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lunedì 12 maggio 2014

La guerra umanitaria che non si fa in Libia

Organizzazioni criminali che ogni anno fanno migliaia di morti. Bande di aguzzini, a spese e a danno degli africani poveri, soli. Schiavisti. In azione ormai da anni, e sempre impuniti. Le vera guerra umanitaria in Libia, la più ovvia, nell’interesse degli africani e dell’Europa tutta, sarebbe a queste bande. Ai trafficanti di carne umana.
Basterebbe anche poco. Meno, molto meno, dei bombardamenti e gli assassinii di massa della guerra contro Gheddafi. Ma questa ipotesi non solo i governi, incapaci come tutto in Europa, nemmeno gli umanitaristi di professione osano anche lontanamente evocarla.
La buona volontà è a comando? È conformista, o di sacrestia, si contenta di piangere. C’è un business dell’emigrazione? Purtroppo sì, molti Stati , i più umanitari in testa, vogliono braccia a buon mercato. Nonché la guerra, non si fa del resto nulla per arginare il commercio degli schiavi. L’unico problema di cui si discute è quanti euro l’Ue deve alla Marina Italiana a salma recuperata e tumulata, o a emigrante sbarcato incolume. 

Quel referendum non s’ha da celebrare

Non si celebrano i quarant’anni del referendum contro il divorzio – a parte Battista, l’ultimo “giapponese”. Di un evento cioè che segnò un record storico di partecipazione, nove aventi diritto su dieci. Che diede una maggioranza decisa a favore del divorzio, 6 a 4. E più a opera delle donne del Sud. Che sanzionò e accelerò la modernizzazione del diritto di famiglia, e la parità nei diritti civili.
Un non evento, quindi, importante. Per almeno due motivi: 1) Segna l’obliterazione della cultura socialista e laica in Italia. Il divorzio fu voluto dal socialista Fortuna, e reca il nome di Fortuna con quello del liberale Baslini. Al referendum, voluto dalla Dc, il divorzio fu difeso da Pannella. 2) Conferma il conformismo della “cultura” ex comunista, sotto l’ombrello confessionale. Nei media, dalla Rai ai quotidiani locali, tutti assoggettati all’ex Dc e alle banche, ora confessionali. E nell’accademia, tutta di rito democrat.
Il referendum fu infatti vinto contro l’astensionismo di Berlinguer, e di questo non si può parlare. Il capo del Pci non fece campagna per il divorzio, volutamente, contro ogni sollecitazione in senso opposto. Il non evento conferma la pochezza della storiografia politica contemporaneista, saldamente presidiata dal compromesso.

Stupidario sanitario

Scala di nocività dei rumori, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in decibel:
Razzo al decollo, 180-190
Mitra da mille colpi al minuto, 170
Un fiume in piena, 150
Il tuono, un’aspiratrice di foglie, 120 – soglia del dolore


Il latrato di un pastore tedesco, 113
Il passaggio di un treno dell’Alta Velocità, 110
Il latrato di un cagnolino, 107
Il cortile della ricreazione, 95
Un uomo che russa, un tappeto che si spolvera, 70
Dei passi sulla ghiaia, una conversazione amichevole, 60 – soglia del rumore molesto


Una fontana 40
La pace nel deserto, 20
Un sospiro, 100 – soglia delle percezione umana

Secondi pensieri - 175

zeulig

Conoscenza – La società della conoscenza non ha rispetto per il sapere. Non ha rispetto umano, per l’esperienza se non per l’intelligenza – si vuole sempre più giovanilista, cioè sradicata a getto continuo.  Ma, di più, si vuole tabularasista: inventrice del tutto, reinventrice, divina, e intollerante.
Inclassificabile, incontestabile, suprematista. Magari sotto i peso del big data. Si ritorna da questa apertissima società affranti, come dalla peggiore prigione, invadente, nociva.
Ha dalla sua l’iperbole democratica. Non democratica ma imbattibile. O in alternativa anarchica. Anche se è conformista – conformista alla società della comunicazione. È trendy, ecco, e questo basta. È il gregge che va al macello, o al burrone, e qualche volta al pascolo, ma sempre a testa in giù.

Dio –  È il verbo (“in principio era il verbo”). Altrimenti non è: senza il verbo non c’è niente. Non c’è la morte là dove, per ipotesi, ci sia una presenza, anche attiva, senza la parola. E quindi non c’è la vita – Dio.

È semplice, è umano – anche “troppo”. È una proiezione umana in forma di disincarnazione, da cui la difficoltà e l’emozione dell’Incarnazione. Non lo trova chi lo cerca nei riti, le tradizioni, le chiese,  dove i testi sacri di riferimento piuttosto che il verbo esprimono l’ordine.

Femminismo – Non un’idea della società ma una generazione? Luisa Muraro, che ne è una delle anime, lo considera finito con la sua generazione. Per causa di egoismo. A Gnoli che oggi, su “Repubblica”, gliene chiede conto, non si sottrae: “Noi femministe abbiamo fatto un’esperienza di felicità, tenendola troppo stretta nelle nostre mani. Non l’abbiamo passata alle nuove generazioni di donne”. E anche: “Le trentenni – che dicono: noi non abbiamo ereditato nulla, siamo precarie – ci gettano in faccia la loro rabbia. Ma poi è anche vero che non sono riuscite a ereditare niente”. Perché l’eredità non c’era?

Una maggioranza che si considera minoranza e si vuole protetta è più disarmata o incapace (insicura, non interessata, opportunista)?

Possesso – È dispendioso.

Povertà – Per Hobbes può essere invece buona – “De Homine”, XI: “La povertà senza indigenza è un bene in quanto sottrae il suo possessore all’invidia, alla denuncia, alle insidie”. Il filosofo realista per eccellenza è paradossale.
Ma è vero che il possesso guarnisce ma non difende, non di per sé – pur essendo dispendioso.

Silenzio – L’epoca si può dire del rumore, che si appella al silenzio, l’epoca del single, anche quando è in coppia e in compagnia, e isolato. Quando si cammina, si guida, si va in treno o in tram, e ora anche in aereo, si fa jogging e palestra, si fa trekking, si prende il sole, si lavora, si mangia, e probabilmente a casa, coi familiari, a tavola o nel tinello, compulsando lo smartphone o in ascolto all’mp3. Dell’isolamento attraverso il rumore.

Sinistra – Jean-Claude Michéa “Les Mystères de la gauche”, p. 36-37) la dice “la rappresentazione  fantasmatica (che la filosofia comntemporanea, da Sartre a Luc Fery, ha spesso contribuito a legittimare) di un soggetto supposto non accedere alla libertà autentica (quella insomma che simbolizza il self-made man, che, per definizione, non deve nulla a nessuno) che a partire dal moment o  in cui - essendosi definitivamente divelto da tutte le sue «radici» e da tutte le sue determinazioni originarie – può cominciare a costruirsi «liberamente»”. Presuppone lo sradicamento.
Il primo Engels invece, 1845, sapeva che “il mondo intero riposa sul passato, e anche l’individuo”. Contro l’ “atomizzazione del mondo”, la “guerra di tutti contro tutti”e la “disgregazione dell’umanità in monadi”. In attesa necessariamente di un federatore.

