Perde
ogni elezione. Si è presentato da Nazarbayef in Kazakistan con berretto di
lontra, come Totò a Milano. Bombarda in solitario l’Is nel Nord Irak con la
portaerei ancorata a Bassora. È sempre indaffarato tra amanti vecchie e nuove – dove trova il
tempo? Ha un primo ministro indaffarato a vedersi le partite del Barcellona in
giro per l’Europa. E voleva invadere la Siria – la Siria?... Ora non vuole i siriani
a Ventimiglia, in attesa di ricongiungersi coi familiari in Francia.
È un
uomo di ferro ed è il presidente della Francia. Non si può dire che Hollande,
il personaggio della favola, benché inseguito dal ridicolo, non sia testardo.
Ma a volte fa come Zidane, dà testate, Quando si sente sconfitto è uno abituato
a vincere senza sprecarsi, in virtù delle sue donne troppo. Senonché, non può
essere Zidane trasportato in politica:quanti gol ha fatto e ha fatto fare Hollande?
martedì 16 giugno 2015
Ma che Europa d’Egitto
La chiamarono così, in greco, come per dire Bellavista, un Belvedere, gli asiatici che già allora, un migliaio di
anni prima di Cristo?, si accatastavano sul mare Mediterraneo. E gli
africani che accorrevano dall’Africa, via Egitto e Creta, la Lampedusa dell’epoca..
Alfano
che scende a Bruxelles in vestito di sartoria e affronta a muso duro l’Europa
è, si sa, una sceneggiata e uno scherzo. Ma il ministro dell’Interno non è il
solo, tutto ormai in Italia è Europa: l’Europa fa, l’Europa dice, l’Europa
stabilisce, l’Europa minaccia, l’Europa concede.
Si ipostatizza
una “Europa” che non c’è. L’Europa è stata l’intesa politica sessanta-settantanni
fa tra Germania, Francia e Italia nel mezzo della guerra freda. È stata poi
quella comunitaria, del libero scambio. E poi? Avrebbe dovuto essere quella dell’euro
dieci anni fa, della moneta unica. Ma intanto la Germania cambiava pelle e
politica: non aveva più bisogno dell’Europa e volentieri si è rimodellata sulla
nuova-vechia, vecchissima, idea dell’unione come egemonia, delle zone d’influenza,
delle vocazioni ristrette, produttive, politiche. Per cui l’euro ha fatto più
danni, per l’Italia incalcolabili, che benefici - con benefici della stessa ampiezza per la Germania e gli accoliti. Per il resto
è un’Europa non asettica, come si presume, illuminata, dirigista: la sua
burocrazia non è super partes ma obbedisce al blocco dominante, che si tratti
del salvataggio delle banche, o della tracciabilità dei fichi secchi (sì, l’importatore
è tedesco e quindi deve poterli importare liberamente dalla Turchia, perché
dovrebbe dichiararli).
Il tutto
senza colpa della Germania, che ha occupato una terra nullius. L’Italia in particolare,
dove più che altrove l’Europa di Alfano è sui giornali, se non sulle bocche, se
ne serve come di un paravento per la sua superficialità, quando non è
incapacità In effetti “l’Europa ha detto”, “l’Europa ha fatto”, “l’Europa ha
deciso”, leggendo i giornali anche in altre lingue, è solo fraseologia italiana.
All’italiano della strada non sembra, ma ai giornalisti sì, specie se ex
comunisti, vecchi avversatori dell’Europa. E dunque è così, anche se non è
vero. Il cittadino francese, o tedesco, non si dice la stessa cosa. Nemmeno l’inglese,
che pure non sopporta l’Europa, e quindi è portato ad addebitarle il peggio.
Letture - 218
letterautore
Agiografia – È in auge a Milano e dintorni, nella tradizione
ambrosiana?, ora che arrivano sconosciuti asiatici subito classificati califfi
e miliardari. Il Mr Bee di Berlusconi ne è il prototipo, che pure meglio
avrebbe risposto all’eulogia del self-made
man. Ma lo si vuole di ogni virtù, il “Corriere della sera” non lesina
nessuno degli ingredienti dell’agiografia: i nobili lombi, la vocazione
precoce, e se non lo Spirito Santo dollari in quantità, incalcolabili. “La
Repubblica” è guardinga – De Benedetti sa di che si tratta – e definise Mr B,
come viene chiamato in Thailandia, “fantomatico”, Ma, poi, anche su
“Repubblica” Mr B è di ogni virtù: “Dai pedaggi autostradali alle card per il
trasporto pubblico, dal settore immobiliare all’organizzazione di eventi
sportivi, il broker thailandese mostra di non disdegnare nulla quando si tratta
di far soldi: è per questo che investitori di tutto il mondo si affidano a lui
e alla sua rete di conoscenze”. Non nobili ma ricchi i genitori, anche se sono
emigrati dalla Cina in Australia in cerca di fortuna. L’agiografia vuole il
santo precoce, e Mr B, come lo chiamano in Thailandia, lo è: faceva affari già
al liceo. Etc., senza ironia. Anche quando eccede nel name-dropping, in cui gli affaristi devono eccellere. Con Enzo
Currò di “Repubblica” Mr B spende parecchi nomi –“Del Milan ho parlato con Rotschild,
e il contatto con Berlusconi si è creato”.
Come tutti i
santi, anche Mr B. è naturalmente un filantropo: “Mr.Bee è molto impegnato”, sempre
da “Repubblica”, “nelle attività benefiche: il broker thailandese riveste il
ruolo di Ambasciatore Globale per la Fondazione Nourafchan, fondata da Rafael
Nourafchan, il cui presidente onorario è lo sceicco Nahayan Mubarak Al Nahayan.
La fondazione si propone di promuovere “la salute, la felicità, l’istruzione,
la gentilezza e la virtù”, “senza distinzioni di colore, razza, religione e
genere”. – questo forse è un comunicato stampa, che il giornale ex di Scalfari
ripropone tal quale, per economia di attenzione, ma di un santino alla fine troppo
agiografico. Chi saranno Narafchan e Al Narayan?
Mr B. ricalca Erick Thohir, l’altro
“magnate” asiatico di Milano, questo dell’Inter. Che ha investito nell’Inter
per trarne un alto rendimento, l’8-9 per cento l’anno. Thohir fa da
intemerdiario bancario per il club, con un spread netto del 6 per cento. Ma l’Inter,
gli interisti e Milano pendono dai suoi silenzi – Thohir a differenza del
ciarliero Mr B, è taciturno.
Amore - È stato a lungo tema principe del canto popolare. Come
prolungamento di una tradizione. Ma anche come sostrato sociale (pubblico):
tema di riconoscimento fra letterati, e collante collettivo (anonimo) senza
controindicazioni o rivalse. Poi, nell’ultimo secolo, è svanito. Altri veleni
lo hanno soppiantato: la patria, la classe, gli affari, la corruzione.
Autore – Decretato morto , annegato nell’indistinto linguistico –
la letteratura è parole – si reincarna a fini commerciali: è autore chi vende.
Un marketing riuscito, come di un divo
del cinema o di una velina.
Dante – Un professore d’italiano a Savigliano, Valter Giordano, era
molto apprezzato al liceo in quanto conoscitore e lettore entusiasta- entusiasmante
di Dante. Poi è finito male, denunciato da due allieve per abusi sessuali. Ora
rivela il suo segreto. Ha passato dieci anni in seminario, dai 10 ai 20, e la
disciplina era durissima: “Dovevamo stare in silenzio, se parlavi la punizione
era imparare un canto di Dante a memoria. Se sbagliavi qualcosa i canti diventavano
due”. Bella pedagogia, ma Dante avrebbe approvato? Si capisce anche che non è
stato difficile incastrarlo.
Italiano – “La cultura classica del buon lettore italiano non ha
paragoni in nessun altro paese”, attesta il filologo spagnolo Francisco Rico –
le cui bibliografie includono sempre molti testi francesi, tedeschi, inglesi.
Immagine – È il segno espressivo del Millennio, in letteratura come
in politica, e perfino in affari. Non la merce, non la qualità, non l’opera o
l’autore, ma la presentazione: comunicazione e packaging.
Intellettuale - “La critica dell’elitismo e il disprezzo
degli intellettuali sono tipici di una società che tende a divenire reazionaria”:
Umberto Eco, “Le Point”, 7 maggio 2015. Eco ama i paradossi, e non teme il
paradosso dell’elitista – analogo al paradosso del mentitore (“tutti i cretesi
sono bugiardi, dice Epimenide cretese”)?
