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lunedì 4 dicembre 2017

Che cos’è (questa) Europa

Perché la Banca centrale europea ritiene pericolosi i buoni del Tesoro in cassa alle banche e non i derivati, che non sono titoli di debito ma scommesse? Semplice: perché i bot ce li hanno le banche italiane e i derivati la Deutsche Bank e la Bnp francese.
Perché Dijsselbloem, un ex ministro olandese, non più membro nemmeno del suo Parlamento, viene confermato provvisoriamente a capo dell’Eurogruppo? Semplice anche qui: perché è nemico dichiarato dell’Italia. Lo conferma la Germania, per far saltare la candidatura di Padoan.
Perché il presidente dell’Eurogruppo viene assunto dal Fondo Salva Stati (Esm), presieduto da Klaus Regling, tedesco, come consulente? Questo lo spiega Ivo Caizzi sul “Corriere della sera”. Perché Dijsselbloem, trombato alle elezioni, non ha un mestiere e deve guadagnarsi da vivere. Prenderà 14 mila euro al mese, pagati anche dall’Italia. Un presidente consulente.
Perché Katainen parla periodicamente contro l’Italia? Facile anche questo: perché anche lui, come Dijsselbloem, è un tedesco aggiunto. Dice quello che la Bundesbank e il ministro dell’Economia (delle Finanze) tedesco gli dicono di dire. Al momento giusto, nel caso giusto.
Perché tutti i giornalisti italiani accreditati a Berlino dicono meraviglie di Angela Merkel, che i due giovani belli e rampanti Katainen e Dijsselbloem ha portato a Bruxelles (Katainen lo ha perfino fatto dimettere da primo ministro) – con stupore dei colleghi tedeschi? A questo è più difficile rispondere.

Il mondo com'è (326)

astolfo

Cesare Borgia – È creazione letteraria – un racconto storico, poco fedele.  Immortalato nelle lettere di Machiavelli ai reggitori di Firenze e nel “Principe”, ma è durato appena quattro anni, con poco di suo, e più in male che in bene. Da quando si è fatto vassallo del re di Francia Luigi XII, che lo nobilitò per avere in cambio l’annullamento del matrimonio da parte del papa Alessandro VII, padre di Cesare. Alla morte del padre, il 18 agosto 1503, il successore Giulio II lo farà imprigionate, senza problemi. Evaso, sarà “condottiere” di suo cognato il re di Navarra ma presto morirà, l’11 marzo 1505, miserabilmente in un’imboscata a Vana, in Spagna, dei nemici del re francese pretendente del trono di Spagna..
“È un problema irrisolto sapere se la memoria viva dei principi del Rinascimento è dovuta al loro proprio genio o a quello degli artisti che hanno trasmesso l’essenza del loro essere alla posterità”. Ernst Kantorowicz poneva il problema nel 1939, ma già allora dirlo risolto, per quanto attiene a Ces are Borgia. Che non ha fatto nulla di memorabile, se non intrattenersi distesamente, la notte, in lunghi colloqui in solitario con Machiavelli, a Urbino e a Imola. Colloqui che sono anche la chiave probabile del fascino che esercitò sul suo “creatore” Machiavelli, altrimenti inspiegabile: Cesare Borgia fu l’unico uomo d’azione con cui il letterato fiorentino poté trattare fatti d’arme e di politica, di genio politico. Ebbe confidate numerose ambascerie importanti, ma trattava i problemi con i cortigiani. Il Valentino fu l’unico che, forse per sentirlo quasi coetaneo, s’intrattenesse con lui distesamente. E per argomentare delle sorti della storia, non per decidere in merito alle ambascerie.

Duca Valentono, Duc de Valentinois, della regione omonima, è titolo concesso l’1 dicembre 1498 a Cesare Borgia, che dall’età di sette anni accumulava titoli, per essere figlio del papa Borgia regnante, Alessandro VII (la nomina precedente era di cardinale di Valencia, la successiva, un anno dopo, per il giubileo del 1500, sarà di Capitano Generale della Chiesa), dal re di Francia Luigi XII. Che voleva l’annullamento papale del matrimonio con la biscugina Maria, la figlia di Luigi XII, per sposare Anna di Bretagna, la vedova di Carlo VIII. Luigi XII creò Cesare Borgia duca del Valentinois,  conte di Diois, e signore d’Issodun, e gli diede in moglie una principessa, Charlotte d’Albret, sorella del re di Navarra.

Proselitismo – Il papa in Birmania e in Bangladesh, dove i cattolici si contano, e anche i cristiani, sembra ripetere il tema del film di Scorsese sui gesuiti portoghesi in Giapone, e sul racconto storico dallo stesso titolo su cui Scorsese ha impiantato il film, di Shusaku Endo. Arnold Toynbee spiega in “Il mondo e l’Occidente”, 1952, che il governo giapponese nel Seicento non temeva tanto le conversioni, ma che la conversione stessa non fosse un atto di fanatismo, e quindi di pericolo per lo Stato, per la possibilità che il fanatico tradisse: “Ciò che temevano gli statisti giapponesi era che i compatrioti che questi missionari stranieri andavano convertendo al cristianesimo occidentale assorbissero lo spirito fanatico della religione adottata e, sotto questo influsso demoralizzatore, si lasciassero adoperare a mo’ di «quinta colonna», come diremmo oggi in Occidente”.
Questa la spiegazione che lo storico faceva seguire: “Se il sospettato disegno fosse riuscito, allora portoghesi e spagnoli (le nazionalità dei missionari, n.d.r.), che in sé non costituivano una seria minaccia all’indipendenza giapponese, avrebbero potuto ordire una conquista del Giappone mediante l’ausilio dei traditori giapponesi. Il governo giapponese del diciassettesimo secolo mise fuori legge e represse il cristianesimo per lo stesso motivo che oggi induce i governi occidentali del ventesimo secolo a mettere fuori legge e reprimere il comunismo; e proprio un elemento comune a queste due fedi occidentali – il fanatismo ad esse trasmesso in eredità dal giudaismo – ha fatto da pietra d’inciampo in ogni paese asiatico in cui è stato propagandato il cristianesimo”.
Lo stesso in Cina, il cristianesimo vi è avversato per la sua carica mobilitante?

