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lunedì 3 novembre 2014

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (224)

Giuseppe Leuzzi

A Villa Manin di Passariano, in provincia di Udine, enorme, restaurata e adibita a esposizioni, la ragazza della biglietteria sgrana gli occhi alla notizia che i visitatori vengano da Roma: “Da Roma?” Per lei è un posto remotissimo.

All’Alpe di Siusi l’anziano addetto all’impianto di risalita sotto il Sassolungo sorrideva ai suoni romaneschi. Aveva fatto a Roma il servizio militare. Era l’unica esperienza svagata di molte vite.

Almeno nell’antipolitica il Sud un primato ce l’ha, letterario. Tre dei quattro dei romanzi che hanno imposto l’antipolitica subito nella letteratura postrisorgimentale vengono dal Sud: Matilde Serao, “La conquista di Roma”, 1885, il siculo-napoletano De Roberto, “I viceré”, 1891-4, e poi “I vecchi e i giovani” di Pirandello, una sorta di anteprima del “Gattopardo”.
Il quarto, primo in ordine di tempo, è stato “L’eredità Ferramonti” di Gaetano Chelli, scrittore di Massa – di Massa e Carrara. Ma Tito Livio i massesi vuole sanniti trapiantati dai romani, per punizione – mentre gli apuani, sempre per punizione, trapiantavano nel Sannio.

Gi arabi “avevano raggiunto per mare perfino il Piemonte”, dice Prezzolini ai suoi studenti americani negli anni 1930 (“The Legacy of Italia”, 1948, tradotto come “L’Italia finisce”, p. 27). È vero: la storia, che allora si sapeva, è stata dimenticata. La storia è mutevole.

Sud
Il Sud non è cominciato con l’unità. Prezzolini, “L’Italia finisce”, ha un paio di argomenti solidi in proposito: “Il potere temporale dei appi, strategicamente stato nel mezzo della penisola, fu in parte responsabile di una caratteristica permanente dell’Italia, e cioè della divisione fra Nord e Sud, divisione che durò politicamente fino al 1860, ma che nelle relazioni sociali è sentita anche oggi. Queste due parti erano essenzialmente diverse nell’economa, nell’arte, nel governo: la storia dell’Italia meridionale è in realtà la storia di Napoli., proprio come la storia della Francia è in gran parte quella di Parigi”. Salvo che, aggiunge, la storia dell’Italia settentrionale fu sempre divisa e divisiva.

C’è un Sud degli odori. Colette lo evoca nella sua réclame dei profumi. È il Sud di un profumo “piuttosto bruno che biondo, e più profondo che puntuto. Attuale, ma capace di svegliare nella nostra memoria olfattiva quei notturni spiriti meridionali che camminano nell’aria dopo mezzanotte, salgono la scala, forzano tutte le chiusure, e s’impongono al nostro sogno”.

Grecoromani.it ha – aveva? – questo esergo: “Gente da cui i padani non possono trarre alcun profitto e nessun prigioniero. È guerra etnica”. Ma i padani non farebbero guerra se non ne traessero profitto.
E la guerra? È etnica ma con molti con molte defezioni – di prigionieri forse, ma collaboratori volontari e anzi entusiasti.

Shakespeare meridionale? È quella che gli mancava, tra le sue tante incarnazioni. Una era stata tentata di uno Shakespeare fiorentino, trasportando il suo amico Florio da Parghelia a Firenze. Alla mancanza provvede Prezzolini, altro toscano nato “per caso” a Perugia, ma umbro itinerante, al modo di san Francesco, dapprima a Firenze, poi a New York, Parigi, New York di nuovo, Vietri sul Mare e infine Lugano, per farsi tassare meno la grama pensione americana, dove morrà centenario dopo due mogli. In “L’Italia finisce” propone il quesito: “Sarebbe il caso di chiedersi se Shakespeare non sia più meridionale di Dante, e Dante più nordico di Shakespeare. Certo, la libertà e la franchezza d’espressione di Shakespeare mal si conformano alla abituale ipocrisia del comune modo di parlare del tipico «gentleman» inglese”.
Ciò malgrado - l’autodidatta è fatto così – “meridionale” non è però un complimento. “Il rigore logico e l’unità di pensiero e di azione di Dante”, continua Prezzolini, “poco han da fare con la rilassatezza morale comunemente associata al carattere italiano”.

La bellezza non sta al Nord
Tra i divertimenti di Camilleri nell’ultima raccolta c’è la ragazza milanese “emigrata” a Vigata, dove fa la barista. Che descrive antropologicamete, “tipicamente”, come si scriverebbe della ragazza tipo mediterranea o meridionale nella scrittura milanese: “’Na biunna splapita e tanticchia caprigna, ‘nsignificanti, l’occhi cilestri senza ‘spressioni come a quelli di ‘na pupa”. Niente di eccezionale, ordinaria. E nessuno si meraviglia che una ragazza milanese faccia la cameriera a Vigata. Nessuno la corteggia, nemmeno, che in Sicilia è un dovere: “’Na picciotta accussì anonima che era come se non ci fosse”. Peggio: “Come una bambola gonfiabile, solo che è viva”.
L’apparenza non è vera, e la picciotta sarà vittima della perfidia siciliana. Ma perché no? Almeno questo: non si può dire che la bellezza stia al Nord.

La Sicilia al Quirinale
Giornata da incubo in piazza del Quirinale, per lo sbarco dei palermitani martedì 28. Quelli che vogliono lo Stato piegato alla mafia. Dopo che lo Stato glieli ha messi dentro tutti.
Non si saprebbe invaginare la mafia altrimenti. Ora fanno quadrato attorno a Messina Denaro, ma sono nella ridotta. Da qui lo sbarco a Roma. I giudici in fuoriserie a tripla corazza coi vetri fumé, i giornalisti saccenti, insinuanti, e poi gli avvocati. Di Riina, di Provenzano, di Ciancimino, e di altri onorati mammasantissima, pluriomicidi.
Uno è contento nell’occasione di essere governato da Roma e non da Palermo, come sarebbe stato possibile. O da Napoli – purtroppo anche da Napoli: un altro presidente li avrebbe mandati a farsi fottere.
Se non che Palermo e Napoli uno se li ritrova dappertutto nell’apparato repressivo, dalla Questura alla Cassazione. Non c’è dunque salvezza, dopo aver vissuto una vita e una storia stretti nella morsa. Geografica, per chi è nato e cresciuto in Calabria, e istituzionale: questori, prefetti, procuratori, giornalisti. Una scuola di malaffare non sopravanzabile, e per questo invincibile. Ecco dove sta il “Sud”, e ben solido, è inutile girarci attorno.

leuzzi@antiit.eu

Potenziale Inespresso Landolfi

O del non poter morire: il tradimento di queste poesie è il non poter morire. Da giuda della morte - o della vita? Oggi il caso non si porrebbe, con la buona morte che tutti sono disposti a dare.
Non è per mancare di rispetto. Ma questo tradimento, non potendo divertire, è pur sempre questione di morte, lascia freddi. Landolfi ne fa un dramma, per sputare un po’ del veleno che lo ammorba. E lo spurgo è notevole: una poesia scandisce da refoulé, un po’ fallito un po’ rifiutato, incattivito.  Contro la possibilità di vivere naturalmente. Contro gli affetti, si presume: “Seconda malvagità: matrimonio,\ Vita sordida, mestruata,\ Che d’ogni regina fai serva,\ D’ogni sognata immagine terrore\ D’ogni voce rimbombo d’ignominia\ e oltraggio…”.
Poesia eloquente, benché di scrittore emblema dell’ermetismo, e perfino sentenziosa. Risentita: “Nulla finisce, o nulla\ Comincia, alla morte ormai: \ La morte è solo un caso\ D’una trama più vasta”. Ma tra le agudezas: “È tanto velenosa\ Che mena a morte, la vita”. E disperatamente lieve, quando sembrerebbe tutto detto: “Ahimé nell’universo\ Non ha luogo la morte, ora ben vedo:\ L’odiosa vita regna in ogni dove\... All’esser nato non è più riparo”.
Si prenda più: cioè storicamente, a un dato momento, nella malattia? No sempre, è condizione metafisica. La Struldbrugness, l’immortalità gulliveriana, è il bersaglio. Di uno forse incontentabile: “Il giorno che dovrai dire:\ «Dante, non ho la tua forza»\ Sarà il giorno più triste\ Dell’anima tua”. Non persuasivo, come commuoversi? Suona falso anche il seguito: “Non si può partire\ Se non certi di superare\ Il maggiore che ci viene innanzi”. Partire si può sempre, come no. Certo non con la certezza – che partire altrimenti sarebbe? E cos’è l’obbligo di superare? E come: a passo di marcia, di corsa, di ambio, saltando, ruzzoloni?
Si rileggono queste raccolte di versi di Landolfi con un triplice effetto. Che la sua vena sia poetica, lancinante, più che prosaica. Ma irrisolta: tutto ciò che di promettente se ne leggeva in vita, si accresce sempre incerto a distanza. Come di una promessa non mantenuta, anche ambigua volutamente. Come di uno scrittore controvoglia, mentre la scrittura è esercizio e applicazione, e volontà determinata. E che il tratto villoniano, maledetto, qui dominante come nella precedente più famosa raccolta, “Viola di morte”, sia posticcio. Di un Landolfi sofferente, e in lite col mondo, ma sempre presente a se stesso: “Nulla finisce, o nulla\ Comincia, colla morte ormai:\ La morte è solo un caso\ D’una trama più vasta”. E le tre impressioni combaciano.
Il disagio dev’essere stato forte, di solitudine e radicale misoginia, quand’anche la si ipotizzasse indotta. “Per tutto è rima\ se ben guardi” e questo è il problema – per rima, nel componimento, uno dei pochi titolati, intendendosi la “fenditura” femminile: “Se al luogo ove tu rechi\ una fessura ignominiosa\ Avessi a mo’ di statua greca\ Compatto delta”, la cosa si risolverebbe. Ma non è satira. Epperò nemmeno sventura – le due raccolte sono state organizzate dai familiari. È un disagio di vivere acquisito, contingente. Di maledettismo dannunziano, senza gli orpelli.
Tommaso Landolfi, Il tradimento, Adelphi, pp. 156 € 16

