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sabato 18 luglio 2015

Fisco, appalti, abusi (74)

“Una legge del 2000 vieta di varare norme retroattive in materia fiscale: è stata violata quasi 300 volte”, spiega il costituzionalista Ainis al “Quotidiano Nazionale”. L’intervista continua con la domanda: “Come mai gli italiani vivono le imposte come un sopruso?”.

Equitalia non paga i rimborsi. Che non sono infrequenti: per cartelle pagate due volte, o annullate dalla stessa Equitalia, o cassate in giudizio. Non da ora. Equitalia non ha il software per il calcolo, e quindi l’operazione non si fa: sui rimborsi maturano interessi, che calcolare a mano è faticoso. I rimborsi restano così a credito. Di creditori inconsapevoli per lo più.
Sembra una vicenda inventata, e invece è vera. 

Continuano i controlli sugli scontrini e i conti di caffè e ristoranti nel week-end. Non più di domenica sera, perché lo straordinario domenicale notturno costava troppo. Ma il venerdì e il sabato sera sì, lo straordinario notturno lo Stato lo paga. A squadre di tre: un capo-squadra, che fa la conversazione, uno che trascrive i dati dell’esercente e dei clienti al computer portatile, compitando, e un che li detta, anche lui compitando. In una serata si fanno due ristoranti, anche tre.   

Per incassare un contributo pubblico ci vogliono 140 giorni, mediamente. I ritardi dei pagamenti delle forniture e dei lavori pubblici si sono ridotti, ma superano i 200 giorni. Lo sconto in banca dei crediti pubblici costa il 15-20 per cento dell’ammontare. Sarà per questo che gli appaltatori pubblici in Italia sono esosi, mettono nel conto il ritardato pagamento?

Ritardano anche i pagamenti tra privati. Mediamente di 99 giorni, 33 più della media delle varie economie – a 90 giorni invece che a 60. Con punte di 142 giorni di ritardo nel comparto chimico e di 149 in quello tecnologico.

Fa più pena che rabbia la redazione economica della Rai a Milano, voluta dalla Lega quando comandava a Roma e del tutto inutile. Un dozzina di giornalisti che frustrati e sussiegosi leggono gli indici di Borsa nei tg e alle nove nel giornale radio. Non più di un minuto di lavoro in tutto, al giorno. Ma la redazione economica Rai a Milano è l’unico taglio che la gestione dei virtuosi milanesi Gubitosi e Tarantola non fa.

Come sfruttare Dino Campana

Le ultime sono toccanti. Sono di  Campana, senza risposta. Altre ce ne sono, vere lettere d’amore, gioiose e disperate, nei mesi precedenti – poche, Sibilla curava solo se stessa – sempre di Campana. Il resto è di una passione incredibilmente artificiosa. Incredibile, cioè, che quella voluta da Sibilla Aleramo col poeta dei “Canti orfici” sia passata per una grande e tragica storia d’amore. Tragica sì, ma per Campana.
Una scrittrice famosa, con mezzi, introdotta a Firenze, Milano e Roma, amante delle avventure d’amore, e un poeta outsider molto isolato e un po’ disadattato, che amici e estimatori, tiepidi, si limitano a sopportare. E mai un segno di generosità, altruismo, sollecitudine. Salvo sfruttarne la memoria quando il poeta sarà apprezzato postumo, molto dopo la morte, e dopo quindici anni di abbandono in manicomio. Da ultimo con questa raccolta di lettere. Che si rilegge con tristezza, come un’ulteriore violenza al poeta.
La curatela è di Bruna Conti, con qualche svarione e senza contesto, senza nemmeno riferimenti alle precedenti edizioni di Niccolò Gallo e Franco Matacotta, se non per varianti insulse, coma una “vera e pura” storia d’amore, e la violenza si raddoppia. Bruna Conti, artefice della persistente considerazione della Aleramo, in prosa, in versi e in epistolari, fu partigiana valente nel 1944-45, e poi compagna del migliore forse dei capi partigiani, Luigi Longo, e non si capisce come si sia potuta dedicare una vita a un persona e scrittrice artificiosa da tutti i punti di vista. Se non per il motivo che Aleramo volle essere anche comunista, e lasciò erede delle sue cose il Partito. Non si spiega altrimenti il mito di un personaggio e una scrittrice mediocre – anche “Una vita”, il selfie del fulminante esordio, è a rileggerlo falso, come aveva fiutato Croce. Tenuto in vita dagli Editori Riuniti prima, la casa editrice del Pci, con Gallo, Claudio Rendina e la Fondazione Gramsci, poi da Feltrinelli - Campana verrà scoperto da Enrico Falqui, che però è trascurato in questa e altre pubblicazioni: perché non era del Pci?
Una storiaccia. Un assedio più che una corrispondenza, posto e levato all’improvviso. Alla prima crisi, a Marina di Pisa, dove l’aria di mare acuisce i sensi di Dino, che non sopporta più le infedeltà e le menzogne di Sibilla, lei lo abbandona, “spossata”. Dopo due mesi di “eterno amore”. Campana la cercherà ancora, pur definendola giustamente “troia” - per i rapporti che intrattiene con gli amici-nemici fiorentini di Campana (Papini e Soffici si perdettero senza sensi di colpa il primo manoscritto dei “Canti orfici”, senza anzi nemmeno cercalo – verrà ritrovato in casa di Soffici sessant’anni dopo, allo sgombero), oltre che con passati amanti, tra essi un diciassettenne. Da lei nemmeno una cartolina postale, solo un immediato sfruttamento della storia coi comuni corrispondenti, in cerca di compassione, ospitalità, e appoggi editoriali. Un romanzetto, nemmeno romantico, né solforico. Solo artefatto – Campana l’ha intuito, che le scrive timoroso: “Voi non mi farete forse più soffrire, non mi romanzerete, sarete meglio di una romanziera, è vero?”. Sibilla si dice subito “il primo e ultimo amore” del poeta, lo stile è questo. Senza echi nell’opera di Campana. Ma sulla sua salute sì, se volessimo fare la storia vera.
Sibilla Aleramo-Dino Campana, Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-1918

