primi paesi europeisti, e tra essi almeno due di peso, demografico e politico, la Francia e l’Italia, hanno un’opinione antieuropea che assomma a un terzo dell’elettorato. Se Renzi riuscirà a coagulare il consenso tra due mesi, il voto antieuropeo potrà essere contenuto. Ma in partenza è già sopra il 33 per cento, assommando a Grillo la Lega e molti berlusconiani. In particolare delle province che più sono legate all’economia europea e quindi più soffrono dell’attuale stallo, la Lombardia, il Triveneto, e da ultimo anche l’Emilia. Se si somma al voto antieuropeo l’astensione, e la critica radicale di sinistra e destra, siamo probabilmente a un elettore contrario su due.
Molto significative sono per altro verso le perplessità della sinistra, con l’adesione a Syriza, il movimento critico di Alexis Tsipras, di molti intellettuali. Tra essi fa specie il nome di Barbara Spinelli, di cui forse non si può dire ci sia europeista pure più convinto e avvertito. Questo è l’effetto di un’altra singolarità della crisi e del risentimento europeo: l’Italia è l’unico paese, tolte le ex democrazie popolari ora germanizzate, dove non ci si interroga sulla Ue. Come se fosse proibito. Anche se è in Italia che la crisi è più grave.

L’Europa della Germania

L’unico dei primi e grandi paesi europeisti a non soffrire la crisi è la Germania. La crisi economica, e la crisi politica di rigetto. Per la ragione evidente che la Germania ha tratto profitto dall’aggravarsi della crisi che essa ha imposto. L’Europa che si contesta è quella della Germania e dei suoi satelliti, dal Baltico al Danubio.
L’opinione italiana vuole la Germania virtuosa e l’Italia (la Francia, l’Olanda, etc.) imprevidente. Ma questo è vero oggi come lo era vero ieri, quando lo spread era a 40 punti base, un’inezia. Inoltre, l’Italia (la Francia, l’Olanda, etc.) le riforme le ha fatto, stroncando le pensioni, la sanità, etc. Solo non ha adottato il mercato del lavoro del tipo schiavistico che alla Germania è stato consentito, dopo che ha avuto per anni una disoccupazione sopra i cinque milioni. Ma di questo non si può fare una colpa all’Italia (la Francia, l’Olanda, etc,.): l’Europa vorrebbe, o dovrebbe, portare la Cina al proprio livello, non cinesizzarsi.
L’opinione italiana vuole anche la ricetta tedesca insostituibile. Mentre sanno tutti che non è vero - sono i rudimenti dell’economia: non si stringe la cinghia nella recessione. Nei tre anni in cui ha semidistrutto l’Europa, con sorrisi di compatimento, telefonate minatorie, e diktat ai tavoli, Angela Merkel andava in giro a dire: senza di me il diluvio.
È andata a dirlo pure ad Atene, che letteralmente e personalmente ha voluto distrutta. Quindi lo diceva a fini interni, per vincere le elezioni, che infatti ha vinto. Perché è vero: i tedeschi sono tornati all’ora del revanscismo (la superiorità morale, l’egemonia, etc.). Ma non del tutto: revanscisti i tedeschi lo erano anche con i russi a Berlino, solo che i vecchi democristiani, da Adenauer a Kohl, li hanno tenuti al passo.
La politica ha anche una funzione pedagogica. La pedagogia della Merkel è invece di cavalcare lo sciovinismo. L’informazione sulla Germania latita, o è singolarmente conformista. Ma non c’è dubbio, riannodando lo svolgimento della crisi finanziaria italiana: essa è stata preparata, promossa e accompagnata da una serie di iniziative e dichiarazioni dei suoi più stretti collaboratori alla Bundesbank e al ministero delle Finanze, compreso il ministro Schaüble.

Camilleri antisemita – o è Eileen Romano

È la storia di “Flavio Mitridate”, l’ebreo siciliano convertito “Guglielmo Raimondo Moncada, nome del suo nobile padrino di battesimo, nato ad Agrigento – o a Caltabellotta - a metà Quattrocento. Figlio di rabbino, si convertì presto e nel 1477 era già a Roma, affascinando per le sue conoscenze cabbalitsiche e delle lingue semitiche il papa Sisto IV e il futuro Innocenzo VII, e a Urbino Federico di Montefeltro. Nel 1482 risulta professore di teologia alla Sapienza. Due anni dopo era a Colonia, maestro di Johannes Reuchlin, e a Lovanio. Invitato nel 1486 da Giovanni Pico della Mirandola, fu a Perugia e a Fratta, maestro di ebraico e caldaico, e di cabala. Non propriamente un filibustiere, e anzi un uomo di cultura.
Camilleri fa scorrere e leggere la storia, ma scrive trascurato, perfino scurrile. E la infioretta di suo: di Flavio Mitridate fa un imbroglione violento, cabalista scettico, pedofilo e stupratore (“il suo dolore è il mio piacere” è sua temurah preferita), ladro, traditore di tutti, assassino, ogni insulto va bene. Lasciando nel lettore, poiché il personaggio è storico e noto, il gusto acido del falso. A rischio di antisemitismo. Non ce n’è motivo con Camilleri – che peraltro può contare su molti scrittori ebrei che si pregiano di demistificare falsi profeti, anche non convertiti (nonché sulla voga di considerare ogni ebreo cristiano un dissimulatore a fini di guadagno). Ma ce nè a ogni pagina. E non c’è altra ragione per questa resurrezione, se non un succès de scandale: l’antisemitismo è – era – sempre a fin di bene, e Camilleri non se ne fa mancare nessuno degli stereotipi. Sicilianamente, anche i terricoli non sono da meno, non c’è giorno che non facciano un pogrom nelle giudecche dei loro paesi. Ma l’ebreo, seppure tarato dalla conversione, è sempre più cattivo del priore o vescovo più cattivo.
A metà narrazione Camilleri interpola un paio di pagine di Sciascia sullo stesso soggetto, un quasi inedito (“La faccia ferina dell’Umanesimo”) che gli ha dato l’idea del racconto, ed è tutta un’altra storia.
È anche la quinta o sesta prova narrativa di Camilleri su traccia e indicazione di un forte editor, Eileen Romano, redattore e editore insieme. Un caso ancora più singolare che l’antisemitismo a fin di bene. Corrente nel mondo anglosassone, basti ricordare i contributi di Susannah Clapp sui testi di Chatwin, o di Ezra Pound su Joyce e l’“Ulisse”, il ruolo dell’editor in Italia è nuovo e ancora marginale (l’unico precedente presumibile è il “Gomorra” di Saviano). Per Camilleri è invece centrale, che prima di Eileen Romano ha avuto un altro forte editor, Elvira Sellerio. È l’aspetto più apprezzabile della storia.
Andrea Camilleri, Inseguendo un’ombra, Sellerio, pp. 210 € 14

domenica 23 marzo 2014

La disonestà dell’onestà

Walter Veltroni, uno che non è mai stato comunista, a suo dire, ha fatto un film agiografico su Berlinguer. Che dunque non è mai stato, neanche lui, comunista? Il film è stato finanziato peraltro da Sky, la tv di Murdoch, che tutto si può dire meno che comunista.
Sarebbe tutto ridicolo, se non fosse un tentativo di Veltroni di rientrare il politica dopo la rottamazione. Con un’anima nuova, socialista ora non potendo essere comunista, ma con la faccia di Berlinguer, che certamente non fu socialista, e fu anche un cattivo comunista. Un politico vendicativo, che portò il suo partito di sconfitta in sconfitta, avendolo preso che si avviava a essere il primo partito italiano: dal referendum sul divorzio a quello sulla scala mobile, nel mezzo le prime sconfitte politiche, le prime due della storia del partito nella Repubblica. Vendicativo con ogni altra opinione o forza politica di sinistra, e all’interno del suo stesso partito. Facendosi scudo della questione morale.
Il colmo del film è che Berlinguer viene onorato unicamente quale alfiere della questione morale. Come se all’infuori di lui non ci fossero stati, nel suo stesso partito, onesti - Napolitano, per dirne uno, che Berlinguer disprezzava. E perché non sapeva fare altro: tirarsene fuori - dopo aver consegnato il partito alla Dc nel compromesso, con le banche, la Rai, i giornali, le Autorità, le aziende pubbliche, e il terzo settore o volontariato. Bella politica!
E la moralità della politica? Questioni oziose, a Veltroni bastano le prime pagine. È tutta qui la morale.
Walter Veltroni, Quando c’era Berlinguer