La barbarie a Roma, protetta

Dunque, tutti a piedi a Roma. Anche per non aspettare indefinitamente il bus elettrico, che ha il dono di perdersi per strada. E dentro il Colosseo spettacoli nell’arena. Di gladiatori? Si vive a Roma con un senso d’irrealtà. Ma inquieti: si sa, si annusa, che la cosa è ben reale e traumatica.
Pedonalizzare il centro di Roma, una città monumentale con 100 mila abitanti, non è opportuno, e la storia recente lo ha dimostrato. Non è nemmeno una necessità: la chiusura del centro non riduce l’inquinamento, Roma lo potrebbe fare solo con un sistema di trasporto pubblico affidabile e diffuso. L’ecologia delle isole pedonali si può “vendere” alle principesse che non sanno di che parlano, e ai giornalisti per natura approssimativi. Tutti gli altri ormai sanno di che si parla. Ma è quello che il sindaco ligure-americano-siciliano Marino vuole fare, l’unica cosa di cui si occupa – si occupava prima dei matrimoni gay.
Le isole pedonali sono la morte delle città. In favore di interessi minuti ma consistenti. Del partito dei fondaci o pianiterra a prezzi d’affezione. Dei garages sotterranei a prezzi anch’essi d’affezione in ogni piazza. E di un commercio che nasconde il malaffare. Agli affitti stratosferici corrispondono insoluti altrettanto stratosferici, sulla carta. Che però non bloccano il business degli affitti e anzi lo alimentano. Liberando soggetti e entrate non dichiarabili. Un intreccio d’interessi che tutti sanno, anche se non se ne parla. I bancarellari di ogni tipo che con immediatezza ingombrano ogni spazio pedonalizzato ne danno del resto rappresentazione visibile, essi stessi terminali di questo business dell’abusivismo criminale non tanto segreto, tra mercato dei clandestini, delle residenze, delle licenze, delle copie contraffatte.
Le pedonalizzazioni spinte sono un fatto di malaffare. A partire dalla testa, dalle decisioni urbanistiche. A opera del “partito degli architetti e ingegneri” che da un ventennio buono, dalla prima giunta Rutelli, domina la capitale. Tanto disinvolto e corrotto che una Procura solo un po’ meno indecente l’avrebbe messo in chiaro. E questo è il vero nodo a cui Roma sta per essere appesa: la politica. Che non si può criticare perché si dice, furbescamente, di sinistra.
L’avesse fatta Alemanno la proposta dell’arena al Colosseo, i suoi non si dilettavano di festeggiare vestiti da antichi romani?, ci saremmo giustamente indignati. Invece la fanno Franceschini e Carandini, uno ministro della Cultura, l’altro presidente del Fai, inflessibile guardiano dei monumenti, e non proviamo nemmeno a riderne. Perché finiscono in –ini?
Ma Franceschini, ce l’ha il fisico per fare il gladiatore? O gli spadini saranno di cartone? E Giovanna Marinelli, l’assessore alla Cultura che Marino ha trovato dopo due mesi di ricerche – nessuno voleva il posto? Che ruolo avevano le donne nell’arena? Con i pepli certo, in armonia coi centurioni romani in elmo e coturni che attorno al Colosseo vivono di selfie. Potrebbe premiare i vincitori alle corse di bighe: perché non rifare le corse al Circo Massimo? Ne hanno fatte tante nei film di “Ben Hur”. Senza scandalo: larena al Colosseo è solo una idea di appalto-con-concessione, che si facciano senza gara.

domenica 2 novembre 2014

Il mondo com'è (193)

astolfo

Europa – È ora orientale. Secondo il brocardo notarile “il morto s’impadronisce del vivo”?
Si vuole non più cristiana, e non più romana, perché è per la prima volta orientale. Con la trasmigrazione della Germania verso la sua anima orientale invece che occidentale. Con la sommersione democratica – tanti Stati, dal Baltico al mar Nero, che fanno la politica, e quindi la cultura, dell’Europa, su base democratica, uno Stato un voto. La questione ucraina non è marginale in questa Europa: nell’Europa tradizionale sarebbe stata un errore, o altrimenti una sfida cosciente alla Russia. Mentre Bruxelles (la Germania, la Polonia, l’Europa orientalizzata) la vuole questione di principio: democratica, civile, e quasi una frontiera. Anche se deve sponsorizzare politicanti e politici che altrove manderebbe in carcere, prepotente, ladri, concessori, corrotti, ladri.
È l’Europa della nova Frontiera, come il West americano, col punto cardinale opposto: avventurosa, di gente che non ha nulla da perdere, distruttiva, incosciente, e per questo robusta.

Feudalesimo – La categoria più diffusamente imputata alla storia italiana è invece assente. Salvo poche e limitate imitazioni-importazioni al Nord del sistema francese a ridosso del Mille. La categoria era parte onnicomprensiva del Diamat e quindi veniva applicata ciecamente anche all’Italia. Ma tuttora è in uso, specie nella storia del Sud. Che, semmai, è ingovernabile – per la parte che è di sua responsabilità – proprio perché non ebbe mai nessuna forma di feudalesimo.
L’unica forma politica ilaliana che si avvicina al feudalesimo è la signoria. Ma è ben più complessa e articolata.

Francesco – Il santo di Assisi molto censurò e innovò ma senza antagonizzare nessuno. Fu un confessore: combattente di molte idee e di nessuno in particolare. Fu sua, prima che Ignazio di Loyola, e più radicale, la rinuncia a una volontà o posizione personale, il “perinde ac cadaver” poi gesuita.
Resta notevole la teoria ottocentesca che il Rinascimento iniziò con Francesco di Assisi, la riumanizzazione della religione. 

Iran – In regime islamico ormai da quasi mezzo secolo, è animato dalle donne. Non è una constatazione scherzosa, semmai è tragica, ma un paradosso sì, che il primo e più integrale regime islamico sia animato dalle donne. Martiri, impiccate, carcerate, esuli, Nobel, scrittrici, registe, vigili custodi dei diritti. L’Iran è una civiltà antica, preesistente all’islam e dunque agli ayatollah. Ma la donna iraniana, che pure fu al centro del khomeinismo, delle manifestazioni oceaniche che convinsero lo scià a mollare, è ora il segno delle contraddizioni (ritardi, involuzioni) dell’islam, e della caduta degli ayatollah. Che nell’Iran dello scià, non remoto, erano indiscussa autorità culturale e morale, saggia, equilibrata, modesta. Mentre ora si pavoneggia con macchine blindate e scorte col kalashnikov.

