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lunedì 14 dicembre 2015

Piazza pulita

Motu proprio Renzi ha abolito la vigilanza della Consob sulle banche. Approfittando della delibazione parlamentare del nuovo regolamento europeo sul salvataggio delle banche, Bank Recovery and Resolution Directive. Non lo sapevano nemmeno, ora si può sapere perché la Consob si deve difendere. Lo ha fatto col supporto di Padoan, il ministro tecnico targato D’Alema, ma tant’è.
Renzi ha diminuito i poteri della Consob perché il presidente Vegas è stato nominato dal governo Berlusconi. Non per questo Vegas alla Consob non va bene, ma Renzi vuole tutto per sé solo; Rai. Finmeccanica, Enel, Enel, se possibile ora la Banca d’Italia, e le Autorità di vigilanza, soprattutto l’Energia e la Consob. Una concentrazione ha attuato del sottogoverno mai vista. Mentre moltiplica le piccole elemosine alla Lauro. Che avrebbero dovuto indignare i gruppi parlamentari, se ancora ci fossero stati partiti, o una opposizione, compresa quella interna al Pd, il partito di Renzi. E le stesse Istituzioni: i presidenti delle Camere, la presidenza della Repubblica. Un pigliatutto di un governo e di un presidente del consiglio nemmeno eletti.
Alla Leopolda si vola alto perché sono chiacchiere. Di fatto il laurismo impera, trasbordando con le una tantum perfino nel ridicolo. Una card da 500 euro ai diciottenni per andare al cinema, e ai concerti. Una da mille a chi, al conservatorio, vuole acquistare uno strumento nuovo. O nell’insolenza. Un premio a chi installa al portone la videosorveglianza. E un aumento di 80 euro mensili ai poliziotti, mentre nega, per l’ennesima volta, il rinnovo del contratto agli statali.
Senza contare il profumo di corruzione: la videosorveglianza è amo d’affari molto democristiano. Mentre, dissolte le Autorità, abbiamo il mercato più selvaggio, nel senso etimologico della parola: una selva truffaldina di tariffe telefoniche, elettriche, metanifere.

La migliore accoglienza all’immigrato è la legge

Ci vogliono in media cinque mesi in Germania – secondo il Bamf, l’ufficio federale per le migrazioni e i rifugiati – per completare la pratica di un richiedente asilo. Un po’ di meno della media se il richiedente asilo è siriano, molto di più per i balcanici e i somali, anche dodici mesi.
Il Bamf dice  gli immigrati tutti contenti e riconoscenti. Perché sono ospitati, e hanno un fondo spese di 400 euro al mese. L’Italia ne spende di più, 30 euro al giorno per immigrato, 900 al mese. Ma non vanta primati. Forse perché li spende per il tramite del volontariato o terzo settore, che è un po’ una piaga: molta approssimazione e qualche imbroglio.
D’altra parte la pratica in Germania non è semplice  Necessita da assistenza legale, costosa e non gratuita, e le richieste d’asilo, se non sono di siriani, vengono respinte alla prima istanza. Bisogna fare appello, e l’appello può prendere – prende di solito - tre anni. Mezzo milione di immigrati vivono in Germania ancora come richiedenti asilo.
L’accoglienza non è agevole. Specie in senso stretto: come salvataggio in mare o pronto soccorso  alla sopravvivenza, invece che come ricerca di persone da integrare, con politiche mirate all’accoglienza nei paesi di partenza, come facevano gli Stati Uniti, l’Australia, il Canada. E tuttavia si qualifica diversamente: generosa in Germania dopo l’uscita di Angela Merkel un mese f a, micragnosa in Italia. Che però spende di più, in totale e per immigrato.
L’accoglienza è soprattutto un fatto d’immagine. L’Italia, che non soltanto spende di più, ma in mare per anni ha attuato bene una rischiosa missione salvataggi, può venire liberamente oltraggiata, la Germania adottata come terra promessa. Senza sostanziali differenze alla base del giudizio. Gli immigrati, gli africani soprattutto, traviati dal nazionalismo furbo della decolonizzazione, sono oltraggiosi e non collaborativi. Lo sono qui come in Germania. Dove però vengono tenuti sottoposti alla legge, non si fa buonismo. 

Il grande vuoto dell’emigrazione

“Gli altri migravano: per mari\ celesti, supini, su navi solari\ migravano nella eternità.\ I siciliani emigravano invece”. Per bisogno, non sapevano nemmeno dove: scappavano: “Spatriavano, il passo di pece\ avanzato a più nere sponde,\ al tenebroso, oceanico\  oltremare, al loro antico\ avverso futuro di vivi”.
Questa sua prima – poi unica – raccolta di versi, 1957, centrata sul necessario abbandono e la lontananza, la nostalgia, il disegno del ritorno, D’Arrigo riprende nel 1978, tre anni dopo il lento completamento di “Horcynus Orca”, centrandolo su migrazione-emigrazione. Il poemetto “Praegreca” che ora apre la raccolta, fa la differenza: si emigra per bisogno. Una ante-visione del suo stesso mare, ora popolato di emigranti verso la Sicilia, avamposto dell’Europa. Su una tela di fondo oblomoviana: un senso del Sud, tra i rimasti o i non ancora partiti, rassegnato, fatalista - che in Sicilia si dice “arabo” mentre non lo è. Un Sud, si direbbe, come un grande vuoto.
La scrittura ambisce alla “aurea\ semplicità di un poeta che si chiama\ Saba”. Ma riconoscendolo “di così estranea indole\ all’araba tua e mia”- “tua” della madre. Saba si ritrova poi solo nella “quaglia”, vittima attesa che movimenta il poemetto omonimo, “Per la madre e per la quaglia”. La scrittura è in realtà ricercata, molto, preziosa, come s’intende – s’intendeva quando se ne faceva – la poesia in Sicilia, da Consolo, Ripellino, Piccolo - anche da Quasimodo, che nelle traduzioni è intollerabile: mallarmeana. Con la doppia aggettivazioe, spesso ossimorica, l’hapax, la rarità, l’invenzione linguistica: la sorpresa costante, la rarefazione. Due pattern, ora in disuso, che tanta poesia hanno generato in tutta Italia e non solo nell’isola, per mezzo secolo, ma in Sicilia anche oltre: simbolista, rondista, ermetica, perfino futurista. In D’Arrigo, in queste sue poche prove, di fortissima felicità inventiva e potenza verbale: ritrattistica, scultorea. Senza perdersi nel verbalismo, di suoni e sensi, come troppo spesso nei conterranei.
Stefano D’Arrigo, Codice siciliano, Mesogea, pp. 93 € 6

domenica 13 dicembre 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (268)

Giuseppe Leuzzi

Sudismi\sadismi
“Il Sud «doppiato» perfino da Cipro ed Estonia. In un solo decennio il pil pro capite del Mezzogiorno superato e doppiato da tutti”: è il “cavallo di razza” Gian Antonio Stella su “Sette”. Nella rubrica settimanale, che apre la rivista del “Corriere della sera”, sulle malefatte del Sud. Che, “per capire il perché”, aggiunge, “occorre visitarlo come fece Zanardelli nel 1902”. Come? “Su un carro di buoi o a dorso di mulo”.

