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domenica 17 luglio 2016

Miracolo Erdogan, laico

Questo Erdogan fa di tutto per ridicolizzarsi. Vittima di un golpe per burla, nel paese dei golpe militari periodici. “Si salva” grazie ai social, di cui vuole proibire l’uso - e dove ci arriva proibisce: carcera, condanna, esilia. Posta squadristi che manganellano in posa soldati di leva inermi. Impone l’islam, di cui non è praticante – meno di lui la moglie mogliettina, che esibisce ipertruccata. Fa il moralista essendo un corruttore e un nepotista. Ha inimicato alla Turchia tutti, e ora ci prova anche con gli Usa, che per settant’anni ne sono stati il baluardo, con il debole islamizzante Obama. Bombarda l’Is e i nemici dell’Is, dopo averci commerciato lautamente per un paio d’anni. Governa con le bombe, ora contro i curdi, che sono un quarto della popolazione. Ammazza e fa ammazzare gli oppositori. Carcera i giornalisti e caccia i giudici. Che altro? Non c’è bisogno di allungare la lista, nessun dubbio su chi è.
Questo Erdogan eccede ogni lista di malefatte. Non c’è dubbio che è un dittatore, violento. Che ogni tanto si fa plebiscitare, attraverso elezioni che controlla occhiuto. E invece è rispettato e protetto. Non solo in Italia, anche in Francia, in Gran Bretagna, in Germania, e perfino negli Usa,  o in Russia. È solo questione di massoneria? La santità potremmo allora aggiungere alla lista, laica.  

Furbexit

C‘è altro di cui occuparsi nel mondo, ma il Brexit non andrebbe lasciato perdere. Dove tutto sembra una furbata, una montatura di gente furba, presa al suo laccio, che però non demorde. Il tipo Grande Scuola (“public school”), poco capace ma votato a grande destini, predestinato.
E sono i “vincitori” al referendum che lasciano la politica perché hanno vinto, Johnson e Farage. Salvo tornare, è il caso di Johnson, addirittura come ministro degli Esteri. Impossibile non vederci un gioco delle tre carte. Andato male. Per ora, perché, appunto, l’inglese non si arrende. Ma anche i perdenti, Cameron, May: a che gioco giocano?
I brexisti erano certi del no. Cameron e sodali puntavano a uno statuto privilegiato. A concessioni. E le avevano anche avute. Solo che, al momento di farne tesoretto politico, di vantarsene, gli operosi ingenui sassoni tolkieniani li hanno presi sul serio, e hanno provocato il patatrac. Ma è solo l’inizio della storia: ora altre concessioni serviranno, Theresa May lo ha anche detto E saranno ottenute: qualcosa come uno statuto privilegiato per le tante rappresentanze extraeuropee nella City, il collocamento dei surplus agricoli, controlli anti-immigrati, etc. Senza ricatti, no.

Mussolini scrittore, della Grande Guerra

Si ripubblica il diario pubblico di guerra tenuto da Mussolini, bersagliere semplice al fronte fino al ferimento, tra dicembre 1915 e febbraio 1917. Un testo recuperato da Mario Isnenghi nel 1989, dopo averlo volutamente trascurato nella sua opera cardinale sulla Grande Guerra, “Il mito della grande guerra. Da Marinetti a Malaparte”, 1970 – Isnenghi lo ripropone ora, con un’introduzione, dal Mulino.
Il lungo saggio di Alessandro Campi, che correda il testo anche di molte note , storiche e ritiche, ne fa la riedizione forse migliore fra le tante che vengono proposte. La sua lettura è anche la più centrata – a parte la convergenza sull’apprezzamento di Isnenghi, che si tratta di una cronaca delle più incisve e fresche della vita di trincea: Mussolini è già un politico, lo è sempre stato, e ben patriota, interventista benché socialista, ma non ancora un capopolo, ed è giornalista, coscienzioso.  
Benito Mussolini, Giornale di guerra 1915-1917, Rubbettino, pp. 344 € 16

sabato 16 luglio 2016

L’estremismo islamico non esiste

Le dimissioni polemiche dell’imam Hocine Drouiche, vice-presidente delle guide islamiche in Francia e candidato alla Grande Moschea di Parigi, dopo la strage di Nizza conferma quello che non si vuole sapere – “troppa ipocrisia”, si finge di non sapere che “l’estremismo islamico non esiste” per le autorità religiose islamiche. La taqiya, la dissimulazione, è virtù che l’islam premia, e gli imam non se ne privano: diranno, qualche volta, che condannano i terroristi, e che il terrorismo non è islamico, ma non se ne occupano, a loro preme la decima, e semmai gli animi eccitarli, con qualche predica, e non ammansirli. Ma con troppa disinvoltura.
Il problema non sono gli imam. Che al più sono solo una spia. Di un’integrazione che non può essere quella corrente, in Francia e Belgio, e in Gran Bretagna: octroyée, si diceva un tempo, buttata lì come una concessione e un premio. L’integrazione dev’essere voluta e meritata. A pena del rifiuto, anche se non violento e diffuso come in Francia e Belgio ultimamente, isolatamente e in gruppi.
Il rifiuto di molti mussulmani, giovani, di seconda e terza generazione europei, con troppi casi di brutalità, non è eccezionale – in certo senso gli imam francesi hanno ragione. È assimilabile al rifiuto, incondizionato in quel caso con buona ragione, della civiltà che si imponeva con le colonie. Il”problema” immigrazione e integrazione va rovesciato: l’assimilazione non va concessa ma va conquistata.
Un processo lento di assimilazione evita anche la costituzione di “luoghi” del rifiuto: il concentramento delle masse di nuovi cittadini nei cosiddetti ghetti. Non chiusi ma ugualmente marginalizzanti. Un’integrazione lenta ugualizza le condizioni.

