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martedì 7 gennaio 2020

Di bolla in bolla

L’economia globale va da trent’anni – gli anni della globalizzazione - lungo un trend ascendente, ma con cadute profonde, repentine, a ciclo quasi continuo. Almeno tre di grandi dimensioni. Q ella delle dot.com. Quella dei mutui subprime. Che ha trascinato la grave crisi bancaria europea. E ora quella del bigtech. Perché non c’è dubbio che le aziende che pompano il mercato volino su una gross bolla speculativa: non c’è qualità, inventiva. redditività che consenta di raddoppiare di valore ogni pochi mesi: Apple è raddoppiata nel 2019, senza nuovi prodotti, Facebook è cresciuta del 54 per cento, benché sotto vari processi per infrazione alla sicurezza, Microsoft del 60 per cento, anch’essa senza novità, né di prodotto né di sistema.
Maria Teresa Cometto si diverte su “L’Economia” a calcolare quanto valgono le Cinque Grandi del  Tech in Borsa a fine 2019 (Apple, Microsoft, Amazon, Alfphabet-Google-Youtube, Facebook): tutte insieme fanno 5 mila miliardi di dollari. Più della Germania, che ne vale solo 3.863 – o di Italia e Francia messe assieme, che assommano a 4.695 (o Canada, Brasile e Spagna, quasi 300 milioni di persone, 4.764 – o Corea del Sud, Brasile e Messico, quasi 400 milioni di persone, che che “valgono” anche meno, 4.750). Un’azione Apple vale oltre 300 dollari – almeno, si paga.
E che cosa rappresentano queste superpotenze? Internet, musica, video, vendite a domicilio. E pubblicità. Fuffa.
Non dissuade nemmeno il contenzioso, che in Borsa solitamente è letale. Facebook si confronta in ogni paese con contestazioni virtualmente letali: il fisco, e l’uso improprio dei dati personali, l’abuso degli stessi, il monopolismo, la moneta virtuale. Domina i social con Facebook, Messenger, Instagram e WhatsApp, ed è quindi le forche caudine della pubblicità. Ma un patrimonio di che consistenza?

L’Italia si lecca le piaghe, bancarie e non

Alitalia, Monte dei Paschi, Tiscali sono solo le punte, di una massa di fallimenti ormai senza fine. Non in senso tecnico, nessuno fallisce, ma di imprese che scompaiono dal mercato, tradizionali o innovative. Col capitale azzerato, l’Alitalia tre volte, il Monte dei Paschi due. Ricostituito, con l’assistenza di primarie banche d’affari, per essere abbattuto subito dopo. C’è di che scappare dal mercato, e il risparmio, poiché ancora l’Italia si caratterizza per un risparmio elevato, non sa dove andare – perfino il conto corrente o di deposito è a rischio.
Per il solo settore bancario Fubini elenca su “L’Economia” diciotto casi di dissesto negli ultimi dieci anni. Con danni per gli azionisti e per gli stessi correntisti. Colpa del mercato, così come viene inteso ed è stato propagandato. Ma in Italia anche delle banche. E non tanto per condotte criminose, a parte qualche caso, identificabile, nelle banche locali o piccole, quanto per l’incapacità di gestire il risparmio. Di ristrutturazione in ristrutturazione lo hanno affidato a ex cassieri o banchisti di terza fascia che ne sanno poco o niente. Se non di vendere i fondi e le assicurazioni che la banca dà incarico di vendere – il vostro portafoglio è della banca. 
Gli italiani risultano ignoranti in materia finanziaria - secondo le solite statistiche di chi non si sa ne sanno meno dei beduini degli Emirati Arabi, dei serbi, degli ucraini, dei tunisini, dei montenegrini... Di fatto, si sanno difendere - il mercato non é amichevole, è una serie di trappole. Ma tendono a fidarsi delle banche.

Le perle di Pirandello

Un taccuino di poco posteriore al “Taccuino segreto”, che Annamaria Andreoli aveva appena pubblicato. Questo parte del fondo Pirandello alla biblioteca di Harvard, che lo aveva rilevato da un libraio antiquario di New York – il lascito di Pirandello è stato disperse dagli eredi. Fausto, Stefano, Lietta e i loro figli.
Una cornucopia di spunti: di poesia, teatro, racconti, romanzi, riflessioni. Ordinata e rifinita.  Da “cacciatore di parole” (A. Andreoli) soprattutto. Modi di dire. Di cui le curatrici ritrovano “un utilizzo piuttosto metodico e sistematico” nell’opera.
La redazione datano in quattro periodi: il primo foglio attorno al 1887, seguito da un blocco databile attorno al 1897-98, poi la sezione principale, dal reperto 4 al 7, negli anni 1898 e 1901-2, infine un segmento finale di tre pagine, non databile, ma anteriore al 1916.  Segue un lavoro minuzioso di tracciamento delle annotazioni nei racconti, i romanzi e i drammi. Per un centinaio di pagine piene di fittissime. Con un inedito utile collegamento di Pirandello a Pascoli - una storiella non da buttare.
Pascoli aiuta Pirandello a pubblicare, benché debuttante sconosciuto, fresco germanista degli studi a Bonn, la sua traduzione delle “Elegie romane” di Goethe. Ma si vede dal giovane sconosciuto deprezzata, sotto pseudonimo, la quarta edizione di “Myricae”.  Mentre con Gnoli, che ha stroncato il libro di versi da lui subito proposto dopo l’avallo di Pascoli alle sue “Elegie romane”, la raccolta “Mal giocondo”, Pirandello progetterà di rilevare dieci anni dopo la “Nuova Antologia”. Investendoci i soldi, notano le curatrici, della dote non ancora ricevuta della moglie Antonietta Portolano, attesa fin dal giorno delle nozze – di Pirandello si sa tutto, scriveva di tutto ai familiari e agli amici, di ogni minimo evento quotidiano.
Un’edizione critica, sebbene in economica, che è un racconto del racconto. Uno dei tanti “cartolari, scartafacci”, nella terminologia pirandelliana. Per afferrare, si dice, “le idee del tempo - idee circolanti – quasi aria d’idee, aria per l’anima, aria che l’anima respira e di cui si nutre”. Con liste di autori soprattutto interessati alla verbalità, di verbalità inventiva. Ombretta Frau e Cristina Gragnani decifrano il taccuino, riga per riga con annotazione esplicative e riferimenti esegetici, che fanno riemergere il taccuino nell’opera, con un lavoro costante di utilizzo e riutilizzo – come se Pirandello non scrivesse sull’ispirazione del momento ma componesse le sue ricerche. Una ricostituzione delle fonti per la gioia dei filologi, come pescatrici di perle.
Luigi Pirandello, Taccuino di Harvard, Oscar, pp. CLVIII + 161 € 6,80

