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lunedì 23 settembre 2019

L’Europa si è sradicata

Il problema dell’Europa è che non ha più radici, non essendo più cristiana. L’Europa si dissolve con la religione. Per avere abbandonato la religione (cristiana) senza un progetto. L’islam è il reagente di questa crisi.
Roy, arabista e islamista, sa che l’islam non ha una soluzione politica, da molti secoli ormai, passato l’assolutismo – non c’è occupazione, non c’è progetto, c’è solo fuga. Non l’ha avuta nel secolo scorso, dopo l’impero ottomano, che si resse con la durezza turca, e non ce l’ha oggi, con tutti i petrodollari. Niente di temibile, vuole dire: la paura dell’arabo, dell’islam, è in Europa una deriva per non vedere la mancanza, o incapacità, di religione, di senso religioso, della vita e della comunità. Lo dice subito, nell’introduzione-conclusione: “L’idea che, se non vi fossero né l’islam né l’immigarazione, tutto andrebbe bene non è che un’illusione”.
L’Europa è cresciuta su radici cristiane. L’Europa di oggi, post-bellica. A opera, come si sa, di De Gasperi, Schuman, Adenauer e Monnet. Tre cattolici devoti, i primi due in odore di santità, e un laico liberale. Era l’Europa delle democrazie cristiane, ma soprattutto radicata, cioè colta, conscia. Roy rileva che questo non c’è più. La fede non è più di rilievo nella società e la politica. E la morale laica non rimanda più alla religione, seppure sotto la forma del teismo. È autoreferente, sul presupposto del niente – l’incertezza, la crisi.
In Europa tutto è cambiato ma nel vuoto: non c’è più religione, e non c’è nient’altro. Il lettore lo può vedere da solo, anche oggi: le feste, o manifestazioni, per la Terra non sono niente, solo business.
Olivier Roy, L’Europa è ancora cristiana?, Feltrinelli, pp. 158 € 17

domenica 22 settembre 2019

Secondi pensieri - 395

zeulig


Amore – Tema eminente del secondo Ottocento - Schopenhauer, Tolstòj, Flaubert, Kierkegaard. Sull’onda romantica sollevata dal Goethe wertheriano  (“Le affinità elettive” sono ancora geometriche – giocose, Settecento). Anche in chiave post-romantica, è l’esercitazione prevalente e quasi terminale dello scientismo, positivista e post (psicologia, fisiologia): Darwin, Mantegazza, Lombroso, De Roberto, Rensi, le esercitazioni furono innumerevoli.  Svanito nel primo Novecento, trascurato nel secondo, con poche eccezioni, Barthes, Foucault. Svanito nel Millenno, in coda ai diritti e parità femminili e lgbtq.
Nel Sei-Settecento indagato come tutto, con spirito critico, pacato e sistematore, oppure conclusivo. Ma senza, curiosamente, diminutio per la condizione femminile. Prima, dal Rinascimento indietro fino all’antichità classica, esclusi i tragici ma incluso Omero, è passione dei sensi, con pochi o niente residui.
Una breve storia di quello che la filosofia vuole il suo inizio, con Platone, è così possibile.

È finito nei social, cioè nell’esibizione, e nella pornografia libera - Badiou, Byung-Chul Han? Nell’era dei diritti? Nei femminicidi e nell’indifferenza. È il segno della fine della civiltà - di una civiltà, altre di altro segno ne verranno? Della filosofia in ogni caso, che è amore – applicazione alla saggezza, se non a una persona.
Barthes dice “mostruosa” la filosofia che s’impegna a spiegare l’eros – che sarebbe non filosofico, non razionalizzabile o pensabile. Ma la parola stessa, filosofia, è “erotica”: la curiosità, se non l’amore, per  qualcosa, sapere, capire.  

Coesistenza   È di origine teologica – le persone della Trinità coesistono dall’eternità.

Compassione – È virtù egoista. Così La Rochefocauld in una massima, la 99 della prima edizione, 1665, poi omessa nel 1666: “Nelle più grandi disgrazie delle persone che ci sono più care, c’è sempre qualcosa che non ci dispiace”. Qualcosa della Schadenfreude tedesca.
  
Deismo  - Una fede, più determinata (non controvertibile) di quella religiosa. Anche se costitutivamente – si vuole ragione – non dà contro della malattia e il male (violenza, ingiustizia).  Da Bacone a Diderot.  Il quale vi include la “nuova fisica”, e anzi ne fa la dimostrazione: la spiegazione totale dell’universo nel sistema di Newton è la conferma della “legge unica” dell’universo stesso.
È la fede delle fedi. Diderot come Bacone può dire. “Sono cristiano” - Diderot, di più, essendo stato  a scuola dai gesuiti. Il deista non pretende che le religioni siano false, al contrario, le dice tutte vere, a condizione di interpretarle come forme della religione universale.

Determinismo – Il concetto, così denominato a fine Settecento (dapprima in latino, dal 1827 in francese e più o meno alla stessa data in italiano), e la relativa dottrina sono il fatalismo di Diderot, e di tutti i sistemi materialisti, da d’Holbach a Marx. D’Holbach lo esplicita nel “Sistema della natura”, in un’immagine inequivoca: “In un turbine di polvere che alza un vento impetuoso, per quanto confuso appaia ai nostri occhi, nella più terribile tempesta provocata di venti opposti che sollevano i flutti, non c’è una sola molecola di polvere o d’acqua che sia posta a caso, che non abbia la sua causa sufficiente per occupare il posto dove si trova e che non agisca rigorosamente nella maniera in cui deve agire”.
Il materialismo di Marx, che si vuole religione di libertà, è all’origine tarato – non c’è iniziativa, se non limitata, o libertà, anche la volontà è predeterminata.  

Stupore – Quello di Jeanne Hersch - “L’étonnement philosophique”: “Stupirsi, è proprio dell’uomo” - è il “sublime” di Longino. Che sarà dopo lunga pausa, a metà Settecento, di Burke e Diderot – l’uno ne scrisse nel 1757, Diderot dieci anni dopo, nel salon su Vernet. E cioè tutto sommato - posto che la freccia del tempo non è progressiva, che c’è accumulo ma non necessariamente progresso, affinamento, elevazione - curiosità, il domandarsi.  

