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giovedì 26 novembre 2015

Letture - 236

letterautore

Dante  - Fu islamico, perché no, benché eretico, se si legge la “Commedia”. Non solo dunque l’ha copiata, come Maria Corti e Asìn Palacios (questi a sua insaputa) vorrebbero, ma era islamizzante, già all’epoca, un po’. Collocò Maometto all’inferno ma in quanto eretico – anche l’islam ha le sue ortodossie. Ma al canto IV della stessa cantica nel Limbo, pose, Saladino, il grande condottiero, Avicenna e Averroé.
Saladino gli era noto per le meraviglie dei Crociati, che aveva sconfitto. Di Avicenna e Averroè sapeva invece poco e male, ma non esita. Li conosceva attraverso la Scolastica, che li teneva in gran conto – non sarà la Scolastica anch’essa, nel segreto, nel profondo, una copertura dell’islam (un ayatollah Tomaso d’Aquino non sarebbe male)?

Fu il poeta dei poeti di Comte, il padre del positivismo e il sul faro eprsonale. Lo voleva a Parigi, al centro del suo Stato Universale, spostandone materialmente il feretro, già passato da Firenze a Ravenna (no: le ossa di Dante furono nascoste più volte dai frati francescani di Ravenna per evitare il trasloco). Dal 1846, e quindi per undici anni, dalla morte prematura di Clotilde de Vaux, il suo amore platonico, lesse ogni sera un canto di Dante, come quello che aveva perduto, anche lui,  prematuramente l’amata. E il poema che doveva accompagnare e celebrare il suo progetto di “Umanità” o Chiesa universale, doveva essere composto come la “Comedia”, in terzine, canti e cantiche. Ma in “opposizione dinamica”: la “Commedia” è statica, riferisce una visione, il poema dell’Umanità doveva essere invece quello di una vita vissuta, la sua – con la “discesa all’inferno” nei cinque mesi successivi alla morte di Clotilde, la risalita, etc.
Dante è molto “studiato” anche nelle carceri, al modo antico, a memoria. Come esercizio mnemonico-melodico, e per la vasta terminologia, che necessita di continuo apprendimento.

Highsmith – Il cattivissimo Mr. Ripley di tante avventure italiote era una donna. Amata e odiata. Sì, si sospettava, vedendolo sempre cattivo, troppo. Il procedimento di Patricia Highsmith è d’incatenare un’ossessione all’altra, fino alla dissoluzione. Ma era quello che lei stessa faceva con le amanti, che non duravano un anno.  Questo è stato accertato dai biografi, che lei l’amore concepiva come l’assassinio, una delle due parti doveva morire nell’atto – amava altre stranezze, ma non cruente: irrideva ai negri e agli ebrei, viveva tra le lumache, che si portava ai parties in borsetta, evitava le biblioteche per non incontrarci donne mestruate, era legata alla mamma, bella, giovanile, pittrice-illustratrice e pazza, benché già morta alcolizzata. La novità è che, prima che giallista, Highsmith si voleva scrittrice romantica, e aveva scritto una storia lesbica molto sentimentale, “The Price of Salt”. Poi optò per la violenza ossessiva, ma il romanzetto ha avuto enorme fortuna, oltre un milione di copie solo negli Usa, e ora se ne fa un film, “Carol”, regista Todd Haynes. Il film-romanzo, benché romantico, è anch’esso del genere uccidere-chi-si-ama.
Italiano – Doveva essere la lingua universale di Comte. La lingua della sua religione positiva.
Perché la religione positiva facesse adepti doveva dotarsi di una lingua viva – parlata e non artificiale - e comune. Cinque erano le lingue parlate della sua chiesa universale: francese, inglese, tedesco, spagnolo e italiano. Ma una doveva primeggiare e sarebbe stata l’italiano: le altre dovevano porsi “sotto la presidenza della più musicale”.
L’italiano Comte sceglieva a lingua universale, oltre che per la musicalità e la poesia, per essere la lingua della popolazione più pacifica e più dotata di senso del bello, e la sola esente dalla tratta e dal colonialismo. Se le Nazioni Unite fossero nate sulla base del suo “Sistema di politica positiva”, 1851, avrebbero parlato italiano invece che inglese? Non solo: a un italiano di genio, convertito al positivismo, aggiungeva Comte, sarebbe spettato di scrivere il poema della rivoluzione occidentale , “della quale l’opera incomparabile di Dante ha segnato l’inizio”.

Pasolini – Il suo funerale fu organizzato dal Pci, sontuoso, retorico, liturgico, devoto. Il partito Comunista ne era diventato specialista, aveva cominciato con Malaparte – “rubarsi i funerali” era pratica che cent’anni prima Gioberti, che era abate, rimproverava ai gesuiti. Pasolini si era staccato dal Pci da qualche anno, esibendosi con i radicali e alcuni gruppuscoli, ma è dubbio che avrebbe rifiutato il funerale politico. Si voleva “legato al partito” comunque, per il Pci aveva dimenticato presto il fratello Guido partigiano, ucciso a tradimento dai comunisti, e la persecuzione dei comunisti in quanto pederasta impunito.
Il Pci di Berlinguer lo celebrò nell’ottica del “popolo diverso” che andava opponendo all’Italia, benché l’Italia lo avesse votato e lo votasse. Pasolini in quest’ottica si riconosceva.

“Pasolini non esiste. È un’invenzione. Il suo era un moralismo protestatario.  Le crisi, i dubbi: era tutto un cullarsi”. Valentino Zeichen non ha dubbi,  intervistato da Piero Melati sul “Venerdì di Repubblica”. E anche questo è vero – però “esisteva”, eccome, e ancora esiste..

Personaggi – I personaggi del romanzo sono marionette in mano all’autore, si sa. Sono anche marionette perverse, che a volte s’impongono all’autore. Dev’essere in qualche “favola” di Walt Disney che i personaggi-fantocci si ribellano. Anche in Pirandello naturalmente, i personaggi in cerca di autore. Ma ce ne sono pure di storici: nel senso che, seppure d’invenzione, diventano punti di riferimento e metri di paragone. Molti di Omero, di Dante, di Shakespeare – di Flaubert, di Tolstòj. Sono i personaggi che fanno la letteratura, non le tematiche o le vicende – la storia d’amore, d’avventura, etc, il “genere” non lascia traccia.

Slovenia – Boris Pahor ha denunciato e continua a denunciare, in lingua italiana, i torti dell’Italia verso gli sloveni. Sembra un caso unico e invece non è il solo, altri sloveni scrivono in italiano, vivendo a Trieste o nei dintorni. Con – e senza - recriminazioni.
L’animosità antislovena che Pahor attribuisce al fascismo in realtà fu frutto della Grande Guerra. Corrado Alvaro, che i suoi racconti di guerra ha popolato di uomini sloveni in guerra “dall’altra parte”, e di donne slovene vittime delle trincee, non si trovava in loro compagnia fuori luogo. È stato l’unico però a scriverne, tra i tanti memorialisti della guerra – e presentiva che non sarebbe finita bene.

