Le elezioni
europee saranno una kermesse antieuropea - era ed è nei fatti, anche prima
delle elezioni francesi (Grillo non fa che adeguarsi, come al solito, ai fatti). Che il presidente Napolitano non trovi di meglio della pace per difendere la Unione Europea la dice tutto sullo stato della stessa Unione.
Il disincanto è un fatto politico ormai radicato, non è un episodico voto di protesta. Né si può
dire genericamente populismo. È la reazione di chi soffre una crisi durissima,
dietro lo sciocchezzaio dei media, da ormai sette anni, senza soluzione.
Indotta dall’Unione Europea, che non ha saputo governare né punire la speculazione,
anche delle sue banche, e ha imposto la recessione con le politiche restrittive.
I primi paesi europeisti,
e tra essi almeno due di peso, demografico e politico, la Francia e l’Italia,
hanno un’opinione antieuropea che assomma a un terzo dell’elettorato. Se Renzi
riuscirà a coagulare il consenso tra due mesi, il voto antieuropeo potrà essere
contenuto. Ma in partenza è già sopra il 33 per cento, assommando a Grillo la
Lega e molti berlusconiani. In particolare delle province che più sono legate
all’economia europea e quindi più soffrono dell’attuale stallo, la Lombardia,
il Triveneto, e da ultimo anche l’Emilia. Se si somma al voto antieuropeo l’astensione,
e la critica radicale di sinistra e destra, siamo probabilmente a un elettore
contrario su due.
Molto
significative sono per altro verso le perplessità della sinistra, con l’adesione
a Syriza, il movimento critico di Alexis Tsipras, di molti intellettuali. Tra essi
fa specie il nome di Barbara Spinelli, di cui forse non si può dire ci sia
europeista pure più convinto e avvertito. Questo è l’effetto di un’altra
singolarità della crisi e del risentimento europeo: l’Italia è l’unico paese,
tolte le ex democrazie popolari ora germanizzate, dove non ci si interroga
sulla Ue. Come se fosse proibito. Anche se è in Italia che la crisi è più
grave.
lunedì 24 marzo 2014
L’Europa della Germania
L’unico dei
primi e grandi paesi europeisti a non soffrire la crisi è la Germania. La crisi
economica, e la crisi politica di rigetto. Per la ragione evidente che la
Germania ha tratto profitto dall’aggravarsi della crisi che essa ha imposto. L’Europa
che si contesta è quella della Germania e dei suoi satelliti, dal Baltico al
Danubio.
L’opinione italiana vuole la Germania virtuosa e l’Italia (la Francia, l’Olanda, etc.) imprevidente. Ma questo è vero oggi come lo era vero ieri, quando lo spread era a 40 punti base, un’inezia. Inoltre, l’Italia (la Francia, l’Olanda, etc.) le riforme le ha fatto, stroncando le pensioni, la sanità, etc. Solo non ha adottato il mercato del lavoro del tipo schiavistico che alla Germania è stato consentito, dopo che ha avuto per anni una disoccupazione sopra i cinque milioni. Ma di questo non si può fare una colpa all’Italia (la Francia, l’Olanda, etc,.): l’Europa vorrebbe, o dovrebbe, portare la Cina al proprio livello, non cinesizzarsi.
L’opinione italiana vuole anche la ricetta tedesca insostituibile. Mentre sanno tutti che non è vero - sono i rudimenti dell’economia: non si stringe la cinghia nella recessione. Nei tre anni in cui ha semidistrutto l’Europa, con sorrisi di compatimento, telefonate minatorie, e diktat ai tavoli, Angela Merkel andava in giro a dire: senza di me il diluvio.
È andata a dirlo pure ad Atene, che letteralmente e personalmente ha voluto distrutta. Quindi lo diceva a fini interni, per vincere le elezioni, che infatti ha vinto. Perché è vero: i tedeschi sono tornati all’ora del revanscismo (la superiorità morale, l’egemonia, etc.). Ma non del tutto: revanscisti i tedeschi lo erano anche con i russi a Berlino, solo che i vecchi democristiani, da Adenauer a Kohl, li hanno tenuti al passo.
La politica ha anche una funzione pedagogica. La pedagogia della Merkel è invece di cavalcare lo sciovinismo. L’informazione sulla Germania latita, o è singolarmente conformista. Ma non c’è dubbio, riannodando lo svolgimento della crisi finanziaria italiana: essa è stata preparata, promossa e accompagnata da una serie di iniziative e dichiarazioni dei suoi più stretti collaboratori alla Bundesbank e al ministero delle Finanze, compreso il ministro Schaüble.
L’opinione italiana vuole la Germania virtuosa e l’Italia (la Francia, l’Olanda, etc.) imprevidente. Ma questo è vero oggi come lo era vero ieri, quando lo spread era a 40 punti base, un’inezia. Inoltre, l’Italia (la Francia, l’Olanda, etc.) le riforme le ha fatto, stroncando le pensioni, la sanità, etc. Solo non ha adottato il mercato del lavoro del tipo schiavistico che alla Germania è stato consentito, dopo che ha avuto per anni una disoccupazione sopra i cinque milioni. Ma di questo non si può fare una colpa all’Italia (la Francia, l’Olanda, etc,.): l’Europa vorrebbe, o dovrebbe, portare la Cina al proprio livello, non cinesizzarsi.
L’opinione italiana vuole anche la ricetta tedesca insostituibile. Mentre sanno tutti che non è vero - sono i rudimenti dell’economia: non si stringe la cinghia nella recessione. Nei tre anni in cui ha semidistrutto l’Europa, con sorrisi di compatimento, telefonate minatorie, e diktat ai tavoli, Angela Merkel andava in giro a dire: senza di me il diluvio.
È andata a dirlo pure ad Atene, che letteralmente e personalmente ha voluto distrutta. Quindi lo diceva a fini interni, per vincere le elezioni, che infatti ha vinto. Perché è vero: i tedeschi sono tornati all’ora del revanscismo (la superiorità morale, l’egemonia, etc.). Ma non del tutto: revanscisti i tedeschi lo erano anche con i russi a Berlino, solo che i vecchi democristiani, da Adenauer a Kohl, li hanno tenuti al passo.
La politica ha anche una funzione pedagogica. La pedagogia della Merkel è invece di cavalcare lo sciovinismo. L’informazione sulla Germania latita, o è singolarmente conformista. Ma non c’è dubbio, riannodando lo svolgimento della crisi finanziaria italiana: essa è stata preparata, promossa e accompagnata da una serie di iniziative e dichiarazioni dei suoi più stretti collaboratori alla Bundesbank e al ministero delle Finanze, compreso il ministro Schaüble.
Camilleri antisemita – o è Eileen Romano
È la
storia di “Flavio Mitridate”, l’ebreo siciliano convertito “Guglielmo Raimondo Moncada”, nome del suo nobile
padrino di battesimo, nato ad Agrigento – o a Caltabellotta - a metà Quattrocento. Figlio di rabbino, si convertì presto e nel 1477 era già a
Roma, affascinando per le sue conoscenze cabbalitsiche e delle lingue semitiche
il papa Sisto IV e il futuro Innocenzo VII, e a Urbino Federico di Montefeltro.
Nel 1482 risulta professore di teologia alla Sapienza. Due anni dopo era a
Colonia, maestro di Johannes Reuchlin, e a Lovanio. Invitato nel 1486 da
Giovanni Pico della Mirandola, fu a Perugia e a Fratta, maestro di ebraico e
caldaico, e di cabala. Non propriamente un filibustiere, e anzi un uomo di
cultura.
Andrea
Camilleri, Inseguendo un’ombra, Sellerio, pp. 210 € 14
Camilleri
fa scorrere e leggere la storia, ma scrive trascurato, perfino scurrile. E la
infioretta di suo: di Flavio Mitridate fa un imbroglione violento, cabalista
scettico, pedofilo e stupratore (“il suo dolore è il mio piacere” è sua temurah preferita), ladro, traditore di
tutti, assassino, ogni insulto va bene. Lasciando nel lettore, poiché il personaggio è storico e noto, il gusto acido del falso. A rischio di antisemitismo. Non ce
n’è motivo con Camilleri – che
peraltro può contare su molti scrittori ebrei che si pregiano di demistificare falsi
profeti, anche non convertiti (nonché sulla voga di considerare ogni ebreo
cristiano un dissimulatore a fini di guadagno). Ma ce n’è a ogni pagina. E non c’è altra ragione per
questa resurrezione, se non un succès de
scandale: l’antisemitismo è – era – sempre a fin di bene, e Camilleri non
se ne fa mancare nessuno degli stereotipi. Sicilianamente, anche i terricoli
non sono da meno, non c’è giorno che non facciano un pogrom nelle giudecche dei
loro paesi. Ma l’ebreo, seppure tarato dalla conversione, è sempre più cattivo
del priore o vescovo più cattivo.
A
metà narrazione Camilleri interpola un paio di pagine di Sciascia sullo stesso soggetto,
un quasi inedito (“La faccia ferina dell’Umanesimo”) che gli ha dato l’idea del
racconto, ed è tutta un’altra storia.