Marx – È un liberale? Non è uno sberleffo dei suoi nemici ma un’avocazione degli appassionati e reduci del comunismo. Di un comunismo vittima esso stesso dell’ideologia dominante del libero mercato? Non sempre. Spesso ha ritrovamenti e radici culturali. Mario Alighiero Manacorda, il pedagogista morto un anno fa in tarda età, nell’ultima sua rivendicazione, “Perché non posso non dirmi comunista”, mette in campo anche Croce: “Davvero Marx ha opposto il comunismo alla tradizione moderna del liberalismo e della democrazia borghese? In realtà anche Croce sapeva che «l’estensore del Manifesto dei comunisti…nell’affrettar con l’opera e coi voti la fine della borghesia usciva in una grandioso e caloroso elogio dell’opera compiuta dalla borghesia»”. Di suo aggiungendo: “Tanto per cominciare, e tanto per la cronaca, Marx ha una formazione liberale”, il suo primo articolo, nel 1842, è contro la censura per la libertà di stampa. Più “in generale, il comunismo nasce, in sede teorica, sulle esigenze poste dalle ideologie liberali e democratiche”.
Manacorda spiega che “in Marx l’opposizione è tra comunismo e liberismo”, in quanto “ideologia dell’appropriazione privata dei mezzi di produzione collettivi, non è certo tra comunismo e liberalismo”. Ma se avesse aspettato ancora un po’?

Migrazione – Si può dire l’eccellenza italiana del millennio, nel mezzo della crisi economica sempre meno riparabile. Dei ricercatori italiani ovunque all’estero. Del salvataggio in mare e l’accoglienza di migliaia ogni giorni di profughi africani e asiatici. Con perfetta organizzazione militare e civile: niente epidemie a terra, molte vite salvate in mare. Si tratta solo di avvistamenti, abbordaggi e trasbordi, non di operazioni militari di alta precisione. Ma di tempistica sì, di coraggio anche, nell’esposizione ai contagi, e di abilità se non altro manuale. Piace pensare che le marine di altri paesi non vi si impegnino non per sdegno ma perché incapaci, perché non saprebbero “maneggiare con cura”. Mentre c’è chi si limita, in Spagna, o all’Est, ad alzare muti. Una logistica d’eccellenza e pubblica, in un paese in cu il pubblico si ritiene inefficiente perché incapace, e la logistica privata è in buona misura da scoprire.

Roma – Se ne è perso, col Muro, il mito. Per la prima volta dalla fine dell’impero romano. Un mito che fu vivo anche coi suoi critici. Dante, antipapista e quindi antimano, da ghibellino e imperiale, del sacro romano impero, si compiace di ricordare che Cristo era nato cittadino romano. Questo non è vero – l’avrebbe salvato, come poi san Paolo. Ma è vero che Virgilio è, inconsapevole, involontario, profeta del Cristo.

Si è oscurato il mito per prima in Vaticano. Con l’abbandono del latino, col Concilio Vaticano II. E ora col papa Francesco, che al Concilio di rifà in una visione “globalizzata” della chiesa, molto al passo coi tempi.
Giovanni Paolo II ne è stato lì’ultimo impersonatore, e quasi lui steso un ultimo trionfale imperatore. Seguito da papa Ratzinger, seppure in forma umbratile, e più per essere latinista e germanico. Ora anche la chiesa di Roma si vuole senza centro e senza sede. E l’Italia stessa, nell’anarchism dilagante che si dice il segno e anzi il primato italiano del millennio: del rifiuto del politico, del Parlamento, della centralità (unitarietà) del corpo politico e sociale. Nella più oltranzistica, benché ferale, avocazione dell’ideologia individualistica. Da vittime, a tutti gli effetti visibili, dell’ideologia del mercato, indifesi, intontiti.

Italiani e tedeschi sono stati uniti, pur nella diversità, dalla comune avocazione del mito romano – del diritto, del’unità, dell’impero. Per Roma, anche, hanno a lungo litigato: dal Barbarossa al Mommsen, il rimprovero costante della Germania al’Italia è di essere inferiore all’eredità romana, che invece con più vigore e verità si perpetuava in Germania. Nel nome di Roma si progettarono e classificarono, all’epoca e nella filosofia, un Rinascimento carolingio, uno ottoniano, e uno franco, tra il Settecento e il Mille.
L’abbandono di Roma è forse epocale. Si veda il Vaticano,  oltre all’Italia scentrata. Ma anche l’effetto della rivolgimento della Germania verso Est, verso la sua faccia orientale. Dopo secoli di politica occidentale, sul Reno e verso il Mediterraneo – da ultimo, nel dopoguerra, obbligata dalla guerra fredda e dai russi a Belio. Ora, liberata, la Germania si scopre centro-orientale, polo d’attrazione di quell’Europa slava e balcanica finora tenuta in riserva.

Si può anche pensare che l’Europa e l’idea di Europa ondeggino per l’abbandono della radice romana, per quanto artefatta o guasta.

astolfo@antiit.eu

Le banche d’affari al potere alla Bce

Senza scandalo, anzi celebrandolo, si pubblica l’asse bancario Londra-Berlino alla base degli stress test. L’asse delle banche d’affari, o della speculazione, rispetto alle banche di credito. Anche se fa dell’Europa il centro della speculazione finanziaria, e ne mette a rischio presente e futuro: business is business, e non c’è altro verbo.
Il quadro si delinea anzi ogni giorno con presunzione. Mancano le rivendicazioni di correità, delle autorità bancarie centrali, a cominciare dalla Banca centrale europea. Ma è probabile non ci verranno risparmiate, neanche esse – un Draghi si accontenterà di fare il presidente della Bce, non vorrà la Goldmann Sachs, o la Deutsche Bank?
Si susseguono le scoperte – ma forse sono esibizioni – delle finalità speculative degli stress test. Degli scenari apocalittici su cui sono stati confrontati gli asset delle banche italiane, e di quelli estremamente positivi proposti alle banche francesi o spagnole. Della capitalizzazione – in cui eccellono le banche italiane – tenuta in nessun conto. E della penalizzazione imposta alle banche esposte sul credito, alle imprese e alla famiglie. A fronte del privilegio accordato alle banche impegnate sui futures e i derivati, sulla speculazione, alle quali semplicemente non si richiede capitalizzazione: il rapporto rischi attivi, risk weighetd assets, semplicemente è reputato quasi inesistente, rispetto ai crediti insoluti o insolubili.
Com’è possibile? Questo è la funzione e l’abilità specifica di Draghi. L’effetto è che Deutsche Bank, esposta sui mercati speculativi per poco meno del pil italiano, è di gran lunga più affidabile di Banca Intesa, la migliore banca italiana, che fa quasi esclusivamente credito.

Preti, patrioti, garibaldini

Una memoria familiare e una storia emblematica del Risorgimento che si vuole cancellare. Partendo da minime tracce familiari, Enrico Padula, diplomatico, ricostruisce la vicenda di vita e politica del prozio Vincenzo, sacerdote e garibaldino, e del bisnonno suo fratello. Con altri antenati Padula, fratelli del trisavolo, Mario, un altro sacerdote, e Michele, ufficiale della Guardia nazionale, anche loro protagonisti e vittime dei moti di libertà e patriottici nel Regno di Napoli, a Montemurro, luogo di origine della famiglia – Mario condannato a 19 anni a Nisida, Michele morto nel carcere napoletano della Vicarìa poco dopo l’arresto, nel 1852. Una storia senza storia – momenti,targhe, ricostruzioni – e tuttavia avvenuta.
Il trisavolo Maurizio si era trasferito per matrimonio a Padula, luogo del nome, e si era tenuto fuori dai fervori politici. Non così i suoi figli. Vincenzo, il prete, partito con Garibaldi in Sicilia, morirà a Milazzo. Filomeno, accorso a Milazzo per aiutare il fratello ferito, ne onorerà la memoria impegnandosi subito dopo l’unità nella lotta al brigantaggio.
Una storia vera anche perché non apologetica. Singolare la lettura della spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, cioè nella stessa valle di Diano dominata da Padula. Dal paese per la posizione geografica ma soprattutto, ancora a metà Ottocento, dalla sua Certosa, grande feudataria malgrado  le soppressioni napoleoniche. La spedizione di Pisacane, rodroma di quella dei Mille ma organizzata a Napoli, fu velleitaria – ben diversa sarà tre anni dopo la spedizione di Garibaldi e Cavour.
Enrico Padula, Vincenzo e Filomeno Padula. Due fratelli nel Risorgimento italiano, Rubbettino, pp. 236 € 13

sabato 1 novembre 2014

Ombre - 242

Il presidente vuole “una figura collaudata”, una persona “di esperienza e standing internazionale”, qualcuno in grado di “gestire i dossier più caldi”: i quirinalisti non si risparmiano venerdì sui requisiti che Napolitano vuole dal nuovo ministro degli Esteri. E allora Renzi fa ministro Gentiloni.
Da Monti senatore a vita a Gentiloni agli Esteri, una cosa buona Napolitano l’avrà fatta: ha svuotato il presidenzialismo di fatto.