Suicidio – I più nel repertorio di Burton li porta al suicidio il mal di pancia o malinconia, la vecchia bile nera, “the doom of all physicians”, l’incubo dei dottori, da Ippocrate e Galeno a rabbi Moses, Avicenna, Ezio, Rhasis, Gordonio, Valesco, Altomare, Salviano, Capivaccio, Mercato, Erode di Sassonia, Pisone, Bruel, Fucsio, Fracastoro: il freddo all’anima è la peste, dirà il medico matematico Cardano, “quasi carneficina homi-num, angor animi”. Malaparte lo vide in Lapponia tra i tedeschi: gli Alpenjäger tirolesi e bavaresi, di guardia contro russi e norvegesi, si lasciavano morire dopo rapido invecchiamento.
Masaryk, il padre della Cecoslovacchia ora disciolta, si laureò a Vienna nel 1881 ponderatamente a trentun’anni in filosofia della storia con la tesi Il suicidio come fenomeno di massa nella società moderna, laicizzata. I dotti di Burton sono certi che la malattia dell’anima è la più dannosa: “Non sarò mai uno schiavo”, dice il ragazzo Lacone buttandosi al fiume. Poi ci sono i suicidi collettivi, in genere delle sette. E Mishima, suicidio spettacolo, di cui però l’essenziale non si dice: l’amante gli ha poi tagliato la testa? Pare che il rituale lo preveda.

Locke ne tratta in termini di possesso: al peggior nemico si toglie la vita ma non i beni, mentre al suicida si levavano all’epoca i beni, e questo disturba il filosofo. Disturba pure Leopardi, che imberbe elogiò da classicista a Sinner la morte procurata, “solo partito ragionevole e virile”: nel caso Smith, i coniugi Richard e Bridget suicidi per debiti, rilevò che il cane avrebbe avuto le cure degli amici, i figli niente – dovevano ereditare i debiti?
Leopardi ha il vizio, nota Croce, di “confutare con raziocini sul nonvalore della vita la lietezza di chi si sente attualmente lieto”. Né era più tempo di english disease: il morbo “mutò radicalmente dacché gli inglesi adottarono le blue pills, meglio ancora la gita a Parigi, e invece delle notti di Young leggono i romanzi di Walter Scott”, spiega l’esule Pecchio. Anche la “Vita di Napoleone”, volendo, che Scott redasse in 14 tomi. I “Night Thoughts” di Andrew Young sono diecimila versi di disgrazie, non estranee al Werther di Goethe.
Pure Beccaria lega il suicidio al patrimonio, ma a quello di chi emigra: “Colui che si uccide fa minor male alla società di colui che n’esce per sempre dai confini; quegli vi lascia tutta la sua sostanza, questi trasporta se stesso con parte del suo avere”.

Utilitarismo – Una filosofia del marketing. Di soluzioni buone a tutto nel nome dell’individuo.

zeulig@antiit.eu

Il nomadismo approda al postumano

L’umanesimo è morto, dissestato dal femminismo e il terzomondismo? Mah! Rosi Braidotti, “cosmo­po­lita per scelta”, si pro­pone di get­tare le basi di un pen­siero mate­ria­lis­ta fem­mi­ni­sta. L’umanesimo considerando “un dispo­si­tivo teso a pro­durre sog­get­ti­vità «alli­neate» con il potere costi­tuito”. Al seguito di Foucault e Delueze, ma anche dell’illuminismo, e naturalmente di Marx, con la Scuola di Francoforte, checché questa sia: “Emerge una suc­ces­sione di testi e filo­sofi che può creare smar­ri­mento”. Di suo già da tempo posizionata peraltro su questa linea, col concetto di “sog­getto nomade”, dalle appar­te­nenze mul­ti­ple, che gli consentono di posizionarsi “criticamente” rispetto al reale, e sem­pre in dive­nire – che era la posizione, insomma, del vecchio filosofo.
Più che una soluzione, però, qui la filosofa pone il problema. Più problemi. Per postumano intendendo le trasformazioni fisiche, materiali, che la scienza viene introducendo da ultimo nel corpo, nella qualità e la durata della vita. Uno sviluppo non nuovo per lei, che ha già esplorato le nozioni di cyborg, e il territorio infido delle biotecnologie. La sua proposta è del genere “sia.. sia”: sia innovare sia proteggere, non escludere il nuovo ma fare attenzione.
Più che una critica una ricognizione delle novità. Per una scoperta, una serie di scoperte a ripetizione, che aprono nuove frontiere, la farmacologia e la manipolazione del dna ne aprono in serie. Nelle poche settimane di produzione editoriale di questo “Postumano”, le basi dell’elica del dna sono passate da tre a quattro e a sei, rendendolo infinitamente manipolabile, “quasi la vita artificiale”.­ Rosi Braidotti potrebbe dire: l’avevo previsto. Ma no, è un’epoca di scoperta – di annunci di scoperte, tutti mirabolanti. Il volume è un tentativo di assestamento di questa epoca, delle tante ipotesi di “postumano”. In un quadro, si può dire, molto democrat, come ai vecchi dibattiti alle vecchie cellule del vecchio Pci – “premesso che, eccetera”. Non rassicurante però, e anzi deprimente rima che barboso. Premesso che le novità non sono da buttare via, occorre elaborare un’etica del postumano, certo. “Un’etica pubblica”, certo, non c’è un’etica privata – anche se Braidotti sembra pensarlo, il postumano proponendo nel quadro sempre della “autodeterminazione del proprio corpo”, ma si sa che questo è un modo di dire, un’occupazione del territorio (del femminismo), per non stare sempre alla vecchia libertà. Ogm, protesi, trapianti, biocreatività, tecnologie riproduttive, siamo in un altro mondo? Non più umano, seppure correlato all’uomo? Sì e no: è ancora un’umanità,  ma non naturale e anzi artificiale. Ma a opera di chi? A opera del capitalismo. Che, si sa, è inumano. Ed è vero, come no, ma poi non lo è. Più precisamente, siamo alla “colonizzazione della vita da parte dei mercati e della logica del profitto”. Un nuovo vecchio, cioè, anche molto vecchio.
Questo umanesimo postumano si confina agli studi di genere, a quelli postcoloniali, e a quelli ambientali. Più che in linea con Foucault e Deleuze, Braidotti sembra una Judith Butler italiana – o è viceversa: in cattedra a Utrecht già da un quarto di secolo, Rosi è antesignana degli studi di genere nell’accademia europea. Nello stesso tempo, per usare un’altra formula in linea, questo postumanesimo è esagerato – l’occidentale, l’europeo mantiene sempre la propensione a presumere di sé.
L’argomento però è serio, e il diffuso repertorio di Rosi Braidotti è utile, ancorché confuso. La depressione – la crisi dell’Occidente - è reale: tanto uno fa la vittima che alla fine lo diventa? È comunque la novità, sebbene anticipata da Heidegger, e si spiega che ingombri l’antropologia e ora la filosofia. Cosa non va? La semplificazione del reale è una brutta tentazione, Foucault e Deleuze avrebbero obiettato. Tanto più quando si vuole eversiva. Il postumano filosofico sembra piuttosto un ufo, molto “reale” in Dan Brown, come il suo “Inferno” di Dante o il suo “Codice da Vinci”, ma niente di più. Un’atra dimensione, se si vuole, una quinta nuova all’immaginazione – forse anche un desiderio, la rivoluzione non muore mai, morta una se ne fa un’altra, ma non più di tanto.
Rosi Braidotti, Il Postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte,   DeriveApprodi, pp. 220 € 17

domenica 11 maggio 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (206)

Giuseppe Leuzzi

Tutto ‘ndrangheta
Sparano a Monaco alla più ricca del reame e, per non saper che dire, si dice sia stata la ‘ndrangheta. Che dunque non ha più buona mira? Matacena è latitante e, tra tutti, s’indaga il potente politico di Imperia-Ventimiglia, ormai enclave di calabresi, dunque di ‘ndranghetisti. Anche per l’Expo di Milano, prima della lite in Procura, non s’indagavano che le imprese edili dei calabresi, per i subappalti dei subappalti, che tutte avevano in qualche modo almeno un manovale bisnipote o triscugino di un condannato per mafia, associazione, concorso esterno in associazione. A opera del pezzo meglio di quella Procura, la giudice Boccassini.
Uno finiva per montarsi la testa, anche se subodorava un po’ di razzismo e molto menefreghismo. Dei napoletani in specie: i napoletani sono razzisti, specie se stanno a Milano, e ancora di più se giudici. Un po’ anche, certo non volendo, a copertura della grande corruzione, come tutti sanno, e sapevano – i napoletani vogliono bene a Milano.
Anche a Torino, non sembra ci siano altri malviventi, solo ‘ndranghetisti. Manca Roma, la quarta area (prima per numero: Roma è la città calabrese di gran lunga più grande), per completare la mappa dello strapotere della ‘ndrangheta, ma Pignatone ci sta pensando.
Dire tutto ‘ndrangheta è difficile, duro da pronunciare, ma il concetto è facile: tutti colpevoli nessun colpevole. Soprattutto non i colpevoli.

