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domenica 8 giugno 2014

Fisco, appalti, abusi (51)

I Berneschi, padre e nuora, pensavano di poter rimpatriare impunemente i soldi depositati nelle banche svizzere. L’evasione fiscale non è poi così furba.

A una settimana dal 16 giugno, giorno di pagamento, nessuno sa se e quanto deve pagare, di Imu e di Tasi, la nuova patrimoniale. A Roma solo “il Messaggero” di due settimane fa ha detto che l’Imu resta inalterata e la Tasi è rinviata, in poche righe minute, i lettori di altri giornali possono non saperlo. Il sito del Comune è fermo ai Fori, con coda di Gay Pride.  

Al ministero dell’Interno hanno fatto i conti e vogliono far pagare alle Entrate il business delle auto sottoposte a sequestro. Per ogni auto sequestrata il ministero paga un deposito, giornaliero. Piccole somme che però col tempo sono diventate milioni, e ora decine di milioni l’anno. Per beni inesigibili e non liquidabili.
Le auto sequestrate raramente sono riscattate e non sono commerciabili fino a sentenza definitiva. Quando sono ferrovecchio e costringono il ministero a pagare anche la rottamazione della targa.

Quello delle auto sequestrate è uno dei tanti rivoli della corruzione spicciola legale. Analogo a quello delle auto rimosse. Le auto rimosse o sequestrate sono parcheggiate in aree inutilizzabili (scarpate, sottoviadotti, etc.), solitamente private, a una tariffa che in realtà è un aggio. Condiviso con le autorità di settore.

Un pacco inviato tramite corriere, da Roma a Roma, arriva in ritardo di 48 ore, dopo essere risultato al tracking “in transito” a Milano. L’errore non sarebbe casuale né occasionale: pacchi vengono dirottati per “riempire” i furgoni del trasporto.

Al centralino Sda, a pagamento (14,5 centesimi al minuto), al 119 113 366, si ha la risposta “il tempo di attesa stimato è superiore a quattro minuti” per un’attesa di 14 minuti. Seguito da un messaggio “il tempo d’attesa stimato è inferiore ai due minuti”, per sette minuti.

Per avere un’informazione (non la soluzione del problema) dallo Sda-Poste ci vogliono quindi venti minuti di telefonata, tre euro. Nove euro di entrate l’ora. L’operatore del call center è pagato 3 euro l’ora.

Adesso che la vicenda Electrolux si è ricomposta, almeno per qualche anno, la verità si può dire: i prodotti sono cambiati in peggio con la gestione svedese. I libretti delle istruzioni, tradotti, sono incomprensibili in punti delicati. Le funzioni non sono di gestione semplice, né immediata. Ogni sua macchina consuma poco meno del doppio di elettricità rispetto agli analoghi modelli italiani, forni, frigoriferi, lavatrici, sia come potenza impegnata sia come tempi – il risparmio di cui la casa si fregia sarà sui modelli svedesi?

