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martedì 17 marzo 2015

Il giallo impacciato

Simenon fa le prove, nel 1930, del giallo alla Chandler, impacciato. Forte nell’ambientazione, una porto di pesca nella Normandia, ma senza personaggi veri, che reggano la storia. E senza indizi, Non sa dare un nome al suo detective, che chiama G.7. E casca nel vecchio giallo all’inglese, del compagno-narratore, testimone muto, e delle venti pagine di ricostruzione finale, ad argomentare indizi pretestuosi..
Georges Simenon, L’énigme de la Marie Galante, Folio, pp. 79 € 2

lunedì 16 marzo 2015

Dove andremo a finire?

Dopo avergli fatto la guerra per quattro anni, e avere armato e foraggiato l’Is, gli Usa ora vogliono riabilitare  Assad. Anche di Gheddafi si dice che sarebbe stato meglio. Lo stesso in Ucraina, la dislocazione entusiasta si è spenta di colpo. Putin può accusare gli Usa di avere defenestrato un anno fa il presidente eletto Yanukovich, di conserva con l’appendice britannica, e sostenere di avere allora preordinato l’allerta nucleare per proteggere “il sacro suolo della Crimea”, senza suscitare nessuna reazione. Per che cosa gli Usa ci chiamano a combattere?
Gli Usa forse non ci vedono bene, essendo lontani dalla Siria e dal Mediterraneo. Ma la crisi siriana significa un milione di profughi, forse due, o tre. E la destabilizzazione dell’Ucraina ha comportato sanzioni antirusse che all’Europa costano molto. Qual è il progetto?
È anche vero che la servitù è al fondo volontaria. Così e non peggio, dobbiamo ringraziare gli Usa?

Il sindacalismo all’opera

Il sindacalismo all’opera – all’Opera di Roma e alla Scala – si può pensare vittima della pratica quotidiana: si perdono di vista i fatti reali. Anche quello dei vigili urbani romani la notte di Capodanno, tutti improvvisamente ammalati: uno scherzo ci può stare. Ma dove altro il sindacato è all’opera? Nei termini cioè non riduttivi e assurdi che ognuno vede quotidianamente nei servizi pubblici: a scuola tra i bidelli, alla posta, negli uffici fiscali, comunali, ministeriali. Del non lavorare, cioè, e comunque del non risolvere ma incasinare. E della mancata protezione del lavoro e dei lavoratori, dato che i licenziamenti si moltiplicano e le retribuzioni si assottigliano in valore.
Ottimo sindacalismo all’opera si può dire anche quello di Landini, “primo ruolo” oggi in voga alla tv, telegenico, dalla voce peraltro bene impostata. Uno che però, quando ha cinque seguaci, e tutti in carriera nel suo sindacato, la Fiom, proclama uno sciopero? Chi protegge i lavoratori d questo sindacato?
ht: normal'>Il Passato

L’amore feticcio è l’amore capriccio

Il seguito di “Una separazione”, Orse d’oro a Berlino, Golden Globe e Oscar 2012. Anche questo premiato a Cannes l’anno successivo e ricandidato agli Oscar, ma subito passato agli atti e ora visibile in videocassetta e sulla tv a pagamento. Una rappresentazione della miseria dell’individualismo, della ricerca individuale della felicità in cui buona parte dell’umanità si è specializzata. Quella del desiderio e del diritto alla felicità, qui e subito. In forma revisionista, sul ruolo deflagrante e perdente della donna.
Non una denuncia, una ricostruzione accorata. Il vecchio egoismo non viene menzionato, piuttosto la confusione mentale, l’inadeguatezza, ma è scolpito. Tra gli adulti e, peggio, degli adulti coi bambini, l’insensibilità che ora è d’uso. Non si può abolire il passato, non quello di quattro matrimoni più o meno duraturi e con figli, e non si può abolire il presente, i sentimenti e risentimenti di ognuno, anche bambino. L’amore feticcio è l’amore capriccio.
Uno svolgimento non apodittico, Farhadi è per l’ambiguità. Anche qui, come in “Una separazione”, le verità s’impongono e si sciolgono. Ma questo gioco, della verità non rivoluzionaria, non definitiva, vede tutti perdenti. Tutti quelli che giocano all’amore improvviso, assoluto, definitivo.
Asghar Farhadi, Il Passato

domenica 15 marzo 2015

Problemi di base - 219

spock

È la vita una pausa nella morte, o la morte un “accidente” della vita?

Se l’eternità ci libera dalla morte, perché rifiutarla?

Perché vedersi nell’eternità? Perché no, è la sola misura dell’onestà

È più falso il bilancio di Squinzi o quello di Grasso?

Che altro ha fatto Grasso – oltre a scaldare le poltrone?

Landini riunisce la sua coalizione a Roma, ma sono sempre in cinque: sono gli stessi di Pomigliano?

Si vive per cambiare – o si cambia per vivere – ma innovatori immobili, che specie è?

spock@antiit.eu

La verità è insidiosa dello sterminio

Fabio Levi raccoglie, con Domenico Scarpa, le testimonianze su Auschwitz rese da Levi fino al 1986, poco prima della morte - testi non compresi nelle opere curate per Enaudi da Marco Belpoliti nel 1997. C’è poco di Levi, della sua versatile qualità di scrittore, chimico, poeta, germanista, naturalista, con velleità anche artistiche, sempre curioso e vivace, e anche umorista, indefettibile, pure nella tragedia. C’è, spesso in forma burocratica, reiterata, insieme con quelle del compagno di prigionia Leonardo De Benedetti, medico, torinese e vicino di casa di Levi, la sua testimonianza sulla prigionia. Testi perlopiù del 1945-1947, in parte inediti, in parte pubblicati in atti introvabili di convegni.
Una raccolta commovente, e inquietante. Per l’organizzazione: era organizzato lo sterminio per i molti, e la sopravvivenza per gli altri. Questo si sa. Ma Levi e De Benedetti attestano che l’organizzazione non fu peggiore dei campi di prigionia, anche alleati, anche a distanza di anni dalla guerra. Lo sterminio si conferma nella sua abiezione  proprio per essere organizzato, non estemporaneo, non un fatto di crudeltà dei crudeli. Gli atti di crudeltà che le memorie registrano, di soldati e SS, avvengono nella ritirata, successivi alla sconfitta. Ma c’è materia anche per i negazionisti, che i campi fossero di sterminio.
Levi e De Benedetti descrivono un’organizzazione sanitaria migliore di molti altri campi di prigionia. Dilatano retoricamente il regime carcerario – troppe ore di tormenti per una giornata che, a quelle altitudini, per sei mesi è brevissima.  Testimoniano in dettaglio le procedure di sterminio di cui però non hanno conoscenza diretta – né possono testimoniare per sentito dire, poiché i membri dei Kommando appositi dicono la peggiore feccia: “di aspetto selvaggio”, “bestie feroci”, “reclutati tra i peggiori criminali condannati per gravi reati di sangue”.
La tentazione di Fabio Levi, storico della persecuzione degli ebrei, è probabilmente di ricostruire i fatti nella loro verità fenomenologica, prima del giudizio storico. Ma la materia è sempre viva, non è agli atti – il nazismo ha solo peso la guerra.
Primo Levi (con Leonardo De Benedetti), Così fu Auschwitz, Einaudi, pp. 245 € 13