Per salvare De Magistris salvano Berlusconi.
Ma non è detto, c’è sempre una terza via – i giudici sanno come proteggersi.

Valentina Nappi vuole fare pipì sul pensiero di Diego Fusaro, “filosofo marxista” di “Micromega”. E perché? Perché ha criticato un suo articolo intitolato “Oggi il fascismo si chiama anticapitalismo”. Suo di lei, scritto nelle pause dei suoi film senza vergogna, con Rocco Siffredi e altri stalloni, pubblicato sul suo blog di “Micromega”. Dunque Valentina è una columnist di “Micromega”. Ecco perché la filosofia va forte. 

La Leopolda ennesima si svolge e si segue come un congresso di partito. Aperto, al tempo delle primarie. Non più ritualistico. Ma nemmeno politico nel senso della discussione. È un evento, come usa, per far sentire alcuni vivi. Come un concerto.
Analoghe le forme di reducismo: io ero alla Leopolda Due, io ero alla Leopolda Quatro.

Per spostare l’auto di un familiare del sindaco Marino a Roma, parcheggiata abusivamente in una zona riservata ai senatori, si è fatta un’ordinanza del prefetto. Dopo un’interrogazione parlamentare. Cosa bisogna rottamare?

Violante rinuncia a fare il giudice costituzionale e subito, dopo poche ore, è indagato da Palermo sullo Stato-mafia. I giudici non perdonano.

Riparte a Roma Magia dell’opera, undicesima edizione: un’opera insegnata, parole e musica, appresa, e rappresentata ogni anno (quest’anno la “Carmen”), dalle scuole elementari. Un’iniziatica ormai decennale dell’Associazioen Tito Gobbi, fondata e presieduta dalla figlia Cecilia, col sostegno della Federmanager, dell’editore Curci e, quest’anno, dell’Accademia Santa Cecilia. L’Opera di Roma infatti non c’è più.

Singolare scena, di giudici, avvocati e giornalisti siciliani in piazza del Quirinale, al centro di Roma. Di arroganza, camuffata di umiltà: di furberia cioè. E uno finisce per capire la Lega.

Napolitano, che è di Napoli, chiede l’immediata trascrizione della sua deposizione al giudice Montalto. Montalto, magnanimo, gliela concede. Ma non immediata come oggi è possibile, no, coi tempi della giustizia, cioè verso il week-end dei Santi. Quando avremo altro a cui pensare.
Per intanto è sagra siciliana, di giudici, avvocati e giornalisti, che ci dicono loro cosa Napolitano ha detto. Palermo-Napoli 1-0.

Deposizione, che brutta parola: sinistra. Davanti ai giudici come davanti agli sbirri.

A sera, all’ora del Tg 3, il giornalista di Palermo che vive dello Stato-Mafia, intimo di Montalto e di Teresi, il pubblico accusatore, sa lui che cosa Napolitano ha detto. Palermo-Napoli 2-0.

Tutti allievi, i giudici palermitani, seguaci, discepoli, perfino amici, di Falcone e Borsellino. Mentire sempre non è la divisa dei Riina?
Di Lello, l’unico giudice ad avere effettivamente lavorato con Falcone, non ha più voce, essendo di diverso parere – “la trattativa Stato-mafia è un commedia, non un processo”..

Su quattro modelli di auto proposti ogni settimana per cinque settimane di seguito da “L’’Espresso” non una è intaliana. Non del ggruppo Fiat-Chrysler vcioè. Ora, è vero che gli odii padronali si riverberano anche sulle redazioni motoristiche, sono un riflesso condizionato, ma i lettori dell’ “Espresso” sono tutti esterofili? Col conto in Svizzera, anche loro?

Che la Deutsche Bank sia coinvolta in varie procedure speculative e processi per i quali ha accantonato tre miliardi è notizia che solo questo sito ha ricordato a proposito degli stress test della Bce. E il “Wall Street Journal”. C’è una museruola?

Il “Wall Street Journal” rileva degli stress test che la Deutsche Bank è ritenuta solidissima mentre non lo è. E a proposito degli accantonamenti per liti rileva che la Eba, la European Banking Authority, ne calcola i costi nei primi nove mesi del 2104 in 470 milioni, mentre la Bce li calcola in 1,4 milioni – all’Eba è saltato un 1?

Fra i difetti dell’Italia, Giovanni Stringa ne spiega sul “Corriere della sera” martedì uno individuato dall’Eba: “A fronte di un impatto negativo medio (di una recessione prolungata)  sul capitale del 2,6 per cento nella Ue, l’Italia viaggia… peggio della media a quota 3,3 per cento – in dodicesima posizione (partendo dalla Norvegia che non subisce alcun impatto)”. La Norvegia dunque, che si tiene con cura fuori dalla Ue: ce l’hanno messa nell’Eba per dare peso al Nord?

Build-up frenetico a Bruxelles di un Katainen filo-italiano, da parte del partito tedesco. Cioè,  praticamente, tutti i corrispondenti italiani. Magari non li pagano nemmeno.
Katainen è talmente filo-italiano, dicono, che gli piace il risotto e il ciclismo.

È un voto ampiamente riservato, quello ucraino, se non critico, contro l’europeizzazione forzata in chiave antirussa. Se avessero votato le regioni orientali il partito filorusso di Yanukovich sarebbe stato il partito di maggioranza e di governo. Confrontato da affaristi e concessori. Ma per i media italiani è un trionfo dell’Europa, della libertà e della democrazia.

La fabbrica degli eroi si fa in famiglia

Il padre temuto detentore della legge, la madre di volta in volta amata e odiata, le relazioni incestuose e conflittuali tra fratelli e sorelle: presi uno per uno, i concetti di cui in queste opere sono scontati, da linguaggio ormai comune. Alle loro articolazioni nel triangolo familiare, edipico e non, sulle quali il “romanzo familiare” si costruisce, Freud non dedica molto, poche righe. Ma sono la materia di buona parte della letteratura. Di quella contemporanea dichiaratamente: il “romanzo familiare” è genere dominante. La ricerca e sopravvalutazione fantasmatica è costante di origini comunque uniche, se non più eroiche e nemmeno nobiliari.
La prevalenza odierna del romanzo familiare in forma narrativa è forse causa, nella raccolta francese, della sua sopravvalutazione nell’economia di Freud, al punto da farne un concetto nodale come l’Edipo, e suo complemento. Freud ne scrisse poco e malvolentieri. Ogni volta obbligandosi a  precisare: devo il concetto a Otto Ranke, seppure diminuendolo – “un giovane ancora sotto la mia influenza a quell’epoca”, “un concetto che elaborò su mia istigazione”, “lungi da me l’idea di diminuire il valore dei contributi autonomi di Rank a questo lavoro”. Nell’introduzione al lavoro di Rank nel 1909, “La nascita del mito dell’eroe”, lo limita ai nevrotici. Nel “Mosè” lo applica in forma quasi inintelligibile, troppo contorta.
Tutta l’analisi storico-critica di Mosè, del resto, e l’anamnesi del monoteismo sono forse il lavoro meno convincente di Freud. La riproposta si segnala unicamente perché, in questa che sarà la sua ultima ricerca, come già nella lettera a Rolland, quando aveva ottant’anni, Freud fa onestamente professione di psicoterapeuta più che di filosofo del linguaggio e dello spirito.
Farsi perdonare il padre
La raccolta francese ha anche il merito, oltre che di assemblare i testi convergenti di Freud, Rank e Ferenczi, di sottolineare che i cofondatori, sia Freud che Rank, avevano un padre da farsi perdonare. Un problema di paternità da rigettare in qualche modo. Entrambi il proprio padre naturale, Freud anche quello spirituale – Mosè, l’ebraismo. Operazione non difficile, né del tutto nevrotica, il ruolo naturale del padre essendo per natura incerto. .
Come genere letterario, il mito delle origini risale allo studio di Rank, sulla “nascita” degli eroi e personaggi mitici: tutti in qualche modo abbandonati, e allevati all’insaputa dei genitori fuori del lignaggio naturale, che poi essi rincorrono, più o meno consci, e superano o magnificano. Oggi a tutti i livelli sociali, e anzi di preferenza a quelli bassi, di povertà, disadattamento, irregolarità, asocialità – migranti, ragazze-madri, alcolizzati, drogati, etc. La patente di nobilitazione essendo la democraticità. Come già nel primo adattamento americano del genere, che gli scrittori e artisti professavano  una lunga vita precedente di taglialegna, vagabondi, strilloni, lustrascarpe, etc.
Dove Freud si avvicina di più alla tipologia di Rank è nella lettera a Romain Rolland per i settant’anni dello scrittore, lui già ottantenne, nota col titolo “Un disturbo della memoria sull’Acropoli”, che la piccola antologia francese collaziona. Il resoconto di un viaggio che lui fece, del tutto casualmente, a Atene, mentre voleva andare a Corfù, col fratello minore Alexander cinquant’anni prima. Sull’Acropoli si sorprende a pensare che tutto gli è noto, e di più per l’incomparabile bellezza. Mentre a Trieste, continua a riflettere, all’idea di andare a Atene invece che a Corfù, avevano incongruamente litigato col fratello, per oscuri sensi di colpa.
Un romanzo mediterraneo
Una considerazione si può aggiungere: che il genere è, bizzarramente, mediterraneo e forse latino, considerando le appendici ispaniche e latinoamericane. Uno degli ultimi cui la scienza europea avrà ricorso? I casi che Rank studia, Mosè, Edipo, Romolo, etc., di riferimento anche per Freud, sono elaborazioni mediterranee del romanzo familiare. Ci saranno nelle altre saghe, ma non si celebrano. Schiller nel 1804, nel “Gugliemo Tell”, non sa immaginare l’assassino del tiranno, il liberatore, che col nome latino di Parricida – Johann Parricida.
Sigmund Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, Bollati Boringhieri, pp. 152 € 8
Le roman familial des névrosés et autres textes, Payt, pp. 107 € 5
Otto Rank, Il mito della nascita dell’eroe