È
anche la quinta o sesta prova narrativa di Camilleri su traccia e indicazione
di un forte editor, Eileen Romano,
redattore e editore insieme. Un caso ancora più singolare che l’antisemitismo a
fin di bene. Corrente nel mondo anglosassone, basti ricordare i contributi di
Susannah Clapp sui testi di Chatwin, o di Ezra Pound su Joyce e l’“Ulisse”, il
ruolo dell’editor in Italia è nuovo e
ancora marginale (l’unico precedente presumibile è il “Gomorra” di Saviano).
Per Camilleri è invece centrale, che prima di Eileen Romano ha avuto un altro
forte editor, Elvira Sellerio. È
l’aspetto più apprezzabile della storia.domenica 23 marzo 2014
La disonestà dell’onestà
Walter Veltroni, uno che non è mai stato
comunista, a suo dire, ha fatto un film agiografico su Berlinguer. Che dunque
non è mai stato, neanche lui, comunista? Il film è stato finanziato peraltro da
Sky, la tv di Murdoch, che tutto si può dire meno che comunista.
Sarebbe tutto ridicolo, se non fosse un
tentativo di Veltroni di rientrare il politica dopo la rottamazione. Con
un’anima nuova, socialista ora non potendo essere comunista, ma con la faccia
di Berlinguer, che certamente non fu socialista, e fu anche un cattivo
comunista. Un politico vendicativo, che portò il suo partito di sconfitta in
sconfitta, avendolo preso che si avviava a essere il primo partito italiano:
dal referendum sul divorzio a quello sulla scala mobile, nel mezzo le prime
sconfitte politiche, le prime due della storia del partito nella Repubblica.
Vendicativo con ogni altra opinione o forza politica di sinistra, e all’interno
del suo stesso partito. Facendosi scudo della questione morale.
Il colmo del film è che Berlinguer viene
onorato unicamente quale alfiere della questione morale. Come se all’infuori di
lui non ci fossero stati, nel suo stesso partito, onesti - Napolitano, per dirne uno, che Berlinguer disprezzava. E perché non sapeva
fare altro: tirarsene fuori - dopo aver consegnato il partito alla Dc nel compromesso,
con le banche, la Rai, i giornali, le Autorità, le aziende pubbliche, e il terzo settore o volontariato. Bella
politica!
E la moralità della politica? Questioni oziose, a Veltroni bastano le
prime pagine. È tutta qui la morale.
Walter Veltroni, Quando c’era Berlinguer
Recessione – 17
Tutto
quello che dovreste sapere ma si tace.
Nel 2007 il valore del pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.535.540 milioni di euro correnti. Nel 2013 – siamo sempre in attesa dei dati definitivi (che tuttavia sono già contabilizzati) - sarà sui 1.375 miliardi. Si è ridotto quindi del 10,5 per cento. Si dice che il pil ne nei sette anni si è ridotto di otto punti percentuali. Che sono la somma dei cali annui. Mentre il calcolo esatto è dato dal semplice raffronto tra i due valori, l’iniziale e il finale.
Questo in termini nominali. In termini reali, in quanto potere d’acquisto dello stesso reddito, è molto peggio. La falsa informazione infatti sottace che il reddito si è ridotto molto di più in valore reale, depurato dell’inflazione. Al netto dell’inflazione nel settennio (un due per cento medio annuo calcolato a tasso composto), o ai prezzi del 2007, il pil si è ridotto di un ulteriore 15 per cento circa. Per un effetto negativo totale pari al 25 per cento del pil del 2007: un quarto del reddito prodotto si è perduto in sei anni.
Il prodotto interno lordo misura il valore dei beni e servizi prodotti nel Paese e destinati ai consumi, alle esportazioni (meno le importazioni), agli investimenti fissi, alla spesa pubblica.
Nel 2007 il valore del pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.535.540 milioni di euro correnti. Nel 2013 – siamo sempre in attesa dei dati definitivi (che tuttavia sono già contabilizzati) - sarà sui 1.375 miliardi. Si è ridotto quindi del 10,5 per cento. Si dice che il pil ne nei sette anni si è ridotto di otto punti percentuali. Che sono la somma dei cali annui. Mentre il calcolo esatto è dato dal semplice raffronto tra i due valori, l’iniziale e il finale.
Questo in termini nominali. In termini reali, in quanto potere d’acquisto dello stesso reddito, è molto peggio. La falsa informazione infatti sottace che il reddito si è ridotto molto di più in valore reale, depurato dell’inflazione. Al netto dell’inflazione nel settennio (un due per cento medio annuo calcolato a tasso composto), o ai prezzi del 2007, il pil si è ridotto di un ulteriore 15 per cento circa. Per un effetto negativo totale pari al 25 per cento del pil del 2007: un quarto del reddito prodotto si è perduto in sei anni.
Il prodotto interno lordo misura il valore dei beni e servizi prodotti nel Paese e destinati ai consumi, alle esportazioni (meno le importazioni), agli investimenti fissi, alla spesa pubblica.
Fa vent’anni anche lo Stato-mafia
È possibile che la Procura di
Palermo abbia seguito questo diario politico inedito di vent’anni fa, alla
vigilia delle elezioni politiche che avrebbero
intronizzato Berlusconi, quando si arriva alla parola Mancino? Non è possibile, ma è quello che è avvenuto:
“Dunque, alla vigilia di queste elezioni, storiche come tutte, capo della mafia si vuole un presidente plurimo del consiglio. Della mafia in Sicilia e a Roma – banda della Magliana, Pecorelli, etc. In combutta col vertice del Sisde e della Cassazione, e una manovalanza di questori e capi della mobile. Capi della camorra potrebbero allora essere stati ed essere due onorati ministri dell’Interno, con alcuni sottopancia nella Polizia e procuratori della Repubblica in gran numero. E contorno di imprenditori. Che per definizione sono mafiosi.
“Potrebbe essere vero, benché Andreotti abbia fatto le leggi che finalmente hanno colpito le mafie. Se non che manca singolarmente ogni accenno, nonché incriminazione, per il presidente del consiglio sotto cui la mafia e la camorra si sono scatenate, De Mita, per l’attuale ministro dell’Interno, Mancino, e per il capo della Polizia che tutti quei questori e sottopancia “mafiosi” ha allevato”.
“Dunque, alla vigilia di queste elezioni, storiche come tutte, capo della mafia si vuole un presidente plurimo del consiglio. Della mafia in Sicilia e a Roma – banda della Magliana, Pecorelli, etc. In combutta col vertice del Sisde e della Cassazione, e una manovalanza di questori e capi della mobile. Capi della camorra potrebbero allora essere stati ed essere due onorati ministri dell’Interno, con alcuni sottopancia nella Polizia e procuratori della Repubblica in gran numero. E contorno di imprenditori. Che per definizione sono mafiosi.
“Potrebbe essere vero, benché Andreotti abbia fatto le leggi che finalmente hanno colpito le mafie. Se non che manca singolarmente ogni accenno, nonché incriminazione, per il presidente del consiglio sotto cui la mafia e la camorra si sono scatenate, De Mita, per l’attuale ministro dell’Interno, Mancino, e per il capo della Polizia che tutti quei questori e sottopancia “mafiosi” ha allevato”.
sabato 22 marzo 2014
Ombre - 213
L’arresto del pd di Messina Genovese “Repubblica” confina al secondo
giorno in dieci righe. E non ha una riga per i novant’anni di Macaluso, celebrati
al Senato, con Grasso e Napolitano. Per la crisi dei giornali?
“Repubblica-Palermo” pure, trascura Genovese. Eccitata dal ponte
sull’Oreto, i pini della circonvallazione, e il mafioso col sussidio
disoccupazione (è il primo?).
Dunque, l’inchiesta non era inventata,
un giudice ha dato ragione al pm Robledo che accusava i gestori di Expo 2015 di
malversazioni. Sembrerebbe una cosa enorme. Ma non c’è scandalo, Milano si
assolve.
Forse per solidarietà col Procuratore
capo Bruti Liberati, che non voleva l’inchiesta.
Un’altra inchiesta su Expo 2015 Bruti
Liberati ha tolto a Robledo, competente per materia, e l’ha passata a
Boccassini. Fra i due giudici c’è differenza?
Ma
Russell Crowe, il “Gladiatore”, è stato benedetto dal papa oppure no? I
giornali italiani sono divisi, ma è importante saperlo. Perché poi dobbiamo
andare a vedere il suo film, “Noah”, che ha portato a propagandare in piazza
San Pietro.
O il papa non l’ha benedetto perché
“Noah” è stato bandito dai paesi mussulmani?
Allelujah per il via libera della Corte
costituzionale tedesca al Fondo europeo salva stati, 700 miliardi. Meno male,
la Germania è grande. Nessuno – ma proprio nessuno - ricorda che la Germania ha
speso per salvare le sue banche (e associate, in Austria, Belgio, Olanda), la
stessa cifra, ma di soldi europei benché senza Fondo, nel 2006-2009. Senza
chiedere il parere di nessuno.