Fisco, appalti, abusi (67)

Chi è passato ed è nel mercato libero dell’energia paga la bolletta più cara del 16,7 per cento per l’elettricità rispetto ai consumatori nel mercato tutelato, e del 7,9 per cento per il gas. Paga il 17 e l’8 per cento in più del dovuto? Questo secondo gli studi dell’Autorità per l’Energia, che dovrebbe tutelare il mercato, gli utenti.
O il mercato è più caro del non mercato?

Le Poste perdono un miliardo e mezzo con la corrispondenza, lettere e pacchi. Malgrado il contratto di servizio con lo Stato, che garantisce una parte dei costi. Le Poste perdono, dice l’ad Caio, “a causa dell’accresciuta concorrenza”. Che quindi ci guadagna.

Un plico spedito da Crescenzago a Roma con Sda-Poste fa questo percorso:
11-03-2015
10:23
ARRIVO AL CENTRO POSTALE
Bologna
11-03-2015
10:23
IN LAVORAZIONE
Bologna
11-03-2015
08:42
IN CONSEGNA
Roma
11-03-2015
06:38
ARRIVO AL CENTRO POSTALE
Roma
10-03-2015
11:37
LA SPEDIZIONE E' IN VIAGGIO
Hub Pacchi Bologna
E a Bologna che ci fa? Non hanno inventato la logistica?

Si va alla Posta, di nuovo dopo la breve esperienza Passera, come alla Cayenna, con la morte nel cuore. Ma ci sono isole felici: a Roma, per esempio, piuttosto che fare la fila in via Quadrio, almeno un’ora, anche se non c’è nessuno, conviene scendere a piedi fino a via Arenula, quattro km., dove non c’è coda anche se ci sono meno sportelli. Tra andata e ritorno il tempo sprecato è lo stesso della coda, ma con una passeggiata igienica in più.  Non hanno inventato la produttività alle Poste?

sabato 14 marzo 2015

Ombre - 259

Dunque, il papa vorrebbe una pizzeria, e poi morire (“non vivrò a lungo”). Non si può dire che non sia umile.

L’Is invece vuole Parigi, Roma e l’Andalusia. Ma non la Germania, che è la più ricca di tutti. Vuole uscire anche lui dall’euro?

Singolare contesa a “Invasioni barbariche” tra Daniela Santanché, capofila della destra pura e dura, da una parte, con Vittorio Feltri, compassati, composti, berlusconiani ma non troppo, e dall’altra Gianni Barbacetto, sfottente e prepotente. Non si sapeva da che parte era il manganello, con l’olio di ricino.

Anche il pubblico, a “Invasioni barbariche”, era entusiasta di Barbacetto -  delle lucine rosse del regista che chiamano l’applauso. E anche questo è chiaro: il fascismo è di massa, De Felice aveva ragione.
  
Papa Francesco non ha ricevuto il Dalai Lama, nominerà i vescovi che il Pc cinese gli proporrà, e non si occupa dei due vecchi cardinali da sempre carcerati – uno vecchissimo, probabilmente morto. Sarà pure buono, ma poi?

È incredibile quante signore e signorine diano materni consigli con interviste sui grandi giornali a Berlusconi su come spendere il capitale di credibilità riacquistato con la sentenza Ruby. Effetto della sua campagna acquisti, un po’ come al Milan, altra squadra di signorine? Effetto delle quote rosa ? Lettori – maschi – dei giornali, unitevi?

Entusiasmo, anzi festa, “la Repubblica-Roma” dedica all’evento due pagine, delle cronache romane: il Comune del sindaco benedetto Marino ridurrà la Tari dell’1,5 per cento, ha in animo, sta pensandoci - dopo averla aumentata del 5: “Con il nuovo piano Ama tassa ridotta di 5 euro”, a corpo 72. Non si può dire che siano venduti, perché lo fanno gratis.

“Ora affronteremo l’universo oscuro”, promette (minaccia?) Rubbia a “Repubblica”. Non nascondendo che “la natura è tutta da scoprire”. Dopo duemilacinquecento anni di fisica – e quello che si sa è dei primi anni dei duemilacinquecento. Rubbia è simpatico, ma con una faccia che ride, mentre gongola per i sincrotroni miliardari, di cui il mondo si riempie. È la prima volta che la scienza arricchisce, quella dei particellari. E Rubbia sembra dire: siamo dei burloni.

Cronache romane in delirio per  l’ Operazione Tavolino Selvaggio, su tre ristoranti del centro: “All’intervento hanno preso parte, oltre al comandante (dei Vigili) Clemente e al vice Renato Marra, la presidente del I Municipio Sabrina Alfonsi, l’assessore al Commercio Emiliano Pescitelli e l’assessore alla Mobilità Anna Vincenzoni”. I tavolini ballavano?
Mancava il sindaco: non fa nulla, tutto il giorno?

Due pagine e quattro articolesse  del “Corriere della sera” su Berlusconi in Cassazione. Assolto, ma tre di essere ne parlano per condannarlo. La sentenza attesa – telefonata? – era di condanna.

Si gioca Lazio-Fiorentina, due squadre divertenti, lunedì alle 18. E Juventus-Sassuolo sempre di lunedì, alle 21. Per allontanare la gente dallo stadio? Che cos’è il calcio, un action movie? Una sit-com?

