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martedì 16 giugno 2015

Le testate di Hollande

Perde ogni elezione. Si è presentato da Nazarbayef in Kazakistan con berretto di lontra, come Totò a Milano. Bombarda in solitario l’Is nel Nord Irak con la portaerei ancorata a Bassora. È sempre indaffarato tra amanti vecchie e nuove – dove trova il tempo? Ha un primo ministro indaffarato a vedersi le partite del Barcellona in giro per l’Europa. E voleva invadere la Siria – la Siria?... Ora non vuole i siriani a Ventimiglia, in attesa di ricongiungersi coi familiari in Francia.
È un uomo di ferro ed è il presidente della Francia. Non si può dire che Hollande, il personaggio della favola, benché inseguito dal ridicolo, non sia testardo. Ma a volte fa come Zidane, dà testate, Quando si sente sconfitto è uno abituato a vincere senza sprecarsi, in virtù delle sue donne troppo. Senonché, non può essere Zidane trasportato in politica:quanti gol ha fatto e ha fatto fare Hollande?

Ma che Europa d’Egitto

La chiamarono così, in greco, come per dire Bellavista, un Belvedere, gli asiatici che già allora, un migliaio di anni prima di Cristo?, si accatastavano sul mare Mediterraneo. E gli africani che accorrevano dall’Africa, via Egitto e Creta, la Lampedusa dellepoca..
Alfano che scende a Bruxelles in vestito di sartoria e affronta a muso duro l’Europa è, si sa, una sceneggiata e uno scherzo. Ma il ministro dell’Interno non è il solo, tutto ormai in Italia è Europa: l’Europa fa, l’Europa dice, l’Europa stabilisce, l’Europa minaccia, l’Europa concede.
Si ipostatizza una “Europa” che non c’è. L’Europa è stata l’intesa politica sessanta-settantanni fa tra Germania, Francia e Italia nel mezzo della guerra freda. È stata poi quella comunitaria, del libero scambio. E poi? Avrebbe dovuto essere quella dell’euro dieci anni fa, della moneta unica. Ma intanto la Germania cambiava pelle e politica: non aveva più bisogno dell’Europa e volentieri si è rimodellata sulla nuova-vechia, vecchissima, idea dell’unione come egemonia, delle zone d’influenza, delle vocazioni ristrette, produttive, politiche. Per cui l’euro ha fatto più danni, per l’Italia incalcolabili, che benefici - con benefici della stessa ampiezza  per la Germania e gli accoliti. Per il resto è un’Europa non asettica, come si presume, illuminata, dirigista: la sua burocrazia non è super partes ma obbedisce al blocco dominante, che si tratti del salvataggio delle banche, o della tracciabilità dei fichi secchi (sì, l’importatore è tedesco e quindi deve poterli importare liberamente dalla Turchia, perché dovrebbe dichiararli).
Il tutto senza colpa della Germania, che ha occupato una terra nullius. L’Italia in particolare, dove più che altrove l’Europa di Alfano è sui giornali, se non sulle bocche, se ne serve come di un paravento per la sua superficialità, quando non è incapacità In effetti “l’Europa ha detto”, “l’Europa ha fatto”, “l’Europa ha deciso”, leggendo i giornali anche in altre lingue, è solo fraseologia italiana. All’italiano della strada non sembra, ma ai giornalisti sì, specie se ex comunisti, vecchi avversatori dell’Europa. E dunque è così, anche se non è vero. Il cittadino francese, o tedesco, non si dice la stessa cosa. Nemmeno l’inglese, che pure non sopporta l’Europa, e quindi è portato ad addebitarle il peggio.

Letture - 218

letterautore

Agiografia – È in auge a Milano e dintorni, nella tradizione ambrosiana?, ora che arrivano sconosciuti asiatici subito classificati califfi e miliardari. Il Mr Bee di Berlusconi ne è il prototipo, che pure meglio avrebbe risposto all’eulogia del self-made man. Ma lo si vuole di ogni virtù, il “Corriere della sera” non lesina nessuno degli ingredienti dell’agiografia: i nobili lombi, la vocazione precoce, e se non lo Spirito Santo dollari in quantità, incalcolabili. “La Repubblica” è guardinga – De Benedetti sa di che si tratta – e definise Mr B, come viene chiamato in Thailandia, “fantomatico”, Ma, poi, anche su “Repubblica” Mr B è di ogni virtù: “Dai pedaggi autostradali alle card per il trasporto pubblico, dal settore immobiliare all’organizzazione di eventi sportivi, il broker thailandese mostra di non disdegnare nulla quando si tratta di far soldi: è per questo che investitori di tutto il mondo si affidano a lui e alla sua rete di conoscenze”. Non nobili ma ricchi i genitori, anche se sono emigrati dalla Cina in Australia in cerca di fortuna. L’agiografia vuole il santo precoce, e Mr B, come lo chiamano in Thailandia, lo è: faceva affari già al liceo. Etc., senza ironia. Anche quando eccede nel name-dropping, in cui gli affaristi devono eccellere. Con Enzo Currò di “Repubblica” Mr B spende parecchi nomi –“Del Milan ho parlato con Rotschild, e il contatto con Berlusconi si è creato”.
Come tutti i santi, anche Mr B. è naturalmente un filantropo: “Mr.Bee è molto impegnato”, sempre da “Repubblica”, “nelle attività benefiche: il broker thailandese riveste il ruolo di Ambasciatore Globale per la Fondazione Nourafchan, fondata da Rafael Nourafchan, il cui presidente onorario è lo sceicco Nahayan Mubarak Al Nahayan. La fondazione si propone di promuovere “la salute, la felicità, l’istruzione, la gentilezza e la virtù”, “senza distinzioni di colore, razza, religione e genere”. – questo forse è un comunicato stampa, che il giornale ex di Scalfari ripropone tal quale, per economia di attenzione, ma di un santino alla fine troppo agiografico. Chi saranno Narafchan e Al Narayan?

Mr B. ricalca Erick Thohir, l’altro “magnate” asiatico di Milano, questo dell’Inter. Che ha investito nell’Inter per trarne un alto rendimento, l’8-9 per cento l’anno. Thohir fa da intemerdiario bancario per il club, con un spread netto del 6 per cento. Ma l’Inter, gli interisti e Milano pendono dai suoi silenzi – Thohir a differenza del ciarliero Mr B, è taciturno.

Amore - È stato a lungo tema principe del canto popolare. Come prolungamento di una tradizione. Ma anche come sostrato sociale (pubblico): tema di riconoscimento fra letterati, e collante collettivo (anonimo) senza controindicazioni o rivalse. Poi, nell’ultimo secolo, è svanito. Altri veleni lo hanno soppiantato: la patria, la classe, gli affari, la corruzione.

Autore – Decretato morto , annegato nell’indistinto linguistico – la letteratura è parole – si reincarna a fini commerciali: è autore chi vende. Un  marketing riuscito, come di un divo del cinema o di una velina.

Dante – Un professore d’italiano a Savigliano, Valter Giordano, era molto apprezzato al liceo in quanto conoscitore e lettore entusiasta- entusiasmante di Dante. Poi è finito male, denunciato da due allieve per abusi sessuali. Ora rivela il suo segreto. Ha passato dieci anni in seminario, dai 10 ai 20, e la disciplina era durissima: “Dovevamo stare in silenzio, se parlavi la punizione era imparare un canto di Dante a memoria. Se sbagliavi qualcosa i canti diventavano due”. Bella pedagogia, ma Dante avrebbe approvato? Si capisce anche che non è stato difficile incastrarlo.

Italiano – “La cultura classica del buon lettore italiano non ha paragoni in nessun altro paese”, attesta il filologo spagnolo Francisco Rico – le cui bibliografie includono sempre molti testi francesi, tedeschi, inglesi.

Immagine – È il segno espressivo del Millennio, in letteratura come in politica, e perfino in affari. Non la merce, non la qualità, non l’opera o l’autore, ma la presentazione: comunicazione e packaging.

Intellettuale -  “La critica dell’elitismo e il disprezzo degli intellettuali sono tipici di una società che tende a divenire reazionaria”: Umberto Eco, “Le Point”, 7 maggio 2015. Eco ama i paradossi, e non teme il paradosso dell’elitista – analogo al paradosso del mentitore (“tutti i cretesi sono bugiardi, dice Epimenide cretese”)?
Ma è vero che l’intellettuale è in petto un rentier: vuole una sua (modesta) rendita di posizione. Anche Marx lo fu, prototipo e numero uno degli intellettuali – Marx lo fu in senso proprio, dei soldi: tutto, anche prestiti mai restituiti, meglio che lavorare.