Scioperano mercoledì i mezzi pubblici, il terzo sciopero
in tre mesi a Roma. E si apre a tutti la ztl, la zona a circolazione limitata,
dove durante la chiusura si respira. Si può dire annullato con gli scioperi
l’effetto chiusura domenicale della città al traffico, per la terza domenica. È
un gioco, virtuoso, molto – moriremo di politicamente corretto.
“Milano, la procura isola il pm: «Nessuna
inchiesta insabbiata»”, assicura Colaprico su “Repubblica” martedì. Non è vero.
Ma è comprensibile, c’è un po’ d’irritazione perché il Csm ha privilegiato
nella confidenza dello scandalo il “Corriere della sera”.
La Procura di Milano ha insabbiato
(“chiuso in cassaforte”) l’inchiesta sull’asta pilotata per la privatizzazione
di Sea, la società degli aeroporti, esattamente fino al giorno di chiusura dei
termini per l’asta stessa. Altrove ci sarebbero stati arresti per questo, non
denunce – dopo due anni – al Csm. Ma a
Milano, e al Csm, si può.
La pagina di “Repubblica” martedì sul (non)
scandalo alla procura di Milano s’infioretta di un “breviario” di Gianluca Luzi:
“Il Milan sembra il Pdl ultima fase. Ma del Milan non si può dare la colpa ad
Alfano”. Ne sentivamo la mancanza: manca effettivamente Berlusconi in questo
nuovo colpo di teatro della giustizia di Milano. Non ci sarà un errore?
“Solo il 5 per cento dello spazio aereo è
controllato”, lamentano le security americane dopo la scomparsa dell’aereo in
Malesia. Spiateci tutti.
Il partito Democratico del Veneto
“abolisce” i mendicanti. Anzi, meglio, gli accattoni. È più economico che dargli
da mangiare?
Il giorno delle sanzioni europee, “il
colosso russo Rozneft socio forte di Pirelli”. Con Rozneft, assicura “Repubblica”,
Tronchetti Provera disinnescherà la guerriglia dei fondi (americani).
In un’intervista con Cazzullo, Macaluso
fa migliore storia del Pci che il pallido Spriano e anche Bocca:
Non ci vuole molto, i segreti sono
manifesti, solo un po’ di onestà.
L’intervista di Macaluso, la lettura più
sapida del “Corriere della sera” lunedì 17, non si può leggere online (quindi
girarla col link, etc.). Che come tutti i siti non è selettivo, raccoglie di
tutto – cioè sì, bisogna voler escludere qualcosa.
Quando Craxi fece il governo nel 1983,
“ricordo che Berlinguer s’infuriò”, dice Macaluso: “Non l’avevo mai visto così
arrabbiato”. Un genio.
Si capisce retrospettivamente che
Scalfari non registrò l’evento su “Repubblica”- un socialista a palazzo Chigi,
per la prima volta. Non un commento su questo, una segnalazione comunque
dell’evento. E anche il titolo: a corpo contenuto come per un qualsiasi giorno
vuoto di notizie. Era per non infastidire Berlinguer.
Una volta si vinceva in case e si
perdeva fuori casa: il”fattore campo” era (quasi) imbattibile. La Lazio vince
invece fuori casa, in casa perde o al più pareggia. Ha lo stadio contro, i
tifosi. Che non fanno nulla per la squadra, altro che il tifo, ma sono in grado
di distruggerla. Sono il riflesso della politica.
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Berlusconi vent'anni fa
Si
votava vent’anni fa, il 27 marzo. Una settimana prima era prevedibile il
risultato – e il seguito:
“Galoppa il Cavaliere Berlusconi. Lo
fanno galoppare. All’apparenza lo fanno anche criticare dai loro giornaloni, Ma
lo sostengono, e lo faranno vincere in scioltezza. “Destra” e “sinistra”
insieme, la borghesia di destra e quella di sinistra. Puntano al dopo, quando
il folle Berlusconi si dovrà disvestire di tutto, tv, giornali, supermercati,
case editrici, assicurazioni, società immobiliari: si prenderanno tutto “a
gratis”, ridono come i pescecani. E se non cederà passeranno all’opposizione,
che è pratica nobile.
“Non è una profezia, il futuro è
segnato. Il tempo di organizzarsi e l’«arricchito» Berlusconi – i ricchi sono
censori - non avrà più il suo impero, o
lo avrà malandato, e non sarà più leader in politica. Potrebbero anche farlo
azzannare da Borrelli, il Cavaliere finora intemerato”.venerdì 21 marzo 2014
Secondi pensieri - 169
zeulig
Erotismo – È stato legato al bigottismo, ma non
abbastanza. Non c’è epoca in cui l’erotismo sia stato coltivato come nell’epoca
vittoriana, del moralismo più bigotto. Nelle lettere, la poesia e la pittura.
La mostra romana “Alma-Tadema e i pittori dell’Ottocento inglese”, del secondo
Ottocento, è una lunga affollatissima passeggiata erotica, di corpi soprattutto
femminili ma anche maschili, in un riverbero costante di allusioni – sguardi,
colori, “odori”, cromatismi, e fiori
insinuanti, per forma, emblema, varietà. Il repertorio di Steven Marcus si
trascura, che invece è pieno di riferimenti. Per finire con Wilde, Frank Harris,
due irlandesi, è vero, e Beardsley.
Heidegger – È marxista.
Anche, senza dubbio. “Così Lutero si
travestì da apostolo Paolo”: Marx nel Diciotto
brumaio lo dice delle rivoluzioni che
si cercano nel passato, ma questo è Heidegger. Nel senso più nobile di Marx:
“Il principiante che ha imparato una lingua nuova la ritraduce continuamente
nella sua lingua materna, ma non riesce a possederne lo spirito e ad esprimersi
liberamente se non quando in essa si muove senza reminiscenze, dimenticando in
essa la lingua d’origine”. Il Filosofo Secondo, dopo Platone, è dunque
marxista, magari incognito.
Si
vuole Marx economista e agitatore e non filosofo. E invece lo è, sotto forma di
Heidegger, il primo marxista: i tedeschi della rivoluzione conservatrice, che
Marx abominavano, se ne sono appropriati i criteri e gli obiettivi, anche se
solo in funzione antiliberale. Marx fu economista fantasioso, essendo
autodidatta, e politico mediocre, litigioso, invidioso. Il nodo è il corpo, la
materia, il mondo. È l’estraneità dell’essere quale è, materiale, che ha
nutrito la borghesia, e la chiesa oggi borghese, e le fa ipocrite, quindi
stupide. Già in questo senso il nazismo è marxista. Per essere, come si sa,
biologico. Per la percezione del corpo in quanto eredità, sangue, passato che
non passa, con tutto ciò che questo implica di fatale, quindi obbligato. Un
Diamat ematologico. Chiunque enunci un affrancamento dalla fisicità senza
coinvolgerla tradisce e abiura, è il nemico.
Lo stesso antiumanesimo che Heidegger
dichiara è il Diamat. E il popolo, col popolare? L’insistenza sul völkisch,
volumi di völkisch, il principio v., l’essenza v., lo
spirito v., la voce v., la scuola v., la gioventù v.,
durante e dopo Hitler, e prima? Una riscrittura di Marx, l’“ebreo tedesco” di
Bakunin, la Prima Internazionale fu rissosa. Mimetizzata ovviamente: il
Filosofo Bino, o Trino, considerando il suo agostinianismo (o scolasticismo?),
si immagina in tuta mimetica, mani e viso al nerofumo, anfibi, ninja del popolo, che nottetempo semina
di mine il campo ostile. Il bolscevismo è “una possibilità europea”, disse
chiaro, è Europa, “l’emergere delle masse, l’industria, la tecnica, l’estinzione
del cristianesimo”.
Ne sapeva pure la natura, poiché è
ereditaria: “Se il dominio della ragione come eguaglianza non è che la
conseguenza del cristianesimo, e questo è fondamentalmente d’origine ebraica,
il bolscevismo è di fatto ebraico, e il cristianesimo è anche esso
fondamentalmente bolscevico!”. Una genealogia, ebraismo, cristianesimo,
bolscevismo, lusinghiera e non ingiuriosa, perché?
I tedeschi sono traumatizzati dai russi
più che da Hitler – lo sono stati a lungo, e i qualche misura lo sono. Ma
Heidegger uno spiraglio aveva aperto, tramite Marx. È vero che lui non è un ideologo,
è anzi pragmatico, il genere “se un po’ di Marx serve, perché no” – un po’ di
razzismo, un po’ di antisemitismo (di amerikanismo no, perché significa
liberalismo, e questo è inammissibile, l’Impolitico Mann è politicissimo). Al
bolscevismo.
I russi no, ma il bolscevismo è biblico:
il comunismo non è un fatto “politico” o “sociologico” o “metafisico, è “un
destino dell’esistente nella sua totalità, che segue il compimento dell’età
storica e con questo la fine della metafisica”. Con il messianismo, checché
voglia dire: l’estenuante battaglia sul Führer, il Capo, il Condottiero,
il carismatico, l’unto, è invidia o nostalgia del Piccolo Padre, che altro?
