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lunedì 23 dicembre 2019

Il mondo com'è (390)

astolfo
Apostoli – Erano hakim, guaritori. In quanto discepoli del Cristo, il cui nome greco Ιησους, oltre che quello aramaico, lo presentava al pubblico nella figura del guaritore. Fu la chiave del primo, immediato, successo del Cristo. E poi dei suoi discepoli, che non avevano altro titolo di autorevolezza.
In quanto guaritori avevano libertà di movimento, capacità di attrazione, e autorevolezza. Anche se di cultura limitata – ma gli evangelisti conoscono i testi sacri ebraici. La funzione era del resto bifronte: attiva sul piano spirituale più che su quello fisico, fisiologico.

Bazarì - La figura del commerciante-mediatore-prestatore che fu al centro della rivolta contro lo Scià nel 1978, ed è poi approdato al khomeinismo, indica il ceto mercantile e degli affari - al dettaglio, all’ingrosso, e a monte, nella finanza - in Iran. Ramificato e influente, anche in politica. La borghesia dell’Iran e quindi del khomeinismo, che non è industriale né intellettuale. In senso astratto, fuori dal caso iraniano, è la figura dell’intermediario, che sola e e meglio legge e rappresenta il sentito popolare diffuso, prevalente.
La celebrazione del soggetto, della sua funzione, è di De Quincey, “Giuda Iscariota”, in nota: “In ogni paese questi uomini svolgono un’importante funzione politica. Più di tutti gli altri, hanno estesi collegamenti con lo stratum di gran lunga più numeroso nella composizione della società”. La funzione politica, secondo De Quincey, è essenzialmente questa, di tenere “quotidianamente contatti minuziosi e particolareggiati con questa importante categoria di uomini, i bottegai”.

Bastiglia – Era una prigione comoda, si sa, non un cayenna. Ma soprattutto fu propizia ai letterati, come una sorta di biblioteca, con molti libri di conforto, e molto tempo a disposizione e comodità per scrivere, senza le noie casalinghe. Da Nicolas Frères, il glottologo, al marchese di Sade.

Famiglia   Era in origine, nel nome latino da cui deriva, la comunità dei famuli, i servi, gli schiavi. Quando si legge di un patrizio o potentato romano la cui famiglia è proscritta o condannata a morte, il testo latino si riferisce agli schiavi. Lo steso quando si legge che un personaggio è amato dalla sua “famiglia”: non si intendono i genitori, i figli o il coniuge, ma l’insieme della servitù. Alla stessa maniera va inteso ogni riferimento, negli “Atti degli Apostoli” o altri testi più o meno contemporanei, ogni accenno alla “famiglia di Cristo”. Che in questo caso sono i suoi discepoli, comunque da lui dipendenti.

Guglielmo II – L’ultimo kaiser, che perdette la prima grande battaglia tedesca contro l’Inghilterra, era mezzo inglese – o è viceversa: i sovrani inglesi erano mezzo tedeschi. Per parte di madre era nipote della regina Vittoria. La quale era cresciuta con i principi tedeschi e più di tutti li amava, a partire dal marito.
Nel 1901 Guglielmo aveva assistito per settimane la sovrana moribonda, un fatto che aveva commosso gli inglesi. E si segnalò per seguire in lacrime a piedi il carro funebre.
La regina Vittoria cominciò tardi a imparare l’inglese, verso i tre-quattro anni. Per secoli i re inglesi si erano sposati tra tedeschi, e parlavano tedesco, poco e male l’inglese.

Operazione Barbarossa – L’operazione con cui Hitler intendeva assoggettare la Russia doveva realizzarsi in otto settimane. L’Operazione Barbarossa parte il 21 giugno, solstizio d’estate. I tedeschi affronteranno l’inverno leggeri perché la Russia, cinque milioni di chilometri quadrati in Europa, sei con l’Ucraina e i Baltici, andava conquistata per Ferragosto. Ribbentrop era certo di “cancellare la Russia dalla carta geografica in otto settimane”: essendo l’allora Unione Sovietca profonda 2.400 chilometri da Kaliningrad a Perm, senza la Siberia, si vedeva arrivare comodo agli Urali a cinquanta chilometri al giorno, su un fronte di 1.900 chilometri, da Leningrado a Groznyi. Una insensatezza che Roba perfino la figlia di Himmler, Gudrun, dodicenne, sapeva. Che la Russia non si poteva prendere, e al suo “papino” scriveva un mese dopo l’attacco, il 21 luglio 1941: “È spaventoso che facciamo guerra alla Russia. Erano comunque nostri alleati. La Russia è talmente grande; se attacchiamo tutta la Russia, la battaglia sarà molto difficile”.
Forse è la Russia che inebria, Napoleone voleva prenderla in tre settimane.
Federico II, il gran re di Prussia, insisteva che “non basta sconfiggere i russi, bisogna annientarli”.

Stato giardino - Nel 1817, Leopold Friedrich Franz, principe di Anhalt-Dessau, nipote del principe e generale imperiale, poi prussiano, Leopoldo I, quello che “inventò” la fanteria prussiana, mobile e agile, morirà celebrando la trasformazione del suo principato in Gartenschaft, Atato giardino. Federico il Grande di Prussia l’aveva snobbato, che chiamava Franz “le princillon”, Napoleone l’aveva capito e protetto. Ancora un secolo, e Walter Gropius vi fonderà la scuola Bauhaus.
Lo “stato giardino” di Leoplod Friedrich Franz riprendeva la memoria del contiguo Anhalt-Köthen, dove Ludwing di Anhalt, detto Luigi, aveva ideato la “città giardino” – una utopia italiana, prima della città verde di Le Corbusier. Nel 1617, fondandovi la Società della Palma per la quale è famoso.

Della Società della Palma fu membro Johannes Valentinus Andreas, alchimista e cappellano di corte del Württemberg, al quale si fa risalire il simbolo dei Rosa Croce, la croce di sant’Andrea con la rosa a ogni angolo, derivato dal “Roman de la rose” e dal cielo della “Divina Commedia”. Del cappellano sarà progenie collaterale il marito astinente di Lou Salome, che ne ereditò i tratti.

In una con la Società della Palma, “Luigi” aveva fondato un’accademia per la purificazione della lingua, la prima della lingua tedesca. L’accademia denominando Compagnia Fruttifera, di cui si elesse Nutritore: a questo modo tesaurizzava i tre anni vissuti entusiasta da studente a Bologna e da cavaliere a Firenze, apprendista del bello e delle arti, che trasfuse anche nel suo castello e nel giardino ancora ammirati. Era ritornato membro (“l’Acceso”) della Crusca, patrocinato da Bastiano de’ Rossi. E si fece anche traduttore in tedesco dei “Trionfi” di Petrarca.