lunedì 6 gennaio 2020

Renatino

Aldo è professionista del poker, e per questo chiamato spesso a fare il quarto alle tavolate dei riccastri romani, un nobile editore, il direttore del “Messaggero”, anch’egli editore, e imprecisati uomini d’affari, il poker affratella – questo succedeva a Roma negli anni Settanta del Novecento. Ha cominciato presto, quando si preparavano le Olimpiadi, alla vigna del Cardinale fuori Ponte Milvio, in una bisca clandestina:
- Quelli erano delinquenti – ricorda aggrottando le ciglia, come se mettesse a fuoco sorpreso, o rimuovesse la rimozione: - Ricevevano nei saloni lussuosi al piano terra in smoking, tutti lustri. Ricevevano anche il questore, e un monsignore del Vaticano. Ma al piano di sopra, nelle sale da gioco, erano spietati. Quando giocavano tra di loro, questore compreso, no. Anzi facevano spedizioni col questore per divertirsi alla roulette, a Sanremo, a Montecarlo. – Sembra di capire che abbia fatto parte, in qualche modo, della banda, nomina sognante i casinò: - Ma quando capitava il pollo lo spennavano con calcolo. Avevano truccato anche lo chemin de fer. A un oculista di Latina proprietario di cliniche hanno preso tutto. Poi gli facevano recuperare qualcosa, a condizione che portasse un altro merlo. Il baro era il più giovane, Renatino, sembrava che le carte seguissero da sole i suoi ordini. Renatino non vinceva, naturalmente, faceva vincere gli altri del gruppo. – Da questa esperienza, dal gioco, Aldo deriva la disponibilità all’attesa, non si fa venire le ansie.
Ora è morto, Renatino. Aldo è morto da tempo: era amico di Amilcar Cabral, il fondatore e leader del Fronte di liberazione della Guinea-Bissau, e quando l’indipendenza è stata raggiunta è andato a Bissau per i festeggiamenti, ha preso una malattia tropicale che nessuno a Roma ha saputo curare, con le colonie si è perduta anche la profilassi, ed è morto. La vedova di Renatino, sotto pressione nei giornali e in tribunale, decide di mettersi dentro le sue visioni di onnipotenza. Non sapendo come presentarsi, non è neppure vera moglie, con le pubblicazioni di legge, decide di usare Vigna del Cardinale come lasciapassare. Amuleto, parola d’ordine. Non ha nulla da perdere. Era una bambina allora, abitavano l’alloggio del portiere e vedeva tutti quelli che entravano e uscivano, i vestiti bianchi, candidi, i mantelli, le scollature, le pellicce, i cappelli vistosi, le macchine grandi, lucide, silenziose, gli autisti con visiera e guanti bianchi. E funziona.

Per primo il Capo della Polizia. Poi due onorevoli, uno sottosegretario e uno ministro, alla Giustizia questo. Dei costruttori, degli editori, dei commercianti, quasi tutti peraltro falliti, non si sopravvive al gioco, non si cura, li ha cancellati per una sorta d’inavvertito automatismo, come se i soldi valessero meno del potere. Poi si reca dal Presidente del Banco. Infine dal cardinale. Che non la riceve ma la manda dal canonico. Che la colma, non in senso biblico, ma preveniente, sempre sorridente, sollecito, amorevole, obbediente, sembra che dipenda dalle sue labbra. E ha l’idea della tomba nella basilica, privilegio di principi e santi. L’unico rimpianto, l’unica mancanza che adesso sente, è anzi che il canonico non l’abbia impregnata, benché vecchio e secco, o il ministro, benché grasso, o il Capo della Polizia, con tutti i suoi denti gialli. Un desiderio urgente, una sorta di furore, la certezza che il potere l’avrebbe elettrizzata. Come un moto perpetuo, perché dopo è sempre vuoto. 


Padre Brown-Sherlock Holmes 4-0

“Sherlock Holmes è il poliziotto «protestante» che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione. Padre Brown è il prete cattolico che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confession e  dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità”. Addirittura. Padre Brown-Sherlock Holmes 4-0, si direbbe. Cappotto. Con un anticipo, siamo nel 1930, di molta filologia ecoumbertina su induzione e deduzione.
Miglior giudice è anche Gramsci – senza dubbi - dei due autori: “Chesterston è un grand artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari”. E questo è vero, Sherlock Holmes è pieno di parole inutili, specie i romanzi. Seguono gli appunti sul romanzo popolare: perché il poliziesco ha successo, ha avuto successo immediato appena tradotto.
Due accenni di Gramsci a Sherlock Holmes e Padre Brown bastano a montare una deliziosa riflessione sui due personaggi, sul giallo, e sul cattolicesimo vs. il protestantesimo – un giallo filologico. Da un ciclo di tre incontri “Gramsci in giallo”, organizzato a Bologna nell’ottobre del 2017. Da cui sono stati estratti gli interventi di Chiara Daniele, già direttrice della Fondazione Feltrinelli, che ha curato (con Aldo Natoli) molto Gramsci. Del gesuita Jean-Louis Ska. E di Alessandro Zaccuri, lo scrittore di “Avvenire”, che parte da lontano, dall’eterna questione unde malum, perché c’è nel mondo tanta cattiveria.
Gramsci mette Sherlock Holmes a confronto con Padre Brown in uno scambio di lettere con Tania Schucht, appassionata del prete detective. E riprende l’argomento nelle note sulla letteratura popolare, al Quaderno 21, monografico. Anche Gramsci aprezza Brown, ma in quanto caricatura del poliziesco, di attrazione quindi letteraria, non “scientifica”. E in quanto presa in giro, da cattolico, del “modo di pensare meccanico dei protestanti”, scrive a Tania il 30 ottobre 1930.
A Gramsci Sherlock Holmes non piace, e ne dice ripetutamente la ragione. “In Sherlock Holmes c’è un equilibrio razionale (troppo) tra l’intelligenza e la scienza”, mentre “oggi interessa di più l’apporto individuale dell’eroe, la tecnica «psichica» in sé e quindi Poe e Chesterston sono più interessanti ecc.”.E poi la tecnica dell’indagine è fatalmente superata, le “prove” chimiche, fisiche, la metodologia.
Tutto chiaro. Con qualche perplessità. Daniele rileva in nota, alla fine del suo intervento, che “nel suo confronto Gramsci non tiene conto del fatto che, all’inizio della loro formazione, il cattolico era Conan Doyle e il protestante G.K.Chesterston”. Che da anglicano si fa cattolico, precisa Ska, al centro del suo intervento, a quarantotto anni, quindi nel 1922. Mentre Conan Doyle è nato a Edimburgo in una famiglia cattolica, da madre irlandese. I cui fratelli  - morto presto il marito alcolista, in un manicomio – si occuperanno dell’educazone di Arthur. Che fece le scuole “per sette anni nel celebre collegio dei gesuiti di Stonyhurst, nel Lancashire, poi, per un anno, in un’altra famosa istituzione gesuita, il collegio Stella Matutina di Feldkirch, in Austria, a due passi dalla frontiera con la Svizzera”. Dove lesse Poe. Fu poi, studiando medicina, che diventa agnostico, “sulla scorta delle teorie di Thomas Henry Huxley, grande sostenitore di Darwin” – finendo nello spiritismo: “In poche parole, Chesterston era certamente più anglicano di Conan Doyle”.
Si può aggiungere che il primo Padre Brown è del 1911, “La croce azzurra”, e quindi di undici anni prima del ritrovamento della fede e la conversione al cattolicesimo, con (ri)battesimo. Con una presentazione non lusinghiera: “Un prete cattolico-romano di statura bassissima, che veniva da un villaggetto dell’Essex. Quel pretucolo…” ha “un viso rotondo e inespressivo come gnocchi di Norfolk, gli occhi incolori come il mare del Nord”, etc.
Antonio Gramsci, Sherlock Holmes & Padre Brown, Marietti 1820, pp. 75 € 8

domenica 5 gennaio 2020

Ayatollah perplessi

La reazione iranana allo schiaffo americano ancora non c’è stata, ed è di ardua maturazione: perché la morte secca di Suleimani e Muhandis ha di nuovo scosso gli equilibri fra gli ayatollah. La penetrazione tutti azimut di cui Suleimani è sato l’artefice, in Libano, Iraq, Siria, Yemen, mentre il paese stringe la cinghia e non ha più valuta per armarsi, è in contestazione.
Sottostante al dibattito tra i grandi ayatollah è probabilmente anche la nozione – sempre presente a Teheran – che si possono sfidare gli Stati Uniti a parole, come Grande Satana eccetera, ma è necessario evitare il confronto diretto. Come Teheran ha sempre fatto, prima dell’assedio inscenato da Suleimani e Muhandis all’ambasciata di Baghdad. Il cui effetto, al di là della morte dei due generali, sarà il mancato ritiro delle forze statunitensi ed europee dall’Iraq – che a quel punto sarebbe stato preda delle meglio organizzate forze sciite, anche se i sunniti sono la maggioranza.