venerdì 17 luglio 2015

Internet è un sentimento - e vota Grecia

Non un solo commento negativo in rete contro la Grecia. Neppure il solito  “leghista” o “vaffanculista” anti-negri, anti-greci e anti-tutti quelli lì. A giudicare da  internet, l’opinione pubblica mondiale è per la Grecia e contro i suoi nemici – tutti. 
Questa unanimità ha indispettito i media ufficiali, che – almeno in Italia – sono tutti anti-Grecia, al punto di proclamare l’insussistenza dell’opinione pubblica. Che proclamata da un giornalista e un telegiornalista sembra una stupidaggine, e lo è.
L’opinione pubblica è complessa. Non si può dire che in Germania l’opinione non sia largamente antigreca. Ma perché il governo e i giornali l’hanno portata a credere il falso. Succede più facilmente nei movimenti unanimistici, cui la Germania si affida fiduciosa. Molti tedeschi - non tutti ma la maggior parte - sarebbero sorpresi di scoprirsi anti-greci, loro che amano la Grecia, che per loro ha creato quando erano proibite le isole gay, nudiste  eccetera, insomma di arbitrio totale. Come molti furono sorpresi quando, dopo la sconfitta, si scoprirono nazisti: loro non volevano. L’opinione pubblica viene fatta più che farsi.
Lo stesso su internet. Un tweet riuscito, con milioni di fan, ed è fatta. Ma su un fondo diverso. La tela comunicativa non è di massa o d’insieme (la piazza, il mercato, il talk-show - con gli applausi a regia, le inquadrature buone e cattive, i tempi, prolungati, tagliati, asfittici, la modulazione delle sonorità, mille artifici), è individuale, e implica una riflessione, per quanto minima. 
La reazione su internet è superficiale più che documentata. Ma questo è un limite e non lo è: internet dà spazio a una verità emotiva (sentimentale, viscerale, d’intuito). Fermo restando l’accesso, che internet garantisce a differenza dei media, a una diversa verità documentata, qualora uno volesse accedervi. Quella, per esempio, snobbata dai media  ma ben documentata  in rete, del Fondo Monetario e della Bce di Draghi, che il debito greco è cresciuto troppo negli otto anni di crisi, e va tagliato di conseguenza (consolidato). Con la verità accessoria, anche se non viene esplicitata da Fmi e Bce, che il debito è cresciuto per gli errori e le inadempienze internazionali, che hanno moltiplicato per tre e quattro volte gli interessi che il debito greco deve pagare (il debito cresce sul debito).   

L'Europa democristiana indigna il papa

Senza pietà, e senza neanche molto ingegno, o applicazione: è l’Europa democristiana che ha creato il caso Grecia e tiene il continente in affanno, politico e per molti anche economico. Da Angela Merkel a Samaras, passando per la galassia tedesca, per quella iberica, e per i governi democristiani di Napolitano, camuffati da tecnici, Monti, Letta, Renzi. Di una componente, cioè, che si vuole fondatrice, anzi l’unica, del progetto europeo – Adenauer, Schuman, De Gasperi. Ma con l’esito di infuriare il Vaticano, per il quale l’Europa unita resta il pivot di ogni politica, anche in questo papato terzomondista di Bergoglio.
L’esito, a giudizio del Vaticano, è un’Europa senza barra di direzione. Col rischio concreto di legittimare movimenti eversivi e antisociali.
Sulle cause, però, c’è Oltretevere incertezza. È il deficit di una classe politica, quella raccolta – sia essa consenziente o antipatizzante (Renzi, per esempio) – attorno alla cancelliera venuta dall’Est? Il deficit di un progetto – l’euro, la costituzione, la federazione? O l’incapacità - svanita la minaccia totalitaria: l’’insorgenza nazifascista e la sirena comunista – di governare l’opinione, di canalizzarla? Che la fobia greca sia stata alimentata dalla Cdu, il partito di Angela Merkel, non fa dormire i monsignori. 


Il governo della Russia

Dà Putin, lo zar, il nemico, il piccolo padre, l’equivalente di diecimila euro come dote per ogni neonato. Un dono per incoraggiare la demografia – la Russia si sta spopolando. Poi succede che molti fanno figli per incassare la somma, e li abbandonano – alla morte, alla carità pubblica. Allora Putin lega il contributo a spese effettive e documentate per la casa e la famiglia, oppure a un conto a nome del neonato vincolato fino alla maggiore età – fa il Putin (fa lo zar, fa lo Stalin, fa il boiardo, etc.).
C’è una geografia dei governi, democrazia compresa. Non c’è una regola per tutti, perché non tutti sono uguali.  Ci sono De Gregorio – e giudici di De Gregorio - in Inghilterra? Neppure nei romanzi gialli. In Italia invece, che è anch’essa una democrazia, pullulano. In Inghilterra non ci sono neppure i Verdini, malgrado la comune laicità.
E – per restare in Russia – era più democratico Eltsin l’adorato di Putin l’aborrito? Sotto Eltsin giovanotti intraprendenti, col consiglio e l’ausilio di amici e parenti interessatissimi a Londra e New York, si impadronirono dei giganteschi conglomerati ex sovietici, banche, miniere, società e campi petroliferi. Poi venne Putin, e qualcosa gli ha fatto restituire. Non tutto, è vero, ma abbastanza per meritarsi la guerra dell’MI 5 di Londra, la City ha canini robusti. È diventato Putin per questo più o meno democratico?.
Ci sono più e ci sono meno, ci sono misure un tutte le cose. E se domani Obama incorona Putin, come è tentato in questo uno scorcio di pace universale, noi che facciamo? Noi esportatori, commentatori, e filosofi della politica.

Il mondo com'è (223)

astolfo 


Iran – L’accordo sul nucleare è un trionfo. Senza concedere nulla: niente più sanzioni, e la bomba fra dieci anni, in cambio di niente. Un regime rinsaldato in perpetuità. Che non si nasconde la volontà di potenza che già aveva animato lo scià. Ma più accorto politicamente, nel controllo politico – anche violento, alla maniera dello scià, ma minuzioso, costante - e dell’opinione. E come nel primo Iran, imperiale, antiarabo. Sotto la veste dello sciismo contrapposto al sunnismo, ma più sotto la veste etnica. Di un popolo di antichissima civiltà, e fondamentalmente (psicologicamente. “linguisticamente”, tradizionalmente, eticamente anche) pacifico, contro le orde aggressive del deserto – un millennio e mezzo non ha mutato i termini della contesa.
L’accordo è stato festeggiato nelle piazze come una liberazione, comportando la fine delle sanzioni, e quindi più ampi spazi di scambio. Ma ha rafforzato il regime religioso, che è flessibile – dopo Ahmadinejad viene Ruhani, e viceversa – e insieme inflessibile. Sapendosi minoritario in un così grande paese, di così grande storia.