Leopold Friedrich Franz, anche lui entusiasta dopo il Grand Tour in Italia, aveva accolto  festosamente Emma Hamilton e il marito ambasciatore d’Inghilterra a Napoli nel loro viaggio di ritorno a Londra nel 1800: in loro onore fece ricostruire dal suo architetto von Erdmannsdorf il loro palazzo di Posillipo, con un finto Vesuvio sul retro, dal quale faceva di notte simulacri di eruzione con i giochi di artificio. La festa si fa tuttora, a scopo turistico.
Caterina di Anhalt-Zerbst, una principessa vecchia Germania, intelligente, spiritosa, era divenuta nel frattempo, per migliorare la razza, zarina a San Pietroburgo. Dove aveva creato una Biblioteca Russa, ricca dei manoscritti ben pagati di Diderot e Voltaire: Caterina la Grande.

astolfo@antiit.eu

Come arrostire il maiale bruciando la casa

“Il migliore dei racconti” per molti critici inglesi – con tanti cinesi Ching Ping che irresistibili evocano i Kim nordcoerani di oggi. Ching Ping mette a fuoco la casa paterna, con la quale bruciano i maiali, uscendone arrostiti a puntino. Un esito memorabile: Ping, che fino ad allora aveva mangiato il maiale crudo, è deliziato di assaggiarlo arrostito. In segno di pace, ne offre una porzione al padre. Che esterrefatto e deliziato a sua volta dalla novità, decide di bruciare ogni anno una casa con un maiale dentro, per poterlo assaggiare di nuovo. Lo stesso fa Chang Pang, un tipo curioso che, vedendo bruciare la casa del padre di Ping con un maiale dentro, decide di fare lo stesso. E con lui altri, la moda dilaga: una sorta di conversione in massa avviene alla pratica del maiale arrostito, al punto da allarmare le assicurazioni. Un tale Chong Pong, scoperto nell’atto di chiudere un maiale in salotto per poi dare fuoco alla casa, viene denunciato. Il giudice di Pechino, non conoscendo l’arcano di cui deve giudicare, chiede del corpus delicti. Un pezzo di maiale arrosto gli viene servito  dagli ufficiali di polizia, e dopo due giorni va a fuoco anche la casa del giudice. Così la Cina si convertì alla nuova pratica. Finché, qualche secolo dopo, un nuovo genio della questione, Chung Pung, non scopre che si poteva fare il maiale arrosto senza bruciare la casa.
Una satira dissacrante della storia e del progresso, in epoca molto costruttivista, 1823 – il “Maiale arrostito” è uno dei “Saggi di Elia”. Lamb, coetaneo, compagno di scuola e amico di Coleridge, visse dai vent’anni, dopo un ricovero in manicomio, da badante della sorella Mary, matricida – Mary vivrà ancora cinquantanni, una dozzina più di lui. Con la quale realizzarono molti progetti editoriali, tra il serio e il faceto. Charles creando il mito di Shakespeare, Mary quello dei commediografi. Negli ultimi quindici anni Lamb si dedicò ai saggi, con il nome di Elia, anagramma di “a lie”, bugia.
Charles Lamb, A dissertation upon Roast Pig, free online

domenica 22 dicembre 2019

Secondi pensieri - 404

zeulig
Diavolo – È di tradizione universale ma oscura. Tradizione religiosa, seppure legata alle origini, ai miti delle origini. In questo caso del bene e del male.
Una favola costante. Generalizzata. Ma bizzarra. Che si spiega in un modo che depone a sfavore delle religioni, del bisogno religioso come fattore di conoscenza. La più antica delle cui tradizioni e la più diffusa è questa, una favola piuttosto oscura, nonché inverosimile: che il diavolo è un angelo decaduto. Per una ribellione non concepibile metafisicamente – una contraddizione: nel regno di Dio, a opera di un angelo del suo regno del bene, cui molti si affiliarono. Per nessun motivo se non l’invidia. Ma fa l’invidia parte di Dio?
Si soprassiede all’incongruenza accostando subdolamente il regno dei cieli all’umanità, esposto quindi come questa alla fragilità dell’essere. Ma allora è un piccolo panteismo che si formula, se Dio è fragile come l’uomo, incostante, incerto.

Distribuzione – È il segno e in parte l’agente della polarizzazione recente dell’opinione pubblica, come disarticolata e instabile – vagante: assertiva ma incostante e incoerente. La grande distribuzione come opposta al commercio minuto. E all’artigianato di quartiere: i falegnami, i tappezzieri, gli elettricisti, gli idraulici. Un reticolo di radicamento.
Le società si erano innervate finora, anche in ambito urbano, di una rete fitta di minuta distribuzione: negozianti, fornitori, finanziatori. E riparatori, quando il bene meritava na riparazione e non la sostituzione. Uno strato sociale in contatto costante con la società nel suo insieme, se non nella sua totalità. Di scambio, di merci e di parole – di fiducia, di idee. Una rete di intermediazione, e comunque di conoscenza: una figura non rappresentativa ma intermediaria, che sola e meglio legge e interpreta il sentito popolare, diffuso, prevalente. Avendo contatto quotidiano, minuzioso e particolareggiato (diffuso), con i bisogni e anche soltanto con le vaghezze di tutti, con lo strato sociale di gran lunga più numeroso nella composizione della società. In un dialogo non appariscente né, solitamente, connotativo, ma assorbente, ruminante. Più spesso indebolendo le spinte giacobine o estreme, quasi scatti d’ira, ma anche cavalcandole – i bazarì urbani nella rivolta contro lo scià in Iran nel 1978. Comunque mediando le pulsioni, discutendo, ancorando.

Il vuoto politico si è prodotto con l’accelerata scomparsa di questa intermediazione per la diffusione, favorita dalla politica, spesso per ragioni corruttive, della grande distribuzione, e ora del commercio online? Facile. Anche perché si vuole supplita dai social, e cioè dal fai da te. Dove non c’è più dibattito, ma assunzione di posizioni. Vero: il dibattito c’è, ma non è più mediato – assorbito, digerito. Si avvoltola su se stesso, a spirale inconseguente, senza sintesi o intermediazione, sempre più quindi precario e incostante. Una polarizzazione distributiva (delle risorse e dei consumi, del piccolo credito, dei bisogni) che concorre anch’essa al ribaltamento totale. Delle forme conoscitive e decisionali, nel segno dell’incostanza e dell’inconsistenza. La piccola diffusa distribuzione, delle merci e dei servizi, come un grande stomaco, lo stomaco della nazione.  

Ebreo Eterno – Una condizione esistenziale, spiega De Quincey, “La casistica dei pasti romani”, in nota: “La denominazione tedesca di quello che noi inglesi chiamiamo l’Ebreo Errante. L’immaginazione tedesca è stata molto colpita dalla durata della vita umana, e dalla sua infelice santità dopo la morte; quella inglese dall’inquietudine della vita umana, dalla sua incapacità di riposo”.

