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lunedì 13 aprile 2020

Il mondo com'è, già un secolo fa

Un’utopia negativa – una distopia. All’insegna della prudenza, in latino epigrafico: “SI MONUMENTUM  REQUIRIS CIRCUMSPICE” – come dire, in napoletano, “statte accuorto”. E
di Berdjaeff, il filosofo spiritualista russo del primo Novecento, che nella storia vedeva l’incarnazione dello spirito, e ammoniva: “Le utopie sono realizzabili, la vita marcia verso le utopie. Come evitare la loro realizzazione definitiva?” – sottintendendo: l’utopia realizzata si trasforma necessariamente in distopia.
Scritto nel 1932, il romanzo ambienta negli anni 1950 il mondo, reduce da una guerra rovinosa di nove anni, organizzato in grandi Stati, gestiti da dieci G (governatori) mondiali, secondo uno schema uniforme. Il mondo non ha più la memoria storica – solo i dieci G ce l’hanno: sa solo che prima c’era la barbarie. Il ciclo vitale è analogo alla produzione: si programmano le nascite con l’ectogenesi, la generazione e lo sviluppo extrauterino dell’embrione, e si regolano intellettivamente secondo i bisogni futuri. Senza più vincoli familiari – “ognuno appartiene a tutti gli altri”.
L’umanità è divisa in cinque caste: alfa, i dirigenti, beta, gli impiegati d’ordine, e tre classi inferiori, gamma, delta, epsilon, di esecutori materiali. Ogni classe ha un colore suo di abbigliamento, grigio per gli alfa, viola per i beta, verde per i gamma, kaki per i beta, nero per gli epsilon. Si pratica un metodo Podsnap, in grado di far maturare gli esseri umani in due anni.
Dopo il disordine bellico si è imposto l’ordine totale. Huxley ne immagina la configurazione all’insegna di “Comunità, Identità, Stabilità”. Sulla base del fordismo, della produzione in serie, cioè, e di massa. Del lavoro alla catena di montaggio, e del consumismo - la creazione della ricchezza attraverso la spesa per consumi. Con l’ossessione quindi dei beni da acquistare o conservare. E col lavoro non più artigianale ma parcellizzato, in cui la produzione sfugge al singolo lavoratore per organizzarsi autonomamente. Lasciando al singolo una funzione limitata, ripetitiva, e quindi rendendolo sostituibile e innecessario. Come poi avverrà di fatto: quella di Huxley si può anche dire una profezia. O della società organizzata che porta all’anarchia morale.
È cambiato il calendario. Non più A.D., anno Domini, a partire dalla nascita di Gesù Cristo, ma A.F. anno di Ford. Che comincia col varo del Modello T, la prima automobile di serie, che fu costruita proprio da Ford nel 1908 (fino ad allora la produzione era artigianale, ogni meccanico, si può dire, poteva farsi fabbricante di automobili). E la sua vendita come “la macchina per tutti”. L’invocazione è “nostro Ford”. “Grazie a Dio” è diventato “grazie a Ford”. Si impreca “per Ford!”. L’esclamazione è “Oh, Ford!” – “Ford, quanto lo odio!”, “Ford, quanto mi piace!”. “YMCA e IWCA, le organizzazioni cristiane di ostelli per la gioventù, maschile e femminile, sono diventate YMFA e YWFA. “Aiutati che Dio ti aiuta” è diventato “aiutati che Ford ti aiuta”. La Bibbia si tiene in libreria sotto il bancone, come un libro porno, Ford troneggia sugli scaffali e nelle biblioteche. Il segno della croce è stato sostituito dalla T del Modello T. Le epoche saranno denominate in base ai modelli di successo di Ford.
Henry Ford era molte cose – di cui nel romanzo c’è qualche eco. Non rifiutava il lavoro a nessuno, e dei suoi lavoratori faceva controllare la vita familiare, a fin di bene - che non sprecassero la paga al gioco o all’osteria, che tenessero le famiglie in condizioni igieniche decenti, che educassero i figli. Era anche fanatico antisemita: finanziava giornali e campagne contro gli ebrei. Ma è passato nella sociologia del lavoro come nel romanzo di Huxley, per le produzioni di massa, col lavoro alla catena in grandi fabbriche. Fondato sul taylorismo, l’organizzazione dei tempi e metodi del lavoro alla catena, elaborato da un ingegnere Taylor nei primi anni del 1900 e subito applicato nelle acciaierie. Una organizzazione della produzione e del lavoro che sarà quella del mondo reale fino a fine Novecento. Mentre perdura tuttora, estesa allo shopping compulsivo, l’ideologia dei consumi.
L’ordine in questo sistema produttivo è totale. Si pratica il condizionamento mentale, con la ripetizione continua di slogan, attraverso il sonno - l’ipnopedia. Non ci sono passioni, essendoci il libero sfogo degli istinti - “che divertimento sarebbe se non si dovesse pensare alla felicità”.  Si viaggia alla ricerca delle droghe, che liberano dalle paure e le passioni. L’amore, se ne parla come fra “pezzi di carne”. La castità, spiega Mustafà Mond, il Governatore dell’Europa Occidentale, bibliotecario del vecchio mondo antico, “significa passione, significa nevrastenia. E passione e nevrastenia significano instabilità. E instabilità significa la fine della civiltà. Non si può avere una civiltà duratura senza molti piacevoli vizi”. Le nascite sono programmate – il romanzo comincia in una fabbrica di embrioni. Fare un bambino è uno scandalo e un’oscenità.
L’ordine e la pace sono in contrasto con le ambizioni intellettuali e le passioni sentimentali. John, uno degli ultimi nati da genitori, fuori dalla programmazione, è il filo che ne lega i contrasti. È attratto dal mondo nuovo, e ne è orripilato. Non finirà bene. Dapprima in eremitaggio volontario, facendosi convinto che la donna di cui si è innamorato, Lenina Crowne, non lo merita. Poi, bersagliato da giornalisti e turisti in elicottero, alla caccia dell’ultimo “selvaggio” nel deserto, suicida.    
Il titolo e la citazione di Berdjaeff dichiarano l’intento ironico della narrazione. Il titolo originale, “The Brave New World”, è tratto dalla “Tempesta” di Shakespeare, dove Miranda, la bella figlia inesperta del duca di Milano Prospero, è esilarata dalla natura: “Oh meraviglia? Com’è bello il genere umano! O eccellente mondo nuovo….”. Huxley racconta la sua visione del futuro con humour. I personaggi hanno nomi di personalità storiche in attitudini o accostamenti irriverenti. Lenina ama lo shopping, orgogliosa di possedere il top del momento, la  cintura di Malthus, segno di libertà sessuale – la cintura, così chiamata in omaggio al teorico del controllo delle nascite, è piena di contraccettivi. Nomi e cognomi si contraddicono beffardamente: Benito Hoover (Benito Mussolini e la ditta che già produceva in serie l’aspirapolvere), Bernardo Marx (Marx con Bernard de Mandeville, l’autore della “Favola delle api”, teorico dell’effimero como motore del progresso, dei consumi voluttuari, del lusso: Bernardo Marx è un alfa che coltiva il lusso, ma non è alto abbastanza, e questo lo rende critico), Darwin Bonaparte, Clara Deterding (la moglie di Ford col fondatore della Shell), Herbert Bakunin (un sacerdote autore di inni sacri e il rivoluzionario russo), Sarojini (poeta nazionalista indiano del primo Novecento) Engels, Jean-Jacques (Rousseau) Habibullah (re dell’Afghanistan).
A.F. è anche inteso Anno di Freud, come di “colui che distrusse la famiglia”. A metà trattazione viene pure la battaglia necessaria contro i virus. Ma in senso negativo: “La Civiltà è Sterilizzazione”.
Aldous Huxley, Il mondo nuovo

