Simenon fa le prove, nel 1930, del
giallo alla Chandler, impacciato. Forte nell’ambientazione, una porto di pesca
nella Normandia, ma senza personaggi veri, che reggano la storia. E senza
indizi, Non sa dare un nome al suo detective, che chiama G.7. E casca nel
vecchio giallo all’inglese, del compagno-narratore, testimone muto, e delle
venti pagine di ricostruzione finale, ad argomentare indizi pretestuosi..
Georges Simenon, L’énigme de la Marie Galante,
Folio, pp. 79 € 2
martedì 17 marzo 2015
lunedì 16 marzo 2015
Dove andremo a finire?
Dopo
avergli fatto la guerra per quattro anni, e avere armato e foraggiato l’Is, gli
Usa ora vogliono riabilitare Assad. Anche
di Gheddafi si dice che sarebbe stato meglio. Lo stesso in Ucraina, la
dislocazione entusiasta si è spenta di colpo. Putin può accusare gli Usa di
avere defenestrato un anno fa il presidente eletto Yanukovich, di conserva con
l’appendice britannica, e sostenere di avere allora preordinato l’allerta
nucleare per proteggere “il sacro suolo della Crimea”, senza suscitare nessuna
reazione. Per che cosa gli Usa ci chiamano a combattere?
Gli Usa forse
non ci vedono bene, essendo lontani dalla Siria e dal Mediterraneo. Ma la crisi
siriana significa un milione di profughi, forse due, o tre. E la destabilizzazione
dell’Ucraina ha comportato sanzioni antirusse che all’Europa costano molto.
Qual è il progetto?
È anche
vero che la servitù è al fondo volontaria. Così e non peggio, dobbiamo
ringraziare gli Usa?
Il sindacalismo all’opera
Il sindacalismo
all’opera – all’Opera di Roma e alla Scala – si può pensare vittima della
pratica quotidiana: si perdono di vista i fatti reali. Anche quello dei vigili
urbani romani la notte di Capodanno, tutti improvvisamente ammalati: uno
scherzo ci può stare. Ma dove altro il sindacato è all’opera? Nei termini cioè
non riduttivi e assurdi che ognuno vede quotidianamente nei servizi pubblici: a
scuola tra i bidelli, alla posta, negli uffici fiscali, comunali, ministeriali.
Del non lavorare, cioè, e comunque del non risolvere ma incasinare. E della
mancata protezione del lavoro e dei lavoratori, dato che i licenziamenti si
moltiplicano e le retribuzioni si assottigliano in valore.
Ottimo
sindacalismo all’opera si può dire anche quello di Landini, “primo ruolo” oggi
in voga alla tv, telegenico, dalla voce peraltro bene impostata. Uno che però,
quando ha cinque seguaci, e tutti in carriera nel suo sindacato, la Fiom, proclama
uno sciopero? Chi protegge i lavoratori d questo sindacato?
ht:
normal'>Il PassatoL’amore feticcio è l’amore capriccio
Il seguito di “Una separazione”, Orse d’oro
a Berlino, Golden Globe e Oscar 2012. Anche questo premiato a Cannes l’anno
successivo e ricandidato agli Oscar, ma subito passato agli atti e ora visibile
in videocassetta e sulla tv a pagamento. Una rappresentazione della miseria
dell’individualismo, della ricerca individuale della felicità in cui buona
parte dell’umanità si è specializzata. Quella del desiderio e del diritto alla
felicità, qui e subito. In forma revisionista, sul ruolo deflagrante e perdente
della donna.
Non una denuncia, una ricostruzione
accorata. Il vecchio egoismo non viene menzionato, piuttosto la confusione mentale,
l’inadeguatezza, ma è scolpito. Tra gli adulti e, peggio, degli adulti coi bambini,
l’insensibilità che ora è d’uso. Non si può abolire il passato, non quello di
quattro matrimoni più o meno duraturi e con figli, e non si può abolire il
presente, i sentimenti e risentimenti di ognuno, anche bambino. L’amore
feticcio è l’amore capriccio.
Uno svolgimento non apodittico, Farhadi
è per l’ambiguità. Anche qui, come in “Una separazione”, le verità s’impongono
e si sciolgono. Ma questo gioco, della verità non rivoluzionaria, non
definitiva, vede tutti perdenti. Tutti quelli che giocano all’amore improvviso,
assoluto, definitivo.
Asghar Farhadi, Il Passato
domenica 15 marzo 2015
Problemi di base - 219
spock
È la vita una pausa nella morte,
o la morte un “accidente” della vita?
Se l’eternità
ci libera dalla morte, perché rifiutarla?
Perché
vedersi nell’eternità? Perché no, è la sola misura dell’onestà
È più falso il bilancio di Squinzi o quello di Grasso?
Che altro ha fatto Grasso – oltre a scaldare le poltrone?
Landini riunisce la sua coalizione a Roma, ma sono sempre
in cinque: sono gli stessi di Pomigliano?
Si vive per cambiare – o si cambia per vivere – ma innovatori
immobili, che specie è?
spock@antiit.eu
La verità è insidiosa dello sterminio
Fabio Levi raccoglie, con Domenico
Scarpa, le testimonianze su Auschwitz rese da Levi fino al 1986, poco prima della
morte - testi non compresi nelle opere curate per Enaudi da Marco Belpoliti nel 1997. C’è poco di
Levi, della sua versatile qualità di scrittore, chimico, poeta, germanista,
naturalista, con velleità anche artistiche, sempre curioso e vivace, e anche
umorista, indefettibile, pure nella tragedia. C’è, spesso in forma burocratica,
reiterata, insieme con quelle del compagno di prigionia Leonardo De Benedetti,
medico, torinese e vicino di casa di Levi, la sua testimonianza sulla prigionia.
Testi perlopiù del 1945-1947, in parte inediti, in parte pubblicati in atti
introvabili di convegni.
Una raccolta commovente, e inquietante.
Per l’organizzazione: era organizzato lo sterminio per i molti, e la
sopravvivenza per gli altri. Questo si sa. Ma Levi e De Benedetti attestano che
l’organizzazione non fu peggiore dei campi di prigionia, anche alleati, anche a
distanza di anni dalla guerra. Lo sterminio si conferma nella sua abiezione proprio per essere organizzato, non
estemporaneo, non un fatto di crudeltà dei crudeli. Gli atti di crudeltà che le
memorie registrano, di soldati e SS, avvengono nella ritirata, successivi alla
sconfitta. Ma c’è materia anche per i negazionisti, che i campi fossero di
sterminio.