Parodia - Kierkegaard: “Il quadrato è la parodia del circolo: la vita e il pensiero sono un circolo, mentre la pietrificazione della vita prende la forma della cristallizzazione. L’angolare è la tendenza a restare statici: a morire”.
La parodia è solo scherzo. Altrimenti è infelice ripetizione.

Proust - Si può pensare tutta la “Ricerca” una colossale forma d’ironia. In assenza, tutto rasenta il ridicolo, per la elongazione, il dettaglismo, l’aggressione costante del lettore: la gelosia in mille pagine (mille! di uno, il narratore, che non è  mai stato innamorato, si sa, si sente), i froci, le lesbiche, le puttanelle, i borghesi pieni di sé, il padre-Cottard, la madre-Verdurin (o madame Straus e le altre madri alternative), gli stessi duchi, a loro volta snob. Ma non senza compassione, che ne è la chiave: l’autoconsolazione.
Ma la satira tiene due ore e mezzo, la lunghezza di Aristofane - anche Rabelais si legge a pezzi, e perché è Rabelais. L’ironia non regge una narrativa, solo l’aneddotica. A meno che non sia lievitata – alleviata – al modo dell’Ariosto, per una lettura multiforme, più immaginativa che critica, esagerata, e diventa patrimonio popolare. O al modo di Proust – che però non è lieve (la mano – la frase, il ritmo – è sempre pesante).

Sesso – È finita nell’inappetenza la corsa alla liberazione? Per ogni aspetto visibile sì. Non c’è sesso tra gli adolescenti, negli anni in cui usava essere quasi un’ossessione, se non con le pasticche e l’alcol, e più come una sfida, senza piacere – eccitazione, tensione, compiacimento, soddisfazione. Non c’è più la scena di sesso nel film che Hollywood a lungo ha imposto – non tira. Il rapporto omosessuale, dove la componente sessuale è stata a lungo dominante, al limite dell’intercambiabilità, è scaduto a fatto burocratico. La pornografia in rete lo ha come debilitato.
Il sesso non è – era – l’atto ma l’immaginario, la fantasia. Di un rapporto e non di un atto. Che prendeva corpo nel rapporto. Solo si riaccende, si direbbe, nell’amore. Nell’accensione sensoriale primariamente non sessuale, non legata agli organi e agli stimoli strettamente sessuali – il colpo di fulmine, sguardi, voci, attitudini. In un erotismo cioè a spettro ampio, fondato sull’immaginario.

Il fattore immaginario emerge dominante anche nella stessa proliferazione del femminicidio, in quella sua forma che nasce dall’abbandono, dal rifiuto – è parte dell’immaginario maschile. Che non è il possesso vecchio stile, maschilista, patriarcale, ma un senso di incompiutezza o minorità che l’abbandono fa emergere. Si direbbe il femminicida una vittima, nel senso che è un assassino per debolezza, raramente un vendicatore.

Tradimento – È il traditore tradito? È il paradosso di De Quincey, “Giuda Iscariota”. In cui Giuda è tradito da Cristo: collocandosi nelle Scritture, aveva fatto balenare, in Giuda come negli altri discepoli-guaritori, i sogno della restaurazione del trono di Davide. Invece, dopo una vasta e intensa preparazione, al momento di comandare le folle a Gerusalemme che lo attendevano e se ne attendevano la rivolta, si defila  - “Il mio regno non è di questo mondo”, “D ate a Casere…”, eccetera. ..”. Non inverosimile.
Lo stesso il pentito di mafia. Che non è un pentito nel senso della confessione cristiana, di chi chiede perdono per i suoi peccati, poiché non ne ha coscienza  e non può o si guarda dal prenderne. E semmai si pente per uno scopo, la pensione di Stato e la scarcerazione. Ma al fondo perché si sente tradito, dal capo, dai correi.
Nella sconfitta tutti si sentono traditi – non solo i tedeschi col solito colpo alla schiena.

zeulig@antiit.eu

L’Orient Express dei morti viventi

Un romanzo scorrettissimo – un tempo se ne potevano scrivere. Perfino nel titolo, si salta l’Oriente Express che tanti eccitava in quegli anni, siamo nel 1932. Si passa dall’“ebreo”, con tutte le connotazioni deteriori, alla giornalista ubriacona, che si inventa le interviste, nonché lesbica dominante, usa-e-getta, e sordida, alla ballerinetta coatta, con la “inglesità” superba e micragnosa, specie all’estero – proprio come oggi. E non sono le sole scorrettezze.
É il quarto romanzo di Greene, scritto a ventottanni per “avere successo di pubblico”, cioè a sensazione – dopo due semi-fallimenti. Il primo da lui sottotitolato “un divertimento”, per dire opera di svago, che invece sarà il modulo prevalente del suo raccontare, dei morti viventi. Malinconico. Perfino disfattista. In questo primo caso violento. Che però fu pubblicato, e con successo – oggi nessuno lo scriverebbe e comunque nessuno lo pubblicherebbe, o altrimenti sarebbe una carneficina. All’origine, probabilmente, della narrativa degli sconfitti.
Sono qui i primi sconfitti di Greene, malgrado l’onestà e le buone intenzioni. Il quarto capitolo della quarta parte è di una malinconia abrasive. Mentre il ladro di professione passa le frontiere. Solo si salvano la giornalista arrivista. E gli affari, gli “ebrei”: “l’ebreo manifesto e l’ebreo camuffato”, che si è rifatto il naso, “porta ancora la cicatrice”, e “l’ebreo diventato cristiano”. Non è facile divertire con questo teatro, ma Greene si fa perdonare. E senza effetti speciali: il Conrad che tanto ammirava sa riprodurre senza l’ambiente esterno esotico, in interiore homine
C’è già, ai ventotto anni, il Graham Greene (cui Manzini in prefazione attribuisce un disturbo bipolare…) della vulgata: “Il romanziere è in certo qual modo una spia”. Delle debolezze del mondo. Un “divertimento”, come Greene lo vuole, ma non un libro “spensierato” – Domenico Scarpa, che lo rimpolpa di una succosa postfazione. Pieno di pensierini. Del tipo: “La fedeltà non è la stessa cosa del ricordo: si può dimenticare ed essere fedeli, si può ricordare ed essere infedeli”. Ma soprattutto pieno di personaggi e situazioni scorrette. Più tipi che personaggi, ma forti. Perfino rinfrescanti, nella narrativa stinta di oggi, a boccuccia.

Graham Greene, Il treno per Istanbul, Sellerio, pp. pp. 356 € 14

sabato 21 dicembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (412)

Giuseppe Leuzzi


“Tulipani – Amore, onore e una bicicletta”, del regista olandese Mike Van Diem, premio Oscar 1998, è una commediola fiabesca su un olandese trapiantato in Puglia dopo la guerra, che finisce ubriacone ma la spunta con i tulipani: la sua piccola fattoria si riempie all’improvviso di tulipani. La cosa non piace, al capoccione locale, ai mietitori, agli altri contadini, ma lui tira dritto e alla Bud Spencer li rimette a posto: il capoccione finisce sbeffeggiato eremita - anche se con una coltellata a tradimento ha ragione dell’olandese. Il ridicolo non ha ucciso nessuno? Come no. Se al Sud la gente si abituasse a farsi giustizia dei soprusi.

