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lunedì 8 settembre 2014

Secondi pensieri - 187

zeulig

Amore - Essere soli non è disonorevole, Kant l’attesta, che riconosce: “Una solitudine profonda è sublime, seppure di un sublime terribile”. Es-sere infedeli è annientarsi, una forma di masochismo, come chi si ferisse o amputasse, benché non infrequente. Ma si può esserci e non esserci, per tutto il mutuum adiutorium, che in sé non è eterno. Un figlio ami il padre, càpita, o un padre il figlio, è un fatto carnale e di convivenza, ma l’amore tra estranei è opera eterna, un capolavoro assoluto, quindi altrettanto raro.

Dio femmina - L’argomento è antico: Dio era femmina per gli gnostici. Che rifiutano il “dio padre” increato, l’agénnetos delle diatribe, lo Spirito Santo era per loro Madre. Maria avrebbe quindi concepito da una donna.
Anche nel Corano la Trinità si compone di Padre, Madre e Fi-glio. Lo Spirito Santo era donna già nella Trinità iranica, di Mani, la Ma-dre dei viventi. È che le religioni hanno profeti maschi, ma si propagano per via femminile, per purezza o licenza. È femmina pure il Leviatano.

Epistemologia – Era scienza svietica? Naturalmente no, ma è sparita col Muro. Non si è ancora sollevata dalla pretesa di tutto abbracciare, sulla base del materialismo storico, e compreso questo stesso suo fondamento. Galileo ne è stato il bersaglio. Non della crisi della razionalità scientifica ma della cultura della crisi, e della sua pretesa razionalità - Ludovico Geymonat dovette pubblicare alla macchia gli ultimi saggi, “Per Galileo, attualità del razionalismo”.
Pesa la paura epocale della capacità dell’uomo di fare. Il buco dell’ozono, la Bomba, la genetica, i contraccolpi della democrazia irrompente, anche nelle relazioni economiche internazionali, l’Occidente tutto, ragione e storia, acculato in difesa, hanno portato i vecchi civilizzati a dubitare di se stessi. Della loro superiorità e quindi di sé e del futuro. La crisi della scienza è crisi di fiducia.  Contro “Il sogno d Galileo” dell’avvincente saggio di Enrico Bellone non è più fuori di noi il terribile Meyrink delle “Succhiatempo”: “La scienza è per noi solo un pretesto per fare qualcosa, una cosa qualsiasi, non importa quale; la vita, la terrificante, orribile vita ci ha seccato l’anima”.

Galileo in effetti è un utile rivelatore. Regge, si scopre, le esigenze della nuova Razionalità, del sapere aperto. Il suo nemico è stato a lungo chi doveva sostenere una tesi e un’autorità.  Quelli che, “aspettando Godot”, si rifugiavano in una sorta di “buona morte” hegeliana, a metà tra Ponzio Pilato e il battesimo del Battista. Che si pretendevano rivoluzionari rifugiandosi nel pregiudizio come in un lavacro purificatore. Brecht, per fare un nome grande, che tanto vivisezionò Galileo, era uno che non rinunciò al passaporto austriaco e al conto in Svizzera quando scelse Berlino Est, e dedicò le sue lodi al Partito rifiutandone la tessera. Non era un epistemologo, è vero. Ma Feyerabend sì, l’anarchico che finì per trovare il metodo corretto in Marx, e Lenin - il metodo di Marx è in due righe del libello anti-Produhon, “Miseria della filosofia”, quello di Lenin in un discorso sparso e nel pamphlet “L’estremismo”.

Famiglia - Il padre e la madre sono un fatto storico, e un rimedio alla solitudine - servono pure a ereditare, ma solo la legittima. In fondo, il legame più stretto si crea in una vita nella coppia, non obbligato, con persona non consanguinea.

Femminismo - non c’è più bisogno dell’uomo, del padre. Pazienza, era quello che si spogliava per i figli, e questo oggi è possibile, grazie agli alimenti, sen-za la sua ingombrante presenza, è un diritto. Ma non si sa più come par-lare a una donna, non ci sono più donne. Le donne fanno cattivi uomini. “Se le donne si curassero della bellezza degli uomini, questi finirebbero per diventare di regola belli e vanitosi, quali di regola ora sono le donne”, Nietzsche al solito già lo sapeva. Ora che le donne non se ne curano, gli uomini non sono. Dunque gli uomini sono come le donne li vogliono. E sarà vero che Dio creò la donna e non l’uomo, come ci facevano credere. Ma arrivano donne non donne, e neppure uomini.

Si potrà nascere senza donne, è fatale, come già senza l’uomo. Molte creature senza padre vivono, esseri che le madri non hanno concepito per amore, non del padre. E già le don-ne figliano senza fertilizzarsi, nel grembo altrui – è l’utopia, la riproduzione senza la produzione. Analogo artificio si troverà per gli uomini, un utero artificiale. Casanova lo presagì, che diceva: “Una delle prove del-l’ateismo è che, se Dio ci fosse stato, non avrebbe creato la donna”.

Identità - Si può voler essere evidentemente quello che non si è. Il principe di Ligne, primo professante dell’esprit francese, era belga. La buona filosofia inglese è scozzese, a partire da Scoto Eriugena, Riccardo di San Vittore e Duns Scoto. Anche se alcuni sono irlandesi. E Freud è tutto nel giovane Büchner, che aveva scoperto in anticipo la “comodità di Edipo”: “Poter compiere un incesto col caso e divenire padre di se stesso”. Ma non sempre si riesce, a governare il reale, per quanto tangenziale o minimo. Ci sono diorami trascoloranti, prospettive anamorfiche, e foto rove-sciate, con la sinistra che viene a destra.

Immaginazione – È l’immaginazione che apre la via alla ragione, non bisogna temere l’ignoto

Indizi – Il “paradigma indiziario” di Carlo Ginzburg è la leva di Archimede dello storico – la domanda. Ma come metodo di ricerca è quello dell’Inquisizione. Delle lettere anonime. Dei confidenti dei Carabinieri, che poi confluiscono nelle indistruttibili Note di servizio del maresciallo. Dei Procuratori della Repubblica anche. Ma a che fine?

Mercato – È imbarbarito. E oppressivo. Ma ha un’origine nobile. Se l’uomo vivesse solo nel deserto, se per essere libero dev’essere solo, in un deserto grazioso che allunghi le ombre e stilli la rugiada, al limitare con una fresca oasi, ecco, non sarebbe felice e quindi non sarebbe libero. L’anacoreta nel deserto ha le visioni non perché fissa un orizzonte vuoto, ma perché vive concentrato, ha le viscere corrose dallo spavento e la stravaganza, è folle di paura. Paura non degli altri, non girano killer né ladroni nel deserto, ma di sé stesso nel vuoto, con cui s’è ridotto a convivere. Non c’è ricchezza umana senza mercato, c’è stitichezza – snobismo – e follia.

Nietzsche – Dio è morto? Come pensare che un artista lo creda? Dio è la fantasia nel mondo fisico. La cancellazione della metafisica s’è fatta in perdita, a favore d’una ragione a scartamento ridotto. Il Dio di Nietzsche era quello della sedia gestatoria, della polemica luterana.
L’Italia è piena di divinità, ma Nietzsche, che viveva in Italia, non ha visto neanche quelle. Non è però solo. Una consistente tradizione vuole Dio un Grande Solitario che parla ai solitari. Questo è invece il problema di Nietzsche: essere solitario e volerlo essere, abbandonando la Germania, Wagner, l’università, le gentildonne. La solitudine è sport estremo, lenta caduta senza paracadute, parete a picco da scalare senza appigli. Giustamente Nietzsche è Cristo in croce, come da ultimo pretese, per essersi autocrocefisso - il suo vero libro, scritto con la vita, è Nietzsche contro Nietzsche: se la filosofia di Aristotele è la meraviglia del mondo, quella di Nietzsche è la meraviglia di sé, che anche nell’amata Italia visse come in un teatro, occupato a rappresentarsi.
O è l’effetto della cancellazione che l’epoca fa dell’uomo, nella figura del padre.

