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mercoledì 3 dicembre 2014

Settant’anni ma non li dimostra, Pound anticrisi

“Lavorare meno lavorare tutti”, è la ricetta della riforma tedesca del lavoro, radicale, che dieci anni fa ha abbattuto la disoccupazione. Altri precetti il poeta che rivoluzionò la metrica e l’epica del Novecento non ne ha. Ma la sua economia è meno traballante di quanto si penserebbe, con tutte le inevitabili digressioni, e il fortissimo, inguaribile, disprezzo del denaro – da qui la virulenza polemica nella guerra dai microfoni di Mussolini e il manicomio dopo. Benché vecchia di settant’anni.
Nel 1934, l’anno dopo la pubblicazione di questo abbecedario, il giallista Graham Seton ne ricavò un romanzo, “Bloody Money”. Ma qui non sono le solite escandescenze contro il dio denaro e l’usura: Pound scrisse di proposito questo “manuale” per venire a capo della singolare indifferenza che riscontrava nell’opinione qualificata, fra gli intellettuali. Niente di diverso oggi. Le sue opinioni aveva peraltro saggiato, nel marzo1933, con una serie di dieci conferenze storico-economiche all’università Bocconi di Milano, su invito di Angelo Sraffa. La prima edizione, della londinese Faber & Faber, usciva il 16 aprile con un richiamo alle lezioni bocconiane. Angelo Sraffa, giurista, era preside della Bocconi e vicino di casa di Pound a Rapallo - padre di Piero, l’economista di Cambridge compagno e amico di Gramsci.
È la ricetta di Pound al picco della grande Crisi. Anche oggi probabilmente ripeterebbe le lezioni di allora: sul lavoro che non c’è, o non basta, per tutti, sulla libertà eccessiva degli uomini di denaro, che più spesso cerano disordine e sofferenza,  sulla qualità impoverita della vita.
Ezra Pound, ABC dell’economia

martedì 2 dicembre 2014

Quantitative easing spuntato

C’è molto tifo per la Bce e nessuna sostanza. La Banca centrale europea è anzi al centro della deflazione con recessione che attanaglia la zona euro. Il quantitative easing, o offerta di denaro, di cui i giornali si riempiono, e Draghi promette ogni paio di mesi da due anni, è un’arma spuntata. È una mossa antispeculativa più che anticongiunturale, e il suo effetto è legato alla rapidità e all’eccezionalità. È come un fuoco di sbarramento in guerra: dev’essere massiccio e immediato. Quello che non è avvenuto.
Il credito a costo (quasi) zero la Bce di Draghi l’ha praticato, diluito in più riprese, a favore delle banche, senza effetto. Se ora lo allargasse, come Draghi da un paio d’anni promette, ai titoli del debito pubblico, ugualmente non avrebbe effetto. La Bce di Draghi potrebbe varare gli acquisti di titoli di Stato, se ci riuscirà, quando tra un mese la Grecia drà no, grazie, avendo votato, secondo tutti i sondaggi,  contro euro e eurocrazie.  
Il quantitative easing è inoltre efficace se, oltre che immediato, al primo insorgere della crisi, si accompagna a un politica fiscale generosa. Certamente non al deficit al 3 per cento del pil. Quando la Federal Reserve Usa lo dispose sei anni fa, nel caso di cui si fa spreco come precedente, il governo federale di suo l’aveva già praticato, con un disavanzo al 10-11 per cento del pil.
C’è molto tifo fra i giornalisti accreditati soprattutto per Mario Draghi – lo volevano al posto di Renzi, ora lo vogliono al posto di Napolitano, le solite manovre di corridoio. Ma l’uomo della provvidenza bancaria sempre più è uno che parla per non fare. O fa “poco e tardi”, la ricetta per cui la cancelliera Merkel è famosa, della quale  è nei fatti il depositario.
Con la precedente gestione della Bce si faceva il necessario – per esempio si compravano titoli pubblici – senza annunci e senza atti di contrizione. I consiglieri tedeschi che protestavano e minacciavano le dimissioni trovavano la porta aperta. Draghi si è specializzato negli annunci senza effetto. Lo spread fra Bt e Bund è sceso solo perché i mercati si sono convinti che l’euro non salta.

Gli aiuti di Stato che piacciono a Bruxelles

Si scopre, dopo cinque anni, che il governo federale tedesco ha impegnato 250 miliardi per rifinanziare le sue banche. Cioè, si sapeva, ma non si voleva “scoprire”. In aggiunta ad altrettanti fondi Ue e della Banca centrale europea. La vera scoperta è che Bruxelles e Francoforte non hanno avuto, e non hanno, nulla da obiettare. L’altrimenti arcigna direzione antimonopolio della Commissione europea non ci vede ombre, tanto l’aiuto di Stato è dichiarato e massiccio. Mentre chiedeva lumi a Roma sei mesi, con urgenza, con tracotanza, su un presunto piano di salvataggio del Monte dei aschi. Solo per sentito dire, in qualche ipoetico articolo di giornale – magari imbeccato da Bruxelles, è prassi normale delle politiche dell’informazione farsi proporre i casi dove si vuole infierire.
È anche vero che non è un caso isolato, né eccezionale. È prassi che la Germania fa quello che vuole, e gli altri
si arrangiano. Mario Monti, che come al solito ci credeva, quando Berlusconi lo nominò a capo dell’antimonopolio a Bruxelles, faticò a capire che con la Germania non c’era nulla da fare: sul finanziamento pubblico delle banche come dell’industria, della Volkswagen, dell’acciaio, dell’avionica, la Germania è insindacabile.
Monti ripiegò, come i successori, sui monopoli americani. Windows a lungo, ora Google, domani Facebook, obiettivi facili – il terreno di manovra non manca, anche perché gli americani sono troppo inventivi. Una burocrazia asfittica governa l’Europa, che i principi e le grandi scelte subordina agli avanzamenti di carriera.

Problemi di base - 206

spock


Si fa il dialogo interreligioso: per riunire le fedi?

Per riunire gli dei?

Per riunire i fedeli?

Per ridurre l’odio?

Per accrescerlo – mai tanti morti fra le tre fedi?

Per fare i convegni, con i viaggi intercontinentali?

Per pagarsi gli studi? 

È un mercatino? Indulgenze comprese?

Da quando dio non è più Dio?

spock@antiit.eu

Recessione - 29

Tutto quello che bisogna sapere e non si dice:

La disoccupazione ha superato il 13 per cento anche ufficialmente: a fine ottobre l’Istat l’ha dichiarata al 13,2 per cento.

È dello 0,5 per cento la recessione nei dodici mesi al 30 settembre. Sembra poco ma è la contrazione di un’economia già rinsecchita. La previsione era di una calo lievemente minore, delo 0,4 per cento.

In contrazione ancora a ottobre gi ordinativi industriali, di un 2-3 per cento.

In contrazione gli investimenti, malgrado le defiscalizzazioni decise e\o annunciate dal governo.

La Borsa di Milano è in calo da sei mesi, in controtendenza in Europa e sui mercati mondiali. L’indice Ftse-Mib è ora a 19.650 punti, da un massimo di 22.503 il 6 giugno. E a un nuovo massimo tre mesi dopo a 21.490, dopo un calo tecnico in linea con i mercati mondiali. Piazza Affari è in calo trascinata dai titoli bancari, penalizzati dai giudizi della Bce – benché avulsi da ogni ratio o criterio tecnico di valutazione.

