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giovedì 5 novembre 2015

007, povero killer, si riscatta al cinema

La consacrazione del film, della tecnica cinematografica: della potenza delle imagini. Una sceneggiatura scontata, di inseguimenti, esplosioni, crolli, pestaggi e colpi secchi, implausibili intermezzi erotici, lo 007 di maniera che è Craig, controfigura di Putin, di una sola espressione, inarticolato eccetto che nei pestaggi, e le location al solito gloriose, qui Città del Messico alla festa dei Morti, Roma, con l’inseguimento all’ombra di san Pietro e lumgo il Tevere, Tangeri, una cupa valle austriaca, e la Londra post-olimpiaca. Questo anzi girato al risparmio, con molti interni e poca illuminazione. Uno 007, si può dire, essenziale: una storia bidimensionale, di un killer di professione - non un personaggio in realtà, senza anima né cuore, specie nella personificazione Craig, che qui non finge più. Ma sono due ore di visione veloce, sorprendente. .
Il soggetto gioca sulla fobia del Grande Orecchio, della Sorveglianza Universale - evidentemente altrove più sentita che in Ialia, con le sue miserabili intercettazioni. Ma lo spettatore non se ne accorge, così come non censice la non-esistenza di 007, assorbito nel moto perpetuo, nel aleidoscopio di immagini.
Sam Mendes, Spectre

La camorra a Roma

Mentre si processa Mafia capitale, la piccola corruzione del “generone romano”, dipendenti pubblici e piccoli affaristi, la camorra ha occupato Roma. Distesamente, permanente. Chiunque la vede all’opera nel suo mercatino rionale: forniture obbligate, sovrapprezzi, vero e proprio pizzo (protezione). Anche nel centro città è all’opera, tramite gli affitti, l’usura e la protezione. I centri commerciali pullulano di “napoletani” d’importazione.
Tutti lo sanno, ma niente si fa. L’apparato repressivo è concentrato sulla pubblica amministrazione: prima la corruzione spicciola, ora i cartellini.
La prevenzione e la punizione del crimine è per forza di cose limitata. Ma non ci sono delle priorità se non la visibilità mediatica. Piuttosto che i brutti ceffi camorristi, mafiosi nel vero senso del codice, impiegati e sottopancia politici. La camorra ringrazia – fra un anno o due prefetti e procuratori potranno dire impossibile sradicarla. È qui tutta la storia del crimine organizzato in Italia.  

La mafia a Roma

È squallido, prima che riprovevole, che i politici del Pd rinviati a processo per Mafia capitale siano esentati, tutti, dall’addebito di associazione mafiosa. Dei politici l’associazione ce l’ha solo con Luca Gramazio, che è in realtà un prestanome del padre Domenico, ex senatore dell’ex Msi, oggi forse più potente di allora. È squallido anche che il commissario prefettizio si costistuisca parte civile solo contro gli indagai di associazione mafiosa, cioè non contro i politici dem. Un prefetto che fa quello che detta Renzi, non ci mette nemmeno le virgole.
Tutto è squallido i questa vicenda. Nel rito accusatorio di Pignatone e Prtestipino si può andare a processo, dopo undici mesi di carcere, senza mai avere visto un giudice. Mentre l’imputato dovrebbe vederlo il giorno dopo l’arresto. Nel caso sono Carminati e Buzzi, due che non sono simpatici – figurarsi, due ex galeotti che si volevano imprenditori, pussa via! Direbbe il marchese del Grillo. Si vede che Pignatone e Prestipino vanno a simpatie.
Al processo, al primo atto, in pochi minuti, il tempo di scrivere le sentenze, la giudice romana Anna Criscuolo se n’è lavato le mani. Tutti quelli che Pignatone e Prestipino le hanno mandato per mafia li ha condannati per mafia. Senza imputargli un qualche atto di violenza, una intimidazione, una minaccia. Anzi gli ha raddoppiato le pene. Il codice? Che c’entra il codice.
Ma il massimo della pena che Criscuolo è riuscita a mettere su, forse per la fretta, sono cinque anni. Dobbiamo considerare la mafia decaduta? Perlomeno nella considerazione dei giudici, perché la mafia il codice la punisce severamente. O quella romana è annacquata?

Ps. Invece del rito accusatorio, previsto dal codice da una trentina d’anni, i giudici italiani applicano tranquillamente il rito inquisitorio, con intercettazioni a strascico da passare ai media, provviste di trascrizioni opportunamente sceneggiate come in un copione teatrale, nonché di titolo, occhiello e sommario giornalistici, e carcerazione a volontà. Tutto questo non è illegale solo in Italia. Cioè, si fa solo in Italia. Dove si dice che i giudici tengano il Pd e i presidenti della Repubblica del Pd per le palle. Ma ce le hanno?

mercoledì 4 novembre 2015

Secondi pensieri - 238

zeulig

Amore - Il vero amante cerca il bene dell’amato, il che richiede anzitutto la liberazione dell’amato dall’amante. Detto insidioso di Raimondo Lullo, da gesuita orientaleggiante – meglio se anglofono, per l’indistinto uomo-donna che viene comodo. Oppure: l’amato dev’essere godibile come un tramonto o una sinfonia, come l’albero, che è uguale per sé e per tutti. Lo diceva già Platone: l’uomo al fondo è una pianta, ha in alto, nella testa, la radice per cui si tiene diritto. Voler essere unico per una persona significa asservirsi a quella persona. Ma al partner no: se non si tocca non si sente. Non c’è amore se non corrisposto.
Non c’è amore senza oggetto, per dirla con Lullo, lo stilnovo e la scolastica. La castità stessa è fisica. Si chieda al medico, oltre che all’-mante: come si fa senza, senza il fatto fisico? Un essere in carne, sia pure figlio, o madre? O il padre, un qualsiasi essere umano, una bestia, il popolo, il mondo, fisico e metafisico, lo stesso vuoto, il pulviscolo di gas, senza contatto? Non ci sono le cose in sé. Cos’è un bel paesaggio, Capri o la Death Valley? Siamo relazionali, dicono Berkeley, la sociologia, e la natura. Non c’è madre senza figlio, malato senza medico, amante senza amata. Il problema dei ricchioni, spiegava il portiere Espoito, portiere d’albergo che conosceva tutta Roma, è che avrebbero bisogno di un uomo, un uomo forte, e invece finiscono con un altro ricchione. Per quanto, è vero, ci sono medici senza malati. E più single che no. Ma senza mal d’amore?

Democrazia – Forse non è più di quanto arguiva de Custine, legittimista, di ritorno dalla Russia nel 1939: “Il governo misto non è il più favorevole all’azione; ma nella loro maturità i popoli hanno meno bisogno di agire; questo governo è quello più propizio alla produzione, e che procura agli uomini più benessere e più ricchezza; è soprattutto quello che dà più attività al pensiero nella sfera delle idee pratiche; infine, rende il cittadino indipendente, non per l’elevazione dei sentimenti ma per l’azione delle leggi; certamente sono grandi compensazioni a grandi inconvenienti”. Un concetto riduttivo e non palingenetico – l’uguaglianza? la libertà? E tuttavia sovversivo: se applicato, sarebbe rivoluzionario.

Destino – È diventato accomodante. Il tedesco, e un po’ anche l’italiano, lo intende più che come condanna ferrea, Schicksal, da collegare alla necessità assoluta, come Gemüt: un misto disenso del destino e compassione, servo arbitrio e fatalismo. Autoindulgente, cioè assolutorio, come da una colpa cui ci si assuefa, senza indignarsi.
Era diverso nella tragedia greca: implacabile, e quando era cattivo da contrastare con la ribellione, sia pure perdente.

Freud – Ipersistematico si può dire, e dogmatico, perfino insolente, che di tutto fa un riscontro alle sue teorie.