domenica 12 aprile 2020

Problemi di base divini - 554

spock

“L’unica immagine di Dio è l’uomo vivo”, Gianni Gennari?

“L’ipotesi di Dio possiede un certo grado di semplicità”, Richard Swinburne?

“All’esistenza di Dio non c’è spiegazione: non ce ne possono essere”, id?

“Possiamo pensare qualcosa di cui nulla è più divino”, s.Anselmo?

Cosa c’era quando Dio non c’era?

Perché, Dio c’è sempre stato?

Era solo, che ci faceva?

Si nasce nel tempo, e si muore: è il tempo che ci frega?

spock@antiit.eu

Stracci europei

Lite in casa “Corriere della sera” tra Monti e Tremonti. Monti accusa Tremonti, e tutto il centro destra, Berlusconi, Salvini, Meloni, di avere negoziato a avallato nel 2010-2011 il famigerato Mes, il sostegno europeo alle economie in difficoltà che viene invece usato per prostrarle, come fu fatto con la Grecia.
Monti ha avuto ieri dal quotidiano l’onore di un “fondo”, il pezzo forte di commento. Tremonti, benchè autore emerito di via Soferino, non ha potuto replicare oggi. Una scelta di campo del quotidiano che non compete contestare o commentare. Ma il compassato Monti usa toni spregiativi, pur non essendo parte in causa (difende Conte). E, più strano ancora, antieuropei.
L’articolo parte con la difesa del governo: “L’accordo raggiunto all’Eurogruppo, pur con diverse ambiguità, è un altro passo in avanti verso una risposta europea alla crisi da coronavirus, dopo le misure prese dalla Commissione e dalla Banca centrale europea… L’Italia non è uscita male dal negoziato”. Potrebbe essere una difesa di Gualtieri, della stessa area eurovaticana di Monti, ma è Conte a beneficiarne. Dunque, Conte non è solo al governo. Non essendo una scelta di Mattarella, non si poteva dirlo figura, surrettiziamente, del Pd. Era in quota, per così dire, 5 Stelle, indicato e sostenuto da loro. Ora è in quota senatori a vita, che sono tutti del Pd.
Monti poi prosegue con una serie di contumelie a Tremonti & co – Giorgia Meloni ne faceva parte come ministro per il Pdl”, etc.. Ma vuole finire su toni antieuropei. Sorprendenti per uno che è sempre stato, e si è voluto, sdraiato al soglio di Bruxelles, da Merkel in su, fino ai finlandesi – gli attaccanti della squadra Merkel, oggi gli olandesi Hoechstra e Rutte, erano contro Monti i finlandesi Rehn e Katainen. Monti evoca, senza necessità nella polemica contro Salvini e Meloni (anzi, a loro favore), “l’umiliante esperienza fatta dalla Grecia con la troika, creata con il Fesf”, vecchio nome del Mes. Aggiungendo, non richiesto: “Non sarò certo io…  a raccomandare a Conte di andare sotto le forche caudine” del Mes. 

Monti contro Draghi

Io sono convinto, con testardaggine illuministica, che un giorno anche la Germania darà luce verde agli eurobond, così come ero convinto che avremmo indotto la Merkel ad accettare che la Bce stabilizzasse il mercato dei titoli di Stato contro la speculazione. Questa seconda cosa, nel giugno 2012, è avvenuta”. È la conclusione del “fondo” di Mario Monti che ha aperto il “Corriere della sera” sabato 11.
L’allora presidente dl consiglio si attribuisce il merito della decisione della Bce di difendere l’euro contro la speculazione. Una decisione autonoma della Bce, e di Draghi in persona, il presidente all’epoca della Bce, col famoso “costi quello che costi”, whatever it takes. Che prese questa decisione contro Merkel. Contro l’uomo di Merkel nel comitato direttivo della Bce, Weidmann, sempre polemico, allora e dopo. Mentre il governo portava la decisione di Draghi al Bundestag e alla Corte costituzionale tedesca, che però non trovarono argomenti giuridici validi per invalidarla – non poterono contestare l’autonomia e gli statuti liberamente accettati della Bce.
Due errori, ma non per Monti, che sa di Bruxelles tutto e di più. Monti voleva attaccare Draghi?
È più che certo. Ben due volte nell’articolo Monti richiama “le condizioni draconiane imposte da Trichet e Draghi nella lettera del 5 agosto (2011), accettate dal governo Berlusconi”. Una lettera che è fumo negli occhi di Tremonti e di tutto il entro-destra. Perfidia? Ancora in favore di Conte forse, sicuramente contro Draghi.

In conclusione, Monti si attribuisce il merito, al posto di Draghi, di aver salvato l’euro.

La vita nella fede

Tre ore di emozioni, si direbbe, sul nulla: la vita di tre o quattro famiglie di contadini in una cascina bergamasca a fine Ottocento. Dove cambiano solo le stagioni, tra nascite, giaculatorie, e fatica. Un capolavoro di immagini, col sottofondo di un dialetto addolcito, e del latinorum delle preghiere – comprensibile (e compreso). Un monumento, storico.
Riproposto su Rai 3 come omaggio a Bergamo, ora al centro dell’epidemia, colpisce perché è un film religioso. Tanto più diverso, attraente oggi, nel mondo senza più fede. Di gente pia, il sabato in modeste riunioni da ballo, o all’ascolto di narrazioni,  epiche, curiose, le altre lunghe notti tra vespri, rosari, giaculatorie, invocazioni, voti, o preci speciali in presenza del folle, l’uomo più caro a Dio. La vita quotidiana è povera, ma fiduciosa, e senza fatica.
In una cascina isolata un mondo pieno. Di pudori estremi, quasi all’afasia, essendo le cose condivise, passioni e doveri. Di nascite come eventi naturali. Di bambini e bambine bradi ma accuditi, in ogni aspetto. Comprese le più grandi che hanno un fratellino sempre a carico, che si portano in collo. Lo stesso rito è semplice: un voto, un sortilegio, un consiglio, i sacramenti, il sacerdote vive, parla, indirizza come tutti, uno dei tanti. Solo la morte e la malattia, degli uomini come delle bestie, suscitano apprensione.
L’esemplificazione dal vivo di quella vita semplice cui il romanzo lombardo allude ma tralasciandone la rappresentazione – Manzoni non ne aveva esperienza. Ma, come nel romanzo, organizzato dalla diocesi borromeiana, di san Carlo prima del cardinale. Del “lavorerio” ordinato. In cui l’ordine non è servitù – il padrone, pur presente, è remoto. Della dignità di ognuno. Della vita, comunqne, come una festa
Ermanno Olmi, L’albero degli zoccoli

