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martedì 29 gennaio 2019

Simenon parodia A.Christie


Un Simenon sorridente, ironico. Protagonista un clochard. Antagonisti anonimi banchieri svizzeri, che hanno ben un nome ma non una storia, “venuti da Basilea”. Nel mezzo poliziotti grigi ma testardi.
Il clochard – mai così chiamato – è un teatrante, che si fa, pensa di farsi, beffe di tutti, e dorme nei commissariati di quartiere, in camera di sicurezza, in quello dove ha deciso quella notte di mendicare, all’entrata dell’opera o dei grandi ristoranti, o tra le terrazze dei caffè. In una di queste aree di competenza, davanti all’ambasciata britannica, trova un capitale nel portafogli che scivola fuori della giacca di uno sconosciuto mentre si piega su se stesso, morto, assassinato. Un capitale che consegna, a metà, al commissariato preferito, dove si sente più di casa, certo di recuperalo come legittimo proprietario tra un anno, scaduti i termini per il reclamo del legittimo proprietario.
Un divertimento, specialmente filante. Eccetto che all’ultimo, all’ultima pagina, quando il colpevole non si può dire colpevole. Una beffa nella beffa.
Un “Maigret senza Maigret”, qui il commissario si chiama Lucas, divertente più che drammatico: è una parodia del giallo all’inglese, di enigmi e indizi. Tra personaggi del tutto improbabili: Monsieur La Souris, Ugo Mosselbach, “di origine alsaziana”, ha un passato di organista e insegnante di solfeggio, e un futuro sognato nella vecchia canonica del suo paese, Bischwiller-sur-Moder  - che esiste, ma non sul Moder.
Simenon si è presa la vacanza nel 1938. In una Parigi caldissima anche allora, si chiudono le scuole per il troppo caldo a giugno.
Geoges Simenon, Il sorcio, Adelphi, pp. 160 € 18

lunedì 28 gennaio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (386)

Giuseppe Leuzzi


Matera, capitale della cultura 2019, si fa pubblicità con uno spot d’autore. Che propone piccole scene di vecchio, vecchissimo, folklore. Non c’è altro Sud?

Salvini salvatore del Sud
Salvini colto a Napoli quale salvatore ha sorpreso lo stesso capo della Lega, non in astinenza da egomania. Solo un anno fa era osteggiato, non poteva fare comizi a Napoli. Poi ha fatto il miracolo. Al voto regionale era rimasto a terra. Ancora il 4 marzo la Lega era a Napoli 37 punti percentuali sotto 5 Stelle. E prima era solo in sei comuni meridionali, tre in Abruzzo e tre in Sicilia. In un anno è passato dal 2 al 22 per cento. Ora solo in Campania conta 297 amministratori locali, cinque sindaci e tre parlamentari, di cui uno, Pina Castiello, è sottosegretaria con delega per il Sud.
Salvini da Milano come i Gava di Vittorio Venetro, Silvio e Antonio, i predecessori, per così dire, di Salvini salvatore a Napoli – Marco Demarco spiega che entrambi erano destinatari di baciamano, e solo loro – dopo Achille Lauro naturalmente. Del resto, prima che a Salvini Napoli si affidava a De Magistris, altrettanto demagogo ma senza lustro.
C’è teatro, come sempre a Napoli. E c’è lazzaronismo, la ricerca impellente di un’elemosina. C’è, a suo mondo, l’Italia “governata dai terroni” di “Libero”, dell’arcileghista Feltri, che è pure vero. 

Matera fa meglio di Milano
La Basilicata è l’unica regione che ha incrementato il pil pro capite reale, al netto dell’inflazione, nel decennio 2007-2017 – nell’elaborazione statistica del “Sole 24 Ore”. Portandolo a 21,2 mila euro. Al di sotto del pil medio italiano, 26,4 mila euro, ma incrementandolo del 3 per cento. Cosa può fare l’applicazione e la buona amministrazione – anche nelle classifiche della qualità della vita la Basilicata vene in buone posizioni.
Con la Basilicata, solo la provincia di Bolzano migliora il pil in questa lunga crisi che sembra non debba più finire, di un 1,3 per cento. Altrove il pil è ovunque in decrescita, a partire dalla Lombardia, con un meno 3,8 per cento – Matera meglio di Milano? Ma l’analisi complessiva del “Sole 24 Ore” dà il Sud in sofferenza accresciuta, anzi raddoppiata: “La crisi al Sud ha colpito doppio”. L’Italia si impoverisce, il Sud di più. Il decennio ha visto scendere “tenendo conto dell’inflazione la ricchezza per abitante del 7,9 per cento. Ma questa cifra è una media fra il meno 5,3 per cento registrato a Nord e il meno 10,7 per cento in cui è sprofondato a Sud”.

Terroni a Bergamo
“Comandano i terroni” ha titolato Vittorio Feltri su “Libero”, cerca di vendere qualche copia con titoli oltraggiosi. Che però, a quanto sembra, non fregano a nessuno, giusto per fare scena - tipo “Il Vernacoliere” di Livorno, che si esaurisce nei titoli in locandina. I giornali vanno a finire, e non si può farne colpa a Feltri – anche se: non andranno a finire pure per questo, per le barzellette?
Feltri, ora mangiaimmigrati più che antiterroni, è stato direttore negli anni 1980 all’“Europeo”, in crisi di vendite e di formula. È un giornalista che ha cambiato spesso giornale, anche due e tre volte in un anno. Ma più volte è stato alla Rizzoli Corriere della sera proprietaria dell’“Europeo”, al “Corriere d’Informazione” e poi al “Corriere della sera”, quello di Piero Ottone e quello di Ostellino. Nel 1989 ebbe la direzione dell’“Europeo”. Lo schierò sul versante leghista, e ne raddoppiò quasi le vendite. Era l’epoca in cui i giornali si promozionavano offrendo libri a poco prezzo, il prezzo del giornale, anche meno, lui optò per il libro regalato. E così si promozionò pure  col “Corano”, gratis – erano ancora gli anni del dopo-crisi del petrolio, si temevano gli arabi e si molcivano (“bisogna conoscerli”, eccetera).
Dopo “L’Europeo” Feltri è stato direttore di vari quotidiani: “L’Indipendente”, “Il giornale”, il gruppo Riffeser, e altri. Più a lungo del “Giornale”, in tre riprese, e di “Libero”, anche qui in tre riprese -l’ultima è quella attuale, dal 2016. Al “Giornale” aveva preso come corrispondente in Calabria lo scrittore Antonio Delfino. Mi fa vendere 400 copie, scrisse nella prefazione a una raccolta di articoli-racconti di Totò.
Di “Libero” Feltri è stato fondatore e editore per nove anni consecutivi, fino a luglio del 2009. “Nel 2003”, scrive wikipedia, “il quotidiano “Libero” ha ricevuto dallo Stato 5.371.000 euro come finanziamento agli organi di partito. “Libero” era registrato all’epoca come organo del Movimento Monarchico Italiano, poi trasformato in cooperativa per ottenere i contributi per l’editoria elargiti alle testate edite da cooperative di giornalisti, a fine dicembre 2006 diventava s.r.l.. In seguito è stata creata una fondazione Onlus per controllare la s.r.l. e, di conseguenza, il quotidiano, in modo da continuare a percepire i contributi in quanto edito da fondazione.”.