Io – È segno tracciato nell’aria e la polvere, non c’è altro io - è qui la pesantezza del destino. Perfino Dante fu ignorato per secoli, e Omero, o Shakespeare. Alessandro Magno è ignoto ai più. Gli accademici e i sistemologi lo sanno, che non lasciano traccia.

Stato d’assedio – Si collega spesso al mercato totalitario, quindi all’ordine liberale se non democratico, alla contemporaneità, alla modernità, alla tecnica invadente, fin nella procreazione e nel pensiero.
“Lo stato d’assedio” di Camus è opera del dopoguerra, 1948, teatrale, che esalta la resistenza e mette in guardia contro i residui totalitari (in Spagna, a Cadice, più che nell’Urss), la subordinazione, la rassegnazione, la fede passiva. Ma il concetto era stato elaborato in termini di condizione psicologica più che politica, e in antitesi alla modernità, informa stato da “guerra civile” per Jünger, “da “stato d’assedio permanente”. Come concetto conservatore e anche reazionario, ma in difesa della libertà: “Se le grandi masse fossero così trasparenti”, argomenta Jünger nel “Trattato del ribelle”, “così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos'è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in se stessi, c'è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. È questo l'incubo dei potenti”.
Custine e Joseph De Maistre lo trovavano normale nella Russia post Santa Alleanza, alla morte di Alessandro I. Quindi come retaggio di una storia “superata”, un modo per perpetuare la schiavitù in un ambito europeo da mezzo secolo abolizionista. Un reperto. Un secolo dopo Carl Schmitt ne fa il nucleo della sovranità: sovrano è chi decide lo stato d’eccezione – e lo stato d’assedio è risolutore: “Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati”, e “lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia” (“La dittatura”, 1921, “Teologia politica”, 1922). Jünger, che molto recepisce in questa riflessione C.Schmitt, ne fa il modo d’essere della contemporaneità già nella sua prima riflessione, “L’operaio. Dominio e forma”, 1932, e poi nel “Trattato del ribelle”, 1951. La modernità come impegno (annientamento) del singolo, dell’individuo, e come portato della tecnica. Un nemico che questa critica vedeva, viveva, paradossalmente, nella repubblica di Weimar, dove ogni libertà era possibile, più che sotto Hitler – e questo non per la libertà di pensiero e di stampa come opposta alla censura e all’autocensura. Jünger anche nel dopoguerra, nella modesta repubblica di Bonn, e malgrado l’orso russo sulle spalle. Lo stato d’assedio come eccesso di libertà, sotto di essa.
È lo stato d’assedio non militare ma sociale e psicologico, culturale. Quello che il marchese de Custine trovava in Russia nel 1839: “Questa disciplina da campo sostituita all’ordine delle città, lo stato d’assedio divenuto lo stato normale della società”. Custine nella “disciplina da campo” riscopre il liberalismo attivo: “Andavo in Russia per cercarvi argomenti contro il governo rappresentativo, ne ritorno partigiano delle costituzioni”. Ma l’ammodernamento, realtivo, della Russia, poteva vedere sotto le forme della servitù volontaria.

Storicismo – È irrimediabile. E non per la forza del cogito cartesiano, non solo. Cervantes, Shakespeare, letti per intero in originale sono oberati dal Seicento. Il realista Popper, che sa che un mondo biologico e sociale esiste, di cui la scienza è la scoperta, vede la realtà farsi senza dare peso all’osservatore o attore, che alla fine solo sposta la conoscenza. Sapere, farsi un giudizio, pesa, ma non determina gli eventi. O sì, per non far torto a Heisenberg, ma di poco.
Seneca avrebbe detto, o altro romano stoico: “Odio la memoria”. Ma è una maniera di fare la storia. Nell’ipotetica divisione del mondo fra destro e sinistro che la fenomenologia apre, fra il modo di conoscere quale si è assestato nell’uso classico e l’infinità di altri mondi possibili, non è dubbio che non si debba essere di questi ultimi. Ma con forma mentis conservatrice e ottimista, non anarchica, non abbastanza. Il rispetto della realtà può portare all’astinenza.

zeulig@antiit.eu

L’Italia inutile di Pasolini in quattro giorni

Si riedita per i cinquant’anni della morte l’“opera” forse più inutile - giornalistica, alimentare, vedettariale - di Pasolini, “La lunga strada di sabbia”. Sulla base della riedizione operata da Séclier cinque anni fa (a prezzo ora dimezzato), corredata dalle sue fotografie, che sono la cosa migliore.
Il testo è quello di Pasolini per i due-tremila chilometri delle coste italiane percorsi in quattro o cinque giorni del giugno 1959. Unicamente famoso perché vi diceva Cutro, un tranquillo paesino calabrese, “un posto di banditi”. Come si vede nei western, “fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo”. Cutro naturalmente protestò e il reportage, commissionato dal mensile di moda e svago “Successo” come riempitivo per i mesi estivi (uscì in tre puntate, a luglio, agosto e settembre), ha preso una dignità che non aveva.
La riedizione si vuole in qualche modo critica: senza i tagli redazionali, quindi con alcuni passaggi inediti, un po’ di documentazione, manoscritti in facsimile, qualche lettera. Ma si apprezza per le fotografie di Séclier, che ha ripercorso quello stesso itinerario cinquant’anni dopo. Con qualche traccia e nessuna memoria di Pasolini. Eccetto una: il barbiere di Cutro tiene appeso un fotoritratto molto lusinghiero – “radioso” dice Séclier - di Pasolini, una gigantografia.
Philippe Séclier, Pier Paolo Pasolini. La lunga strada di sabbia, Contrasto, pp. 199, il. € 24,90

Intercettiamo, qualcuno pagherà

Il caso Tavecchio è quello delle intercettazioni. Tavecchio è quello che è, uno che pensa di poter parlare ancora liberamente, non corretto. Dando dell’“ebreazzo” a un immobiliarista al quale ha appena consentito un lauto affare, suo probabile amico.
Si è tentato di farne un caso perfino diplomatico, ma il caso è quello di chi ha registrato le telefonate amichevoli. Ha tentato di scroccare soldi a Tavecchio. E poi – molto dopo – è andato a deporre le registrazioni al “Corriere della sport”. Che potrebbe averlo “pagato” per questo – in qualche modo lo ha pagato o pagherà.
Il caso è anche di un giornale nazionale che si presta a simili operazioni. Ma questo non fa più scandalo: i giornali non hanno più dignità, sguazzano nei pettegolezzi. È anche per questo che sono in declino, ma è affare loro.
Tavecchio non è comunque un problema. Sono in tanti, anche al “Corriere dello sport”, a volere il suo post. Lotte burocratiche, non ci riguardano.
Il problema è che non si può più parlare, neanche di sciocchezze. E non nella grande distopia politica del Grande Fratello. No, nelle chiacchiere da bar.
Chiedere se è lecito registrare le conversazioni amichevoli e poi vendersele è inutile. Ci vorrebbe una giustizia per decidere, che invece è parte in causa. Fino a che non verranno intercettati i giudici – altro che Tavecchio! 