Marx del resto è Napoleone, seppure con la ghigliottina di Robespierre.
Ma
l’identificazione più sottile è quella individuata da Hannah Arendt, anche se
Heidegger non ne apprezza la filosofia: “Il pragmatismo, anche marxista e
leninista, muove dal presupposto, comune a tutta la tradizione occidentale, che
la realtà riveli all’uomo la verità, il totalitarismo presuppone solo la
validità delle leggi del divenire”. Dell’esistere, senza leggi.
Un’identificazione da intendersi, naturalmente, come sorpassamento. Le idealità
e incertezze delle società fondate sulla volontà libera degli associati sono
false e ostili. Ogni forma associativa, ogni appartenenza, che sia di tipo
razionale e politico oppure consuetudinario e mistico, che non si fondi su una
comunione fisica, d’interessi e di determinazioni materiali, è ostile. E
tuttavia – ecco Marx e Heidegger uniti nella lotta - la mia verità è la verità.
E deve fondare un mondo nuovo: la rivoluzione dei fatti discende dalla
rivoluzione delle idee, a esse il mondo va conformato. La verità è
conquistatrice. Gli uomini non sono inchiodati all’Ente nella soddisfazione dei
bisogni vitali, non sono rassegnati.
Essere
e avere non è solo un titolo di Gabriel Marcel, se essere è avere. L’essere è
se stesso: storia, classe e Volk-corpo
sociale. La fisicità è l’eterno incomodo del pensiero occidentale, da Kant, e
gli altri scozzesi liberali, ai padri della chiesa. La fisicità eleva e
razionalizza il possesso. E la morte che viene in primo piano esorcizza la
violenza, in quanto rivoluzionaria. Si può fare un Heidegger e Marx, il materiale non manca, come sempre nella
filosofia tedesca, e lui non protesterà. Non dirà mai che non ha letto Marx,
avrebbe dovuto?, dopo la guerra accettava tutto – pur di non ammettere la
Colpa: la sua idea di filosofo è il santone, uno che mai sbaglia. Qui e là la
mobilitazione è totale, si aderisce alla storia con tutto l’essere.
Io
-
L’altro è nell’io, dice sant’Agostino
nella “Confessioni”. O è viceversa, che l’io è nell’altro?
C’è ambivalenza, ma la proprietà
transitiva attiva è anche passiva.
Marx – È Napoleone.
Pensa cone Napoleone più che come Hegel: semplifica la storia perché vuole
farsene una. Rilancia, sul supporto di Hegel e della storia rivelazione,
l’unicità della Rivoluzione francese nel senso della compattezza, e anzi della
monoliticità. Che è come la Rivoluzione si presentò nel mondo, ma questo a
opera di Napoleone, della conquista napoleonica. La Rivoluzione fu episodica,
si sa, e frammentata: mozioni confuse, assemblee vaganti, strane peripezie dei
protagonisti, che sono tanti e nessuno, la violenza della plebe a Parigi, il
silenzio del popolo in Francia, le restaurazioni. Ci furono semmai tante
rivoluzioni, insieme e in successione. Napoleone ne fissò il nome, che non
vuole dire nulla.
Suicidio - I serpenti a sonagli non si suicidano, si dice nel Mississippi. Solo l’uomo si
uccide, si sa, ci si uccide solo per problemi umani. Anzitutto per amore, o
“sfinimento da dolci languori” direbbe Balzac. Anzi, se per uccidersi bastasse
il desiderio, si è sempre detto, non sarebbe più vivo nessuno. Baudelaire,
formidabile creativo, ogni tanto si dava una pugnalata. Salgari si suicidò, lo
scrittore più letto dagli italiani, autore di ottanta romanzi e centottanta
racconti a quarant’anni, per ritenersi un fallito. Seguito a quarantadue da
Pavese, di cui però nessuna s’innamorava. A quarant’anni Strindberg ne ebbe la
tentazione per “l’imponente mole delle letture”, ricavandone un’autobiografia
in quattro libri. Johann Heinrich Merck, mentore di Goethe giovane, cui ispirò
Mefistofele, si uccise ai cinquant’anni, senza turbare il poeta. Gli umanisti
si uccidevano per celebrare le virtù di Roma repubblicana. Il conte di
Chignolo, Luigi Cusani, s’inventò morto per sfuggire ai creditori. La volontà
di vivere può vincere attraverso i
preparativi pratici necessari, sempre troppi per l’ignavo.
Non
c’erano suicidi nei lager, sostiene
Primo Levi. C’erano. Ma tra chi s’era arreso, è vero, essendo già morto dentro.
zeulig@antiit.eu
Chandler rivisitato - il giallo postmoderno
Un
omaggio, di uno scrittore irlandese che fa il Chandler a Los Angeles,
resuscitando Marlowe. Non proprio in linea: questo Marlowe è sentimentale. E
maleducato, il vero Marlowe si sarebbe alzato dalla sedia e avrebbe fatto il
giro della scrivania all’ingresso di “lei” - “Et
vera incessu patuit Dea”, la salutava Virgilio, una dea appare al’ingresso.
Con un finale sconclusionato, come di chi, alla pagina 300, deve darci un
taglio. Contraddicendo il canone nel suo fondamento: la verosimiglianza
(normalità). Ma la storia fila. Con
l’avventura ovviamente senza seguito di Marlowe e la bella sconosciuta dagli
occhi neri, l’amore non deve lasciare residui. Sull’aneddoto chandleriano
dell’omicidio-suicidio per finta.
Benjamin
Black è il nome d’arte che Banville ha adottato nel 2006, decidendo di scrivere
solo gialli, uno l’anno. Lavori svelti, forse redditizi. Stanco
forse di aspettare il Nobel, che per l’Irlanda, dopo Heaney, arriverà non prima
del 2025. Qui mima Pacific Palisades. Nella voga postmoderna, di rifare il già
fatto. E con l’aria di divertirsi. Questo il chandleriano non lo condivide - è
uno che ci crede. Ma la “rivelazione” dei meccanismi – il postmoderno
soprattutto è una delazione – ci sta, è redditizia.
Benjamin
Black (John Banville), La bionda dagli occhi neri, Guanda, pp. 301 €
17,50giovedì 20 marzo 2014
Letture - 165
letterautore
Sante – Santa Ester,
che si venera l’1 luglio in “tutte le chiese che ammettono il culto dei santi”,
dice Wikipedia, la stessa Wikipedia rappresenta lussureggiante di nudità nel
dipinto di Chassériau, “Ester alla toeletta prima di presentarsi al re
Assuero”. Ma non è blasfemia: è vero che le sante sono più “corporali” dei
santi: più umorali, fisiche, espressive.
Confessione
-
L’esame di coscienza resta l’unica cosa che si può praticare senza danno. Salvo
riscoprirsi l’Incantato del presepe, il pastore che “non ha nulla e non porta
nulla” di Corrado Alvaro: “S’è fermato accanto alla grotta e guarda la stella
che s’è posata come una farfalla tra la neve della roccia. Sta lì a braccia
aperta, bocca spalancata, colpito dal segno celeste, senza poter parlare. Egli
ha capito tutto, ma non potrà raccontarlo a nessuno”.
Il narciso Colette, che di fiori e odori
è esperta, dice bituminoso. Narciso non suona bene, non solo in italiano, e
peggio nell’originale greco nàrkissos,
sdrucciolo.
Oltre un certo punto l’esame di
coscienza è peccato, dilettazione morbosa. Pathos
mathos, si direbbe in greco, la sofferenza è un’abitudine – di pathei mathos, l’abitudine della
sofferenza, parla Eschilo nell’Agamennone.
La confessione non è nei vangeli, né c’è
pentimento richiesto, Erasmo se lo disse con Lutero. Anche se l’esame di
coscienza frena e restringe la naturale turpitudine: ognuno ha un suo oracolo personale, come Senofonte sostiene in
difesa di Socrate, anche se non tutto è prevedibile, non è segnato né logico.
E
l’altro è nell’io, dice sant’Agostino nella Confessioni.
O è viceversa, che l’io è nell’altro? E la letteratura che c’entra? Quello che
s’intende per confessione, il sogno vigile, sono le insonnie. Più in quest’epoca di
celebrazione, dei “trenta gloriosi”, gli anni della Ricostruzione postbellica o
i giorni del maggio ’68 in Francia, in
memoriam, del prodotto interno lordo che cresce, ora di molto ora di poco,
e dell’abolizione del dolore. Non ce n’è più materia, da qui la inconsistenza,
il nulla.
È così che ora Dio è quello che non
parla. E si può solo scrivere a se stessi. La confessione è un’esibizione, il
dottor Freud va posto, pure lui, nel Krafft-Ebing. Si repertoria per non sapere
che fare.