Machiavellico (Francia-Italia 2) – Si può dire aggettivo francese, più che italiano, di conio e imposizione francese. Il “disegno di conquista che la Francia conduce, strategico e militare, nei confronti dell’Italia”, che sarebbe al centro del libro di ricordi in via di pubblicazione di Roberto Napoletano, “Il Cigno Nero e il Cavaliere Bianco”, sarà forse vero (la prova non c’è, è una valutazione. “Nei circoli internazionali il ragionamento geopolitico prevalente dà per acquisito che i francesi vogliono conquistare il Nord Italia”), ma è ben solido nella storia, secolare, radicato. Fino alla difesa del papa contro l’unità d’Italia repubblicana nel 1849, e dieci anni dopo di sostegno all’unità dell’Italia, in funzione antiaustriaca.
Il machiavellismo ne è la chiave: la sua creazione e l’imputazione, da “machiavellici”, a ogni cosa italiana.
Il re francese Luigi XI, definito speso il “quasi italiano”, da ultimo da Bouchardon (“Léonard et Machiavel”), per il cinismo, non aveva nulla di italiano. Più propriamente era detto “il ragno universale”, per la bruttezza e gli intrighi, a partire da quelli innumerevoli orditi contro suo padre, Carlo VII, quello di Giovanna d’Arco. Fu suo figlio Carlo VIII, quello della “discesa” conquistatrice in Italia. Luigi XII, il successore di Carlo VIII, che distruggerà le ambizioni regali degli Sforza e di Milano, fu suo cugino. A Luigi XII d’Orléans, figlio del poeta Charles d’Orléans, Luigi XI aveva dato da sposare sua figlia Giovanna, nata deforme dalla sua seconda sposa, Carlotta di Savoia - sposata tre anni prima, quando aveva otto anni, per la ricca dote.
Luigi XI si faceva chiamare il Prudente, per imbrogliare le carte. Carlo VIII, con le sue pretese dinastiche e cavalleresche, sconquassò il principio dell’ordine “italiano”, della pace fra i principi, concordata nel 1454 e sottoscritta a Lodi. Luigi XII attaccò e sottomise Milano. Era, come Cesare Borgia spiegherà a Machiavelli una notte a Imola, “il padrone della bottega”, cui non si poteva dire di no.
Fu sotto i colpi della “furia francese” che svanì il disegno di una politica di pace e di progresso, spiega qualche anno dopo lo stesso Machiavelli alla fine del cap. settimo, quello conclusivo, dell’“Arte della guerra”: “Credevano i nostri principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltremontane guerre, che a uno principe bastasse sapere negli scrittoi, pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera,mostrare ne’ detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d’oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli atri, tenere assai lascivie intorno,governarsi co’ sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nello ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare se alcuno avesse loro dimostrato alcuna lodevole via, volere che le parole loro fussero responsi di oraculi; né si accorgevano i meschini che si preparavano a essere preda  di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi, le subite fughe e le miracolose perdite”.
L’aggettivo machiavellico deve poco o niente a Machiavelli e molto alla Francia, che lo coniò e lo adopera come maschera. A partire, qualche anno dopo i Luigi di Francia (che il milanese Gadda ha immortalato con ironia sofferta), da Caterina di Medici, la prima vittima. Luigi XII, presso il quale Machiavelli era stato mandato in missione speciale dalla Repubblica di Firenze nel secondo semestre del 1500, si era già illustrato in Italia aiutando militarmente la Repubblica contro l’insurrezione di Pisa. Questo a maggio del 1500, cinque anni dopo che la resistenza opposta con successo da Firenze a Carlo VIII. I guasconi e gli svizzeri mandati dal re di Francia si guardarono bene dall’impegnarsi in battaglia, e la Repubblica fiorentina decise di non pagarli – Machiavelli fu mandato per questo due anni dopo, a inseguire la corte nomade di Luigi XII (i re di Francia non si erano ancora accasati a Parigi), per cercare un accordo. 

astolfo@antiit.eu

Fellini a Stoccolma

“Un film che ti cambierà la vita”, questa e altre scemenze si possono leggere dei critici italiani all’uscita in sala del film dopo la Palma d’Oro a Cannes, col rischio di non godersi le due ore abbondanti di proiezione. Che sono invece una satira del “modello svedese”, della buona borghesia, in cinque o sei episodi da ridere. Benché felliniani – cioè dolceamari, e apparentemente inventati (estremizzati, onirizzati) e realistici insieme: dell’arte per l’arte sacrale (di fatto le performances, le installazioni e i video del prodigo mercato dell’arte), del giornalismo sdraiato o saccente, del femminimo, del babbo-mammo, della pubblicità, della sociologia dell’accattonaggio, e per iniziare del repubblicanesimo (si buttano giù le statue).
Tutti gli episodi nascono da cose viste dal regista, che lo ha anche detto a Cannes, e ripetuto ai tanti festival cui è stato quest’anno convitato. Bastava Almodovar, che da presidente della giuria a Cannes lo ha voluto premiato, disse, per aver denunciato “la dittatura del politicamente corretto”. Solo gli svedesi etnici, per soma o linguaggio, fanno le cose reali: reagiscono, ridono alle buffonate o sbruffonerie, e sanno “stare la loro posto”.   
Square è quadrato, piazza, ottuso (conservatore), scacco agli scacchi, e squadra per i geometri. Tutto gira attorno a un quadrato, una installazione di un’artista Lola argentina che fa girare tutta Stoccolma, dai giacobini muti che hanno abbattuto la monarchia ai bambini. È un quadrato, a questo è ridotta la piazza dell’ex palazzo reale, ora museo di arte contemporanea, sul quale una targhetta viene attaccata che proclama: “Il Quadrato è un santuario di fiducia e altruismo. Al suo interno tutti dividiamo gli stessi diritti e doveri”. Ma niente quadra. Eccetto il protagonista, e la società svedese-svedese che gli gira attorno. Molto square nel progressismo.
Fellini c’entra per molte citazioni, dirette e indirette. l’infante testimone d’innocenza, i mostri della porta accanto, la realtà che scorre onirica, i personaggi proteiformi, visivamente. Un’opera tradita dai critici a fini apologetici, questa restava da vedere – ma i critici vedono i film, o si fidano dell’addetto(a) alla promozione, magari a una ottima cena (certo due ore al buio son troppe)? E questa è una sorpresa, perchè il fim è molto esplicito, nella parodia satirica, non cammuffato.
L’attore che peforma lo scimmione è Terry Notary, quello del “Pianeta delle scimmie”. Le altre performances e installazioni sono in riferimento a artisti noti, Oleg Kulik, Julian Schnabel, Robert Smithson, Carl Hammoud.
Ruben Östlund, The Square

domenica 3 dicembre 2017

Problemi di base kantiani ter - 376

spock

“Una statura piccola ispira confidenza”?

“Capelli scuri e occhi neri sono più affini al sublime”?

“La fine dei dolori di amore è anche la fine dell’amore”

“Ci si può sentire sani senza sapere che si è sani”?

Il tedesco è “negoziante all’ingrosso di erudizione”?

“I tedeschi non hanno disinvoltura”?