Europa smarrita, nel Medio Oriente dopo gli Usa

Il caso Suleimani - l’assedio all’ambasciata Usa e l’attacco col drone al generale - congelerà per qualche tempo il ritiro americano dal Medio Oriente, in programma nei piani strategici, militari e diplomatici, già da una decina d’ann, dalla prima presidenza Obama. Da quando cioè gli Stati Uniti  sono diventati di nuovo autonomi nelle fonti di energia, e anzi esportatori netti. Trump, che in iù occasioni questo ritiro ha reso pubblico, si è già trovato costretto a rinforzare, al contrario, la presenza Usa, e a elevarne armamento, preparazione e regole d’ingaggio: non più forze di polizia ma di guerra.
Per l’Europa, che pure protesta, o finge di protestare, per la risposta americana all’Iran, è una boccata d’ossigeno. Nessuna strategia europea per il Medio Oriente è stata infatti elaborata nel passato decennio in previsione del ritiro americano – se si esclude un assurdo “volemose bene”, che in Nord Africa e Medio Oriente è preso per stupidità o incapacità. La prima reazione agli eventi in Iraq mostra però che l’Europa continua a non valutare gli assetti strategici in evoluzione. Niente si programma o si progetta - solo la vecchia puzza al naso nei riguardi dell’America (di Trump, poi), con l’albagia di chi si ritiene più furbo degli ayatollah.

L’Italia levantina

Molto lutto si fa in Italia per l’Iran. Corrispondenti compunte di Rai e Sky celebrano con gli occhi, col tono, e perfino, niente ipocrisia, con le parole, il martirio del generale iraniano che ha fatto migliaia di morti, in massa e a tiro singolo, fuori dell’Iran e in Iran. Non dicono che il regime degli ayatollah è malvisto in Iraq e in Libano e anche in Iran. Che le manifestazioni antiamericane, di giovani per l’occasione mezzo sbarbati, con cartelli in inglese, bandiere bruciate, slogan in puro yanqui, sono provate – nel senso della prova teatrale, sono professionali. Che le folle dei siti e le tv sciite si compongono a casa dei mullah. Con il controllo uno per uno dei partecipanti, soprattutto le donne. Che le mobilitazioni sono organizzate, per distretto e per cellule.
Alle facce compunte delle inviate e corrispondenti sui tg fanno eco su “la Repubblica” e il “Corriere della sera” esperti, generalmente inglesi e americani, qualcuno dichiaratamente ex spia, che sanno poco d’Iran e di Islam, ma hanno Trump sulle palle, o mostrano di avercelo perché così bisogna, e quindi danno addosso. Anche loro all’America. Questi però con più furbizia.
Uno spaccato deprimente dell’informazione, in occasione della risposta americana alle tante provocazioni degli ayatollah. Tutti insieme riemergono il papato sudamericano, il fascismo eterno, e un filoislamismo che è solo antisemitismo latente.
L’orientalismo è morto, per sue turbe palesi, e niente ne ha preso il posto – ci resta solo il “levantinismo”, la furbizia, un po’, da palazzo Chigi in giù. Si presentano gli ayatollah come una forza democratica e antimperialista, mentre è un regime fascistoide. Anzi fascista, di manifestazioni sempre “oceaniche” – come dicono le giornaliste tv: l’alternanza a Teheran fra un governo moderato e uno estremista è decisa a tavolino, dal consiglio degli ayatollah,  non è il risultato del voto, che è ipercontrollato. Un regime che ha riportato indietro di un millennio una popolazione colta e compassionevole, e un paese moderno e anche avanzato. Che governa con le e secuzioni sommarie – nel solo mese di dicembre ha fatto un centinaio di morti - e con le mance, le sovvenzioni.  

Il giallo di Trump scritto da Clinton

Sembra scritto oggi – la killer ha perfino voglia di Andrea Bacchetti che suona il concerto per clavicembalo n. 4 (di Bach, la gelida killer solo ascolta Bach) al Teatro Olimpico di Vicenza, senza nemmeno un errore di spelling . Il presidente deve già ordinare l’attacco a due capi terroristi, che si incontrano per pochi minuti nello Yemen, con un missile da un drone. L’unica differenza è che uno dei due si protegge con i figli, sette, scudi umani – il caso Suleimani complicato con quello al Baghdadi: il capo jihadista del romanzo si chiama anche lui Suleiman. Mentre deve difendersi dallo Speaker, il presidente della Camera dei Rappresentanti, che cerca una “scorrettezza presidenziale” qualsiasi per incriminarlo. Il famoso impeachment, liquidato col disprezzo: “Il presidente Gerald Ford disse una volta che una reato impeachable è qualsiasi cosa la maggioranza della Camera dei Rappresentanti dice che lo è” - un gioco a costo zero, contro l’opportunità di entrare nella storia, “rimuovere un presidente dalla carica”. Una storia che avrebbe potuto scrivere Trump oggi ma l’ha scritta Clinton un paio di anni fa.
La “scorrettezza” è ricalcata su quella imputata a Hillary Clinton segretario di Stato nel 2012, quando l’ambasciatore americano in Libia fu ucciso a Bengasi dai jihadisti con i quali era andato a negoziare. La mattinata si è aperta con i notiziari tv “falsi, tutti”, Msnbc, Cbs, Fox, Cnn – “dove raccolgono tutta questa merda?”, riflette il presidente, e si risponde: “Devo ammettere che è sensazionale, e il sensazionale si vende meglio”. L’Arabia Saudita si viene a sapere che sarà governata da un principe ereditario di soli 35 anni, in un regime di vegliardi, nominato successore dal proprio padre, contro le abitudini e le regole della famiglia. E il sospetto è già che sia la Russia a manovrare i cyberattacchi. Mentre l’Europa è già scomparsa – “non esiste”. Nell’epoca della sorveglianza: video, telefonica, social, hacker.
Una attualità che fa rabbrividire. E anticipazioni assurde, ma chi sa? Squadre di ucraini antirussi si aggirano mercenarie per l’Europa e il Nord Africa – queste ci sono probabilmente già, in Libia, mandate da Putin, i cecchini a colpo singolo. Al soldo di un terrorismo jihadista, o di chi tira le fila del terrorismo jihadista. Che considera suo feudo “l’Europa centrale e sud-orientale” - come direbbe il segerario di Stato Pompeo oggi? Il killer è donna: bella naturalmente e giovane, e rigorosamente vegetariana, “non si uccidono gli animali” – oltre che in simbiosi con Bach dentro le cuffie. Lei stessa è una sopravvissuta delle guerre jugoslave, dei massacri serbi. Il capo jihadista Suleiman è turco. E, novità nella novità, “non è musulmano. È un estremista laico e nazionalista che vuole combattere l’influenza occidentale sul Medio Oriente e sull’Asia centrale.  Il suo Jihad non ha nulla a che fare con la religione”. È anche un cyberterrorista più che un assassino sanguinario, ma per questo più temibile. 
Nelle poche ore di un venerdì che precede la scomparsa del presidente molte cose avvengono o sono discusse alla Casa Bianca che si sono avverate per Trump, in questo romanzo pubblicato due anni fa, dopo una laboriosa gestazione, con due scalette e “molte, molte stesure”. Il meccanismo è quello del Mafia-Stato: contro la minaccia cercare anche un contatto diretto col nemico. Qui il pericolo da scongiurare è più grande: una attacco informatico che distruggerebbe la potenza militare e l’economia americane. Un attacco che si sa essere in itinere – una prova generale, in piccolo, è stata effettuata a Toronto in Canada,  uno “spauracchio” è stato fatto circolare al Pentagono  – ma non si sa quando e in che modalità. Il presidente è convinto che il terrorismo jihadista è manovrato e pagato, e decide di “vedere” di persona le poste in gioco. E parte l’azione. In poche ore, le quarantotto di un week-end prima della seduta lunedì della Camera dei Rappresentanti dove il partito avverso e, nel proprio partito, i concorrenti, non vedono l’ora di pugnalare il presidente. Proprio su contatto cercato col nemico. Su questo termine ristrettissimo Patterson costruisce un coinvolgente suspense – benché alla 007, spettacolare più che credibile.
Tutto è all’ultimissima piega della politica. Molte donne alla Casa Bianca e al potere. Donna è anche il killer professionale: bella e tutto quanto, e fredda. I media sono marci. I servizi segreti burocratici. La rappresentazione è amara del sistema politico americano, un truogolo da basso impero: “frustrazione, polarizzazione, paralisi, decisioni sbagliate, opportunità sprecate”. Da parte  di Clinton, il presidente americano del più lungo boom economic (prima di questo di Trump….), cui si deve per chiari segni il quadro politico: avvelenato contro il Congresso, un branco di intriganti, e contro i media, una mandria di sciacalli. Più amaro considerando che la vicenda personale di Clinton, del tentativo di incriminazione, viene aggiornata a venti anni dopo, quelli che stiamo vivendo, a carico di un presidente che dovrebbe incontrare per troppi motivi la sua disistima. In un mondo senza più privacy, sotto “la videosorveglianza, le intercettazioni, i social media, gli hacker” - senza più personalità, possibilità di essere se stessi.
Infine “arrivano i nostri”, come si deve – il presidente è ancora qui per raccontarcela, il racconto è in soggettiva. Ma non è più una favola, certamente non eroica.