Latinoamericani – Il “realismo magico” fu una solida impresa commerciale, sulle ali del successo di “Cent’anni di solitudine” nel 1967. Il critico spagnolo Xavi Ayen, “Aquellos años del boom”, ne rintraccia la fortuna nell’opera congiunta, a Barcellona, dell’editore Carlos Barral e dell’agente letteraria Carmen Balcells. L’uno, gran letterato, attraverso i premi che organizzava o controllava, all’interno e all’esterno della Spagna. Lei per l’enorme fiuto commerciale e di relazioni pubbliche, per prima con gli stessi autori, dei quali diventò la vestale. Capace anche di superare i notevoli handicap politici dei suoi autori, troppo di sinistra, troppo di destra, incostanti. Fino ai Nobel, negati invece ai latini non di scuderia.
Prima i sudamericani non erano sconosciuti, in Francia e in Italia soprattutto, argomenta Ayen: Borges, Carpentier, Asturias, Rulfo, etc, erano tradotti e apprezzati. Ma il boom fu un’altra cosa, Ayen limita la sua ricerca del “boom” latino a quattro autori: Garcìa Marquez, Vargas Llosa, Cortàzar e Fuentes. Ma l’onda si estese al Brasile, al Messico, alla stessa argentina di Borges.

Pasolini – Voleva ridere e far ridere, gli amici lo ricordano di spirito lieve. Mentre l’immagine che suscita è quella delusa e polemica degli articoli “corsari”. Ma non era di buon carattere. Non parlava con nessuno nel quartiere di Monteverde Vecchio dove ha abitato a Roma, ai due indirizzi, , il barbiere, il giornalaio, il barista, il garagista. E, purtroppo, non aveva amici, se non letterati. I presentava anche malinconico, e chiuso. Effetto delle persecuzioni di cui fu vittima? Ma era anche  un privilegiato. Gli ultimi tempi anche gli intimi dicono che vagava solo.
I primi ricordi personali sono misti. Girava l’Italia con Moravia per noiose diatribe su lingua e dialetto, false, visibilmente false per lui stesso. E stanche sottoposizioni alle domande dei pubblici di periferia, del circuito Aci: le musiche nei suoi film? “solo Bach”. Ma anche per un adattamento  del “Miles Gloriosus “ di Plauto che sganasciò dal ridere in anteprima il pubblico della Pergola a Firenze, e alla fine la stessa Compagnia dei Quattro che lo rappresentava, sfiniti a ridere anche loro.

Spie – Molti scrittori viaggiatori inglesi si sono vantati, o sono sospettati, di avere lavorato per i servizi segreti del loro paese. Il più propagandato è Graham Greene in Sierra Leone (e in Centro America?). Ma numerosi altri sono stati sospettati, specie i tanti che viaggiavano tra Afghanistan, Tibet, paesi di frontiera himalayani. Compreso Bruce Chatwin quando decise di dedicarsi ai monasteri ortodossi del Vicino Oriente, per conto del “Sunday Times”, luogo privilegiato delle informazioni “speciali” (la “strategia della tensione” è la più famosa, ma in una serie).
Robert Byron conclude il semi-inconcludente “L’Europa vista dal parabrezza” con un capitoletto sull’occupazione italiana del Dodecaneso che non può essere che da servizio segreto. Il capitolo comincia con una lode del fascismo, “l’organizzazione politica più vitale della nostra generazione”, del tutto incongrua con lo stile, di vita e di scrittura, di Byron:  “In materia di benessere sociale, istruzione e prosperità industriale , dal 1922 a oggi (1925, n.d.r.) l’Italia ha fatto progressi  che non trovano paragoni in nessun altro paese del mondo”. Per poi introdurre di colpo l’imperialismo italiano, di “innata volgarità”. E produrre una dettagliata cronistoria, militare e diplomatica, dell’occupazione del Dodecaneso in cui, senza fare torto giuridicamente agli italiani, dice però che sono spietati, profittatori e distruttori. Anche per avere estromesso l’influenza benefica inglese. Per la disattenzione di Lord Curzon Tentando anzi di estendere l’ingerenza a Corfù, che per ritorsione era stata appena bombardata e occupata dall’Italia dopo la strage della missione italiana incaricata di tracciare i confini tra Grecia e Albania.
Ciò potrebbe spiegare la rapidissima pubblicazione del voluminoso libretto, in pochi giorni, anche se come opera d’esordio non è granché. Byron aveva venti anni nel 1925, era stato espulso da Oxford, e vagava per Londra senza un’occupazione alternativa e senza progetti. Anche l’impianto del libro combacia: il viaggio è particolarmente caloroso nella tappa italiana, che è anche la più dettagliata e lunga, per dire che Byron non è prevenuto.  

Vajasseide – L’epiteto “vajassa!”, serva,  della Carfagna alla Mussolini che cinque anni fa ruppe l’armonia di genere e di partito tra le due vedettes, aveva un precedente letterario, che riemerge con la riproposta al cinema (“Il racconto dei racconti” di Garrone) di Basile e il suo “Cunto de li cunti”. Giulio Cesare Cortese, il letterato napoletano della prima metà del Seicento, più famoso perché Basile ne commemorò la morte nel 1627, mentre lui vivrà ancora una quindicina d’anni, era celebrato autore di una “Vajasseide” in lingua napoletana – così come poi sarà il “Cunto de li cunti”. Un poema eroicomico in ottave in cinque canti, di cui sono protagoniste le serve di casa, “vajasse”.

letterautore@antiit.eu

Céline a noi

Céline torna nel pantheon di destra. Dove si voleva, ed è sempre stato, ma non più da anarchico individualista, né da conservatore: da fascista – anche se avrebbe obiettato. Per questo anzi celebrato, goduto. I cinquant’anni della morte dello scrittore non hanno prodotto altro.
Un centinaio di celiniani, molti italiani, rievocano l’emozione della prima “frasetta” di Céline, il primo incontro con la sua “musichetta”. Rigorosamente di destra, l’antisemitismo non fa velo. Convitati da un celiniano che fa il funzionario di polizia, e da tempo si adopera per la pubblicazione dei libelli antisemititi..
Non per celiniani, non aggiunge nulla, malgrado la presentazione di Henri Godard. Ma per un Fascist Pride, se esistesse, sì.
Eméric Cian-Grangé, Céline’s Big Band: d’un lecteur l’autre, Pierre-Guillaume de Roux Éditions, pp. 400 pages, € 25