Milano
Ha un quarto dei senzatetto d’Italia: erano il 27,5 per cento nel 2011, sono ora il 23,7. Li attira? Li respinge?

Maroni fa assumere la fidanzata a questo e a quello, da ultimo all’Expo, per centomila euro l’anno, e la impone nei suoi viaggi, spesata, argent de poche compreso. Senza scandalo. C’è qualche inchiesta, ma se ne parla poco, malvolentieri, è giusto un atto dovuto.

La Scala chiude in pareggio ogni anno, e si osanna per la gestione virtuosa. In calo di pubblico, malgrado l’offerta moltiplicata. E a costi crescenti, malgrado faccia solo riprese, niente novità. Il bilancio è coperto dallo Stato, dagli enti locali, e dalle fondazioni bancarie - la ex Caripolo di Guzzetti eroga ben sei milioni. Un esempio preclaro di quanto fa la stima di sé.
Il sovrintendente “internazionale” di cui la Scala si era dotata negli anni dell’abbandono del pubblico, Stéphane Lissner, veniva compensato con 800 mila euro.

Roberto Vecchioni va all’università di Palermo, accolto calorosamente,  e dichiara l’isola “di merda”: “È inutile che ti mascheri dietro il fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta. Sei un’isola di merda…”. Ma i professori se la sono voluta, che hanno illustrato Vecchioni a Palermo come musicista, poeta e milanese, ma non un Battiato per esempio, che è pure filosofo. Esempio preclaro di quanto fa l’odio-di-sé.

Per Vecchioni è solo un po’ di pubblicità, gratuita. Che infatti ci specula. A un festival di Sanremo si è promozionato come rappresentante della canzone napoletana. Accorto, bisogna dire, vedendo  che il festival trascura la canzone napoletana.
Anche questo è molto milanese, afferrare l’opportunità. Molto ritardo del Sud è dabbenaggine.

Per quanto, Vecchioni non ha fatto che copiare Adinolfi, il blogger di radio Maria e dell’“Osservatore Romano”, candidato a sindaco di Roma e a segretario del Pd, che è romano. Adinolfi disse di merda la Campania. È vero però anche che Milano copia, è la sua forza.

Merda subito dopo pure alla Scala – sarà l’aria di Milano? I registi di “Giovanna d’Arco” ingiuriano il maestro Chailly dopo la prima: “Complimenti, stronzo di merda”.

Ma Milano assolve i registi: si è sempre litigato alla Scala. Natalia Aspesi lo intima su “Repubblica”: “Comunque tutti zitti adesso, in stile scaligero”. Omertà?

Si tace anche che, dopo la “Giovanna d’Arco” nel 1845, Verdi evitò la Scala, il “suo” teatro, per quarant’anni.

“Giovanna d’Arco” era alla Scala un allestimento nuovo, dopo tante riprese. Ma come se fosse una pesca miracolosa dopo centocinquant’anni di oblio, mentre è stata rappresentata al San Carlo di Napoli e al Regio di Parma qualche anno fa. E a Salisburgo, con gli stessi protagonisti, appena due anni fa. Con lo steso sovrintendente ora alla Scala. Milano si dice le bugie, e ci crede.

Però, la merda come titolo d’onore – contro Chailly che è un milanese gentiluomo e un musicista? Allo “stronzo di merda” è scattato perfino un applauso. Dietro le quinte, è vero – i due registi “internazionali” avevano un seguito di una diecina di persone, che si portavano dietro in palcoscenico per i non meritati applausi Milano in effetti è provinciale. .

Chailly evita la “cena istituzionale” dopo la rappresentazione. Dove invece presenzia l’apostrofante ciarliero. La merda a cena? Istituzionale?

Due giorni dopo l’insultatore, Moshe Leiser, insiste: Chailly ha interferito con la regia. Che è la parte debole, debolissima, della messa in scena. Leiser e il suo compagno Caurier volevano far cantare il tenore col sedere per aria. Per irridere la santa Giovanna? O il giovane re francese, che invece è ricordato come il Vittorioso, il liberatore della Francia? Ma il suono non viene bene in quella posizione.
Milano, ancora, non ha preso posizione.

“L’immensa solitudine che solo Milano riesce a farti provare”, e del fotografo Masiar Pasquali, “La Lettura”, 22 novembre 2015

Autobio - Pentiti in vacanza
Siamo in gita a Roccella un giorno d’estate. È un privilegio di abitare l’Aspromonte, di poter fare il bagno sul Tirreno o sullo Ionio. Allo stabilimento “Dal naso al cielo”, dove il gestore si offre anche di fare da mangiare. All’ora di pranzo siamo gli unici avventori, e ci apparecchia accanto a un signore corpulento già a tavola, sotto un ombrellone a palma artificiale, su una piccola duna della spiaggia. Fa senso in uno spazio ampio essere accostato a un estraneo, ma il gestore è solo, vorrà risparmiare sugli andirivieni, e va bene così.
Lo stabilimento è mobile, giusto per la stagione. Il gestore è un ragazzo, è lui che l’ha aperto, e ha pochi ombrelloni, spaziati, pochissime sdraio, niente lettini. Non c’è del resto nessuno in spiaggia, oltre noi. E un gruppo di quattro giovani signore, nerissime, in bikini, che tacciono perlopiù: si fanno compagnia in silenzio, le borse a tracolla, le mani sulle borse gonfie. È il ragazzo che ha messo allo stabilimento il nome pirandelliano, “Dal naso al cielo”, ma non vuole parlarne.
La duna sulla spiaggia sembra creata. Recintata con uno steccato basso, in legno, colorato, puramente decorativo. Siamo sotto il castello dei vecchi signori di Roccella, i napoletani Carafa, che diedero anche qualche papa, tra essi il sapiente e infausto Paolo IV. È fine agosto, l’aria limpida, non c’è afa, che lungo lo Ionio è temibile, è solo lunedì, ma sembra un’altra epoca rispetto a sabato, l’ultimo giorno prima del controesodo – la stagione qui dura un paio di settimane.
Il vicino di desco si palesa un giovanotto, avrà al più ttent’anni. Ma corpulento e già vecchio, per qualcosa di indefinibile nei tratti. Ogni pochi minuti gracchia perentorio con voce sgradevole, gutturale, il napolitano verace. A ogni suo urlo, si sommuove l’ombrellone sottostante, delle quattro giovani signore abbronzate. Che però non sembrano di quelle. Prosperose in bikini ma senza appeal, sciatte e curate insieme. Non si noterebbero, se non per l’irrequietezza, spostarsi, sedersi, alzarsi, sparir8e, ricomparire, sempre con la borsa a tracolla, che attrae l’attenzione e fa passare il momento, del resto non lungo, del pranzo, tra insalate pronte. Il tutto con un senso fastidioso però di già visto. Di cose sapute, sentite o viste, che non si riesce a focalizzare.
Questo avveniva nel 1997, o nel 1996. Dieci o quindici anni dopo, nelle foto di un processo, l’omone ha preso un nome, e più per l’aria sprezzante, più napolitana della lingua, chòòe per la fisionomia. Era il famoso Pasquale Galasso, un capo camorrista pentito. Che lo Stato dunque, con quattro poliziotte in bikini, proteggeva in vacanza. Roccella all’epoca era per questo diventata sede di una compagnia, o battaglione, o semplice reparto, di Pubblica sicurezza. Una sorta di casa di vacanza, a turno, per i poliziotti, in qualità di guardie dei pentiti.