Recessione – 17

Tutto quello che dovreste sapere ma si tace.
Nel 2007 il valore del pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.535.540 milioni di euro correnti. Nel 2013 – siamo sempre in attesa dei dati definitivi (che tuttavia sono già contabilizzati) - sarà sui 1.375 miliardi. Si è ridotto quindi del 10,5 per cento. Si dice che il pil ne nei sette anni si è ridotto di otto punti percentuali. Che sono la somma dei cali annui. Mentre il calcolo esatto è dato dal semplice raffronto tra i due valori, l’iniziale e il finale.
Questo in termini nominali. In termini reali, in quanto potere d’acquisto dello stesso reddito,  è molto peggio. La falsa informazione infatti sottace che il reddito si è ridotto molto di più in valore reale, depurato dell’inflazione. Al netto dell’inflazione nel settennio (un due per cento medio annuo calcolato a tasso composto), o ai prezzi del 2007, il pil si è ridotto di un ulteriore 15 per cento circa. Per un effetto negativo totale pari al 25 per cento del pil del 2007: un quarto del reddito prodotto si è perduto in sei anni.
Il prodotto interno lordo misura il valore dei beni e servizi prodotti nel Paese e destinati ai consumi, alle esportazioni (meno le importazioni), agli investimenti fissi, alla spesa pubblica. 

Fa vent’anni anche lo Stato-mafia

È possibile che la Procura di Palermo abbia seguito questo diario politico inedito di vent’anni fa, alla vigilia  delle elezioni politiche che avrebbero intronizzato Berlusconi, quando si arriva alla parola Mancino? Non è possibile, ma è quello che è avvenuto:
“Dunque, alla vigilia di queste elezioni, storiche come tutte, capo della mafia si vuole un presidente plurimo del consiglio. Della mafia in Sicilia e a Roma – banda della Magliana, Pecorelli, etc. In combutta col vertice del Sisde e della Cassazione, e una manovalanza di questori e capi della mobile. Capi della camorra potrebbero allora essere stati ed essere due onorati ministri dell’Interno, con alcuni sottopancia nella Polizia e procuratori della Repubblica in gran numero. E contorno di imprenditori. Che per definizione sono mafiosi.
“Potrebbe essere vero, benché Andreotti abbia fatto le leggi che finalmente hanno colpito le mafie. Se non che manca singolarmente ogni accenno, nonché incriminazione, per il presidente del consiglio sotto cui la mafia e la camorra si sono scatenate, De Mita, per l’attuale ministro dell’Interno, Mancino, e per il capo della Polizia che tutti quei questori e sottopancia “mafiosi” ha allevato”.

sabato 22 marzo 2014

Ombre - 213

L’arresto del pd di Messina Genovese “Repubblica” confina al secondo giorno in dieci righe. E non ha una riga per i novant’anni di Macaluso, celebrati al Senato, con Grasso e Napolitano. Per la crisi dei giornali?

“Repubblica-Palermo” pure, trascura Genovese. Eccitata dal ponte sull’Oreto, i pini della circonvallazione, e il mafioso col sussidio disoccupazione (è il primo?).

Sono vent’anni tra pochi giorni dal trionfo di Berlusconi alle elezioni del 1994, ma non se ne parla. Per scongiuro?

Dunque, l’inchiesta non era inventata, un giudice ha dato ragione al pm Robledo che accusava i gestori di Expo 2015 di malversazioni. Sembrerebbe una cosa enorme. Ma non c’è scandalo, Milano si assolve.
Forse per solidarietà col Procuratore capo Bruti Liberati, che non voleva l’inchiesta.

Un’altra inchiesta su Expo 2015 Bruti Liberati ha tolto a Robledo, competente per materia, e l’ha passata a Boccassini. Fra i due giudici c’è differenza?

Ma  Russell Crowe, il “Gladiatore”, è stato benedetto dal papa oppure no? I giornali italiani sono divisi, ma è importante saperlo. Perché poi dobbiamo andare a vedere il suo film, “Noah”, che ha portato a propagandare in piazza San Pietro.

O il papa non l’ha benedetto perché “Noah” è stato bandito dai paesi mussulmani?

Allelujah per il via libera della Corte costituzionale tedesca al Fondo europeo salva stati, 700 miliardi. Meno male, la Germania è grande. Nessuno – ma proprio nessuno - ricorda che la Germania ha speso per salvare le sue banche (e associate, in Austria, Belgio, Olanda), la stessa cifra, ma di soldi europei benché senza Fondo, nel 2006-2009. Senza chiedere il parere di nessuno.

Scioperano  mercoledì i mezzi pubblici, il terzo sciopero in tre mesi a Roma. E si apre a tutti la ztl, la zona a circolazione limitata, dove durante la chiusura si respira. Si può dire annullato con gli scioperi l’effetto chiusura domenicale della città al traffico, per la terza domenica. È un gioco, virtuoso, molto – moriremo di politicamente corretto.

“Milano, la procura isola il pm: «Nessuna inchiesta insabbiata»”, assicura Colaprico su “Repubblica” martedì. Non è vero. Ma è comprensibile, c’è un po’ d’irritazione perché il Csm ha privilegiato nella confidenza dello scandalo il “Corriere della sera”.

La Procura di Milano ha insabbiato (“chiuso in cassaforte”) l’inchiesta sull’asta pilotata per la privatizzazione di Sea, la società degli aeroporti, esattamente fino al giorno di chiusura dei termini per l’asta stessa. Altrove ci sarebbero stati arresti per questo, non denunce – dopo due anni – al Csm.  Ma a Milano, e al Csm, si può.

La pagina di “Repubblica” martedì sul (non) scandalo alla procura di Milano s’infioretta di un “breviario” di Gianluca Luzi: “Il Milan sembra il Pdl ultima fase. Ma del Milan non si può dare la colpa ad Alfano”. Ne sentivamo la mancanza: manca effettivamente Berlusconi in questo nuovo colpo di teatro della giustizia di Milano. Non ci sarà un errore?
 
“Solo il 5 per cento dello spazio aereo è controllato”, lamentano le security americane dopo la scomparsa dell’aereo in Malesia. Spiateci tutti.

Il partito Democratico del Veneto “abolisce” i mendicanti. Anzi, meglio, gli accattoni. È più economico che dargli da mangiare?

Il giorno delle sanzioni europee, “il colosso russo Rozneft socio forte di Pirelli”. Con Rozneft, assicura “Repubblica”, Tronchetti Provera disinnescherà la guerriglia dei fondi (americani).

In un’intervista con Cazzullo, Macaluso fa migliore storia del Pci che il pallido Spriano e anche Bocca:
Non ci vuole molto, i segreti sono manifesti, solo un po’ di onestà.