Lavoro – È il grande diversivo. Rispetto al tempo libero e alla vita di famiglia o degli affetti, rinchiusi ormai su what’s app, facebook etc. Fin dalla prima mattina – l’iphone ha sostituito il Morgenmüffel e ogni altro malumore dei bassi di pressione – e poi dopo: la giornata è scandita da remoti interminabili approcci. Al lavoro invece, dove questo è proibito, si puo’ anche conversare.

Mercato - Il saldo è già per molti negativo dell’ideologia del mercato, e la percezione diffusa. A causa della crisi, e non solo. Soprattutto in Europa, con frange critiche consistenti anche in Cina.
La disillusione non è statisticamente maggioritaria, anzi appare minoritaria. Ma perché il controllo che il mercato (liberismo) ha dell’opinione pubblica èè praticamente totalitario. Servile ancora, cioè volontario, anche contro l’evidenza. La crisi della Grecia e altre economie  “deboli”, come la distruzione massiccia che la globalizzazione comporta - accanto alla grande ondata di democratizzazione delle relazioni internazionali – o la”inesistenza”, a ogni effetto pratico, di decine e centinaia di milioni di africani e asiatici.

Napoleone – Era “il bandito corso” per gli inglesi. Che vissero l’avventura napoleonica come una serie di sconfitte e di vittorie proprie. Tifando e anche combattendo – in Calabria, attorno alla Sicilia, e nelle Fiandre. Non si fa la storia di Napoleone dal punto di vista dell’Inghilterra. Che se non ne ha la memoria cattiva come di Hitler poco ci manca.
L’Inghilterra non visse Napoleone come un araldo di libertà – ne aveva in abbondanza – ma come un conquistatore senza scrupoli. Ammettendone, sportivamente, le doti militari, come stratega in battaglia (ma questo a anche dei Blitzkrieg tedeschi), e nulla più. Dall’Egitto a Waterloo Napoleone fu per quasi vent’anni un incubo per gli inglesi e non un eroe. Affrontato con uno spirito di mobilitazione costante, specie nel Mediterraneo, ma anche nel continente, quan do i conflitti si avvicinavano alla Manica.

Obama – Si potrebbe dire il presidente delle primavere, in Asia, in Africa, in Europa, ma sarebbe forse eccessivo – d’ironia eccessiva. Acclamato, per il giovanilismo, il colore e quale uomo di pace, non è piuttosto prigioniero di se stesso, della “grande novità” di un presidente nero? Questo si può dire. Un Grande Capo che ha qualcosa da farsi perdonare dalla maggioranza. Forse per questo, cioè, inefficiente e inefficace, in campo internazionale  e interno. Il suo ruolo limitando al repairman, il buono a tutto - con un pizzico in ogni cosa, anche sgradita, di buona volontà - e a nulla. Si è lasciato riaccendere la questione razziale, che era morta da tempo, con una serie di comportamenti facilmente sanzionabili. La sua gestione dei conflitti in Nord Africa e Medio Oriente li ha invariabilmente aggravati. Non ha un rapporto con l’Europa, a parte la comune sensibilità, non un rapporto politico. Ha assistito inerte alla più grande offensiva “di mercato” della Cina, che si è comprata mezza Europa, dopo l’Africa e un po’ di America Latina. Come se avesse voluto non strafare, come la giovane età e la condizione minoritaria lasciavano supporre, e perciò inutilmente conservatore.
L’accordo con l’Iran, ha ragione il governo israeliano, apre una fase d’incertezza estrema, e di conflittualità: la nuclearizzazione inevitabile del Medio Oriente, l’ultima cosa a cui un qualsiasi altro governante del “mondo libero” si sarebbe piegato. Forse la più grossa falla, sicuramente la più minacciosa, negli equilibri delicati della sicurezza collettiva. Mentre si impegnava a fondo contro una Russia che non minaccia nessuno – per un riflesso condizionato, per il vecchio schema della guerra fredda. Salvo riconvertirsi, come ora sembra, a un approccio morbido. Dopo aver provocato e consentito lo scempio dell’Ucraina. Patrocinando, finanziando e armando, in funzione antirussa e in larga misura masochista, altre “primavere” incongrue, di affaristi e capibanda.

Popolo – Si fa derivare dal pioppo, per i romani entrambi erano “populus”, ma per una paretimologia, un’etimologia falsa – i “populus” romani si distinguevano per il suono della prima sillaba, lungo (pioppo) o breve (popolo), pare. Fu creazione romantica, di qualcosa che non esiste: la poesia popolare, la saggezza popolare, la devozione popolare, e altre categorie, produttrici di vaste bibliografie.
Il popolo fu costruito da Michelet, scrittore immenso di storia, seguace di Vico. Ma è molte cose diverse. È la Brigata Catanzaro, decimata dai Carabinieri, che sono anch’essi popolo. dopo un atto di insubordinazione conseguente a dodici o sedici offensive senza mai un turno di riposo sul Carso nel 1916-1917, più volte decimata in battaglia. O i soldati di Sklovskij, il popolo affamato di pogrom contro gli ebrei. O i predoni di Napoleone, che fanno piangere di vergogna i giovani ussari contadini nel celebre racconto di guerra di Johanna Schopenhauer.
Anche Gramsci diffida del “feticismo sentimentale per il «popolo»”.