In precedenza, tutti i politici locali erano stati arrestati o accusati per complicità mafiose, e lo scagionamento si faceva con lentezza e di malavoglia. Retrospettivamente la scena è più sapida: il capo camorrista servito dalle forze dell’ordine, i solerti amministratori in carcere, indebitati con le banche per pagare costose parcelle agli avvocati contro le forze dell’ordine.
Anche il giovane gestore si è configurato, che teneva sulla sdraio un oscar con la raccolta pirandelliana intitolata come lo stabilimento, della quale non voleva  parlare. Sarà stato un letterato, i poliziotti ormai sono tutto, poeti, musicisti, romanzieri, filosofi anche – Pizzuto lo era, il filosofo del linguaggio. Oppure sarà stato un finto letterato. Come era un finto gestore e forse un finto giovane – c’è un Oscar col titolo “Dal naso al cielo”? Sì, c’è, con un’introduzione e una bibliografia di Corrado Simioni, ma Simioni è un’altra storia (o è la stessa: Simioni “esercitava” a Parigi come il giovane biondo a Bucarest, e il giovane poco loquace a Roccella?) Solo il crimine è reale e s’impone, il resto è vago.

Questo Galasso all’epoca aveva quarant’anni. Nato da buona famiglia, un concessionario Fiat, era al secondo anno di medicina quando aveva ucciso due camorristi, che erano venuti a rapirlo, o a rapire il padre. Aveva rubato l’arma a uno dei due e li aveva sparati. Incarcerato a Poggioreale, vi aveva frequentato i migliori camorristi degli anni 1980, da Raffaele Cutolo in giù. Optando infine per i concorrenti di Cutolo, la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, con la quale fu coinvolto nell’assassinio del luogotenente dello stesso Cutolo, Vincenzo Casillo, fatto saltare con una autobomba. Casillo era confidente dei servizi segreti “deviati”. Galasso si pentì, e diventerà l’accusatore della Dc napoletana di Gava, e di tutta la corrente dorotea della Dc, che Gava, allora broker dei governi, rappresentava. Lo stesso Gava che poi è morto di sfinimento, per la difficoltà di difendersi, seppure con successo. 

Dopo Galasso, anche Alfieri si pentì. Nella primavera del 1993, a Bucarest per un’intervista al presidente Ion Iliescu, che intendeva avviare la Romania verso l’Unione europea, i suoi uomini alludevano sorridendo a un viaggiatore abbonato alla rotta Roma-Bucarest, Carmine Alfieri.
Nessuna sorpresa. Nell’attesa di Iliescu, per una settimana l’inviato speciale era stato preso in consegna dai servizi rumeni. Gentilmente, con gite ai Carpazi e altrove, da una gentile signorina bionda poliglotta. Nonché da un connazionale di nessun mestiere, un gigante biondo con molte donne al seguito, una delle quali gli stava dando una bambina e lui si proponeva di sposare, tra le amiche felici per lei, con ufficio in centro, piccolo ma vuoto, senza targa né altro segnale di attività, dove scarabocchiava su carta intestata col tricolore e motti dei Carabinieri. Come uno di quelli che avrebbero voluto ma l’Arma non li ha presi. Oppure uno in servizio permanente effettivo sotto copertura all’estero, il nostro agente a Bucarest. Riccioluto, miope ma senza occhiali, e molto eretto: un giovane ufficiale dei Carabinieri in borghese. Magari aveva proprio l’incarico di seguire gli andirivieni di Alfieri. Ma perché allora non lo arrestavano, un così temibile capo camorra?
Fu il cruccio del soggiorno in Romania. Per il resto concluso felicemente: Iliescu, occhiali scuri grandi permanenti sugli occhi, riuscirà rapidamente a portare la Romania nella Ue. Dieci anni dopo era cosa fatta, e senza norme transitorie – Iliescu già sapeva che le decisioni in Europa si prendono a Berlino. Il cruccio invece era ignoranza: lo specialista di politica estera non si occupa di cronaca nera.