Sade bicentenario filosofo

Non sfugge Sade al (bi)centenario, il 2 dicembre. Che coincide con la morte, due mesi fa, del suo primo editore per le librerie, Jean-Jacques Pauvert, un caronte del sulfureo marchese a soli 19 anni, nel 1947, contro censure e tribunali – sulla traccia di Apollinaire, che l’aveva sdoganato alla letteratura nell’altro dopoguerra. Esca a numerosi studi e riedizioni, e almeno due mostre, una al Quai d’Orsay, sulla pittura e la scultura che a lui si sono ispirate, e una a Ginevra, alla Fondazione Martin-Bodmer, “Sade, o un ateo in amore”. – da intendere nei due sensi dell’ateo innamorato, e del rifiuto del dio amore.
Il personaggio è sempre lo stesso. Responsabile di un quindicennio di sicuri abusi sessuali, a partire  dalla smobilitazione nel 1763, alla fine della guerra dei Sette Anni. Segnati da denunce circostanziate, carcerazioni e condanne, quella del 1778 definitiva, alla Bastiglia. Malgrado il matrimonio, con nobildonna ricca, e la procreazione di tre figli in costanza di matrimonio. Di cui l’ultimo, una bambina, volle battezzata Laura, per il costante petrarchismo, per ragioni dinastiche e non solo, altro dato circostanziato. Fu del resto adultero costante. Viaggiò in Italia con la cognata Anne-Prospère de Launay – destinataria di focose lettere d’amore, da poco pubbliche: donna non bella, e forse più vecchia della sorella maggiore moglie di Sade, ma evidentemente voluttuosa, stanti anche i suoi reiterati progetti monacali, di diventare “canonichessa” o badessa di questo o quel convento. Nel viaggio in Italia del 1775-1776, lungo oltre un anno, fu a Napoli con la moglie del libellista e truffatore Ange Goudar (l’eroe dello scrittore imprenditore Dioguardi), la bella e intelligente Sara, già amante di Ferdinando IV e di Casanova.
La moglie Renée-Pélagie lo divorzierà solo nel 1790, alla liberazione, dopodiché convisse con l’attrice Marie-Constance Quesnet, più spesso nella miseria. Prima di essere riarrestato, dodici anni dopo, e confinato nel manicomio di Charenton, confortato dalla presenza di Marie-Constance. È solo un po’ migliorato fisicamente, nelle ipotesi sul vero Sade. Che si pensa ora alto e magro, il tipo nervoso, non quello adiposo e stanziale che Man Ray ha creato nel 1936 pietrificandolo in un bastione del carcere – le due ore d’aria e di moto è il diritto a cui più teneva, fra i pochi del carcere, protomaganeriale, anticipatore della fitness.   
Lo scrittore invece si presenta ora multiforme, non solo sadico o sadiano: faceto, tragico, e dell’horror. Di più con le ambivalenze della neo retorica: ateo-mistico, rivoluzionario-feudale, liberale-fascista, comico-psicopatico Ma più di tutto e sempre ateo professo e metafisico del male. “Imprendibile”, lo dice qui la biografa Chantal Thomas: “Romanziere, filosofo, architetto e scenografo, Sade espone e difende un libertinaggio che non ha nulla di frivolo…. Murato nella visione feudale della sua origine, vi sviluppa la coscienza di essere imprendibile. È l’uomo della fortezza”. Ma non, evidentemente, irrecuperabile.
Filosofo lo vuole soprattutto il dossier, è la sua novità. La “pietrificazione” di Man Ray ha bizzarramente influenzato anche i pensatori che lo hanno riscoperto dopo Pauvert, da Klossowski e Blanchot, e Lacan, Foucault, Deleuze. Foucault prima pro poi contro, dopo aver lasciato singolarmente fuori dalla “Storia della follia” Sade al manicomio di Charenton, dove volle un teatro, aperto al pubblico, che animò lungamente, dal 1805 al 813, un precursore e un rivoluzionario. Ora non più: filosofo della distruzione – “rischiando di trionfare dacché l’umanità lavora a autodistruggersi a breve termine” – lo certifica lo  psicoantropologo Pierre-Henri Castel in “Sade à Rome”. Che “i passaggi erotici e crudeli”, pur elaborati, insistiti, interminabili, dice “degli antipasti”. Ben prima delle catastrofi nichilistiche del Novecento. La sua Società degli Amici del Crimine si voleva non un espediente narrativo ma una setta e una scuola: che il Male, natura intima del cosmo, si prone di mettere a nudo e imporre. La natura implicitamente autodistruttiva del mondo confinato a se stesso portando alla sua lineare conseguenza, nella linea ragionativa dell’illuminismo. Una sorta di anti Rousseau, di uno che certamente ha letto Rousseau. Sollers l’aveva già detto: Sade non si può scrivere altrimenti che in francese, perché è l’altro lato dell’illuminismo, c’è il lato giorno, Voltaire, e c’è il lato notte.
Un altro Sade si costruisce, dell’esondazione della ragione. Resta da stabilire se è filosofo suo malgrado. Malgrado le digressioni filosofiche, finora giudicate delle intrusioni nelle figurazioni erotiche, prolisse più che argomentate e proditoriamente sistematizzanti. E “La filosofia nello spogliatoio”, sottotitolo “Gli istitutori immorali”, in sette “Dialoghi destinati all’educazione delle signorine”, che si legge come una parodia. Essendo egli un depravato e un visionario. O se è un visionario per programma filosofico. Sade, inutile dirlo, lo pretendeva. In un appunto che Gilbert Lély ha pubblicato nella raccolta di testi rari, “Portefeuille”, si mette con Galileo: “Galileo fu perseguitato per aver scoperto i segreti del cielo; alcuni ignoranti furono i suoi boia. Io lo sono per aver rivelato i misteri della coscienza degli uomini, e alcuni sciocchi mi tirannizzano”.
Que faire de Sade?, “Le Magazine Littéraire”, novembre, pp. 64-97, il. € 6,20

lunedì 1 dicembre 2014

Stupidario (inter)religioso

Un papa in Turchia

O cercava il martirio?

Solo il Vaticano non sa che Erdogan è un grande massone. O lo sa?

Il dialogo interreligioso dei sordi

La teologia sempre individuale, sempre astiosa

Da “il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa” (Pascal) a il sibilo delle lame dell’Isis.

Pulizie di Natale

Questa mattina il parroco ha fatto tagliare gli alberi davanti alla chiesa. In effetti c’è più luce. Si vede che è un parroco invernale.
Con gli alberi sono spariti questa mattina anche i mendicanti, popolosi nel nostro quartiere. Il cattivissimo rom – manda maledizioni a salve – che staziona davanti alla chiesa stessa, con le rom  da lui gestite in piazza, nel mercato, e nelle strade attorno alla chiesa. E i giovani africani di turono  guardia ai bar, all’edicola e ai bancomat. 

Ombre - 246

Musate a ripetizione per papa Francesco a Istanbul in due giorni. Dal presidente Erdogan, dal muftì, dalla stampa. Che ci fa in effetti un papa in un paese che ieri si voleva europeo e oggi, a ventiquattro ore, si vuole islamico? Che pratica cioè la taqiya, la dissimulazione coranica, con disinvoltura.

“La fiducia in Renzi cala sotto il 50%” è l’apertura gigante del “Corriere della sera”. Riusciranno a buttarlo giù? Magari per fare posto a Salvini.

Anche in Puglia alle primarie votano oltre 100 mila persone, come in Calabria. Il Pd si mobilita solo attorno ai candidati “dalemiani”, del vecchio apparato – o lo mobilita l’apparato. Senza apparato non c’è partito?

 “Il falso mito dell’inglese, né democratico né redditizio” tuona su “Lettura” del “Corriere della sera Michele Gazzola. “Inglese idioma per l’Europa” propone invece Tullio De Mauro – come il latino lo fu dell’impero romano, etc., la solfa nota. La confusione delle lingue, o dei linguisti.