sabato 11 aprile 2020

Ombre - 508

Si è fatto scandalo di un articolo del quotidiano tedesco “Die Welt”, che intima fermezza negli interventi europei anti-crisi, perché in Italia potrebbero andare alle mafie. Ma questo era “la Repubblica” prima di “Die Welt”, con Saviano il 23 marzo. E lo è dopo: oggi lo scrivono i giudici Greco e Melillo.

Però, i giudici antimafia scrivono su “la Repubblica” una pagina, sei cartelle. Si vede che non hanno altro da fare – le mafie dormono?

L’Europa, dopo lunghi e controversi negoziati, prospetta un piano di interventi straordinari che, se attuato, mobiliterebbero per l’Italia 70 miliardi in credito da investimento. Banca Intesa, da sola, ne mette a disposizione 50, senza vincoli.

Il presidente del consiglio Conte avalla e vanta un intervento europeo anti-crisi da 1.500 miliardi. Che non è stato ancora deciso, bisogna aspettare fine mese. E che di fatto mobiliterà risorse per un terzo o poco più. Sembra che si parli da solo, compiaciuto.

A due mesi dall’inizio del salasso economico per via del coronavirus l’Ue non decide. L’unico soggetto economico al mondo che traccheggia. Ancora – per ora - di quindici giorni.

Gli specialisti che la Protezione Civile esibisce sono sempre e solo del Gemelli di Roma, fondazione e ospedale. Ce ne sono di ottimi, virologi, epidemiologi, eccetera, a Roma anche alla Sapienza, e a Tor Vergata, ma evidentemente non sono di parrocchia. Cambiano le repubbliche, ma l’Italia no. 

Il giudice Fresa, numero due della Cassazione, fustigatore della politica – della politica di destra, essendo lui di sinistra – è accusato a metà marzo di maltrattamenti dalla moglie, e sospeso dall’incarico di Procuratore Capo. Un notizione. Ma si sa solo tre settimane dopo, incidentalmente. Era un informatore dei cronisti giudiziari? I cronisti giudiziari sono una mafia?

Si sa di Fresa quando la Cassazione avalla, contro il suo parere, il ricorso dei figli di una donna, che il marito ha ucciso dopo minacce e maltrattamenti, contro i tribunali siciliani che hanno negato loro il risarcimento pubblico per le negligenze dell’apparato giudiziario, dopo le denunce presentate dalla donna. Si è saputo, cioè, per un caso di femminicidio: ormai gli uomini non fanno più notizia, anche se potenti in disgrazia.
Si sa di Fresa anche perché appaiono le foto della moglie giovane, brasiliana, e dell’amante, anch’essa brasiliana.

L’Olanda si oppone ai bond europei – “non vogliamo pagare i debiti italiani” -  nel mentre che altre grandi aziende, anche italiane, trasferiscono la sede legale in Olanda per non pagare le tasse. È concorrenza sleale, o mercantilismo. E anche, un po’, delinquenza – i paradisi fiscali sono proibiti. Ma è l’Europa.

Il fatto olandese è noto, sia il no all’impegno europeo contro il virus che le agevolazioni fiscali. È noto anche che il no olandese ha alimentato e alimenta una colossale operazione  al ribasso nelle Borse per depredare i risparmiatori - che sono principalmente italiani. Ma non si dice. E questo è un problema dell’Italia in Europa: nascondere la sporcizia sotto il tappeto.

Un lettore romano di via Cortina d’Ampezzo, indirizzo fra i più cari di Roma, lamenta che i vigili non gli hanno consentito l’accesso all’edicola, obiettando che il giornale non è di prima necessità. È plausibile. I vigili non sono tenuti a leggere, tanto meno un decreto del governo. E sono tenuti a essere più che altro sbirri. Ma il giornale, è di prima necessità?

Trump accusa l’Oms, organizzazione mondiale della sanità, di aver fatto il gioco della Cina nella pandemia da coronavirus: “Per qualche ragione, nonostante sia finanziata in gran parte dagli Stati Uniti, l’Oms è molto filocinese. Fortunatamente ho respinto il loro consiglio di tenere aperti i confini con la Cina, qualche tempo fa. Perché hanno dato una raccomandazione così sbagliata?”
Poi dice che Trump ha torto.

Si dimette il presidente del Consiglio europeo della ricerca, Mauro Ferrari, “pioniere della nanomedicimna”:” Deluso dalla risposta all’emergenza coronavirus”.
Sicura vittima del virus è l’Europa, come che vada a finire. Di questa strana Europa di Merkel.

Sagre cinesi in Rai, nei tg, negli intrattenimenti e nei gr. Ovunque celebrazioni di quanto la Cina è generosa, intelligente, organizzata, avanzata nelle ricerche, imbattibile ai virus. Rai News 24 ha dedicato alla generosità cinese almeno la metà del notiziario. Considerato che la Cina, piccolo particolare omesso, è un regime comunista, si sarà la vecchia Telekabul trasformata in Telepechino?
Ma allora c’è ancora un partito Comunista in Italia?

Insieme con la Cina le altre superpotenze, Usa e Russia, hanno mandato in aiuto all’Italia medici, medicine e attrezzature sanitarie. Ma la Rai li snobba. Anche le tv di Berlusconi per la verità. Si direbbe che non è un caso.

I paesi europei avrebbero potuto difendersi dalla pandemia, dopo l’Italia. A partire dalla Spagna, con Francia, Gran Bretagna, Germania. Non l’hanno fatto perché l’Europa funziona così: ognuno è più furbo dell’altro.

Banche e aziende abbottonate, niente dividendi, siamo nella peste, aspettiamo gli eventi. Eccetto che per le aziende pubbliche, Poste, Enel, Eni, Terna… Lo Stato i dividendi li vuole tutti subito, del doman non c’è certezza.

