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lunedì 30 gennaio 2017

Le regioni del No

Sei milioni di No in più dei Sì: il dato totale dice che il referendum non è stato un No a Renzi, c’è dell’altro.
Il No è stato giovanile: l’82 per cento dei giovani, 18-24 anni. Questo può essere un voto anti-Renzi, o comunque determinato dallo stallo dell’Italia dopo il crac bancario, difficile pensarlo un voto sulla riforma.
Legando al territorio il voto si vede che:
1) Sul No è netta l’impronta del Sud, dove città e campagna hanno votato unanimi contro la riforma.
2) Tutto il Piemonte, tutta la Lombardia e metà del Veneto (quattro province su sette) hanno dato al Si più voti di quanti ne hanno dati nel 2013 al Pd e ai centristi poi al governo con Renzi: ha votato Si anche una parte del centro-destra.
3) In tutto il Centro-Nord il Sì ottiene più voti nei capoluoghi che nel resto della regione. Questo non avviene nei capoluoghi del Sud.
4) Nel Nord-Ovest la differenza tra capoluoghi e regione è di 4,3 punti a favore del Si . Nel totale nazionale di 2,3. A Milano il Si ha ottenuto 7,5 punti in più che nel resto della Lombardia – uno dei tre capoluoghi di regione, con Bologna e Firenze, in cui ha vinto il Sì.
5) A Milano il Si ha raccolto il 50 per cento di voti in più rispetto a quelli del sindaco Sala alle Comunali di poco prima, l’80 per cento in più nel centro storico – ha convogliato praticamente l’elettorato di Parisi.
6) Il Sì ha vinto solo in 12 province su 106 – a cavaliere dell’Appennino tosco-emliano.
7) Anche l’astensionismo, al Nord, è più alto nei capoluoghi che nello hinterland: di 2,3 punti in più nel Nord-Ovest, di 3,1 nel Nord-Est.
8) L’opposto si è registrato al Sud: l’astensione è stata nelle campagne più elevata che nelle città.
9) Al Sud si sono astenuti presumibilmente i lavoratori e gli operatori legati all’agricoltura, al Nord  certamente gli operai o salariati in genere.

L’operaio non vota

Dove potranno pescare i nemici di Renzi, i “Pd del No” al referendum e il nuovo capopartito D’Alema, se davvero abbandoneranno il Pd? La base sembra esserci, dei salariati scontenti. Ma si indirizzeranno verso i nemici di Renzi? Al referendum non lo hanno fatto. si sono astenuti, piuttosto che votare No.
A Milano, Genova e Torino l’astensione dei salariati è rilevabile statisticamente. Nei 18 quartieri milanesi classificati a maggioranza salariati, l’astensione è stata del 36 per cento, 7 punti in più sulla media cittadina (11 sull’astensione nel Centro Storico). L’astensione ha superato il No. Con punte del 47 per cento abbondante al Corvetto, del 42 a Gratosoglio, del 40 a Quarto Oggiaro e Giambellino.
A Torno l’astensione nei quartieri operai è stata molto superiore alla media cittadina (che di quella tiene conto) del 29 per cento. Alle Vallete ha superato il 39 per cento, a Falchera e a Barriera di Milano il 37, e a Mirafiori il 33.
A Genova l’astensione nei quartieri salariati è aumentata rispetto alle politiche del 2013 molto più della media, con punte del 40 per cento a Campasso, del 38  Bolzaneto, del 37 a Cornigliano.

Il linguaggio è lunatico

“L’incendio, con feroci mandibole, divora il campo” è cosa detta da un letterato, per quanto amico, al caffè? Oppure da un cinese, della cultura dei draghi? Oppure da Eschilo, che la mette in bocca a Prometeo, “titano imprigionato”, rivolta “a Oceano, anziano gentiluomo venuto a visitare la sua disgrazia su un carro alato”. Un libro sulle metafore, indigesto - e del resto della metafora sappiamo tutto da Aristotele, che Borges trascura, volendone fare un caso. Applicandovisi, però, l’esemplificazione è magistrale del legame (di cui non si può fare a meno) metafora-contesto.
Con qualche curiosità. Borges già a 27-28 anni narratore di se stesso è la prima. Delle sue letture, di uno che ha letto tutti i libri – salvando cinque o sei autori: Quevedo, Carlyle, Schopehanuer, Unamuno, Dickens, De Quincey: della “fruizione letteraria” Borges è analista retrospettivo, censore, ordinatore,inventore, già in  gioventù. L’altra è che è già il narratore e il regista teatrale della filologia, che sarà il suo trademark. Anche se concettoso più che gioviale e ironico: sono scritti irsuti queste sue prime prose, su giornali e riviste, e in conferenza.
Molti sono contro il gongorismo, il preziosismo, il manierismo, che era una bestia dei suoi tempi, gli altrimenti celebrati anni Venti. “Il linguaggio è come la luna e ha il suo emisfero d’ombra”-
Jorge Luis Borges, L’idioma degli argentini, Adelphi, pp. 187 € 14

domenica 29 gennaio 2017

Stupidario calcistico – o la partita parlata

Una colossale dormita della difesa
Alla discesa in campo
Ma la porta è stregata
Il palo clamoroso
La palla è tonda
Il risultato incerto
È il bello questo del calcio

Sanzionata l’entrata
Col piede a martello
Si accende il match
La squadra gioca di rimessa
Una scolastica distribuzione
Cura le ripartenze
- moltiplica le ripartenze (sarà al polo Nord?)

La squadra tiri fuori gli attributi
Deve alzare il baricentro
– deve abbassarlo
Deve attaccare lo spazio
Il tridente d’attacco
O anche di centrocampo

Tra le linee ecco
Cerca il controllo,
Controllo che non riesce
- Oppure non riesce
la diagonale

La miglior difesa è l’attacco

Il migliore attacco è la difesa
L’errore è umano

Nello specchio della porta.