L’unione delle chiese - 3

“A Firenze nacque l’Occidente. Nel momento suo migliore, dell’umanesimo al governo. Ma nacque infetto: l’altra metà dell’impero lasciava all’islam e ai turchi sotto la parvenza dell’unione, e la stessa chiesa divideva: “Il concilio di Firenze rese inevitabile la Riforma”, esordirà Joseph Gill, gesuita, lo storico dell’assise. La riforma attesa “del capo e delle membra”, che sancisse la superiorità del concilio sul papa, fu elusa dall’unione con le chiese d’Oriente. Un secolo abbondante dovette passare per un nuovo concilio. E quando ciò avvenne la riforma era già ribellione antiromana.
“Il concilio di Firenze si era aperto a Basilea il 23 luglio 1431, quattro mesi dopo la morte del papa Martino V che l’aveva convocato. Era il primo dopo la provvisoria composizione dello scisma d’Occidente a Costanza a fine 1414, dove a un inedito concilio indetto dall’imperatore Sigismondo del Lussemburgo s’erano dimessi i tre papi regnanti, il romano Gregorio XII, l’avignonese Benedetto VIII e il papa del concilio di Pisa Giovanni XXIII, in favore di Martino V, Ottone Colonna, ma si aprì la strada alla divisione definitiva con la condanna di Jan Hus - il sant’uomo che morirà sul rogo ossessionato dai “corni del petto” delle donne. Poggio Bracciolini, segretario di Giovanni XXIII, rimasto disoccupato, ne approfittò per gite a cavallo nei dintorni, dove trovò, sotto la polvere dei conventi, numerosi testi antichi, tra essi Lucrezio, De rerum natura.
“A Costanza l’assemblea era stata pletorica, centomila presenze furono contate, tutte maschili, se si eccettuano mille prostitute, una ogni cento convenuti. Sarà la scena della Juive, il grand opéra di Halévy che mette in scena un buon cardinale e un perfido ebreo. C’erano 33 cardinali, 500 vescovi, 40 duchi, 32 principi, cinquemila preti, mille diplomatici, duemila universitari. Hus, rettore a Praga, s’era appellato al concilio contro i suoi vescovi con un progetto di riforma e per questo aveva avuto un salvacondotto imperiale. Ma il cardinale D’Ailly, rettore della Sorbona, lo fece arrestare e bruciare davanti ai centomila. La salma di Wyclif, ispiratore di Hus, fu esumata e anch’essa bruciata. Una crociata antihussita fu affidata al cardinale umanista Cesarini, e poi al Cusano, suo protetto.
“A Basilea i conciliari erano pochi: una cinquantina tra cardinali, vescovi e preti, e una dozzina di abati. Ma molti professori vi convennero, che ebbero la facoltà di votare, oltre che disquisire. Riferivano ai loro principi, che, litigiosi su tutto, si accordarono per ridurre i poteri del papa e prendersene i beni. Nelle venticinque sessioni tenute dal 23 luglio 1431 al 7 maggio 1437 si dibatté pure “di chi nella messa non canta tutto il Credo”, e di “chi dà in pegno il culto divino”. Eugenio IV, successore di Martino V, che aveva recepito il ricorso di Giovanna d’Arco, condannata come strega per avere promosso la liberazione dagli inglesi, decretando l’obbligo per ogni nazione di stare nei suoi confini, fu disobbedito pure in questo - del resto Giovanna era già stata bruciata il 30 maggio. Carlo VII di Francia appoggiò il concilio, col pensiero alla Prammatica Sanzione di Bourges, che priverà il papa delle rendite in Francia. Per Filippo Maria Visconti il concilio era filotedesco. Gli aragonesi accusarono il pa-pa di favorire a Napoli gli angioini. Cusano, il giovane tedesco pupillo del legato papale Cesarini, contro il papa scrisse La concordia cattolica.
“Eugenio IV, Gabriele Condulmer, reagì decretando il concilio chiuso il 18 dicembre 1431 e riconvocandolo dopo diciotto mesi a Bolo-gna. Salvo riconoscerlo legittimo di nuovo nel 1433. Riuscì infine a convocarlo a Firenze, dopo una pausa a Ferrara, subentrata a Bologna. Condulmer, veneziano, era stato vescovo di Siena a diciassett’anni e cardinale a diciotto per volere dello zio Gregorio XII, ma era già agostiniano e aveva donato ai poveri i suoi ventimila ducati. Da Firenze tentò invano di rabbonire i conciliaristi, facendo recitare il 4 settembre 1438 le due tesi, contro e pro Basilea, da Giovanni Torquemada e dal Cesarini. (il cardinale Torquemada, zio dell’inquisitore, n.d.C.). I concili, che sono il test più antico della democrazia di massa, anteriore alla dieta polacca, anzi di poco successivo al Cristo, e assemblano persone colte, di comuni intenti, scelte dai poteri esistenti, senza una guida superiore diventano incontinenti: la democrazia è sempre un inizio e si rinnova, nessuna lezione è definitiva, ma non c’è buon’assemblea d’intellettuali se non è governata.
“I contestatori erano ancora a Basilea quando a Firenze si proclamò l’unione, e benché ridotti al cardinale di Arles e a trentadue elettori, quasi tutti laici, condannarono il papa in otto punti, la città dei Medici dichiarando “Sodoma, Gomorra e Babilonia”. L’orgoglio è il primo dei vizi, che è sempre intellettuale. Deposero anche Eugenio IV, e al suo posto elessero Amedeo VIII duca di Savoia. Vedovo e con quattro figli viventi, Amedeo VIII si disse felice, Felice V, e come sede scelse Losanna – la Svizzera non era ancora neutrale e riservata ma la città gli era fa-miliare. Come segretario i conciliaristi gli diedero l’umanista Enea Silvio Piccolomini, che sarà poi papa romano, Pio II, e ne riaffermerà i poteri.
“Firenze fu per un quindicennio la nuova sede del papato. I Colonna, eredi di Martino V, avevano scatenato contro Eugenio IV l’inva-dente Filippo Maria Visconti, il duca di Milano. Il papa si comprò i servizi di Francesco Sforza, che vent’anni dopo succederà ai Visconti per averne sposato l’erede Bianca Maria, e riuscì a mettersi in salvo a Firenze. Tornerà a Roma nel 1445, in tempo per morirvi, grazie a tre influenti intellettuali, Cusano, Piccolomini e Lorenzo Valla, lo stesso che aveva scoperto falsa la donazione di Costantino che fonda il potere temporale dei papi, riconducendola al primo complotto franco, al tempo e a opera di Pipino. Piccolomini aveva presto lasciato Felice V, che del resto fu felice di ricomporre nel 1449 lo scisma accettando un onorifico cardinalato di Santa Sabina da papa Niccolò V, Tommaso Parentucelli -  quello che, avendo perduto il Mediterraneo ai turchi, si sarebbe rivalso sull’Africa.
(continua)

lunedì 15 giugno 2015

Problemi di base - 233

spock

La Bundesbank parla ogni giorno, ammonisce, minaccia, la Banca d’Italia no: è più elegante?

Perché Dio parlerebbe?

E in che lingua?

Ha perso Renzi o ha perso Casson?

Ma che perde Casson, dopo Argo 16 (1973)?

Internet libera le pulsioni o le oblitera?

Quanta amicizia, intelligenza, entusiasmo non si negano a nessuno su internet: senza effetti collaterali?

Corteggiamento, innamoramento, pulsioni, tutto spento o tutto acceso?

spock@antiit.eu

L’intellettuale si chiama fuori

Il penultimo Enzensberger metteva in berlina Bruxelles. Quest’ultimo, un anno dopo , si chiama fuori: 250 pensierini per la buona notte. A opera di un insignificante signor Zeta, che pontifica ai giardinetti. Di Dio, la coerenza, la morte, la solitudine, quello che capita.
Lo scrittore c’è sempre, arguto - “solo le persone noiose si annoiano”. E il polemista, tagliente anche. Ma di che, poi? Hegel dadaista, Ernesto Guevara de la Serna, “meglio noto col soprannome di «Che», famoso in tutto il mondo, «l’essere umano più completo del nostro tempo»” di Sartre… L’intellettuale è stanco, “tanto più piacevole è prendersi una pausa dal presente”, meglio che starci nel mezzo – il trend sì, la contemporaneità sì, però.
Hans Magnus Enzensberger, Considerazioni del signor Zeta, Einaudi, pp. 157 € 15