martedì 3 novembre 2015

Porte aperte al crac in banca

Come precipitare la crisi bancaria? Dei depositi, del risparmio? L’assicurazione sui depositi in banca fu inventata dalla presidenza Roosevelt nel 1934 per tagliare la corda della sfiducia. Non costava molto, e si è rivelata la via d’uscita più importate dalla Grande Depressione, in sé e come contributo al ristabilimento della fiducia. Abolirla, come Bruxelles e Draghi vogliono, è evocare il panico a ogni stormir di foglie. Non a ogni crisi ma a ogni rumour, ogni boato, ogni indiscrezione pilotata anche.
L’Italia è il paese che ha fatto pesare meno sulla finanza pubblica la crisi bancaria del 2008. È anche il paese dove le banche hanno sofferto relativamente meno la crisi economica. Ma senza il Fondo interbancario avrebbe avuto cinque o sei disastri: Monte dei Paschi, Genova, Ferrara, Etruria,  Marche. Cioè il crac.  
Poiché l’assicurazione sui depositi non è un costo, non elevato, e non pone problemi alla concorrenza, resta da chiedersi perché abolirla. Perché terremotare le banche? Alle quali si ha voglia d’imporre irrobustimenti patrimoniali, se il correntista non è garantito la banca resta debole.
Che Draghi, che conosce il rischio, presieda sereno a questa “riforma”, fa parte del gioco: fa finta di “stare sul mercato”, che vinca il migliore, mentre favorisce i fondi d’investimento e le assicurazioni, che esclude dal bail-in, il “salvataggio dall’interno” Ma il governo? I governi?
L’assicurazione sui depositi non è abolita, si dice. La novità è che la pagheranno per primi gli azionisti della banca, gli obbligazionisti, e i correntisti con depositi di oltre 100 mila euro. L’effetto è lo stesso: dal 2016 non ci saranno più azionisti delle banche, dal 2019 nemmeno obbligazionisti, se non a costo elevato. A chi e a quali condizioni ricorreranno le banche per capitalizzarsi?
C’è la posizione “giusta” di chi dice: paghi chi ha. Ma se tutti hanno, più o meno? È da qui che nasce il panico: quando hanno pochi il panico non c’è. Poi c’è la “questione morale”: perché proteggere chi ha? Ma l’assicurazione non è a beneficio di questo e quello, è a beneficio dell’equilibrio nell’economia. E il Fondo garanzia è ampiamente pagato dai correntisti – tra l’altro non pro quota ma con tassa uguale per tutti. 

Problemi di base - 251 coda

spock

Il papa voleva fare pubblicità a Nuzzi e Fittipaldi?

Anche a loro dopo Scalfari?


Ci sono le foto di mons. Vallejo Balda col papa, non ci sono quelle di Francesca Immacolata: non sono venute bene?

Renzi come Erdogan: stesse riforme, stessa loggia?

E dove sono i curdi?


Se il debito è colpa, perlomeno in tedesco, credito è credere - in Renzi? 

spock@antiit.eu

Dieci in economia, zero in politica

Non sembra ma Renzi, oltre che un brillante futuro, ha già un solido passato. Brillante in economia, che ha riportato alla casella base, passando sopra alle fumisterie. Disastroso in politica.
Per l’economia ci voleva molto e ci voleva poco. Bisognava ristabilire la fiducia: più domanda (consumi, investimenti), più credito. O anche : più spesa e meno tasse. Semplice ma nessuno l’ha fatto - cosa dirà Bruxelles? Cosa dirà la Germania? le solite scemenze. Il ragazzotto Renzi l’ha fatto.
In politica ha creato invece una serie di pasticci. Dalla legge elettorale al Senato, alla Pubblica Amministrazione (le Finanze, etc.), al partito. Ha perso la Liguria, ha perso il Veneto, dove invece poteva vincere, ha quasi perso l’Emilia-Romagna, e ora perde Roma. Se il Pd si divide, la sua corsa diventa a rischio subito dopo la partenza.
Finora gli è andata bene. Ha avuto i suoi Fini, anche lui, che lo hanno sfidato all’ultimo voto. Ma lui si è ben coperto al Quirinale. E i suoi Fini sono già allo sbando prima ancora di finire allo 0 virgola per cento. Una scissione nel Pd sarebbe però un’altra cosa.
Si prenda l’ultimo “allargamento” della maggioranza, quello con Verdini. Renzi e Verdini dovrebbero in principio dominare la Toscana, che nella Repubblica è sempre stata “rossa”, prima socialcomunista, poi cattocomunista, con quello che è oggi i partito Democratico. E invece potrebbero insieme perderla, se ci sarà una scissione nel Pd – ammesso che ci sia un’opposizione: sono scontenti tutti, dalla Maremma alle Apuane, all’Appennino tosco-emiliano, gli resterebbe il Mugello.
Renzi è personalmente allergico alle elezioni, e finora non ne ha imbroccato molte. Ma le politiche non saranno plesbiscitarie come lui pensa, grazie alla ripresa economica.

Quella sporca centrale pre-putiniana

Černobil’ di chi la catastrofe ha vissuto dal “di dentro”, convivendoci. L’opera forse più sincera, sebbene di maniera, del premio Nobel.
Černobil’ in realtà ha vissuto la catastrofe da lontanto, realativamente poco colpita dalle radiazioni – la fusione del reattore è avvenuta nella centrale di Pripjat, a trenta km. Ma da Černobil’ le radiazioni si sono diffuse verso Nord, in piccola parte nella stssa Ucraina, in parte maggiore in Bielorussia, il paese della scrittrice.  Da cui sono tratte le maggiori testimonianze.

Il nome si dà alla tragedia per essere evocativo. Černobil’ fu capitale della Bucovina austriaca, popolata da ucraini, russi, rumeni, polacchi, austriaci, ebrei. Dopodiché ha cambiato nazionalità sei volte: da austriaca a rumena nel 1919, russa nel 1940, rumena di nuovo nel 1941, russa di nuovo nel 1947, ucraina dal 1991. Materializzazione di un  groviglio che sarebbe opportuno non sciogliere ai confini della ussia, non con l’accetta.  
L’editore riedita, ricopertinate, le opere tradotte una dozzina d’anni fa, ben in anticipo sul Nobel. Per la riuscita del reportage, che si fa ancora leggere. E in chiave oggi sanzionatoria, anti-Putin, anti-russa – anche se la centrale era ucraina.
Svetlana Alexievič, Preghiera per Černobil’, e\o, pp. 351 € 14

lunedì 2 novembre 2015

Un tradimento molto scoperto

Le indiscrezioni alla vigilia del Sinodo sono “frutto di un grave tradimento della fiducia accordata dal Papa”. Ai due collaboratori Francesca Immacolata Chaouqui e al sacerdote Vallejo Balda, due nomine della prima ora del papa Francesco. Non ci voleva molto per saperlo, ma solo questo sito l’ha scritto. Chaouqui, bella donna indubbiamente, ha tanto potere sui vaticanisti?
Erano nomine apparse incongrue subito, per la verità, due anni e mezzo fa. Ora Bergoglio sembra sconfessarsi: le indiscrezioni “sono frutto di un grave tradimento della fiducia accordata dal Papa”. Ma la cosa, se è onesta, qualche dubbio lascia. La nota vaticana non è autocritica, e non è nemmeno sanzionatoria, malgrado i risvolti penali della lobby papale: “Pubblicazioni di questo genere non concorrono in alcun modo a stabilire chiarezza e verità, ma piuttosto a generare confusione e interpretazioni parziali e tendenziose. Bisogna assolutamente evitare l'equivoco di pensare che ciò sia un modo per aiutare la missione del Papa”.
Con qualicredenziali i due erano stati cooptati dalla segreteria di Stato vaticana?