Nella graduatoria dei paesi che più dedicano tempo, ogni giorno, ai social vengono prime le Filippine, con quattro ore a testa, la Nigeria, con tre ore e mezza, e il Messico, con tre ore e un quarto – in Italia l’uso medio dei social sarebbe di un’ora e tre quarti. Sono statistiche inverosimili – quattro ore sono tante. Ma indicative. Della natura del sottosviluppo – i primi tre paesi dei social appartengono a quello che si chiamava il Terzo mondo, l’area del sottosviluppo, e tuttora hanno problemi di connessione elettrica. Che è anche di risorse economiche (materie prime, infrastrutture, istruzione, credito), ma soprattutto è psicologica e mentale. Per accumulare bisogna avere, ma avere è soprattutto opera d’ingegno.

Immortale ‘ndrangheta
Forse per magnificare la retata ordinata dal giudice di Catanzaro Gratteri, i comunicati parlano di arresti in tutta Italia e all’estero. Mentre i 334 arrestati risultano tutti di Vibo e provincia, più una dozzina di Cinquefrondi ma con attività a Vibo, uno di Alessandria, e uno o due di Roma. Ma non si magnifica piuttosto la ‘ndrangheta, diventata grande piovra , furbissima, accortissima, intrallazzatissima, al comando in Olanda come in Bulgaria?

Lo stesso con i filmati che vengono offerti ai media. Per la retata del giudice Gratteri i Carabinieri hanno riproposto il vecchio filmato di Polsi, che definiscono il cuore della ‘ndrangheta, mentre è un luogo di culto - probabilmente il più longevo di Europa. 

Si dice la retata fatta di “politici, avvocati, commercialisti, funzionari dello Stato,  massoni”. Ma un buon terzo, forse la metà, dei 334 carcerati in un colpo solo dal giudice Gratteri in Calabria è identificato col nomignolo. Segno che tanto moderna e avveniristica la ‘ndrangheta non dev’essere. Trenta-quarantenni identificati col nomignolo sono in Calabria di un certo ceto, non propriamente branché.

Una cosca di 334 persone è in guerra un battaglione e modernamente un reggimento. Tutti concentrati a Vibo Valentia e dintorni. E non sono i soli: arresti di calabresi si fanno a dozzine ogni giorno, in Calabria e altrove. Specie in questa stagione di nomine aperte al Csm nelle grandi Procure. Possibile che gli ‘ndranghetisti siano così tanti? Perché stando in Calabria se ne avverte la presenza malgrado gli arresti.

Non è che si arrestano le persone sbagliate, magari su confidenza degli ‘ndranghetisti veri? Una precedente retata del giudice Gratteri e dei Carabinieri, un legione di mille militari, a Platì nel 2003, con 112 arresti, compresi il sindaco e il pazzo del paese, si è conclusa con 109 assoluzioni.

E comunque il problema resta di Salvini. Che è senatore della Calabria, con 59 mila voti. È vero che la Calabria è la regione dove Salvini ha preso meno voti – appunto 59 mila. Ma ci sono 59 mila calabresi non ‘ndranghetisti o non collusi?

Il Sud non ha testa
Niente più dopo i “notabili”. Nessuna novità dopo Salvemini. Un secolo abbondante cioè: il Sud è fermo a prima della prima Guerra. È da allora che non ha una borghesia, per quanto compradora, asservita. O come si dice oggi, con rinnovato linguaggio elitario, non ha classe dirigente. Non ha testa, si dice in dialetto calabrese.
Ne ha, anche buoni amministratori e qualche politico, e molta imprenditoria, ma piuttosto disperata, senza infrastrutture, e comunque non abbastanza per competere. È per questo che va indietro? È la causa più probabile: le società meridionali in larghe parti, in Campania, in Calabria, in Sicilia, sono destrutturate. Un’inesistenza che compensano con un assurdo anarchismo in forma di democrazia, che inevitabilmente finisce nell’imbuto della mala economia. Dell’assistenzialismo, quando non della corruzione, o della violenza.
“Il divario tra Nord e Sud è troppo ampio e la qualità nelle scuole troppo variabile. Lo dico con sofferenza, da mezzo calabrese di origine e da mezzo italiano all’estero”, lamenta Vittorio Colao, il manager italiano di successo più internazionalizzato, con Ferruccio de Bortoli su “7 Corriere della sera” – rammaricato (“Vorrei sbagliarmi però”). Lo dice per dire, è impensabile un Colao nato al Sud – lui è nato a Brescia e ha studiato a Milano? No, tanti nati al Sud sono altrettanto vispi e intraprendenti. Il problema è quello che lui dice: la scarsa qualità.
Che non è etnica, naturalmente, Colao testimone. E non è culturale, ci sono buone scuole anche al Sud. Nemmeno determinata dall’emigrazione: l’emigrazione c’è sempre stata, al Sud come al Nord, dal Veneto alla Padania e alla Liguria, senza impoverire le aree di origine. La scomparsa della classe dirigente meridionale, in una col meridionalismo, lattenzione meridionale al meridione, 
viene con la scomparsa di chi le aveva meglio onorate: Moro, Mancini, Colombo, e la Cassa per il Mezzogiorno. Dal picco, anni 1970, il salto è al nulla, senza progressività. La generazione di grandi politici si estingue, si abolisce la Cassa e ogni legge speciale, si abolisce l’Iri e ogni altra impresa pubblica, i fallimenti al Sud si moltiplicano, nella sanità, nell’amministrazione, nella banca – falliscono tutte le banche meridionali, Sicilia, Napoli, di risparmio, popolari. 
O forse no, politici e intellettuali di razza non sono più emersi al Sud, a seguire dietro Mancini, Moro, Colombo, per l’inabissamento anteriore del corpo sociale, databile anni 1960, quando camorra, onorata società (‘ndrangheta) e mafia uscirono dalle fogne e si presero gli appalti, i terreni e gli affari, con bombe, pistolettate, incendi, grassazioni, anche omicidi, nonché rapimenti di persona. Senza essere contrastati.
I Carabinieri (si dice i CC per dire i tutori della legge) non intervenivano a difesa della proprietà. Non è vero? Chi ci è passato lo sa, e sono molte migliaia. Nessuno – cioè: nessuno – ha mai avuto difeso un avviamento commerciale, un’impresa edile o di altra materia, un campo, una fabbrica, quando è andato soggetto alla violenza. Se si è arrivati a processare i criminali, si è dovuto “difendere” da solo in Tribunale: nessun atto istruttorio, nessuna prova. I “Carabinieri” vanno per dirizzoni, e la proprietà non è mai stata uno. Nemmeno quando c’erano i rapimenti di persona, che hanno coinvolto il Nord: zero.
E non è finita, anche se ogni mattina si denunciano decine di arresti. Saranno gli arretrati – l’anno scorso sono stati arrestati un gruppo di Alvaro di Sinopoli, che da almeno sessant’anni imperversano, in nome proprio, non si negano. O è l’effetto dei dirizzoni: ora sono di turno i sindaci (gli Alvaro sono stati arrestati per arrestare un sindaco), dopo le processioni, dopo il caffè degli impiegati, dopo le pensioni fasulle, e in mancanza di altro il voto di scambio, reato vasto e  intramontabile. Insomma, i tutori dell’ordine non stanno con le mani in mano. Ma se voi uscite di casa, un semisconosciuto ha bisogno urgente di 500 euro che vorrebbe da voi, voi naturalmente non avete disponibilità sul bancomat, e la mattina dopo le quattro gomme sono squarciate, o la notte la macchina ha preso fuoco, non succede nulla, assolutamente. Il controllo del territorio non prevede nemmeno un ammonimento.
Mancano le scuole? In un certo senso sì. 