Ma
è vero che l’intellettuale è in petto
un rentier: vuole una sua (modesta)
rendita di posizione. Anche Marx lo fu, prototipo e numero uno degli
intellettuali – Marx lo fu in senso proprio, dei soldi: tutto, anche prestiti
mai restituiti, meglio che lavorare.
Latinoamericani – Il “realismo magico” fu una solida impresa
commerciale, sulle ali del successo di “Cent’anni di solitudine” nel 1967. Il
critico spagnolo Xavi Ayen, “Aquellos años del boom”, ne rintraccia la
fortuna nell’opera congiunta, a Barcellona, dell’editore Carlos Barral e
dell’agente letteraria Carmen Balcells. L’uno, gran letterato, attraverso i premi che
organizzava o controllava, all’interno e all’esterno della Spagna. Lei per
l’enorme fiuto commerciale e di relazioni pubbliche, per prima con gli
stessi autori, dei quali diventò la vestale. Capace anche di superare i
notevoli handicap politici dei suoi autori, troppo di sinistra, troppo di destra, incostanti. Fino ai
Nobel, negati invece ai latini non di scuderia.
Prima i sudamericani non erano sconosciuti, in Francia e in Italia soprattutto, argomenta
Ayen: Borges, Carpentier, Asturias, Rulfo, etc, erano tradotti e
apprezzati. Ma il boom fu un’altra cosa, Ayen limita la sua ricerca del “boom”
latino a quattro autori: Garcìa Marquez, Vargas Llosa, Cortàzar e Fuentes. Ma l’onda si estese al Brasile,
al
Messico, alla stessa argentina di Borges.
Pasolini – Voleva ridere e far ridere, gli amici lo ricordano di
spirito lieve. Mentre l’immagine che suscita è quella delusa e polemica degli
articoli “corsari”. Ma non era di buon carattere. Non parlava con nessuno nel
quartiere di Monteverde Vecchio dove ha abitato a Roma, ai due indirizzi, , il
barbiere, il giornalaio, il barista, il garagista. E, purtroppo, non aveva
amici, se non letterati. I presentava anche malinconico, e chiuso. Effetto delle
persecuzioni di cui fu vittima? Ma era anche un privilegiato. Gli ultimi tempi anche gli
intimi dicono che vagava solo.
I primi ricordi personali sono
misti. Girava l’Italia con Moravia per noiose diatribe su lingua e dialetto,
false, visibilmente false per lui
stesso. E stanche sottoposizioni alle domande dei pubblici di periferia, del
circuito Aci: le musiche nei suoi film? “solo Bach”. Ma anche per un
adattamento del “Miles Gloriosus “ di Plauto
che sganasciò dal ridere in anteprima il pubblico della Pergola a Firenze, e alla
fine la stessa Compagnia dei Quattro che lo rappresentava, sfiniti a ridere
anche loro.
Spie – Molti scrittori viaggiatori inglesi si sono vantati, o sono
sospettati, di avere lavorato per i servizi segreti del loro paese. Il più
propagandato è Graham Greene in Sierra Leone (e in Centro America?). Ma numerosi
altri sono stati sospettati, specie i tanti che viaggiavano tra Afghanistan,
Tibet, paesi di frontiera himalayani. Compreso Bruce Chatwin quando decise di
dedicarsi ai monasteri ortodossi del Vicino Oriente, per conto del “Sunday
Times”, luogo privilegiato delle informazioni “speciali” (la “strategia della
tensione” è la più famosa, ma in una serie).
Robert Byron conclude il
semi-inconcludente “L’Europa vista dal parabrezza” con un capitoletto
sull’occupazione italiana del Dodecaneso che non può essere che da servizio
segreto. Il capitolo comincia con una lode del fascismo, “l’organizzazione
politica più vitale della nostra generazione”, del tutto incongrua con lo
stile, di vita e di scrittura, di Byron:
“In materia di benessere sociale, istruzione e prosperità industriale ,
dal 1922 a oggi (1925, n.d.r.) l’Italia ha fatto progressi che non trovano paragoni in nessun altro paese
del mondo”. Per poi introdurre di colpo l’imperialismo italiano, di “innata volgarità”.
E produrre una dettagliata cronistoria, militare e diplomatica, dell’occupazione
del Dodecaneso in cui, senza fare torto giuridicamente agli italiani, dice però
che sono spietati, profittatori e distruttori. Anche per avere estromesso
l’influenza benefica inglese. Per la disattenzione di Lord Curzon Tentando anzi
di estendere l’ingerenza a Corfù, che per ritorsione era stata appena
bombardata e occupata dall’Italia dopo la strage della missione italiana
incaricata di tracciare i confini tra Grecia e Albania.
Ciò potrebbe spiegare la rapidissima
pubblicazione del voluminoso libretto, in pochi giorni, anche se come opera
d’esordio non è granché. Byron aveva venti anni nel 1925, era stato espulso da
Oxford, e vagava per Londra senza un’occupazione alternativa e senza progetti. Anche
l’impianto del libro combacia: il viaggio è particolarmente caloroso nella
tappa italiana, che è anche la più dettagliata e lunga, per dire che Byron non
è prevenuto.
Vajasseide – L’epiteto “vajassa!”, serva, della Carfagna alla Mussolini che cinque anni
fa ruppe l’armonia di genere e di partito tra le due vedettes, aveva un precedente letterario, che riemerge con la
riproposta al cinema (“Il racconto dei racconti” di Garrone) di Basile e il suo
“Cunto de li cunti”. Giulio Cesare Cortese, il letterato napoletano della prima
metà del Seicento, più famoso perché Basile ne commemorò la morte nel 1627,
mentre lui vivrà ancora una quindicina d’anni, era celebrato autore di una
“Vajasseide” in lingua napoletana – così come poi sarà il “Cunto de li cunti”.
Un poema eroicomico in ottave in cinque canti, di cui sono protagoniste le
serve di casa, “vajasse”.
letterautore@antiit.eu
Céline a noi
Céline torna nel pantheon di
destra. Dove si voleva, ed è sempre stato, ma non più da anarchico
individualista, né da conservatore: da fascista – anche se avrebbe obiettato.
Per questo anzi celebrato, goduto. I cinquant’anni della morte dello scrittore
non hanno prodotto altro.
Un centinaio di celiniani,
molti italiani, rievocano l’emozione della prima “frasetta” di Céline, il primo
incontro con la sua “musichetta”. Rigorosamente di destra, l’antisemitismo non
fa velo. Convitati da un celiniano che fa il funzionario di polizia, e da tempo
si adopera per la pubblicazione dei libelli antisemititi..
Non per celiniani, non
aggiunge nulla, malgrado la presentazione di Henri Godard. Ma per un Fascist
Pride, se esistesse, sì.
Eméric Cian-Grangé, Céline’s Big Band: d’un lecteur l’autre,
Pierre-Guillaume de Roux Éditions, pp. 400
pages, € 25
L’unione delle chiese - 3
“A
Firenze nacque l’Occidente. Nel momento suo migliore, dell’umanesimo al
governo. Ma nacque infetto: l’altra metà dell’impero lasciava all’islam e ai
turchi sotto la parvenza dell’unione, e la stessa chiesa divideva: “Il concilio
di Firenze rese inevitabile la Riforma”, esordirà Joseph Gill, gesuita, lo
storico dell’assise. La riforma attesa “del capo e delle membra”, che sancisse
la superiorità del concilio sul papa, fu elusa dall’unione con le chiese
d’Oriente. Un secolo abbondante dovette passare per un nuovo concilio. E quando
ciò avvenne la riforma era già ribellione antiromana.
“Il
concilio di Firenze si era aperto a Basilea il 23 luglio 1431, quattro mesi
dopo la morte del papa Martino V che l’aveva convocato. Era il primo dopo la
provvisoria composizione dello scisma d’Occidente a Costanza a fine 1414, dove
a un inedito concilio indetto dall’imperatore Sigismondo del Lussemburgo
s’erano dimessi i tre papi regnanti, il romano Gregorio XII, l’avignonese
Benedetto VIII e il papa del concilio di Pisa Giovanni XXIII, in favore di Martino
V, Ottone Colonna, ma si aprì la strada alla divisione definitiva con la
condanna di Jan Hus - il sant’uomo che morirà sul rogo ossessionato dai “corni
del petto” delle donne. Poggio Bracciolini, segretario di Giovanni XXIII,
rimasto disoccupato, ne approfittò per gite a cavallo nei dintorni, dove trovò,
sotto la polvere dei conventi, numerosi testi antichi, tra essi Lucrezio, De rerum natura.