Il grande cinese di Königsberg fu soltanto un grande critico” (Nietzsche)?

spock@antiit.eu

A lezione di management sul campo di calcio

“Come conquistare menti, cuore, vittorie” è il sottotiolo: un omaggio inglese, come suona meglio nel titolo originale, “Quiet leadership”. Tutto giocato sul carisma di Ancelotti, definito “uno dei più grandi manager di tutti i tempi”. Sulla base di una filosofia “collaborativa”, o del gioco di squadra: “Un leader non dovrebbe mai aver bisogno di usare il pugno di ferro. L’autorità dovrebbe essere il risultato della stima e della fiducia”.
Un anno dopo Ancelotti subirà il licenziamento al Bayern per non aver saputo gestire la squadra. La  lettura oggi è quindi un  po’ controcorrente. Ma un episodio non fa stato. Ad Ancelotti si fa credito non solo di aver vinto cinque Champions League, un record, ma di aver saputo gestire fuoriclasse di peso e capriccio, Beckham, Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo.
Scritto da un esperto di management, Chris Brady, con l’aiuto di un collaboratore. Mike Forde, il memoir  si fa leggere per l’aneddotica. Di casi celebri, personaggi, metodi, giusti e sbagliati, trionfi e tonfi. Ma anche la filosofia di gestione è bene argomentata; una squadra di calcio è un’azienda sui generis, bisogna far giocare insieme venti-trenta primattori, e senza week-end per recuperare energie e sbollire gli errori.
Carlo Ancelotti, Il leader calmo, Rizzoli, pp. 339 € 18
Quiet leadership, Penguin , pp. 336 € 11,50

sabato 2 dicembre 2017

Letture - 326

letterautore

Aneddoto - Il petit fait vrai di Stendhal, più che il personaggione centrale, Barthes dice che “fa sentire il reale” – il Barthes delle “Mitologie” quotidiane: il dettaglio che fa l’emozione.

Cortazàr – Dimenticato, ma aveva con “Rayuela” il racconto che si racconta da sé: ritagli di giornali, pezzi di diario, di note di servizio…., il collage.

Dante – La sua poesia come canto “entêtant” ha lo storico medievista Bouchardon, “Léonard et Machiavel”: avvincente, stordente.

Fu orientalista? Non poteva, quello che si sapeva ai suoi anni dell’Oriente lo sapevano, anche bene, diffusamente, i francescani, ma non circolava: non ne scrivevano, non lo hanno documentato. Qualcosa però sapeva, della mistica orientale, e in qualche modo del Budda. Prendendo lo spunto dal viaggio del papa in Birmania, per incontrare i monaci buddisti, Silvia Ronchey porta nuova luce (“Buddha, Dante e il segreto di Francesco”, “la Repubblica” di giovedì 30) sul passo oscuro del  canto XI del “Paradiso”, dove Dante fa rimare “frange” e “piange” con Gange”, per dire di san Francesco: “Nacque al mondo un sole,\ come fa questo talvolta di Gange”. Un altro sole essendo l’innominato Budda, chi altri? Dante non ignorante di mistica orientale è ipotesi non peregrina, opina la studiosa.  

Docufiction – Capuana la anticipava nel 1882.nei “Saggi di letteratura contemporanea. Seconda serie”, a proposito della biografia di Gavarni a opera dei fratelli Goncourt: “Si legge con l’avidità di un romanzo: forse è un primo saggio di quello che sarà il romanzo futuro: un semplice studio biografico fatto su documenti intimissimi”.

Giallo – È genere semplificatore, nell’intrigo che pure il genere pretende. Alleggerisce, e non accresce, l’ansia del lettore – del lettore ansiogeno. Per il suo meccanismo cardine, di cercare la soluzione: rispetto a ogni altro genere narrativo, fantasy compresa, il thriller ha il vantaggio di confortare il lettore a ogni indizio che escogita, giacché ne ha accettato in partenza il postulato:– il colpevole sarà punito - anche solo scoperto, basta. È come un monumento che si rifinisce, non si costruisce.

Libro - L’Arnheim di Musil i bibliotecari deliranti di Borges: la meraviglia è indotta dalla materia più esanime.

Machiavelli – Sempre molto letto – studiato – in Francia, ma sempre lungo le due linee, del’accettazione o del rifiuto, disegnate nel Settecento. Rousseau, che ha letto anche i “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio” e le “Istorie fiorentine”, lo lega alla causa repubblicana, “Il Principe” leggendo come una parodia del potere tirannico, o come combatterlo. Diderot invece, limitandosi al “Principe”, l’aveva liquidato come un manuale dell’“arte d tiranneggiare”. Letture entrambe, curiosamente, un po’ affrettate, semplicistiche.

Molière O della verità doppia e tripla, relativa, elusiva – anche Montaigne. Umoresca ma malinconica.  In personaggi e situazioni in difetto e insieme nel giusto.

Punto di vista – È o dovrebbe essere il vigile che dirige il traffico. Ma è anche nella narrativa, come nella saggistica, più spesso il demiurgo. Sotto le vesti del “conduttore”, il Pippobaudo, majeutico più che assertivo. Si legge come guidati per mano, in condizione fanciullesca.

Romanzo – Esige una “willing suspension of disbelief”, una complice sospensione dell’incredulità, oggi come ai suoi albori, con Coleridge. Quasi come la divinità, Dio.
Anche “avvenimento inaudito realmente avvenuto”, come Goethe  pretendeva con Eckermann.

Ma soprattutto è forte del vecchio trucco della morte\resurrezione, - le reincarnazione, l’eterno ritorno, la vita oltre la morte. La quale s’intende sempre come “vita nova”, diversa cioè e buona.

Tolstòj – “Il più grande realista che sia mai esistito” è per Calvino - “Natura e storia nella letteratura”, una conferenza del 1958 che ha poi ripetuto negli anni 1960 in Italia e all’estero, negli Istituti italiani di cultura, ora in “Una pietra sopra”. “Guerra e pace” il “libro più pienamente realistico che sia mai stato scritto”.

letterautore@antiit.eu 

Nabokov si diverte, di se stesso

“A Julia piacevano gli uomini alti con le mani forti e gli occhi tristi”. Il racconto procede così: la terza persona non basta a Nabokov, vuole oggettivare ancora di più.
Una sorta di autofiction per gioco di specchi – affidata per la pubbliacazione nel 1972, cinque anni prima della morte, al figlio Dmitri. Seppure al modo suo, tutto in esterni, si direbbe al cinema.   
Dedicato, come tutto di Nabokov, a Véra, la moglie manager, editrice e tradutrice, ma questo con più senso, il  racconto è del pensiero proibito di chi nella coppia si rivede solo, per un qualche incidente della vita. In Svizzera, paese di elezione, che il protagonista vede e rivede quattro volte, da ragazzo in vacanza, da giornalista per un’intervista, da marito quasi criminale, e da ultimo per una riflessione sulla vita, la sua e quella di tutti. Sorridente, anzi sornione, nome una parodia del “Nabokov”. A effetto paradossale: di ritrovarsi ingombro dell’altro, sempre nella sua compagnia, per quanto colpevole e non accidentale sia stato l’evento separatore..
Tradotto con la stessa eleganza dell’originale da Dmitri Nabokov, il figlio ora scomparso, che cantava da basso ed era fine italianista. C’è nudo il “metodo” di Nabokov, del tutto visto dall’esterno, senza l’artificiosità della École du regard, ma con lo stesso effetto straniante: lo scrittore non s’immischia nella psicologia dei suoi personaggi. Con, forse, un piccolo autoritratto, come romanziere russo a Ginevra, in viaggio, “novantuno, novantadue, forse novantatré anni fa”, verso l’Italia, con “i fogli sparsi di un embrionale romanzo dal titolo provvisorio Faust a Mosca”. Pieno di ardori ma confuse o poco passionale, al debutto in amore “nella sua cttà natale aveva corteggiato una madre di trentotto anni e la di lei figlia di sedici”” – “Per ragioni ottiche e animali l’amore sessuale è meno trasparente di molte altre cose ben più complicate”.
Un libro di divagazioni in realtà. La matita scorrre per tre apgine come nel famoso sketch di Tognazzi e Vianello, sul “troncio” etc. da cui l’esile manufatto viene fuori. E pensieri sparsi: “La notte è sempre un gigante”, etc.
Vladimir Nabokov, Cose trasparenti