astolfo@antiit.eu




Camilleri per signorine

Camilleri è godurioso narratore di storie. Del tipo, s’immagina, inarrestabile: un patito dell’affabulazione per sé, con familiari e amici divertiti e accasciati. Di figure e eventi più sbiaditi che memorabili, divertendo l’autore prima che l’ascoltatore.Qui espone un campionario di donne, trentanove, in ordine alfabetico, da don Giovanni retrattile – rispettoso, ma di donne viste sempre per quella cosa lì. Diverte anche. Con la bonaria ironia tagliente. Un Quasimodo citando “non propriamente eccellente”, o un D’Annunzio, peggio ancora Pasolini, attorno a evocazioni per qualche aspetto inattese. Ma fino a una certa lettera, anzi propriamente a metà, alla seconda lettera L. Poi sprofonda direttamente nel tipo donna a letto che gli è per molti versi caro e ritiene lusinghiero – da “beato tra le donne”, una condizione che a questo punto del ciclo storico non si sa se invidiare o compiangere. Con amplessi di varia immaginazione. Con donne inevitabilmente “ragazze”, e tutte “splendide”.
Un altro capitolo delle sue “storie sollazzevoli”, il filone più nutrito accanto al ciclo “Montalbano”. Male non fanno. La cosa più interessante di questo successo ennesimo è che ancora ci sono le “signorine”. La raccolta è del genere che una volta si chiamava per signorine: letture d’amore, lusso, e trasgressione, s’intende signorile. Trentanove aneddoti, nessuno che s’imponga alla memoria, ma qualche lettrice evidentemente c’è ancora che si lusinga angiolata dall’uomo, per il potere delle (p)arti basse.
Andrea Camilleri, Donne, Rizzoli, pp. 210 ril. € 17,50

È Ingroia, ma si dice Tutino

Dunque, il chirurgo plastico Matteo Tutino, che secondo “l’Espresso” voleva Lucia Borsellino “ammazzata, come suo padre”, da tempo in carcere per truffa, falso e peculato, era il medico di Antonio Ingroia, il giudice moralizzatore che si candidò alla presidenza del consiglio. Ingroia lo fece arrivare primario a Caltanissetta dall’America, dove Tutino si specializzava. E poi da Caltanissetta a Palermo, passando sopra ad altri con più titoli. Utilizzando il chirurgo di fiducia anche per i giudici amici, con gita premio quando operava in America, sempre a spese della sanità pubblica, per “interventi d’urgenza”.
Il fatto è grave, ma non è stato giudicato, e quindi non si può dire nulla contro il dottor professor Tutino. Due gravi cose però sono state commesse. Sappiamo dei legami Tutino-Ingroia solo ora, con Ingroia politicamente fuori. Nessun giornalista ce ne ha informato quando avvenivano, anche se evidentemente si sapeva. E nemmeno quando Tutino veniva arrestato – Ingroia era ancora in campo. L’altro fatto, questo gravissimo, è che la Procura di Palermo non ha indagato il suo ex Procuratore Ingroia, come avrebbe dovuto.

La verità dell'intercettazione

Si sanno cose per una intercettazione, forse falsa, che altrimenti nessuno ci avrebbe taccontato. E dunque viva l’intercettazione, forcipe della verità? Su questa vicenda la verità va intercettata, ma a scapito delle intercettazioni.
I collaboratori palermitani dell’”Espresso” hanno sicuramente ascoltato la telefonata. Che un ufficiale o sottufficiale del Nas dei Carabinieri, quelli che materialmente hanno svolto le intercettazioni, persona di loro fiducia, ha fatto loro ascoltare. Senza però dare loro la copia dell’audio. È un delitto?
Dell’“Espresso” no. Anche se il settimanale verrà processato – ma non sarà condannato. Nemmeno del presidente della Regione Sicilia Crocetta, anche se esagera nell’ipocrisia – è chiaro che:1) se la faceva con Tutino, il chirurgo  che voleva Lucia Borsellini morta, seppure figurativamente; 2) Lucia Borsellino ha dovuto lasciare la sa giunta perché, anch’essa, “sapeva”. C’è invece da considerare perché la Procura di Palermo ha lasciato questa intercettazione fuori dell’inchiesta contro Tutino – che conduce di malavoglia (v. sopra). E perché il Nas dei Carabinieri, il comando provinciale, regionale o nazionale, ha concordato a fare eccezione.  

Le Arpe del sottogoverno

Si risvegliano d’estate e decretano che questa  o quella spiaggia, in genere prospiciente un fiume o un torrente, è impraticabile: divieto di  balneazione. È il loro unico  segnale di vita. Delle Arpa, le agenzie regionali per la protezione ambientale. Dopodiché tornano in letargo. Viene l’autunno con le alluvioni, la primavera con le esondazioni, del Ticino, dell’Arno, eccetera, e le Arpe tacciono. Si risvegliano l’estate come le cicale, con un  divieto di balneazione qua e là.
Le Arpe sono un centinaio di carrozzoni – le Arpe regionali si suddividono in provinciali - ben finanziati, nel quadro dell’ultima mammella del sottogoverno, l’ecologia e l’ambiente. Luogo di riposo e ritrovo per ingegneri e architetti, poi liberi per la professione – cui l’Arpa offre utili agganci. Sorgono le Arpe solitamente in ogni provincia in palazzetti ben restaurati, con ingressi arborei curati, e un’aria di lindura per gli ampi ingressi e su per le scale, che niente e nessuno sporca, a tutte le ore del giorno.
Il divieto di balneazione non si precisa di che natura. Si dice che i livelli di Esherichia coli sono superiori alla tolleranza. Ma si derubrica l’Escherichia coli a batterio da poco, che provoca infezioni lievi al tratto urinario e respiratorio – mentre ce ne sono varietà simili al vibrione del colera. E poi dopo un paio di giorni i divieti d balneazione scompaiono. Non che i torrenti o i fiumi di scarico siano stati bonificati, di questo le Arpe non si occupano: i divieti scadono e basta, l’Escherichia col non è più pericolosa nemmeno per la pipì – è un atto di vivenza dell’Arpa.


giovedì 16 luglio 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (251

Giuseppe Leuzzi

“L’Europa per i  greci non è mai esistita”, il settimanale “Lettura” fa dire a Roger Crowley. Lo storico del Mediterraneo (“La caduta di Costantinopoli”, “Imperi del mare”, “City of Fortune”, cioè Venezia) non dice questo, dice anzi l’opposto, della Grecia avamposto avanzato e isolato nel Medio Oriente: “La crisi di Atene dimostra che un’Europa unita probabilmente non esiste”, dice Crowley a Davide Frattini, “e forse per la Grecia non èè mai esistita” – l’Europa unita, non l’Europa.