Pasolini messo a nudo

L’omaggio migliore per l’anniversario della morte di Pasolini: in assenza di un assestamento critico, una testimonianza di prim’ordine. Gideon Bachmann ha seguito Pasolini per ventidue anni, registrandone via via gli umori, e ha donato le innumerevoli registrazioni a Pordenone, a Cinemazero. Riccardo Costantini ne ha tratto un libro agile, nella prima parte anche in larga misura nuovo, che è una sorta di autoritratto - un Pasolini alla sesta P. Con foto inedite e suggestive.
“Le immagini si fondano sulle immagini dei segni e della memoria e, in più, su quanto di significativo ha l’immagine unita alla parola”.
“Io non sono mai stato un neo realista, sono sempre stato un naturalista esperessionitcico”.
“Ho dato al realismo una svolta personale che definirei mitica  epica… È proprio una mia disposizione culturale-psicologica”.
“Io, pur esendo un marxista, ho un fondo irrazionalmente religioso nel vedere le cose e gli uomini” – la “sacralità”, la “religiosità”, è un assillo.
“Biologicamente l’uomo è narciso, ribelle, ama la propria identità, ma la società lo rende conformista”. 
Tranquillo conoscitore di se stesso: “Io penso che nessuno in nessuna società sia libero e che quindi opera di ogni artista sia per forza un’opera di contestazione”. Quello che rimproverava al Sessantotto. Sincero, a suo modo, ma sempre non abbastanza, o troppo, introspettivo. Del resto, da “Ragazzi di vita in poi, dai trentatré anni, la sua vita è pubblica, la stessa frequenza delle registrazioni di Bachmann ne è testimonianza quasi sgradevole. Nel mentre che creava febbrilmente: non si riflette che la sua énaurme opera è tutta in venti anni, dal 1955 al 1975.
È un testo pasoliniano anche per le certezze sempre contraddittorie. Il rifiuto della contemporaneità. L’agiografia del contadino, falsa a ogni latitudine. Il pregiudizio antiunitario e antimeridionale. E insieme la mancanza di senso della nazione – dell’unità di lingua, di politica, di società. Con l’affettazione, forse inevitabile nelle interviste: “Una cosa non posso fare, rendere espressivo, artistico, e quindi umano, il linguaggio dell’operaio in quanto operaio, il linguaggio dell’industriale in quanto industriale”. Filosofico: “La mia è una filosofia stoica, che si oppone alla filosofia ednonistica delle masse” – le masse filosofe? Heideggeriano senza saperlo (“quando l’aereo porta Hitler da Mussolini, lì è la storia”): “Quando Berlinguer dice qualcosa noi cogliamo tutte le implicazioni politiche”.
Sempre col tarlo del “discorso libero indiretto”, la sua forma di realismo, benché obliqua: “Ovvero mostrare le cose non come le vede l’autore ma come le vede un altro. Col noto, debole, senso politico. Apodittico, sempre risolutivo: “La coppia è diventata un incubo, un’ossessione, anziché una libertà”. Il film che non ha ancora terminato di girare, “Salò”, è sull’anarchia del potere, non solo, ma anche sulla “inesistenza della storia”, nientemeno: “È un film in polemica con l’idea della storia prodotta dalla cultura eurocentrica: il razionalismo e l’empirismo borghese da una parte e il marxismo dall’altra”. Per una superficiale assimilazione della critica terzomondistica allora in uso. Pericolosamente simile a Malaparte, modello allora attivo di polemista e creativo polimorfo: altrettanto onnipresente e onnivoro, anticonformista di programma. Tanto più indigente però politicamente quanto più trascinatore, allora e oggi – anche se nel 1972 dice di non crederci più. Tra marxismo e capitalismo ugualmente adulterati, e indigesti.
Bachmann, tedesco di nascita, emigrato a nove anni con la famiglia in Israele nel 1936, giornalista radio e fotografo a Tel Aviv nel dopoguerra, inviato in Europa nel 1947 per documentare i lager, si trasferisce a New York per una dozzina di anni. Quindi nel 1961, dopo lincontro con Fellini a New York, arrivato per promuovere “La strada” agli Oscar, a Roma per quarant’anni. Cronista della scena culturale italiana, soprattutto del cinema, per giornali angloamericani e di lingua tedesca. Scrittore anche scorrevole in italiano. Documentarista, premiato a Venezia. Intimo di Fellini, cui dedicherà il film documentario “Ciao, Federico”, e poi, con più continuità, di Pasolini. Col quale registra molte ore di conversarzioni sull’inseparabile Nagra. È l’anglosassone sempre a disagio (chiasso, burocrazia, confusione…) ,che però preferisce vivere in Italia. Estremamente generoso, e interlocutore stimolante di Pasolini.
La quarta “P”, la prima del titolo, non è di polemiche ma di poetica. Ed è la più interessante L’infinita gamma dei riferimenti pittorici. La contaminazione, dei generi e dei soggetti. Le tecniche d’autore, girare e montare il film, poetare, romanzare. Delle altre due parti sono note le tracce, attraverso gli scritti corsari”, le provocazioni. “L’Italia sarebbe adesso (1974) matura per fornire le truppe alle SS”. Non c’è il terrorismo. Il “no” (all’abolizione del divorzio) è stato suggerito non tanto dalle sinistre quanto dalla televisione” – dalle donne no, dagli uomini? Anticonsumista un lustro o più dopo il rifiuto del Sessantotto, che era proprio il rifiuto dei consumi, dell’“integrazione”: “Bisogna tornare alla repressione, non avere paura di una certa repressione”.  
E Roma naturalmente. Roma è già distrutta. Più volte. L’ultima quarant’anni fa, poco prima della morte: “Non esistono più i romani. Un giovane romano non esiste più, è un cadavere”. Molto romano, “non esistono” e tutto il resto.
Gideon Bachmann, Pier Paolo Pasolini Polemica Politica Potere, Chiarelettere, pp. 143, ill., € 16

Un settentrionale puro e duro

Pasolini si dice spesso “settentrionale”: “Sono settentrionale…”. Da ultimo nel testo che aveva licenziato per la pubblicazione subito prima dell’assassinio, e per la cui uscita aveva già fatto le prime interviste: “Sono settentrionale…”. Il suo Sud è anche un “antius”, come opposto a “postius”, risponde a un poeta ermetico all’inizio di “Petrolio”. Ingegnoso, il Sud che viene prima, nei due sensi del tempo: nella storia, e come ora del giorno – antius sta per “volto a mezzogiorno”. Ma il sentimento, generale e costante, è di ripulsa.
Non è razzista, naturalmente – ma nessuno lo è. La sua è l’insofferenza di tutti, molti meridionali compresi. Il rigetto è però in lui radicale, rifiuto di sapere. Per indifferenza, probabile, e non malanimo. Che però, per uno obbligato a confrontarvisi di tanto in tanto, per lavoro, per conoscenze, anche per affetti, dice tanta insofferenza.
Ho fatto il “Vangelo”, spiega a Gideon Bachnmann, al Sud, e per il Sud: “Il Sud avrebbe dovuto riconoscersi meglio nel film, considerato il fatto che l’ho girato lì e di lì sono i protagonisti, il popolo, i paesaggi, e la vita rappresentata. Invece i meridionali non sono proprio andati a vederlo. Evidentemente sono meno cattolici che al Nord”. Nient’altro. Allo stesso Bachmann qualche anno prima, nel 1965, per fare un esempio di come il bisogno privi di libertà e cultura – tesi discutibile – sceglie la Puglia, “un esempio che conosco bene”: “È sempre vissuta in uno stato di estrema servilità…. E non ha prodotto un poeta, non ha prodotto un pittore, non ha prodotto un filosofo. Non ha dato nulla”.
Il Sud gli resta remoto, malgrado le frequentazioni. Al modo dei friulani, come dice Naldini in “Un paese di temporali e fulmini”: “Per gli italiani del Nord i romani sono già un po’ arabi”. O come diceva un don Marchetti che Naldini cita, un sacerdote patriota friulano, prima amico poi avversario di Pasolini, cui rimprovera in questo modo lo scarso patriottismo localistico: “Un pizzico di Montale, di Quasimodo, di Sinisgalli? Robaccia che ven da promontoris (che viene dall’Italia meridionale)”.
In “Passione e ideologia”, in una nota al saggio sulla poesia dialettale già apparso nel 1952 ne “Il Reame”, dice che non c’è romanticismo nella passione meridionale, né pietismo nella bontà: “Uno studio sul «Romanticismo nell’Italia Meridionale» è ancora da farsi e sarebbe assai interessante, se il Romanticismo rimane nel Meridione pura applicazione di formule sentimentali e morali di natura assolutamente contraria a quella indigena; nella cui fenomenologia psicologica mancano quei caratteri «cristiani» immanenti al Romanticismo e che sono tipicamente nordici. La «passione» meridionale non è un dato romantico: come nella «bontà» del meridionale non c’è pietismo. La scena popolaresca o il fatto di sangue «romantici» hanno nel Meridione il sapore del mimo o della tragedia greca, anche quando restano involuti nell’equivoco culturale” (il riferimento è a Di Giacomo e altri romantici napoletani).