venerdì 31 ottobre 2014

Letture - 190

letterautore

Antitaliano – È tema e genere antico. Ma soprattutto toscano. A partire da Dante, nel quadro dell’antipolitica. Tanto che molti lo vogliono tedesco – lui che pure era distintamente italiano, cultore di ogni memoria anche locale e remota, che tanti luoghi, eventi e personaggi ha “fissato” nella memoria e nella storia, riferimento oggi di ogni storia locale, da Pozzallo al Grossklochner. Dallo steso Petrarca. Fino naturalmente ai toscani del Novecento, da Papini a Montanelli. Ma escluso Malaparte, toscano antipatizzante come nessun altro e tuttavia uomo di mondo.
È esercitazione borghese – le imputazioni a Dante comprese – e provinciale, di chi s’immagina un mondo meraviglioso là fuori.

Antipolitica – Ha debuttato presto come genere letterario: “Roma” è corrotta e spregiudicata già nel 1983, anno di uscita di “L’eredità Ferramonti”, di Gaetano Chelli. Due anni dopo recidiva Matilde Serao, con “La conquista di Roma”. Presto imitati da molti, compreso il siculo-napoletano De Roberto, “I viceré”, 1891-4, forse il più cattivo. Fino a “I vecchi e i giovani” di Pirandello, una sorta di anteprima del “Gattopardo”. Questo si può dire dunque genere meridionale.
Il Risorgimento letterario finì presto. Con non molte opere. Anzi, solo con una: le “Confessioni di un ottuagenario”, pubblicato tardi, come un residuato, e tuttavia a ogni rilettura vivo. Preceduto – non granché - dalle “Mie prigioni”. E seguito da qualche – non granché – epopea garibaldina.

Italiano – Primeggia come way of life, nota Prezzolini in “L’Italia finisce”, come sistema di vita. Che non è codificato e forse non codificabile, e tuttavia reale. Che suscita invidia e ostilità, naturalmente represse, si può aggiungere. Da qui, argomentava Prezzolini, “l’amore senza stima”degli stranieri per l’Italia, e “una esagerata valutazione accompagnata da un non soverchio amore” degli italiani verso gli stranieri.
Anche come personalità influenti, sulle lettere, le scienze, la filosofia, l’arte, non c’è male. La lista naturalmente è lunga, ma non potevano che essere italiani Dante ovviamente, Petrarca e Giotto, Boccaccio anche, Michelangelo, lo stesso Leonardo, Machiavelli, Vico, con Campanella e Bruno, perché no, Manzoni. E Cavour, Mazzini, Garibaldi non sono inventati, hanno in varia misura organizzato e realizzato l’unica rivoluzione senza residui dell’Ottocento europeo – copiata maldestramente da Bismarck, con infiniti lutti poi. Perché italiani e non altro? Perché senza pregiudizi, aperti sul mondo.

Mafia – Camilleri ne tratta (di più nell’ultima raccolta di Montalbano, “Morte in mare aperto”), come di un fatto. A volte criminale. Criminale cioè al fondo ma regolata. Criminale come una classe dirigente borghese, si sarebbe detto – e lo è stato, è stato detto - in termini classisti, ugualmente illegittima, e legittimata dal suo potere. Di una politica borghese, altrettanto legibus soluta, crudele perfino, ipocrita, e immutabile. Più rispettosa della legge semmai che non quella politica, che invece si vuole al di sopra della legge. A volte confliggente con la legge, di cui però è rispettosa: ogni “sgarro” essa stessa punisce preventivamente, tempestivamente. Ma sempre ne parla come di un mondo separato.

Camilleri usa richiamarsi a Sciascia, ma ne è agli antipodi per molti aspetti, e per questo in particolare. Anche Sciascia racconta la mafia come un dato di fatto, un aspetto di un mondo. Ma non separato. E non rispettoso della legge, non “migliore” della classe dirigente politica. Per una diversa forma di radicalismo: quello di Sciascia è ancorato nella “vis repubblicana”, dei “valori laici e civili”. Quello di Camilleri in un comunismo di maniera che è in realtà il cappello di un anarchismo di fondo – comunistoide e fascistoide ugualmente.

Novella – La più italiana delle forme letterarie, è stata detta, e lo è. Sensuale e satirica. Realistica. In un duplice senso. È di linguaggio diretto e non rituale – bolsamente retorico, ripetitivo, che è il mainstream della prosa critica dopo Galileo. Il novelliere, da Boccaccio a Camilleri, è uno che si guarda attorno e “trascrive” le scene che vede, in una sorta di diretta differita. E non sfida ma segue il codice del mondo: il bello preferisce al brutto, il giovane al vecchio, il coraggio alla viltà, l’intelligenza alla stupidità. Come tutti. Anche quando rovescia i termini, e punta sul brutto, il furbo, la viltà, la sofferenza, la crudeltà, connotandoli giocosamente gioiosamente.
Questo fino all’Ottocento. Poi, da Manzoni in poi, prevale anche nella narrativa lo schema “attacchiamoci alle Alpi”: si adottano col romanzo i modelli stranieri, via via storico, verista, psicologico, decadente, sociale, autofinzionale. Calvino resta leggibile per questo, come tutti quelli che hanno continuato a scrivere novelle, Pirandello, Soldati, Gadda, il primissimo Arbasino.

D.H.Lawrence, che aveva già tartdotto moltissimo Verga, traducendo nel 1929 “La storia del Dottor Manente” del Lasca (Anton Francesco Grazzini), nota che lo spirito della novella italiana è crudele – quando è proprio buono, l’uomo di spirito manca di carità. Ma è un’apparenza, il puritanesimo può essere più crudele, sia quello che Lawrence sfida, sia naturalmente quello che lui stesso esercita, a danno dei sardi, dei capresi, e anche dei liguri, il Mediterraneo rimanendogli fondamentalmente incompreso.