Sublime – Concetto disperso dopo Longino, ripreso con la traduzione di Boileau, 1674: il top del bello, e del brutto. Boileau ne tratta in termini di retorica, di “stile” ed “effetto”. Ma il concetto appassionerà Diderot (passim) nello stesso tempo che Burke, “Inchiesta sul bello e il sublime”, 1757. Nel salon di dieci anni dopo, la cronaca-critica dell'esposizione biennale di pittura nel salon centrale del Louvre, che concentra su Vernet, il pittore delle marine, Diderot ne fa l’origine della filosofia, della riflessione sulla natura dell’uomo e del mondo: “La passione causata dal bello e il sublime nella natura, quando queste cause agiscono con la più grande potenza, lo stupore (astonishment)”. Questa esperienza emotiva, che “precede il ragionamento  e ci sconvolge con una forza irresistibile, è l’effetto del sublime al più alto grado” – “Promenade Vernet”.
È l’effetto, fra i sensi, della vista e dell’udito, ha arguito lo stesso Diderot nell’“Enciclopedia”. Contrariamente all’odorato, al gusto e al tatto. Vista e udito suscitano le “sensazioni composte”, e permettono di elaborare “idee accessorie e morali”. Causando il “sentimento del bello”, che non si limita a sistemare immagini e ritmi, ma tocca il cuore e lo spirito. Dando luogo a delle imitazioni. Che meglio si dicono “rappresentazioni”, cariche di “idee e emozioni”.
Nella “Promenade Vernet” Diderot ribadisce il concetto: “Ci sono sensazioni semplici e sensazioni composte; è il motivo per il quale non ci sono di belli che gli oggetti della vista e dell’udito. Scartate dal suono ogni idea accessoria, e morale, e gli leverete la sua bellezza: Fermate l’immagine alla superficie dell’occhio; che l’impressione non passi né allo spirito né al cuore, e essa non avrà più niente di bello”. Con il bello anche del brutto, sulla traccia di Burke – e di sant’Agostino. Per esempio “l’incendio di Parigi” - l’incendio di Nôtre Dame l’altra sera, si potrebbe dire, all’imbrunire, che sarebbe stato sprecato di giorno, o di notte. E della malvagità umana: “È un bello spettacolo, quello della virtù nelle grandi prove”.

Di più: il terrore è l’elemento preminente del sublime diderotiano – c’è già in Longino, e poi in Burke, ma in Diderot è tutto: “Tutto ciò che atterrisce l’uomo, tutto ciò che imprime un sentimento di terrore conduce al sublime” – “Promenade Vernet”. Perché “la magnificenza non è bella che nel disordine” – ib.. 

Tribù - Vargas Llosa la evoca, lo scrittore, nel titolo del suo ultimo libro, “Il richiamo della tribù”, come “appartenenza”. Nel suo caso alla “tribù liberale”, da A.Smith a Popper. Che è il contrario dello “spirito della tribù” che Popper depreca: la riduzione o negazione delle individualità per poterle meglio irreggimentare e comandare. O la costruzione delle “masse”, indistinte, amorfe. Attraverso il richiamo dell’irrazionalismo, dell’emotività primitiva, che resta annidata nello stesso uomo civilizzato, che non avrebbe mai superato o abbandonato come una sorta di ricordo felice il suo passato di animale nella mandria.
Il tribalismo è modernamente un (liberale) concetto di nazione. Uno stato intermedio - uno degli stati intermedi, con l’ideologia, il partito politico, l’associazionismo – tra l’individuo e il potere, o l’ordine. Tanto più se sovranamente lontano. Arcano nella globalizzazione molto più che nella concezione tradizionale del potere, e sotto il falso sembiante della pubblicità, della openness
Lo spirito di tribù Popper depreca come tradizione artefatta e infetta, indotta o impostata a fini catastrofici. Vargas Llosa ne fa invece un muro liberale, difensivo, a protezione del pensiero, sempre minoritario e minacciato. Nel nome dello stesso Popper. In uno “spirito di comunità” – nel suo caso tra grandi pensatori accomunati dal credo liberale: A.Smith, Ortega y Gasset, von Hayek, Popper, Aron, Berlin e Jean-François Revel. Una comunità di resistenza: l’appartenenza a un gruppo sociale, nazionale, a fini di miglioramento-difesa reciproca. Degli interessi o semplicemente delle idee. 
Lo spirito di tribù Popper temeva retrospettivamente, sullo sfondo del populismo prebellico nazifascista, estremamente popolare, sfociato nei lager e nella guerra. Ora è all’opposto, contro il “pensiero unico” e le manipolazioni finanziarie, o impoverimento relativo.

zeulig@antiit.u

L’Europa non è un asilo

Conte, come già Monti, si fa vanto del plauso dell’Europa. Per la quale intende la Germania in genere, e la Francia. Il plauso, se c’è, non vuole dire nulla: non ci sono esami in atto, non c’è una commissione esaminatrice, l’Italia è già passata, da tempo. Se non, forse, un atto di cortesia, come usa fra persone di mondo, tra paesi europei.  Ma, nel mondo come Conte-Monti lo prendono, di uno straordinario – nel senso che non si riscontra altrove, in Europa - provincialismo. Che in politica estera è debolezza, e anche stupidità.
L’Europa non è un asilo, con la buona maestra Merkel: ci vuole tanto per capirlo? In politica estera si diminuisce il potente, quando gli conviene. Per un debole professarsi debole è la fine.
L’Europa nasce per porre fine alla forza – privilegio, soperchieria. Pretenderlo magari è prematuro, ma bisognerebbe almeno saperlo.

Macron l'incantatore

Si fanno sempre salamelecchi a Macron a Roma. Perfino sugli immigrati, contro i quali il presidente francese ha adottato, senza proclamarla, la mano dura – politica tradizionale del resto in Francia, paese di forte immigrazione (nei tardi anni 1930 contro italiani e spagnoli, benché rifugiati per lo più politici). Gli immigrati irregolari vengono setacciati uno per uno, sui treni, da Ventimiglia e da Bardonecchia, e sui sentieri in Savoia, e ributtati di peso in Italia. Non con le formalità dell’Italia: rimpatri personalizzati, con scorta, dopo i tre gradi di giudizio….
Ogni tanto Macron fa il “bel gesto”, come si dice in francese: accoglie una Ong respinta dall’Italia, o si prende sei o sette, anche dodici, immigrati sbarcati in Italia. Ma sempre di mano durissima, niente a che vedere con Salvini. Il motivo è che deve disinnescare il movimento lepenista, più duro della Lega, ma intanto fa a meno delle intese, e delle regole, europee.
Si fanno salamelecchi a un presidente che ha forzato a più riprese la mano in Libia. Contro l’Italia. E si aderisce, senza sapere ma senza se e senza ma, alla sua forza militare europea di pronto intervento. Un progetto che fallirà, in Francia non si cede un millimetro di sovranità alla Ue. Ma che Macron ha ideato e deciso senza consultarsi con nessuno, forse con Merkel.
È sempre “Parigi val bene una messa”? Da provinciali. Ora da mendicanti di “spirito europeista”.