Stendhal – Gli amici e estimatori lessero “Il rosso e il nero” più come un romanzo nero, di cuore e di progetto. Il suo alter ego Mérimée si congratulò perché, a suo dire, Stendhal aveva “esposto e messo in luce certe piaghe del cuore umano troppo sporche per essere viste”. Il “carattere di Julien”, continuava, ha “tratti atroci, di cui tutti sentono la verità ma che fanno orrore”.
Barbey d’Aurevilly ci mette anche “La certosa”. Di Stendhal scriverà nel 1855: “Beyle, uno scellerato d’idee, lo so, lo scrittore che ha pensato con tanto vigore «Il rosso e il nero» e «La certosa di Parma», quest’uomo che, con la sua perfidia e le sue perversità, brilla di una luce oscura e dura…”. Zola, che lo proclamerà “il nostro più grande romanziere” nelle sue “Causeries” del 1881, spiega che “studiava gli uomini come insetti strani, che vivono e muoiono sospinti da forze fatali”. Li studiava dall’alto, da lontano: “Non simpatizzava con i suoi eroi, restava superire ala loro miseria e alla loro follia, si contentava del suo lavoro di dissezione”. Tutto il contrario dello Stendhal dei diari e delle lettere, emotivo, gregario.

letterautore@antiit.eu 

Francesi, meno lamenti

Un paese di formiche, presuntusose, che la “formidabile evacuazione” di una vescica “annega indifferentemente”. Un paese di “Gerarchie” – “conosci tu il paese dove fiorisce la Gerarchia?”, una semplice citazione lo disegna. Un paese in realtà di colline, ognuna con la sua Gerarchia, ma “piccole, di panzoni superiori”.
Rémy de Gourmont, il primo bibliotecario narratore, dopo Nodier in realtà ma prima di Borges, sodale di Jarry nello spirito ubuesco, non ne può più del revanscismo, e nel 1891 sbotta, creando un caso. Più per il tono altezzoso che per gli argomenti. Che però non mancano. Contro la speculazione politica, sui sentimenti offesi dei cittadini e sulle loro borse. In lode dei tedeschi, perché no, una sconfitta deve essere pure accettata. Contro i concittadini lagnosi e chiusi, che maltrattano Wagner, dopo la musica italiana, e non vogliono i tedeschi in pellegrinaggio. E poi: se l’Alsazia-Lorena è perdita irreparabile, che la Francia ha sottratto alla sua germanicità e riconvertito forzosamente alla francofonia, perché non rivendicare la Vallonia belga o il Vaud svizzero, tanto più francesi, o il Canada e le isole della Manica?
La Francia ha frequenti scoppi d’indignazone. Fino a qualche anno fa a tinte scioviniste - c’è solo la Francia al mondo. Di fronte ai problemi, specie alle sconfitte, non ragionare ma montarsi. Uno di questi momenti fu nel 1891, a vent’anni dalla perdita dell’Asazia-Lorena alla Germania di Bismarck, un’ondata di rivendicazionismo. O fu quello comunque il momento in cui Gourmont s’indignò a sua volta, da buon francese, decidendo di scrivere e pubblicare questo esercizio di feroce ironia. Autore già acclamato di “Sixtine ou le Roman de la vie cérébrale”, il romanzo simbolista del suo grande amore Berthe de Courrière, alla quale, pur convivendoci, scriverà lettere appassionate, il visconte de Gourmont a 33 anni è bello e sfottente, non ancora sfigurato dal lupus vulgaris, la tubercolosi della pelle, che sta per attaccarlo al volto. Una nemesi?
Rémy de Gourmont, Le joujou patriotisme, Mille-et-une-nuits, pp. 60 € 2,60

mercoledì 25 novembre 2015

Quattro fatti e un’ipotesi sulla guerra

Non bastano due aerei russi abbattuti, ce ne vorranno altri? Si fa gran parlare di un’offensiva contro l’Is - “distruggeremo il terrore”,  “abbatteremo il terrore” -  ma la sola cosa che occupa i governi europei e quello americano, candidati presidenziali compresi, è combattere la Russia. L’aereo russo abbattuto sul Sinai, non si sa ancora da chi (si sa come ma non da chi) non ha portato Putin ad abbandonare la Siria. Ora c’è l’aereo militare da trasporto, con elicottero di soccorso, abbattuti dalla Turchia. Putin non ha fatto marcia indietro, non ancora, e allora?
Allineando i fatti, si capisce che non c’è una soluzione. Che l’Occidente non ha una soluzione: non la propone e non la studia neanche. Il dramma di Parigi è ancora fresco, ma Hollande è andato da Obama e ha invitato Merkel a vuoto: nessun impegno.
I fatti. È un fatto che la Russia si è intromessa in una questione, la Siria, che l’Occidente da tre-quattro anni svolge e riavvolge senza capo né coda. Una delle forze in campo, l’Is, ha fatto e fa molti danni, da ultimo a Parigi, ma niente si risolve: un altro fatto, non positivo. L’intervento russo è invece efficace contro l’Is. La Turchia ha attaccato la Russia senza nessuna giustificazione.  L’aereo russo è caduto “abbondantemente” in territorio siriano. L’eventuale violazione dello spazio aereo turco è durata non più di secondi. Anche questo è un fatto. Putin ha detto: “La perdita che abbiamo avuto oggi è venuta da una pugnalata alle spalle inferta da complici dei terroristi”, e nessuno ha replicato, non in Europa né a Washington. Dove i candidati presidenziali, Hillary Clinton incluso, si fanno paladini, di un conflitto che non conoscono e di cui agli elettori alle primarie non interessa nulla, della no fly zone sulla Siria proposta dalla Turchia. Che riguarda gli aerei russi e siriani, l’Is non ha aerei. Anche questo è un fatto.
È il denaro saudita e degli Emirati in campagna? Questa è un’ipotesi. 

Una Nato a Firenze

Domani Renzi ospita a Firenze l’assemblea Nato, il gruppo Mediterraneo dell'assemblea. Il matrimonio faraonico nella stessa città di due riccastri indiani oscura l’evento, e questo dice tutto della Nato. Che fibrilla in continuazione su più fronti, Ucraina, Is, Siria, Turchia, Oceano Indiano, ma non decide nulla e forse non ne sa nulla.
Per il cinquantenario dell’Alleanza, sedici anni fa, la Nato si era data a Washington una nuova vocazione. Nuova in rispetto alla guerra fredda Est-Ovest, Usa-Urss. Il suo “Nuovo concetto strategico”, approvato al vertice di Roma nel novembre 1991 e rivisto a Washington nel 1999, ha allargato gli impegni all’Europa dell’Est, considerata sua propria area di riferimento, e “out of area al Mediterraneo del Sud e al Medio Oriente. Senza effetto, se non i disastri ancora in corso in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, e nei paesi della primavera araba.