Padre - Nel 2050 la metà dei maschi sarà sterile, la scienza lo sa già. E sa che “oggi è tecnicamente possibile riprodurci senza l’aiuto dei maschi e produrre solo femmine”. Pure senza femmine volendo, ma la paternità sempre più si adegua alla scoperta della Mead, è una invenzione sociale. Si dice che le donne non vogliono più fare figli. Mentre si moltiplicano gli andrologi, esperti in maschi, per recuperarne la funzione, con gli ormoni e la psicologia – e comunque c’è in supporto l’eterologa: l’atto di natura si fa rito, sorretto da scongiuri, fatture, voti, novene. O si suicidano: dei trentamila suicidi ogni anno negli Usa, ventiquattromila sono maschi, quattro su cinque.

Con l’eterologa si va alla definitiva cancellazione del bastardo, dopo l’abolizione dell’N.N. Il bastardo, come l’adottato, è figlio del cuculo, il cui uovo viene deposto nel nido di altri uccelli – bastardo è nothos in greco, falso più che mescolato. Nido che egli tenterà poi di distruggere. Due volte vero anzi, si è bastardi di regola di padre: per la genetica e la pedagogia il padre è una noia, “una convenzione sociale” per l’incontestabile Mead.

Gli africani tsonga credono che la madre non c’entri per nulla con i figli che mette al mondo, i melanesiani delle Trobriand credono che il padre non c’entri: si può credere quello che si vuole. In Europa a lungo s’è creduto che i figli di madre adultera, concepiti nel matrimonio, somigliavano all’amante in carica, ma i piselli del frate agostiniano dicono che non è possibile. Si può nascere vigorosi e non avere vita. Goethe, che quando nacque era tutto nero e pareva morto, resuscitò col suo paterno padre. Mentre si può essere nati robusti e in carne, e crescere gracili nella disattenzione, magari infastidita – l’amore è proprio cura, è vero. Purtroppo si può essere figli di nessuno. Anche se non per l’anagrafe, non più.

zeulig@antiit.eu

Quanto poteva essere stupida la Grande Guerra

Una celebrazione irriverente della Grande Guerra, una enaurme satira della burocrazia in lotta contro gli Unni e per la Civiltà, “la salvezza del mondo, la democrazia, la libertà”. Una danza macabra, di fantasmi in figura di gendarmi, piantoni, Sorveglianti, Direttori e ministri dell’Ordine, lontani dalla trincea e quindi senza l’eroismo ma con lo stesso senso di putrefazione. Si ride, ma di collera.
Da settembre a Natale del 1917 Cummings passò tre mesi in stato di fermo, senza nessun capo d’accusa, a La Ferté-Macé. In Francia. Dove si era recato volontario alla dichiarazione di guerra Usa, con una onlus americana di ambulanze. Fu rinchiuso in uno stanzone, una chiesa sconsacrata, “la stanza enorme” del titolo, su pagliericci stessi per terra, a stretto contatto con un’umanità incolpevole e infelice, di belgi, polacchi, olandesi, qualche inglese e molti svitati. Tutti incapaci, eppure sospetti di disfattismo o spionaggio. “La stanza enorme” è il diario di quei mesi, sotto forma di schizzi dei personaggi coi quali Cummings convisse.
Nel 1917 Cummings aveva 23 anni, viveva a New York come pittore cubista, esponendo in collettive importanti, dopo cinque anni di studi a Harvard, di Greco e Inglese principalmente. Il futuro poeta-scrittore era allora espositore rimarcato di collettive importanti – la riedizione 1978 di questo che è considerato il suo capolavoro, a opera del biografo George James Firmage e del critico Richard S. Kennedy, su cui questa riedizione è modellata, contiene un centinaio di schizzi di personaggi e situazioni. Ed era pacifista. Figlio di un ministro Unitario di Boston, anch’egli di none Edward, Segretario Generale della World Peace Foundation. Ma i Cummings erano anche per Wilson, il presidente pacifista che il 6 aprile dichiarò guerra alla Germania. Il 7 aprile Cummings figlio si arruolò volontario nel servizio di ambulanze Norton-Harjes, una unità della Croce Rossa operativa in Francia. Per “spirito di avventura”, dice Kennedy, e per prevenire la leva obbligatoria, che poteva destinarlo al fronte combattente.
Sulla nave per la Francia fece amicizia con William Slater Brown, altro pacifista volontario, studente alla Columbia University of Journalism. Insieme passarono a Parigi un mese in ozio, in attesa dei documenti. Mandati infine al fronte, nelle retrovie, vi si annoiarono: il caposezione della Norton-Harjes li prese in antipatia e li mise ogni giorno di corvée, alle pulizie. Si proposero allora come aviatori: scrissero per candidarsi una lettera congiunta al sottosegretario alla Difesa per l’Aviazione. Benché, specificavano, non avessero nulla contro i tedeschi. La loro corrispondenza fa da allora controllata. Finché una lettera di Brown più svagata delle altre, in cui diceva che i soldati al fronte erano delusi e critici, non insospettì la censura. Brown fu arrestato, Cummings fu arrestato perché amico di Brown. A Capodanno del 1918 Cummings era già in casa del padre, che intanto aveva allertato con lettere polemiche il presidente Wilson – Brown lo seguirà a febbraio. Nel 1918 Cummings sarà arruolato come coscritto, ma restò nel Massachussets e fu smobilitato a novembre.
Il “gusto innato del ridicolo” che Cummings trova nella sua assurda prigionia si tramuta nell’assurdità della vita carceraria – sembra una vicenda di oggi, la prigione è immutabile: lo spreco, di personale, risorse, strutture, sia pure per un bicchiere d’acqua, gli orari, i divieti, le continue costosissime traduzioni, lunghe giorni per pochi chilometri, con l’impiego di due e tre gendarmi, andata e ritorno, senza cibo, in ceppi, e senza capo d’accusa, in attesa di una Commissione che decide ogni tre mesi, senza procedure. La minuziosità della narrazione contrapponendo al torpore - la stupidità essendo insapore, Cummings la mima. Un esercizio di bravura. Un delirio verbale e una sfida per il traduttore. Ma è operazione masochista. Infine esagerata, nel senso ubuesco e in quello swift-dickensiano, del dettaglio insistito.
Un romanzo di cui molto si scrive ma che è difficile leggere, della genialità che non avvince, per quanto simpatica. I cummingsiani si attardano del resto sui suoi vezzi: niente spazi dopo la virgola, il tutto maiuscolo, il tutto minuscolo (e.e.cummings…). Altre specificità tecniche si possono rilevare. L’intersezione “cubista” dei piani narrativi, delle figure e delle scritture. Le assonanze e quasi le identificazioni di significati diversi, avvertibili nell’originale - unearthly-unhealthy… Una forte sensibilità verbale, alle lingue e ai linguaggi, i gerghi, i parlati, i gesti, gli scherzi, alti e bassi, senza privarsi del gioco colto - “also sprach the balayeur, lo scopino invece che Nietzsche, in tre lingue. Che però schiaccia personaggi e situazioni. Un misto di “cattiveria e indulgenza” che non  ha giovato al suo capolavoro. I suoi personaggi finiscono macchiette senza spessore.
Una satira troppo buona
Avrebbe potuto essere il romanzo della stupidità della guerra. Lo è, ma stirato. L’avventura espressiva, che sempre tenterà Cummings, fin nelle fiabe e nella corrispondenza, è qui un procedimento ripetitivo, più puntiglistico che cubistico, deflagrante – “sinestetico” lo definisce Kennedy nella prefazione all’edizione 1978, che farà testo per le riproposte. Kennedy lo lega anche all’“impressionismo”, che dice “uno stile inventato da Stephen Crane e sviluppato da Joseph Conrad,  per cui le impressioni sono registrate come se emergessero alla coscienza del narratore” (il “discorso libero indiretto” che Pasolini riteneva di avere inventato per “esprimere la propria particolare concezione del mondo”), che può essere indigesto. Il mistilinguismo, un’altra prova di bravura, rende la narrazione più discorsiva per chi pratica le lingue, ma non più di tanto.
Cummings è un poeta, scrittore, pittore, drammaturgo in cerca sempre di riconoscimento. Amato dagli studiosi ma senza una cifra riconoscibile per il lettore. Questa che si ripubblica è l’edizione Fazi del 1998, a cura di Patrizia Collesi. Sulla base della riedizione Liveright 1978, ma con la traduzione sempre di Alfredo Rizzardi, la prima in italiano, 1962, per l’editoriale Opere Nuove.
“La stanza enorme” sta accanto agli altri grandi romanzi sulla Grande Guerra, ma da parente prolisso. E accanto egli altri testi che nel 1922 d’un colpo rinnovarono la scrittura inglese, l’“Ulisse” e “La terra desolata”, ancora da parente povero. Cummings aveva più titoli come innovatore: nel 1920, quando scrisse “La stanza enorme”, aveva già pubblicato “Tulips & Chimneys”, una prima raccolta innovativa di versi, e contribuito a “The Dial”, la rivista delle avanguardie, nonché scandalizzato il mondo americano dell’arte con alcune tele cubiste. L’assurdità e l’infelicità della sua storia di guerra Cummings allevia col sorriso. È questo che ne fa la peculiarità rispetto agli altri testimoni della Grande Guerra, Hemingway, Céline, Malaparte, Jünger. Ma ne limita la lettura. Dettaglista per evitare la rabbia e il dramma, si perde in una insostenibile minuziosità. Kennedy vi rintraccia l’impianto di Bunyan, “Pilgrilm’s Progress”, nella scenografia e nei dettagli. Ma è piuttosto Dickens, seppure in un universo carcerario.
Di successo subito, malgrado le polemiche dell’autore con l’editore americano, che aveva tradotto le (molte) espressioni francesi e tagliato una diecina di pagine. Nel 1934 è già tra  Modern Classics, con la benedizione di Hemingway e T.E.Lawrence. Nella sua prefazione a una riedizione 1932, Cummings spiega che non è un “romanzo di guerra”. Poiché la guerra lui non l’ha combattuta. E invece lo è, nelle retrovie è pur sempre guerra. Anzi, in un certo senso di più, perché la stupidità vi si distingue. Cummings si vuole patriota e buonista, e il formidabile nodo iniziale si scioglie in un’aneddotica piatta, senza caratteri, anche i nomi sono di maniera, e senza spessore. Non un “Comma 22” della Grande Guerra che quest’anno si celebra, ma una gulliveriana ripetitiva, remota.
E.E. Cummings, La stanza enorme, Baldini & Castoldi, pp. 431 € 18
Fazi, remainders, pp. XXXIV + 338, € 9,82
Free online (orig.) http://www.gutenberg.org/ebooks/8446