Martin Eden sono io, Marinelli

Formidabile racconto attorno al protagonista, Luca Marinelli. Montato scena dopo scena, posa dopo posa, attorno al suo viso e al suo corpo, di profilo, di fronte, di tre quarti, di spalle, da manovale, da borghese, distante oppure febbrile, gentile oppure violento, da ragazzo e in età, freddo e sudato, affettuoso e capriccioso, e dai colori incredibilmente variabili. Un exploit da annali. I comprimari ne risultano diminuiti, e così pure il fondo sociale della storia, ma il racconto Marinelli fa a ogni posa avvincente. Marcello, autore sin qui di documentari, storie di cose e ambienti, se ne lascia per primo soggiogare.
La vicenda è quella di Jack London: il manovale ignorante, marinaio nei sogni di ragazzo, che decide di leggere e diventare scrittore. Ma Marcello, che l’ha pure sceneggiata, la segue distratto. Dal suo protagonista, Marinelli. Che assorbe in sé i comprimari, tutte donne - a parte il cognato, il “calabrese” di fatto e di ruolo Marco Leonardi, una faccia che è un programma: Jessica Cressy, l’amore irraggiungibile, che pure ha formato Martin, Carmen Pommella, la casalinga che ospita e sfama il febbrile scrittore, Autilia Ranieri, l’amore proletario che Martin ritrova sempre senza amore, Carlo Cecchi, nel cameo del socialista conseguente, spenseriano anarcoide, come sarà il suo discepolo Martin, che finisce suicida. In una Napoli improbabile, se non per la violenza, tra fonderia-acciaieria del tempo che fu, coste alberate (Cilento?), e una tranquilla campagna (Terra di Lavoro?), ma poi irrilevante. Anche i tempi sono confusi: molto anni 1940, e poi, quando si parla di guerra!, 1960. Ma giusto per il dettaglismo: abbigliamento, automobili, attitudini.  
Pietro Marcello, Martin Eden

sabato 21 settembre 2019

Appalti, fisco, abusi (157)

Una bolletta tipica dell’Enel, per la fornitura di energia elettrica in abitazione principale, contabilizza 92 kWh  per luglio, “sulla base delle letture rilevate dal distributore”, e 121 per agosto, quando tutte le case di abitazione sono deserte, contro ogni “media” stagionale, per “consumi stimati da Enel Energia”. Non è un caso e non è un’eccezione: è un abuso. Il conguaglio sarà fatto (sarà fatto? l’utente che ne sa, la lettura del contatore essendo esercizio di specialisti?) chissà quando. Un abuso consentito dall’Autorità per l’Energia – ora Arera, per Energia, Reti e Ambiente.

Per altra utenza, in casa secondaria, sempre per luglio-agosto, Enel fattura “consumi attribuiti sulla base delle letture rilevate dal distributore”, per entrambi i mesi. Quindi la lettura del distributore è disponibile anche per agosto.
Enel vuole fatturare almeno 80-100 a bimestre, a prescindere dai consumi.

Un consumo di elettricità di x kWh nel 2018 è stato fatturato x euro. A fronte dei quali successivamente, nei due primi bimestri del 2019, ben 185 euro sono stati rimborsati. Con quali calcoli si fa la bolletta? Quali garanzie ha l’utente che la bolletta sia congrua? Da utente che pure sa leggere le fatture (di lettura impervia e quasi iniziatica) e controlla le letture in qualche modo sui contatori.

L’acqua pubblica è più che raddoppiata di prezzo dopo il referendum otto anni fa, nel maggio 2011. Si fa pagare il terrorismo ecologico sulla “fine dell’acqua” – che è una scemenza. Invece di riparare le condotte e razionalizzare le sorgenti, le prese d’acqua. Si specula, i Comuni speculano, su una paura, invece di riparare il danno – metà dell’acqua prelevata alle sorgenti, montagna, fiumi, laghi, si disperde nelle tubature prima di arrivare ai rubinetti.

Si specula sull’evasione fiscale per tassare anche la capacità di spesa. Ora il contante. Mentre l’evasione è soprattutto dell’Iva,  che è già a livelli proibitivi, e si vorrebbe aumentarla. Si specula sui pagamenti in contanti per altri (piccoli) prelievi – uno-due euro su uno o due milioni di operazioni, al giorno. Come sui depositi, e sul risparmio.

Ci vogliono otto mesi a un artigiano per uscire dal fisco - per finire di lavorare per il fisco. Due terzi dell’anno. Due terzi del reddito prodotto. Ogni anno implacabile la Cna, la confederazione degli artigiani, denuncia il sopruso, a nessun effetto.

Lo Stato preleva, attraverso imposte, tasse e adempimenti vari, due terzi del reddito prodotto da un lavoratore autonomo, ma con eccezioni: a Bolzano, Trento, nel Friuli, in Valtellina, basta la metà dell’anno, poco più. A Reggio Calabria record negativo: si paga il 69,8 per cento del reddito prodotto allo Stato, alla Regione e al Comune. Ma anche realtà molto produttive pagano oltre i due terzi del reddito al fisco: Bologna il 68,7, Roma il 67, Napoli il 66,7, Firenze il 66,5.

Cina o Giappone pari sono

Durante le manifestazioni anti-Pechino a Hong Kong, le mafie cinesi, le triadi, sono state mobilitate  al posto della polizia e dell’esercito cinesi per picchiare i manifestanti. Con l’accortezza di non uccidere. Lo veniamo a sapere oggi, come un dato di fatto, che però le cronache delle manifestazioni non registravano.
Veniamo a sapere delle mafie politiche pro-cinesi per un fatto ippico. Il padrone di un cavallo impegnato all’ippodromo di Happy Valley, politico locale arricchitosi col partito Comunista Cinese, incoraggiava le triadi: “I rivoltosi non meritano pietà, la loro sorte è la morte”.  Un politico sensibile. Per il  suo cavallo, che ha portato alla minaccia di contestazioni pubbliche all’ippodromo, rivendica “il diritto di correre”.
C’è la censura a Hong Kong? Tifiamo ancora per la Cina (comunista)? Nella vecchia chiave antiamericana - e poi in America non c’è Trump? Forse è solo ignoranza, l’Occidente ignora l’Oriente – per avere abolito l’insegnamento della geografia? Il primo ministro canadese Trudeau e la prima ministra neozelandese Ardern sono sbarcati a Tokyo scambiando il Giappone per la Cina. Nei saluti ufficiali.

La vita non è vita

La vita di una “serva di casa”, la ragazza cresciuta in famiglia, di soltio orfana, istruita il necessario, meglio beghina, e quindi a vita schiava, accudita, senza paga. Félicité proprio beghina non è, si è anche innamorata, lui è sparito quando ha sentito parlare di matrimonio, lei non cessa di pensarlo. Ma ha altri affetti, sempre costanti, poco o nulla ricambiati: i ragazzi di casa, un nipote, la padrona cattiva. E un pappagallo, il vero compagno.
Una vita non vita. Come quella del suo autore: anche Flaubert viveva col pappagallo - Julian Barnes ci ha scritto sopra un romanzo, “Il pappagallo di Flaubert”. Non un’allegoria. Nememno un racconto realista o naturalista, come presto si sarebbe detto. Su una condizione umana specifica – qualche tempo dopo la “serva di casa” sarebbe andata in Tribunale e avrebbe avuto gli arretrati, con gli oneri sociali, e la liquidazione. È una filosofia, e una morale: la vita è una non vita.
È il paradosso di Flaubert, che è scrittore arcigno, indefesso: e la scrittura, la creazione artistica? È la speranza, ma a condizione di eliminare le parole o, a difetto, il loro senso, se non di esicasmo, indistinto balenio. Ghirigoro, decorazione.
Gustave Flaubert, Un cuore semplice, Elliot, pp. 55 € 6