Ma
l’ipotesi che Rousseau non avesse cinque figli in
orfanotrofio, per essere impotente, è notevole. O Casanova, l’altro grande
confessore. D’impotenza sospetta Casanova pure l’emulo Fellini, l’unica sua
traccia nel secolo restando la narrativa, godeva al pensiero, e le lettere di
cui fu autore e collettore a miriadi. Godere di se stessi porta all’inazione,
non è vita filosoficamente vissuta. Seppure saggia, si capisce quando viene a mancare.
Sì, passiva, un tempo si sarebbe detta femminea, blasée e snob, ma ci
vuole pazienza, oltre che generosità, stare ad ascoltare.
Il bene è impossibile. Se non si è poeti,
ai margini della storia. O eroi, o santi. Non se si è solo stanchi. Benché, dormitio
si dice la morte dei santi, dopo che hanno fatto i miracoli: il riposo è
attitudine mentale, una piega intima della personalità. Si direbbe un’arte. C’è
chi s’affatica dormendo. E ci sono eroi e santi muti.
Francofonia
–
Se ne celebra a Roma in realtà la scomparsa, improvvisa, radicale. Ancora una
generazione fa alla scuola media si insegnava il francese, che poi è svanito,
letteralmente. Si storpiano, inglesizzandole, le poche parole francesi di uso
comune, stage, dessert, dépliant. Nel 1950, sulla “Stampa” (l’articolo è ora in
“Scritti dispersi”) Corrado Alvaro, a lungo corrispondente negli anni 1920-1930
da Parigi, doveva registrare: “Sono lontani i tempi in cui mi sentivo domandare
da francesi se a Roma esistessero il tramvai e gli autobus”.
Libro
–
Ora che va (forse) a scomparire si celebra in tutte le forme, e più in quella,
in uso ancora nei primi ani 1960, anche
nei libri scolastici, delle “pagine da tagliare”. I primi giorni di scuola si
passavano a tagliare le pagine dei voluminosi volumi. In libreria l’acquisto
non era di soddisfazione: si chiedeva un titolo a un arcigno commesso dietro un
bancone, come ancora all’autoricambi o al ferramenta, e si aspettava che
tornasse col volume. Ma il piacere dell’acquisto quasi obbligato veniva
rinnovato una volta a casa dal taglio delle apgine, quasi una presa di
possesso. Con un tagliacarte, ora anch’esso scomparso, d’osso o metallo o
semplicemente con un coltello da cucina.
Le signore e i facoltosi invece si
facevano tagliare le pagine dai commessi di libreria. Prima della spedizione a casa
– le signore e i facoltosi non si portavano via i libri comprati, anche perché
usavano comprarli una volta a stagione, non uno per uno, e quindi erano spesso
numerosi. I fattorini della libreria glieli recapitavano a casa. Anche questo
ancora cinquant’anni fa.
Marx – È Jean Paul?
È un’idea: sardonico, sarcastico, rifondativo – uno che rimette tutto in causa,
“a maggior ragione” beninteso non per egotismo. Hartmut Retzlaff, direttore del Goethe Institut
a Roma, trova in Jean Paul tutto il primo Marx, che ne era gran lettore:
l’alienazione e il feticismo della merce, “i termini cardine della critica
delle merce nel primo volume del «Capitale»”. Molti studi sono stati fatti in
argomento, attesta Retzlaff (in appendice a Jean Paul, “Clavis fichtiana”). E
poi dopo: “L’uso metaforico delle Charaktermasken
(termine che origina nella Commedia dell’Arte), come parametro di una
sociologia dei ruoli ante litteram, e
il termine Fetichismus per descrivere
l’autoriduzione delle società evolute a un primitivismo percettivo, risultano
decisive per la sociologia del tardo Marx”.
Popolare – Sembra remota e lo è, la ricerca
del “popolare” nelle arti, la poesia, la musica – anche Giovanna Marini, l’ultima
ricercatrice, ha una certa età. La teorizzazione remotissima – benché, a
rileggerla, non rozza, anzi articolata, prudente. È mezzo secolo.
Ma il senso di remoto è pervasivo:
la Repubblica ha traversato molte storie, e non lo sa. Bisognerebbe rivangare
gli studi del “popolare” nel senso del reale, della realtà italiana.
Recensione
–
“Ricordo molti anni fa il disprezzo con cui Malraux mi disse di avere avuto in
Italia più recensioni alle sue opere che nella stessa Francia”. Il ricordo di
C.Alvaro è del 1950 (nell’articolo su citato), ma non peregrino: la recensione
non è arte italiana. O lo è in senso deteriore – senza la necessità peraltro di
leggere il libro.
Ricorda Alvaro di seguito: “Ho veduto
lettere di italiani a scrittori francesi piuttosto modesti, piene di tali
proteste di ammirazione, da suscitare nei destinatari il sospetto che si
trattasse di sentimenti morbosi”.
letterautore@antiit.eu
Per una storia degli Esclusi dalla Resistenza
Una
serie di memorie e situazioni che rinviano alla Calabria, terra d’origine dello
scrittore – una modesta origine, modestissima: la casa natale di Perri a Careri,
dipinta in copertina da Rosella Zito, riporta anch’essa a un altro mondo. Sono
piccole moralità e storie semplici di paese, soprattutto di donne, che Perri
costruisce, col sorriso e il lieto fine, inframezzate da aneddoti storici (“Il Chichibio
calabrese”, “Nino Martino”).
Scritture
di ottant’anni fa, ma aliene dal rondismo e altri stili dell’epoca, asciutte anzi,
nervose, e per questo sempre leggibili. Storie d’altri tempi, oggi, non tanto
per i soggetti dei racconti, quanto per come sono nate, per la biografia “d’altri
tempi” dello scrittore che Giulia Francesca Perri evoca in breve nella presentazione.
Carcerato
nel 1932 per complicità nella fuga, nel 1929, di Carlo Rosselli ed Emilio Lussu
dal confino di Lipari, fu poi messo al bando a Milano, dove risiedeva da vent’anni,
da tutte le pubblicazioni, benché non condannato: non poteva pubblicare, né
libri né racconti o articoli. Con moglie e quattro figli a carico, Perri se la
vide brutta. Angelo Rizzoli gli diede una mano pubblicandogli questi racconti
sulle riviste femminili, “Mani di Fata”, “Novella”.
Non
era per lui una novità. Nel 1927 aveva perso l’impiego alle Poste, sempre per
antifascismo. Solo parzialmente risarcito l’anno dopo dal premio Mondadori per
il romanzo “Emigranti” – il capostipite di tanta letteratura di questo
millennio, di Melania Mazzucco, di Mimmo Gangemi. Continuò a pubblicare con uno
pseudonimo, Paolo Albatrelli, che aveva adottato nel 1924, sempre per sfuggire
alla censura fascista, reo di aver pubblicato sulla “Voce repubblicana” un
romanzo ferocemente critico, “I Conquistatori”, sulla camicie nere in Lomellina
nel 1921.
Una
storia triste, oltre che di altri tempi: della inutilità dell’impegno. Se non
per la propria coerenza. Perri sarà
escluso poi, nella Repubblica, dall’empireo della Resistenza, e dalle relative
celebrazioni, pur essendone stato attivo e costante protagonista. Della Resistenza
vera. Riotterrà l’impiego alle Poste, questo è vero - dopo un breve periodo di
direzione, alla Liberazione, della “Voce repubblicana”. Ci sarebbe da fare una
storia degli “Esclusi dalla Resistenza”.
Francesco
Perri, Storie d’altri tempi, Franco Pancallo Editore, pp. 219 € 15mercoledì 19 marzo 2014
Stupidario - l'Italia paese d'ignoranti
L’Italia è “l’ultima (Eurobarometro 270
– European culture and values) nell’accesso e nell’uso delle risorse digitali”,
informa Antonio Preiti sul “Corriere della sera-Roma”: “È superata da Lituania,
Polonia, Slovenia, Cipro, Slovacchia”.
“L'Italia è in ultima posizione
fra i 24 Paesi Ocse per competenze linguistiche e
matematiche” – agenzie..
“Il nostro paese si colloca all’ultimo posto tra i 24 paesi Ocse nella graduatoria
delle competenze alfabetiche” (Radio 24.Il Sole 24 Ore). “Altro che competenze
digitali, in Italia mancano le basi: non sappiamo più né leggere né scrivere.
Il nostro Paese si colloca infatti all'ultimo posto tra i 24 paesi dell'Ocse
nella graduatoria delle competenze alfabetiche”.
“Ultimi sono gli italiani dietro Spagna e Francia (penultima e terzultima),
e ben distanti da Giappone e Finlandia che guidano la classifica internazionale
insieme ai Paesi del Nord Europa”. Chissà come sanno leggere i finlandesi. E i
giapponesi?
Secondo l’ex ministro Tullio De Mauro, che ama questo genere di rilevazioni, due indagini internazionali, nel 2000 e nel 2006, che proponevano “questionari di cinque livelli di difficoltà”, hanno mostrato che in Italia “solo il 29 per cento riesce a inoltrarsi nella lettura superando il secondo questionario, e a rispondere bene al terzo, quarto e quinto questionario”. Il 71 per cento non ce la fa, sta al di sotto della soglia “per orientarsi e risolvere situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana”.