Succede – succedeva nel giornalismo fino a qualche tempo fa – di non occuparsi mai di alcune cose: chi faceva cronaca giudiziaria non si occupava di politica estera, per la quale ci vogliono le lingue. O viceversa: lo specialista di politica estera non si occupava di giudiziaria. Felicemente, bisogna dire – la giudiziaria è un trojajo.
Una sola volta è capitato di dover fare la giudiziaria, ad agosto del 1980. Un po’ per sostituzione estiva – d’agosto i giornali sono sguarniti – e un  po’ per tribalismo, consumandosi il fatto in Calabria. Il giudice Francesco Colicchia, dirigente pro tempore del Tribunale di Reggio Calabria nella sessione feriale, mise in allarme i cassieri d’Italia. Imponendo che si registrassero tutti i versamenti o i ritiri in biglietti da centomila. Irriso unanimemente, il giudice Colicchia si difese con  semplicità: “Si sta per effettuare il pagamento di un riscatto e devo poter arrivare ai rapitori”.
Era a parlarci di spirito vivacissimo, il dottor Colicchia, e coraggioso. Nel gennaio 1978 aveva fatto condannare una ventina di ‘ndranghetisti teorizzando il delitto di associazione mafiosa, che trovava molti ostacoli al riconoscimento giuridico. Quell’anno i rapimenti di persona scesero da una media di 8-10 l’anno a 1. Il colonnello dei Carabinieri Morelli, che comandava la Legione di Reggio Calabria, agevolò molto il lavoro del cronista. Di cui approfittava, quasi segregandoselo, anche lui, per perorare come Colicchia il delitto di concorso in associazione mafiosa e il controllo dei conti bancari. L’associazione mafiosa fu poi introdotta, nel 1982, con la legge La Torre-Rognoni, ed è costata la vita al suo proponente, il deputato siciliano del Pci.
Il giudice Colicchia morirà anche lui pochi anni dopo. Dicono di crepacuore. Una cosca di Seminara, il suo paese, sotto processo per un rapimento di persona, ottenne il trasferimento del giudizio da Palmi a Reggio, e Colicchia, cui toccò di giudicare il caso, li assolse. Poi morì. Il colonnello Morelli ha dovuto lasciare l’Arma, perché bloccato nella carriera. Il sostituto Procuratore della Repubblica Guido Papalia, un amico d’infanzia che fu di grande aiuto anche lui nella piccola inchiesta, inviso ai maggiorenti della Procura e del Tribunale perché indagava la corruzione in affari di Raffaele Ursini (il famoso impianto Liquichimica della bistecca sintetica a Saline Joniche, che dopo quarant’anni ancora fa danni, milioni persi ogni anno), dovette lasciare Reggio, e optò per Verona. Le mafie portano sfortuna.

Alfieri in realtà era già stato arrestato, l’11 settembre del 1992, e all’epoca dell’intervista probabilmente era un pentito. I collaboratori di Iliescu insistevano che da tempo Alfieri viaggiava liberamente a Bucarest. Naturalmente potevano barare. Anzi, senz’altro baravano, per loro scopi reconditi. Ma perché inventarsi proprio Alfieri, che ai più, anche non giornalisti di politica estera, era sconosciuto? Volendone fare un romanzo, Galasso e Alfieri sarebbero camorristi infiltrati dei servizi segreti “buoni”.

leuzzi@antiit.eu

Se colpevole è la Cassazione

Sentenze irrituali e anche illegali, quella dell’assassinio di Garlasco dopo quella di Perugia (ma anche la sentenza Berlusconi, e altre minori, troppe), confermano nella Cassazione un aeropago autoreferente – oltre che onusto di privilegi materiali. Di giudici arbitrari. Quando non felloni, di logge, partiti, cordate - le ombre sono consisterti specie nel caso di Perugia, influenzatissimo dall’avvocato Pina Bongiorno e dai suoi referenti culturali e politici.
Una Cassazione che entra nel merito invece che nella forma, come dovrebbe. E che nel merito non condanna- assolve per dati certi, univoci e concordanti, ma a proprio insindacabile giudizio.
Questo arbitrio si produce nel silenzio della magistratura. Che in questa Cassazione evidentemente si identifica. E degli organi di controllo, il Csm e la presidenza della Repubblica. 

Guardarsi sopravvivere

Un digesto della propria vita, densa e avventurosa, è il racconto del titolo. Di uno scritore che morirà poco dopo di tisi a 29 anni, nel 1900. Dopo avere rinnovato il giornalismo di guerra, da inviato senza soste dappertutto dove c’erano conflitti. Nonché la prosa e la narrativa anglosassone,  introducendovi i temi del naturalismo e l’esposizione semplice, diretta - dialoghi, parole, psicologie.
Inviato a Cuba come corrispondente di guerra, restò per trenta ore su un dinghy in prossimità dell’isola, dopo l’inabissamento della nave di trasporto, la “Commodore”, in compagnia di altri tre naufraghi, uno dei quali morirà prima del salvataggio. Crane racconta il naufragio con apparente cinismo, che è invece il prezzo del rivolgimento che attuava nella narrativa.
Gli altri due racconti della piccola raccolta, “Fuga a cavallo” e “Flanagan e la sua breve vita di filibustiere”, confermano l’inquieta mobilità della sua stessa “breve vita”. Nono figlio sopravvissuto, su quattrodici, di un padre pastore metodista, Crane scriveva già a quattro anni, e a sedici aveva pubblicato i primi articoli. A 22 anni debuttò con lo zoliano racconto “Maggie”, una figlia perduta della Bowery, i “bassi” di New York, e a 24 scalò il sucesso col “Segno rosso del coraggio”, il miglior racconto della guerra civile americana, che naturalmente non aveva vissuto.
Stephen Crane, La scialuppa, Il Sole 24 Ore, pp. 79 € 0,50

sabato 12 dicembre 2015

Ecobusiness a Parigi

Inverosimili copricapi d’inverosimili capi indiani e vecchi beatnik col codino declinano la morte del pianeta a Parigi. Ma la kermesse non è stata di parata, dietro il folklore c’è un business solido. E oggi sono tutti contenti coi cento miliardi da spendere nei paesi del “Terzo mondo” – a Parigi c’è ancora il Terzo mondo…
La morte del pianeta sarebbe evitata nell’immediato, e di colpo, abolendo il motore a scoppio: basterebbe l’idrogeno, o altra miscela non fossile, e l’aria torna subito pulita, il surriscaldamento stpopato. Ma questo non era in agenda, non si fanno ricerche di combustibili alternativi. Si investe – soldi pubblici – per ridurre le emissioni nocive dopo averle prodotte e non per evitarne la produzione. Il resto – la deforestazione, le mascherine, etc. - serve a duper le bourgeois, sempre tenero di cuore, perché apra il portafoglio contento.
Gli obiettivi restano vaghi, gli impegni imprecisi, tutto ciò che serve è creare un po’ di panico che giustifichi presso l’opinione pubblica l’impegno di ingenti risorse pubbliche per il business. Obama lo ha detto all’apertura: “Mostriamo agli affari e agli investitori che l’economia globale è sul cammino stabile per un futuro a basso carbonio. Ci sono centinaia di miliardi di dollari pronti all’uso in giro per il mondo se avranno il segnale che abbiamo intenzioni serie. Mandiamo quel segnale”. Era questo il messaggio del primo presidente americano che lanciò l’industria dell’antinquinamento: Nixon, appena eletto, fine 1968.
A Obama ha fatto eco il giorno dopo Ban-ki-moon, il segretario dell’Onu: “Affari e investitori si aspettano un forte accordo a Parigi che mandi al mercato i giusti segnali”. E il segretario di Stato Kerry il giorno successivo: “Quello che stiamo facendo è mandare al mercato un segnale straordinario”.