Federico Cafiero De Raho, il Procuratore in carica a Reggio da un anno e mezzo, non è che non abbia altro da fare. Cioè ce l’avrebbe, di questo nessuno dubita. Ma è stato molto assorbito dal compito, avendo azzerato il consiglio comunale, di impedire che se ne elegga uno nuovo.  Ora ha trovato un po’ di respiro per colpire Scajola, e questo fa ben sperare. Anche se solo della latitanza di Matacena Cafiero De Raho ha contezza, di altri no.
Lui però, come buono napoletano, forse non ha molta voglia di stare a Reggio, a differenza di Boccassini a Milano

Non siamo buoni neppure come camerieri
“Benvenuti al Sud”, spiega Alfonso Ruffo sul “Sole 24 Ore” l’altra domenica, è ora solo un auspicio. “Su 380 milioni di presenze turistiche solo il 20% (76 milioni) sceglie le località meridionali”. Peggio va con gli stranieri: va al Sud “uno striminzito 13%”, venti milioni di presenze straniere su 160.
Benché, si può aggiungere, sia stato proprio il Sud, fino a un secolo fa, l’attrazione maggiore del turismo straniero in Italia. Per la natura e la cultura, e per l’accoglienza: alberghi, ristorazione, amabilità, servizievolezza. Non siamo più nemmeno buoni camerieri.
Ci sono regioni che da sole fatturano più spesa turistica straniera di tutto il Sud messo assieme: 5,3 miliardi il Lazio e altrettanti la Lombardia, 5 il Veneto, contro i 4 spesi in tutto il Meridione.
La Sicilia per venti anni, dopo gli assassinii di Lima e Dalla Chiesa, fu un paradiso per il turista: non ci andava nessuno. Passare le giornate in solitario a Segesta, Solunto, Piazza  Armerina, la Valle dei Templi, anche allo Zingaro e a San Vito Lo Capo, o lungo l'Anapo e a Pantalica, è un privilegio inestimabile.

È Nord contro Sud perfino sugli immigrati
Arrivano con gli immigrati senza documenti, anzi istruiti a non farsi identificare, la tubercolosi, la scabbia, l’aids. Ma non si può dire: è razzismo. E siccome arrivano al Sud, in Sicilia e in Calabria, i meridionali sono razzisti.
Poi alcuni immigrati bivaccano alla Stazione Centrale di Milano, e allora è scandalo. Telegiornali, prime pagine, interrogazioni parlamentari. E non erano nemmeno molti, alcune decine. Ma bisogna nascondere gli immigrati a Milano, solo a Lampedusa stanno al loro posto. Anche a Crotone.
C’è gagliofferia Nord-Sud pure sugli immigrati. E il giornale di Milano si distingue. Che dice di ispirarsi al vescovo cardinale Martini. Col quale però, evidentemente, è morta anche la virtù della prudenza.
Se non che, come in tutte le cose, c’è anche qui un Nord più a Nord. E il giornale del cardinale manda una giornalista, Alessandra Coppola (@terrastraniera), a raccogliere la “testimonianza” di un ministro svedese: “Stoccolma riceve 1.500 richieste (di asilo) al mese, «tante quante l’Italia in un anno», ha marcato critico al Corriere il ministro dell’Immigrazione Tobias Billström”. Che non è vero. Mentre è vero che la Marina italiana salva ogni giorno 1.500 persone al largo di Lampedusa. Dov’è che non sanno contare, a Milano o a Stoccolma?

Autobio
Montanelli fa dire a Prezzolini: “Non puoi capire con quanta gioia, fin da ragazzo, varcavo il confine”. È vero, la gioia può essere grande, un modo di essere. Perché, cos’è il confine? Una lingua diversa, un modo di fare diverso, all’epoca il passaporto, il cambio, la lingua, una serie di disagi. Ma l’eccitazione e la gioia sovrastano la fatica.
Viaggiare non ha nessuna necessità, ma questa gioia ci può essere, c’è, è un fatto. Allo stesso modo, però, può operare il ritorno. Non mesto, e anzi in qualche modo entusiasmante anch’esso. Se una  distanza si è creata, comunque intermessa, allora il ritorno è anche una (ri)scoperta. Il ritorno dell’emigrato in particolare, dell’interno o dell’esterno, a distanza di anni dal distacco, può offrire la stessa gioia del viaggio oltre il confine. Come un senso di scoperta, anche se più spesso il mondo è sempre quello di un tempo, immutato. O proprio per questo: la scoperta è delle cose più vissute, dei luoghi usati, dei modi di essere, scontati, forse stantii e sempre deprecati, ma con altri occhi. L’occhio è diverso, interessato, interessante, se viene da oltre il “confine”.
Chi sta dentro non sta fuori, è caso di logica elementare. E tuttavia sì, si può stare fuori stando dentro. Si vuole (può volere) uscire perché quello è il proprio modo di essere . “Proprio” e cioè personale, familiare, di scuola o di progetto (aperto sul mondo), culturale, di mentalità, dell’epoca, ideologico anche (il progresso, la scoperta, il confronto). Bisogna rivedere i fattori dell’emigrazione, l’equazione è a più variabili – e il bisogno è forse il minore.

Al Governor’s Camp, gita disintossicante in Kenya dalle fumisterie traditrici della politica a Nairobi,  un campo su un dirupo sopra un fiume, di grandi tende con bagno privato, si può essere svegliati da un tuono ritmato, accelerato, sordo, di terremoto che cresce d’intensità. Finché contro il sole radente si stagliano dei barbagli, di aria e terra smossa, che in un angolo di ombra si precisano per quadrupedi in corsa, una mandria larga da riempire l’orizzonte, che arriva al galoppo, senza padrone, senza guida. Vanno folli, compatte, a gran ritmo le colonne di gnu, o sono zebù, gran strepito fanno mute, vanno al vento ondeggiando in una direzione o nell’altra, dietro l’improvvisato capomandria. Dietro il quale si rompono sul costone sopra il fiume, si agitano, si avventurano in discese oblique o si buttano giù, senza avere come lui calcolato, senza la stessa perizia, rompendosi i più le gambe. Un centinaio di metri più a monte, o a valle, il guado sarebbe piatto.
È la nevrosi nella sua bestialità, andare da qui a là per percorsi diretti incuranti degli ostacoli. Né la mandria ha necessità di attraversare il fiume, all’alba la quiete s’impone, i predatori non vanno a caccia, né di bere. Ma la vita animale, che sembra placida, è uguale a quella urbana, dritti di corsa, una volta preso lo slancio, verso nessuna meta.
All’imbrunire i felini carnivori sono partiti a caccia, assassini che la letteratura nobilita, ma la violenza è la stessa, irrefrenabile, del più grande che annienta il più piccolo, né c’è resistenza possibile. Si torna in Africa, è vero, alla vita naturale.
O la visione mattutina al Governor’s Camp è un’allucinazione. In Africa anche questo è facile. O solo un fatto d’insonnia, dei sensi acuminati dall’insonnia, rapidi, troppo rapidi, specie alla preluce, guatata con ansia ma anche con apprensione. La luce fresca della mattina, fredda, insonora, quella che un pittore direbbe metafisica.
Uno scrittore non sottile, un Dan Bown, ne farebbe l’epitome dell’umanità, che corre sempre più furiosa e non sa dove.  L’umanità mandria, di zebù o gnu che siano, che finisce nel burrone solo per l’ansia di correre. Correre senza limiti, senza freni, l’uno dietro e accanto all’altro, che il precipizio non vedono, per la vertigine dello sconfinato che calamita, perché fa bene ai polmoni anche se non s’addice alla libertà.
Cos’ha da fare tutto ciò, visione o sogno che sia, o allucinazione, col luogo natio non è detto. Ma con se stessi sì. È l’idea anche che tutto è permesso, del progresso che sempre  è bello e buono correndo avanti, più avanti, ma più spesso che non frana, precipita nel burrone. Lo spazio è finito, le crociere limitate. Questa nella savana africana che non ha limiti, e l’orizzonte ha vago, è percezione psichica.

