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lunedì 10 febbraio 2020

Il caso Juventus

Juventus FC è un caso sportivo. In un’annata in cui paga ingaggi record, per 350 milioni (il secondo club col più oneroso monte ingaggi, Inter, ne paga 139), che è la peggiore da dieci anni a questa parte - poco agonismo, poca qualità, gestione disastrosa, sul campo e nello spogliatoio, talenti mortificati o cacciati, acciacchi a ripetizione, sconfitta perfino dalla squadra più povera del campionato, Hellas Verona, monte ingaggi 25 milioni. Delle squadre di vertice quella che ha preso più gol e ha perso più partite, con punteggi disastrosi. Conta su media ossequenti, che non rilevano le debolezze, e comunque questo non importa.
Importa invece che il club è quotato in Borsa. Con un debito eccessivo, e conti deficitari e in peggioramento - anche perché condizionati dalle basse perfomances sportive, su promotori, sponsor, utenze, vendite, perfino i biglietti allo stadio. Con manager zittiti o cacciati perché critici. Conta anche per questo su media ossequenti, e qui la cosa non va più bene.
Peggio è il fatto che, oltre all’indebitamento e al management, la revisione contabile e gli acquisti-cessioni sono oggetto di voci persistenti di inaffidabilità e\o corruzione. In particolare sulle provvigioni ai procuratori, gli intermediari dei vorticosi acquisti\cessioni – e dell’indebitamento.
Qui non è questione di media, più o meno favorevoli al club, ma di regole di Borsa e di Consob. La quale però fa come Juventus FC non esistesse al listino.

L’affare Moro come non l’avreste mai immaginato

Quasi un pastiche del complottismo. O una satira. In copertina la foto di due musoni, Kissinger e Moro, che invece ridono divertiti, incontrandosi a Fiumicino ai primi di luglio del 1974, in mezzo l’interprete che si sganascia, si vede che i due erano anche spiritosi. E il ricordo monta di Moro unico Dc di cui Washington si fidava, dai tempi della guerra del Vietnam, quando il suo sostegno da presidente del consiglio fu incondizonato - a differenza di Fanfani, e di Andreotti. Una storia insomma alla “Ocean’s Eleven”, uno si aspetta sempre che il regista, l’autore, gli autori, gli attori facciano cucù. Dopo sgambate, elicotteri, limousines, e cambi vertiginosi di covo. Ma non avviene.
Oppure un fantasy. Ci sono infatti delle alternative: il Vaticano ha parecchie case al mare vicino a Roma, di cura e non, dove tenere Moro. La storia si potrebbe leggere allora come un fantasy, con le sliding doors: a ogni snodo uno fa una scelta, vai di qua o vai di là?, e di scelta in scelta si monta la sua propria storia. Ma non avviene. A settembre dello stesso 1974, dice la vedova, Moro era andato a Washington al seguito del presidente Leone, e Kissinger o chi per lui gli disse: “Si regoli, con questa sua fregola di portare al governo tutte le forze sane del paese, o la pagherà cara”.
Moro, insomma, questa la storia, come Allende, cinque anni dopo – anche se senza più Kissinger (gli italiani sono pigri in politica estera, sanno e si curano di poco - chi è il segretario di Stato in America? Kissinger). Spazzato via dalla Cia. Con la complicità del Vaticano. Subalterni “collaboranti” i “principali partiti politici (Dc, Pci, PSI). Le Br c’entrano, ma come manovalanza.
Grande idea di complotto: della Cia e del Vaticano uniti nella lotta, con il Sifar, o come allora si chiamava, di complemento. E un serqua di manovali del crimine brigatisti da tenere a bada. Non si può dire che Faremondo, collettivo bolognese di cui Montagna e Soldani sono fondatori, non faccia onore al nome – non potendo scoprire altri continenti, Bologna non ha il mare. Ma, stranamente, non c’è Andreotti, che era il vero anti-Moro. Manca anche il Pci, che volle Moro morto. Si prepara un remake? Grande idea, quella del Pci governato dalla Cia, e dal Vaticano.
Se il sequel ci sarà, un altro particolare può venire utile: i servizi segreti italiani erano controllati da Moro, attraverso Miceli, e poi con l’ammiraglio Casardi. È vero che il sequestro avvenne tra lo scioglimento del Sid ex Sifar di Miceli e Casardi e la costituzione di uno nuovo, il Sisde, con un generale andreottiano a capo, il romanissimo generale Grassini. Insomma, non è da escludere un autorapimento, alla Sindona. Aspettiamo e vediamo.
Molte pagine ma con molti bianchi, e comunque si legge presto, come il giornale – domani è un altro giorno. Ma basta il sottotitolo, “Cabina di regia USA, Vaticano e apparati di Stato dietro l’affare Moro”.
Emanuele Montagna-Franco Soldani, Lei la pagherà cara, Pendragon, pp. 380, ill. €20

domenica 9 febbraio 2020

Letture - 410

letterautore
Avanti! – Il nome del giornale socialista, derivato dall’omonimo tedesco, il giornale della socialdemocrazia, era in origine il soprannome del maresciallo prussiano Blücher, quello della mossa decisiva contro Napoleone a Waterloo – dopo essere sta sconfitto e catturato alla battaglia di Jena.

Brexit – “C’erano cose che non mi piacevano del carattere nazionale degli inglesi”, scrive nel 1944 Ian Karski, il testimone polacco della Shoah che è stato a Londra a lungo nel 1942: “Erano freddi e formali. Molti non capivano l’Europa continentale e non se ne occupavano. Ma erano ostinati, forti, realisti”.

Italiano - George Steiner volle impararlo a quarant’anni  passati, negli anni 1970. E non su Dante, come tanti, ma su Malerba. Diventerà poi, con Walter Pedullà, il massimo estimatore di “Horcynus Orca”, il romanzone sperimentale di Stefano D’Arrigo – che proclamò a più riprese uno dei pochi grandi romanzi del Novecento europeo.

Manzoni – Uno del Settecento lo vuole Calvino, scrivendo a Moravia per esaltarne la contestata introduzione all’edizione Einaudi Millenni del romanzo. Nel mentre che lo celebra - celebra con Moravia anche Manzoni - lo dice “un borghese “ di “cultura settecentesca”. Lo dice per evitare di doverlo dire romantico, che a suo avviso è un’ingiuria. Ma sul romanzo va oltre: “«I Promessi Sposi» vanno valutati come un tardo libro del Settecento più che dell’Ottocento”. Per “l’asciuttezza di sguardo, il distacco signorile, la limpidezza di linguaggio, il gusto dell’ironia”. E cioè “tutti i lussi dell’intelligenza di cui ha imparato a fruire frequentando la letteratura francese”, e in Francia “gli illuministi, primo tra tutti il Voltaire, molto più che il cattolicesimo romantico”. 
Anche, in casa, perché no: i Verri, uno dei quali come un padre, forse di sangue, e il nonno Beccaria. Ma Manzoni illuminista?

Nebbia – Fa (buona) arte? Sul “Venerdì di Repubblica” Valerio Valesi ne fa l’ipotesi, a proposito di Ligabue, rilevando la Bassa padana fertile: “Si può dire che fu l’habitat naturale per lui come per altri  grandi visionari: da Giovannino Guareschi a Cesare Zavattini fino al Giannantonio Cibotto di “Scano Boa”,  al Giuseppe Pederiali di “La compagnia della selva bella”, all’Ermanno Cavazzoni di “Il poema dei lunatici” o, andando indietro ne tempo, a Folengo e all’Ariosto”.  L’arte che esce dalla nebbia.