Recessione – 44

Ancora brutte notizie:
Il pil rallenta, la crescita sarà dello 0,7 e non dello 0,9 per cento – poi l’Istat ha detto dello 0,8, ma con tendenza allo 0,7.

Dal 2012 al 2014 il calo del reddito familiare, nell’indagine della Banca d’Italia, è stato dello 0,2 per cento. Minimo, ma ancora attivo. Anche per il 2015 il reddito familiare del campione, 8 mila famiglie, subisce un’erosione. 

Ma il reddito reale è diminuito molto di più, come ognuno può constatare, sia lavoratore o pensionato o redditiero. Seppure in un equiibrio dei prezzi detto di deflazione. Tra il 2006 e il 212 la caduta del reddito familiare è calcolata da Banca dItalia al 15 per cento

Continua ad aumentare la quota di individui “a basso reddito”  - a fine 2014 al 22,3 per cento. Sono in questa categoria le persone con un reddito inferiore a 800 euro al mese.

Vanno meglio i pensionati-pensionabili, peggio i giovani: “In termini reali, la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia tra i 18 e i 34 anni è meno della metà di quella registrata nel 1995”, vent’anni fa. “Mentre quella con capofamiglia di almeno 65 anni è aumentata di circa il 60 per cento”. Ma in riduzione anch’essa nell’ultimo quinquennio.

Si moltiplicano a Roma le piazze vuote, quella aperte dall’ex sindaco Marino nella sua forse ingenua ecologia – si sgombrano le piazze delle macchine per aprirle in al commercio.  Bar, ristoranti e atri esercii non le occupano, gli affari sono in netto calo.

Ma quelli dei call center che chiamano due e tre volte al giorno per conto di Telecom sono occupati o disoccupati?

Sotto la pelle, Boccaccio a Napoli

Si può dire Malaparte, nazionalista e molto fascista, un disfattista. Sono suo i tre libri in assoluto più disfattissti delle guerre italiane, “La rivolta dei santi maledetti”, “Kaputt” e “La pelle”. Da “antitaliano”, il prototipo. Ma questi racconti della “Pelle”, riletti, sono poco politici e non antitaliani. Non compassionevoli e anzi oltraggiosi, la prima Napoli ferita a morte, subito, alla Liberazione. Vissuta come una peste. Un decameroncino obbrobrioso, di turpitudini. Allora. Che oggi fanno sorridere.
Liliana Cavani, che ne fece il film nel 1981, trovava “La pelle” veritiera e per nulla grottesco e volutamente oscena, spregiativamente. Ma alla rilettura resta solo il divertimento. Tutti si vendono o sono venduti, donne, ragazze, bambini, adulti. Ma niente di tragico. Nemmeno di drammatico. Una sorta di umorismo ubuesco, anche nelle fanfaronate da piccolo spaccone, la familiarità col generale Clark, eccetera. Da unico italiano, quasi, che marcia con l’esercirto liberatore, “dal 1943 al 1945”.
Malaparte scrive “La pelle” dopo il successo di “Kaputt”, nella stessa vena, seppure ambientato alla Boccaccio attorno alla “peste”, figurata e non, e in una Napoli che per Malaparete è sempre lo sfondo di Boccaccio, non inconsapevolmente. Solo che gli aneddoti non sono sorridenti, ma tristemente osceni e forse disperati. Di uno scrittore che voleva esere un protagonista e quasi un capopolo, e alla fne si ritrova solo brillante. Mentre prapara un volume di polemica “antipretesca, antiborbonica, antinazionale”, che vorrebbe imporre all’editore col titolo “Batticulo” – poi sarà “Battibecco”.
È la riedizione Adelphi del 2010 nei tascabili. Con una nota al testo dei curatori, Caterrina Guagni e Giorgio Pinotti, che è un altro racconto: di un dopoguerra in cui nulla è cambiato, senza soluzione di continuità, anche se ci sono stati una guera civile, una guera perduta e il fascismo. È su questa tela di fondo, forse, che i racconti di Malaparte si rileggono surreali, volutamente eccessivi: è successo qualcosa?
Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi pp. 369 € 13

venerdì 11 dicembre 2015

L’Europa vincolo ostile

Intervistato da Daniele Manca, il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, traccia un’Europa al di sotto di ogni sospetto. Balorda più che rigorosa. Senza attaccarla, semplicemente mostrando cosa è divenuta. Le banche in crisi? L’“Europa” ha proposto tre alternative: 1) farle fallire, uno sproposito, 2) salvarle privatamente, ma esponendo l’Italia a una causa (procedura) per illegalità; 3) salvarle con aiuti pubblici, ma esponendo l’Italia a una multa di eguale ammontare.
Poiché altri paesi hanno salvato banche per 250 miliardi di euro, e non per 350 milioni, è però evidente che questa Europa solo in Italia è temibile. Questo per effetto di un certo tipo di informazione, che ipostatizza “Bruxelles” come un potere ordinante  incontestabile. Ma questa Europa è quella che l’Italia democristiana ha teorizzato come “vincolo esterno”. Anche la Banca d’Italia: da Carli fino a Ciampi e Draghi, e ora a Rossi. La burocrazia può essere confusionaria e incapace ma non è ostile. La Commissione di Bruxelles siamo noi.

Fisco, appalti, abusi (80)

Operazione chiaramente in dumping, quella dei supermercati 24 ore. Localizzati in centri commerciali, vaste superficie, per le quali bisogna spendere molto per la vigilanza, parcheggi inclusi, l’illuminazione, gli straordinari notturni.  A fronte di vendite irrisorie. Ma per mettere fuori gioco piccolo commercio e autonomi. Una liberalizzazione oligopolista.