Giusto una dozzina di righe, in un sommarietto, per Renzi sul “Sole 24 Ore”: “Lite Renzi Camusso: il premier: gli imprenditori sono eroi – replica della leader Cgil: e i lavoratori?” Dare il colpo e nascondere la mano? O questo governo che minaccia di durare non ci piace? Gli imprenditori italiani fanno gli affari di notte, quando il governo dorme.

Escono nel Classici del Pensiero Occindetale Bompiani gli scritti di Togliatti. Da Luciano Canfora elevati al rango di Gentile: “Entrambi scelsero di essere organici a un disegno politico”, chiosa organico sul “Corriere della sera”. Il filologo è baro?

Sei pagine di pubblicità Unipol sui maggiori quotidiani a nessun  fine – pubblicità finanziaria, al più cara. Petizione di benevolenza?

“Quanti italiani sano che davanti a loro è stato proclamato il califfato e si tagliano le teste?”, chiede a Francesco Battistini il generale Haftar, che in Libia cerca di opporsi. A chi lo dice.
Non a Battistini personalmente, che è l’unico, sembra, a sapere che l’Italia confina con la Libia.

“Senza trattativa, senza discussione” la Bce ha inviato la famosa messa in mora al governo italiano dell’agosto 2011 nel mezzo della crisi dello spread, che ha acuito. Trichet insiste su questo inciso con Ferruccio de Bortoli in un incontro pubblico a Firenze. Ha la coscienza sporca?

L’Italia ha qualche problema di bilancio nel bilancino Ue. Ma ce l’hanno anche, ben più grossi Francia e Belgio. È per questo che il giudizio della Ue resta sospeso? È per questo.

Le banche tedesche hanno in portafoglio crediti immobiliari sopravvalutati di un 25 per cento, e restano “strutturalmente vulnerabili” alla crisi economica. Lo dice la Bundesbank e dunque è così – è almeno così. Ma la Bce negli stress test non se ne è accorta.

Dopo aver osteggiato il fondo investimenti Ue da 300 miliari, Katainen se ne fa il patrono. È stato messo lì del resto per gestirlo. Poi si dice che Angela Merkel non è una statista.

L’acqua costa il 9 per cento in più in due anni, 130 euro. L’acqua che abbiamo voluto pubblica. Un aumento che si giustifica per i necessari investimenti. Che però non si fanno, né per migliorare gli invasi, né per migliorare il trasporto, né per i depuratori.

La Lega non aumenta i voti in Emilia, solo la percentuale. Ma il build-up di Salvini è inarrestabile: è il nuovo idolo e non si discute. Eccetto che la taumaturgia, ha tutte le virtù:  parla semplice, è giusto coi rom e gli immigrati, ha una visione internazionale, da Putin a Le Pen, e balla bene.
La voglia di Lega è sempre intatta, a Milano e fuori.

È anche giusto: Bossi è l’unico politico che il comico Crozza tratta rispettosamente.

L’Iva sugli ebook al 4 per cento è contraria alle regole europee.

Grazie Putin per la benzina

Se ci fossero gli ex voto politici, molti bisognerebbe accendere a un altarino di Putin: le sanzioni contro la Russia hanno indotto dopo un decennio di petrolio a 100 dollari, dieci volte il suo prezzo, una remissione del castigo. Non intero, ma già sostanzioso, il 30 per cento in poche settimane..È l’effetto delle sanzioni.
L’Opec che si riunisce in regime di prezzi calanti e decide di con contrastarlo conferma tre cose. Che la decisione è degli Usa. È formalmente dell’Arabia Saudita, del Qatar e degli Emirati Arabi (Abu Dhabi e Dubai tra gli altri) che l’Opec condizionano, in sostanza degli Usa. Che il prezzo del petrolio è politico. Che la politica era prima in favore degli scisti bituminosi nordamericani, petrolio puzzolente e carissimo, che è economico solo a un prezzo altissimo, e ora contro la Russia, grande esportatrice di greggio e gas (il prezzo è collegato). Per scardinarne i bilanci. 