Il Nuovo Concetto Strategico

La nuova strategia Nato si basa sulla trasformazione dell’organizzazione, dalla “difesa collettiva” alla “sicurezza collettiva”. Per implementarla l’Alleanza lanciava due programmi di cooperazione: il Partenariato Mediterraneo (Pmo) e l’Iniziativa di cooperazione di Istanbul (Ici). A effetto zero.
Il Nuovo Concetto Strategico seguiva questo preambolo: “Gli Alleati intendono mantenere relazioni pacifiche e non conflittuali con i paesi a Sud del Mediterraneo e in Medio Oriente. La stabilità e la pace in quella zona periferica dell’Europa sono in effetti importanti per la sicurezza dell’Alleanza, come ha mostrato la guerra del Golfo nel 1991. Questo è tanto più vero se si considera lo sviluppo dei potenziali militari e la proliferazione delle tecnologie d’armamento nella regione, a partire dalla quale armi di distruzione massiccia e missili balistici potrebbero raggiungere i territori di alcuni Stati membri dell’Alleanza”. Salvo precipitarsi a creare questi arsenali. 

Armiamoci e partite

I caratteri essenziali del rapporto Nato-Ue restano quelli definiti da Helmut Schmidt alla vigilia del vertice di Washington, in un quadro generale di indeterminatezza: “L’Occidente, nel complesso, è privo di una strategia globale”.
Il vertice si era tenuto dal 23 al 25 aprile 1999 in celebrazione del cinquantenario dell’Alleanza. Aveva in agenda il varo dell’Esdi (una European Defense and Security Identity all’interno della Nato) e del “Nuovo concetto strategico” per l’Alleanza. Si è limitato a dichiarazioni generiche per entrambi i titoli, e alla conferma al dipartimento di Stato e al Pentagono del ruolo di leader incondizionati della guerra in Serbia, a giudizio dell’ex cancelliere tedesco: “La «nuova Nato» che gli americani vogliono tenere a battesimo deve fare in modo - così almeno spera qualcuno, dal ministro degli Esteri Albright all’ex consigliere per la sicurezza Brzezinski - che gli europei, anche nel nuovo secolo, si facciano guidare da Washington”. Questo non è possibile, continuava, perché “l’arroganza di Washington” non è una politica, e perché “gli americani non possono offrire una strategia globale a lungo termine”, non per la Russia, non per la Cina, l’India, l’islam, per l’economia, per l’ecologia.
Lo stesso vertice di Washington ha ribadito l’esigenza di un disegno globale, ricordava Schmidt, denunciando “l’emergere di nuovi rischi per la pace e la stabilità Euro-atlantiche, tra essi l’oppressione, il conflitto etnico, la crisi economica, il collasso dell’ordine politico, e la proliferazione di ordigni di distruzione di massa”. Ma, insieme con questi “nuovi rischi”, che allargano la conflittualità a ogni evento, ha lasciato indeterminati anche i principi e gli strumenti difensivi.
Schmidt, l’ex cancelliere che è stato il più filoamericano fra tutti i leader Spd, divenuto  commentatore politico, prevedeva che comunque i conflitti sarebbero ricaduti sugli alleati, essendo strategia ormai irreversibile degli Stati Uniti d’impegnarsi a fondo per la difesa solo nei casi eccezionali in cui la sicurezza degli stessi Stati Uniti sia in gioco, negli altri limitandosi “a impiegare la loro alta tecnologia militare e di telecomunicazioni, stando a distanza di sicurezza”, e appoggiandosi “alle truppe dei loro alleati”.

Riprodursi non è un peccato

Curioso di tutto, sottile, arguto, Lévi-Sruass novantenne, in questi scritti degli anni 1990, spiega che l’altrove è meglio del qui, può esserlo: più intelligente, acuto, realista. Nell’istituzione familiare, nell’istituto della procreazione, nella cura di sé, nella perizia manifatturiera, nell’immaginazione e le fughe dell’anima, in ogni cosa. Ma con un ghgino, beffardo più che sovversivo: l’altrove è segnato da ri-creatore – l’etnologo – all’insegna della permanenza (insomma, la tradizione), mentre il qui deve disintegrarsi. Insostenibile e anche sbagliato – lo sguardo dell’antropologo non può alzarsi sopra la diversità, la catalogazione della diversità. Ma quanto acume!
La materità e la paternità sono regolamentari più che biologiche, “Escissione, procreazione assistita”, nel 1989, prima ancora che la questione si ponesse: “Il conflitto tra parentela biologica e parentela sociale, che da noi rappresenta un problema per i giuristi e i moralisti, non esiste nelle società studiate dagli etnologi”. L’etnologo “ricorda che anche le pratiche e le rivendicazioni più traumatiche per l’opinione pubblica – procreazione assistita permessa alle vergini, alle nubili, alle vedove o alle coppie omosessuali – hanno un equivalente in altre società che non mostrano di soffrirne”.
Il cannibalismo “non esiste”, alla romana – ma è come la peste di Manzoni? L’animalismo, non vi si può sottrarre, la filosofia fa male a non aggiornarsi. Ultimo lettore di Auguste Comte, che esuma a lungo, animalista in anticipo – e le sue bizzarre utopie che vedevano l’Italia protagonista del futuro migliore, per lingua, arte, capacità politica (sic). Lettore anche di Vico, di cui esuma persuasivamente la teoria dei corsi e ricorsi.
Con una presentazione di Marino Niola, sul pensiero di Lévi-Strauss, la prefazione del curatore, Maurice Olender, e un breve intervista di Bernardo Valli. Sono i sedici articoli che Lévi-Strauss scrisse per “Repubblica”, su sollecitazione di Pietro Citati e Eugenio Scalfari, tra il l’agosto 1989 e marzo del 2000, a una cadenza quasi annuale.
Claude Lévi-Strauss, Siamo tutti cannibali, Il Mulino, pp. XXVIII + 171 € 14