Si fanno firmare diecine di volte diecine di fogli illeggibili in banca per la sottoscrizione di un fondo o di obbligazioni subordinate. Senza specificare i costi, in commissioni, spese, deposito. Con questo solo fine: mettere in parallelo un profilo utente che non combacerà mai col profilo di rischio della sottoscrizione, per quanto questa sia a reddito zero e anzi negativo, considerati i costi ricorrenti, per poi per argomentare, come sta succedendo per le banche fallite, se il profilo investitore e l’attestato di rischio della sottoscrizione non combaciano, che la colpa è del risparmiatore in negligendo. E per esimere la banca da qualsiasi responsabilità perché vi dichiara in anticipo che è in conflitto d’interessi.
L’imbroglio è legale, con l’approvazione delle varie Autorità, del risparmio, della privacy, della vigilanza bancaria, della magistratura.
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Piazza di Spagna a Roma è recintata e chiusa da due mesi per un restauro di cui non c’era bisogno e di cui non si vede traccia. Senza nemmeno un cartello indicatore: non si sa a opera di chi e a che fine. Una enorme struttura nuda, transennata e variamente ricoperta di “opere provvisionali”. L’appalto è di queste opere provvisionali, l’affitto di qualche tubo innocenti e trave di legno?

Il commissario al Comune di Roma blocca la circolazione per i mezzi privati a causa dello smog il giorno in cui scioperano i mezzi pubblici. Con la ztl chiusa, al contrario della norma che la prescrive aperta i giorni di sciopero di mezzi pubblici. Con segnalatore spento, per moltiplicare le multe. Senza peraltro un vigile per strada.  

Il commissario al Comune di Roma Tronca si era appena insediato, i suoi subcommissari non avevano ancora assunto le loro competenze, ma già nei quartieri di periferia era riapparso l’aggiustatore, il vecchio signore delle tessere, un politico-avvocato-ragioniere-mediatore, che gratuitamente media e facilita le pratiche. Assistenza, sussistenza, sanità, accompagno, Inps, social card.

Sono alcuni anni che la Juventus, la squadra di calcio quotata in Borsa, fa il record degli incidenti muscolari tra i suoi atleti. Colpa del centro sportivo di Vinovo, che è troppo umido. Ma questo non si dice, in colpa è la preparazione atletica, l’uso sbagliato degli atleti in gara, l’alenatore. Come fanno i bilanci le squadre di calcio quotate in Borsa?

Letture - 238

letterautore

Dante – È stato all’Indice dei libri proibiti dalla chiesa, col “De Monarchia”, prontamente nel 1559, appena l’Indice fu creato a Roma da Paolo IV – ma già era all’Indice a Venezia, a Parma, in Spagna, e in generale da sempre sospetto a canonisti e teologi. E c’è rimasto fino a recente, fino all’abolizione dell’Indice stesso. Prima dell’abolizione c’era stata una riabilitazione del “De Monarchia”, ma senza la cancellazione del libro dall’Indice. L’aveva pronunciata il papa Benedetto XV nel 1921, anno dantesco, per i seicento anni dalla morte. E a fine 1965, altro anno dantesco, dopo la conclusione del Concilio Ecumenico, da Paolo VI, con contorta prudenza.
L’Indice ha lambito anche la prima cantica della “Commedia”, l’“Inferno”. Non direttamente, e tuttavia insistentemente. Mettedo all’Indice vari saggi che trattavano dell’“Inferno” - tra essi “La commedia illustrata” di Ugo Foscolo, pubblicata a Londra nel 1825. E con qualche ombra sul canto IV, il castello degli “spiriti magni” del passato classico nel limbo.

È un imperialista repubblicano. Nella “Commedia” e nel “De Monarchia”. Con lodi perfino esagerate di Catone, il grande oppositore di Cesare nel nome della patria repubblicana, ma senza condannare Cesare. Di cui anzi Giustiniano nel “Paradiso” tesserà l’elogio – dopo esse4rfsi presentato quale “Cesare fui e son Giustiniano”. Come un prima e un dopo, ma non in antitesi, anche se si sono combattuti.
Una concezione politica apparentemente bislacca: la società e la storia repubblicane che preparano l’impero. Ma non superficiale: il tema dell’unità (impero), dello stato o nazione mondiale, era stato e sarà oggetto di molte utopie.

D’Arrigo – Il suo opus di una vita, “Horcynus Orca”, concepisce come un nostos, il ritorno. Nella dedica alla riedizione, nello “Specchio” Mondadori, 1978, della raccolta poetica “Codice siciliano”: “A Jutta\ da questo lontano principio\ del nostos horcyniano”. Da “siciliano emigrato”, sia pure solo a Roma, Un richiamo di fonemi, odori, sapori, luci, venti, miti, così in effetti si potrebbe leggere “Horcynus Orca” - “In sogno volo\ sul mare ventilato dalla luna”.

Lettura  - “Aborro quasi tutto ciò che leggo”, Leibniz ebbe a scrivere a un amico. E non viveva in questo millennio. Può essere esercizio faticoso.

Mogli – Anche Kurt Vonnegut era sua moglie, l’intrepida Jane, rivela il “New Yorker. Da cui forse per questo lo scrittore poi si separò. Dopo il successo, a lungo cercato senza esito, finché Jane non s’inventò la formula narrativa del “Mattatoio n.5”. Ginger Strand, cui si deve “The Brothers Vonnegut: Science and Fiction in the House of Magic”, cultrice quindi della materia, spiega che Vonnegut fu infine  scrittore con e grazie a Jane. Specie per il suo primo coinvolgente racconto, il “Mattatoio”.  Jane è anche la Alice di “Slapstick – Alice storica era la sorella di Vonnegut, di cui Jane e Kurt adottarono i quattro figli alla morte prematura, in aggiunta ai tre che già avevano - la “troppa famiglia” portò subito dopo Kurt all’allontanamento da Jane fino al divorzio.

Mussolini imperatore È opera satirica di Marco Ramperti, futurista, fascista, benché sarcastico con gli “intellettuali di regime”, e repubblichino, fino alla condanna per collaborazionismo – sedici anni (non espiati grazie all’amnistia di Togliatti qualche mese dopo). Opera del 1950. Contro Mussolini – “mai avuto amor pel dittatatore  d’Italia” - e contro i converiti all’antifascismo dopo la Liberazione.

Dopo l’amnistia, Ramperti poteva fare il giornalista per Rizzoli, ma scelse di vivere barbone alla stazione Trmrini, vendendo sigarette di contrabbando.


Napoleone – Non ha avuto buona stampa, eccetto che in vita. Né celebrazioni: gli scrittori che più lo ammirarono, in un secondo momento si sono pentiti. Stendhal si provò più volte a scriverne la vita, anche per ragioni di bilancio, nella Restaurazione il genere andava, ma no se la sentì. Lo ammirava in vita, ma poi ebbe qualche ripensamento. Manzoni ne fu entusiasta, nel quadro del suo francesismo di gioventù. Il “Cinque Maggio” non pubblicò per non insospettire gli austriaci a Milano, e poi lo fece sotto pseudonimo, tanto lo riteneva elogiativo. Ma già al tempo dei secondi “Promessi sposi”, 1840, se ne era deluso: non un liberale né un rivoluzionario, solo un generale della “guerra lampo”, si sarebbe detto poi. E lo accomuna a  Cesare, che non ha in simpatia, come tutti i dittatori.  Tostòj lo ridimensiona già mentre ne scrive, nei quattro-cinque anni di gestazione di “Guerra e pace”. I grandi letterati, arrivati a lui sul’onda del’entusiasmo popolare, finivano per scoprirne le debolezze. 