Gli usi civici sui terreni comunali resistettero fino agli anni 1970, una quarantina d’anni fa. Poi una giunta di sinistra, Pci-Psi, l’unica che il paese si sia data, decise di dividere i terreni fra gli utilizzatori. Per sollevare il Comune, si disse, della gestione di un bene che era fonte di liti, e di nessuna utilità sociale. Ognuno si recintò così il suo pezzetto. Ma restarono fuori i pastori, i Papalia, i Macrì. Restarono fuori dai terreni comuni ormai recintati, e anche dai terreni demaniali, che il comune affittò a uso agricolo. Che furono anch’essi recintati. Cominciò allora una serie di “dispetti” e di “invasioni”: recinzioni abbattute, germogli devastati, cumuli di escrementi acidi desertificanti, e anche qualche incendio, forse doloso. 

leuzzi@antiit.eu

L’unità come colonialismo

L’“invenzione del Sud” Nicola Zitara, lo studioso meridionalista morto quattro anni fa, dopo una vita di forte impegno politico, limita a quella che chiama “l’espropriazione delle banche del Sud” a opera del “capitale, gli affaristi e le banche tosco-piemontesi”. Una forma di colonialismo.
La categoria del colonialismo nell’unificazione italiana è costante in tutta l’opera di Zitara, a partire dagli anni 1960, quando, abbandonate le attività commerciali di famiglia, piccoli armatori a Siderno, si dedicò agli “studi critici” con i “Quaderni calabresi”, che editava a Vibo Valentia col giudice Francesco Tassone – col quale fu promotore di un esposto-querela per strage a carico di Nino Bixio. La sua unificazione era una conquista militare, seguita dall’esproprio degli strumenti di credito e delle terre migliori. Grazie anche a una “borghesia compradora” meridionale - cioè correa, venduta.
Una lettura tosta, ma documentata. Il colonialismo fu altro, ma è vero che il Sud fu “privato”, per usare un termine d’obbligo, cioè espropriato, dei suoi risparmi. Del suo, ancorché modesto, capitale di avviamento, senza il quale non c’è sviluppo possibile. Anche a voler prescindere da Marx, dalla sua “accumulazione originaria” – che Zitara media, con la borghesia “compradora” di André Gunder Frank, da Samir Amin, allora nume del terzomondismo. Il Sud sarà stato arretrato, ma con l’unificazione fu privato della sua accumulazione primaria, che da allora è costretto a rincorrere in perdita, mangiandosi cioè, oltre alla rendita, ogni anno di più il capitale, di risorse umane, fiducia, socievolezza.
Nicola Zitara, L’invenzione del Mezzogiorno, Jaca Book, pp. XIX + 479 € 32 

sabato 10 maggio 2014

La festa delle mamme d’autore

Tutto sulle mamme degli scrittori. Francesi per lo più, Prosut, Baudelaire, Mme de Sévigné, Gary, Camus, Colette, Cohen, Duras, Barthes, ma si tengono da conto anche quelle di Pasolini, Bernhard, Doris Lessing, Toni Morrison, Gorkij.
“Mitizzazione, mistificazione e mistica” delle madri degli scrittori, così riassumono il dossier i curatori Alexis Bricos e Juliette Einhorn. Che le classificano in tre categorie: le adorate, le ambigue, le velenose. Ma senza matriarcati da rivendicare - a parte il tributo a Marija Gimbutas - giusto un gioco letterario: “Appropriandosi di sua madre, lo scrittore la uccide; scrivendone, la fa vivere?” Barthes ha scritto inconsolabile per un anno e più solo della madre, che però non sappiamo nemmeno come si chiamasse. Mentre la madre più adorata-divorante di tutte sarà stata quella di Pasolini, presente in ogni piego della sua sterminata produzione, anche se non risulta che Pasolini ne abbia mai scritto.
Il tema, come tutti, sarebbe sconfinato. Tra le velenose meriterebbe introdurre la madre di Irène Némirovsky, o quella di Simenon, o di Houellebecq, tra le adorate  la santa Monica, per esempio, la madre di sant’Agostino. Ma anche tra gli illuministi, benché le biografie tacciano, si sospettano a ragione dei fils de leur mère.
Il dossier si pubblica a maggio, in vista forse della Festa della Mamma. O perché le madri contano più dei padri in letteratura, molto - non si potrebbe fare un terzo del dossier del mensile, nemmeno un quarto, sui padri. Con un problema, però: viene la psicoanalisi prima della madre o la madre prima della psicoanalisi? Rousseau per esempio, altro escluso dal dossier, la cui madre morì mettendolo alla luce, la psicoanalisi lo vuole per tutta la vita ossessionato dalla colpevolezza del sopravvissuto: e se anche fosse?
Tout sur leur mère, “Le Magazine Littéraire”, maggio, pp. 98 € 6,80

Figli a perdere

“Asili h 24”, “Nidi 2.0 per bimbi con la valigia”, “in Svezia, Giappone e Stati Unti” già usa, lasciare il bambino all’asilo, anche al nido, 24 ore, tutto meravigliosamente up-to-date e trendy, le nuove tendenze nei paesi delle meraviglie. Milano si è già adeguata: “Per cena pollo e puré”, scrive Irena Maria Scalise su “la Repubblica”: “Quindi un’ora di Peppa Pig, poi una spazzolata ai denti e s’indossa il pigiamino”. Il pedagogista plaude, il prof. Vertecchi: “È un’opportunità educativa”. La “struttura” a Milano si chiama Dadà, “arredi e materiali bioecologici, Skype, ionizzazione dell’aria, haloterapia. Il menù è rigorosamente biologico”, il biologico si vuole rigoroso, “il servizio h 24 è per piccoli dai 12 mesi ai 6 anni”. Il costo è 90 euro, la mezza-pensione. Un’altra vittoria sull’oscurantismo, il bisogno, la povertà, la miseria, i genitori rendendo liberi di lavorare di notte.
Dal rifiuto del lavoro all’orgasmo del lavoro, a tutti i costi, un eccesso vale l’altro. I bambini? Non contano – anche il pedagogista si vuole utilitarista: produttivista.
Al doposcuola in parrocchia vengono i figli degli immigrati, da soli, alle 16,30, pochi minuti dopo l’uscita dalla Oberdan, la loro scuola di circondario. Vengono da soli. Sono stanchi, sono a scuola dalle 8 di mattina, svegli dalla 7, e non riescono a compitare, né le lettere né i numeri. Questa scuola gli servirà per esercitare l’intelligenza, che hanno vispa: essendo pochi, hanno un po’ attenzione per un pio d’ore, e rispondono con lampi, quasi sorrisi. E per tenerli, ancora un paio d’ore, fuori casa. Poi se ne vanno, sempre da soli, anche senza lora legale, quando è già buio. Troveranno a casa forse le mamme. Che non lavorano. Eccetto una , rumena, o forse moldava – forse non vuole dire da dove viene, professandosi rumena può stare liberamente in Italia, forse non lo sa. Alcune delle mamme le ritrovano, stanno chiuse in casa. Quelle che, se chiamate, mandano a parlare l’uomo. Altre s’incontrano fuori, con altre donne intabbarate di veli, che coprono la capigliatura più che altro per evitare la spesa del parrucchiere, o a flirtare coi negozianti.
Si fanno ancora figli, ma non si sa perché. Con gli immigrati perché vengono, e per gli altri? Non ci sono del resto più padri e madri, se non è ancora la vita artificiale i presupposti ci sono già. Già la premio Nobel Doris Lessing, morta due anni fa, una che vituperava nei romanzi la madre perché inaffettiva, pensava di aver liberato le figlie abbandonandole – si può pensare quello che si vuole.

