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martedì 15 ottobre 2019

Ombre - 483

De Benedetti dopo Caprotti, Luciano Benetton, Del Vecchio: i (vecchi) padri si riprendono le  aziende che avevano legato ai figli.Troppi casi per essere “casi”: l’Italia è un paese bloccato, anche generazionalmente. Non per colpa dei vecchi, dato che al ritorno sono meglio dei giovani.
È un mutamento culturale, di specie?

Putin che interviene in Siria, “al posto degli americani”, per salvare i Curdi da Erdogan dice tutto su America First e sulla Nato.  Che si tiene salda con la Turchia e quindi con una dittatura. Anche in questa guerra di aggressione, pura, senza alcuna giustificazione.

L’Occidente fa ancora gruppo con le sanzioni, a carico di Putin, di questo e di quello, ma in nome di che?

S’impone all’emozione popolare un atleta kenyano che ha corso la maratona sotto le due ore. Una corsa spettacolo, nulla di sportivo, con squadre di “lepri” alternate, disposte ad ali davanti al maratoneta, per tagliargli l’aria, con pause e accelerazioni cronometrate in anticipo. Organizzata da una ditta mediatica, a fini promozionali – abbondantemente pagata dalla pubblicità.

Si fanno festival, meeting, met-up e sit-in come assise politiche, di partito. Del dibattito come comizio, imbonitore. È la modernità del mercato, del commercio – della politica come qualcosa d a vendere. Ma senza dichiarazioni di conformità, valori nutrizionali, indicazioni di provenienza, con fatturazioni e Iva pagata: un commercio fraudolento.

A difesa di Bibbiano, del “sistema” degli affidi forzosi, Michele Sera porta “la notizia che il Tribunale dei minori di Bologna, dopo un’indagine interna, ha accertato di avere respinto in 85 casi su 100 la richiesta di affido avanzata dagli assistenti sociali della Val d’Esa”. Cioè, ha confermato che il sistema esisteva.

Erdogan usa in Siria, contro i curdi siriani, i ribelli a Assad. La democrazia è difficile in Medio Oriente.

Il sunnita Erdogan mobilita in Siria i “ribelli” sunniti contro il regime alauita-sciita. Il Medio Oriente è anche semplice, basta non parlare di democrazia. Le guerre vi sono tribali. Come dice Trump.

In un paese candidato alla Unione Europa, la Trchia, il regime del popolo dà la caccia al curdo, carcera i giornalisti, impone il velo alle donne, che non lo usavano da tre generazioni. Sarà pure un governo democratico, cioè eletto. Ma di una concezione democratica aliena.

“Materassi in chiesa per 250 migranti, L’accoglienza secondo don Biancalani”, il parroco di Pistoia. Per il quale il problema dell’accoglienza sono i materassi.
La chiesa, che sa tutto dell’Africa e dei migranti, nonché del business dell’accoglienza, non potrebbe contribuire a un po’ di verità?

Coi letti a castello in chiesa, “molti parrocchiani”, dice don Biancalani, “se ne sono andati”. Forse era stanco di confessare. Sempre le solite turpitudini – avrà voluto cambiare campana.

Saldo il governo giallorosso appena varato a Roma, che si autocelebra. Eccetto che nel Lazio, dove c’è Roma, e i 5 Stell

e vorrebbero sfiduciare Zingaretti, il segretario del Pd che è anche presidente della Regione e non ha maggioranza.

Una Marystella Polanco, che dopo aver prosperato sul babbeo Berlusconi prospera con la Procura di Milano, a corto di argomenti spiega che anche Putin era parte delle “cene eleganti” di Arcore. La Procura di Milano come la signora Polanco, questa sì è giustizia.

Non si può celebrare Leonardo a Parigi: i giudici del Veneto stabiliscono che non si può prestare al Louvre un disegno di Leonardo, in cambio l’anno venturo del prestito di un Raffaello. Sono giudici autarchici.
Che c’entrano i giudici con Leonardo?

Si è “scoperto” infine, grazie alle Iene, quello che a Roma tutti sanno da un paio d’anni, che gli appaltatori della raccolta dell’immondizia non raccolgono l’immondizia. I media romani, che ci tengono informati su ogni nuovo carretto dei Tredicine, nn se n’erano accorti.

Appaltatori dell’Ama, l’azienda municipale dei rifiuti a Roma, sono le quattro ditte che, avendo perso l’appalto nel 2013 a favore di Buzzi e le cooperative della 29 giugno, lo avevano denunciato per corruzione. Trovando corrivo il capo della Procura di Roma, il siciliano Pignatone, che non vedeva l’ora di far sbarcare la mafia nella capitale. 

Si annunciano a Malta accordi sugli immigrati che si sa che, a Berlino e Vienna, non saranno onorati. Tutto pur di non andare a fondo sull’immigrazione forzata dell’Africa. Che pire non è lontana. La politica si accontenta di rituali, I media pure, questo governo è il loro. Ma pure i vescovi: per il vecchio vezzo dell’ipocrisia?

I sentimenti lasciati alle scene

Racconto autunnale, sommesso, dell’autunno della vita, di una Grande Attrice. Che per la pubblicazione delle sue memorie vuole rivedere la figlia che non ha mai accudito. Mentre gira un film in cui recita la parte della nonna – sempre estranea – in una vicenda di tre generazioni.
Un film anche sulla solitudine – egotismo – dell’attore. La Grande Attrice è una che, quando si lascia andare ai ricordi con la figlia, si impedisce di “sprecare un’emozione”, le emozioni vanno tenute in serbo per la recitazione. Ma niente di speciale, nemmeno in questo.
La stessa scenografia è contenuta: un set cinematografico minuscolo, e due o tre ambienti domestici. Ma è il modo di raccontare di Kore-eta, “il Cechov” del cinema. Accattivante.
Il regista giapponese, invitato costante al festival di Cannes, ha voluto reciprocare con un film girato a Parigi, e un tributo a Catherine Deneuve e Juliette Binoche. Ma le parti femminili più vivaci sono delle cointerpreti, le “figlie” del film-dentro-il-film, Clémentine Grenier e Manon Clavel.
In originale è “La verité”, lo stesso titolo del celeberrimo film di Clouzot con Brigitte Bardot nel 1960. Ma è tutt’altro genere: sceneggiato dallo stesso Kore-eta come una commedia borghese da teatro boulevardier. Molto parlato, con molti caratteristi.
Hirokazu Kore-eta, Le verità

lunedì 14 ottobre 2019

Il mondo com'è (385)

astolfo

Classe media – Va alla sparizione, si va assottigliando, è la conclusione apparentemente evidente, ovvia, delle analisi della società post-industriale. Ma vale ancora l’analisi che Orwell ne faceva nel 1940-41, in “Il leone e l’unicorno: socialismo e il genio inglese”, a proposito dell’Inghilterra in guerra: molti tratti sì riscontrano oggi, benché in altro contesto tecnico e nazionale (globale). Gli argomenti sono essenzialmente uno: la classe media cresce col miglioramento tecnico, anche se a reddito in calo. “Per quanto ingiustamente una società si organizzi, di certi miglioramenti non può che beneficiare l’intera comunità, perché molti beni sono necessariamente tenuti in comune” – a quel tempo le strade, l’elettricità, l’acqua potabile, la polizia. Come oggi potrebbero essere il wi-fi, e gli stessi social.