Quel Kipling malamato è nato libero

F.T Marinetti, ufficiale di artiglieria a Gorizia nella primavera del 1917, quando ci passa Kipling, lo ricorda nei “Taccuini”. Due appassionati della tecnica in parallelo: uno di strade, Marinetti di scoppi. Due appassionati della guerra a confronto: Marinetti del sangue, Kipling della virtù, o valore. Pietra, calce, strade, costruzioni, questo entusiasma Kipling in visita alle trincee sulle Dolomiti: “Parodiando Macaulay, diremo che ciò che è l’ascia per il Canadese, ciò che il bambù è per l’Indiano, ciò che il ghiaccio è per l’Eschimese, etc., la pietra e la calce sono per l’Italiano”. Un costruttore.
Inviato sul fronte italiano, nel quadro della propaganda di guerra del ministero della Difesa, come già sul fonte francese, in entrambi i casi in compagnia di un altro scrittore di fiducia dello Stato Maggiore, Perceval Landon, Kipling sa raccontare anche questi modesti  reportage. Anche se, sul fronte italiano, vede poco, montagne dietro montagne. E senza pregiudizi, a parte l’esecrazione dell’“Unno”. La banda militare, con l’eco, racconta come un dispetto agli austriaci. La precisione e l’entusiasmo degli Alpini gli ricordano gli Zulù quando si occupano del loro bestiame. Appena può, elogia la “nuova Italia”: più coraggiosa perché abituata a rischiare al vita per questioni personali: “Forse il suo istinto secolare all’ordinamento amministrativo si è risvegliato sotto le spade”. E forse non aveva torto, forse la “nuova Italia” ha dissipato invece di capitalizzare.
Le riedizioni utilizzano la traduzione del 1917. Le corrispondenze di Kipling (di quelle di Landon si è persa la traccia), subito pubblicate sul “Daily Telegraph” e rapidamente raccolte in volume, furono immediatamente tradotte a uso patriottico, “La France en guerre” e “La guerra nelle montagne”. L’edizione Mursia si completa con una breve storia degli alpini di Massimo Zamorani.
“Sur la guerre” è uno strano libro. Ripropone “La guerra nelle montagne” invece che “La France en guerre”. E alcune lettere inedite di Kipling al letterato francese Chevrillon, nipote di Taine, storico, accademico, anglofilo. Lettere di estremo interesse, per la biografia di Kipling, e le sue idee in fatto di nazionalismo. Che da sole giustificano la quarta entusiasta di copertina, sui “celebri talenti di osservatore di colui di cui Henry James diceva: “Kipling mi tocca personalmente, come l’uomo di genio più completo che abbia mai conosciuto”. Ma i due testi fa precedere e seguire da una prefazione e un vecchio saggio corrosivi, perfino violenti: i cliché del Kipling militarista, vittoriano, imperialista, reazionario, anglomaniaco, perfino razzista, vengono debolmente discussi e sostanzialmente confermati.
La prefazione, del curatore Lucien d’Azay, assomiglia “il primo” Kipling “meno a un romanziere che a un grande reporter del genere Tintin”. E ribalta contro Kipling le letture appassionate di Orwell, Chesterston, e francesi vari. Su un fondo bizzarramente filotedesco della guerra, sotto la pretesa dell’antimilitarismo, e perfino filoturco. A un certo punto d’Azay assomiglia il suo Kipling militaresco a Pasolini, quando nel ’68 si schierò coi i poliziotti, ma non lo salva – forse nemmeno Pasolini. “L’armée anglaise peinte par Kipling”, un saggio del 1900 della giornalista Thérèse Bentzon, è una settantina di pagine da guerra fredda Francia-Gran Bretagna: addossa a Kipling, che aveva 34 anni, tutte le malefatte dell’esercito britannico, da cui la Francia si riteneva all’epoca jugulata, in Africa e altrove – “nessuno più di lui avrà contribuito a esasperare l’animalità anglo-sassone”, inglese cioè e americana, “l’araldo e l’ispiratore della guerra”.   .
Nelle lettere Kipling annota a lungo la meraviglia dell’opinione britannica, filotedesca, allo scoppio della guerra. Assiste con sua propria meraviglia alla crescita della coscrizione volontaria in Gran Bretagna nel primo anno e mezzo di guerra, fino a 2,5 milioni di uomini “validi”, un terzo della popolazione maschile in età lavorativa. Più mezzo milione di cinquantenni ancora abili alle marce. E sempre con meraviglia registra la novità tutta tedesca della guerra di distruzione, che non può essere che suicidaria. Sa anche subito, con sgomento e non con ilarità, che non sarà una guerra guerreggiata, ma un “killing di massa”.
In poche righe dell’ultima lettera a Chevrillon, a rinforzo di una sua nota biografica, Kipling si conferma “figlio del mondo”, senza pregiudizi. O born free come dopo di lui si dirà, nato libero – che è il segreto del suo “mistero”. L’esatto opposto del “vittoriano”, inteccherito nei pregiudizi. Grazie a un’infanzia vissuta in India come un piccolo indiano, seppure con i privilegi del colono: la tata cattolica, il servo indù, il personale mussulmano, il cancello aperto sulla strada e la libertà di gironzolare, tra la folla, i mercati, i templi. Nella vita insomma dei più ogni giorno. Un bambino a cui bisognava ricordare a tavola di parlare in inglese coi genitori,. Che seppe tutto, con naturalezza, da sempre: “Non mi ricordo di un’epoca della mia vita in cui non abbia accettato, come li accettavo, i fatti delle caste, del cibo, del gioco, delle pratiche elementari della vita che si velano così discretamente ai ragazzi in Occidente”. È il privilegio fondativo dell’animo libero. .
Rudyard Kipling, La guerra nelle montagne. Impressioni del fronte italiano, Passigli, pp. 68 € 7,50, Mursia, pp. 128 € 12
Sur la guerre, Pocket\La Revue des Deux Mondes,  pp. 253 € 8,50

sabato 7 giugno 2014

Ombre - 223

Scioperano i dipendenti comunali a Roma, che il sindaco Marino vorrebbe rimettere al lavoro. Solo nell’occasione le cronache romane scoprono il numero chiuso per le pratiche, le file all’alba per prendere il numeretto, l’assenteismo agli sportelli, malgrado l’assenteismo ufficiale sia basso, la lentezza programmatica della burocrazia comunale, e la sua tecnica del rinvio. I giornalisti non fanno le pratiche?

E la macchinetta mangiabancomat? Deve succedere ad Alesina, illustre economista di Harvard per lavoro a Milano suo collaboratore perché un giornale ne parli, nelle lettere al direttore.
Provare a “perdere” il bancomat in una qualsiasi banca, anche la vostra, per sperimentare il delirio di “non è possibile”: è un’esperienza inverosimile.

Peggio dei giornali fa la carissima Autorità per la Privacy: scopre che siamo tutti liberamente intercettati perché Vodafone pubblica i numeri delle intercettazioni. Prima che ci faceva l’Autorità, che paghiamo profumatamente E dopo? Non farà niente, quella delle intercettazioni è una prassi normale, non è una verità rivelata.

Sarà per la diffusione della rete Vodafone in Italia, ma certo le cifre delle intercettazioni sulla sua rete sono stupefacenti: 606mila intercettazioni nel 2013. Niente di comparabile altrove, eccetto che in Tanzania, 99 mila, e in Ungheria, 76 mila.

Il governo assicura sdegnato che queste intercettazioni “sono sempre autorizzate dall’autorità giudiziaria” e non abusive. Ma è meglio o non peggio? Il “Corriere della sera” spiega che “ogni richiesta può anche riguardare centinaia di persone o dispositivi”.

Lech Walesa mette in guardia contro la guerra alla Russia. Consiglia anche agli ucraini, cioè agli avventurosi polacchi suoi connazionali, di non esagerare. Ci salverà di nuovo Walesa?

Il presidente francese Hollande  costretto a due cene separate, la stessa sera, perché Onama non vuole incontrare Putin. Col quale celebra – separatamente – la vittoria su Hitler. E non è una commedia.

Nello scandalo del Mose, i giudici hanno scoperto la corruttela confrontando le entrate degli accusati con le uscite. Ma un generale in pensione della Guardia di Finanza aveva due milioni di entrate. Quelle erano buone?

Come un’inchiesta romana sul malaffare di Unipol si trasforma a Milano in una a carico di Berlusconi, cioè di Tremonti? Sul “Corriere della sera”, 5 giugno, “Le microspie di Roma e la fuga di notizie sull’inchiesta Unipol”. A opera della Procura di Milano.

È perplesso Renzi nella foto di gruppo al G 7 di Parigi – non sarà di furbi o di scemi, sembra chiedersi? Spingono alla guerra contro la Russia. Auspice la Polonia. Niente di meno.