“A
Costanza l’assemblea era stata pletorica, centomila presenze furono contate,
tutte maschili, se si eccettuano mille prostitute, una ogni cento convenuti.
Sarà la scena della Juive, il grand opéra di Halévy che mette in scena
un buon cardinale e un perfido ebreo. C’erano 33 cardinali, 500 vescovi, 40
duchi, 32 principi, cinquemila preti, mille diplomatici, duemila universitari.
Hus, rettore a Praga, s’era appellato al concilio contro i suoi vescovi con un
progetto di riforma e per questo aveva avuto un salvacondotto imperiale. Ma il
cardinale D’Ailly, rettore della Sorbona, lo fece arrestare e bruciare davanti
ai centomila. La salma di Wyclif, ispiratore di Hus, fu esumata e anch’essa
bruciata. Una crociata antihussita fu affidata al cardinale umanista Cesarini,
e poi al Cusano, suo protetto.
“A
Basilea i conciliari erano pochi: una cinquantina tra cardinali, vescovi e
preti, e una dozzina di abati. Ma molti professori vi convennero, che ebbero la
facoltà di votare, oltre che disquisire. Riferivano ai loro principi, che,
litigiosi su tutto, si accordarono per ridurre i poteri del papa e prendersene
i beni. Nelle venticinque sessioni tenute dal 23 luglio 1431 al 7 maggio 1437
si dibatté pure “di chi nella messa non canta tutto il Credo”, e di “chi dà in pegno il culto divino”. Eugenio IV,
successore di Martino V, che aveva recepito il ricorso di Giovanna d’Arco, condannata
come strega per avere promosso la liberazione dagli inglesi, decretando
l’obbligo per ogni nazione di stare nei suoi confini, fu disobbedito pure in
questo - del resto Giovanna era già stata bruciata il 30 maggio. Carlo VII di
Francia appoggiò il concilio, col pensiero alla Prammatica Sanzione di Bourges,
che priverà il papa delle rendite in Francia. Per Filippo Maria Visconti il
concilio era filotedesco. Gli aragonesi accusarono il pa-pa di favorire a
Napoli gli angioini. Cusano, il giovane tedesco pupillo del legato papale
Cesarini, contro il papa scrisse La concordia cattolica.
“Eugenio
IV, Gabriele Condulmer, reagì decretando il concilio chiuso il 18 dicembre 1431
e riconvocandolo dopo diciotto mesi a Bolo-gna. Salvo riconoscerlo legittimo di
nuovo nel 1433. Riuscì infine a convocarlo a Firenze, dopo una pausa a Ferrara,
subentrata a Bologna. Condulmer, veneziano, era stato vescovo di Siena a
diciassett’anni e cardinale a diciotto per volere dello zio Gregorio XII, ma
era già agostiniano e aveva donato ai poveri i suoi ventimila ducati. Da
Firenze tentò invano di rabbonire i conciliaristi, facendo recitare il 4
settembre 1438 le due tesi, contro e pro Basilea, da Giovanni Torquemada e dal
Cesarini. (il cardinale Torquemada, zio dell’inquisitore, n.d.C.). I concili,
che sono il test più antico della
democrazia di massa, anteriore alla dieta polacca, anzi di poco successivo al
Cristo, e assemblano persone colte, di comuni intenti, scelte dai poteri
esistenti, senza una guida superiore diventano incontinenti: la democrazia è
sempre un inizio e si rinnova, nessuna lezione è definitiva, ma non c’è
buon’assemblea d’intellettuali se non è governata.
“I
contestatori erano ancora a Basilea quando a Firenze si proclamò l’unione, e
benché ridotti al cardinale di Arles e a trentadue elettori, quasi tutti
laici, condannarono il papa in otto punti, la città dei Medici dichiarando
“Sodoma, Gomorra e Babilonia”. L’orgoglio è il primo dei vizi, che è sempre
intellettuale. Deposero anche Eugenio IV, e al suo posto elessero Amedeo VIII
duca di Savoia. Vedovo e con quattro figli viventi, Amedeo VIII si disse
felice, Felice V, e come sede scelse Losanna – la Svizzera non era ancora
neutrale e riservata ma la città gli era fa-miliare. Come segretario i
conciliaristi gli diedero l’umanista Enea Silvio Piccolomini, che sarà poi papa
romano, Pio II, e ne riaffermerà i poteri.
“Firenze
fu per un quindicennio la nuova sede del papato. I Colonna, eredi di Martino V,
avevano scatenato contro Eugenio IV l’inva-dente Filippo Maria Visconti, il
duca di Milano. Il papa si comprò i servizi di Francesco Sforza, che vent’anni
dopo succederà ai Visconti per averne sposato l’erede Bianca Maria, e riuscì a
mettersi in salvo a Firenze. Tornerà a Roma nel 1445, in tempo per morirvi, grazie
a tre influenti intellettuali, Cusano, Piccolomini e Lorenzo Valla, lo stesso
che aveva scoperto falsa la donazione di Costantino che fonda il potere
temporale dei papi, riconducendola al primo complotto franco, al tempo e a
opera di Pipino. Piccolomini aveva presto lasciato Felice V, che del resto fu
felice di ricomporre nel 1449 lo scisma accettando un onorifico cardinalato di
Santa Sabina da papa Niccolò V, Tommaso Parentucelli - quello che, avendo perduto il Mediterraneo ai
turchi, si sarebbe rivalso sull’Africa”.
(continua)
lunedì 15 giugno 2015
Problemi di base - 233
spock
La Bundesbank parla ogni giorno, ammonisce, minaccia, la Banca
d’Italia no: è più elegante?
Perché Dio parlerebbe?
E in che lingua?
Ha perso Renzi o ha perso Casson?
Ma che perde Casson, dopo Argo 16 (1973)?
Internet libera le pulsioni o le oblitera?
Quanta amicizia, intelligenza, entusiasmo non si negano a
nessuno su internet: senza effetti collaterali?
spock@antiit.eu
L’intellettuale si chiama fuori
Il
penultimo Enzensberger metteva in berlina Bruxelles. Quest’ultimo, un anno dopo
, si chiama fuori: 250 pensierini per la buona notte. A opera di un
insignificante signor Zeta, che pontifica ai giardinetti. Di Dio, la coerenza,
la morte, la solitudine, quello che capita.
Lo
scrittore c’è sempre, arguto - “solo le persone noiose si annoiano”. E il polemista, tagliente anche. Ma di che, poi?
Hegel dadaista, Ernesto Guevara de la Serna, “meglio noto col soprannome di «Che»,
famoso in tutto il mondo, «l’essere umano più completo del nostro tempo»” di
Sartre… L’intellettuale è stanco, “tanto più piacevole è prendersi una pausa
dal presente”, meglio che starci nel mezzo – il trend sì, la contemporaneità sì,
però.
L’unione delle chiese – 2
“L’ultimo
tentativo di unione abortì un secolo dopo per la disperazione di Giovanni VIII
Paleologo alla morte dell’amatissima moglie Maria Comnena. Unionista convinto
contro i turchi, l’imperatore, quello della “Fla-gellazione” di Urbino e del
profilo universale delle medaglie del Quattrocento, era andato a cercare alleati
in Germania, e a Firenze al concilio che sancì l’unione a metà 1439, trovando
la moglie morta al ritorno. Maria Comnena, figlia dell’imperatore Alessio IV di
Trebisonda, era di saggezza e bellezza grandi, testimoniano gli storici Ducas e
Sfranze. Prima di lei Giovanni VIII aveva sposato Anna, una bambina figlia di
Basilio I di Mosca, morta di peste subito dopo le nozze, e Sofia, figlia di
Teodoro II del Monferrato, donna di grande bruttezza che visse confinata a
palazzo, da cui fuggì dopo cinque anni per rinchiudersi in convento.
“Fu un
ritorno nello sconforto. Per due anni Giovanni si escluse dagli affari di
Stato, consentendo al partito costantinopolitano di boicottare l’unione
sottoscritta a Firenze. Sotto la regia dell’imperatrice madre Elena Dragaš. Col
sostegno degli stessi teologi che in Italia avevano argomentato l’unità della
verità. Tutti gli orientali firmarono a Firenze l’unione: il 6 luglio 1439 i
greci, gli armeni il 22 novembre, i copti il 4 febbraio 1442, i siriaci il 30
novembre 1444, il 7 agosto 1445 i caldei e i maroniti di Cipro. Molti greci
però, tornati a Costantinopoli, si dissero forzati. Alcuni per sfuggire ai
sospetti di corruzione, altri suscitandoli con la rapida abiura. Giorgio
Gemisto Pletone, che a Firenze aveva perorato l’unità delle fedi sulla base
della ragione, scrisse un trattato contro il Filioque. Si stracciò le vesti Marco Eugenico, metropolita di
Efeso. Ebbe dubbi pure Bessarione, prima che da Roma gli giungesse la porpora
cardinalizia. Greci e russi si avviarono alla divisione definitiva. Nel 1484 il
sinodo di Costantinopoli ripudiò l’atto di unione, sotto la protezione benevola
dei turchi. Nel 1736 il patriarca Cirillo V invaliderà il battesimo latino.