I fuochi spenti della rivoluzione italiana

“Schiavitù o socialismo, altra alternativa non v’è”: è il motto di Pisacane, bello e anche apodittico, incontrovertibile. Che gli ha guadagnato il “giacobino” di Gramsci, e nel 1942 l’avocazione al materialismo storico di Giaime Pintor  E tuttavia che vuol dire? Leggendolo, la domanda è costante.
Si può leggere Pisacane come il teorico dei “fuochi” e della “guerra di popolo”,  seppure tra molte parole inutili, antesignano del “Che” Guevara. E anche di Franz Fanon, del messianismo contadino. Oppure come un giovane sentimentale e superficiale, da ultimo patriota e rivoluzionario. Piscane fu entrambi  Ma rileggerlo oggi porta solo a una conclusione: che il Risorgimento andò come andò, cioè finì “piemontese”, per la superficialità dei democratici, mai migliori del ribellismo carbonaro. Di fronte al fallimento del 1930, e poi del 1848, i democratici si rifugiarono sempre più nel velleitarismo, i sogni a occhi aperti, i liberali si accasarono a Torino, sotto Cavour. Detto questo, però, non è detto tutto: in altra cultura Pisacane sarebbe stato personaggio romanzesco, una miriade di trame proponendo.
Della sua rivoluzione è presto detto. È una filippica antimazziniana. Molto proudhoniana, cioè socialista, ma a tratti anche anti-proudhoniana. Si fa prima a dire cosa voleva: poco. Infilato proditoriamente da Asor Rosa, nel canonico “Scrittori e popolo”, tra i risorgimentali populisti, Pisacane4 ha al contrario una concezione severa, perfino attuale: di un nazionalismo democratico e federalista. Apertamente critico, anzi, delle mitizzazioni populiste, compreso l’interclassismo di Proudhon: gli interessi sono meglio disgiunti. Purtroppo – forse per il blocco psicologico romantico – è fieramente avverso anche alle riforme. Tra esse comprendendo anche il lavoro industriale. Vuole la rivoluzione ma non sa come farla.
Una mentalità, bisogna dire, non datata. E anzi evidentemente immortale: questa “Rivoluzione”, corposa e non propriamente commestibile, è già alla seconda edizione”. Del resto, il mito del “Che” è sempre fertile.
Una mentalità, bisogna dire, non datata. E anzi evidentemente immortale: questa “Rivoluzione”, corposa e non propriamente commestibile, è già alla seconda edizione”. Si può dunque dire in altro modo: Pisacane è antesignano e emblema del romanticismo politico. Del resto, il mito del “Che” è sempre fertile – benché non vivo.
Un napoletano, Carlo Pisacane, legato a un calabrese, Raffaele Poerio. Entrambi ufficiali borbonici, entrambi caratteristicamente ribelli senza causa. Entrambi per un periodo nella Legione Straniera. Ma non, come si penserebbe, per i soprusi di polizia e la disperazione.  Pisacane fu soprattutto gravato da un’altra imprese molto romantica, l’infatuazione per Enrichetta Di Lorenzo, moglie di un suo cugino e già madre di tre figli. Nel 1840, a 22 anni, coordinava la costruzione della ferrovia Napoli-Caserta. Nel 1841, a 23, fu agli arresti militari in fortezza su denuncia per adulterio. Nel 1846, quando si invaghì della cugina acquisita Enrichetta, il cugino Dionisio Lazzari tentò di farlo uccidere. Sopravvissuto all’agguato, qualche mese dopo fuggì con Enrichetta a Londra e poi a Parigi, prima di finire in Algeria.
Il cambiamento in questo esilio forzato fu radicale e rapido. Pisacane fu a Parigi ai primi moti del 1848. Fu con Cattaneo nei moti milanesi, comandante di una compagnia di volontari, ferito in battaglia. Fu volontario nell’esercito piemontese nella prima guerra di liberazione. E fu a Roma con Mazzini e Garibaldi – ma piuttosto contro di essi. Si batté sul Gianicolo contro le truppe francesi, con Enrichetta nominata “direttrice delle ambulanze”. Arrestato alla caduta della Repubblica, si fece poche settimane a Castel Sant’Angelo, poi fu libero di ripartire per Londra. Non se n’è persa una.
L’anteprima dei Mille
Anche l’impresa per la quale Pisacane è famoso – quella della “Spigolatrice di Sapri”: “Eran trecento, giovani e forti, e sono morti” – è singolarmente anticipatrice, fin nei dettagli, di quella dei Mille tre anni dopo, con la sola eccezione della mancata copertura navale inglese. Anche se finì come un tentativo alla “Che” di creare un fuoco rivoluzionario tra i contadini, nel suo caso del Cilento: anche Pisacane arrivò da fuori, via mare, e fu braccato e colpito a morte dai soldati borbonici e dai contadini che era andato a redimere. Il tradimento non escluso.
Ci fu una preparazione complessa, di Pisacane con molti altri patrioti: due ex della Repubblica Romana, Nicola Fabrizi e Giuseppe Fanelli, anarchico bakuniniano, Giovanni Nicotera, Rosolino Pilo, Nicola Mignogna, attentatore di Pio IX nel settembre 1849, e altri. Il primo progetto prevedeva lo sbarco in Sicilia, con partenza da Genova. Poi si ripiegò su Ponza, praticamente indifesa, per liberarvi i detenuti, e Sapri. Punto di partenza verso l’interno e verso Napoli.
Il 25 giugno 1857 Pisacane s’imbarcò a Genova su un piroscafo di linea della società Rubattino, il “Cagliari”, con altri 24 rivoluzionari. Con armi e approvvigionamenti pagati dal banchiere livornese Adriano Lemmi, gran maestro della massoneria. Una prima partenza, il 6 giugno, era fallita perché Rosolino Pilo si era perso il carico di armi per il mare agitato. Nel frattempo, Pisacane aveva escogitato di sollevare il popolo napoletano travestito da prete, ma i sondaggi furono deludenti. Anche nella seconda spedizione Rosolino, che doveva portare le armi su alcuni pescherecci e consegnarli al “Cagliari” abbordandolo di notte, mancò all’appuntamento. Ma Pisacane s’impadronì lo stesso del “Cagliari”, con la complicità dei due macchinisti, due inglesi. Il 26 sbarcò a Ponza, sventolando il tricolore, liberò i carcerati, 323, i cui pochi i politici, e con essi il 28 sbarcò vicino a Sapri. A Casalbuono il giorno dopo ebbe buona accoglienza. A Padula, sulla via per Napoli, il 30 giugno no.
A Padula l’esercito di liberazione degli ex carcerati, ai quali Pisacane aveva aggiunto quelli della prigione di Padula, alcuni di essi briganti di cattivissima fama, attaccò le case degli abbienti. Quando arrivarono i gendarmi borbonici il popolo di scagliò contro i rivoltosi. Molti furono uccisi a colpi di roncole, falci, badili, accette. I morti, tra essi Pisacane, furono 156, gli altri furono presi prigionieri e condannati a morte – poi graziati. Per i macchinisti il governo britannico ottenne la non perseguibilità, per “infermità mentale”. Nicotera, ferito gravemente, fu condannato a morte, graziato, sempre per l’intervento inglese, e tre anni dopo liberato. Garibaldi otterrà una pensione per Enrichetta, della quale aveva adottato la  figlia Silvia, da essa avuta tardivamente con Pisacane, nel 1852.
Carlo Pisacane, La rivoluzione, Galzerano, pp. 432, ill. € 20

domenica 30 novembre 2014

Nuovi modelli parigini

Il Front National, il primo partito della Repubblica, è un partito fondato da un signor Le Pen, che poi l’ha passato alla figlia Marine, la quale si appresta a passarlo alla nipote Marion. Questo in Francia, a Parigi, non nella repubblica del Maradagàl. Nel paese modello della cultura politica e istituzionale dell’Italia. Dell’Italia laica e repubblicana.
Nello stesso paese il presidente che ha perso le elezioni contro il Front National, oltre ad aver affossato l’Italia, con la Libia, la Siria e tutto il resto, riconquista la leadership del suo partito. Lo stesso partito che aveva portato alla sconfitta. E forse non c’entra nemmeno la massoneria. Il partito è quello, nientemeno, di De Gaulle.
Dello stesso paese è presidente un socialista che disprezza i poveri. Compresi i genitori della sua ex compagna e première dame – senza senso del ridicolo? Compagna che licenziò dal suo letto con un tweet. Facendola poi segregare in una clinica psichiatrica. Dopo averla tradita con un’attricetta, installata a pochi passi dalla sue presidenziale dimora. Dalla quale si recava in incognito, col casco sul motorino, e il pacchettino di croissant freschi di panetteria. Senza senso del ridicolo.

Secondi pensieri - 197

zeulig

Accumulazione C’è sempre stata, l’origine del capitalismo è – è stata – una falsa esercitazione, ideologica. È parte dell’evoluzione.
Il capitalismo c’è sempre stato, anche in Asia, in Perù e perfino in Africa: sempre lo scambio lascia qualcosa da parte, l’hanno sempre saputo gli antropologi, che vanamente utopizzano il potlach, il dono senza residui. La passione ha fatto velo a Marx su una verità evidente: il suo capitalismo, la superiorità dell’Europa dell’Ottocento, è proprio il salario. Il lavoro salariato per tutti, indotto dalla meccanica – che Ford coerente porterà all’estremo di non rifiutare il lavoro a nessuno. Il salario che si riproduce coi consumi più che coi profitti.

Anima - Senza il corpo non può né agire né sentire, nota Leonardo.
Non ha nemmeno nome, né fisionomia: l’anima non può essere che la persona, l’indistinto individualizzato. L’anima è l’individuo.

Aristotele - È biologo, nell’ultima incarnazione – in quella anglosassone da una cinquantina d’anni.il biological turn. Dopo quello logico, quello metafisico, e quello ermeneutico, di Eco e la semiologia. I trattati zoologici sono un terzo del corpus, argomentati con gli stessi strumenti e sugli stessi problemi degli altri trattati.
L’attenzione ai trattati zoologici ha modificato la lettura del resto dell’opera. Molti concetti di logica, fisica o metafisica, si applicano in maniera più conseguente in zoologia – per esmepio le nozioni di causa e finalità. E ne guadagnano in esattezza e ampiezza.  Il filosofo Pierre Pellegrin, che ha diretto la nuova traduzione di Aristotele per le edizioni francesi Flammarion, lo dice “fondamentalmente biologista, Aristotele pensa da biologista”. È una biologia che bisognerebbe considerare morta, poiché Aristotele pensa alle specie fisse, non in evoluzione, e si basa su “gerarchie” umane superate, da schiavista, misogino - degli uomini liberi sugli schiavi, degli uomini sulle donne – e a volte paranoide. Ma contiene anche tutte le categorie argomentative universali, sempre vive. La sua stessa metafisica è slegata dalla sue “essenze”.
Un’attenzione particolare l’Aristotele biologo ha nell’etica sanitaria. Dove anzi la sua “zoologia” è finora l’unico nucleo argomentativo consistente. Sula questione, per esempio, dei “limiti dell’umanità”. All’inizio: nell’interruzione forzata della gravidanza per prevenire malformazioni. Che si basa su “quantità” non quantificabili, di normalità e anormalità. E alla fine: come modulare le strategie terapeutiche di fronte alla perdita della memoria, del linguaggio, dell’autosufficienza.   

