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domenica 26 aprile 2020

Secondi pensieri - 417

zeulig

Congettura – “Una volta avviato, il gioco delle congetture non ha più fine” - Claude Lévi-Strauss, “Tristi tropici”, § “La ricerca del potere”.

Conoscenza – È creazione. A ciò che vede o sente per la prima volta la prima reazione umana sarà stata di stupore. Poi, in qualche modo, in tentativi più o meno articolati e distintivi, di denominazione. Che però non è mai definitiva o fissa: è variabile.
Tutta la filosofia di Heidegger si può dire questo: creare (scovare) concetti e denominarli.

La conoscenza è metamorfica, la verità lo è. L’unità. L’unità del mondo.

Si può dire la conoscenza una creazione limitata. Oppure, nell’altro verso, sempre nuova, aggiornata.

È nel linguaggio una conoscenza condivisa: forme e cose si ripetono in tutte le lingue, con la sola differenza dell’articolazione semantica. Sia le forme viventi che le inanimate.  Ci può essere un oggetto curioso, per concezione, per impiego, come un animale a noi sconosciuto, ma niente che non si possa ricondurre al linguaggio comune. Siamo radicati in queste forme anche nell’invenzione del fantastico.

Denaro – È diabolico nella tradizione tedesca, dai primi “Faust” al dottor Schacht, “Magia del denaro”, che pure ne fu domatore. Anche la parola in tedesco allude. Schein, la banconota, è anche ombra, parvenza. Geld, denaro, è più pratico. È in origine valore, riconoscimento, introito.   

Democrazia – Una fatica (lavoro) di Sisifo? Goethe così la spiega, scrivendo al geologo Carl Cesar von Leonhard il 12 ottobre 1807: “Certo si disputerebbe assai meno sugli oggetti della conoscenza, sulla loro deduzione e spiegazione, se ognuno, di fronte a tutte le cose, conoscesse se stesso e sapesse a quale partito appartenga, che cosa sia più adeguato per il modo di pensare della sua natura… In tutte le discussioni, alla fine, non si arriva più in là del fatto che due modi della rappresentazione contrapposti e inconciliabili vengono chiaramente ad esprimersi”.

Dio -   È perno-pilastro riflessivo – c’è del divino in noi: “Se non fosse in noi la forza propria di Dio,\ il divino come ci potrebbe estasiare?”, Goethe, “Xenie miti”.

Metodo – Nella ricerca (scienza) è uno solo? Lévi-Strauss, “Tristi tropici”, § “Come si diventa etnografo”, lo rileva di Freud e di Marx - di cui attesta nel 1955 che leggeva sempre qualcosa  del “18 Brumaio” o della “Critica del’economia politica” prima di provarsi a “sbrogliare un problema di etnografia o di sociologia”. I loro metodi di ricerca non potendo non assimilare a quello della geologia. In tre fasi: “Comprendere significa ridurre un tipo di realtà ad un’altra; la realtà vera non è mai la più manifesta; la natura del vero traspare già nella cura che mette a nascondersi”.

Lager – Uccideva le coscienze, prima dei corpi. Che per questo sopravvivevano? Nei campi di sterminio come nei lager politici.
Nel 1946, vent’anni prima di Adorno, in chiusura di “Autunno tedesco” Stig Dagerman mette in scena “una donna che vuole scrivere”, una donna tedesca, che vorrebbe scrivere delle sofferenze del marito in campo di concentramento. Ma si urta al silenzio di lui, ritornato dopo lunga prigionia. Dagerman si spiega l’ostinato silenzio così : “La sofferenza, una volta sofferta, non deve più esistere. Questa sofferenza era sporca disgustosa, bassa e meschina, e per questo non si deve né parlarne né scriverne. La distanza è troppo grande tra la poesia e la più grande delle sofferenze; solo quando diventerà un ricordo purificato i tempo saranno maturi”.
Un “ricordo purificato”. L’esperienza dei lager è unica per il contagio morale, di kapò, kommando, spie, ladri. Lo sterminio è quasi un’operazione di guerra. Come lo sterminio dei kulaki, degli armeni. “Auschwitz”, il sistema dei lager, si distingue per la corruzione delle vittime. Tentata, ripetuta, sistematica, riuscita anche: la sopravvivenza non è innocente.

NN - Nomen nescio: l’indicazione della paternità, obbligatoria per molti documenti fino alla riforma del diritto di famiglia nel 1975, a opera del primo centro-sinistra, si fermava a questa sigla nel caso che il padre non si fosse dichiarato alla nascita o non avesse provveduto successivamente al riconoscimento: figlio-a di NN.
NN è anche Nacht und Nebel, la sigla del programma di annientamento degli ebrei nella seconda guerra mondiale – e quindi NN-Aktion, NN-Trasnsport, NN-Häftling, detenuto. NN, “Notte e nebbia” è il titolo del docufilm di Alan Resnais su Auschwitz, uno dei primi ad aver capito, nel 1956, su segnalazione dello storico Henri Michel, che quel campo di concentramento era in realtà di sterminio. NN, lo sterminio.


Storia – È breve. Ed è l’unica.

Tempo – “Alba e crepuscolo sono un solo fenomeno e i Greci pensavano lo stesso, poiché li designavano con una parola che si qualificava diversamente a seconda che si trattasse della sera o del mattino”, Claude Lévi-Strauss, “Tristi tropici”, §Fogli di via”.