venerdì 1 dicembre 2017

Il fascino della persona senza qualità

In una giornata media le tv nazional fanno spettacolo ospitando circa 300 italiani comuni, gente cioè non del mestiere, non di spettacolo: “I fatti vostri”, “Forum”, “La vita in diretta”, “Ci vediamo in tribunale”, “L’eredità”, “The Wall”, “Soliti ignoti”, le tante “Prova del cuoco”, almeno un talk-show serale, il teatrino della politica con giornalisti, politici, economisti, e  uno spattacolo serale di talenti. Almeno100 mila l’anno.
Lo fanno perché costa meno. E per fare nazionalpopolare, fare parlare l’uomo della strada. Anche per la curiosità, di tante esperienze e passioni bizzarre. Ma con una predilezione, non necessaria, per le questioni e i linguaggi bassi: litigi per lo più, insofferenze, cattiverie, al limite grigiore. E sempre sofferenze.
Fare spettacolo col grigiore è in realtà la chiave: ributtare l’uomo comune nella sua ananke. Non prospettargli un’ora, un giorno di meraviglia. La meraviglia è apparire sul piccolo schermo, è la fine dell’ambizione.
Il paese si specchia nella mediocrità. Se ne inorgoglisce. Ci guadagna anche soldi.

Ombre - 393

Renzi onora della sua presenza il tour promozionale di Fabio Volo col suo nuovo libro. Si penserebbe a un colpo di fortuna, e invece Volo abbandona la sala. La sala dove si parla del suo libro. Non è una gag da ridere, è successo: è il nuovo galateo del “mi si nota di più se…”.

Jovanotti torna , “vulnerabile e fragile”, di prepotenza, ne siamo invasi. Lui umile riconosce: “Come diceva Joe Strummer: «Il futuro non è stato ancora scritto»”. Strummer dei Clash? Ma è il privilegio dell’analfabeta, reinventare tutto.

Striscia su Sky Tg 24 in evidenza, su fondo giallo, per un’ora almeno, la notizia “ULTIM’ORA – Ruby-ter: Berlusconi a giudizio a Siena”. Alternata a “Ruby-ter: Berlusconi a processo per corruzione”. Sembra uno spot elettorale.

Lo spot è confermato la mattina dopo dai giornali radio Rai con un elenco impressionante – non critico, quasi esultante - dei processi “risvegliati” dopo la nuova “discesa in campo” di Berlusconi, – messi o rimessi in moto. Se bisognava convincere i berlusconiani ad andare a votare, è fatta.

Scende in campo anche il capo della Polizia Gabrielli, per dire che lui non ha bisogno dei militari, che alle mafie di Ostia ci pensa lui. Era ora, non ci poteva pensare un po’ prima?

Anais Ginori, da Parigi, informa su “la Repubblica”: “La ministra Marlène Schiappa contro il collega Bruno Le Maire, colpevole di aver presentato una sottosegretaria  chiamandola «Delphine» senza cognome. Abitudine sessista, ha detto, e su twitter ha ironizzato chiamandolo «Bruno»”. I macroniani sono in effetti sorprendenti.

Macron in Burkhina Faso tiene una lezione di due ore agli studenti dell’università. Per condannare il colonialismo. Ma due ore di lezione, più una di dibattito, quasi obbligatorio, richiedono un polso molto duro – coloniale.

Grasso si candida per unificare la sinistra, e dei cinque movimenti che la compongono ne lascia fuori tre. D’Alema lo incorona “uomo della Provvidenza”. Non dice propriamente così, ma lo dice “un valore aggiunto, è persona che gode di grande considerazione, e sa comandare”. Che è tutto, e quanto basta, per guidare la sinistra politica.

Il giudice Woodcock si è querelato per diffamazione contro la giornalista Annalisa Chirico e ha perso la causa. Questa in effetti è una notizia, un giudice che perde una causa contro un giornalista.

Giusto prima della estromissione dalla Congregazione per la dottrina della fede, “il Papa mi confidò: «Alcuni mi hanno detto anonimamente che lei è mio nemico»”. Senza più. Alcuni anonimi. Il cardinale Müller dice anche: “Io resto con papa Francesco”.Ma che poteva dirne di peggio?
San Francesco ascoltava gli anonimi?

La Leopolda di Renzi a Firenze “un tempo aveva senso” per Pif. Un tempo, cioè un anno fa. Poco prima della “tramvata” presa da Renzi al referendum. Ora, s’intende, non più: i comici devono essere tempisti.

Conti sballati, previsioni sballate: incredibile messe di spropositi, di Fubini e del “Corriere della sera”, sul sistema pensionistico. Lettura sballata dei bilanci Inps, confusione incredibile tra assistenza e previdenza, previsioni terroristiche. Non per difetto di competenza, inimmaginabile. Dev’essere la sindrome Boeri: le pensioni non ci sono più, sottoscrivete polizze con le assicurazioni.

 “Il viaggio ufficiale di Ivanka in India irrita i diplomatici: «Perché parte lei?». Quando partiva Michelle invece nessuno bofonchiava? Il “Corriere della sera” scomoda Pino Sarcina per una pagina su un pettegolezzo strafatto – è difficile che un pettegolezzo non sia curioso. Poi dice che nessuno compra i giornali. Dirci chi è Trump e cosa fa no?

Prosegue imperterrita Danièle Nouy, cioè la Vigilanza della Bce, a favorire la speculazione sui debiti incagliati, a danno delle banche vigilate, danni anche gravi. Senza nessuna censura, nemmeno un rilievo, sempre per la solfa del mercato. Che qui è palese, ma dalla parte sbagliata.

Gli Npl vanno visti storicamente, e anche nazionalmente, alla luce della tradizionale gestione in house, cioè dell’esperienza. Arriva la Bce e impone di regalarli agli anonimi del recupero crediti, a prezzi stracciati. In effetti, lascia senza parole. 