Levi e De Benedetti descrivono un’organizzazione
sanitaria migliore di molti altri campi di prigionia. Dilatano retoricamente il
regime carcerario – troppe ore di tormenti per una giornata che, a quelle
altitudini, per sei mesi è brevissima. Testimoniano
in dettaglio le procedure di sterminio di cui però non hanno conoscenza diretta
– né possono testimoniare per sentito dire, poiché i membri dei Kommando appositi
dicono la peggiore feccia: “di aspetto selvaggio”, “bestie feroci”, “reclutati
tra i peggiori criminali condannati per gravi reati di sangue”.
La tentazione di Fabio Levi, storico della
persecuzione degli ebrei, è probabilmente di ricostruire i fatti nella loro
verità fenomenologica, prima del giudizio storico. Ma la materia è sempre viva,
non è agli atti – il nazismo ha solo peso la guerra.
Primo Levi (con Leonardo De Benedetti), Così fu Auschwitz, Einaudi, pp. 245 €
13
Fisco, appalti, abusi (67)
Chi
è passato ed è nel mercato libero dell’energia paga la bolletta più cara del
16,7 per cento per l’elettricità rispetto ai consumatori nel mercato tutelato,
e del 7,9 per cento per il gas. Paga il 17 e l’8 per cento in più del dovuto?
Questo secondo gli studi dell’Autorità per l’Energia, che dovrebbe tutelare il
mercato, gli utenti.
O
il mercato è più caro del non mercato?
Le
Poste perdono un miliardo e mezzo con la corrispondenza, lettere e pacchi.
Malgrado il contratto di servizio con lo Stato, che garantisce una parte dei
costi. Le Poste perdono, dice l’ad Caio, “a causa dell’accresciuta
concorrenza”. Che quindi ci guadagna.
Un
plico spedito da Crescenzago a Roma con Sda-Poste fa questo percorso:
11-03-2015
|
10:23
|
ARRIVO AL CENTRO POSTALE
|
Bologna
|
11-03-2015
|
10:23
|
IN LAVORAZIONE
|
Bologna
|
11-03-2015
|
08:42
|
IN CONSEGNA
|
Roma
|
11-03-2015
|
06:38
|
ARRIVO AL CENTRO POSTALE
|
Roma
|
10-03-2015
|
11:37
|
LA SPEDIZIONE E' IN VIAGGIO
|
Hub Pacchi Bologna
|
E
a Bologna che ci fa? Non hanno inventato la logistica?
Si
va alla Posta, di nuovo dopo la breve esperienza Passera, come alla Cayenna,
con la morte nel cuore. Ma ci sono isole felici: a Roma, per esempio, piuttosto
che fare la fila in via Quadrio, almeno un’ora, anche se non c’è nessuno,
conviene scendere a piedi fino a via Arenula, quattro km., dove non c’è coda
anche se ci sono meno sportelli. Tra andata e ritorno il tempo sprecato è lo
stesso della coda, ma con una passeggiata igienica in più. Non hanno inventato la produttività alle Poste?
sabato 14 marzo 2015
Ombre - 259
Dunque, il papa vorrebbe una pizzeria, e poi
morire (“non vivrò a lungo”). Non si può dire che non sia umile.
L’Is invece vuole Parigi, Roma e l’Andalusia. Ma
non la Germania, che è la più ricca di tutti. Vuole uscire anche lui
dall’euro?
Singolare contesa a “Invasioni barbariche” tra
Daniela Santanché, capofila della destra pura e dura, da una parte, con Vittorio
Feltri, compassati, composti, berlusconiani ma non troppo, e dall’altra Gianni
Barbacetto, sfottente e prepotente. Non si sapeva da che parte era il
manganello, con l’olio di ricino.
Anche il pubblico, a “Invasioni barbariche”,
era entusiasta di Barbacetto - delle lucine
rosse del regista che chiamano l’applauso. E anche questo è chiaro: il fascismo
è di massa, De Felice aveva ragione.
Papa Francesco non ha ricevuto il Dalai Lama,
nominerà i vescovi che il Pc cinese gli proporrà, e non si occupa dei due
vecchi cardinali da sempre carcerati – uno vecchissimo, probabilmente morto.
Sarà pure buono, ma poi?
È incredibile quante signore e signorine diano
materni consigli con interviste sui grandi giornali a Berlusconi su come
spendere il capitale di credibilità riacquistato con la sentenza Ruby. Effetto
della sua campagna acquisti, un po’ come al Milan, altra squadra di signorine?
Effetto delle quote rosa ? Lettori – maschi – dei giornali, unitevi?
Entusiasmo, anzi festa, “la Repubblica-Roma”
dedica all’evento due pagine, delle cronache romane: il Comune del sindaco
benedetto Marino ridurrà la Tari dell’1,5
per cento, ha in animo, sta pensandoci - dopo averla aumentata del 5: “Con il
nuovo piano Ama tassa ridotta di 5 euro”, a corpo 72. Non si può dire che siano
venduti, perché lo fanno gratis.
“Ora affronteremo l’universo oscuro”, promette
(minaccia?) Rubbia a “Repubblica”. Non nascondendo che “la natura è tutta da
scoprire”. Dopo duemilacinquecento anni di fisica – e quello che si sa è dei
primi anni dei duemilacinquecento. Rubbia è simpatico, ma con una faccia che
ride, mentre gongola per i sincrotroni miliardari, di cui il mondo si riempie. È
la prima volta che la scienza arricchisce, quella dei particellari. E Rubbia
sembra dire: siamo dei burloni.
Cronache romane in delirio per l’ Operazione Tavolino Selvaggio, su tre ristoranti
del centro: “All’intervento hanno preso parte, oltre al comandante (dei Vigili)
Clemente e al vice Renato Marra, la presidente del I Municipio Sabrina Alfonsi,
l’assessore al Commercio Emiliano Pescitelli e l’assessore alla Mobilità Anna
Vincenzoni”. I tavolini ballavano?
Mancava il sindaco: non fa nulla, tutto il
giorno?
Due pagine e quattro articolesse del “Corriere della sera” su Berlusconi in
Cassazione. Assolto, ma tre di essere ne parlano per condannarlo. La sentenza attesa
– telefonata? – era di condanna.
Si gioca
Lazio-Fiorentina, due squadre divertenti, lunedì alle 18. E Juventus-Sassuolo
sempre di lunedì, alle 21. Per allontanare la gente dallo stadio? Che cos’è il
calcio, un action movie? Una sit-com?