Bill Clinton-James Patterson, Il presidente è scomparso, Longanesi, pp. 496, ril. € 22

sabato 4 gennaio 2020

Ombre - 494

Si sono letti per anni commenti critici o sgomenti sul ritiro americano dal Medio Oriente, e ora che il capo del terrorismo iraniano muore sotto l’attacco ordinato da Trump, si finge timore e tremore. Ignoranza non è - sanno tutti chi era Suleimani. È il cupio dissolvi. Che però è sempre servile, anche se non sa a chi – all’islam (e a quale islam)? all’antiamericanismo vaticano? al reducismo Pci?  

Il generale Suleimani, organizzatore delle milizie speciali iraniane, ha fatto decine di migliaia di morti in Iraq, alle moschee e le madrasse sunnite di preferenza. Migliaia di morti americani, in Irak e in Siria – oltre ai tanti siriani oppositori di Assad. Centinaia di morti in Iran nel mese di dicembre, su cui ha imposto la censura più stretta. Ma di questo non si legge oggi su “la Repubblica”, poco sul “Corriere della sera”. Il generale è un eroe e un padre della patria.

Per caso “La Lettura”, il settimanale del “Corriere della sera”, ha oggi due pagine sul regime perverso degli ayatollah in Iran. Ma il quotidiano nelle sue tante pagine dedicate all’evento non ne tiene conto.

L’informazione in Italia, nei grandi giornali e alla Rai, è sempre compromissoria. Fatta di antiamericanismo vaticano e picista, e terzomondismo sciocco - ignorante. Si finisce così per essere laudatori del khomeinismo. Che se vuol dire qualcosa, è “morte all’Occidente” – un regime che governa con le forche.

Conte fa in modo da uscire sui giornali ogni giorno, gratuitamente. Brinda con gli operai dell’ex Ilva alla vigilia, visita la prima neonata del 2020, eccetera. Come già Veltroni. Una tecnica promozionale che però era dello scià di Persia, di Saddam Hussein, di Gheddafi, ed è di Erdogan: ogni giorno è il loro giorno. Ma  giornali pubblicano compiacenti, i giornali in Italia, nel 2020.

Coppi vs. Bongiorno, dunque, nel processo per le morti delle due ragazze a Corso Francia a Roma. Gli avvocati che hanno fatto assolvere Andreotti dalle complicità in Sicilia con Salvo Lima e i Di Salvo. E ora? La colpa sarà del semaforo?

Mino Raiola, il procuratore re dei calciatori, fa del pupillo Ibrahimovic, che gli riesce ancora di vendere a caro prezzo tirandolo fuori dalla pensione, un olandese. Ripetutamente. Mentre è svedese, a tutti gli effetti – in Olanda ha giocato due o tre anni, molto meno di quanto ha giocato in Italia o altrove. Il grande business del calcio è approssimato.

L’ira di Casaleggio contro i 5 Stelle (che non pagano): “Parlano di lobby e conflitto d’interessi ma mi risulta che 12 di loro abbiano quote in aziende”. A  beneficio delle quali, insinua, “hanno presentato in qualità di parlamentari leggi o emendamenti”. Un bel partito: è l’eterna (piccola) Dc.

Casaleggio non dice naturalmente chi e come, e anche questo è vecchio stile: qui lo dico qui lo nego. Che non è mafia, naturalmente.

Conte si fa intervistare da “la Repubblica” per dire che non immagina per sé “un futuro senza politica”.  Avremo l’Italia degli avvocati? Anche Grillo viene spesso a Roma per contatti con avvocati, lo studio Sammarco (Raggi), lo studio Tonucci (As Roma).

Si rivede “Il traditore” su Rai 1 con una curiosa sensazione. In uno dei tanti processi in cui il “traditore” Buscetta si porta testimone, contro Andreotti, l’avvocato Coppi ne demolisce la testimonianza. La curiosa sensazione è che l’avvocato faccia la parte della mafia, addirittura dei violentissimi Corleonesi.  La mafia non si può giudicare, solo perseguire? Ma allora anche Andreotti non si può – non si poteva - giudicare, solo perseguire.