Tradizione – Senza, non c’è creatività (innovazione) – “l’originalità è un fiore che ha bisogno dell’humus d’una profonda tradizione”, Mario Praz, “Il mondo che ho visto”, 332.

Violenza – È naturale. “Quasi ogni famiglia animale presenta specie con armature da predatori e con istinti rapaci. Sotto questo rispetto i sauri e perfino i molluschi hanno prodotto tipi più pericolosi dei mammiferi, se si vuole escludere l’uomo. D’altra parte ci sono predatori con inclinazioni vegetariane” – Ernst Jünger,  “Tipo Nome Forma”, § 9.

zeulig@antiit.eu

Grandi viaggi di malavoglia


La tarda premessa, 1982 – l’Italia vista dagli altri, dagli inglesi – è il capitolo più “praziano” della raccolta, pieno di umori: una stroncatura del Grand Tour, delle memorie del Grand Tour, le magnificazioni del pittoresco. Benché anche lui poi vi ecceda, in questa raccolta di corrispondenze che va dal 1950 al 1974, in Scozia, fra Turner, Lorenese, Poussin, o in Egitto, o a Isfahan, a Shiraz. Di più: lo “scettico canzonatore del pittoresco”, come si vuole, smantella le memorie di viaggio, nel mentre che ne propone una corposa silloge – uno dei suoi quattro o cinque libri di viaggi: “Penisola pentagonale”, la Spagna, “Viaggio in Grecia”, “Viaggi in Occidente”, “Bellezza e bizzarria”, “I volti del tempo”. E i viaggi stessi, da viaggiatore compulsivo.
Il primo pezzo della raccolta mette il lettore in guardia per fatto personale: “Se doveste farvi la fama di uomo noioso, di bore, non sareste molto più felice in Inghilterra di quel che sareste nel Sud dell’Europa con la riputazione di iettatore”. Poi si viaggia di delusione in delusione, in Brasile, in Messico, in Egitto, negli Stati Uniti, in Siria, tra Palmyra e Damasco, in Australia, in Iran, in Russia, nella stessa Polonia di cui pure ammira le corti brillanti sel Sei-Settecento. Eccetto che in Scozia, in parte. E a Parigi sempre, prima del restauro - città dell’Ottocento, di “decrepitezza o persistenza ambientale” – e dopo, quando si vedono un po’ di colori: Parigi è la città più grande, più s’intende di New York, “il grandioso non è misurabile, è una qualità”. Nei paesi di antica civiltà, Egitto, Siria, Messico, Iran il buono trovando guasto dalla contemporaneità, che è squallore, sporcizia, insensibilità. Eccetto che per alcuni momenti, tramonti, albe. Commosso solo a Sabratha e a Leptis Magna, solo tra le rovine solitarie, di un tempo che non ha avuto seguito. Scrupoloso, anche pignolo. Ma a disagio: fuori dal tempo, dalla storia, se non aneddotica,  dagli eventi. Dappertutto ci sono troppe case nuove, tutte brutte. E le automobili - il Sud della Francia non è più nel 1961 quello che era nel 1928: ci sono le automobili.
Con qualche pointe, qualche lampo, nel misoneismo di fondo. Negli Stati Uniti - che visita col contrappunto di Emilio Cecchi, ma non, benché lettore onnivoro, di Soldati o di Borgese - individua un “senso di solitudine dell’europeo in America”. A Boston per esempio, benché invitato da Harvard: la storia – ma è la tradizione, che non nomina: nomina spezzo Zolla, ma non la tradizione -solo emerge a Little Italy. E sa il significato dello stile classicheggiante delle grandi costruzioni, pubbliche e private, dell’Ottocento, quando il nuovo Stato fece i nuovi soldi: “Nella vita civile l’eredità architettonica del mondo classico rappresentava quel che la Bibbia era nella vita religiosa: i coloni avevano portato seco dall’Occidente solo queste due cose essenziali”.
Dagli stessi Stati Uniti, su una considerazione malinconica sul Sud sconfitto nella guerra civile, impianta in poche righe il revisionismo unitario. Nell’unica notazione politica, di storia politica, di tutta la raccolta, al § “Diecimila Borboni”, la recensione dell’ultima fatica di Harold Acton, “The last Bourbons of Naples”. L’attacco sembra bislacco, ma per mirare al punto: “Come nel Seicento si trovava una misteriosa analogia tra la fauna e la flora marine e quelle della terra, così potrebbe trovarsi tra la guerra di Secessione americana e la conquista del Sud dell’Italia da parte del Nord che va sotto il nome di Spedizione dei Mille”. Segue un’esposizione di tutti i meriti dei Borboni di Napoli raccontati da Acton. Con un sola riserva: “L’Acton ha scritto non tanto per rivendicare i meriti dei Borboni, quanto perché ama Napoli”. Salvo condividere Acton: “I Borboni si sono identificati con Napoli più intimamente che qualsiasi altra dinastia reale”. E rivelare che “i Borboni devono certamente possedere un fascino”, poiché anche in Francia se ne fa un culto – e descrive lungamente un museo privato loro dedicato a Bordeaux.
Niente sorprese con questo viaggiatore. Il viaggiatore vero in effetti va senza bagaglio, Praz è l’esatto opposto, troppo bagaglio: quasi sempre non trova quello che ci dovrebbe essere. Ma, come tutto in lui, si legge anche qui  per come scrive, sa vivificare le cose più banali, anonime, avulse. Anche se si interessa solo agli oggetti: monumenti, architetture, pitture, sculture, e ninnoli - non un solo personaggio in risalto, giusto la satira della donna sovietica. Anche se viaggia, in effetti, di malavoglia. Empatico a sprazzi, per riflesso involontario: la bellezza arcana dei visi dei bambini iraniani, non ancora ingolfati nel velo nero o deturpati dal duro mestiere di vivere – che spiega l’ultimo cinema iraniano. O per il ricordo dei primi viaggi, iaggi, da ragazzo. A Monaco di Baviera, in Scozia. O, a Malta, per i ritrovamenti del paleolitico, di animali del Nord, cervi, orsi, con animali del Sud, rinoceronti, elefanti, che fanno pensare al Mediterraneo propriamente detto, dallo Ionio al Bosforo, come un lago. Riacquista così a Malta anche il Witz: le chiese barocche trova affiancate da due campanili “in gesto apotropaico”, dell’indice e il mignolo puntati. E le trova affiancate nella grande chiesa, come a San Giovanni a Roma: “Che significato ha un luogo come quest’isola, dove si dan convegno le ossa di due continenti, e le ossa dei cavalieri d’ogni nazione cristiana?”.
Scopre la Germania, che pure ha visitato nel suo primo viaggio all’estero, 1921, come nuova, e quasi con meraviglia, malgrado le automobili e le costruzioni: “Se mai architettura fu vicina alla natura, questa fu la gotica”. Ma anche il rococò, a Monaco e nelle piccole corti, lo emoziona. E più di suo gusto è la Germania fuori della Germania, a Strasburgo, a Colmar. Un’avventurosissima Trieste crea in quattro-cinque pagine. Un tributo delicato ricama alla Brianza, al Gernetto o alla  Buffalora, tra Monte Rosa e Resegone, che fa agire dai Polidori, Mellerio, Rovani, Castelbarco, Rosmini, Maggio – oggi è dei Berlusconi. Meglio viaggia a casa, in Toscana, nell’aretino, tra San Sepolcro, Monterchi, Montauto, la “singolare repubblica” di Cospaja. I piccoli aneddoti, i piccoli spazi, i piccoli oggetti - i grandi spazi lo mettono a disagio come ovunque, e il mobilio Ottocento. Da “toscano d’elezione”: anglista emerito (può permettersi di fare femminili il party e il gate), ma ancorato alla microrealtà, anche se non bozzettistico – Fucini non gli avrebbe fatto orrore? Ancora uno delle Giubbe Rosse, lo storico caffè fiotentino degli anni 1930, benché nessuno dei frequentatori d’elezione lo ricordi, il pettegolo Montale, Gadda, altro pettegolo, Landolfi, Rosai. Un sopravvissuto, della bella prosa.
Mario Praz, Il mondo che ho visto, Adelphi, pp.541 € 25