Etiopia – Il Nobel per la pace ad Abiy ha fatto fiorire numerose apologie dell’Etiopia, una sorta di paradiso in erra. Proiettato a un futuro immediato di grande potenza. Con i soldi della Cina, eccetera. Mentre è uno dei paesi più problematici della problematica Africa. Con una popolazione cresciuta di colpo da 35 milioni, ancora nel 1985, a 110. Non molto unita - ora non più che ai tempi in cui l’Italia vi si era introdotta - con novanta lingue diverse. Con comunicazioni disagevoli. Al centro dell’area più povera e disastrata dell’Africa: Somalia, Eritrea, Gibuti, Sudan, Sud Sudan – con l’esclusione del Kenya, paese con cui ha però pochi o nulli contatti. L’alfabetizzazione, malgrado fosse al centro del governo militare-comunista del Derg, 1975-1990, è ferma al 40 per cento. Il pil pro capite, a 800 dollari, la pone dietro perfino all’impoverita Eritrea del dittatore Afewerki.
Abiy, ch viene dai servii segreti, propone anche l’immagine di un’Etiopia verde, nella quale personalmente ha piantato milioni di alberi. M l’Etiopia, dove peraltro per fattori climatici la vegetazione stenta, è da tempo minacciata dalla deforestazione: si brucia per coltivare, e si taglia per le esigenze domestiche.

Globalizzazione – Ha rivoluzionato il mondo, moltiplicando il reddito, e linquinamento. In breve tempo, nei trent’anni da Tienamnen, 1987. Dall’apertura Usa alle esportazioni cinesi, malgrado l’ordinamento comunista e totalitario della Repubblica popolare. Per accordi automaticamente estesi all’India e a ogni altra zona produttrice del globo. 
Dal 1990 al 2018 l’Onu certifica una riduzione della “povertà assoluta” dal 40 al 10 per cento della popolazione mondiale. Con una crescita del 20 percento dell’età media – per effetto del crollo della mortalità infantile. È parallelamente esploso anche l’inquinamento, malgrado il contenimento dei rifiuti e delle emissioni di CO2 negli Stati Uniti e in Europa, che erano i maggiori responsabili delleffetto serra. Nei trent’anni l’economia americana è raddoppiata di valore, ma le emissioni nocive si sono ridotte del 10 per cento. L’Europa le ha ridotte del 20 per cento. La Cina le ha moltiplicate per cinque, ed è oggi il maggiore inquinatore del mondo, di gran lunga, più di Europa e Stati Uniti messi assieme. La più grossa concentrazione di plastiche in mare è nel Pacifico. E il maggiore sversamento è di reti di pescatori: la Cina ne scarica per 3,5 milioni di tonnellate, l’Indonesia 1,3, e a seguire le Filippine e il Vietnam. Lungo le coste americane questi sversamenti hanno ammontato a 0,7 milioni di tonnellate. Nel Mediterraneo il maggior sversatore di reti da pesca è l’Egitto, con 0.4 milioni di tonnellate. Dei dieci fiumi maggiori inquinatori, di plastiche e rifiuti solidi, e di sostanze liquide, otto sono asiatici. Più il Nilo e il Niger.

Miracolo nazista – Fascismo e nazismo, due casi riusciti di programmazione dell’economia li dice Orwell, in “Il leone e l’unicorno”, il saggio del 1941 in cui celebra la resistenza inglese e prospetta il socialismo come carta vincente nella stessa guerra. Vincente, a suo parere, se prende dall’Italia e dalla Germania la sostanziale nazionalizzazione dell’economia. In cui la proprietà resta privata ma l’istituzione pubblica è prevalente, e anzi risolutiva. Il nazifascismo è “irreconciliabilmente diverso” dal socialismo: questo “da per scontata l’uguaglianza dei diritti umani”, all’opposto del nazifascismo, “la forza dirigente dietro il movimento nazista è la convinzione dell’ineguaglianza umana”. Ma la sua “è una forma di capitalismo che prende a prestito dal socialismo le caratteristiche che lo rendono efficiente”. E non dispersivo. “La proprietà non è mai stata abolita, ci sono padroni e lavoratori”, ma “lo Stato è in controllo di tutto: controlla investimenti, materie prime, tassi d’interesse, orari lavorativi, salari. A capo delle fabbriche c’è sempre il padrone, ma agli effetti pratici è ridotto allo status di manager”.
In particolare in Germania, nella Germania allora di Hitler, e in un’economia di guerra, “ognuno è in effetti un dipendente pubblico, anche se i salari variano molto. L’efficienza di un tale sistema, l’eliminazione degli sprechi e dei colli di bottiglia, è ovvia. In sette anni ha messo su la più potente macchina da guerra che il mondo abbia conosciuto”.

Patto Hitler-Stalin – Ebbe parte rilevante nella vittoria della Germania nei primi due anni della seconda guerra mondiale. Fino a che Hitler non decise di attaccare l’Unione Sovietica, con l’Operazione Barbarossa il 22 giugno del 1941.
Non influì nella cosiddetta Battaglia d’Inghilterra, luglio-novembre 1941, nella quale Hitler ebbe dalla sua solo l’opinione conservatrice inglese, una parte di essa, che però si tenne salda nella posizione nazionale, di difesa sotto l’attacco. Ma non le classi lavoratrici, per l’inesistenza in Gran Bretagna di un partito Comunista. Questo fu il caso invece nel continente, in Belgio, in Olanda, e soprattutto in Francia: la guerra fu sentita come un conflitto di classe più che nazionale, in un primo momento, prima del’occupazione. In Francia la condiscendenza perdurò a lungo dopo l’occupazione – che in un primo tempo fu blanda.
In Francia il partito Comunista aveva attuato un sabotaggio passivo dello sforzo di guerra, che fu perduta in poco tempo. A giugno 1940 la Francia aveva già capitolato, costringendo le truppe inglese a una difficilissima ritira tata da Dunkerque. Dopo una drôle de guerre , una guerra per finta. E subì il primo anno di occupazione senza opporre resistenza. Il patto Ribbentrop-Molotov “L’Umanité”, il giornale del partito Comunista francese, aveva salutato in rosso a tutta pagina: “Hitler et Staline sauvent la paix”.
Si ragionava anche in Europa tra 1940 e 1941, a partire da Parigi, sulle debolezze della democrazia, anche in confronto al totalitarismo. Sul presupposto che la società nazista non fosse peggiore di quella capitalistica. E che la vittoria contro Hitler, ammesso che la Gran Bretagna riuscisse in questa impresa impossibile, sarebbe stata la vittoria dei ricchi e potenti - l’impero britannico, i Lord, la City. 