Fisco, appalti, abusi (97)

La spazzatura di Roma, con la Tari più alta d’Italia, viaggia verso altre dieci regioni, a Froisnone,  Bologna, Reggio Emilia, Brescia, eccetera,  a Vienna. Dove hanno gli inceneritori. Magari non inquinanti. A Roma però non si può: l’inceneritore inquina. A Vienna no, a Roma sì.
Ma, allora, Roma esporta inquinamento? Il business verde è parecchio inquinato.

“È rimasto un giardiniere ogni trenta ettari (di verde pubblico) a Roma”, così inquadra la città più verde d’Europa Valeria Costantini sul “Corriere della sera-Roma”: “Per curare mezzo milione di alberi e 45 km. quadrati di parchi il Comune ne aveva 1.300, ora sono 136”. Colpa della crisi fiscale? No, dell’outsourcing che da un quarto di secolo deprime l’Italia: “Poi al loro posto sono arrivate le cooperative. E il degrado dilaga”. Anche perché il giardiniere per  trenta ettari non si fa nemmeno vedere.

Il terzo settore (operative, onlus, associazioni) è il cuore della corruzione, il cosiddetto volontariato. E della spesa pubblica a nessun fine, che avrebbe invece dovuto efficientare. Ai danni dei deboli e gli emarginati, e ora anche della protezione ambientale.

Si stracciano le vesti, giudici e giornalisti romani, dalla “rivelazione” che per entrare all’Atac e all’Ama (e tra i Vigili Urbani e al Comune no?) si paga. Il primo stipendio annuale, e a volte anche due. Cosa che a Roma tutti sanno – è materia perfino di Astolfo, “Non c’è anarchico felice”, p. 598.

Per i 63 km da Torrimpietra a Tarquinia, gestiti dalla stessa società, la Sat, Società Autostrada Tirrenica, della società Autostrade per l’Italia, del gruppo Atlantia della famiglia Benetton,  ci sono tre caselli. Tre soste, per pagare complessivamente cinque euro.  Che non si sappia che ogni km. della pianeggiante autostrada costa 8-9 centesimi?

Ogni passaggio al casello della Roma-Tarquinia prende sessanta-settanta secondi: le macchine, le prime automatiche in autostrada, del tempo in cui la proprietà era pubblica, sbagliano a fare il calcolo del pedaggio, lo rifanno, tentennano  a dare il resto, lo buttano fuori con violenza, disperdendo le monete. Inutile protestare al Punto Blu: il Punto Blu è solo un’esattoria.

Un amore di sogno nella terra dei sogni

Un attacco sfolgorante: l’autostrada – l’incubo di Los Angeles – sballa al ballo. Una storia d’amore memorabile, per semplicità – perdersi e ritrovarsi. Due facce non scontate, Emma Stone e Ryan Gosling. E la musica naturalmente, con la celebrazione-epicedio del jazz. Si spiega l’euforia da Oscar che attornia il musical.
Hollywood ama celebrarsi, e la storia è di chi ci prova e riprova attorno al cinema: realizzare il sogno. Ma Chazelle dev’essere un genio, che a trent’anni e alla seconda prova gestisce un semi-kolossal, pieno di caratteristi e figuranti, e redime il tutto: sfiora quasi di programma tutto ciò che è scontato, con numerose citazioni per chi non ne fosse ancora al corrente, e lo fa avvincente.
Un poema della vita come è e come potrebbe – avrebbe potuto – essere. Senza porte girevoli, e senza nemmeno malinconie, giusto quel poco che serve per dirsi “è sempre bello!”. La-la Land, con e senza i trattino, secondo il dizionario Cambridge è “pensare che cose impossibili”, qui incontrarsi in un sorpasso, “possano succedere”. O anche: “il regno della fantasia e del make-believe”, tra favola e simulazione. O della terra del “mai mai”. Secondo il Collins, che è più aggiornato, viene chiamata così Los Angeles, e in particolare Hollywood. Un posto reale e insieme immaginario, dove le fantasie non sono proibite e sono anzi da coltivare.
Damien Chazelle, La La Land

sabato 28 gennaio 2017

Il mondo com'è (292)

astolfo

Acqua – Consigliata e anzi prescritta dai medici “almeno due litri al giorno”, l’acqua si riscopre ora dannosa e perfino mortale, se bevuta in eccesso. La medicina va per tormentoni, non è cambiato nulla? Ora tutti antibiotici, ora niente antibiotici, ora correre ora non correre, ora acqua, ora no. Si fanno campagne contro il Dhmo, Di-Hydrogen-Mon-Oxide, , il monossido di idrogeno, detto acqua. Il web è pieno del caso della donna inglese che ha rischiato al vita per aver bevuto troppo tisane. Qualche anno fa alla maratona di Boston un concorrente su otto risultò affetto da ipobatriemia, dopo aver rischiato il collasso in corsa: la troppa acqua ingerita ne aveva diluito rischiosamente il sangue. Scrivendo nel 1953 un omaggio all’archeologo tedesco Ludwig Curtius, “Storia dello spirito tedesco”, il filologo Giorgio Pasquali ricorda che l’acqua era proibita in Germania. Comincia rievocando il padre di Curtius, il medico Ferdinand, il quale, “grande amico della natura”, insegnava, come Rousseau, “che si devono sopportare stoicamente fame e sete”. Anzi, “era convinto che il bere acqua fosse superfluo e nocivo all’organismo, come ne sono ancor oggi persuasi molti Tedeschi, medici e non”. Pasquali ne fa esempi terribili. “Ogni Italiano, in Germania, soffre non scorgendo sulla mensa di famiglia né bottiglia né bicchiere, e io so di figli fiorentini di mamma tedesca a cui durante l’estate, che qui a Firenze è così calda,  così umida, così soffocante veniva negato ogni conforto liquido”.
Ci sono cicli nella filosofia della salute. Ma, a differenza di ogni altro pensiero, si ritengono di volta in volta tassativi. La medicina reputandosi una scienza, quindi incontestabile.