23.226 arresti ingiusti, da dal 1991, da quando esiste la legge Vassalli che li punisce. Pochi per i giudici. E invece sono un enormità. Frutto di pregiudizio perlopiù, anche politico, anche sociale, e di neghittosità, pressappochismo, indifferenza. Lo facevano una volta i Carabinieri, che sono all’origine della mafia, al Sud: prendevano un “colpevole”, lo bastonavano in caserma perché confessasse, e comunque lo sbattevano dentro.

Il numero è al netto di chi, una volta libero, soprattutto se ne sta lontano dai tribunale e le polizie, come consigliava Karl Kraus, non per chiedere giustizia.
La responsabilità dei giudici è una norma obbligata in Europa, ma Mattarella non ha voluto ricordarlo, lui viene dalla Sicilia.

Con l’allenatore Mazzarri l’Inter era a cinque punti dal terzo posto (Champions League). Con l’allenatore Mancini e un campionato aggressivo al mercato di gennaio, malgrado sia in amministrazione controllata, l’Inter è scesa a meno dieci punti. Ma è contenta. La pubblicità è l’anima del commercio – dei tifosi?

Il calciatore Nainngolan rompe una gamba, con un intervento scomposto, a un calciatore avversario. Viene solo ammonito, in ritardo, a malincuore. A uno spettatore che s’indigna, tutta la Domenica Sportiva prende indignata le difese di Nainngolan.

Dire che la costa libica è piena di africani e asiatici pronti a partire è leghista, lepenista, populista, razzista. Pino Sarcina calcola per ridere che in Libia non ci siano abbastanza metri quadrati per un milione di profughi. Meglio chiudere gli occhi, tanto la metà muoiono in mare?

Scalfari scettico credente

È il sesto di una serie ventennale di ricordi personali e familiari. Il nonno paterno, che ritrova in una corrispondenza di Antonio Baldini, “L’Italia del Bonincontro”. Le mogli, le figlie. Un convincentissimo Edipo rovesciato, tra lui e i genitori – un “caso” che dovrebbe fare testo nell’anamnesi della famiglia contemporanea, di genitori che buttano tutto addosso ai figli. Una udienza familiare da papa Pacelli. E “un mutamento” che gli rivoluziona la vita in giovane età, che però non racconta – ci sarà un settimo tomo?
Un romanzo di formazione, necessariamente ex post, come il genere esige, solo da un termine più tardo. Con una, peraltro cristianissima, ossessione della morte. Su cui molto ha insistitito nelle prose filosofiche, ma assente dai precedenti capitoli biografici. La vita moderna in appartamento non consente l’epicedio di cui si dilettava Montaigne: “Desidero che la morte mi trovi mentre pianto i miei cavoli”. Ma Eugenio s’industria lo stesso a curare i cavoli suoi – di una vita tutta proiettata all’esterno, da uomo d’azione, ricordi intimi pochi, scelti. Perché vedersi nell’eternità? Perché no, è la sola misura dell’onestà. A lui piacerebbe, lo dice anche, ma si guarda bene dal prendere le misure.
Si proietta in Prometeo, con ragione. E in Enrico V, il sovrano buono della tragedia, fino a che lo lasciarono fare. Gli amori proietta in Tristano, ma anche in Abelardo, possessivo. E delle morte temuta sa essere a tratti felice esorcista. In un’accesa cosmogonia. Ma di Giuda fa un resistente, al dominio romano.
È una filosofia, quella di Scalfari, come consolazione. Come quella di Boezio, altro illustre testimone della decadenza e la desolazione. Ma con la storia (Scalfari dice l’Io) come baluardo contro la morte – contro l’esame di coscienza? È anche il tormento dello “scettico credente”, come Bonaiuti ebbe a dire di Giuseppe Rensi, il filosofo scettico degli anni di formazione di Scalfari. Altrettanto dotato di “potente individualismo”.
Eugenio Scalfari, L’amore, la sfida, il destino, Einaudi, pp. 137 € 11

venerdì 13 marzo 2015

Secondi pensieri - 209

zeulig

Confessione – Erroneamente è assimilata all’analisi, se non  per la forma esteriore, in colloquio, col confessore muto. Al confessionale è conferma dell’afflizione e della pena, dall’ analista è virtualmente liberatoria. E in qualche modo risarcitiva, dell’errore e della sofferenza.
È in questa differenza probabilmente l’origine dell’impasse del ruolo sacerdotale nel suo insieme, e dell’istituzione confessionale nello specifico.

Dialogo – È di un’epoca di socievolezza. Era in antico, quando era ferace, ora è sterile:ora è di solitudini. Dialoghi in realtà di sé a se stesso, per non avere interlocutori altri. Ma anche qui è forma muta: scrivono dialoghi, filosofici e di altro genere, persone che non riescono a comunicare con se stesse..

Dio – “Quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo”. È riflessione di Flaubert in una lettera. Di cui Marguerite Yourcenar ha fatto tesoro, dice nei taccuini di lavorazione dell’opera, per le Memorie di Adriano”. C’è uno stato di minore urgenza della divinità, in varie epoche, probabilmente nei momento di crescita, sicurezza, ascesa, sociale (familiare, tribale, nazionale) e\o personale.
La citazione è in realtà di M.Yourcenar. Nessuno si preoccupa di sapere dove e come Flaubert ne ha parlato. Ne ha scritto a una Mme Roger des Genettes, Edmée o Edma Letellier, moglie di Roger des Genettes, esattore, una signora di cui aveva grande stima. In data non accertata, che dovrebbe comunque essere un giorno del 1861, quando era nelle doglie di “Salammbô”, il romanzo da cui si aspettava la gloria. Nel lettera Flaubert dice almeno due cose importanti. Una è sul romanzo: l’idea del romanzo deve venire “di getto”.  L’altra è su Lucrezio, a cui la citazione di Yourcenar si riferisce. Che Flaubert compara a Byron: “Avete ragione, bisogna parlare con rispetto di Lucrezio; non gli vedo di paragonabile altri che Byron, e Byron non ha la sua gravità, né la sincerità della sua tristezza”.
La solitudine di cui Yourcenar si faceva forza è per Flaubert la condizione della malinconia. Dopo Byron, così prosegue: “La malinconia antica mi sembra più profonda di quella dei moderni, che sottintendono tutti più o meno l’immortalità al di là del buco nero. Ma, per gli antichi, questo buco nero era l’infinito stesso; i loro sogni si disegnano e passano su un fondo d’ebano immutabile. Niente grida, niente convulsioni, nient’altro che la fissità d’uno sguardo pensieroso. Gli dei non essendoci più, e il Cristo non ancora, c’è stato, da Cicerone a Marco Aurelio, un momento unico in cui c’è stato l’uomo solo”. Flaubert dice quello che Yourcenar cita ma con un’inflessione negativa: “Non trovo in nessun posto quella grandezza, ma ciò che rende Lucrezio intollerabile è la sua fisica, che egli dà come positiva. È perché non ha dubitato abbastanza che è debole; ha voluto spiegare, concludere!”