Obama va a Varsavia e promette più basi militari: un investimento da un miliardo di dollari. Creerà occupazione, è il commento unanime. O: difenderà l’Europa Orientale. Da chi?

Il piano Delors che portò al Trattato di Maastricht  prospettava una crescita economica del 4-6 per cento annuo per effetto dell’unione monetaria. Mentre siamo a più tasse, meno pensioni, sanità e servizi sociali, e disoccupazione a valanga, rileva mesto Paolo Savona su “Panorama”. Ma il voto che ha censurato questo disastro è accantonato come populismo. E dopo una settimana è già dimenticato.

C’è un complotto quasi a ogni riga nel lungo pezzo del “Sole 24 Ore” domenica 1, a firma Riccardo Antoniani, “Misteri d’un capitano”, su Eugenio Cefis. Quasi tutti denunciati da testimoni dubbi: anonimi, pseudonimi, prezzolati, di parte politica. Con l’effetto di fare di Cefis una vittima, che pure qualche colpa ce l’aveva.

Massimo Teodori non ama i complotti. Lo ha ribadito con Bordin in “Complotto! Come i politici ci ingannano”. E da ultimo lunedì sul “Corriere della sera”, contro gli sprechi di energie, risorse, e tempi parlamentari sulla morte di Moro. Ma è l’autore di un Cefis complottista da levare il respiro: è Cefis il vero capo della P 2.

La natura muore allo stato di natura

Occhio fotografico stroboscopico, introspettivo, esorcistico – di cui molte immagini di ideale bellezza ornano l’aureo libriccino. Camminatore compulsivo, flâneur d’altura. Conoscitore di ogni piega dei terreni, di ogni rivolo d’acqua, di ogni volo piumato, stagionale e estemporaneo. Insomma naturalista, benché avvocato come dicono le note biografiche, Bevilacqua s’interroga: non sarà lo stupore, la capacità di stupirsi di fronte al creato, uno stato di follia, nel senso di Erasmo?
Si deve pur fare una ragione di se stesso, evidentemente. E con una prosa arguta, nonché informata dei fatti, si interroga interrogandoci. Come a dire: siete, siamo, o no capaci di stare bene nello “spettacolo” della natura? Il sottotitolo è “Estetica, sacralità, etica della natura”, corrispondenti ai tre capitoletti che compongono la raccolta, più uno “Stupore e coscienza”. In compagnia di Pound tra i tanti, il poeta folle de “L’albero”, della raccolta definitiva “Personae”, 1929: “Sono stato un albero nel bosco\ Ed ho compreso molte cose nuove\ Che prima erano follia per la mia mente”. La religione della natura è così: è semplice, e non lo è – le religioni si vogliono paludate e rituali.
Fulco Pratesi scrive alla fine a Bevilacqua per contestargli l’innocenza dello stupore: se stupore è amore e rispetto della natura, beh, ci vogliono alcuni anni e molti strati di cultura per arrivarci. La cosa infatti, oltre che non semplice, non è nemmeno naturale come vuole l’illuminismo di scuola. Lo stesso Bevilacqua aveva convenuto che “non è affatto facile portare con sé la bellezza e percepirla in un fiore o in un paesaggio”. E si era interrogato: “È saggio o folle dilapidare le risorse naturali della Terra”? Certamente non è saggio, ma ci vuole una buona dose di stupore.
Francesco Bevilacqua, Elogio dello stupore, Rubbettino, pp. 93 € 5

venerdì 6 giugno 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (208)

Giuseppe Leuzzi

Viaggiando per Reggio Calabria i grandi cantieri dell’ammodernamento si notano più spesso per essere fermi, o lavorare al minimo. La cosa è strana perché ogni giorno di fermo è una perdita grossa di denaro. Ma si spiega: sarà in atto un ricorso al Tar o comunque un contenzioso, che sono entrambi molto più remunerativi che far lavorare i cantieri.

Nel 1921, tutto ciò che oggi viene detto mafia veniva indicato con nome di camorra, a Palermo, a D.H.Lawrence. La mafia era da venire – la mafia onnipresente è degli ultimi cinquant’anni. Sempre nel 1921 i Beati Paoli si rappresentavano a Palermo al teatro dei pupi come i nemici della “camorra”.  Lo scrittore ne riferisce in calce a “Mare e Sardegna” in tutta innocenza. Le storie della mafia sono da rifare – o sono apologie?

Angelo Mellone, “Meridione a rotaia”, tarantino, non ama la Calabria. Lo Ionio si può capire, i treni ci mettono ore invece di minuti, quando passano. Ma non ama neanche il Tirreno. Racconta di un Roma-Reggio di notte in treno che è un suk: “Il bazar organizzato in cuccetta a notte fonda,\ il mercato di favori e scambi”. Non per ripetere, precisa generoso, Albanese, il comico – “pensavo avessero trasportato\ per scherzo\ le caricature di Antonio Albanese”. Ma il Roma-Reggio non passa per Tropea da almeno quarant’anni, quanti sono gli anni di Mellonxe, e non porta cuccette da almeno venti. Anche in questo ritorno di espiazione, la Calabria resta vittima di Albanese, il comico apulo-lombardo.
Sotto l’insegna di Moeller van den Bruck, precisa ancora Mellone. Cioè da destra?

Di Jean Paul, scrittore tedesco ora dimenticato, molto popolare ai primi dell’Ottocento, che superò molti difficili transiti della vita senza perdere l’arguzia e il buonumore, Friedrich Hebbel scrive nei “Diari”, p. 46 (§ 835). “(È strano) che Jean Paul abbia conservato tanto coraggio! Perché era stato da bambino in paradiso, e si trattava per lui semplicemente di riconquistare il paradiso”. La storia è sempre possibile.