venerdì 9 maggio 2014

Il colera a Amburgo

Gli antibiotici non hanno più presa su alcuni batteri. Uno di questi è il vibrione del colera, nella forma attenuata (ma mortale) dell’Escherichia Coli. Non è un germe extracomunitario, ultimamente ha colpito la Germania – un episodio di cui non si parla che “Gentile Germani” di Giuseppe Leuzzi ha ricostruito, al cap. “Il colera a Amburgo”:
Il Nord certo è migliore, ma in Germania più che altrove. Dove, se non altro, si può trattare. In Germania invece no, c’è una sola verità e non si può mercanteggiare. Soprattutto non in affari.
Mentre si svendevano i Btp italiani, un’epidemia di colera che aveva investito Amburgo, infettando numerose persone, fu scaricata anch’essa sui latini, nella fattispecie sui cetrioli spagnoli. Successe a fine maggio del fatale 2011: una dozzina di persone in vari paesi ne morirono, che avevano contratto la infezione a Amburgo, dov’erano stati per vacanza o lavoro, mangiando l’insalata. Impensabile – l’ultima epidemia di colera in Europa s’era avuta a Napoli nel 1973, ma con meno morti.
Il colera a Amburgo fu addebitato ai cetrioli di Almeria - che può venire di buono dalla Spagna? Senza neppure controllare se non erano stati lavati con acqua sporca dall’importatore, o trattati con sostanze infettive. Senza neppure urgenza d’accertare la verità, anche se le persone morivano, tutte passate per Amburgo – magari solo per andare a puttane a Sankt Pauli. Poi si tralasciarono i cetrioli, perché la Spagna è un suddito comodo. Ma senza scusarsi, col mondo se non con la Spagna: per uno di Amburgo già i bavaresi sono sospetti, figurarsi il resto del mondo – l’etica protestante è della superiorità: io e il mio Dio.
Fare affari è difficile ovunque, ma in Germania in modo particolare. Nessuno ha mai potuto rilevare nulla in Germania, neppure una drogheria. Un solo caso si ricorda, della Opel salvata dagli Usa, ma erano gli anni della guerra fredda, la Germania non poté opporsi. E Hypovereinsbank, la banca di Monaco, che però Unicredit si limita a gestire, per riportarla in bonis, evitandone il fallimento. Quando la Fiat volle rilevare la Opel di nuovo al collasso il muro fu alzato invalicabile. Pirelli, che ci aveva provato con la Continental, dopo esserci riuscita con l’inglese Dunlop, pagò caro il tentativo. Anche Olivetti ci ha provato, a fine anni 1980, con la mezzo fallita Triumph Adler: Franco Tatò, manager Olivetti tedescofilo, ne fu così scottato che ci scrisse su un libro, intitolato Autunno tedesco benché all’indomani della riunificazione, e le dita ancora gli bruciano. 
Il contrario invece è sempre stato ed è possibile: le porte sono aperte in Italia ai capitali tedeschi. Anche perché, va detto, gli italiani ammirano la Germania. Per tutto il fatidico 2012 i giornalisti Massimo Mucchetti e Oscar Giannino s’illustrarono con una campagna anti Fiat, colpevole di non voler cedere l’Alfa Romeo alla Volkswagen. La Fiat diceva di no, che l’Alfa non è in vendita, e i due insistevano che sì, l’Alfa andava venduta a Vw. Leoluca Orlando, il politico siciliano, allora potente democristiano, che il distretto minerario di Agrigento trent’anni fa sacrificò alla Salz u. Kali, dea germanica dei sali potassici marocchini, nel 2004 si ebbe in dono una laurea in Filosofia, anche se da un’università secondaria, pronuba la stessa divinità.
C’è bisogno della Germania e quindi siamo tutti germanofili. Ma poi non potremo dire che non c’eravamo, non vedevamo, non  sentivamo: la Germania non si nasconde.
Il colera di Amburgo si chiamava Escherichia Coli. Non si può dire ma questo fu: il Dizionario medico della Fondazione Veronesi l’ha spiegato in tempi non sospetti, una decina d’anni prima. L’Escherichia Coli diventa cattivo in vari modi, ma si limita a forme di dissenteria. Non gravi, eccetto una: “Alcuni ceppi di E.coli secernono una tossina che agisce in modo simile a quella prodotta dal vibrione del colera Vibrio cholerae”.

Stupidario hobbesiano

“Vedere un male altrui è piacevole. E piace non perché è un male ma perché è altrui. Da ciò proviene che gli uomini siano soliti accorrere allo spettacolo della morte e del pericolo altrui. Analogamente vedere un bene altrui è molesto, non tuttavia in quanto è un bene, ma in quanto è altrui” (Hobbes (“De Homine”, XI, 12)

“Ricevere un bene è meglio che non averlo perso. Quindi, essere convalescente è meglio che non essere stati ammalati” (Id.,  XI, 14).

“L’ozio affligge. La natura non sopporta né spazio né tempo vuoto” (Id., X, 15).

“Vado dunque a tentare di provare i seguenti principi:
Che il soggetto al quale il colore e l’immagine sono inerenti non è affatto l’oggetto visto.
Che non c’è realmente fuori di noi niente di ciò che chiamiamo immagine o colore” (Hobbes, “Della natura umana”, II, 4).

“Gli anziani sognano più spesso e più penosamente che i giovani” (Id., III, 2)

 “La passione del riso è un moto improvviso di vanità, prodotto dalla percezione improvvisa di qualche vantaggio personale, a fronte di una debolezza che rimarchiamo nello stesso tempo negli altri” (Id. IX, 13).

“Essere continuamente sorpassato, è disgrazia.
Sorpassare continuamente quello che precede, è felicità.
Abbandonare la corsa, è morire” (Id., IX,15)

giovedì 8 maggio 2014

Marchionne vs. Merkel

Le vendite Fiat in Borsa ieri sono venute dagli Usa ma non sono di soggetti americani – il mercato Usa crede a Fiat-Chrysler (non può non crederci, il produttore americano è risorto con Fiat dopo quasi mezzo secolo di crisi strisciante). Più di un operatore di Borsa “sa” che gli ordini di vendita sono tedeschi. Tanto più che non costano nulla: lo stesso titolo già oggi si ricompra più che venderlo, con un guadagno in poche ore del 7-8 per cento. Le vendite non sono un danno quindi per nessuno, eccetto il piccolo risparmiatore, cui compete sempre il conto. Sarebbero invece un avvertimento, la premessa di una guerra commerciale senza esclusione di colpi bassi.
Gli ordini di vendita sarebbero un monito a non entrare nei segmenti medio-alti del mercato, col piano annunciato di 5 miliardi per Alfa e Maserati. Il su di gamma è il segmento ricco del mercato. Le case tedesche lo monopolizzano, Audi-Volkswagen, Bmw e Mercedes, in tutti e tre i continenti, e non  vogliono concorrenti. La Francia se ne tiene fuori, l’Italia dovrà tenersene fuori. Alfa e Maserati possono vivacchiare come nomi storici, ma senza ambizioni di mercato.
È così che l’unico piano industriale sensato per un costruttore automobilistico, penetrare il mercato medio-alto, è stato attaccato in Borsa. 