L’unione delle chiese – 2

“L’ultimo tentativo di unione abortì un secolo dopo per la disperazione di Giovanni VIII Paleologo alla morte dell’amatissima moglie Maria Comnena. Unionista convinto contro i turchi, l’imperatore, quello della “Fla-gellazione” di Urbino e del profilo universale delle medaglie del Quattrocento, era andato a cercare alleati in Germania, e a Firenze al concilio che sancì l’unione a metà 1439, trovando la moglie morta al ritorno. Maria Comnena, figlia dell’imperatore Alessio IV di Trebisonda, era di saggezza e bellezza grandi, testimoniano gli storici Ducas e Sfranze. Prima di lei Giovanni VIII aveva sposato Anna, una bambina figlia di Basilio I di Mosca, morta di peste subito dopo le nozze, e Sofia, figlia di Teodoro II del Monferrato, donna di grande bruttezza che visse confinata a palazzo, da cui fuggì dopo cinque anni per rinchiudersi in convento.
“Fu un ritorno nello sconforto. Per due anni Giovanni si escluse dagli affari di Stato, consentendo al partito costantinopolitano di boicottare l’unione sottoscritta a Firenze. Sotto la regia dell’imperatrice madre Elena Dragaš. Col sostegno degli stessi teologi che in Italia avevano argomentato l’unità della verità. Tutti gli orientali firmarono a Firenze l’unione: il 6 luglio 1439 i greci, gli armeni il 22 novembre, i copti il 4 febbraio 1442, i siriaci il 30 novembre 1444, il 7 agosto 1445 i caldei e i maroniti di Cipro. Molti greci però, tornati a Costantinopoli, si dissero forzati. Alcuni per sfuggire ai sospetti di corruzione, altri suscitandoli con la rapida abiura. Giorgio Gemisto Pletone, che a Firenze aveva perorato l’unità delle fedi sulla base della ragione, scrisse un trattato contro il Filioque. Si stracciò le vesti Marco Eugenico, metropolita di Efeso. Ebbe dubbi pure Bessarione, prima che da Roma gli giungesse la porpora cardinalizia. Greci e russi si avviarono alla divisione definitiva. Nel 1484 il sinodo di Costantinopoli ripudiò l’atto di unione, sotto la protezione benevola dei turchi. Nel 1736 il patriarca Cirillo V invaliderà il battesimo latino.
“L’unione era stata la sola politica di Giovanni VIII Paleologo, “ultimo re romeo” (penultimo, premorì di cinque anni alla caduta di Costantinopoli – n.d.C), che sapeva di non potersi fidare dei turchi. Due volte Giovanni VIII venne in Italia a cercare aiuto. Gli ultimi viaggi di una serie avviata dal nonno Giovanni V, che fu imperatore tre volte in cinquant’anni, dal 1341 al 1391 – usurpato la prima volta da Cantacuzeno, il coimperatore delle collane di vetro. Un pellegrinaggio di tre anni, dal Natale del 1399, aveva fruttato a suo padre Manuele II solo un suggerimento, solo a Venezia: allearsi coi turchi per dividerli. Al ritorno Manuele adottò in mancanza di meglio una politica d’unione matrimoniale: il figlio Teodoro sposò a Cleope Malatesta, nipote di papa Martino V, e Giovanni a Sofia del Monferrato. Nel 1423 Giovanni VIII era stato una prima volta in Italia, a Venezia, Milano, Mantova e Pavia, e in Ungheria, senza esito. I turchi lo incalzavano, mentre i fratelli, Teodoro, Demetrio, Costantino Dragazes, perfino l’invalido Andronico si legittimavano difensori della vera fede, col sostegno ora genovese ora veneziano, e degli stessi turchi.
“Poi le cose sembrarono mettersi bene. Giovanni sposò Maria Comnena. Teodoro e Costantino liberarono il Peloponneso, sconfiggendo a Patrasso la flotta dei Tocco, duchi di Acaia. La politica matrimoniale s’arricchì delle nozze di Costantino con Maddalena, figlia di Carlo Tocco. Il concilio dell’unione, di Basilea e Ferrara, si avviava a un accordo a Firenze. Giovanni VIII, che confidava nell’autorità del papa e nel comune interesse con i principi del sacro romano impero, la delegazione greca aveva voluto imponente e lussuosa, impegnando i tesori del Pantocrator. L’invito del papa era stato recato a Costantinopoli da Niccolò Cusano. Con l’imperatore erano partiti il 25 novembre 1437 per Venezia, adorni d’abiti e pietre preziose, il patriarca Giuseppe II, il fratello minore Demetrio, i vescovi di Efeso e Nicea, Eugenico e Bessarione, il filosofo Gemisto Pletone, il giudice universale Martino Scolario, poi raggiunti dal metropolita russo di Kiev, Isidoro. La delegazione s’era imbarcata il 22,  tre giorni prima, per assuefarsi a bordo al rollìo. Il viaggio si fece parte per mare e parte a terra, mentre le navi circumnavigavano il Peloponneso.
“Quando Giovanni VIII uscì dalla depressione, fu a un passo dal rovesciare il declino della Nuova Roma. Per l’unione erano con lui le famiglie nobili e gli arconti della capitale. Lo stesso mesazon  Luca Notara, l’uomo cui era delegato il governo, che diceva di preferire il turbante turco alla mitra latina, si era convinto che Roma fosse il male minore. Al patriarca unionista Giuseppe II succedette un altro unionista, Metrofane, battendo il candidato di Marco Eugenico, Ghennadio l’Athonita. I turchi, chiamati da Marco Eugenico e Demetrio a difesa della vera fede, furono respinti. Ladislao di Polonia, l’ungherese Giovanni Hunyadi e il despota di Serbia Giorgio Brankovic raccolsero l’appello alla crociata di Eugenio IV e sconfissero i turchi ripetutamente. I re di Serbia e di Polonia trovarono opportuna a questo punto la pace. Ma il papa e Giovanni VIII vollero la guerra, e Varna arrivò, con l’intervento decisivo delle navi genovesi, e poi Kossovo, due sconfitte che porteranno i turchi quasi a Trieste.
“Costantinopoli finirà unitaria. L’ultimo patriarca prima della caduta sarà filolatino, Isidoro di Kiev. Il suo predecessore Gregorio Melisseno, detto “Mammas”, era riparato in Italia, avendo chiari gli eventi, con una reliquia della vera croce, un’altra. A Isidoro sarà dato come successore, in partibus, Bessarione. Ma quando Giovanni VIII morì, il 31 ottobre 1448, non un pope si trovò disposto a officiare il rito funebre. L’imperatrice madre vietò che nella liturgia il nome del morto seguisse quello degli altri sovrani – si partiva da Costantino il Grande, il quale aveva ucciso la moglie e il figlio. Di Elena Dragaš, che per un cinquantennio aveva governato i mariti e i figli, farà l’elogio funebre Gemisto Pletone chiamandola Penelope, che non vuole dire nulla, ma da monaco attribuendole un cervello “superiore a quello che di solito ci aspettiamo dalle donne”.

domenica 14 giugno 2015

Ombre - 271

Sugli immigrati, “se il Consiglio Europeo sceglierà la solidarietà, bene”, dice Renzi a Maria Teresa Meli: “Se non lo farà”, minaccia, “abbiamo pronto il piano B”. Quale? Chiudere Ventimiglia al profugo Hollande?

La Procura di Trani, a venti km. da Bari, che per non farsi chiudere si è illustrata con la maxi-inchiesta sulle agenzie di rating, e tenta naturalmente d’infilarsi in quelle contro Berlusconi, s’è inventato un senatore dell’Ncd che dice alle suore della Divina Provvidenza in assemblea: “Da oggi in poi comando io, se no vi p…. (?) in bocca”. Balbettante cioè, oltre che corrotto.

Ora che questo senatore, per essere arrestato, deve essere giudicato prima dal Senato, il suo amico  di partito Maurizio Lupi, che l’ha appena scapolata in una intercettazione analogamente allegra, dice: “In coscienza, voterei per l’arresto”.  La coscienza è buona cosa, è assolvente.

“Siamo al fango. Evidentemente è in atto un tentativo di infangare questa amministrazione. Ma si tratta di falsità”. Chi l’ha detto? Non Berlusconi né Buzzi, ma Rocco Sabella, giudice, ex segretario del sindacato dei giudici, assessore a Roma. Ma: il fango è dei giornalisti o degli inquirenti?

“La Grecia riceve prestiti. Nessuno le regala soldi” - “voglio essere chiaro”, ha premesso Tsipras in una lunga intervista con Andrea Nicastro: “Secondo il Parlamento tedesco, la Germania ha guadagnato 360 milioni dai prestiti che ci ha concesso”. È per questo che la crisi greca si trascina?

“Se la Grecia fallisce”, dice ancora Tsipars, “i mercati andranno subito a cercare il prossimo”, la prossima vittima da spolpare – il mercato è la speculazione, cioè il mercato stesso, la cui virtù è di essere insaziabile.
Questo è vero: il prossimo l’avevano già cercato, l’Italia. E ci hanno pure guadagnato, più che con la Grecia.

Franceschini non trova pochi euro per l’Opificio fiorentino delle Pietre Dure, o per le bollette delle biblioteche pubbliche, ma trova ben venti milioni per “fare” del Colosseo un’arena, con i centurioni e tutto. Il governo Renzi sarà ricordato per aver dato il Colosseo in pasto ai turisti?

Ci casca pure Felice Cavallaro: “La gioia di Beletu, un panino al porto di Palermo, dopo aver attraversato il Sahara senza cibo”.
La linea della palma è scesa così in basso?