Milano
Ambrogino d’oro ex aequo quest’anno per l’Immacolata a Borrelli, il Procuratore Capo dello sfascio, e a Penati, il sindaco di Sesto San Giovanni, carcerato per tangenti e “disconosciuto” dalla politica (dal Pd), prima di essere assolto. Milano si cautela, non è ipocrisia, Milano non è ipocrita. Ha anche smesso il collo torto.
 
“A Milano la ‘Dolce Vita’ di Fellini fu fatta conoscere per la prima volta dai gesuiti di San Fedele”, Montale, “Auto da fé”, p. 290 – “(non senza qualche ‘conseguenza’ per alcuni dei promotori)”. Era il 1960.

Capitale sicuramente è, degli hater. Da tempo, da prima di Bossi e la Lega. Quando usavano le targhe di provincia, e la targa Roma veniva mutata, inevitabilmente. O contro Craxi, “figlio di un siciliano”, benché avvocato rispettato e prefetto della Liberazione a Como  – l’odio è forte ancora a vent’anni della morte, contro i suoi figli, nei social, nelle lettere ai giornali, che le pubblicano, il “Corriere della sera” riquadrate.

La città dove si vive meglio è quella dove uno su quattro non riesce a pagare l’affitto – la città col più alto tasso di morosità. E dove uno su sette è povero. Si può permettere molta eroina, questo sì – quella dell’oppio. Ma perché la Procura “napoletana” chiude un occhio.  
E si può permettere, certo, “Il Sole 24 Ore”, che fa le benefiche classifiche.

“La terra dei fuochi? È giù al Nord”, ironizza “la Republica”. Anticipando una ricerca sull’inquinamento diffuso, a cielo aperto, concentrata su “50 criticità ambientali dimenticate, luoghi perduti – e ancora pericolosi – distrutti da sversamenti, amianto, inquinamento industriale, devastazione del suolo”. Una denuncia particolareggiata – “solo in Lombardia si contano più di1.800 siti contaminati o potenzialmente pericolosi”, etc.. Ma confinata al magro supplemento “Scienze”, che nessuno legge. Per la buona coscienza. .,

Dell’azienda napoletana che lavora à façon per i grandi milanesi della moda scoperta con decine di lavoratori in nero non si fa il nome. Nemmeno degli stilisti milanesi per cui lavora. Solo si fa sapere – “Corriere della sera” - che “le aziende dell’alta moda richiedono situazioni trasparenti e  lavoratori «in chiaro», preferibilmente italiani – per questo tanti si rivolgono agli opifici napoletani che non impiegano manodopera cinese”. Non è mafia.

Di un giovane faccendiere milanese dice un comico milanese alla trasmissione di comici “Stati generali” su Rai 3: “Non c’è un momento in cui non si senta superiore”. Ma è una debolezza o una forza?

Juventus-Milan: il Milan gioca bene ma perde. Cancan di “Corriere della sera” e Gazzetta dello Sport” contro l’arbitro. Nelle grandi e nelle piccole cose, la legge Milano è quella: produrre molta spazzatura, e buttarla accanto, di sotto, dove capita: aggredire per essere.

Sei mesi prima l’arbitro  Rocchi “fa” letteralmente la partita per il Milan in Milan-Lazio. Dà al Milan un rigore che non c’è, nega alla Lazio un rigore che invece c’è, ammonisce chi gli pare, eccetera. Ma questo non si sa: il “Corriere della sera” gli dà 6.5, la “Gazzetta dello Sport” 7, “un arbitro che il calcio italiano rimpiangerà”.

Questo lunedì. Il giorno dopo, quando la polemica monta e i fatti non si possono nascondere, la “Gazzetta dello Sport “ astuta la annacqua con ben due pagine sugli errori degli arbitri. In cui quelli di Milan-Lazio sono annegati con tutti gli altri, della serie A, e anche della serie B.

Il “Corriere della sera” si distingue nella contorta campagna della Procura di Milano contro Eni. Il gruppo petrolifero pubblico è l’unico fattore di corruzione a Milano, città in affari pulita per eccellenza: la città dove si vive meglio senza Eni vivrebbe ancora meglio?

Il più curioso qui è che i processi terminali della Procura di Milano contro Eni non intimoriscono, come dovrebbero, gli investitori istituzionali e i grandi fondi, che continuano a comprare. 
I processi in corso vanno iscritti dalle società nelle comunicazioni periodiche agli azionisti. Ma quelli della Procura di Milano contro l’Eni non fanno paura. Nessuno crede a Milano?

leuzzi@antiit.eu

Nel 2011 la Francia voleva bombardare le installazioni Eni in Libia

La guerra alla Libia del 2011 non fu un intervento Nato, come si tende a far credere. La Nato fu coinvolta dall’Italia, dal governo italiano, per evitare l’asservimento ai piani bellici francesi. Questo si sapeva. Ma c’erano probabilmente altri motivi per non fidarsi dei piani francesi, e il generale Camporini, l’ex capo di Stato Maggiore, su start.mag ora lo spiega: avevano puntato i campi petroliferi in concessione all’Eni.
Scrive il generale: “Grazie al fatto che le operazioni furono gestite da una sala operativa della Nato, dove avevamo un nostro «guardiano», le installazioni dell’Eni furono tolte dalla lista degli obiettivi, dove una «manina» li aveva inseriti”.