Pasolini contro l’aborto

Alcuni degli articoli di Pasolini contro la “società dei consumi”. Fascismo è l’“omologazione” culturale. Intesa come standardizzazione, e “come normalità, come codificazione del fondo brutalmente egoista di una società”.
La condanna Pasolini estendeva alla legalizzazione dell’aborto: “Sono contro l’aborto” il “Corriere della sera” poteva intitolare il suo articolo del 9 gennaio 1975. Nel quale, dopo essersi pronunciato a favore degli otto referendum che i radicali proponevano, sull’onda di quello stravinto nel 1974 sul divorzio, spiegava: “Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio”. Una posizione che Pannella, promotore dei referendum, bollava allora curiosamente di “sfascismo”.     
Pier Paolo Pasolini, Il fascismo degli antifascisti, Garzanti, pp. 96 € 4,90

venerdì 3 gennaio 2020

Il bluff degli ayatollah

Visto per una volta il loro gioco, il poker degli ayatollah si mostra un bluff. L’America che mostrano di disprezzare ne ha colpito con precisione l’obiettivo principale, il capo del fanatismo militare dei religiosi. 
I khomeinisti hanno adottato e esacerbato la pretesa imperiale dell’Iran a quarta – perfino terza – potenza mondiale che era del defunto scià. Approfittando delle debolezza dei presidenti americani con i quali si sono confrontati, Carter, Reagan e Obama, o benign neglect. E delle furie inter-arabe, in Libano, in Siria, e dopo Saddam Hussein nello stesso Iraq. Ma sempre minacciando molto, e limitando il fatto. 
La risposta di Trump li ha spiazzati. Non hanno gli strumenti militari per reagire, a parte i missili terra-terra a pioggia, a caso. Contro l’America perdono l’ombrello di Putin. Mentre riattizzano l’animosità araba e islamica anti-sciita, per esempio in Turchia. 
La Shiia predica il sacrificio, ma l’Iran è stanco degli ayatollah: avrebbe dovuto essere la Turchia del Millennio, un paese trasformatore e integrato nei mercati, e ristagna nell’arretratezza, con infrastrutture (strade, acqua, luce) primitive. Proteste spontanee in tutte le città a dicembre sono state confrontate con decine di morti, e la censura più rigida. 
La violenta reazione verbale è il segno della debolezza dei religiosi che hanno sottomesso lIran. Contro Trump è d’uso dire tutto, e non costa agitare folle qui o là per i video. Ma l’Iran è diviso e stanco, e gli ayatollah lo controllano poco.

Ma gli ayatollah sono nemici di tutti

Non si saprebbe dire se è più ignoranza o voglia di resa (disprezzo di sé) o residuo antiamericanismo, ma l’allarme italiano, in tutte le tv e i notiziari, e la paura che si esibisce per le invettive roboanti degli ayatollah è sorprendete. Il tg Rai 1 trascura il terrorismo islamico a Parigi per esaltare il Generale Eroe. Uno che faceva uccidere gli oppositori elevando a mito, delle squallide manifestazioni telecomandate di  Teheran - le prefiche comparse a decine di migliaia. Gli americani riducendo a statunitensi.
Nella escalation irachena c’è il rischio di una nuova guerra, che sarebbe più ampia e coinvolgente di tutte quelle che il Medio oriente ci ha imposto. Il petrolio, le vittime, i rifugiati, siamo già preda del peggio. E in Italia abbiamo (Rai 1) il peso dello squallore vaticano. Ma è anche chiaro che c’è un diritto e un torto. E una forza e una debolezza.
E poi l’Iran non è la luna. Si sa che è governato male, da una dittatura religiosa, che è avventurista, tiene in scacco il Libano, Israele, e in parte la Siria, vuole la bomba atomica, e amministra ogni anno migliaia di impiccagioni. Suleimani era il creatore e lo stratega delle forze speciali iraniane, specialmente responsabili delle migliaia di morti, sunniti, in Iraq. Nonché della guerriglia Hezbollah e Hamas dal Libano e da Gaza contro Israele.

Il mondo com'è (391)

astolfo
Chi ha fatto la guerra – Il 19 settembre il Parlamento europeo ha approvato una mozione della Polonia sulla “importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, in cui si dice che la guerra fu voluta da Hitler e Stalin: il patto Molotov-Ribbentrop, del 23 agosto 1939, “ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale”. Accomunando nella condanna “le dittature comuniste, naziste e di altro genere”. Una risoluzione che ha suscitato una critica radicale sul “Manifesto” di una ventina di storici e intellettuali italiani, ex Pci e non, da Guido Liguori a Aldo  Tortorella. E ha rischiato una crisi diplomatica, con la Russia, presa nella celebrazione della vittori contro il nazismo. Come dirà tre mesi dopo Putin, parlando ai presidenti delle ex repubbliche dell’Unione Sovietica in una di queste celebrazioni: “Quando parlano dell’Unione Sovietica, parlano di noi”.
L’1 settembre, anniversario dell’inizio della guerra (una nave della marina militare tedesca attaccò la guarnigione polacca della fortezza di Westerplatte, alla foce della Vistola, nell’area tedesca occupata dalla Polonia dal 1918:  è l’atto che si ritiene l’inizio dell’invasione della Polonia), la Polonia ha organizzato una cerimonia celebrativa a cui ha invitato i leader delle potenze mondiali, eccetto Putin. Ha invitato anche l’ex presidente ucraino Poroshenko, finito nella corruzione, e il suo primo ministro Yatseniuk, autore della teoria che la guerra fu scatenata da Stalin e non da Hitler. Alla riunione non parteciperà neanche Trump – con la falsa giustificazione di impegni interni, per l’uragano Dorian, mentre si esibiva su un campo da golf.
Gli ottant’anni della guerra sono insomma una questione politica. Per il rinnovato antirussismo della Polonia. E per quelle nuovo dell’Ucraina, sempre più radicale da una ventina d’anni a questa parte – che ha già portato alla perdita della “repubblica autonoma di Crimea”, abitata da russi, e rischia la secessione del Donbass, il bacino minerario nell’Ucraina orientale, a forte presenza russa. C’è ampia materia di contesa, diplomatica e non.
Il 30 dicembre Putin ha fatto ribattere che all’origine della guerra c’è il patto di Monaco, sottoscritto nel settembre 1938 dalla Germania con l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna. Che diede via libera a Hitler per annettersi i Sudeti, smembrando la Cecoslovacchia. Mentre la Polonia del maresciallo dittatore Piłsudski e l’Ungheria del dittatore ammiraglio Horthy se ne prendevano vari pezzi – l’Ungheria di Horthy sarà poi in guerra a fianco di Hitler. La dichiarazione pubblicata dal “Manifesto” riporta le premesse della guerra all’invasione italiana dell’Etiopia (1935) e alla guerra civile in Spagna (a partire dal 1936). Nonché all’Anschluss, l’annessione dell’Austria ala Germania.
Sugli eventi che hanno preceduto l'ultimo conflitto mondiale è però tutto chiaro. I fatti erano stati accertati subito dopo la guerra, nei primi anni 1950, dallo storico britannico A.J.P. Taylor con più forza, e dalla storia diplomatica di Duroselle: non ci sono segreti diplomatici né militari. A  Monaco il 29 settembre 1938 Hitler, che il 13 marzo si è annesso l’Austria, ottiene l’annessione dei Sudeti, l’area tedescofona all’interno di Boemia e Moravia. In pratica la dissoluzione della Cecoslovacchia. Francia e Inghilterra si sono divise a Monaco, sulla prospettiva di confrontare la Germania. A questo punto la Francia si muove nella certezza che il prossimo attacco tedesco sarà sul Reno e al confine polacco, e cerca l’alleanza russa. Ma senza concludere: la definizione di un’alleanza militare ritarda, per le resistenze che i governi polacco e rumeno, per quanto vicini alla Francia, oppongono al diritto di passaggio delle truppe russe in caso di conflitto con la Germania.
L’argomento della Polonia oggi è quello del suo fantomatico governo in esilio al tempo del blocco comunista. Un argomento unico aveva negli anni 1960 a Roma l’ambasciatore in petto di questo governo presso la Santa Sede, Casimiro Papée, nomen omen, papalino infelice: nel 1939 la Polonia fu aggredita non soltanto da Hitler ma anche da Stalin, che intervenne a cose fatte, “alla maniera di Mussolini, per prendersi le spoglie”. Aggredita a tenaglia con ferocia, aggiungeva, “per essere cattolica”. Per lo stesso motivo nel 1944, quando la Polonia insorse, Stalin non l’aiutò. Senza il patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939, “Hitler avrebbe scatenato la guerra?”, era l’argomento supremo dell’ambasciatore in petto Papée: “La risposta è no. E fu Stalin a proporre il patto, divisione dell’Europa compresa”.
Non a torto, il Patto fu un momento di verità e non un errore: l’Urss incamerò dopo le vittorie di Hitler più territori e popolazioni della Germania. Ed è anche vero che in Francia il patto di Hitler con Stalin condurrà a una sorta di sabotaggio, benché non dichiarato, della produzione e dell’impegno militare da parte dei lavoratori e coscritti comunisti o filocomunisti. Il patto Molotov-Ribbentrop fu salutato da “L’Humanité”, il giornale del partito Comunista francese, con un titolo a tutta pagina in rosso: Hitler et Staline sauvent la paix”.
Ma è un fatto che all’Est Europa tutti i regimi erano fascisti, filotedeschi. Che l’Anschluss fu un trionfo nazista, l’Austria era entusiasta di unirsi a Hitler. E che Stalin ha sempre saputo che il suo nemico era Hitler. All’approssimarsi della guerra, dopo Monaco e la Cecoslovacchia, dopo la trionfale domenica delle Palme viennese, non potevano non impensierirlo le presunte aperture diplomatiche francesi, e anche inglesi: indecise – mai un vero negoziatore fu a Mosca - e comunque mai su piani o prospettive specifiche. Mentre è vero che il patto con Hitler gli diede due anni per preparare la guerra. E vincerla – poiché è vero che la guerra Hitler l’ha persa in Russia.  