Fenomenologia - “Cominciamo a sospettare che l’approccio puramente analitico ai fenomeni ci sta portando solo più e più in là nel’abisso della disintegrazione e della casualità”. Dorothy Sayers, filosofa per passione, fa tuttavia (“The mind of the maker”) una considerazione fenomenologica sulla fenomenologia stessa che manca. Fino a dove arriva la destrutturazione,  prima di trasformarsi in un’ideologia della crisi?

Follia – È di moda nella psichiatria  come liberazione. E in letteratura come creatività – col surrealismo, e con Sade redivivo, Peter Brook, le droghe, molto rock: se ne fa uso come di sorgente di verità e virtù. Mentre è la costrizione della mente, forzata all’isolamento e all’iterazione. Non si possono dire uno spazio ristretto (ricovero, accadimento) e una costrizione mentale, fisica, fisiologica un’apertura. Se non in un universo di per sé più concentrazionario e monotono, ripetitivo.

Inedito – Se non si legge non è detto (scritto). La lettura (condivisione) è coessenziale al testo.  L’espressione è comunicazione. L’inespresso, ancorché scritto, è non esistente.

Ipocondria – È egoistica e brutale. Tale la dice Lucrezio nel “De rerum natura”. Trascorrere l’esistenza nell’ansia del trapasso è follia. Infliggere quest’ansia agli altri è egoistico e brutale. Sembrerebbe di no, essendo uno stato morboso. Una malattia, di cui quindi non è si è colpevoli. Ma non lo è per l’ipocondriaco, che in genere non ne soffre. È una specie di gabbia con gli aculei, con gli speroni: per far male più che per difendersi - poiché l’ipocondriaco non vuole difendersi.

Materia – S’intende qualcosa di reale, un composto fisico-chimico , anche nella sua struttura elementare. Come opposto all’immaterialità, informe e indefinibile perché non “reale” – spirituale, razionale, vitale sono approssimazioni. Che tuttavia è ben più reale (consistente), se non altro perché definisce la materia.

Non ha fatto progressi da Lucrezio, evoluzione compresa e selezione naturale. Anzi da Democrito. Duemilacinquecento anni di ricerca e la fisica della materia è sempre quella.

Riso – Cristo non ride. Probabilmente rideva, si evince dagli aneddoti della sua vita, ma gli evangelisti non lo fanno ridere, né la patristica, né la teologia, da sant’Agostino a san Tommaso. Non si ride del resto nella Bibbia, cui i vangeli si conformano. E questo è un limite, poiché il riso esiste.

Scrivere - Non è nulla in sé, non è un atto produttivo: è come parlare, le parole scritte non sono meno volatili di quelle dette. Si “scrive”, si è “scritto”, quando si viene letti, quando si è stabilito un contatto con altra memoria. Lo scrittore è altrimenti un conversatore – brillante, incontenibile, noioso, fluviale, che sia. Per quanto amabile possa essere. E poi c’è il famoso Didimo di Alessandria. Uno che ha scritto 3.500 opere senza lasciare nulla. Forse pseudonimo – o eponimo, per dire dell’inesistenza della scrittura in sé:  Didimo avrebbe “scritto” un’opera al giorno per dieci anni, oppure una ogni tre giorni per trent’anni, una ogni sei per sessant’anni, e nulla ne è rimasto. A parte il soprannome, “Calcentero”, stomaco di ferro – di bronzo a essere precisi.

Storia – Prende sempre più piede nella narrazione, anche al di fuori del “romanzo storico” – la metanarrativa. Nel senso di dessous della narrativa. E nel senso di Lyotard, specie ora che altre letture (media, rete) sono disinformative: della storia come verità, o “tutto” di una certa cosa, su basi razionali. A uso del potere, ma anche della giustizia, della conoscenza, della saggezza.

La narrazione per la narrazione che U. Eco ha popolarizzato (“Il nome”, “Il pendolo”), e di cui il postmoderno generazionale (Baricco e le scuole di scrittura – le “nuove leve”) si è appropriato, di una storia che non è storia, una geografia che è nessun luogo, nomi che non sono persone, neanche per approssimazione, è un gioco gratuito che non lascia memoria, e può anche dispiacere nel suo stesso srotolarsi come meccanismo, dopo la prima sorpresa.

Le storie nella storia aggiungono e non spiegano. Non fanno da contrappeso, a un’inferenza, a un parere, a un detto o regesto  Né operano algebricamente – un positivo, per esempio, dalla somma di due negativi. Aggiungono indeterminatezza a indeterminatezza.
Sono dunque inutili? Non più del procedimento narrativo classico, della storia con un impianto, un principio, un filo e una fine.