Sui terroni “Libero” ha ragione: è siciliano il presidente della Repubblica, pugliese il presidente del consiglio, mezza calabrese la presidente del Senato, napoletani o campani il presidente della Camera e il vice-presidente del consiglio, il governatore della Banca d’Italia, mezza Consulta e tre quarti della Cassazione, il presidente del consiglio di Stato, la giustizia sportiva in ogni ordine e grado, il presidente di Confindustria, sono meridionali i Capi di metà Procure – il terrone si sente meglio sbirro - da Roma in su, a Firenze, Milano, Torino tra le tante, e nella stessa Roma, le città dove si vive meglio. Non che si veda, però. Non dall’accento, né da nient’altro – nessuno di loro si è inventato un Movimento Monarchico, quello è di Bergamo.

La bellezza sconfigge la mafia
 “Negli ultimi vent’anni”, spiega a Emilia Costantini sul “Corriere della sera”, alla presentazione del film Rai “Liberi di scegliere” il giudice Roberto Di Bella, un messinese che presiede il Tribunale dei minori di Reggio Calabria, il suo tribunale “ha processato per reati di associazione mafiosa, omicidio e molto altro, più di cento ragazzi, figli di famiglie legate a cosche malavitose. Molti di loro, poi, sono stati uccisi nel corso di faide, oppure, divenuti maggiorenni, sono finiti in carcere. È l’amara conferma che la cultura di ‘ndrangheta si eredita”. Ma questo non dovrebbe facilitare la lotta alla ‘ndrangheta?
Di questo centinaio di ragazzi processati sotto la sua giurisdizione, una quarantina è riuscito a staccarli dal condizionamento familiare, allontanandoli dalla famiglia. Una procedura che gli è stata contestata sul piano legale, ma produttiva: almeno loro sono riusciti a liberarsi dal padre, e dalla madre. Come racconta Rai 1, credibile – se non per la bellezza regalata alla moglie del mafioso e alla sua casa: i mafiosi non hanno mogli giovani, intelligenti e belle, né belle case.
Nella strategia di Rai 1 da qualche anno di utilizzare nei loro aspetti più belli, da cartolina, le location delle sue produzioni cinematografiche, Napoli, Milano, Torino, Assisi, anche Reggio Calabria e Messina sono mostrate nelle loro bellezze. Con qualche esagerazione – è imbellita perfino Villa San Giovanni – ma con un retrogusto infine realistico: che non tutto è ‘ndrangheta, che è il “discorso su” - la Calabria, la Sicilia, Napoli – che, per vieto e ripetitivo, chiude ogni via d’uscita. Il giudice Di Bella ha ragione: la mafia è un fatto di famiglie, più spesso nel senso proprio della parola, di fratelli, genitori, figli e nipoti. È una tara familiare, non sociale. L’omertà è una stupidaggine – non c’è più odio delle mafie che nelle zone di mafia.

leuzzi@antiit.eu

Viva l’euro, ma cambi presto


“L’elogio dell’Unione Europea e della moneta unica”, pronunciato da Mario Draghi un mese fa a Pisa, parte con grosse riserve. Per primo sull’euro, al primo capoverso, ricordando che la moneta unica compie vent’anni, sulle asimmetrie della sua costruzione:
“L’unione monetaria è stata un successo sotto molti punti di vista. Dobbiamo allo stesso tempo riconoscere che non in tutti paesi sono stati ottenuti i risultati che ci si attendeva, in parte per le politiche nazionali seguite, in parte per l’incompletezza dell’unione monetaria che non ha consentito un’adeguata azione di stabilizzazione ciclica durante la crisi. Occorre ora disegnare i cambiamenti necessari perché l’unione monetaria funzioni a beneficio di tutti i paesi e realizzarli il prima possibile, ma spiegandone l’importanza a tutti i cittadini europei”.
In termini criptici, ma di senso univoco, spiega poi come la rigidità dell’Euro, dell’Unione monetaria, abbia punito alcuni paesi – leggi l’Italia: “In assenza di presidi adeguati a livello dell’area dell’euro, i singoli paesi dell’unione monetaria possono essere esposti a dinamiche autoavveranti nei mercati del debito sovrano. Ne può scaturire nelle fasi recessive l’innesco di politiche fiscali pro-cicliche, producendo così un aggravamento della dinamica del debito, come nel 2011-12. Di norma, gli oneri del debito sovrano devono scendere in una recessione, ma in quella circostanza le economie di dimensione pari complessivamente a un terzo del pil dell’area registrarono una correlazione positiva che si autoalimentava fra gli oneri del loro debito e il grado di avversione al rischio. La carenza di una azione di stabilizzazione macroeconomica incise sulla crescita e sulla sostenibilità del debito. Sono quindi i paesi strutturalmente più deboli ad avere più bisogno che l’Uem disponga di strumenti che prima di tutto diversifichino il rischio delle crisi e che poi ne contrastino l’effetto nell’economia”.
Il rimedio? “Occorre ricreare il necessario margine per interventi di bilancio in caso di crisi”. Perché “i bilanci pubblici nazionali non perderanno mai la loro funzione di strumento principale nella stabilizzazione delle crisi”. Non basta: “E ancora non basta: occorre un’architettura istituzionale che dia a tutti i paesi quel sostegno necessario per evitare che le loro economie, quando entrano in una recessione, siano esposte al comportamento prociclico dei mercati”.
Vasto programma, come si vede. Di cui non si rileva traccia, a Bruxelles o nelle capitali che contano, cioè Berlino e la stessa Francoforte dove Draghi ha sede. Nel suo campo specifico, il presidente della Banca centrale europea bacchetta i ritardi e le riserve sull’unione bancaria e del mercato dei capitali: “L’inazione su entrambi i fronti accentua la fragilità dell’unione monetaria proprio nei momenti di maggiore crisi; la divergenza fra i paesi aumenta”.
L’Europa arranca nei mercati mondiali, e il motivo è chiaro a Draghi: “Per affrontare le crisi cicliche future, occorre che i due strati di protezione contro le crisi – la diversificazione del rischio attraverso il sistema finanziario privato da un lato, il sostegno anticiclico pubblico attraverso i bilanci nazionali e la capacità fiscale del bilancio comunitario dall’altro – interagiscano in maniera completa ed efficiente”.
Un elogio?  Preoccupato: “Abbiamo la necessità di fare questi cambiamenti il più presto possibile”.
Mario Draghi, Elogio dell’Unione Europea, Lectio magistralis in occasione del conferimento della Laurea honoris causa in Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, il 15 dicembre 2018

domenica 27 gennaio 2019

Appalti, fisco, abusi (146)

La Vigilanza Bce targata Italia, con Ernia dopo la disatrosa Nouy, non si smentisce: impone al Monte dei Paschi la liquidazione immediata degli Npl, i crediti incagliati. Bisogna favorire i mediatori di Npl? Anche a costo di distruggere la terza o quarta banca  italiana – e minare l’intero sistema bancario.

Si suppone la Vigilanza Bce motivata da regole concordate in sede comunitaria, europea: la Bce è ben un organismo con un consiglio direttivo che rappresenta l’eurozona. Ernia, dunque, come Nouy, sono l’Europa. Ma il bail-in bancario è ora detto a chiare lettere dalla Banca d’Italia dannoso: mina la fiducia e crea instabilità. Dov’era la Banca d’Italia quando fu varato? E perché non si corregge?

I motori a gasolio di ultima generazione inquinano meno degli ibridi. Degli ibridi in esercizio, senza tenere conto dell’inquinantissimo processo di demolizione delle batterie esauste. Ma il governo finanzia gli ibridi e punisce il gasolio. Potenza della lobby elettrica, di chi produce l’elettricità e dei tanti che la distribuiscono – la fatturano in realtà, la gestione è solo di Terna.