Un Sud già leghista
Il poemetto “L’umile Italia”, spiega l’ottima voce “Pasolini” di Wikipedia, “apparve nell’aprile del 1954 su “Paragone-Letteratura” e rappresenta la contrapposizione tra la cupa tristezza dell'Agro romano e la limpida luminosità del settentrione. Il Nord, il cui emblema sono le rondini, è puro e umile e il Meridione è “sporco e splendido”, ma: “È necessità il capire/ e il fare: il credersi volti/ al meglio”, cercando di lottare pur soffrendo senza lasciarsi andare alla “rassegnazione - furente marchio/ della servitù e del sesso -/ che il greco meridione fa/ decrepito e increato, sporco/ e splendido”.
È questa una figura del linguaggio, “sottospecie dell’oxymoron, che l’antica retorica chiamava sineciosi”, annota Fortini, che la dice “la più frequente figura del linguaggio di Pasolini, “con la quale si affermano, d’uno stesso soggetto, due contrari”. Per non dire nulla, giusto un po’ d’irritazione?
Fa sempre una distinzione netta fra “Italia del Nord” e “Italia del Sud”. I giovani sono “del Nord” e “del Sud”. La storia lo è. È diverso l’operaio della Breda da un disoccupato romano o un bracciante calabrese – il che è solo ovvio ma non in virtù dei meridiani: che ha in comune l’operaio della Breda con i contadini di Olmi? Anche se molto, poi, ce l’hanno in comune, tutti questi simboli.
Anche il fascista è diverso al Nord e al Sud, Pasolini spiega il 19 novembre 1960 su “Vie Nuove” (ora in “Le belle bandiere”, p.83), a proposito dei suoi “amici” friulani: “Mentre si può dire quasi con l’assoluta certezza che un fascista centro-meridionale è un disonesto, un profittatore, o, nel migliore dei casi, uno che si arrangia servendo, questo giudizio non vale sempre per un fascista settentrionale, e, nella specie friulano. Spesso, nella condotta, nel lavoro, nella vita privata i nazionalisti o fascisti di lassù sono delle persone oneste e inappuntabili”.
Uno degli epigrammi de “La religione del mio tempo”, sotto il titolo “Alla bandiera rossa”, è catastroficamente odioso:
“Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui esista:
chi era coperto di croste è coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese africano”.
Dove, anche della bandiera rossa, la degradazione non si sa se sia una sua insufficienza (colpa), o un suo effetto (delitto).
Nel 1975, nel famoso articolo delle lucciole sul “Corriere della sera”, Pasolini mette l’Italia all’inferno con la solita differenza: gli italiani “sono divenuti in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale”.
Il Sud di Pasolini è Napoli e la Calabria. Di Napoli apprezza tutto, anche il manolesta che gli ruba il portafoglio in un rapporto intimo. Della Calabria gli dà fastidio quasi tutto, malgrado lo stretto rapporto con Ninetto Davoli. Più per esteso ne parla il 10 dicembre 1960 su “Vie Nuove” (ora in Le belle bandiere”, pp. 90-92): “Tra tutte le regioni italiane la Calabria è forse la più povera: povera di ogni cosa: anche, in fondo, di bellezze naturali”. Ed è stata, “oltre che bestialmente sfruttata, anche abbandonata”, per millenni: “Da questa vicenda storica millenaria non può che risultare una popolazione molto complessa, o per dir meglio, con linguaggio tecnico, «complessata». Un millenario complesso d’inferiorità, una millenaria angoscia pesa nelle anime dei calabresi, ossessionate dalla necessità, dall’abbandono, dalla miseria”. E poiché “i «complessi» psicologici impediscono uno sviluppo normale della personalità”, i calabresi “sono molto infantili e ingenui”. Questo per quanto riguarda il popolo. La borghesia “è forse la peggiore d’Italia: appunto perché in essa c’è un fondo di disperazione che la irrigidisce, la mantiene, come per autodifesa, arroccata su posizioni dolorosamente antidemocratiche, convenzionali, servili”. E con essa la gioventù: “Sarà forse un caso, ma tutti i giovani che ho incontrato casualmente o che mi sono stati presentati in Calabria sono fascisti”.
Il concetto del complesso aveva enucleato l’ottobre 1959 rispondendo al l’1 ottobre al dottor Pasquale Nicolini, ufficiale sanitario di Paola, che aveva lamentato lr frasi ingiuriose scrite da Pasolini su “Successo” di settembre, nel suo periplo delle coste italiane: “Mi dispiace dell’equivoco: non si tiene mai abbastanza conto del vostro «complesso di inferiorità», della vostra psicologia patologica (adesso non si offenda un’altra volta!), della vostra collettiva angesi, o mania di persecuzione”. Lasciandosi alle spalle nel suo periplo fulmineo, qualificava il Sud “cafarnao  sterminato, brulichio di miseri, di ladri, di affamati, di sensuali, pura e oscura riserva di vita”.
In “Empirismo eretico” (“Appunti en poète per una linguistica marxista”) Pasolini è a Pescasseroli con Ninetto Davoli sedicenne, che per la prima volta vede la neve. Il divertimento del ragazzo, “il Ninetto di adesso a Pescasseroli”, gli viene da collegare “al Ninetto della Calabria area-marginale e conservatrice della civiltà greca, al Ninetto pre-greco, puramente barbarico, che batte il tallone a terra come adesso i preistorici, nudi Denka del Sudan” - per Pasolini sempre la Calabria è Africa.

Povera antropologia
Pasolini ha un senso molto vivo dell’altro, ma molto riduttivo. Ha la tradizione in grande stima. Ma per gli sfigati, che vede primitivi. Lo stesso atteggiamento riduttivo, benché di buona volontà, ha infatti per il Terzo mondo.
All’inizio del 1975 dal “Mondo” milanese scrive a Gennariello per fargli la morale. A un ragazzo che non è un napoletano ma il napoletano, “simpatico”. Pasolini e il settimanale della borghesia scrivono dunque alla macchietta del napoletano, e perché? Perché a Napoli “sono rimasti gli stessi di tutta la storia”. Il poeta ben sapeva che borghesi e proletari, le loro storie si erano unificate nel consumo, anche violento. Ma per Napoli fa un’eccezione: “Un giorno mi sono accorto che un napoletano, durante un’effusione, mi stava sfilando il portafoglio; gliel’ho fatto notare, e il nostro affetto è cresciuto”, scrive. Indiscutibile, se l’“effusione” è durata “un giorno”. Ma sul dileggio? L’’“affetto” è per “un napoletano”, non per un ragazzo ma per una generalizzazione, un codice.
Tutta l’antropologia di Pasolini è povera, se si leggono “L’odore dell’India”, “Il padre selvaggio” e “Appunti per un’Orestiade africana”. Provinciale, da vacanze intelligenti. Diversi sono questi mondi nei film (non negli “Appunti per un’Orestiade”, documentario avulso in realtà dall’Africa), dove prevale la sua forte capacità pittorica, di dire (e di vedere) in immagini.
È anche da dubitare, lui che voleva bene ai contadini con la zappa, che abbia mai visto la povertà reale. Che ha incrociato, così diffusa e aggressiva in Africa, in India, e presumibilmente nel Friuli della giovinezza, ma senza vederla. O che l’abbia vista ma non vissuta, il sudore, i calli, il fango, la schiena rotta.
Che il suo non sia virtuismo piccolo borghese, che non può fare a meno del patetico, in chiave vittimistica, la forma peggiore di spregio dell’oggetto? Con la cresta neo realista, che i poveri fa scemi, la povertà destino e dannazione. Le istruzioni a Gennariello infittiva di un “proverbio sublime” di un “amico di Chiaia”, il quartiere dei buoni: “Il mondo è dei buoni, ma i cojoni se la godono”. Una quadruplice impostura. Perché non è un proverbio. Perché “il mondo è dei buoni” è costruzione toscana, dell’italiano Rai-manzoniano che Pasolini deprecava, e non napoletana, né lo sono i cojoni. Perché i coglioni non godono in realtà. E perché, se anche fosse, non sarebbe sublime.
Era anche un momento particolare per Pasolini, che di lì a poco morirà assassinato. Il sesso libero, ora non più perseguito, lo irritava – malgrado gli eccessi notturni al Prenestino di cui in “Petrolio”, o forse per questi. Ripudiando la Trilogia della vita, bollava i nudi, napoletani, arabi, d’“immondizia umana”. Ma, se cambiava spesso idea, sul Sud no: lo stereotipo è stato fisso.