venerdì 20 settembre 2019

Un’altra Italia, un’altra Germania

Pronta la risposta della Germania al nuovo governo di Roma. Abbandonata la divisa ormai caratteristica del “troppo poco, troppo tardi”, Angela Merkel interviene sul piano europeo con rapidità e decisione sui due dossier più caldi dell’Italia, la Libia e l’immigrazione clandestina. Un intervento che non può non andare nel senso che l’Italia vuole, e da tempo chiedeva.
È alla presenza del presidente della Germania che Mattarella ha potuto spiegare, dettagliandola ripetutamente, la soluzione che l’Italia da tempo chiede: dei rimpatri degli immigrati non riconosciuti rifugiati politici a opera e a carico della Unione Europea. Lo stesso il vertice a Berlino sulla Libia: è inevitabile che la posizione dell’Italia venga fatta valere, contro il doppio gioco della Francia, che ha favorito e indirettamente armato l’attacco di Haftar su Tripoli. All’insegna di una guerra al terrorismo che invece Haftar non fa, mentre concentra l’attacco sul governo eletto di Tripoli – contro Al Qaeda e l’Is operano soltanto le forze speciali americane e il gruppo armato di Misurata.

Problemi di base - 509

spock


La menzogna è sempre un male (Kant, passim )?

Non c’è una logica nella logica?.

Perché il gatto non si addomestica?

Perché casca sempre il telefonino, tra tutti gli oggetti in tasca?

E le chiavi di casa?

Gli ebrei sono speciali a causa dell’antisemitismo, oppure dell’ebraismo?

Si è perché si è, oppure perché non si è?

spock@antiit.eu

Il campionato delle bufale

Juventus sugli scudi: tre squadre in una, tutt’e tre da Champions, ingaggi record, Sarri-spettacolo, l’Italia terra promessa dei grandi campioni,  etc., dovunque uno si giri non c’è una piega, solo trionfalismo. Poi questo superclub prende due gol a Madrid come li aveva presi otto mesi prima, esattamente, con al stessa dabbenaggine, su tiri da fermo. calcio da fermo. E non volendo chiudere gli occhi c’è di peggio. Non ha un terzino destro, fra i trentatré o trentacinque campioni. Non ha messe ali di spunta, solo due vecchietti. L’età media è da vecchietti, che ansimano nel secondo tempo, e spesso latitano acciaccati. E ha trentatré, o trentacinque, campioni perché non è rinunciata a venderli. I troppi soldi fanno male all’intelligenza?
Non è il solo caso. L’Inter, che aveva vinto tutto domenica, alla terza giornata, ha perso tutto mercoledì. “L’Inter di Conte”: in assenza di grandi calciatori si fanno santi gli allenatori, anzitempo.  Conte è un degli allenatori più esonerati. Alla Juventus Sarri non era stato preceduto, sempre per il calcio champagne, da Maifredi, quando rischiò la B, questa volta per demerito suo? Giampaolo non ha mai vinto nulla, né Mazzarri o Fonseca, ma piace illudersi, al Milan, al Torino, alla Roma.

Felicità è ripetizione – dirsela

Brevi prose raccolte dallo stesso Walser nel 1917. Semplici, per lo più su aneddoti inconsistenti. Divagazioni, lievi. Parte della sterminata produzione di testi brevi di Walser, frammenti o racconti. Nulla al confronto con la coeva “La passeggiata”. Ma dotate di quella certa felicità espositiva, qui più accentuata che altrove, che consiste nell’iterazione, specie delle forme predicative, di attributi più che di apposizioni. Procedimento di solito insignificante e faticoso, di cui Robert Walser però è maestro – se ne può dire la sua unica cifra, insieme con la felicità di essere, in tono minore.
“La bella addormentata nel bosco”, dove niente succede, ne è esemplare: due paginette di nient’altro. Accentuazioni ternarie - il canone che Ciryl Connolly stabilirà in “Enemies of Promise” (tradotto “I nemici dei giovani”), come affermativo dell’uomo di mondo: sì, è così, è proprio così… Oppure binarie, alternative o di opposizione (“versi sottili o sgrossati male”), oppure comparative-superlative (“fronte serena e coraggiosa”, “membra rapide e agili”).
Sono prose di paese, del periodo passato a Bienne, in Svizzera, dove era nato – lo stesso dove farà “La passeggiata”. Più che altrove, nei 25 pezzi di questa “vita di poeta” Walser si vuole vagabondo eccentrico in paese. Il paese normalmente pressa e incombe e non lascia spazi, lui invece è felicemente ignorato, se non per qualche sguardo stranito-ammirato. E si dice felice, felice, felice.
L’“uomo inutile”, o fannullone di Eichendorff  - qui evocato per il “chiaro di luna” - in carne e ossa, ma senza residui. Che di sé in città, a Wurzburg, dice: “Fatti i conti, un personaggio interamente inutile, senza scopo, senza sostegno, senza responsabilità, e quindi superfluo? Eh sì”. Calasso lo vuole nel risvolto piuttosto il Lenz di Büchner, ma ne è l’esatto opposto.

Raccapriccia che queste prose siano state scritte e riprese nella Grande Guerra, di Walser dando una forma di autismo: una vita fuori dal mondo. Poi Walser verrà, probabilmente d’arbitrio, rinchiuso in manicomio per venticinque anni, fino alla morte nel 1956, ma se c’era una componente anomala nella sua psiche non era la schizofrenia che gli fu in quattro e quattr’otto diagnosticata, ma l‘autismo – incapace di rapportarsi anche alla sorella, che è quella che ne dispose l’internamento. La natura dice in “Vita estiva” “buona, amabile e dolce” mentre le sue creature “quanto sono dure”. Il suo unico amore Marie, nel racconto omonimo, che incontra nel bosco, si ritrae così, subito dopo l’infanzia: “A poco a poco tutto quelo che vedevo e sentivo si è messo a sembrarmi freddo, incomprensibile e meschino. Non ho mai capito ciò che la gente chiama vita. Le lamentele e le risatine degli uomini mi sono divenute sempre più estranee, sempe priù incomprensibili. Non mi ritrovavo nelle loro gioie senza durata; ero incapace di comprendere i loro dolori. Ero tranquilla e calma. Né l’agitazione né la paura mi toccano. Mai ho avuto paura di checchessia”. 
Robert Walser, Vita di poeta, Adelphi, pp. 145 € 15

giovedì 19 settembre 2019

La crisi economica è sociale

Non si comprano le auto Fiat – record negativo di vendite in estate - perché sono di piccola cilindrata, Panda, 500, Punto. Non si comprano le piccole cilindrate, mentre chi ha può comprare: le cilindrate maggiori non hanno cali di vendite – anche i pochi modelli del gruppo Fiat in questi segmenti, le Jeep. È la conferma che la crisi è diventata sociale, come già intravisto dalle confederazioni commerciali, Confcommercio e Confesercenti: la domanda è debole, quando non negativa come in questo 2019, per le fasce di consumi medio bassi. Si vede per le automobili come per gli elettrodomestici, l’abbigliamento, e perfino l’alimentare: i ceti medio alti continuano a spendere, quelli medio bassi non ce la fanno, o risparmiano per paura.
È il punto della crisi italiana. I mercati nazionali sono qualificati per fasce di reddito-mercato: Ci sono i paesi-mercato ricchi, in Europa la Germania, la Gran Bretagna, e ci sono quelli medio bassi, l’Italia, la Spagna. In questi paesi la crisi colpisce di più, nel senso che colpisce fasce sociali più vaste, con una domanda asfittica di lavoro, precariato, paghe basse. Fasce che ora, dopo dodici anni di crisi, evidentemente non hanno più riserve.