Profumo di donna nel Superuomo di Nietzsche

Si celebra per gli uomini eccezionali cui si è accomagnata, Nietzsche, Rilke, Freud. Se ne legge la biografia come di una allumeuse, quali andavano ai suoi anni tra le donne di mondo, ricche o intellettuali, comunque belle, in mostra nelle capitali del momento, Roma, Parigi, Berlino, e perfino di bella horizontale, facile a letto. Ma questa di Peters, mezzo secolo fa, ne restituiva la figura a parte intera – poi consolidata con la traduzione delle sue opere, nessuna banale: il personaggio fa aggio sull’opera, che invece non demerita. Di donna anzi non facile, innamorata solo del giovane Rilke, la metà dei suoi anni, poco meno, che poi lasciò perché potesse “crescere”, acquisire esperienze, esprimesi liberamente.
Un libro denso, di una vita piena. Non “liberata”, non se ne poneva la questione, ma libera. Fino al  matrimonio “in bianco” col barbuto professor Andreas. La giovane russa fu a ogni momento arbitra della propria vita. Scelse di vivere castamente con Paul Rée, “fratello e sorella”, a preferenza del focoso Nietzsche,  senza alcun calcolo di convenienze, per seguire l’impulso a un rapporto di amicizia. Così come con altri, tra essi Rilke, visse e viaggiò in intimità. Da Rée al marito un pattern si può stabilire, non lusinghiero: di un ancoraggio maschile solido per una serie capricciosa di relazioni passionali. Ma non diminutivo.
Al centro logistico del libro una non peregrina lettura di Nietzsche nell’opera centrale “Così parlò Zaratustra”:  il superuomo è una rivalsa, dell’amore rifiutato, della sconfitta con Lou. Non un pettegolezzo, come può sembrare. Nietzsche si appropria di Zaratustra, che non è quello storico, lo svuota, lo fa il se stesso infelice, che in pochi giorni del febbraio, 1883, dopo aver deciso con l’opera precedente, “La gaia scienza”, di prendersi un riposo per riesaminare la sua filosofia, scrive “un libro per tutti e per nessuno”. Linguaggio grandioso, allusioni bibliche a iosa, e una professione di superiorità in acuto contrasto col suo personale strato di prostrazione. Per una vindicatio che subito Nietzsche proclama il suo capolavoro. Il rifiuto di Lou era stato grave perché Nietzsche, notava Peter Gast (e Nietzsche stesso scriveva alla madre e alla sorella), “vedeva in lei qualcuno del tutto straordinario; l’intelligenza di Lou, così come la sua femminilità, lo portavano al colmo dell’estasi”.   
H.F.Peters, Mia sorella, mia sposa. La vita di Lou Andreas-Salomé


giovedì 30 novembre 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (346)

Giuseppe Leuzzi

La storia medievale e moderna dell’Italia si distingue per la grande quantità di fonti: contratti notarili, istruzioni diplomatiche, annali (urbani, feudali, conventuali, familiari), registri dei conti, regesti. Non per il Sud. O le stesse fonti esistono da Napoli in giù e non sono analizzate? Sono il fondamento dell’identità.

A Bagnoli “600 milioni al vento e la bonifica tutta da rifare” – “la Repubblica”. È vero che Napoli supera ogni immaginazione. 

Reggio Calabria, pur essendo una delle ultime (105ma) per servizi culturali nella classifica del “Sole 24 Ore” per qualità della vita, è fra le prime per connettività: al 13mo posto per connessioni con banda larga da 30 Mb. Lo sviluppo può essere opera da poco.

C’era uno “Sport e mafia” già cinquant’anni fa, di un Lorenzo Artioli, per Bompiani. Una mode che parte da lontano. Ci sarà stato anche un “Cinema e mafia”, perché no. Anzi, proprio un “Moda e mafia”. Se non c’è, ci dovrebbe essere, troppi grandi della moda a Panarea e Pantelleria.

Il cordax o cordace, danza che si apparenta alla tarantella, Umberto Eco fa ballare in “Baudolino” a una prostituta, in chiesa. Un prestito, dirà dopo (nella raccolta che ora si pubblica di conferenze “Sulle spalle dei giganti”, da Dimitrij Merezkovskij, il prolifico autore di romanzi storici di fine Ottocento, da lui letto d a ragazzo, “Giuliano l’Apostata”. Ma in chiesa si balla, si ballava fino a ieri (al 2015, a Polsi, come nell’antica Grecia si ballava nel recinto del tempio.


“35 morti accoltellati in Inghilterra e Galles nei primi undici mesi, di cui 24 solo a Londra”. È una notizia ma non uno scandalo, è la “normalità”. la violenza urbana, metropolitana. La violenza non è uguale.


“Sirene”, dopo “I bastardi di Pizzolfalcone”, su Rai Uno, colorata, gentile, oleografica, “Gomorra” implacabile su Sky, senza luce, violenta fin nella parlata: non c’è una Napoli “normale”, una metropoli che pure s’ingegna e fatica. Napoli vuole essere esagerata, fuori della realtà. 

La questione dell’oppressione
La questione meridionale opprime i meridionali. Li fa:
avidi
corrotti
fannulloni
sporchi
brutti
incapaci
malavitosi
omertosi
ora anche mafiosi, anziché vittime della mafia
peculatori
traffichini
imbroglioni
abusivisti
evasori
aggressivi
cinici
Ne uccide la speranza. Li disintegra.
E se qualcosa ne resta ne corrompe la coscienza: nell’immagine riflessa, nessun meridionale riesce, neppure per un attimo, se non con sforzo, e con spreco polemico, a pensare bene di sé. Anzi, introiettando le accuse, i meridionali sono diventati gli alfieri di questa devastazione. Dai radicali Salvemini e Sciascia agli emigrati a Roma e Milano, a una buona metà dei residenti. È raro sentire al Sud una conversazione che non sia afflittiva.
È un meridionalismo indotto da una furba “Milano”, leghista in petto – subentrata da almeno un secolo al Piemonte nella gestione dell’opinione, esaurita con la Grande Guerra la centralità dei Savoia (il fascismo fu anche questo: il passaggio del bastone da Torino a Milano). Che per accrescere la subordinazione si prospetta:  
proba
operosa
virtuosa
ingegnosa
generosa
caritatevole
disinteressata
Al confronto il meridionale non è nulla. Anzi, è peggio di nulla: è cattivo, distruttivo, sperperatore del pubblico denaro, e un po’ sporchetto.
Tutto questo non è invenzione – paranoia, complottismo. Sono il “Corriere della sera” e “la Repubblica”, l’opinione “giusta”.