L’intervista di Macaluso, la lettura più sapida del “Corriere della sera” lunedì 17, non si può leggere online (quindi girarla col link, etc.). Che come tutti i siti non è selettivo, raccoglie di tutto – cioè sì, bisogna voler escludere qualcosa.

Quando Craxi fece il governo nel 1983, “ricordo che Berlinguer s’infuriò”, dice Macaluso: “Non l’avevo mai visto così arrabbiato”. Un genio.

Si capisce retrospettivamente che Scalfari non registrò l’evento su “Repubblica”- un socialista a palazzo Chigi, per la prima volta. Non un commento su questo, una segnalazione comunque dell’evento. E anche il titolo: a corpo contenuto come per un qualsiasi giorno vuoto di notizie. Era per non infastidire Berlinguer.

Una volta si vinceva in case e si perdeva fuori casa: il”fattore campo” era (quasi) imbattibile. La Lazio vince invece fuori casa, in casa perde o al più pareggia. Ha lo stadio contro, i tifosi. Che non fanno nulla per la squadra, altro che il tifo, ma sono in grado di distruggerla. Sono il riflesso della  politica.

Delle 25 “stars of Europe” che “Business Week”, la rivista d’affari americana, incoronava dodici anni fa “leaders in prima linea per il cambiamento”, solo due sono ancora in pista, ammaccati, Tony Blair e Guido Barilla. Si deve dire il  cambiamento in Europa travolgente?

Berlusconi vent'anni fa

Si votava vent’anni fa, il 27 marzo. Una settimana prima era prevedibile il risultato – e il seguito:
“Galoppa il Cavaliere Berlusconi. Lo fanno galoppare. All’apparenza lo fanno anche criticare dai loro giornaloni, Ma lo sostengono, e lo faranno vincere in scioltezza. “Destra” e “sinistra” insieme, la borghesia di destra e quella di sinistra. Puntano al dopo, quando il folle Berlusconi si dovrà disvestire di tutto, tv, giornali, supermercati, case editrici, assicurazioni, società immobiliari: si prenderanno tutto “a gratis”, ridono come i pescecani. E se non cederà passeranno all’opposizione, che è pratica nobile.
“Non è una profezia, il futuro è segnato. Il tempo di organizzarsi e l’«arricchito» Berlusconi – i ricchi sono censori  - non avrà più il suo impero, o lo avrà malandato, e non sarà più leader in politica. Potrebbero anche farlo azzannare da Borrelli, il Cavaliere finora intemerato”.

venerdì 21 marzo 2014

Secondi pensieri - 169

zeulig

Erotismo – È stato legato al bigottismo, ma non abbastanza. Non c’è epoca in cui l’erotismo sia stato coltivato come nell’epoca vittoriana, del moralismo più bigotto. Nelle lettere, la poesia e la pittura. La mostra romana “Alma-Tadema e i pittori dell’Ottocento inglese”, del secondo Ottocento, è una lunga affollatissima passeggiata erotica, di corpi soprattutto femminili ma anche maschili, in un riverbero costante di allusioni – sguardi, colori, “odori”,  cromatismi, e fiori insinuanti, per forma, emblema, varietà. Il repertorio di Steven Marcus si trascura, che invece è pieno di riferimenti. Per finire con Wilde, Frank Harris, due irlandesi, è vero, e Beardsley.

Heidegger – È marxista. Anche, senza dubbio.  “Così Lutero si travestì da apostolo Paolo”: Marx nel Diciotto brumaio lo dice delle rivoluzioni che si cercano nel passato, ma questo è Heidegger. Nel senso più nobile di Marx: “Il principiante che ha imparato una lingua nuova la ritraduce continuamente nella sua lingua materna, ma non riesce a possederne lo spirito e ad esprimersi liberamente se non quando in essa si muove senza reminiscenze, dimenticando in essa la lingua d’origine”. Il Filosofo Secondo, dopo Platone, è dunque marxista, magari incognito.
Si vuole Marx economista e agitatore e non filosofo. E invece lo è, sotto forma di Heidegger, il primo marxista: i tedeschi della rivoluzione conservatrice, che Marx abominavano, se ne sono appropriati i criteri e gli obiettivi, anche se solo in funzione antiliberale. Marx fu economista fantasioso, essendo autodidatta, e politico mediocre, litigioso, invidioso. Il nodo è il corpo, la materia, il mondo. È l’estraneità dell’essere quale è, materiale, che ha nutrito la borghesia, e la chiesa oggi borghese, e le fa ipocrite, quindi stupide. Già in questo senso il nazismo è marxista. Per essere, come si sa, biologico. Per la percezione del corpo in quanto eredità, sangue, passato che non passa, con tutto ciò che questo implica di fatale, quindi obbligato. Un Diamat ematologico. Chiunque enunci un affrancamento dalla fisicità senza coinvolgerla tradisce e abiura, è il nemico.
Lo stesso antiumanesimo che Heidegger dichiara è il Diamat. E il popolo, col popolare? L’insistenza sul völkisch, volumi di völkisch, il principio v., l’essenza v., lo spirito v., la voce v., la scuola v., la gioventù v., durante e dopo Hitler, e prima? Una riscrittura di Marx, l’“ebreo tedesco” di Bakunin, la Prima Internazionale fu rissosa. Mimetizzata ovviamente: il Filosofo Bino, o Trino, considerando il suo agostinianismo (o scolasticismo?), si immagina in tuta mimetica, mani e viso al nerofumo, anfibi, ninja del popolo, che nottetempo semina di mine il campo ostile. Il bolscevismo è “una possibilità europea”, disse chiaro, è Europa, “l’emergere delle masse, l’industria, la tecnica, l’estinzione del cristianesimo”.
Ne sapeva pure la natura, poiché è ereditaria: “Se il dominio della ragione come eguaglianza non è che la conseguenza del cristianesimo, e questo è fondamentalmente d’origine ebraica, il bolscevismo è di fatto ebraico, e il cristianesimo è anche esso fondamentalmente bolscevico!”. Una genealogia, ebraismo, cristianesimo, bolscevismo, lusinghiera e non ingiuriosa, perché?

I tedeschi sono traumatizzati dai russi più che da Hitler – lo sono stati a lungo, e i qualche misura lo sono. Ma Heidegger uno spiraglio aveva aperto, tramite Marx. È vero che lui non è un ideologo, è anzi pragmatico, il genere “se un po’ di Marx serve, perché no” – un po’ di razzismo, un po’ di antisemitismo (di amerikanismo no, perché significa liberalismo, e questo è inammissibile, l’Impolitico Mann è politicissimo). Al bolscevismo.
I russi no, ma il bolscevismo è biblico: il comunismo non è un fatto “politico” o “sociologico” o “metafisico, è “un destino dell’esistente nella sua totalità, che segue il compimento dell’età storica e con questo la fine della metafisica”. Con il messianismo, checché voglia dire: l’estenuante battaglia sul Führer, il Capo, il Condottiero, il carismatico, l’unto, è invidia o nostalgia del Piccolo Padre, che altro? Marx del resto è Napoleone, seppure con la ghigliottina di Robespierre.
Ma l’identificazione più sottile è quella individuata da Hannah Arendt, anche se Heidegger non ne apprezza la filosofia: “Il pragmatismo, anche marxista e leninista, muove dal presupposto, comune a tutta la tradizione occidentale, che la realtà riveli all’uomo la verità, il totalitarismo presuppone solo la validità delle leggi del divenire”. Dell’esistere, senza leggi. Un’identificazione da intendersi, naturalmente, come sorpassamento. Le idealità e incertezze delle società fondate sulla volontà libera degli associati sono false e ostili. Ogni forma associativa, ogni appartenenza, che sia di tipo razionale e politico oppure consuetudinario e mistico, che non si fondi su una comunione fisica, d’interessi e di determinazioni materiali, è ostile. E tuttavia – ecco Marx e Heidegger uniti nella lotta - la mia verità è la verità. E deve fondare un mondo nuovo: la rivoluzione dei fatti discende dalla rivoluzione delle idee, a esse il mondo va conformato. La verità è conquistatrice. Gli uomini non sono inchiodati all’Ente nella soddisfazione dei bisogni vitali, non sono rassegnati.