domenica 7 settembre 2014

Il lavoro è tedesco

Non è l’art. 18, ha ragione Renzi, la nuova frontiera del diritto del lavoro, ma la liberalizzazione totale. Contrattuale e salariale. Sul modello tedesco, in vigore in Germania dal 2006.
Ciò vale per l’Italia come per la Francia. Che ne ha più bisogno dell’Italia perché ha anche il bilancio in disordine, e fuori dai canoni di Maastricht, per l’anno in corso come già per il 2013 e prevedibilmente anche per il 2015. È a questo fine, tagliare la spesa e i salari, che Hollande ha proceduto al secondo rimpasto in tre mesi, silurando il ministro dell’Economia socialista Montebourg per un neo-liberista.
Il posto fisso è già stato divelto dalla “riforma” Fornero. Il “progetto più ambizioso”, come dice Pietro Ichino, cui sta lavorando il Senato, alla Commissione Lavoro, prevederà un codice del lavoro “semplificato”: si assume quando c’è lavoro e si licenzia quando non c’è. Quanto alle retribuzioni minime, è qui che entra in gioco il modello tedesco. Che ha da due mesi un salario minimo, ma anche una serie di eccezioni.

Il lavoro è tedesco – 2

Il modello di lavoro tedesco si basa dall’1 luglio su un salario base di 8,5 euro l’ora. Che è elevato per gli standard italiani, e anche, seppure meno, per quelli tedeschi. Questi in larga parte sono già in linea. Per la parte da incrementare sono previste due finestre. Dall’1 gennaio saranno adeguati i salari per 3,7 milioni di lavoratori, con miglioramenti minimi. Un milione di lavoratori che avrebbero diritto a un adeguamento sostanzioso dovrà invece spettare l’1 gennaio 2017.
Più che la transizione, però, svuoteranno il salario minimo i mini-job e due eccezioni. Resta l’obbligo, per chi cerca lavoro, in vigore dal 2006, di accettare qualsiasi lavoro. Compresi i minijob: fino a 450 euro al mese liberi da tasse e contributi sociali, dopo soggetti. Cioè: ci sono retribuzioni da 450 euro al mese. La prima eccezione è che il salario minimo non si applica ai minori. Alla grande massa cioè dei minijob, che vede coinvolti 7-8 milioni di lavoratori, tra donne e minori. Non si applica il salario minimo, inoltre, per i primi sei mesi quando l’avviamento al lavoro riguarda disoccupati di oltre un ano. L’eccezione è intesa a favorire il riassorbimento della disoccupazione di lunga durata, ma si colloca anch’essa nella libertà contrattuale di fondo.

Il lavoro è tedesco – 3

Il Jobs Act su cui il Senato sta lavorando non è il sistema Hartz che ha rimodellato il mercato del lavoro tedesco, col lavoro obbligatorio a fini statistici, per sgonfiare le cifre della disoccupazione. Non sarà così “diretto”, soprattutto nella formulazione. Ma è lo stesso una liberalizzazione totale, e porrà gli stessi problemi politici che la Germania ha attraversato per l’approvazione.
La riforma del lavoro fu fatta in Germania dl 2003 al 2006 da un cancelliere socialista, Schröder, a capo di una coalizione rosso-verde. Dopo essersi tagliato i ponti con la sinistra del partito, e con la Linke, il partito a sinistra della socialdemocrazia. Schröder sulla “riforma” governò con difficoltà, perse le elezioni, e condannò i socialisti a dimensioni ridotte. L’applicazione successiva al 2005 fu gestita da un governo di grande coalizione ma a guida cristiano-democratica, di Angela Merkel. 