Il giudice è à la carte

Al Csm che indaga sulla lite Robledo-Bruti Liberati, vice e capo della Procura di Milano, si conferma che l’azione penale è discrezionale e non obbligatoria, e che non c’è un giudice “naturale”, a garanzia della terzietà e dei diritti della difesa. Quando si è trattato di indagare Berlusconi che telefonava in questura per Ruby, Bruti Liberati ha deciso che se ne doveva occupare la giudice Boccassini e non un altro giudice del pool di Robledo, competente per i reati contro la Pubblica Amministrazione. Senza nemmeno derubricare l’ipotesi di reato (i giudici spesso “camuffano” i reati, per rendersene competenti in fatto di diritto): per atto d’imperio.
Questo succede a Milano, ma Milano non è probabilmente un’eccezione. Il fatto peraltro avviene senza scandalo, non di Milano né dei giornali, e nemmeno del Csm. Anzi, nella lite col suo vice, Bruti Liberati porta la discrezionalità a sua discolpa. Né si preoccupa di smentire la tesi berlusconiana che a Milano esiste un pool anti-Berlusconi.
Berlusconi non è il solo caso, le omissioni della Procura di Milano sono forse più gravi. Sempre senza conseguenze. Nella lite Robledo-Bruti Liberati si vede che ciò è possibile per la filiera: Procuratore Capo di nomina politica >>>>>> Sindacato (partito) di appartenenza  >>>>>> Csm >>>>>> presidente della Repubblica. Una camicia di forza più che una procedura giuridica.

L’arcitaliano antitaliano – o il Tartufo in noi

Sempre protagonista, seppure sempre dal lato sbagliato. Montanelli si può dire l’uomo delle sorprese. Anche perché non molto ne sappiamo. Lascia molti ritratti degli altri, gli altri non lasciano testimonianza di lui – solo i giornalisti che lui ha beneficiato al “Giornale” e alla “Voce”. Non ci sono Montanelli di Longanesi, Prezzolini, Buzzati, Montale. Uno che sempre inalbera un giornalismo “di serietà e rigore”. Ma grande, forse, come mistificatore. Professionista della denigrazione. Marciatore instancabile in surplace, sempre a rimestare il torrone. E Grande Opportunista, fino alla fine: uno che marciava con chi denigrava, i fascisti, i comunisti, i democristiani. Un Cagliostro dell’informazione, di cui è protagonista semmai per la spudoratezza, l’impunità.
Un depresso cronico, si vuole da ultimo, più volte al suicidio. E questa è forse la chiave. Ma c’è da credergli? Ha vissuto 92 anni pieni, fino all’ultimo istrione-regista di se stesso.
Letto tutto insieme è uno choc. Per il giornalista e il lettore. Via via fascista e antifascista, cattolico e mangiapreti, colonialista e anticolonialista, anticomunista e comunista, amico, estimatore, beneficiario di Berlusconi e antiberlusconiano. Paolo Di Paolo, che ha operato la scelta, antologizza gli attestati di amicizia e gratitudine per Berlusconi, compresa l’adulatoria incapacità di “doppiezza” e di “cinismo” dell’ex Cavaliere, ma quante cattiverie non gli ha risparmiato. Si è detto Cagliostro, ma è un piccolo Malaparte al meglio, quello minore di “Strapaese” e di “Maledetti toscani”, l’inguaribile bozzettismo toscano.
Scalfari lo celebra nel blurb “anarchico buono”, “guascone generoso” e “maestro”, ma non è anarchico né buono, né generoso, uno che da tutti prendeva, e neppure guascone. O “buono” quanto gli serviva per la cattiveria. Se fu imitatore di Malaparte – lo fu - è senza la strafottenza: è cattivo, e ingeneroso. E questo dentro la sua stessa prosa, senza scantonare nel vissuto: l’antifascista di una vita che invece fu fascistissimo, l’antirazzista volontario in Abissinia con schiava al seguito, l’italianissimo antitaliano, il peggior italiano, il comunista che trescava con Boothe Luce, al soldo dei francesi contro Mattei, e le buffonate recenziori, con Berlusconi e contro. Paladino costante, moraleggiante, magistrale, di “un giornalismo di serietà e rigore”, mentre inventava. Vessillifero in memoriam del giornalismo trombone (“letterario”) che sembra l’ambizione massima della professione, scrivere un romanzo. Perfino con le Br che gli spararono alle gambe vuole essere autoriale, quindi moralmente ambiguo. Ma maestro sì, ammirato, copiato. Di giornalismo e anche di vita, e questo toglie il fiato anche sul giornalismo.
Di Paolo ne ha tratto una scorrevolissima antologia. Ma che pena. Fosse stato un letterato di finzione, come si voleva e Di Paolo rimarca, c’è di meglio, Capote, Mailer, Tom Wolfe, Hemingway naturalmente, Orwell, di Down and out of Paris and London, o The Road to Wigan Pier, o Homage to Calatonia”, lo stesso Malaparte, e Buzzati, Montale, perché no, ma pazienza. Invece si vuole  giornalista – “al giornalismo devo tutto” (ma è più vero l’inverso, purtroppo – Di Paolo lo ha cercato da quando aveva quindici anni, scrivendogli, dice, “molte lettere”). E moralista. Una riedizione configurando del Tartufo, longilineo invece che paffuto, che non è personaggio grossolano ma insinuante, e non è datato o passato, presidia saldo questo perdurante secondo Novecento.
Sui ritratti, il suo pezzo forte, l’antologia evidenzia una indicativa ambivalenza. Spenti quelli delle maggiori personalità, Andreotti, Ben Gurion, Berlinguer, Golda Meir, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II, con la sola eccezione di De Gasperi, un ritratto scolpito - e un Togliatti senza più cautela, contropelo, sprezzante. Vivi quelli del letterati e artisti, Buzzati, Dalì (in scorcio un’incredibile “scultura” di Garcia Lorca), De Sica, Fellini, Gide, perfino Gassman. Un letterato che non sentiva la politica – questo può spiegare le giravolte? Uno scrittore d’invenzione che si è trovato a fare il giornalista, prigioniero del suo immediato successo, come se il giornalismo (il successo) l’avesse intrappolato? Un esteta – un giornalista che non guida (anche se tanti giornalisti, in effetti, non guidano)?
Ma con qualche malinconia, questa si vede - sia la depressione vera, sofferta, o simulata. E qualche lealtà. Ai morti in genere, ma anche a qualche vivente. Una è alla “traccia sarda”, ultima sorpresa, un paio d’anni fa, ricostruita dal sardista Massimo Pittau, in “Il Littorio a Nugoro e in Sardegna” - il capitolo è online, col titolo “Un Sardo di carattere: il nuorese Indro Montanelli”, sul sito rinabrundu.com
Montanelli fece gli ultimi due anni delle elementari e i primi tre del ginnasio a Nuoro, dove il padre Sestilio era preside della Normale, le magistrali, compagno di scuola e di strada, in violenti giochi-riti di passaggio, di Orazio Offeddu, padre di Luigi, e del maggiore dei fratelli Pittau. Lui che non amava il Sud e a Roma era a disagio mantenne invece il rispetto per la Sardegna, per una volta senza nulla in cambio, di cui seguì trepido la modernizzazione -  “Forse i Sardi, che sono tra i pochissimi Italiani ad avere un «carattere», lo stanno perdendo”. Il carattere, ecco, è quello che manca?
Indro Montanelli, La mia eredità sono io. Pagine da un  secolo, Bur, pp.644 € 12

mercoledì 7 maggio 2014

Letture - 171

letterautore

Autobio – Da quando, bambino, leggeva il giornale inventandoselo agli analfabeti di casa, “da allora niente mi ha divertito di più che spiegare agli altri ciò che io stesso non comprendo: è un piacere, che non mi ha più abbandonato”, scriveva ai trent’anni. È detto con la cifra migliore di Montanelli, l’ironia, seppure sempre in selfie. Ma fa giustizia della letteratura del ricordo. E più dei ricordi della prima età,  e del buon tempo antico.