Nudi – Erano la normalità fino al Cinquecento, con i differenti impulsi sessuali. Si resta stupefatti girando per la Villa Farnesina a Roma alla Lungara, il casino di Agostino Chigi, dallo sterminato numero di nudi, femminili e maschili, in tutte le posture e in tutte le attività. di Raffaello compreso, di Giulio Romano, del Sodoma, e di Sebastiano del Piombo, chiamato per questo da Venezia, primi anni 1500. Si direbbe una villino dei nudi, ma erano la normalità – i Chigi presto al fallimento lo vendettero ai Farnese, al cardinale che poi sarà papa Paolo III – non dei peggiori, e anzi ottimo. Roma era un’altra capitale della cristianità, non tanto per la simonia e il nepotismo, ma per la “visione del mondo”, tutta erotismo, anche nelle scene più o meno mitiche e storiche prese a pretesto nella miriade di affreschi.

Oratoria – Benigni giovedì, a Sanremo, Sorrentino venerdì, col finale del “New Pope”, hanno spopolato con discorsi di alta, prolungata, oratoria.  È il “genere” del Millennio,  a lungo prima in bassa fortuna: la magniloquenza.
Non sembrerebbe, il linguaggio imperante, dei social, essendo frammentario e apodittico. Ma forse per mancanza di parole, le ambizioni sarebbero fluviali, comunque retoriche. 

Salgari – Il suo maggiore, unico, studioso e cultore è inglese, l’italianista Ann Larson Lucas. Lo lo ricostruisce e analizza in tre corposi volumi, per 1.500 pagine, molto illustrate. Più uno sui romanzi di avventura: altre 230 pagine, illustrate. Li pubblica Olschki, per amatori. O per studiosi: Salgari all’accademia?

Scalfari – “Ci sono giornali, come questo, che esprimono il cuore di una vasta comunità”: così Scalfari ha commentato il 6 febbraio le lettere minatorie a lui indirizzate.
Un giornale-comunità, con input biunivoci, potrebbe essere una novità vincente nel panorama desertico del giornalismo – al modo degli scambi forsennati che fanno l’opinione dei social, ma ben indirizzata, su fondamenta. Con la rinuncia dichiarata senza, senza più sotterfugi e ipocrisie, alla pretesa di obiettività o verità, alla notizia separata dall’opinione, alla lealtà. Un giornale-chiesa - quale probabilmente Scalfari ha cercato nella massoneria, e cerca con Martini e il papa.
Un dilemma però per Scalfari. Avendo lui, dopo averlo creato, condotto “il partito di Repubblica”, la comunità, in ogni occasione, senza eccezioni, alla sconfitta. Anche quando aveva vinto le elezioni. Alla sconfitta politica.

Serbi – Si è contestato il Nobel Handke, perché vent’anni fa fece l’elogio dei serbi, reduci dagli eccessi in Bosnia. JoseppRth un secolo fa, esattamente nel 1922, andava più in là. Sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” scriveva, fra le tante lodi, proprio questa, in tema di identità: “Popolo privo di pregiudizi nazionalistici, di ogni fanatismo religioso, leale verso stirpi o razze diverse”. Mentre già allora tutti conoscevano i serbi per nazionalisti, nel presunto irenisno dell’impero austro-ungarico, della Vienna Felix, della Mitteleuropa.
Roth è pieno di acume politico nelle altre sue corrispondenze giornalistiche. Ma era pieno anche del mito austro-ungarico - ne sarà vittima, si può dire, nell’abbandono finale, suicida.
È vero però che Mladić, poi all’ergastolo come criminale di guerra, inalberava il facsimile di khepì austro-ungarico. Pur avendo i serbi, con l’assassinio del granduca, propiziato la guerra e il dissolvimento dell’impero.

Tradizionalisti impazziti – “Un tradizionalista impazzito” era Gadda secondo il perfido Montale, suo compagno di merende al caffè delle Giubbe Rosse a Firenze negli anni 1930. Stando all’attendibile Tommaso Landolfi, che ne scrisse viventi i due in una tarda testimonianza (ora in “Del meno”. § “De minimis”), all’epoca anche lui frequentatore quotidiano del caffè fiorentino: “Con una delle sue belle illuminazioni, il Montale definì una volta (in viva intervista e senz’ombra di censura) il nostro diletto Gadda «un tradizionalista impazzito»”. Landolfi concorda: “Per Giove, ecco una definizione cui l’interessato dovrebbe (se già non l’ha fatto) sottoscrivere toto corde”. Aggiungendo: “L’interessato, cioè gli interessati”. Perché “taluni invero non possono essere, come tradizionalisti, che impazziti; ma d’altro canto non possono essere che tradizionalisti… Taluni, del resto? – Meriterebbe anzi auspicare, tra tanti savi ed accorti antitradizionalisti, addirittura una scuola letteraria dei Tradizionalisti Impazziti”. Per sé professandosi sperimentatore – ovvero, sperimentatore stanco.


Tutto subito – Joshua Radin ha portato lunedì al Parco della musica a Roma un concerto che ha intitolato “Here Right Now”. “Vogliono tutto subito, ma non sanno cosa vogliono”, disse Croce dei suoi liberali radicali. Radin, un cantautore americano, uno dei tanti, vuole l’amore, l’amicizia, l’accoglienza, e “il principio dell’autodeterminazione”. È l’età dei diritti. 

letterautore@antiit.eu 

Asfissia da fisco

“Irpef  italiana da primato”, titola “Il Sole 24 Ore” una sua ricerca: “In Italia un dipendente con due figli e 35 mila euro di reddito paga circa 6 mila euro, in Francia zero e in Germania arriva a quota 1.150”.
L’Italia non ha una politica demografica – che spiega la non tassazione della famiglia con figli in Francia. E non ha un politica produttivistica, che spiega la bassa tassazione dei redditi medi in Germania, per favorire il risparmio-investimento e il consumo.
Ma la ricerca del “Sole” non è tutto. La fiscalità totale in Italia è probabilmente la più elevata in Europa, attorno al 48 per cento del reddito prodotto. Sommando all’Irpef, imposta sul reddito, la fiscalità indiretta, sui servizi (sanità, acqua, luce, gas, telefono, rifiuti), e patrimoniale, sul possesso, di beni immobili e mobili. Cui non corrisponde una produttività pubblica: una tassazione a perdere.