Le guerre della Repubblica solo a guida comunista

L’Italia repubblicana è entrata in guerra due volte, entrambe a opera di leader (ex) comunisti: Massimo D ‘Alema a capo del governo nel 1999, quando l’Italia dichiarò guerra alla Serbia – che non ne aveva bisogno, era già più che bombardata dagli americani anche senza l’Italia. E nel 2011 contro Gheddafi, l’alleato dell’Italia nel Mediterraneo, per volontà del presidente della Repubblica Napolitano.
Sull’“intervento” di Napolitano c’erano dei dubbi. Il presidente della Repubblica è stato lealmente “coperto”, come vuole la prassi costituzionale, da Berlusconi, presidente del consiglio in carica -  benché Berlusconi stesso avesse stabilito con Gheddafi cinque anni prima il trattato di amicizia. Ma lo dice chiaro ora il generale Vincenzo Camporini su startmag.it: senza le basi italiane l’operazione non si poteva fare, stante la riluttanza di Obama: “Forse le cose sarebbero andate in modo diverso se qualcuno avesse spiegato a Napolitano che senza la nostra partecipazione, senza le nostre basi, molto difficilmente l’operazione si sarebbe potuta fare, con gli Usa riluttanti, Uk senza portaerei e la Francia che avrebbe potuto lanciare non più di una dozzina di strikes al giorno, dalle sue basi (con onerosi e ripetuti rifornimenti in volo) e dalla sua portaerei De Gaulle, che non ha mai brillato per efficienza”.
Il generale sa di che parla. Era stato capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, e fino al gennaio 2011 capo di Stato Maggiore Difesa. Al momento della guerra era consulente del ministro degli Esteri Frattini.

Sul Maometto di Dante la legge del taglione

Un gruppo di saggi per la “storicizzazione delle culture letterarie del Due e Trecento” – questo il sottotitolo: “Dante’s World: Historicizing Literary Cultures of the Due and Trecento”. Le uniche  cose certe in argomento sono che Dante ha posto Maometto nel profondo dell’inferno, e alcuni pensatori islamici nel limbo. C’è una ragione? Sì, una cosa è la fede e un’altra la conoscenza. Sembrerebbe di no, ci può essere fede senza conoscenza?, ma così è – era. La sconnessione John Tolan collega alle vite di san Francesco, che Dante mostra di avere utilizzato, nelle quali si fa grande caso della missione del santo presso il sultano d’Egitto al Kamil.
Il tema specifico di Maometto all’inferno è trattato in apertura da Maria Esposito Frank e Karla Mallette. Quest’ultima spiega il trauma fisico inflitto a Maometto, al canto 28, come una inversione sottile dell’ortodossia islamica – una sorta di legge del taglione. Maometto è tra i “seminatori di discordie”, la cui pena è di essere fatti a pezzi da un diavolo munito di spada. Maometto gli appare “fesso”, diviso in due, con le interiora pendenti tra le gambe: è lui stesso a mostrarsi a Dante, aprendosi il petto. E profetizza la morte violenta anche di fra Dolcino, altro eretico.
Un affascinante contributo, di Giorgio Battistoni, racconta come nel 1921, per i seicento anni della morte di Dante, il Comune di Verona avendo deciso di aprire la tomba di Cangrande della Scala, il corpo fu trovato avvolto da indumenti di fattura islamica, riconducibili alla dinastia Ilkhanide, mongolo-persiana, 1256-1335: Verona commerciava con l’Oriente islamico. E non è tutto: Dante a Verona incontrò, secondo Battistoni, due letterati ebrei, Hillel ben Samuel e Immanuel ben Solomon (“Manoello Giudeo”), già membri a Roma di un’accademia di traduttori dall’arabico.
David Abulafia completa la raccolta con un saggio sugli “ultimi mussulmani” d’Italia, - la vicenda degli arabi internati da Federico II a Lucera – che non furono però gli “ultimi” arabi in Italia: ce ne saranno lungo la costa tirrenica, specie in Calabria e in Liguria, e nel Salento..
Una discussione spassionata, si tratta la questione senza pregiudizi né entusiasmi – uno pensa a Maria Corti, pure dotta filologa, e rabbrividisce. Il titolo ricalca quello di Asìn Palacios, la ricerca di un secolo fa che ancora sconvolge il politicamente corretto italico.
Jan M.Ziolkowski (a cura di), Dante and Islam, Fordham University Press, pp. 384 $ 28  

venerdì 20 dicembre 2019

Problemi di base dietristi (529)

spock
Com’è possibile che dietro la Brexit non ci sia Putin, le famose spie inglesi dormono?

E dietro i missili di Haftar?

E dietro Salvini?

E anche Grillo?

Dietro Kim Jong-Un?

E dietro Nancy Pelosi?

Non sarà Putin il Grande Improsatore?

spock@antiit.eu

Un’Inghilterra vecchierella

È stata uno spettacolo ridicolo, quest’anno, più che solenne la “processione”, amorevolmente seguita dalla Bbc, in automobile grigia, sotto un cielo cinereo, le guardie infagottate in costumi e pennacchi, per il “Discorso della Regina”. L’intramontabile sorretta da un erede bolso, più senile di lei, che legge un testo incomprensibile ai più. Che non ha scritto e di cui poco si cura. Cosa che si sapeva ma ora ha un altro senso. Malinconico,  polveroso.
È l’effetto Brexit. Dell’estraniazione, per cui le cose si vedono a distanza, e quindi in prospettiva. Gli inglesi non se ne vanno a cavallo, fieri, ma indietreggiando, coi forconi. Il ripudio  dell’integrazione con l’Europa è come un rifiuto del nuovo, di un confronto in campo aperto, per un retroterra chiuso, stinto, esausto.
È la platea che rinviava questa immagine. Affollata come uno stadio di calcio. Di tipi sanguigni, corpulenti, arruffati. Si sarebbe detta la nave dei folli. Ma contenti, sorretti dalle bevute.  

Cronache dell’altro mondo - democratiche (51)

Il più determinato, perfino violento, contro Trump è il gruppo editoriale Condé Nast, “The Ballot” e “The New Yorker”, che sono acquisizioni recenti. Condé Nast è l’editore di “Vogue”. E di “Vanity Fair”, “Glamour”, “GQ”, “GQ Style”, “Allure”, e di buon numero di pubblicazioni per palati fini. Trump si direbbe indigesto, nel paese dell’hot dog e dell’hamburger.
Fanno campagna per la presidenza quindici candidati nel partito Democratico – erano venti un mese fa, sei si sono ritirati, uno si è aggiunto, Bloomberg. Con carriere politiche molto diseguali, da sindaco di paese a governatore di Stato, a senatore, all’ex vice di Obama, Biden. Con grandi differenze di età, fra i 37 e gli 88 anni – Sanders ne ha 78, Biden 77. Un paio miliardari, Steyer e Bloomberg. Dodici hanno maturato il diritto a candidarsi in tv, in dibattiti serali, con lo stesso tempo, rigidamente calcolato. Ora ridotti a sette, con esclusione dei candidati di colore o ispanici. Tutti con ghostwriter e biopic, cioè con un tesoretto elettorale già nutrito.
Le campagne elettorali sono molto dispendiose. In minima parte coperte dai partiti, e solo per i candidati vittoriosi alle primarie. Le quali invece si combattono a spese proprie. Hillary Clinton aveva fondi elettorali senza confronto rispetto a quelli messi in campo dal pur miliardario Trump nel 2016 – è vero che Trump ha vinto.
Il finanziamento largo della campagna elettorale è ritenuto prerequisito di democraticità: il miliardario Bloomberg è escluso dai dibattiti in tv perché non vuole “donazioni”.
Quello di stanotte è il sesto dibattito promozionale televisivo di cui i candidati Democratici ala presidente hanno beneficiato in tre mesi. In America non c’è la par condicio.