23.226
arresti ingiusti, da dal 1991, da quando esiste la legge Vassalli che li
punisce. Pochi per i giudici. E invece sono un enormità. Frutto di pregiudizio
perlopiù, anche politico, anche sociale, e di neghittosità, pressappochismo,
indifferenza. Lo facevano una volta i Carabinieri, che sono all’origine della mafia,
al Sud: prendevano un “colpevole”, lo bastonavano in caserma perché
confessasse, e comunque lo sbattevano dentro.
Il numero
è al netto di chi, una volta libero, soprattutto se ne sta lontano dai
tribunale e le polizie, come consigliava Karl Kraus, non per chiedere giustizia.
La responsabilità
dei giudici è una norma obbligata in Europa, ma Mattarella non ha voluto
ricordarlo, lui viene dalla Sicilia.
Con l’allenatore
Mazzarri l’Inter era a cinque punti dal terzo posto (Champions League). Con
l’allenatore Mancini e un campionato aggressivo al mercato di gennaio, malgrado
sia in amministrazione controllata, l’Inter è scesa a meno dieci punti. Ma è
contenta. La pubblicità è l’anima del commercio – dei tifosi?
Il
calciatore Nainngolan rompe una gamba, con un intervento scomposto, a un calciatore
avversario. Viene solo ammonito, in ritardo, a malincuore. A uno spettatore che
s’indigna, tutta la Domenica Sportiva prende indignata le difese di Nainngolan.
Etichette:
Il mondo com'è,
Informazione,
Ombre
Scalfari scettico credente
È il sesto di una serie ventennale di ricordi personali e
familiari. Il nonno paterno, che ritrova in una corrispondenza di Antonio
Baldini, “L’Italia del Bonincontro”. Le mogli, le figlie. Un convincentissimo
Edipo rovesciato, tra lui e i genitori – un “caso” che dovrebbe fare testo nell’anamnesi
della famiglia contemporanea, di genitori che buttano tutto addosso ai figli. Una udienza familiare da papa Pacelli. E
“un mutamento” che gli rivoluziona la vita in giovane età, che però non
racconta – ci sarà un settimo tomo?
Un romanzo di formazione, necessariamente ex post, come
il genere esige, solo da un termine più tardo. Con una, peraltro cristianissima, ossessione
della morte. Su cui molto ha insistitito nelle prose filosofiche, ma assente dai precedenti capitoli biografici. La vita moderna in appartamento non consente l’epicedio di cui si dilettava
Montaigne: “Desidero che la morte mi trovi mentre pianto i miei cavoli”. Ma
Eugenio s’industria lo stesso a curare i cavoli suoi – di una vita tutta
proiettata all’esterno, da uomo d’azione, ricordi intimi pochi, scelti. Perché vedersi nell’eternità? Perché no,
è la sola misura dell’onestà. A lui piacerebbe, lo dice anche, ma si guarda bene dal prendere le misure.
Si proietta in Prometeo, con ragione. E in Enrico V, il
sovrano buono della tragedia, fino a che lo lasciarono fare. Gli amori proietta
in Tristano, ma anche in Abelardo, possessivo. E delle morte temuta sa essere a
tratti felice esorcista. In un’accesa cosmogonia. Ma di Giuda fa un resistente,
al dominio romano.
È una filosofia, quella di Scalfari, come consolazione. Come
quella di Boezio, altro illustre testimone della decadenza e la desolazione. Ma
con la storia (Scalfari dice l’Io) come baluardo contro la morte – contro l’esame
di coscienza? È anche il tormento dello “scettico
credente”, come Bonaiuti ebbe a dire di Giuseppe Rensi, il filosofo scettico
degli anni di formazione di Scalfari. Altrettanto dotato di “potente
individualismo”.
Eugenio Scalfari, L’amore,
la sfida, il destino, Einaudi, pp. 137 € 11
venerdì 13 marzo 2015
Secondi pensieri - 209
zeulig
Confessione –
Erroneamente è assimilata all’analisi, se non
per la forma esteriore, in colloquio, col confessore muto. Al
confessionale è conferma dell’afflizione e della pena, dall’ analista è
virtualmente liberatoria. E in qualche modo risarcitiva, dell’errore e della
sofferenza.
È in questa
differenza probabilmente l’origine dell’impasse
del ruolo sacerdotale nel suo insieme, e dell’istituzione confessionale
nello specifico.
Dialogo – È di
un’epoca di socievolezza. Era in antico, quando era ferace, ora è sterile:ora è
di solitudini. Dialoghi in realtà di sé a se stesso, per non avere
interlocutori altri. Ma anche qui è forma muta: scrivono dialoghi, filosofici e
di altro genere, persone che non riescono a comunicare con se stesse..
Dio – “Quando
gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è
stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo”. È riflessione di
Flaubert in una lettera. Di cui Marguerite Yourcenar ha fatto tesoro, dice nei taccuini
di lavorazione dell’opera, per le Memorie di Adriano”. C’è uno stato di minore
urgenza della divinità, in varie epoche, probabilmente nei momento di crescita,
sicurezza, ascesa, sociale (familiare, tribale, nazionale) e\o personale.
La citazione
è in realtà di M.Yourcenar. Nessuno si preoccupa di sapere dove e come Flaubert
ne ha parlato. Ne ha scritto a una Mme Roger des Genettes, Edmée o Edma
Letellier, moglie di Roger des Genettes, esattore, una signora di cui aveva
grande stima. In data non accertata, che dovrebbe comunque essere un giorno del
1861, quando era nelle doglie di “Salammbô”, il romanzo da cui si aspettava la
gloria. Nel lettera Flaubert dice almeno due cose importanti. Una è sul romanzo:
l’idea del romanzo deve venire “di getto”. L’altra è su Lucrezio, a cui la citazione di
Yourcenar si riferisce. Che Flaubert compara a Byron: “Avete ragione, bisogna
parlare con rispetto di Lucrezio; non gli vedo di paragonabile altri che Byron,
e Byron non ha la sua gravità, né la sincerità della sua tristezza”.
La
solitudine di cui Yourcenar si faceva forza è per Flaubert la condizione della
malinconia. Dopo Byron, così prosegue: “La malinconia antica mi sembra più
profonda di quella dei moderni, che sottintendono tutti più o meno l’immortalità
al di là del buco nero. Ma, per gli
antichi, questo buco nero era l’infinito stesso; i loro sogni si disegnano e
passano su un fondo d’ebano immutabile. Niente grida, niente convulsioni, nient’altro
che la fissità d’uno sguardo pensieroso. Gli dei non essendoci più, e il Cristo
non ancora, c’è stato, da Cicerone a Marco Aurelio, un momento unico in cui c’è
stato l’uomo solo”. Flaubert dice quello che Yourcenar cita ma con un’inflessione
negativa: “Non trovo in nessun posto quella grandezza, ma ciò che rende Lucrezio
intollerabile è la sua fisica, che egli dà come positiva. È perché non ha
dubitato abbastanza che è debole; ha voluto spiegare, concludere!”