Fenomeno Hitler – C’era anche un uomo Hitler dietro il dittatore. Ovvio, ma non per gli storici. A parere di Emilio Gentile, sul “Sole 24 Ore” di domenica, solo ora, con l’ultima biografia, dello storico e giornalista Volker Ullrich, si comincia a “ricostruire la singolare e sconvolgente  esperienza di un individuo che, dopo aver trascorso una giovinezza disordinata con la velleità di diventare un grande artista, nel 1919, all’età di trent’anni, a Monaco di Baviera, entra in politica come un ignoto reduce della Grande Guerra”. Il che non è esatto: la personalità di Hitler è stata più che studiata subito dopo la guerra, ma per concludere che era uno sciocco e un folle. Uno che, forse sorpreso e inebriato dall’aver conquistato la Germania in poche elezioni nei primi anni 1930, ha concepito il piano di impadronirsi dell’Europa operando in contemporanea tre guerre, a Occidente contro l’Inghilterra e gli Usa, a Oriente contro l’Urss e sul fronte interno contro gli ebrei - una macchina della morte che, a prescindere dagli aspetti morali, ha impegnato ingenti risorse. Una follia, da ogni punto di vista.
Ma Gentile ha ragione in senso più generale. C’è in atto una “umanizzazione di Hitler”. Dell’uomo prima del dittatore. Vegetariano. Occhi blu magnetici, eccetera. Scapestrato fino ai trent’anni. Figlio di un padre che ebbe tre mogli, in successione. Le ultime biografie analizzano la storia e il carattere del’uomo. I narratori la sua vita quotidiana e passionale – Geli Raubal, adorata nipote, suicida, Eva Braun, Magda Goebbels, le assaggiatrici (Alexander, Postorino), l’architettura.
Risorge il “fenomeno Hitler”, come sempre, quando si vuole sgravare la Germania dal peso di averlo adottato. Hitler non è Mussolini: non è un politico di lungo corso, né il capo della destra politica, è uno che s’impadronisce in un fiat della Germania sull’onda semplice del risentimento dopo la sconfitta. Con un solo argomento: l’odio. Contro i vincitori, i traditori (il colpo alla schiena), gli ebrei – per l’antisemitismo di cui Vienna lo ha contagiato negli anni di bohème.
Uno che fece la guerra facile, panzer contro cavalli, con l’aiuto di Stalin. E alla Francia cialtrona, con l’aiuto di Stalin via Comintern, occupando le Fiandre indifese. Dove il gioco fu duro, in Russia, nel Caucaso, in Africa, sempre ha beccato. Si scelse gli ebrei come nemici perché erano gli unici  indifesi, e gli zingari. Già gli italiani gli sembravano invincibili. 
Si vorrebbe accreditare a Hitler personalità eccellente, volendo bene alla Germania. Ma era un vorace opportunista, di frasi fatte beccate a destra e a sinistra, anche se di un’idea pagante, una sola:  per dieci anni capitalizzò sul bisogno di ordine che affligge le democrazie. Adunate, sfilate, film di Riefenstahl, sempre la viltà s’imbelletta - la viltà dei tedeschi è categoria da instaurare.

astolfo@antiit.eu

La scoperta dell’Africa

Si ride meno, anzi poco, e la cosa non è piaciuta ai critici – ma non c’è una critica della commedia,  I critici del cinema non capiscono la commedia. A parte le battute, anzi, e il solito personaggio sognatore fallito figlio di mamma, che si presta a tanti equivoci, un viaggio all’interno dell’immigrazione dall’Africa. Fatto a ritroso: Checco, il sognatore che nella rovina ha trascinato la parentela, riemerge cameriere in un resort africano per ricchi. Sono gli unici momento di spasso, il ristorante sushi nel paese delle Murge, e il cameriere in Africa che può seguire incognito “non visto”, un signor nessuno, le conversazioni dei ricchi clienti italiani. Poi comincia la Grande Traversata, il ritorno di Checco in patria come migrante. Allucinato e allucinante.
È il primo sguardo italiano su questa tragedia. Da vicino. Dal vero. Sembra impossibile ma è così: nessuno scrittore italiano, nemmeno un giornalista, si è mai avventurato su una traversata che ogni giorno da una dozzina d’anni fa tanti morti, tra tante abiezioni. Fra i drammi – i ricongiungimenti familiari, di donne e bambini. L’avventura, dei ragazzi. Le drittate, dei piccoli affaristi. Nella corruzione, a ogni piega. Nessuno che abbia mai voluto dare uno sguardo all’Africa, a parte il compiaciuto “bovero africano”, che esaurisce la francescana compassione, ci doveva pensare un comico. Che ci ha lavorato sopra due anni. E ora è sospettato di aver voluto fare il furbo, dai critici cinematografici come dai monopolisti della compassione.
Il politicamente corretto prevale, ed è il solo limite del film. Che a tratti dà l’impressione, e ne mantiene il ritmo, del musical, Lo Zalone-Medici è musicista e ne deve essere stato tentato - e sarebbe probabilmente stato un vortice travolgente. Col coraggio della Grande Traversata, Zalone avrebbe comunque avuto facile gioco, e fatto un favore agli spettatori, beffando i compassionevoli – che tanto non capiscono, ortodossi di non sanno che.
Checco Zalone, Tolo tolo

giovedì 2 gennaio 2020

Problemi di base renziani - 532

spock
Mi conviene di più la prescrizione o la sospensione dopo il primo gado?