Ma questo Is esisterà realmente?  Come fa un esercito di mercenari in luogo ostile, per quanto volontari,  senza aerei né contraerea, e senza carri armati, Bombardati dalle aviazioni euro-americane, a occupare mezza Siria e mezzo Iraq? Coi pick-up? Quanti pick-up hanno, mille? In ventimila, dunque, venti per camioncino, su una superficie più grande dell’Italia, e odiati dalla popolazione?

Finalmente, c’è un’ondata d’immigrazione senza precedenti nel Mediterraneo. La scoperta l’hanno fatta gli inglesi imbattendosi in una barcone, in mare piatto, mentre oziavano alla fonda a Malta. Il ministro inglese della Difesa ha detto anzi che la questione è seria. Certo, al modo inglese.
Ora: gli inglesi, va bene, ma l’Europa, che gli inglesi non sopportano?

Maroni cavalca gli immigrati e minaccia: guai ai sindaci che ne accolgono uno. È tassativo e inderogabile. Ha fatto il ministro del’Interno ma è il Prefetto che avrebbe voluto fare, della deprecata Italia unita.

E che dire degli immigrati lavoratori, da tempo, magari anche cittadini italiani, conteggiati come profughi? A Milano si può raccontare di tutto - da milanesi, è ovvio.

“Fatemi fare un campo nomadi e vi compro tre case”: Buzzi al solito va giù dritto nelle questioni del malaffare romano. Ma è il malaffare del terzo settore, di cui questo sito da tempo dice che è infetto. Maneggia soldi pubblici, e la corruzione vi è costante.

Non sono danneggiate solo le macchine degli juventini a Fiumicino, di quelli che sono andati a Berlino. Si danneggiano anche le macchine degli juventini in città. E dura ancora lunedì, un giorno e mezzo dopo, al mercato, al bar e tra gli scaricatori, al gioia dei romanisti per la sconfitta della Juventus in Champions League. La c risi, che c risi?

La sconfitta della Juventus è il campionato vinto dai romanisti, sinceramente lieti. Di Luis Enrique, l’allenatore romanista in fuga dalla Roma, dicono: “È uno dei nostri”.
Prendono anche per buona la dedica che il basco ha fatto della Champions League ai tifosi romanisti. Tanto svegli non sono.

“Un Barcellona galattico”, titola il “Corriere della sera”. Come se la partita non l’avessero vista metà degli italiani. Dev’esserci una “sindrome Corriere della sera”: quello che il giornale dice, o non dice, è, o non è. Al tempo di Mike Bongiorno e Lascia o raddoppia fu perfino teorizzato: se il “Corriere della sera” non ne parla, nessuno ne saprà niente.

L’arbitro turco Čakir non fa scene. Subito ammonisce i due juventini di centro campo.  Non vede le simulazioni a catena dei catalani. Non fischia anzi mai contro il Barcellona – solo qualche volta, nell’area di Buffon. Sembra di vedere Collina, l’arbitro incorrotto, coi capelli. Che dall’alto dell’Uefa, e della Fifa, lo ha fatto crescere.

Platini sembra due Blatter, per mole e gli sbracciamenti in lode del vincitore alla premiazione di Champions League. Platini è furbo – lui dice “paraculo”: sa che  il sostegno politico dell’Italia nella successione di Blatter si compra per niente, con qualche complimento. E gli altri, per  esempio i catalani? .

Strana sensazione, di gladiatori nell’arena, seppure senza sangue, di commedia dell’arte aggiornata al Duemila, a Juventus-Bacellona per la finale di Champions League. Di calcio, ma addomesticato. Come un esibizione di Harlem Globetrotters, di vecchie glorie senza artigli. Giusto per la tv, per i soldi .
Un piccolo mercato sono anche le immagini rubate degli spettatori, i soli che hanno pagato.

“Noi minacciosi? Ci sono missili e navi americane che in 17 minuti possono raggiungere Mosca”, Il “Corriere della sera” dà grande spazio a Putin, due pagine di intervista. Più una prima pagina promettente: “Non sono un aggressore, patto con l’Europa”. Ma in prima sulle navi americane il “Corriere” ci mette dei “sommergibili”, non i missili.

“Metà dei geni dell’uomo sono gli stesi del lievito: effetto di antenati comuni”. Che scoperta. Tutto è ora scoperta.

L’Italia propone a Bruxelles la tracciabilità delle produzione, la Germania si oppone. Come finirà?
In realtà la partita è già finita, è in corso da molti anni, e la Germania (con Olanda, Belgio, Baltici, Finlandia, etc.) ci vende di tutto come se fosse tedesco.

Non processeranno Blattter perché ne hanno paura, è scommessa certa. Platini per primo ne ha paura. Non per nulla l’unico segreto uscito sono i cinque milioni che Blatter ha dato all’Irlanda per far passare la Francia al Mondiale. Chi si somiglia si piglia. 

Quanti disastri, Obama

Il fallimento dei due negoziati per il libero scambio, con l’Europa e con l’Asia, bocciati dalla Camera, sarà l’ultimo dei disastri della presidenza Obama? Il presidente più popolare lascerà probabilmente il più alto numero di disastri. Un po’ come Kennedy (Vietnam, Cuba, mafia), l’altro presidente più osannato dai media, che però è durato solo tre anni.
Disastri interni ed esterni L’inopinata ripresa degli scontri razziali nelle città americane razziali è uno. L’Obamacare, il sistema sanitario aperto che stenta a decollare dopo cinque anni, un altro.
Obama ha riportato l’Europa alla guerra fredda con la Russia. Non ha più un interlocutore in Israele. Ha rovesciato i regimi militari arabi per favorire i mussulmani. Tra i mussulmani ha armato e finanziato, in Libia, in Siria e in Iraq, i più estremisti (“in funzione anti-Al Qaeda”….).
La nuova guerra fredda è paradigmatica. Obama ha voluto il golpe anti-Yanukovich. Dopodiché ha montato basi anti-missilistiche in Polonia e in Romania (“contro l’Iran….”), annullando di fatto il fondamentale trattato Abm del maggio 1972, che finora la disinnescato la minaccia atomica. Dopodiché, quando Putin ha visto il bluff prendendosi la Crimea, ha imposto le sanzioni – all’Europa. E ora vuole basi americane “avanzate”, cioè in Europa, Baltici e Romania.

Stupidario greco

Grecia dentro, Grecia fuori? Oggi è dentro - oppure no.
Perché si stringe, c’è il vertice europeo fra dieci giorni. Ma il ritmo è un giorno dentro e due fuori, per un po’ di speculazione sui questi cialtroni europei. .

Ogni eurocrate ha una banca d’affari con la quale si confida, almeno una. Ha cioè un\a amico\a affarista. È evidente – molti giornalisti ne fanno esperienza quotidiana – la collusione dell’euroburocrazia con le banche d’affari, cioè con la speculazione, sulla tragicommedia greca.

Ma più di tutti impone lo stop-and-go Angela Merkel, la supercancelliera. Sarà questo l’asse Berlino-Londra – Londra come capitale degli “affari”.

In Germania Merkel è criticata, talvolta, per lo stop-and-go, per il troppo poco troppo tardi, e altre non memorabili prove di statemanship (bisognerà dire stateladyship?) Parlano invece molto i giornali(sti) italiani, estasiati da tanta statemanship. Beh, Merkel in mano a Fidia no, ma a Crepax potrebbe venire non male, con stivali, tacchi a spillo, e frustino, in pelle nera.

L’economista Giavazzi volentieri vedrebbe la Grecia fuori della Ue. Ma ha un dubbio: “La vera domanda è quanto ci interessa mantenere in Europa non tanto il museo della nostra civiltà, quanto soprattutto la delicata cerniera  geopolitica fra Europa e paesi islamici, in primis  la Turchia”.
Dio ne liberi? Ci interessa è la parola giusta - è l’Europa. Ma la Grecia ponte alla Turchia?

Mentre la Ue tartassa gli ortodossi (la Grecia, la Russia, la Serbia) riducendoli in povertà, il papa li molcisce, proponendo loro l’unione sul giorno della Pasqua. Ma questo è un punto troppo serio per uno stupidario. 

L’unione delle chiese

Il papa propone agli ortodossi l’unione delle chiese con l’unificazione della data della Pasqua. Non basta, una “e” le divide profondamente, si veda dal racconto, qui di seguito, che ne fa Astolfo, nel romanzo in via di pubblicazione “La morte è giovane”. È la “e” del Filioque: se cioè lo Spirito Santo discenda dal Padre e dal Figlio, come recita il “Credo” latino, oppure no (la controversia sulla e era stata preceduta da quella sul da tra Tertulliano e Marcione - Tertulliano aspro rimproverava a Marcione, e la contesa fu lunga: “Voi dite che Cristo è nato a mezzo di e non da una Vergine, e ancora, “in una matrice e non da una matrice”), l’ortodossia è dura in materia teologica.