Ucraina – La lotta civile in corso da ormai cinque anni è di opposte corruzioni più che di fazioni: nessun governo, anche quelli voluti dalle varie rivoluzioni, “arancione”, di Mejdan, eccetera, dopo la liberazione dall’Urss è andato esente da corruzione in grande stile.
L’Ucraina è miseria e alcolismo in molte narrazioni storiche. E di politica intesa come corruzione, in grande stile, da una parte (ucraina propriamente detta) e dall’altra (russa). Miseria e alcolismo trovavano i soldati italiani che combattevano sotto la bandiera austro-ungarica nel 1914. Lo stesso ci ha trovato Paolo Rumiz un secolo dopo (“Come cavalli che dormono in piedi”), attratto dalla rivolta di piazza Mejdan a Kiev nel 2014: solo le donne lavorano, gli uomini bevono, fanno politica e rubano, “che è per loro la stessa cosa”.


astolfo@antiit.eu

La verità ferma sta

La verità in tutte le sue accezioni – la verità politica. Dall’onestà e la moralità personali alla libertà di parola, compresa la propaganda politica. Non riflessioni astratte, ma pensieri politici. Orwell non delinea e inquadra la verità, ma ne ricostruisce i contorni.
Sono testi di anni remoti, e difficili, in una situazione particolare, di divisione dell’Europa, e tuttavia ancora attuali. Probabilmente per il tocco di onestà, con o senza profondità (approfondimento filosofico), che è il tratto distintivo di Orwell. E ne fa un sorta di testimone del tempo, di ogni tempo. Leggendolo lo si vede inattivo, come oggi sarebbe, impossibilitato, marginalizzato, anche disprezzato, che tuttavia fermo sta: l’opinione pubblica può pazziare, ma non scardinare i fondamenti – i propri fondamenti.
È un silloge di passi dai romanzi e racconti di Orwell, dalle lettere, dal diario di guerra, con una serie di saggi. Tra questi i famosi “Perché scrivo” e “La politica e la lingua inglese”, un ripensamento dela guerra di Spagna, e annotazioni acute, benché trascurate dalla storiografia, su fascismo e nazionalismo.   
George Orwell, Verità/menzogna, Oscar, pp. 154 € 13

domenica 13 ottobre 2019

Appalti, fisco, abusi (159)

La semplificazione degli appalti pubblici dovuta da quarant’anni, che la passata legislatura era riuscita a varare, raddoppiando subito gli appalti stessi e dimezzando i ricorsi pretestuosi dei perdenti, è stata cancellata dal decreto Sblocca-Cantieri. Lo rende noto l’Autorità Anti-Corruzione, specificando anche i numeri degli appalti pre- e post-decreto, e della (finta) litigiosita.

Una beffa dell’amministrazione ai ministri giallo-verdi? È possibile. Per goliardia o per corruzione? 

Si studia di aumentare del 14 per cento l’Imu-Tasi – mentre si parla di riduzione del fisco. L’Imu è una tassa che tutti pagano, la Tasi quasi tutti.

Il gettito Imu-Tasi è di 22 miliardi. L’aumento sarà quindi di 3,1 miliardi. Per la riduzione degli oneri fiscali su redditi da lavoro (“cuneo”) sono previsti 2,5 miliardi. A vantaggio di una parte dei lavoratori - circa la metà dei lavoratori dipendenti.

Si denuncia Alitalia come fallita perché perde un milione al giorno, almeno. Perde da tempo. Dopo ristrutturazioni a catena e ridimensionamenti – come a dire: è insanabile. Ma non si dice che l’Italia è l’unico paese che ha aperto alle low-cost gli aeroporti maggiori, Malpensa-Linate e Fiumicino-Ciampino.

Altrove in Europa la concorrenza non può essere fatta dalle low-cost sugli scali maggiori. Non in Inghilterra, che le low-cost ha inventato, non in Francia, non in Germania – si fanno ore di treno per e  dagli aeroporti.

L’auto diventa cinese

Si celebra, e si finanzia, il passaggio all’auto elettrica a batterie di litio, pur sapendo che pone problemi di approvvigionamento (la rete elettrica, la produzione di elettricità) e di smaltimento delle batterie. E che il futuro pulito è l’idrogeno, l’alimentazione a fuel cell, celle di combustibile: leggere – pesano un dodicesimo delle batterie a litio – e a rifornimento rapido – come per il motore a scoppio, mentre l’elettrico richiede mezze ore.
Si passa alle batterie a ioni di litio perché la Cina ne è la grande produttrice. E vi ha puntato, imponendo quote crescenti, ogni anno, di vendite di auto elettriche. Il regime dittatoriale cinese può permettersi questo tipo di programmazione, e le maggiori case automobilistiche che operano in Cina, Toyota, Volkswagen, General  Motors, vi si sono adeguate.
Nel solo mercato cinese, il passaggio sarà (molto) redditizio. Ma la Cina è già il primo fabbricante di auto al mondo: produce e assorbe un terzo dei 100 milioni di autoveicoli che vanno al mercato nel mondo annualmente. La produzione continua in forte crescita, e dal 2020 dovrebbe cominciare a esportarsi.

La violenza fa male al Poeta

Il tema è la violenza. Rivoluzonaria, bene. Repressiva, male. Ma la violenza non è male? La vogliono buona Engels e Marx, “Anti-Dühring”, e Lenin, e Curcio. Ma la violenza è sempre repressiva. E  ben controrivoluzionaria, dalla ghigliottina ai gulag, o come si chiamano in Cina – campi di rieducazione?
La tecnica pure non sembra più gran che. È un collage di parole altrui. Titoli, sommari, brani di articoli, di manuali, saggi, romanzi, ritagliati e assemblati. Non una novità: Cortàzar lo aveva già fatto in “Rayuela”. Con l’ausilio grafico, che alla “Violenza” di Balestrini è mancato, la riproduzione dei ritagli in originale. E per un racconto, di fantasia, non per un racconto-saggio politico, della violenza che è endemica, e che ci volete fare
L’effetto che si sarebbe portati a estrarne, legittimamente, della “verità” vagante nell’opinione pubblica, o nei mezzi di comunicazione di massa, non c’è: Balestrini non è un massmediologo. È un agitatore, che la violenza fa buona, anche quella dei media. Come contro-violenza e non solo: è esteticamente buona, come un tempo lo era la guerra, per D’Annunzio. Balestrini si vuole sovversivo, ma ben fuori dalle lettere, sul piano pratico e politico.
Resta il document di un’epoca. Non lusinghiero. Balestrini, di suo poeta quasi lirico, si accredita come di avanguardia. Ma allora è l’avanguardia di una retroguardia. Di un’arretratezza oggi impensabile ma evidentemente corrente negli anni 1960 – quando  Arbasino divenne famoso per perorare la “gita a Chiasso”.
Nanni Balestrini, La nuova violenza illustrata, Bollati Boringhieri, pp. 280 € 18