Se ne utilizza anche la metodologia. Utile nellp’argomentazione e di più nell’insegnamento: l’esposizione di ciò che è stato detto in tema e la discussione, confutazione, implementazione.
Non è il ritorno dell’ipse dixit, ma è comunque un rientro dallo scetticismo e il riduttivismo: si crede possibile, oltre che utile, pensare. Cioè, lo si dice - quanto a crederci, anche lo scettico ci crede, se lo scetticismo non è un metodo di verità non è niente.

Anche della “Poetica” i limiti – le unità di tempo, luogo, azione, e al lettura privilegiata sulla rappresentazione – si trascurano e se ne riesamina la stilistica, la retorica, la linguistica.

Guerra giustaÈ “giusta” Dresda, e anche Hiroshima. In difesa della libertà. Ma in antitesi alla prima formulazione della guerra giusta, il “De Jure Belli” di Francisco de Vitoria, 1540, che sancisce non potersi mai colpire un innocente: “Nunquam licet per se et ex intentione perficere innocentem” (parte seconda, art.1).
È vero che si riconosce “giusta” un’azione sulla base di un metro morale. E quindi la resa incondizionata e la guerra senza limiti in difesa della libertà. Ma questa è la motivazione di Himmler, che lo sterminio degli ebrei voleva ascritto al “dovere” suo “valore supremo”. In realtà la giustezza non può prescindere da una concezione cristiana della legge, di un “dovere” ultraterreno. In assenza di una filosofia dell’azione o di un’etica della virtù. 

Identità – La stella della sera non è la stella del mattino, pur essendo la stessa stella, Venere. Pur avendo cioè lo stesso riferimento, direbbe Frege, la Bedeutung,  perché le due hanno senso o significato diverso. Lo stesso le identità etniche, con le enormi, perfino trucide, differenziazioni campanilistiche - regionali, provinciali, comunali, di quartiere, di vicinato. La credenza è più dell’essere? È la credenza, esterna o interna, interiorizzata, che fa l’essere. Dei concetti e, in definitiva, anche, delle cose.

È persistenza: la tradizione. Si avvertivano poco fuori Roma fino a non molti anni fa, prima del disordine urbanistico, nelle paludi pontine risanate, da Maccarese al Circeo, differenti mondi giustapposti, di lingua, benché tutti italofoni, di edilizia, di canalizzazioni, di agricoltura, di linguaggi, corrispondenti alle comunità di diversa origine che due o tre generazioni prima erano immigrate per la bonifica. Immigrazioni che si erano addensate per accumulo, per comunanza di origine. Dalle Marche, dal Veneto, dalla Romagna, dalla Bassa ferrarese. Benché in un paesaggio pressappoco uniforme, e tutti addetti alle stesse attività, le coltivazioni umide.

Naturalismo – Scredita la ragione, argomenta C.S.Lewis, “Miracoli”, al punto che il naturalismo stesso è insostenibile.
Se i processi mentali sono determinati dagli atomi, aveva argomentato J.B.S . Haldane in “Possibile Worlds”, niente – nessuna ragione – può dire che una convinzione è vera. Compresa questa del naturalismo e del cervello atomico – che il cervello, cioè, sia composto unicamente di atomi. La selezione naturale come processo formativo della mente – ragione, deduzione, inferenza - non basta.

Possesso – È stato il socialismo a indurre e generalizzare l’idea del possesso? Flaubert l’ha visto nel ’48, la rivoluzione della libertà, guardando le barricate da lontano, e l’ha dettagliato vent’anni dopo nella sua “Educazione sentimentale” che invece è politica. A un certo punto i socialisti si smarcarono dai liberali, che ne furono atterriti e si segregarono. “Allora”, dice Flaubert, “la Proprietà montò nei rispetti al livello della Religione e si confuse con dio. Gli attacchi che le si portavano parvero sacrilegio, quasi antropofagia.” Ma è vero pure il contrario: se la identità è definita dal possesso non si può più negare che il socialismo è una forma completa di liberalismo, non limitato cioè alla borghesia. Non solo come formula politica, poiché al socialismo è essenziale la libertà – l’uguaglianza è la realizzazione della libertà. Ma proprio dal punto di vista economico, dei mezzi di produzione, il capitalismo producendo più ricchezza per il più gran numero, più opportunità quindi per il proletariato, e più tempo libero per tutti. Anche per scrivere o ricamare, il lavoro intendendosi occupazione onorata e dovere civico e non sfruttamento.

Virtuale - È il vissuto, non solo dell’epoca informatica, del neofitismo della scoperta informatica. Virtuale si è sempre coniugato, fino a Wittgenstein, “The Brown and Blue Books”, con reale. Con l’occhiale google diventa invece nido del visuale, l’artiglio del razionale. È una delocalizzazione dell’immagine, o una presa di possesso da parte del virtuale?

zeulig@antiit.eu 

La disoccupazione come follia in Céline

È la raccolta dei testi sociali di Céline. Rapporti da “esperto” dei servizi sanitari della Società delle Nazioni, e da animatore del dispensario di Clichy, a Parigi, teorico della “medicina standardizzata”, che poi diventerà la sanità per tutti. “Le assicurazioni sociali e una politica economica della salute pubblica” è del 1928. Una raccolta edita curiosamente solo in italiano, e trascurata perfino dai biografi più prolissi – con la sola eccezione della “Nota sull’organizzazione sanitaria delle fabbriche Ford a Detroit”.
Sono testi d’impianto asettico ma col taglio già sovversivo, che diventerà la cifra della scrittura d’invenzione di Céline: una testimonianza insieme grottesca e veritiera dei problemi del lavoro e della medicina sociale. Allora, ottant’anni fa, e ancora adesso. Di un’umanità muta alla deriva, tra l’utopia del benessere che viene dallo Stato e i sogni folli dei prometei d’impresa. Dell’ipercapitalista Ford che dava un lavoro a tutti, anche agli storpi e ai folli, perché tutti avevano diritto a un reddito, e poi controllava che la paga non spendessero alla cantina.
Ultimo argomento, ma siamo solo al 1933, è: “Per stroncare la disoccupazione stroncheranno i disoccupati?”
Louis Ferdinand Céline, I sotto uomini

sabato 29 novembre 2014

Letture - 194

letterautore

Amplesso – “Caro amico amplesso” è aria femminile di “Poro re delle Indie”, opera di Metastasio e Händel. Il duetto è un po’ spinto, specie per la morigerata corte asburgica -  Cleofide: “Caro amico amplesso!\ al mio seno”, Poro: “Dolce amico amplesso! al core oppresso”, Cleofide e Poro: “Già dai vita e fai goder”. Ma anche fiducioso, non c’era ancora il rifiuto del corpo, nemmeno in sacrestia.

Attribuzioni – Una didascalia, alla mostra romana di Memling, riesce a mettere insieme in otto righe quattro condizionali, forse cinque. La firma “probabilmente copiata dalla perduta cornice” (quindi probabilmente falsa?). Il dittico “probabilmente commissionato da Bernardo Bembo”. Ambasciatore di Venezia che è “il probabile soggetto” del “Ritratto d’uomo con moneta”. Per cui i due dipinti sono “verosimilmente di questo torno d’anni”. Ciononostante l’attribuzionismo fa testo e fa mercato. Incontestato: il gusto è un metro di giudizio e di verità.