L’eresia latina sta nelle due derivazioni dello Spirito, dal Padre e dal Figlio: nel Credo lo Spirito “procede dal Padre e dal Figlio (Filioque)”. Per l’ortodossia o vera fede, invece, Unigenito è sia il Figlio che lo Spirito:
- Il Padre sarebbe altrimenti il nonno dello Spirito – pappù, ha osato beffardo il fraticello Serafino, non incomprensibile. È l’igumeno spia sovietica, o bulgara, come Patrizia insinua tra le effusioni? Improbabile, inutile: l’odio verso l’Occidente è di suo antico e feroce. Per una e.
“Tutto è del padre, argomentò il Concilio unionista di Firenze nel 1439, “lo stesso Padre lo ha donato al suo unico Figlio generandolo, a eccezione del suo essere Padre: anche il procedere dello Spirito Santo dal Figlio”. Il “Credo” orientale invece lo nega. È che lo Spirito è recente: entra nel “Credo” al Concilio ecumenico del 381 a Costantinopoli, ma senza il Filioque. Questo lo introdusse nel 447 il papa san Leone Magno. Senza dolo, sulla base d’una tradizione alessandrina e latina, e prima che Roma conoscesse e facesse suo, nel Concilio di Calcedonia nel 451, il “Credo” niceno-costantinopolitano del 381. La formula è entrata nella liturgia latina lentamente, tre secoli dopo il “Credo” di Leone Magno, nei quattro secoli successivi. Fino a che il papa “ritornante” - fu tre volte sul trono - Benedetto IX nel 1054 non scomunicò il patriarca Michele Cerulario. Ma tre secoli d’iconoclastia avevano già diviso l’Oriente dall’Occidente, mentre i maomettani dilagavano su entrambi i teatri, dalla Persia a Cadice. L’Oriente ha poi ripreso a venerare le icone con ardore ma l’unità non si ricompose.
L’ultimo tentativo di riunificazione fu pure una festa laica, di ragione e tradizione, il trionfo dell’umanesimo. A Firenze e Ferrara convennero dall’Oriente in settecento, eruditi e santi, in testa l’imperatore e il patriarca, recando in dono dialoghi di Platone che si credevano perduti. Con l’ultraottantenne Giorgio Gemisto, che nella cristianità voleva introdotti un po’ di dei - che poteva scandalizzare chi non avesse letto Dante, la “Monarchia” e la “Commedia”, sul concorso di pagani, poeti e storici alla salvezza. Accolti dalle migliori intelligenze, molti tra essi aretini, fondatori di biblioteche, e da Niccolò Cusano, il cardinale tedesco dell’“Elogio dell’Idiota” e del Dio nascosto, “che tanto più si rivela quanto più resta inaccessibile”. Leon Battista Alberti finalmente vi arrivò, arrivò a Firenze al seguito di Eugenio IV, e la dotò delle sue architetture oltre che del certame dei letterati – felice infine di tornare nella città che riteneva la sua, pur non avendola mai abitata, perché era quella del babbo che da bastardo fantasmizzava. Bessarione e Marco Eugenico, metropoliti di Nicea e di Efeso, furono gli “oratori principali” dei greci al Concilio. Nell’“Oratio dogmatica de unione” alla non convinta delegazione greca il 13 e 14 aprile 1439, Bessarione spiegò l’unità della verità. Giorgio Gemisto, detto Pletone, fu un secondo Platone, che egli presentò come riferimento per l’unità filosofica delle fedi. Arezzo ne erediterà il neoplatonismo, insieme con la Romagna. Il papa Eugenio IV generosamente decretò il 6 luglio 1439 la fine dello scisma, con la Bolla di Unione “Laetentur coeli”.
“La traduzione e diffusione in greco della Bolla d’Unione il papa affidò a Traversari, preferito all’altro grecista del concilio, Pietro Vitali, calabrese di Pentidattilo, perché “filogreco”. Ma Ambrogio Traversari di Portico di Romagna, generale dei camaldolesi, coetaneo e compagno di vocazione del Beato Angelico e di Lorenzo Monaco, riformatore, uscì spossato dal concilio, dove aveva svolto le mansioni di traduttore simultaneo grecolatino, e morì immaturamente nello stesso 1439. Poi Costantinopoli ci ripensò. Eugenio IV allora schierò una squadra di umanisti. Nominò il nipote Francesco Condulmer cardinale, protonotario della Ca-mera Apostolica, ministro delle finanze cioè, e ambasciatore sul Bosforo. Con Giovanni Tortelli, viaggiatore in Grecia e a Oriente, che diverrà cubiculario segreto del papa Niccolò V, autore del “De Ortographia”, il manuale latino che Roma scrive correttamente Rhoma. Carlo Marsuppini, futuro cancelliere della Signoria fiorentina, traduttore dell’“Iliade” e della “Batracomiomachia”. E Giovanni Cesarini, legato in Germania. Ma i latini si persero i documenti che sancivano l’unione, e i greci la respinsero”.
(continua)

La povertà delle Regioni, di spirito

Si sospettava, si teorizzava, si sapeva, che l’ordinamento regionale avrebbe accresciuto gli squilibri regionali stessi, i virtuosi facendo più virtuosi, comunque  più ricchi, i meno favoriti più sfavoriti. Ma il bilancio non è così equilibrato: è molto peggiore. Soprattutto dopo la devolution leghista del 2001. Dacché la sanità, l’energia e altri importanti settori sono stati devoluti alle Regioni.
Non ci sono praticamente amministrazioni regionali virtuose. Quella che si pretende più virtuosa, la Toscana, ha avuto il governatore uscente riconfermato plebiscitariamente malgrado un buco provocato e avallato alla Asl di Massa di ben 400 milioni – rifiutando peraltro, nella sua ipervirtuosa sanità, le cure più costose agli ultraottantenni, al coperto della polemica contro l’accanimento terapeutico.
Buccini, cronista di razza e non non d’assalto, fa una galleria delle insufficienze con gli stessi protagonisti, Bassolino, Formigoni, Galan, Vendola, Crocetta, Marrazzo, Scopelliti, Cota, Marrazzo, tutti o quasi tutti finiti in tribunale. Per dire, tirando le somme, che il decentramento ha annegato e non selezionato  una classe politica, una classe dirigente. Non ha bisogno di dare un giudizio: il linguaggio dei suoi interlocutori parla per se stesso – riportando la politica alle parole e ai fatti, senza il magnetismo dell’immagine tv, specie nei curatissimi palcoscenici dei talk-show, se ne vede immediato lo stato miserando.
Goffredo Buccini, Governatori. Così le Regioni hanno devastato l’Italia, Marsilio, pp.332 € 18

sabato 13 giugno 2015

L’Europa sospesa

Dieci anni fa Germania e Francia sospesero Maastricht, per poter spendere fuori bilancio. Ora sospendono Schengen, perché non vogliono i profughi – non gli immigrati abusivi, i rifugiati politici. Questa è l’Europa.
Gli stessi che cinque anni fa hanno stritolato l’Italia, ridendo. Mentre perpetuano la crisi con l’incredibile gestione del caso greco: un giorno la Grecia sarà salvata, due giorni no, per far guadagnare affaristi e speculatori.
A otto anni dalla grande crisi delle banche, l’Europa è la sola area economica ancora in crisi.
L’Europa è sospesa, dunque. Meglio: appesa. Alla Germania. La quale, avendo jugulato il resto dell’Europa a Maastricht, alle sue esclusive condizioni, con una banca centrale europea che è solo una denominazione diversa della banca centrale tedesca, sola prospera.  
Non è l’Europa? Sì, l’Europa è questa. Ma non un’Europa federale, come dicono i ttattai, e nememno confederale.

Secondi pensieri - 220

zeulig

Amicizia –Aristotele – e poi Cicerone – dice l’amico un “alter idem”, l’Altro con cui c’è identificazione, totale o per qualche aspetto. Nel presupposto di un’identità – l’amicizia non è per la debolezza di spirito.