La liquidità ancora c’è, abbondante, le banche la conteggiano in 1.500 miliardi, cifra paperoniana, e poco utilizzata, ma divisa socialmente: i pochi ne hanno molta, che non possono spendere, neanche se volessero, i molti ne hanno poca.
Il dato è evidente. Anche i sindacati lo sanno e lo dicono - senza tuttavia impegnarsi. Ma è del tutto assente nell’informazione e nella politica. Ne aveva mostrato cognizione Renzi nella prima fase del suo governo, col sostegno al reddito, ma dopo gli 80 euro nulla è stato fatto.

L’antropologa che vinse l’autismo

Oliver Sacks è andato a trovare Temple Grandin, e ne esamina il caso, con partecipazione umana, da “poeta laureato in medicina”, come è stato definito, oltre che da neurologo - un vecchio saggio che la rivista ripropone. Temple Grandin, che soffriva di autismo, era diventata una ricercatrice affermata. Aveva pubblicato un centinaio di testi, di spessore scientifico, sui comportamenti animali, e su alcun casi di autismo. Il titolo del reportage è la spiegazione che la stessa Grandin dava della sua condizione: “Gran parte del tempo mi sento come un’antropologa su Marte”.
Sacks espone in dettaglio gli accorgimenti che la ricercatrice adottava per rapportarsi col mondo, con esiti brillanti: la tenacia, l’incapacità di dissimulare, l’affinità profonda con gli animali, eccetera. Il segreto è il metodo: “È stata soprattutto impegnata a condurre una vita semplice, dice, e fare tutto in modo chiaro e metodico. Ha messo su una vasta biblioteca di esperienze negli anni, spiega. Come una biblioteca di videoregistrazioni, che poteva rivedersi nella sua mente e analizzare a ogni momento - «video» di come le persone si comportano nelle varie circostanze. Li rivedeva in continuazione, imparando, poco alla volta, a correlare cosa vedeva, in modo da poter prevedere come le persone in circostanze analoghe potrebbero agire”.
Quello che non sentiva, Temple Grandin lo imparava. Ma il segreto è in realtà non è di una persona che sapeva il suo limite? 
Oliver Sacks, An anthropologit on Mars, “The New Yorker, free online

mercoledì 18 settembre 2019

Il mondo com'è (382)

astolfo


Autunno caldo – Non se ne celebra il mezzo secolo, perché non era quello che diceva? Una serie continua di scioperi, fermata dalla destra con la strage di Piazza Fontana, col concorso dello Stato (le indagini distorte sulla strage, indirizzate su presunti anarchici, sono partite dalla questura di Milano), che irrigidì le relazioni sindacali, e presto dissolse le scarse conquiste salariali nell’inflazione. Si scioperava in continuo. Anche con scioperi generali, che agitarono fino a venti motivi di protesta, dalla bolletta gratuita alla promozione obbligata a scuola – la voce s’era diffusa che a Mosca non pagavano il gas, l’elettricità e il telefono.
Fu un movimento politico, attraverso cui il Pci e la Cgil tentarono di assorbire l’onda d’urto della contestazione giovanile e prendere la leadership della politica in Parlamento e del sindacato al lavoro. In questo ebbe successo. Ma col segno meno per i lavoratori e per la dialettica politica. L’autunno caldo segnò la fine del centro-sinistra storico, tra Dc e Psi, la stagione più riformatrice della storia repubblicana, benché fosse durata un lustro o poco più. Aprì la voragine della spesa pubblica – la sola spesa pensionistica fu aggravata di 60 mila miliardi di lire, l’anno. E si dette la stura all’inflazione che dominerà gli anni 1970. 
Dell’inflazione sono vittime come si sa i lavoratori, le retribuzioni fisse. Mentre una volta dominanti Cgil e Pci introdussero una lunga stagione di rinnovi contrattuali con coperture minime, di poche migliaia di lire – i giornalisti fecero tre contratti di seguito, nove anni, con aumenti di 25 mila lire, mentre l’inflazione navigava al 20 per cento (il Pci doveva conquistarsi i media, i padroni che biasimava).  
L’esito immediato fu un linguaggio sindacale irrilevante, perfino ridicolo. Bussolotti se ne fecero come gadget in libreria per complicare con la frasi fatte senza senso del gergo sindacale discorsi insensati.

Groenlandia – Se diventasse americana, come uno dei tweet di Trump vorrebbe, introdurrebbe il socialismo negli Stati Uniti.
L’“isola” che Trump vuole acquistare è un continente, 2,2 milioni di km. quadrati – più della metà dell’Unione Europea, senza la Gran Bretagna. Poco abitata, 57 mila residenti. E inclemente: il sole d’inverno non sorge e d’estate non  tramonta, con gelo o mosche, e gli altri inconvenienti dei climi estremi. Per quattro quinti coperta peraltro da ghiacci perenni. Ma ricca di risorse minerarie, tra cui il 13 per cento delle riserve mondiali di petrolio e il 30 per cento del gas. Probabilmente ricchissima di risorse minerarie, tanto più se l’effetto serra ne provocherà il disgelo. Ma è socialista. La sola entità socialista in Europa, e probabilmente al mondo. Non c’è in Groenlandia la proprietà privata. La terra è gestita da cinque kommunes – comuni, entità amministrative, ma con un sentito richiamo alla Comune socialista. Non ci si appropria della terra dove si vive e si lavora, e non si paga neanche un affitto. Le grandi imprese, commerciali, industriali (pesca, concia, trasporti), sono statali. Non c’è la sanità privata. Dagli ospedali alle cure mediche e alle medicine, tutto è gratuito. Non c’è naturalmente la scuola privata.
Tutto è pubblico e non può essere privatizzato, per gli statuti consuetudinari che la Groenlandia si è dati, riconosciuti dalla Danimarca, che anzi li finanzia. La Danimarca contribuisce al socialismo della Groenlandia con circa 600 milioni di dollari l’anno – circa 10.500 per residente.
Il contributo statale non sarebbe un impedimento all’americanizzazione della Groenlandia. Negli Stati Uniti, anche oggi con Trump, ogni anno il Congresso destina un media di 12 miliardi di dollari in contributi a ognuno dei 50 Stati federali – che per uno Stato poco popolato come il Nuovo Messico significano 9.700 dollari pro capite, poco meno di quanto la Danimarca spende per ogni groenlandese.