Lo scrittore si vende, per scherzo

Quando esula dalla “infelice dimora”, a Roma, si trascina “a punto interrogativo”, fino alle due di notte, quando i casinò chiudono. Spesso accompagnato, “nel silenzio della notte”, dall’“ombra Nepomuceno”, il predicatore molesto – “ogniqualvolta ci siano guai in vista”, cioè debiti. L’economia di Landolfi essendo, a un elzeviro apposito, “La miseria” – l’argomento ritorna sul finale della raccolta con”I quattrini”, pensierosi.
È sempre Landolfi, anche in queste che sarebbero prose alimentari. Chiusa  con (l’insuccesso di) “Un amore del nostro tempo”, 1965, l’ambizione di sfondare nel romanzo, lo scrittore ciociaro – urbano per antonomasia e poliglotta, Landolfi era ciociaro di origini -  ripiega sui giornali, e in breve produce decine di elzeviri, di cui cinquanta qui raccolti nel 1978. Consolandosi con Dostoevskij, da slavista emerito: “è dolce la sconfitta se collaudata dalla letteratura”. Pur sapendo che “non si danno altrovi”. E con una figlia di diciassette anni, “bella anche, piena di vita, d’intelligenza: e io non ci capisco nulla”.
Ma non scrive elzeviri, che erano divagazioni sul più e il meno. Scrive del meno: del fantastico, sempre. Qui a passo breve e quasi di corsa: spezzettature. Ma, poi, pratica la letteratura del frammento, che in quegli anni Sollers e Jacqeline Risset teorizzavano e praticavano in Francia: appunti, fantasie, apologhi, folgorazioni, paradossi, incubi anche, aneddoti. Battute per la battuta, che all’epoca si dicevano teatro dell’assurdo.
Lanoldfi, non si creda, era un finto disperato, già da giovane alle Giubbe Rosse di Firenze, Montale & co. lo conoscevano per tale. Dispettoso per questo: il fiorentino decreta “lingua di femmine”, o Montale dispettoso con Gadda, “un tradizionalista impazzito”. Dispettoso in generale: il conferenziere diventa il baccelliere, e poi il baccalare. Anche con se stesso, ma meno. Una difesa della inconcludenza pratica è anche accennata. Perché non ha concorso a una cattedra – “io saprei il tedesco? E la letteratura tedesca?”, e il russo, si può aggiungere. Perché non un istituto italiano all’estero – proposta probabile: “La mia poppa è qui, qui in Italia, di qui io succhio, colle aure natali..,”. Perché non un ministero – altra proposta? “Sinecura? E la mia dignità?”.
Cè anche qui il ritorno alla casa dell’infanzia a Pico – sottinteso al notabilato, se non al benessere. E la mozione degli affetti, che ognuno sottoscriverebbe: se ci si vuole bene, perché tormentarsi? Lo discute con Nepomuceno, lo ripete qua e là. Con le novità cui ha abituato il lettore: l’oscitanza, pesceduovo (omelette), marca (beccaccia), eccetera – di cui ha dato la chiave nel racconto “La passeggiata”: parole desuete ma nel Devoto-Oli (vero, nell’edizione degli anni 1970 ne era ancora pieno: l’Italia aveva cambiato registro, il dizionario ancora no).
Tommaso Landolfi, Del meno, Adelphi, pp. 333 € 15

sabato 8 febbraio 2020

Problemi di base giudizievoli - 537


spock

Riformare la giustizia per decreto, Mussolini avrebbe osato?

Governare per decreto non è – un po’ – anticostituzionale?

Il processo è più giusto se si carcerano più persone?

Magari ai domiciliari, in tribunale?

Ai domiciliari si risparmia sul vitto e l’alloggio?

Perché Grillo ci vuole tutti ar gabbio – eccetto lui e suo figlio?

È la giustizia affare di piazza?

Come lo spaccio, la prostituzione?

spock@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (165)

Monte dei Paschi, tutti vorrebbero comprare una banca col suo radicamento. Ma è l’unica ipotesi che il governo, che ne è padrone, non vuole.

Al contrario: ogni qualvolta il Monte dei Paschi torna in bonis, qualcuno nel governo la bastona. Ora Gualtieri, che ha ingiunto (sic!) a Mps di azzerare i crediti fiscali: ben 1.2 miliardi. Servono all’apparentemente notarile ministro del Tesoro per finanziare la “manovra” del governo.
Non ci sono azionisti, non ci sono altri stakeholeder, solo il governo, a perdere. O bisogna portare Mps al mercato a prezzi stracciati – al simbolico euro?

Galoppa la Rca da un paio d’anni, con aumenti del 20 e 25 per cento. Senza che sia aumentata la sinistrosità. Senza avviso né preavviso - non che i media lo dicano.

In teoria sì: galoppa la Rca perché galoppano i sinistri. Specie dopo la pronuncia della Cassazione che avalla le testimonianze dei parenti stretti, coniugi, figli, fratelli, anche in conflitto d’interessi. Ma la Cassazione è di una quindicina di anni fa. La novità è che le assicurazioni non contestano più queste finte testimonianze. I loro periti liquidano l’illiquidabile, dividendo con i denuncianti.  E i liquidatori non contestano mai le perizie. Una triangolazione? Senza colpa in vigilando, per le stesse assicurazioni.

Il Cif o Cai, la constatazione amichevole di incidente, è il truogolo della corruzione. Un fanalino posteriore di utilitaria, 30 euro compreso il montaggio, è stato liquidato da Sai 1.000 (mille) euro.
Le assicurazioni non vigilano su questo mercato delle vacche, e si limitano ad aumentare la Rca. Col beneplacito dell’Ivass, cui è inutile segnalare gli abusi.

La raccolta “differenziata” non si fa a Roma di fatto, per segni evidenti. Carte e cartoni marciscono nei cassonetti per mesi. Anche le plastiche, benché si vedano meno. Lo stesso umido è raccolto a fasi alterne. Questo è illegale, ci sono contratti per la differenziata, tra lo Stato e il Comune, e tra il Comune e la sua azienda, Ama. Ma nulla si muove, né Carabinieri né Procura.

Il nuovo papa è il vecchio, barocco

Finale fastoso, maestoso - con recupero della sedia gestatoria e dei flabelli. Per il ritorno del papa moribondo, e il ritiro in villa del suo temporaneo successore – c’è materia per una terza serie.
Il tema è semplice: fondamentalismo chiama fondamentalismo, è la logica delle guerre di religione, inevitabilmente anche intestine (fra cristiani come fra mussulmani). Ma è giusto d’inciampo all’oratoria sfolgorante di Malkovich e Jude Law, anche al Vojello-Orlando breviloquente, alle cui abilità istrioniche Sorrentino offre più di un’occasione.
Sarà l’oratoria la cifra più personale di Sorrentino – le immagini sfolgoranti evocando sempre qualche precedente, recente? È impressionante: ateniese, ciceroniana, shakespeariana, molto teatrale. Orazioni mai banali, e anzi dense – rifacimento particolare è l’inevitabile Marc’Antonio del “Giulio Cesare”. Ma in un quadro barocco, barocchissimo, che forse è la vera cifra di Sorrentino: in continente, esagerato, arrotondato, grandioso, tra Witz e decoro, sensuale, alla vista e al verbo.

II papato è barocco, la chiesa la Controriforma l’ha fissata al grandioso e all’eccesso - autoaffermativa. Ma Sorrentino è barocco, a ripensarci, anche senza i papi, il giovane e il nuovo. Espressivo, un occhio dilatato sul mondo. Di cui non rifiuta nulla, e tutyo santifica.
Sorrentino è scrittore di peso, in senso proprio e figurato. L’unico forse, al cinema e fuori, in quest’epoca di selfie autoassolventi, assorbenti. Hoffa-Pacino-Scorsese di “The Irishman” e August Diehl del “Giovane Karl Marx” non si rifaranno a lui, alla “Grande Bellezza” prima dei due “Pope”?
Paolo Sorrentino, The New Pope

venerdì 7 febbraio 2020

Probemi di base sanremesi - 537


spock

Un festival della canzone in cui la musica più bella è della pubblicità Nutella?

Una gara canora n cui ci sono i buttafuori a dirigere gli applausi?

Tutti invitati in sala a Sanremo, dalle case discografiche?

Pagati?

Il maggior successo storico – uno dei maggiori – di Sanremo è “E se domani”, escluso dalla finale nel 1964  ?

Un festival di Fiorello, perché no?