sabato 25 aprile 2020

Ombre - 510

A proposito di Mes, troika, Grecia, etc. , Renzi rivela che Germania e Olanda volevano cacciare la Grecia dalla Ue, in “un drammatico Consiglio europeo del luglio 2015” – probabilmente il 12 luglio: “Da un lato soprattutto Merkel e Rutte, che erano pronti a cacciare la Grecia dall’Unione. Dall’altro Hollande e il sottoscritto a difendere a spada tratta la Grecia”. Capitava che il primo ministro greco Tsipras dovesse uscire a consultarsi con i suoi e Renzi doveva “difenderlo in caso di attacchi in sua assenza”.  

Per dirlo, Renzi deve scrivere una lettera al direttore sul “Venerdì di Repubblica”. Cita anche testimoni: “Questa è la realtà dei fatti. Possono testimoniarlo, nell’ordine, Alexis Tsipras, Angela Merkel, Mark Rutte, François Hollande”. Come non detto.

Alle lettere al direttore del “Venerdì di Repubblica” Renzi peraltro può accedere solo in risposta a un articolo di Gad Lerner che dice “falso” su Europa e Grecia nel 2015. Grazie cioè alla legge sulla stampa: c’è la damnatio memoriae nel Pd – cioè nel Pd no, nei suoi giornalisti.

Alcuni sindaci hanno detto e fatto cose colorite all’inizio del lockdown per far capire ai concittadini che non dovevano uscire di casa. Da New York a Pechino si sono divertiti, in una certa Italia no. Il “Venerdì di Repubblica” scomoda giuristi, politologi e sondaggisti per censurare “le Sturmtruppen italiane dei sindaci furiosi”, “effetto collaterale del virus”, “piccoli borgomastri da marciapiede”, “alcalde del Sud”. Non c’è umorismo a sinistra, in una certa sinistra.
  
La Lega non sa se incolpare dell’epidemia i tedeschi, presenti in gran numero in Lombardia e nel Veneto, oppure il Sud. Ma non è sola, i suoi elettori la pensano allo stesso modo: i sondaggi non segnalano crolli della Lega, al contrario. Ha disamministrato, ha provocato un’ecatombe umana, ha immiserito l’Italia, e niente: l’Italia era già perduta prima del virus (la Lega è più forte del virus).

Il pio professor Ricciardi, direttore (uno dei direttori) dell’Oms, punta di diamante dello schieramento cattolico progressista, consulente del governo e di ogni ente impegnato contro l’epidemia, si sollazza prendendo a pugni Trump. Ogni tanto dicono la verità anche fuori dal confessionale.

Zitta zitta, quatta quatta, nel mondo distratto dal coronavirus, la Cina di Xi fa arrestare a Hong Kong i giovani che hanno alimentato la protesta. Una non notizia.