La mafia a tavola
Il rapporto annuale del Nucleo Antisofisticazioni dei Carabinieri dà le adulterazioni e le frodi molto diffuse. Riguardano tutti gli alimenti, confermando una sensazione comune, specie i più diffusi, carne, pane, pasta. Soprattutto nei ristoranti ma anche nello spaccio al minuto. E i medicinali: nei primi cinque mesi sono stati sequestrati medicinali “non conformi” per 115 milioni. Un mercato parallelo che il rapporto, però, imputa alla criminalità organizzata, cioè alla mafia siciliana, alla camorra e alla ‘ndrangheta. La sofisticazione alimentare e farmacologica come canale per il riciclaggio, denuncia il rapporto.
Può essere. Tutto può essere riciclaggio. Anche la moda, per dire, e l’abbigliamento, nel lavoro à façon e nella copia, più o meno proibita. Ma è da un lato sottovalutare l’adulterazione dei cibi e dei farmaci e dall’altro, naturalmente, sopravvalutare le mafie. La sofisticazione alimentare è un dato “normale”: esteso cioè e punito, in rari casi, con multe. È un affare enorme, e si fa alla luce del sole, senza bisogno di kalashnikof e di tritolo. Non da mafiosi patentati, ma da decine, centinaia di migliaia di “operatori”.
L’allarme mafia del Nas dei Carabinieri si può intendere come un tentativo di agganciare l’opinione e la politica a un maggiore impegno nella prevenzione e la repressione in questo campo. E invece il rapporto è caduto nel nulla. Il tutto mafia è uno stereotipo che non paga. Una geremiade, una ritualità. E devia lì attenzione dalla mafie vere e proprie.Il solo effetto sarà stato di bollare sul dorso del Sud il big business delle frodi alimentari e sanitarie. 
Anche ammesso che le tre mafie siano dappertutto, sarebbe necessario allora individuarne le controparti. Forse è vero che le mafie hanno riciclato i rifiuti nocivi. Ma non per conto di qualcuno?

Le vie dello scandalo
Le strade e le ferrovie in Italia D.H.Lawrence, che la penisola viaggiò a lungo, trova impressionanti in “Mare e Sardegna”, 129. “La ferrovia costiera in Calabria, verso Reggio, ci farebbe orgogliosi se l’avessimo in Inghilterra”. E commenta: “Qui è una cosa ovvia”. Gli piace anche, sulle strade tortuose, la capacità di guida, “di un grande bus  o di un’automobile” che sia: “Sembra così facile, come se l’uomo fosse parte del mezzo. Non c’è niente di quel bestiale stridìo, spiacevole sensazione che uno ha al nord”.
Il “Corriere della sera” invece, dovendo registrare oggi un atto virtuoso, di un’impresa meridionale, sulla Salerno-Reggio Calabria, la consegna dei lavori in anticipo sulla data convenuta, annega l’evento in una sequela di turpitudini sulla stessa Salerno-Rc. In piena Tangentopoli, miliardaria, a Venezia, Milano e viciniori. Da cui la Salerno-Reggio è invece, malgrado tutto, esente – della grande corruzione, organizzata, sistemica. Giusto le solite bombe minatorie di piccoli malviventi. Ma lì bastavano i Carabinieri.

La Sicilia dei pupi
Termina con l’Opera dei pupi dei Cuticchio (non li nomina, ma ogni indicazione che dà li denota)  “Mare e Sardegna” di D.H.Lawrecnce. Lo scrittore ne dà un riconoscimento sostenuto per una decina di pagine, e un elogio di grande forza persuasiva.
Alcune sere l’Opera dei Pupi si chiudeva con una comica. Tra il Napoletano e il Siciliano. Che sempre esilarava i cinquanta bambinetti, nota Lawrence.

Del Siciliano D.H.Lawrence, che la Sicilia visitò e abitò a più riprese, fa questo ritratto in “Mare e Sardegna”, p. 88: “La parlata siciliana è chiusa e evasiva, come se il Siciliano non volesse parlarvi diretto. Di fatto, non lo fa. È uno stracolto, sensitivo, antico spirito, e ha in mente talmente tanti lati di sé che non ne ha nessuno definito. Ne ha una dozzina, e con difficoltà ne è conscio, e impegnarsi in una qualsiasi di esse è solo fare un trucco su se stesso e il suo interlocutore. … Il Siciliano... è troppo antico e rusé per non essere sofisticato su ogni e qualsiasi fede. Partirà a razzo, e poi si spegnerà acido e scettico anche contro la sua stessa miccia. Si simpatizza con lui in retrospettiva. Ma nella vita quotidiana è insopportabile”.

leuzzi@antiit.eu

Stupidario europeo bis

La lampadina a venti euro. Che si accende di malavoglia

Lo zucchero in bustina al bar

L’olio, l’aceto in bustina

L’olio d’oliva al 4 per cento di olio d’oliva

L’olio extravergine di oliva al venti per cento di olio d’oliva

Il latte senza latte

“Per gli e porri di categoria 1 almeno un terzo della lunghezza totale, o metà della parte ricoperta, deve avere una colorazione bianca oppure bianca tendente al verde”

Per egli e porri precoci “la parte bianca oppure bianca tendente al verde deve costituire almeno un quarto della lunghezza totale oppure un terzo della parte ricoperta”

Lo spazio aereo europeo sottoposto a trentasei organismi diversi di controllo, ognuno con tecniche e procedure diverse.

Le produzioni nazionalizzate. Fabbricate altrove e montate in Italia, in Germania, etc, per poter esibire il made in Italy, made in Germany, etc. A profitto di chi?