Lsd – Che la Cia abbia manipolato l’Lsd negli anni 1950 per condizionare le menti è difficile crederlo. Con test su detenuti, spie e psicopatici. Condotti da Sidney Gottlieb, un chimico che si professava ebreo agnostico e poi buddista zen, come dire un addict lui stesso. Di cui al libro di un giornalista, Stephen Kinzer, “Poisoner in Chief”. Con esperimenti soprattutto in Germania e Giappone, in centri di detenzione controllati dalle truppe americane di occupazione, e nelle Filippine. Tutto fantasioso. Drogati per misurare fino a che punto arriva la resistenza mentale, la resistenza umana. Quindi una forma di tortura?
Che la Sandoz e i Beatles si siano accodati a un programma spionistico, altro che liberazione delle menti, anche questo è poco probabile. Anche perché l’Lsd è stata “inventata” – sintetizzata - dal professor Albert Hofmann, chimico svizzero, per conto della Sandoz. Questo è avvenuto, è storia. Ma a fini terapeutici.
Di Hofmann si sa che faceva assaggi con Jünger, il chimico delle passioni, che viveva allora a Wilflingen nell’Alta Svevia ospite degli Stauffenberg – ne ha scritto lo stesso Jünger. In un quadro di ricerche sulle droghe patrocinate dall’industria elvetica, che aveva già esplorato gli sciamani e i funghi di Castaneda, al fine di creare sostanze per la mutazione delle coscienze sul modello di Eleusi, dove il fluido iniziatico si estraeva dalla segale cornuta, ed è nato l’Lsd. La Sandoz sostenne pure Michaux, il poeta belga. Se n’èra anche fatto un libro, in cui il dottor Hofmann si presentava convinto, non si nascondeva, tecnico, impegnato al bene dell’umanità.
Lsd, il nome si fa venire dalla canzone dei Beatles Lucy in the Sky with Diamonds, mentre il contrario è vero – senza spese per la Sandoz?

Resistenza tedesca (Widerstrand) – Helena Janeczek, “La ragazza con la Leica”, da ultimo la immiserisce, a proposito di un oppositore emigrato in America: “Se parlavi di resistenza tedesca ti associavano, bene che andasse, al gruppetto di aristocratici ufficiali che avevano tentato di far saltare in aria il Führer per patriottismo, e non prima del 20 luglio 1944”. Mentre il gruppetto era vasto, la reazione di Hitler dopo il 20 luglio fece circa diecimila vittime, fucilate o impiccate. In totale, 16.560 condanne a morte di oppositori politici sono state registrate nel dodicennio, E la Resistenza fu costante, non dell’ultima ora. Di molte personalità: intellettuali (economisti, scrittori, artisti), religiosi (molti vescovi), aristocratici. E di vasti ceti popolari. All’interno della destra: Hitler eliminò, anche fisicamente, migliaia di camerati. E più all’esterno: socialisti, comunisti, anarchici, molti cattolici. Organizzata anche, seppure solo politicamente. La più vasta, qualificata, determinata. Fin  dall’inizio e contro ogni blandizie. Specie al confronto con l’Italia per tutti i venti anni del fascismo. Il “Lungo viaggio” di Zangrandi e “La coda di paglia” di Piovene documentano un generale accomodamento. E con la Parigi negli anni dell’occupazione, che d’intellettuali pullulava.
Almeno centomila si ribellarono a Hitler in guerra, non tutti renitenti, una buona metà si batté con la Resistenza in Grecia e Jugoslavia, qualcuno all’Est. E c’erano, ancora in guerra, diecimila obiettori di coscienza. Addetti ai lavori manuali, ma nutriti adeguatamente e liberi in caserma.
In Italia non si può dire, ma la presenza tedesca nella Resistenza “ha raggiunto dimensioni ragguardevoli”, dice lo storico Battaglia: “In tutte le regioni del Nord, senza eccezioni, è dimostrata la presenza di tedeschi nelle principali formazioni partigiane” - lo disse quarant’ani fa, in tedesco, in convegno, a Vienna. A Civitella d’Arezzo, tristemente nota per le rappresaglie naziste, la polizia tedesca ha contato 721 diserzioni nel solo luglio ‘44.
I campi di concentramento furono aperti contro l’opposizione politica, poche settimane dopo l’accesso di Hitler al cancellierato. Alla vigilia della guerra c’erano in Germania sei campi di concentramento, con ventunmila tedeschi prigionieri politici - nel 1944 si contarono 1006, in Germania e nei paesi occupati, Per le popolazioni occupate, gli ebrei, gli omosessuali e i gitani, e per i tedeschi.

Non si celebra in Germania la Resistenza, nemmeno come Liberazione da Hitler. Non l’ha istituita la Repubblica Federale di Bonn, e nemmeno la Repubblica Democratica di Pankow. Che pure aveva accolto i tedeschi comunisti sopravvissuti al nazismo, ma non li onorava. L’idea di Resistenza in Germania, seppure dei molti, sconfina con la paranoia della “pugnalata alla schiena”, l’ossessione dei vinti: la Germania non può perdere, ha perso perché è stata tradita. Meglio dirsi traditori che accettare la sconfitta? È così
Il diritto alla Resistenza è stato però in Germania ampiamente teorizzato, in chiave nazionalista, e in passato anche codificato. Teorizzato da Jünger (“Teoria del partigiano”) e Carl Schmitt, i pensatori della destra conservatrice. Schmitt anche teorico, non critico, del nazismo nel 1933, con un’opera che fu ristampata più volte fino alla (relativa) disgrazia nel 1935, “Stato, Movimento, Popolo. Le tre membra dell’unità politica”, pubblicato in Italia nel 1935 da Gentile nella raccolta intitolata “Principii politici del nazionalsocialismo”.
Schmitt si rifà al sorprendente Editto prussiano sulla milizia territoriale o Landsturm, “recepito quale legge dall’ordinamento interno, con tanto di firma del primo ministro”, del 1812-13, della terra bruciata attorno a Napoleone: Ogni cittadino ha il dovere di opporsi al nemico invasore con qualsiasi tipo di arma.[...] Scuri, forconi, falci e lupare vengono espressamente raccomandati.[...] Ogni prussiano ha il dovere di non obbedire ad alcun ordine del nemico, bensì di danneggiarlo con ogni mezzo possibile. Anche se il nemico volesse ristabilire l'ordine pubblico, nessuno è autorizzato a obbedirgli, perché così facendo si finirebbe per facilitarne le operazioni militari.[...] Gli eccessi di una canaglia sfrenata sono meno nocivi di un nemico nelle condizioni di poter disporre liberamente di tutte le proprie truppe.[...]Rappresaglie e azioni terroristiche a protezione dei partigiani sono garantite e promesse al nemico”. Ma l’Editto prussiano inquadra in un excursus di tutta la storia nota, compresa Giovanna d’Arco e fino a Mao – e Raoul Salan. Recuperando al concetto di Resistenza la guerra classica di von Clausewitz, in una concezione aggiornata del suo “politico”.