Ma la Cina e il Pcc restano sempre più in cima alla scala del lusso, al top dell’Occidente, del Sogno Occidentale: a Guangzhou (Canton) Hermès ha fatturato il giorno della riapertura dopo il lockdown tre milioni di dollari. Una sola borsa, Hymalayan Bird, di coccodrillo tempestata di diamanti, è stata venduta per 295 mila dollari. Un comunismo che non  si fa mancare nulla. E se ne vanta.

Il cardinale australiano Pell è stato assolto dopo un anno di carcere su sollevazione dell’opinione pubblica per un’accusa di pedofilia palesemente falsa. Al processo l’accusa si è dovuta dichiarare, e consisteva nell’abuso di due chierichetti, in uno sgabuzzino, alla fine di una cerimonia solenne, con indosso i paramenti, due diaconi e un cerimoniere al seguito, e 16 ministranti – in uno sgabuzzino non ancora costruito.
Ma il processo non è stato una vendetta di mafia o massoneria. O meglio: l’accusa sarebbe partita da Roma.

“Nel 2019 agenti e intermediari hanno incassato per i trasferimenti internazionali (dei calciatori) 653,9 milioni di dollari. Quasi il triplo del 2014. Con i trasferimenti nazionali (italiani), l’ammontare delle commissioni viaggia verso il miliardo a stagione”, “Il Sole 24 Ore”.
Quello dei procuratori è un mercato a sé. Si comprano e si vedono calciatori, spesso senza mai mandarli in campo, senza esigenze tecniche o di marketing, solo per generare commissioni. Che poi si dividono?

Il fenomeno è particolarmente acuto in Italia. “Nell’ultimo quinquennio la spesa dei club (di calcio) italiani per mediazioni su trasferimenti o rinnovi contrattuali è stata di 775 milioni di euro”, “Il Sole 24 Ore”. Una cifra folle.
Nel solo 2019 i procuratori hanno incassato 13,7 milioni dagli atleti che rappresentano, e 188 milioni dalle società di calcio. A beneficio di chi?

Quando l’Irlanda fu salvata

Al secondo blocco la miniserie di Sky colpisce per il contesto internazionale, che evoca con immagini dell’attualità, dal vivo, degli eventi che i protagonisti hanno vissuto a una certa età, restandone marchiati. Il fallimento argentino nel 2002. Il “colpo di teatro” montato nel 2011 dagli Stati Uniti di Obama - da Hillary Clinton, segretario di Stato - per abbattere Gheddafi (le foto apocrife di fosse comuni attorno a Tripoli), per conto dei potentati petroliferi della penisola arabica, per Al Qaeda e i salafiti dell’Is. E, purtroppo in breve, l’evento più attuale, coevo alla storia narrata: il salvataggio delle banche irlandesi nel 2008 – attuale per il mancato impegno europeo a favore dell’Italia e degli altri paesi colpiti dal coronavirus: si ricorda la Grecia, non si ricorda l’Irlanda.
Il salvataggio, come si spiega alla fine del quarto episodio, fu imposto da Angela Merkel alla Banca centrale europea, perché le banche tedesche erano molto esposte in Irlanda. Il salvataggio la Bce girò in parte allo Stato irlandese, che si dovette fare carico della nazionalizzazione delle banche stesse, sottraendo risorse agli investimenti e alla spesa sociale. L’Unione Europea contribuì con 85 miliardi – almeno 85 miliardi.
Il fatto è ben spiegato in “Gentile Germania”, 2014, libro ancora attuale e in commercio: “Il 27 novembre 2010 l’Ue salvò l’Irlanda dalla bancarotta, con un prestito gratuito di 85 miliardi, di cui 35 per le banche e 50 per alleviare il debito. Un anno prima la Grecia, che chiedeva 30 miliardi contro la speculazione sul debito, non li aveva ottenuti, la Germania s’era opposta”. Un episodio non da poco, e anzi imponente, della storia europea recente. Che si obnubila, in Italia. Come tutto ciò che avviene. 
La serie si rivela uno sguardo critico sulla globalizzazione – che è degli interessi, non dei diritti. Preciso e chiaro, ma forse complicato per il ritmo della narrazione che si vuole velocissimo. Sicuramente complicato in italiano. In inglese suona ordinario. Anche nelle didascalie inglesi, nella versione doppiata, dei giornali e i notiziari tv londinesi e americani. Una conferma deprimente del bassissimo livello dei media italiani: di quanto l’italiano, la lingua e il popolo, sono stati impoveriti negli ultimi decenni. Anche la politica, rozza. Non sappiamo perché non capiamo, non sappiamo capire.        
Jan Maria Michelini-Nick Hurran, I diavoli

venerdì 24 aprile 2020

Cronache virali

“I morti per il virus in Italia sono 10 mila di più di quelli ufficiali”. Settemila nella sola Lombardia. È la conclusione di uno studio interdisciplinare condotto alla Sapienza di Roma, sui dati dei decessi registrati dall’Istat, dai fisici Giorgio Parisi, Enzo Marinari, Federico Ricci-Tersenghi, Luca Leuzzi e dal biologo Enrico Bucci, la Repubblica.
“Sarà difficile fare una valutazione finale della letalità del virus per classi di età perché i criteri di valutazione sono cambiati in corsa”, Corriere della sera.
Metà dei morti da coronavirus nelle case di riposo, Oms. 
La commissione Colao propone la pensione e la reclusione a casa dei sessantenni.
Nel mese di marzo l’inquinamento a Roma non è diminuito ma aumentato. Secondo le misurazioni di IQAir, una società svizzera che fa le rilevazioni per conto del Comune di Roma. Che usa evidentemente rilevatori guasti. O fa il lavoro per modo di dire. Senza senso del ridicolo. Senza pudore anche – ma l’ecobusiness è spudorato.
La pandemia da coronavirus resterà negli annali come una sconfitta della scienza, professione medica compresa: troppa approssimazione, disinvolta.