Il romanzo dei cattivi gesuiti

Un romanzo. Storico, psicologico, politico, religioso. Pieno di eroine, eroi, senza nemmeno spendere i nomi più prestigiosi, Pascal, lo stesso Racine, e regine, re, cardinali, principi, principesse, cattivi impuniti, e miracoli, la miracolata, la signorina Périer, essendo la nipote di Pascal. E colpi di scena. Che culmina nella guerra ferocissima, subdola, traditrice, che i gesuiti condussero contro Port-Royal, un convento di monache non di altro colpevoli che dell’esercizio della virtù. Cui furono addossate le colpe di Giansenio, non di altro colpevole che di essere – essere stato all’epoca dei fatti – un santo vescovo, devoto della chiesa cattolica romana ma non dei gesuiti. E i gesuiti non gli lasciarono un attimo di respiro, neanche a lui. Le “Lettere provinciali” di Pascal segnano l’aspetto ideologico (teologico) della vicenda, sulle varie forme della grazia divina, che non serve ritracciare. Questa “Breve storia” di Racine ne è il romanzo appassionante. Una narrazione convincente – alla fine si vorrebbero vedere tutti i gesuiti appesi.
Ci fu una guerra civile in Francia nel Seicento. Non solo nel 1652, quella propriamente detta della nobiltà della Fronda contro la corte e la stessa corona. Ma una pervicace, ostinata, e non meno delittuosa, lungo tutto il secolo, di mezza Francia contro i gesuiti, e dei gesuiti contro mezza Francia. Espulsi nel 1595, dopo un attentato al re, rientrati meno di dieci anni dopo, nel 1604, e dominanti a corte, attraverso le buone coscienze dei re, le regine e le mantenute, a cominciare da Enrico IV (il riconvertito di “Parigi val bene una messa”), Luigi XIII e Luigi XIV. Marc Fumaroli li assolve, lo storico dell’arte della Controrifirma (“La scuola del silenzio. Il senso delle immagini nel XVII secolo”): “La modernità gesuita, alla prova in Francia, apparve insieme scioccante e démodée, la fedeltà gesuita a Aristotele, a Cicerone, a san Tommaso sembrò impura ed equivoca. Benché fossero in effetti, per il loro enciclopedismo, gli ultimi frequentatori dell’Antichità vivente, i gesuiti passarono per traditori dell’Antichità. Benché fossero, col loro adattamento alle realtà del mondo del Rinascimento, i primi storici, sociologici ed etnologi del cattolicesimo, furono tenuti per i suoi peggiori reazionari”. Racine non ne censisce che malevolenze e pratiche ignobili.
La Port-Royal di Racine, degli anni di Racine, è Arnauld. La rifondatrice del convento e della nuova regola, madre Angélique, badessa a undici anni, era Arnauld. Sorella del Grande Arnauld, Antoine come il padre e il nonno, filosofo, teologo, devoto al papa, una delle tante vittime dei gesuiti. Reo di essere nipote del legista Antoine, ugonotto riconvertito cattolico dopo la Sant-Berthélémy, 1572, che nel 1594 aveva preparato con un suo sermone l’espulsione l’anno dopo dei gesuiti. La madre del Grande Arnauld, sei delle sue sorelle, Angélique compresa, e sei delle sue nipoti furono monache a Port Royal. Più cinque “solitari”, uomini che si ritiravano nelle vicinanze: Antoine stesso, un fratello e tre nipoti.
Scritto vent’anni prima della morte, dopo “Fedra” e la nomina a storico di corte, ma non pubblicato né rielaborato, il testo risente di qualche ripetizione. Ma lo sdegno resta sempre vivo, pari alla scrittura. Racine chiederà di essere sepolto a Port-Royal, dov’era stato cresciuto, forse per scongiurare le profanazioni e distruzioni a cui i gesuiti convinceranno poco dopo la sua morte il suo amato re Luigi XIV. Non si saprebbe sottovalutare quel conflitto, apparentemente così remoto dalla nostra sensibilità, e forse da quella degli stessi gesuiti. Uno dei primi perni della campagna gesuitica fu la denuncia di un “complotto di Giansenio” nel 1621, con alcuni congregati, tra cui l’abate de Saint-Cyran, confessore di Port-Royal. Le ottime annotazioni che corredano questa edizione dicono che il complotto non ci fu, ci fu solo un incontro di Giansenio e Saint-Cyran. I quali però si vollero incontrare per concordare un codice segreto con cui scriversi
Giulia Oskian, che ha ripescato e illustra la “Breve storia”, ne mette in rilievo il “nitore pittorico”. La sobrietà, specie a petto del gigantesco Port-Royal di Sainte-Beuve. E naturalmente l’istinto drammatico, anche in questo testo ritenuto minore di Racine. Ma c’è di più: il talento narrativo, l’onestà intellettuale. Racine non è un bigotto. Litiga non solo coi gesuiti, anche con Pierre Nicole, il filosofo “solitario” alter ego del suo divo Arnauld a Port-Royal nel lungo esilio di questi – salvo poi riconciliarsi in punto di morte col convento. È uomo di corte ma non si nasconde. Non sul beghinaggio della regina madre. O sui colpi di teatro di cui Richelieu si compiaceva. Mentre il cardinale de Retz, il capo in disgrazia della Fronda, fa “teologo profondissimo”. Senza timore di dire i torti del suo re, Luigi XIV, il soppressore di Port-Royal. La “Breve storia” termina con Luigi XIV, difensore e capo del gallicanesimo contro l’oltremontanismo, l’obbedienza cieca al papa anche in questioni non di fede, che chiede al papa di mettere in riga i vescovi francesi.
Jean Racine, Breve storia di Port–Royal, Edizoni della Normale, pp. 226 € 10

Lo scasso

Mai tassi così bassi
E tasse nelle casse
Con le masse all’osso

giovedì 5 giugno 2014

Problemi di base -185

spock

Craxi no Renzi sì, le idee maturano in trent’anni?

Abbiamo fatto la rivoluzione in Ucraina per un oligarca?