Nella sanità sono stati tagliati 45 mila posti, dal 2009 a oggi. Ma la spesa è cresciuta, anche più del pil – molto stento in questi anni: da 100 a 118 miliardi. Non evidentemente nelle strutture sanitarie, impreparate e insufficienti al contagio. La sanità è sempre distruttrice di risorse - la stella polare del sottogoverno e della corruzione.

Cronache virali

Lodi, epicentro del coronavirus, e Varese registrano una mobilità del 67-68 per cento: due abitanti su tre escono. In tutta la Lombardia il tasso di mobilità è del 40 per cento.
A Milano il sindaco Sala è esclusivamente preoccupato della mobilità: fa appelli alla cautela, chiede più controlli.
I nuovi contagi sono oggi per un terzo, circa 1.500 su 4.500 circa, sono in Lombardia. Dove i ricoveri ospedalieri sono raddoppiati nelle ultime ventiquattro ore. E i nuovi decessi sono poco meno della metà del totale nazionale.
In Lombardia un morto da coronavirus su dieci nel mondo: su centomila morti da coronavirus, diecimila sono stati in Lombardia.
Un quinto dei diecimila è morto in Lombardia nelle case di riposo.
Abnorme in Lombardia anche il tasso di letalità (contagiati morti): il 18,3 per cento, quasi uno su cinque. Nello stato di New York, dove pure i morti sono in numero elevatissimo, il tasso di letalità è del 4 per cento.

La Germania a tutto vapore

La preoccupazione tedesca è che i fornitori di Lombardia e Veneto non tengano il passo della produzione – della produzione tedesca. L’unica.
Il coronavirus è tenuto a bada con le statistiche, la produzione in Germania va avanti come se nulla fosse. Il numero dei positivi non può più nascondere, ma se ne può minimizzare la letalità. Con un semplice accorgimento statistico.
La Germania può così continuare a lavorare, come prima. Anzi con più lena perché molta concorrenza europea, e italiana, nell’automotive,  nelle macchine utensili e nel bio-medico, è bloccata.
L’unico problema che l’industria tedesca si pone, soprattutto la metalmeccanica, è per il blocco dell’attività in Italia, dei fornitori.

I media con l’alzheimer

La decisione dell’Eurogruppo – prestiti di favore condizionati alla destinazione a spese sanitarie, cioè sotto controllo europeo – ha ripetuto pari pari la sera quanto aveva chiesto la mattina imperativo il quotidiano merkeliano “Die Welt” nel vituperato articolo “Signora Merkel, tenga fermo!” – sottotitolo: “Di sicuro i paesi dell’Unione Europea dovrebbero aiutarsi reciprocamente nella corona-crisi. Ma senza limiti? E senza controlli?”
Questo il testo dell’articolo: “Dovrebbe essere chiaro che in Italia, dove la mafia è forte e aspetta ora i nuovi finanziamenti a pioggia da Bruxelles, i fondi dovrebbero essere spesi soltanto per il sistema sanitario e non per il sistema sociale e fiscale. E naturalmente gli italiani devono anche essere controllati da Bruxelles e dimostrare che stanno impiegando i fondi correttamente”. Questo è quello che il pomeriggio l’Eurogruppo ha deciso.
Una coincidenza gornalisticamente ghiotta, ma di questo non si è letto, né nelle cronache né nei commenti. Né nei giornali filogovernativi né in quelli anti-governativi. .
Il giorno precedente la non-decisione dell’Eurogruppo Conte aveva detto solenne alla “Bild Zeitung”: “Per non perdere competitività abbiamo bisogno di Eurobond… Il debito italiano ce lo paghiamo noi e ce lo siamo sempre pagati, l’Italia i compiti a casa li sa fare”. Ma nessuno ne ha chiesto ragione a Conte nella conferenza stampa di ieri sera – rinviata quattro volte, e Conte non aveva il raffreddore.
Nella verve polemica che sempre li agita, i media sembrano curiosamente soffrire di Alzheimer: dimenticano subito. Il corona-virus ha anche questo effetto?

La poesia come filologia

“Ci doveva pur essere un aition, un fondamento mitologico, che spiegasse quella fioritura di musica e di poesia che dai tempi già lontani illustrava l’isola di Lesbo”. La vecchia prefazione di Giovanni Tarditi – l’edizione è di venticinque anni fa – sembra anticipare l’attualità, oggi che l’isola è nelle cronache per i lager, nella guerra agli immigrati. Ma è lo stesso un miracolo che Lesbo sei-sette secoli prima di Cristo avesse poeti raffinati come Alceo e Saffo.
Il miracolo per la verità è doppio. Le riedizioni, di Alceo come di Saffo, tanto più se critiche come questa, oculata, studiosa, piena di varianti, sono soprattutto monumenti filologici, di ricerca letteraria. Che la poesia deve ricostruire in base agli echi che ne se sono avuti nei secoli, i frammenti residui dicendo poco o nulla – di Alceo meno di Saffo. Come dire: eccovi Alceo, o Saffo, senza Alceo, o Saffo.
Di Alceo soprattutto si sa che fu un combattente per la libertà, contro i tiranni che – nel nome della lottak alla tirannide – si succedettero nei suoi anni sull’isola. Compreso un compagno di eterìa, di circolo politico, Pittaco. Tra i frammenti molti ce ne sono di invettiva o insulto. “Pittaco il traditore” è la sezione più cospicua della raccolta, di frammenti più lunghi e significativi. Altri vengono proposti come omoerotici, ma sono solo inni al vino – compreso l’originale “il vino è verità”. Antonietta Porro, che ha curato la ricerca e fatto la traduzione, corredandola di note, trova “rare attestazioni di poesia pederotica” – uno dei due è questo: “Il vino è verità, caro ragazzo”. 
Circa 200 frammenti rimangono, dei dieci libri di cui Alceo sarebbe stato autore, variamente citati in antico. Qualcuno è diventato proverbiale - “il vino è verità”. Il più noto è ripreso da Orazio nella formula “nunc est bibendum” – Orazio ha ripreso vari componimenti di Alceo. Le lesbie “spiccano per bellezza”. Atena è “glaucopide”. E si fanno, dopo il simposio o sbevazzata con gli amici, serenate alla “porta chiusa”, παρακλαυσίθυρα. Poco altro se ne ricava. Ma sì un senso forte di eleganza, di un’arte poetica già nel VII secolo a.C. complessa e formale. Sobria, quindi parte di un’arte consolidata, regolata. E della vita civile naturalmente che la sottende. I più compiuti sono i frammenti in lode già degli elementi, della natura: le acque, il “purpureo mare”, i “venti miti, che non portan tempesta”, “di autunno tenero il fiore”.