sabato 12 ottobre 2019

Democrazia debole, Nato morta

L’atlantismo era finito da un pezzo. Trump che presenta il conto agli europei è l’ultimo tratto di un cammino avviato con la fine della guerra fredda, negli anni 1980. In Italia, che più di tutti, dopo gli Stati Uniti, contribuisce in uomini e fondi alla alleanza, la cosa è tabù, ma è un fatto. La Turchia in Siria che, invece che aiuto dai paesi Nato, come da statuti dell’alleanza, ne riceve ammonizioni e sanzioni, è la dissoluzione anche del referente pratico dell’atlantismo: l’alleanza militare, la Nato.
La Turchia in Siria non è il primo caso di scoordinamento. Nella stessa Siria la Francia ha agito in accordo col Qatar, e non con gli Stati Uniti. Che sono intervenuti autonomamente, ma in collegamento con l’Arabia Saudita, che ha alimentato, finanziato e armato al rivolta. In Libia Francia e Inghilterra, col sostegno di Obama, hanno agito contro gli interessi dell’Italia – e della stessa Libia, cui hanno tolto la pace e il benessere. In nessun modo la Nato, dopo la faccia feroce, ha difeso l’Ucraina, o la Georgia.    
L’avventurismo incontrollato di Erdogan, che è peraltro per ogni aspetto un dittatore, sia pure plebiscitato, che passa disinvolto dall’Europa all’impero ottomano, poi a capofila dei sunniti nel mondo islamico, e a cliente della Russia per i missili, fuori dai sistemi d’arma alleati, sottolinea l’aspetto probabilmente fondamentale della Nato: la libertà e la democrazia. Una precondizione mai fatta valere, nemmeno con la stessa Turchia quando era governata dai militari, e tuttavia al fondo attiva: non si accettavano regimi dichiaratamente monocratici, la Spagna e, fino alla rivolta dei colonnelli, il Portogallo, e si tolleravano i militari in Turchia in funzione anticomunista, antidittatura.
Ma non si arriva allespulsione, non è prevista, sarebbe ridicola - una alleanza è pur sempre tra eguali. Se non che così la Nato, pur continuando a celebrarsi, va all’estinzione. Per automatismo. Nel presupposto che, qualora una minaccia esterna si manifestasse, gli Stati Uniti avranno tutto l’interesse a salvare l’Europa – e l’Europa eventualmente ad aiutare o salvare gli Usa, anche se non si vede con che mezzi. Ma il “presupposto” non ha bisogno dell’alleanza. Che poi sono le basi americane in Italia, in Germania, in Grecia e altrove.
In questo senso ha ragione Trump. Cioè, nel suo isolazionismo, individua e denuncia il completo disinteresse europeo all’atlantismo. Il cerchio si è rigirato: allentata, se non abbandonata, dagli Usa, da Reagan e poi da Clinton, la pregiudiziale atlantica, nella difesa come negli affari, è stata dopo la crisi del 2007, coincidente col cancellierato Merkel, attenta ai rapporti con la Cina e con la Russia, abbandonata dall’Europa. Che ora si ritrova sola e inetta. E senza una politica di difesa, o militare.
Non indifesa, perché vale “nel caso” il “presupposto” atlantico. Ma una che non sa che fare. Ed è come se non ci fosse, anche se tutto attorno, in Turchia come nellEgeo o in Libia, la danneggiano.
Resta da vedere se il fondamento della Nato, la democrazia, in questa eclisse dell’alleanza non  allenterà la sua presa anche sull’Europa. Oggi non si vede come, ma nessun futuro è già stato deciso, a partire dalle elezioni in Polonia domani. Dalla crisi del gabinetto von der Leyen, così trionfalmente nominato, prima ancora del suo insediamento. Dall’incertezza economica e politica in Germania.

Più evidente è la crisi da quel che resta della Nato, che si propone unicamente al contenimento della Russia di Putin,  che è inutile e anche dannoso. La Russia di Putin era meglio cooptarla nel sistema occidentale di sicurezza, come si era provato a fare con ottimi risultati fin a qualche anno fa nel G 8. Ha prevalso la politica revanscista, o della sfida, in Polonia, in Georgia, in Ucraina, con gli embarghi, e con la riapertura del riarmo missilistico, con esito finora perdente.

Niente difesa, la Germania non ama i militari

Merkel non ha mai risposto a Trump che presentava il conto della Nato, con gli arretrati. Si è mossa contro la minaccia dei dazi, anche se per ora solo con cenni da ammuìna, senza proposte precise. Ma mai un cenno allo scarso impegno finanziario della Germania per la difesa comune.
Non potrebbe. È un tema di cui non si parla, e forse tabù – un dei tanti che l’infomazione si autoinfligge. Ma la Germania è molto lontana, a sinistra e anche a destra, e nel suo intimo contraria, alle spese militari. Per timore più che per avarizia. A settanta e più anni dalla guerra persa, con vergogna, il ceto militare è sempre disprezzato in Germania, si riempiono i ranghi con difficoltà specie dei graduati, e le spese per la difesa sono contenute al minimo indispensabile.
I tre paesi dell’Asse hanno reagito in modo estremamente difforme alla sconfitta. Non se ne parla, ma è un fatto. L’Italia con l’armistizio e la Resistenza. In Giappone il premier Abe non ha ottenuto a fine luglio i due terzi dei deputati necessari per cambiare la Costituzione, sul punto in cui proibisce l’uso della forza militare fuori dell’arcipelago, ma di misura. E comunque con una larga maggioranza in un eventuale referendum sullo stesso punto, suppletivo al voto parlamentare. La Germania considera l’impegno militare, anche soltanto in funzione di difesa, inutile e dannoso – da mantenere giusto per gli impegni Nato.
I cancellieri del dopo riunificazione hanno cercato per la Germania più visibilità internazionale. Più per la Germania, e non per l’Europa. Un posto al Consiglio di sicurezza dell’Onu.  L’interfaccia della Russia postsovietica, in Ucraina e nella questione energetica. Una “rappresentanza europea” in automatico, in Turchia per i migranti, a Pechino per le tecnologie, e ora con Washington per i dazi. Ma evitando di proposito il tema militare, della forza.    
Un pacifismo, quello tedesco, doppiato dal calcolo:  si vive meglio senza spendere troppo per le armi. Già nella Repubblica di Bonn, nella guerra fredda, con i russi a Berlino, era forte la tendenza neutralista.
È questo il motivo per cui i progetti europei di difesa comune non hanno mai demarrato. È un dato di fatto, compatto, di cui non si manifestano incrinature. Con un rischio: che il militarismo non risorga in funzione sovversiva,  nazionalista.