Giuda tradito da Gesù

L’embrione della pandemia letteraria di “Giuda” che nel secolo scorso ha imperversato. Di un Giuda guaritore, come Gesù e gli altri seguaci, che si aspettava la ribellione a Roma, e alla fine deluso li abbandona. Una delle ultime opere di De Quincey, probabilmente l’ultima pubblicata, nel 1853 – tre anni dopo seguirà la nuova edizione  del saggio per cui è famoso, “Le confessioni di un mangiatore d’oppio”, ancora ben lucido. Brillante, naturalmente.
Sulla traccia dei suoi soliti “eruditi tedeschi”, De Quincey riflette sui pochi cenni alla fine (alla vita) di Giuda dei suoi compagni di avventura, gli apostoli. Dei quali pure era il tesoriere, cioè uno con esperienza di mondo, oltre a saper fare di conto, non un anonimo: poche parole nel vangelo di Matteo (“egli andò e si impiccò”), e notazioni stravaganti negli “Atti degli Apostoli”. In una “cadde a testa in giù”, in un’altra “si spezzò nel mezzo”, in una terza “i visceri si riversarono fuori”. Ne conclude che non ci fu tradimento ma delusione. I suoi compagni di avventura erano impacciati a trattarne, perché ne avevano condiviso le aspettative – prima di continuare l’opera alla quale col Cristo si erano avviati, di guaritori. 
Giuda è un eroe, in un sentito nazionalistico: uno di “un profondo patriottismo ebraico”. Infine deluso, come tutti i discepoli, dall’incapacità del Cristo di realizzare la restaurazione del trono di Davide. “Non era affatto la religione quello che, prima della crocefissione, ritenevano oggetto dell’insegnamento di Cristo; per loro era la pura e semplice preparazione di un progetto miseramente prosaico di espansione terrena” – loro, i discepoli. Il popolo attendeva un cenno per ribellarsi. E Giuda, “essendo il tesoriere degli apostoli, era verosimilmente quello dotato di maggior discernimento nelle cose terrene e aveva più dimestichezza con gli umori del tempo”.
In originale con la traduzione.
Thomas De Quincey, Giuda Iscariota, Ibis, remainders, pp. 95 € 4


giovedì 19 dicembre 2019

Ombre - 492


A Norcia tutto fermo tre anni dopo il terremoto. “La burocrazia non fa sconti”, deplora Sergio Rizzo su “la Repubblica”: “Il nemico era il sisma, ora è lo Stato”. No, sono i giudici: nessuno firma nulla perché i giudici non lo consentono. A L’Aquila, dove si è voluto fare presto, i giudici hanno processato tutti: i giudici di destra i politici di sinistra (Regione), i giudici di sinistra quelli di destra (Protezione civile). Poi assolti, ma ai giudici non gliene frega: sono una casta terremoti-esente. Nessuno li manda dentro per i loro interessi privati in atto d’ufficio, che anzi sono titolo di carriera.

Una militare quarantenne di Caserta, di stanza a Piacenza, in trasferta a Roma nell’operazione Strade Sicure, si uccide per motivi personali, che spiega in una lunga lettera. Ma per i 5 Stelle si uccide per protesta contro Strade Sicure  - i controlli anti-terrorismo islamico, le coltellate, i furgoni. Che ci dice il cervello? È un film. Ma questi governano Roma e l’Italia.

Macron alza da 62 a 64 anni l’età della pensione e la Francia si rivolta. Monti e Fornero l’hanno alzata da 62 a 67, e nessuno ha fiatato. È vero che si appoggiavano al Pd. Utile cinghia di trasmissione, via Cgil. I partiti servono ancora a qualcosa, e i sindacati?

Volendo leggere le cronache romane del delitto Sacchi non si capisce nulla. Tempi e luoghi sbagliati, nomi vaganti, testimonianze divaganti. Come d’estate nelle cronache dell’assassinio  Cerciello, sempre opera di giovani drogati. Anche le cronache nazionali non sono meglio. Le cronache giudiziarie mostrano la corda di cui sono tessuti, indiscrezioni, e fumo.

Lo stesso, senza il fumo?, per le cronache nazionali della Procura di Milano vs. Eni. Si sa che sì fanno molti processi, e tutti terminali per l’Eni, ma non si capisce perché e per come.
Il più curioso qui è che i processi terminali della Procura di Milano contro Eni non intimoriscono, come dovrebbero, gli investitori istituzionali e i grandi fondi, che continuano a comprare.  

Il presidente del consiglio Conte può andare a Ballarò”, su La 7, e dire incontestato: “Con i proventi della lotta all’evasione fiscale taglieremo le tasse del 20 o del 30 o addirittura del 50 per cento, e liquideremo nei conti correnti sino a 2.000 euro a chi paga in modo digitale”. Come no. Ma del 20 o del 50 infifferentemente, come capita?

Conte è confortato nel suo disinvolto proclama da Bersani. Che abbiamo dimenticato ma è il capo del Pd che aveva vinto le elezioni del 2013 e si fece distruggere dai 5 Stelle con lazzi e beffe.   

Sembra assurdo che tre giudici di Catania, Roberto Corsa, Nicola La Mantia e Sandra Levanti, chiedano in continuazione al Parlamento l’incriminazione di Salvini per sequestro di persona, nella questione immigrati, e lo è. Lo chiedono di nuovo perché ora la maggioranza parlamentare è contro Salvini, e quindi l’autorizzazione arriverà. È assurdo perché i tre, che presumono di attaccare Salvini, gli fanno una campana promozionale da mago delle urne – non ce lo fanno dimenticare un giorno.

Una pagina di quindici classifiche internazionali sul “Corriere della sera” conferma l’Italia per quello che è: un paese ricco, abbastanza bene organizzato, con molti quozienti di qualità, dalla formazione all’ambiente – in deficit si direbbe soltanto demografico, non si fanno più figli. Ma tra gli indici basici si mette incongruamente , in senso negativo, il “maggior utilizzo di contanti”, che l’Italia non utilizzerebbe – in compagnia del Giappone, certo.