astolfo@antiit.eu

La fisica delle donne

Sei vite romanzate – sei “brevi romanzi” – delle “grandi scienziate della fisica del XX secolo”, come promette il sottotitolo. “Sei stelle luminose nel buio del secolo breve”, come vuole leditore, in copertina una bella donna in forma di sirena su un’amaca in forma di semiluna.  Marie Curie, Hedy Lamarr, l’attrice, che fu anche ingegnere militare, una fisica teorica serba, Mileva Marič, vissuta all’ombra del marito, due tedesche, Lise Meitner, biocottata dal nazismo perché ebrea, e Emmy Norther, una matematica isolata per il suo ingegno, e la cristollagrafa inglese Rosalind Franklin, dalla vita breve e dalle intuizioni felici, scippata delle sue scoperte.
Non sono le sole, ma quelle che Greison, fisica di formazione, di professione attrice, già autrice de “L’incredibile cena dei fisici quantistici” e di “Storie e vite di SUPERDOINNE che hanno fatto la SCIENZA”, dove spazia da Ipazia a Samantha Cristoforetti, ha scelto perché più raccontabili. Sei donne che fanno una narrazione.
Gabriella Greison, Sei donne che hanno cambiato il mondo, Bollati Boringhieri, pp. 212 € 15

martedì 17 settembre 2019

Ombre - 479


Solo una breve sul “Tirreno”, il giornale di De Benedetti per la Toscana costiera, da Grosseto a Carrara, per dire che Renzi lascia il Pd. Assortita da un commento: “Conte allibito”. La verità sotto il tappeto – la Toscana non è la regione di Renzi?

Il papa prega per il Conte 2. E benedice la Tav. L’Italia salvata dal papa.
Si torna a Pio IX prima maniera? Un governo papalino – alla prova tra un mese in Umbria, con il candidato del cardinale Bassetti, il presidente dei vescovi?

L'Iran blocca un terzo della produzione saudita di petrolio. Un attacco che potrebbe avere conseguenze sui rifornimenti e sui prezzi dei prodotti petroliferi. Una non notizia in Italia - eccetto che per “Il Sole 24 Ore” – i media sono “onesti”, non parlano di soldi.

Un Green New Deal propone per prima cosa il neo ministro dell'economia Gualtieri. Per accedere figlio ai fondi Ue. Il Verde è la stella del sottogoverno - contributi, esenzioni fiscali.

Si moltiplicano i casi di donne trenta-quantenni che adescano ragazzi adolescenti: l’alunno, il figlio di amici, l’amico della figlia. Un caso che un po’ tutti i ragazzi hanno sperimentato, seppure solo nel possibile, di insegnanti, e madri o zie delle fidanzate. Si parla tanto di donne ma ridotte a figure giuridiche - oggetti umani: quote riservate, carriere a mieli aperto, parità salariale.  

Niente ministri ne sottosegretari della Toscana nel Conte 2. Della Regione che più vota il Pd. Il partito delle . il parito delle vendette (con D….) oscure.

Gradimento, sale Conte. Di ben 5 punti, al 43 per cento - Pagnocelli. Ma sena dire che era sceso la settimana prima, dal 53 al 38.

L’indice di popolarità stranamente non è più pesato con la visibilità chi media assicurano , pubblici e privati – dell’“occupazione” dei media, che un tempo tanto si stigmatizzava dei politici . Conte è presenta per due o tre motivi ogni giorno su Rai e Sky, la mattina a Bruxelles, il pomeriggio a Bari, etc. Il gradimento dovrebbe andare all’agenzia di pr che assiste l’avvocato.

Che i Tg Rai non diano nemmeno i risultati del campionato è solo una sorpresa fra le tante. Danno solo comizi politici alla Rai, con qualche incidente e le notizie del tempo. L’abbonamento-tassa di Renzi ha messo la Rai fuori dal mondo, una piccola tribuna politica, di frasi fatte.
la sola utilità della Rai è di mantenere in piedi l’Inpgi, la previdenza dei giornalisti.

“Lotta all’evasione. Spunta la tassa sul bancomat”. Il governo non si è ancora insediato che già progetta tasse. Con la scusa della lotta all’evasione fiscale – o dell’antiriciclaggio? Il vecchio trucco con cui Renzi ha portato la pressione fiscale dal 42, che è già troppo, al 44 per cento del reddito. Poi dice che la gente non li va a votare.

La tassa sul bancomat è proposta dalla Confindustria. Prendere soldi dai (piccoli) cittadini per darli alle imprese? C’era il Pci anti-industriale, c’è un Pd confindustriale.

Il problema dell’Italia è il debito pubblico e a giorni alterni tocca leggere o ascoltare Cottarelli che dà la ricetta: un miliardo qui, mezzo là. Non antipatico, un ragioniere che fa il ragioniere. Ma possibile che l’Italia non abbia e non cerchi un’altra soluzione, une effettiva, invece dei tagli e ritagli? Impossibile evidentemente non è.

Il ragioniere è stato anche presentito dal presidente Mattarella per fare il capo del governo. Ma il primo della lista era un avvocato. Che diceva di avere studiato a Cambridge e non era vero. L’avvocato è andato più in là, è ora al suo secondo governo.

Non si capisce cosa Johnson voglia fare della Brexit, di cui è fautore incondizionato, a Londra e a Bruxelles – forse non la vuole, vuole un altro referendum, è sola logica della sua agitazione. Certo, è difficile immaginare uno come lui. Non si direbbe, ma l’Europa è sorprendente. Anche se di tipi buffi.

Il governo Conte 2 non aveva ancora ottenuto la fiducia definitiva al Senato che i 5 Stelle di Firenze smettevano l’opposizione alla Tav che attraversa la città e alla nuova pista dell’aeroporto di Peretola. Opere bloccate da vent’anni. Un “nuovo” flessibile.

Pronto Zuckerberg chiude gli account di CasaPound e Forza Nuova. Non per motivi di ordine pubblico – non sono istigatori all’odio più della metà di Facebook. Una chiusura propiziatoria: il precedente governo voleva tassati i social, il più grande – enormemente più grande – veicolo di pubblicità, e quindi forse Conte 2 ci ripensa. Chissà. Con gli irridibili 5 Stelle.   

Inspiegabile l’accanimento di “Corriere della sera” e “la Repubblica” contro Cerciello, il brigadiere dei Carabinieri ucciso da due drogati americani, e il suo collega Varriale. Da due mesi ormai , giorno dopo giorno inventando nuove accuse contro i due – mentre in America si dà spazio solo alla colpevolezza dei due giovani assassini.
Si capisce che è una gara tra i cronisti giudiziari dei due giornali a chi la spara più grossa. Ma i giornali sono ostaggio dei-lle loro cronisti-e di nera?

Un vecchio presidente dell’Arezzo Calcio, Piero Mancini, può dire di avere ingaggiato e esonerato in una stagione, la sola dell’Arezzo in B, Conte e Sarri. Gli allenatori oggi più pagati della serie A. Conte fu sostituito da Sarri, che fu a sua volta sostituito di nuovo da Conte. Che avrebbe portato l’Arezzo alla salvezza se la Juventus non fosse riuscita a perdere in casa contro lo Spezia, in bilico per la retrocessione con l’Arezzo, all’ultima giornata, 2-3 – nel famoso suo campionato di serie B, 2006-2007.