Globalizzazione – Ha ridotto le disuguaglianze, notevolmente. Ha introdotto il mondo, in buona misura anche la derelitta Africa, ma soprattutto l’Asia e l’America Latina, alla ricchezza – al capitalismo, all’accumulazione (arricchimento), alla produzione del reddito invece della stagnazione. Un paio di miliardi di persone sono uscite dalla stagnazione e la povertà. Trent’anni fa le allora “economie emergenti” , ex sottosviluppate, contavano per un terzo del pil – a parità di potere d’acquisto – del G 7, il gruppo dei sette paesi più industrializzati o ricchi. Oggi hanno il G 7 e il resto del mondo hanno peso uguale.

Lingue – Quante parole in una lingua? Borges calcolava nel 1927, “L’idioma degli argentini”, 60 mila parole per lo spagnolo - cifra che considerava eccessiva, cioè poco utile. E 34 mila del francese. Ma sono calcoli approssimativi. Luca Lorenzetti, “L’italiano contemporaneo”, calcola per l’italiano fra 215 e 280 mila unità lessicali (lessemi). Senza contare le coniugazioni e le declinazioni, i plurali, i plurali del genere (molti aggettivi ne hanno quattro maschile\femminile e singolare\plurale). Comprendendo queste forme, Lorenzetti stima in più di due milioni “il numero delle parole dicibili e scrivibili in italiano”.
Lo stesso linguista ricorda per di più che dei circa 260 mila lessemi costituenti il patrimonio lessicale dell’italiano, oltre 50 mila hanno più di un’accezione, oltre 27 mila hanno più di due accezioni, oltre 9 mila hanno più di cinque accezioni, 100 hanno più di 20 accezioni, una decina più di 30…
L’inglese ne ha tre volte tante: i 23 volumi dell’Oxford English Dictionary registravano vent’anni fa  più di 615 mila parole definite.
Al 2010, secondo il texano Global Language Monitor, l’inglese aveva un milione di parole, il cinese cantonese 500 mila, l’italiano 300 mila, lo spagnolo 250 mila, il francese solo 100 mila. Che però non si reputa meno espressivo.
Non si fanno i conti per il tedesco, che le parole usa spesso anche composte, e scomposte.

Lutero – Ribelle per caso, si è detto nella celebrazione cinquecentenaria, ribadita per la visita del papa alla federazione luterana in Svezia. E anzi controvoglia, costretto dalla cecità della chiesa. Mentre lo era di vocazione. E non lasciò il convento per la preghiera o la meditazione ma per l’azione, per la seconda metà della sua vita, da Wittenberg alla fine. Questa viene sottaciuta, in chiave ecumenica, che smussa e lima. Ma Lutero fu un condottiero, sebbene di poca arte e poca fortuna.
“I predicatori sono grandi assassiniperché sobillano alla rivolta e poi incitano l’autorità a punire i ribelli. Nella sommossa ho ucciso tutti i contadini. Ma rovescio la responsabilità su Nostro Signore che mi ha ordinato di parlare”. Questo non è Rabelais o Simplicissimus, né il diavolo: Lutero lo soleva dire, dieci anni dopo aver inforcato come moglie legittima l’ex monaca cistercense Katharina de Bora nell’anno fausto 1525. Lo stesso nel quale i suoi principi trafissero in battaglia, e accecarono, afforcarono, decapitarono, bruciarono vivi centomila contadini. Col pericolo che la Germania restasse senza patate. È Lutero epicureo dei “Discorsi a tavola”, che nega a Erasmo il libero arbitrio e poi dice: “Perfino Dio non può nulla senza uomini saggi”, alludendo a se stesso, i profeti anzitutto profetizzano di sé.

Antisemita convinto, e non perché gli ebrei considerasse deicidi.  Biblista e tutto, gli ebrei, diceva, leggono attraverso la merda. Famosa la sua “prova”: non so se gli ebrei uccidono i bambini e avvelenano le acque, però so che se lo potessero fare non gliene mancherebbe la volontà. Lutero è feroce sullo sradicamento degli ebrei che poi Hitler attuerà, l’Ausrottung, la parte che non si traduce del lungo trattato “Degli ebrei e le loro menzogne”: “Sono cani assetati del sangue della cristianità, e assassini di cristiani per volontà accanita, e poiché hanno provato un piacere immenso nel farlo, sono stati spesso giustamente bruciati vivi, rei d’avere avvelenato l’acqua e i pozzi e rapito bambini che poi furono smembrati e tagliati a pezzi”.
Una Ausrottung che Adriano Posperi, nella lunghissima introduzione alla traduzione Einaudi, s’ingegna di addossare agli altri cristiani.

Fino a Lutero i tedeschi erano teneri e mistici, virginali, golosi di litanie. È dopo che si sono messi sulla strada di Odino, Thor e Baldur, col Walhalla e i fuochi-forni – dopo le troppe guerre di religione.

Populismo – “È una parola fuorviante”, dice il papa a “El Paìs”, “perché il populismo in America Latina ha un altro significato. Lì significa che i popoli sono protagonisti, per esempio, i movimenti popolari. È un’altra cosa…”. I movimenti di base. E quelli politici, da Peron a Chavez, e incluso Castro, cioè antidemocratici?

Ma l’accezione che il papa introduce nella voce può spiegare il successo di Trump malgré Trump, con tutti i limiti dell’uomo cioè: una rivolta dell’America profonda contro l’establishment, che Hillary Clinton impersonava, e la stampa unanime che tuttora la asseconda: di buone intenzioni che coprono il peggiore sfruttamento della storia postbellica – dell’Occidente beninteso. A favore non più di una classe, di un ceto sociale, comunque permeabile, ma delle fortune di pochi speculatori.  