Si finanziano gli ibridi perché così ha deciso l’industria tedesca dell’auto, che ha in cantiere trenta modelli di ibrido o elettrico. Bmw, Mercedes e Volkswagen puntano sull’elettrico perché “il” mercato dell’auto è la Cina, e la Cina, che fa le batterie, procedimento molto inquinante, andrà a elettrico. Poi ci sarà da pagare la Cina per smaltire le batterie esauste, mezza tonnellata per ogni ibrido. Nel frattempo metà del’industria metalmeccanica europea avrà chiuso – in Italia un terzo dell’occupazione del settore.  

Si finanziano le colture bio. Che vogliono il doppio della superficie da coltivare per quantità di prodotto, con consumo di terra e aumento di gas serra. E più nitrati, che inquinano le falde acquifere. L’ecologia è un business che crea più misfatti di quanti ne evita.


I tedeschi non erano soli


Una storia, altrettanto concisa, analoga a quella che Liliana Segre ha raccontato a “Figli del destino”, il docufilm Rai. Di una ragazza ebrea benestante e spensierata, tra pianoforte e té danzanti, cui i tedeschi di Hitler danno la caccia negli anni della guerra, infine rapita e confinata ai lavori forzati e all’annientamento. Liliana Segre insieme col padre amatissimo, Trudi con la madre che non  vorrà mai abbandonare – e che sopravviverà.  Liliana a Auschwitz, lei a Stutthof, presso Danzica, il primo lager fuori dei confini del Reich, poco noto ma ben fornito di forno crematorio. Entrambe sopravvissute per caso – Trudi dopo essere stata già selezionata per l’assassinio collettivo. Entrambe emerse dallo sterminio con un forte impulso vitale.
Con alcune verità anche scomode. Quando, il 22 giugno 1941, la Germania invade l’Urss, “i primi attacchi contro gli ebrei sono dei partigiani lituani anti-comunisti” – le SS a fine guerra avevano ben mezzo milione di effettivi non tedeschi. In Lituania la famiglia era arrivata perché il padre, “contrariamente alla maggior parte degli ebrei tedeschi, … non si faceva illusioni sulla possibilità di vivere sicuri sotto Hitler”, e scelse “il porto semiautonomo di Memel, sulla costa baltica” come rifugio, la città dove lui e la moglie erano nati, “quando ancora Memel faceva parte dell’impero germanico”. Poi a Memel arrivarono i tedeschi, e la famiglia si spostò a Kovno, sempre in Lituania. Dove però non c’erano solo i lituani anti-comunisti. Nel giugno 1941 a Kovno entrano i russi, “e le nostre vite cambiarono radicalmente: venimmo a sapere che i russi avevano deciso di deportare in Siberia tutte le famiglie borghesi ebree”. Fu il primo terrore: “La parola «Siberia» evocava immensi orrori nella mia mente”. La deportazione in Siberia fu evitata stando tre giorni nascosti nella cella frigorifera di un macellaio ben disposto, e ben pagato. Poi i tedeschi cacciarono i russi, e vennero fuori i “partigiani”: “I lituani che erano stati nostri vicini, nostri clienti o nostri soci in affari, si dedicarono al vantaggioso passatempo di massacrare gli ebrei” – vantaggioso perché si acquistava senza pagare, ma i lituani funo anche “esecutori volenterosi” nelle Einsatzgruppen o Einsatzkommandos, i gruppi speciali che radunavano gli ebrei in spiazzi aperti e li elimivano sparando a volontà con armi a ripetizione.
Dopo la guerra Trudi sarà corteggiata da Axel Benz, della famgilia dela Mercedes, che “vantava un antenato ebreo”. Ma scelse Gerusalemme, dove visse da biologa, occupandosi specialmente dei problem dentali dei bambini, fisici e psicologici, per avere avuto tutti i denti rotti dalle percosse nel lager.  Madre e nonna di numerosa famiglia – il libro dedica al marito Zeev.
Trudi Birger testimonia che molte persone venivano buttate nel forno vive. Lei, già selezionata per la morte, per un’infezione insorta a una gamba, racconta di essere stata salvata alla bocca del forno da un’ispettrice tedesca che l’aveva visionata mentre sfilava giudicandola ancora abile al lavoro. Era il gennaio del 1945, gli Alleati erano già dentro la Germania, ma il forno continuava a funzionare.
Trudi Birger, Ho sognato la ioccolata per anni, Piemme, pp. 223 € 8,90

sabato 26 gennaio 2019

Problemi di base francescani ter - 468

spock


Uno è uno, anche il papa?

Ci sarà una piattaforma Rousseau anche in Vaticano?

E a quando le primarie?

Coi gazebo, online, dove scende meglio lo Spirito Santo?

Ha più followers papa Francesco o Beppe Grillo?

Il papa ha più che raddoppiato i cardinali: todos caballeros, metodo Grillo?

O sono i nuovi cardinali, con passaporto diplomatico, anche loro perseguitati politici?

Maria influencer, come Isoardi, perché no?

spock@antiit.eu

La colpa è di Anne Frank

Un libello, contro la trasposizione teatrale del “Diario” di Anne Frank, con l’allora sedicenne Natalie Portman – Orzick lo scrisse nel 1997, per la rivista “The New Yorker”, a ridosso del successo teatrale. Criticata perché commerciale e infedele, e quasi negazionista, facendo di Anne Frank un’insegna del volemose bene, per il blurb che fascetta il libro e le locandine teatrali: “Nonostante tutto, credo tuttavia nell’intima bontà dell’uomo”. Opera dell’editore Doubleday, quando la cura del “Diario” non fu più di Barbara Zimmermann – passata alla Random con il grande editor Jason Epstein, suo futuro marito, col quale nel 1963, durante uno sciopero dei giornalisti, fonderà la “New York Review of Books”. Con la complicità di Otto Frank, il padre di Anne.
Un testo arrabbiato. La “vera” Anne Frank “è stata censurata, tramutata, tradotta, ridotta: è stata resa infantile, americana, uniforme, sentimentale; è stata falsificata, volgarizzata e, di fatto, spudoratamente e arrogantemente negata”. Ma confuso – e con un fastidioso sospetto di saprofitismo, di voler cavalcare il successo del “Diario” e della messinscena. E perché togliere Anne Frank al patrimonio comune dell’umanità? Perché disprezzare la gioia di vivere giovanile, di Anne, di Hetti Hillesum? La bontà e lo humour, la forza morale, non sminuiscono l’Olocausto, e semmai confondono nazisti ed epigoni.
L’arroganza arriva a dire tutto e il contrario della stessa Anne. Una bambina prodigio che voleva diventare scrittrice, e ne aveva le qualità. Vittima di varie “espurgazioni” – il termine più ricorrente, qui tradotto con censura: del padre, dell’editore, della messinscena. “Che il diario sia miracoloso, un lavoro consapevole di genio giovanile, non è in dubbio”, e a seguire una valanga di elogi. Ma “il diario non è un documento geniale, malgrado l’esposizione spesso vividamente satirica dell’autrice di quello che lei abilmente vedeva come «il lato comico della vita in clandestinità»”. Peggio: “Arrivare al diario senza avere prima assimilato «La notte» di Élie Wiesel e «I sommersi e i salvati» di Primo Levi (per menzionare solo due testimoni), o le colonne di cifre nei registri dei trasporti, è permettersi di cuocere in una implausibile e orrida innocenza”. E la colpa è del “Diario”: “Il veicolo che ha con più forza compiuto questa quasi universale insensibilità è il diario di Anne Frank”. Insensibilità? Universale?
Cynthia Ozick, Di chi è Anne Frank? La Nave di Teseo, pp. 80 € 7