E adesso, povero Erdogan?

Ha vinto il golpe, ma Erdogan è al capolinea: la ribellione di molti ufficiali superiori lo ha spiazzato – ha mostrato il re nella sua nudità.
Tutto quello che Erdogan ha voluto in questi ultimi anni e mesi gli si rivolterà contro. Il nepotismo e la corruzione. Il confessionalismo: l’affettazione di islamismo di cui si compiace con la moglie disturba la non confessionale Turchia, e anche quella buona mussulmana. L’isolamento internazionale: ha inimicato alla Turchia Israele, l’Iraq e la Siria, la Russia, ora è sul piede di guerra con la Grecia per i fuoriusciti del golpe, e minaccia gli Usa, cosa che col debole Obama può, ma non potrà più con Trump o Hillary Clinton. La crisi economica: il boom di cui si fa corona in realtà ha lavorato per sgonfiarlo, gli investimenti esteri sono in calo, e anche le esportazioni (nonché le entrate da turismo). La censura e le carcerazioni arbitrarie: non potrà condannare tanti più giornalisti di quanti ha fatto condannare. Le forze armate: non ha nessuna autonomia di fronte ai generali che hanno sventato il golpe, tanto più se vorrà condannati a morte i golpisti – pena non prevista dall’ordinamento. L’establishment, cioè la sua stessa massoneria: troppe condanne tra i giudici, i giornalisti, i militari. Le minoranze: non può eliminare fisicamente i curdi, una ventina di milioni di turchi.
Non ci vorrà molto per saperlo. Gli arresti tra i militari sono tremila. Altrettante le dimissioni d’autorità dei giudici. Ma se anche limiterà i necessari processi e le condanne a trenta militari e trenta giudici, considerando gli altri 2.770 dei meri esecutori, avrà contro comunque l’ordine militare e l’ordine giudiziario. Erdogan ha dalla sua le masse, come ce le aveva Mussolini, in piazza a ogni rodine, ma quelle si dissolvono al primo vento. Il suo vero miracolo è il tributo della stampa italiana – ma anche francese e inglese.   
La dittatura fascista che Erdogan ha in mente è impossibile. Una dittatura fascista è impossibile in Turchia. In un paese grande – continentale - e molto diversificato, socialmente e etnicamente. E ora è innegabile: la rivolta dei militari, dopo i giornalisti, e dopo i partiti d’opposizione, ha esposto la dittatura larvata in modo incontrovertibile. L’isolamento non potrà che crescere.

Cinquant’anni dopo, niente più porci, né adolescenti


Una graphic novel del classico del Sessantotto (in realtà del 1967, quindi va per il mezzo secolo). Di cui diventano materia anche gli autori, Rocco (Marco Lombardo Radice) e Antonia (Lidia Ravera). Il diario in parallelo, un capitolo lui uno lei, di una sagra sessuale tra adolescenti.
Una storia molto disinvolta all’epoca. Meno oggi, per il contesto mutato: la sessualità è  desessualizzata, l’adolescenza è (molto) attardata, e di liberazione più non si parla – troppo ci sarebbe di cui liberarsi. Ma più rompe il sex appeal originario la trattazione dotta, quasi erudita, seppure in forma di fumetto: è una riflessione su. Una riflessione su Rocco e Antonia, su “Porci con le ali”, e nell’introduzione di Ravera sul 1967.
Il titolo di oggi congloba anche il sottotiolo, all’epoca famoso: “Diario sessuo-politico di due adolescenti”. Che oggi, dice Ravera, lo renderebbe “illeggibile”. In effetti, non c’è più la forma diario – c’è il selfie, che è però differente, il monumentino a sbalzo. Non c’è il sesso. Il sesso politico è tutto sui diritti - ai beni, alla pensione, all’eredità. E l’adolescenza langue, forma estenuata e quasi esistenziale, per ciò stesso dissolta.
Più succosa non sarebbe stata una riedizione storicizzata? Con la scomunica da parte del Pci. Quella di Goffredo Fofi, che non era ancora  Fofi ma era già stanco pauperista, per primo dell’immaginazione e la scrittura. E per contro l’accettazione immediata e spontanea, senza pruriti e senza scandali, del pubblico, giovane e meno – il Sessantotto,quando se ne potrà fare la storia senza pregiudizi, sarà quello che fu: la liberazione come un riconoscimento, lo stappo di un brindisi, senza forzature, intrighi, progetti, il riconoscimento di quelo che la società era e voleva.
Resta anche in spiegato – problema succedaneo -  perché Rocco viene prima di Antonia. La quale invece scrive il primo diario, e probabilmente ha avuto l’idea del “porcile” di Wodehouse. Anzi, il titolo rubato a Wodehouse, P.G., proprio lui, il fluviale autore di Jeeves, maggiordomo inglese, e di un numero incredibile di racconti, sceneggiature, canzoni, può risolvere il quesito: chi leggeva ancora Wodehouse, benché stilista della lingua inglese apprezzato da Kipling e Salman Rushdie, nel bollente 1967)? Per quanto, ma “se i porci hanno le ali” non è quesito di “Alice”?
Manfredi Giffone-Fabrizio Longo-Alessandro Parodi, Rocco e Antonia. Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti, Bompiani, pp. 158, ill., € 16,90 