Alceo, Frammenti, Giunti, remainders, pp. LIV + 325, ril. € 5,90


venerdì 10 aprile 2020

Problemi di base europei - 553

spock

L’Europa è Bellavista, come dice il nome?

Vista dall’alto, dal basso, di profilo?

Ma qualcuno l’ha vista – in che epoca, in che occasione?

È un ideale?

Distopico - un incubo?

O è come si vede, una coda dell’Asia?

L’ultimo accampamento delle orde, sopra le Alpi?

Umanizzata, ma non abbastanza?

spock@antiit.eu


E adesso, povero Conte?

La non decisione europea su una risposta aggressiva alla crisi sanitaria ed economica ha portato Conte – non insensibile lo stesso presidente della Repubblica Mattarella, che ha richiamato Conte al rispetto del Parlamento - alla crisi. Alla prospettiva di crisi: se ne è discusso tutta la giornata di oggi.
Il Pd ha tentato subito, con Gualtieri, di avallare la non decisione di Bruxelles come un successo. Difficile, avendo ottenuto solo qualche miliardo, non molti, e a costo di umilianti verifiche che vada a spese mediche. Conte però, essendosi esposto con l’intervista militante alla “Bild Zeitung” (“o eurobond o facciamo da noi”), i 5 Stelle, Renzi e molti nello stesso Pd vedono l’accettazione supina della (non) decisione dell’Eurogruppo come un’autostrada spalancata all’opposizione.

I Dc di Merkel mettono ko i Progressisti – e l’Italia

I Popolari, come si chiamano i Dc in Europa, mettono ko i Progressisti (Socialisti, Democratici). Cioè i governi italiano e spagnolo. Questo il senso della (non) decisione dell’Eurogruppo su una risposta economica aggressiva al coronavirus.
Vittima parziale dei Popolari anche Macron. Il presidente francese fa capo ai Liberali europei, a cui i Popolari-Dc preferiscono gli ex gollisti dell’ex Sarkozy, che sono stati a lungo loro ruota di scorta.
Il no a Italia, Francia e Spagna viene imputato a Mark Rutte, il primo ministro olandese, ma impropriamente. È opera del ministro olandese delle Finanze Wokpe Hoekstra, uno dei giovani leoni della Dc europea di Angela Merkel. Hoekstra rappresenta il partito Cristiano Democratico nella coalizione di Rutte, che invece è di destra, e punta a scavalcarlo in quell’area elettorale, usando l’Italia – e la Spagna - come falso scopo.
Macron ha fatto finta di nulla, perché è un presidente di immagine, e gli basta, secondo i suoi criteri, accreditarsi come co-leader della Ue alla pari di Merkel. L’Italia avrà problema a fare finta di nulla.

Rai sadica

La puntata più cruenta di questa serie Rai “ispirata a una storia vera” - con l’amputazione di un ragazzo e la riproposta, la terza o quarta in tre puntate, del primario occhio clinico che lascia morire il suo adorato bambino in piena crisi cardiaca scambiandola per mal di pancia - fa un record camilleriano, da trenta e più di share. Un popolo improvvisamente orrorifico? Effetto del contagio? O unica programmazione non rimasticata della serata?
Resta l’effetto Rai, sgradevole. Ciro Visco è regista della serie “Gomorra”, e quindi si poteva immaginare. Ma Michelini è regista di punta dei Bernabei, marchio di serie edificanti, “Don Mattero”, “Dio ce la mandi buona”, “I Medici”. La chiesa ha abbandonato Dio, o viceversa, dopo il giubileo della compassione? O sono semplicemente i Bernabei che cambiano gusto, Lux Vide?
La serie è monca perché il contagio ha impedito di concluderne la lavorazione. E quindi rimarremo col sadismo Rai.
Jan Maria Michelini-Ciro Visco, Nelle tue mani

giovedì 9 aprile 2020

Letture - 416

letterautore

Bergoglio – Non vende. I libri di e sul papa Francesco non vendono, scrive Filippo Di Giacomo sul “Venerdì di Repubblica”: “L’editoria cattolica italiana nel mercato confessionale globale è scesa al terz’ultimo posto”. Tutta colpa, per il vaticanista, dei “bergoglioni”, che dice indiscreti e vacui: “Ostentano il tu con cui si rivolgono al papa, mandano in onda telefonate private, registrazioni di colloqui informali, foto rubate” – “si autoreferenziano e si complimentano a vicenda, si ringraziano tra loro e si premiano a turno”.
La crisi dell’editoria religiosa Di Giacomo lega comunque all’avvento del bergoglismo: “Fino al 2012 aveva vissuto un momento d’oro, resistendo anche alla crisi economica del 2008, letale per l’editoria in genere, ma non per quella religiosa”. Era anche un’epoca in cui “il 38 per cento di chi leggeva almeno un libro religioso all’anno non era cattolico praticate, talvolta neppure credente”. E “la percentuale più alta era costituita da giovani professionisti tra i 18 e i 50 anni con titolo di studio elevato”. Era l’“effetto Ratzinger”.
 
Biglossia – Categoria che Furio Brugnolo propone (in “La lingua di cui si vanta Amore”, 23) a proposito di scrittori che o, “1, appartengono a pieno titolo a due lingue e a due letterature”, oppure “2, operano in contesti culturali e letterari istituzionalmente e anzi, per così dire, costituzionalmente poliglotti”. Senza però essere considerati scrittori della lingua acquisita, non nei repertori storici.  Per il primo caso Brugolo fa l’esempio di Bechett, inglese e francese, e di Yvan Goll, francese e tedesco. Oltre a quelli classici di Gilles Ménage-Egidio Menaggio, e di François Régnier Desmarais, il francese che tradusse in italiano Anacreonte e Omero (la traduzione parziale dell’“Iliade”è ancora leggibile, e anzi si segnala per il piglio, per gli endecasillabi cadenzati, in tono).
Della seconda specie Brugnolo cita gli italo-slavi. Ma il caso più nutrito è degli anglo-indiani.
Della prima si possono citare Jacqueline Risset, che si esprimeva liberamente in francese e in italiano o in Jhumpa Lahiri, a suo agio in inglese (americano) e italiano. Pur facendo parte entrambe delle “storie letterarie” della lingua di origine, francese e americana.

L’uso più esteso è però una forma di poliglottismo. Comune in  Russia e in Germania nell’Ottocento per quanto riguarda il francese una forma di distinzione sociale, nobile-altoborghese: Thomas Mann nei dialoghi che concludono la “Montagna incantata” (lo stesso Mann terribile antigallico delle “Considerazioni di un impolitico”), Tolstoj in Guerra e pace”. Lo stesso si può dire di D’Annunzio o Ungaretti. O nel Settecento di Galiani, Casanova, Goldoni. Degli italiani che usano l’inglese, con qualche padronanza, si possono citare Pavese, Fenoglio, Amelia Rosselli, e Foscolo.
Di Th. Mann si può considerare peraltro l’uso del francese diminutivo, se non derisorio, concludendo il romanzo della crisi della cultura europea. Solo cinque o sei anni prima, nelle “Considerazioni di un impolitico”, essendo stato ferocemente antifrancese. Il fratello Heinrich Thomas giunse a disprezzare perché non abbastanza nazionalista, non antifrancese.