La Grecia, dice ancora Crowley, è “un paese in cui molti ricordano con la stessa emotività di 800 anni fa il sacco di Costantinopoli da parte de Crociati”. Vittima della divisione delle chiese, latina e ortodossa. Questo è possibile, il fatto è vero. Ma lo scisma non ha nulla di non ricomponibile - omessa la superiorità papale, sempre più evanescente. 

Quanto ha pesato l’immagine di un paese solare e pulito, ordinato, in pace con se stesso malgrado l’impoverimento, ragionativo, misurato anche nelle polemiche, e bello, quella della Grecia nei tg e nei giornali anche più acuminati contro la Grecia, in Germania e affini, tra le brume dal Brennero in su, nell’odio contro la Grecia stessa, l’insofferenza, l’invidia?  

“Erano gli abitanti dei villaggi calabresi a vivere nel terrore dei pirati musulmani”, dice Crowley a Davide Frattini su “Lettura”, per dire delle situazioni instabili e degli incroci ricorrenti nel Mediterraneo, “costretti a fuggire dalla costa per non essere rapiti e resi schiavi”. È vero, la fuga è durata fino a un secolo fa. Ma nessuno storico ne ha fatto la storia, non in Italia, non in Calabria.

Bergamotto-Bergamo, twitta qualcuno. Come non averci pensato? Magari la coltura sarebbe stata difesa a Bruxelles.

Il cugino di Torino – o della deprecazione
Il Sud si depreca. Il mare è sporco. Il cielo è troppo azzurro. Fa troppo caldo – anche troppo freddo. Gli ospedali sono fabbriche di morte – solo a Milano si muore con prestigio in ospedale. E sulle strade si muore, al Sud. La lista è interminabile: non c’è un cosa buona al Sud, nemmeno la pizza, e tutto quello con cui il meridionale s’imbatte è deprecabile – s’imbatte al Sud, altrove in genere è entusiasta, è di bocca buona: il meridionale è il “cugino di Torino” del compianto Mario Bagalà, che tutto trova meglio appunto a Torino.
Non tutto il Meridione è depresso, una buona parte continua a godersela. Tristi sono gli intellettuali in genere, e la classe media che, avendo viaggiato e visto cose, sa come va il mondo.
Tutto bene, ognuno sa quello che fa. Se non che questi stessi, intellettuali e viaggiati, sono anche quelli che fanno le spese del leghismo imperante, agli altri non gliene frega nulla delle intemperanze padane – “sono malumori passeggeri, o allora vaffa”. C’è già qualcosa che non funziona nella deprecazione.  Ma c’è di peggio: gli stessi tristi sono le vittime prime della deprecazione. Vittime magari inconsapevoli, ma in una sorta di automartirio. Fungono infatti da esche ai pescicani leghisti.
Il più vorace di questi, la colonna del “Corriere della sera” Gian Antonio Stella, non gliene lascia passare una: appena i neonotabili accennano una lamentela, zacchete, Stella la promuove al “Corriere della sera”. L’ultima riguarda le didascalie del Museo archeologico di Reggio Calabria. Una raccolta unica oltre che affascinante, che però avrebbe le didascalie vergate (a mano o al computer? non viene detto) su pezzi di carta invece che appropriatamente stampate, su cartoncino, come si deve. “Pizzini”, li rubrica Stella, con un che di mafioso dietro cioè, e li denuncia sul “Corriere della sera” – il pezzo è “troppo”, per non essere letto per intero nella sua beffarda ipocrisia (il “Corriere” online risparmia sull’archivio, ma la denuncia si può trovare ovunque in rete: “Al museo di Reggio tra pizzini e archeologia”).
Un altro avrebbe argomentato che le Sovrintendenze, cui purtroppo il Museo di Reggio è delegato, sono incapaci a gestire alcunché. Ma magari il\la sovrintendente di Reggio Calabria è amico\a degli Indignati del “Quotidiano di Calabria” e del “Corriere della Calabria”, che il misfatto hanno denunciato e dalla cui indignazione prende l’aire Stella, e di questo non si parla – il misfatto “lo denunciano furenti, meritoriamente, giornalisti e archeologi calabresi”, specie diffuse com’è noto in Calabria, “su giornali calabresi come” i summenzionati, ma evidentemente non furenti abbastanza.
Oppure la storia si potrebbe prendere per l’altro verso: in Calabria le cose vano talmente bene che i suoi giornali non trovano di che occuparsi, se non delle didascalie dell’Archeologico. Che ci sia un presidente della Regione che a otto mesi dall’elezione non sia riuscito nemmeno a varare una giunta, di questo per esempio non si parla - Oliverio è un compagno e un presidente, è sempre stato presidente di qualcosa, e potrebbe ricordarsene.
Questo Stella si sarà occupato una decina di volte dell’Archeologico di Reggio nell’ultimo anno o due. Forse per questo, per la fatica di tanta applicazione, non ha mai scritto niente – e nemmeno il suo giornale per la verità – dei Nuovi Uffici di Firenze per esempio. Il misfatto dei misfatti delle Sovrintendenze. Un appalto del 2006, che si doveva completare  nel 2011, per il centocinquantenario dell’unità, e si completerà nel 2019, forse, più probabile per l’Olimpiade del 2024, se sarà in Italia, per una spesa che non si sa a quanto ammonti (ma si sa. un centinaio di milioni, finora).