martedì 24 novembre 2015

Il nodo mediorientale in Europa

Putin va da Khamenei, Erdogan abbatte un caccia russo. Il giorno in cui il ministro degli Esteri di Putin doveva andarlo a trovare. Un problema di precedenze, Putin doveva andare invece da Erdogan - Khamenei impicca le persone ma non ha caccia addestrati alla caccia? Ma neanche questo è semplice.
Un atto di guerra può fare meno vittime che uno di terrorismo, forse due piloti contro qualche centinaio di parigini, ma è invece un fatto grave. È parte anch’esso del Grande Gioco orientale da cui è difficile guardarsi, ma è semplice e chiaro: laereo e i suoi due piloti che attacavano la Turchia sono caduti in territorio siriano, più chiaro di così. E la strage arabo-islamica di Parigi è oscurata 
È il Medio Oriente. Dove l’Europa, a partire da Putin e ora con Hollande, si fa incastrare. Di tribù, confessioni, rais, un groviglio inestricabile, che non ha mai dato nulla di buono, e che nemmeno il petrolio “assolve”. L’Italia ne ha fatto una sua piccola-grande esperienza in Libia, da oltre un secolo ormai, che tutto consiglia di non ripetere. In grande, il tribalismo si ripercuote nella competizione tra le potenze regionali, Iran, Turchia, Arabia Saudita.
Ma Erdogan voleva abbattere un aereo russo e l’ha fatto. I suoi caccia non sono arrivati da Ankara, a mille miglia, per intercettare un volo russo di cento-duecento miglia, benché a velocità ridotta: erano lì pronti ad abbattere il primo aereo a tiro. Forse dentro forse fuori dello spazio aereo turco, non ha importanza. Erdogan l’ha anche annunciato: voleva e vuole una no-fly zone al suo confine con la Siria. Perché non vuole la Russia al confine meridionale, oltre che settentrionale. E perché vuole continuare i suoi propri, pare familiari, traffici con i ribelli siriani, Is compreso.
La cosa non è pericolosa perché ci sono gli obblighi Nato, che in questo caso dovrebbe sostenere la Turchia. E la Nato - cioè gli Stati Uniti - non se la sente di assecondare Erdogan, oggi si è riunita apposta per dirlo. Ma Erdogan aggraverà lo scontro, non ha altra politica che se stesso, il suo locale primato, e per esso farà aggio sul nazionalismo: difendere il sacro suolo, difendere i turcomanni di Siria, difendersi dai russi come da curdi, anche se nessuno minaccia.  .
Si pensa alla Turchia sempre sul presupposto della guerra fredda: che le forze armate, guardiane del paese per conto dello stato laico di Kemal Ataturk, bloccheranno prima o poi l’islamizzazione del paese e quindi Erdogan. No, il pattern è cambiato: Erdogan è espressione delle forze armate, che ora, dopo dodici anni di potere, controlla. Nessun generale, un ufficiale cioè che abbia masticato un po di manuali di guerra, si inimicherebbe per posì poco un vicino così potente. Ma anche la Nato, quello che ne resta, è diversa e si fa i conti.

Quando il nazionalismo tedesco era ebraico

Benjamin o dell’impossibilità (grandezza?) di essere tedesco. Walter Benjamin, tedesco perseguitato dalla Germania in quanto ebreo e forse suicida, antologizzò fino all’ultimo lettere di “uomini tedeschi”, piangeva d’ammirazione. Fino al 1931 le pubblicava sulla “Frankfurter Allgemeiane Zeitung”, il grande gionale tedesco, nel 1936 le pubblicò in volume, in Svizerra, con lo pseudonimo Detlef Holz. Senza un accenno critico. Volle il frontespizio del volume anzi celebratorio, e tutto alto: “L’onore senza gloria/ la grandezza senza splendore/ la dignità senza ricompensa”. Il “Dramma barocco” qualche anno prima avrebbe voluto tirolare “Essenza del Gioco e della Tristezza in Germania”. Qui celebra una ventina di grandi personalità, delle lettere e non (c’è anche Liebig, dei dadi per il brodo).  Irritante più che commovente – Goethe o Hölderlin non hanno bisogno di aureole: una delle tante celebrazioni ebraiche dei primati tedeschi.
Walter Benjamin, Uomini tedeschi, Einaudi, pp. XXVII + 186 € 18
Adelphi, pp. 166 € 9

lunedì 23 novembre 2015

La rete terrorista è europea

Non è servito lo schieramento in massa delle forze di sicurezza francesi e belghe, con lo stato d’emergenza a Parigi e Bruxelles: Salah Abdeslam è introvabile, ormai da dieci gironi. Evidentemente è ben coperto. Da una rete estremista articolata. In Europa.
Si fa grande caso dei viaggi da e per la Siria di sospetti terroristi. Ma l’evidenza è che l’attacco a Parigi è stato organizzato, realizzato, e ora è coperto, da una rete europea, tra Bruxelles e Parigi, e forse in altri luoghi. Abbastanza articolata da sfuggire a una così massiccia operazione di polizia.
Anche in precedenza, per gli altri attentati in Francia, si è preferita la pista dei terroristi isolati, seppure finanziati e armati da lontano. Ma non poteva essere così, e ora si vede.
Si è privilegiata la pista degli isolati per non creare una questione etnica, in un paese, come la Francia prima e ora anche il Belgio, a forte immigrazione. Con risultati pessimi. Mentre prendere di petto la realtà forse avrebbe aiutato meglio a scongiurare questa crisi. Che si manifesta già a Parigi nella vita quotidiana, e prenderà spessore politico, alle elezioni, prima e dopo.  

Germania-Italia- 6-1

Ricorda Riccardo Perissich, ex Istituto Affari Internazionali, ex direttore generale a Bruxelles, membro del gruppo Notre Europe del socialista Delors, a Sergio Romano sul “Corriere della sera” la figura di Helmut Schmidt, il cancelliere tedesco morto l’altra settimana. Un antitaliano diventato poi italianizzante. Legandolo a due altri grandi cancellieri socialisti, Willy Brandt e Gerhard Schröder. E ai tre grandi cancellieri cristiano-democratici, Angela Merkel, Helmut Kohl e Konrad Adenauer. Chiudendo con questo interrogativo: “Mi domando cosa ci sia nella politica tedesca che permette una simile produzione di giganti”.
Il raffronto sottinteso è non con la Francia o gli Usa, o la Gran Bretagna, nemmeno con la Spagna, che tutti hanno avuto nel dopoguerra governanti d’eccezione, ma con l’Italia. Che può schierare De Gasperi, e poco altro – Fanfani? Moro? Andreotti? Forse Craxi, ma è discusso. Romano Prodi qualche anno fa riduceva a due soli eventi la grande politica italiana nella Repubblica, l’entrata nella Nato e la fondazione della Comunità Europea. Nient’altro.
La differenza con la Germania non è evidentemente di personalità - Andreotti guarderebbe dall’alto in basso Kohl, e Merkel, e non stimava Schmidt, che pure lo aveva salvato con un prestito. La differenza, enorme, la fa la costituzione. La Germania usciva come l’Italia da un regime dittatoriale e anzi totalitario. Ma non ha per questo punito la funzione di governo. Il cancellierato ha invece voluto forte, inabissabile se non con elezioni. E un Parlamento omogeneo, protetto dai partiti totalitari, il comunista e il neonazista, con lo sbarramento al 5 per  cento. Una cattiva costituzione, malgrado la retorica, ha invece voluto in Italia un governo inesistente, e un Parlamento ingovernabile, tra gruppi, gruppetti, scissioni, transfughi. La democrazia risolvendo nell’inevitabile mercato delle vacche, buona per la corruzione. 