Candido – Dovrebbe far ridere dall’inizio alla fine, ma Voltaire non fa ridere. Neanche in “Zadig”. I suoi scherzi hanno un fondo di cattiveria. Non di amarezza, di asprezza.

Intellettuale – Il Settecento ha creato il ruolo, da Parigi a Pietroburgo, la Rivoluzione presto l’ha cancellato. Ma ne è rimasto l’alone, per nostalgia e per convenienza, come di un buon re deposto.  Anzi, per questa ambivalenza sempre più se ne è rafforzata la fama, come di cosa viva e attiva. Nel Settecento si era modellato su Tartufo – grande intellettuale, quello di Molière.
Si può dire il Tartufo di Molière anticipatore diretto, se non modello, di vari Dostoevskij, di Naphta, o Adrian Leverkühn, come di Ulrich e gli altri alter ego di Musil.

Joyce – “Una trapunta di handicap: dell’uomo in primo luogo – viziato dal rapporto con la madre permissiva, con il padre «il più frivolo degli uomini», vezzo che avrebbe gravemente ereditato, nel rapporto con Nora, di squallore non comune..; dal non confronto con gli altri grandi della sua stagione, precauzione forse giustificata ma che lo penalizza, perché dimostra che non era cieco solo dagli occhi del corpo; dall’imbarazzante panache con cui sfruttava gli altri, tutti gli altri, ai propri fini; dell’epoca – postbellica, revanscista, micragnosa e via scadendo d’attributi; dell’ambiente – asfittico irlandese sì ma bloccato deliberatamente a quello stadio quanto basta, quanto occorre alle pretese dell’autoesiliato, l’esilio una categoria tagliata su misura, come gli abiti costosi e piuttosto pacchiani che faceva sempre pagare a qualcun altro”. Un “ex voto eroico che ci hanno propinato per decenni agiografi timorati, restii a mettere confronto vita e opere, testo e traduzione”. Ottavio Fatica, che in quanto traduttore esimio dall’inglese si può dire intimo di Joyce, s’imbizzarrisce costernato in “Giacomo Giacomo”, la nota che premette alla sua ultima fatica, la traduzione di “Finn’s Hotel”, di tanta mediocrità. Ma “il bello è che l’opera, malgrado tutto, se non proprio per quello, tiene”.
La costernazione è del vissuto e anche del vivente, il linguaggio. Inventivo, dice Fatica, ma per la tangente, cose a cui tutti siamo buoni - e più gli spensierati, si può aggiungere: i gigioni, i goliardi. Sì, al “ritmo di metronomo faubertiano da lui tanto pregiato e coltivato”, ma uno che raccoglie in superficie: Joyce non è “il «prodigioso lettore» che hanno voluto farci credere, bensì un piluccatore”. Uno “quanto mai avvertito”, ma “non fa che piluccare tutto il tempo, dappertutto”.
Questo Joyce di Fatica, sua ombra o nubendo obbligato, potrebbe essere un Dario Fo senza la mimica, un Petrolini senza la dizione. Senza offesa, né per U. Eco, né per Derrida.  

Lettore – È l’Incantato del presepio: le parole devono fluirgli davanti come le stelle mobili in cielo, inaccessibili e splendenti, benché in se fredde e aride.

Lettura – Si farà sul kindle o altro lettore ottico come fino a ora si è fatta sulla pagina stampata. È possibile, il kindle è più pratico, anche molto di più. Ma non sarebbe una rivoluzione, sempre sarebbe una lettura individuale, come quella che è invalsa del libro a stampa in numero illimitato di copie, silenziosa, anzi muta.
Anche la lettura silenziosa, peraltro, è novità recente. In sant’Agostino si trova registrata la sua meraviglia quando si recò a trovare sant’Ambrogio a Milano: il vescovo leggeva “silenziosamente, solo con gli occhi e con la mente, senza emettere alcun suono, senza neppure muovere le labbra”, e questo era una novità totale, leggere “senza pronunciare le parole”. Nel racconto più divertente di Montanelli, “Mi chiamo Indro” (ora in “La mia eredità sono io”), la nonna leggeva il giornale, nel 1913-1914 ad alta voce – tanto che il bambino Indro, memorizzando la lettura, poteva poi far finta di saper leggere, sempre ad alta voce. Dai salesiani, ancora cinquant’anni fa, la prima metà del pasto nel refettorio si svolgeva in silenzio, ascoltando quindici-venti minuti di lettura ad alta voce di un romanzo ameno, effettuata a turno su un piccolo pulpito.
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Metastasio – Vittima esemplare dell’italianità: deprezzamento, poca applicazione, disattenzione, Peggio per l’italiano emigrato, dell’esterno o dell’interno, che non fa camarilla?
Stendhal lo metteva con Shakespaere. Il “dilettante” al solito esagerava, ma non senza fondamento. Nell’appunto “Il comico di Shakespeare”, 24 novembre 1816, a proposito della gaiezza sventata delle ragazze, contagiosa (“lungi dal ridere di esse simpatizziamo con uno stato così delizioso), annota che Shakespeare, “per far nascere questa dolce illusione, impiega spesso l’artificio del Metastasio”.
L’accostamento è un errore cronologico, di chi viene prima e chi dopo, ma l’artificio è proprio metastasiano: “È del tutto naturale che un’anima tenera che non si lascia respingere dall’ignobile, preferisca il Re di Cuccagna al Misantropo”, lo svago alla cupezza.

Pasolini – All’inaugurazione della mostra di fotografie su e di Paolini, al Palazzo delle Esposizioni a Roma, c’era una folla sterminata e tumultuosa, come a una partita della Roma. Lo stesso i giorni successivi. È vero che gi organizzatori hanno puntato sui giorni festivi e di ponte – la mostra si inaugurava il 16 aprile Ma più perché Pasolini è un fenomeno di culto. 

Silone – Si vuole ultimamente un uomo dalla doppia vita, a opera degli storici Mauro Canali e Dario Biocca. I quali sostengono che Silone fu per un periodo informatore dell’Ovra, la polizia politica di Mussolini, a danno del Pcd’I, poi Pci, di cui era stato parte. Non è una cosa che gli sarebbe piaciuta: la doppia vita sarebbe anzi dispiaciuta a Silone, che in tutto rispondeva al suo nome anagrafico, Secondo Tranquilli, benché abbia sempre preso decisioni coraggiose. Ma soprattutto non va con i canoni della spia. Della spia interna, nella vita vissuta ogni giorno nell’abitudinarietà, non nell’“azione” progettata o eroica come un atto di guerra.
Questo è un tema, della spia interna, che la storiografia delle spie durante il regime (così come ora quella tedesca a proposito della Stasi nella Germania Est) affronta con un forte limite: fa dello spionaggio interno un atto deliberato e organizzato (amministrato) come il controspionaggio o spionaggio esterno. Mentre il rapporto del cittadino con la polizia è sempre bidirezionale, prima che ambiguo. C’è il delatore, la spia per carattere o prezzolata, e c’è l’informatore. Una figura non contrattualizzata, e molto vasta: dal denunciatore alla voce traudita, e fino alla vanteria dell’informatore immaginario, inesistente anche se “affidabile”. Il poliziotto politico deve avere contatti. Al limite se li inventa, ma ha sempre mille modi di procurarseli, perché ha in Italia possibilità illimitate di coartare il comune cittadino. Il quale o si difende dai soprusi con la prigione, i pochi, oppure simula l’amicizia. È una partita a bassa intensità, senza grandi soprusi o tradimenti, con benefici per entrambi i contendenti: il poliziotto, che è sempre un burocrate, fa valere le sue numerose frequentazioni come confidenze, e il cittadino con quattro chiacchiere si protegge, avrà  qualcuno che non può rifiutargli un favore. 