astolfo@antiit.eu

Tante cose Mozart non era

Un Mozart femminista. Libertino-non libertino, nel senso che danna don Giovanni ma innocenta l’adulterio. E sovversivo: parla ai monogami, etero e omo, e ai “poliamoristi” (quindi anche multigender?), al punto da “liberare” il tradimento e la clandestinità.
Un’impresa. Le autrici si saranno divertite, ma è irritante per chi legge sulla griglia mentale di Mozart.  Che intanto non è Mozart – parliamo di teorie o messaggi – ma Da Ponte. Che “Così fan tutte”, e anche “Don Giovanni” propose a vari musicisti – è di Mozart l’idea del “Figaro”, la meno ideologica. E poi perché fare di Mozart quello che non è, un femminista in anteprima e un rivoluzionario? Anche al femminismo Mozart gioverebbe per quello che è.
La spregiudicatezza, quel poco che c’è nelle tre opere dapontiane, è del librettista. Non avvenirista per la verità: le tre opere fanno molto Settecento. In “Figaro” e “Così fan tutte”, due opera buffa, ma anche nel drammatico tesissimo “Don Giovanni”, nella figura del “don” sulfurea – come nel “Flauto magico” e in altre evocazioni massoniche. Il problema è semmai del femminismo, quando la storia fa tutta nera, o grigia.
Può il Settecento illuminare il presente, anticiparlo, soprattutto in tema di sentimenti e di erotismo, come la autrici propongono? Sì, nel senso che si mette tra parentesi la decidua morale borghese, delle vergogne e le convenienze, e si ritorna al libertinismo. Ma in questo senso ancora di più Mozart resta saldo al Settecento, a prima della borghesia con le tendine alle finestre.
Anche il Settecento, non bisogna idealizzare.  “Le nozze di Figaro” Mozart dovette comporre in fretta e di nascosto, la corte non gradiva, e comunque gliele censurò. “Così fan tutte”, proposta ad altri musicisti indigesta, lo seppellì di accuse di superficialità e immoralità, e resterà sepolta per un secolo abbondante – un’opera di Mozart, piena di buona musica, e di garbo. Gli anni, 1786 (“Figaro”), 1787 (“Don Giovanni”), 1790 (“Così fan tutte”), erano rivoluzionari, ma non a Vienna.
Leonetta Bentivoglio-Lidia Bramani, E Susanna non vien. Amore e sesso in Mozart, Feltrinelli, pp. 283 € 16

venerdì 27 gennaio 2017

Secondi pensieri - 293

zeulig

Classico - È opera del tempo, si sa. La distanza e la patina, che sono funzioni del tempo e dello spazio (Spengler), alimentano, autoalimentano, la fantasia. “Il tempo – amico di Cervantes - ha saputo correggergli le bozze”, può dire Borges di espressioni del “Chisciotte” nient’altro che banali.

Il classicismo è l’antitesi del classico, l’abuso dei modelli, il manierismo. Da ultimo, esemplare, col postmoderno. Classificato anche, teorizzato, in tal senso, da Eco, che lo ha praticato in abbondanza, nei tanti “romanzi”. Tutti di testa, e tutti di calchi. Col solo contrappunto dell’ironia, che è certo parte del postmoderno, ma dissecca e non nutre.

Critico – È un prodigo: un mecenate e un evergeta. È “gli occhi della storia” di Menéndez y Pelayo (“Se non si leggono i versi con gli occhi della storia, saranno ben pochi i versi che sopravviveranno”), dice Borges, ma “questi occhi della storia capaci di resurrezione cosa se non un sistema di compassioni, di generosità o semplicemente di cortesie?”

Il critico è condannato a leggere più che a rileggere – se condannato è la parola giusta. All’opposto c’è Citati che invece fa professione di rileggere e non di leggere: non vuole? non ha interesse? non ha gusto? Non è una diminutio. Ma il critico è condannato alla generosità, altrimenti è un saprofita.

Colore – Di che colore sono i colori? È problema aperto. Il bianco e il nero che non si trovano in natura. Molte delle ninfee, anche blu, di Monet.
Lo scientismo voleva provare anche di che colore sono i suoni. Ma un tre secoli sono passati senza esito.

Compassione – È il fondamento del senso tragico della vita, che è l’essenza umana – così la vuole Ceronetti, lo scrittore: “Il senso tragico esiste dovunque c’è uomo e piangere sull’uomo è giustificato”. Anzi, “neppure ad una sventurata memoria da cui il senso, la percezione del tragico sono spariti, si può negare  una forte, una disperata compassione”. Di più: “Il bisogno di essere compatiti non viene meno neppure  all’agnello mentre è divorato”. Ebbe “il bisogno d’implorare i soccorsi di un Dio onnipotente” anche Spinoza nelle emottisi, dopo averli negati nel’“Etica”.
È il backup e lo zoccolo duro di Schopenhauer, che personalmente non ne aveva e comunque non la praticava, della sua appropriazione del buddismo, dove la compassione fa figurare la virtù suprema.

Dio – È un carcere? Anche, come non pensarci? Quevedo lo rileva in uno dei sonetti a Lisi, il XXXI del libro quarto (alla p. 26 dell’edizione italiana dei “Sonetti”), e non è un’agudeza, una trovatina: “Un’anima che ha avuto un dio per carcere”.

Famiglia – L’istituzione universale per eccellenza, secondo l’antropologia. Presente in tutte le società umane. In varie forme – ora, per esempio, nella coppia omosessuale, perfino in forme parossistiche. Manifestamente legata alla procreazione. In che forma sarà la famiglia della procreazione eterologa, e di quella per conto terzi, senza padre e\o senza madre? Dopo aver eliminato gli zii col figlio unico e i cugini.

Fenomenologia – “Il mondo bisogna pur guardarlo, per poterlo rappresentare: e così guardandolo avviene di rilevare che esso, in certa misura, ha già rappresentato se medesimo” – Carlo Emilio Gadda.

Intelligenza- “Certuni mi domandano con stupore”, riflette lo scrittore Savinio, “come io, uomo intelligente, tengo dietro a siffatte superstizioni da donnicciola”, alle storie fantastiche. E risponde: “Credono costoro che l’intelligenza dissipa il metafisico. Se così fosse, quale uomo intelligente accetterebbe di essere intelligente?”.

Lettura - È solitaria, certo, specie quella non condivisa. Anche un piacere solitario, in qualche modo vizioso. Una terapia. Un ricostituente, in dosi omeopatiche – ma a volte depressivo. Ma non è un vizio innato, si acquisisce. Per circostanze esteriori. Si è portati alla lettura nel senso che vi si è sospinti.