venerdì 25 gennaio 2019

La Brexit dei Conservatori


Brexit è un problema per la Ue, è un dramma per la Gran Bretagna, è una tragedia per il partito Conservatore britannico. Che, non si ricorda, ma ha avuto (provocato) le sue crisi maggiori sull’Europa, se starci e come. Erede di Churchill, che ebbe la prima idea postbellica di una Europa unita.
È stato Edward Heath, primo ministro conservatore, a portare la Gran Bretagna nella Ue. Salvo poi perdere le elezioni. Margaret Thatcher, la “dama di ferro”, inciampò e cadde sulla Ue: il partito la costrinse ad aderire allo European Exchange Rate Mechanism, l’accordo propedeutico all’euro, e quando si oppose al passo successivo, dell’unione monetaria, la silurò. Il suo successore, John Major, cadde sull’euro. Firmò il trattato di Mastricht, come il partito voleva, con la clausola specialissima per Londra, dell’ opt-out, il diritto a derogare dalle norme europee, in materia monetaria e sociale. Ma fu travolto dal crollo immediatamente successivo alla firma della sterlina per l’attacco di Soros (in contemporanea con l’attacco sulla lira), e nell’occasione molti conservatori gli rifnacciarono l’accordo, pur privilegiato, di Maastricht. Ora tocca a May.
Più che una questione nazionale, l’Europa sembra un perpetuo regolamento di conti all’interno del partito Conservatore.

Non c’è guerra tra Usa e Cina


Non c’è voglia di sfida a Pechino contro i dazi imposti o minacciati da Trump. C’è la trattativa in corso, con la sospensione dei dazi, già imposti per ritorsione, sulle importazioni di auto americane.  E c’è già stata un’offerta di rimodulare i programmi del piano “Made in China 2025”, perché basato su “presupposti da ridefinire” – “troppo” concorrenziali verso gli Stati Uniti. Non c’è nemmeno acrimonia nella risposta cinese: il “Global Times”, il tabloid inglese del “Quotidiano del popolo”, l’organo ufficiale del partito Comunista, scrive che bisogna “coordinare gli interessi della Cina con quelli dei paesi occidentali, inclusi gli Usa”.
La Cina ha anche accettato di rinegoziare la World Trade Organization, che regola il commercio internazionale, in termini più restrittivi per le sue pratiche. E sposta sul piano procedurale l’offensiva americana contro Huawei, il gruppo cinese della telefonia mobile che si prospetta protagonista del nuovo ciclo del settore, il 5 G.

Chi ha paura di Huawei


Comprimaria, se non leader, della nuova frontiera del digitale, la telefonia mobile 5 G, nonché primo gruppo negli apparati per le reti cellulari, avendo superato nel 2017 Ericsson e Nokia, Huawei vede la sua posizione contestata negli Stati Uniti e in Europa per una serie di preoccupazioni, nonché sulla base di sostanziali contestazioni.
Oggi è il primo e imprescindibile fornitore di tecnologie per la 5 G. Con 25 contratti nazionali già siglati, 15 dei quali in Europa. Ma l’architettura del 5 G è aperta allo spionaggio: l’annullamento dei tempi di latenza (un intervallo fra due soggetti in comunicazione inferiore al millisecondo), necessita una rete di antenne a densità molto alta, tale da rendere impossibile la protezione del centro del network, che quindi diventa permeabile. Il problema era stato sollevato già per il 4 G in Germania, Francia e Gran Bretagna, e risolto escludendo Huawei dall’area di Parigi e da altri centri in Germania e Gran Bretagna.
Il sospetto su Huawei è forte perché il gruppo è nato appena nel 1988, in una zona remota della Cina, Shenzen, una delle “Zone economiche speciali” (tante Casse per il Mezzogiorno cinesi) volute da Deng Hsiaoping, e senza tecnologie proprie, limitandosi a vendere materiale di Hong Kong. Si è poi sviluppato nelle aree rurali cinesi, e a cavaliere del 2000 in Africa. Il primo contratto europeo è del 2005, per forniture alla Bt. Oggi ha nella Ue diecimila addetti, di cui 850 in Italia, e cinque centri di ricerca in Francia. Fattura sui 100 miliardi di dollari, ed è il primo fornitore mondiale per la telefonia, e il secondo per gli smartphone, dietro Samsung e prima di Apple.
Un miracolo che solleva sospetti: Huawei si ritiene sia proprietà ed emanazione dell’Esercito cinese, cioè del governo di Pechino.
La tecnologia Huawei è peraltro dipendente dalle importazioni per il lato semiconduttori. Mentre  per altri segmenti della produzione ha fatto largo uso delle contraffazioni e del furto di tecnologie. Questa procedura è comune a tutta l’industria tecnologica cinese. Più spesso è tollerata, essendo essa fornitore conveniente. Ma qualche volta è sanzionata: negli Usa Huawei e l’altro colosso cinese, Zte, sono banditi da tempo, a motivo dei “furti” di tecnologia,  e vige l’embargo sulle forniture di semiconduttori e altri componenti ai due colossi. Ora sanzionati ulteriormente per infrazioni all’embargo contro l’Iran
Per le infrazioni all’embargo, ufficialmente, Washington ha richiesto all’Italia, come alla Francia, alla Germania e alla Gran Bretagna, di tenere Huawei fuori dal 5 G. La risposta è stata immediata in Francia, Germania e Gran Bretagna: i maggiori operatori nazionali, Orange, Deutsche Telekom e Bt hanno deciso di non ricorrere a Huawei per il 5 G.