La donna del Sud, divorante

La donna divorante. Appassionata e cinica. Abbandonata e assente. Attraente e odiosa. (Forse) anche assassina. In un mondo di donne, le figlie, la cognata, l’amica, la padrona. Un caso palpabile  di “donna del Sud” - come forse a Milano non possono capire.
Non la virago del femminismo, un prototipo, semplificato. Una figura complessa, irrisolta - non chiara a se stessa. Che tutto abbraccia, indistintamente, per il cosiddetto istinto vitale. Uno sforzo titanico per l’ex suora delle serie Rai, Elena Sofia Ricci, che domina quasi ogni scena.
Ma una storia molto caratterizzata.  Sempre più un mondo - le donne, estroverse e segrete, la città, i misteri, i fulgori - di creazione gay, dopo la Napoli di Ozpetek. Di una potenza femminile più vera, significante, di quella classica, e freudiana, della “madre divorante” - madre, semmai, perché divorante. 
Pappi Corsicato, Vivi e lascia vivere, Rai 1

giovedì 23 aprile 2020

Letture - 418

letterautore
Americana – Una letteratura della morte piuttosto che dell’American Dream? È l’ipotesi di Mario Praz, “Il mondo che ho visto”, 84, che fa un elenco cospicuo di scrittori pessimisti: “Per un Whitman, avete un Poe, un Hawthorne, un Melville, un James, un Faulkner”. La lista si può aggiornare con  Hemingway, Carson McCullers, Frances O’Connor, Truman Capote, Vonnegut, Anne Sexton, Sylvia Plath. Quelli più propriamente americani – nel secondo Novecento e in questo primo Millennio molta letteratura americana è ebraica, di immigrazione - ma già Woody Allen è sulla traccia mainstream.

Gli Stati Uniti, che “guidano il resto del mondo nella scienza e nella tecnologia”, sono “il Paese occidentale più ostile alla scienza”, alle “magnifiche sorti e progressive”, spiega a Paolo Giordano su “La Lettura” Jared Diamond, esperto di Fisiologia, Biologia evolutiva, Biogeografia, che ha insegnato Geografia Politica alla Luiss con Antonio Giordano. In effetti, il darwinismo è ancora contestato in molti Stati americani, e il creazionismo è forse prevalente. La resistenza, secondo Diamond, che “è un esito dell’anti-intellettualismo. Che è dominante, anche nei ceti medio-alto borghesi  - “è routine”, dice Diamond. Che non ha una spiegazione onnicomprensiva, ma una sì: “Una è legata alla nascita stessa degli Stati Uniti, che vennero fondati da emigrati europei in cerca di libertà religiosa. Qui non c’erano le grandi Chiese come in Europa, bensì una miriade di piccole comunità scismatiche. Nei secoli successivi abbiamo avuto più movimenti religiosi fondamentalisti”, cioè catastrofisti, “di qualsiasi altro Paese al mondo: i mormoni, gli avventisti del settimo giorno, i testimoni di Geova… Il risultato è questo anti-intellettualismo, spesso associato a un primitivismo religioso”.

Brasile – Da bois de braise, secondo Lévi Strauss, “Tristi tropici”, § “La ricerca de potere”, legna da ardere.

Carrara – Molto marmo bianco di Carrara è stato utilizzato nelle case a New York e negli Stati vicini a fine Ottocento-primo Novecento, come residuo delle traversate degli immigrati: veniva utilizzato come zavorra dai piroscafi.

Cina – Peter Frankopan autore in tre anni di due libri promozionali della Via della Seta, è professore a Oxford, informa “La Lettura” – insegna Storia bizantina. In effetti i potentati asiatici ex comunisti hanno investito molto a Londra nel Millennio, per la comunicazione. Con munificenza. Frankopan piega a Luigi Ippolito che “l’Asia guiderà il nuovo mondo”. Non fra un secolo, subito dopo la pandemia.

Classici – Risorgono, si rianimano: sono classici in quanto contemporanei, al gusto della contemporaneità che si vuole variabile. C’è un tempo per Catullo, oppure per Orazio, o Marziale. Per l’“Odissea” oppure per l’“Iliade”. Ci fu, a lungo, per Lucrezio. Tornerà per le “Georgiche”, per Esiodo? Perché non dovrebbe, dopo Greta?
Mario Praz, invitato a un banchetto a Roma, racconta in un prosa ora in “Il mondo che ho visto”, che si vide attorniato da Eumolpo, Ascilto, Gitone, e che anche l’anfitrione generoso, “che non parve gradirlo”, vedeva come Trimalcione. Mentre riflette: “Quale donna d’oggi sarebbe così sciocca da comportarsi come l’eroina di quel romanzo d’amore che pure è definito il primo romanzo moderno”, “La Principessa di Clèves”? O “quale innamorato moderno penserebbe di sottostare alle prove descritte allegoricamente da Guillaume de Lorris”?