Debutto lombardo della Commissione tedesca

Si può dire Cernobbio la vecchia Europa, quella dei commissari e le burocrazie, Tsipras compreso, come se non avessimo non votato a maggio. Ma c’è di più. Finora era Verona col Garda, ma Milano sta subentrando con Cernobbio: il piede della Germania in Italia. Con i suoi ascari.
Singolarmente, non c’erano tedeschi a villa d’Este, né ministri né commissari, nemmeno un politico - giusto un economista in gita. Forse non erano stati invitati. Ma bastavano Dijsselbloem e Katainen, che a Bruxelles stanno per conto di Berlino. Messi al loro posto, letteralmente, da Angela Merkel, ma senza complessi. Sorridenti, sicuri, il gaudente olandese e il freddo finlandese sono stati indisturbati signori della conferenza. Compiaciuti di sé, dispensatori di consigli, avvertenze, minacce. Sul “Sole 24 Ore” Katainen può affermare che i tagli della spesa sono compatibili con la recessione e la deflazione. Una castroneria. Non per nulla questo Katainen viene dopo Olli Rehn, uno non si sa se più incapace o più tedescofilo. Alla Germania nel 2007-2009, che accrebbe la spesa pubblica del 50 per cento, e si prese 6-700 miliardi di fondi Ue, Katainen non obiettò. Fu per questo forse eletto dal “Financial Times” miglior ministro delle Finanze dell’anno 2009. 

Obbedienza francese

Sarkozy è stato un nemico dell’Italia. Ha avviato, con freddezza, la crisi dello spread. E in odio al’Italia ha voluto, promosso e realizzato la disarticolazione della Libia. Aprendola al traffico di carne umana sui barconi, incontrollabile, con migliaia d morti. Ciononostante il suo aedo Bernard Henri-Lévy è riverito opinionista del “Corriere della sera”.  Pierre Péan dice che l’emiro del Qatar gli ha pagato il divorzio. Péan è giornalista serio, ma ammettiamo che la storia non sia vera. È però vero che la ex moglie di Sarkozy tornò solo per la campagna elettorale e dietro compenso, con accordo scritto. Questo è noto a tutti ed è uno scandalo politico, ma non si dice.
Né si dice, solo lo stretto necessario e senza sghignazzi, dell’indigenza politica del suo successore Hollande. Nonché delle ridicole avventure amorose di Hollande.
C’è il vezzo italiano di farsi fare la lezione da chiunque, purché venga d’oltralpe. C’è la debolezza dei grandi corrispondenti, che sopra a ogni altra città privilegiano Parigi, anche perché non devono lavorare. E c’è, si dice, un’obbedienza massonica, che Mitterrand esercitò a lungo da Cortona e dintorni, dei cui residui beneficerebbero Sarkozy e Hollande. Ma niente giustifica i privilegi di cui i due personaggi beneficiano nell’opinione italiana. Si sta in Europa per sapere meglio le cose.

Il Pci, cos’era?

Effetto Renzi anche sui giudici, il “Corriere della sera” ripesca oggi l’onesto Buccini per dirlo: non ci sono più giudici del Pci, anzi non c’è neppure il Pci, non c’è mai stato. Nessuno è stato comunista, scappano tutti.
Spataro, che non indagò per odio politico sull’assassinio di Tobagi? Il Pci, mai sentito. O Caselli. Si smarca anche Donatela Ferranti, giudice di Magistratura Democratica e onorevole presidente della commissione Giustizia – era già renziana in petto? Il più serafico è Emiliano, un giudice che D’Alema fece sindaco di Bari. Alla riconferma Emiliano perse il primo turno, e allora, il lunedì stesso della sconfitta, il giudice Scelsi fu richiamato dalla ferie, il “Corriere della sera” convocato a Bari e la scopata di Berlusconi con la confidente D’Addario messa in rete – D’Alema ne aveva parlato in campagna elettorale, ma non chiaramente, non abbastanza. Non molti anni fa.
Solo Colombo insiste, ma lui non è più in carriera. E non si sa se più scervellato o malpensante. Nel 1998 affossò la riforma D’Alema dicendo che ricattava i giudici. Ora è disperato perché la riforma si fa con convinzione: “ Il rischio adesso non è che si agisca perché si è ricattabili, ma perché si è … convinti”.
Anzi no, l’unico “toga rossa¸ intransigente e visionario” resta Ciccio Misiani. Il giudice che i giudici compagni fecero morire diffamandolo. Ma Misiani se lo ricorda solo Buccini.

L’Italia rivoltata

Felice – come poteva esserlo lei – è solo la Bachmann di Annalena Benini, peraltro breve. Massimo Palma ha un ottimo “Ulisse nasce a Roma, poi s’iberna”. Il resto è nebbia.
Il titolo si rifà al Grand Tour, il viaggio obbligato per tre secoli in Italia dei belli-colti-e-ricchi europei, ma nell’accezione novecentesca, di quando il Belpaese divenne residenza scelta di alcuni dei maggiori scrittori, Bachmann, Joyce, Pound, Cheever, a tratti Hemigway e John Fante - e anche Chico Duarte. Con le loro impressioni d’Italia, tratte dalle lettere e gli scritti. Ma virate al negativo - “rivoltate”, come a Napoli si faceva dei vestiti. Umori e malumori vengono rivisti come dei signori al palazzo con la servitù, a volte benevolenti. Mentre, si sa, gli italiani sono belli e brutti, simpatici e antipatici, come i tedeschi, o gli svizzeri (un po’ meno…).
Curiosa impostazione della nuova serie della rivista, monotematica al modo della britannica “Granta”. Non propriamente cattiva, ma cupamente cifrata dal gloom del giorno che avvolge l’Italia. Che non è di nessuno degli scrittori analizzati - nonché di Hocke, Henze, Curtius, Vidal, etc., non sono pochi gli scrittori e artisti che hanno scelto l’Italia. Con un che, oltre che di risaputo, di provinciale: sono venuti da fuori, i pelasgi sono sempre soggetti privilegiati, mitici, e ci fanno a pezzi, brutti, sporchi, simpatici, lazzaroni….
“Nuovi Argomenti”, Granturismo, pp. 222 € 14

sabato 6 settembre 2014

Il sogno di Faulkner e quello di Rodotà

“Il punto è che oggi in Italia qualsiasi gruppo o organizzazione, per il semplice fatto di operare sotto la copertura di una espressione come Libertà di Stampa o Sicurezza Nazionale o Lega Anti-Corruzione, può postulare a proprio favore la completa immunità riguardo alla violazione dell’individualità – la privacy individuale senza la quale l’individuo non può essere tale e senza la quale individualità egli non è più nulla che valga la pena essere o continuare a essere – di chiunque non sia a sua volta membro di un qualche gruppo o una qualche organizzazione abbastanza potente e numerosa da far spaventare e tenere tutti alla larga”. Faulkner scriveva America invece che Italia, e Sovversione invece che Corruzione, ma le due parole non cambiano il senso. La plaquette pubblicava dodici anni fa, in edizione bilingue fuori commercio, il Garante per la protezione dei dati personali, che era Stefano Rodotà. Ed è questa la notizia, il fatto degno di nota: Rodotà è lo stesso che oggi è con Zagrebelski per le occhiute polizie e anzi per la gagliofferia delle intercettazioni libere. Un Garante che della privacy ha fatto mercato, sia pure politico.
Non una novità. Se Rodotà lo avesse letto, anche questo lo avrebbe trovato nel suo Faulkner. Della privacy come “un bene commerciabile e pertanto tassabile e pertanto esposto alla lobby delle associazioni commerciali che nello stesso identico momento creano il mercato… e il prodotto per soddisfarlo, e grazie alla semplice solvibilità il cattivo gusto è stato depurato dal cattivo gusto e assolto”. Tassabile, in Italia, no, ma per il resto sì. Grazie al’insindacabilità, si potrebbe dire in  un altro adattamento minimo, la privacy è il ricatto e il riciclaggio istituzionalizzati. Anche perché, come si sa, la moneta cattiva scaccia la buona, se non si mette fuori corso.
Per il resto, con un saggio esagerato di Boitani, un testo modesto. Escluso dalla saggistica, e ignoto, assicura Ricardo Sanchini, alla pubblicistica giuridica sulla privacy. Benché subito ripubblicato da Adelphi, con riconoscimenti a Rodotà forse sinceri che oggi suonano sarcastici – e con una diversa traduzione, che qui si utilizza - ma senza esaurire la prima tiratura. Faulkner premio Nobel si rifiutava alla celebrità, e quindi ai tentativi del “New Yorker” prima e poi di “Life” di farne un personaggio. Anche per facilitarne l’accettazione negli Usa – Faulkner era diventato Nobel in Europa.
Incidentale, ma netto e pregno, invece il “sogno americano” con cui apre il libello, il modo di essere che delinea della “americanità”. Di scorcio ma ben delineato, e rilevabile, non utopico. Un classico, benché rimasto ignoto, tanto è preciso e conciso. Sia per la Libertà che per l’Uguaglianza che fondano gli Usa - che Tocqueville, si scopre, ha legato male. E per la mescolanza di puritanesimo biblico e di attivismo – iniziativa, imprenditorialità.
William Faulkner, Privacy. Il sogno americano