venerdì 15 luglio 2016

L’emergenza in Francia è politica

Uno stato d’emergenza all’acqua di rose. Una serie di attentati mirati a uccidere in massa, nei luoghi di svago, vissuta nella normalità – “non ci lasceremo distrarre dai nostri stili di vita”. Facciamo finta che il terrorismo non ci sia? Con un terrorismo dichiarato, più che pubblico, e permeabilissimo. Un attentatore noto in Tunisia, ma non in Francia. Una polizia tropo inefficiente: un immigrato con una lunga storia di violenze domestiche e un passato criminale, di cui tutti in Tunisia sapevano tutto, era “completamente sconosciuto ai servizi d’informazione” francesi. E una presidenza imbelle. Due presidenze, di Hollande dopo Sarkozy, che il terreno ha preparato da ministro dell’Interno e poi da presidente, con le sue guerre allegre all’islam.- e nel sistema politico francese la presidenza assomma tutti i poteri.
La strage di Nizza dopo quelle di Parigi supera ogni immaginazione. La Francia non può essere disarmata, non a questi punti, anche se ha una comunità islamica di tre milioni di persone. Tanto peggio se l’attentatore di Nizza è un lupo solitario. Nel sistema politico francese la presidenza della Repubblica assomma tutti i poteri. Ma è come se preparasse una guerra civile, col Fronte Nazionale al comando. Il peggio deve venire?

Ombre - 324

Col nuovo governo inglese la politica tricologica diventa invasiva, Teresa May e Boris Johnson dopo Hillary Clinton e Trump: ore di cure e eserciti di parrucchieri.
Si può dire anche un asse anglosassone tricologico. Non fosse per il francese Hollande, che – per invidia? – si fa pagare un acconciatore personal da 30 mila euro, al mese.

Però, Banca Intesa che si compra, tramite il fidato Cairo, il suo debitore “Corriere della sera” non è male. È vecchio principio del credito, quello d’impadronirsi del debitore insolvente per fargli sputare il dovuto.


Non è male neanche il Tribunale Vaticano che sancisce “diritto divino” la libertà di stampa, Che invece Gregorio XVI sanciva “delira mento”. Due secoli fa, quasi, 1832, ma ben in un’enciclica, “Mirari vos”. Meglio tardi che mai, etc.

C’è un disastro, ora l’incidente di Andria con così tanti morti, Cantore interviene a dire che è tutta corruzione. Senza colpirla, senza nemmeno individuarla. Parla per occupare la scena?
Il commissario anti-corruzione è come i giornalisti specializzati in prima pagina: a ogni catastrofe tornano a lavorare – si dice per dire: tornano a “firmare”?
Cantore per la verità non fa nemmeno quello, ridice il solito discorso – Napoli non si smentisce.

Sembrerebbe impossibile, se non fosse vero, che la terza più grande città italiana si è data in comodato gratuito a Dolce & Gabbana – nomen omen? –per promozione delle ditta. Con luminarie  speciali, vigili visibili sulle strade, e per tre giorni niente scippi. Feste e forca? No, il popolo è stato tenuto fuori dalla transenne – e del resto se ne è fregato, ha solo pagato la festa.

La Juventus, che ha dato più atleti ai tornei internazionali, l’Europeo e la Copa Sudamericana, si ritrova con una schiera di perdenti. Di malumore, se non depressi, oltre che spremuti per due mesi supplementari:  i quattro della difesa dell’Italia, con Sturaro e Zaza, e Dybala, Khedira, Mandzukic, i francesi Pogba e Evra. Si ritrova cioè con un capitale ridotto (le quotazioni di Pogba, Bonucci, Zaza) e depresso, e non vincerà niente.