Essere e avere non è solo un titolo di Gabriel Marcel, se essere è avere. L’essere è se stesso: storia, classe e Volk-corpo sociale. La fisicità è l’eterno incomodo del pensiero occidentale, da Kant, e gli altri scozzesi liberali, ai padri della chiesa. La fisicità eleva e razionalizza il possesso. E la morte che viene in primo piano esorcizza la violenza, in quanto rivoluzionaria. Si può fare un Heidegger e Marx, il materiale non manca, come sempre nella filosofia tedesca, e lui non protesterà. Non dirà mai che non ha letto Marx, avrebbe dovuto?, dopo la guerra accettava tutto – pur di non ammettere la Colpa: la sua idea di filosofo è il santone, uno che mai sbaglia. Qui e là la mobilitazione è totale, si aderisce alla storia con tutto l’essere.

Io - L’altro è nell’io, dice sant’Agostino nella “Confessioni”. O è viceversa, che l’io è nell’altro?
C’è ambivalenza, ma la proprietà transitiva attiva è anche passiva.

Marx – È Napoleone. Pensa cone Napoleone più che come Hegel: semplifica la storia perché vuole farsene una. Rilancia, sul supporto di Hegel e della storia rivelazione, l’unicità della Rivoluzione francese nel senso della compattezza, e anzi della monoliticità. Che è come la Rivoluzione si presentò nel mondo, ma questo a opera di Napoleone, della conquista napoleonica. La Rivoluzione fu episodica, si sa, e frammentata: mozioni confuse, assemblee vaganti, strane peripezie dei protagonisti, che sono tanti e nessuno, la violenza della plebe a Parigi, il silenzio del popolo in Francia, le restaurazioni. Ci furono semmai tante rivoluzioni, insieme e in successione. Napoleone ne fissò il nome, che non vuole dire nulla.

Suicidio - I serpenti a sonagli non si suicidano, si dice nel Mississippi. Solo l’uomo si uccide, si sa, ci si uccide solo per problemi umani. Anzitutto per amore, o “sfinimento da dolci languori” direbbe Balzac. Anzi, se per uccidersi bastasse il desiderio, si è sempre detto, non sarebbe più vivo nessuno. Baudelaire, formidabile creativo, ogni tanto si dava una pugnalata. Salgari si suicidò, lo scrittore più letto dagli italiani, autore di ottanta romanzi e centottanta racconti a quarant’anni, per ritenersi un fallito. Seguito a quarantadue da Pavese, di cui però nessuna s’innamorava. A quarant’anni Strindberg ne ebbe la tentazione per “l’imponente mole delle letture”, ricavandone un’autobiografia in quattro libri. Johann Heinrich Merck, mentore di Goethe giovane, cui ispirò Mefistofele, si uccise ai cinquant’anni, senza turbare il poeta. Gli umanisti si uccidevano per celebrare le virtù di Roma repubblicana. Il conte di Chignolo, Luigi Cusani, s’inventò morto per sfuggire ai creditori. La volontà di vivere può  vincere attraverso i preparativi pratici necessari, sempre troppi per l’ignavo.

Non c’erano suicidi nei lager, sostiene Primo Levi. C’erano. Ma tra chi s’era arreso, è vero, essendo già morto dentro.

zeulig@antiit.eu

Chandler rivisitato - il giallo postmoderno

Un omaggio, di uno scrittore irlandese che fa il Chandler a Los Angeles, resuscitando Marlowe. Non proprio in linea: questo Marlowe è sentimentale. E maleducato, il vero Marlowe si sarebbe alzato dalla sedia e avrebbe fatto il giro della scrivania all’ingresso di “lei” - “Et vera incessu patuit Dea”, la salutava Virgilio, una dea appare al’ingresso. Con un finale sconclusionato, come di chi, alla pagina 300, deve darci un taglio. Contraddicendo il canone nel suo fondamento: la verosimiglianza (normalità). Ma la storia fila. Con l’avventura ovviamente senza seguito di Marlowe e la bella sconosciuta dagli occhi neri, l’amore non deve lasciare residui. Sull’aneddoto chandleriano dell’omicidio-suicidio per finta.

Benjamin Black è il nome d’arte che Banville ha adottato nel 2006, decidendo di scrivere solo gialli, uno l’anno. Lavori svelti, forse redditizi. Stanco forse di aspettare il Nobel, che per l’Irlanda, dopo Heaney, arriverà non prima del 2025. Qui mima Pacific Palisades. Nella voga postmoderna, di rifare il già fatto. E con l’aria di divertirsi. Questo il chandleriano non lo condivide - è uno che ci crede. Ma la “rivelazione” dei meccanismi – il postmoderno soprattutto è una delazione – ci sta, è redditizia.  
Benjamin Black (John Banville), La bionda dagli occhi neri, Guanda, pp. 301 € 17,50

giovedì 20 marzo 2014

Letture - 165

letterautore

Confessione - L’esame di coscienza resta l’unica cosa che si può praticare senza danno. Salvo riscoprirsi l’Incantato del presepe, il pastore che “non ha nulla e non porta nulla” di Corrado Alvaro: “S’è fermato accanto alla grotta e guarda la stella che s’è posata come una farfalla tra la neve della roccia. Sta lì a braccia aperta, bocca spalancata, colpito dal segno celeste, senza poter parlare. Egli ha capito tutto, ma non potrà raccontarlo a nessuno”.

Il narciso Colette, che di fiori e odori è esperta, dice bituminoso. Narciso non suona bene, non solo in italiano, e peggio nell’originale greco nàrkissos, sdrucciolo.

Oltre un certo punto l’esame di coscienza è peccato, dilettazione morbosa. Pathos mathos, si direbbe in greco, la sofferenza è un’abitudine – di pathei mathos, l’abitudine della sofferenza, parla Eschilo nell’Agamennone.

La confessione non è nei vangeli, né c’è pentimento richiesto, Erasmo se lo disse con Lutero. Anche se l’esame di coscienza frena e restringe la naturale turpitudine: ognuno ha un suo oracolo personale, come Senofonte sostiene in difesa di Socrate, anche se non tutto è prevedibile, non è segnato né logico.
E l’altro è nell’io, dice sant’Agostino nella Confessioni. O è viceversa, che l’io è nell’altro? E la letteratura che c’entra? Quello che s’intende per confessione, il sogno vigile, sono le insonnie. Più in quest’epoca di celebrazione, dei “trenta gloriosi”, gli anni della Ricostruzione postbellica o i giorni del maggio ’68 in Francia, in memoriam, del prodotto interno lordo che cresce, ora di molto ora di poco, e dell’abolizione del dolore. Non ce n’è più materia, da qui la inconsistenza, il nulla.
È così che ora Dio è quello che non parla. E si può solo scrivere a se stessi. La confessione è un’esibizione, il dottor Freud va posto, pure lui, nel Krafft-Ebing. Si repertoria per non sapere che fare.