Napoli-Juventus 2-0, a Calciopoli


Il processo farsa è quello di Calciopoli. Che non può essere definito altrimenti. Quintali di registrazioni telefoniche, di cui gli originali per la gran parte sono stati distrutti, e nessuna prova, di nessun reato: partite o sorteggi arbitrali truccati, nessuna forma di corruzione, neanche il biglietto allo stadio, solo Moggi che parla con tutti. Cioè sì, si può, poi ci pensano i Carabinieri, nei secoli fedeli, a distruggere o occultare le registrazioni. 
Un tipico processo “napoletano”, da ammuìna. Far finta di fare, con clangore, per non fare. Da parte di una Procura che aveva accumulato, disse il Procuratore Capo Cordova di cui Napoli subito si liberò, due milioni di denunce e reati intonsi, mai aperti da nessun sostituto. Una napoletanata facile, potendo contare sull’Italia non-juventina, due terzi del totale - uno legge Pistocchi oggi, l’interista ultrà cui Berlusconi confida le telecronache delle partite, e rabbrividisce: dire odio è dire poco. E infatti i vice di Lepore che sponsorizzarono le intercettazioni abusive e selettive del colonnello Auricchio, Beatrice e Mancuso, fecero immediata carriera. Gestita in un clima naturalmente da commedia, sia in Procura che in Tribunale. Dove la giudice Palaja dovette subire due attacchi della Procura di Giandomenico Lepore, in udienza e al Csm, e infine condannare Moggi.
Un processo anche “piemontese”. Degli eredi Agnelli, il lato sorelle e nipoti Elkann, che non difesero la Juventus e anzi se ne dissero scandalizzati. Volevano liberarsi di Moggi e Giraudo, di una gestione che, complice anche la quotazione del club in Borsa, avrebbe potuto portarlo fuori dal patrimonio familiare. L’ultimo errore di Umberto, che le sorelle non amavano e un po’ disprezzavano. 
Era l’ annus horribilis della “famiglia”, con la Fiat al fallimento, prima di Marchionne, che la Fiat ha reinventato.
Era anche l’anno in cui bisognava decidere la successione dell’Avvocato all’accomandita di famiglia, e le sorelle erano sempre coalizzate contro Umberto e i suoi figli – avevano accettato Giovannino, sapendolo malato, ma mai Alberto e la sorella. Giraudo e Moggi, vista la mala parata, si sono sottratti al processo come meglio hanno potuto.   
Così la Juventus perdette anche due scudetti – si può dire la rivincita infine di Napoli? L’astio della “famiglia” era tale che non si oppose nemmeno alla privazione dello scudetto 2004-2005, che Capello aveva conquistato sul campo. Come quello del resto 2005-2006, che però, a differenza di quest’ultimo, nessun giudice napoletano contestava.
La proprietà ora tenta di rifarsi in sede civile – rigettata. E di nuovo in sede sportiva: sarà rigettata. Per un motivo semplice: è la stessa giudicatura. Molto partenopea, alla Cassazione e in sede sportiva.
Pasta e Sironi mettono in rilievo l’aspetto torinese della vicenda, piemontese. Trascurando invece, probabilmente per non essere “scorretti”, o assimilati ai “forza Vesuvio”, il suo lato “napoletano”. Del processo inventato da un colonnello dei Carabinieri napoletano, tipo Scafarto, e da due giudici napoletani che, senza lavorare, hanno con Calciopoli fatto una carriera immediata e memorabile.
Mario Pasta-Mario Sironi, Il processo farsa, Guerini e Associati, pp. 142 € 12,50


giovedì 24 gennaio 2019

Secondi pensieri - 374

zeulig


Decostruzione – Ha senso come all’origine, nei primi scritti di Derrida, come proposta di traduzione dell’opera demolitoria di Heidegger sulla metafisica, da Heidegger detta Abbau  e Destruktion. Derrida trovava l’equivalente latino troppo negativo e unilaterale. Propose dapprima “sradicamento” e “demolizione antagonistica”. Poi optò per “decostruzione” perché a doppio senso: di disorganizzazioni, scomposizione, e anche di ricomposizione. Il processo di decostruzione è una costruzione: ha utensili limati e allenati, una tecnica, e un progetto.

Derrida – Il filosofo si può dire di seconda mano, “parassitario”. Più precisamente saprofita - un saprofita killer, nutrendosi, se non proprio delle carogne comunque dei cadaveri, che lui stesso ha provveduto a disanimare e sezionare.

Enigmatico – Enigmista? È uno stato o una creazione?

Linguaggio – È, è diventato, chiave-grimaldello di manipolazione della riflessione, compresa l’ontologia. In circolo vizioso, il linguaggio manifestandosi via via sempre meno significante, allusivo, inconclusivo – insignificante, se non come procedura. Fenomenologia, strutturalismo, semiologia – il Seyn di Heidegegr, Derrida “orale” (il teorico della scrittura), l’Umberto Eco sistemico tra i più citati (anche letti? analizzati?). Il professante Wittgenstein se ne teneva a distanza, rispettoso.

Marinismo – Ha un distinto sentore di marinismo, a distanza, la filosofia del Novecento, da Husserl a Heidegger e Derrida. Per nessun motivo specifico ma per il gusto di meravigliare sottilizzando, tra agudezas e distinguo interminabili. A  fini di verità, beninteso, ma senza nessuna verità, se non il diniego – il diniego assoluto facendo valere come prova pratica di scetticismo. La filosofia come opera concettista – o come le “preziose” di un secolo dopo in Francia: una costruzione che tanto più si apprezza quanto più si assottiglia e vaga, che parte o approda sempre a un concettino o agudeza, ornandolo di metafore continuate – nel mentre che le nega - e altre figure retoriche. Appassionante, forse, per un perito filologo, ma a nessun esito. Non di verità, se non che non c’è verità. Un po’ divertente, decostruire è divertente, ma poi non appassionante. 

Narcisismo –Sarà il segno dell’epoca, dei social, e dell’occhio incollato su face book, visto come uno specchio e non una finestra sul mondo. Del narcisismo prima maniera di Freud, della libido che si concentra sull’Io. Di cui però – Freud ha mancato di indagarlo – non si ha o non si dà la consistenza: è un direzione e un vezzo.

Scrittura – Derrida ne celebra l’attrattiva per il suo assunto basico (preliminare) della “indecidibilità”. Dell’indefinitezza, dell’indeterminatezza. In un primo momento. Poi della non appartenenza al soggetto, all’autore, rovesciando di segno il “performativo” del linguista di Oxford John Lanhshaw Austin, dalla “aberrazione” al linguaggio comune. Grazie alla “iterabilità” della scrittura. Alla sua autonomia dal soggetto (autore): come scambio, e come citazione e innesto.

Traduzione – È l’esercizio pratico, comune, della decostruzione. Chi traduce deve in continuazione scomporre e ricomporre, concettualmente, verbalmente, anche solo ricorrendo al dizionario bilingue o al vocabolario.

Tribalismo – A lungo rimosso o negato, per immotivato rispetto dei diritti umani, torna trionfante nel millennio, sotto il nome di identità e comunità, e sul piano politico con i sommovimenti populisti,che vi fanno largo ricorso – Brexit, sovranismo, America First, putinismo.
“Gli europei erano convinti che gli africani appartenessero alle tribù”, può spiegare John Iliffe, lo storico, ancora recentemente, “gli africani costruirono le tribù cui appartenere”. È una spiritosaggine, per figurare nell’antologia 1983 di Hobsbawm e Ranger, “L’invenzione della tradizione”, di un decostruzionismo un po’ abusivo: riusciva a spogliare i già poveri africani anche della tradizione – vero è solo che il colonialismo si assestò sugli assetti tribali come cinghia di trasmissione per i propri assetti di potere: capi e capetti, e cerimoniali e codici etnici e localistici, talvolta di comodo o morti. Ma il tribalismo non è mai morto nella civiltà, colonialismo e imperialismo compresi.  
C’è stato a lungo nel nazionalismo. E prima nella religione – dove c’è tuttora, nell’islam. Per il Dio unico della Bibbia, l’unico “Dio degli eserciti” fra i tanti “buoni”, nota Simone Weil sconsolata - la filosofa, si noti, delle radici. Ma è anche il misticismo senza Dio, in musica, filosofia, teologia, cose nobili ma senza Redenzione.
L’identità torna nella vertigine di particolarismo, noi e gli altri - il resto del mondo cioè – quale specialità o eccezionalità di stirpe e destino. Non monolitico, il tribalismo esige sottostirpi e sotto destini, quali si teorizzano ancora nel millennio.