Amore – Da Platone a Petrarca, con tutto il Medio Evo, alto e basso,  trasforma l’amante nell’amato. Petrarca, “Secretum” III, dice che lo trasforma  “in amatos mores”, se non proprio nella persona: nei suoi attributi e modi di essere. Negli amori eterosessuali, dunque, il maschio si fa un po’ femmina, e viceversa.

Architettura – Ha – senza saperlo – le stesse proprietà di insight riflessione, sintesi) della filosofia. Come la musica forse, “musica pietrificata” la voleva Schelling, ma con maggiore proprietà di linguaggio, meno esoterico.  

Dio – Non è molto amichevole nella tradizione greca. È anzi un nemico, iroso, rancoroso, avido anche, nelle sue molteplici incarnazioni, e inaffidabile (spergiuro, falso, furbo), a cui bisogna pagare dei tributi, un vassallaggio. Senza peraltro obblighi di fede. Giusto per molcirlo. Se non, più spesso, come un pensiero molesto di cui liberarsi fingendosi devoti, con offerte, promesse, gesta. Una divinità di cui resta forte l’imprintig nello scongiuro, la pratica apotropaico così diffusa e persistente, cognita e involontaria.
Peggio nella tradizione ebraica, o biblica: Dio coagula troppi nodi impervi per parlarne.

La morte di Dio è un “crimine contro l’umanità”, arriva a dire Derrida. Senza dirlo – senza argomentarlo, soffermarvisi, elaborare – ma convinto e convintamente. Lo è nella concezione cristiana: “Il crimine contro l’umanità è un crimine contro ciò che c’è di più sacro nel vivente, e dunque già contro il divino nell’uomo, in Dio-fatto-uomo,  o l’uomo-fatto-Dio-da-Dio (la morte dell’uomo e la morte di Dio rivelerebbero qui lo steso crimine)”.
Nella concezione cristiana, aggiunge Derrida, Nietzsche compreso: era il suo rovello rimosso - o ineliminabile, che è la stessa cosa, a ripensarci, sotto la gioia rumorosa del creatore Zarathustra.

Madre – È sempre più paterna. Correttrice, madre Coraggio. Nelle cronache sembra una novità rivoluzionaria: in America la madre che schiaffeggia il figlio immischiato nelle proteste di piazza, a Roma la madre rom che invita incessante i figli pirati della strada a consegnarsi (sconto di pena), a dire alla guida il minore (altro sconto di pena), e infine ne organizza la cattura.
Ma è un “ritorno” per l’opinione pubblica, cioè per la borghesia. La madre era domina in antico, e lo è sempre stata nella working class, in campagna e in città, seppure a costo di fatiche. Il maschio confinando alla rappresentanza (mercato, comunità) e alla procreazione. Maschile è il “ruolo”. A lungo codificato, certo, nelle cosiddette “posizioni di potere”, ma antropologicamente marginale.

È sempre più scopertamente mater matuta, l’antica divinità italica dell’aurora, della vita cioè alla nascita e delle cose del mondo. Una che ne assomma tutte le funzioni è la “SamCam” dei giornali popolari inglesi, Samantha Cameron, la moglie del primo ministro. Che è “tutto”, e avrebbe dovuto governare lei in prima persona, invece del marito David, da lei “costruito” e poi regolato in ogni aspetto. Insieme madre di famiglia e casalinga, nobile di antico lignaggio, impegnata sul sociale e aperta a tute le cause civili. Conservatrice cioè e laburista. E tempista in ogni scelto, che il marito condivide.

Mondialatinizzazione - È neologismo ripetutamente proposto da Jacques Derrida, soprattutto nei seminari e i saggi sulla religione e il perdono. Per significare l’adeguamento di tutto il mondo alla civiltà giuridica latina, seppure in salsa anglosassone.
Trattando ripetutamente del perdono, che all’epoca, fine Novecento, imperversava nel galateo degli Stati,  Derrida finiva per collegarlo da ultimo (nel saggio-intervista con Michel Wieviorka, “Le Siècle et le Pardon”, su “Le Monde des Débats” del 9 dicembre 1999, più che nel libro-conferenza “Perdono”) alla “vecchia nozione” dei “crimini contro l’umanità”. Nozione radicata nella “tradizione abramitica”, e più nel cattolicesimo. È un crimine, argomenta Derrida, che si basa sulla “sacralità dell’uomo”. Questa sacralità “trova un senso nella memoria abramica delle religione del Libro e in un’interpretazione ebraica, ma soprattutto cristiana, del «prossimo» e del «simile». Di conseguenza, “se il crimine contro l’umanità è un crimine contro ciò che c’è di più sacro nel vivente, e dunque già contro il divino nell’uomo, in Dio-fatto-uomo,  o l’uomo-fatto-Dio-da-Dio (la morte dell’uomo e la morte di Dio rivelerebbero qui lo stesso lo steso crimine), allora la «mondializzazione» del perdono somiglia a un’immensa scena di confessione in corso, dunque a una convulsione-conversione-connessione virtualmente cristiana, un processo di cristianizzazione che non ha più bisogno della Chiesa cristiana”.
Questa mondialatinizzazione, aggiunge Derrida in ipotesi, si impone perché contigua agli interessi, “come sempre nel campo politico”. Derrida è già giunto alla conclusione che il vero perdono non può essere che disinteressato. anche da interessi spirituali  sociali. È una tecnica, si potrebbe dire. Anche una forma di ipocrisia? Derrida non trova altre ragioni, “se un linguaggio che incrocia e accumula in sé possenti tradizioni (la cultura «abramica» e quella di un umanesimo filosofico, più precisamente di un cosmopolitismo nato esso stesso da un impianto di stoicismo e di cristianesimo paolino) s’impone a culture che non sono all’origine né europee né «bibliche»”.

Nomadismo – È anch’esso materno. È invalso considerarlo maschile, fenomeno storico legato al patriarcato: poliandria, cavallo, anche dopo la ruota con il carro, esposizione delle femmine. Alla caratteriologia delle distinzioni di Bachofen tra patriarcato e matriarcato. Mentre è femminile per esempio in Africa, del Nord e del sud del Sahara – questa  supposta sede del matriarcato sedentario. È così nella cronaca, nelle migrazioni attraverso il Mediterraneo, di madri, mogli, figlie – nonché nelle migrazioni femminili di massa dall’Est Europa, sempre di mogli e madri, o tra i rom.

zeulig@antiit.eu

Classico Wittgenstein, architetto

Un bellissimo libro, pieno di foto significative di Wittgenstein negli anni viennesi, da marinaretto a giovanotto impomatato incravattato. Dell’alto, elegante, bello, avventuroso padre Karl, finito mecenate delle arti. Della sorella amatissima Margaret sposata Stonborough. Per la quale progettò e realizzò una villa iperrazionalista a Vienna, nella Kundmanngasse. Con pignoleria – l’altra sorella amatissima, Hermine, ricorderà: “Mi sembra di sentire ancora il fabbro che gli chiede: «Mi dica, signor ingegnere, è molto importante per lei un millimetro? », e ancora prima che abbia finito di parlare Ludwig che gli risponde un «si» così sonoro ed energico  che quello quasi si spaventa”. Della casa sullo strapiombo che si costruì manualmente sul lago vicino a Sogenfjord in Norvegia. Degli innumerevoli marchingegni meccanici elaborati leonardescamente, come esercizio di fantasia e a uso dei bambini di scuola quando decise di farsi maestro elementare.
Un omaggio, ma con una lettura erta. Lo studioso olandese, specialista di psicologia cognitiva, da decenni impegnato su Wittgenstein, propone di legare l’iperrazionalismo della Kundmangasse con la filosofia di Wittgenstein. Non tanto col “Trattato” quanto con le “Ricerche filosofiche”, con la non univocità dei linguaggi. Assunto arduo, anche se la grande costruzione gliene offre più appigli, affascinanti.
Wittgenstein seguiva Looos. Ma Loos era apodittico nel rifiuto dell’ornamento, dell’abbellimento. Wittgenstein pure, ma senza semplificare: era anzi attento ai particolari minimi, effetti di luce e di cromie, comodità di uso e agibilità. Di ogni dettaglio – di ogni “parola” – “minuziosamente configurato”, facendo un’“individualità” che si ricompone nell’insieme. La casa come una frase, insomma, un’opera, un mondo.  “Nel silenzio della villa approdando nuovamente alla imperturbabilità del classico” – in architettura, e in filosofia?.
Paul Wijdeveld, Ludwig Wittgenstein architetto, Electa, remainders, pp. 184, ill. € 19