Battito d’ali --- L’uomo einsteiniano, il cui mondo muta per un battito di ciglia, era già di Leonardo, dei manoscritti Arundel al British Museum: “Il peso d’un uccelletto che vi si posa basta a smuovere la terra”.
Heisenberg ha dimostrato che solo guardare un atomo ne disturba l’assetto – Heisenberg che uomo e mondo rimette insieme, fatti e fenomeni, storia e natura, in reciproca interazione, l’unità ristabilendo dell’universo, contro quei nipotini di Copernico che pensavano d’impossessarsene frantumandolo. McLuhan ha lavorato a lungo per dimostrare che l’alfabetizzazione incide sulla fisiologia così come sulla vita psichica. Ma non sono nozioni di senso comune, l’unità dell’universo, vita psichica inclusa?

Critica - Vincenzo Padula è uno scrittore risorgimentale, poeta, drammaturgo, attivo negli anni1840-1870, tra Napoli e la Calabria, già riscoperto da Croce, che Carlo Muscetta ha riproposto sessant’anni fa con una fortunata antologia, “Persone in Calabria”. Con un lungo saggio introduttivo che prende 235 pagine delle 591 totali. Intitolato “La sfortuna di Padula”, si pensa antifrasticamente. E invece no, non c’è riduttivismo che il curatore risparmi al suo autore: impolitico, incapace, impoetico, incostante, “irriducibile spirito provinciale”, etc. . Molti autori opinano a dire la critica inutile. E dannosa no?
Muscetta, oltre che il personaggio collerico di tanta aneddotica, era – allora – esegeta impegnato a “pesare” il suo autore. Nel quadro di una storia della letteratura allora intesa come ascesa al Parnaso, graduatoria di eccellenze. 

Dante – “Il più grande costruttore di cattedrali” lo dice Corrado Alvaro (“Itinerario italiano”), “il segno del potere degli italiani”.-

Kafka – Si sa dalla vita di Elizabeth Anscombe - ma c’è anche nella biografia di Monk - che, avendo letto alcune opere di Kafka regalategli dalla stessa Anscombe, che ne era ghiotta, Wittgenstein commentò: “Quest’uomo si crea un sacco di problemi non scrivendo del suo problema”. In realtà ne scrisse, al padre, alle fidanzate, a un paio di amici, ma è vero che creò problemi più che crearsene, con diletto di molti.

Scrivere – Si comincia dalla fine? O dall’inizio?
È nella fine? È nel suo farsi? I gialli che dominano le classifiche si costruiscono su un finale, al quale corrono – Camilleri lo spiega anche. Ciò obbliga però a una lettura rapida e a un consumo veloce, onnivoro e insaziabile, una benevola addiction - al bisogno sempre di nuovi gialli. Orazio nell’“Arte poetica”, o “Lettera ai Pisoni”, dice il contrario, e ha più senso anche pratico: si scrive dall’inizio. Lo dice pure nelle epistole a Mecenate, con piglio più diretto: non comincio finché non mi sento obbligato a farlo, finché l’impulso non diventa un proposito concreto, allora comincio dandomi un finale, che però quando ho finito non è mai quello.
Scrivere è una fare che è un farsi: può modificare presupposti e soluzioni. Ogni passo è una scelta, che modifica il percorso.  

Traduzione – “Da Boezio ai nostri giorni”, avverte il curatore della nuova traduzione di Aristotele nella Pléiade, Richard Bodéüs, “ogni traduzione di Aristotele è occasione di una nuova interpretazione e una possibilità di riscoperta”. Una nuova filosofia.

Wagner La sua rivoluzione nel 1848 sembrò eccessiva perfino a Bakunin, “dea sublime” del walhalla, che “scende fremente sulle ali delle tempeste”, tra terremoti, uragani, spade fiammeggianti, fiaccole, raggi di sole, fiori profumati, cori di giubilo. E perché non ascenderebbe, invece di scendere?
Wagner e Marx furono compagni di rivoluzione nel ‘48. Poi, alle brutte, Wagner passò in carrozza sotto la protezione del re di Sassonia.

Wilde – Fu proletario, all’ultimo. Nella vita, rotto dal carcere, e nella scrittura, la “Ballata del carcere di Reading”. “Ogni uomo uccide ciò che ama”, il verso famoso della ballata, non è bello, la “cosa” suona stonata. Ma è vero, la ballata essendo un’evocazione della forca imposta a un giovane compagno di prigione che aveva ucciso la moglie. Il compagno di sventura Wilde elesse a suo alter ego, dell’ignominia del carcere e della cecità degli affetti. Il poema avrebbe voluto pubblicato su un periodico, il “Reynold’s Magazine”, che “circola largamente tra le classi criminali – alle quali ora appartengo. Per una volta sarò letto dai miei pari”. E in qualche modo lo fu: la ballata, anonima, ebbe subito sei edizioni.

letterautore@antiit.eu 

La scoperta dell’Italia

Un libro compilato nel 1933 (ma con aggiornamenti, evidentemente: c’è “il giorno dell’anniversario dell’Impero”, a p. 112, “sette sottomarini colati a picco durante la guerra” a p. 125, etc.) a partire da articoli di giornali, note, appunti, memorie. Come nuovo, d’impianto resistente, sul presupposto che “i viaggi prolungano la vita”. La stanca Italia si leggerebbe probabilmente sorpresa.
Alvaro è forse il miglior viaggiatore italiano del Novecento. Sicuramente quello che, prima di Arbasino, ha visto più cose – la raccolta sarà seguita dopo la morte da una seconda a una terza, “Itinerario italiano” n. 2 e n. 3 (“Un treno nel Sud”). Predestinato forse dalla precarietà famigliare – la raccolta si apre con l’immagine della famiglia paterna sempre sl punto di partire, dapprima per trent’anni dalla casa dei nonni per una propria, e poi, quando i figli erano già grandi e lontani, per una residenza infine propria in città. Ma da provinciale cosmopolita. Sempre curioso. Mai a suo agio nella società urbana italiana – a Roma, per esempio, su cui si dilunga inutilmente per più pagine, per trovare un appiglio, una leva, un punto d’appoggio (vi è a suo agio la notte, quando la città dorme).
Un viaggio in surplace, a distanza. Nella memoria dunque, più che nei fatti visti e vissuti. Un viaggio straordinario negli elementi più che nelle persone: l’acqua, la pietra, la maschera mortuaria di Torquato Tasso, il vetro, il marmo, la pesca d’altura, il mare. Il mare ai capricci del vento. Con molta Etruria, il mondo di adozione: l’Alto Lazio, la Toscana, la Maremma, Argentario compreso – e fino al fegato bovino d’obbligo alla festa di nozze in Romagna. Perfino a Comacchio, l’ostessa “parla etrusco”. E a Bergamo, “una tradizione dice che Bergamo fosse prima etrusca”. È attraverso gli Etruschi che riesce ad amare Roma: “Rimase un’eredità, ai Latini, etrusca: l’assenza di favole e di miti troppo grevi nella loro storia”. Acuto sempre: “Mi trovavo nel mezzo della più semplice espressione della vita moderna: l’ansia del lavoro quotidiano, che termina ogni ventiquattr’ore e si rinnova per altre ventiquattr’ore: l’ansia del domani”. E molti pezzi d’antologia, per sensibilità, intelligenza e misura.
Torino, città modello dell’Europa: “Costruita come espressione d’una monarchia militare, tramandò la sua struttura fino a Vienna, a Potsdam, a Praga, a Riga, a Varsavia, a Pietroburgo”. L’ingresso di Torino e dei Savoia come un’apparizione, a un certo punto, nel libro di storia: “voltata una certa pagina”, sparivano “il viso e il costume antico dei Camilli e dei Giovanni dalle Bande Nere”, e “il Piemonte bucava la pagina coi suoi re e i suoi ministri; il mondo pareva rivestirsi in borghese”. Venezia “un altro mondo, che è Italia ma remotissima”, dove scopre che “l’architettura è prossima alla natura, anche i palazzi ducali vi sono d’acqua e vento. Una Ferrara forse più intensa di quella di Bassani, sicuramente più sorprendente. La famiglia nella storia italiana, tema poi molto frequentato ma nel taglio di Alvaro no – anche questo “fu già un fatto etrusco, e fu un fatto romano: lo fu poi di tutta l’età di mezzo, è il segreto della vita italiana”. Il treno delle mondine, lavoratrici febbrili e sempre femminili: “Per due giorni, da Vercelli e da Mortara, i treni hanno trasportato 60.000 mondariso, delle 180.000 che lavorano ai trapianti nelle risaie, verso i loro paesi in Lombardia e in Emilia”. E ha già il “femminismo”, che vuole italiano. Un capitolo ricorrente, e per più aspetti notevole, non soltanto per essere anticipatore.
In Italia “il femminismo data da almeno tre secoli, e senza certi avvenimenti che fecero rientrare tante grandi cose italiane, la donna avrebbe occupato naturalmente ben altro posto da quello che, pur notevole, occupò fino all’Ottocento e che sta per riprendere oggi”. Era quello dei grandi narratori: “A pensarci bene, i libri dei nostri narratori dei buoni secoli, più che licenziosi sono pieni di ragazze e di donne, d’una specie di oscuro e ribollente istinto vitale”. E più nel popolo: La donna nelle società semlici è semprha il suo regno accanto a quello delluomo, e non in un mondo sfattodove diventa nemica armata di inquietudini romantiche”. Con un punto di vista attuale, del terzo o quarto femminismo: “In Italia, dove la donna lavora fuori casa, il fenomeno è tutto particolare”…. Perché storicamente il femminismo italiano del Rinascimento non pensò mai di agguagliarsi all’uomo, ma fu un rivelazione delle qualità positive e più femminili della donna”.
Con una prefazione di Carmine Abate, un’introduzione e la bibliografia di Massimo Onofri, e un’accurata cronologia di Pietro De Marchi.
Corrado Alvaro, Itinerario italiano, Bompiani, pp. 380 € 15