Dante – È sempre “in futurum”, in progress si direbbe, sempre in qualche modo attuale e nell’attualità?  Come lo voleva Mandel’stam, Conversazione su Dante”: “È assurdo leggere i canti di Dante senza attrarli verso l’attualità. Sono fatti per questo. Sono proiettili lanciati per cogliere l’avvenire. Esigono un commento in futurum”.

È leggibile in francese in almeno cinque traduzioni. L’ultima, di René de Ceccaty, proposta come un libro di poesie, di un contemporaneo – dopo una lunga introduzione. La penultima, ritmica, molto dantesca, di Jacqueline Risset. Un’altra nuova se ne prepara , con l’originale, nella Pléiade, per l’anno prossimo per i settecento anni .

Eliot, T.S. – Fu, molto, Pound – tanto quanto lo fu Joyce. Ancora giovane poeta americano venuto in Europa per svecchiare la stracca versificazione inglese, Pound tagliava e cuciva i testi di chi si avventurava a proporglieli per un consiglio. Di Eliot fu l’artefice del taglio probabilmente risolutivo dei 55 versi che aprivano “La terra desolata”, dove si raccontava di una sbornia fra ragazzi lower class a Boston. Per l’incipit folgorante e poi famoso, “Aprile è il più crudele dei mesi”. Un calco, per molti aspetti, la metrica, la primavera pregna, di Shelley, “Ode to the West Wind”, una ode al Ponente: “O Wind, if Winter comes, can Spring be far behind?”.

Io - Il “vecchio animale” di cui Svevo diffida, servendosene senza ritegno. O Gadda, che lo vuole "il più lucido di tutti i pronomi", abusandone a ogni riga. Sembra oggi un modo per mettere le cose al loro posto – in prospettiva. L’unico.

Fiche “Fare le fiche” - figa in portoghese - Lévi-Strauss, che lo rimarca come gesto consueto in Brasile, dice “un antico talismano mediterraneo in forma di avambraccio col pugno chiuso, da cui il pollice emerge tra le prime falangi delle dita di mezzo, senza dubbio una figurazione simbolica del coito”.

Oude Kerk – La Chiesa Vecchia, la vecchia cattedrale, al centro di Amsterdam, è chiusa e sconsacrata perché il quartiere delle prostitute in vetrina.
Vi è (era?) sepolto Karel van Mandel, il Vasari fiammingo, che tanto ci ha testimoniato onesto dei pittori italiani, anche di quelli che conosceva solo per fama.

Sfinge – Quella del Cairo Praz dice maschile, “Il mondo che ho visto”, 272: “Effettivamente uno Sfinge, rappresentando il dio Harmakhis” – anche se, nel crepuscolo, “assumeva il volto di Brigitte Bardot”.

Shakespeare – Giovanni Florio, che passa per suo nemico, e forse pure concorrente sula scena, perché non sarebbe stato suo amico? O, se non amico, quello attraverso cui poteva leggere i racconti italiani? Ma Shakespeare non sapeva sicuramente l’italiano di suo…?
La cosa non è senza importanza, giacché Giovanni Florio fu amico di Giordano Bruno, nel tempo che Bruno passò in Inghilterra. Bruno e Shakespeare, grande soggetto.
Ma Shakespeare sembra a leggerlo, nelle cose italiane e non solo, un buon cattolico – non “fa politica”, però… Anche tanta Italia nei suoi drammi e le commedie, sicuramente era in sospetto di papismo. Già prima di lui, per continuare a curarsi dell’Italia, o della Francia, dopo lo scisma anglicano i ricchi e nobili inglesi s’inventarono il Gran Tour, come una visita ai luoghi dell’antichità. Alle rovine.

Voss - Il Vossio – Johannes Voss - sbertucciato da Casanova, “Lana caprina”, per il famoso detto “foeminae non esse homines”, fu un martire della libertà, della tolleranza religiosa. Gli fu tolto l’insegnamento perché variamente sospettato, di pelagianesimo, di arminianesimo. Ancora nell’Ottocento Barlaeus e Vossio, nomi già celebri, che l’Atheneum Illustre d’Amsterdam avevano inaugurato due secoli prima con orazioni famose, la Mercator sapiens e la De historiae utilitate, quando la città, divenuta la Borsa d’Europa, si dotò dell’università, vennero in sospetto, e con loro lo stesso Atheneum: per sospetta tolleranza di culto, di culto cattolico.
I cattolici furono discriminati in Olanda fino a due secoli fa. Dopo i diritti redditizi delle minoranze, nel 1630 Maurizio I di Nassau, principe di Orange, alchimista, sancì la libertà di culto. Dopo aver fatto uccidere il Gran Pensionario Barneveldt, fautore della libertà religiosa e della pace. Maurizio sancì la libertà di culto calvinista, allargandola a luterani, israeliti e anabattisti, che poterono avere templi pubblici. Arminiani, mennoniti e cattolici invece no, solo chiese chiuse. I cattolici erano gli ultimi benché-perché numerosi. Aspetteranno di riaprire le chiese con l’Albero della Libertà, eretto nel 1795 dai francesi: le rivoluzioni fanno bene alla religione. Ma non del tutto, nel tardo Ottocento si discriminava ancora.