Reazionario – “L’Italia ha una doppia anima reazionaria”, scrive Francesco Piccolo sul “Corriere della sera” (28 ottobre 2014): “È reazionaria perché è conservatrice…; ed è reazionaria perché è vittima, a sinistra,del sentimento di sconfitta dei rivoluzionari”. La cosa non ha molto senso – che dire allora degli altri paesi e mondi? L’Italia è il paese meno conservatore, della Germania certamente, della Francia e della Gran Bretagna, e un po’ meno eccessivo e superficiale, più considerato  della Spagna. Ma i rivoluzionari? Dove sono in Italia, o sono stati, i rivoluzionari? Togliatti, forse. Piccolo ne è – inconsciamente? – cosciente: “Soltanto con la sconfitta la purezza è difendibile, soltanto con la sconfitta non si mettono alla prova le idee e quindi si conservano intatte”. Con la sconfitta oppure rinviando la battaglia.
Ma è nel concetto riduttivo di riforma, o innovazione, che Piccolo soprattutto inciampa – come la mula del Berni, che sollevava i sassi per inciamparvi sopra. Cos’è la rivoluzione, tagliare le teste? No, è gestire il potere nel senso della democrazia e dei bisogni dei più nel rispetto delle minoranze. È la riforma. Riformista è termine svalutato dalla polemica politica, e allora? È svalutato da un secolo, e allora? Il secolo non è stato onorevole, e lascia l’Europa sconfitta e incapace.
Si capisce l’incongruità di Piccolo là dove torna a proporre Berlinguer come ideale dì’innovazione e democrazia. Uno che disprezzava – letteralmente, visceralmente – i liberali, i radicali e i socialisti. Intollerante cioè nel midollo, poiché accettava solo i nemici politici, in quanto dotati di potere. A questo Berlinguer Piccolo contrappone come alfiere della reazione Fanfani, il politico che ha rinnovato l’Italia, dalle autostrade, la scuola media e i patti agrari all’autogoal del divorzio – il referendum di Paolo VI che imbarazzò Berlinguer. Reazionario è l’uso delle categorie: reazionario, progressista-riformista, rivoluzionario. Non in sé: a lungo la distinzione è stata netta nei termini, diciamo fino alla guerra contro Hitler. Poi è intervenuta la guerra fredda, che ha imbrogliato le carte. La scelta di De Gasperi per la Nato è stata, è, progressista o reazionaria? E la scelta della Dc di Fanfani per il Mec, ora Ue? Poi è intervenuto il mercato. Che smazza le carte con la stessa abilità delle streghe e i maghi, invasivo, sottile, le riserve annacquando e cancellando le necessarie controindicazioni – una persuasività di cui si ricorda l’eguale nella storia, benché prodroma di guai per (quasi) tutti.

Prezzolini, l’ultimo reazionario patentato dell’intellighentsia italiana, risulta oggi alla rilettura straordinariamente vero e verace – cioè intenzionalmente vero, non preconcetto, perfino non di parte. E dunque democratico nel senso buono del termine, e progressista? Tanto più oggi che nessun progressista sa - o si cura di - rilevare le carte truccate dell’ideologia del libero mercato, benché eccessivo, impudico, imprudente.  

letterautore@antiit.eu

L’art.18 famigerato sono i giudici

La pubblicazione online
del contributo di Andrea Del Re ha riportato in vita questa vecchia raccolta di saggi brevi, sui meriti e demeriti dell’art.18. è un repertorio di giudizi talmente straordinari, per soperchieria e strafottenza, da sembrare inventati, come in una farsa.
L’art. 18 ha segnato per il bene più che per il male il mercato del lavoro. La rassegna ne organizza una rappresentazione in chiaroscuro. Ma non può negare che ha introdotto una prima protezione del lavoro contro gli abusi, e ha indotto a migliorare le relazioni industriali, prevenendo le fratture più che sanandole. È diventato pietra dello scandalo dacché il mercato del lavoro è divenuto a sua volta aleatori, in una fase d’incertezza nell’industria stessa. Quella manifatturiera perché rivoluzionata dalla globalizzazione. E quella dei servizi rivoluzionata dall’elettronica. Ma soprattutto per gli eccessi, anzi gli abusi, perpetrati da alcuni – non pochi. Col sostegno dei sindacati. E più ancora dei giudici. I veri detrattori dell’artt. 18 sono i giudici, con tanti reintegri forzati sotto ogni aspetto.
“In nome del popolo italiano”, il capitolo redatto da Andrea Del Re, avvocato del lavoro, in Finreze, il dettaglio non è irrilevante?, è un repertorio comico degli abusi che i giudici commettono nel nome dell’art.18. Ma sconcertante: il pompiere rapinatore, l’ubriaco fisso e assenteista ingiustificato, il violentatore, gli assenti per malattia impegnati al loro secondo o terzo lavoro – non vale nemmeno la truffa all’Inps. I giudici strafanno per divertimento, più che per una difesa preconcetta o ideologica del posto di lavoro. Reintegrano perfino chi non lo chiede, cioè lo chiede sghignazzando, e poi non si presenta. Le dieci paginette fanno capire ad abbondanza dov’è l’intoppo.
Massimo Bornengo-Antonio M. Orazi, Art. 18: la reintegrazione al lavoro… e la riforma?, Esculapio, pp. 99 € 20

Italia sovietica – 23

Verso la caduta del Muro culturale
Rai Tre, sempre lei
Radio Tre – eccetto la Barcaccia
La Rai tutta
La 7
Ballarò
Di martedì
Servizio Pubblico
Fazio again, con Gramellini
Litizzetto

giovedì 30 ottobre 2014

La guerra contro l’Italia

In dubbio e sotto tiro non è il debito pubblico italiano, ma il fronte ostile contro l’Italia che si è manifestato a Bruxelles e Francoforte con gli stress test, alla Commissione uscente e con alla Bce. È questo che agita i mercati. È a questa ostilità, non tanto surrettizia, che i mercati guardano con preoccupazione, non ai 2 miliardi di capitale che Mps in qualche modo troverà.
Che gli stress test servissero a movimenti speculativi, più che al consolidamento delle banche, era perfino ovvio. Ma sotto tiro sono venute solo le banche italiane. E per un motivo preciso: l’isolamento dell’Italia contro l’asse Merkel-Draghi. Per motivi politici: la tenuta dei cristiano–democratici tedeschi, e personale di Angela Merkel, contro la marea antieuropea crescente. E quindi su basi nazionalistiche, creando e ravvivando un nemico-fantoccio di comodo.
Le banche italiane sono a giudizio generale le più solide patrimonialmente in tutta la Ue. E non corrono rischi dal lato titoli pubblici, di cui sono larghe sottoscrittrici. Il debito rimena alto, ma è sotto controllo. Il bilancio pubblico è a norma Ue. Lo spread ne tiene conto, che non è peggiorato. Ma gli stress test hanno isolato l’Italia, e le banche italiane soto tiro, Con possibili ripercussioni negative sullo spread.
Sempre per lo stesso motivo, viceversa, gli stress test hanno esteso il vantaggio comparato sull’Italia dalla Germania a Francia e Spagna. Ciò è possibile solo sullo sfondo dell’isolamento dell’Italia: Francia e Spagna non hanno i conti in ordine con i patti Ue, e fanno galoppare  l’indebitamento.
Gli stress test hanno inoltre chiarito la posizione della Bce. Draghi è solo nominalmente a favore della stabilizzazione finanziaria dell’eurozona. Di fatto è obbediente esecutore della politica di isolamento dell’Italia. Come già con la lettera contro l’Italia dell’estate 2011, ora con gli stress test, organizzati in modo da portare su tutte le banche del blocco tedesco, comprese quelle spagnole tecnicamente fallite, facendo capire che l’Italia è un sorvegliato speciale del blocco di comando della Ue, e forse una vittima sacrificale. 

Renzi arbitro a Berlino

Tenersi stretto a Angela Merkel, o aprire ai suoi alleati e concorrenti di governo, i socialisti? La scelta non è ovvia come sembra, per essere i socialisti al governo a Berlino parta del Psd europeo, il partito di Renzi.
È con sangue freddo che Renzi ha preso l’esito degli stress test, già scontato, e guarda agli sviluppi. Anche questi erano scontati e in qualche modo non preoccupano. Ma la scelta da fare sì: da essa dipenderà lo sgonfiamento di un’altra crisi stile 2011 che si minaccia.
La minaccia viene da fuori, queste le prime conclusioni di Renzi: dalla Germania, da Angela Merkel. Con la quale Renzi ha una partita aperta. Il dubbio riguarda come giocare questa partita, se di conserva con, e quindi in aiuto di, Angela Merkel, oppure contro, in aiuto alla Spd, la socialdemocrazia tedesca, che è al governo con la cancelliera ma da alleato contro.
La Spd è a rischio cancellazione, tra la reazione antieuropea, che si rafforza col rallentamento economico, e la sinistra. Ha tentato di reagire, ma è prigioniera del patto con Angela Merrkel. A questo punto, la sua sola carta è che Renzi abbia successo a Bruxelles, varando il piano di rilancio economico da 300 miliardi. Che il neo-presidente della Commissione Ue Juncker aveva proposto (con Tremonti) nel 2010 come piano salvastati. Ma Juncker è cristiano-democratico come Merkel, e difficilmente ne farebbe passare il varo come un successo del Psd. A meno che Renzi non ci metta il sigillo.
Renzi è tentato. Ma sa che per rilanciare il piano salva-Ue deve passare dal governo tedesco. Difficilmente passerebbe contro. E il governo tedesco è l’asse Merkel-Schaüble, la Spd non conta. L’apertura di credito di Schaüble lunedì l’ha presa come un invito a riflettere. Con che parte politica mettersi.
Renzi sarebbe tentato di fare il Robin Hood, ma comincia a capire che il gioco politico - dove si fa ancora politica e non a Montecitorio - è complicato e insidioso: una vittoria può portare a una sconfitta. Ha capito presto che la sua vittoria politica, come leader di partito e di governo, lo rende tenuto e insieme oggetto di inimicizia. Incluso nel suo stesso ambiente: per esempio i socialisti di Hollande nel Psd europeo. Sicuramente a Bruxelles, dove la Commissione, malgrado le ambizioni personali di Juncker, è saldamente merkeliana, col supporto degli hollandiani. Lo stesso a Francoforte - Renzi ha sempre ritenuto Draghi inaffidabile.