Salva Sanremo la Rai di Salvini - e Di Maio?


spock@antiit.eu

La Cina è già prima – Italia nona, con l’Olanda

Il valore aggiunto di un ipotetico pil mondiale è per quasi un terzo cinese – il 28,5 per cento nel 2018. Gli Stati Uniti, al secondo posto, vengono molto dietro, col 17,2. La “catene di valore” con cui gli Stati Uniti hanno alimentato la globalizzazione, da Tienanmen in poi, trent’anni fa, hanno favorito la Cina molto più che gli stessi Stati Uniti.
Cina prima, primissima, anche per le esportazioni , col 15,1 per cento (il dato è ancora nel 2017, ma la percentuale è rimasta stabile, malgrado la lieve riduzione dell’export cinese per le tariffe imposte da Trump all’ingresso negli Usa, essendosi ridotto anche l’export americano). Anche di beni e servizi qualificati, avendo fatto meglio tesoro delle “catene di valore”.  Seguiva (la tendenza non è cambiata nel 2018-2019, malgrado il principio di debolezza dell’export tedesco) la Germania, col 9,4 degli scambi mondiali – terzi gli Stati Uniti, con l’8,1. Seguiti da Giappone, Corea de Sud e Hong Kong, attorno al 4.
L’Italia viene in nona posizione, col 3,2 degli scambi, dopo la Francia, 3,4. Alla pari con l’Olanda.

Cronache dell’altro mondo - democratiche (54)

La speaker  della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, che presiede il Congresso riunito per l’annuale messaggio presidenziale sullo Stato dell’Unione, straccia il testo che Trump, da lei perseguito per mesi e messo in stato d’accusa la settimana prima, le ha consegnato per la registrazione negli archivi. Finito il discorso presidenziale, se ne va sibilando: “Tutte menzogne”. Non c’è una guerra civile, è la politica quale si pratica, con buona coscienza, civile, democratica, negli Stati Uniti.
Pelosi, quasi ottantenne, non ha fama di estremista o violenta. Ha sbagliato col suo partito, il partito Democratico, a contestare Trump su presupposti incerti o inaffidabili - la Russia e l’Ucraina, su dossier di (ex) spie inglesi. Invece che sulle politiche. Ma ammettere l’errore non si può nella politica americana: tutti sempre vincenti, anche gli sconfitti (Hillary Clinton è da manuale ma non è sola: Trump, il niente politico, ha vinto contro H. Clinton, quintessenza della politica, americana).
Da venti anni ormai non si fa una votazione politica negli Stati Uniti, anche solo un caucus, una votazione locale, in comunità, in cui non si sospettino imbrogli. Derubricati in malfunzionamento. Le sole minacce al voto democratico sono esterne, russe. Come in una guerra.


Il processo a Weinsten per violenza sessuale - il primo dei processi che subirà - a New York si apre con una sua compagna di anni, da lui riscattata da “una vita da sbandata”, dice lei stessa, “le notti a dormire in auto”. Che voleva più soldi dopo #metoo e non li ha avuti. E nella deposizione in aula descrive per ore il suo ex in termini ingiuriosi, soprattutto fisici. Contestata dall’avvocato di Weinstein, Donna Rotunno, risponde con le lacrime, per ore e giorni. E per questo ha ragione, sui media concordi. 
Per questo Rotunno, difensore di Weinstein, è contestata e anzi additata al pubblico disprezzo dai media. Subdolamente. Che di essa solo dicono: “italo-americana, con 14 figliocci” – sono i figliocci, è bene ricordarlo in Italia, ragazzi\ragazze di cui è stata madrina, di battesimo o di cresima.
Weinstein è solo colpevole, e assolutamente non deve difendersi, #metoo ha già deciso. La regola dello scandalismo non arretra di fronte all’assassinio (induzione al suicidio), ma al politicamente corretto sì. 

La fantasia al potere tra gli oggett

Una lunga serie di oggetti normali ma inventati, non esistenti - di cui questo è il primo catalogo. Uno scherzo, ma filosofico: siamo negli anni 1960, della fantasia al potere. 
Carelman, di professione dentista, debutta presto come illustratore con “Zazie nel metro”, la fantasia realistica - come poi questi suoi “oggetti”, datati 1969 - di Queneau. Quindi membro eccellente del Collège de Pataphysique, di cui si onorerà anche Calvino. Per il divertimento suo e dei lettori-annusatori-spettatori. Quando la letteratura (ancora) si divertiva.
Jacques Carelman, Catalogo di oggetti introvabili, Vànvere, pp. 144, ill. € 16


giovedì 6 febbraio 2020

Ombre - 499

Non fa notizia il fatto più curioso e grave dell’epidemia di coronavirus: l’arresto del medico che per primo e in tempo utile lo individuò e diede l’allarme: Li Wengyang, un oftalmologo. Screditato dalle autorità sanitarie. Minacciato dalla polizia. Arrestato, con sette altri medici che lo seguirono nella denuncia. Se ne parla oggi solo perché, infettato a sua volta, è morto, e il regime prova a farne un martire. Del filone: la Cina è sempre vicina. O della servitù volontaria.

“Ma a chi interessa che caschi un ponte?” L’agghiacciante repartee del fotografo pubblicitario Toscani alla radio, famoso per le pubblicità Benetton, ascoltato e visto a “Striscia la notizia”, lo stesso riprende a lungo su “la Repubblica” oggi. Per chiedere scusa, ci mancherebbe, ma ostentando il ghigno del buonismo, che è solo artificio pubblicitario – alla Veltroni.

Il pluriannunciato vertice tra i Mittal e Conte si è infine tenuto, ma a Londra, dove i Mittal risiedono. Il presidente del consiglio italiano a casa degli imprenditori di Taranto, con la scusa di vedere il premier inglese Johnson. Invitandoli per la forma all’ambasciata. Un’altra non notizia.

Debutta Fiorello a Sanremo dicendosi “sono Rocco Casalino, sono il Rocco Casalino di Amadeus”, il conduttore del festival. Ci voleva un comico per dire la verità, che il presidente del consiglio Conte è il suo addetto stampa. Anche questa una non notizia, nei pure tanti pettegolezzi su Sanremo.
Però, potenza di Casalino – il comico ci ha preso in pieno.

Uno stacco maldestro in regia manda in onda alcuni secondi di Sanremo in cui i buttafuori delle claques incitano agli applausi, nel momento in si deve applaudire. Il festival non è una gara, è uno spettacolo. Piace perché è organizzato? Ma perché l’ipocrisia?

Un vigile osa fermare l’auto su un parcheggio riservato ai disabili. Subito fotografato, è insultato su internet al punto che si suicida. Il parcheggio disabili deve essere libero 24 ore su 24, non un minuto altrimenti occupato. I disabili che guidano ne hanno bisogno 24 ore senza interruzione. Altrimenti chiamano subito il carro attrezzi, che arriva subito. Fanno anche e postano la foto che porterà alla ghigliottina.
Bisogna capire i disabili, specie quelli che guidano.

“I quattro fondatori delle Sardine vanno a visitare “Fabrica”, l’atelier pubblicitario dei Benetton, e si fotografano alla Oliviero Toscano, con lo stesso pubblicitario e con Luciano Benetton. Ci sono già i “fondatori”? Per creare il mito del fondatore all’Espresso-la Repubblica ci sono voluti decenni. Per Grillo lustri. Per le Sardine settimane – erano ansiosi?

La foto delle Sardine alla United colors of Benetton è un’ottima pubblicità. Probabilmente perfino gratuita. Ora i 4 fondatori dicono: “Siamo stati ingenui”. Perché, c’è altro?