Fenomenologia - “Cominciamo
a sospettare che l’approccio puramente analitico ai fenomeni ci sta portando
solo più e più in là nel’abisso della disintegrazione e della casualità”.
Dorothy Sayers, filosofa per passione, fa tuttavia (“The mind of the maker”)
una considerazione fenomenologica sulla fenomenologia stessa che manca. Fino a
dove arriva la destrutturazione, prima
di trasformarsi in un’ideologia della crisi?
Follia – È di moda
nella psichiatria come liberazione. E in
letteratura come creatività – col surrealismo, e con Sade redivivo, Peter Brook,
le droghe, molto rock: se ne fa uso come di sorgente di verità e virtù. Mentre
è la costrizione della mente, forzata all’isolamento e all’iterazione. Non si possono
dire uno spazio ristretto (ricovero, accadimento) e una costrizione mentale, fisica,
fisiologica un’apertura. Se non in un universo di per sé più concentrazionario
e monotono, ripetitivo.
Inedito – Se non si
legge non è detto (scritto). La lettura (condivisione) è coessenziale al
testo. L’espressione è comunicazione. L’inespresso,
ancorché scritto, è non esistente.
Ipocondria – È egoistica e brutale. Tale la dice Lucrezio
nel “De rerum natura”. Trascorrere l’esistenza nell’ansia del trapasso è
follia. Infliggere quest’ansia agli altri è egoistico e brutale. Sembrerebbe di
no, essendo uno stato morboso. Una malattia, di cui quindi non è si è
colpevoli. Ma non lo è per l’ipocondriaco, che in genere non ne soffre. È una
specie di gabbia con gli aculei, con gli speroni: per far male più che per
difendersi - poiché l’ipocondriaco non vuole difendersi.
Materia –
S’intende qualcosa di reale, un composto fisico-chimico , anche nella sua
struttura elementare. Come opposto all’immaterialità, informe e indefinibile
perché non “reale” – spirituale, razionale, vitale sono approssimazioni. Che tuttavia
è ben più reale (consistente), se non altro perché definisce la materia.
Non ha fatto
progressi da Lucrezio, evoluzione compresa e selezione naturale. Anzi da
Democrito. Duemilacinquecento anni di ricerca e la fisica della materia è
sempre quella.
Riso – Cristo
non ride. Probabilmente rideva, si evince dagli aneddoti della sua vita, ma gli
evangelisti non lo fanno ridere, né la patristica, né la teologia, da sant’Agostino
a san Tommaso. Non si ride del resto nella Bibbia, cui i vangeli si conformano.
E questo è un limite, poiché il riso esiste.
Scrivere - Non è
nulla in sé, non è un atto produttivo: è come parlare, le parole scritte non
sono meno volatili di quelle dette. Si “scrive”, si è “scritto”, quando si
viene letti, quando si è stabilito un contatto con altra memoria. Lo scrittore
è altrimenti un conversatore – brillante, incontenibile, noioso, fluviale, che
sia. Per quanto amabile possa essere. E poi c’è il famoso Didimo di Alessandria.
Uno che ha scritto 3.500 opere senza lasciare nulla. Forse pseudonimo – o eponimo,
per dire dell’inesistenza della scrittura in sé: Didimo avrebbe “scritto” un’opera al giorno
per dieci anni, oppure una ogni tre giorni per trent’anni, una ogni sei per sessant’anni,
e nulla ne è rimasto. A parte il soprannome, “Calcentero”, stomaco di ferro –
di bronzo a essere precisi.
Storia – Prende sempre più piede nella narrazione,
anche al di fuori del “romanzo storico” – la metanarrativa. Nel senso di dessous della narrativa. E nel senso di
Lyotard, specie ora che altre letture (media, rete) sono disinformative: della
storia come verità, o “tutto” di una certa cosa, su basi razionali. A uso del
potere, ma anche della giustizia, della conoscenza, della saggezza.
La
narrazione per la narrazione che U. Eco ha popolarizzato (“Il nome”, “Il
pendolo”), e di cui il postmoderno generazionale (Baricco e le scuole di
scrittura – le “nuove leve”) si è appropriato, di una storia che non è storia,
una geografia che è nessun luogo, nomi che non sono persone, neanche per
approssimazione, è un gioco gratuito che non lascia memoria, e può anche
dispiacere nel suo stesso srotolarsi come meccanismo, dopo la prima sorpresa.
Le
storie nella storia aggiungono e non spiegano. Non fanno da contrappeso, a
un’inferenza, a un parere, a un detto o regesto
Né operano algebricamente – un positivo, per esempio, dalla somma di due
negativi. Aggiungono indeterminatezza a indeterminatezza.
Sono
dunque inutili? Non più del procedimento narrativo classico, della storia con
un impianto, un principio, un filo e una fine.
Tradizione – Vive in
quanto pregnante – nuovamente, sempre. Si fa valere come un ritorno al passato,
una forma del buon ricordo. E in una sorta d’immutabilità. Mentre è solo viva
in quanto muove e commuove oggi, rinnovata, come estratto o rilettura. In forme
e con sensi che la rivitalizzino e la impregnino.
Non c’è la
tradizione, naturalmente, nel mentre che si fa. È una resurrezione, anche se
non di un cadavere: di una morte apparente.
zeulig@antiit.eu
Renzi casca a scuola
La scuola ai presidi sarà una “riforma”
memorabile: dopo Gentile Renzi. Ma nell’ignominia. Una riforma burocratica,
com’è possibile? Imposta dal ministero, questo si può capire, a una ministra
che è come il suo referente Monti, superficiale. Ma Renzi?
Come fare finta che il “plesso scolastico” sia
un’azienda? E il preside, o direttore di circondario come si chiama, un imprenditore
illuminato. È mai andato a scuola, Renzi? I suoi figli non vanno a scuola?
Sono trent’anni che si finge il decentramento
della scuola e l’aziendalizzazione, da quando il Pci si convertì all’improvviso
al privato e al mercato. Che, ammesso sia utile o giusto, è impossibile. Ancora
non si è capito che i presidi, come i sovrintendenti, come i prefetti, forse
sanno amministrare, ma nulla di più: non gestire, non “fare”. Renzi non era
quello del fare, contro la burocrazia?