È anche stimolo alla diversità, bene risorgente. “Uno zulu non amerebbe essere un anglobritannico, e neanche un afrikaner”. Lo sosteneva il “dottor Malan”, Daniel François Malan, il primo ministro del Sudafrica dal 1948 al 1954 che instaurò l’apartehid, e quindi è sospetto. Ma è un fatto. La tribù è un fatto e una logica: è via di mezzo tra l’etnocentrismo, o assimilazione, e il relativismo culturale. Si lega alla terra e al sangue, ma più alla storia, e smantella il conflitto quale si configura oggi, tra Nord e Sud, compreso il razzismo antirazzista. Non è un confine, che possa per esempio destinare l’Africa all’indigenza e alla violenza, e può essere un collante.
Si vede meglio in America, negli Stati Uniti. L’America segue uno speciale percorso, forte di amor patrio oltre che di leggi, essendo nazione fra i ghetti, per i neri pure e i pellerossa, e ora per i latinos. I dannati dell’Europa e dell’Asia l’hanno formata, e gli schiavi dell’Africa, e ne ha soverchiato gli odi nella lotta per la sopravvivenza – per molto meno le tribù europee, non così povere e perfino colte, si sono fatte la guerra per quindici secoli. C’è un Nord ancora feroce, per essere il Sud dago, latino cioè, cattolico e bruno, o protestante rosso di pelo e povero. E nero o ebreo. Ma è un Nord fatto di gente spesso del Sud. I bianchi poveri odiano i neri come odiano lo yankee di città, e gli ebrei. Tutto resta etnico nel centro della modernità, abbigliamento, capelli. danze. Ma dalle gerarchie passa alla diversità.

Yo-yo di Eraclito – Rivive in una lettera dello scrittore Paul Auster, che ripubblicandola in “Diario dell’interno”, lo fa seguire da questa nota: “Riferimento a uno dei più noti frammenti di Eraclito: «L’ascesa e la discesa una e stessa cosa»”.

zeulig@antiit.eu

L'amore alla liberazione, malato

È l’aprile del ’45, i lager sono via via liberati, all’arrivo dei convogli di internati a Parigi si redigono le liste dei sopravvissuti, Marguerite Duras le segue con apprensione: come giornalista, si procura le liste per pubblicarle sul suo giornale, ma è anche moglie di un deportato, Robert L. (Leroy, nome in codice nella Resistenza: è lo scrittore Robert Antelme). “Il dolore” è il racconto dell’attesa, e poi, dopo il fortunoso salvataggio di Robert, di una convalescenza lentissima, tra la vita e la morte. Che si compirà, un paio di estati dopo, a Bocca di Magra, ospiti di Ginetta e Elio Vittorini. Dove Robert riesce ad alzarsi dalla sdraio e avvicinarsi al mare, accompagnato da questa riflessione di Marguerite: “Non è morto al campo di concentramento”.
Un racconto di espiazione. Che Duras finge di avere redatto giorno per giorno a suo tempo, e ritrovato per caso nel 1984, quando lo pubblica. Quando Antelme è vecchio e malandato – morirà qualche anno dopo. Marguerite lo ha cercato, salvato e curato col suo amante, D.(Dyonis Mascolo), che poi ha deciso di sposare. E a Robert che le chiede se dopo il divorzio potrà rivederla, racconta, ha risposto di no. A Bocca di Magra in realtà Antelme era già l’autore celebrato di un classico sui lager nazisti, “La specie umana”, uscito nel 1947 - che Vittorini tradurrà.
La storia vera è ancora più complicata. Marguerite viveva con D. già da due anni, quando Robert l’1 gugno 1944 è stato arrestato dalla Gestapo. Una sorte di ménage à trois, rafforzato dalla comune appartenenza allo stesso nucleo della Resistenza, quello di Mitterrand (“Morland”) – il futuro presidente nel racconto è specialmente efficiente: riesce a evitare l’arresto di Marguerite quell’1 giugno, ritrova Robert a Dachau nel lazaretto degli incurabili, sospetto di tifo, lo trafuga travestito da ufficiale francese, e lo porta in salvo a Parigi. Sposa di Robert Antelme dal 1939, Marguerite con lui aveva avuto un figlio nato morto nel 1942, poco prima, o subito dopo, l’avvio della relazione con Mascolo. Tutt’e tre poi militeranno nel partito Comunista fracese, che nel 1950 si servirà dello “scandalo” per espellerli. La decisione era amturata per l’insofferenza dei tre allo stalinismo: fu presa quando Duras ne fece una critica su “France Observateur”, poi “Le Nouvel Observateur”, il settimanale radicalsocialista. Ma la motivazione fu l’immoralità. Dopo un processo politico in cui l’accusa fu affidata a Henri Lefebvre, allora “filosofo del partito”, allievo dei gesuiti, invano difesa da Edgar Morin. “La mia fiducia nel partito resta intatta”, lei ribattè. Ma anche: “Forse mi trattano da puttana perché non trovano altro”. S’era iscritta nel ‘44 omettendo di dirsi scrittrice, “perché il Partito non amava gli intellettuali1”.
Tutto questo non c’è nel racconto, ma gli dà il tono. Il racconto dell’attesa dei sopravvissuti, a mano a mano che la Germania era occupata dagli Alleati e i prigonieri – politici, S.T.O.(Service Travail Obligatoire, il lavoro forzato) ed ebrei – venivano liberati e rimpatriati. In una Parigi già in mano a De Gaulle, e ai gollisti tronfi, dame di carità in rutilante divisa, coi gallon, e il disprezzo per la gente comune. Poi racconto del salvataggio del morto vivente Robert – “quando c’è il sole, si vede attraverso le sue mani”. Grazie a D., “il suo migliore amico”.
Le vicende reali dietro i due racconti purtroppo non sono come Duras le presenta. E questo, sapendolo, ne rende la lettura indigesta - un saggio breve, a firma Gabriel Jacobs, sul “Journal of Romance Studies”, n. 2, 1997, “Spectres of Remorse: Duras’s War-Time Autobiography,” dice la raccolta “una prolungata espiazione della colpa”. Ma la lettura vergine dei fatti reali, come il film “La douleur” l’ha trascitta in immagini, o forse proprio per questo, per il camuffamento, sfiora il capolavoro.
“Il dolore” è assortito da cinque altri racconti, del tipo venuto in voga negli anni 1980, della trasgressione con collaborazionisti, delatori e miliziani – specie non più bandita ma gente come noi, “che aveva le sue ragioni”. “Il Signor X., detto qui Pierre Rabier”, è dell’infatuazione che Marguerite corre col francese della Gestapo che ha arrestato Robert. Un romanzo breve. Che Duras ha la tentazione di allargare, il francese gestapista facendo “probabilmente” tedesco, con un nome falso preso da un congiunto morto, che lavora come francese per la Gestapo perché ha carichi pendenti in Germania - ma poi avrà pensato che non poteva fare i tedeschi della Gestapo stupidi. “Rabier” ammira Marguerite perché la sa scrittrice, ha visto un suo romanzo sul tavolo di Robert quando lo ha arrestato. E ha tutto pronto, “l’impero vincerà”, per fare il libraio d’arte. Sono i mesi di giugno e luglio 1944, i tedeschi hanno deciso di lasciare Parigi – la capitale sarà liberate ad agosto – ma “Rabier” porta Marguerite per ristoranti e bistrò stracolmi di ogni ben di Dio malgrado i cinque anni già trascorsi di guerra, frequentati dai tedeschi e dai francesi filotedeschi.
Seguono testi che Duras vuole “sacrés”, e avvenuti. In uno, “Albert des Capitales”, tortura un informatore dei tedeschi. In due, “Ter il miliziano” e “L’ortica spezzata”, ha “voglia di farci l’amore”, col miliziano – ma è un informatore - giovane menefreghista, anche davanti alla morte. L’utimo, “Aurelia Paris”, è “inventato, letteratura”: un omaggio, d’“amour fou per una piccola ebrea abbandonata”.