Se la sicurezza è mafia
La città meno sicura d’Italia è per la classifica annuale del “Sole 24 Ore” sulla qualità della vita Milano, l’ultima fra le 110 città capoluogo di provincia. Al 109mo posto Roma. Lo stesso l’anno scorso, non è un errore di stampa.
Reggio Calabria viene invece a mezza classifica, al 69mo posto. Subito dopo Torino.  Meglio anche di F irenze (106ma), Rimini (101ma), Venezia (77ma), Pisa(89), Brescia (86), Genova (84), Perugia (85), La Spezia (89), Grosseto (80), Lucca (99), Savona (97), Pescara (102), Imperia (98), Massa (75), Pistoia (82).
Roma e Milano, la Toscana e la Liguria sono i luoghi delle mafie? No. L’indice del Sole” censisce i furti, di auto e in casa, scippi e litigiosità. Una criminalità che va con la dimensione urbana, e con la ricchezza relativa. Verrebbe facile anche dirla esclusa dalle mafie: dove ci sono le mafie i ladruncoli sono pochi e lavorano poco. Ma questo non è il caso di Napoli, dell’asse Napoli-Caserta, dove lo scippo e il furto dell’auto non fanno eccezioni (ma Salerno,100ma, è peggio di Napoli, 96ma, nella classifica del “Sole”). O a Roma nei quartieri dominati dai clan, i Casamonica a Sud-Est, gli Spada e i Falciani sul litorale.  

Il puntiglio
Non si è finito di votare in Sicilia, che le liti sono scoppiate come petardi di strada. I giudici di Messina non sanno più chi incatenare per evasione fiscale, a partire dal neo-eletto Cateno De Luca, arresto forse d’obbligo dato il nome. E dal ventenne Luigi Genovese, altro neo-eletto. Anch’esso arresto forse d’obbligo in quanto figlio di Francantonio, il deputato nazionale Pd già condannato. Cateno e Genovese jr sono del centro-destra, ma questo non vuol dire. A Palermo arresti sono stati subito decretati per qualche esponente della sinistra. Il punto è il puntiglio – si sa già che i processi non ci saranno o finiranno nel nulla.
L’arresto ha scatenato Cateno De Luca. Che non passa giorno che non infilzi i Procuratori della Repubblica della sua città. I quali non parlano, ma lo caricano di altri delitti. Prima e dopo il voto, l’isola e l’Italia sono state occupate dalle dichiarazione di Crocetta. Un presidente di regione di cui non è stata possibile la ricandidatura per i troppi fallimenti, che però ritiene d essere nel giusto, in ogni singola piega. E insiste.
Più che virulenza, è umoralità. Fuori da ogni logica, anche solo di convenienza. Anche in affari di giustizia. Che si decidono a chi è più puntiglioso. Avvocatesca forse, ma aperta a tutti: tempo e energie sprecati. Di cui non si può nemmeno chiedersi “cui prodest?”: il puntiglio non vuole calcolo, è una esibizione di sé, ma in forma autodistruttiva, del tipo vagamente biblico che si dente così spesso citare, del “muoia Sansone con tutti i filistei”.

leuzzi@antiit.eu

Napoli immaginaria

Nella compiaciuta rievocazione del libro all’uscita, premessa a questa riedizione nel 2011 per i cinquant’anni, La Capria ricorda che il libro fu subito dei lettori. Benché complesso e anzi arduo.
Con argomentato sostegno critico (una corposa appendice riporta quello di Pampaloni, più una serie di altri recenziori, Pomilio, Starnone, Perrella Magris, Colombati), ma limitato.
Un primo modo di autofiction: I dieci anni dal 1943 al 1954 di un personaggio-narratore, per frammenti e flash, come di chi ricordasse: di un giovane napoletano che vive anche a Roma, e di un suo amore a mare irraggiungibile. Come la giovinezza trascorsa, “la bella iurnata”, ricorderà complice Magris, come il mare perduto. Dieci anni dopo l’esordio del La Capria narratore, una radicale curvatura a U.  C’era stato intanto Arbasino, coi racconti di “Anonimo Lombrdo”, la tecnica è quella: la scrittura asintattica, allusiva, di cose narrate-viste, con pennellate impressioniste - dette joycianamente epifanie.
O anche il romanzo di Napoli – “una città che ti ferisce a morte o t’addromenta”. Se ne vorrebbe un altro destino, meglio che addormentare, ma su Napoli La Capria è probabilmente imbattibile. Napoli quand’era snob – ci sono arbasiniane “mezzecalzetterie”. Che aveva lavoro ma lo disprezzava, mentre gli epigoni oggi se lo arraffano. Se non che tutti, locali e stranieri, si sf ilano il sotto del bikini – ma c’era allora il bikini, attorno al 1950? – sullo scoglio, e la cosa sembra scomoda. In mezzo alla città poi: gli scogli sono quelli artificiali di villa Peirce, che si è vista nella serie tv “Un posto al sole”, a Posillipo in fronte al mare ma villa tipicamente villa urbana, all’epoca villa Lauro. E anche questo è cambiato: allora c’era Lauro a Napoli, oggi?
Cosa resta? Un racconto d’epoca. Anni 1950 più che 1960. Da melodramma dolce vita.
Raffaele La Capria, Ferito a morte, Oscar, pp. 219 € 8,50

mercoledì 29 novembre 2017

Stupidario classifiche

Si sta male a Roma, anche se meglio dell’anno passato: la capitale è al 67mo posto per qualità della vita (Osservatorio La Sapienza Roma).

L’anno scorso si stava a Roma quasi peggio che nel resto d’Italia: la città era all’83mo posto, su 110. Niente scuole, niente ospedali, nente parchi pubblici? Niente.

Anche a Milano non si sta granché:¨poche scuole, pochi ospedali, etc. La città è a metà classifica, al 56-57mo posto.

E Torino? Sta ogni anno peggio, ora è scesa al 77mo posto, su 110.

Per l’analogo indice del “Sole 24 Ore” Milano è la città meno sicura d’Italia, al 110mo posto per Giustizia e Sicurezza.

Ma a Roma, per “Il Sole 24 Ore” si sta molto meglio: la capitale è al 24mo posto. E stava anche meglio, non fosse stato evidentemente per la sindaca Raggi: nel 2016 era al 13mo posto.

Anche a Milano, per “Il Sole 24 Ore”, si sta bene: la capitale lombarda è all’ottavo posto. E nel 2016 vi si stava benissimo: Milano era al terzo posto – dietro due città piccole e di montagna, Aosta e Trento. Smetteranno i milanesi d andarsene ogni settimana venerdì a pranzo?