Libertà – Ci vuole fede per averne, per concepirla, e in qualche modo praticarla, comunque inseguirla. L’idea di una responsabilità individuale. Di un diritto e quindi di un dovere di libertà. Intralciando il quale, la punibilità interviene.
C’è un abisso tra il libero arbitrio di Giovanni Pico, o ancora di Erasmo, e l’impossibile fardello della libertà di Kierkegaard, sotto un cielo dissacrato dacché Dio s’è ritirato dal mondo.

Luoghi – Condizionano (stimolano, restringono) la creatività? Si vede in letteratura, di cui si fanno ora degli atlanti. Ogni autore si può – si poteva prima del globalismo – legare a un luogo. Per il genius loci di Vernon Lee, che non è un fantasma. È un apparato linguistico e di usi, mentalità, tradizioni che vincola la personalità. Manzoni, Sciascia, Eduardo, non si saprebbe leggerli legati a luoghi diversi da quelli di cui hanno scritto.
Diversi sono curiosamente, meno legati a un ambiente se non sradicati, i Nobel: Fo, Montale Quasimodo. Anche Hamsun, per esempio, che non è norvegese pur essendolo molto. O Tranströmer rispetto alla Svezia. C’è anche un universalismo, preponderante sui limiti originari, anche se non da essi dìsgiunto.

Memoria – “Ho una memoria devastante, autodistruttiva”, ha notato di sé Lévi-Strauss. Può esserlo. No, deve esserlo: la memoria è selettiva, altrimenti sarebbe ingolfata. Quella che è detta cattiva memoria è comunque memoria. Perché, altrimenti, cos’è la buona memoria? Quella giusta, apologetica. A altrettanto delimitativa – distruttrice.

Metafora – È il pensare. “Metaforizzare vuol dire pensare, vuol dire riunire rappresentazioni o idee”, Borges, “L’idioma degli argentini”, 68. È vero. E il contrario è pure vero: si pensa solo per metafora?

Tempo – È la chiave della scrittura – non solo in Proust: poetica, narrativa, critica? Camilleri, lo scrittore, analizzando la verbale percezione in riguardo al fenomeno (atmosferico, sanitario,  affettivo) opina giudizioso in questo senso: “Vuoi vedere che l’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà?” Come il folle, secondo una tradizione.

zeulig@antiit.eu

Roma fa la stupida

Si sta discutendo se condannare Virginia Raggi a tre anni, oppure a meno di due anni, “per consentirle di governare al città”. Si discute come al mercato delle vacche. Per consentire di governare Roma a una che ne è del tutto incapace?
Si leggono cronache surreali se non fossero vere. È la sudditanza verso Grillo, di giudici e giornalisti? È la sudditanza al nuovo? C’è dietro una S pectre, una loggia? O Roma è veramente stupida, non solo nella canzone di Nino Manfredi?
Si assiste a Roma, senza autocritiche, senza rivolte, al supplizio quotidiano di una persona incapace, che la città ha eletto plebiscitariamente al Campidoglio. Che le ha già fatto perdere la grande occasione dell’Olimpiade, e non sa fare niente, neanche nominarsi un segretario. Ora, è vero che Roma diede 20 mila preferenze a Cicciolina, benché la candidasse l’odiato Pannella. Ma non c’è un limite al ludibrio? Una volta, due, basta.

Stupidario classificatorio bis

Il turismo a Roma cresce la metà che a Milano, “Corriere della sera”. Contando le scolaresche lombarde comandate all’Expo? E il Botswana, che cresce tre e quattro volte l’Italia?

L’Italia è al 108vo posto nel mondo per i servizi alla giustizia – Giovanni Canzio, il capo della giustizia italiana.

Su “50 Most Exciting Artists in Europe” di Artnet, il magazine online americano, la metà sono di Londra, 24. Forse perché parlano inglese. Altri 15 sono di Berlino, dove ormai si parla inglese, seppure teutonico. Di europei a New York ce n’è uno solo. Zurigo non ha artisti, Milano neppure.

Chiara Appendino non ha fatto niente, ma è il sindaco più apprezzato d’Italia, nella classifica del “Sole 24 Ore”. In virtù del web: chi più igita più conquista le classifiche.

Virginia Raggi pure non ha fatto nulla, e ormai sono otto mesi, ma viene ultima o penultima nella stessa classifica. Il web è anche sanzionatorio..

L’ultima della classifica del “Sole”, Maria Rita Rossi sindaco di Alessandria, può consolarsi: “Chi mi ha preceduto era tra i primi dieci nella classifica, ma non è stato rieletto”. Dopo aver lasciato Alessandria, 90 mila abitanti, con 300 milioni di debiti e un disavanzo di 50.