Ma l’ipotesi che Rousseau non avesse cinque figli in orfanotrofio, per essere impotente, è notevole. O Casanova, l’altro grande confessore. D’impotenza sospetta Casanova pure l’emulo Fellini, l’unica sua traccia nel secolo restando la narrativa, godeva al pensiero, e le lettere di cui fu autore e collettore a miriadi. Godere di se stessi porta all’inazione, non è vita filosoficamente vissuta. Seppure saggia, si capisce quando viene a mancare. Sì, passiva, un tempo si sarebbe detta femminea, blasée e snob, ma ci vuole pazienza, oltre che generosità, stare ad ascoltare.
Il bene è impossibile. Se non si è poeti, ai margini della storia. O eroi, o santi. Non se si è solo stanchi. Benché, dormitio si dice la morte dei santi, dopo che hanno fatto i miracoli: il riposo è attitudine mentale, una piega intima della personalità. Si direbbe un’arte. C’è chi s’affatica dormendo. E ci sono eroi e santi muti.

Francofonia – Se ne celebra a Roma in realtà la scomparsa, improvvisa, radicale. Ancora una generazione fa alla scuola media si insegnava il francese, che poi è svanito, letteralmente. Si storpiano, inglesizzandole, le poche parole francesi di uso comune, stage, dessert, dépliant. Nel 1950, sulla “Stampa” (l’articolo è ora in “Scritti dispersi”) Corrado Alvaro, a lungo corrispondente negli anni 1920-1930 da Parigi, doveva registrare: “Sono lontani i tempi in cui mi sentivo domandare da francesi se a Roma esistessero il tramvai e gli autobus”.

Libro – Ora che va (forse) a scomparire si celebra in tutte le forme, e più in quella, in uso ancora nei primi ani  1960, anche nei libri scolastici, delle “pagine da tagliare”. I primi giorni di scuola si passavano a tagliare le pagine dei voluminosi volumi. In libreria l’acquisto non era di soddisfazione: si chiedeva un titolo a un arcigno commesso dietro un bancone, come ancora all’autoricambi o al ferramenta, e si aspettava che tornasse col volume. Ma il piacere dell’acquisto quasi obbligato veniva rinnovato una volta a casa dal taglio delle apgine, quasi una presa di possesso. Con un tagliacarte, ora anch’esso scomparso, d’osso o metallo o semplicemente con un coltello da cucina.
Le signore e i facoltosi invece si facevano tagliare le pagine dai commessi di libreria. Prima della spedizione a casa – le signore e i facoltosi non si portavano via i libri comprati, anche perché usavano comprarli una volta a stagione, non uno per uno, e quindi erano spesso numerosi. I fattorini della libreria glieli recapitavano a casa. Anche questo ancora cinquant’anni fa.

Marx – È Jean Paul? È un’idea: sardonico, sarcastico, rifondativo – uno che rimette tutto in causa, “a maggior ragione” beninteso non per egotismo. Hartmut Retzlaff,  direttore del Goethe Institut a Roma, trova in Jean Paul tutto il primo Marx, che ne era gran lettore: l’alienazione e il feticismo della merce, “i termini cardine della critica delle merce nel primo volume del «Capitale»”. Molti studi sono stati fatti in argomento, attesta Retzlaff (in appendice a Jean Paul, “Clavis fichtiana”). E poi dopo: “L’uso metaforico delle Charaktermasken (termine che origina nella Commedia dell’Arte), come parametro di una sociologia dei ruoli ante litteram, e il termine Fetichismus per descrivere l’autoriduzione delle società evolute a un primitivismo percettivo, risultano decisive per la sociologia del tardo Marx”.

Popolare – Sembra remota e lo è, la ricerca del “popolare” nelle arti, la poesia, la musica – anche Giovanna Marini, l’ultima ricercatrice, ha una certa età. La teorizzazione remotissima – benché, a rileggerla, non rozza, anzi articolata, prudente. È mezzo secolo.
Ma il senso di remoto è pervasivo: la Repubblica ha traversato molte storie, e non lo sa. Bisognerebbe rivangare gli studi del “popolare” nel senso del reale, della realtà italiana.

Recensione – “Ricordo molti anni fa il disprezzo con cui Malraux mi disse di avere avuto in Italia più recensioni alle sue opere che nella stessa Francia”. Il ricordo di C.Alvaro è del 1950 (nell’articolo su citato), ma non peregrino: la recensione non è arte italiana. O lo è in senso deteriore – senza la necessità peraltro di leggere il libro.
Ricorda Alvaro di seguito: “Ho veduto lettere di italiani a scrittori francesi piuttosto modesti, piene di tali proteste di ammirazione, da suscitare nei destinatari il sospetto che si trattasse di sentimenti morbosi”.

Sante – Santa Ester, che si venera l’1 luglio in “tutte le chiese che ammettono il culto dei santi”, dice Wikipedia, la stessa Wikipedia rappresenta lussureggiante di nudità nel dipinto di Chassériau, “Ester alla toeletta prima di presentarsi al re Assuero”. Ma non è blasfemia: è vero che le sante sono più “corporali” dei santi: più umorali, fisiche, espressive.

letterautore@antiit.eu

Per una storia degli Esclusi dalla Resistenza

Una serie di memorie e situazioni che rinviano alla Calabria, terra d’origine dello scrittore – una modesta origine, modestissima: la casa natale di Perri a Careri, dipinta in copertina da Rosella Zito, riporta anch’essa a un altro mondo. Sono piccole moralità e storie semplici di paese, soprattutto di donne, che Perri costruisce, col sorriso e il lieto fine, inframezzate da aneddoti storici (“Il Chichibio calabrese”, “Nino Martino”).
Scritture di ottant’anni fa, ma aliene dal rondismo e altri stili dell’epoca, asciutte anzi, nervose, e per questo sempre leggibili. Storie d’altri tempi, oggi, non tanto per i soggetti dei racconti, quanto per come sono nate, per la biografia “d’altri tempi” dello scrittore che Giulia Francesca Perri evoca in breve nella presentazione.
Carcerato nel 1932 per complicità nella fuga, nel 1929, di Carlo Rosselli ed Emilio Lussu dal confino di Lipari, fu poi messo al bando a Milano, dove risiedeva da vent’anni, da tutte le pubblicazioni, benché non condannato: non poteva pubblicare, né libri né racconti o articoli. Con moglie e quattro figli a carico, Perri se la vide brutta. Angelo Rizzoli gli diede una mano pubblicandogli questi racconti sulle riviste femminili, “Mani di Fata”, “Novella”.
Non era per lui una novità. Nel 1927 aveva perso l’impiego alle Poste, sempre per antifascismo. Solo parzialmente risarcito l’anno dopo dal premio Mondadori per il romanzo “Emigranti” – il capostipite di tanta letteratura di questo millennio, di Melania Mazzucco, di Mimmo Gangemi. Continuò a pubblicare con uno pseudonimo, Paolo Albatrelli, che aveva adottato nel 1924, sempre per sfuggire alla censura fascista, reo di aver pubblicato sulla “Voce repubblicana” un romanzo ferocemente critico, “I Conquistatori”, sulla camicie nere in Lomellina nel 1921.
Una storia triste, oltre che di altri tempi: della inutilità dell’impegno. Se non per la propria coerenza.  Perri sarà escluso poi, nella Repubblica, dall’empireo della Resistenza, e dalle relative celebrazioni, pur essendone stato attivo e costante protagonista. Della Resistenza vera. Riotterrà l’impiego alle Poste, questo è vero - dopo un breve periodo di direzione, alla Liberazione, della “Voce repubblicana”. Ci sarebbe da fare una storia degli “Esclusi dalla Resistenza”.
Francesco Perri, Storie d’altri tempi, Franco Pancallo Editore, pp. 219 € 15

mercoledì 19 marzo 2014

Stupidario - l'Italia paese d'ignoranti

L’Italia è “l’ultima (Eurobarometro 270 – European culture and values) nell’accesso e nell’uso delle risorse digitali”, informa Antonio Preiti sul “Corriere della sera-Roma”: “È superata da Lituania, Polonia, Slovenia, Cipro, Slovacchia”.