Ogni giorno ci cambia campagna: ci dia un indirizzo
che duri due giorni.
La fine “non consona” di Majorana
Come tutti i “chi l’ha visto” è visto
dappertutto. Ora anche in Venezuela. Ma in questa memoria familiare qualcosa di
vero c’è. Stefano Roncoroni, critico di cinema e regista tv, è biscugino di
Ettore Majorana, e ha potuto parlare con chi per primo aveva cercato Ettore, il
suo proprio padre, e il fratello maggiore dello scienziato, Salvatore. Ettore
Majorana è morto poco dopo la scomparsa, nel 1938. Oppure era “uscito pazzo” ed
è stato nascosto. La famiglia fece una donazione di ben 20 mila lire, una cifra
enorme, una delle poche cose certe, a favore dei gesuiti di Acireale qualche mese dopo la scomparsa, e i gesuiti ne accusarono ricevuta “per il compianto Ettore Majorana” e per “il caro estinto”, al quale avrebbeo anche dovuto intitolare una borsa di studio.
Roncoroni non trae conclusioni, perché sa che in famiglia non sono gradite. Ma è
certo che la verità è in famiglia, in carte non ancora pubblicate, divise tra
gli aventi diritto. Ciò che ha saputo oralmente, dal suo proprio padre e da Salvatore,
lo ritiene reticente. Analogamente, sempre critico, utilizza la ricostruzione
che “a uso della famiglia”aveva redatto lo zio di Ettore, Giuseppe Majorana,
avviata a fine estate 1939 e non completata per le cattive condizioni di salute
– lo zio morì a fine 1940. Soprattutto la analizza, per ciò che il racconto non
vuole dire. Il tutto sarebbe stato nascosto per ragioni di decoro familiare - i
Majorana erano una famiglia in ascesa in politica – e per riguardo alla madre
dello scomparso.
I Majorana sono sette famiglie, eredi di
sette fratelli: Quirino a Bologna, Fabio e le due sorelle Elvira ed Emilia a
Roma, Giuseppe, Angelo e Dante in Sicilia. La nonna materna di Roncoroni, Elvira,
era sorella di Fabio, il padre di Ettore – la madre Lavinia ed Ettore erano
cugini. I sette fratelli erano figli di Salvatore Majorana Calatabiano, deputato
di Catania per quattro legislature nelle fila della sinistra, ministro dell’Agricoltura,
Industria e Commercio nel primo e terzo governo Depretis, senatore dal 1870.
Una famiglia molto unita, cioè compatta
verso l’esterno, ma anche competitiva all’interno. Giuseppe era il primogenito,
e si assunse il compito di “coprire” la fine di Ettore.
Majorana aveva avuto problemi. A fine marzo 1938 aveva progetao il suicidio sul postale Napoli-Palermo -
“il mare non mi ha voluto”, scrisse a casa. In autunno scomparve. Fu segnalato in Calabria, nella zona boscosa di un paesino del catanzarese che i familiari non precisano, he però hanno visitato: vi si recarono, in un vianggio di tre giorni, il fratello maggiore Salvatore e il cugino Roncoroni, il padre di Stefano. L’ipotesi più probabile è che, per un motivo che non si sa, di salute, di stress, forse sessuale (Roncoroni propende per la scoperta dell’omosessualità), aveva deciso di mollare una vita che gli era stata per molti aspetti imposta, e non reggeva più. La decisione di mollare tutto avrebbe accelerato anche il deperimento di una costituzione fisica già debole.
“il mare non mi ha voluto”, scrisse a casa. In autunno scomparve. Fu segnalato in Calabria, nella zona boscosa di un paesino del catanzarese che i familiari non precisano, he però hanno visitato: vi si recarono, in un vianggio di tre giorni, il fratello maggiore Salvatore e il cugino Roncoroni, il padre di Stefano. L’ipotesi più probabile è che, per un motivo che non si sa, di salute, di stress, forse sessuale (Roncoroni propende per la scoperta dell’omosessualità), aveva deciso di mollare una vita che gli era stata per molti aspetti imposta, e non reggeva più. La decisione di mollare tutto avrebbe accelerato anche il deperimento di una costituzione fisica già debole.
“La vicenda di Ettore s’è conclusa in
modo non consono”, usava dire in famiglia. La famiglia non approvava la sua
decisione di lasciare la fisica, la carriera universitaria. E fece di tutto per
nasconderne la scomparsa alla sua mamma. Una prassi familiare “normale” all’epoca. Troppo semplice?
Stefano Roncoroni, Ettore Majorana, lo scomparso e la decisione irrevocabile, Editori
Internazionali Riuniti, pp. 415 € 18
giovedì 12 marzo 2015
Ma che calcio è?
Partita
epica, apparentemente, nella migliore tradizione del calcio giocato: una squadra
in dieci, priva per tre quarti della partita del suo campione, batte
l’avversaria più qualificata, sul suo campo. Chelsea-Paris Saint Germani potrebbe
essere stata questo. Ma chi ha seguito la partita si stropicciava gli occhi: due
ore di capricci del Chelsea, con un arbitro impegnato a favorirlo, Bjorn
Kuipers per la storia – non tutt’e due le ore: al centodiciannovesimo minuto,
alla fine dei supplementari, Kuipers s’è voluto equanime.
Una
dozzina di falli tattici del Chelsea per impedire il contropiede Psg mai sanzionati
- al più qualche punizione, al rallentatore, come voleva il Chelsea. Rimostranze
e provocazioni a cascata del Chelsea sanzionate con cartellino giallo, ai francesi.
Specie quelle di Diego Costa, un prim’attore col ghigno stampato, sfottente. Fallo
lieve di Ibrahimovic, il giocatore chiave del Psg, ed espulsione. È stato come
se Kuipers se l’aspettasse..
Nella
scena dell’espulsione, una foto che spopola sui siti britannici mostra nove
giocatori del Chelsea che pressano l’incredibile arbitro. Mentre il decimo,
Oscar, simula a terra dolori che non ha – sarà sostituito ma perché fuori partita.
Una scena “disgustosa”, “ignominiosa”, “disonorevole”, scrivono commentatori e
giornali. Oscar non era antipatico, quando era allenato da Benitez, ma a 23
anni fa ora un brutto effetto. Tanto più che il fallo era suo, a gamba tesa, e
non di Ibrahimovic, che invece piega il piede, per evitare l’impatto. Ma che
dire dell’arbitro? Un cretino non può essere.