Cronache dell’altro mondo (40)

La Pacific and Gas, che fornisce l’elettricità al Nord California, Los Angeles e San Francisco comprese, ha interrotto l’erogazione di elettricità diurna per evitare gli incendi che le sue linee ad alta tensione, obsolete, possono provocare con le scintille. Lasciando senza elettricità due milioni e mezzo di persone. Ma questo non ha prevenuto gli incendi devastanti. Che si ripetono ormai da alcuni anni, alla fine dell’estate, quando la stagione è più secca e riprendono gli alisei. Senza investire nel rinnovo delle linee di trasmissione.
Si procede all’impeachment di Trump, il presidente eletto, pur sapendo che non si potrà fare, perché devono votarlo i due terzi del Senato – dove il partito del presidente è invece maggioranza. Si fa per scandalismo, per indebolire la presidenza eletta, e impedirle possibilmente di governare. A beneficio dei media, che così si prospettano più audience. Con l’aiuto delle polizie segrete, la Cia e l’Fbi le più note.
Il governo americano indaga per conto proprio sui comportamenti di Cia e Fbi. Che lavorano contro la presidenza: nella campagna elettorale del 2016 contro Hillary Clinton e poi contro il presidente eletto Trump.
Trump vinse le primarie repubblicane col voto di molti giovani democratici, che si iscrissero nelle liste repubblicane per farlo vincere. Pensando: che candidato migliore per il partito Democratico? Questo è un fatto. Ora la vicenda di ripete con l’incriminazione di Trump a opera della Cia, di un agente segreto della Cia? È possibile.

La dittatura era dei media

Si rilegge come il romanzo della dittatura dei mass-media. Senza dubbio, benché risalga a settant’anni fa. Di un potere dittatoriale che si basa sull’opinione pubblica. Un’opinione imposta ma non col manganello, se non come retropensiero di ognuno, interiorizzato. Per un dominio più compiutamente dittatoriale: senza senza piegche, anfratti, buchi, rammendi o rattoppi, senza spazi nemmeno per respirare. Tradibile, forse, solo col pensiero, inespresso.
Si presenta – fu presentato nel 1949 – come un sequel alla “Fattoria degli animali”, il pamphlet antisovietico. Un romanzo di Resistenza a poteri occulti. Ma è la cronaca di una Mano Nera dichiarata e opprimente. Vasta come l’aria che si respira: le parole che si dicono, che si intendono, il senso delle cose, il senso politico e alla fine anche psicologico. Non libero, come oggi i social, ma ugualmente invasivo. Uguale anche l’esito: disseccante.
George Orwell, 1984

venerdì 11 ottobre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (405)

Giuseppe Leuzzi


La Corte Europea dei diritti umani dice che l’ergastolo ai mafiosi non è umano. È un problema di lettura dei diritti umani, che pure dovrebbero essere indivisibili. Di una civiltà giuridica europea scesa a livelli da basso popolo, social. Dice bene al contrario Rosaria Schifani, la vedova di una delle vittime delle stragi di mafia: “Ci hanno condannato all’ergastolo del dolore”.
I giuristi europei non sono equanimi: gente con cento omicidi esce dal carcere dopo venti e quindici anni, senza pentirsi. Dice: è redenta. Da che cosa? I giudici non hanno senso del reale.

Il “papello” di Riina, che i giudici tanto denunciano, non prevedeva esattamente quello che la Corte Europea dei diritti umani impone, l’abolizione dell’ergastolo? Sì. Ma celebreremo mai un processo alla Corte Europea per mafia? No, giudice non morde giudice.

Catanzaro ha il record della raccolta differenziata, col 67 per cento. Bari ha fatto meglio in uno dei quartieri, con l’80 per ceto. Cosenza è passata in sei ani dal 22 al 66 per cento. In paese, si può testimoniare, la differenziata è stata al 100 per cento appena promossa, senza nemmeno tante spiegazioni, dal Comune. Il Sud è legalitario Sarebbe, se i Carabinieri gliene dessero lo spazio. Debellando la mafia, per esempio, invece di coltivarla ingigantendola.  

Ma il Sud ha un solo impianto per il trattamento dei rifiuti, quello di Acerra in Campania. Voluto e realizzato peraltro dal governo screditato di Berlusconi. Purtroppo il Sud è materia di chiacchiere, nella chiacchiera generale che è la politica italiana.
Il Sud dovrebbe emanciparsi dall’Italia: tutti i discorsi sull’unità sono terribili, e inutili, perché confluiscono sul vincolo territoriale. No, il Sud deve liberarsi dalle chiacchiere italiane, tornare fattivo.

Il Cavazzoni mafioso
“C’è stata un’epoca in cui vincevo continuamente dei premi (letterari) specie nel sud d’Italia, ho vinto a Palmi in Calabria, a Cosenza, a Catania, a Roma, a Barletta, in Lucania, a Bari, e in altri posti minori che non ricordo”: Ermanno Cavazzoni, “Quando vincevo i premi letterari”, “Sole 24 Ore” di domenica. A  parte Roma confinata al Sud, il beffardo Cavazzoni non è contento di essere confinato al Sud nella critica letteraria e non ha torto: al Sud non si vendono libri, e se se ne vende qualcuno non lo si paga al distributore. Ma conferma che il cazzeggio ha corso al Sud, l’ironia dissolvente, e un po’ amara.
Lo scrittore emiliano approfitta delle congiuntura, nel racconto che pubblica nella raccolta “Storie vere e verissime”, per satireggiare l’illustrazione della mafia, l’esercizio prediletto dell’Italia. “Mi sono convinto a posteriori che mi appoggiava la ‘ndrangheta: frequentavo a quel tempo dei calabresi…”. Dev’essere così: “La mafia spazia, ragiona in grande, usa a loro insaputa le grandi personalità della storia”. E organizza premi letterari. 
I premi letterari mafiosi non è male.
I penultimi che avevano “capito” il Sud e le mafie sono Fruttero e Lucentini, che sono morti da tempo.