venerdì 28 novembre 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (227)

Giuseppe Leuzzi

Palermo corrotta Sicilia infetta
Non si può nominare un procuratore Capo a Palermo perché i giudici palermitani litigano. Non è la prima volta: la Procura di Palermo è sempre nido di forti dissidi, molto violenti. Che meglio si configura come “palazzo dei veleni”, come viene chiamata, insidie nascoste, camuuffate. Come il Comune di Palermo. Come la Regione Sicilia, che ha sede a Palermo. Nelle tante stragi che la città ha subito, anche di giudici, c’è la città stessa, non solo Riina e le belve umane.
Tutto a Palermo è corruzione. Di denaro e dell’animo. E violenza. Sarà questo il problema della Sicilia, altrimenti un paradiso in terra? Fuori Palermo tutto è normale nell’isola. Anche fattivo, operativo, industrioso. Fuori Palermo, e dovunque la città radica i suoi tentacoli, nelle Procure, i Tribunali, gli affari, i giornali, tutto è presto infetto.

Le stragi dei giudici e i veleni del palazzo di giustizia si intrecciano. Sono della stessa natura e probabilmente della stessa matrice. Basti quello che Rocco Chinnici pensava e ha lasciato scritto di Lo Forte e Sciacchitano – tutto vero, confermato tre anni fa Michele Costa, figlio di Gaetano, altro Procuratore Capo assassinato dalla mafia. Lo Stato-mafia ne è l’epitome, di cui non si sa misurare la sordidezza. Un falso processo dietro il quale la Procura di Palermo cela il suo totale lasciar fare alle mafie. Nel mentre che tiene in scacco la politica e la stessa azione repressiva, di carabinieri e polizia. E in soggezione, grazie ai tanti giornalisti affiliati, le buone coscienze e l’opinione pubblica. 

Autobio
L’affetto ai luoghi Guido Morselli dice nel “Diario” “il più forte di tutti gli amori”, “un’affezione squisita e stupenda”, un affetto puramente gratuito”. Incomprensibile più spesso, come gli amori: cosa ci lega ai luoghi natii, dell’infanzia, della prima scuola, nell’arco di una vita i segmenti forse nemmeno più lusinghieri e a volte anzi negativi? E comunque a ogni epoca ingrati, o quantomeno indifferenti. Il luogo natio è indifferente al ritorno - ha anche problemi a ricordare.
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Trovo Radicena in un pezzo estivo di Goffredo Buccini sui delitti storici, a proposito di una ragazza di quel paese, nome d’arte Mary Pirimpò, di cui il “Corriere della sera”, “una brutta mattina di gennaio” del 1953, titolava: “Uccisa a rivoltellate e gettata nell’Olona «Mary Pirimpò», ex attricetta del varietà”. Maria Boccuzzi detta Mary, che resterà negli annali come la Marinella di De André, veniva appunto da Radicena ed era finita male.
Si diceva allora andare a Radicena”, come “andare a Pedavoli”, la parte per il tutto, pur essendosi i due paesi da tempo accoppiati, Radicena a Iatrínoli, Pedavoli a Paracorio, assumendo un nome nuovo, rispettivamente Taurianova e Delianuova. “Siete di Pedavoli” era l’interrogativa affermativa, anche se eravate di Paracorio. E la cosa non poteva essere altrimenti “vera”.
I due paesi, Pedavoli e Paracorio, benché contigui senza soluzione di continuità, erano diversi in tutto, di etnia probabilmente, e modi di essere, di esprimersi, perfino di accento, e di operare. E lo sono tuttora. Le famiglie sono ora indifferentemente mescolate, ma se ne riconosce, e se ne precisa sempre, l’origine.
Giovannino Palumbo, gestore del ristorante “Le vie del gusto” con l’ottima cuoca sua moglie Grazia Battista, ha recuperato come segnatavolo in ceramica i nomi dei vecchi quartieri, e trova che a tutti piace stare nel proprio. Scoprendolo però – i più – ora, con qualche confusione, anche i nomi sono stati cancellati.

L’Aspromonte è la “montagna sul mare” di Isak Dinesen. Che non può essere, e quindi non è: o non l’ho letto nei suoi racconti, o lei non si riferiva all’Aspromonte. Ma lo stesso mi fa girare per la montagna in compagnia, di una scrittrice squisita, benché persona probabilmente sgradevole. L’aria pulita e potente, i rumori remoti, della vita non ingombrante, il picchio, una sega, una marmitta che ansima, che mai sovrastano l’acqua e il vento, lo scroscio delle cascate, il gorgoglio delle fiumare, e anzi vivificano, accentuando una solitudine grata, animata, e l’elevazione, l’immedesimazione. Come se ci fosse più purezza, e forse c’è, se ha effetti confortanti.

La decadenza si manifesta e si consolida con l’abbandono dei miti. La morte della religione dopo la morte di dio – dove conduce l’io-e-il-mio-Dio della Riforma lo sappiamo bene da Nietzsche, i vescovi farebbero bene a leggerlo. I vescovi di Palmi e Locri che ci hanno proibito le processioni non sono luterani, sono ordinati. Non nel senso del sacramento ma dell’ordine borghese, del decoro, la proprietà, i buoni sentimenti e la ragione spicciola. Di ogni cosa al suo posto, smacchiata e, se possibile, inodore. Figurarsi poi il sudore.
Non c’è più la divinità dell’uomo. Non c’è nemmeno la divinità, il concetto. Il divino esiste solo se incontra l’umano, nel mito, nel rito, nell’inconscio.