Un
arbitro talmente incapace che si preferirebbe pensarlo comprato. O è della
mafia di Mourinho? O di quella di Abramovic? E del calcio? Si capiva che il
Chelsea doveva passare il turno. Forse
per tenere aggiogato allo schermo il pubblico britannico, che è più calcistico
di quello francese, unica squadra isolana ancora in gara, dopo l’eliminazione
quasi certa di Arsenal e Manchester City, sconfitti in casa all’andata.
E che
dire dell’espulsione record a Monaco, a tre minuti non ancora trascorsi dall’inizio?
Il Bayern aveva paura dello 0-0 dell’andata. Di una squadretta che costa un
decimo. O di quella del torinista Benassi a San Pietroburgo - sempre al minuto 29, sarà la scadenza canonica per gli arbitri eterodiretti? Ci vuole lo Zenit nel torneo, almeno una squadra russa, per tenere agganciato il pubblico russo sterminato.Sarà la logica Lotito applicata alla Champions – che ci sta a fare lo Shakhtar Donetsk, o il Torino?
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (238)
Giuseppe Leuzzi
“I grandi scrittori del Sud tornano nelle
antologie scolastiche. È l’effetto di una risoluzione presentata dagli
esponenti del M5S e approvata dalla commissione Cultura di Montecitorio. Alcuni
autori meridionali del Novecento – tra cui Salvatore Quasimodo, Leonardo
Sciascia e Matilde Serao – erano stati cancellati dalle indicazioni nazionali
della commissione di esperti nominata nel 2010 dall’allora ministro
dell’Istruzione, Mariastella Gelmini” (l’Espresso”, 12 marzo)
Mafiosi
ancora uno sforzo
Nella Piana di Gioia Tauro, un bacino di utenza
di 200-250 mila persone, facciamo la spesa in due centri commerciali, Il Porto
degli Ulivi e Annuziata, in odore di mafia. Adiacenti, ma in ambiti comunali
diversi. Entrambi ben gestiti, con le migliori firma nazionali e europee, con
parcheggi e ogni altro servizio, puliti, ordinati, ma entrambi sequestrati con
l’accusa di associazione mafiosa: l’uno ai Crea di Rizziconi, il secondo ai
Piromalli di Gioia Tauro.
Sequestrate anche, nell’un caso e nell’altro,
appendici romane, in tavole calde, ristoranti, caffè, esercizi dove il denaro
gira. Quasi tutti a indirizzo prestigioso, via Veneto, via Bissolati, Pantheon,
cioè con larga clientela di passaggio.
Se l’accusa è vera, un’ipotesi è da formulare:
la mafia è solo a un passo dalla rispettabilità. Sarebbe un fatto storico,
essendosi prodotto in due-tre generazioni, l’esperienza personale: una mafia è
nata nella Piana nei tardi anni Cinquanta, primi Sessanta, si è imposta in un quindicennio,
ha diversificato successivamente, quasi ovunque impunita, e ora, all’ora del giudizio,
potrebbe trovarsi ripulita e in ordine, perché no. Le basterebbe cessare la
minaccia costante, grazie anche all’impunità goduta finora, poiché questa
impunità sembra non esserci più.
La mafia di Gioia Tauro ha saputo diversificare
e sa, evidentemente, gestire. Deve ora rinunciare al monopolismo: smettere i metodi della dissuasione, pizzo e bombe, e
accontentarsi di quanto ha accumulato, proponendosi come soggetto economico
alla luce del sole. Già paga le tasse, le basterebbe rinunciare al controllo. Successe
così nel grande capitale americano un secolo e mezzo fa: assassini e bastonatori
senza volto si trasformarono in imprenditori acclamati. Colmati dalla fortuna,
furono benefattori munifici – le due cose col maltolto sono facili.
Forse, nel balzo alla rispettabilità, un mezzo
passo è stato fatto. Dei due centri commerciali, quello più recente, gli Ulivi,
aperto nel 2008, è stato sequestrato quasi subito - mentre si dava la caccia al
capocosca Crea, gli inquirenti essendo stati bene indirizzati dalla mafia di
Gioia Tauro. Il centro Annunziata, invece, è attivo in agro di Gioia Tauro da
una trentina d’anni. Aperto da una famiglia di amalfitani, come se ne trovano
molti a Gioia, commercianti, era stato bruciato subito dopo l’apertura. Poi ha
riaperto e prosperato, ingrandendosi.
La mafia
siamo noi
Non ci sono probabilmente più attentati e
assassinii in Calabria ogni giorno di quanti ve ne sono in una città con
popolazione analoga, Roma. Peggio nella provincia d Roma, a cominciare da
Ostia: bombe ai portoni e alla saracinesche, pistolettate, macchine e furgoni
incendiati, e ogni settimana un morto di media. Ma non c’è mafia a Roma – ora
c’è questa Mafia Capitale, ma è invenzione di Pignatone e Prestipino, siciliani
del tutto mafia in trasferta, non una cosa seria.
Cosa fa la differenza è il tessuto sociale. Nel
corpaccione di Roma, per molle che sia, le bombe sono punture di spillo, e i
mafiosi delinquenti sparsi o ladri con scasso. Non terrorizzano. Inquinano
anche poco, qualche dipendente comunale, qualche dipendente di banca, qualche
finanziere, più complici che vittime. A fronte di una solida autorefenzialità, basata
sul fatto che i delitti si puniscono quasi sempre, e comunque si perseguono.
In Calabria ogni evento criminoso è un disastro.
Perché si cumula con una miriade di altri eventi, poco puniti e quasi mai
perseguiti. E a un’insicurezza indotta dal disprezzo, dei Carabinieri e
dell’opinione – le antimafie fanno parte del problema, così violentemente
antagoniste dei perseguitati (commercianti, piccoli proprietari, sindaci e
assessori) più che dei persecutori. Dal cliché,
dallo stereotipo, dal”discorso su”. Per cui dalla violenza non ci si salva. Non
c’è modo di combatterla, e in qualche modo bisogna cedere, venire a patti.
Questa traccia sembra rivoltante, e in certo senso
disfattista. Ma è il punto da cui una vera antimafia dovrebbe ripartire: riconnettere
il tessuto sociale Depurato se possibile dalle sue piccole reti, confessionali,
parentali, di ceto, di classe se vogliamo, anche occulte. In Calabria questa è
una mancanza evidente, testimoniata dalla diffusione delle reti occulte. Che
sono più massoniche – più numerose e ampie – e confessionali che mafiose.