L’amore assoluto non si consuma

Nella sintesi di Monica D’Onofrio, che ha curato la riedizone, “l’amore, come tutte le cose di questo mondo, non può durare in eterno e, di conseguenza, non è vero fino in fondo”. Un’insufficienza che però non dissuade De Roberto, il quale, scapolo a vita e senza mai una relazione riconosciuta, scrive sempre e soltanto di amore. Questi apologhi, avviati nel 1892, riprende e raddoppia trentacinque anni dopo, nel 1928. Nel mezzo un poderoso trattato, 1895, “L’Amore. Fisiologia. Psicologia. Morale”, completo di formula matematica: amore = bI + sS (V G Pi Pr C), bellezza e Istinto (amore sensuale), con simpatia e Solidarietà (fatta di Vanità, Gratitudine, Pietà, Proprietà, Curiosità, Poesia). Più “Gli Amori”, racconti-saggio che esemplificano la sua “Fisiologia”. Gli amori di George Sand ,”Una pagina della storia dell’amore”. E gli amori dei Grandi, Rousseau, D’Alembert, Goethe, Napoleone, Balzac, Bismarck et al.,  “Come si ama”. Seguita da “Le donne, I cavalier…”. Nonché molti romanzi, “L’illusione”, “Spasimo”, “La messa di nozze”.
Il tema si vuole romantico, indagato perciò da tedeschi, ma in chiave positivista. Qui un po’ meno, De Roberto avendo fatto abiura della sua fiducia nella psicologia, ma ancora saputello, sistematico. La fine più triste dell’amore – è il primo tema (la raccolta ne discute sei)? La morte dell’amata, in ordine di peso, di tristezza crescente, il tradimento, l’abitudine. E così via per gli altri casi: l’abbandono, la trascuratezza, le gelosia.  
L’argomentazione è settecentesca, “francese” – il modello è sempre Choderlos de Laclos, “Le relazioni pericolose”.  Con molti francesismi, anche sbagliati – c’è perfino una Mademoiselle de Lafayette. La chiave è maschilista – ma meno che nel solito De Roberto. Gli altri casi in realtà non sono esemplari, semplificabili. Eccetto l’ultimo, “L’amore supremo”: è quello  che non si consuma – nel senso volgare della parola, quello che rimane allo stato di promessa (una sorta di coitus interruptus): “Se amare qualcuno importa quasi sempre più che odiarlo, giacché chi odia può anche astenersi dal far male, mentre chi ama infligge sempre dolori e tormenti, la migliore, la vera prova d’amore sarà appunto questa: rinunziare all’amore”. 
Esempi comunque di sofferenze. In chiave personale un’autogiustificazione, seppure non richiesta. Fra Torquemada, l’amore torturatore, richiamato esplicitamente: “Non facciamo noi l’elogio dei Torquemada quando, per strappare a qualcuno la verità, lo afferriamo per le braccia, gli stringiamo le mani come dentro una morsa, gl’infiggiamo nello sguardo il nostro sguardo rovente?” E i miti: “Le miti nature preferiscono patire piuttosto che far patire”. L’amore? Un patimento – manca a De Roberto il rinvio a pathos ma nell’idea c’è.
Francesco De Roberto, La morte dell’amore, Salerno, remainders, pp. 103 € 4

lunedì 16 settembre 2019

E ora, povero Grillo


Concorrerà in Calabria, dove non prenderà un voto. In Umbria e Emilia contribuirà invece al mantenimento del Pd al governo - ammesso che ci riesca. L’autunno si annuncia triste per Grillo, dopo la svolta: aveva, ha, la maggioranza relativa in Parlamento, ma fa da ruota di scorta al Pd. Al Pd più debole di tutta la storia della sinistra in Italia, specie ora con Renzi che gli fa la concorrenza.
Governava a Roma alla pari, anzi da primo partito, con una Lega debole in Parlamento e rispettosa, e ha scelto il Pd. Con il quale però la logica si ribalta: i 5 Stelle il Pd - quello che ne rimane, il Pd ex Pci - ritiene transfughi da riconquistare o giovani in libera uscita da catturare. Perciò sarà un governo senza molto rispetto per il Fondatore.
I 5 Stelle dovevano-potevano essere la terza forza in Italia, analoga ai Verdi in Germania. Ma lo spessore culturale è debole, e Grillo è umorale. Un po’ lui per primo sapeva di avere partorito parolai, senza un’idea forte. Quando lui ha smesso di agitarne, per quanto confuse, tra Farage e la demodernizzazione. Socialites che hanno occupato un vuoto e nulla più.

La sinistra distrutta da Berlinguer


Tutta colpa del PCI, di Berlinguer. Che ha dissolto nel nulla, in un abbraccio con gli ex Dc, un patrimonio politico di sinistra che si aggirava sul 50 per cento. Da testimone privilegiato, dirigente della Fgci, redattore di “Rinascita” e di “Paese sera”, cronista politico e commentatore di “Panorama” gestione Sechi, e del “Corriere della sera”  gestione Fiengo, quindi dal di dentro seppure non allineato, Paolo Franchi sa di che parla in questa “breve ma veridica storia della sinistra italiana”.
Un libro di cose viste, da cronista più che da analista. Ma rompighiaccio: una testimonianza che squarcia la cortina di silenzio e di alterigia che ha impedito negli ultimi trent’anni di vedere le origini e i motivi della frana della rappresentanza politica di sinistra. Da quando cioè la sinistra raccoglieva  il 50 per centro del voto, e Berlinguer lo dilapidò. Questo Franchi non lo dice, perché è cronista posato, non d’assalto, ma è la sintesi della storia.
Tre i momenti chiave, che avrebbero potuto indirizzare l’Italia altrimenti, in uno sviluppo meno perdente, e Berlinguer scelse il peggio. Quando nel 1976, alla chiusura del centro-sinistra storico, Dc-Psi, e col terrorismo già in atto, o “strategia della tensione”, il Psi pensava all’alternativa di sinistra, Berlinguer lanciò il compromesso storico. Quando cinque anni dopo, dopo lo scontro sul salvataggio di Moro, Craxi gli propose di nuovo di lavorare per l’alternativa, Berlinguer non ne fece parola in direzione, e anzi lanciò la “questione morale”, forte di uno Scalfari neo-democristiano, contro i socialisti. Nel 1983, in un incontro alle Frattocchie, Craxi tornò alla carica. Silenzio del Pci, e Craxi fece l’alternativa che De Mita gli proponeva, un po’ tu a palazzo Chigi, un po’ io.
La storia non finisce con Berlinguer. Dopo la caduta del Muro, sia Cossiga, presidente della Repubblica, sia Martelli cercheranno di spingere il Pci-Pds all’alleanza con il Psi, ma Occhetto obietta che il partito non l’avrebbe seguito, per una sorta di odio “antropologico” contro i socialisti. Il Pci aveva rotto con Mosca, che comunque esisteva solo nella figura d Gorbaciov, ma il Pci si riteneva berlinguerianamente sempre “diverso”. Ed è finito con Prodi, e poi con Renzi - che ora si smarca, contro la residua eredità della sinistra storica.
Paolo Franchi, Il tramonto dell’avvenire , Marsilio, pp. 16 € 19