Oltre
che ignoranti, imbecilli.
Le
forze dell’ordine arrestano un Di Pasquale, “accusato della morte di una
guardia giurata”. L’uomo è in realtà condannato per l’assassinio della guarda
giurata, che non è morta per caso. Ma di colpevole ormai c’è solo Berlusconi.
“Pioggia,
vento e fulmini in tutto il Lazio”, titoli del 21 gennaio 2014
Roma
non è vivibile. Roma sporca, caotica e insicura. La caduta di una capitale
senza governo.
Un
qualsiasi articolo, un qualsiasi giorno, di Paolo Conti, o di Rizzo &
Stella, sul “Corriere della sera”. Ogni romano produce 660 kg. di rifiuti, 113
più di Napoli. E di Milano? E non saranno più puzzolenti, come si diceva in
guerra in Francia della cacca dei tedeschi?
Un angoscioso 1969
Si
ripubblica doppio (anche su DeriveApprodi) un monumento al nulla. Angoscioso:
com’è potuto accadere (nel glorioso 1969)?
Nanni
Balestrini, Vogliamo tutto, Mondadori, pp, 186 € 12
Ci fu complotto, come no?
Non tutti i gatti sono neri, ma se
uno è nero perché non lo sarebbe. O anche: non c‘è un complotto all’origine del
mondo, ma se ne fanno ogni giorno, anche nelle migliori famiglie, in politica,
e negli affari. Negli affari il complotto è quotidiano.
Parlando d’Italia, si sa che la
situazione è debole. Ma le banche non lo sono. Non lo erano perlomeno negli
anni, dal 2007 al 2010, in cui le banche tedesche lo erano, e quelle
confinanti, in Austria, Belgio Olanda (più l’Irlanda). Che infatti l’Unione
Europea “salvò” con gigantesche iniezioni di capitale, fra i 600 e i 700
miliardi – quanti, forse, saranno ora attribuiti come capitale nominale al
Fondo Ue salva-stati. Bene. Anzi, perfino il debito non appariva così malvagio.
Il 24 gennaio 2011 Mario Draghi, allora governatore della Banca d’Italia, candidato
quasi unico alla presidenza della Banca centrale europea, così deponeva all’inchiesta
impossibile di Trani sul complotto delle società di rating, alle prime
avvisaglie di attacco sul debito: “Il sistema bancario italiano è robusto. Il deficit
di parte corrente è basso. Il risparmio è alto. Il debito complessivo di
famiglie, imprese è Stato è basso rispetto ad altri Paesi”.
Dice: ma l’Italia non ha fatto la “riforma”
del lavoro che ha fatto la Germania. Cioè la controriforma: mandare otto
milioni al lavoro a 400 euro al mese? No, non si tratta di riforme, si tratta
di attacchi deliberati. Naturalmente non è un complotto, sono le forze del mercato.
Banditesche, e i giudici non ci proteggono.
A proposito di cifre, il complotto
sembra a questo punto doppio. Si costituisce, forse, a titolo nominale, il
Fondo europeo salva-stati ora. Dopo aver distrutto alcune economie europee,
Italia inclusa. Forse è stata solo stupidità. Fa differenza?
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Lettera
martedì 18 marzo 2014
Problemi di base - 173
spock
Vogliamo la pace per fare la guerra?
Vogliamo la pace per fare la guerra?
In
Siria, in Ucraina, e adesso dove?
Contro
la Germania?
Non
sarà Frau Merkel l’incarnazione di Sion, che ne dice Dan Brown?
Se
compriamo la tachipirina invece dell’aspirina, è tedesca pure quella?
Bisogna
boicottare gli evasori con supercar tedesca, anche se negozianti di fiducia?
Perché
Napoleone mandò a morire milioni di uomini, oltre alle donne?
spock@antiit.eu
Il poeta partorisce felicità
“La
felicità commette un errore, e quell’errore la cancella; l’infelicità commette
un errore e non è niente, essa partorisce se stessa un nuova volta”. La
labilità malinconica del reale, avvolgente e inafferrabile, Michaux fa
palpitare in questa raccolta di frammenti che l’ha accompagnato per un lungo
percorso di aggiunte e rifacimenti. Quasi un’autobiografia, spensierata,
bislacca, surreale. tutta la vita. Incontra Piuma, forse in E.A.Poe, il
galeotto che si ribella, di cui ha trasposto il nome e alcune vicende in teatro,
“Il sistema del dottor Godron e del professor Plume”. Ma ne fa una penna-piuma,
il libresco onnivoro che si rannuvola.
“No, non ho ancora trovato il segreto delle evasioni”, si dice, anche se “vi è un nonnulla di speranza”. Altro che, il poeta fa il prezioso, o ci prende in giro. È un giocoliere, seppure misurato. È riflessivo e passivo, come ne “Il ritratto di A”, aggiunto alla raccolta, dove si avvolge di parole – “dentro i libri egli cerca la rivelazione”, nebulose addensando di nebulose, come nei processi chimico-fisici.
“No, non ho ancora trovato il segreto delle evasioni”, si dice, anche se “vi è un nonnulla di speranza”. Altro che, il poeta fa il prezioso, o ci prende in giro. È un giocoliere, seppure misurato. È riflessivo e passivo, come ne “Il ritratto di A”, aggiunto alla raccolta, dove si avvolge di parole – “dentro i libri egli cerca la rivelazione”, nebulose addensando di nebulose, come nei processi chimico-fisici.
È la
poesia del pittore. Michaux fa palpitare gli oggetti, anche loro hanno un punto
di vista – come in Savinio, in ideale cordata surrealista. Un gioiellino dei
tanti di Michaux, poeta non pretenzioso. Tradotto
con levigatezza da Fidelio Bonaguro, il francesista che fu uomo di teatro,.
Henri
Michaux, Le disavventure del signor Plume, Stampa Alternativa,
remainders, pp. 78 € 3
lunedì 17 marzo 2014
Il barone si fa cecchino, e dà fuoco all’università
Luciano Canfora
barone? Sì, del latinismo meridionale. In coppia con Gian Bagio Conte della Normale
di Pisa – dove ha contestato dal di dentro Settis, alla carica di preside e
nella sfortunata vicenda del papiro di Artemidoro. I due si spartiscono il (residuo)
mercato del latino, e guai a intralciarli: fanno fare ricorso al Tar e scrivere
articoli di fuoco. La prima polemica, innescata per la Befana con fragore e
sdegno dal “Corriere della sera” su impulso di Canfora, si è rivelata del tutto infondata – ha stancato perfino il blogger
portavoce del duo baronale, il latinista di Perugia Loriano Zurli.
Non sono notizie isolate quelle che fuoriescono sull’abilitazione. Sono tutte denunce dello stesso indirizzo, umanistico, in prevalenza di latinisti. Ma non sono sole.
Non va giù l’Asn, l’abilitazione scientifica nazionale, perché ha rotto molti baronati, e l’offensiva si fa cattiva ai Tar e nei giornali. I giornali per l’indignazione, che sempre ci vuole, i Tar perché sono soldoni, per gli avvocati e i giudici. A nessuno dei fini dichiarati, perché l’Asn esiste e non si può abolire, e le sue valutazioni, per quanto contestabili, non sono in realtà scandalose, in nessuno dei casi denunciati. Ma con un fine non dichiarato: scardinare (ciò che resta del)l’università, l’università pubblica. A partire dall’Asn che mostra di funzionare. Per lasciare tutto come sta, e i professori augusti ricoprire i ruoli.
Non c’è solo il sulfureo Canfora che mette fuoco – lui è sempre stato affascinato dai piromani e dai traditori in genere. Ci sono i giornalisti intelligenti, sempre in palla con tutti i vizi. E, magari a loro insaputa, l’obiettivo supremo: non avere una legge per l’università. Quindi abolire l’ultima, la legge Gelmini. Che è stata votata ma a “furor di popolo” (Stella, Canfora e il professor Zurli) si vuole abolita. Niente ricambio, giusto quanto basta per rigenerare le cordate.
Non sono notizie isolate quelle che fuoriescono sull’abilitazione. Sono tutte denunce dello stesso indirizzo, umanistico, in prevalenza di latinisti. Ma non sono sole.
Non va giù l’Asn, l’abilitazione scientifica nazionale, perché ha rotto molti baronati, e l’offensiva si fa cattiva ai Tar e nei giornali. I giornali per l’indignazione, che sempre ci vuole, i Tar perché sono soldoni, per gli avvocati e i giudici. A nessuno dei fini dichiarati, perché l’Asn esiste e non si può abolire, e le sue valutazioni, per quanto contestabili, non sono in realtà scandalose, in nessuno dei casi denunciati. Ma con un fine non dichiarato: scardinare (ciò che resta del)l’università, l’università pubblica. A partire dall’Asn che mostra di funzionare. Per lasciare tutto come sta, e i professori augusti ricoprire i ruoli.