Prima del paese, sulla fiumara Petrilli, c’era la “machina” - frantoio ad acqua – di Micuzzu, il mio bisnonno Domenico. Poi distrutto dalla mafia di Castellace, e da mezzo secolo rudere. Ma niente la ricorda. Eccetto una pubblicazione dei compaesani emigrati a Perth, in Australia, che nella piccola guida al loro paese di origine, a opera di Domenico Italiano, ne fanno menzione e ne danno spiegazione.
In paese l’invidia sociale è la regola di vita. Soprattutto verso chi si è acquisto un qualche merito, magari di gratitudine.
Non c’è del resto in paese una pubblicazione come quella, che gli emigrati a Perth hanno realizzato, per consacrare la memoria. Domenico Italiano invece sa dire dottamente in poche parole la storia complessa dei due borghi che compongono la comunità, e insieme la nostalgia, l’identificazione, religiosa, di quartiere, di famiglia, e cosa di essa si fa sopravvivere a Perth.
Anche la Madonna: se ne andrà la sua memoria a Perth? L’inno della processione ora abolita, che pure anticipava papa Francesco, Bonasira Vi dicu a Vui, Madonna”, con la coda accorata, “Facitimmilla, Madonna mia,\ facitimmilla per carità, \ e se la grazia non ti la dà…”, solo il loro annuario lo registra. La parrocchia dà un volantino con i canti anonimi della nuova liturgia.
I compaesani di Perth hanno anche la festa delle castagne e delle soppressate. Con ballo: si balla la tarantella. Da noi non si suona più e nessuno saprebbe ballarla – quando ci provano, le ragazze più spesso nelle sagre, la risolvono in balzi sgraziati, sempre fuori tempo.
Si ritrova dunque la realtà lontano. Nelle cronache. Nelle rievocazioni delle cronache. Nelle comunità di emigrati, di cinquanta, cento anni fa.

Ci sono momenti chiave nella vita. In cui magari non succede niente ma si capiscono (avvengono) cose importanti. Questo fu il ritorno in paese dopo la finale lungodegenza paterna, nel 1992. C’erano uno o due rapiti eccellenti in Aspromonte, quindi forse attorno a noi. C’erano furti in tutte le case, disabitate (tre volte in due inverni anche nella nostra) e abitate. C’erano liti, con sparatorie, in piazza e agli incroci tra i “pazzi”. E c’era stata una bomba ad alto potenziale al portone dei Carabinieri, allora in un’ala del Municipio (poi si sono chiusi in un edificio isolato, con sbarre di protezione). Ma i carabinieri si occupavano di controllare il caffè degli impiegati pubblici.
Era l’autunno di “Mani pulite”, e i carabinieri si adeguavano. A una certa ora la mattina, non tutti i giorni, controllavano chi c’era e chi no in Municipio, tra quelli che figuravano presenti. Denunciando gli assenti - con vari bolli e protocolli. Che poi venivano regolarmente giustificati “per motivi di servizio”.
Le processioni hanno preso nel 2014 il posto del caffè degli impiegati pubblici? Ora ci vuole il video, che faccia il giro del mondo su internet. È già un progresso tecnico.

leuzzi@antiit.eu

Leso Manzoni

Lucia è una cocotte: bellezza di provincia, parla francese e non si nega a nessuno tranne che a Renzo. Renzo va in Cinquecento, don Rodrigo in Chrysler – profetico? La monaca di Monza, naturalmente lasciva, è soprattutto lesbica. Don Abbondio tresca con la Perpetua e converte i Bot in Prestito del Littorio.
Una parodia meglio riuscita delle tante, anche se irrelata all’autore e alla stessa storia originale e inutile. Ma una goliardata, e una storia da Guido da Verona sbrodolata, di caricature. Più sostenuta dei cabaret che se ne sono tratti, ma anche più lunga.
Questo Guido da Verona si segnala per il contorno politico, che ne fa, nolente, una vittima del fascismo. Pubblicato nel 1929, il romanzetto fu ritenuto un insulto a Manzoni e al fascismo. Fu sequestrato e inviato al macero. Ci furono assalti alle librerie e copie bruciate in strada. L’autore fu insultato e malmenato mentre a Milano passeggiava in Galleria con l’editore Dall’Oglio.
Guido da Verona, I promessi sposi, Barbera, remainders, pp. 286 € 5,95

La Bce può comprare titoli pubblici

Ha detto verità scomode mercoledì l’onesto Trichet a Firenze, rispondendo a Ferruccio de Bortoli, che lo intervistava per l’Osservatorio giovani-editori. Il processore di Draghi a Francoforte ha spiegato che la Bce può comprare titoli di Stato, e lo ha già fatto, e ha negato di avere auto pressioni a metà 2011 per mettere sotto pressione l’Italia – ma lo nega confermando. Omesse dalle cronache, le due affermazioni sono leggibili ora in redazione (quasi) integrale.
“Non ci sono impedimenti” all’acquisto Bce di titoli di Stato, e “lo può fare se necessario per generare stabilità dei prezzi”. Cioè, ora, contro la deflazione. “Quando ero presidente abbiamo acquistato titoli di stato. Questo nel rispetto del trattato e secondo il mandato ricevuto. E lo abbiamo dovuto fare perché ce c’era bisogno di stare attenti a questi acquisti”, di monitorare il mercato dei titoli pubblici.
“Senza indugi”, si affanna poi a ripetere, la Bce decise a luglio di scrivere ai governi italiano e spagnolo, “senza discussioni o qui pro quo”, “senza trattative”. Come a dire che la cosa era voluta, ma non dice da chi. Le lettere mettevano in guardia contro la speculazione: “L’euro di per sé, come valuta, non è mai stato messo in dubbio”, ma l’eurozona sì, “da osservatori esterni, amici”.
Trichet riconosce indirettamente anche che la Bce non funzionava, la politica monetaria dell’euro: “A livello di eurozona avevamo il 40 per cento del Pil che non funzionava bene e in questa situazione fuori dal comune era necessario correggere il fatto che la trasmissione della politica monetaria non funzionava”. Non esisteva.

giovedì 27 novembre 2014

Dalemiani d’assalto alle Finanze

Gli alti papaveri del Mef, il ministero del’Economia e Finanze, confidano a Federico Fubini e Roberto Mania il loro “disagio”. Profondo disagio, tanto che sono tentati dalle dimissioni. Che però non danno. A parte, uno, Lorenzo Codogno, capo dell’ufficio studi, che non conta (quasi) niente – dava anche cifre sballate. I promessi dimissionati devono compiere una missione? Sì.
Uno dei doloristi, Vieri Ceriani, è consigliere del ministro Padoan per il fisco. Era anche il consigliere di Visco quindici anni fa, artefice dell’Irap, la tassa che ha affossato gli investimenti industriali e moltiplicato la delocalizzazione. Mugugna anche Fabrizia Lapecorella, “vicina a Ceriani”, e a D’Alema, capo della sezione Finanze dell’Economia, la quale non vuole fare i decreti attuativi della riforma fiscale – tra quattro mesi la riforma sarà così decaduta  Anche Padoan è nel governo solo in quanto rappresentante di D’Alema, e questo completa il quadro.
In un altro paese i due si sarebbero dimessi o sarebbero stati cacciati. Ceriani anche in carcere, per tutti i danni che ha prodotto. In Italia no, non si può: due burocrati fanno saltare la riforma del fisco su lavoro e  investimenti per far saltare il governo, perché così dice il loro capopartito.
Della riforma della Pubblica Amministrazione Renzi ha dimenticato la prima mossa: cacciare i “tecnici” politicanti. Quelli che non dicono cosa bisognerebbe fare meglio, ma boicottano, ritardano, rinviano, e si confidano, sperando in un futuro migliore. Alla Goldman Sachs, oppure al Senato. Perché non è detto che Renzi riuscirà ad abolirlo.