Dante – Rinasce nel Novecento nei “Cantos” fascisti di Pound, il 72 e il 73 – specie il primo? L’ultimo dei “Quattro quartetti” di Eliot è ritenuto la più dantesca ripresa di Dante: l’incontro, in una Londra distrutta dai bombardamenti, con lo spirito di un trapassato – sul modello di Dante con Brunetto Latini, nel canto XV dell’“Inferno”. Ma Pound va forse più in là, nel primo dei due “Cantos” mussoliniani, il 72: per l’uso disinvolto dell’endecasillabo, l’incatenamento delle terzine, le rime a distanza, le modalità verbali – le varie tipologie di locutio  dantesca: il plurilinguismo e il pluristilismo, apocopi e aferesi, e costrutti arcaizzanti, colloquiali, familiari, alternati con quelli innovativi, non tralasciando il gergo rozzo, specie nell’invettiva.

Poesia – Un mese e mezzo, quasi, ai domiciliari da pandemia, non ha spento la vena poetica: “La bottega della poesia”, la pagina  settimanale che Gilda Policastro tiene sabato su “la Repubblica-Roma” è sempre piena di contributi. Anche aggiornati, l’ultimo è sul lockdown.

Italiano Fu un sorta di lingua franca per tre-quattro secoli, dei pellegrini a Roma, e anche la lingua dell’Europa colta, accanto al latino. A partire da Petrarca, dal petrarchismo. Fino a tutto il Settecento, quando italiano non è soltanto il linguaggio della commedia e la lingua della musica, Mozart compreso, nella corrispondenza e nelle opere, nonché il langage des dames, ma è anche il disegno architettonico e urbanistico, la critica dell'economia, e perfino la speculazione filosofica. Per Vico, Giannone, Pietro Verri – dopo Giordano Bruno e i calabresi Campanella e Telesio. L’“Antropologia pragmatica” di Kant, sintesi di trent'anni di corsi universitari, fa ampio ricorso alla filosofia italiana, specie in materia di piacere e dolore, di filosofia e teodicea.

Si è scritto molto in italiano in Francia: Rabelais, la regina Margherita, i poeti del Cinquecento, specialmente Louise Labé, Montaigne, perfino Diderot in una pagina irriguardosa (la prostituzione omosessuale) dei “Gioielli indiscreti”. Voltaire aveva eletto l'italiano a langage des dames per corrispondere con la nipote Marie Louise Mignot, “Madame Denis”, che leggeva e scriveva italiano, e altre amanti. Scrisse in veneziano a Goldoni, come documenta una vecchia pubblicazione di Emilio Bodrero, il nazionalista che fu deputato e senatore fascista fino al 1943, “Poesie e prose in italiano di scrittori stranieri”, uscito postumo sessant’anni fa. E a Cesarotti con lusinga: “In italiano si dice tutto ciò che si vuole, in francese solo quel che si può”. Padroneggiava l’italiano anche nelle derive burlesche o satiriche, alla Pulci, alla Folengo.

Rabelais, nel curriculum che apre il”Terzo Libro” di “Gargantua e Pantagruel”, vanta di avere scritto delle opere “in toscano”. Al capitolo IX del “Secondo Libro” Pantagruel, incontrando per la prima volta Panurge, lo sente esprimersi in quattordici lingue, avendo frequentato il mondo poliglotta degli studenti, compreso l’italiano - terza lingua dopo l’arabo e l’ebraico …. (il francese viene per ultimo). Un italiano affettato, curiale, nello stile della prosa codificato da Bembo, praticato da Castiglione e Sannazzaro. Ma col sottofondo del Pulci, nell’immagine della cornamusa che per suonare vuole il ventre pieno: “Signor mio, voi videte per exemplo che la Cornamusa non suona mai s’ela non à il ventre pieno”.  Alla stessa maniera si eserciterà ancora Diderot, alla pagina aretinesca dei “Gioielli indiscreti”, di “bacci alla fiorentina”, tra uomini, “i quali ci pagarono con generosità”.

Di Voltaire si sono conservate 178 lettere scritte in italiano,  ad Algarotti e Goldoni tra i tanti. I più uomini di chiesa: sacerdoti, frati, gesuiti, teologi, cardinali, e i due papi Benedetto XIV (tre lettere) e Clemente XIII. Con Benedetto XIV, un intellettuale, gli scambi furono culturali. A Clemente XIII Voltaire inviò, congiuntamente con Mme Denis, la richiesta di un reliquia di san Francesco per una chiesa che “Francesco di Voltaire” intendeva edificare “nelle vicinanze dela Herezia”. Non uno scherzo blasfemo, come si potrebbe pensare: le reliquie furono spedite, al chiesa fu edificata, e Votaire vi prese anche al comunione, per dare “un esempio edificante” ai popolani.
Anche Voltaire scrive “baccio”, con due c, come Diderot - e “adio”, con una d. Nel 1746 aveva scritto un trattatello in italiano, “Saggio intorno ai cambiamenti avvenuti su’l globo della terra”, per essere accettato quale membro di cinque accademie, quella della Crusca, e quelle di Bologna, Firenze, Roma e Cortona.

Numerosi nel Settecento gli italiani che scrissero anche in francese: Galiani, Goldoni, Casanova. Mentre si scriveva in italiano, sempre nel Settecento,  anche in Germania, incluso l’antipatizzante Herder. In casa Goethe c’era un istitutore d’italiano. Il padre di Goethe, Johann Caspar, scrisse un prolisso “Viaggio in Italia” in italiano. Mozart scriveva indifferentemente in italiano e in tedesco.
Il Settecento era tempo di eteroglossie, a giudizio di Gianfranco Folena, “L’italiano in Europa”: una sorta di cosmopolitismo linguistico. Ma italiano era indubbiamente il linguaggio della cultura. Da Pietroburgo a Madrid. Fino a Ottocento inoltrato, alla “nostra Italia” di Elisabeth Barrett Browning. Compresi, a Londra, i Rossetti padre e figlia, Gabriele e Christina. Christina, di famiglia italiana anche per parte di madre, una Polidori, sorella del medico di Byron, fu in Italia una sola volta, non entusiasta, ma tradusse e imitò Metastasio.