Gesuiti e cappuccini
Due ordini di Cappuccini si sono formati attorno al 1552, uno in Calabria e uno nelle Marche - Silvestro Morabito, “Cappuccini calabresi nel mondo”. Il primo “movimento di riforma” fu calabrese, 1518, a opera di due francescani di Reggio, Ludovico Comi e Bernardino Morlizzi, cui furono confidati i conventi di Terranova, Cinquefrondi e Tropea per esercitarvi con altri confratelli la “genuina” regola francescana. Matteo da Bascio, in Ancona, seguiva. Ma nel 1525 richiese e ottenne da papa Clemente VII il placet per ritirarsi a vita eremitica. Una iniziativa che altri due frati, i fratelli Ludovico e Raffaele da Fossombrone, trasformarono in movimento di riforma. Ottenendo dallo stsso Clemente VII il 3 luglio 1528 il breve “Religionis zelus” per il riconoscimento di una nuova congregazione francescana, i Frati minori della vita eremitica.
Anche i frati calabresi, spiega padre Morabito, avevano ottenuto nel 1525, in occasione del pellegrinaggio a Roma per l’Anno Santo, un breve papale di riconoscimento, che consentiva loro, insieme con altri dodici fratelli, di ritirarsi nell’eremo di Valletuccio. Ma questo breve è andato perduto: nel 1544 arrivò in visita a Mileto, dove il documento si conservava, il Generale del nuovo ordine, un marchigiano, padre Eusebio di Ancona, che se lo prese per portarlo alla sede centrale a Roma, dove non si è più trovato.
Padre Silvestro Morabito, nome arabo, professione cappuccino, tratta nella sua storia dei Cappuccini missionari. Con orgoglio. Ma c’erano missionari e missionari.
I cappuccini, i barbadinhos, erano la causa del ritardo dell’Angola, secondo José Eduardo dos Santos, scherzoso ma non del tutto, un ingegnere di Mosca, incontrato ad Algeri, compagno di Agostinho Neto nella guerra contro il Portogallo per l’indipendenza dell’allora colonia – di cui poi sarà il “presidente” ininterrotto per quarant’anni, fino all’anno scorso. Ma, poi, senza loro colpa.
Il fatto è narrato nel romanzo di Astolfo, “La gioia del giorno”:
“È scettico José Eduardo dos Santos, un ingegnere, coetaneo:
“- Tutta l’Africa è indipendente, eccetto le colonie portoghesi: per quale peccato? – E si risponde: - C’è chi ha avuto i francesi, chi gli inglesi, chi i gesuiti. Noi abbiamo avuto i portoghesi e i cappuccini, i poveri di Europa, che dopo due settimane montavano come conigli, insabbiati nella brousse. Siamo la loro carne.
“I cappuccini accatastano teschi in chiesa, a Palermo, a via Veneto, al Kreuzberg, ma fuori, si vede, se la godono. Sono bizzarri i destini della storia. L’Africa subì i cappuccini, ma i guaranì e gli altri nativi americani, che i gesuiti protessero dalla stupidità coloniale, non ne furono salvati. Né si può dire negativo l’ardore dei cappuccini. Il progressista marchese di Pombal, che perseguitò i gesuiti, impose agli angolani l’emigrazione in Brasile. Ne nacquero il samba e tanti brasiliani. Il marchese, riponendo la prosperità nella demografia, fece del Brasile un fottisterio: “L’estrema voluttà dei portoghesi li portava a integrarsi senza difficoltà ai tropici”, così Freyre spiega il lusotropicalismo, prima della squalifica del negro, e delle negre.”

I Versace carbonai
Se è vero quanto racconta Donatella Versace a “Io Donna”il 14 settembre, i Versace vengono da una famiglia importante di Reggio Calabria. Santo, il fratello maggiore, laureato (con 110 e lode) in giurisprudenza a Messina. Donatella con studi universitari a Firenze. La madre stilista, e non una sartina. Il padre un ricco proprietario terriero: “Mia madre era una donna molto forte e autonoma. Veniva da una famiglia povera, si era fatta da sola: aveva sposato un uomo ricco, perché i Versace possedevano miniere di carbone, ma lei non gli ha ma chiesto un soldo. Aveva una grande sartoria, lavorava tantissimo e io la vedevo davvero poco. Siamo cresciuti con una specie di zia che stava con noi”
 “Miniere di carbone” è inesatto, non ce ne sono mai state, né in Calabria né in Italia. Si produceva carbone di legna, che allora era richiesto, nelle carbonaie, in primavera, nei grandi boschi dell’Aspromonte. E attorno a Carmelia, in territorio del comune di Delianuova, di cui i Versace erano proprietari per larghe superfici – la parte del Demanio che con l’Unità era sta ceduta ai patrioti e agli amici degli amici.
Ercole Versace, che per la famiglia curava gli interessi in montagna, fu il primo dei sequestrati dell’Aspromonte, il 3 luglio del 1963.

Delocalizzazioni
Si commissaria l’Asp di Reggio Calabra, con grave scandalo: ha accumulato 240 milioni di deficit. E lo scandalo continua dopo tre mesi. A Massa, per una popolazione che è un terzo della provincia calabrese, l’Asp ha fatto un crac di 400 milioni. Non ora, dieci anni fa. E nulla: la Regione Toscana l’ha commissariata e risanata senza storie. Con la pretesa di avere la migliore sanità d’Italia. Anche se ha il record di morti quest’anno per il virus New Delhi, dopo avere avuto per alcuni anni quello dei morti per meningite.
Avviene di passare un mese in Toscana e un mese in Calabria, oltre a vari soggiorni alternati nelle due regioni. Tra il più augusto compiacimento, cioè, e la celebrazione costante, e il continuo disprezzo, una geremiade costante.
D’estate il mare di Massa è molto celebrato, Riviera Apuana e Versilia. Molto caro. Con molte bandiere blu - Legambiente è sempre legata alla Toscana, benché la Toscana non sia più “rossa”. Anche se dopo ogni temporale, anche di pochi minuti, la sporcizia galleggia sulle acque e l’Arpat deve dichiararle non balneabili, per almeno 5-7 giorni - i torrenti che vanno a mare dalle Apuane sono neri di sporcizia. Come dire che si può passare la stagione senza mare. Nella Costa Viola, tra Palmi e Scilla, il mare è trasparente in proporzione inversa, nove giorni su dieci. Ma senza bandiere blu. E con titoli che campeggiano sui giornali allarmistici per più giorni se una macchia qua o là appare.
Anche i servizi lasciano a desiderare, a Massa e dintorni. Specie quelli essenziali, alla “navigazione”. Il segnale è scarso in tutta la riviera, nelle residenze – bisogna andare sulla spiaggia, dove i bagni si sono organizzati un wi-fi. Ed è assente in molti paesi, anche popolosi, delle Alpi retrostanti - che pure sono tutti vista mare, quindi sarebbero facili da servire, non fosse l’incuria. Si telefona dovunque negli anfratti dell’“area metropolitana” di Reggio Calabria.
C’è una evidente percezione diversa degli stessi fatti, in dipendenza dalla localizzazione. È positiva e convinta a Nord, pessimista e perfino disfattista a Sud - anche a Roma (a Roma si vede ogni giorno leggendo la cronaca di Milano sul “Corriere della sera” e la cronaca di Roma sullo stesso giornale: semplice e osannante quella, corrucciata e disperante questa).
Ma è pur vero che la storia dice, nella fattispecie, che i Romani, per punitre gli Apuani e i Sanniti, irriducibili, li delocalizzarono: gli Apiuanid deportarono nel Sannio e i Sanniti nelle Apuane.