Pasolini  - Non ci sono stati studi per il quarantennale, tra i tanti che ingombrano le librerie, e non si pubblicano ricordi e ricostruzioni (per esempio “Come non ci si difende dai ricordi” di Nico Naldini), sulla sessualità di Pasolini, che pure  ebbe tanto peso nella sua vita e lo ha nell’opera. Una sessualità ossessiva ma limitata a rapporti a pagamento. Che peraltro sembra esaurire tutta la carica erotica: niente amori, niente amicizie.  Con una distinta propensione sadica da ultimo, come rifiuto (vergogna, peccato) della sessualità stessa, ridotta a potere, nei film “Salò Sade” e nel progettato “Porno-Teo-Kolossal”.

Salò-Sade” fa una parodia del nazismo, della forza come castrazione, della degradazione dei giovani e del corpo, che però ne è un elogio. Violento. Al modo, tolta la merda, di Leni Riefenstahl, che è proibito vedere: le vittime fa bei santi Sebastiani, mentre il nazismo era feroce, con i deboli. E gioca con la magia, intima al nazismo, il numero quattro che ha preso da Zolla innocente, il simbolo della croce. Monumentale prospettando come sacrale, altro nazismo.  E turgori che solo si animano tra cuoio e misteri. Per l’assonanza Salò-salaud, da dannunziano modesto? Ma c’è compiacimento.

Verosimiglianza – “Uno sguardo dal ponte”, sia al cinema che in teatro, anche nella ripersa in corso a Roma, “aggiornata”, è storia improbabile. Anche quando è molto ben recitata, sia nel film di Sidney Lumet sia in questa rappresentazione di De Capitani. Improbabile un dramma centrato sulla gelosia di un portuale italo-americano verso i giovani immigrati suoi ospiti. Geloso del rapporto di uno di essi con la sua giovane nipote, che sospetta inteso strumentalmente, per ottenere la cittadinanza americana. Una gelosia talmente acuta da restarne vittima. E tuttavia Arthur Miler si è basato un fatto di cronaca.

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Il romanzo freddo di Darwin

Un’avventura, anche questa, ma fredda. Da manuale scolastico, del darwinismo: “Questi sono i nostri antenati, e la loro storia è la nostra storia. Ricorda che, come sicuramente un giorno siamo scesi dall’albero e abbiamo camminato eretti, con la stessa certezza, molto tempo prima, abbiamo strisciato fuori dal mare e affrontato la nostra prima avventura sulla terra”.Con una presentazione molto accurata, una sorta di sacra rappresentazione laica del catechismo darwinistico. Di un Jack London trentenne, nel 1906, ma già famoso con le avventure della foresta – “Prima di Adamo” uscì a fogliettone, nell’“Everybody’s Magazine”, nel 1906-907. Un ragazzo si fa raccontare, come in sogno, da un alter ego umanoide, Orecchio Pendente, il passaggio dal popolo delle Caverne al popolo del Fuoco, fra tranelli e violenze, e poi dal popolo del Fuoco al popolo degli Alberi. Una lotta per la sopravivenza in cui vince il più evoluto, a mezzo dello sterminio. Un darwinismo po’ terrificante, dopo gli stermini recenti.
Jack London, Prima di Adamo, Leone, pp. 160 € 12
In lingua originale free online

giovedì 10 dicembre 2015

Contro l’Is sunnita ribaltamento delle alleanze

Dentro la Russia e l’Iran, fuori, se necessario, le petromonarchie del Golfo, con la Turchia di Erdogan  C’è qualcosa di drammatico nell’annuncio americano della guerra all’Is, che i mercati hanno recepito immediatamente: non è una guerra contro una guerriglia, per quanto munita, è un diverso schieramento internazionale, e quasi un rovesciamento delle alleanza stabilite da lungo corso. Su questo presupposto: la crociata sunnita che i re e regnicoli della penisola arabica hanno alimentato, e Obama ha finora sostenuto, non funziona ed è pericolosa. È la presa d’atto che l’Is non è una banda di guerriglieri ma uno schieramento e una politica, come tutto da tempo indica, finanziamenti, armamento, comunicazione.
L’annuncio americano è sicuramente di una svolta. Il “discorso importante” fatto attendere dalla presidenza per tutta la domenica. Il tono e l’occasione solenni scelti dal ministro della Difesa Ashton Carter per dirlo al Congresso. E la reazione molto negativa dei mercati, appunto, per gran parte  alimentati dalle petromonarchie. Più di un segnale concorre a definire la scelta di Obama una svolta. L’attivismo sunnita avendo creato scompensi rischiosi nel Medio Oriente, Turchia inclusa, e il Nord Africa, e un terrorismo inaccettabile in Europa e in America.
Le ragioni per una svolta sarebbero economiche, oltre che politiche. La decisione saudita di ridurre i prezzi inondando il mercato di petrolio, al fine di conservare le quote del mercato stesso, ha messo in difficoltà la Russia e gli Usa – l’importante industria del petrolio da scisti bituminosi, che avrebbe dovuto dare l’autonomia energetica al Nord America. I petrodollari, che da quarant’anni sono un pilastro dei mercati finanziari mondiali, non avrebbero più lo stesso peso a fronte della crescita asiatica, e della convertibilità dello yuan cinese – i capitali arabi hanno un peso rapidamente  decrescente nella finanza globale

I mercati finanziari hanno reagito all’annuncio con quattro giorni di flessione. Pur in presenza di dati monetari espansivi: la Bce ha ridotto i tassi, la Fed non ha pratica l’annunciato aumento. Il semicrollo si ritiene l’effetto dei timori di sganciamento politico in Europa e negli Usa dalle petromonarchie.