Respect – Spectre: è l’ultimo anagramma di Gianni Mura, l5 marzo,  su “la Repubblica”. Anche nell’ultima malattia ci vedeva chiaro.

Roma – “Una città dove quasi nessuno ha davvero una meta”, Patrizia Cavalli, “Con passi giapponesi”, 66. A condizione di alzarsi tardi.
È vero però che rimane affollata anche dopo.

Sartori – Il “Corriere della sera” fa tesoro di Giovanni Sartori, che ne è stato commentatore politico negli ultimi anni, e ne celebra la memoria in ogni occasione – ora anche in due pagine per i tre anni dalla morte. Far entrare Sartori in azienda fu difficile nei tardi anni 1980, che pure erano di grandi progetti di riforma istituzionale. Il professore rispondeva volentieri da New York, dove insegnava. Ma non interessava a nessuno. A stento qualche intervista minima, tipo “naso” (riquadro), si poté pubblicare sul settimanale “Il Mondo”. Non che fosse uno sconosciuto – la sua fama anzi riverberava dall’America. Ma era liberal, e non andava bene al compromesso storico.

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Il corpo di Napoli, a letto e in cronaca

Avendo deciso che Napoli è il luogo “dei corpi, della carne, del sesso”, lo scrittore “siculo-francese” che di Napoli è diventato cittadino onorario la mette in scena in vicende di sesso avventuroso infaticabile, e di ludibrio. Mentre lui stesso naviga personalmente in un mare di rotondità, tra coiti a ripetizione, di ogni genere – omaggio allo sdoganamento della pornografia che si praticò nell’editoria europea un lustro fa (in Carrère se ne trovano casi, perfino nel casto Enzensbger)? Questo nella seconda raccolta del volume, “Encore en tour autour de la vie”, del 2016 – ai sessant’anni, non detti, dello scrittore? Con le storie parastoriche della Santa Vulva (Suor Giulia di Corna), una Santa Baubo giovane, tra Cinque e Seicento – la Baubo originale è la vecchia che fece sorridere Demetra, in lutto per la scomparsa della figlia Persefone, denudandosi le parti basse. Della saponificatrice di Venafro, molto brutta e molto fascista, e molto abile in affari, roba della entrata in guerra, col processo, e le memorie in carcere. E dei”bambini-doccia” nei bagni di scuola dei-delle tredicenni a Napoli.
Un caso di cronaca, quest’ultimo. Come quelli che Schifano racconta nella prima raccolta del volume, “Everybody is a star”, del 2003. Un seguito delle fortunate “Cronache napoletane”, 1984: cronache semplici, prese dall’attualità, e raccontate il più semplicemente possibile, con linguaggio quasi piatto, da verbale giudiziario. Che atterriscono per gli eccessi, quasi sempre di violenza, quasi sovrumana, di Napoli in questi ultimi decenni. Di furori quasi astratti, tanto sono inimmaginabili: la mamma che castra il figlio omosessuale, il giovanissimo camorrista che uccide la madre perché ha un amante. Compresi già i bambini terribili che poi diventeranno “paranze”. Racconti, si direbbe, alla Malaparte di “La pelle”. Soprattutto quelli della seconda raccolta. Ma anche i primi, brevi aneddoti inverosimili, benché senza l’onirico - l’inverosimile, o fantastico, è nei fatti. Racconti “omerici”, o tragici, da intendere per ineluttabili. Senza tornaconto o calcolo. In effetti non sociologizzabili, se non per un pregiudizio post-unitario, oggi leghista.
Ma Schifano è anche conoscitore come pochi, oltre che estimatore, della “nobilissima Partenope”. Padroneggia perfino, da virtuoso, il napoletano stretto in traduzione, riuscendo a salvarne il senso sonoro oltre che semantico. E ne racconta il male da difensore preconcetto della città, contro tutto e tutti, soprattutto Garibaldi e i Savoia. Per ultimo usa il lapsus di papa Francesco a Napoli, “la corruzione spuzza”, per salvarne anche la corruzione: il papa voleva dire che quella di Roma, del Vaticano, puzza anche di più.
Polemiche soprattutto le presentazioni: “Chi non riconosce il valore dei Borboni non sa niente di Napoli. Carlo III è stato un grandissimo dirigente. Loro hanno costruito, i Savoia invece hanno distrutto”. La città è un corpo martoriato, dall’unità: “Napoli è come un ex voto, da 150 anni è smembrata, il cuore qui, una gamba là”. Malignamente profetico: “Fra 50 anni Salerno e Caserta saranno unite da un solo territorio urbano, sarà cosa favolosa. Volevano ridurre Napoli a una città bonsai, invece ne hanno fatto una pantagruelica”. Il prologo alla seconda raccolta, intitolato “Garibaldo”, si propone di “fare giustizia” di questo “Fregoli della storia”, intenzionalmente deformato in ribaldo. E di Cavour: gli occhiali di Cavour, “’e lent’ a Cavour”, sono a Napoli le manette.

Jean-Noël Schifano, Le corps de Naples. Folio, pp. 305 € 8


mercoledì 8 aprile 2020

Cronache virali

A Brescia, focolaio dei contagi, hanno continuato a lavorare 5 mila aziende, 17 mila in Lombardia, ventimila in Emilia-Romagna, oltre 15 mila in Veneto, oltre settemila in Toscana: le aree più colpite da virus. C’è la chiusura coatta, per decreto, ma basta una comunicazione in prefettura, e vige il silenzio assenso: lavora chi vuole. 
Il sindaco di Milano, Sala, rileva un aumento del 40 per cento degli spostamenti nei primi giorni di questa settimana.
La metà di tutti i positivi al coronavirus, poco meno, si è avuta in Lombardia. La Lombardia registra il 55 per cento dei morti per corona virus, 9.722 su 17.669,
Nella sanità tagliati 45 mila posti, dal 2009 a oggi. Ma la spesa è cresciuta - anche più del pil, molto stento in questi anni: da 100 a 118 miliardi. Non a creare terapie intensive.
Sono quasi cento i medici morti (95) per contagio. I decessi di infermieri sono un quarto, 26 – ma su 6.549 contagiati.
I contagi tra gli infermieri sono un terzo del totale attuale.

Secondi pensieri - 415

zeulig

Filosofia – Una breve veridica  storia è quella di Holt, “Perché il mondo esiste?”, 312: “Accettata l’ipotesi (Cartesio, n.d.r.) che l’io crei se stesso, il rischio è di scivolare giù per una china trascendentale. E di trovare, giunti giù, una curiosa forma di idealismo convinta che l’io, creando se stesso, crei l’intera realtà. Può sembra e assurdo ma è un concetto che affiora speso nella filosofia europea, sin dai tempi di Kant. In versioni diverse, l’hanno fatto proprio Hegel, Fichte e Schelling nel XIX secolo, Husserl e Sartre nel Novecento” – non considerando, evidentemente, il “farraginoso Heidegger”.  
Che altro può indagare la filosofia se la materia resta ignota alla scienza?