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Berlioz, o l’effetto Boullée in musica

La celebrazione quest’anno di Berlioz Pappano ha voluto aprire con una delle sue opere grandiloquenti, un lungo Requiem detto Grande Messe, anche se giocato sui versetti del “Dies irae, dies illa”. Grandioso è l’aggettivo preferito di Berlioz - che per la Grande Messe usa nelle memorie gli aggettivi gigantesca e colossale. E un Requiem era stata la prima esecuzione musicale dal vivo che lo aveva colpito ventenne nel 1824, studente di medicina: quello di Cherubini per i funerali del duca di Berry nel 1820, ripresi per Luigi XVIII, nella chiesa di Saint-Denis. Una Messa solenne di cui lo aveva colpito “lo scarso effetto”, scriverà: gli addobbi avevano soffocato i suoni, e “il capoalvoro di Cherubini, eseguito da duecentocinquanta eccellenti musicisti, non produsse che uno scarso effetto”. L’effetto Berlioz sarà la grandiosità, la sonorità. Una sorta di trasposizione in note del grandioso di Boullée, l’architetto, un secolo prima.
Quindici anni più tardi, già celebre per la spettacolare “Symphonie phantastique” del 1830, briga e riceve l’incarico per la Grande messe des morts, in attesa che muoia qualcuno d’importante. Con la clausola contrattuale che gli siano assicurati cinquecento esecutori. Ne avrà quattrocentocinquanta, per il funerale il 5 dicembre 1837 agli Invalides di un generale morto nell’occupazione di Costantina in Algeria: la Grande Messe viene a coronamento di una kermesse nazionalistica. De Vigny, che aveva assistito alla generale il giorno prima, la ricorda così: “Tutte le bandiere prese al nemico erano sistemate in alto nella chiesa e pendevano in giù, sforacchiate dalle pallottole. La musica era bella, bizzarra, selvaggia, convulsiva e dolorosa”.
Colossale comunque. È la sensazione che se ne ricava, non ricordandosi nota o movimento, o un tono, generale o particolare, ai dieci movimenti-momenti della messa. Niente tensione drammatica, e nemmeno afflato religioso - Berlioz si professava empio: “Sono un empio, pieno di rispetto per i pii”.
Per rispetto alla Francia, potenza allora dominante benché sconfitta a Waterloo, Berlioz confluì nella Grande Musica francese, e la “Grande Messe”  fu avvicinata alla “Divina Commedia” e al “Giudizio Universale”, ma Berlioz non conosceva Dante e Michelangelo non gli piaceva. Tra la Sinfonia e la Grande Messe era stato pensionante distratto a Roma, benché ospite a Villa Medici, e in città incontrasse il più giovane e promettente Mendelssohn-Bartholdy.
Nelle memorie dirà di Cherubini che aveva tentato di sabotare la Grande Messe, pretendendo che si eseguisse per la cerimoniacaglibInvalides uno dei suoi due Requiem. Ma Berlioz era all’Accademia a Roma per non avere avuto un posto a Parigi, rifiutato da Cherubini. “Non sapete suonare il pianoforte”, aveva risposto Luigi Cherubini, direttore del Conservatorio, al compositore che si candidava a insegnare l’armonia, “non si può insegnare l’armonia se non si padroneggia il piano”. Orchestrava schitarrando, e scriverà un “Trattato di strumentazione” con l’elogio del trombone, dei timpani e dei mazzuoli.
Grande sforzo di Pappano, che ha voluto variare il repertorio di Santa Cecilia con questa apertura grandiosa - specie se vista dall’alto: concertare e dirigere due cori, il Santa Cecilia e il San Carlo di Napoli, l’orchestra di Santa Cecilia, rinforzata da venti ottoni della Polizia, e da venti timpani, e il tenore Javier Camarena (il tenore, che canta il Sanctus, è sostituibile, nelle note di regia di Berlioz, con dieci tenori). Un impegno eccezionale, novanta minuti senza intervallo, per i cori.   
Hector Berlioz, Grande messe des morts, Antonio Pappano, orchestra e coro dell’Accademia Santa Cecilia, Roma

giovedì 10 ottobre 2019

Il calcio degli arbitri

Ventidue punizioni fischiate, su una trentina, dell’Inter che “gioca” a non far giocare la Juventus. Senza un’ammonizione – la prima arriva al minuto 87. Anche se alcuni erano da espulsione.  Ammonizione subito invece, senza motivo, a uno juventino, uno della difesa - che, si sa, è l’organico debole della squadra torinese. Doppiata dall’annullamento di un gol spettacolare, da calcio vero, per un fuorigioco “centimetrico” come dicono i giornalisti, cioè inesistente – il fuorigioco si dà nel calcio non per i centimetri. Lodi sperticate all’arbitro della partita, Rocchi, da tutti gli arbitri commentatori dei media.
È tornato l’arbitro che decide lui la partita. Il complesso Collina, l’arbitro di Galliani e Berlusconi, e il Var hanno dato il calcio, in Italia, in mano agli arbitri. Che per questo è asfittico, non giocato bene - se non a sorpresa, da squadre contro cui gli arbitri non hanno potuto pianificare il loro potere, oggi Atalanta e Cagliari, ieri Lazio.
Si dice: è l’Uefa, sono  regolamenti. E in parte è vero – non per nulla Collina è stato a capo degli arbitri Uefa. Ma non del tutto, c’è ancora il calcio giocato in Europa. L’arbitro scozzese di qualche giorno prima, di Juventus-Borussia, era un arbitro e basta. Arbitri tranquilli si vedono nel campionato inglese, in quello tedesco, in quello francese – qui si gioca anche a grandissima velocità. I regolamenti c’entrano poco. C’entrano, come dappertutto in Italia, paese senza potere, i giochi di di corridoio, di cortile, di potere.

Letture - 399

letterautore


Brecht – Morì suicida. Non per un gesto violento, ma per essersi voluto lasciar morire. Lo rivela Wolf Biermann a Tonia Mastrobuoni sul “Venerdì di Repubblica”. Non si uccise, ma volle morire, per una sorta di “complesso di Galileo”. Biermann lo spiega bene: “ “Fu un italiano a ucciderlo.  Galileo Galilei”. Di cui Brecht aveva scritto la “Vita” nel 1938. Quando era già in esilio, ma “tipicamente, scrisse un elogio della vigliaccheria, della furbizia e dell’inganno. L’abiura è stata un bene, questa la tesi”. Poi ci fu la California, la distruzione della Germania, e la bomba atomica. “E Brecht si spaventò a morte. Decise di riscrivere l’opera, condannando Galileo per la sua vigliaccheria dinanzi all’Inquisizione. Ma siccome era un genio pigro, non riscrisse tutto. solo la scena finale”. E qui, dice, “viene la parte complicata”: a Berlino nel 1956 il “Galileo” non funziona: “Non convinceva nell’improvvisa svolta dell’ultima scena”. Brecht stava male: “Era scioccato, come tutti noi, per i crimini di Stalin svelati a Mosca”.  Ma “si intestardì: passò ore e ore alle prove”, Biermann era allievo del Berliner Ensemble, “anche se era già malato. Capì che avrebbe avuto bisogno di molta forza per rinnegare se stesso”. E scelse di dileguarsi: “Disertò nella morte”. Era malato, ma non tanto: “Il dottor Tsouloukidse, un medico mio amico, lo esaminò. Brecht aveva appena 58 anni, avrebbe potuto vivere ancora per decenni”.
I tempi sono giusti. Krusciov denuncia Stalin a fine febbraio. A maggio Brecht si ricovera in ospedale, ma ha solo un’influenza. A Ferragosto muore d’infarto. Certificato ma non accertato. 