Si fa il salvataggio delle banche se e come dice e decide Angela Merkel. Senza darlo a vedere, naturalmente, per lei parlano e agiscono la Commissione Europea, i Dijsselbloem, e quant’altri. Poi, cioè dopo in sequenze temporale, viene su Renzi e dice: “Avevamo ragione”. Poi dice che non lo prendono sul serio.
Renzi si vuole, e viene lusingato, come uno storyteller. Ma lui si crede, sennò chi altri?

Wanda Icardi non viene in uggia quando va la vamp, rovina gli uomini, e si esibisce procace. No, quando difende gli interessi del marito, che l’Inter paga poco e male. Una donna svampita va bene, una intelligente è taccagna, attaccata ai soldi, libidinosa, non si sa cosa leggere di peggio in tutti i giornali.

Cento islamici a Firenze al sit-in in piazza sabato per le vittime di Dacca. O no, erano duecento Tutti gli impiegati delle onlus a pro degli immigrati?

Dopo tanto bail-in, pagano i risparmiatori, pagano gli azionisti, pagano gli obbligazionisti, rigidissimo, la Germania d’improvviso vuole un bail-out, un salvataggio. Di misura teutonica, niente bruscolini: Deutsche Bank vuole un fondo salvataggi (bail-out) da 150 miliardi. Un fondo europeo. Che fa, la Germania arcigna si converte alla farfallona Italia? No, deve salvare la banca di Brema, un buco da 29 miliardi.

La Germania potrebbe salvarsi la banca di Brema da sola - come fa onesta lItalia col fondo Atlante e simili. Ma vuole un salvataggio europeo, che ognuno paghi. Il disegno tedesco - merkeliano - di egemonia è questo. È l’Europa.

“Die Zeit” e Habermas si intrattengono liberamente sulle insufficienze e le colpe del governo Merkel, nella crisi, in Europa, e nella stessa Germania. Fuori dal mercantilismo micragnoso dei democristiani tedeschi, che tanti danni ha fatto e fa all’Italia e all’Europa. Nemmeno un milligrammo di tanto acume invece in Italia, germanisti compresi, tra gli economisti e i sociologi. Più per ignoranza o più per conformismo, per compiacere il potente?

Nemmeno una notìzia, anzi, in Italia, sull’improvviso cambio di linea tedesco - non più bail-in ma bail-out. L’Europa non è simpatica, ma l’informazione è pessima.

Solenne impegno dell’Italia a presidiare la democrazia in  Afghanistan fino al 2020 – “whatever it takes” è la parola d’ordine del momento. Al chiuso nella fortezza, un “Deserto dei tartari” di Buzzati reale. Al costo di un miliardo l’anno, soprattutto in stipendi da espatriati e ai corrieri degli espatriati – quanta ricerca se ne potrebbe estrarre? Per passare il tempo in altitudine e pulire le anime – delle armi. Nella pause del calcetto e il biliardino.

Per questo, per questo impegno a sollevarne gli Usa, l’Italia avrà anche il comando delle truppe. A turno, con la Turchia, quando il generale americano va in week-end.
Solo che la Turchia parla volentieri anche coi talebani. Mentre l’Italia non ha nessuno con cui parlare.

Lo stesso giorno in cui il governo italiano s’impegna a difendere al democrazia in Afghanistan con le armi, a Catania il giudice fa pignorare la base Usa di Sigonella, perché un signor Cucuzza vi è stato licenziato. Il giudice gli dà ragione nel 700 dopo sedici anni - il vecchio "700" è il ricorso urgente contro il licenziamento, un volta si esperiva in giorni. Credibilità, incredibilità?

“Nel 2002 lo 0,01 degli americani più ricchi guadagnavano a testa 700 mila dollari, oggi guadagnano 21 milioni”, dice Carlo De Benedetti a Cazzullo sul “Corriere della sera”. Non è vero – non è vero che quindici anni fa gli americani ricchi guadagnassero 700 mila dollari l’anno, che era lo stipendio forse del loro chauffeur. Ma è ben detto: De Benedetti è un fina finanziere-editore che sa fare la notizia.

Patuelli prode, presidente dell’associazione delle banche, dice incostituzionale il bail-in. Ma si guarda bene dall’adire la Corte Costituzionale. Come invece avrebbe fatto – farà quando gli converrà – il suo omologo tedesco. Come ha fatto del resto contro l’Italia un gruppo di tedeschi antitaliani. La partita Germania-Italia si gioca anche così.

Oppure non è mancanza di coraggio, Patuelli semplicemente conosce i suoi polli. Cioè i giudici della Corte Costituzionale. Da cui tenersi alla larga?

“Lei crede che la Germania non salverà la Landesbank di Brema”, lancia De Benedetti a Cazzullo sul “Corriere della sera”. Certo che no, ma noi non lo diciamo, lasciamo la responsabilità a De Benedetti.

Ora si scopre che le sofferenze bancarie non sono un problema italiano ma europeo, 900 miliardi.
Cioè non si scopre, lo dice il Fondo monetario, noi non lo sappiamo.