Il delitto è istituzionale più che antropologico
Il senatore dipietrista De Gregorio, che si è fatto dare da Berlusconi tre milioni per votare contro la sua maggioranza, ha successivamente ricattato Berlusconi, con altre richieste. Poiché non è stato ”nemmeno ricevuto”, come afferma ora, ha deciso di “collaborare con gli inquirenti” napoletani. Cioè di denunciare Berlusconi. Per questo Berlusconi è stato condannato a Napoli. Prontamente, e giustamente: il delitto non c’è (i soldi erano suoi, di Berlusconi, il prezzo della corruzione non era una prebenda come si suole in questi casi, la presidenza di un ente pubblico, una fondazione, un istituto) ma la dabbenaggine di Berlusconi è a questo punto criminale. Se non che De Gregorio invece è stato praticamente assolto: ha patteggiato una pena che non gli verrà nemmeno iscritta nel casellario giudiziale, e si è tenuto i soldi del mercimonio.
Il caso è anzitutto di giustizia “napoletana”, di paglietta per i quali tutto vale. Benché di giudici quasi tutti figli d’arte - giudice il padre giudice il figlio - naturalmente non raccomandati.  Pagare uno con soldi propri è un reato, pagarlo coi soldi pubblici (la presidenza, etc.) no. Un’accezione sbirresca della giustizia, nemmeno molto legale. Dove si combatte il malaffare?
Si può anche arguire che quello dei pentiti è un fatto anomalo in una situazione anomala. Un’eccezione alla giustizia per ragioni di ordine pubblico. Se non che questa eccezione è da un trentennio circa tutta la giustizia. Privilegiata su ogni altra forma. La corruzione, cioè.
Sostenere che l’apparato repressivo sia la causa prima della delinquenza diffusa sembra ardito, ed è  comunque difficile da provare – le “prove” ce le hanno “loro”. Ma va nel senso comune, dell’esperienza quotidiana.
È però un fatto che la giustizia è un fatto di governo. Di leggi e di carabinieri. E che non ci sono popolazioni più miti di quelle meridionali, dove però allignano le mafie. E allora?

Commisso in Calabria e fuori
Rocco Commisso vene celebrato dal “Corriere Economia” per aver fondato Mediacom, l’ottavo operatore tv Usa via cavo, che gestisce, con internet superveloce. Emigrato da Marina di Gioiosa Jonica nel 1962 a dodici anni, figlio di un falegname, ha fatto gli  studi d’ingegneria alla Columbia, compreso il master, con una borsa di studio in quanto calciatore, per rafforzare la squadra di calcio dell’università.
 “Da bambino in paese ho imparato a suonare la fisarmonica e a giocare al calcio”, spiega: “Grazie alla musica mi hanno accettato in un’ottima scuola nel Bronx (sic!.), e grazie al calcio ho ottenuto una borsa di studio alla Columbia”. Ma molto quadrato, evidentemente, di suo.
I Commisso rimasti a Gioiosa Ionica sono, secondo il “Quotidiano di Calabria”, “una potente ed efferata famiglia di ‘ndrangheta operante nella Locride e in Canada”. Alleati dei De Stefano,  Piromalli, Bardellino, Aquino, Costa - nonché dei Greco e dei Corleonesi da tempo estinti. Insomma gente quadrata. Cambia solo il quadro d’insieme.

leuzzi@antiit.eu 

I giudici e le loro posse

Il Tribunale di Napoli reintegrerà domani De Luca al pieno governo della Campania, malgrado la legge Severino. Mentre non si trova giudice a Pietrasanta per reintegrare il sindaco Mallegni, eletto e subito sospeso, benché abbia meno carichi pendenti d De Luca. Sospeso dal suo nemico politico di Pietrasanta, il sottosegretario all’Interno Manzione, in una con la sorella, capo dell’ufficio legislativo di Renzi a palazzo Chigi.
Non si saprebbe come definire questa giustizia. Se non è corruzione, cos’altro è, golpismo? Ma il capo dell’Anticorruzione è naturalmente un giudice. E Giudici Eletti, ad honorem, si ritengono i presidenti della Repubblica, da Mattarella indietro, perciò sordi, muti e ciechi. E cosa dice la Costituzione, c’è miglior giudice, supremo, eletto, del presidente della Repubblica, che è tutti noi?
È però lo scandalo nazionale di cui non si parla. Si parla in Italia alle tv e nei giornali solo di scandali, ma mai dei giudici. E questo per un solo motivo: che i giudici si sono legata i media. Un po’ col ricatto, alle banche padrone e agli uomini di paglia editori, un po’ con la corruzione – le anticipazioni, le indiscrezioni, i segreti, eccetera. Ogni giudice in carriera ha la sua posse giornalistica. Truppe d’assalto, non necessariamente furbe o abili, ma sporche e cattive. Anche se di preferenza donne. Ogni redazione lo sa, ogni giudice ha uno o più barbe finte e gente di panza in ogni redazione.

La mistica per tutti

Al centro degli “Esercizi”, la prima pratica religiosa che Ignazio intraprese in proprio, nel 1522, subito dopo il ravvedimento, quando ancora stava in Spagna, e prima del pellegrinaggio decisivo in Terra Santa, è la “discrezione degli spiriti”, la diversità. La salvezza è individuale. Gli “Esercizi” saranno apprezzati da tutti i papi in questo torno d’epoca, da Pio IX fino a Francesco.
L’opera prima sarà quella a cui Ignazio lavorerà tutta la vita, con aggiornamenti e variazioni, fino alla traduzione in latino e alla pubblicazione a Roma nel 1548. Era una pratica anteriore, da Ignazio sistematizzata. Con rinvii continui tra i vari paragrafi – e  ausilio anche grafico, di linee e punti.
Sono una “rappresentazione” teatrale, La “composizione del luogo” è preliminare: il devoto deve rappresentarsi il paesaggio nel quale effettuerà preghiere e devozioni. Lontano da casa e dai familiari, sotto la guida di un direttore di coscienza, l’esercitante deve vivere un mese in solitudine e in silenzio. La prima settimana fa l’esame di coscienza, la seconda e la terza contempla i misteri di Cristo e della Passione, la quarta si unisce a Dio senza più mediazioni.
È una proposta destinata a ogni genere di persone, anche non colte. “Con questo nome di Esercizi spirituali”, dice il santo, “s’intende ogni modo di esaminare la coscienza, di meditare, di contemplare”. In analogia col corpo – “così come il camminare, il passeggiare e il correre sono esercizi corporali”
Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, Città Nuova, pp. 200  € 6,50