La verità è un collage

“Un grande scrittore dell’Ottocento, Gobineau”, dicono gli intervistatori, “parla della fine del mondo come di un’epoca invasa «dalla morte, in cui il globo, diventato muto, continuerà, ma senza di noi, a descrivere nello spazio impassibili orbite»”. “È una frase meravigliosa, davvero stupenda”, risponde Lévi-Strauss, “ma io non penso che quest’epoca sia vicina. L’astrofisica ha fatto dei progressi dal tempo di Gobineau”.
L’antropologo di lunga esperienza è pragmatico. Anche, a proposito di Gobineau, in fatto di razzismo, il teorico dell’unità delle culture, “Razza e razzismo”, 1952: “Un antirazzismo semplicistico finisce per dare più armi al razzismo di quanto non si pensi, perché tenta di negare cose evidenti e di buon senso”. O si prenda la “mucca pazza”, di tanto allarme e di pronta e radicale rimozione: era – è? – dovuta “al’introduzione nell’organismo di ormoni della crescita tratti dal cervello umano”. Destinati a bambini con problemi di crescita, e alle donne  con problemi di sterilità, che ne furono le vittime. Nella Bibbia l’uomo diventa carnivoro uscendo dall’Arca di Noè.  Dalla convivenza forzata con gli animali – una ritorsione, una vendetta? Il passo successivo fu la torre di Babele: “Alla separazione di uomini e animali segue quella tra gli uomini”, sulla base della lingua – o non tribù-nazionalità?
Piacevoli conversazioni con un maestro, che non insegna nulla. Se non a riconoscerci proteiformi e ripetitivi – inventivi e modulari. Con brio, senza saccenteria, ai (quasi) novant’anni – l’intervista, con Silvia Ronchey e Giuseppe Scaraffia per i programmi culturali Rai, è del 1997. Una plaquette perfetta – cadenzata, misurata – con l’impressione dell’inesauribile che è il segno della saggezza. Di un maestro che peraltro si lamenta di scarsa autorevolezza, almeno in patria.
Il lavoro dell’antropologo Lévi-Strauss assimila a un collage, proprio in senso tecnico, come quelli d Max Ernst: “Mettendo insieme dei miti, io li ho ritagliato dal contesto nel quale si trovavano presso popolazioni estremamente diverse tra di loro”. Ne ha accumulati molti, e poi ha cominciato a comporre dei puzzle: “Ho cercato di capire come avrei potuto disporli gli uni in rapporto agli altri, in modo che ne scaturisse un significato più generale e più profondo”.
I “Cristi di oscure speranze” sono di Apollinaire, quando agli inizi del Novecento, in giro con Picasso al mercato delle pulci, avevano scoperto le maschere di legno africane e amerindie. Lévi-Strauss, per la curiosità degli intervistatori, ne ha tappezzata la biblioteca dove li riceve. Ma non ne azzarda letture esemplari. Un tardo positivista, blasé, sornione. .
Claude Lévi-Strauss, Cristi di oscure speranze, Nottetempo, pp. 61 € 6

giovedì 26 gennaio 2017

Più Europa, più Giappone, meno Cina

Non un isolazionismo, un ritorno al protezionismo, ma più autonomia all’Europa, e più ancora al Giappone, in funzione anticinese. Si precisano gli orientamenti internazionali di Trump, sulla base degli orientamenti dei suoi collaboratori e consiglieri, e sullo stato dell’arte delle strategie americane globali. Una forma di multipolarismo attivo. Al contrario della “Dottrina Obama”, che voleva un trinceramento americano sui valori americani, seppure ideali. Col conseguente abbandono, o con la disattenzione, di aree sensibili. Specie della fascia islamica dall’Africa Occidentale al Pakistan, e al suo interno del conflitto israelo-palestinese, dell’Iran nucleare, del terrorismo.
Contro l’isolazionismo  
La Cina rimane in Asia il partner dominante, dopo la parziale eclisse del Giappone nel “ventennio perduto”, fino all’“Abenomics” del premier Shinzo Abe in questi ani 2010. Ma non più controparte asiatica unica: il Giappone è richiamato sula scena.
Con l’Europa ci saranno attriti sul cambio del dollaro, che molti a Washington ritengono a questo punto sopravvalutato. Ma non liti. Sarà invece accentuata la pressione per un maggiore impegno militare europeo autonomo. L’aumento della spesa militare annunciato da Trump è in chiave grande potenza mondiale, e non esclusivamente o prevalentemente transatlantica.
La pretesa ricostituzione del’asse anglosassone, con la Gran Bretagna della Brexit, sarebbe intesa a legittimare le altre direttrici di Trump: il controllo rigido dell’immigrazione, la lotta al terrorismo islamico.
Con Putin prudenza
Con Putin la relazione dovrebbe svilupparsi con prudenza. È la linea individuata dal novantatreenne Kissinger (filo-Hilary in campagna elettorale, nessun contato con Trump) nella sua lunga intervista con “The Atlantic” un mese fa: 1) Il rapporto personale non c’è e comunque conta poco: “Putin ha detto alcune buone parole su di lui, e Trump si è sentito di dover rispondere, nient’altro”; 2) Putin non ha l’iniziativa, non può aver deciso: “Putin aspetterà a vedere come la situazione evolve. Stati Uniti e Russia interagiscono in aree in cui nessuno di essi cntrola tutti gli elementi, l’Ucraina e la Siria”.   
La Cina, che aveva programmato una coesistenza pacifica per almeno un trentennio, quando avrebbe eguagliato il potenziale economico americano, ora sarebbe tornata alla finestra. Sorpresa dal voto americano, anche se non lo mostra. Anche questo sviluppo è prefigurato da Kissinger, che con i vertici cinesi ha contatti continui.
In Giappone Abe ha moltiplicato il suo “pacifismo attivo”. Forte di una maggioranza che gli consentirà di modificare la costituzione, per quanto riguarda gli impegni militari al’estero. Ha schierato truppe all’estero per la prima volta dopo la guerra, seppure in missione di pace. In Sud Sudan, cioè in Africa, continente che Pechino patrocina, non da ora. Ha riaperto con Mosca, dove lavora per chiudere il contenzioso sulle Curili. Si è accordato con l’India per lo sviluppo del nucleare civile. Ha ratificato l’accordo commerciale transpacifico, il Ttp, malgrado il preannunciato ritiro americano. Per prevenire il suo infeudamento alla Cina. .

Problemi di base grillini - 311

spock

Si farà un asse Trump-Putin, con Grillo nel mezzo?

Si chiama Raggi, ma non si sa chi è:  un caso di smemoratezza?

Per Raggi la giustizia è diversa che per Marino - a opera della stessa Raggi: è sempre la  smemoratezza?

Dopo le leggi ad personam i codici di comportamento ad personam, ad libitum, ad adiuvandum – potenza del latinorum?

Marra, o l’informatore informato?

Però, Grillo che mette la museruola a Raggi, può parlare solo lui, non avrà la sindrome di Castro – il posto è vacante?

Grillo, o la politica del comico?

Ma è il comico anche ipocrisia – Pirandello va aggiornato?