Un’altra crisi stile 2011

Non sono le riforme, o le mancate riforme, né le questioni di bilancio a mettere l’Italia sotto tiro. È la prima conclusione di palazzo Chigi alla piccola tempesta in corso. Una constatazione più che altro. Forse ovvia ma preoccupante.
Più che una piccola tempesta, si tratterebbe di un preannuncio di tempesta. Si attaccano le banche, che sono ben difese, avendo di mira di nuovo i conti pubblici e il governo. Anche questa si reputa una constatazione, seppure senza pezze d’appoggio. Altro fatto certo è che dietro l’attacco c’è l’asse Berlino-Francoforte, Merkel-Draghi. Con un blocco antigoverno tutto italiano, per comodità definito filotedesco, come già nel 2011. Col contributo di parte del Pd, il partito del presidente del consiglio – come già nel 2011 (Fini, Alfano). Che fa perno sul no alle riforme, come nel 2011. Un blocco contrario al “partito tedesco”, ma utilmente concorrente a indebolire o cassare il governo..
L’esito dell’analisi è incerto. Lo sbocco più ovvio, che Renzi recuperi la dissidenza interna, isolando il “partito filotedesco” almeno nell’opinione, è contestato sia dal presidente del consiglio sia dai suoi consiglieri: la sola forza in questa fase, anche elettorale, del Pd e del governo sono le riforme (più lavoro, meno tasse, migliore gestione della cosa pubblica). L’unico sbocco che s’intravede possibile è per ora quello internazionale, il più arduo: ristabilire l’equilibrio in sede Ue. 

Montalbano meriterebbe un’inchiesta

Veramente la raccolta esordisce con un Montalbano accusato di decrepitudine, nel solito alterco della coppia misogina Salvo-Livia. Altri errori sono sparsi qua e là, un paio in ogni racconto. Una compilazione, dunque, affrettata. Di camilleriano c’è l’ordine: capitoli brevi, di 18 mila battute ciascuno (dieci pagine del computer di Camilleri, ognuna di 1.800 battute). Solo in numero di 4 invece che di 18. In totale otto gialli brevi, di 40 pagine del computer di Camilleri. E la capacità affabulatoria, che questi sketches hanno il merito di mettere in risalto.
Il racconto dal titolo più bello, rimato, anagrammato, scelto per la raccolta, è il più confuso e inverosimile. È stanca pure la lingua di Camilleri, il suo personale dialetto, tirata via – non “risuona”. Anche la moltiplicazione del commissario, che a lungo Camilleri ha minacciato apertamente di voler uccidere, meriterebbe un’inchiesta.
Dalla parte del lettore c’è Camilleri. L’esumatore felice della novellistica. Fuori dalle righe come sempre. Sull’amore. Sulla donna. Il sesso, anche estremo, rimettendo al centro – ne soffre pure la mafia – e l’ingegno. Sulla gioventù. Sulle mafie stesse - un dato di fatto, una situazione sociale. Sulla Sicilia, di cui l’occupazione principale fa la donna. Di un racconto mette al centro una milanese emigrata a Vigata. Per fare la barista. Mimando sardonico la migliore scrittura ambrosiana, la più aperta: “’Na biunna splapita e tanticchia caprigna, ‘nsignificanti, l’occhi cilestri senza ‘spressioni come a quelli di ‘na pupa”.
Riecco la novella, crudele
L’approssimazione della raccolta mette in risalto il novellismo di Camilleri – il segreto del suo successo di lettura. Affabulatore senza complessi e senza remore, anche nei “romanzi” di Montalbano. Negli altri romanzi no, che sono fuori della vena novellistica. Nel ciclo di Montalbano è invece reinventore felice della novella, che fu il meglio della narrativa italiana: grassa, furba, “evidente”.
Storie di appetiti per lo più, di avidità (di sesso, denaro, potere), e delle difese a basso costo. Per le quali si è costruito un ambiente, Vigata, consentaneo, urbano e primitivo insieme - diversamente dall’altro grande novellatore agrigentino, Pirandello, che si è costretto invece nelle maglie asfittiche della piccola borghesia urbana, finendo per converso per idealizzare (manierare, anchilosare) in forma di primitivismo quasi folklorico il mondo rurale e agreste. Solo politicamente corretta, e perciò compassionevole, al contrario della novella classica. Ma quella di Camilleri è una compassione epidermica, anche opportunistica. Nella sua novella solo il gioco degli opposti conta, le vittime sono compiante ma pezzo inerte della storia. D.H.Lawrence, traducendo il Lasca, notò che la novella italiana è crudele, e così è - ma il bene “s’arricampa”, direbbe Camilleri. Dell’amore  tratteggia il tratto animale. Individualistico anche e antisociale, anticompassionevole – ben prima dei femminicidi. Da misogino forse ma indifferente, come il vero affabulatore si vuole, testimone sorridente e irridente. 
Andrea Camilleri, Morte in mare aperto, e altre indagini del giovane Montalbano, Sellerio, pp. 317 € 14

mercoledì 29 ottobre 2014

L'innominabile Draghi

Tremonti, intervistato da Roncone, finisce mercoeldì su “Style”, ma vale la pena. L’ex ministro del Tesoro è contro i complotti: “È sciocco e riduttivo prendersela con la cancelliera Angela Merkel”. E con i poteri forti: lui i “poteri forti”, dice, non li ha mai incontrati. Non ha mai incontrato Mario Draghi?
Evidentemente no. Ma subito dopo l’ex ministro aggiunge, sul ferale 2011: “Considerazioni finali della Banca d’Italia 31 maggio 2011: «La gestione della crisi è stata prudente… Il pareggio di bilancio 2014 è appropriato»… Poi qualcuno o qualcosa ha spedito in Italia prima una lettera e, subito dopo, un uomo: la lettera-ricatto Bce-Banca d’Italia e Mario Monti”.
Tremonti ha ancora oggi paura di nominare Draghi? Era l’autore delle Considerazioni lusinghiere del 31 maggio. E due mesi dopo della lettera affossa-Italia.
Oggi va invece sul “Corriere della sera” invece che sul supplemento, e in prima, inverosimile, perfino stucchevole, una intera pagina, l’elenco delle nefandezze dietro gli stress test bancari che Fabrizio Masssaro fa – “Tutte le trappole degli «stress test»”. A danno delle banche italiane. A tutto vantaggio delle tedesche.
Si potrebbe chiedere che ci fanno i corrispondenti italiani e Bruxelles e Francoforte, compresi quelli del “Corriere della sera”. Ma neanche Massaro nomina la Germania, né Draghi. È innominabile o che?

Secondi pensieri - 193

zeulig

Coppia – Scoppia perché è l’estrema forma dell’amore romantico, assoluto. Cioè personalissimo,  slegato, la libera scelta per eccellenza. E definitivo. Diversamente dall’amicizia, dal lavoro, dalla famiglia, dalla stessa scelta politica e perfino della squadra del cuore.  Un libero esercizio della volontà. All’unisono con i ritmi segreti dell’universo, ma che si esplica ora nel divorzio (matrimonio) breve e brevissimo – altrove già istantaneo, in Nevada o in Spagna. Nel mentre che la vita di coppia si riduce alla vita in appartamento, più spesso tropo piccolo, in condominio, in città. Unicellulare. Forzatamente, per le condizioni socioeconomiche, cioè in omaggio alla rendita urbana. Ma anche per scelta, anche rispetto agli amici e ai parenti: per una iperromantica sfida.
È una scelta cioè di carcerazione. In una vita senza tempo.  Scandita dal lavoro di entrambi, compreso il pendolarismo che non si calcola, con orari e luoghi più spesso non coincidenti.. Peggio quando ci sono bambini, che ora dividono invece di unire.
Lo stress non è nella disorganizzazione sciale – ah se ci fossero più asili nido o più scuole, ah se ci fossero trasporti pubblici, ah se non c fosse il precariato, etc.: l’organizzazione sociale è sempre insufficiente. Ma nella scelta volontaria, romantica, eroica del rapporto assoluto. L’amore è sempre stato sociale, nel linguaggio e nell’organizzazione. Nella famiglia ma anche in coppia. Di rispetto reciproco se non di comprensione-compassione.  Anche quando le forme sociali (linguaggi, comportamenti) erano anchilosate, infelici, contraddittorie.
La coppia libera – aperta, solubile - è una novità impossibile più che difficile (una sfida), e forse è un’illusione. Confligge col riconoscimento e la comprensione dell’altro che presuppone. Le solitudini si potranno incontrare ma non formare coppia. L’amore romantico è amore di solitudine.