Anche in Egitto, abbiamo fatto la rivoluzione per un generale, un altro, dopo il tiranno che abbiamo abbattuto?

Sarà la democrazia cieca, da quelle parti, come la civetta?

Ci salverà Walesa, di nuovo?

Conta più Beccaria, in Italia, o l’Inquisizione?

Ma Beccaria, chi è?

Nelle storie dell’impero romano Cristo non c’è: una svista?

Dio è morto, oppure l’uomo?

spock@antiit.eu

Montalbano sconfigge la pioggia

Un dettaglio è falso: il pescespada d’inverno. Il resto fila goloso alla Montalbano – “nuttata persa e figlia fìmmina”. Anche se lui si vuole vecchio, duro di udito, con vuoti di memoria, infine sentimentale, con la “fidanzata” lontana. Con una chicca: la chiave è Rosebud, boccio di rosa, la parola magica che Citizen Kane-Orson Welles dice morendo – il nome che dava allo slittino sulla neve nei primi, felici, suoi anni. E una novità: Vigata sotto il fango e la pioggia, per giorni e settimane.
Camilleri si è voluto sganciare dalla solarità del regista Sironi che fissa il monumento – al punto da chiedersi: “Ma era veramente esistita da quelle parti la terra dei limoni (e macari dell’aranci)? O era stata ‘na fantasia poetica?”. Il camilleresco è anch’esso più duro, artificioso. E tuttavia il personaggio s’impone, con la Sicilia qual è, raggiratrice, apparato repressivo compreso, giudici e commissari di Polizia. Come a dire: a raggiratore raggiratore e mezzo – la legge non c’entra.
Andrea Camilleri, La piramide di fango, Sellerio, pp. 263 € 14

Stupidario filosofico

“Propendo a ritenere i negri, e in generale tutte le altre specie di uomini (perché ce ne sono quattro o cinque di specie differente), di essere naturalmente inferiori a bianchi. Non c’è mai stata una nazione civilizzata di un colore altro che bianco, né alcun individuo eminente per imprese o riflessioni. Niente imprenditori ingegnosi tra di loro, niente arti, niente scienze”. (David Hume, nota in calce all’edizione 1753-1754 del saggio “Sui caratteri nazionali”, uno degli “Essays and Treatises on Several Subjects”.)

Propendo a ritenere i negri naturalmente inferiori ai bianchi. Raramente c’è stata una nazione civilizzata di quel colore, o un individuo eminente per imprese o riflessioni (id, rifacimento della nota nell’edizione 1777).

«L’Africa (…) non interessa dal punto di vista della sua propria storia, ma per il fatto che vi vediamo l’uomo in quello stato di barbarie e di selvaticità, in cui esso non costituisce ancora un principio integrante per la genesi della civiltà…….
 “Ciò che caratterizza l’indole del negro è la sfrenatezza. Questa loro condizione non è suscettibile di alcuno sviluppo o educazione: così come li vediamo oggi sono sempre stati. Nell’immensa energia dell’arbitrio sensibile che li domina, il momento morale non ha alcun rilievo. Chi vuol conoscere manifestazioni spaventose delle nature umane può trovarle in Africa. Le più antiche notizie su questa parte del mondo dicono lo stesso. Essa non ha dunque propriamente una storia”. (G.F. Hegel, “Lezioni sulla filosofia della storia”, vol. primo).

“Perfino la natura ha la sua storia. Ma allora anche i negri hanno storia. O la natura non ha storia? Può certo sparire nel passato, ma non è che tutto quello che trapassa entra nella storia. Quando l’elica di un aeroplano gira, niente “succede” per questo. Se invece l’aereo porta effettivamente il Führer da Monaco a Venezia, da Mussolini, allora accade la Storia” (geschieht Geschichte, n.d.r., ma non è un gioco di parole): “E l’aeroplano stesso entra nella storia, e forse sarà un giorno preservato in un museo. Il carattere storico dell’aeroplano non dipende dal giro dell’elica, ma da che cosa in futuro sorgerà da questo incontro” (M. Heidegger, “Logica”, 1934, semestre estivo, negli appunti di Wilhelm Hallwachs e Helene Weiß , 11-12  - GA, 38, p. 83)

“In questo stadio lungamente intermittente la musica di un night-club vicino, che mi seguiva, giocò un ruolo straordinario. Fu strano che il mio orecchio s’impuntasse a non riconoscere “Valencia” per “Valencia”…. E quando scoprii alcune figure letterarie (gli amici Gustav Glück e Erich Unger, n.d.r.) nuovamente a un tavolo vicino, da Basso, mi dissi che avevo finalmente trovato a che cosa serve la letteratura. Ma non c’erano solo figure familiari. Qui, sul palco della più profonda fantasticheria due figure – filistei, vagabondi, chissà – mi passarono davanti come «Dante e Petrarca». «Tutti gli uomini sono fratelli»” (W.Benjamin, “Sull’hashish”,  Protocollo IV, 28 settembre 1928, sabato, Marsiglia). 

mercoledì 4 giugno 2014

Sarkozy o della stupidità al potere

Dunque, ha inguaiato Platini, oltre che l’Italia. Uno simpatico a tutti, non solo agli juventini. Senza protervia, con naturalezza: Sarkozy è stato artefice di innumeri disastri, per l’Italia, la Francia, l’Europa, le sue mogli, con naturalezza – in Italia scontiamo ancora la recessione e la guerra alla Libia. Si sapeva, già da quando faceva lo Stanlio con la cancelliera Merkel: una sera i giornalisti francesi scoprirono che la sua morigerata comprimaria se la rideva a scroscio al bar coi suoi assistenti della sua dabbenaggine. Ma nello scandalo del Mondiale al Qatar si è superato.