mercoledì 15 luglio 2015

L''accordo con l'Iran apre un'area di turbolenze

Si elogia Obama per l’accordo sull’Iran e la levata delle sanzioni, dopo la levata dell’embargo su Cuba. Come uomo di pace, con successo. Ma, se l’embargo su Cuba era uno scandalo, l’accordo con l’Iran poteva essere migliore, molto migliore. Senza assecondare cioè la politica di potenza, di cui l’Iran degli ayatollah si compiace come già lo scià, nell’Arco della Crisi, fino al subcontinente indiano, e nel mondo islamico. C’erano ampi margini per evitare di avallare, seppure a termine, dieci anni, la proliferazione nucleare in Iran.
Le critiche del governo israeliano sono solo doverose. Da un punto di vista geopolitico, si può anche argomentare che Israele e Iran sono destinati a marciare di conserva, come già in passato, avendo in comune lo stesso nemico, il mondo arabo. Ma questo solo in via ipotetica: a lungo gli ayatollah hanno sostenuto l’arabismo più radicale.
L’accordo voluto da Obama comunque scuoterà il Medio Oriente. L’Arabia Saudita subito, ma anche altri potentati arabi non si sentiranno sicuri col predominio iraniano nel Golfo.
Obama non ha chiuso ma aperto un’area di turbolenze – non è nuovo a errori del genere, vedi le “primavere arabe”, fino alla Siria e all’Is. Le reazioni in India e nel mondo arabo ne danno già chiara indicazione.  

Quell'afrore di fascismo, trionfante

Non si può dire fascismo, perché il fascismo è un caso storico. E poi ancora si vota, e i governanti sono democristiani, liberali, socialisti. Ma i connotati, interni ed esterni, sono quelli:del 1938, quando l’Europa fu per essere tutta fascista, da Lisbona a Riga o Tallinn (fu questo che indusse Stalin ad accordarsi con Hitler): aggressività e sciovinismo. Il presidente della Repubblica Ceca: “Il mio paese deve entrare nell’euro. Ma prima deve uscire la Grecia”. L’ungherese Orban. I primi ministri di Lettonia, Estonia, Litunia, chiunque essi siano. Quello finlandese – chiunque sia: sono intercambiabili e sorridenti, li scelgono anche belli, ma tutti uguali, che obbediscano a Berlino e cattivissimi. Il premier slovacco, di cui non vale ricordarsi il nome – il suo ministro del Tesoro si chiama Peter Kazimir, e twitta: “Accordo duro per colpa della Primavera greca”. La Romania. Il polacco americano Tusk, che non si sa cosa rappresenta.
Alla conta, se si dovesse fare un esame di democrazia dei governi nel governo europeo, pochi resisterebbero, benché eletti. Sulla Grecia, le immigrazioni, il lavoro, la Russia, le minoranze interne. Poi diranno, come i loro predecessori ottant’anni fa, che loro non c’erano, non  sapevano, non immaginavano,  eccetera, ma il fatto è questo: la Ue è a maggioranza “fascista”, facinorosa e intollerante. Con qualcosa semmai di peggio del fascismo storico, che aiutava “i poveri”.  
Anche negli anni 1930 l’Europa era fascista e non lo sapeva. Identica la spocchia ipocrita britannica, che gioca coi fascisti facendo finta di opporsi, o viceversa. L’influente, aitante, sempre curato, a cominciare dalla chioma, l’ottimo tory si vede dalla chioma, cancelliere dello Scacchiere Osborne è più che furbo, che si precipita a dire non richiesto: “Farò il possibile perché neanche un penny finisca nelle tasche greche”.
Identico, naturalmente, l’allineamento su Berlino.
Si governa non votati e non eletti, non solo in Italia, per scelte degli interessi costituiti. E con intese non 
formalizzate, tra potenti. Con abbondanza – nemmeno più censita, nonché non censurata – di “responsabili” e “soccorritori”, di transfughi mercenari, per soldi, cariche, favori, affari. Negli stessi movimenti di protesta, i più sono per il bastone: gli anticasta, le rottamazioni, i partiti della Nazione.

La vera rivolta Renzi ce l'ha a casa, in Toscana

Più che a Roma o Milano, Renzi è scosso a casa sua. Nella piana di Sesto Fiorentino, suo feudo naturale poiché ci è nato e cresciuto. Conduce sempre lui il Palio, ma a zigzag: Renzi vi subisce la prima vera sfida del suo partito, dai dem ex Pci. Il “suo” sindaco di Sesto, Sara Biagiotti, eletta appena un anno fa, su imposizione di Renzi, non avendo passato le primarie, è sfiduciata e commissariata. E Campi Bisenzio, poco lontano, si prepara a scendere in campo contro Renzi. Che ha imposto anche lì un uomo suo, Emiliano Fossi, a sindaco. A Campi Bisenzio non si sfiducia la giunta ma si annunciano leghe e forum anti-sindaco. In piazza.
Resta sempre aperta la ferita di Viareggio, dove il candidato ex Dem ha vinto contro il candidato sindaco imposto da Renzi. Poco lontano, a Pietrasanta, non si trovano giudici per condannare  in qualche modo Mallegni, il sindaco rieletto e subito commissariato, a opera dei fratelli Manzione, vecchi democristiani e renziani della prima ora, la sorella capo del suo ufficio legislativo, il fratello suo sottosegretario all’Interno. Manzione fratello è anche giudice, ma non si trovano in Versilia e nella Lucchesia giudici con abbastanza pelo sullo stomaco per condannargli Mallegni.

Bloomsbury di campagna

Un quadro semplice e pregnante, a volte insistito ma spassoso, di una società, nello spazio di un prolungato house party. Cerimonia cui il giovane Huxley – questo è il suo debutto creativo, 1921 -  era avvezzo, essendo allora nelle grazie di lady Ottoline Morrell (l’amante di Bertrand Russell, per oltre duemila lettere), che lo ospitava insieme con altre grandi promesse letterarie, T.S.Eliot. D.H.Lawrence, nel suo castello di Garsington, per poter “creare” a proprio agio e insieme godere di una eletta compagna. È di Garsington Manor che Huxley fa la satira, bonaria e a sé stante, con personaggi a chiave ma non faticosa – il gioco dei riconoscimenti non è importante: si fa rileggere senza note. Di un modo di essere intellettuale in cui il futuro creatore di mondi alternativi si sentiva a disagio.
Con molti pezzi forti. La poesia di “carminativo”, da ragazzo, adolescente e giovane scrittore, bella parola, fino alla scoperta che significa antiflatulenza. I tre pinnacoli del castello voluti dal fondatore giuusto perché il gabinetto di decenza in cima a ognuno di essi avesse la necessaria pendenza. O l’avo Ercole, nano, che tutta la servitù volle nana, e una moglie nana e bella si trovò a Venezia, Filomena, con la quale generarono il gigante Ferdinando – di che squassare il gioco delle genealogie.
Un misto di gargantuesco alla Rabelais e di romanzo di campagna alla Peacock – una celebrazione ironica di Bloomsbury agreste. La lettura casualmente gli sovrappone “L’uomo che sapeva troppo” di Chesterston, altra celebrazione satirica del week-end. Se ne è persa la traccia, anche in Inghilterra.
Aldous Huxley, Giallo Crome, Mattioli 1885, remainders, pp. 175 € 7