La verità, un po’, a Berlino

Un racconto della Resistenza tedesca a Hitler. Della condanna e l’esecuzione di Rose Schlösinger, qui chiamata “Anne”, per aver trafugato la salma del fratello – come nella tragedia di Sofocle – giustiziato per attività antinazista. Una rarità, non ci sono molte celebrazioni nella letteratura tedesca della Resistenza tedesca a Hitler, non nella Germania divisa, poco anche all’Est, e non dopo: pende sulla “Resistenza” per i tedeschi sempre un’ombra di tradimento, malgrado tutto -  ancora nel 1954, ricorda la curatrice, lo storico antinazista Ritter, “Il volto demoniaco del potere”,  parlava di “traditori della patria” – Ritter era nazionalista e conservatore.
Hochhuth, già famoso, subito al debutto nel 1963, col “Vicario” sulla Colpa di Pio XII nello sterminio degli ebrei, pubblicò nello stesso anno sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” questo racconto, poi diventato sceneggiato tv, nel 1968. Una ricostruzione agevolata dal fatto che Marianne Heinemann, figlia di Rose, era allora sua moglie. Che solo apparentemente bilancia lo scarico violento della Colpa fuori dalla Germania.
An(tigo)ne è un grande personaggio soprattutto nella breve storia che la curatrice Sotera Fortunato pospone al racconto - con lausilio di alcune fotografie che da sole dicono molto. Anna-Rose, figlia di un’esponente socialista di primo piano, Sophie Ennenbach, era stata perseguitata in vario modo, insieme con la madre, dopo il 1933. Nel 1933 aveva sposato in secondo nozze Bodo Schlösinger, che ritorna nel racconto di Hochhuth come fidanzato, presto chiamato alle armi e nel 1940 spedito al fronte orientale. Rose, arrestata il 18 settembre 1842, insieme con un centinaio di attivisti antinazi denominati della Rote Kapelle, dell’“orchestra rossa”, agli ordini cioè di Mosca, fu condannata il 20 gennaio 1943 per spionaggio, e ghigliottinata il 5 agosto, con altre quindici persone, di cui dodici donne  – Bodo, come nel racconto, venuto a sapere al fronte della condanna, si era intanto ucciso. Marianne era figlia del primo matrimonio di Rose: aveva dieci anni al momento dell’esecuzione, che la madre volle le fosse tenuta nascosta fino ai dicott’anni, con una sua lettera. Un dramma personale, sociale e storico che la postfazione della curatrice, autrice in proprio di “Antigone. Storia di un mito”, sviluppa meglio, in intensità e verità.
Hochhuth è un polemista. Mellifluo già all’epoca, come poi si è rivelato - come tutti i polemisti. In cerca di scandalo, fingendolo verità. Il sottinteso della sua argomentazione è semplice: se il papa, che aveva molti strumenti di conoscenza, non ha reagito, che colpa si può addebitare al comune cittadino, tedesco? Che invece si batteva contro la barbarie, e resisteva. Un artificio polemico, e forse una furbata, su un presupposto falso. Il papa aveva conoscenza di tutto il fenomeno razzista, compresa la Soluzione Finale, mentre il comune cittadino no, ma il papa non era razzista, il tedesco sì.
Qui è sdegnato, ci mancherebbe - nel 1963. Espone inflessibile le “buone coscienze” naziste. Ne deride il linguaggio, che poi si dirà burocratico e invece è perverso: “pacchetto” per il condannato a morte, “o “paziente con bassissima aspettativa di vita”. E per primo espone i particolari della procedura di morte, “le regole burocratiche dell’assurdità”, la taruffa del boia, variabile, etc.: “L’onorario per la condanna, per i costi della prigionia e per il boia, così come «per la spedizione della fattura di queste spese», doveva essere sostenuta per i criminali politici dai parenti, e nel caso questi ultimi «fossero irreperibili», o nel caso di stranieri, da addebitare sulla cassa statale”.
Ma è un signore curato e pieno di sé, e si sente. Fornaro gli accredita, insieme con “l’analisi accanita e puntigliosa dei documenti”, la disamina “del ruolo della responsabilità individuale nella «grande» storia”. Questo è vero, ma è un artificio: Hochhuth se ne serve per escludere la responsabilità individuale nella Grande Storia. Perfino qui: la responsabilità del Generale-Giudice di Anne, padre del Bodo innamorato della donna che per lei si ucciderà al fronte, non ha “colpa” della condanna che infligge. È attentissimo, anche lui come il suo autore, a dove mette i paletti.
Dopo il 1989 Hochhuth verrà detto all’Est una spia del Kgb. Un’infamia, forse. Lui si vuole invece patrocinatore dello storico negazionista David Irving. Nel 1963 era un signore protestante, ex “piccolo nazista” fino ai 14 anni, che al contemporaneo “Vicario” dava come sottotitolo “tragedia cristiana”, nel mentre che rovesciava sul papa il tormentato diario di Kurt Gestner, maggiore delle Ss e membro attivo della Chiesa Confessante luterana del apstore Niemöller (“ho aderito alle SS come agente della Chiesa Confessante…”). Vezzeggiato all’epoca dal Pci, e dal filsoofo Jaspers, e poi a lungo dagli storici ebraici – fino a che non dirà che l’Olocausto non ci fu, e anche i campi sono inventati. La tragedia gli riusciva impossibile.
Rolf Hochhuth, L’Antigone di Berlino, Via del Vento pp.32 € 4

La Colpa fu inglese

Da Giuseppe Leuzzi, “Gentile Germania”, a proposito di “Soldati”, il dramma di Rolf Hochhuth contro Churchill, 1967:
“La colpa è degli inglesi, anzi di Churchill. Hochhuth ne ha scritto un altro, e ha reso manifesta la verità: la colpa è degli altri. La verità è che “le cantine rifugio raggiunsero a Dresda”, la notte dei bombardamenti, “temperature superiori a qualsiasi forno crematorio mai progettato”. Ben detto, Hochhuth l’apprezzano per questo pure gli antinazisti, e gli stessi antitedeschi. Gratificati di poter trascurare i fatti.
…………………
“La colpa degli inglesi alcuni inglesi peraltro vogliono: A.J.P.Taylor, “Le origini della seconda guerra mondiale”, un classico, David Irving. Malgrado la saggezza del trattato di Versailles, a cui le menti migliori in Europa posero mano, che impose la pace alla Germania in 448 articoli - i tedeschi stanno ancora voltando pagina. Irving, storico della rivalsa, di cui Hochhuth è estimatore e amico, dal ‘65 documenta la colpa della Raf, che bombardò Dresda.
“Due anni prima il luterano Hochhuth aveva svolto la tesi che la Colpa è del papa. Tedescofono, è vero: Pio XII crebbe con padre Lais, prete sassone. E poi nunzio in Germania ovunque, in Baviera nella prima guerra, Baden, Prussia, Weimar. Ma un papa cui era apparsa la Madonna?”