L’Italia di Tavecchio

È la Corea, di nuovo, manca solo a Conte l’acqua benedetta. Un arbitro che in cinque minuti dà un rigore che non c’è alla Croazia, annulla un gol valido all’Italia, e avalla un gol in fuori gioco della Croazia è al di sopra di ogni sospetto. Trattandosi di un inglese, e non la prima volta, altri ne abbiamo visto in Champions League e ai Mondiali, di sicuro gioca l’invidia inglese per l’Italia - incancellabuile Aston di Italia-Cile 1962, che consentì tutto ai cileni di casa,. compreso fratturare il naso a Maschio, il centravanti italiano, mentre espelleva i due italiani cardini della difesa, naturalmente non pagato (poco). Ma questo che gioco è? Sicuramente non è calcio.
Questo avviene oggi perché l’Italia è di Tavecchio. Forse non cattivo, certamente incapace. Col Conte che forse non ha capito in che mani si è messo. Oppure l’ha capito. In fondo Conte, prima che della Juventus, era l’allenatore del Siena. E per non far giocare gli juventini, esuma Astori, che non gioca nella sua squadra. Facendo vedere a un certo punto anche Ranocchia, artefice di almeno la metà del disastro Inter quest’anno, la sua squadra.
Ma forse c’è di più. Quando si pensa che agli arbitri internazionali ci pensa Collina, la questione si complica ancora. Tavecchio è l’uomo di Berlusconi e Galliani, Collina pure. E allora? L’arbitro inglese non fa che applicare il raffinato repertorio truffaldino di Collina. Subito un paio di ammonizioni all’Italia per bloccarne gli ardori. per terrorizzare il perdente. Gioco fermo sulle sceneggiate croate per bloccarle ripartenze dell’Italia, senza mai un’ammonizione per simulazione, gioco attivo quando l’Italia si ferma per protestare. Ma anche, perché no, rigori dati e gol annullati a capriccio, di forza, tanto non ci sono sanzioni ma premi – Atkinson arbitrerà gli Europei e forse i Mondiali, Collina è di parola.
Peggio di tutti fa la Rai. Che non difende la sua audience, in una delle poche partite che riesce ancora a gestire. Al contrario, la subissa di commenti presunti tecnici, al di sopra della mischia, lo sporti si vuole al di sopra della mischia, intercalati da incitamenti alla Croazia. Lo sdegno concentrando sulla svastika in campo, di cui la Croazia è vittima.

venerdì 12 giugno 2015

Fisco, appalti, abusi (71)

Continua la complicazione fiscale varata dal governo come semplificazione. Non c’è solo il 730 precompilato che solo i caf e i commercialisti possono scaricare, previa autorizzazione scritta del titolare. Chi fosse riuscito a scaricarlo da solo, non potrà comunque consegnarlo direttamente all’Agenzia delle Entrate: deve passare da un commercialista.

Scaricati dieci milioni di 730 precompilati, vanta trionfalista l’Agenzia delle Entrate. Senza dire che la precompilazione è stata fatta, a spese dello Stato, a beneficio dei caf e i commercialisti. Che per questo non hanno fatto pagare meno gli utenti, ma il doppio – dovendo “scaricare la pratica”.
E gli altri dieci milioni di 730 precompilati?

L’Autorità per l’Energia vanta come una misura a favore degli utenti la rateazione delle vecchi bollette. Mentre il provvedimento avalla surrettiziamente, invece di sanzionarla, la pratica scorretta dei gestori – tra essi primeggia l’Acea, l’azienda romana - che emettono fatture a conguaglio incontrollabili a distanza di anni. Talvolta con utenti da anni non più contrattualiizzati.

Sempre più frequentemente, ora siamo a due giorni su sette, i maggiori quotidiani impongono il pagamento dei supplementi pubblicitari, mezzo euro. Non c’è l’obbligo di comprare il giornale, è vero. Ma i giornali sono passati dalla gratuità, spesata dalla pubblicità, alla vendita due volte degli spazi pubblicitari. Senza che l’Autorità per Comunicazione o l’Antitrust abbia nulla da obiettare.

Alice in Italia

“Il fascino di Roma è un argomento banale. Gli scrittori, tuttavia, per solito ne trascurano un aspetto, il colore degli edifici”. Nulla di eccezionale, minute cose viste, elaborate e riposte in poche righe, molte anche scontate. A Bologna il ritornello di ognuno con cui gli avviene di parlare, lui inglese ricco, è se non vorrebbe un incontro con “qualche signora amica”. Sempre a Bologna  a vedere Bologna-Alba, la finale per il campionato tra italiano tra le squadre vincitrici della Lega Nord (Bologna) e dea Lega Sud (Alba, la squadra allora di Roma), il tifo è quello che è novant’anni dopo, fuori e dentro lo stadio, col sudore invece del deodorante. E tuttavia è già il viaggiatore Byron, molto inglese (molto snob) ma simpatico, autore in proprio di classici del viaggiare, l’ispiratore di Leigh-Fermor, Annemarie Schwarzenbach, Chatwin, Peter Levi.
La riscoperta dopo ottant’anni di questo suo libro d’esordio, pubblicato nel 1926 a ventun’anni, se non ha il pregio della “Via per Oxiana” e di “Gente di pianura, gente di montagna”, è una lettura istruttiva e attraente, da Londra a Atene. Dell’inefficienza teutonica dell’ordine. Dei Wandervolel, i vagabondi tedeschi. Della Baviera, “la regione più tedesca della Germania”. Della ottusa cattiveria burocratica degli italiani. Con aspetti inediti dei monumenti celebri che abbiamo sotto gli occhi. Anche del fascismo, che non gli piaceva, alla vigilia delle leggi speciali: “Il fascismo è una specie di regime di boy-scout, con la differenza che invece di portare le bandiere loro portano le pistole:  l‘Italia è vittima non tanto di una dittatura ma di un’oclocrazia, un governo fatto di una massa armata, e una massa immatura per di più”.  O della riscoperta del barocco a Lecce, e poi in Sicilia, a opera dei Sitwell. Poi viene la Grecia, che diventerà la sua patria ideale, forse più dell’Italia: tene, Fidia, il nome Byron
Byron era stato in Italia già due volte, nel 1923 e nel 1924. Nell'estate del 1925, espulso dall’università a Oxford, ci ritorna in un lungo polveroso viaggio in macchina, con due amici, David dei abroni Henniker, e Simon Trower. Ha vent’anni, non ha molti studi regolari, ma sa molte cose. A Eton si era segnalato per le imitazioni della regina Vittoria. Pratica che continuò a Oxford, fino a che non gli valse l’espulsione. Ma aveva l’occhio, evidentemente: molta arte, e anche storia, si sa da lui, al suo modo svagato. Il titolo originale è “Europe in the Looking-Glass”, e come Alice Byron si muove, garrulo ma giusto al punto, la grazia è quella di Lewis Caroll, divagante e no.  

Robert Byron, L’Europa vista dal parabrezza, excelsior 1881, outlet, pp. 406 € 8,25

Renzi privatizza la Cdp

Nel silenzio di Grillo e di altri che sanno ma non parlano, si privatizza la Cassa Depositi e Prestiti. Lo sappiamo da uno dei futuri manager, Costamagna,  l“orecchio di Dioniso” dei migliori giornalisti economici, e quindi sarà vero.
La privatizzazione della Cassa, il vero Forziere Italia, con le mani in pasta nelle migliori aziende, oltre che nella finanza pubblica, si fa semplicemente mettendoci a capo due banchieri, Costamagna e Gallia. Renzi non potrebbe, il vertice Cdp non è in scadenza, ma le banche d’affari, cioè gli affari, hanno fretta, e il governo deve adeguarsi. Senza esborso per i privati, le privatizzazioni continuano in Italia con Renzi a costo zero per i cosiddetti investitori.
Cdp “controlla” Eni, Snam, Terna, etc, gestisce 200 miliardi, forse più, di risparmi postali, ha 100 miliardi a disposizione per gli investimenti strutturali degli enti locali. Una cornucopia da spolpare? Finora indenne da scandali, e non poteva durare.