Si moltiplicano sui media le strisce, le rubriche, le vignette di battute di spirito e barzellette. Succede quando non c’è più nulla da fare. Si ride amaro.

Cristiano Ronaldo salta da fermo quasi un metro. Scioltezza, lievità, bel “gesto atletico”. La cosa non va giù all’arbitro di Napoli-Juventus, che lo ammonisce – forse per entrare nella storia, si chiama Mariani. La partita successiva invece l’arbitro lo premia con un rigore. Lasciarlo saltare, senza ammonizioni né rigori, per il semplice godimento degli spettatori, anche avversari, no?

La Juventus è un club che paga 350 milioni di ingaggi, ogni anno. Generoso. Ma antagonizza i suoi migliori atleti, fa sapere che li vuole vendere, e che nessuno li vuole, non li fa giocare, se giocano li sostituisce. Un club compatto, allenatore e dirigenza. Un club sadomaso?
Solo Cristiano Ronaldo non è bullizzato. Che però deve avere capito.

L”avvocato del popolo” Conte contestato a Milano dal popolo degli avvocati. Certo, non è un bello spettacolo. Non saremo, più che il popolo da Mussolini immortalato all’Eur, uno di avvocati(cchi)?  

Il ministro Bonafede va a Milano, che contesta i giudici e il governo, e dice: “Ingiusto etichettarrmi manettaro”. Forse non capisce. Ma è giudice e ministro della Giustizia: possibile che non sappia quello che fa?

Va a Milano Bonafede, che è un giudice ed è anche ministro. E dice che la “riforma” della giutstiia da lui preparata, e posta a condizione di sopravvivenza del governo, si può cambiare. Da non credere.
Bonafede è uno che vuole le pene accresciute per il condannato che faccia appello. E il processo vuole infinito. La stupidità esiste?

I giudici più in vista pongono il dilemma se loro stessi non siano dei fuorilegge. Dei veri banditi, a spese della giustizia. Senza fare i Lombroso, non per quello che sembrano, ma per quello che fanno e dicono. Senza criterio, senza vergogna.


In tempi di carte di pagamento e di credito obbligatorie, per il senso di libertà di Grillo e i suoi, Nexi vuole scoraggiare l’utente dal suo uso. La carta di credito delle banche italiane non si rinnova in automatico, come avviene con tutte le carte di credito, ma su apposita domanda: una mattinata in banca a riempire una dozzina di fogli, inutili. Esito: per un mese almeno niente spese con Nexi – ammesso che uno sia andato in banca. Non vorrà favorire l’evasione fiscale, o il crimine organizzato?

Senza nascite niente futuro

La forza della Germania è “un’industria che pesa per il 20 per cento del valore aggiunto”, spiega Angela Merkel in uno dei nodi della sua intervista-manifesto col “Financial Times” il 15 gennaio. Specificando: “Non si tratta solo delle automobili,  anche delle macchine utensili, della chimica, della farmaceutica”. Una “forza” a rischio handicap, ha precisato: “Questi settori sono ora soggetti a cambiamenti drastici a causa della digitalizzazione”, e della protezione ambientale. Per cui “ciò che era (c.vo d.r.) la nostra forza deve cambiare”. E nel cambio la Germania rischia più degli altri, per la crisi perdurante delle nascite, che implica “la mancanza di lavoratori qualificati”.
In piccolo (il settore manifatturiero in Italia, malgrado il vanto di rito, pesa solo per il 15 per cento sul valore aggiunto) il problema è anche dell’Italia – come questo sito segnalava l’altroieri (“L’Italia senza competenze”).

I giornalisti al fallimento

Si scopre con i 50 (cinquanta) prepensionamenti di giornalisti chiesti dal “Corriere della sera” che i giornali in attivo, specie i più ricchi, lo stesso “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “la Stampa”, ristrutturano a spese dell’Inpgi, l’Inps dei giornalisti. La cosa viene ora sotto accusa perché anche i concorrenti, “la Repubblica” e “la Stampa”, vogliono un altro giro di prepensionamenti, e temono che il “Corriere della sera”, arrivato prima, prosciughi le risorse.
L’Inpgi ha speso 128 milioni in ammortizzatori sociali negli ultimi cinque anni, 260 in dieci anni.
Cifre intollerabili per un istituto dalle dimensioni ridotte, con una platea  assicurativa limitata e in contrazione. Per cui oggi è – sarebbe – tecnicamente fallito.
Ma più della contabilità pesa la politica. Non quella propriamente detta, quella dei giornalisti, dei settarismi che li sottogovernano. L’abuso dell’Inpgi quale finanziatore degli editori è stato denunciato da tempo. Per esempio da G. Leuzzi, “Mediobanca Editore”, 1997:
“Gli assetti autonomi dei giornalisti (previdenza, cassa mutua, contratto) sono stati scossi nella crisi Rcs” – c’era una crisi Rcs anche allora, ma vera, per un buco di 1.300 miliardi di lire. I governi Ciampi e Dini ne avevano aggredito l’autonomia “imponendo che gli utili dell’Inpgi, circa 30 miliardi l’anno, vengano prestati al Tesoro senza  interessi come contributo di solidarietà”. Non erano stati i soli: “Tiziano Treu, ministro del lavoro dei governi Dini e Prodi, ha operato costantemete a favore degli editori e a danno dei giornalisti e dell’Inpgi nell’esecuzione degli accordi sindacali”. Si sapeva, ma non si poteva dire, e comunque non valeva. 
Valeva ancora la spessa cortina – dirigenti di redazione e rappresentati sindacali - che dominava i giornali per conto di un partito che non più esisteva, ma continuava a controllare l’opinione. Mediante accordi di realpolitik con gli  editori: io ti tengo a bada le redazioni, tu mi sostieni.

L’Africa non è diversa – ma ancora da scoprire

Gireranno queste fiabe, Calvino si chiedeva nel 1955 introducendo la raccolta: entreranno nel nostro patrimonio, il Numero Undici come Pollicino? Calvino era fiducioso, era ingordo di fiabe, preparando di suo la raccolta italiana, ma la vicina Africa resta lontana, per non dire estranea.
Calvino del resto ne trovava traccia nelle interiezioni dei fumetti americani, “modellate su quelle dei negri”. Opinabile, nell’Africa di allora come in quella di ora – forse tra gli afro-americani, che però non sono Africa. E nelle “favole di Uncle Rems, introdotte nel folklore nordamericano dai negri, e di cui il ciclo disneyano di Mickey Mouse non è che una tarda progenie”. Sarà, ma l’Africa non ci si ritrova.
Il curatore Radin fa molta metodologia folklorica, che poco o nulla tiene conto del contesto africano. Sul presupposto che “tutti i popoli sono ugualmente dotati d’immaginazione mitopoietica”, e in tutti i popoli operano “individui artisticamente dotati”. Unica specificità è che “la letteratura popolare dell’Africa indigena costituisce un’unica entità” – per l’Africa al di sotto del Sahara, va precisato. A dispetto della frantumazione etnica e linguistica. Per intrecci. Espedienti letterari: “Per esempio, la funzione dei canti nel contesto prosastico, la frequenza dei finali moralistici, la riconoscibile prevalenza delle spiegazioni eziologiche”. Per “il crudo realismo” anche, e insieme “l’alto grado di consapevole artificio”. E per il geocentrismo: niente divinità se non scese in terra - “è raro trovare una rappresentazione dove l’uomo appaia ancorato in questo mondo in modo più totale e indissolubile, vincolato alla terra in modo più ossessivo”.  
Una anamnesi ancora nell’ottica della scoperta dell’Africa, da fare, di un altro mondo. Da compatire certo, vecchio missionarismo coloniale, naturalmente buono, ma perché non partire alla scoperta del continente, senza pregiudizi, neanche di bontà? L’Africa attende ancora di essere scoperta.
Niente di meglio, è pure da dire, è venuto dall’Africa dopo le indipendenze, mezzo secolo fa. Prima gli africani studiavano, anche il folklore, seppure nelle università europee. Poi si è smesso.
Restano i racconti, vivaci, per una lettura non compassionevole. Di suspense (sorpresa), di moralités o sapienziali, specie degli animali, di furberia, di violenza. Propp non si sarebbe scandalizzato: niente di diverso o scandaloso. Anche i temi non sono speciali: l’innocenza perseguitata, l’incoscienza giovanile, di ragazzi e di ragazze, la lotta per il premio, l’ingiustizia (la forza). L’Africa non è diversa.
Paul Radin (a cura di), Fiabe africane