Mi conviene votare per l’incriminazione di Salvini o contro?

Se bisogna dare ai giudici un politico in pasto, perché non lui?

Ma, senza la prescrizione, poi bisognerà dargliene un altro?

Mi conviene di più fare le elezioni o non farle?

Mi conviene di più il Pd inesistente di Zingaretti, Gentiloni e Conte?

Di quel Conte lacchè di Merkel, il democristianesimo eterno – dei pitocchi?

Mi conviene abbaiare, ma mordere?

spock@antiit.eu

Che lusso la noia

“La noia è lo sprone che fa marciare il mondo”. Un trattatello spiritoso lasciato inedito dal barone, offerto postumo nel 1790, a un anno dalla sua morte, ai residui abbonati dalla sopravvissuta “Correspondance littéraire” già del barone Grimm e di Diderot. Il severo materialista della “Morale universale” si dilettava anche de minimis, in tono più o meno faceto. Per esempio “Dell’arte di arrampicarsi, a uso dei cortigiani”.
Della noia e degli annoiati si era già occupato nei tre tomi dell’opus magnum in tono censorio, al t. 1, sezione III, cap. VIII, “Della pigrizia, dell’ozio, della noia e dei suoi effetti”, fustigando colui  “il cui spirito è senza cultura, senza altri mezzi di distinguersi nel mondo che il fasto, l’abbigliamento, il lusso, la fatuità”, e che “non sa mai come impiegare il suo tempo; porta di circolo in circolo la sua noia, la sua inettitudine, la sua presenza incomoda: sempre faticoso a se stesso, lo diviene agli altri; la sua conversazione sterile non gira che su minuzie indegne di occupare un essere ragionevole”. Bersaglio sempre il cortigiano, razza allora diffusa a Parigi e dintorni.
Qui rigira paradossalmente il punto di vista: “Tuttavia, se esaminiamo la cosa a sangue freddo troveremo che la noia produce esseri molto reali e ben caratterizzati, che gli annoiati hanno un ruolo molto rispettabile nelle società opulente e raffinate, e che la felicità degli Stati esige che ci sia un gran numero di annoiati”. Insomma, la noia è segno di benessere: “In effetti, è in seno alle nazioni ricche, istruite, civilizzate che la noia comunemente staziona; una nazione selvaggia, laboriosa, non ha il privilegio di conoscerla, tutti lavorano e nessuno ha il tempo né i mezzi di annoiarsi”.
Un paradosso con un brivido: l’orizzonte del barone è ristretto a Parigi e alla corte. Al più, il suo trattatello è sulla linea della “Favole delle api” di Mandeville - che sarà anche di Marx: dell’inutile come motore dell’utile. Ma presto si riprende: “Come ci si annoierebbe in un paese infelice in cui non ci sono né Avvocati né Autori né Medici né vapori. Dove tutti, perfino le donne, sono all’opera, e il lavoro come si sa è nemico mortale della noia”.
Poi si diverte. Specie con la noia dei filosofi: “attiva e passive”, “assoluta e relative”. Il noioso relativo esce da un film dei Vanzina, “un uomo fuori posto, uno che è gradevole per molti ma forse è agli occhi di sua moglie il più noioso dei mortali”. “Il noioso assoluto è quello che un sapiente italiano ha chiamato noioso di passo” – “in effetti, solitamente inoperoso, non ha altra funzione che tendere imboscate”. L’analisi si allarga agli sbadigli, alle “visite”, ai fischi in teatro, alla digestione dei ricchi. E ai sovrani: “Un sovrano che s’annoia mette in moto l’universo. Se Alessandro non si fosse annoiato…” Perché è come Omero dice, che chiama i re “mangiatori di popolo”: “Obbligati a digerire nazioni intere, devono avere lo stomaco molto affaticato e indigestioni frequenti…”. Ma il più resta da fare: “Ridurre l’arte di annoiare a sistema è scoperta riservata al progresso futuro dei Lumi”.
Paul-Henri Thiry d’Holbach, Apologie de l’ennui et des ennuyeux, free online

mercoledì 1 gennaio 2020

Letture - 407

letterautore
Bravo – In spagnolo - e nella Milano spagnola? – è “coraggioso”.

Brexit – “La nazione inglese, la meno educata dell’universo, è conseguentemente la più grande, la più imbarazzante e, fra non poco, la più disgraziata di tutte” – l’abate Galiani l’aveva previsto scrivendone a madame d’Ėpinay da Napoli il 4 agosto 1770. La “meno educata” intendendo come la meno costretta, addomesticata – per Galiani l’istruzione è imporre l’ingiustizia (la museruola, il passo, o il gesto costretti, i “programmi”, etc,), e di conseguenza la noia: “Non è l’utilità della cosa che interessa, ma che si abitui a fare la volontà altrui”.

Dante – Dante e l’islam è il tema più gettonato: almeno una dozzina di libri e saggi si chiamano “Dante e l’islam”, da Asìn Palacios in poi: Maria Corti naturalmente, Ziolkowski, Raffaele Donnarumma, Maria Soresina, Cesare Capone, Valerio Cappozzo,  Massimo Campanini, Valeria Pucciarelli, Giuseppe Baudo, Giordano Berti, la mostra a Milano nel 2011, Stefano Rapisarda, Brenda Deen Schildgen… ”.

Italiano – Wikipedia in italiano ha 1.572 mila voci. Meno dell’inglese, quasi sei milioni (5.982.000), del tedesco, che però ha le parole composte (3.375 mila), e del francese (2.164 mila). Quasi alla pari col russo (1.584 mila) e con lo spagnolo (1.564 mila), che pure hanno dieci e più volte il numero di parlanti dell’italiano. Molto indietro vengono Giappone (1.181 mila voci) e Cina (1.086 mila), insieme col portoghese (1.017 mila) – pur essendo questa la lingua anche del Brasile, dell’Angola, del Mozambico e della Guinea Bissau. C’è più domanda – e frequentazione - d’italiano? O la presenza è cospicua in virtù dell’acculturazione (la redazione di wikipedia è volontaria)? Questo è probabile – dopo l’italiano la lingua che ha più voci è il polacco (1.373 mila).

Lettura – “Si legge un libro per impulsi pratici…. E si rilegge per ragioni artistiche. L’emozione estetica non è quasi mai di prima lettura”, A .Gramsci, “Quaderni dal carcere”, Quaderno 21, Problemi della cultura nazionale italiana 1° Letteratura popolare, § Sul romanzo poliziesco.

Montalbano – Alessandro Zaccuri di “Avvenire” lo annette alla chiesa: il “Montalbano di Andrea Camilleri” dice - introducendo “Sherlock Holmes e Padre Brown” di Gramsci - “altro detective a suo modo «cattolico»”. Al modo cioè come Gramsci dice “cattolico” il padre Brown di Chesterston – uno che attraverso la confessione sa cosa e come pensa il popolo. “Fino a un certo punto lo sviluppo del giallo italiano è parso conseguente  con le premesse fissate da Gramsci”, spiega Zaccuri, “è stato la rappresentazione di una società”, non l’enigmistica del giallo all’inglese, né la violenza del noir americano: “Questa tendenza non si è esaurita, ed è anzi ben riconoscibile nella funzione di eroe civile ormai unanimemente assegnata al Montalbano di Andrea Camilleri”.