Traduzione L’incomunicabile è una miniera per la semiologia e la filologia, due scienze dell’inafferrabile. Ma nel traduttore, che è a suo modo autore, anche lui cioè padrone delle parole, può indurre nausea e sdegno.

letterautore@antiit.eu

La selva oscura di Bruxelles

“È deplorevole che la maggioranza degli etnologi preferisca recarsi in Papua-Nuova Guinea piuttosto che a Bruxelles”, Enzensberger deplora a metà della sua riflessione. Lui ha scelto Bruxelles e ha in mano un forte reperto antropologico, benché contemporaneo: l’Europa ottusa. Un mostro anzi, sotto gli occhi di tutti, anche se non lo si vuole vedere.
Enzensberger ha “scoperto” Bruxelles nel 2010, retribuito e stimolato dalla fondazione Sonning di Copenaghen e dal Prix de Littérature Européenne di Cognac, due organismi culturali interessati evidentemente a riprendersi l’Europa, a salvarla. Il referto è esilarante, seppure contro le intenzioni – le intenzioni di quella specie di selvaggi che sono i burocrati di Bruxelles. Detti così, burocrati, sembrano niente. Ma basta scorrerne le normative, sulla “forma ideale” dei cetrioli, o dei sedili di trattore, o della tazza del gabinetto, per preoccuparsi. O pensare al nome di cui si adornano, commissari:  i commissari sono politici, o di polizia, e sempre l’antitesi dell’eletto. O dare un’occhiata ai loro “esecutivi”. Per esempio a quello della Politica estera e di difesa, che in realtà l’Europa non fa – salvo pretendere di allargarsi fino ai confini con l’Afghanistan: con un presidente, una baronessa inglese, una vera, del tutto incapace, sedici o diciassette vice, varie commissioni e consulenze, e una serie di rappresentanze all’estero, costose come un’ambasciata, senza alcuna funzione.
Basterebbe riflettere al cieco “uniformismo”, che è il cuore, insensibile, delle burocrazie. Ed è all’origine della fine dell’Europa: “Bastano gli strumenti della teoria dei sistemi. Secondo la quale la riduzione della complessità, da perseguire con la Comunità economica, genera inevitabilmente nuove complessità”. Uno ghiommero. Svolto e riavvolto da quindicimila lobbisti. Il cui risultato è il mostro più mostro di tutti, l’Acquis communautaire, 150, forse 200 mila pagine di direttive e regolamenti. E non è tutto: l’Eur-Lex, la banca dati normativa, registra un milione e 400 mila testi di cui il cittadino comunitario deve tenere conto.
Sono testi obbligatori come una legge senza mai essere stati votati. È qui la radice della disaffezione, un potere avulso e remoto. Si spiega che solo il 40 per cento degli europei considerasse positiva l’appartenenza del suo paese all’Unione Europea, nel 2010 – e oggi? Alle precedenti Europee, peraltro, ha votato solo il 43 per cento degli aventi diritto.
Enzensberger si diverte anche a sovvertire la storia, riportando l’Unione Europea a Churchill. E a un Churchill già fuori dalla politica, trombato dagli elettori inglesi. Al discorso di Fulton (quello della “cortina di ferro”) il 5 marzo 1946, poi di Zurigo, sei mesi dopo, e nel 1948 al Congresso dell’Aja per l’Unificazione Europea, organizzato dal genero Duncan Sandys e da lui presieduto. Non senza ragione. A Zurigo Churchill disegnò anche l’“asse” franco-tedesco: “Dobbiamo costruire una specie di Stati Uniti d’Europa… Il primo passo pratico sarà l’istituzione di un Consiglio d’Europa. E in questo urgente compito la guida dev’essere assunta dalla Francia e dalla Germania” – per finire evangelico: “Europa risorgi!”, let Europe arise.
Ma, poi, si dice Bruxelles per non dire Europa, la Germania cioè, la Francia, l’Italia eccetera. Enzensberger avrebbe dovuto fare di più: una vera critica europea, non solo per ridere, sarebbe andata alla radice della disaffezione: il ritorno della vecchia politica degli interessi nazionali, di cui la Germania è alfiere.
Hans Magnus Enzensberger, Il mostro buono di Bruxelles, Einaudi, pp. 99 € 10

L’astensionismo può ribaltare i sondaggi

Renzi teme la disaffezione del Sud. Berlusconi pure. Alfano, che ci puntava, ora è perplesso – tanto più dopo aver perduto, con Formigoni, l’altro bacino confessionale in Lombardia. Faranno i meridionali il lungo viaggio al luogo d’origine per votare un deputato europeo?
Ma non c’è da deprimersi. Nel 2009 ha votato solo il 43 per cento degli europei. Per l’Italia fu il 66 per cento, ma col trucco di abbinare alle Europee molte elezioni locali, e comunque in calo di quasi sette punti rispetto al 2004 – e fu un voto di entusiasmo per Berlusconi, che superò il 35 per cento (è il motivo per cui se lo tengono caro nel Partito Popolare Europeo). In Francia votò il 40 per cento, in Germania il 43 – in Olanda il 37, in Polonia il 24.
Un calo è quindi inevitabile per il tipo di elezione – di cui i sondaggi non tengono conto nella ripartizione percentuale delle indicazioni di voto. Un miracolo sarebbe confermare la percentuale del 2009, ma sarà difficile. All’ultimo voto, le amministrative di giugno, che tradizionalmente mobilitano il “territorio”, prese arte solo il 62 per cento dell’elettorato.

Fisco, appalti, abusi (49)

L’Agenzia delle Entrate ha apprestato una modulistica online di cui i documenti allegabili devono essere in Pdf/ A - 2, che è in funzione solo negli Usa. E non superiori ai 5 mb, quando un semplice contratto standard di locazione va per i 6.500 kb.

L’Agenzia delle Entrate modifica il pin per le pratiche online pochi mesi. Senza alcuna esigenza di sicurezza. Anche l’Inps lo modifica. La Pubblica Amministrazione considera gli utenti degli impiccioni, li scoraggia online come allo sportello. .

Digitalizzare la P. A. è un programma annunciato più volte da quindici anni. Ma lo sportello elettronico è solo agibile per professionisti. La digitalizzazione ha comportato investimenti cospicui, in macchine, software e specialisti, senza risultati apprezzabili, tutti o quasi in perdita: meno dell’1 per cento delle pratiche passa online.

Va per i vent’anni il programma Porte Aperte introdotto dal ministro Treu del governo Dini: un giorno la settimana i cittadini avevano accesso ai ministeri per seguire le proprie pratiche. I sindacati dei dipendenti pubblici hanno ristretto l’accesso solo ai funzionari sindacali stessi, e il programma è morto sul nascere.

L’Agenzia delle Entrate ha apprestato un anno fa una complessa modulistica online per i contratti di locazione, Siria,.Iris, Locazioniweb, Locazione.exe. E dopo pochi mesi l’ha tutta cambiata, in una RL1. Che funziona per pochi smanettatori.

Rifare il manto stradale nelle strade urbane costa meno che rappezzarle. Ed evita i percorsi tutti buche – il rammendo fissa le buche invece di coprirle. Ma il rifacimento porta a una gara d’appalto, invece che a un affidamento diretto, e i Comuni non lo praticano.

Una lettera paga lo stesso francobollo, per l’Italia come per la Germania. Un libro paga € 1,15 per l’Italia, 9,40 per Rosenheim, appena dopo il Brennero. L’Europa è carissima – una prioritaria per l’Olanda costa 15 euro.