Usa dire la “filosofia europea”. Come se ce ne fosse un’altra. La filosofia, intesa metafisica, è europea.

Hegel – “Mi serviva un giorno per leggere dieci, al massimo quindici, pagine di Hegel. E alla fine della giornata ero esausto”. È il ricordo di Giovanni Sartori in “Caso, fortuna e ostinazione” (ora in “Logica, metodo e linguaggio nelle scienze sociali”), dell’anno 1943-44 in cui, nella sua città, Firenze, occupata dai tedeschi, dovette nascondersi per sottrarsi alla leva della repubblica di Salò. Ma per questo - “si ricordi  che, almeno in teoria, riuscivo a capire Hegel” – alla ripresa degli studi fu “considerato enfant prodige”, e nominato professore di Filosofia.

Heidegger – Una lettera ora resa pubblica del 2011 a Emmanuel Faye di Gregory Fried delinea una incontrovertibile propensione nazista (razzista) di Heidegger, anche prima e dopo Hitler. Attraverso la corrispondenza, dai primi anni 1910, contro la “giudaizzazione” dell’università e della cultura tedesche. E con la ricostruzione, semplice, della riabilitazione da Heidegger tentata e riuscita nel 1946-47. Fried è ri-traduttore di Heidegger in America (insieme con Richard Polt e Tom Rockmore), e autore nel 2004 di un “Heidegger’s Polemos”, uno studio sul concetto di Auseinanderersetzung, di confronto frontale con tutta la tradizione, Nietzsche compreso –Nietzsche compreso non per altro, perché era cosmopolita.
Fried si rifà allo stesso Faye, e a Rockmore come prefatore di Faye nella traduzione americana, per chiarire l’ambiguità di Heidegger dopo la guerra. Puntò sulla Francia, di cui non conosceva né apprezzava la filosofia, nemmeno Cartesio, e in teoria avrebbe dovuto essere la grande nemica di ogni cosa tedesca, perché la Francia aveva avuto il regime di Vichy, quattro lunghi anni di collaborazionismo, da giugno 1940 a tutto agosto 1944, e perché la Francia era la potenza Alleata occupante della regione di Friburgo, e quindi quella che avrebbe deciso del suo destino accademico – “l’abilitazione a insegnare e perfino la sua biblioteca privata erano a rischio”. Si indirizzò prima a Sartre, invitandolo a Todtnauberg. Quando Sartre rifiutò, si rivolse a Beaufret, uno studioso allora sconosciuto, ma non a lui: lo invitò a Todtnauberg, e gli inviò nel 1947 la “Lettera sull’umanismo”, con la quale, “sbudellando Sartre”, si impose in Francia. Rockmore prova l’antisemitismo di Beaufret, che sarà uno dei revisionisti dell’Olocausto: Faurisson, il negatore per antonomasia dello sterminio degli ebrei, è stato allievo e poi collega di Beaufret, che lo sostenne sempre pubblicamente.
La ricostruzione dell’Operazione Riabilitazione di Heidegger si può consolidare con tre particolari che Fried omette. L’invito esteso a Celan, sempre a Todtnauberg. Quello propiziato, via Beaufret, da René Char in Provenza. E l’operazione simpatia felicemente avviata nel 1950, insieme con la moglie Elfride, nei confronti di Hannah Arendt, l’amante ripudiata di venti anni prima, quando lei nel 1950 ebbe l’occasione di tornare in Germania.    

Idiosincrasia – “L’idiosis dei sentimenti e delle vite”, che Platone biasimava, come “il più pericoloso male dello Stato”, Federico Condello propone di “renderlo con « individualizzazione» o « privatizzazione» (“ma potremmo renderlo anche con «idiozia», come l’etimo suggerisce”). Un aggiornamento del classicismo al mondo virtuale digitale: come un movimento retrattile, in se stessi, nel mentre che ci si immerge nel mondo, nella rete, nei social. La socialità, l’impegno pubblico che Platone avocava, non è stare nel mezzo, nella folla, ma riflettere.
Ma resta curiosa l’assunzione della “idiosis” nell’idiosincrasia, il cui significato corrente (“incompatibilità, avversione, ripugnanza verso oggetti, situazioni o anche persone”) è l’opposto di quello etimologico. Le etimologie sono complicate (controvertibili). Ma anche il classico.  

Miscredenza - I miscredenti e noi, in Knut Hamsun, “Per i sentieri dove cresce l’erba”, 109: “I miscredenti affermano che è impossibile per loro condividere la nostra fede. Dicono che solo la nostra superstizione, o più esplicitamente la nostra stupidità, ci permettono di credere, e citano una serie di punti della Bibbia che la loro ragione non può accettare. Eppure, amici miei, tra di noi ci sono individui che pur condividendo la nostra fede non possono davvero essere tacciati di stupidità”.

Morte - L’anima muore più volte. Non si può mai capire la morte. Conrad Lorenz, in una intervista nel 1989: “Mio padre diceva sempre che l’anima è molto più mortale del corpo. Non si potrà mai capire la morte”.

Timor mortis conturbat me” è lamento medievale.

Opinione pubblica – John Dewey, “The Public and its problems”, 1927, avviava quella riflessione cui concetti basilari (ovvi) della politica che poi intrigherà Sartori (“Democrazia e definizioni”), ponendo il problema di cosa intendiamo quando parliamo di “pubblico”, “Stato”, “governo”, “democrazia”. Dal punto di vista deweyano, del pragmatismo, dell’effettualità delle cosa. Andando al fondo dei “fatti”, al significato dei fatti.
La maggiore disfunzione rilevava nell’interazione fra l’individuo, il soggetto dell’azione, mentale e morale, e le influenze sociali di ogni genere entro cui l’individuo opera – ed è operato. Di cui l’informazione è solo una parte. 

Carlyle, antidemocratico, si arrendeva alla stampa: “Inventa la stampa e la democrazia è inevitabile”. In senso deteriore, a suo avviso.

Manzoni, della peste, notava: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Scienza – Julian Huxley, “Essays of a Humanist”, 1960, p. 107-8: “Quante vote ci hanno raccontato che la luce abbagliante della scienza abolisce il mistero in favore della logica e della ragione.. Non è affatto vero. La scienza ha rimosso il velo di mistero da tanti fenomeni, a beneficio della razza umana: ma ci pone di fronte a un mistero fondamentale e universale, quello dell’esistenza… Perché esiste il mondo? Perché la materia del mondo è tale? Perché possiede caratteristiche mentali o soggettive oltre a quelle materiali e oggettive?”

zeulig@antiit.eu