L’uomo della strada è passato sul web? Sulla nuvola? Su una pertica? Con l’astronave?

spock@antiit.eu

Riso amaro dopo Pinocchio

“Collodi”, al secolo Carlo Lorenzini, era un altro: l’inventore fortunato del burattino Pinocchio è
uno scrittore. Traduce i racconti francesi di fate, di Perrault, Madame d’Aulnoy e Madame Le Prince de Beaumont, due terzi del volume, con minimi adattamenti – “leggerissime varianti, sia di vocabolo, sia di andatura di periodo, di modi di dire”. Ma abbastanza per dare loro consistenza autonoma, per “ri-crearli”. Siamo nel 1876, poi verrà “Giannettino”, poi “Pinocchio”. Sono traduzioni di formazione, ma con piglio favolistico solido.
La raccolta si completa con una diecina di “storie allegre”, pubblicate sul “Giornale per i bambini”, compreso il romanzetto “Pipi, o lo scimmiottino color di rosa”. Storie non proprio allegre. Qualcuna, “La festa di Natale”, dickensiana.
I racconti seguivano sul “Giornale per i bambini”, a partire dal 1883, le avventure di Pinocchio, che Collodi vi aveva pubblicato a puntate, a partire dal 7 luglio 1881. Il successo di Pinocchio gli aveva procurato anche la direzione del periodico, fino ad allora diretto da Ferdinando Martini, il fondatore del “Fanfulla della domenica” e della “Domenica Letteraria”, deputato di innumeri legislature, senatore, ministro dell’Istruzione Pubblica nel primo governo Giolitti, governatore dell’Eritrea dopo Adua, ministro delle Colonie durante la grande guerra, firmatario nel 1925 del “Manifesto degli intellettuali fascisti”, grande massone.
Le “Storie allegre” non ripetono il successo di Pinocchio. Ma “Pipi” è notevole: è nel 1883
un sequel parodia di “Pinocchio”. C’è anche, “L’omino anticipato”, la canzonatura anticipata della pedagogia oggi prevalente, che vuole il bambino un adulto.
Carlo Collodi, I racconti delle fate. Storie allegre, Giunti, pp. 544, il., ril. € 30
Carlo Collodi, Storie allegre, Barbès, pp. 175 € 8

mercoledì 25 gennaio 2017

Azzoppare l’anatra Draghi

L’incongruo procedimento dell’Ombudsman, o mediatore etico, europeo contro Draghi per conflitto d’interessi, per fare parte del Gruppo Bilderberg, rende manifesta la guerra sotterranea in corso da tempo, a Parigi e a Berlino, contro il presidente della Bce. Con l’obiettivo di indebolirlo – sostituirlo non si può – e di riflesso indebolire la posizione italiana, nella finanza e negli affari. Quello che il gergo americano dice “azzoppare l’anitra”: il lame duck  è solitamente l’autorità non rimovibile, che però si porta all’impedimento, indebolendola.
Draghi è un avversario da sterilizzare, non potendolo rimuovere. Ha completato con pieno successo il mandato per cui fu “assunto” da Berlino: salvare le banche tedesche. Lo fece, con 250 miliardi (la “Grande Bertha”). Poi ha fatto cose che il fronte franco-tedesco, intento a spolpare l’Italia a prezzi di realizzo, non ha gradito. La presidenza della Bce, non rinnovabile, dura otto anni: quella di Draghi scade quindi a novembre 2019, fra tre anni.
Il gruppo Bilderberg è un foro di dibattito, esiste da un quarantennio, riunisce banchieri e intellettuali, ed è succeduto alla Trilateral proprio per rendere più pubbliche le sue discussioni. A Draghi era stato fatto colpa di appartenervi già a metà 2012, sempre presso il Mediatore europeo, e sempre su denuncia di un altrimenti ignoto Corporate Europe Observatory. Il Mediatore dell’epoca, Nikiforos Diamantoros, aveva dismesso subito la “notizia”. Il suo successore, una giornalista televisiva irlandese, sta invece montandoci uno scandalo.
Anche nel 2012 se ne fece uno scandalo. A Parigi, su iniziativa del presidente eletto Hollande, via “Le Monde”, al quale fu data la notizia dell’indagine a carico di Draghi che invece allora non si fece. Hollande si muoveva nell’alveo della politica antitaliana del suo predecessore Sarkozy.
Draghi s’è proposto di salvare l’euro. La missione è  riuscita e ora dà fastidio. Soprattutto con la politica anti-deflazione:  la Germania si ritiene fuori dalla deflazione, e danneggiata dalla politica degli interessi zero-negativi. Ma il resto dell’Europa è sicuramente in deflazione e Draghi tiene duro. Un altro motivo di scontro, dopo il quantitative easing.
Draghi è anche, seppure non dichiarato, l’unico argine contro la manomissione del sistema bancario italiano. A opera del suo capo della Vigilanza – che però negli statuti Bce è autonoma: la terribile Nouy, un’impiegata francese traslocata a Francoforte. Col compito di dissolvere le banche italiane?


L’inverno europeo

È gelo anche per le banche. Non solo italiane. Un studio della Deutsche Bank mostra che i ricavi e gli utili netti delle banche americane sono da due anni migliori dei livelli pre-crisi. Le banche europee invece ancora arrancano, sia per ricavi che per utili.
Gli andamenti divergenti sono l’esito di differenti politiche creditizie, e dei due modelli diversi e quasi antagonisti di rilancio dell’economia, quello Obama, espansivo, e quello Merkel,
restrittivo – del troppo poco troppo tardi. Nella politiche restrittive europee le banche si sono trovate esposte. Per evitare il tracollo si sono prese un ruolo di supplenza, finanziando generose la produzione, e ora, con la ripersa lenta, sono minacciare ugualmente d’insolvenza, a costi maggiorati per tutti, finanziatori e comunità.
Le banche americane hanno adottato politiche drastiche di disindebitamento, di selezione della domanda. Nel decennio hanno ridotto di 13 punti di pil i crediti alle famiglie. Mentre le banche europee li hanno aumentati, in varia misura nei vari paesi, di un 3 per cento complessivo. Nei confronti delle imprese hanno fatto anche peggio. I crediti alla produzione sono cresciuti di 7 punti di pil negli Usa, di 16 nella Ue.