Opinione pubblica – Il giovane Milton dell’“Aeropagitica” già nel 1644 faceva della libertà di stampa lo strumento per eccellenza della teologia morale. Il mezzo migliore per distinguere il vero dal falso, intendendo il bene dal male. Ferdinand Tönnies a inizio Novecento ne sapeva di più: della stampa dice che “essa è ben comparabile, e per certi aspetti superiore, alla potenza materiale che gli Stati possiedono grazie ai loro eserciti, alle loro finanze e ai loro funzionari”.
Il potere che conforma l’informazione non è ininfluente sull’opinione pubblica. Nell’organizzazione del lavoro. E nella produzione (confezione) delle notizie: le notizie no sono neutre. Il quarto potere, inoltre, si esercita a senso unico: i suoi riscontri non sono diretti come per i poteri costituiti (il voto popolare, i regolamenti amministrativi, le procedure, le giurisdizioni), ma generici (il mercato, il pubblico), o interiorizzati (la credibilità). E può essere più pericoloso degli altri perché il suo mezzo è semplice, la parola.

Riso – Ridere è meglio che piangere? Democrito ride, Eraclito piange, ma il primo è superbo.

Storia – Si suole dire ciceroniamente maestra di vita. Ma in un solo senso è possibile, che il presente illumini il passato. Che si suole dire, anche questo, ma è vero in un modo particolare – oggi per esempio non c’è storia perché non c’è “presente”, un presente presente a se stesso, critico. Solo un presente intelligente (attivo, illuminato, appassionato) può aiutare a capire (estrarre, conformare) il passato, individuarne ed estrarne delle verità. In un presente inerte il passato è muto, insistente. Perfino, oggi, un passato prossimo e drammatico come il comunismo e il Muro per i ventenni. È il presente maestro di vita, e di storia – è la vita maestra di storia.

È muta. Senza un presente-presente non c’è tradizione e non c’è storia. Si veda dal folklore, quando è ripetizione senza altro senso che l’apparenza. O dal turismo di massa, necessariamente indigente in fatto di storia. Per un cinese dello Shenzù, un americano del Kansas, il Panteon è ammirevole perche è grande, perché ha le colonne originarie, perché sta lì da un paio di millenni. Per l’industriale di Cuneo, persona probabilmente più egregia,  il calligrafismo giapponese è macchia d’i chiostro, che altro può essere.

È la sola realtà. Sempre equivoca, in più di un modo: le fonti, le cause, buone o cattive, i fini, i sentimenti, gli imprevedibili avvenimenti, e le bugie, le furbizie.

La storicità sempre indeterminata di Castoriadis è un distillato del trotzkismo - l’anarchia nel totalitarismo, nel pensiero politico comunque “totale”, la metafisica in azione. Ma è un fatto e la verità: è ciò che si vede. Per un succedersi di cause ed effetti, per un processo logico. Si costruisce il presente come si costruisce il passato, costantemente, inderogabilmente.  Si prenda per esempio la sessualità che ora – come già nel Concilio Vaticano II: a ogni tentativo di ammodernamento - domina la chiesa di Roma: la chiesa è vittima di un problema essa stessa ha creato e alimenta. Che in sé, e in altra epoca e civiltà, non “esiste”, non è un problema.
Il relativismo dell’etica è connesso al relativismo della storia.

Stupidità - Si presume indifesa, e anzi una debolezza, un handicap.  Mentre è una forma di aggressione, seppure irresponsabile, e non sanzionabile. Incluso nelle sue forme più deboli, al limite della disattenzione. Più pericolosa perché non violenta, e senza sensi di colpa e ravvedimento. Nella qualità della cosa – altrimenti si dice incapacità. E nella sua invincibilità: scontrarsi con la stupidità è sempre una sconfitta.


zeulig@antiit.eu

L’eredità svanita dell’Italia

Titolo infelice, nel 1981, di un originale del 1948 che Prezzolini aveva titolato “The Legacy of Italy”, nel quale aveva raccolto le sue lezioni alla Columbia University prima della guerra. Ma – involontariamente? – profetico.
Conservatore da ultimo, e anzi polemico “esule volontario” anche dall’Italia repubblicana, dopo l’allontanamento sdegnato da quella fascista. Benché repubblicano, molto sospettoso di ogni forma di signoria, sia pure intellettuale, e francescano senza riserve, fu bollato come reazionario. Ma fu impegnato sempre. A partire dalla sue riviste giovanili a Firenze. A liberare l’Italia dalla retorica.
Volontario nella guerra del 1915-18. Quindi funzionario, in quota italiana, alla Cooperazione Internazionale alla Società delle nazioni. Finché non si volle esule dal fascismo, trasmigrando a New York. Morì nel 1982, in esilio ravvicinato, in Svizzera, senza illusioni. Chi lo frequentò – Emilio Gentile tra gli altri, da giovane storico della cultura, curatore dell’edizione storica de “La Voce” quarant’anni dopo – lo dice nient’affatto reazionario, ma amaro sì.
Questa sua dell’Italia è la “storia contro” per eccellenza.  Non  semplicistica o polemica, e di corto respiro. Di grana fine invece a ogni pagina, a ogni capoverso. Con punti di vista e giudici spesso originali, ma non infondati. Sulla divisione anzitutto - che meravigliava e irritava anche il giovane Goethe in viaggio in Italia: fu la sua prima impressione - la litigiosità. La democrazia come regime politico importato. Il Nord e il Sud divisi e diversi, molto, molto prima dell’unità. Il Comune come oligarchia, ristretta anche – e anch’essa litigiosa: non l’istituzione democratica dei romantici e dei nazionalisti. La costante dell’emigrazione intellettuale. E i molti primati dell’Italia. La chiesa, invenzione italiana. L’università. Il teatro. Il teatro in musica. Il Comune. La Signoria. L’Umanesimo. Di un paese ponte di cultura per il resto dell’Europa dal Trecento in poi, e fino al Seicento.
Giuseppe Prezzolini, L’Italia finisce, Bur, pp. 295 € 9,50

martedì 28 ottobre 2014

L’Ucraina divisa di fatto

L’Ucraina verso la partizione? Ne è convinta la diplomazia, italiana e di buona parte dell’Europa.
Le elezioni chiamate in una parte del paese sarebbero una conferma di un’intesa di fondo in tal senso tra Poroshenko, l’uomo forte in carica a Kiev, e Putin. Non si parla più della Crimea ucraina: la penisola è ormai indipendente di fatto, solo in attesa di un riconoscimento giuridico, che potrebbe arrivare presto. Mentre delle regioni orientali dell’Ucraina, filorusse, Kiev avrebbe rinunciato alla riconquista.
La diplomazia tedesca se ne fa già un merito. A fine settembre il responsabile Europa e Asia del Consiglio tedesco delle relazioni esterne (Dgap), Stefan Meister, ha rivendicato la partizione sul “Moscow Times”, giornale del governo russo: “Sono stati i leader tedeschi in particolare a tenere in sospeso fino a fine 2015 parti importanti dell’accordo di libero scambio (Ucraina-Ue, n.d.r.) e ad accettare il riconoscimento di fato dell’autonomia dei separatisti nell’Est dell’Ucraina”. Della nuova entità ci sarebbe anche il nome, Donbass. Con capitale Kharkov, e la bandiera. Anche se lo statuto d’indipendenza si presenta più complesso e lento che per la Crimea. 
In un primo momento il Donbass servirebbe a Mosca per tenere l’Ucraina sotto controllo dall’interno. Ma non diversamente dagli stati satelliti, o cuscinetto, che Mosca si è già creati con la Ue, la Bielorussia, la Crimea e la Transinistria. Che formalmente sono indipendenti, uniti (Bielorussa) o da unire (Crimea, Transnistria) a Mosca in federazione. Puntare a una Ucraina antirussa è follia, prima che una provocazione. Un paese che per emtà è russo. La cui capitale è considerata la madre di tutte le città russe - “la madre dele città russe è Kiev”, proclamava un secolo fa come dato di fatto lo scrittore Andrej Belyj, alle prime righe di Pietroburgo”, il romanzo della città che si riedita.