La Resistenza fu grande in Germania, ma non si dice

Da Giuseppe Leuzzi, “Gentile Germania”:
“Fu popolare la resistenza a Hitler, e in senso proprio, di opposizione, benché non si dica. Il conto dei prigionieri politici non si fa, ma furono almeno cinquantamila. O dieci volte tanti, per dieci giorni, dieci mesi, dieci anni. A migliaia restarono in cattività tutt’e dodici gli anni di Hitler.
“Si opposero anche gli artisti. Qualcuno preferì emigrare, ripartire da zero. Stefan George, pur reazionario, volle morire a Minusio di Locarno per evitare il funerale nazista. I tedeschi sono esagerati, e anche nella resistenza non si smentiscono. Il poeta Metzger piuttosto si fece fucilare. Un sergente Anton Schmidt si mise a salvare gli ebrei, gratis, per cinque mesi, poi lo fucilarono. Un bellissimo sergente venticinquenne delle SS voleva far evadere Vrba da Auschwitz in uniforme da alto ufficiale, con lui attendente. Salvò invece Lederer, l’unico che si fidò di lui: lo portò a Praga in treno in prima classe. Si chiamava Viktor Pestek. Poi tornò ad Auschwitz benché ricercatissimo, pretendeva di far evadere un ragazza di cui s’era innamorato, ma un tedesco lo riconobbe e lo denunciò, e finì al forno. E c’erano ebrei nascosti variamente in Germania a guerra finita, malgrado il puntiglio della persecuzione. Non quanti si vorrebbe, ma sempre un buon numero. Forse per questo i valorosi congiurati del ‘44 non menzionano mai gli ebrei.
“Almeno centomila soldati si ribellarono a Hitler in guerra, non tutti renitenti, una buona metà si batté con la Resistenza in Grecia e Jugoslavia, qualcuno all’Est. In Italia non si può dire, ma la presenza tedesca nella Resistenza “ha raggiunto dimensioni ragguardevoli”, ha convenuto lo storico Battaglia: “In tutte le regioni del Nord, senza eccezioni, è dimostrata la presenza di tedeschi nelle principali formazioni partigiane” – l’ha riconosciuto in tedesco, in convegno a Vienna. A Civitella d’Arezzo, dove più si facevano rappresaglie, la polizia tedesca ha contabilizzato 721 diserzioni nel solo luglio del 1944.
“La storia di Hitler è anche quella dei tanti tedeschi morti contro, più che in qualsiasi altro movimento europeo di Resistenza. Prima della Soluzione Finale i lager furono per dieci anni pieni di tedeschi. Socialisti, comunisti, liberali, le élites quasi tutte, che in Germania ancora godevano di credito, aristocratici, generali, industriali, cristiani. Resistette pure Heidegger, che nel ‘34 disse: “La cattiva essenza falsifica la vera direzione e la muta in seduzione”, per una volta senza sottigliezze, “la Führung trasforma in Verführung” - e non lo fecero sottosegretario.
“A un certo punto i diecimila lager non bastarono, si dovettero moltiplicare le esecuzioni. Il Plötzensee, il carcere presso Berlino dove sono state eseguite un quarto delle 16.560 condanne a morte accertate nel dodicennio, tutte di tedeschi-tedeschi, fu attrezzato per esecuzioni simultanee, otto alla volta per impiccagione. Più tecniche sperimentali varie: la ghigliottina piacque, e Hitler la sostituì all’ascia. Il record fu stabilito la notte del 7 agosto ‘44 con trecento decapitazioni. Furono ghigliottinati tutti i detenuti del Plötzensee, per il timore che scappassero sotto le bombe”.

domenica 22 novembre 2015

La guerra Brancaleone

È arduo concepire quella all’Is come una guerra. In Medio Oriente – Siria e Iraq – e ovunque il suo terrorismo, o quello di formazioni analoghe, imperversa, in Africa in Libia e nella fascia sub sahariana, dalla Somalia alla Nigeria. Molti parlano di guerra in atto, il papa, Hollande, Putin, ma si comportano come se non. Come se parlassero di guerra per esorcizzarla più che per farla.
Si fanno molti arresti in Europa, e raid aerei in Siria. Ma come manifestazione di rabbia, o con intento intimidatorio. Una guerra vuole essere programmata, organizzata, e incessante, non lo sfogo di una rabbia, per quanto collerica e rumorosa.  
L’organizzazione di una guerra non c’è. Non ci sono piani, non c’è un coordinamento. Nemmeno un progetto, un disegno, una proposta - il richiamo a “Brancaleone” è irriverente, ma è nei fatti. Canone basilare dell’arte militare è di non “farsi fare” la guerra: di non fare la guerra che il nemico vuole che noi facciamo. In questo caso attraverso la paura: disordine, isterismo.

È l’esito della debolezza. Di una leadership politica forse non all’altezza dell’evento.  fatto. Ma aggiunge ai misteri dell’Is. Del mondo appeso a un pugno di fanatici, per di più isolati nei grandi spazi desertici mediorientali. 

Il terrorismo è europeo

Sono giovani, sono europei. I terroristi islamici a Londra, Madrid, Parigi e altrove in Europa sono europei, nati e cresciuti in Europa, in scuole europee e non coraniche. Qualcuno addirittura digiuno di “Corano”. Ma tutti alla scuola laica, dove il messaggio è in lode del ribelle - comprese le bombe e le sparatorie ai ristoranti, ai teatri, ai cinema, storia europea recente. Del puro di cuore e di mente, contro la corruzione e la dissipazione.
Cercano anche vittime soprattutto giovani: è impressionante il numero dei giovani uccisi nella carneficina a Parigi. I loro obiettivi, metropolitane, treni, stadi, ristoranti, sono indistinti, il terrorista ama sparare nel mucchio. Ma l’odio, se appena si può indirizzare, va soprattutto contro i giovani, a Parigi e negli attentati francesi prima di Parigi si vede. È anche una specie di guerra generazionale, di giovani contro giovani: contro un modello consumistico, si  potrebbe concludere con al terminologia vetero rivoluzionaria, oppure per invidia (disprezzo) etno-classista.
Soprattutto, però, il terrorismo islamico è una rivolta giovanile di tipo europeo. Da Abaaoud, o chi per lui, a Curcio indietro a Dostoevskij e all’anarchico secondo Ottocento-primo Novecento, con le bombe al cinema, il terrorista è lo stesso: una mente allenata a una sola idea, la società da distruggere. Identica la “geometrica potenza” in cui si risolve questa ribellione.

Ombre - 293

Scandalo in Vaticano: si fa subito il processo ai trafugatori dei documenti di papa Bergoglio. Noi eravamo abituati a un paio d’anni di indiscrezione e verbali segretati, che c’entra un processo?.

“In Libia c’è «il dottore»”, con “una rete di fornitori eritrei”, “e «il sudanese», che gestisce il flusso di barconi” con un diplomatico somalo. “In Turchia invece c’è un trafficante di nazionalità siriana”. Semplice, Claudio Gatti sul “Sole 24 Ore” ricostituisce e spiega da solo l’Anonima Immigrati, che “gestisce” ogni anno mezzo milione di poveretti. Semplice, bastava pensarci – nessuno ci aveva finora pensato, come funziona il mercato degli schiavi.
Due pagine, che vanno online anche in inglese, non si sa se più ammirevoli o vergognose.