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Perché abbattere le banche italiane, col capitale

C’è una ragione nella violenza della Vigilanza Bce contro le banche, e ora in particolare contro le banche italiane. Alle quali impone ricapitalizzazioni a cascata – son le più capitalizzate d’Europa – che le indeboliscono invece di rafforzarle. Un circolo vizioso frutto non di incompetenza ma di una strategia. Esercitata dalla responsabile francese, Danièle Nouy, col supporto della Bundesbank – anche in chiave bancaria vige l’asse franco-tedesco.
La ragione è in parte nota. La Bundesbank ha ricapitalizzato le sue banche, le più a rischio di tutte, per prima. Con la benevola disattenzione degli altri paesi membri verso una pratica per molti aspetti concorrenziale. Per 250 miliardi, dieci volte le ricapitalizzazioni italiane.
La Francia c’entra nella violenza della Vigilanza Bce perché l’ha esercitata per prima. Nel quadro della politica di privilegio ai grandi interessi (molto visibili ora anche in Italia) che concorre per buona a parte alla disistima record coagulata dal presidente socialista Hollande. Nella seconda fase della crisi, dal 2011, la politica francese è stata di moltiplicare i fallimenti, per ripulire i bilanci delle banche dei crediti incagliati o non performing loans. La media dei fallimenti annui è stata di 60 mila imprese, piccole e piccolissime. Il doppio che in Italia, a parità di popolazione.
Nei primi anni della crisi, rileva la Deutsche Bank,  Francia e Germania hanno seguito politiche antitetiche. La Germania ha ridotto il credito, sia alle famiglie che alle imprese, rispettivamente di un 14 e di un 4 per cento. La Francia invece ha fatto in un primo tempo come l’Italia, ha accresciuto il credito in funzione anticiclica, per compensare le politiche di bilancio restrittive. L’Italia lo ha aumentato di un 7 e di un 14 per cento, la Francia di più, del 17 alle famiglie e del 24 alle imprese.
Poi è intervenuta la rigida selezione. Per cui gli npl sono passati in questi cinque anni in Italia da 200 a 320 miliardi. Mentre la Francia li ha tenuti dimezzati, a 150 miliardi.

Ceronetti contro la nuvola

Contro il male di vecchiaia – gli occhiali che non si trovano - e contro la E-Memoria. Con esercizi memonici consigliati, tra il burlesco e il disperato: titoli celebri errati, gli adolescenziali scioglilingua, le poesie, le canzoni, la preghiera anche, e più in generale la pratica della meditazione, le associazioni sonore traditrici. Leggere i giornali non serve. Le lettere d’amore nemmeno. Con i caratteristici frilli. “Cuneiforme è l’alfabeto dell’asservimento umano”. “Il lamento sgocciola da tutte le grondaie dell’esistente”. Col volgare “la Messa ha perso quasi interamente il suo fondamento sacrificale”. “Senza latino la libertà dell’uomo italofono e dell’uomo europeo si decompone, e diffonde odore di chiodo paleo semitico (fasci croci uncinate falci martelli mezzelune…)”.
Difficile contestarglieli, questa volta i (mal)umori di Ceronetti, uomo solo al comando, nascono su un letto d’ospedale. Il bisogno di compassione non è contestato e anzi è dichiarato: costituzionalmente umano.
Un manualetto di resistenza. Contro la E-Memoria gli strali sono anche ben diretti. Cancella ogni supporto – corrispondenza, riflessione, libri (non la conversazione, Ceronetti è uno che dialoga con se stesso). I bambini formando ignoranti, gli adulti abbeverando a “mammelle sataniche”. Il tempo, si può aggiungere, eliminando, e con esso la disponibilità, la prodigalità – la E-Memoria è incalzante, assorbente. Ma è un “attacco alla specie”? Ceronetti ne è convinto: l’accumulo google si è sostituito alla conoscenza, lo studio, la speranza. Ma no, lui stesso ha potuto scrivere comodo in clinica trovando nella nuvola i riferimenti necessari – è un mezzo, fantastico.
La scrittura pure, prima del web, ai suoi albori e ancora al tempo di Platone, era sospettata e condannata.
Guido Ceronetti, Per non dimenticare la memoria, Adelphi, pp. 64 € 7

martedì 24 gennaio 2017

Il colpo di coda della finanza laica

Si può leggere l’arrocco di Mediobanca-Generali come una controffensiva  della finanza laica. Del  vecchio “salotto buono” milanese contro Intesa pigliatutto, il bulldozer creato dall’amministratore del vescovo di Brescia, Giovanni Bazoli, sull’ex impero di Cuccia. Che in estate è arrivato infine, alla presa del “Corriere della sera”. Una sconfitta che più della Commerciale brucia in Mediobanca.
Mediobanca non poteva più permettersi il “Corriere della sera”. E non potrà permettersi Generali, come ha annunciato, dopo una vita. La rete di protezione che Mediobanca si è costituita con i francesi non è bastata. Anzi, Intesa aveva ultimamente buon gioco a proiettare la finanza francese all’assalto di Generali, con Axa e non più con i Bolloré, e a prospettare una mossa difensiva nazionale.
La partita si gioca ora scoperta. Ma Generali più di Mediobanca ha la forza per opporsi. Tanto più che ne va della sua vita: il disegno “nazionale” di Intesa, di caratteristico cinismo (ha cannibalizzato tutte le entità che ha artigliato, non ne ha salvata una), è di fare del colosso di Trieste uno spezzatino, vendere, lucrarci.
Generali era nel mirino di Bazoli già negli anni 1990. Allora l’integralismo del banchiere bresciano lo costrinse alla ritirata. Avrebbe dovuto unire le forze con Banca d’Italia, allora secondo azionista a Trieste dietro Mediobanca, governata da Fazio, altro banchiere confessionale. Bazoli non sopportava Fazio, una sorta di concorrente nello stesso campo, non ne sopportava la pretesa di arbitrare gli assetti finanziari. Ma la collisione con Banca d’Italia lo costrinse alla ritirata, seppure senza perdite – l’eiezione di Fazio arriverà tardiva su questo fronte..