“L’unione
era stata la sola politica di Giovanni VIII Paleologo, “ultimo re romeo”
(penultimo, premorì di cinque anni alla caduta di Costantinopoli – n.d.C), che
sapeva di non potersi fidare dei turchi. Due volte Giovanni VIII venne in
Italia a cercare aiuto. Gli ultimi viaggi di una serie avviata dal nonno
Giovanni V, che fu imperatore tre volte in cinquant’anni, dal 1341 al 1391 –
usurpato la prima volta da Cantacuzeno, il coimperatore delle collane di vetro.
Un pellegrinaggio di tre anni, dal Natale del 1399, aveva fruttato a suo padre
Manuele II solo un suggerimento, solo a Venezia: allearsi coi turchi per
dividerli. Al ritorno Manuele adottò in mancanza di meglio una politica
d’unione matrimoniale: il figlio Teodoro sposò a Cleope Malatesta, nipote di
papa Martino V, e Giovanni a Sofia del Monferrato. Nel 1423 Giovanni VIII era
stato una prima volta in Italia, a Venezia, Milano, Mantova e Pavia, e in
Ungheria, senza esito. I turchi lo incalzavano, mentre i fratelli, Teodoro,
Demetrio, Costantino Dragazes, perfino l’invalido Andronico si legittimavano
difensori della vera fede, col sostegno ora genovese ora veneziano, e degli
stessi turchi.
“Poi le
cose sembrarono mettersi bene. Giovanni sposò Maria Comnena. Teodoro e
Costantino liberarono il Peloponneso, sconfiggendo a Patrasso la flotta dei
Tocco, duchi di Acaia. La politica matrimoniale s’arricchì delle nozze di
Costantino con Maddalena, figlia di Carlo Tocco. Il concilio dell’unione, di
Basilea e Ferrara, si avviava a un accordo a Firenze. Giovanni VIII, che
confidava nell’autorità del papa e nel comune interesse con i principi del
sacro romano impero, la delegazione greca aveva voluto imponente e lussuosa,
impegnando i tesori del Pantocrator. L’invito del papa era stato recato a
Costantinopoli da Niccolò Cusano. Con l’imperatore erano partiti il 25 novembre
1437 per Venezia, adorni d’abiti e pietre preziose, il patriarca Giuseppe II,
il fratello minore Demetrio, i vescovi di Efeso e Nicea, Eugenico e Bessarione,
il filosofo Gemisto Pletone, il giudice universale Martino Scolario, poi
raggiunti dal metropolita russo di Kiev, Isidoro. La delegazione s’era
imbarcata il 22, tre giorni prima, per
assuefarsi a bordo al rollìo. Il viaggio si fece parte per mare e parte a
terra, mentre le navi circumnavigavano il Peloponneso.
“Quando
Giovanni VIII uscì dalla depressione, fu a un passo dal rovesciare il declino
della Nuova Roma. Per l’unione erano con lui le famiglie nobili e gli arconti
della capitale. Lo stesso mesazon Luca Notara, l’uomo cui era delegato il
governo, che diceva di preferire il turbante turco alla mitra latina, si era
convinto che Roma fosse il male minore. Al patriarca unionista Giuseppe II
succedette un altro unionista, Metrofane, battendo il candidato di Marco
Eugenico, Ghennadio l’Athonita. I turchi, chiamati da Marco Eugenico e Demetrio
a difesa della vera fede, furono respinti. Ladislao di Polonia, l’ungherese
Giovanni Hunyadi e il despota di Serbia Giorgio Brankovic raccolsero l’appello
alla crociata di Eugenio IV e sconfissero i turchi ripetutamente. I re di
Serbia e di Polonia trovarono opportuna a questo punto la pace. Ma il papa e
Giovanni VIII vollero la guerra, e Varna arrivò, con l’intervento decisivo
delle navi genovesi, e poi Kossovo, due sconfitte che porteranno i turchi quasi
a Trieste.
“Costantinopoli
finirà unitaria. L’ultimo patriarca prima della caduta sarà filolatino, Isidoro
di Kiev. Il suo predecessore Gregorio Melisseno, detto “Mammas”, era riparato
in Italia, avendo chiari gli eventi, con una reliquia della vera croce,
un’altra. A Isidoro sarà dato come successore, in partibus, Bessarione.
Ma quando Giovanni VIII morì, il 31 ottobre 1448, non un pope si trovò disposto
a officiare il rito funebre. L’imperatrice madre vietò che nella liturgia il
nome del morto seguisse quello degli altri sovrani – si partiva da Costantino il
Grande, il quale aveva ucciso la moglie e il figlio. Di Elena Dragaš, che per
un cinquantennio aveva governato i mariti e i figli, farà l’elogio funebre
Gemisto Pletone chiamandola Penelope, che non vuole dire nulla, ma da monaco
attribuendole un cervello “superiore a quello che di solito ci aspettiamo dalle
donne”.
domenica 14 giugno 2015
Ombre - 271
Sugli
immigrati, “se il Consiglio Europeo sceglierà la solidarietà, bene”, dice Renzi
a Maria Teresa Meli: “Se non lo farà”, minaccia, “abbiamo pronto il piano B”.
Quale? Chiudere Ventimiglia al profugo Hollande?
La
Procura di Trani, a venti km. da Bari, che per non farsi chiudere si è illustrata
con la maxi-inchiesta sulle agenzie di rating,
e tenta naturalmente d’infilarsi in quelle contro Berlusconi, s’è inventato un
senatore dell’Ncd che dice alle suore della Divina Provvidenza in assemblea:
“Da oggi in poi comando io, se no vi p…. (?) in bocca”. Balbettante cioè, oltre
che corrotto.
Ora
che questo senatore, per essere arrestato, deve essere giudicato prima dal Senato,
il suo amico di partito Maurizio Lupi,
che l’ha appena scapolata in una intercettazione analogamente allegra, dice:
“In coscienza, voterei per l’arresto”.
La coscienza è buona cosa, è assolvente.
“Siamo
al fango. Evidentemente è in atto un tentativo di infangare questa
amministrazione. Ma si tratta di falsità”. Chi l’ha detto? Non Berlusconi né
Buzzi, ma Rocco Sabella, giudice, ex segretario del sindacato dei giudici,
assessore a Roma. Ma: il fango è dei giornalisti o degli inquirenti?
“La
Grecia riceve prestiti. Nessuno le regala soldi” - “voglio essere chiaro”, ha
premesso Tsipras in una lunga intervista con Andrea Nicastro: “Secondo il
Parlamento tedesco, la Germania ha guadagnato 360 milioni dai prestiti che ci
ha concesso”. È per questo che la crisi greca si trascina?
“Se
la Grecia fallisce”, dice ancora Tsipars, “i mercati andranno subito a cercare
il prossimo”, la prossima vittima da spolpare – il mercato è la speculazione, cioè
il mercato stesso, la cui virtù è di essere insaziabile.
Questo
è vero: il prossimo l’avevano già cercato, l’Italia. E ci hanno pure guadagnato,
più che con la Grecia.
Franceschini
non trova pochi euro per l’Opificio fiorentino delle Pietre Dure, o per le
bollette delle biblioteche pubbliche, ma trova ben venti milioni per “fare” del
Colosseo un’arena, con i centurioni e tutto. Il governo Renzi sarà ricordato
per aver dato il Colosseo in pasto ai turisti?
Ci
casca pure Felice Cavallaro: “La gioia di Beletu, un panino al porto di Palermo,
dopo aver attraversato il Sahara senza cibo”.
La
linea della palma è scesa così in basso?
Ma
questo Is esisterà realmente? Come fa un
esercito di mercenari in luogo ostile, per quanto volontari, senza aerei né contraerea, e senza carri
armati, Bombardati dalle aviazioni euro-americane, a occupare mezza Siria e
mezzo Iraq? Coi pick-up? Quanti pick-up hanno, mille? In ventimila, dunque,
venti per camioncino, su una superficie più grande dell’Italia, e odiati dalla
popolazione?