Può darsi che all’uomo siano legate proprietà malefiche, suo malgrado. Si spiegherebbe così la fuga, senza remissioni, delle sue mogli, contro ogni lusinga del potere e della ricchezza. All’ultima, l’inebetita Bruni, ha perfino imposto di figliare, per guadagnare un paio di settimane d’immagine. Ma con più probabilità l’uomo impersona la forza della stupidità. Della capacità incontornabile di fare il male. 

Recessione – 21

Tutto quello che bisognerebbe sapere e non si dice:
Produzione industriale ancora in calo nei primi due mesi del secondo trimestre. Anche nel secondo trimestre l’economia dovrebbe risultare in recessione.

Dopo il voto europeo, l’Istat si strappa la maschera e rivela che i disoccupati nel primo trimestre erano il 13,6 per cento della forza lavoro, non il 12 virgola di prima delle elezioni.

Sei milioni di senza lavoro, su una forza lavoro di 19 milioni di adulti 15-64 anni, conta l’Istat: tre milioni di perdenti posto e tre milioni di giovani inoccupati. Su una forza lavoro di 19 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni.

In sette anni i redditi delle famiglie si sono ridotti di un decimo, la produzione industriale di un quarto. Il presidente della Banca d’Italia Visco li dettaglia, ma i media non ne riferiscono.

Gli investimenti si sono anch’essi contratti di un quarto. La parte degli investimenti sul prodotto interno lordo è ai livelli del 1945, finita la guerra.

Il silenzio dell’amore e altre passioni

“Il silenzio non  esiste in natura”, esordisce il poeta milanese. Nella natura animata no, in quella inanimata per la verità non lo sappiamo. Non ci siamo posti il problema, il transumanismo ora ce lo potrà risolvere – il fisico de Gennes premio Nobel ha cercato a lungo le origini dei linguaggi parlati, dei suoni, nei fossili e non ce le ha trovate.  L’etimologia non aiuta, le sibilanti della parola neppure, sono rumorose.
Franco Loi ne sfiora la natura nell’amore – “il confine fra il dire e il tacere nell’empito dell’emozione”. L’amore, si può aggiungere, che più è sentito quanto più è taciuto, a parole, compresso e non disperso – quanto della banalizzazione oggi dell’amore non va con la banalizzazione del detto, per cui tutti sono tesori e amorucci (ci voleva un Pascal per dirlo, un quasi prete: “In amore un silenzio vale più di ogni altro discorso”). E poi procede per tentativi. Nella memoria, specie nella “diaristica o i memoriali della vecchiaia” - ma purtroppo non solo di quella: lo stesso Loi ha ricordi di quando aveva sei-sette mesi. Nella paura. Nel sogno. Nell’ascolto, che i papi hanno rimesso in circolo – sarà questa l’epoca della distrazione? Nella ricerca del nulla, “da Budda a Nietzsche” – la ricerca del nulla, c’è anche questa filosofia. Con nove notevolissime poesie inedite.
Franco Loi, Il silenzio, Mimesis, pp. 60 € 4,90


Milano fa ancora paura

Messa ai margini della politica nazionale dal voto domenica, dopo venticinque anni di signoraggio, e in perdita di richiami sui mercati finanziari, Milano fa ancora paura con a sua Procura. Dovendone condannare la gestione, il Csm, il basso ventre del sottogoverno, si astiene. Il supremo consesso dei giudici, che Napolitano presiede, ha scelto di lasciare le cose come stanno.
Tra Robledo e Bruti Liberati la partita è stata triplice. Contro lo strapotere di “Napoli” a Milano. Contro lo strapotere di Magistratura Democratica, gli ex Pci, nelle Procure. E anche, perché no, contro l’arbitrio, le Procure-caserme che un Parlamento tramortito ha votato: il Procuratore Capo è il colonnello comandante, lui ordina e gli altri obbediscono, l’autonomia del giudice, l’obbligatorietà dell’azione penale la stessa legge ha dichiarato bufale.

Più paura fa la giustizia

Più che Milano fa paura la “legge”, questa giustizia. Il modo di concepirla e il suo ordinamento. Lo stesso giorno in cui il Csm ha preannunciato la sua astensione, un Tribunale ha condonato la pena a un generale dei Carabinieri perché il poveretto, in vent’anni di processo, aveva già “scontato la sua pena”. Roba da non credere: non si vorrebbe considerare i giudici iniqui a tal punto. 
E tuttavia non c’è via di fuga. I giudici sono un apparato fascista, dagli ermellini alle eccellenze, ai privilegi, alle impunità. Sono legati al sottogoverno, ne sono anzi la peggiore specie: litigiosa, avida. Guadagnano troppo, e non vogliono limiti. Sono neghittosi: lavorano poco o niente, e di preferenza male. Alcuni di loro lavorano, ma la maggioranza no. Si sono appropriati la giustizia, e da questo punto di forza presiedono alle peggiori turpitudini: scandali a senso unico, indagini, denunce e sentenze politiche, corruzioni scoperte non denunciate e abbuonate, favoritismi in carriera, ritardi, inadempienze. Autori o paraninfi delle vicende più nere dell’Italia, da Piazza Fontana a Paolo Baffi, Mani Pulite e la corruzione dilagante.