Il Fondo dice che “in casi sistemici (di crisi sistemica, n.d.r.) in cui l’intervento dello Stato sia necessario, le regole Ue sugli aiuti di Statop dovrebbero essere applicate in modo flessibile, come è previsto”. Noi non sappiamo leggere, oppure vogliamo il Monte dei Paschi a un euro?

Dopo i tanti assassinii per le strade americane, di neri a opera di bianchi, e di bianchi a opera di neri, amara constatazione : “Su mezzo milione di poliziotti Usa solo 58 mila sono afromericani”. Cioè il 12 per cento, tanto quanto sono gli afroamericani negli Usa.

Beyoncé invece, che dice: “Non vogliamo solidarietà, vogliamo solo rispetto”, va su poche righe – Benché il personaggio sia tutt’altro che trascurabile, se non altro alla vista.

Topi in fuga dal “Corriere della sera”

Finanche la “Gazzetta dello Sport”, che non fa politica né cronaca, trova una pagina per l’attentato di Nizza. Che il “Corriere della sera” riduce invece a mezza pagina. Benché l’attacco si sia prodotto alle 22,30, in tempo per qualsiasi edizione, e fosse corredato di foto e testimonianze istantanee. E senza menzionare il terrorismo né gli islamisti nei titoli. Vogliono dare ragione a Cairo, che dice la Rcs una banda d’incapaci?
Direzione e redazione in disarmo al “Corriere della sera” alla vigilia dello show-down sulla nuova proprietà. Che si sa essere di Cairo, ma bisogna aspettare lunedì. La settimana si è chiusa con un ultimo sforzo per la vecchia proprietà Mediobanca, quella della cordata Bonomi. Non condivisa da oltre la metà della redazione. Ed è come se al giornale non ci fosse nessuno.
Bucato anche Di Pietro leghista alla Pedemontana Lombarda, notizia ghiottissima. Così come l’indagine a Firenze sui familiari di Renzi per appropriazione indebita ai danni dell’Unicef, su segnalazione della Banca d’Italia – su questo glissa anche “la Repubblica” (salvo riprendere oggi la notizia con i pareri pro familiari, confinandola all’online, tardi nella giornata).

Il fascino della traduzione sul sulfureo Burton

“Chi mai avrebbe pensato\ che si poteva morire così di mattina\ per una boccata d’aria fina?”. Poesiole cattive, come tutto di Burton. “Mentre l’anima di Persico,\ il bambino Tossico\, abbandonò\ il suo corpo, gli amici\ nella sera mormorarono una preghiera”.
“Per bambini” adulti, come tutto Burton, l’animatore dell’orrido per famiglie di Hollywood e delle letteratura yankee. L’artista geniale, scrittore e cinematografaro - sceneggiatore, produttore, regista, disegnatore, animatore – di fervida attività, e più nella trascuratezza .Di storie e personaggi stravaganti, di qua e di là della fiaba – incarnati in attori di culto, a lungo ora Johnny Depp, e fino a qualche tempo fa anche Helena Bonham Carter - finché fu sua sposa.
Leone d’oro alla carriera a Venezia dieci anni fa, a 49 anni, candidato agli Oscar, ai Globe etc., Burton ha una sensibilità da poeta maledetto, si sarebbe detto nel secondo Ottocento. Aggiornata all’epoca dei teen-ager – i suoi bambini sono tragici e riflessivi.
L’edizione italiana è straordinaria per la grafica, semplice e avvincente, coi disegni dello stesso Burton, e per la traduzione di Nico Orengo. Che ne mantiene le rime e assonanze da filastrocca, miracolosamente, per tutti e venti e più componimenti (dandone comunque anche gli originali, opportunamente in appendice). E in più ne italianizza felicemente le situazioni e i riferimenti, senza tradire lo spirito originario, invece di attardarsi in note spigolose. E insomma, si legge con altrettanto godimento che l’originale.
Tim Burton, Morte malinconica del bambino ostrica, Einaudi, pp. 137, ill., € 10


giovedì 14 luglio 2016

Il business dell’antidoping

La provetta di Schwazer è stata manomessa? Venendo l’accusa da lui c’è da dubitare. Ma dal suo trainer-manager Donati  no, vero uomo dell’antidoping. Anzi: perché non dovrebbe – non dovrebbe essere stata manomessa? La Iaaf, l’agenzia che governa l’antidoping, è un centro di malaffare noto. E perché i laboratori su cui si poggia dovrebbero essere meglio?
Succede dell’antidoping come di tutte le iniziative a difesa dell’integrità (lealtà, onestà), che diventano comodi ombrelli degli affari, se poco poco non sono divorati dal sacro fuoco. È anche inevitabile: le rivoluzioni sono solo cambiamenti di regime, a meno di un rivolgimento continuo. Ma la questione non è di procedura filosofica: è che l’antidoping è un business, non altro: la Iaaf è business, la Wada è business per definizione, i loro laboratori e collaboratori un business.
La procedura di un prelievo antidoping come quello di Schwazer, in un villaggio remoto del Tirolo,  è costosa, fra gli 8 e i 10 mila euro, fra viaggi, diarie, personale specializzato, materiali, e spese generali (amministrative, tecniche). Se ne spendano tre-quattrocento, o anche meno, per un medico magari locale magari disoccupato per il prelievo, un invio per posta, al più per corriere, e il business diventa “competitivo”, molto. Tanto più che l’anti lo garantisce da ogni curiosità, del fisco o del pubblico.