Finalmente,
c’è un’ondata d’immigrazione senza precedenti nel Mediterraneo. La scoperta l’hanno
fatta gli inglesi imbattendosi in una barcone, in mare piatto, mentre oziavano
alla fonda a Malta. Il ministro inglese della Difesa ha detto anzi che la
questione è seria. Certo, al modo inglese.
Ora:
gli inglesi, va bene, ma l’Europa, che gli inglesi non sopportano?
Maroni
cavalca gli immigrati e minaccia: guai ai sindaci che ne accolgono uno. È
tassativo e inderogabile. Ha fatto il ministro del’Interno ma è il Prefetto che
avrebbe voluto fare, della deprecata Italia unita.
E
che dire degli immigrati lavoratori, da tempo, magari anche cittadini italiani,
conteggiati come profughi? A Milano si può raccontare di tutto - da milanesi, è
ovvio.
“Fatemi
fare un campo nomadi e vi compro tre case”: Buzzi al solito va giù dritto nelle
questioni del malaffare romano. Ma è il malaffare del terzo settore, di cui
questo sito da tempo dice che è infetto. Maneggia soldi pubblici, e la
corruzione vi è costante.
Non
sono danneggiate solo le macchine degli juventini a Fiumicino, di quelli che
sono andati a Berlino. Si danneggiano anche le macchine degli juventini in città.
E dura ancora lunedì, un giorno e mezzo dopo, al mercato, al bar e tra gli
scaricatori, al gioia dei romanisti per la sconfitta della Juventus in
Champions League. La c risi, che c risi?
La
sconfitta della Juventus è il campionato vinto dai romanisti, sinceramente
lieti. Di Luis Enrique, l’allenatore romanista in fuga dalla Roma, dicono: “È
uno dei nostri”.
Prendono
anche per buona la dedica che il basco ha fatto della Champions League ai
tifosi romanisti. Tanto svegli non sono.
“Un
Barcellona galattico”, titola il “Corriere della sera”. Come se la partita non
l’avessero vista metà degli italiani. Dev’esserci una “sindrome Corriere della
sera”: quello che il giornale dice, o non dice, è, o non è. Al tempo di Mike
Bongiorno e Lascia o raddoppia fu perfino teorizzato: se il “Corriere della
sera” non ne parla, nessuno ne saprà niente.
L’arbitro
turco Čakir non fa scene. Subito ammonisce i due juventini di centro
campo. Non vede le simulazioni a catena
dei catalani. Non fischia anzi mai contro il Barcellona – solo qualche volta,
nell’area di Buffon. Sembra di vedere Collina, l’arbitro incorrotto, coi
capelli. Che dall’alto dell’Uefa, e della Fifa, lo ha fatto crescere.
Platini
sembra due Blatter, per mole e gli sbracciamenti in lode del vincitore alla
premiazione di Champions League. Platini è furbo – lui dice “paraculo”: sa che il sostegno politico dell’Italia nella
successione di Blatter si compra per niente, con qualche complimento. E gli
altri, per esempio i catalani? .
Strana
sensazione, di gladiatori nell’arena, seppure senza sangue, di commedia
dell’arte aggiornata al Duemila, a Juventus-Bacellona per la finale di
Champions League. Di calcio, ma addomesticato. Come un esibizione di Harlem
Globetrotters, di vecchie glorie senza artigli. Giusto per la tv, per i soldi .
Un
piccolo mercato sono anche le immagini rubate degli spettatori, i soli che hanno
pagato.
“Noi
minacciosi? Ci sono missili e navi americane che in 17 minuti possono raggiungere
Mosca”, Il “Corriere della sera” dà grande spazio a Putin, due pagine di
intervista. Più una prima pagina promettente: “Non sono un aggressore, patto
con l’Europa”. Ma in prima sulle navi americane il “Corriere” ci mette dei
“sommergibili”, non i missili.
“Metà
dei geni dell’uomo sono gli stesi del lievito: effetto di antenati comuni”. Che
scoperta. Tutto è ora scoperta.
L’Italia
propone a Bruxelles la tracciabilità delle produzione, la Germania si oppone.
Come finirà?
In
realtà la partita è già finita, è in corso da molti anni, e la Germania (con
Olanda, Belgio, Baltici, Finlandia, etc.) ci vende di tutto come se fosse
tedesco.
Non
processeranno Blattter perché ne hanno paura, è scommessa certa. Platini per
primo ne ha paura. Non per nulla l’unico segreto uscito sono i cinque milioni
che Blatter ha dato all’Irlanda per far passare la Francia al Mondiale. Chi si
somiglia si piglia.
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Quanti disastri, Obama
Il
fallimento dei due negoziati per il libero scambio, con l’Europa e con l’Asia,
bocciati dalla Camera, sarà l’ultimo dei disastri della presidenza Obama? Il
presidente più popolare lascerà probabilmente il più alto numero di disastri.
Un po’ come Kennedy (Vietnam, Cuba, mafia), l’altro presidente più osannato dai
media, che però è durato solo tre anni.
Disastri
interni ed esterni L’inopinata ripresa degli scontri razziali nelle città
americane razziali è uno. L’Obamacare, il sistema sanitario aperto che stenta a
decollare dopo cinque anni, un altro.
Obama ha
riportato l’Europa alla guerra fredda con la Russia. Non ha più un
interlocutore in Israele. Ha rovesciato i regimi militari arabi per favorire i
mussulmani. Tra i mussulmani ha armato e finanziato, in Libia, in Siria e in
Iraq, i più estremisti (“in funzione anti-Al Qaeda”….).
La nuova
guerra fredda è paradigmatica. Obama ha voluto il golpe anti-Yanukovich. Dopodiché
ha montato basi anti-missilistiche in Polonia e in Romania (“contro l’Iran….”),
annullando di fatto il fondamentale trattato Abm del maggio 1972, che finora la
disinnescato la minaccia atomica. Dopodiché, quando Putin ha visto il bluff
prendendosi la Crimea, ha imposto le sanzioni – all’Europa. E ora vuole basi
americane “avanzate”, cioè in Europa, Baltici e Romania.
Stupidario greco
Grecia
dentro, Grecia fuori? Oggi è dentro - oppure no.
Perché si stringe, c’è il vertice europeo fra dieci giorni. Ma il ritmo è un
giorno dentro e due fuori, per un po’ di speculazione sui questi cialtroni europei.
.
Ogni
eurocrate ha una banca d’affari con la quale si confida, almeno una. Ha cioè
un\a amico\a affarista. È evidente – molti giornalisti ne fanno esperienza
quotidiana – la collusione dell’euroburocrazia con le banche d’affari, cioè con
la speculazione, sulla tragicommedia greca.
Ma più
di tutti impone lo stop-and-go Angela
Merkel, la supercancelliera. Sarà questo l’asse Berlino-Londra – Londra come
capitale degli “affari”.
In
Germania Merkel è criticata, talvolta, per lo stop-and-go, per il troppo poco troppo tardi, e altre non
memorabili prove di statemanship
(bisognerà dire stateladyship?) Parlano
invece molto i giornali(sti) italiani, estasiati da tanta statemanship. Beh, Merkel in mano a Fidia no, ma a Crepax potrebbe
venire non male, con stivali, tacchi a spillo, e frustino, in pelle nera.
L’economista
Giavazzi volentieri vedrebbe la Grecia fuori della Ue. Ma ha un dubbio: “La
vera domanda è quanto ci interessa mantenere in Europa non tanto il museo della
nostra civiltà, quanto soprattutto la delicata cerniera geopolitica fra Europa e paesi islamici, in primis la Turchia”.
Dio ne
liberi? Ci interessa è la parola giusta - è l’Europa. Ma la Grecia ponte alla
Turchia?
Mentre
la Ue tartassa gli ortodossi (la Grecia, la Russia, la Serbia) riducendoli in
povertà, il papa li molcisce, proponendo loro l’unione sul giorno della Pasqua.
Ma questo è un punto troppo serio per uno stupidario.
L’unione delle chiese
Il papa propone agli ortodossi l’unione delle
chiese con l’unificazione della data della Pasqua. Non basta, una “e” le divide
profondamente, si veda dal racconto, qui di seguito, che ne fa Astolfo, nel
romanzo in via di pubblicazione “La morte è giovane”. È la “e” del Filioque: se cioè lo Spirito Santo discenda dal Padre e dal Figlio, come recita il “Credo” latino, oppure
no (la controversia sulla e era stata preceduta da quella sul da tra Tertulliano e Marcione - Tertulliano aspro
rimproverava a Marcione, e la contesa fu lunga: “Voi dite che Cristo è nato a mezzo di e non da una Vergine, e ancora, “in una matrice e non da una matrice”), l’ortodossia è dura in
materia teologica.