Non c’è solo il sulfureo Canfora che mette fuoco – lui è sempre stato affascinato dai piromani e dai traditori in genere. Ci sono i giornalisti intelligenti, sempre in palla con tutti i vizi. E, magari a loro insaputa, l’obiettivo supremo: non avere una legge per l’università. Quindi abolire l’ultima, la legge Gelmini. Che è stata votata ma a “furor di popolo” (Stella, Canfora e il professor Zurli) si vuole abolita. Niente ricambio, giusto quanto basta per rigenerare le cordate.
Giù le mani dalla militante
Spara alla cieca
anche Pierluigi Battista, e allora è bene mettere online tutto il parere imputato della bocciatura di Simonetta Bartolini a Letteratura Italiana Contemporanea, non la sola parola “militante” che si fa girare
ingiuriosamente. Battista accusa oggi di maccartismo “un commissario
(politico?), Mario Sechi, la cui fama scientifica ha raggiunto gli angoli più
remoti del mondo”, lo accusa sul “Corriere della sera”: “Il maccarthismo alla
rovescia colpisce una studiosa di destra”. È un po’ difficile accusare Sechi,
professore a Bari, di sinistrismo. Senza contare che tutt’e sei i commissari
hanno detto di no all’abilitazione della direttrice del giornale online
totalità.it. Pur apprezzandone, curiosamente, l’anticonformismo. Ma ecco il
parere che indigna, di Sechi Mario:“Ricercatrice
Roma Università Pio V dal 2003. La candidata, che anche prima dell’inquadramento
nel ruolo dei ricercatori ha tenuto per affidamento didattico cinque discipline
dell’area dell’italianistica e affini, e che vanta una grande visibilità in
eventi culturali di vario genere e spessore, svolge una impegnativa attività
giornalistica a tutto campo sul web sulla carta stampata e in TV. Come
studiosa, presenta un profilo marcatamente militante, orientato sulle tesi del
revisionismo storiografico (sul fascismo e sulla Resistenza come guerra civile,
e sulla stessa esperienza della RSI), e impegnato in un tentativo di rivalutazione
di autori rivendicati dalla destra politica come fondativi di una tradizione
alternativa a quella “vincente” ed egemonicamente canonizzata: da Soffici e
Barna Occhini (di cui ha pubblicato il carteggio nel 2002), a Papini e a
Guareschi (che viene messo a confronto con Primo Levi in un saggio del 2008), a
Comisso nella sua formazione dannunziana, a un Pasolini proiettato sin dai suoi
esordi in una prospettiva ultra-mistica e ultra-tradizionalista. Gli interessi
per la mistica sono peraltro attestati da un interessante saggio su Cristina
Campo pubblicato nel 2012.
“Di maggiore impegno l’unica monografia presentata, Ardengo Soffici il romanzo di una vita, del 2002, che tuttavia evidenzia un uso alquanto selettivo delle fonti storiche e della vasta bibliografia sulla cultura del fascismo. Nel complesso non si possono non rilevare una sostanziale episodicità degli spunti di ricerca, e una scelta limitata e limitativa di oggetti e temi. Per le suddette ragioni non ritengo possibile proporre che le sia attribuita l’abilitazione richiesta”.
Alberto Cadioli dice: “Per la disomogenea (per tipologia e risultati) produzione e per l’assenza di quei criteri di ricerca e di approfondimento indicati come parametri per il conferimento dell’abilitazione a professore associato, non si ritiene di proporre il conferimento dell’abilitazione per professore di seconda fascia alla candidata”. E così via, Piero Pieri, Nicola Merola, e gli altri. Ma non si tratta di dare addosso a Simonetta Bartolini. Semmai di complimentarla come regina del giornalismo online, in cui basta una parola per dire tutto, anche ai giornali che paghiamo, “Libero”, “Il Giornale” e il “Corriere della sera”. Il giudizio su Simonetta Bartolini studiosa era leggibile con due clic su abilitazione.miur. Ma basta la parola, “militante”, e l’articolo è fatto. Indignato, come si deve.
“Di maggiore impegno l’unica monografia presentata, Ardengo Soffici il romanzo di una vita, del 2002, che tuttavia evidenzia un uso alquanto selettivo delle fonti storiche e della vasta bibliografia sulla cultura del fascismo. Nel complesso non si possono non rilevare una sostanziale episodicità degli spunti di ricerca, e una scelta limitata e limitativa di oggetti e temi. Per le suddette ragioni non ritengo possibile proporre che le sia attribuita l’abilitazione richiesta”.
Alberto Cadioli dice: “Per la disomogenea (per tipologia e risultati) produzione e per l’assenza di quei criteri di ricerca e di approfondimento indicati come parametri per il conferimento dell’abilitazione a professore associato, non si ritiene di proporre il conferimento dell’abilitazione per professore di seconda fascia alla candidata”. E così via, Piero Pieri, Nicola Merola, e gli altri. Ma non si tratta di dare addosso a Simonetta Bartolini. Semmai di complimentarla come regina del giornalismo online, in cui basta una parola per dire tutto, anche ai giornali che paghiamo, “Libero”, “Il Giornale” e il “Corriere della sera”. Il giudizio su Simonetta Bartolini studiosa era leggibile con due clic su abilitazione.miur. Ma basta la parola, “militante”, e l’articolo è fatto. Indignato, come si deve.
Il mondo com'è (166)
astolfo
Il passaggio
dallo Stato sociale, proprietario, imprenditore, allo Stato debole ha visto un
disimpegno totale dello Stato dalla produzione (in Gran Bretagna, Italia,
Germania, con poche eccezioni in Francia), e molto ampio dalla sanità (Gran
Bretagna, Germania, Olanda, Francia, Italia) e previdenziale (Gran Bretagna,
Germania, Italia), mentre il debito si è ovunque moltiplicato. È due volte e
mezzo quello del 2003, secondo l’“orologio” dell’“Economist” che aggiorna il
dato in tempo reale, essendo passato da 21 mila a 53 mila miliardi.
Alcuni paesi l’hanno raddoppiato: la Germania da 1.430 a 2.800 miliardi, pur
avendo dimezzato i servizi sanitari e
ridotto i trattamenti pensionistici, il Giappone da 6.540 a 12.400 miliardi. La
Francia l’ha più che raddoppiato, da 1.015 a 2.400 miliardi. Gli Usa più che
triplicato, da 3.600 a 13.300. La Gran Bretagna quasi quadruplicato, malgrado
abbia smantellato, letteralmente anch’essa, lo Stato sociale, da 680 a 2.500
miliardi. Il debito italiano è quello che è aumentato meno nel decennio, da
1.500 a 2.400 miliardi di dollari – ma a fronte di un’economia in recessione
per ben cinque anni su dieci, non è un esercizio di virtù.
È un debito per
il debito. Cioè per gli investitori, che trovano comodi (sicuri, redditizi), i
titoli di debito pubblico. Per il mercato.
Concilio –
Il Vaticano II, “il Concilio,”, fu una sorta di guerriglia, condotta dagli
ecumenisti, contro l’opinione e le tesi prevalenti. Così o spiega Yves Congar,
il cardinale teologo francese che ne redasse molti testi, nel suo
dettagliatissimo “Diario del concilio”, che volle pubblicato “dopo il 2000” - nel quale fa anche un elenco dettagliato dei
testi alla cui stesura contribuì come consultore (il “Diario” è stato
pubblicato in Francia nel 2002 e in Italia nel 2005). Numerosi gli
apprezzamenti sprezzanti per le gerarchie vaticane e per la chiesa
maggioritaria. Per la “finalità ultima (téléfinalité) del Concilio era l’ecumenismo, e quelli che
pensavano che il Concilio dovesse invece enunciare la dottrina della Chiesa
erano una “cricca oscurantista”. Nella cricca in un punto Congar annovera mons.
Fenton, il cardinal Ottaviani ed “il Laterano” – per “Laterano” intendendo mons.
Antonio Piolanti, allora rettore della Pontificia Università Lateranense, e p.
Carlo Balic, che vi insegnò dal 1961.
Il fatto non è nuovo, e “incontra” molto anche presso i buoni francesi fedeli del papa, come oltremontanismo (il governo nazionale dei vescovi) e come localismo, simbiosi dei praticanti con i loro preti e vescovi. Tra essi Racine, “Breve storia di Port-Royal, p. 76: “Secondo la dottrina francese, il papa è infallibile soltanto quando si trova a capo di un Concilio”. La chiesa romana era già decentrata prima del Concilio.
Il fatto non è nuovo, e “incontra” molto anche presso i buoni francesi fedeli del papa, come oltremontanismo (il governo nazionale dei vescovi) e come localismo, simbiosi dei praticanti con i loro preti e vescovi. Tra essi Racine, “Breve storia di Port-Royal, p. 76: “Secondo la dottrina francese, il papa è infallibile soltanto quando si trova a capo di un Concilio”. La chiesa romana era già decentrata prima del Concilio.