La favola di Leonardo, Machiavelli e Cesare Borgia

Come Leonardo e il giovane Machiavelli si sono incrociati nei primi anni 1500. In molti posti e per molti affari, senza mai nemmeno nominarsi. Alla corte di Cesare Borgia, a Urbino e a Imola, e a Firenze, nei circa due anni che Leonardo vi trascorse, reduce da Milano, dopo che i francesi – alleati del Borgia – vi avevano rovescito il suo patron, Ludovico il Moro. Senza mai nominarsi l’uno con l’altro quasi di proposito, pur essendo entrambi scrittori e annotatori minuti del giorno per giorno. Tra Leonardo e Machiavelli l’autore disegna “la conversazione muta della «Camera degli sposi»” a Mantova: “Due uomini senza dubbio si parlano, ma noi non li sentiamo”.
Su questo mancato “incontro”, che non può non esserci stato tra le persone, ma non se ne trova traccia sulla carta, lo storico medievista e moderno francese Boucheron costruisce un racconto affascinante. Non il solito giallo, come è d’ordinanza, ma una rappresentazione dal vivo dei due personaggi. Di Leonardo nella sua aggrovigliata personalità, e del giovane intraprendente, grande cronachista se non grande diplomatico, Machiavelli. Attorno a quello che avrebbe dovuto essere e non seppe essere, il creatore di una regno d’Italia. All’inizio e alle origini del secolo fatale per l’Italia che fu il Cinquecento, con le “discese” in un primo momento dei francesi, di Carlo VIII e di Luigi XII. Il Cinquecento, nota anche Boucheron, è il momento in cui l’Italia abbandona il suo “sogno di potenza”.
Altre imprese Leonardo e Machiavelli condivisero negli stessi primi anni 1500. Lo scolmatore” dell’Arno, il primo, nel 1504, impresa fallimentare, malgrado una enorme spesa: voluto da Machiavelli per portare i ribelli pisani alla resa, e confidato a Leonardo. E nello stesso anno l’appalto per la “Battaglia d’Anghiari” a Palazzo Vecchio, altra impresa fallimentare. Qui, finalmente, si ritrova la firma Machiavelli in calce a un documento di Leonardo, il contratto di affidamento dell’opera – un evento su cui tra i due c’è palese discordanza: Leonardo nel cartone preparatorio lo drammatizza, Machiavelli nella “Storia di Firenze” lo mette in burla.
Ma altri colegamenti, più sottili e vividi, sono ricavabili. Come il “tutto vivente” di Leonardo, concezione singolare, che il cap. VII del “Principe” ripete. Con un’ipotesi verosimile sull’icomprensibile fascino che il Valentino esercitò sul malizioso Machiavelli: che fu l’unico attore sulla scena, l’unico protagonista, con cui Machiavelli ebbe scambi diretti. Personali, ripetuti, distesi, di notte, senza l’ingombro degli affari e dei cortigiani, a Urbino più volte e a Imola.
Un Leonardo nuovo, l’esploratore tenace e inquieto della vita - dell’acqua, l’aria, la luce, le ombre, i mineali, e di ogni essere animato E il Machiavelli di sempre, operoso, lo scienziato, il primo che abbia osato avventurarvisi, ribaltando i principi aristotelici, della politica – Boucheron ha la “velocità machiavelliana”, di scrittura, di concezione, di soluzione. Unospirito analtiico, incessante, e uno pratico: “Machiavelli travolge la tipologia che Aristotele fa dei  regimi (e che fonda, ancora oggi, la saggezza politica) perché è l’idea stessa del fondamento che lo orripila. Descrivere la politica è figurare la battaglia”.
Un ‘altra versione deI fatti, volendo, rispetto a quella ora dimenticata ma a lungo famosa di Merezkovskij, il romanziere Fine Ottocento amato da Freud, nel diffusissimo “Leonardo da Vinci”. La vita romanzata dello scrittore russo era centrata sulle conversazioni e le dispute tra i due grandi toscani alla corte di CesareBorgia. Lo storico evita il romanzesco, ma non se ne priva: scrivendo in punta di penna, Boucheron muove i due personaggi come in un racconto di fiaba, come si addice all’epoca e ai luoghi. Ma con ausilii precisi, dei poligrafi Leonardo e Machiavelli e dei loro contemporanei. Il giusto, senza farsene soverchiare, e senza le noiose note di precisioni.

Patrick Boucheron, Léonard et Machiavel, Verdier, pp. 219 € 7,20

martedì 28 novembre 2017

Il mondo com'è (325)

astolfo

Imperialismo – È categoria politica in disuso. Obliterata con la caduta del Muro, dell’impero sovietico, e con la globalizzazione. Dopo essere stata al centro della storia europea per almeno due secoli. Come dominio coloniale, come amministrazione diretta, e come dominio di potenza, per influenza politica o, soprattutto, militare.
L’inglese ne registra l’apparizione nel 1832, come “dottrina dei partigiani del dominio imperiale”, ma di più a partire dal 1878, quando si facevano alleanze, intese e congressi per gli imperi europei nel mondo, mediante accordi di divisione si sfere d’influenza e per evitare collisioni fra i disegni delle metropoli o fra gli eserciti di conquista, in Africa e in Asia.
Altre categorie di sfruttamento sono subentrate, anche se non se ne fa la classificazione (teorizzazione). L’Africa, a mezzo secolo dalle indipendenze, è solo un luogo da cui fuggire. Nessuno dei cinquantaquattro governi africani può vantare un record di buone opere, anche se solo alla sommatoria, di buono e cattivo: giustizia, istruzione, produzione. Molti sono regimi a vita, anche se con elezioni periodiche. La corruzione è la norma, con conti in Svizzera - pratica altrove desueta ma in Africa praticatissima, dall’Angola alla Nigeria e allo Zimbabwe. Lo sfruttamento pure. E le uniche produzioni attive sono di tipo monoculturale, le vecchie specializzazioni coloniali.
Alla sommatoria, il colonialismo, con tutte le sue colpe, ha costruito più che le indipendenze, in Africa e anche in alcuni paesi dell’Asia, in Sri Lanka, in Birmania.