L’informazione dopata

Dell’ultimo scandalo Schwazer è curiosa soprattutto l’informazione. È curioso che non si contesti l’attendibilità dell’analisi di laboratorio, come tutto induce a credere, perché il laboratorio d’analisi è tedesco. Fosse stato Schwazer un atleta tedesco, e il laboratorio di Bologna invece che di Colonia?
Il test della positività di Schwazer è stato offerto in esclusiva in anteprima a “Sports World”. Che non l’ha pubblicato. Poi è stato offerto alla “Gazzetta dello Sport”, che invece l’ha pubblicato. Differenza di sensibilità, essendo la “Gazzetta” più in sintonia col pubblico italiano? No, la pubblicazione su “Sports World” avrebbe avuto lo stesso effetto. La differenza è di valutazione delle fonti, dell’attendibilità o dell’interesse privato (“conflitto d’interesse”) delle stesse. Ed eventualmente di pagamento, che alcuni giornali praticano (pagano le fonti), altri no, per una questione di principio.
Non è finita. La “Gazzetta dello Sport”, direttore Monti in testa, scende in campo per “uccidere la notizia”, come dicono i giornalisti inglese, invece di metterla a frutto. Ha sostenuto la positività di Schwazer. Bene. Poi Schwazer dice che è un complotto, e si penserebbe: “Bene, lo scandalo non è finito”. Invece no, Monti dice: “Niente da fare, Schwazer è colpevole”, e la chiude lì. Perché continuare a leggere la “Gazzetta dello Sport”? Si “uccide la notizia” per un motivo, non per perdere lettori – ammesso che gli scandali portino lettori e non li allontanino (“è sempre la stessa zolfa” – i giornali scandalistici infatti durano poco).

L’isola Europa è un luogo maledetto, in Africa

Un “manuale dell’orrore” lo vuole l’editore italiano – della “paura” quello originale francese.. E in effetti c’è di che: da Scilla e Cariddi ai meno famigliari luoghi di perdizione del Giappone, o delle isole Flannan, ce n’è per tutti i gusti dell’orrido. Quaranta luoghi di spavento hanno censito i curatori. Tra essi gli sciami di pipistrelli che attaccano il visitatore di Kasanka, la riserva naturale dello Zambia. E la foresta dei suicidi di Aokigabara, appunto in Giappone. Molti luoghi sono inventati – immaginari. La crociera non è una sfida tra Scilla e Cariddi, avendola praticata per anni quasi ogni giorno senza rischi. Ma l’evocazione è forte. Alcuni sono solo luoghi di fantasmi, di maledizioni, di sortilegi, di pura evocazione. Altri corrispondono a minacce reali, la natura è anche cattiva.
Le quaranta schede dei luoghi, e una vasta infografica, sono di grande intrattenimento. Ci sono, oltre Scilla e Cariddi, il castello di Barbablù e il mistero dei Maya, la solita roba. Ma alcuni “luoghi del terrore” sono evitati: il triangolo delle Bermude, la fossa delle Marianne. E ci sono sorprese.  
C’è un’“Isola Europa” nel canale del Mozambvico, a metà strada col Madagascar: 22 kmq. di mangrovie, l’habitat meno accogliente per la vita, grigio-marrone nella mappaaerea di Google – una prefigurazione?
Carrer, Olivier e Sybille, Atlante dei luoghi maledetti, Bompiani, pp. 154, ill., ril., € 21,50