Tradizione – Vive in quanto pregnante – nuovamente, sempre. Si fa valere come un ritorno al passato, una forma del buon ricordo. E in una sorta d’immutabilità. Mentre è solo viva in quanto muove e commuove oggi, rinnovata, come estratto o rilettura. In forme e con sensi che la rivitalizzino e la impregnino.
Non c’è la tradizione, naturalmente, nel mentre che si fa. È una resurrezione, anche se non di un cadavere: di una morte apparente.

zeulig@antiit.eu

Renzi casca a scuola

La scuola ai presidi sarà una “riforma” memorabile: dopo Gentile Renzi. Ma nell’ignominia. Una riforma burocratica, com’è possibile? Imposta dal ministero, questo si può capire, a una ministra che è come il suo referente Monti, superficiale. Ma Renzi?
Come fare finta che il “plesso scolastico” sia un’azienda? E il preside, o direttore di circondario come si chiama, un imprenditore illuminato. È mai andato a scuola, Renzi? I suoi figli non vanno a scuola?
Sono trent’anni che si finge il decentramento della scuola e l’aziendalizzazione, da quando il Pci si convertì all’improvviso al privato e al mercato. Che, ammesso sia utile o giusto, è impossibile. Ancora non si è capito che i presidi, come i sovrintendenti, come i prefetti, forse sanno amministrare, ma nulla di più: non gestire, non “fare”. Renzi non era quello del fare, contro la burocrazia?
Ogni giorno ci cambia campagna: ci dia un indirizzo che duri due giorni.  

La fine “non consona” di Majorana

Come tutti i “chi l’ha visto” è visto dappertutto. Ora anche in Venezuela. Ma in questa memoria familiare qualcosa di vero c’è. Stefano Roncoroni, critico di cinema e regista tv, è biscugino di Ettore Majorana, e ha potuto parlare con chi per primo aveva cercato Ettore, il suo proprio padre, e il fratello maggiore dello scienziato, Salvatore. Ettore Majorana è morto poco dopo la scomparsa, nel 1938. Oppure era “uscito pazzo” ed è stato nascosto. La famiglia fece una donazione di ben 20 mila lire, una cifra enorme, una delle poche cose certe, a favore dei gesuiti di Acireale qualche mese dopo la scomparsa, e i gesuiti ne accusarono ricevuta “per il compianto Ettore Majorana” e per “il caro estinto”, al quale avrebbeo anche dovuto intitolare una borsa di studio.
Roncoroni non trae conclusioni, perché sa che in famiglia non sono gradite. Ma è certo che la verità è in famiglia, in carte non ancora pubblicate, divise tra gli aventi diritto. Ciò che ha saputo oralmente, dal suo proprio padre e da Salvatore, lo ritiene reticente. Analogamente, sempre critico, utilizza la ricostruzione che “a uso della famiglia”aveva redatto lo zio di Ettore, Giuseppe Majorana, avviata a fine estate 1939 e non completata per le cattive condizioni di salute – lo zio morì a fine 1940. Soprattutto la analizza, per ciò che il racconto non vuole dire. Il tutto sarebbe stato nascosto per ragioni di decoro familiare - i Majorana erano una famiglia in ascesa in politica – e per riguardo alla madre dello scomparso.
I Majorana sono sette famiglie, eredi di sette fratelli: Quirino a Bologna, Fabio e le due sorelle Elvira ed Emilia a Roma, Giuseppe, Angelo e Dante in Sicilia. La nonna materna di Roncoroni, Elvira, era sorella di Fabio, il padre di Ettore – la madre Lavinia ed Ettore erano cugini. I sette fratelli erano figli di Salvatore Majorana Calatabiano, deputato di Catania per quattro legislature nelle fila della sinistra, ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio nel primo e terzo governo Depretis, senatore dal 1870.
Una famiglia molto unita, cioè compatta verso l’esterno, ma anche competitiva all’interno. Giuseppe era il primogenito, e si assunse il compito di “coprire” la fine di Ettore.
Majorana aveva avuto problemi. A fine marzo 1938 aveva progetao il suicidio sul postale Napoli-Palermo -
 “il mare non mi ha voluto”, scrisse a casa. In autunno scomparve. Fu segnalato in Calabria, nella zona boscosa di un paesino del catanzarese che i familiari non precisano, he però hanno visitato: vi si recarono, in un vianggio di tre giorni, il fratello maggiore Salvatore e il cugino Roncoroni, il padre di Stefano. L’ipotesi più probabile è che, per un motivo che non si sa, di salute, di stress, forse sessuale (Roncoroni propende per la scoperta dell’omosessualità), aveva deciso di mollare una vita che gli era stata per molti aspetti imposta, e non reggeva più. La decisione di mollare tutto avrebbe accelerato anche il deperimento di una costituzione fisica già debole.
“La vicenda di Ettore s’è conclusa in modo non consono”, usava dire in famiglia. La famiglia non approvava la sua decisione di lasciare la fisica, la carriera universitaria. E fece di tutto per nasconderne la scomparsa alla sua mamma. Una prassi familiare “normale” all’epoca. Troppo semplice?
Stefano Roncoroni, Ettore Majorana, lo scomparso e la decisione irrevocabile, Editori Internazionali Riuniti, pp. 415 € 18 

giovedì 12 marzo 2015

Ma che calcio è?

Partita epica, apparentemente, nella migliore tradizione del calcio giocato: una squadra in dieci, priva per tre quarti della partita del suo campione, batte l’avversaria più qualificata, sul suo campo. Chelsea-Paris Saint Germani potrebbe essere stata questo. Ma chi ha seguito la partita si stropicciava gli occhi: due ore di capricci del Chelsea, con un arbitro impegnato a favorirlo, Bjorn Kuipers per la storia – non tutt’e due le ore: al centodiciannovesimo minuto, alla fine dei supplementari, Kuipers s’è voluto equanime.
Una dozzina di falli tattici del Chelsea per impedire il contropiede Psg mai sanzionati - al più qualche punizione, al rallentatore, come voleva il Chelsea. Rimostranze e provocazioni a cascata del Chelsea sanzionate con cartellino giallo, ai francesi. Specie quelle di Diego Costa, un prim’attore col ghigno stampato, sfottente. Fallo lieve di Ibrahimovic, il giocatore chiave del Psg, ed espulsione. È stato come se Kuipers se l’aspettasse..
Nella scena dell’espulsione, una foto che spopola sui siti britannici mostra nove giocatori del Chelsea che pressano l’incredibile arbitro. Mentre il decimo, Oscar, simula a terra dolori che non ha – sarà sostituito ma perché fuori partita. Una scena “disgustosa”, “ignominiosa”, “disonorevole”, scrivono commentatori e giornali. Oscar non era antipatico, quando era allenato da Benitez, ma a 23 anni fa ora un brutto effetto. Tanto più che il fallo era suo, a gamba tesa, e non di Ibrahimovic, che invece piega il piede, per evitare l’impatto. Ma che dire dell’arbitro? Un cretino non può essere.
Un arbitro talmente incapace che si preferirebbe pensarlo comprato. O è della mafia di Mourinho? O di quella di Abramovic? E del calcio? Si capiva che il Chelsea doveva passare il turno. Forse per tenere aggiogato allo schermo il pubblico britannico, che è più calcistico di quello francese, unica squadra isolana ancora in gara, dopo l’eliminazione quasi certa di Arsenal e Manchester City, sconfitti in casa all’andata.
E che dire dell’espulsione record a Monaco, a tre minuti non ancora trascorsi dall’inizio? Il Bayern aveva paura dello 0-0 dell’andata. Di una squadretta che costa un decimo. O di quella del torinista Benassi a San Pietroburgo - sempre al minuto 29, sarà la scadenza canonica per gli arbitri eterodiretti? Ci vuole lo Zenit nel torneo, almeno una squadra russa, per tenere agganciato il pubblico russo sterminato.
Sarà la logica Lotito applicata alla Champions – che ci sta a fare lo Shakhtar Donetsk, o il Torino?