mercoledì 5 febbraio 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (415)

Giuseppe Leuzzi
“Guardare le cose dal fondo, con leggerezza, può riservare sorprese. È un modo per risolvere problemi complicati, a volte perfino per trovare la felicità”. La citazione è di un non-personaggio, non autorevole, Serena Malabrocca. Ma una che se ne intende: suo nonno era Luigi Malabrocca, ciclista al tempo di Coppi e Bartali. Famoso per farsi un’arte di arrivare ultimo al Giro d’Italia, nella leggenda della “maglia nera” trovando una miniera, di tifosi e sponsor.
Essere maglia nera non è una soluzione, e non può dare felicità. Ma guardare con distacco sì.

Il populismo è nato a Milano
Si producono studi, convegni, talk-show, enciclopedie sul populismo. Sulla riduzione della politica alla lagna, ammantata di rivoluzione, che ammorba l’Italia. Senza rilevare che è nato, elaborato, diffuso, imposto a Milano e da Milano. Dalla Lega, che diventò subito la beniamina di Milano 1, la circoscrizione elettorale dei più ricchi e intelligenti d’Italia, e il secondo partito lombardo così, per l’uzzolo, quando ancora non si sapeva di che razza era. E da Mani Pulite, imbroglio populista dichiaratamente bieco (“giustizialista”)”, che è stata elaborata e gestita da giudici meridionali, Borrelli, Di Pietro, Davigo, D’Ambrosio, De Pasquale, Ielo, Ilda Boccassini, la nemica di Berlusconi, ma è pur sempre un fenomeno milanese – ben lombardo era il giudice esecutivo, quel’Italo Ghitti non abbastanza celebrato, che emetteva ordini di carcerazione in fotocopia.
È stata Milano per prima e con più costanza a volersi “liberare dalla politica”. Anche di milanesi eminenti, di Craxi prima e di Berlusconi poi, altrove non odiati. Che ha voluto pedinati, intercettati, indagati, condannati, senza appello. Con la pretesa di una rivoluzione. Che è il populismo.
Si deve a Milan anche il fascismo.
Anche il socialismo, ma fino a un certo punto, condiviso con Genova, Napoli, l’Emilia.

Era borbonico il colera in Sicilia
“È stata la monarchia sabauda, subito dopo l’unità nazionale, a creare l’idea di un’omogenea  geografia economica e sociale del Sud, dal Molise alla Sicilia”, Maria Attanasio, “Le colonne scellerate” (in “Cinquanta in blu”). Vero. E la Repubblica no?
 “Nella prima metà dell’Ottocento la parola napoletano nell’isola (la Sicilia, n.d.r.) era sinonimo di un odioso accentramento politico e di un monopolio economico che, privilegiando le manifatture della Campania, danneggiava tute le classi sociali”, id.
Da qui anche una certa paranoia, o idea del complotto. A giugno del 1837 ci fu un’epidemia di colera, anche allora asiatico. “In Sicilia”, racconta Attanasio, “il colera asiatico diventò borbonico, Per sciagurata credenza, ma anche per politica malizia di un’élite di liberali ideologicamente variegata. Costituzionalisti, sparuti simpatizzanti della ancora neonata e repubblicana Giovane Italia, e soprattutto indipendentisti, trovarono nel colera veleno un’unitaria e populistica parola d’ordine: sua maestà il re delle Due Sicilie il mandante, che attraverso occulti diffusori avvelenava cibi, acque, aria”. La casa dunque nasceva male da entrambi i pizzi.

La Lega eletta in Calabria
Non c’è solo Salvini senatore della Calabria: la Lega ha radici solide nella regione più disastrata e disprezzata. Vincenzo Sofo, bello e famoso già come fidanzato di Marion Le Pen, e oggi come uno dei tre italiani che subentrano agli europarlamentari britannici dopo la Brexit, è un calabrese di Milano che si è fatto eleggere per la Lega. In Calabria.
Sofo è in realtà un milanese, che ha riscoperto la Calabria dei genitori per farsi eleggere a Strasburgo, d’accordo con Salvini. Spendendo in Calabria un solo mese, ha raccolto 20 mila preferenze. Miracolo di Milano.
Però, sempre Sofo, conosce la Calabria – l’avrà imparata dai suoi. A Concetto Vecchio spiega su “la Repubblica”:  “In Calabria tutti ti chiedono «chi sei?» e «a chi appartieni?» Una sospettosità ingiustificata?
In realtà il Sud non ha difese.
Forse è anche vero quello che “la Repubblica” fa dire a Sofo nei titoli: “Sono un talebano, sovranista e calabrese”. La confusione c’entra pure: nel 1861 non ci fu plebiscito unitario più ampio di quello della Calabria, il 99,99 pe cento.

Aspromonte
Grazie alla “Chanson d’Aspremont” che l’ha tenuto a battesimo, adattamento normanno del ciclo provenzale poi volgarizzato, col “Guérin Mesclin”, da Andrea di Barberino e sicuramente nota a Ariosto, era terra di eroismo, nobiltà, sacrificio, e non di vendette, rapimenti, ferocia, mafie.

Notevolmente, anche pericolosamente, imbruttito dalla protezione dei Forestali. Piantumati gli alpeggi, con cui la montagna respirava. Di specie non autotoctone, canadesi, nordiche. Infittite e mai ripulite le pinete, tutte malate. Rifugi sbarrati, o devastati da decenni.

I film ne hanno sempre trattato come di un luogo inaccessibile, tenebroso. Mentre il suo bello è di essere una montagna aperta, dall’orizzonte libero, guardando da tutti i pizzi verso il mare.
Gli ultimi due, “Anime nere” di Munzi e “Aspromonte – la terra degli ultimi” di Calopresti, che pure dovrebbe conoscere la Montagna, se è nato a Polistena, ai suoi piedi, ne fanno un mondo buio, di gente immiserita, abbandonata, sporca, disperata. Mentre è piena di luce. 

Succede di passare, rifacendo il sentiero di ritorno, accanto a una pozza del torrente ancora bianca di calce. Ieri sera, nel passaggio di andata, s’incrociava nello stesso posto, sotto il sentiero, una jeep dei Forestali. 

La montagna su tre mari – in realtà due, Jonio e Tirreno, ma dal Montalto se ne vedono tre. La montagna d’estate senza pioggia – giusto quanto serve ai funghi.
Col mare e la Magna Grecia a mezzora di macchina. 