Occidente – Il can-can francese è la polka veloce del concerto di Capodanno a Vienna. E la polka è musica zigana.
È una deriva – fino a un certo punto – dall’Oriente.

Omero – Un “libro sacro” lo dice l’abate Galiani scrivendo a Melchiorre Cesarotti, che aveva appena tradotto l’“Iliade”, nel 1787, e gliene aveva fatto dono. Altrimenti “non si capisce perché abbia fatto pro et contra tanto romore in tanti secoli” – “Io nelle mie pazzie oraziane parlo assai d’Omero. Fo vedere presso tutti i Gentili joua le rôle della Bibbia e dell’Alcorano. Deriderlo era filosofia incredula; attaccarlo irreligione, ateismo”. L’“Iliade” l’abate non se la spiegava, filosoficamente, cristianamente.

Religione - “Se a me chiedessero le ragioni profonde dell’inquietudine occidentale, risponderei senza esitare: la decadenza della fede e la mortificazione dell’avventura”, Filippo Burzio scrive sulla “Stampa” il 22 ottobre 1930 recensendo Dumas, “I tre moschettieri”. Gramsci, che lo riprende nei “Quaderni dal carcere”, sottolinea con un perplesso “(!)” la “decadenza della fede”. Poi dice la religione “la più grande avventura, la più grande «utopia» che l’umanità ha creato collettivamente”.

Rifiuti  - Gide bocciò Proust. Vittorini “Il Gattopardo”. Sciascia (a lungo) Camilleri. E se avessero avuto ragione? Come consulenti editoriali no, errori gravissimi: hanno bocciato miniere. Ma come cultori della materia?

Russia – È italianofila, senza eccezioni: “Tra le tante cose singolari che li caratterizza, una cosa singolarissima, dei russi, è il pregiudizio positivo che hanno dell’Italia”, Paolo Nori su “il  “Venerdì di Repubblica”, a proposito di Muratov, “Immagini dell’Italia”, il diorama delle impressioni che il futuro italianista aveva ricavato da suo viaggio in Italia, in tre volumi, nel 1911, nel 1912, e nel 1923, in piena rivoluzione – ma alla vigilia dell’autoesilio, dapprima a Roma (dove collaborò con Ettore Lo Gatto) e poi a Parigi - che ora si ripubblica. Tutto in Italia è “meraviglioso”, all’ingrosso e nei particolari, il paesaggio, l’arte, la lingua e i caffè. Anche per i russi che non ci sono mai stati - Puškin è solo uno dei molti, che canta le “adriatiche onde” e “il Brenta”... E forse per un secondo motivo, secondo Nori: “Lo scrittore russo meno russo di tutti, Ivan Turgenev, una volta ha scritto che quello che gli piaceva, dei russi, era la pessima opinione che avevano di se stessi; ecco io credo”, ne deduce Nori, “che questa sia una cosa che noi condividiamo con loro”.

Shakespeare – Non può essere nato cattolico (v.”Letture” 406), se è nato – come è certo, questo almeno – nel 1564: la chiesa era anglicizzata da qualche decennio. Ma è vero che inscena molti cardinali e preti.

Vaccini - L’introduzione dei vaccini – contro il vaiolo – fu contestata nella Parigi degli Illuministi, accettata a Napoli. “Di tutti i ragionamenti che si fanno a Parigi contro l’inoculazione”, l’abate Galiani scrive  il 28 marzo 1772 a madame d’Ėpinay, con la quale intrattiene una corrispondenza settimanale, “qui non se ne fa nessuno”. Qui a Napoli. Colpa del fatalismo, dice l’abate: “Nessun Napoletano provvederebbe a far chiamare il signor Gatti, ma poiché c’è, ci si fa inoculare”. E aggiunge, ripetitivo:  “Il fatalismo è il solo sistema conveniente ai selvaggi, e se si comprendesse i linguaggi degli animali , si vedrebbe che è il solo sistema di tutte le bestie”, etc..
Giovanni Angelo Gatti, un medico docente all’università di Pisa, medico consultore del re di Francia Luigi XV e medico particolare del re di Napoli Ferdinando I, fede adottare la vaccinazione in Toscana, con una tecnica sua di inoculazione contro il vaiolo.

letterautore@antiit.eu

Morte a Milano

Faletti in libertà. Nella Milano ancora non “da bere”, dove la malavita è ancora marginale. Tra Br, la solita Dc corrotta, e la inevitabile “linea della palma” mafiosa, già determinante ma ancora sott’acqua.
Evirato per una questione di malavita, un innominato Bravo procaccia escort milionarie. Ma siamo al tempo del sequestro Moro, e la cosa non può non avere conseguenze sul tran-tran quotidiano del magnaccia, i clienti importanti, le malandrinate, le bevute, il tiratardi, le schedine del totocalcio da fregare. Il romanzo sarà, dopo una lunga buona metà delle quattrocento pagine, delle Br e dei servizi segreti – naturalmente “deviati”, anche se non ci sono mai state spie vergini, o comunque giuste.
Tutto vero. Cioè falso, inventato, ma è quello che è successo. Cioè: non c’è altra spiegazione.  Tra sparizioni, agnizioni, buoni improvvisamente cattivi e cattivi buoni. Molte morti fredde, poco sesso malgrado il titolo, e la crudeltà della politica – Moro rapito considerato un Moro morto. 
Una sorta di esercitazione in bravura di Faletti dopo i primi successi. Pieno di colpi di scena. Forse troppi: un noir freddo, benché dispendiosamente parlato, in una Milano disanimata. Con molte massime sapienziali: “Non c’è memoria che possa ricordare ogni attimo”, “La memoria mezzo per avere la certezza di essere esistiti”, “Mi chiedo se Dio ha provato rimorso quando ha permrsso che uccidessero suo figlio”….
Anche il racconto è disanimato. Malgrado le complicate geometrie, o forse a causa di esse. Il racconto lo fa il protagonista, che quindi è obbligato a vedere tutto, oltre che a sopravvivere. E la cosa procede per inerzia: si ha voglia di andare avanti, ma, si sa, verso la delusione.

Giorgio Faletti, Appunti di un venditore di donne, Bcd, remainders, pp. 397 € 2,97


martedì 31 dicembre 2019

La politica del populismo

È il todos caballeros. Biancaneve e i sette nani. Cenerentola. The King and I. L’asino che vola. Il mendicante e il re. Il principe azzurro. Il mondo delle fiabe. La fantasia fatta realtà. La logica democratica. La democrazia dal basso, uno vale uno. Mai politicizzazione fu più diffusa, e quotidiana, ossessiva – quanto oggi che è in discredito. È questo il contenuto ultimo dell’inafferrabile populismo: gli individui più inverosimili si candidano alla guida del governo, e vengono creduti, i fedeli sono come gli officianti.
C’è da meravigliarsi? No, solo da compiangersi – o altrimenti dichiararsi reazionari: gerarchici, sanzionatori, intolleranti. Il populismo è sempre stato attivo, sottotraccia e sopra le righe, per l’equivoco individualista. Che è alla radice del liberalismo – alla radice il liberalismo è anarchia. E oggi della democrazia, intoccabile. Che può essere solo egualitaria, uno è uno.
Il populismo è stato l’ingrediente che ha cementato la chiesa per duemila anni, l’istituzione più longeva al mondo: tutti potevano diventare vescovi, cardinali e papi. Anche santi: essere assassini, incestuosi, stupratori non ha disturbato. Ma c’è per questo da rallegrarsene?