Brexit – Riprende una tradizione vecchia. Sempre in Europa si è parlato male degli inglesi, parlar male degli inglesi era un invito alla connivenza, poiché su questo tutti erano concordi. “La corte inglese era un inferno dell’odio”, spiega il pur simpatetico Huizinga, “L’au­tunno del Medioevo”, dei secoli prima, durante e dopo il Rinascimento. Sentimenti analoghi si nutrivano nell’isola verso il continente: “Di là egli (il viaggiatore) porta l’arte dell’ateismo, l’arte di gozzovigliare, l’arte di fornicare, l’arte di avvelenare, l’arte della sodo­mia”, stabilisce “II viaggiatore sfortunato” di Thomas Nashe, classico del grand tour nel ‘500. Secondo Pirandello, “gli inglesi parlano come se avessero una patata calda in bocca” - da qui la forma della bocca?

Casalingo – Si può dire di molti scrittori, anche quando hanno esperienza di mondo. Il più importante è Manzoni, che era anche il più “viaggiato”, quello con maggiore esperienza e cultura internazionali – amava parlare in dialetto. Lo è Lampedusa, altro cosmopolita. Alvaro, id.. Calvino è invece scrittore cosmopolita di programma, benché molto (variamente) “impegnato” in Italia. E Soldati, malgrado lo strapaesismo professato, per i cibi, i vini, i visi, il com’eravamo. Michelet è uno scrittore casalingo, malgrado i viaggi all’estero programmati ogni anno, e i due traslochi in Italia, a Firenze e a Nervi. A differenza di Flaubert e di Baudelaire, che si sarebbe tentati di dire molto francesi, mentre invece dalle esperienza all’estero derivarono molte idee, e anche scritture. O Dumas, che fece tesoro delle esperienze in Germania, Italia e Russia.

Dialetto – “Quello che veramente ognun dice, ogni nato della sua molteplice terra, e non la roca trombazza d’un idioma impossibile, che nessuno parla”: così Gadda a plauso del “dire” di Manzoni  - “Apologia manzoniana” (in “Divagazioni e garbuglio”). Della “roca trombazza” continuando a dire: “Che nessuno parla (sarebbe il male minore), che nessuno pensa, né rivolgendosi a sé, né alla sua ragazza, né a Dio”.

Editoria – “Fare libri è come giocare d’azzardo”, Gian Arturo Ferrari

Flaubert – Lavorò a “una codificazione gregoriana” della scrittura”, R.Barthes, “Il grado zero dela scrittura”.

Italiano – “Il difetto maggiore degli italiani è di parlare sempre dei loro difetti”, è detto noto di Flaiano, registrato nel “Frasario essenziale” collazionato da Manganelli e Maria Corti. Ma non è noto l’articolo di cui è l’incipit, una raccolta straordinaria di likes, due cartelle che sono un concentrato dell’italianità (reperibili ora solo nel volume “Opere. Scritti postumi” dei Classici Bompiani – non più reperibile, come del resto lo stesso “Frasario essenziale”).  “Mi piace, per esempio, che sia generalmente bugiardo”, eccetera, “che pensi sempre alle donne”, “che sia pigro”,”che sia gentile, sentimentale, cinico, spendaccione, imprudente, frivolo, fastoso”,“che non sia tanto patriottico” (“gli permette di essere uno dei popoli meno razzisti e intolleranti” – vero, il razzismo si misura), “che sia generalmente estroverso”, “che non abbia molto sviluppato il senso dei rapporti sociali”, “che l’italiano del nord se la pigli con l’italiano del sud”, “che l’italiano sia portato alla confusione”. Perché, in generale, riconosce i suoi difetti: “Evidentemente, quando si parla dei difetti dell’italiano si prende a confronto un popolo ideale che non esiste in nessuna parte del mondo ma che noi, sempre ottimisti (altro difetto!) crediamo che viva e prosperi realmente”.
La lunga lista non registra il difetto che Maria Corti illustra alla fine della lunga presentazione delle opere postume di Flaiano, a proposito della sua mancata popolarità, dello scarso seguito di critici e lettori  di Flaiano: “L’allarmante incapacità di cogliere e assimilare ironia e satira nei propri riguardi”.

Libro – “Ogni libro è un fallimento”, G. Orwell, “Perché scrivo” (in “Letteratura palestra di libertà”). Per il suo autore e in sé: “Tutti gli scrittori sono vanitosi, egoisti e indolenti, e al fondo dei loro motivi c’è un mistero”.

Mameli – Incontrava il gusto del patriottico Gadda, invece di Carducci, autoeletto “Vate d’Italia alla stagiona più bella!”: “Possiamo passarla al Carducci”, commenta Gadda, “anche se, come vate, le nostre preferenze le ha tutte Goffredo Mameli” – (in “Divagazioni e garbuglio”, 40).
Ma “vate” non è una buona parola per Gadda. Risponde alla “posa del profetismo”che non è buona, se non per due aspetti: “La posa del profetismo, così connaturata a tutto l’800…. aveva nell’800 un che di ingenuo, di rispettabile e anche di vero. C’erano due grandi aurore in fàbbrica: l’aurora sociale in Europa e, da noi, l’aurora vera e santa del Risorgimento”.

Michelet – Fu traduttore di Vico, della “Scienza nuova”. Con un saggio sulla vita e l’opera di Vico.- e alla seconda edizione della traduzione di una “Vie de Vico par lui-même”

Naturalismo – “Nessuna scrittura è più artificiale di quella che ha preteso di dipingere da presso la Natura”, R. Barthes, “Il grado zero della scrittura”: Maupassant, Zola, Daudet. Combinando l’“arte” flaubertiana con gerghi, parole forti, dialetti, “per una natura verbale francamente estranea al reale”.  

Poesia – Differisce dalla prosa per la cantabilità – la diversa “misura”: “La poesia classica non era sentita che come una variante ornamentale della Prosa, il frutto di un’arte”, R. Barthes, “Il grado zero della scrittura – “C’è una scrittura poetica?”

Romanzo – Una “masturbazione solitaria”, Michelet, “Diario”, lunedì 22 luglio 1861. Michelet, sempre felice sposo da una decina d’anni della giovane Aténaïs, aveva avuto l’idea di un romanzo, “Sylvine ou les Mémoires d’un jeune femme de chambre”, tema pruriginoso. Finché un giorno riflette: “Avendo avuto il 10 una felicità così completa, così ben condivisa il 17, mi dico il 19: perché fantasie bizzarre? Hai la poesia sotto mano. Riprendi il solito equilibrio”.

Scrivere – “Lasciare al senso la scelta delle parole, e non l’inverso”, G.Orwell, “La politica e la lingua inglese”: “In prosa la cosa peggiore che si può fare con le parole è arrendersi a esse”.

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