“L’eresia
latina sta nelle due derivazioni dello Spirito, dal Padre e dal Figlio: nel Credo lo
Spirito “procede dal Padre e dal Figlio (Filioque)”.
Per l’ortodossia o vera fede, invece, Unigenito è sia il Figlio che lo Spirito:
- Il
Padre sarebbe altrimenti il nonno dello Spirito – pappù, ha osato beffardo
il fraticello Serafino, non incomprensibile. È l’igumeno spia sovietica, o
bulgara, come Patrizia insinua tra le effusioni? Improbabile, inutile: l’odio
verso l’Occidente è di suo antico e feroce. Per una e.
“Tutto è del padre, argomentò il Concilio
unionista di Firenze nel 1439, “lo stesso Padre lo ha donato al suo unico Figlio
generandolo, a eccezione del suo essere Padre: anche il procedere dello Spirito
Santo dal Figlio”. Il “Credo” orientale invece lo nega. È che lo Spirito è
recente: entra nel “Credo” al Concilio ecumenico del 381 a Costantinopoli, ma
senza il Filioque. Questo lo
introdusse nel 447 il papa san Leone Magno. Senza dolo, sulla base d’una
tradizione alessandrina e latina, e prima che Roma conoscesse e facesse suo,
nel Concilio di Calcedonia nel 451, il “Credo” niceno-costantinopolitano del
381. La formula è entrata nella liturgia latina lentamente, tre secoli dopo il “Credo”
di Leone Magno, nei quattro secoli successivi. Fino a che il papa “ritornante” -
fu tre volte sul trono - Benedetto IX nel 1054 non scomunicò il patriarca
Michele Cerulario. Ma tre secoli d’iconoclastia
avevano già diviso l’Oriente dall’Occidente, mentre i maomettani dilagavano su
entrambi i teatri, dalla Persia a Cadice. L’Oriente ha poi ripreso a venerare
le icone con ardore ma l’unità non si ricompose.
“L’ultimo tentativo di
riunificazione fu pure una festa laica, di ragione e tradizione, il trionfo
dell’umanesimo. A Firenze e Ferrara convennero dall’Oriente in settecento, eruditi
e santi, in testa l’imperatore e il patriarca, recando in dono dialoghi di
Platone che si credevano perduti. Con l’ultraottantenne Giorgio Gemisto, che
nella cristianità voleva introdotti un po’ di dei - che poteva scandalizzare
chi non avesse letto Dante, la “Monarchia” e la “Commedia”, sul concorso di
pagani, poeti e storici alla salvezza. Accolti dalle migliori intelligenze, molti
tra essi aretini, fondatori di biblioteche, e da Niccolò Cusano, il cardinale
tedesco dell’“Elogio dell’Idiota” e del Dio nascosto, “che tanto più si rivela
quanto più resta inaccessibile”. Leon Battista Alberti finalmente vi arrivò,
arrivò a Firenze al seguito di Eugenio IV, e la dotò delle sue architetture
oltre che del certame dei letterati – felice infine di tornare nella città che
riteneva la sua, pur non avendola mai abitata, perché era quella del babbo che
da bastardo fantasmizzava. Bessarione e Marco Eugenico, metropoliti di Nicea e
di Efeso, furono gli “oratori principali” dei greci al Concilio. Nell’“Oratio
dogmatica de unione” alla non convinta delegazione greca il 13 e 14 aprile 1439,
Bessarione spiegò l’unità della verità. Giorgio Gemisto, detto Pletone, fu un
secondo Platone, che egli presentò come riferimento per l’unità filosofica delle
fedi. Arezzo ne erediterà il neoplatonismo, insieme con la Romagna. Il papa
Eugenio IV generosamente decretò il 6 luglio 1439 la fine dello scisma, con la
Bolla di Unione “Laetentur coeli”.
“La
traduzione e diffusione in greco della Bolla d’Unione il papa affidò a
Traversari, preferito all’altro grecista del concilio, Pietro Vitali, calabrese
di Pentidattilo, perché “filogreco”. Ma Ambrogio Traversari di Portico di
Romagna, generale dei camaldolesi, coetaneo e compagno di vocazione del Beato
Angelico e di Lorenzo Monaco, riformatore, uscì spossato dal concilio, dove
aveva svolto le mansioni di traduttore simultaneo grecolatino, e morì immaturamente
nello stesso 1439. Poi Costantinopoli ci ripensò. Eugenio IV allora schierò una
squadra di umanisti. Nominò il nipote Francesco Condulmer cardinale,
protonotario della Ca-mera Apostolica, ministro delle finanze cioè, e ambasciatore
sul Bosforo. Con Giovanni Tortelli, viaggiatore in Grecia e a Oriente, che diverrà
cubiculario segreto del papa Niccolò V, autore del “De Ortographia”, il manuale
latino che Roma scrive correttamente Rhoma. Carlo Marsuppini, futuro
cancelliere della Signoria fiorentina, traduttore dell’“Iliade” e della “Batracomiomachia”.
E Giovanni Cesarini, legato in Germania. Ma i latini si persero i documenti che
sancivano l’unione, e i greci la respinsero”.
(continua)
La povertà delle Regioni, di spirito
Si sospettava,
si teorizzava, si sapeva, che l’ordinamento regionale avrebbe accresciuto gli
squilibri regionali stessi, i virtuosi facendo più virtuosi, comunque più ricchi, i meno favoriti più sfavoriti. Ma
il bilancio non è così equilibrato: è molto peggiore. Soprattutto dopo la devolution leghista del 2001. Dacché la
sanità, l’energia e altri importanti settori sono stati devoluti alle Regioni.
Non ci sono
praticamente amministrazioni regionali virtuose. Quella che si pretende più
virtuosa, la Toscana, ha avuto il governatore uscente riconfermato
plebiscitariamente malgrado un buco provocato e avallato alla Asl di Massa di
ben 400 milioni – rifiutando peraltro, nella sua ipervirtuosa sanità, le cure
più costose agli ultraottantenni, al coperto della polemica contro
l’accanimento terapeutico.
Buccini,
cronista di razza e non non d’assalto, fa una galleria delle insufficienze con
gli stessi protagonisti, Bassolino, Formigoni, Galan, Vendola, Crocetta,
Marrazzo, Scopelliti, Cota, Marrazzo, tutti o quasi tutti finiti in tribunale.
Per dire, tirando le somme, che il decentramento ha annegato e non selezionato una classe politica, una classe dirigente. Non
ha bisogno di dare un giudizio: il linguaggio dei suoi interlocutori parla per
se stesso – riportando la politica alle parole e ai fatti, senza il magnetismo
dell’immagine tv, specie nei curatissimi palcoscenici dei talk-show, se ne vede
immediato lo stato miserando.
Goffredo
Buccini, Governatori. Così le Regioni hanno devastato l’Italia,
Marsilio, pp.332 € 18
sabato 13 giugno 2015
L’Europa sospesa
Dieci
anni fa Germania e Francia sospesero Maastricht, per poter spendere fuori
bilancio. Ora sospendono Schengen, perché non vogliono i profughi – non gli
immigrati abusivi, i rifugiati politici. Questa è l’Europa.
Gli
stessi che cinque anni fa hanno stritolato l’Italia, ridendo. Mentre perpetuano
la crisi con l’incredibile gestione del caso greco: un giorno la Grecia sarà
salvata, due giorni no, per far guadagnare affaristi e speculatori.
A otto
anni dalla grande crisi delle banche, l’Europa è la sola area economica ancora in
crisi.
L’Europa
è sospesa, dunque. Meglio: appesa. Alla Germania. La quale, avendo jugulato il
resto dell’Europa a Maastricht, alle sue esclusive condizioni, con una banca centrale
europea che è solo una denominazione diversa della banca centrale tedesca, sola
prospera.
Non è
l’Europa? Sì, l’Europa è questa. Ma non un’Europa federale, come dicono i
ttattai, e nememno confederale.
Secondi pensieri - 220
zeulig
Amicizia –Aristotele – e poi Cicerone – dice l’amico un “alter
idem”, l’Altro con cui c’è identificazione, totale o per qualche aspetto. Nel
presupposto di un’identità – l’amicizia non è per la debolezza di spirito.