Il mondo com'è (186)

astolfo

Famiglia - Secondo le statistiche di Dumas figlio il trenta per cento dei figli già nasceva fuori del matrimonio, un secolo e mezzo fa, quindi. Senza contare gli aborti e gli infanticidi non rilevati: Morivano anche, al tempo, quattro su cinque dei bambini dati a balia, cioè abbandonati.
Si dice del matrimonio che ruota attorno ai figli. Ma i figli, molti farebbero a meno dei genitori, i figli dei vedovi sono i più felici - il matrimonio esiste in quanto coppia, corteggiamento, attesa, amicizia.

Galileo – È probabilmente lo scienziato più “riconosciuto” in vita – prima ancora che Einstein, in termini di età. Si può dire che mai come nel suo tempo, pur difficile, Galileo fu capito e apprezzato, e da subito. Con l’eccezione dello scientismo positivista dell’Ottocento – di cui però fu più vittima che eroe.
Della sua novità, la filosofia naturale novellamente scoperta, erano cogniti, alla sua epoca, Keplero, Bacone, Hobbes. E molti letterati. Giambattista Marino ne fa materia di poesia già nel 1621, John Donne ancora prima, nel 1620.  Per Hobbes, che nel suo viaggio in Europa si fermò a Firenze per rendergli visita, “Galileo è il primo che ci ha aperto la porta dell’universo fisico, e la natura del movimento”. Specialmente interessato, “Della natura umana”, al cap. VIII, fu Hobbes agli studi di Galileo, musicologo e musicista, sugli effetti del suono.  Milton parla di Galileo nella “Aeropagitica”, 1644, avendolo incontrato, dichiara, a Firenze nel 1638, e lo ricorda in tre libri del “Paradiso perduto”. Nella “Aeropagitica” ricorda Galileo “invecchiato prigioniero dell’Inquisizione perché pensava in astronomia diversamente da quanto i censori francescani e domenicani pensavano”. Testimone delle “condizioni servili in cui il sapere era stato ridotto” in Italia, offuscando la”la gloria dell’ingegno italiano”.
Gentile, “Studi sul Rinascimento”, che pure ne sottolinea il carisma e il successo nell’instaurazione del regnum hominis, dello spirito del Rinascimento, e lo eleva a fondatore della lingua italiana, lo condanna, alla p. 246: “Nel Galileo l’animo non fu pari all’intelletto”. Lo stesso Gentile che ne sottolinea i nove anni di reclusioni, seppure ai domiciliari a Arcetri, fino alla morte.
Galileo non era uno prudente, né si nascondeva. La cautela adottò come protezione, contro i furori di Giordano Bruno, che Galileo conobbe e copiò ma non citò (Keplero glielo rimproverò all’epoca), e contro la finta pazzia di Campanella, che pure di Galilelo aveva preso pubblicamente le difese, benché agli arresti da decenni in una cantina umida, e periodicamente torturato. Erano tempi difficili per l’intelligenza in Italia. Lo studioso galileiano J. Lewis Mc Intyre lo dice “gran diplomatico”.
Papa Giovanni Paolo II non chiese perdono in realtà, a conclusione della Commissione d’indagine sul processo e la condanna presieduta dal card. Poupard. Parlò di “una tragica incomprensione reciproca”. Sembrando fare propria la tesi dell’“errore reciproco”, di Pierre Duhem, raccolta da Walter Brandmüller, secondo la quale Galileo si sbagliò nel campo scientifico ed ebbe ragione su quello teologico, mentre gli ecclesiastici si sbagliarono nel campo teologico ed ebbero ragione su quello scientifico.
È pure vero che ebbe subito opposizione vastissima. Lo sconcerto era stato forte perfino in Keplero: “L’Infinito è impensabile, l’Infinito è inconcepibile”. Ma chi ricorda più i critici che avrebbero potuto stritolarlo? Il filosofo Cesare Cremonini, che pure se ne professava amico: il cannocchiale “imbalordisce” la testa. Il poligrafo Silvestro Pietrasante: le macchie solari sono le vibrazioni delle lenti. L’emblemista Paolo Moccio: il telescopio ingrandisce come la spacconeria. L’altro emblemista Johannes de Brunes: il telescopio vede doppio come la gelosia.
Ha fatto degli errori, di calcolo e di ricerca. Soprattutto perché era un uomo appassionato, stizzoso anche. Concludendo “La rivoluzione intellettuale di Galileo”, William Shea spiega che è dalla giusta diffidenza verso la magia, cui il papa Urbano VIII Barberini e la corte vaticana indulgevano, e verso l’innovazione esoterica dei Giordano Bruno, dello stesso Keplero, dello stesso suo grande ammiratore e difensore Campanella, che nasce il più grave errore di Galileo, quello delle maree: la luna non doveva entrarci per nulla.
Nel classico “Galileo come critico delle arti” Erwin Panofsky dice che “sbaglia più di Keplero perché era più «progressista» in linea di principio”.