Marguerite Duras, Il dolore, Feltrinelli, pp. 160 € 7

mercoledì 23 gennaio 2019

Appalti, fisco, abusi (135)

Un documento del centro europeo Breugel, “Providing funding in resolution”, opera del direttore del centro e della sua vice, Guntram Wolff e Maria Demertzis, ridicolizza il Fondo di risoluzione bancaria, a difesa delle banche, appena varato dall’Eurogruppo, dopo il salvataggio del Banco Popular spagnolo, passato l’anno scorso al Santander: a pieno regime, fra cinque anni, il Frs avrà una dotazione di appena 60 miliardi.
La scarsa dotazione è stata vantata come un esempio dell’indipendenza delle istituzioni europee dal mondo bancario. Ma di fatto sarebbe un invito alla speculazione.

Wolff e Demertzis calcolano che tra il 2008 e il 2013 i governi europei – con la notevole eccezione dell’Italia - sono intervenuti con 1.500 miliardi a sostegno del capitale e del patrimonio delle loro banche, e hanno fornito garanzie al sistema bancario per 4.300 miliardi.
La sola Hypo Real Estate tedesca ha beneficiato nei tre anni 2008-2010 di garanzie pubbliche per 145 miliardi. Il salvataggio di Dexia nel 2008 è stato sostenuto dai governi francese, belga e lussemburghese, e dalla Banca Nazionale del Belgio, con garanzie per 135 miliardi.

Sembra tutto così semplice - e dunque così colposo (con una buona action anche giudizialmente)? Bastava poco: un minimo di garanzie durante l'amministrazione controllata, e non si sarebbero avute le costosissime, per i risparmiatori, crisi bianco-rosse, Popolare Vicenza, Banco Veneto, Banca Etruria e le altre delle ex regioni rosse. Per non dire del Monte dei Paschi. Tutta incapacità non può essere, i precedenti di Wolff e Demertzis non saranno stati ignoti a Banca dItalia e Tesoro.
I rendimenti dei fondi sono da un anno e mezzo in calo - meno 3,4 Arca, 3,5 Anima, i più diffusi. Si  dice per lo spread, per il debito, per la manovra. Niente di tutto questo. Per incapacità di gestione, degli investimenti.
In America si può fare una dote ai figli, con le Borse in ascesa oppure no, investendo (risparmiando) in fondi. In itali è sempre stata una continua perdita, dacché i fondi esistono, trentacinque anni.

Su un consumo medio mensile di 170 kWh, per una spesa annua di circa 450 euro, l’operatore restituisce per il 2018 circa 220 euro. Trentacinque in una fattura e venti in una seconda fattura un nese dopo (ripensamento, ricalcolo?) per una delibera dell’Autorità per l’Energia naturalmente incomprensibile – Del. 463\16 (VS”) – e ben 165 per “ricalcoli”. Bontà dell’operatore? Un sistema di rilevazione e calcolo da galera.

“Il ricalcolo avviene”, dice la fattura di rimborso, “alla ricezione di nuove letture\consumi reali oppure a causa della modifica di letture\consumie\o prezzi su un periodo già fatturato” . Poiché i prezzi non si modificano al ribasso, l’utente è preda di letture\consumi casuali. Rilevate dal contatore, così si asserisce in bolletta, ma non “reali”. Sembra incredibile, ma è così.

Ombre - 448


Si aprono i Cara, 2008: sono centri di detenzione. Si chiudono i Cara: mille (cinquemila, cinquantamila…) posti di lavoro persi. C’è solo la polemica politica, gli immigrati non contano – da dove vengono, che fanno, che vogliono.

Lino Banfi dopo Grillo e Di Battista, la lista dei comici che ci governano si allunga. E Conte? Anche Tria non scherza.


Santevecchi pubblica sul “Corriere della sera” oggi il “manifesto” di Xi Jinping, il presidente a vita della Cina: trenta articoli e infiniti commi, in linguaggio spesso allusivo – proverbiale, di fantasia – che, in aggiunta alle leggi dello Stato, gli consentono di governare in modo assoluto. Non si riflette mai che il mondo globale sta appeso a una dittatura. Una dittatura su un miliardo e mezzo di persone o poco meno – quanto di più imprevedibile.

Elio Lannutti, che per sentirsi vivo ridà l’impero del mondo ai Rothschild con i “Protocolli di Sion”, è oggi senatore di Grillo dopo esserlo stato di Di Pietro, e mancato dei Verdi e prima ancora del Pdup, una costola del Pci, animatore di “Avvenimenti”, con Diego Novelli e Claudio Fracassi.
Un insaziabile.

Si celebra l’accordo Macron-Merkel, dopo un anno e mezzo di trattativa, come l’asse di una nuova Europa.  Un accordo che non decide né propone nulla, tra due leader che rappresentano solo se stessi.

La cosa più curiosa di questo accordo è che Macron e Merkel si promettono di creare unità militari miste. Pur sapendo che molto probabilmente nel 2020 già loro non ci saranno. Ma dimenticando che la Francia ha rigettato la Costituzione Europea nel 2004 per non legarsi troppo alla Germania. E per lo stesso motivo nel 1954 la Ced, la Comunità europea di difesa, un trattato proposto dalla stessa Francia due anni prima. Che avrebbe creato un’Europa realmente unita, senza i calcoli furbi  dell’euro, già da sessant’anni, e probabilmente ancora protagonista nel mondo globale.

Si gioca una partita di cartello, Genoa-Milan, alle 15 di un lunedì lavorativo. Per i pensionati? Ma a quell’ora i pensionati riposano.

Si dice: è la new economy, bisogna giocare al calcio per la pubblicità in tv. Nella tv peraltro a pagamento – per i pochi che possono spenderci 700 euro l’anno. Per una pubblicità che nessuno vede. La new economy non è intelligente?

Nessun subbio, guadando Napoli-Lazio a velocità normale,senza nemmeno i replay, che l’arbitro R occhi si è inventato due ammonizioni e una punizione che non c’erano, in azioni semplici, non complicate, a danno della Lazio. Errori? Ma Rocchi è l’arbitro “migliore”. E quindi?

“L’interscambio della Germania con la Lombardia vale tanto quanto quello tra la repubblica di Berlino e l’intero Giappone”, Dario Di Vico, “Corriere della sera”. Vero, 40 miliardi un anno fa.

Si sa da sempre che il Lombardo-Veneto fa regione economica unica con la Germania meridionale. Non si capisce allora perché il suo leader politico, Salvini, faccia l’anti-euro, anti-Ue, anti-Germania. È un gioco delle parti? Vogliono guadagnare con al Germania e con l’anti-Germania?

La nuova leva dei Democratici americani, Alexandria Ocasio-Cortez, 29 anni, tacchi a spillo e pantacollant, rinnova il partito insegnando a manovrare twitter. Non è vero, il partito sa bene cosa è twitter, ma serve per postare in qualche modo la vamp – una didascalia alla “Playboy”, benché l’onorevole sia vestita. Poi dice che c’è il populismo.

Alexandria Ocasio-Cortez ha una pagina entusiasta per questo di Massimo Gaggi, sul “Corriere della sera”, il giornale più diffuso e più autorevole. Poi dice che c’è il populismo.