Amore – Da Platone a Petrarca, con tutto il Medio Evo, alto e
basso, trasforma l’amante nell’amato.
Petrarca, “Secretum” III, dice che lo trasforma “in amatos mores”, se non proprio nella persona:
nei suoi attributi e modi di essere. Negli amori eterosessuali, dunque, il maschio
si fa un po’ femmina, e viceversa.
Architettura – Ha – senza saperlo
– le stesse proprietà di insight riflessione,
sintesi) della filosofia. Come la musica forse, “musica pietrificata” la
voleva Schelling, ma con maggiore proprietà di
linguaggio, meno esoterico.
Dio – Non è molto
amichevole nella tradizione greca. È anzi un nemico, iroso, rancoroso, avido
anche, nelle sue molteplici incarnazioni, e inaffidabile (spergiuro, falso,
furbo), a cui bisogna pagare dei tributi, un vassallaggio. Senza peraltro
obblighi di fede. Giusto per molcirlo. Se non, più spesso, come un pensiero
molesto di cui liberarsi fingendosi devoti, con offerte, promesse, gesta. Una
divinità di cui resta forte l’imprintig nello scongiuro, la pratica apotropaico
così diffusa e persistente, cognita e involontaria.
Peggio
nella tradizione ebraica, o biblica: Dio coagula troppi nodi impervi per
parlarne.
La
morte di Dio è un “crimine contro l’umanità”, arriva a dire Derrida. Senza
dirlo – senza argomentarlo, soffermarvisi, elaborare – ma convinto e
convintamente. Lo è nella concezione cristiana: “Il crimine contro l’umanità è
un crimine contro ciò che c’è di più sacro nel vivente, e dunque già contro il
divino nell’uomo, in Dio-fatto-uomo, o
l’uomo-fatto-Dio-da-Dio (la morte dell’uomo e la morte di Dio rivelerebbero qui
lo steso crimine)”.
Nella
concezione cristiana, aggiunge Derrida, Nietzsche compreso: era il suo rovello
rimosso - o ineliminabile, che è la stessa cosa, a ripensarci, sotto la gioia
rumorosa del creatore Zarathustra.
Madre
– È
sempre più paterna. Correttrice, madre Coraggio. Nelle cronache sembra una
novità rivoluzionaria: in America la madre che schiaffeggia il figlio
immischiato nelle proteste di piazza, a Roma la madre rom che invita incessante
i figli pirati della strada a consegnarsi (sconto di pena), a dire alla guida
il minore (altro sconto di pena), e infine ne organizza la cattura.
Ma è un “ritorno” per l’opinione
pubblica, cioè per la borghesia. La madre era domina in antico, e lo è sempre stata nella working class, in campagna e in città, seppure a costo di fatiche.
Il maschio confinando alla rappresentanza (mercato, comunità) e alla
procreazione. Maschile è il “ruolo”. A lungo codificato, certo, nelle
cosiddette “posizioni di potere”, ma antropologicamente marginale.
È sempre più scopertamente mater matuta, l’antica divinità italica
dell’aurora, della vita cioè alla nascita e delle cose del mondo. Una che ne
assomma tutte le funzioni è la “SamCam” dei giornali popolari inglesi, Samantha
Cameron, la moglie del primo ministro. Che è “tutto”, e avrebbe dovuto
governare lei in prima persona, invece del marito David, da lei “costruito” e poi
regolato in ogni aspetto. Insieme madre di famiglia e casalinga, nobile di
antico lignaggio, impegnata sul sociale e aperta a tute le cause civili. Conservatrice
cioè e laburista. E tempista in ogni scelto, che il marito condivide.
Mondialatinizzazione
-
È neologismo ripetutamente proposto da Jacques Derrida, soprattutto nei
seminari e i saggi sulla religione e il perdono. Per significare l’adeguamento
di tutto il mondo alla civiltà giuridica latina, seppure in salsa anglosassone.
Trattando ripetutamente del perdono, che
all’epoca, fine Novecento, imperversava nel galateo degli Stati, Derrida finiva per collegarlo da ultimo (nel
saggio-intervista con Michel Wieviorka, “Le Siècle et le Pardon”, su “Le Monde
des Débats” del 9 dicembre 1999, più che nel libro-conferenza “Perdono”) alla
“vecchia nozione” dei “crimini contro l’umanità”. Nozione radicata nella
“tradizione abramitica”, e più nel cattolicesimo. È un crimine, argomenta
Derrida, che si basa sulla “sacralità dell’uomo”. Questa sacralità “trova un
senso nella memoria abramica delle religione del Libro e in un’interpretazione
ebraica, ma soprattutto cristiana, del «prossimo» e del «simile». Di
conseguenza, “se il crimine contro l’umanità è un crimine contro ciò che c’è di
più sacro nel vivente, e dunque già contro il divino nell’uomo, in
Dio-fatto-uomo, o
l’uomo-fatto-Dio-da-Dio (la morte dell’uomo e la morte di Dio rivelerebbero qui
lo stesso lo steso crimine), allora la «mondializzazione» del perdono somiglia
a un’immensa scena di confessione in corso, dunque a una
convulsione-conversione-connessione virtualmente cristiana, un processo di
cristianizzazione che non ha più bisogno della Chiesa cristiana”.
Questa mondialatinizzazione, aggiunge
Derrida in ipotesi, si impone perché contigua agli interessi, “come sempre nel
campo politico”. Derrida è già giunto alla conclusione che il vero perdono non
può essere che disinteressato. anche
da interessi spirituali sociali. È una
tecnica, si potrebbe dire. Anche una forma di ipocrisia? Derrida non trova
altre ragioni, “se un linguaggio che incrocia e accumula in sé possenti
tradizioni (la cultura «abramica» e quella di un umanesimo filosofico, più
precisamente di un cosmopolitismo nato esso stesso da un impianto di stoicismo
e di cristianesimo paolino) s’impone a culture che non sono all’origine né
europee né «bibliche»”.
Nomadismo
–
È anch’esso materno. È invalso considerarlo maschile, fenomeno storico legato
al patriarcato: poliandria, cavallo, anche dopo la ruota con il carro, esposizione
delle femmine. Alla caratteriologia delle distinzioni di Bachofen tra
patriarcato e matriarcato. Mentre è femminile per esempio in Africa, del Nord e
del sud del Sahara – questa supposta sede del matriarcato sedentario.
È così nella cronaca, nelle migrazioni attraverso il Mediterraneo, di madri,
mogli, figlie – nonché nelle migrazioni femminili di massa dall’Est Europa,
sempre di mogli e madri, o tra i rom.
zeulig@antiit.eu
Classico Wittgenstein, architetto
Un bellissimo libro, pieno di foto
significative di Wittgenstein negli anni viennesi, da marinaretto a giovanotto
impomatato incravattato. Dell’alto, elegante, bello, avventuroso padre Karl,
finito mecenate delle arti. Della sorella amatissima Margaret sposata
Stonborough. Per la quale progettò e realizzò una villa iperrazionalista a
Vienna, nella Kundmanngasse. Con pignoleria – l’altra sorella amatissima,
Hermine, ricorderà: “Mi sembra di sentire ancora il fabbro che gli chiede: «Mi
dica, signor ingegnere, è molto importante per lei un millimetro? », e ancora
prima che abbia finito di parlare Ludwig che gli risponde un «si» così sonoro
ed energico che quello quasi si
spaventa”. Della casa sullo strapiombo che si costruì manualmente sul lago
vicino a Sogenfjord in Norvegia. Degli innumerevoli marchingegni meccanici
elaborati leonardescamente, come esercizio di fantasia e a uso dei bambini di
scuola quando decise di farsi maestro elementare.
Un omaggio, ma con una lettura erta. Lo
studioso olandese, specialista di psicologia cognitiva, da decenni impegnato su
Wittgenstein, propone di legare l’iperrazionalismo della Kundmangasse con la
filosofia di Wittgenstein. Non tanto col “Trattato” quanto con le “Ricerche
filosofiche”, con la non univocità dei linguaggi. Assunto arduo, anche se la
grande costruzione gliene offre più appigli, affascinanti.
Wittgenstein seguiva Looos. Ma Loos era apodittico
nel rifiuto dell’ornamento, dell’abbellimento. Wittgenstein pure, ma senza
semplificare: era anzi attento ai particolari minimi, effetti di luce e di
cromie, comodità di uso e agibilità. Di ogni dettaglio – di ogni “parola” – “minuziosamente
configurato”, facendo un’“individualità” che si ricompone nell’insieme. La casa
come una frase, insomma, un’opera, un mondo. “Nel silenzio della villa approdando
nuovamente alla imperturbabilità del classico” – in architettura, e in
filosofia?.