Il “trafficante di nazionalità siriana” a Smirne Gatti identifica “col primo nome, Abu”. Che non vuole dire nulla, è il nostro “di” (“padre di”…). Qui forse bisognava metterci il governo turco. Non Erdogan, ma le dogane, la guardia costiera, etc, ci sono soldi per tutti in questo business. Peraltro tutto guadagno senza rischio (qualche mese di carcere per gli scafisti): “un affare da tre miliardi”.

Solidarietà su tutto, forse per questo si omette di dire che in Belgio le polizie sono divise - come tutto, anche le biblioteche - tra francofoni e fiamminghi, che non si parlano e si odiano. E che la divisione a Bruxelles si moltiplica per diciannove o venti, quanti sono i municipi. Ognuno con la sua polizia che non parla con quella del quartiere vicino. L’Europa fuori del mito di se stessa non è raccomandabile.

Le città più povere – meno ricche – pagano le patrimoniali locali più pesanti: Reggio Calabria, Napoli, Salerno, Messina, Siracusa, Catania, etc. Sono anche città dove l’amministrazione pubblica è la peggiore, la fornitura di servizi pubblici insufficiente.

Nella classifica del Cgia di Mestre delle patrimoniali più pesanti si infila - tra Messina e Siracusa – la capitale Roma: inefficienza e abusi vanno insieme.

Germania, Olanda e Gran Bretagna hanno salvato le proprie banche fuori da ogni regola europea, e poi hanno fatto le norme per gli altri, severe, contro gli aiuti di Stato: Salvatore Bragantini sintetizza così la politica bancaria europea sul “Corriere della sera”. Otto anni dopo i fatti. E non è tutto.
Di chi la colpa? Del “mercato”, di cui Bragantini è sostenitore, il mercato dei potenti? Dell’Europa? Della prepotenza dei grandi? No, la colpa è dell’Italia, che non l’ha fatto,

L’Italia decide, dopo otto anni di apnea, che almeno quattro banche vanno “salvate”, col Fondo Interbancario Tutela Depositi. Fondo che le stesse banche hanno alimentano, quindi privato. Ma sicccome la ricapitalizzazione si dispone per legge, allora per Bruxelles è aiuto di Stato. Stupidità? No, è soperchieria: la commissaria Vestager non cessa d’illustrarsi, beffarda – Vestager è della Sinistra Radicale, ma sa chi sono i potenti.
Bragantini dice che è bizantinismo. Ma questa è l’Europa, fare fessi i fessi.

Danièle Nouy, che all’ombra di Draghi alla Banca centrale europea fa gli stress testa alle banche,  convoca a Milano martedì le banche italiane, preoccupata della loro tenuta. Nouy aveva bocciato l’anno scorso le banche italiane – contro appena tre greche, e tre cipriote. Promuovendo la Nordbank di Amburgo, banca a proprietà pubblica, ora pressoché fallita. Moral suasion?

Tra l’1 ottobre 2008 e l’1 ottobre 2014, “per essere precisi”, Plateroti conteggia sul “Sole 24 Ore” 450 autorizzazioni di Bruxelles per aiuti pubblici a favore delle banche. Senza una sola banca italiana. Per 3.800 miliardi di euro, il 30 per cento del pil Ue 2013, di cui un quarto utilizzato. Altri salvataggi si sono avuti successivamente, l’ultimo dieci giorni fa a favore di Nordbank, la banca pubblica di Amburgo.

Si sfogliano con sgomento i settimanali pre-confezionati, non d’attualità: femminili, di spettacolo, letterari, sportivi. Pieni di sciocchezze e nient’altro – per dare ragione ai terroristi?.

Se ne vedono di tutti i colori quando c’è un allarme, o la paura è generale. Ma all’ospedale San Giovanni si Roma è stato proprio uno psichiatra a “vedere”: ha visto un terrorista col fucile, “alto almeno un metro”. L’ha visto, come succede, lui solo.

Commovente “Repubblica” che recensisce lungamente il libro del ministro Alfano, tra le pagine “parigine”, di grande richiamo. Lo censisce come contributo alla lotta al terrorismo: “Chi ha paura non è libero. La nostra guerra contro il terrore”. Un instant book della Mondadori?

Il “Corriere del Mezzogiorno” s’illustra con un inserto “sposi”: “Nozze, le vogliono tutti”. In che pianeta?

La sinistra tradita dal progressismo

Michéa, “restauratore” di Orwell, risponde a una lunga lettera, che dice circostanziata e di levatura superiore, di un professore di filosofia alla rivista “Les Z’indignés”, a commento e contestazione della sua affermazione che la sinistra europea è di destra. Un profesore di filosofia nei licei, come lo stesso Michéa. Il contestatore si professava elettore comunista, iscritto al partito Comunista francese e poi alla Lega delle sinistre. Michéa non ha problemi a rilevare che la conversione della sinistra europea al mercato è perfino più succube di quanto gli stessi pensatori di destra abbiano potuto pensare: Ayn Rand l’arricchitevi odierno non aveva problemi a bollare di “cupidigia”, Milton Friedman denunciava l’“egoismo”. Che almeno si torni alla orwelliana “decenza”, è l’appello reiterato di Michéa.
L’obiettivo dello studioso di Orwell è però qui un altro: scindere le origini e il senso politico di “sinistra” e “socialismo”. Il sottotitolo dell’opera è “Dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto”. Con una spiegazione, però, che pone lui stesso tra i destra- sinistra – i vecchi “troskisti” - che segnano l’epoca. Né Marx né Engels si dicevano di sinistra, argomenta Michéa. E anzi i partiti socialisti furono perseguitati per decenni dalle Sinistre. La saldatura si fece a fine Ottocento – Michéa la pone nel caso Dreyfus – e porterà alla dissoluzione del socialismo nel progressismo. La Sinistra era radicale, repubblicana, laica, e ben borghese. Michéa non lo dice. Ma dice che il socialismo si annegò, praticamente, nell’ideale iluminista.
Jean-Claude Michéa, I misteri della Sinistra, Neri Pozza, pp. 121 € 15

sabato 21 novembre 2015

Secondi pensieri - 240

zeulig

America – È cinema, si sa, la mitografia del Novecento – con annessa, ora, Silicon Valley. Ma non perché i miti li sa vendere, bensì perché li sa creare, per la famosa innocenza – l’innocenza libera, la colpa assoggetta. Come Omero, fabbrica anonimi, produttori, registi, attori, truccatori, poco lirici ma possenti. Ed è cinematografica per una sua speciale costituzione materiale. O questa è l’effetto della mitolessia: per l’onestà del diritto, la giustizia.