Calabria
Parla una lingua che non ha futuro.
“Sono un meridionale dispersivo”, ha lasciato
scritto di sé Domenico Marafioti, di San Procopio, “un paesino del circondario
di Palmi”, morto di recente a poco meno di novant’anni. Laureato a vent’anni in
Filosofia del diritto, brillante avvocato a Roma, con attico sul Monte Mario,
dove invitava spesso, autore di un profetico “La Repubblica dei Procuratori”
trent’anni fa, collaboratore del “Mondo” di Pannunzio, del “Ponte” e del “Giorno”,
e tuttavia conscio di essere “uno che non fa storia”.
Si chiamava Saraceno il vescovo che decretò la
fine del rito greco a Reggio e a Rossano. Un francescano, più volte inquisitore
nel Regno di Napoli, e organizzatore di crociate per la liberazione di
Costantinopoli dai turchi che non ebbero mai luogo.
Candidato vescovo con tre papi, Eugenio IV,
Niccolò V e Pio II, da questi infine nominato, Matteo Saraceno si segnalò per l’abolizione
totale del rito greco, che ancora accompagnava in molte diocesi il rito latino,
malgrado la radicale latinizzazione della Calabria imposta dai Normanni tre secoli
prima Più attivo il Saraceno fu nella crociata per la liberazione di Otranto
dai turchi, che l’avevano occupata nel 1480, ma morì prima.
“Credesi
che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia”, scriveva
Boccaccio nel “Decameron”, iniziando l’avventura di Landolfo Rufolo, il ricco
commerciante di Ravello che desidera arricchirsi ancora di più. Converrebbe
oggi invitare Boccaccio come testimonial d’eccezione, oppure lasciarlo nella
illusione?
Il suo nome ricorre per molti alberghi e
ristoranti in Calabria, ma è dubbio che non si tratti del vaso di vetro per le
conserve, detto “boccaccio”.
Due sole cantine calabresi fra le 103 italiane
censite da “Wine Spectator”, bibbia del settore. Una volta la Calabria era
specializzata nel vino: nella costa sopra Locri-Gerace sono stati localizzati palmenti del vino a centinaia. Con molti vitigni
autoctoni, di ottima consistenza e sapore. Ma ora che il vitigno “diverso” va a
premio sul gusto “internazionale”, la Calabria il vino lo trascura – renderà bene, ma è faticoso. Ne produce ogni
anno meno, ora è quasi al livello della
Valle d’Aosta. Spariti gli ottimi bianchi della costa tra Scilla
e Palmo, non un tralcio sopravvive. Per
l’eccezionale zibibbo Bagnara festeggiava con famose Sagre dell’Uva negli anni
1950.
La Puglia e la Sicilia si sono invece portate
negli ultimi anni al vertice, scavalcando in quantità, e anche qualità, il
Veneto. A opera, in molti casi, di operatori veneti, è vero.
Tre sole etichette della Calabria – di cui due giusto
perché bio – tra le centinaia catalogate nell’ “Atlante degli olii italiani”. Della
regione che più produce olio d’oliva in Italia, e in Europa. Diecine invece le
etichette del Garda o del Piemonte, anche dell’Abruzzo, perfino dell’Emilia,
dove gli olivi li contano.
Ma non per cattiveria dell’autore, Luigi
Caricato. È che altrove sanno vendere.
Marina Terragni segnala su “Io Donna" la rete
“Cangiari”, cambiamento, in una delle sue attività più caratterizzanti: “Telai
antichi per cambiare la Calabria. È la scommessa di Cangiari: un brand che «armato» di filati bio e
artigiane entusiaste si è affermato nel mondo della moda”. Con un fatturato di
4-5 milioni, dà lavoro a 100 persone. Ma lo segnala come di un’eccezione, mentre
è una delle tante invenzioni per sopravvivere. Speciali perché non si può
essere normali. A causa della Calabria, ma anche della sua mostrificazione –“fare
rete” è quasi impossibile. E della mostrificazione delle sue donne, la metà più
qualcosa della popolazione – la famosa “donna del sud”.
Marina segnala che la rete è nata vent’anni fa,
come consorzio sociale, da un’idea dell’allora vescovo di Locri, Giancarlo
Bregantini. Ma non dice che per questo, per gli “affari economici”, il vescovo
fu presto “promosso”, a Benevento. “Il vero pericolo”, le dice Linarello, che
presiede il consorzio sociale, “è il discredito”.
leuzzi@antiit.eu
Boccaccio funereo
Un “Decameron” di morte e separazione.
Calligrafico, anche se con le facce sbagliate (televisive? imposte dalla
produzione). Fiabesco, come sempre con i Taviani. Giusto, non si può eccepire,
c’era la peste. Certamente originale, diverso – ma in quel senso lì, dei film
Rai.
Paolo e Vittorio Taviani, Maraviglioso Boccaccio
mercoledì 11 marzo 2015
Letture - 207
letterautore
Arte – “Ars est celare
artem”, Ovidio non l’avrà detto, o Tibullo, ma la maniera è rischiosa.
Altrimenti si casca nel leone della Metro, “ars gratia
artis”.
Classici
–
Quelli scoparsi sono
più di quelli tramandati, e
chissà erano anche migliori. Sono sopravvissuti solo 7 degli 80-90 drammi censiti di Eschilo, e
dei circa 120 di Sofocle. Di Euripide 18 su 92, di Aristofane 11 commedie. “Alla fine del V secolo d. C. il curatore
letterario Stubeo compilò un'antologia di prose e poesie dei migliori autori
antichi: su 1.430 citazioni, 1.115 sono tratte da opere ormai irrecuperabili”, Stephen Greenblatt, “Il manoscritto”. Nulla di
Democrito e Leucipo, quasi nulla di Epicuro, autore molto prolifico. Niente di
una serie di autori citati con ammirazione da Quintiliano: Macro, Varrone Atacino, Cornelio Severo,
Saleio Basso, Gaio Rabirio, Albinovano Pedone, Marco Furio Bibaculo, Lucio
Accio, Marco Pacuvio.
Dio
(o
Fkaubert) – v. lettere d Flaubert, restaurare qui.
Discorso
indiretto - Lo “style
indirect libre” Contini dice “invenzione del realismo francese, nel quale i più
illuminati grammatici, da Bally a
Thibaudet, esaltarono la massima rivoluzione rappresentativa della lingua
moderna” (a
proposito di Anna Banti, “Artemisia”). Pasolini ne fa anche lui grande caso, al
carro di Contini. Ma è
quello che ammazza la narrazione: un’intrusione a metà dell’autore, come se
parlasse di sghembo.