Paul Wijdeveld, Ludwig Wittgenstein
architetto, Electa, remainders, pp. 184, ill. € 19
L’Italia di Tavecchio
È la Corea, di nuovo, manca solo a Conte
l’acqua benedetta. Un arbitro che in cinque minuti dà un rigore che non c’è
alla Croazia, annulla un gol valido all’Italia, e avalla un gol in fuori gioco
della Croazia è al di sopra di ogni sospetto. Trattandosi di un inglese, e non la
prima volta, altri ne abbiamo visto in Champions League e ai Mondiali, di sicuro gioca l’invidia
inglese per l’Italia - incancellabuile Aston di Italia-Cile 1962, che consentì tutto ai cileni di casa,. compreso fratturare il naso a Maschio, il centravanti italiano, mentre espelleva i due italiani cardini della difesa, naturalmente non pagato (poco). Ma questo che gioco è? Sicuramente non è calcio.
Questo avviene oggi perché l’Italia è di Tavecchio.
Forse non cattivo, certamente incapace. Col Conte che forse non ha capito in
che mani si è messo. Oppure l’ha capito. In fondo Conte, prima che della
Juventus, era l’allenatore del Siena. E per non far giocare gli juventini,
esuma Astori, che non gioca nella sua squadra. Facendo vedere a un certo punto
anche Ranocchia, artefice di almeno la metà del disastro Inter quest’anno, la
sua squadra.
Ma forse c’è di più. Quando si pensa che agli
arbitri internazionali ci pensa Collina, la questione si complica ancora.
Tavecchio è l’uomo di Berlusconi e Galliani, Collina pure. E allora? L’arbitro inglese non fa
che applicare il raffinato repertorio truffaldino di Collina. Subito un paio di
ammonizioni all’Italia per bloccarne gli ardori. per terrorizzare il perdente.
Gioco fermo sulle sceneggiate croate per bloccarle ripartenze dell’Italia,
senza mai un’ammonizione per simulazione, gioco attivo quando l’Italia si ferma
per protestare. Ma anche, perché no, rigori dati e gol annullati a capriccio,
di forza, tanto non ci sono sanzioni ma premi – Atkinson arbitrerà gli Europei
e forse i Mondiali, Collina è di parola.
Peggio di tutti fa la Rai. Che non difende la
sua audience, in una delle poche
partite che riesce ancora a gestire. Al contrario, la subissa di commenti
presunti tecnici, al di sopra della mischia, lo sporti si vuole al di sopra
della mischia, intercalati da incitamenti alla Croazia. Lo sdegno concentrando sulla
svastika in campo, di cui la Croazia è vittima.
venerdì 12 giugno 2015
Fisco, appalti, abusi (71)
Continua la complicazione fiscale varata dal
governo come semplificazione. Non c’è solo il 730 precompilato che solo i caf e
i commercialisti possono scaricare, previa autorizzazione scritta del titolare.
Chi fosse riuscito a scaricarlo da solo, non potrà comunque consegnarlo direttamente
all’Agenzia delle Entrate: deve passare da un commercialista.
Scaricati dieci milioni di 730 precompilati, vanta
trionfalista l’Agenzia delle Entrate. Senza dire che la precompilazione è stata
fatta, a spese dello Stato, a beneficio dei caf e i commercialisti. Che per
questo non hanno fatto pagare meno gli utenti, ma il doppio – dovendo “scaricare
la pratica”.
E gli altri dieci milioni di 730 precompilati?
L’Autorità per l’Energia vanta come una misura
a favore degli utenti la rateazione delle vecchi bollette. Mentre il provvedimento
avalla surrettiziamente, invece di sanzionarla, la pratica scorretta dei
gestori – tra essi primeggia l’Acea, l’azienda romana - che emettono fatture a
conguaglio incontrollabili a distanza di anni. Talvolta con utenti da anni non più
contrattualiizzati.
Sempre
più frequentemente, ora siamo a due giorni su sette, i maggiori quotidiani
impongono il pagamento dei supplementi pubblicitari, mezzo euro. Non c’è l’obbligo
di comprare il giornale, è vero. Ma i giornali sono passati dalla gratuità, spesata
dalla pubblicità, alla vendita due volte degli spazi pubblicitari. Senza che l’Autorità
per Comunicazione o l’Antitrust abbia nulla da obiettare.
Alice in Italia
“Il fascino di Roma è un argomento
banale. Gli scrittori, tuttavia, per solito ne trascurano un aspetto, il colore
degli edifici”. Nulla di eccezionale, minute cose viste, elaborate e riposte in
poche righe, molte anche scontate. A Bologna il ritornello di ognuno con cui
gli avviene di parlare, lui inglese ricco, è se non vorrebbe un incontro con
“qualche signora amica”. Sempre a Bologna
a vedere Bologna-Alba, la finale per il campionato tra italiano tra le
squadre vincitrici della Lega Nord (Bologna) e dea Lega Sud (Alba, la squadra
allora di Roma), il tifo è quello che è novant’anni dopo, fuori e dentro lo stadio,
col sudore invece del deodorante. E tuttavia è già il viaggiatore Byron, molto inglese (molto snob) ma simpatico, autore
in proprio di classici del viaggiare, l’ispiratore di Leigh-Fermor, Annemarie
Schwarzenbach, Chatwin, Peter Levi.
La riscoperta dopo ottant’anni di questo
suo libro d’esordio, pubblicato nel 1926 a ventun’anni, se non ha il pregio
della “Via per Oxiana” e di “Gente di pianura, gente di montagna”, è una
lettura istruttiva e attraente, da Londra a Atene. Dell’inefficienza teutonica
dell’ordine. Dei Wandervolel, i vagabondi tedeschi. Della Baviera, “la regione
più tedesca della Germania”. Della ottusa cattiveria burocratica degli italiani.
Con aspetti inediti dei monumenti celebri che abbiamo sotto gli occhi. Anche
del fascismo, che non gli piaceva, alla vigilia delle leggi speciali: “Il fascismo
è una specie di regime di boy-scout, con la differenza che invece di portare le
bandiere loro portano le pistole: l‘Italia
è vittima non tanto di una dittatura ma di un’oclocrazia, un governo fatto di
una massa armata, e una massa immatura per di più”. O della riscoperta del barocco a Lecce, e poi
in Sicilia, a opera dei Sitwell. Poi viene la Grecia, che diventerà la sua patria ideale, forse più dell’Italia: tene, Fidia, il nome Byron
Byron era stato in Italia già due volte,
nel 1923 e nel 1924. Nell'estate del 1925, espulso dall’università a Oxford, ci
ritorna in un lungo polveroso viaggio in macchina, con due amici, David dei abroni Henniker, e Simon Trower.
Ha vent’anni, non ha molti studi regolari, ma sa molte cose. A Eton si era segnalato
per le imitazioni della regina Vittoria. Pratica che continuò a Oxford, fino a
che non gli valse l’espulsione. Ma aveva l’occhio, evidentemente: molta arte, e
anche storia, si sa da lui, al suo modo svagato. Il titolo originale è “Europe
in the Looking-Glass”, e come Alice Byron si muove, garrulo ma giusto al punto,
la grazia è quella di Lewis Caroll, divagante e no.
Robert Byron, L’Europa vista dal parabrezza, excelsior 1881, outlet, pp. 406 €
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Renzi privatizza la Cdp
Nel
silenzio di Grillo e di altri che sanno ma non parlano, si privatizza la Cassa
Depositi e Prestiti. Lo sappiamo da uno dei futuri manager, Costamagna, l“orecchio di Dioniso” dei migliori giornalisti economici, e quindi sarà vero.
La
privatizzazione della Cassa, il vero Forziere Italia, con le mani in pasta
nelle migliori aziende, oltre che nella finanza pubblica, si fa semplicemente
mettendoci a capo due banchieri, Costamagna e Gallia. Renzi non potrebbe, il
vertice Cdp non è in scadenza, ma le banche d’affari, cioè gli affari, hanno
fretta, e il governo deve adeguarsi. Senza esborso per i privati, le privatizzazioni continuano in Italia con Renzi a costo zero per i cosiddetti investitori.
Cdp “controlla”
Eni, Snam, Terna, etc, gestisce 200 miliardi, forse più, di risparmi postali, ha
100 miliardi a disposizione per gli investimenti strutturali degli enti locali.
Una cornucopia da spolpare? Finora indenne da scandali, e non poteva durare.
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