L'Italia è in ultima posizione fra i 24 Paesi Ocse per competenze linguistiche e matematiche – agenzie..

Il nostro paese si colloca all’ultimo posto tra i 24 paesi Ocse nella graduatoria delle competenze alfabetiche (Radio 24.Il Sole 24 Ore). Altro che competenze digitali, in Italia mancano le basi: non sappiamo più né leggere né scrivere. Il nostro Paese si colloca infatti all'ultimo posto tra i 24 paesi dell'Ocse nella graduatoria delle competenze alfabetiche”.

Ultimi sono gli italiani dietro Spagna e Francia (penultima e terzultima), e ben distanti da Giappone e Finlandia che guidano la classifica internazionale insieme ai Paesi del Nord Europa. Chissà come sanno leggere i finlandesi. E i giapponesi?

Secondo l’ex ministro Tullio De Mauro, che ama questo genere di rilevazioni, due indagini internazionali, nel 2000 e nel 2006, che proponevano “questionari di cinque livelli di difficoltà”, hanno mostrato che in Italia “solo il 29 per cento riesce a inoltrarsi nella lettura superando il secondo questionario, e a rispondere bene al terzo, quarto e quinto questionario”. Il 71 per cento non ce la fa, sta al di sotto della soglia “per orientarsi e risolvere situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana”.
Oltre che ignoranti, imbecilli.

Le forze dell’ordine arrestano un Di Pasquale, “accusato della morte di una guardia giurata”. L’uomo è in realtà condannato per l’assassinio della guarda giurata, che non è morta per caso. Ma di colpevole ormai c’è solo Berlusconi.

“Pioggia, vento e fulmini in tutto il Lazio”, titoli del 21 gennaio 2014

Roma non è vivibile. Roma sporca, caotica e insicura. La caduta di una capitale senza governo.

Un qualsiasi articolo, un qualsiasi giorno, di Paolo Conti, o di Rizzo & Stella, sul “Corriere della sera”. Ogni romano produce 660 kg. di rifiuti, 113 più di Napoli. E di Milano? E non saranno più puzzolenti, come si diceva in guerra in Francia della cacca dei tedeschi? 

Un angoscioso 1969

Si ripubblica doppio (anche su DeriveApprodi) un monumento al nulla. Angoscioso: com’è potuto accadere (nel glorioso 1969)?
Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, Mondadori, pp, 186 € 12

Ci fu complotto, come no?

Non tutti i gatti sono neri, ma se uno è nero perché non lo sarebbe. O anche: non c‘è un complotto all’origine del mondo, ma se ne fanno ogni giorno, anche nelle migliori famiglie, in politica, e negli affari. Negli affari il complotto è quotidiano.
Parlando d’Italia, si sa che la situazione è debole. Ma le banche non lo sono. Non lo erano perlomeno negli anni, dal 2007 al 2010, in cui le banche tedesche lo erano, e quelle confinanti, in Austria, Belgio Olanda (più l’Irlanda). Che infatti l’Unione Europea “salvò” con gigantesche iniezioni di capitale, fra i 600 e i 700 miliardi – quanti, forse, saranno ora attribuiti come capitale nominale al Fondo Ue salva-stati. Bene. Anzi, perfino il debito non appariva così malvagio. Il 24 gennaio 2011 Mario Draghi, allora governatore della Banca d’Italia, candidato quasi unico alla presidenza della Banca centrale europea, così deponeva all’inchiesta impossibile di Trani sul complotto delle società di rating, alle prime avvisaglie di attacco sul debito: “Il sistema bancario italiano è robusto. Il deficit di parte corrente è basso. Il risparmio è alto. Il debito complessivo di famiglie, imprese è Stato è basso rispetto ad altri Paesi”.
Dice: ma l’Italia non ha fatto la “riforma” del lavoro che ha fatto la Germania. Cioè la controriforma: mandare otto milioni al lavoro a 400 euro al mese? No, non si tratta di riforme, si tratta di attacchi deliberati. Naturalmente non è un complotto, sono le forze del mercato. Banditesche, e i giudici non ci proteggono.
A proposito di cifre, il complotto sembra a questo punto doppio. Si costituisce, forse, a titolo nominale, il Fondo europeo salva-stati ora. Dopo aver distrutto alcune economie europee, Italia inclusa. Forse è stata solo stupidità. Fa differenza?

martedì 18 marzo 2014

Problemi di base - 173

spock

Vogliamo la pace per fare la guerra?

In Siria, in Ucraina, e adesso dove?

Contro la Germania?

Non sarà Frau Merkel l’incarnazione di Sion, che ne dice Dan Brown?

Se compriamo la tachipirina invece dell’aspirina, è tedesca pure quella?

Bisogna boicottare gli evasori con supercar tedesca, anche se negozianti di fiducia?

Perché Napoleone mandò a morire milioni di uomini, oltre alle donne?

O non risparmieremmo degli uomini, con le quote rosa?

spock@antiit.eu

Il poeta partorisce felicità

La felicità commette un errore, e quell’errore la cancella; l’infelicità commette un errore e non è niente, essa partorisce se stessa un nuova volta”. La labilità malinconica del reale, avvolgente e inafferrabile, Michaux fa palpitare in questa raccolta di frammenti che l’ha accompagnato per un lungo percorso di aggiunte e rifacimenti. Quasi un’autobiografia, spensierata, bislacca, surreale. tutta la vita. Incontra Piuma, forse in E.A.Poe, il galeotto che si ribella, di cui ha trasposto il nome e alcune vicende in teatro, “Il sistema del dottor Godron e del professor Plume”. Ma ne fa una penna-piuma, il libresco onnivoro  che si rannuvola. 
“No, non ho ancora trovato il segreto delle evasioni”, si dice, anche se “vi è un nonnulla di speranza”. Altro che, il poeta fa il prezioso, o ci prende in giro. È un giocoliere, seppure misurato. È riflessivo e passivo, come ne “Il ritratto di A”, aggiunto alla raccolta, dove si avvolge di parole – “dentro i libri egli cerca la rivelazione”, nebulose addensando di nebulose, come nei processi chimico-fisici.
È la poesia del pittore. Michaux fa palpitare gli oggetti, anche loro hanno un punto di vista – come in Savinio, in ideale cordata surrealista. Un gioiellino dei tanti di Michaux, poeta non pretenzioso. Tradotto con levigatezza da Fidelio Bonaguro, il francesista che fu uomo di teatro,.
Henri Michaux, Le disavventure del signor Plume, Stampa Alternativa, remainders, pp. 78 € 3