Romano è l’impero americano anche per essere fortemente allogeno, un vasto popolo di meteci attorno a un nucleo dominante. Per i molti una promessa e una speranza, malgrado la durezza. Da ammirare, l’America ha il destino che si è costruito - se sono solitamente i migliori, i migranti sono anche i peggiori, E da temere, è uno scacciasassi. Romano non era latino, nome di una razza o tribù, ma un premio, il riconoscimento di un privilegio. L’imperium romanum non era militare né dittatoriale, neppure giuridico a guardarci bene, le leggi erano molteplici, ma un comune sentire e un modo di vita. È riconoscersi nella causa dei soggetti, darne l’impressione. Un imperialismo che accomuna e non esclude i sudditi. Roma fu repubblicana anche nell’impero: c’era a Roma una nobilitas plebea, pare a pieno titolo del gruppo dirigente: famiglie plebee sedevano in Senato e figuravano tra i cavalieri. Così in America, c’è povertà e anzi indigenza, più che in paesi meno ricchi come l’Italia, ma non c’è l’invidia sociale. Il sogno americano del Number One è ridicolo, ma la legge dà a ognuno la dignità, il senso della legge che è forte anche tra i criminali.

Contro-giustizia – Nasce mezzo secolo fa come esercizio sovversivo per una migliore giustizia, democratica. Contro i santuari del potere: è “poter esercitare, nei confronti di qualcuno che sfugge di solito alla giustizia, un atto giudiziario”, per Foucault in un testo che si legge in “Microfisica del potere”, la raccolta di interventi politici curata nel 1977 da Alessandro Fontana e Pasquale Pasquino.
Lo stesso Foucault, però, la trova contemporaneamente contraddittoria: “Nei confronti della giustizia, la lotta può prendere diverse forme. Innanzitutto, la si può attaccare attraverso le sue stesse regole. Evidentemente non è un atto di giustizia popolare, è un tranello teso alla giustizia borghese. In secondo luogo, si possono compiere degli atti di guerriglia contro il potere della giustizia e impedirgli di esercitarsi. Per esempio, sfuggire alla polizia, schermire un tribunale, andare a chiedere i conti a un giudice. Tutto questo è guerriglia antigiudiziaria, ma non è ancora contro-giustizia”.
Foucault presuppone la “lotta” contro la “giustizia borghese”.Ma poi rileva che, nel suo esercizio, la contro-giustizia diventa sovversiva, quindi contraria alla giustizia. E non può essere altrimenti: “Quando si esercita un potere bisogna che il modo in cui lo si esercita – e che deve essere visibile, solenne, simbolico – non rinvii che al potere che si sta effettivamente esercitando, e non ad altro potere che non è realmente esercitato in quel momento”.
Il dilemma è stato sciolto dalla giustizia di “Mani Pulite”, da Di Pietro a Ingroia, facendo della giustizia il contropotere e insieme il potere, nell’irrealtà (abolizione) della giustizia stessa, dell’insieme di norme e procedure su cui si vuole regolata. Ma questa è, con pochi, minuti, aggiustamenti, la “giustizia” su cui Manzoni ha costruito i “Promessi Sposi”: “La forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far punire altrui. Non già che mancassero violenze e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità….”. Con effetti protervi. Contro l’individuo: “(Le leggi) potevano ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l’uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perché, col fine d’aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d’esecutori d’ogni genere”. E contro la società: “L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni”. Si rafforzano i gruppi, si creano cordate – Manzoni cita il clero, la nobiltà, i militari, i mercanti, gli artigiani, i giurisperiti, i medici: “Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegare per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti: i più onesti si valevano di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie..”.

È parte, è stata, dell’idea dei contropoteri, attorno alla controinformazione, o informazione libera  Una entri sociali.

Poesia – È veicolo del divino per sant’Agostino, del religioso. L’introspezione, la ricerca di sé, la coscienza come creazione e insieme manifestazione del divino. Come nella concezione oraziana, del poeta che non può essere un mediocre. Ma di più, in una concezione della divinità che è ricerca e non Olimpo di dati. Tensione cioè costante e mai finita, come l’eterno, l’infinito.

Verità – Non “al di fuori del potere” la voleva Foucault. Non “al di fuori”, in realtà: del soggetto, del contesto, della storia.
È uno strumento più che un fine. Dice meglio Foucault nel prosieguo: “La verità è di questo mondo; essa vi è prodotta grazie a molteplici costrizioni…. Ogni società ha il suo regime di verità, la sua «politica generale» della verità”.

Viaggio – “L’andare e il tornare l’ha creato dio”, è proverbio calabrese.

È interno allo stesso modo che esterno – è esterno per essere interno. “Parto per ritornare” sarebbe - sarebbe stato - il saluto giapponese del partente, secondo Lévi-Strauss, come se il viaggio fosse stato una costrizione, un adempimento doloroso.

È nel tempo anche o più che nello spazio, come dice Benjamin: “Lo stimolo epidermico, l’esotico, il pittoresco prendono solo lo straniero”, mentre il nativo “si sposta nel tempo invece che nello spazio” (il suo “libro di viaggi… avrà sempre affinità col libro di memorie”). O Lévi-Strauss: “Un viaggio si inserisce simultaneamente nello spazio, nel tempo e nella gerarchia sociale” - come sa la letteratura dell’ebreo errante.

zeulig@antiit.eu 

Lo stereotipo meridionale

Una ricostruzione di come la “questione meridionale” è nata, alla metà degli anni 1870, si è sviluppata, ed è stata ricostituita nel fascismo e in questo dopoguerra. A opera di politici, economisti, storici anche, e sociologi. Il sottotitolo è “Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi”: Lupo, come storico e come meridionale, si sente impaniato in una falsa questione. Ma lo stereotipo è la questione stessa: la storiografia si può – si sarebbe già dovuta subito – liberare, la cosa no.
La questione è un fatto di pregiudizio più che di analisi. Le “due economie” non sono divise, anzi l’una è funzionale all’altra, non può essere altrimenti, e altrettanto a questo punto l’unità. E tuttavia la questione è più viva che mai: l’altro ieri sulla povertà, ieri sul leghsimo, oggi sulla criminalità, domani chissà, argomenti non mancheranno al bisogno.
La “questione meridionale” vera e propia è solo una diversità di accumulazione primaria, di capitali, mercati e conoscenze. Che l’unità purtroppo ha aggravato, con leggi d’imperio subito, e poi con una spesa sperequata. Soprattutto nell’istruzione, ma anche nelle infrastrutture materiali, malgrado il fantoccio Cassa del Mezzogiorno, una specie di punching ball dello sdegno nazionale. La società è la stessa, negli assetti, la cultura, la mentalità anche e le logiche familiari, malgrado su questo terreno il pregiudizio ami esercitarsi di più, l’imprenditorialità, i consumi, le abitudini alimentari, demografiche, le logiche politiche, e più in generale la sfera pubblica.
Salvatore Lupo, La questione, Donzelli, pp. 200 € 19