Eurasia 2 – È lo Hearthland di Halford John Mackinder (1861-1947),diplomatico, geografo, esploratore, alpinista
inglese. Gli studi e il concetto furono elaborati da Mackinder per spiegare
l’espansione territoriale russa, verso la Georgia e l’Iran, e fino al Pacifico
con la Transiberiana. E degli Stati continentali in genere, come la Germania.
Ma il suo “cuore della terra”, che avrebbe dato il dominio del mondo, appare
per molti aspetti una tarda derivazione del Raj (regno in hindi), l’impero
britannico o vittoriano, è l’insieme continentale che unisce l’Europa e l’Asia.
Se ne celebrano i 110 anni: il concetto fu presentato il 25 gennaio 1904 alla
Royal Geographical Society di Londra, nella conferenza che intitolò “The
Geographical Pivot of History”, e quindi spiegato su “The Geographical Journal”
(“Il perno geografico della storia” è stato tradotto da Fulvio Borrino e
Massimo Roncati nel n.1 della rivista “I castelli di Yale. Quaderni di
filosofia”, 1996).
Mackinder, uno dei fondatori nel 1995 della London School
of Economics, è più noto quale teorico
della moderna geografia, metodi e scopi. Il concetto di Eurasia legava
invece all’imperialismo: alla guerra e alla conquista dei territori. L’Eurasia
era lo zoccolo più solido per compattezza territoriale, popolazione,
stratificazioni storiche e culturali.
Iran
–
Ha cercato in Russia, e da qualche anno in Cina, nell’Eurasia, l’alternativa
alla proiezione mediterranea che fu l’altra costante del paese, dal tempo di
Dario e Maratona. O di Serse e Ester - un legame che l’ebraismo religioso
festeggia a metà marzo, come ogni anno, nel Purim, il giocoso “carnevale”. Questa
proiezione è preclusa ora dall’inimicizia recente con Israele. Mentre la
proiezione eurasiatica è favorita, anche vantaggiosamente, dalle sanzioni che a
vario titolo da ormai 35 anni gli Usa periodicamente impongono all’Occidete.
Le due civiltà più antiche della
regione, la persiana e l’ebraica, sono fatte per intendersi, e tuttora si riconoscono,
specie di fronte alla più recenziore e invadente civiltà araba. Ma si
combattono. Anche con animosità: certe branche del khomeinismo, fino all’ex
presidente Ahmadinejad, sono antisemite. Antiebraiche forse per non poter
essere antiarabe, non pubblicamente.
Liberalizzazione
–
È “statalizzazione senza Stato”. Ossia
finanziamento pubblico a piè di lista e senza corrispettivo della finanza
privata.
Ha moltiplicato l’indebitamento
degli Stati. Ovunque, nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher e gli Usa di
Reagan, e poi in Francia, in Germania, in Italia, a mano a mano che è stata
adottata. Mentre riduceva fortemente il corrispettivo della spesa pubblica, in
servizi sociali.
Il passaggio
dallo Stato sociale, proprietario, imprenditore, allo Stato debole ha visto un
disimpegno totale dello Stato dalla produzione (in Gran Bretagna, Italia,
Germania, con poche eccezioni in Francia), e molto ampio dalla sanità (Gran
Bretagna, Germania, Olanda, Francia, Italia) e previdenziale (Gran Bretagna,
Germania, Italia), mentre il debito si è ovunque moltiplicato. È due volte e
mezzo quello del 2003, secondo l’“orologio” dell’“Economist” che aggiorna il
dato in tempo reale, essendo passato da 21 mila a 53 mila miliardi.
Alcuni paesi l’hanno raddoppiato: la Germania da 1.430 a 2.800 miliardi, pur
avendo dimezzato i servizi sanitari e
ridotto i trattamenti pensionistici, il Giappone da 6.540 a 12.400 miliardi. La
Francia l’ha più che raddoppiato, da 1.015 a 2.400 miliardi. Gli Usa più che
triplicato, da 3.600 a 13.300. La Gran Bretagna quasi quadruplicato, malgrado
abbia smantellato, letteralmente anch’essa, lo Stato sociale, da 680 a 2.500
miliardi. Il debito italiano è quello che è aumentato meno nel decennio, da
1.500 a 2.400 miliardi di dollari – ma a fronte di un’economia in recessione
per ben cinque anni su dieci, non è un esercizio di virtù.
È un debito per
il debito. Cioè per gli investitori, che trovano comodi (sicuri, redditizi), i
titoli di debito pubblico. Per il mercato.
Forse il beneficio della liberalizzazione
c’è sulle tariffe e le materia prime. Ma non è certo: le materie prime hanno
raddoppiato, triplicato a volte, di valore in più fasi del ciclo. Il petrolio a
100 dollari, con l’economia mondiale in recessione, non sta scritto in nessuna
legge del mercato, della domanda e dell’offerta.
Ostpolitik – La politica
di apertura e avvicinamento all’Est Europa e il blocco sovietico, divenuta
centrale in Europa per iniziativa di Willy Brandt quando fu cancelliere, tra il
21 ottobre 1969 e il 6 maggio 1974 (costretto alle dimissioni da uno scandalo
spionistico armato da Mosca…), fu ripresa come appeasement (resa) dal Vaticano
di Paolo VI e, in una prima fase, di Giovanni Paolo II, nella persona di mons.
Casaroli, che il papa polacco vorrà nel 1979 segretario di Stato.
Brandt, il cancelliere della
Ostpolitik, culminata nel 1970 nella sua vista a Varsavia e la richiesta di
perdono in ginocchio, e per questo Nobel per la pace nel 1971, fu costretto
alle dimissioni nel 1974 da uno scandalo spionistico armato da Mosca (aveva
assoldato il suo segretario particolare Guillaume, e lo “bruciò”).
Della Ostpolitik di Casaroli è
significativa la vicenda del cardinale Mindszenty, già carcerato nell’Ungheria
occupata dai tedeschi, mandato all’ergastolo dal regime comunista, liberato nei
moti ungheresi del 1956, ostaggio nell’ambasciata Usa in Ungheria, libero
infine di trasferirsi in Vaticano nel 1971. La liberazione nel 1971 avvenne su
iniziativa di Nixon e Kissinger, con uno scopo preciso: Mindszenty si oppose
alla trattativa di Casaroli con i governi comunisti, che se accettavano una
ripresa delle attività religiose si riservavano la scelta dei vescovi e anche
dei parroci. A novembre del 1973 Paolo VI chiese a Mindszenty le dimissioni dalla carica
vescovile in Ungheria. Il cardinale rifiutò e Paolo VI, dopo un paio di
settimane, il 18 novembre gli tolse l’incarico. Mindszenty lasciò il Vaticano
per Vienna, dove morì.
Parlamentarismo
–
Gioverebbe rileggere Robert-Roberto Michels, il sociologo politico tedesco poi
naturalizzato italiano, socialista senza cattedra (i socialisti non potevano
insegnare all’università tedesca nel fino alla grande guerra), poi liberale in
Italia intimo di Einaudi. Per la crisi del parlamentarismo in Italia e non
solo. Sintetizzando le sue conclusioni (con l’ottima sintesi di Wikipedia),
insieme a qualche esito contestabile molto aveva visto di vero – “io di
rivoluzioni ne ho viste tante, di democrazie mai”.
Il
parlamentarismo è una falsa leggenda: non siamo noi che votiamo i rappresentanti
ma i rappresentanti che si fanno scegliere da noi – sulla stessa frequenza i
movimenti e i teorici contemporanei oltralpe che dicono ininfluente il voto (i
“cittadini come consumatori” del noto saggio che Wolfgang Streeck, sociologo
militante, ha pubblicato sulla “New Left Review”, o il bestesellerista Van
Reyboeck che perora eloquente la causa del sorteggio, più “democratico” del
voto….). Lo Stato non importa alla maggior parte delle persone, soprattutto per
ciò che attiene le vicende prettamente istituzionali: non si può sperare che la
partecipazione parta dal basso. Il principio della democrazia è ideale e legale
(perché comunque si va a votare) ma non è reale in quanto, in realtà, la base
non può scegliere nulla. Votando non diventiamo compartecipi del potere: “La
scienza ha il dovere di strappare questa benda dagli occhi delle masse”. “La
formazione di regimi oligarchici nel seno dei sistemi democratici moderni è
organica”. L’opposizione parlamentare ha lo scopo, in teoria, di sostituire il
gruppo dirigente avversario, ma in pratica ambisce ad amalgamarsi. I movimenti
popolari sono sempre traditi, chi li guida ha l’ambizione di entrare a far
parte della classe politica (“parte incendiario e arriva pompiere”). Nel partito
politico operano le stesse dinamiche che nello stato: entrambi sono oligarchie
che si irrobustiscono per perpetuazione – cooptazione, designazione,
acquisizione.
E il carisma, di cui oggi si fa spreco. In parziale dissenso da
Max Weber, che lo aveva teorizzato, dopo un’amichevole discussione Michels
opina che il leader debba costruirselo nel rapporto diretto col popolo, e non
in Parlamento, costituendo o controllando cordate.
astolfo@antiit.eu
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