Giornali - “Amici, colleghi, torniamo a sentirci importanti”: usa i toni dell’arringa oggi nella sua colonna su “Io Donna” Claudio Sabelli Fioretti di fronte alla deriva dei quotidiani. Di cui mostra di conoscere il segreto – l’appello è anche una diagnosi: “I quotidiani hanno il loro linguaggio, la loro supponenza, la loro alterigia”, e dunque “facciamoli tornare virali”. Come erano appena venticinque anni fa, un’industria in piena efflorescenza: “C’è un’industria dei giornali che mai prima era apparsa così appetibile a chi cerca investimenti per i suoi capitali”, scriveva il sociologo della comunicazione Giovanni Bechelloni nella prefazione a G. Leuzzi, “«Il Mondo» non abita più qui”, favorita dalle nuove tecnologie, che hanno abbattuto i costi di produzione e promosso nuove professionalità. E ancora: “Ci sono tirature che cominciano ad essere di tutto rispetto. C’è un flusso pubblicitario importante. C’è, anche, una concorrenza che,per quanto attutita dalla contiguità dei pacchetti azionari, attiva attenzione su zone della società italiana rimaste ai margini o addirittura escluse dall’informazione”. Si vendevano allora sei milioni di copie, una per ogni cinque italiani attivi, un record in Italia, oggi non se ne vende la metà. E non per la recessione.
«Il Mondo» non abita più qui” in realtà ne ha individuato il tumore già alla pubblicazione, nel 1989: l’autoreferenzialità. L’indifferenza, e anzi l’alterigia, da primi della classe, verso l’Italia e gli italiani, e quindi verso il lettore. Il giornale-partito, per non si sa che partito. In parallelo con l’inaffidabilità: l’italiano iperpoliticizzato è quello, fra tutti gli europei, che meno si forma un’opinione attraverso i giornali, avevano appena accertato Mannheimer e Sani in una ricerca mirata, “Il mercato elettorale”.
Sabelli Fioretti ne motiva il declino, da una diecina d’anni, dapprima per il vezzo di “televisionarsi”, schiacciarsi sulla comunicazione tv, in pillole e accenni. E da qualche tempo di, si potrebbe dire, “irretirsi”. “Adesso sta succedendo di peggio. Adesso i quotidiani si internettizzano, si facebookizzano, si twittizzano”.

Guerra mediatica – Bastò Mÿ Lai, si disse, la notizia e la foto del massacro, che la censura non bloccò, per sconfiggere gli Usa in Vietnam, già nel 1968, sette anni prima della ritirata. Per autosconfiggerli: il massacro fu opera di una compagnia americana, o forse solo un plotone, al comando del sottotenente Calley. La decapitazione di Fowles e Sotloff, che non si tiene segreta e anzi si esibisce, porta questo effetto all’estremo: la guerra combattuta con le immagini.
Bin Laden terrorizzava il mondo facendosi fotografare in grotte di cartapesta.  Semplici immagini tengono in scacco - se no hanno la meglio su - arsenali atomici, flotte di cacciabombardieri sterminate, aerei invisibili e bombe intelligenti.
La guerra contemporanea è mediatica. Perfino Hollywood l’ha sanzionato, da tempo. La difesa sarà la censura?

Laicismo – Fino al trionfo definitivo della Controriforma, anche la Chiesa fu laica.
Ma la tonaca è già una forma di democrazia, poiché dichiara le intenzioni. Il settarismo camuffato è il peggiore, è la “piovra”.

astolfo@antiit.eu

venerdì 5 settembre 2014

Eutanasia della sinistra

Si legge degli amori di Hollande e si trema, di vergogna. Un uomo inaffettivo, e anche insipido, eccetto che nelle manovre di corridoio, è l’alfiere del socialismo europeo e il presidente della Repubblica francese. Senza una sola idea politica, eccetto il laicismo stantio dei matrimoni gay e della buona morte. Un socialista bellicoso, che voleva occupare la Siria, e ora vuole, nientemeno, la guerra alla Russia.
Hollande è peraltro l’unico socialista al potere. Non si può dire in nessun modo socialista Matteo Renzi, benché sia a capo del partito Democratico – senza rivali, si vede dalle polemiche di questi giorni (Civati? Cuperlo? D’Alema?). Mentre sono gregarizzati, e contenti, i socialisti in Germania, Spagna, Gran Bretagna. Senza una sola idea che li differenzi dagli interessi di potere – il nuovo diritto di famiglia, così come l’ambientalismo, sono anche di destra.
Si biasima l’Europa perché vota a destra, Le Pen o Grillo. Poi si legge, come oggi sul “Corriere della sera”, di una Le Pen presa dalla disoccupazione, la povertà, la guerra, di cui non ha colpa, non avendone responsabilità di governo, e una sinistra appare inerte, vittima forse dei troppi sonniferi.  

Gli Stati Uniti d’Europa un’altra volta

Leonardo Ceppa concludeva la raccolta di saggi di Habermas da lui curata, “Nella spirale tecnocratica”, con questa spiegazione: Habermas intende che “il processo dell’unificazione europea rappresenti, nella storia della teoria democratica, un nuovo modello di progetto costituzionale. La sua caratteristica è di non sfociare più in uno Stato centrale unitario (come la Rivoluzione francese), né in uno Stato federale (come la federazione Usa dei «Federalist Papers», bensì in una forma transnazionale, eterarchica e post-statale di democrazia”.
È il progetto politico dell’Assemblea di Francoforte,1848. Prima dell’unificazione bismarckiana. Delle mille e più signorie locali che componevano il mosaico tedesco nel Settecento. Dopo lo Stato come prima dello Stato?
Un numero che si ristampa, dopo la prima uscita alla vigilia delle elezioni a maggio, per i tanti contributi eccellenti. Ma questo di Habermas, “Per una democrazia transnazionale”, è l’unico interessante. Il punto di domanda s’intende pleonastico, ma in senso negativo. Paolo Flores d’Arcais prospetta obbligata l’uscita dal liberismo imperante. Beck auspica un “nuovo cosmopolitismo”. Markaris, che si voleva mediatore culturale, tra Mediterraneo e teutonicità, e anche qui mette avanti un’educazione tra Turchia e Austria, e una tarda grecità, a metà degli anni 1960, quando andava per i trenta, si limita l’Europa “senza anima” – senza colpa di nessuno?
“Micromega”, Stati Uniti d’Europa?, 3\2014, pp. 198 € 15

giovedì 4 settembre 2014

Problemi di base - 195

spock

Un  imam ha parlato contro le decapitazioni?

Un erede Sciascia ha ritirato il nome dal premio letterario al superkiller?

La pubblicità è l’anima del commercio, Sciascia e l’islam sono un commercio?

Napolitano pensa di contare di più con Mogherini?

Renzi è insidiato dai suoi e tenuto su dall’opposizione: chi è chi?

Incidono di più sui consumi il bonus mensile di 80 euro oppure il blocco decennale delle retribuzioni pubbliche?

E cos’è più serio?

Equitalia è equa con chi?

Che bisogno c’è di processare lo Stato?

spock@antiit.eu

Meno giudici più Stato

Riformare lo Stato no? Rifondarlo? La riforma della giustizia è in realtà, dovrebbe essere, la ricostituzione dello Stato. Questo “l’Europa (non) ce lo chiede”, ma non c’è chi non lo veda necessario.
Si fa finta che ci sia o ci sia stata una Seconda Repubblica, eretta dai giudici con i cronisti giudiziari, mentre non c’è che una deriva orrida della prima, senza più partiti, senza più Parlamento e, quasi, senza più governo.
Si dice Seconda Repubblica, del resto, per dire lo Stato in balia della corruzione. Degli affari, naturalmente, come è normale. Ma anche di alcune Procure della Repubblica corrottissime: nel senso proprio, dei soldi, e nel senso della giustizia politica (carriere, potere). E di alcuni tribunali, giustizialisti a senso proprio. Questi ultimi peggio di ogni altra mafia.
Con certi giudici certi avvocati vincono sempre, il cliente lo sa. A Palmi ce n’è stato uno famosissimo per questo, l’avvocato Mazzeo - presidente Dc della provincia, anche, e candidato non fortunato al Senato (poi, quando a Palmi la Procura della Repubblica passò a sinistra, le cause le vincevano gli avvocati Bajetta e William Gioffré). A Reggio l’avvocato Panuccio, ora dedito alle opere di bene,  era famoso per vincere sempre le cause in Appello, col giudice Viola. A Milano, al tempo di Di Pietro e Gritti, si vinceva con l’avvocato Lucibello, poi scomparso dalle cronache. Altro che responsabilità civile dei giudici.
Di Stato non è rimasto che i “documenda”. Equitalia. Il rinvio. Le multe triplicate. I confidenti, tutti mafiosi - il giudice Macrì può scrivere ( http://www.antiit.com/2014/08/a-sud-del-sud-il-sud-visto-da-sotto-217.html ) che “tutti i cosiddetti boss della ‘ndrangheta sono stati (solo in passato? Sembra difficile crederlo) confidenti di polizia, carabinieri, guardia di finanza, servizi segreti”. A Napolitano non fanno la rassegna stampa?
La presidenza Napolitano ha fatto del resto tutte napoletane le cariche giudiziarie che contano. 