mercoledì 13 luglio 2016

È Bazoli vs. Mediobanca

A valore facciale non c’è partita: un euro secco subito per ogni azione Rcs è un incentivo imbattibile. Soprattutto a fronte dello scambio con azioni Cairo, un editore relativamente piccolo. E invece Cairo raccoglie adesioni, Bonomi con la sua pur blasonata International Media Holdings (Imh) no.
Cairo vanta oggi un’adesione del 9,5 per cerno del flottante, contro un 2,13 a Imh – ben al di sotto dell’8 per cento di cui il raggruppamento di Bonomi ha bisogno, in aggiunta alla quota preesistente del 22 per cento, per raggiungere il 30 per cento prefissato come quota di successo. Dopodomani la vittoria potrebbe arridere all’outsider, per resa dell’avversario - se i fondi confluiranno, come via via annunciano, su Cairo, un 20 per cento dei titoli.
Cairo se ne congratula come la vittoria del nuovo, rispetto a un azionariato tradizionale del “Corriere della sera” incapace di gestire alcunché, almeno da una dozzina d’anni – e ora punta a un inesistente mercato online. I soci di Bonomi sono infatti i soliti grandi vecchi che hanno portato il primo gruppo editoriale italiano alla semiliquidazione: Mediobanca, Della Valle, Pirelli, Unipolsai. Cairo se non altro conosce il mercato, e sa vendere.
Ma la partita vera, s’intuiva all’inizio e si conferma sempre più, è tra Bazoli e Mediobanca. Il creatore di Intesa sfida Mediobanca nel sul feudo milanese, dopo essere stato spinto fuori qualche anno fa da Generali, il maggiore feudo ancora sotto il controllo dell’ex banca di Cuccia, una sconfitta di cui non si è spento il fuoco. È  con Bazoli che Cairo ha tentato l’avventura, forte di un finanziamento di 150 milioni. E a Bazoli deve quasi la metà della adesioni alla sua offerta di scambio, il 4,2 per cento.

L’ultima trincea di Mediobanca

L’affare Rcs, finanziariamente poca cosa, è per Mediobanca uno snodo decisivo. Per la sopravvivenza della piccola grande banca d’affari, o per un suo ridimensionamento. Lo scarso seguito ottenuto finora dalla sua controffensiva sul “Corriere della sera” è un indice di debolezza. Ma di più pesa, sebbene incerto, lo schieramento dei suoi protetti\protettori tradizionali. I francesi di Bolloré non hanno dato una mano. I gruppi italiani non sembrano entusiasti, sebbene schierati.
Unipolsai non ha interesse alla Rcs: tiene la posizione che ha ereditato dall’acquisizione dell’ex gruppo di Ligresti, in attesa di monetizzarla. Pirelli della nuova proprietà cinese, senza più Tronchetti Provera, sta al gioco molto passivamente – e l’ex patron, con la sua ricchissima liquidissima Camfin, si tiene cospicuamente in disparte. Della Valle è attivo protagonista della partita, ma non è Mediobanca, e piuttosto non la sopporta.

Problemi di base - 284

spock

È Angela Merkel che salva le nostre banche, o noi che dovremo salvare (pagare) le sue?

È Merkel un argine contro la destra, o quella che le spalanca le porte?

E perché, dopo il populismo, il fascismo?

Ma in Italia, non è successo più nulla dopo il fascismo?

La Repubblica ha fermato il sole, come Giosué?

E l’Agenzia delle Entrate,  lavora per lo Stato o per i fiscalisti?

Dunque, si può essere colpevoli per non avere un alibi?

La facoltà di non rispondere non dà per scontato che il il giudice è ingiusto?

Comprarsi un rene compatibile, per non morire, è immorale, comprarsi un figlio, per diletto, è opera di bene?

spock@antiit.eu

L’artigianato per salvare l’arte

Quattro saggi da un altro mondo – un secolo o poco più fa. Quattro brevi saggi sull’arte come espressione: personale e insieme popolare, estetica ma non arcigna. Di fronte alla crisi commerciale che sul finire dell’Ottocento ne minacciava l’estinzione, con la copia, la standardizzazione, la massificazione del gusto. Dell’arte come, anzitutto, artigianato: conoscenza dei materiali e degli utensili, delle tecniche dei materiali. E applicazione.
Tutto desueto, come il socialismo cui si ispirava Morris, l’animatiore a Londra del movimento delle Arts and Crafts, primo designer moderno, in uno studio che condivideva con Burne-Jones e Dante Gabriel Rossetti?
Wiliam Morris, Arte e socialismo, Mimesis, pp. 96 € 5,90

martedì 12 luglio 2016

La scoperta dell'Africa, bancaria

Primi ministri e cancellieri sorpresi e soddisfatti a Bruxelles hanno scoperto che i problemi bancari non sono l’Mps ma ben altri, in altri paesi. Che le sofferenze delle banche italiane sono gestibili, a meno di non volerne derubare le banche stesse. E che altri sono i rischi. E hanno deciso che quindi non c’era da fare una crisi: che insomma c’è tempo, intanto faremo un fondo speciale, come chiedono i tedeschi, per venire incontro alle difficoltà monumentali delle banche tedesche - contro le quali peraltro, anche questo è singolare, nessuna speculazione si scatena, non a colpi di ribassi del10 e del 20 per cento a seduta
A voler essere ingenui è la scoperta dell’Africa, la quale era stata scoperta prima di Gesù Cristo. Quella di chi ha le banche semifallite. Ma i capi di governo che si riuniscono a Bruxelles non sono ingenui. È che l’opportunità politica non passa per l’Italia. Neanche per mezza Europa, ma per l’Italia specialmente non passa. E la colpa è dell’Italia, questa sì.
I primi ministri e cancellieri a Bruxelles hanno detto quello che tutti sapevano – se lo sapeva anche questo sito. Ma non si diceva. Non in Italia. Che senso ha l’informazione?
È come se ci fosse una incapacità, l’inutilità (non professionalità, ignoranza), e presso i pochi illuminati la soggezione alle banche d’affari, cioè agli affaristi, probabilmente senza rimborso spese.