I luoghi parlano, si sa. E hanno un’anima, anche se non si sa che cosa l’anima sia – è cosa complessa, multistrato, in espansione. Hanno personalità tanto forte che alcuni muoiono se ne sono separati, della stessa malinconia che si vive per un essere umano molto amato che sia svanito oppure lontano. E di personalità tanto varia che basta il diletto della loro compagnia per un tempo anche limitato, il ricordo permanendo durevole, e vivace.  Con espressioni anche diverse per ogni parte del luogo, o per ore differenti o stagioni: un luogo si fa amare in tutte le ore e in tutte le congiunture, anche nelle disgrazie. Malgrado - nel caso - terremoti, venti, tempeste, nebbie, e altri inconvenienti geoclimatici. Si è ricostruito dopo terremoti catastrofici. 

Si passa dai luoghi dei giganti, pinete a perdita d’occhio, al bosco delle ombre, i faggi di Orazio, che a novembre si tingono di rosso, alle abetaie aperte. Ma con un senso di continuità. Di una vegetazione, anche fitta, che unisce e non isola.

Il pastore (padrone di greggi) Nazzareno conosce della Montagna ogni piega e ne sente l’aria, i venti, gli odori. Venendo dalla modernità, con la Panda-Jeep, il giornale sotto il braccio, seppure d’ieri, la giacca di acetato, lavabile, ingualcibile, la mungitura, il rito mattutino dell’impanata, il trasporto del latte, la contrattazione, l’ananke quotidiana, si tiene fuori dal mondo. La calpesta con lo stesso passo, stabile, come levitasse sulle asperità. Ne è padrone, della natura, come un antico dio. Parla all’arbusto, all’albero, al fiore, al lupo che lascia le tracce e si nasconde, all’aquila, che forse è una pojana.
Vagando per la montagna, la anima in ogni piega delle avventure di Guerrin Meschino, lì è il castello, lì la fata, lì la strega. Che potrebbe avere appreso in carcere. Pare che abbia avuto da ragazzo un omicidio.

Antonio il destino avverso, che gli ha impedito il mestiere del carpentiere, lo ha obbligato al suo sogno di sempre, la guida nel parco. Il suo liquido amniotico. Anche in senso proprio, è il maggiore esperto delle sue acque, ne conosce ogni rivolo. E si può dire che nella Montagna navighi. Tra i monti e le valli chiuse, e improvvise, aperte radure, sul cielo e sul mare, lontano, laggiù lungo la linea della costa. Dove procede solo, sempre, anche in gruppo, anche in camionetta. Dentro l’aria, gli odori, la luce mutevole e parlante. Come uno degli antichi dei, che ha letto erano nell’arbusto, nella foglia, nel fiore, nell’albero, negli animali del bosco che si nascondono. Nel falco, nella pojana, o è il pecchiaiolo, che ha nidificato sul costone, inaccessibile, e vola lungo le pareti a lente ampie volute, e si fa scambiare per l’aquila.


Effetto anche dell’amanita muscaria, “sbucciata”, tagliata a strisce sottili, per evitare un effetto ingombrante, devastante?

leuzzi@antiit.eu

L’inflazione che non c’è

L’Istat introduce nel paniere del costo della vita il monopattino elettrico, l’auto elettrica, il sushi take away. Cioè due prodotti nuovi, monopattino e auto, che non possono che diminuire di prezzo a mano a mano che – e se – l’elettrico si imporrà, e un alimento che per qualche tempo nessuno comprerà. Furbo Istat: così l’inflazione “non c’è”, le indicizzazioni riposino in pace.  
I tre “prodotti” peseranno poco o niente nel paniere del costo della vita, sui mile o duemila prodotti del paniere. Ma confermano, non volendo, che l’inflazione, che tutti paghiamo ogni giorno , al mercato, nei servizi (telefono, cellulare, internet, elettricità, gas, acqua, spazzatura), non c’è. Sono vent’anni ormai che l’inflazione  non c’è. Da quando i prezzi raddoppiarono all’istante, in virtù dell’euro. Così non si pagano indicizzazioni, di salari e quiescenze.

Casa, dolce casa - come un fico

L’ennesimo omaggio di Abate al padre, “un uomo forte come Sivori”, al tempo di “Sapore di sale” che il padre canticchia, primi anni Sessanta. Nella forma, estenuata per lunghe pagine, di un fico buonissimo davanti casa, bottarico o fiorone, “l’albero della fortuna”. Con le memorie sempre grate del paese, sotto la Sila, guardando lo Jonio. Qui nella figura dell’emigrato archetipico: vecchio, di ritorno dall’Argentina, dove ha perduto la moglie e il figlio, e non ha fatto fortuna. E la consueta celebrazione del ritorno, con i figli, i quattro amici dell’infanzia, i loro figli. In paesi dove “oggi ci sono più abitazioni che persone”.
Il niente. Ma gradevole – rincuorante.
Della serie della ditta Aboca, “storie che raccontano un mondo a partire da un albero”.
Carmine Abate, L’albero della fortuna, Aboca, pp. 171 € 14

martedì 4 febbraio 2020

Il mondo com'è (394)

astolfo

Blitzkrieg – Si connota per la sorpresa e la velocità (trasporto su gomma e cingolato, ferroviario, aereo) ma anche per il terrore. Per l’uso massiccio dell’artiglieria (ora prevalentemente missilistica) e dell’arma aerea, contro obiettivi indiscriminati: quartieri residenziali, scuole, ospedali, mercati, stazioni.
Poco la tattica è cambiata dalla prima applicazione, contro la Polonia a partire dall’1 settembre 1939. Gli Stati Uniti pretendono la precisione dei bombardamenti aerei e missilistici, che documentano con foto, ma mostrano solo quelle degli attacchi mirati riusciti, pochi e comunque inefficaci: nella guerra del Golfo, in quella alla Serbia e in quella all’Iraq i “danni collaterali” sono stati quelli determinanti.
Il Blitzkrieg per antonomasia, a quello tedesco, debutta l’1 settembre 1939 in Polonia, di sorpresa, in vece di dichiarazione di guerra, all’alba, contro un borgo oggi di 23 mila abitanti allora di meno  della metà, Wieluń, non militare né industriale, solo prossimo al confine. La Luftwaffe investì la cittadina in massa, riversandovi 46 tonnellate di bombe, quasi mille granate da cinquanta chili, distruggendo radicalmente l’ospedale, segnalato da grandi croci rosse dipinte sui tetti. L’esito furono 1.200 vittime, degenti inclusi, e la cittadina distrutta al 70 per cento – al 90 per cento gli edifici pubblici.

Imperialismo – Si giustifica sulla promessa di libertà e benessere. Quello britannico. Come già quello coloniale, iberico, francese e olandese. Quello napoleonico, che tanto entusiasmò le popolazioni conquistate. Quello americano, bellico e postbellico. In parte anche quello romano, per via dell’assimilazione – in una condizione identitaria forte. E la Cina oggi della Via della Seta, il programma di Xi Jinping, in Africa e nel subcontinente indiano. Nonché, nei suoi limiti economici, quello di Putin, l’appoggio disinteressato a questo o quel perdente, Maduro come Assad o Hadtar.
Fallisce quello di conquista. Cosa che la Germania non ha capito, quella imperiale come il Reich di Hitler. E Stalin – la Russia ha avuto la possibilità, con la seconda guerra, di farsi solida e rispettosa amica l’Europa orientale, invece se ne è fatta inconciliabile nemica.