Galileo, o come sequestrare la chiesa dal progresso

L’anno di partenza è quello della “condanna” e dell’“abiura”. Il volume collettaneo, conciso, fu voluto trent’anni fa esatti dal papa Giovanni Paolo II dopo il perdono da lui stesso chiesto anche a Galileo. Ma il papa chiedeva perdono a tutti con l’aria di dire: “E adesso a noi!” E così è con Galileo.
Il volume mira a “estinguere un’ipoteca”, come dichiara breve nella prefazione il cardinale Garrone, coordinatore della speciale commissione di indagine creata da Giovanni Paolo II nel 1979 sul “caso Galileo”. Un’ipoteca antica, anticlericale. Il domenicano Bernard Vinaty, uno dei curatori, ricordò all’epoca sull’“Osservatore Romano” che il titolo avrebbe dovuto essere “350 anni di storia e di mito”, il mito della condanna per eresia. Oppure “350 ani di storia e di leggende”.
La chiesa aveva rivisto presto il suo giudizio. Nel 1734, un secolo dopo i fatti, era stato autorizzato un monumento funebre a Santa Croce a Firenze. Nel 1757 Benedetto XIV aveva tolto dall’Indice i libri di Galileo sul moto della terra. Che stavano all’Indice, però, solo per inerzia. Il recupero era già stato ufficializzato dal papa Alessandro VII nel 1664, col ritiro del decreto del 1616. Giovanni Paolo II ha voluto in realtà appropriarsene. La condanna viene fatta cadere nella “confusissima” questione del copernicanesimo, su cui non c’è mai stata una pronuncia ex cathaedra, e che comunque trovava nell’ambiente religioso stesso sostenitori accesi, anche dopo la condanna. Galileo ne esce comunque bene. È ovvio, ma ne esce anche meglio di Descartes. Il gesuita Mario Viganò argomenta che egli fu doppiamente vittima, del disprezzato “mondo di carta” dei filosofi, della loro invidia, e della “filosofia meccanicista” che era invece del pensatore francese.
Galileo non poneva, non pone, problemi ai religiosi. Di beghe o di potere accademico sì, ma non dottrinale. Era senz’altro un credente, perché lo voleva, e a ragione se credere è come dice Dante: “Fede è sostanza di cose sperate,\ Ed argomento delle non parventi”. E faceva – fa – suo il motto del cardinale Baronio: “L’intenzione dello Spirito Santo è come si va al cielo, e non come va il cielo”. Di un sapere distinto dalla fede.
Per la chiesa il discorso sarebbe diverso. Ancora nel 1754 non era infondata l’ironia involontaria della “Encyclopédie”, dove dice che “una delle cause principali del discredito delle scienze in Italia e in Spagna è il fatto che là si è persuasi che alcuni sommi pontefici hanno deciso che la terra non gira”. Tuttavia, vale sempre la prudenza di Garin, “Scienza e vita civile del Rinascimento”: “La storia segreta della grande battaglia intesa a sequestrare il mondo cattolico dal progresso del sapere europeo è ancora da scrivere, sebbene per tanta parte interessi proprio l’Italia”.
Paul Poupard-Bernard Vinaty, a cura di, Galileo Galilei, 350 anni di storia. 1633-1983.

Fisco, appalti, abusi (56)

Il sindaco di Roma Marino riceve una proposta di stadio privato dalla parte dell’As Roma e la dà per fatta. Vola anche a New York, per farsi fotografare col presidente della squadra. Mentre non c’è nemmeno un progetto preliminare. Si spera solo per improntitudine.

Straordinaria come ogni anno, la produttività si moltiplica in Equitalia, Entrate, amministrazioni comunali, vigili urbani, durante il Ferragosto. Per notificare cartelle, multe, nuove procedure e tributi: è l’epoca in cui mandano più raccomandate. Da ritirare al rientro perdendoci mezza giornata.

Alcuni uffici delle Entrate accettano le fotocopie delle spese mediche, altri vogliono gli originali. Si fanno accertamenti per questo, cioè si perde tempo.

Le assicurazioni per spese mediche non sono deducibili, il rimborso delle assicurazioni nemmeno. Il fisco dev’essere punitivo.

La lotta all’evasione fiscale le Entrate fanno ispezionando le dichiarazioni dei redditi, per scoprire la virgola sbagliata: chi ha pagato deve pagare.

mercoledì 3 settembre 2014

Che Europa è questa?

Dopo la recessione, lunga cinque anni ormai, la guerra: che Europa è questa? Perché, pur addebitando a Putin tutte le colpe del mondo, non si può nascondere la verità: è l’Europa che ha voluto la guerra civile in Ucraina. Che ha promosso, finanziato e consigliato la “rivoluzione” arancione. Che ha messo gli ucraini contro i russi dell’Ucraina. Che vuole la Nato alla porta di Mosca.
Non per stupidità. Sono troppi gli errori nella maniera d’essere dell’Europa che si accumulano da tempo, e tutti a senso unico. Di un’Europa mal governata o altrimenti insensata. Il raddoppio dei prezzi con l’euro – di che mettere fuori mercato la più flessibile (impoverita) delle economie. La burocratizzazione, benché rifiutata dalle tante elezioni “europee”. L’egemonia tedesca sulla Commissione, sul Parlamento, e sull’Unione. Per la burocratizzazione, e per l’improvvido allargamento della Ue all’Est germanizzato. Con una recessione indotta e costante da un quinquennio, mentre il resto del mondo ha riperso a crescere a buon ritmo. E ora la sfida con la Russia, fingendo che non c’è, così per inerzia.
Un’Europa irriconoscibile. Che si dice nordica, ma è in realtà l’Europa tutta, poiché Francia e Spagna ne sono la volenterosa stampella, e l’Italia è inetta.

Letture - 183

letterautore

Dante - “Provando e riprovando”, il motto del’Accademia del Cimento che intende rinnovare con Galileo il pensiero scientifico, è di Dante, “Paradiso”, III, 3

Donna – “Barbara lo ascoltava aggrottando le ciglia. Cercava nelle parole di Dale un significato molto vicino, a lei e per lei; e non tanto nelle parole, quanto nel modo.  Ascoltava come un donna, non pensando a quello che egli diceva, ma notando i timbri di quella voce come se avessero un significato più eloquente delle parole”. Corrado Alvaro, “L’uomo è forte”, p. 65. La differenza dei generi non era male.

Galileo – Italo Calvino ha rintracciato nella narratività di Galileo il mezzo per passare dall’esperienza al ragionamento, dalle figure del mondo a quelle del discorso. Cassirer, “Individuo e cosmo nel Rinascimento”, ci trova altrettanta fantasia creativa che in Leonardo. Gentile, “Studi sul Rinascimento”, che lo condanna per non essersi opposto alla chiesa,  l’ha elevato, prima di Calvino, a fondatore della lingua italiana, dopo Machiavelli, della lingua realista e reale, di chi scrive come vede e sente.