domenica 1 novembre 2015

Contro la democrazia nel nome dell’islam

Come che vada, un cattivo risultato, esito degli ultimi cinque anni di Erdogan; il politico che prometteva un islam a carattere europeo, con liberi partiti, libere elezioni e una legislazione civile paritaria, lo ha rivoltato in islamismo intransigente, se non fondamentalista. Che vuole tutto. Simboleggiato dalle donne velate dalla testa ai piedi, come in Arabia Saudita, il più chiuso e cupo dei paesi islamici, eccetto che per la fessura agli occhi.
La sua stravittoria non risolve e anzi complica. Sarà contestata, probabilmente a buon diritto. Certo è che viene al culmine di un’elezione forzata, da tutti i punti di vista. La tempistica. Gli attentati non perseguiti – in Turchia è quasi impossibile, la polizia è dappertutto, in chiaro e al coperto. Le centinaia di morti contro le forze di polizia. I raid contro i giornali,. Non è un colpo di Stato perché Erdogan non ha (schierato) l’esercito, ma per il resto c’è tutto.
La Turchia ha una posizione chiave nel Medio Oriente e nel contenimento della Russia, e quindi ogni cosa le viene perdonato dal cosiddetto Occidente, dagli Usa e quindi dall’Europa. Ma sulla china che le ha impresso Erdogan sarà presto un avamposto non affidabile.
Il paese è – era finora – europeizzato. La metà della popolazione lo è: quella costiera, di Istanbul, Smirne e Bursa, la “Milano” operosa, giù fino alla frontiera con la Siria, e la minoranza curda. La zona anatolica è anch’essa molto aperta. Su tutto il paese, comprese le zone chiuse interne, influisce anche l’emigrazione in Germania e nel Centro Europa, che è recente e resta radicata. Il ritorno a un islam tradizionalista, nella giurisdizione, la simbologia, l’articolazione politica, è solo una manovra acchiappavoti. Spregiudicata anche. Che può perdere la Turchia. 

Ombre - 290

Per accedere al Campidoglio bisogna salire le scale. Ma perché affacciarsi al pianerottolo? Anche il commissario Tronca, che si affetta diminutivo, si affaccia. Per ora senza allargare le braccia.
È una cosa del “genius loci”? I sindaci romani non si affacciavano.

“I 26 consiglieri (del Comune di Roma) hanno rinunciato alla poltrona con un grande gesto di stile”, secondo Renzi. Si sono dimessi da un notaio, si vergognavano di dimettersi in aula, come avrebberi dovuto. Questo Renzi non è un po’ Erdogan -  anche lui vuole rifare le regole?

Mezza alluvione in Calabria tra Gioia Tauro e Locri. Campagne allagate, strade e ferrovie interrotte. C’è stato anche un morto. E niente, nemmeno un’immagine.  Un altro mondo.

Esilarante più che disgustosa la reazione politicamente corretta alla risposta di De Luca a Rosy Bindi. Senza scuse. A una che si è fatta eleggere in Calabria senza sapere dove si trova, e ha utilizzato la commissione Antimafia per dichiarare “impresentabile” il suo ex amico De Luca alla vigilia del voto. Usava nella vecchia Dc, fratelli coltelli.
“Per me impresentabile è l’onorevole Rosaria Bindi, da tutti i punti di vista”, ha detto De Luca. Come dargli torto?

De Luca, personaggio televisivo per eccellenza, è ammesso infine in tv, in una tv nazionale, dopo molti mesi. E solo sulla “7”, 2 per cento di share. C’è una Spectre che regola anche le apparizioni in tv?

Si fingono ipocriti censori del presidente della Campania anche Crozza, che della sua imitazione si fa un punto di forza, e Aldo Grasso. Ma ridendo in cuor loro. Non c’è possibile fan della Bindi perfida. Per non dire dello “storico” Gotor. Di cui il delendo De Luca dice a Gruber: “Pensavo fosse un ballerino di flamenco, un tanguero. Mi hanno detto che è un parlamentare”. Come dargli torto?

Scoppia negli Usa lo scandalo delle emissioni nocive dei diesel Volkswagen e la Ue che fa? Rinvia di altri quattro anni il regolamento che limita le emissioni stesse. Un regolamento in attesa dal 2010. Come vuole la Germania – il problema riguarda le cilindrate da 1.600 in su. Oportet ut scandala eveniant in quale vangelo?

Cosa resta dell’Expo a Milano? Seimila scuola in visita – tre-sei milioni di biglietti dei venti venduti. E 11.800 pasti gratuiti al Refettorio Ambrosiano, per le persone in difficoltà. Dieci delle 40 tonnellate di avanzi della enorme abbuffata: sarà stata l’Expo delle tavole calde. E le altre 30 tonnellate?

11.800 pasti per un investimento pubblico ufficiale di un miliardo e mezzo fa 125 mila euro, di cui due terzi a carico dello Stato, a pasto . Per l’investimento reale di almeno tre miliardi, di cui 2,5 a carico dello Stato, fa 200 mila euro e rotti.

Marino resiste e Pignatone lo indaga. Cioè: annuncia che lo indagherà. Per una onlus e una vicenda con cui Marino non ha nulla da fare, e che era stata passata agli atti.

Ma la onlus non basta, e allora Pignatone trova che Marino deve rispondere anche degli scontrini.  Che prima invece gli aveva abbuonato, quando Marino aveva accettato di dimettersi. Non si può dire che il Procuratore Capo di Roma sia un giudice ozioso: deve averci lavorato su molto.

Però, ora che non c’è più il Senato, per che cosa Pignatone lavora?

Però, con Prestipino Pignatone ha perduto un colpo: dare a Marino l’associazione mafiosa. Non conosce Buzzi? Non si è fato finanziare da buzzi? Non è stato anche in Sicilia, anzi a Palermo? Se non è associazione questa.

La signora Fatima Touil, onesta lavoratrice domestica a Gaggiano, dove abita un casa onorevole, non può prendere con sé il figlio ventenne. Che deve per raggiungerla passare dagli scafisti, pagando. La mafia degli scafisti, con le migliaia di morti, è in larga parte l’esito del divieto di ricongiungimento familiare.
Non si può dire che i governi vogliano le mafie e le morti, ma è come se.

Abdelmajid Touil può darsi che si sia venduto il passaporto in Tunisia. Ai terroristi del museo del Bardo. Non sembra il tipo, è uscito dall’ingiusta carcerazione frastornato, psicologicamente indebolito, non il ribelle pieno di se stesso, ma può darsi cioè che il passaporto non glielo abbiano rubato, come ha denunciato una volta in Italia. Però: perché non poteva viaggiare col visto?

Valentino Rossi forse dà un calcio a Marquez  forse no – dalla moviola è no, è Marquez che tenta la “sportellata” contro Rossi. Ma quel Marquez che corre unicamente per non far correre Rossi cos’è?