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (238)

Giuseppe Leuzzi

“I grandi scrittori del Sud tornano nelle antologie scolastiche. È l’effetto di una risoluzione presentata dagli esponenti del M5S e approvata dalla commissione Cultura di Montecitorio. Alcuni autori meridionali del Novecento – tra cui Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia e Matilde Serao – erano stati cancellati dalle indicazioni nazionali della commissione di esperti nominata nel 2010 dall’allora ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini” (l’Espresso”, 12 marzo)

Mafiosi ancora uno sforzo
Nella Piana di Gioia Tauro, un bacino di utenza di 200-250 mila persone, facciamo la spesa in due centri commerciali, Il Porto degli Ulivi e Annuziata, in odore di mafia. Adiacenti, ma in ambiti comunali diversi. Entrambi ben gestiti, con le migliori firma nazionali e europee, con parcheggi e ogni altro servizio, puliti, ordinati, ma entrambi sequestrati con l’accusa di associazione mafiosa: l’uno ai Crea di Rizziconi, il secondo ai Piromalli di Gioia Tauro.
Sequestrate anche, nell’un caso e nell’altro, appendici romane, in tavole calde, ristoranti, caffè, esercizi dove il denaro gira. Quasi tutti a indirizzo prestigioso, via Veneto, via Bissolati, Pantheon, cioè con larga clientela di passaggio.
Se l’accusa è vera, un’ipotesi è da formulare: la mafia è solo a un passo dalla rispettabilità. Sarebbe un fatto storico, essendosi prodotto in due-tre generazioni, l’esperienza personale: una mafia è nata nella Piana nei tardi anni Cinquanta, primi Sessanta, si è imposta in un quindicennio, ha diversificato successivamente, quasi ovunque impunita, e ora, all’ora del giudizio, potrebbe trovarsi ripulita e in ordine, perché no. Le basterebbe cessare la minaccia costante, grazie anche all’impunità goduta finora, poiché questa impunità sembra non esserci più.
La mafia di Gioia Tauro ha saputo diversificare e sa, evidentemente, gestire. Deve ora rinunciare al monopolismo: smettere  i metodi della dissuasione, pizzo e bombe, e accontentarsi di quanto ha accumulato, proponendosi come soggetto economico alla luce del sole. Già paga le tasse, le basterebbe rinunciare al controllo. Successe così nel grande capitale americano un secolo e mezzo fa: assassini e bastonatori senza volto si trasformarono in imprenditori acclamati. Colmati dalla fortuna, furono benefattori munifici – le due cose col maltolto sono facili.
Forse, nel balzo alla rispettabilità, un mezzo passo è stato fatto. Dei due centri commerciali, quello più recente, gli Ulivi, aperto nel 2008, è stato sequestrato quasi subito - mentre si dava la caccia al capocosca Crea, gli inquirenti essendo stati bene indirizzati dalla mafia di Gioia Tauro. Il centro Annunziata, invece, è attivo in agro di Gioia Tauro da una trentina d’anni. Aperto da una famiglia di amalfitani, come se ne trovano molti a Gioia, commercianti, era stato bruciato subito dopo l’apertura. Poi ha riaperto e prosperato, ingrandendosi.

La mafia siamo noi
Non ci sono probabilmente più attentati e assassinii in Calabria ogni giorno di quanti ve ne sono in una città con popolazione analoga, Roma. Peggio nella provincia d Roma, a cominciare da Ostia: bombe ai portoni e alla saracinesche, pistolettate, macchine e furgoni incendiati, e ogni settimana un morto di media. Ma non c’è mafia a Roma – ora c’è questa Mafia Capitale, ma è invenzione di Pignatone e Prestipino, siciliani del tutto mafia in trasferta, non una cosa seria.
Cosa fa la differenza è il tessuto sociale. Nel corpaccione di Roma, per molle che sia, le bombe sono punture di spillo, e i mafiosi delinquenti sparsi o ladri con scasso. Non terrorizzano. Inquinano anche poco, qualche dipendente comunale, qualche dipendente di banca, qualche finanziere, più complici che vittime. A fronte di una solida autorefenzialità, basata sul fatto che i delitti si puniscono quasi sempre, e comunque si perseguono.
In Calabria ogni evento criminoso è un disastro. Perché si cumula con una miriade di altri eventi, poco puniti e quasi mai perseguiti. E a un’insicurezza indotta dal disprezzo, dei Carabinieri e dell’opinione – le antimafie fanno parte del problema, così violentemente antagoniste dei perseguitati (commercianti, piccoli proprietari, sindaci e assessori) più che dei persecutori. Dal cliché, dallo stereotipo, dal”discorso su”. Per cui dalla violenza non ci si salva. Non c’è modo di combatterla, e in qualche modo bisogna cedere, venire a patti.
Questa traccia sembra rivoltante, e in certo senso disfattista. Ma è il punto da cui una vera antimafia dovrebbe ripartire: riconnettere il tessuto sociale Depurato se possibile dalle sue piccole reti, confessionali, parentali, di ceto, di classe se vogliamo, anche occulte. In Calabria questa è una mancanza evidente, testimoniata dalla diffusione delle reti occulte. Che sono più massoniche – più numerose e ampie – e confessionali che mafiose.
 