letterautore@antiit.eu

Il Benvenuto Cellini dell’antropologia


L’islam siamo noi, tristemente. Già nel 1955: “L’islam che, nel Medio Oriente, fu l’inventore della tolleranza, perdona male ai non mussulmani di non abiurare alla loro fede a vantaggio della sua, perché essa ha su tutte le altre la superiorità schiacciante di rispettarle”. Una lettura vertiginosa dei mondi altri finisce con un saggio, breve ma esauriente, su come siamo: “Quando i cittadini del New England decisero un secolo fa di autorizzare l’immigrazione dalle regioni più arretrate d’Europa e dagli strati sociali più diseredati, e di lasciarsi sommergere da questa ondata, fecero e vinsero una scommessa la cui posta era altrettanto grave di quella che noi ci rifiutiamo di mettere in gioco”.
Un libro di viaggi ancora nuovo, cioè veritiero, dopo quasi settantanni. A dispetto di se stesso? Il futuro grande antropologo alla prima frase dice: “Odio i viaggi e gli esploratori” . Tantissimo tempo perduto, è la seconda. Per un libro di viaggi raccontati per quattrocento densissime pagine. Non senza qualche ragione, soprattutto quella che “oggi” (1954-55, quando il memoir fu scritto), il viaggio è “fatto” prima della partenza. E allora dov’è la diversità, la novità? Ma si dice per dire, l’autore non ha fatto che viaggiare.
Il libro del primo incarico universitario, a San Paolo del Brasile, dove il maestro di Lévi-Strauss alla Sorbona, George Dumas, aveva fatto aprire dai ricchi brasiliani una università, e vi svezzava i suoi discepoli. Lévi-Strauss vi arriva come professore di Sociologia. E vi diventa etnografo. Raccontando in dettaglio, con abbondanza di illustrazioni, le prime, faticose, lente, complicate, ricerche, fra i Natikwé, i Bororo del Mato Grosso, i Tupi-Kawahib – “che Montaigne ha incontrato a Rouen” – imparentati con i Tupi americani, il sertão, le città inventate, allora Goiania, prima di Brasilia, o Karachi. Irrispettose a volte: “L’Amazzonia, una Frontiera fallita”, ridotta a scolare gli alberi della gomma. Dettagliate come ogni buona ricerca etnologica – benché di molti reperti il giovane ricercatore deve dire a più riprese che sono fruibili a Roma, portate dall’etnologo Guido Boggiani, che le stesse zone aveva visitato nel 1892 e nel 1897, lasciando “di questi viaggi importanti documenti etnografici, una collezione che si trova a Roma, e un grazioso giornale di viaggio”. Ma è il libro di un scrittore, che si fa leggere dall’inizio alla fine, perfino nei minuziosi inventari etnici o folklorici. Pieno di bon mots e di illuminazioni.
Il tropico è triste: trasandato, presto fatiscente, immemore. Ma il giovane ricercatore sa farsene un tesoro. Essendo di curiosità insaziabile – quella del suo etnografo tipo: “Simile ai fuochi indigeni della brousse, accende terreni talora vergini, li feconda per tirarne in fretta qualche raccolto, e lascia dietro di sé un territorio devastato”. L’etnografo che lui diventerà dopo. Sempre con riserva, l’etnologo volendo (“non so se sia esatto in generale ma probabilmente è vero per molti di noi”) un disadattato:  “La difficoltà di adattamento all’ambiente sociale nel quale si è nati è il motivo che spinge a diventare etnologi”. 
La prima parte è un’autobiografia intellettuale. Con molte annotazioni fuori campo – Lévi-Strauss non era ancora convinto di fare l’etnografo. Anzi, dirà alla fine: “In etnologia sono un completo autodidatta: una prima rivelazione l’ho avuta per ragioni inconfessabili: smania d’evasione, desiderio di viaggiare”. Ma non a suo agio fuori della scienza, troppa faciloneria. Per cui il professorato resterà “il solo mezzo offerto agli adulti per permettergli di restare a scuola”. L’impegno politico invece è impossibile, è una contraddizione: “È guardare le cose dal di fuori, è un’altra maniera di restare disimpegnati”. D’altra parte, “il liberalismo moderato è l’arma ideologica abituale delle oligarchie per il potere personale”.
Soprattutto è ossessionato dalla filosofia, che evidentemente lo attraeva: troppe congetture. “Il significante non si rapportava più a un significato, non c’era referente”. Ridotta a arte meschina del calembour, delle omofonie e ambiguità, e dei colpi di scena ingegnosi, in realtà secondo schemi ripetitivi. Al meglio, “la filosofia non era ancilla scientiarum ma una sorta di contemplazione consolatoria che la coscienza fa di se stessa”. Ma più che altro un cicaleccio, attorno alla “riflessione decisiva che un pensatore, o la società che creò la sua leggenda, perseguì venticinque secoli fa, e alla quale la mia civiltà non poteva contribuire che confermandola” - “Ogni sforzo per comprendere distrugge l’oggetto al quale ci eravamo attaccati, a beneficio di uno sforzo che lo abolisce, a beneficio di un terzo, e così via di seguito, fino a che non accediamo all’unica presenza duratura, che è quella in cui svanisce la distinzione tra il senso e l’assenza di senso: la stessa da cui eravamo partiti”.
Un monumento al Brasile. Ancora oggi, che il Brasile si vuole industrializzato, fuori della “tristezza tropicale”, dell’antropologia. Qui è là, prima e dopo le ricerche in Brasile, molte annotazioni di viaggio. Sul mondo pulviscolare asiatico. Sulla città americana sempre simile, per la leggerezza, a un’esposizione universale diventata permanente - ma l’America, vista per la prima volta a Portorico nel 1933 o giù di lì, avrà sempre per Lévi-Strauss un’aria ispanica.
“L’apoteosi di Augusto”, il capitolo conclusivo, è la vita angusta, faticosa, poco produttiva, dell’etnologo al lavoro.Una vita più di macerie pratiche che di ricerche: la malinconia, e il dramma, dei pomeriggi “sopra l’amaca, dentro l’amaca, sotto la zanzariera spessa”, da togliere la luce e il respiro. “Critico a domicilio, e conformista fuori”, anzi reazionario: “Volentieri sovversivo tra i suoi e in ribellione contro gli usi tradizionali, l’etnografo appare rispettoso fino al conservatorismo quando la società che osserva è diversa dalla sua”.
Un viaggio contro il viaggio – da etnologo quasi controvoglia. Ma ben un viaggio ricco, di novità ancora oggi che nulla sembra più poter essere nuovo o ignoto: l’aneddotica riempie ogni pagina, insieme con una tela di fondo da robusto narratore. Con incursioni temerarie in varie direzioni, non solo nella filosofia e l’etnografia. Tra esse questa, alla fine del § “San Paolo”, che raffronta l’Europa del 1955 a quella di vent'anni prima, in molti modi profetica – la storia è come la fenice, si rigenera: “Pensando a che cos’era l’Europa, e a quello che è oggi, ho imparato, vedendo superare in pochi anni uno scarto intellettuale che si sarebbe creduto di parecchie generazioni, come scompaiono e come nascono le società; e che questi sconvolgimenti della storia che sembrano, nei libri, risultare dal gioco di forze anonime che agiscono nel cuore delle tenebre, possono anche, nel lampo di un istante, compiersi per la risoluzione virile d’un pugno di ragazzi ben dotati”.
Con una precisa visione infine, non artificiosa come sembra, dell’europeo etnologo: “L’Europa offre forme precise sotto una luce diffusa. Qui (nel tropico, n.d.r.), il ruolo, per noi tradizionale, del cielo e della terra si rovescia. Al di sopra della scia lattiginosa del campo, le nubi disegnano le più stravaganti costruzioni.  Il cielo è la regione delle forme e dei volumi: la terra conserva la morbidezza dei primi tempi”. E con la curiosa ripetuta professione di amore, anzi un’identificazione, con Benvenuto Cellini, non certo per la litigiosità, forse per la versatilità, manuale, pratica.
Claude Lévi-Strauss, Tristi tropici, Il Saggiatore, pp. 379, ill. € 24