Fu subito materia poetica. La sue scoperte fanno la “poesia della luna” nell’“Adone” di Marino. Imbattendosi in Galileo John Donne abbandona nell’“Ignatius” la satira del mondo moderno per l’elegia: “L’uomo ha tessuto una grande rete e l’ha gettata\ Sui cieli, ed i cieli ora gli appartengono”. Milton non troverà parole adeguate nel “Paradiso terrestre”:“E ai suoi occhi apparirono\ I segreti dell’Abisso antico – un tetro\ Oceano senza limiti, senza confini,\ Senza dimensioni”.

È stato avversato più dai laici che dalla chiesa. Al suo tempo dagli aristotelici. Nel Novecento, secolo progressista, dai marxisti, o ex. Per lo più epistemologi.
In “Studi galileiani” e nell’“Introduzione a Platone” Alexandre Koyré ha svolto indagini faticose per dimostrare che Galileo sperimentava in realtà poco e non ha inventato nulla. Senza peraltro porsi il tema dell’invenzione – il grande epistemologo scende al livello di chi s’ingegna a dimostrare che Omero era in realtà una donna, o Shakespeare la regina Elisabetta, e che Colombo non fu lui a “scoprire” l’America, e se fu lui, era genovese o castigliano (oggi catalano?)? Richard S. Westfall, autore di un “Galileo Reappraised”, dietro il nome non trova che un cortigiano, un millantatore, e anche un barone universitario, che si appropria dei lavori degli allievi.
Nell’“anarchismo” di Paul Feyerabend,  quello di “Contro il metodo” e della “Scienza come arte”, della nessuna differenza tra scienza e mito, nonché, con altrettale leggerezza, del marxismo-leninismo – a lui sconosciuto - come sola scienza, Galileo è il “rivoluzionario esemplare”, cioè approssimato. Di razionalità “elementare”, compensata da un’alta capacità propagandistica.
Non lo amava neppure Brecht, che riscrisse più volte la sua “Vita di Galileo”. Dall’ipocrisia alla disonestà, non c’è termine negativo risparmiato nei “Sonnambuli” di Arthur Koestler, un volumone di polemica spiritualista ma pur sempre di un marxista, per quanto pentito.  È in Koestler pure la teoria del pateracchio, che poi sarà di Redondi, “Galileo eretico”, all’incirca in questi termini: “Galileo con le sue provocazioni ha favorito la reazione contro la sinistra (sic!), cioè contro i gesuiti, e l’unica strategia possibile, quella dei piccoli passi”.

Italiano – È memoria e pratica confinate all’estero, tra gli italiani emigrati. E, tra gli emigrati, tra quelli anglosassoni, american, australiani, canadesi. Con la sola eccezione del “germanese” Carmine Abate.
I tantissimi italiani di Argentina o Brasile, italianissimi nel cuore, non ne sanno più d tanto. Ma è un fatto, delle culture anglosassoni che privilegiano la memoria, mentre le latine la rifiutano o la immiseriscono, per smania di modernizzazione. Succede anche in Francia.

Matrimonio - Il padre di Šklovskij, ebreo battezzato, che la moglie abbandonò col primo figlio, si trafisse da parte a parte con una daga, sopravvisse, si risposò, ebbe Viktor, e dopo una trentina d’anni s’accorse, insieme con la seconda moglie, che si amavano.

C’è “La scuola delle mogli” di Gide, che però non può dirsi un marito. Ma “un matrimonio”, lo dice Tolstòj che se ne intendeva, “contratto con la speranza di una vita piacevole, è votato al fallimento”. Dei tredici o quattordici figli sopravvissuti l’autore della “Sonata a Kreutzer”, nonché di “Felicità familiare”, e pedagogo dei mužiki appassionato, fu padre senza gioia. Lamentava che lo rendessero “più vulnerabile”. Perché non poteva essere più figlio, avere il monopolio dell’affetto della moglie madre e la sua totale disponibilità, pur scopandola intensamente. Forse per questo insiste nella “Postilla” che “non c’è mai stato e non può esserci matrimonio cristiano”. La moglie lo contraddisse dal primo all’ultimo giorno della lunga vita insieme. È vero ch’egli le aveva imposto la lettura del suo minuzioso “Diario”, dove ogni scopata al casino e con le serve è censita. I pedagoghi del resto non sono buoni padri, Rousseau, Tolstòj.

La salvezza è semplice, secondo san Luca: “Se uno non viene a me e non odia il padre e la madre, la moglie e i figli, e i fratelli e le sorelle, non può essere mio discepolo”. Ma bisognerebbe avere tutti questi parenti, per potersene liberare. Se mancano, diventano ingombranti. È per questo che i figli naturali sono tristi?

Paternità - Il cadavere imbalsamato di Imbonati, che volle essere sepolto in una sua proprietà, Manzoni esumò all’insaputa della madre dopo qualche anno e riseppellì fuori della tenuta, costruendovi sopra un pollaio. Manzoni non è antipatico, il padre gli mancò, non ci sono padri nel romanzo. Fece pure tanti figli, senza essere loro padre. Ma fu fortunato: bastardo, ritrovò la madre – da cui anzi dovette affrancarsi.

La paternità Joyce nell’“Ulisse” fa dire a Stephen “ignota all’uomo”, eccetera: “L’Amor matris, inteso soggettivo e oggettivo, questa è forse l’unica cosa vera nella vita”. È inutile quindi uccidere il il maschio, il padre? Ne va di tutto Freud.

letterautore@antiit.eu


La letteratura di casa, cosa di tutti i giorni

Undici novelle, le prime dello scrittore, purtroppo elzeviristi che. Ma sempre vive, d’intelligenza. Lo scrittore stesso, in quanto “Alessandro Rossi”, s’interroga, nelle “Memorie” aggiunta alla raccolta, benché giovanissimo, novant’anni fa, in questi termini profetici: “La letteratura moderna s’è messa alla pari con le cose i tutti  giorni, non ci sono più personaggi come ai tempi della mia gioventù, e quando leggete un libro non uscite fuori della vostra seggiola e dalle quattro mura di casa” – di che altro si scrive oggi, se non di sé e dei propri cari? Per sé riservando, profetico, il viaggio – sarà, prima di Arbasino, l’unico scrittore di viaggi del Novecento che ancora si rilegga: “Bei tempi, quando dai Re all’ultimo cittadino facevano tutti sul serio la loro parte”.
La narrativa breve è stata funestata nel Novecento dalla misura dell’elzeviro, due colonne di quotidiano, il racconto di apertura della “terza pagina”. Genere meritorio, per sovvenire ai legittimi bisogni alimentari degli scrittori. Ma obbligato, nella misura e anche nelle tematiche, chiaroscurali, accennate più che risolte. Nelle tonalità, crepuscolari. Nell’indefinitezza. Ghirigori – “rigaggio” in gergo giornalistico.
Questi di Alvaro sono diversi in quanto sono i suoi primi racconti, pubblicati a 25 anni e, dopo studi erratici, la guerra al fronte, la parziale mutilazione, molto professionali. L’introduzione di Giuseppe Rando ha il pregio di avviare a sistematicità la narrativa di Alvaro. Qui rintracciando quattro dei suoi temi ricorrenti: il sesso, il paese, la città, la guerra. Ma il paese è prevalente. Nelle tante immagini del padre e dei fratelli. E nella figura del segretario comunale onnipotente annientato dal torrente – uno degli affluenti del Bonamico non tanto benevoli d’inverno a San Luca.
Corrado Alvaro, La siepe e l’orto, Iiriti, pp. 204 ril. € 16