La Germania si voleva greca

Da “Gentile Germania” alcuni estratti per spiegare come e quanto la Germania si sia voluta a lungo greca - a integrazione di quanto i lettori del sito già conoscono: http://www.antiit.com/2015/06/stupidario-greco-germanico.html 

“Nietzsche filologo in cattedra del greco “conosci te stesso” disse: “Questi greci hanno molta roba sulla coscienza, la falsificazione era il loro lavoro vero, e tutta la psicologia europea è malata di superficialità greca”. Ma, filologo in cattedra, prese per greci i nibelunghi di Wagner, il classicismo può essere approssimativo fra i tedeschi, che pure l’hanno inventato, in questo inesausti…..
“Nel 1933, avviandosi ai cinquanta, età in cui il filosofo propriamente si dedica alla speculazione, dice Platone, Heidegger si dedicò a Hitler. Poi all’eros. Al coperto della grecità. Il nudo è gumnos, come tutto ciò che è femmina, gune non è la donna? Mentre Antigone viene dal sassone Gegenecke. Heidegger tutto sa dei greci: la storia greca è durata solo tre secoli, i greci non avevano cultura né religione, e neppure una società, la filosofia non è un modo greco ma ipergreco di esistere, la lettura greca del linguaggio è “fondamentalmente impoetica”, e “in Platone e Aristotele il concetto di logos è equivoco”. Sa il greco meglio dei greci. Come Nietzsche, cui si deve il quesito: “Era Socrate veramente greco?” Ma su Antigone, la santa ribelle, Robbe-Grillet l’ha superato, Gueguegone facendo divenire Gue-gué, e quindi Dji-dji – scoperta di cui Colette era stata precursora con Gigi, bella guagliona…
“Ancora un paio d’anni, e Heidegger invece si convertiva al greco. “Il fatto che la formazione della grammatica occidentale sia dovuta alla riflessione greca sulla lingua greca dà a questo processo”, alla grammatica cioè, “tutto il suo significato. Perché quella lingua è, accanto alla tedesca, insieme la più potente di tutte e la più spirituale”. Uno. Due, nell’intervista a futura memoria allo “Spiegel” questo raccordo sta particolarmente a cuore al Filosofo, che ad esso sacrifica l’asse franco-tedesco: “Penso alla parentela particolare che c’è all’interno della lingua tedesca con la lingua dei Greci e il loro pensiero. È una cosa che i Francesi oggi mi confermano senza posa. Quando cominciano a pensare, parlano tedesco: sostengono che non ci arriverebbero nella loro lingua””.

L'Intelligenz-Staat

Matthew Arnold, l’ispettore scolastico figlio del rettore della superscuola inglese dei ricchi Rugby, si scrisse nel 1871 dodici lettere, sotto il titolo “Friendship’s Garland”, come se gli amici le avessero scritte in onore suo. Erano in realtà testi più o meno legati a “Culture and Anarchy”, la raccolta di saggi di critica sociale per cui resterà più famoso, due anni prima - poeta prolifico e professore di poesia a Oxford, M. Arnold è più apprezzato in quanto critico sociale. Alla prima lettera riferisce del suo viaggio d’informazione sul sistema scolastico in Germania: “Introduco Arminio e il “Geist” al pubblico britannico”. Facendo spiegare il Geist, lo spirito che il tedesco vuole intraducibile, a un convinto prussiano: ““Liberalismo e dispotismo!”, gridò il prussiano, “andiamo oltre queste forme e parole. Cosa unisce e separa la gente ora è Geist…. Vedrà che a Berlino opponiamo “Geist” – intelligenza, voi o i francesi potreste dire – a “Ungeist… Noi tedeschi del Nord abbiamo operato per “Geist” in modo speciale…” E così via per un paio di pagine. A un convinto sostenitore, conclude Arnold, dell’Intelligenz-Staat. Superiore, ma a ragion veduta.   

martedì 14 luglio 2015

Day after

Monaco non si evoca per paura della Germania, ma l’atmosfera è quella: un branco di statisti che tornano a casa con le dita a v e la morte nel cuore. Siano gregari, amici, fan, oppure concorrenti e critici, di Angela Merkel, tornano a casa sapendo di non contare niente, e che niente sarà più come prima. Molti di loro sanno del resto che perderanno presto le elezioni, perché in Europa, ancora, si continua a votare.
Non c’è un solo apprezzamento per gli accordi sulla Grecia nei giornali inglesi. Come, del testo, negli stessi giornali tedeschi – il tedesco, anche duro, vuole essere “amato”. Plaudono solo i “mercati”, cioè le banche d’affari, perché si potranno comprare la Grecia a sconto: l’affare sarà facile ed è grosso. E il governo americano per conto dei “mercati”.
L’Italia si esprime per bocca di un ministro, Padoan, che capisce la gravità di cosa è successo, e l’impossibilità ora per la Grecia di uscire dal disfacimento, ma non ha un filo di sensibilità politica. E la paura di un presidente del consiglio che sa benissimo “cosa” è successo, anche se forse non sa fare bene i conti, e ha scoperto di non contare nulla. “Der Spiegel” aveva tentato d’innalzarlo a barriera anti-oltranzisti, attribuendogli un ottimo: “Il troppo è troppo”, ma non è il tipo: è solo preoccupato che, oggi come oggi, avrebbe perso le elezioni, contro Grillo, e forse pure contro Salvini. Silenzio totale del resto del governo, il più provinciale forse che l’Italia abbia avuto.