Little Englanders – Si può dire la Brexit la rivincita dei nuovi “Little Englanders” un secolo fa – i Liberali, seguaci di Gladstone, che si erano dichiarati tali contro la guerra Boera in Sud Africa, e resistettero in un primo tempo all’impegno britannico nella Grande Guerra. L’1 agosto 1914, mentre la Francia mobilitava contro la Germania, il governo britannico di Asquith, liberale, il primo ministro più longevo del Novecento era a maggioranza contro l’entrata in guerra a fianco della Francia e della Russia. A favore erano i membri più eminenti, lo stesso Asquith, Churchill, Grey e Haldane, contro tutti gli altri. La mattina dell’1 agosto dodici dei diciotto membri del gabinetto di governo si dichiararono contrari a sostenere la Francia. Il pomeriggio un’assemblea informale dei liberali – il partito al governo - ai Comuni votò, fuori della, sala consiliare, 19 a 4 (benché con molti astenuti) lo stesso ordine del giorno.

Churchill, a capo dell’Ammiragliato, aveva dato ordini in pratica di mobilitazione, già dal 26 luglio, da quando l’Austria aveva sfidato la Serbia con l’ultimatum. Una mobilitazione limitata ala Marina militare – la Gran Bretagna non aveva coscrizione obbligatoria. Ma Londra ufficialmente restava fuori della guerra.
Grey, a capo del Foreign Office, tentò di superare il blocco del suo partito giocando di sponda con i conservatori, favorevoli all’intervento, sul presupposto che l’interesse nazionale britannico poggiava su una Francia indipendente, su un’Europa senza un impero. “Se la Germania dominasse il continente, sarebbe sgradevole per noi come per gli altri, perché rimarremmo isolati”, fu l’argomento con cui tentò il 3 agosto di convincere i Comuni a votare l’intervento nella guerra che la Germania aveva dichiarato l’1 agosto alla Russia, e lo stesso 3 agosto alla Francia – già intervenuta in guerra perché legata alla Russia da un patto di reciproca difesa contro la Germania. Il 4 agosto la Germania invase il Belgio, e la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania.
I Little Englanders di Farage e Johnson hanno aperto una strada stretta. La Germania non è più imperialista, ma c’è l’Unione Europea con la Germania. La logica di Gladstone, o Little Englander, avrebbe voluto una presenta britannica, seppure difensiva, sul continente. Invece in questo caso, non essendoci una minaccia militare o alla libertà, hanno scelto la strada opposta.
Anche nel 1914 peraltro l’intervento britannico nella guerra fu motivato per ragioni esclusivamente nazionali. Come lo stesso Grey specificava ai Comuni il 5 agosto: “Non ho agito in base a obblighi di trattato o d’onore, nessuno dei due sussisteva. C’erano tre interessi inglesi”, spiegò pragmatico, “che non potevo trascurare”,. Che così elencò: il dominio della flotta tedesca nel mare del Nord e nella Manica, l’occupazione tedesca permanente del Nord della Francia, proprio di fronte all’Inghilterra, e l’occupazione di Anversa, che sarebbe stata una minaccia permanente contro la Gran Bretagna.  


Macron – Le rivolte di piazza non sono specifiche della presidenza Macron. In Francia sono un classico, dalle jacqueries in poi, dal Medio Evo - dal primo abbozzo di un’autorità nazionale. Una presidenza analoga si ricorda un secolo fa, quella Poincaré, che molto innovò anche lui – e decise anche l’entrata in guerra nel 1914. La legge Poincarè del servizio militare obbligatorio di tre anni nel 1913 suscitò manifestazioni di piazza violente che si trascinarono per molti mesi. Rafforzate da problemi sindacali e proteste di molte categorie di agricoltori.
Gli scandali pure sogliono accompagnare la vita politica francese. Alla vigilia della Grande Guerra si apriva il processo per l’assassinio del direttore del “Figaro”, Calmette, colpito da Mme Caillaux, dopo una campagna scandalistica del giornale contro il marito della signora, Joseph Caillaux, uomo politico di primo piano – ministro delle Finanze di Clemenceau, presidente del consiglio dal 1911 al 1913, quindi nuovamente ministro delle Finanze. Un assassini che fu una miniera, molto sfruttata dalla stampa, di irregolarità e soprusi, al governo, nella finanza e nella stampa, nella giustizia.
Lo stesso giorno della prima udienza al processo rivelatore, il 28 luglio, il giorno dell'inizio della guerra,  il presidente Poincaré e il primo ministro Viviani, socialista, di ritorno dalla Russia dove avevano confermato l’Intesa, furono osannati per le strade di Parigi al grido di “Vive la France!”. Il 31 luglio un giovane “patriota” assassinò Jean Jaurès, il leader socialista che guidava la battaglia contro la leva dei tre anni. Il giorno dopo era la guerra, nell’entusiasmo popolare.

Quinta colonna – Oggi un programma televisivo di retroscena e tempi scottanti, è dizione della guerra civile in Spagna, quando i fronti avversi erano fluidi: mobili e intricati. Lo storico inglese della guerra civile spagnola, Hugh Thomas, la attribuisce con dovizia di particolari al generale Mola, aiuto di Franco - secondo altri è invece un termine usato spesso da Franco stesso. Mola, secondo Thomas, richiesto in conferenza stampa da un giornalista non identificato, straniero, con quale delle “quattro colonne” su cui era schierato il suo corpo d’armata avrebbe marciato a occupare Madrid, rispose con la “quinta colonna”. Intendendo i gruppi monarchici e franchisti che operavano nella capitale, controllata da repubblicani, in clandestinità.
La conquista franchista di Madrid tarderà di tre anni. Ma presto, dopo la crisi dei Sudeti e gli accordi di Monaco, nel 1937-38, la nozione di quinta colonna fu applicata ai Volksdeutsch, le minoranze tedesche nell’Europa centrale, nella Repubblica Ceca, in Polonia, in Romania. La “quinta colonna” tedesca sarà specialmente attiva in Polonia, dove sicontavano al censimento del 1931 ottocentomila Volksdeutsch. Non molti, il 2 per cento della popolazione (contro i tre milioni di ebrei – a Varsavia, su una popolazione censita nel 1931 di 1,2 milioni di persone, 350 mila erano classificati ebrei). Ma concentrati in Pomerania e Alta Slesia. Mobilitati dal nazismo, furono tra i più attivi, il 30-31 agosto 1939, aiutati da paracadutisti tedeschi, a sabotare la mobilitazione polacca contro l’attacco che Hitler sferrerà l’1 settembre col bombardamento a tappeto di Wieluń. Opereranno successivamente contro ebrei e polacchi in genere anche a Varsavia.

Responsabilità collettiva – È il fondamento giuridico delle rappresaglie che la Germania conduceva nei paesi occupati contro ogni atto di resistenza – come quella che seguì a Roma all’attentato di via Rasela. La popolazione maschile adulta dell’area attorno al luogo dell’attentato veniva rastrellata e uccisa sul colpo. In Polonia anche in ragione di cento per un tedesco morto – in Italia dopo l’8 settembre in misura ridotta, grazie “all’amicizia italo-tedesca rinnovata”, di dieci per uno.  
In mancanza di residenti nella zona dell’attentato si procedeva contro movimenti politici o di opinione, e contro gli ebrei. L’equivalente della responsabilità oggettiva del diritto penale più accreditato – del “non poteva non sapere”, a proposito di chiunque svolga una mansione direttiva per colpa dei subordinati. 

astolfo@antiit.eu