Italia – La politica vi è salvifica? Calvino lo diceva a proposito dei comunisti negli anni 1960, in un articolo su”la Repubblica”  il 13 dicembre 1980 (“Quel giorno i carri armati uccisero le nostre speranze”): “Noi comunisti italiani eravamo schizofrenici. Sì, credo proprio che questo sia il termine esatto. Con una parte di noi eravamo e volevamo essere i testimoni della verità, i vendicatori dei tori subiti dai deboli e dagli oppressi, i difensori della giustizia contro ogni sopraffazione. Con un’altra parte di noi giustificavamo i torti, le sopraffazioni, la tirannide del partito, e Stalin, in nome della Causa. Schizofrenici. Dissociati. Ricordo benissimo che quando mi capitava di andare in viaggio in qualche paese del socialismo, mi sentivo profondamente a disagio, estraneo, ostile”. Ma quando il treno mi riportava in Italia, quando ripassavo il confine, mi domandavo: ma qui, in Italia, in questa Italia, che cos’altro potrei essere se no comunista?” Al punto da passare per questo sopra a ogni esigenza di coerenza, di verità – anche personalmente: Calvino scrisse corrispondenze affettuose a e ammirate dall’Urss per “l’Unità”.
O la dissociazione non deriva da un bisogno di assolutezza (purezza)? Anche perché non è condizione unicamente comunista, ogni fede politica, si può dire, la condivide in nuce, in radice.. Della politica non concepita non come buona amministrazione, capacità delle persone, bontà dei programmi. Come avviene nei paesi anglosassoni, che votano da molto tempo,  ma anche i Germania. Mentre in Italia è vissuta, non concepita: umorale e passionale, e assoluta. È esito sacrale e assoluto, ancorché indistinto, un’escatologia.
Questo sentimento è comune anche al corpo informe del voto cosiddetto confessionale, dovunque si collochi, si esprima esso per la vecchia Dc, o per Berlusconi, o per Renzi: una passione magari intermittente ma totalitaria. E alla indigeribilità di Berlusconi, una vera e propria guerra ormai di trent’anni, con mobilitazione di polizie, tribunali e redazioni. I socialisti, che proponevano una politica delle cose, sono stati spazzati via, fin nella memoria. Grillo, che non sa che cosa vuole, ma la vuole per sé, con passione, è invece una droga per molti, a prova di giudizio – soprattutto per le “vecchie guardie” comuniste e fasciste.
Una politica totalizzante la diceva Calvino, che spesso per essa compiva – o non: a cui spesso si chiedevano? – “operazioni abusive e mistificanti”. Mussolini ha perso la guerra, ma per il resto rispondeva alle attese. L’Italia è nell’impasse politica da trent’anni da quando il comunismo morendo le ha inoculato nuovamente la politica della non politica.

Italia-Europa – Si può dire l’Italia vittima dell’Europa.
Si lamenta, nel senso comune, e perfino nel governo, che ne è in gran parte il responsabile, un complesso d’inferiorità dell’Italia nei confronti dell’Europa. Grande e piccola. Una dissimmetria, che non corrisponde alle dimensioni demografiche, produttive, di conoscenze, e di patrimonio culturale, dell’Italia in Europa.
In effetti è così: la dissimmetria non è l’esito di una disparità dimensionale, di ampiezza, territoriale, demografica, produttiva. Anzi, la posizione geografica farebbe naturalmente dell’Italia una potenza europea, la potenza europea nel Mediterraneo. È una dissimmetria che parte da lontano, è millenaria. Ed è di tipo imperialistico.
Si addebita l’“inferiorità” dell’Italia al frazionamento politico, che si è ricomposto solo con l’unità, nel 1860. Dopo aver favorito, e anzi invitato, intromissioni straniere di ogni tipo: per oltre mille anni l’Italia, pur colta, ricca, intraprendente, avventurosa, è stata il truogolo di ogni gigante e nano d’oltralpe e d’oltremare. Questo  è risaputo, ma si dimentica nell’Italia contemporanea. Anche perché la Repubblica in troppe occasioni si è asservita e si asservisce – da ultimo nelle regole bancarie, dal bail-in agli npl, questioni solo apparentemente specialistiche.
Ma – è questo il punto nodale – mai l’Italia si è intromessa, in nessun modo, oltralpe e oltremare. Mentre è sempre stata invasa e occupata. Dalla Germania dapprima, fino al Barbarossa. E dagli arabo-berberi del Nord Africa. Poi dalla Francia, a partire dai Normanni, e dalla Spagna, che se la divisero. Poi dai Borbone e gli Asburgo, legati all’impero d’Austria. E nell’Otto-Novecento è intervenuta anche la Gran Bretagna, in Sicilia e Calabria e, sulla rotta per il Medio Oriente, e più ancora dopo il Canale di Suez.
Il tardo colonialismo del Novecento, in Libia e in Etiopia, non muta la dissimmetria.
L’imperialismo europeo in Italia è stato sempre anche molto violento. Il frazionamento si era ricomposto a metà Quattrocento, con la pace di Lodi tra le signorie, ma Carlo VIII e i suoi vassalli,  i Borgia per primi, la fecero naufragare con sconquasso – illudendo Machiavelli, che cercava una dinastia unificatrice, fallito il concerto dei signori, e pensava di averlo trovato nel “Valentino” (vittima forse più del fascino del palazzo Ducale di Urbino, dove lo aveva incontrato da emissario giovane della Repubblica, che dal personaggio).
Tra Italia e Francia, in particolare, la storia è a senso unico: di occupazioni e intromissioni. Sempre della Francia in Italia, mai all’inverso – se non per l’avventura di Mussolini nella guerra di Hitler (in certo modo benefica per la Francia occupata dagli italiani, che beneficiò di clemenza rispetto alla repubblica di Vichy). Senza mai neppure un diversivo. Sì, Nizza e la Corsica di Mussolini, ma non c credeva nemmeno lui.
Le intromissioni non si sono ridotte con l’Unione Europea, di cui pure l’Italia fu una delle prime e più convinte assertrici. Della Germania, che si è messa sempre di traverso in tutti i rapporti dell’Italia con l’Est Europa, petrolio, gas, tubi, trattori, automobili, perfino le pellicce. E più ancora della Francia. Nei rapporti col Medio Oriente, dal Libano all’Iran, e in Nord Africa. Fino alla Libia, di Sarkozy e ora di Macron: una sovversione antitaliana perfida, tanto più in quanto perdente.
Solo a metà Ottocento l’Italia ha raggiunto la rispettabilità, in termini di codici d’onore della potenza, con l’unità: una vera rivoluzione, e più per l’Europa si può dire che per l’Italia. Ma anche l’unità fu raggiunta sotto il patronaggio della Francia al Nord, contro l’Austria-Ungheria – dopo che la stessa Francia aveva abbattuto la Repubblica Romana, l’inizio di una nuova Italia, senza giustificativo. E dell’Inghilterra nella guerra ai Borboni. E per una stagione breve. Già con Lissa e Custoza la credibilità si era dissolta.
Non conta in realtà la divisione, anche la Germania era divisa. Ma si è presentata all’unità con la Prussia. Una staterello che non era più grande, come dimensioni e popolazione, del Regno di Sardegna, ma aveva acquisito nel Settecento con le guerra vincenti alla Sassonia e all’Austria, di Federico II il Grande, e poi nelle guerre napoleoniche, statuto di potenza europea. E da sola unificò la Germania, sempre vincente.
Nessun principe italiano ha avuto disegni, nemmeno perdenti, oltralpe. Ma, più che delle divisioni, si può dire l’Italia vittima della sua mancata forza militare, non altro. Quello che il cardinale di Rouen spiegò a Machiavelli nel corso della sua ambasciata alla corte di Luigi XI in Francia – o Machiavelli si fece spiegare dal cardinale, di cui riferì nelle relazioni a Firenze e tredici anni dopo poi rielaborò al capitolo terzo del “Principe”: gli italiani non contano perché non s’intendono di guerra.

È questa l’origine della dissimmetria, che è in realtà una dipendenza. Anche oggi che non si combatte con le armi - l’Europa è vaselinesca.

astolfo@antiit.eu