lunedì 17 marzo 2014

Il barone si fa cecchino, e dà fuoco all’università

Luciano Canfora barone? Sì, del latinismo meridionale. In coppia con Gian Bagio Conte della Normale di Pisa – dove ha contestato dal di dentro Settis, alla carica di preside e nella sfortunata vicenda del papiro di Artemidoro. I due si spartiscono il (residuo) mercato del latino, e guai a intralciarli: fanno fare ricorso al Tar e scrivere articoli di fuoco. La prima polemica, innescata per la Befana con fragore e sdegno dal “Corriere della sera” su impulso di Canfora, si è rivelata del tutto  infondata – ha stancato perfino il blogger portavoce del duo baronale, il latinista di Perugia Loriano Zurli.
Non sono notizie isolate quelle che fuoriescono sull’abilitazione. Sono tutte denunce dello stesso indirizzo, umanistico, in prevalenza di latinisti. Ma non sono sole.
Non va giù l’Asn, l’abilitazione scientifica nazionale, perché ha rotto molti baronati, e l’offensiva si fa cattiva ai Tar e nei giornali. I giornali per l’indignazione, che sempre ci vuole, i Tar perché sono soldoni, per gli avvocati e i giudici. A nessuno dei fini dichiarati, perché l’Asn esiste e non si può abolire, e le sue valutazioni, per quanto contestabili, non sono in realtà scandalose, in nessuno dei casi denunciati. Ma con un fine non dichiarato: scardinare (ciò che resta del)l’università, l’università pubblica. A partire dall’Asn che mostra di funzionare. Per lasciare tutto come sta, e i professori augusti ricoprire i ruoli.
Non c’è solo il sulfureo Canfora che mette fuoco – lui è sempre stato affascinato dai piromani e dai traditori in genere. Ci sono i giornalisti intelligenti, sempre in palla con tutti i vizi. E, magari a loro insaputa, l’obiettivo supremo: non avere una legge per l’università. Quindi abolire l’ultima, la legge Gelmini. Che è stata votata ma a “furor di popolo” (Stella, Canfora e il professor Zurli) si vuole abolita. Niente ricambio, giusto quanto basta per rigenerare le cordate.

Giù le mani dalla militante

Spara alla cieca anche Pierluigi Battista, e allora è bene mettere online tutto il parere imputato della bocciatura di Simonetta Bartolini a Letteratura Italiana Contemporanea, non la sola parola “militante” che si fa girare ingiuriosamente. Battista accusa oggi di maccartismo “un commissario (politico?), Mario Sechi, la cui fama scientifica ha raggiunto gli angoli più remoti del mondo”, lo accusa sul “Corriere della sera”: “Il maccarthismo alla rovescia colpisce una studiosa di destra”. È un po’ difficile accusare Sechi, professore a Bari, di sinistrismo. Senza contare che tutt’e sei i commissari hanno detto di no all’abilitazione della direttrice del giornale online totalità.it. Pur apprezzandone, curiosamente, l’anticonformismo. Ma ecco il parere che indigna, di Sechi Mario:“Ricercatrice Roma Università Pio V dal 2003. La candidata, che anche prima dell’inquadramento nel ruolo dei ricercatori ha tenuto per affidamento didattico cinque discipline dell’area dell’italianistica e affini, e che vanta una grande visibilità in eventi culturali di vario genere e spessore, svolge una impegnativa attività giornalistica a tutto campo sul web sulla carta stampata e in TV. Come studiosa, presenta un profilo marcatamente militante, orientato sulle tesi del revisionismo storiografico (sul fascismo e sulla Resistenza come guerra civile, e sulla stessa esperienza della RSI), e impegnato in un tentativo di rivalutazione di autori rivendicati dalla destra politica come fondativi di una tradizione alternativa a quella “vincente” ed egemonicamente canonizzata: da Soffici e Barna Occhini (di cui ha pubblicato il carteggio nel 2002), a Papini e a Guareschi (che viene messo a confronto con Primo Levi in un saggio del 2008), a Comisso nella sua formazione dannunziana, a un Pasolini proiettato sin dai suoi esordi in una prospettiva ultra-mistica e ultra-tradizionalista. Gli interessi per la mistica sono peraltro attestati da un interessante saggio su Cristina Campo pubblicato nel 2012.
“Di maggiore impegno l’unica monografia presentata, Ardengo Soffici il romanzo di una vita, del 2002, che tuttavia evidenzia un uso alquanto selettivo delle fonti storiche e della vasta bibliografia sulla cultura del fascismo. Nel complesso non si possono non rilevare una sostanziale episodicità degli spunti di ricerca, e una scelta limitata e limitativa di oggetti e temi. Per le suddette ragioni non ritengo possibile proporre che le sia attribuita l’abilitazione richiesta”.
Alberto Cadioli dice: “Per la disomogenea (per tipologia e risultati) produzione e per l’assenza di quei criteri di ricerca e di approfondimento indicati come parametri per il conferimento dell’abilitazione a professore associato, non si ritiene di proporre il conferimento dell’abilitazione per professore di seconda fascia alla candidata”. E così via, Piero Pieri, Nicola Merola, e gli altri. Ma non si tratta di dare addosso a Simonetta Bartolini. Semmai di complimentarla come regina del giornalismo online, in cui basta una parola per dire tutto, anche ai giornali che paghiamo, “Libero”, “Il Giornale” e il “Corriere della sera”. Il giudizio su Simonetta Bartolini studiosa era leggibile con due clic su abilitazione.miur. Ma basta la parola, “militante”, e l’articolo è fatto. Indignato, come si deve.

Il mondo com'è (166)

astolfo

Concilio – Il Vaticano II, “il Concilio,”, fu una sorta di guerriglia, condotta dagli ecumenisti, contro l’opinione e le tesi prevalenti. Così o spiega Yves Congar, il cardinale teologo francese che ne redasse molti testi, nel suo dettagliatissimo “Diario del concilio”, che volle pubblicato  “dopo il 2000”  - nel quale fa anche un elenco dettagliato dei testi alla cui stesura contribuì come consultore (il “Diario” è stato pubblicato in Francia nel 2002 e in Italia nel 2005). Numerosi gli apprezzamenti sprezzanti per le gerarchie vaticane e per la chiesa maggioritaria. Per la “finalità ultima (téléfinalité)  del Concilio era l’ecumenismo, e quelli che pensavano che il Concilio dovesse invece enunciare la dottrina della Chiesa erano una “cricca oscurantista”. Nella cricca in un punto Congar annovera mons. Fenton, il cardinal Ottaviani ed “il Laterano” – per “Laterano” intendendo mons. Antonio Piolanti, allora rettore della Pontificia Università Lateranense, e p. Carlo Balic, che vi insegnò dal 1961.

Il fatto non è nuovo, e “incontra” molto anche presso i buoni francesi fedeli del papa, come oltremontanismo (il governo nazionale dei vescovi) e come localismo, simbiosi dei praticanti con i loro preti e vescovi. Tra essi Racine, “Breve storia di Port-Royal, p. 76: “Secondo la dottrina francese, il papa è infallibile soltanto quando si trova a capo di un Concilio”. La chiesa romana era già decentrata prima del Concilio.

Eurasia 2 – È lo Hearthland di Halford John Mackinder (1861-1947),diplomatico, geografo, esploratore, alpinista inglese. Gli studi e il concetto furono elaborati da Mackinder per spiegare l’espansione territoriale russa, verso la Georgia e l’Iran, e fino al Pacifico con la Transiberiana. E degli Stati continentali in genere, come la Germania. Ma il suo “cuore della terra”, che avrebbe dato il dominio del mondo, appare per molti aspetti una tarda derivazione del Raj (regno in hindi), l’impero britannico o vittoriano, è l’insieme continentale che unisce l’Europa e l’Asia. Se ne celebrano i 110 anni: il concetto fu presentato il 25 gennaio 1904 alla Royal Geographical Society di Londra, nella conferenza che intitolò “The Geographical Pivot of History”, e quindi spiegato su “The Geographical Journal” (“Il perno geografico della storia” è stato tradotto da Fulvio Borrino e Massimo Roncati nel n.1 della rivista “I castelli di Yale. Quaderni di filosofia”, 1996).
Mackinder, uno dei fondatori nel 1995 della London School of Economics, è più noto quale teorico  della moderna geografia, metodi e scopi. Il concetto di Eurasia legava invece all’imperialismo: alla guerra e alla conquista dei territori. L’Eurasia era lo zoccolo più solido per compattezza territoriale, popolazione, stratificazioni storiche e culturali.