Calabria
Parla una lingua che non ha futuro.

“Sono un meridionale dispersivo”, ha lasciato scritto di sé Domenico Marafioti, di San Procopio, “un paesino del circondario di Palmi”, morto di recente a poco meno di novant’anni. Laureato a vent’anni in Filosofia del diritto, brillante avvocato a Roma, con attico sul Monte Mario, dove invitava spesso, autore di un profetico “La Repubblica dei Procuratori” trent’anni fa, collaboratore del “Mondo” di Pannunzio, del “Ponte” e del “Giorno”, e tuttavia conscio di essere “uno che non fa storia”.

Si chiamava Saraceno il vescovo che decretò la fine del rito greco a Reggio e a Rossano. Un francescano, più volte inquisitore nel Regno di Napoli, e organizzatore di crociate per la liberazione di Costantinopoli dai turchi che non ebbero mai luogo.
Candidato vescovo con tre papi, Eugenio IV, Niccolò V e Pio II, da questi infine nominato, Matteo Saraceno si segnalò per l’abolizione totale del rito greco, che ancora accompagnava in molte diocesi il rito latino, malgrado la radicale latinizzazione della Calabria imposta dai Normanni tre secoli prima Più attivo il Saraceno fu nella crociata per la liberazione di Otranto dai turchi, che l’avevano occupata nel 1480, ma morì prima.

Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia”, scriveva Boccaccio nel “Decameron”, iniziando l’avventura di Landolfo Rufolo, il ricco commerciante di Ravello che desidera arricchirsi ancora di più. Converrebbe oggi invitare Boccaccio come testimonial d’eccezione, oppure lasciarlo nella illusione?
Il suo nome ricorre per molti alberghi e ristoranti in Calabria, ma è dubbio che non si tratti del vaso di vetro per le conserve, detto “boccaccio”.

Due sole cantine calabresi fra le 103 italiane censite da “Wine Spectator”, bibbia del settore. Una volta la Calabria era specializzata nel vino: nella costa sopra Locri-Gerace sono stati localizzati palmenti del vino a centinaia. Con molti vitigni autoctoni, di ottima consistenza e sapore. Ma ora che il vitigno “diverso” va a premio sul gusto “internazionale”, la Calabria il vino lo trascura  – renderà bene, ma è faticoso. Ne produce ogni anno meno, ora è quasi al livello della Valle d’Aosta. Spariti gli ottimi bianchi della costa tra Scilla e Palmo, non un  tralcio sopravvive. Per l’eccezionale zibibbo Bagnara festeggiava con famose Sagre dell’Uva negli anni 1950. 
La Puglia e la Sicilia si sono invece portate negli ultimi anni al vertice, scavalcando in quantità, e anche qualità, il Veneto. A opera, in molti casi, di operatori veneti, è vero.

Tre sole etichette della Calabria – di cui due giusto perché bio – tra le centinaia catalogate nell’ “Atlante degli olii italiani”. Della regione che più produce olio d’oliva in Italia, e in Europa. Diecine invece le etichette del Garda o del Piemonte, anche dell’Abruzzo, perfino dell’Emilia, dove gli olivi li contano.
Ma non per cattiveria dell’autore, Luigi Caricato. È che altrove sanno vendere.

Marina Terragni segnala su “Io Donna" la rete “Cangiari”, cambiamento, in una delle sue attività più caratterizzanti: “Telai antichi per cambiare la Calabria. È la scommessa di Cangiari: un brand che «armato» di filati bio e artigiane entusiaste si è affermato nel mondo della moda”. Con un fatturato di 4-5 milioni, dà lavoro a 100 persone. Ma lo segnala come di un’eccezione, mentre è una delle tante invenzioni per sopravvivere. Speciali perché non si può essere normali. A causa della Calabria, ma anche della sua mostrificazione –“fare rete” è quasi impossibile. E della mostrificazione delle sue donne, la metà più qualcosa della popolazione – la famosa “donna del sud”.

Marina segnala che la rete è nata vent’anni fa, come consorzio sociale, da un’idea dell’allora vescovo di Locri, Giancarlo Bregantini. Ma non dice che per questo, per gli “affari economici”, il vescovo fu presto “promosso”, a Benevento. “Il vero pericolo”, le dice Linarello, che presiede il consorzio sociale, “è il discredito”.

leuzzi@antiit.eu 

Boccaccio funereo

Un “Decameron” di morte e separazione. Calligrafico, anche se con le facce sbagliate (televisive? imposte dalla produzione). Fiabesco, come sempre con i Taviani. Giusto, non si può eccepire, c’era la peste. Certamente originale, diverso – ma in quel senso lì, dei film Rai.
Paolo e Vittorio Taviani, Maraviglioso Boccaccio

mercoledì 11 marzo 2015

Letture - 207

letterautore

Arte Ars est celare artem”, Ovidio non l’avrà detto, o Tibullo, ma la maniera è rischiosa.
Altrimenti si casca nel leone della Metro, “ars gratia artis”.

Classici – Quelli scoparsi sono più di quelli tramandati, e chissà erano anche migliori. Sono sopravvissuti solo 7 degli 80-90 drammi censiti di Eschilo, e dei circa 120 di Sofocle. Di Euripide 18 su 92, di Aristofane 11 commedie. “Alla fine del V secolo d. C. il curatore letterario Stubeo compilò un'antologia di prose e poesie dei migliori autori antichi: su 1.430 citazioni, 1.115 sono tratte da opere ormai irrecuperabili”, Stephen Greenblatt, “Il manoscritto”. Nulla di Democrito e Leucipo, quasi nulla di Epicuro, autore molto prolifico. Niente di una serie di autori citati con ammirazione da Quintiliano: Macro, Varrone Atacino, Cornelio Severo, Saleio Basso, Gaio Rabirio, Albinovano Pedone, Marco Furio Bibaculo, Lucio Accio, Marco Pacuvio.

Dio (o Fkaubert) – v. lettere d Flaubert, restaurare qui.

Discorso indiretto - Lo “style indirect libre” Contini dice “invenzione del realismo francese, nel quale i più illuminati grammatici, da Bally a Thibaudet, esaltarono la massima rivoluzione rappresentativa della lingua moderna” (a proposito di Anna Banti, “Artemisia”). Pasolini ne fa anche lui grande caso, al carro di Contini. Ma è quello che ammazza la narrazione: un’intrusione a metà dell’autore, come se parlasse di sghembo.