Giornale - La lettura
del giornale è “la preghiera
quotidiana” di
Hegel? Ma allora un esercizio di pietà:
ripetitivo, come un’abitudine, una giaculatoria, il sacro di casa. Oggi, ovvio,
più di allora.
Ma ne “Il brusio del linguaggio” (“Scrivere, verbo
intransitivo”)
Barthes già osservava che “Il lavoro di scrittura oggi non consiste né a
migliorare la comunicazione né a distruggerla, ma a filigranarla”. Donde l’importanza dei concetti teorici (direttivi)
di paragramma, di plagio, d’intertestualità, di falsa leggibilità”.
Nazismo – Annegato dalla storia frettolosa negli errori e gli
orrori, ha una consistenza culturale di prim’ordine. Parte della terminologia
di Hitler, Haltung (tenuta,
portamento), Opfer (sacrificio), nützen (servire), Gesamtheit (comunità, comunanza), Ehre (onore),onore), Volk
(popolo, razza), völkisch, è derivata
da Jünger, e molto frequente in Heidegger negli anni dopo il 1930. Heidegger
usa molto anche Schicksal (destino),
Boden (suolo, territorio), Blut (sangue), Rasse, seppure tra virgolette – le preferisce Stamm (stirpe), senza virgolette. Le
usava anche Gottfried Benn, che poi ha fatto ammenda.
Jünger, “Der Arbeiter”, 1932, Forsthoff, “Lo Stato
totale”, C.Schmitt, “Stato, movimento, popolo” e “Concetto del politico”, terza
edizione con interpolazioni naziste 1933, sono pubblicati dallo Hanseatische
Verlagsanstalt di Amburgo, casa editrice del partito nazista.
Parodia – Può essere solo
scherzo. Altrimenti è infelice ripetizione. Kierkegaard lo spiega: “Il quadrato
è la parodia del circolo: la vita e il pensiero sono un circolo, mentre la pietrificazione
della vita prende la forma della cristallizzazione. L’angolare è la tendenza a
restare statici: a morire”.
Proust – Si può pensare la “Ricerca” una
colossale forma d’ironia, altrimenti tutto rasenta il ridicolo: la gelosia in
mille pagine (mille! di uno, il narratore, che non è mai stato innamorato, si
sa, si sente), i froci, le lesbiche, le puttanelle, i borghesi pieni di sé, il
padre-Cottard, la madre-Verdurin (o madame Straus e le altre madri
alternative), gli stessi duchi, a loro volta snob. Ma non senza compassione,
che ne è la chiave: l’autoconsolazione.
Non un altro Proust, quello più vero - più costante,
anche nell’amore, specie nell’amore. Il suo
fondo, prima della “Ricerca”, e per lunghi tratti della “Ricerca”, è l’ironia. Nello stesso
ano 1919 in cui licenziava il primo volume della “Ricerca” pubblicava orgoglioso,
non a sue spese, la raccolta di “Pastiches
et mélanges”, dei suoi scherzi letterari.
Romanzo – Se lo fa in
realtà il lettore? Aiutato, certo, dal critico. È per questo che il
lettore non c’è più, e nemmeno il romanzo? Perché non c’è più il critico?
Il
romanzo oggi è fatto dalla distribuzione (librerie), dal marketing (filoni di
pronto consumo), e dalle relazioni
pubbliche (soffietti giornalistici o blurb)
Il
romanzo esige una “willing suspension of disbelief”, Coleridge. Bisogna credere per leggere.
Le
dieci caratteristiche della narrativa in Dante (Ep. XIII). Le cinque della
vecchia arte poetica: poeticus, fictivus,
descriptivus, digressivus, transumptivus. E le cinque dell’arte filosofica:
diffinitivus, divisivus, probativus, improbativus,
et exemplorum positivus. La stilistica,
cui bono?
“Un buon
soggetto di romanzo è quello che viene tutto d’un pezzo, d’un colpo. È un’idea
madre da cui tutte le altre discendono. Non si è del tutto liberi di scrivere
questa o quella cosa. Non si sceglie l’argomento. Ecco ciò che il pubblico e i
critici non capiscono. Il segreto dei capolavori è là, nella concordanza dl
soggetto col temperamento dell’autore”. Flaubert lo scriveva a una corrispondente
molto frequentata, Edmée o Edma Letellier, sposata Roger des Genettes,
esattore. Era probabilmente il 1861, lo scrittore usciva dalle doglie di “Salammbô”,
romanzo da cui si attendeva molto, ma con qualche dubbio.
Satira - La satira
tiene due ore e mezzo – la lunghezza di Aristofane.
Anche
Rabelais si legge a pezzi – e perché è Rabelais.
L’ironia
non regge una narrativa, solo l’aneddotica. Se non lievitata – alleviata – al
modo dell’Ariosto, per una lettura multiforme, più immaginativa che critica,
esagerata, e diventa patrimonio popolare.
No,
l’ironia (Swift, Voltaire, anche Sterne) è un impianto - una posizione nella
vita, una rigidità: per questo dissecca.
Scrittura - C’è nella
scrittura, nella buona scrittura, dotata, qualcosa di più grande del
percepito e dell’espresso, o del vissuto. Freud e Heidegger (e Nietzsche,
eccetera), o Stendhal e Schopenhauer (ma anche Platone, Rousseau, eccetera), scrittori
dotati, sono molto più grandi delle loro teorizzazioni, o del loro
misero vissuto. Di una grandezza incomparabile, poiché la misura un fascino
sterminato.
Ciò
può essere fonte di meraviglia, entusiasmo o paura. Ma è esaltante: da solo dà
la misura del potenziale umano, della realtà dell’uomo.
Lo
scrittore Kierkegaard vuole “svagato lettore”. Un narratore di letture!
Kierkegaard cui Adorno trova
(“Kierkegaard”) “dialoghi operistici”.
Shakespeare – È Dio,
arguisce Dorothy Sayers in “The maker of the Mind”. Le nostre speculazioni su Shakespeare sono quasi
altrettanto pirotecniche
e folli
come le nostre speculazioni sul creatore dell’universo, e
come quelle si occupano frequentemente
di stabilire che le sue
opere non furono scritte da lui ma da un’altra persona con lo
stesso nome”. Lo stesso che dire: l’autore è un creatore.
letterautore@antiit.eu
Iscriviti a:
Post (Atom)