Privatizzazioni, il gioco dei furbi

Dunque, per Bruxelles le riforme sono una: le privatizzazioni. Il famoso scrutinio europeo che l’Italia attendeva è arrivato con una chiara indicazione: vendere. Finora chiamate liberalizzazioni, per un’infarinatura di bon ton, ora che siamo liberalizzati, soggetti cioè della petulanza quotidiana di ogni operatore del telefono, della luce, del gas, con offerte bugiarde, la cosa si chiama col suo nome: vendere le aziende pubbliche. Anzi ogni patrimonio pubblico, boschi, spiagge, le acque dolci, coi monumenti e l’aria, perché no. Venderli subito, senza stare a fare il prezzo, l’Europa è ultimativa.
La vendita non risolve il debito, questo è risaputo. Le vendite di Ciampi e Draghi vent’anni fa non hanno risolto niente. E hanno anzi provocato grossi danni, alle banche ex Iri e a Telecom Italia soprattutto – mentre le aziende rimaste sotto il controllo pubblico sono floridissime, Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Saipem, perfino Fincantieri. Anche alla Grecia ultimamente Bruxelles ha imposto di vendere, promettendo entrate per 60 miliardi in tre anni: sono assommate a 2,6 miliardi. Un gioco dei furbi, peraltro scoperto.
Una Europa che si raccomanda in questi termini si penserebbe abbia raggiunto il fondo. Ma Bruxelles non si vergogna: ha finalmente una constituency chiara, e non se ne vergogna. Certa dell’impunità. Ci chiedevamo a chi rispondessero Barroso, Van Rompuy, Olli Rehn e i loro compari. Ma alle banche d’affari e ai fondi d’investimento. Ecco perché tanta impunità, questa Europa naviga sull’oro.

martedì 3 giugno 2014

A Farage il voto anglo-asiatico

Come già Bossi anche Farage, se è razzista, farà bene a convertirsi. Bossi, che partì sparato contro i meridionali a Milano, poi ne risultò il più votato. Per Farage ha votato in massa, facendo la differenza,  il piccolo commercio. Cioè gli “anglo-indiani”, pakistani e bengalesi compresi: sono quelli che di più temono la nuova immigrazione.
L’Ukip di Farage è diventato il primo partito in Gran Bretagna agitando il timore dell’immigrazione indiscriminata che la Ue sta per aprire dai Balcani. Non ci sono risorse da investire in nuova immigrazione, questi gli argomenti. E scuola, sanità, previdenza, i servizi pubblici essenziali, sono già sotto stress con la popolazione esistente. Ma Farage ha fatto breccia soprattutto sul piccolo commercio al dettaglio, oltre che sulla manovalanza sparsa - che nel Regno Unito non è vasta, e non comunque inglese-inglese – e sui disoccupati.
Su una popolazione britannica di 55 milioni, un 12 per cento è di nuova immigrazione, nata all’estero. Valutando a un 8 per cento i nati nel Regno Unito figli o nipoti di immigrati nati fuori, la popolazione britannica di immigrazione recente, nell’ultimo cinquantennio, è il 20 per cento del totale, 11 milioni. Otto di questi vengono da fuori Europa. Sono loro il bacino elettorale di Farage. Minacciati dall’apertura totale delle frontiere agli europei, ai più poveri tra di essi.

Rock neolitico

Riparte il rock a Roma
Con i Queens di Stone Age
E a seguire i Rolling Stones
Il rock non si rottama
Dall’età della pietra

Ed ecco a voi la Mafia Republic

Mancava e quindi eccola, la Repubblica mafiosa. La cattiva azione che mancava. Sì, ambigua, “mafia republic” si può intendere, per carità, Dickie così la intende, come la ragnatela mafiosa. Ma l’allusione è chiara, chiarissima, su di essa l’autore, i recensori entusiasti, l’editore speculano. E per questo il libro si fa leggere. Sì, è “divertente”, come assicurano le autorità britanniche che illustrano il risvolto, ma quante “narrazioni” non abbiamo avuto e non abbiamo su Cutolo, Casal di Principe, Lima, Ciancimino, Riina, e compari. Mancava giusto la Repubblica di mafia.
Alla fine della lettura resta poco, come di tutte le storie della criminalità, peggio della pornografia. Non più della lettura del giornale. “Le mafie e la Repubblica sono cresciute insieme”. Ovvio, tutto cresce, è di questi profondismi che Dickie ci nutre. Il problema sarebbe che non sono cresciuti i Carabinieri. Perché la proprietà è un furto. E perché fare la ronda è sempre meglio che lavorare, distende i nervi, oppure “controllare il territorio” (multare gli onesti). Ma di queste cose, che pure tutti vedono, non c’è traccia nella apocalisse dickiana.
L’editore si fa scudo nel blurb di autorevoli firme britanniche: gli italiani si lamentano dello stereotipo? ma “il problema vero è che lo stereotipo è corretto”. E quindi mettiamo anche l’editore, già illustre, in questa “Repubblica”? L’editore dirà che lui non c’entra, naturalmente, ma si può fare eccezione solo per lui? Mettere insieme tanti crimini senza nient’altro equivale ad assimilare un paese ai suoi crimini. Certo, successo chiama successo, e l’editore esiste per vendere i libri. Ma con qualche limite - non è, si penserebbe, un circo. 
Dickie, che si era segnalato quindici anni fa a Napoli con “Darkest Italy”, uno studio sulla nascita dello stereotipo (anti)meridionale nell’Italia di fine Ottocento, mai ripubblicato e nemmeno tradotto, da qualche tempo si diverte a spese dell’Italia che insegna, da reporter aggiornato – cucina? cucina, terremoto? terremoto, mafia? mafia. Con una notevolissima bibliografia, bisogna dire, da grande lettore. Che non lo esenta dagli errori della fretta e della compilazione: la Salerno-Reggio Calabria, su cui raccoglie in poche righe alla pagina 112 una ventina di turpitudini, dice in costruzione da 50 anni, il questore Marzano a Reggio Calabria, di cui di cui è l’unico ad avere una buona opinione, sposta all’autunno del 1954 invece dell’estate, la missione riducendone e 54 giorni, Angelo Macrì dice “originario di Brooklyn”, etc. Di penna facile, alla Montanelli, è altrettanto superficiale. Uno dei tanti che sfruttano il provincialismo italiano. Qui recidiva, riscrivendo “Onorate Società”” di due anni fa. Ma che c’entriamo noi? Lettori, italiani, meridionali, antimafiosi genetici.
John Dickie, Mafia Republic, Laterza, pp. 532 € 24