Giornale - La lettura del giornale è “la preghiera quotidiana” di Hegel? Ma allora un  esercizio di pietà: ripetitivo, come un’abitudine, una giaculatoria, il sacro di casa. Oggi, ovvio, più di allora.
Ma ne “Il brusio del linguaggio” (“Scrivere, verbo intransitivo”) Barthes già osservava che “Il lavoro di scrittura oggi non consiste né a migliorare la comunicazione né a distruggerla, ma a filigranarla”. Donde l’importanza dei concetti teorici (direttivi) di paragramma, di plagio, d’intertestualità, di falsa leggibilità”.

Nazismo – Annegato dalla storia frettolosa negli errori e gli orrori, ha una consistenza culturale di prim’ordine. Parte della terminologia di Hitler, Haltung (tenuta, portamento), Opfer (sacrificio), nützen (servire), Gesamtheit (comunità, comunanza), Ehre (onore),onore), Volk (popolo, razza), völkisch, è derivata da Jünger, e molto frequente in Heidegger negli anni dopo il 1930. Heidegger usa molto anche Schicksal (destino), Boden (suolo, territorio), Blut (sangue), Rasse, seppure tra virgolette – le preferisce Stamm (stirpe), senza virgolette. Le usava anche Gottfried Benn, che poi ha fatto ammenda.
Jünger, “Der Arbeiter”, 1932, Forsthoff, “Lo Stato totale”, C.Schmitt, “Stato, movimento, popolo” e “Concetto del politico”, terza edizione con interpolazioni naziste 1933, sono pubblicati dallo Hanseatische Verlagsanstalt di Amburgo, casa editrice del partito nazista.

Parodia – Può essere solo scherzo. Altrimenti è infelice ripetizione. Kierkegaard lo spiega: “Il quadrato è la parodia del circolo: la vita e il pensiero sono un circolo, mentre la pietrificazione della vita prende la forma della cristallizzazione. L’angolare è la tendenza a restare statici: a morire”.

Proust – Si può pensare la “Ricerca” una colossale forma d’ironia, altrimenti tutto rasenta il ridicolo: la gelosia in mille pagine (mille! di uno, il narratore, che non è  mai stato innamorato, si sa, si sente), i froci, le lesbiche, le puttanelle, i borghesi pieni di sé, il padre-Cottard, la madre-Verdurin (o madame Straus e le altre madri alternative), gli stessi duchi, a loro volta snob. Ma non senza compassione, che ne è la chiave: l’autoconsolazione.
Non un altro Proust, quello più vero - più costante, anche nell’amore, specie nell’amore. Il suo fondo, prima della “Ricerca”, e per lunghi tratti della “Ricerca”, è l’ironia. Nello stesso ano 1919 in cui licenziava il primo volume della “Ricerca” pubblicava orgoglioso, non a sue spese, la raccolta di “Pastiches et mélanges”, dei suoi scherzi letterari.

Romanzo – Se lo fa in realtà il lettore? Aiutato, certo, dal critico. È per questo che il lettore non c’è più, e nemmeno il romanzo? Perché non c’è più il critico?
Il romanzo oggi è fatto dalla distribuzione (librerie), dal marketing (filoni di pronto consumo),  e dalle relazioni pubbliche (soffietti giornalistici o blurb)

Il romanzo esige una “willing suspension of disbelief”, Coleridge. Bisogna credere per leggere.

Le dieci caratteristiche della narrativa in Dante (Ep. XIII). Le cinque della vecchia arte poetica: poeticus, fictivus, descriptivus, digressivus, transumptivus. E le cinque dell’arte filosofica: diffinitivus, divisivus, probativus, improbativus, et exemplorum positivus. La stilistica, cui bono?

“Un buon soggetto di romanzo è quello che viene tutto d’un pezzo, d’un colpo. È un’idea madre da cui tutte le altre discendono. Non si è del tutto liberi di scrivere questa o quella cosa. Non si sceglie l’argomento. Ecco ciò che il pubblico e i critici non capiscono. Il segreto dei capolavori è là, nella concordanza dl soggetto col temperamento dell’autore”. Flaubert lo scriveva a una corrispondente molto frequentata, Edmée o Edma Letellier, sposata Roger des Genettes, esattore. Era probabilmente il 1861, lo scrittore usciva dalle doglie di “Salammbô”, romanzo da cui si attendeva molto, ma con qualche dubbio.

Satira - La satira tiene due ore e mezzo – la lunghezza di Aristofane.
Anche Rabelais si legge a pezzi – e perché è Rabelais.
L’ironia non regge una narrativa, solo l’aneddotica. Se non lievitata – alleviata – al modo dell’Ariosto, per una lettura multiforme, più immaginativa che critica, esagerata, e diventa patrimonio popolare.
No, l’ironia (Swift, Voltaire, anche Sterne) è un impianto - una posizione nella vita, una rigidità: per questo dissecca.

Scrittura - C’è nella scrittura, nella buona scrittura, dotata, qualcosa di più grande del percepito e dell’espresso, o del vissuto. Freud e Heidegger (e Nietzsche, eccetera), o Stendhal e Schopenhauer (ma anche Platone, Rousseau, eccetera), scrittori dotati, sono molto più grandi delle loro teorizzazioni, o del loro misero vissuto. Di una grandezza incomparabile, poiché la misura un fascino sterminato.
Ciò può essere fonte di meraviglia, entusiasmo o paura. Ma è esaltante: da solo dà la misura del potenziale umano, della realtà dell’uomo. 

Lo scrittore Kierkegaard vuole “svagato lettore”. Un narratore di letture!
Kierkegaard cui Adorno trova (“Kierkegaard”) “dialoghi operistici”.

Shakespeare – È Dio, arguisce Dorothy Sayers in “The maker of the Mind”. Le nostre speculazioni su Shakespeare sono quasi altrettanto pirotecniche e folli come le nostre speculazioni sul creatore dell’universo, e come quelle si occupano frequentemente di stabilire che le sue opere non furono scritte da lui ma da un’altra persona con lo stesso nome”. Lo stesso che dire: l’autore è un creatore.

letterautore@antiit.eu