Iran – Ha cercato in Russia, e da qualche anno in Cina, nell’Eurasia, l’alternativa alla proiezione mediterranea che fu l’altra costante del paese, dal tempo di Dario e Maratona. O di Serse e Ester - un legame che l’ebraismo religioso festeggia a metà marzo, come ogni anno, nel Purim, il giocoso “carnevale”. Questa proiezione è preclusa ora dall’inimicizia recente con Israele. Mentre la proiezione eurasiatica è favorita, anche vantaggiosamente, dalle sanzioni che a vario titolo da ormai 35 anni gli Usa periodicamente impongono all’Occidete.

Le due civiltà più antiche della regione, la persiana e l’ebraica, sono fatte per intendersi, e tuttora si riconoscono, specie di fronte alla più recenziore e invadente civiltà araba. Ma si combattono. Anche con animosità: certe branche del khomeinismo, fino all’ex presidente Ahmadinejad, sono antisemite. Antiebraiche forse per non poter essere antiarabe, non pubblicamente. 

Liberalizzazione – È statalizzazione senza Stato”. Ossia finanziamento pubblico a piè di lista e senza corrispettivo della finanza privata.
Ha moltiplicato l’indebitamento degli Stati. Ovunque, nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher e gli Usa di Reagan, e poi in Francia, in Germania, in Italia, a mano a mano che è stata adottata. Mentre riduceva fortemente il corrispettivo della spesa pubblica, in servizi sociali.

Il passaggio dallo Stato sociale, proprietario, imprenditore, allo Stato debole ha visto un disimpegno totale dello Stato dalla produzione (in Gran Bretagna, Italia, Germania, con poche eccezioni in Francia), e molto ampio dalla sanità (Gran Bretagna, Germania, Olanda, Francia, Italia) e previdenziale (Gran Bretagna, Germania, Italia), mentre il debito si è ovunque moltiplicato. È due volte e mezzo quello del 2003, secondo l’“orologio” dell’“Economist” che aggiorna il dato in tempo reale, essendo passato da 21 mila a 53 mila miliardi.

Alcuni paesi l’hanno raddoppiato: la Germania da 1.430 a 2.800 miliardi, pur avendo dimezzato i servizi sanitari e ridotto i trattamenti pensionistici, il Giappone da 6.540 a 12.400 miliardi. La Francia l’ha più che raddoppiato, da 1.015 a 2.400 miliardi. Gli Usa più che triplicato, da 3.600 a 13.300. La Gran Bretagna quasi quadruplicato, malgrado abbia smantellato, letteralmente anch’essa, lo Stato sociale, da 680 a 2.500 miliardi. Il debito italiano è quello che è aumentato meno nel decennio, da 1.500 a 2.400 miliardi di dollari – ma a fronte di un’economia in recessione per ben cinque anni su dieci, non è un esercizio di virtù.

È un debito per il debito. Cioè per gli investitori, che trovano comodi (sicuri, redditizi), i titoli di debito pubblico. Per il mercato.

Forse il beneficio della liberalizzazione c’è sulle tariffe e le materia prime. Ma non è certo: le materie prime hanno raddoppiato, triplicato a volte, di valore in più fasi del ciclo. Il petrolio a 100 dollari, con l’economia mondiale in recessione, non sta scritto in nessuna legge del mercato, della domanda e dell’offerta.

Ostpolitik – La politica di apertura e avvicinamento all’Est Europa e il blocco sovietico, divenuta centrale in Europa per iniziativa di Willy Brandt quando fu cancelliere, tra il 21 ottobre 1969 e il 6 maggio 1974 (costretto alle dimissioni da uno scandalo spionistico armato da Mosca…), fu ripresa come appeasement (resa) dal Vaticano di Paolo VI e, in una prima fase, di Giovanni Paolo II, nella persona di mons. Casaroli, che il papa polacco vorrà nel 1979 segretario di Stato.
Brandt, il cancelliere della Ostpolitik, culminata nel 1970 nella sua vista a Varsavia e la richiesta di perdono in ginocchio, e per questo Nobel per la pace nel 1971, fu costretto alle dimissioni nel 1974 da uno scandalo spionistico armato da Mosca (aveva assoldato il suo segretario particolare Guillaume, e lo “bruciò”).
Della Ostpolitik di Casaroli è significativa la vicenda del cardinale Mindszenty, già carcerato nell’Ungheria occupata dai tedeschi, mandato all’ergastolo dal regime comunista, liberato nei moti ungheresi del 1956, ostaggio nell’ambasciata Usa in Ungheria, libero infine di trasferirsi in Vaticano nel 1971. La liberazione nel 1971 avvenne su iniziativa di Nixon e Kissinger, con uno scopo preciso: Mindszenty si oppose alla trattativa di Casaroli con i governi comunisti, che se accettavano una ripresa delle attività religiose si riservavano la scelta dei vescovi e anche dei parroci. A novembre del 1973 Paolo VI chiese a  Mindszenty le dimissioni dalla carica vescovile in Ungheria. Il cardinale rifiutò e Paolo VI, dopo un paio di settimane, il 18 novembre gli tolse l’incarico. Mindszenty lasciò il Vaticano per Vienna, dove morì. 

Parlamentarismo – Gioverebbe rileggere Robert-Roberto Michels, il sociologo politico tedesco poi naturalizzato italiano, socialista senza cattedra (i socialisti non potevano insegnare all’università tedesca nel fino alla grande guerra), poi liberale in Italia intimo di Einaudi. Per la crisi del parlamentarismo in Italia e non solo. Sintetizzando le sue conclusioni (con l’ottima sintesi di Wikipedia), insieme a qualche esito contestabile molto aveva visto di vero – “io di rivoluzioni ne ho viste tante, di democrazie mai”.
Il parlamentarismo è una falsa leggenda: non siamo noi che votiamo i rappresentanti ma i rappresentanti che si fanno scegliere da noi – sulla stessa frequenza i movimenti e i teorici contemporanei oltralpe che dicono ininfluente il voto (i “cittadini come consumatori” del noto saggio che Wolfgang Streeck, sociologo militante, ha pubblicato sulla “New Left Review”, o il bestesellerista Van Reyboeck che perora eloquente la causa del sorteggio, più “democratico” del voto….). Lo Stato non importa alla maggior parte delle persone, soprattutto per ciò che attiene le vicende prettamente istituzionali: non si può sperare che la partecipazione parta dal basso. Il principio della democrazia è ideale e legale (perché comunque si va a votare) ma non è reale in quanto, in realtà, la base non può scegliere nulla. Votando non diventiamo compartecipi del potere: “La scienza ha il dovere di strappare questa benda dagli occhi delle masse”. “La formazione di regimi oligarchici nel seno dei sistemi democratici moderni è organica”. L’opposizione parlamentare ha lo scopo, in teoria, di sostituire il gruppo dirigente avversario, ma in pratica ambisce ad amalgamarsi. I movimenti popolari sono sempre traditi, chi li guida ha l’ambizione di entrare a far parte della classe politica (“parte incendiario e arriva pompiere”). Nel partito politico operano le stesse dinamiche che nello stato: entrambi sono oligarchie che si irrobustiscono per perpetuazione – cooptazione, designazione, acquisizione.
E il carisma, di cui oggi si fa spreco. In parziale dissenso da Max Weber, che lo aveva teorizzato, dopo un’amichevole discussione Michels opina che il leader debba costruirselo nel rapporto diretto col popolo, e non in Parlamento, costituendo o controllando cordate.

astolfo@antiit.eu