Il falso problema Assad

La coalizione anti-Is non prende corpo attorno a Assad: si ha bisogno della Siria, come logistica e hinterland di manovra, ma senza Assad. Razionalmente, sarebbe un modo come un altro per dire: non vogliamo la coalizione – quando si fa la guerra s’imbarcano gli alleati, se utili o necessari, non si scelgono. Di fatto, è uno dei tanti segni della confusione pre e post-attentati, in Europa e negli Usa.
La persona di Assad non conta niente: comunque vada a finire per lui è già finita. Resta come garante delle forze antidivisione della Siria e antisunnizzazione della Siria stessa. Con i soldi e sotto la ferula saudita. Che la Siria guata come porta alla sunnizzazione del Libano, contro la minoranza cristiana e la maggioranza sciita. Di cui farsi una Svizzera araba, più a portata di mano che Ginevra, Londra, Montecarlo e Marbella, non più cristiana ma sunnita.
Attorno a Assad resta quel poco che resta del partito delle forze armate che ha governato la Siria per
sessant’anni. Che volentieri, se riuscirà a sconfiggere il temibile Is, farà a meno di Assad – Assad non è altro che il segno del bonapartismo siriano.

Ritorno al bonapartismo

In Libia e in Siria, come già in Egitto, si cerca un generale - un risolutore. E se necessario anche in Irak, se il regime eletto non sarà in grado, come sembra, di superare le sue divisioni paralizzanti, le fazioni etniche, religiose, e tribali.
Dopo le primavere arabe, si torna al regime politico paramilitare che ha stabilizzato il Medio Oriente per mezzo secolo, a partire dal nasserismo in Egitto, 1954-1956 - e prima ancora del kemalismo in Turchia, la prima modernizzazione di un paese islamico. In assenza di una forza politica affidabile, si cerca nelle forze armate il fulcro di uno Stato in grado di contenere le spinte faziose e imporre la modernizzazione politica dell’islam stesso.
Non ce n’è una dottrina, ma le coalizioni per la Siria e la Libia si muovono in questa prospettiva. Non c’è altra soluzione che militare, e non c’è all’interno una forza politica su cui fare affidamento. Obama, che è all’origine del rigetto del bonapartismo in favore delle primavere, accede al ritorno al bonapartismo nel momento in cui fa dichiarare dal Pentagono la guerra necessaria. Il rinnovato intervento Usa in Irak va anch’esso in questa prospettiva, benché legato per la facciata a un invito del governo iracheno. 

L’islam fa paura all’ortodossia

La Russia ha lunghi tratti di frontiera con popolazioni e stati islamici: lo sterminato Kazakistan nella parte asiatica, l’Azerbaigian nel Caucaso, la Turchia nel Mar Nero, l’Iran e il Turkmenistan sul Caspio. Una frontiera che nella sua storia recepisce come aggressiva. E ha al suo interno la più alta percentuale di popolazione islamica dell’Europa: fra l’8 e il 16 per cento, a seconda delle stime, fra dieci e venti milioni di praticanti.

L’ortodossia per lunga esperienza, prima e dopo la caduta di Costantinopoli, non gingilla con l’islam come fa il Vaticano col dialogo delle fedi (sorde). Sia quella russa che quella greca. Il fiato dell’islam avendolo sempre avuto sul collo, non misericordioso. 

Problemi di base - 256

spock

Pensare è essere (Heidegger)?

Pensare è una tragedia greca (id.)?

Tutto quello che inventiamo è vero (Flaubert)?

Tutti vedono la differenza tra bene e male, ma alcuni agiscono male (Kant)?

O non lo diceva Petrarca: “Veggio ‘l meglio et al peggior m’appiglio”?

Oppure Ovidio: “Video meliora, proboque, deteriora sequor”?

E poi l’Orlando innamorato: “Io vedo il meglio ed al peggio m’appiglio”?

Non lo dirà anche Foscolo: “Conosco il meglio ed al peggior mi appiglio”?

I mussulmani non potrebbero aspettare qualche annetto, se tra due generazioni ci saranno solo loro in Europa?

spock@antiit.eu

Renzi alla sfida con la Ue, e la Banca d’Italia

Palazzo Chigi fibrilla, la sfida di Salvini  è temuta (“l’Etruria ha pagato la Leopolda?”), i 10 mila obbligazionisti subordinati montano a  forza schiacciante. All’improvviso, quello che sembrava un problema secondario, il salvataggio delle quattro banche commissariate, è cresciuto tra i collaboratori di Renzi a boomerang politico di prima grandezza. Tanto più per l’accostamento, che non mancherà, della famiglia Boschi a una delle banche salvate, l’Etruria.
Si fa anche un calcolo dei costi. Gli obbligazionisti subordinati, quelli che perdono tutto senza averci nessuna colpa, avrebbero titoli per 350 milioni. Più o meno, si dice, la somma in bilancio per il regalo di 500 euro ai diciottenni – una decisione di Renzi che non piace nel palazzo del governo.
Resterebbe il veto europeo. Ma anche questa sfida si dice che Renzi potrebbe lanciare con esito favorevole: o ha ragione la Banca d’Italia e torto la Ue, e l’Italia si prende una rivincita sui due pesi e le due misure di Bruxelles che Salvini continua a denunciare. Oppure ha ragione la Ue, e allora Renzi si libera di una Banca d’Italia che ha vigilato poco e male, come vuole la Ue, e non ha trovato la soluzione giusta

Il giubileo dell’assenza – 2

Si fa strada infine nelle cronache romane la verità del giubileo, che pochi sono venuti – mentre i romani si sono eclissati, nelle seconde case o a domicilio. Solo “il Messaggero” aveva scritto le cose come stavano: “Giubileo senza folla”, “Via della Conciliazione, solitamente un prolungamento della piazza S.Pietro, era vuota”, e la stessa piazza del colonnato, benché dimezzata dalla messa all’aperto e i posti riservati .
Oggi i grandi giornali prendono atto dell’assenza, anche se come improbabile “effetto Is sul Giubileo”; “Il giorno dopo è peggio del debutto”. “In fuga dal Giubileo”, “Tanta polizia e pochi fedeli”. Poche migliaia all’udienza del mercoledì che papa Francesco ha voluto in piazza San Pietro invece che nella sala Nervi , troppo lussuosa?, senza file ai metal detector.
“Il Messaggero” è il solo giornale che per il ponte aveva impegnato un cronista? Le cronache purtroppo si fanno sulle agenzie, le quali si fanno sui comunicati stampa.Nessun giornalista cammina più, e il tassì i giornali non lo pagano più.

Ma c’è anche una pervicace insistenza dei grandi giornali, suppostamente laici, a ridimensionare il flop. Oggi è il giorno delle lamentele dei commercianti. “Meno 60 per cento di vendite rispetto all’anno scorso”, tuona “il Messaggero”, a piena pagina. “La Repubblica” ci fa poche righe e dà la flessione “tra il 5 e il 30 per cento”.