La Roma batte la Fiorentina. “Vendetta di Salah”, titola il “Corriere della sera”. Di uno cioè che non giocava, la Fiorentina ha valorizzato,. E si è venduto al miglior offerente. La lealtà nello sport è “rovesciata”.

Dubbio terribile per i cronisti romani: duemila supporter hanno affollato la piazza del Campidoglio per Marino? O tremila, come vuole Marino? O 1.500 come dice il partito Democratico? Siamo alla frutta: niente più manifestazioni oceaniche - Cofferati ne aveva portati tre milioni a Roma dieci anni fa. E non era nemmeno sindaco.

Nostalgia dell’Urss del Nobel anti-Putin

Assediare Putin anche col Nobel? Questa vita che non è vita, “tempo di seconda mano”, è in Russia dopo il crollo del comunismo. Alexievic, all’epoca ancora corrispondente ammirata da Mosca per i giornali el suo paese, una specie di Oriana Fallaci della Bielorussia, raccoglie testimonianze e disegna personaggi, negli anni di Eltsin, che non vedono un futuro, e nemmeno un presente.  
Non è la sola incongruenza. Oppositrice di Lukashenko, il padre padrone del suo paese, la scrittrice è andata in esilio volontario, a Parigi, per dodici anni – poi è tornata. Ma Lukashenko è l’ultimo dittatore sovietico ancora in giro.
È la conferma che il Nobel a sorpresa è stato un contributo alle sanzioni antirusse. Un po’ confuso, però.
Svetlana Alexievič, Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo, Bompiani,pp. 777 € 24

sabato 31 ottobre 2015

Problemi di base - 251

spock

Mattarella, Pignatone,  Prestipino, Tronca: ma è Roma o è Palermo?

Pignatone indaga Martino a tappe: c’è una scaletta, c’è un programma?

E un po’ d’associazione mafiosa no – in fondo Marino è tanto tempo a Palermo, anche lui?

Ma Marino è congedato per quello che non ha fatto o per quello che ha fatto: Atac, Ama, Opera, Parco della Musica, vigili, Tredicine, metro, appalti, mafia capitale… ?

Dopo Verdini, Marchini: ora quali altri aiutini?

E dopo Renzi, per esempio?

Che fine ha fatto Marianna Madia, non era ministro?

Scompaiono in tanti nel Pd: c’è il colera, c’è la peste?

spock@antiit.eu

Il libro nero della malattia immaginaria

Nella rivoluzione del 1789 il cittadino Muré, del club degli Artisti Dramamtici, voleva liberare l’ipocondria con l’aria compressa: “L’aria compressa porterà aria fresca nelle case e gli opifici, colerà il bronzo, polirà il rame, segherà la legna, luciderà gli stivali, rifarà i letti, molirà il caffè e spegnerà le candele: l’aria compressa ci farà per così dire padroni delle stagioni, dandoci a volontà e gratis il calorico e il frigorifico!” Ma con l’ipocondria c’è poco da ridere.
Qui un ipocondriaco “felice” forse posticcio e uno psicoanalista franco-svizzero concordano che l’ipocondria non è una malattia. Non è neanche isteria, dice Nueburger, è una forma di ansia. In questi termini va affrontata da terapeuti e ambiente – medici, familiari, amici:  non c’è “medicina” per una malattia immaginaria, solo comprensione.   
Un libro serio, un manuale di psicologia. Neuburger consiglia “trucchi e astuzie” per capire e gestire questa che considera una “forma di irrequietezza”. Da eroi del nostro tempo, si spinge a concedere, che è fatto di incertezza e inquietudine. Un manuale che però trascura il dato più importante dell’ipocondria: la cattiveria, l’aggressività.
L’ipocondria è una forma di egoismo totale, che si traduce nell’aggressione costante all’ambiente umano che la circonda. Tanto più se la circonda con affetto: è egoistica e brutale. Tale la dice Lucrezio nel “De rerum natura”: trascorrere l’esistenza nell’ansia del trapasso è follia, infliggere quest’ansia agli altri è egoistico e brutale. Non è una malattia perché l’ipocondriaco non ne soffre, anzi ne gode. È una specie di gabbia con gli aculei, con gli speroni: per far male più che per difendersi - poiché l’ipocondriaco non vuole difendersi, non vuole guarire.
La traduzione è opportunamente sottotitolata “Il libro nero dei malati immaginari”.
Gilles Dupin de Lacoste-Dr. Robert Neuburger, L’ipocondriaco, Castelvecchi, pp. 119 € 14,50

venerdì 30 ottobre 2015

A Sud del Sud - l'Italia vista dal Sud (264)

Giuseppe Leuzzi

Messina senz’acqua per cinque giorni. Una città di 2-300 mila abitanti. Silenzio.
Il Sannio allagato e riallargato. Giusto una foto, curiosa, di una macchina infilata in una grande buca aperta nella strada.

Nel Sannio gli allagamenti durano da un paio di settimane ormai. Ci sono stati pure dei morti. Niente, neppure un sottosegretario che vada a vedere.

Il fiato di Napoli su Milano
Il giudice Cantone, napoletano eminente, va a Milano e la dichiara “la capitale morale d’Italia”. Col bisogno, in aggiunta, di dichiarare infame Roma. Sobrio il sindaco di Milano, l’avvocato Pisapia, che conosce i suoi giudici, specie gli esuberanti partenopei che affollano gli uffici giudiziari della città. La cittadinanza onoraria Pisapia ha voluto donare a Cantone per svelenire l’aria in città, la stagione di scandali multimilionari che Milano da un paio d’anni vive, negli appalti pubblici e lasanità. Milano non è Napoli.
Questo giudice è stato nominato presidente dell’Autorità anticorruzione un anno e mezzo fa proprio come rimedio agli scandali multimilionari milanesi attorno all’Expo, e a quelli veneziani attorno al Mose. Impossibile che se li sia dimenticati, avrà voluto fare il napoletano a Milano – non c’è la malafemmina, ma chissà, non sarà Roma?
Non solo Roma, Cantone bacchetta anche gli altri giudici, al Csm e all’Anm. Ma di suo cosa fa? Quali corrotti ha scoperto in un anno e mezzo? Nessuno. Sfrutta la carica per “uscire” sui giornali. Teoricamente – solo teoricamente: giudice non morde giudice – dovrebbe essere incriminato lui per corruzione: per abuso di posizione e sperpero di denaro pubblico.

Il Sud a Mezzogiorno
“Nei popoli del Mezzogiorno, la passione mi riconcilia in qualche modo con la loro  crudeltà”, scrive in Russia il marchese de Custine, per vari motivi amante anche del Mezzogiorno d’Italia: “Ma la riserva calcolata, la freddezza degli uomini del Nord aggiunge una vernice d’ipocrisia al crimine”.

Al marchese, gay professo, che visse in Italia forse più che in Francia, del Sud piaceva pure la sporcizia. In rapporto sempre al Nord, la preferiva a quella del Nord: “Quelli del Mezzogiorno passano la loro vita all’aria, mezzi nudi o nel’acqua; quelli del Nord, quasi sempre rinchiusi, hanno un  sudiciume oleoso e profondo che mi sembra ripugnante”.

Mezzogiorno per Sud è francese? Traduce Midi, che è anche mezzogiorno, l’ora del pasto, ma il Petit Robert attesta in uso già nei secoli XII-XIII per designare uno dei quattro punti cardinali, come opposto al Nord.
È vero che in meteorologia Mezzogiorno è uno dei nomi del vento Ostro, il vento del Sud, caldo e umido – impropriamente confuso col libeccio o lo scirocco. Ma il Battaglia non dice a quando rimonta questa denominazione del vento del Sud – vento di Mezzogiorno. Comunque sia, il Sud è un vento.  

Nella esemplificazione di questo senso di Midi il Petit Robert porta una citazione di Suarès: “Il Nord vale forse di più per la morale. Ma il Midi vale meglio per la vita”. Probabilmente di André Suarès, che però era di Marsiglia.