Nessun sindaco al mondo ha i follower che ha Virginia Raggi, oltre 900 mila. Neppure i sindaci di città grande tre e quattro volte Roma: New York, Parigi, Londra. Di una sindaca che nessuno a Roma sembra apprezzare, confusionaria al meglio e incapace. Effetto della democrazia diretta? Effetto della piattaforma Rousseau, della Casaleggio Associati – una promozione commerciale?

Si guarda la partita Juventus-Milan e si vedono - oltre le ragazze saudite dei social che sperimentano la loro prima volta, gli italiani che lavorano in Arabia, gli ultrà che non sanno altro, evidentemente anche tra i sauditi - mamme con marito e bambini. Le mamme che vanno allo stadio per portarci i bambini, una festa di famiglia. In Arabia Saudita.

Liberare i figli dai padri mafiosi

Liberi di scegliere sono i figli minori di genitori latitanti o condannati per mafia, che il giudice Roberto Di Bella, dal 2011 presidente a Reggio Calabria del Tribunale dei minori, sceglie da qualche tempo di far vivere fino alla maturità lontani dall’ambiente familiare, in case famiglia o altri alloggi, invece che in casa di correzione. Una strategia di protezione invece che di punizione, che a giudizio del giudice funziona. Non è stato semplice, poiché bisognerebbe prima togliere la patria potestà anche ia genitori non condannati o incriminati. Ma Di Bella c’è riuscito: a oggi una quarantina di ragazzi avrebbero evitato il percorso obbligato criminale.
Un film didascalico, drammatizzato il giusto. Che dà ragione al giudice Di Bella indirettamente, se tra Reggio Calabria e Messina si trovano ambiti e soluzioni non pertinenti alle mafie - alle quali la vulgata reduce le due città e i loro contorni. In un vivere tranquillo, perfino gioioso. A  conferma che l’ambiente può essere risolutivo in senso buono. Con un solo errore: un mafioso brutto con moglie e figli intelligenti e belli, e casa aperta sul mare, invece che blindata e videosorvegliata, e arredata con gusto?
Giacomo Campiotti, Liberi di scegliere, Rai 1

martedì 22 gennaio 2019

Cronache dell’altro mondo 23


Un terzo degli americani non conosce i nonni, nemmeno i nomi di battesimo.
L’America ha la pena di morte, come l’Iran e la Cina. Non tutta, buona parte. Senza vergogna. Al più ritarda le esecuzioni o le fa in segreto.
Gli incendi che hanno devastato la California, con 83 morti e danni miliardari, sono stati provocati, 19 su 21, dalla Società californiana della luce e del gas. Per scintille e incendi provocati da vecchi pali caduti, fili troncati, centraline scoppiate.
Il servizio sanitario americano costa più di qualunque altro al mondo, 9.403 dollari l’anno per persona, il 17,8 per cent del pil, ed ha le peggiori performance fra i paesi industrializzati – in Italia, per fare un confronto, che è al secondo o terzo posto per la qualità delle cure, e si lamentano gli sperperi, il servizio sanitario costa 1.850 euro pro capite.
Un video, viralizzato su tre quarti dei tweet americani sabato, mostra dei liceali cattolici, alla Marcia per la Vita a Washington, che deridono un vecchio capo indiano, un capo politico, un veterano del Vietnam, eccetera, a Washington per la Marcia dei Popoli Indigeni. E, si dice, gridano: “Build the Wall!”, sì al muro, di Trump. Un montaggio: il video è tagliato e rimontato, nonché potenziato al massimo per la diffusione, dalla ripresa degli indiani marciatori che si avvicinano ai liceali urlando il vecchio slogan: “Questa è la nostra terra, voi bianchi ce l’avete rubata”. Il ragazzo del video non risponde e non urla, solo guarda sorpreso.
Il video non è tutto. Si fanno ricerche sul ragazzo dal sorriso che si vuole sfottente, ma lo si scambia con un altro, che invece non era a Washington. Si identifica la famiglia e l’indirizzo di questo ragazzo e s’instaura una persecuzione di due giorni, sabato e domenica, mentre era impegnata in un matrimonio, accusandola di razzismo e minacciando ritorsioni. È il paese dell’odio – “1984” era al di qua della cortina d ferro, il governo della Verità.

Stalin a Parigi


Un processo staliniano a Parigi, nel 1949. Che il partito Comunista francese, rappresentato dallo scrittore Aragon, affrontò – e di fatto vinse – a difesa di Stalin. Di cui la storia non si fa. Eccetto questo vecchio resoconto, opera a suo tempo di una russa emigrata, la narratrice Berberova – si ripubblica la vecchia traduzione del 1990 con una presentazione di Belpoliti.
Viktor Kravčenko, ufficiale dell’Armata Rossa, diplomatico sovietico a Washington, aveva defezionato nell’aprile del 1944, richiedendo asilo politico negli Usa. Un anno e mezzo dopo, a febbraio 1946, aveva pubblicato “Ho scelto la libertà”, una testimonianza contro il regime staliniano, del terrore e del Gulag, contro comunisti invisi all’autocrate. Non era una novità, Koestler l’aveva preceduto di un anno, con “Zero e l’infinito” (e Boris Suvarine di un decennio), ma Kravčenko ottenne un successo straordinario in Francia, con oltre mezzo milione di esemplari venduti, e il partito Comunista francese si mobilitò. Aragon, direttore di “Les Lettres Françaises”, settimanale culturale del partito Comunista francese, denunciò il libro come una manipolazione dei servizi americani. Kravčenko si querelò per diffamazione. Il processo fu lungo, il Pcf schierò i suoi maggiori esponenti a difesa di Aragon, Kravčenko ebbe ragione, ma da risarcire con un franco simbolico, malgrado gli enormi costi del processo – poco dopo si suiciderà. Fra gli accusatori più determinati di Kravchenko fu Roger Garaudy, allora filosofo marxista - qualche anno dopo lascerà Marx per la chiesa cattolica.
Il resoconto di Berberova, che seguì il processo come redattrice di un periodico di emigrati russi, si legge ancora come testimonianza sui testimoni, su quelli portati da Kravčenko e su quelli di Aragon e il Pcf.
Fra i tanti si segnala Margarete Buber-Neumann, per una vicenda ancora più staliniana di Kravčenko. Sposa dapprima di Rafael Buber, figlio di Martin, poi di Heinz Neumann, entrambi esponenti di primo piano del partito Comunista tedesco tra le due guerre, molto attiva negli ultimi anni di Weimar, aveva subito nel 1938 la disgrazia del marito, col quale si era esiliata a Mosca, ex pupillo di Stalin, e fu confinata a Karaganda, nel Kazakistan, un campo di concentramento “grande due Danimarche”, nel quale disponeva di un capanno d’argilla, infestato da milioni di cimici, guardata da pattuglie mobili. Scambiata da Stalin nel 1940 con fuoriusciti russi in Germania, nel quadro dell’accordo con Hitler, era stata richiusa nel lager femminile di Ravensbrück, dove s’ingegnò di sopravvivere – benché osteggiata dalle internate politiche per il suo comunismo: dapprima dalle stesse internate comuniste, le quali la dichiararono traditrice per il motivo che diffondeva menzogne sulla Siberia, e di conseguenza da tutte le politiche, per l’ascendente che le comuniste avevano sulle altre. Il tribunale di Parigi non credette a Margarete, che era stata in un campo in Kazakistan “grande due volte la Danimarca”, sentenziando non potersi dire un campo una prigione “se non è cinto da mura”.
Nina Berberova, Il caso Kravchenko, Guanda, pp. 294 € 18,50