Dal Nord Africa con disprezzo

Numeri, cifre, dati, il rapporto della Polizia tedesca sui fatti di Capodanno a Colonia, Amburgo e altre città tedesche, delle manomissioni e aggressioni alle donne tedesche a opera di nordafricani di recente immigrazione è pignolo ma non spiega. Anche per l’anticipazione cui il rapporto è inteso: che i fatti criminogeni, oltre 1.200 accertati, sono e saranno impuniti. Ma non c’è l’essenziale: come e perché un paio di migliaia di nordafricani, non gruppetti isolati, né di ubriachi o alticci, un fenomeno che si può dire di massa, si è sentito libero di mettere le mani addosso alle “donna bianca”.
Questo fatto è il disprezzo. L’Europa, che ha goduto di una lunga storia di superiorità, molto ammirata nell’ex Terzo mondo, è ora disprezzata. Perché inerme. E anzi avviluppata nelle sue stesse leggi, per un’errata percezione dei proprio torti storici, o dei propri doveri di riparazione, e per un’equivoca lettura del suo sistema di leggi e di giustizia, ai loro occhi debole per essere 
ugualitario. .
L’immigrato arriva prevenuto. Ambisce all’Europa per l’euro, che è per lui, anche in poche unità, un capitale. Ma senza più l’attrattiva culturale, fonte di rispetto, che fino agli anni 1970-1980 il continente esercitava. Soprattutto se di fede islamica, che si vuole concorrente del cristianesimo che identifica l’Europa. È comunque in parallelo con l’offensiva islamica nell’Africa sub-sahariana, del Corno d’Africa e dell’Africa Occidentale ugualmente, e del fondamentalismo islamico nel Nord Africa e in Asia. E in una certa misura fa perno sul razzismo inconscio: sfidare la supremazia dell’“uomo bianco” in casa dell’uomo bianco, anzi con le sue stesse leggi.
Il rispetto delle regole senza l’uso della forza è per il mondo transmediterraneo una ridicolaggine.
Il traffico di uomini è peraltro gestito su questa base: l’immigrazione illegale diventa legale nelle more delle leggi europee – basta un avvocaticchio di poche pretese, una onlus pro immigrati, una volontaria pasionaria.

I tradimenti di Conrad

Si gioca alla rivoluzione anarchica. Per complotti che inevitabilmente falliscono. Col tradimento. Una tematica oggi scontata, dopo tante esperienze reali di questo terrorismo “conradiano” – in Italia con le Br e assimilati. Ma all’epoca coraggiosa, come usa dire: controcorrente.
I complotti inevitabilmente falliscono. Questo lo sanno tutti, e infatti Conrad non ci punta. Non inscena un complotto, indefinito, ma i caratteri del complotto, una dozzina. Il tradimento, magari a scopo rivoluzionario, o col sacrificio personale, è tema ricorrente di Conrad – ne era un’ossessione? In questo “romanzo”, che ne è un classico, ma anche in tanti racconti. Un paio dei quali altrettanto espliciti come tema: “L’informatore” e “Un anarchico”. Quest’ultimo  una storia di soprusi, della Legge anzitutto, che come ovunque è in Conrad inflessibilmente cattiva – marcia o stupida. Ma anche dell’anarchia come violenza, “il cuore caldo e la testa debole” – la storia di una delusione, non c’è anarchisa possibile. Uno dei tanti emblemi – i suoi personaggi sono molto emblematici - del conservatorismo di Conrad (formidabile, se il più eccessivo di tutti, il Kurtz di “Cuore di tenebra”, fu la lettura di molto Sessantotto).
Molto conradiano anche, e memorabile, il racconto freddo della perversione degli animi candidi, l’ansia del fallimento. Che, si sa, lo ha perseguitato fino all’età matura. Conrad adolescente s’imbarcava come mozzo non per amore del mare – non sapeva nuotare – ma per sfuggire a una brutta storia familiare e nazionale.
Una peculiarità evidente alla rilettura è che Conrad è molto europeo in queste tematiche, in sintonia con i tanti altri scrittori del genere nel continente, e per nulla inglese – forse per questo il romanzo fu accolto con freddezza all’uscita, e anzi con caustici commenti. Questo è il suo punto di vantaggio, secondo George Orwell ((“L’uomo venuto dal mare”, ora in “Gli anni dell’«Observer»”), suo tardo ammiratore e uno dei pochi in Inghilterra: il romanticismo. E cioè, in fondo, “l’amore per il nobile gesto”. Nonché, aggiunge, “la notevole comprensione della politica cospirativa”. Conrad, dice Orwell, aveva in orrore anarchici e nichilisti, e nello stesso tempo li ammirava: “reazionario magari in politica interna, ma ribelle alla Russia e alla Germania”.
Joseph Conrad, L’agente segreto