Il complesso d’inferiorità
Pasolini scrisse quello che pensava, percorrendo i 4-500 km. di costa calabrese nel 1959 per  “Successo”, il mensile della classe dirigente di Arturo Tofanelli, inventore di periodici, della Calabria e più in generale del Sud. Il viaggio era un’idea probabilmente di Tofanelli. Caduta nel disinteresse, a parte la curiosità della cosa: 2.500 km. su una Millecento in quattro-cinque giorni. E per la polemica sollevata dalla reazione di Cutro, il cui sindaco si costrinse a querelarsi per diffamazione a mezzo stampa – la cosa poi svaporò (il sindaco democristiano, il ragionier Vincenzo Mancuso, fu contestato e infine bloccato dalla minoranza comunista in consiglio).
Di Cutro Pasolini aveva scritto: “Ecco, a un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, Cutro. Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio. È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi film western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia. Nel fervore che precede l’ora di cena l’omertà ha questa forma lieta: nel loro mondo si fa così. Ma intorno c'è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura”.
A un altro livello, in una bolgia – Pasolini allora voleva rifare Dante? Senza ragione, Cutro non è paese di delinquenza, solo la suggestione visiva. O solo quella onomatopeica: Pasolini non passò per Cutro, il paese dista dalla litoranea una dozzina di chilometri, troppi per il suo scappa e fuggi, forse fu il nome a suggerirgli la condanna feroce. Di sicuro contò il pregiudizio, sempre fortissimo nel poeta civile, che pure già sapeva tutto, del sorriso dei giovani, del lavoro atroce, del fervore all’ora di cena e dell’omertà. Un brutto reportage (“lo Ionio non è mare nostro, spaventa”, aveva scritto prima di Cutro: lo Ionio?) e una cattiva poesia, parole in libertà.
Un eccesso, uno svarione? Come il Pci si affrettava a spiegare. Oppure Pasolini poteva metterla sul faceto, scusarsi, dire che si trovava in un film, solo sulla sua Millecento, e aveva menzionato il paese per assonanza, senza malanimo, un nome come un altro. No.
Peppe Aquaro ricorda su “Sette” che per questo Pasolini fu osteggiato e non poté gareggiare ai grandi premi con “Una vita violenta”, che era appena uscito. La cosa non è vera perché il reportage chilometrico era probabilmente di giugno ed è stato pubblicato nei tre mesi successivi, mentre Strega e Viareggio erano già in corsa, se non assegnati. È vero invece che ebbe il premio Crotone, a ridosso della pubblicazione della parte Cutro del reportage di “Successo”, nel numero di settembre. Un premio minore ma assegnato da una giuria importante. Su indicazione del partito Comunista, in risarcimento del mancato Viareggio, gestito da Répaci. Lo scrittore calabrese presiedeva anche il premio Crotone, al quale aveva aggregato come giurati Gadda, Bassani, Ungaretti, Debenedetti, e Moravia.
Ci fu maretta in consiglio dopo il premio anche a Crotone, benché la città fosse caposaldo socialcomunista, la “Stalingrado del Sud”. Il 28 ottobre 1959, quando il consiglio comunale di Crotone doveva decidere se finanziare o meno il premio, Pasolini pubblicò su “Paese Sera” una sorta di palinodia. Che non lo era, era un’altra cosa. “Anzitutto a Cutro, sia ben chiaro, prima di ogni ulteriore considerazione, il quaranta per cento della popolazione è stata privata del diritto di voto perché condannata per furto: questo furto consiste poi nell’aver fatto legna nella tenuta del barone Luigi Barracco. Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non “bandita” dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici? E appunto per questo che non si può non amarla, non essere tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore e della ragione chi vuole perpetuare questo stato di cose, ignorandole, mettendole a tacere, mistificandole”.
Il suo animo lo espresse invece per lettera al dottor Pasquale Nicolini, ufficiale sanitario di Paola, un medico molto impegnato sul sociale, che gli aveva scritto un mese prima. Accorato la sua lettera è pubblicata, con un ritratto del personaggio, da Roberto Losso sul “Quotidiano di Calabria” il 23 luglio 2012. Nicolini prospettava a Pasolini l’eccesso, la disattenzione, lo svarione. Magari un colpo di sono nel suo rapidissimo periplo – “al massimo si lasciò andare a qualche colpo di fioretto della sua colta ironia”, annota Losso della lettera di Nicolini.
Pasolini rispose a giro di posta, l’1 ottobre, ma non conciliante. Fece l’elenco dei furti subiti al Sud – ma non disse se a opera dei ragazzi, di vita e non (solo dice: “I miei ladri e i miei rapinatori… continuano ad essermi simpaticissimi”). Dopo un avvio disinvolto: “Gentile dottor Nicolini, devo dirle anzitutto: i banditi mi sono molto simpatici, ho sempre tenuto, fin da bambino, per i banditi contro i poliziotti e i benpensanti. Quindi, da parte mia, non c’era la minima intenzione di offendere i calabresi e Cutro. Comunque, non so tirare pietosi veli sulla realtà: e anche se i banditi li avessi odiati, non avrei potuto fare a meno di dire che Cutro è una zona pericolosa”. Per concludere: “Mi dispiace dell’equivoco: non si tiene mai abbastanza conto del vostro “complesso di inferiorità”, della vostra psicologia patologica (adesso non si offenda un’altra volta!), della vostra collettiva angesi, o mania di persecuzione”. Concede: “Tutto ciò è storicamente e socialmente giustificato”. Ma consiglia di “guardare in faccia la realtà”. Chiedendo a Nicolini di dare pubblicità alla sua risposta – Nicolini non lo fece.

leuzzi@antiit.eu

L'Italia dopo il centro-sinistra

Si riedita dopo quarant’anni, con due interventi, di Innocenzo Cipolletta, ex direttore generale della Confindustria, e di Ilvo Diamanti,  il saggio che Sylos Labini redasse nel quadro della reviviscenza terrorista della lotta di classe, nel mentre che il paese imboccava il compromesso storico da cui poi non è più uscito. Una disamina laica, da economista più che da sociologo, ma con la coscienza vigile alla società e alla politica che lo animava - uno degli ultimi studiosi intellettualmente onesti. In realtà un’analisi politica.
Il saggio fu scritto all’indomani dell’abbandono del centro-sinistra, di quello storico, l’incontro fra Dc e Psi, democristiani e socialisti. E nel pieno ancora della crisi del petrolio, la prima, quella del 1973, che per l’Italia determinò una crisi monetaria – le riserve in valuta della Banca d’Italia si assottigliarono fino a 500 miliardi di lire, 250 milioni di euro. Ma alla vigilia del ridicolo compromesso storico di Andreotti, a fronte del quale il centro-sinistra si distingue per essere stato ben riformatore, malgrado le redini strette di Aldo Moro. Con la riforma del diritto di famiglia, con la parità di genere, il divorzio, e anche l’aborto, la legislazione ambientale, il sistema sanitario nazionale, la scuola per tutti, etc. Aprendo vasti varchi alla mobilità sociale, anche indipendentemente dalle parrocchie – la mobilità sociale la chiesa ha sempre praticato, è qui la radice della sua tenuta politica, attraverso i Dc e non, comunque attraverso la parrocchia.
Sylosa Labini chiudeva in realtà un’epoca. Da allora la mobilità ha agito nel senso di un’omogeneizzazione di ceto, o della borghesia classe universale, piccola, media e grande, ugualmente interessata al risparmio, all’accumulo, all’investimento, e al consumo..
La riedizione si distingue per essere l’unica testimonianza disponibile del centro-sinistra, anche se critica. Che ci fu un centro-sinistra in Italia, di cui la memoria è stata rimossa, da una storiografia pusillanime.
Paolo Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Laterza, pp. XXIX + 182 € 14