Festa grande in Inghilterra per i giovano conservatori working class, che hanno sbaragliato il partito Laburista nei suoi feudi tradizionali. Con un’ombra: qualcuno di loro ha criticato George Soros. E questo non si può. Per quale motivo? Non si sa. Non è Soros uno speculatore – affossò la sterlina, oltre che la lira? Ci sono buchi neri nell’informazione.

Al primo posto per  tempo speso ogni giorno nei social vengono la Filippine, con 4 ore e un minuto al giorno per ognuno, la Nigeria, con 3 ore e 36 minuti, e il Messico, con 3 ore e 10 minuti. Chi meno ha elettricità più se la gode. O l’inversione dei bisogni.


Cronache dell’altro mondo – trumpiane (49)

Trump viene rinviato a giudizio - dopo tre anni di tentativi alla cieca, col Russiagate, le tasse, gli stupri - al Senato. Dove sarà assolto. È un’esercitazione mediatica, questa dell’impeachment, ma contro Trump?
L’accusa è che Trump ha negato gli aiuti militari all’Ucraina, condizionandoli a un’indagine sugli affari dubbi nel paese del figlio di Biden, il vice di Obama. Affari di cui per ora non si parla ma che inevitabilmente saranno al centro della campagna elettorale dopo giugno, se Biden dovesse risultare il candidato presidenziale democratico.
Nessun responsabile ucraino, né della passata presidenza, né di quella eletta quest’anno, testimonia nel senso voluto dall’accusa, che Trump ha condizionato gli aiuti militari alle accuse contro i Biden. I testimoni sono tre funzionari del dipartimento di Stato. Del partito Democratico.     
L’incriminazione è stata voluta dalla presidente della Camera dei Deputati Nancy Pelosi. Che, ottant’anni a marzo, si esibisce nell’incriminazione di Trump con look da quarantenne. Un siluro a Biden?

Leonardo francese

Una superba edizione dei taccuini di Leonardo, per le celebrazioni vinciane che si chiudono. Una edizione che manca in italiano, non da ora. E illustra Parigi come il centro delle celebrazioni – a Milano c’è solo una coda (a Firenze niente…). .
Tutti i taccuini, morali (filosofici), letterari e scientifico-tecnici. Con la famosa presentazione che nel 1942 ne fece Paul Valéry. Una cronologia estesa, molto illustrata. La riproduzione delle opere di pittura. Molti disegni in facsimile, un paio di centinaia.
I testi sono sempre quelli del 1942, asseverati e annotati da Edward McCurdy.
Il volume è doppiato, sempre in chiave celebrativa, da un album musicale, “Leonardo da Vinci, la musique secrète”. Con notevoli testi e illustrazioni, e musiche dell’epoca che in qualche modo si riconducono ai canoni leonardeschi. Collazionato e presentato dal complesso Doulce Mémoire, di Denis Raisin Dadre.

Léonard de Vinci, Carnets, Quarto Gallimard, pp. 1.656, ill. € 33



mercoledì 18 dicembre 2019

Problemi di base alluvionali - 528

spock
Lannutti contro la Banca d’Italia: tempo d’alluvione, pure gli stronzi vengono a galla?

O il ministro Patuanelli contro Mittal – Patuanelli?

O meglio Lezzi, con i boccoli?

E Di Maio contro Erdogan?

I missili di Guerini contro quelli di Putin?

E gli avvocato di paese commissari alle grandi aziende, di cui non capiscono nulla, Ex Ilva, Alitalia, Popolare di Bari?

Saranno i grillini il partito degli avvocaticchi?

spock@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (162)

Si prospetta e si impone attraverso i media il pagamento di qualsiasi cifra con carta di credito come rimedio all’evasione fiscale e al riciclaggio di denaro sporco. Mentre non ha nulla a che fare con queste finalità – il denaro è tracciabile comunque. Ma serve solo a pagare un quid alle banche e agli intermediari finanziari. A farlo pagare ai consumatori-utenti. Impercettibile, ma comunque un costo.

“Nel 2018, dicono Ocse e Cgia, le pressione fiscale reale ha superato già di oltre sei punti quella ufficiale, toccando il 47,9 per cento” – il “Corriere della sera” conferma quanto questo sito spiegava un mese e mezzo fa.

Si continua a presentare il mercato libero, ora dell’energia, come un beneficio per gli utenti. Mentre è palese a tutti, si vede dalla bolletta, che il costo dell’energia è aumentato sul mercato libero e in molti casi (le utenze a basso cosumo) più che raddoppiato. Ciò si vede nella voce di costo materia energia, e più nelle due voci sussidiarie (ma enormemente costose) del trasporto-trasmissione e del contributo alle fonti di energia rinnovabili, che si pagano a prescindere dai consumi.

Senza contare il costo dell’Aurorità di settore, che non serve praticamente a niente - se non ad avallare i “ritocchi” alle varie voci della bolletta, a beneficio sempre degli operatori, Terna, Tim, Snam, e le miriadi di fatturatori. Non a garantire i consumatori, funzione per la quale Prodi l’ha creata tredici anni fa.

Il costo di elettricità e gas è più che raddoppiato con la liberalizzazione del mercato. La liberalizzazione è una grossa truffa reiterata, a danno dei consumatori: il mercato resta oliogopolistico, controllato da pochi soggetti dominanti, esente da regolazione.

Il contributo alle fonti di energia rinnovabili, “oneri di sistema”, va a operatori  ignoti e ad attività opache. Niente è certificato e riscontrato: l’ammontare esatto delle quantità di energia da fonte rinnovabile prodotta, e soprattutto il loro utilizzo in rete. A fronte di un contributo per kWh e mc. che è fisso, e può essere superiore al costo della “materia energia”, del consumo effettivo di fonti di energia.


Che ci stiamo a fare in Afghanistan

Non si sa perché stiamo in Afghanistan. Cioè si sa, ma non è una ragione: siamo buoni, distribuiamo aiuti, proteggiamo le ragazze che vogliono andare a scuola, educhiamo il paese a vivere in democrazia. Manteniamo l’ordine democratico, si dice. No, il paese è sotto il giogo occidentale, per quanto benefico. Ma non efficiente, poiché siamo lì da quasi vent’anni e, al costo di decine di morti ogni giorno, anche dei nostri, e fuori dai nostri ridotti, il paese è talebano – era e resta tribale, a dominanza talebana.
Distribuiamo anche migliaia di stipendi ogni mese, ai volenterosi collaboratori, e alle truppe di un esercito afghano che di fatto è lì solo per la diaria. E lo sappiamo: siamo stati e restiamo truppe d’occupazione, intelligenti e generose quanto si vuole, ma straniere. Con gli stessi soldi, molti meno, e meno morti ogni giorno, avremmo potuto organizzare un’emigrazione ordinata, degli afghani che intendono emigrare, nei nostri o in altri paesi – invece di lasciarli alle mafie.
Si dice l’Occidente, la democrazia, la scuola. Ma che scuola? Di che intelligenza?