mercoledì 22 aprile 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (423)

Giuseppe Leuzzi
C’è a Milano chi, anche madri giovani, cucina fino a duecento pasti al giorno per le persone povere o in quarantena per il contagio. Nella propria abitazione, con le sole sue forze. È questa la forza della città, la dedizione personale.

“Da Milano a Enna si moltiplicano le indagini per omicidio colposo plurimo e per epidemia colposa”, trionfale apre il “Corriere della sera” sulle indagini per le morti nelle case di riposo. Che sono quasi tutte, le morti, in Lombardia. Questo invece è l’altro lato della città, la sfacciataggine.

La neo presidente in petto dell’Eni, Lucia Calvosa, è stata in passato presidente anche del Banco di San Miniato in Toscana. C’erano malversazioni, lei le sanzionò, le fu bruciata la macchina. Un “avvertimento”. Ma non tra Pisa e Firenze (il Banco è di qua e di là), non c’è mafia.

Dei curricula in rete della presidente designata dell’Eni solo Gianni Dragoni sul “Sole 24 Ore” ricorda che lo zio le fu ucciso dalle Formazioni Combattenti Comuniste, e che l’auto le fu bruciata a San Miniato. “Il Fatto Quotidiano”, pur sensibile alle cronache giudiziarie, non ne fa cenno.  Bonaccia? Altrove si direbbe omertà.

Imprevidenza e sufficienza
Il “Corriere della sera” fa una ricostruzione dei primi giorni del contagio sorprendente per l’imprevidenza e la sufficienza che si potevano rilevare anche guardando le cose da fuori:
A gennaio alcuni medici di base del bergamasco segnalano polmoniti insolite alle Asl, senza riscontro. Il 31 gennaio si decreta l’emergenza, ma senza dire come. L’unico provvedimento che si prende è il blocco dei voli dalla Cina, ma non dalla Cina via Zurigo o Francoforte. Il 2 febbraio, alla Rai da Fazio, il virologo milanese Burioni dice il rischio “pari a zero”. Il 15 febbraio il governo italiano manda con volo speciale in Cina due tonnellate di mascherine e tute di protezione. Il 21 febbraio quello che si far à passare come “paziente zero”, è trattenuto in ospedale un giorno e mezzo senza precauzioni. Il 28 febbraio si divulga la stima della curva epidemica: l’indice Ro (di contagiosità del virus) è superiore a 2.
Solo l’1 marzo, un mese dopo il decreto dell’emergenza, si stabilisce il ricovero dei contagiati in Pneumologia e terapia intensiva. E  si ordinano i primi ventilatori meccanici.
Il 23 febbraio 500 sindaci lombardi, quelli del Pd, compresi il sindaco di Milano Sala e quello di Brescia Gori, chiedono di tenere aperti bar, mercati, centri commerciali, attività sportive. Quattro giorni dopo il sindaco di Milano Sala lancia la campagna #milanononsiferma. Lo spalleggia il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, venuto apposta a Milano, che posa per un aperitivo in compagnia in un locale all’aperto sui Navigli – poi, positivo al virus, starà in quarantena a casa a Roma. E il nemico (politico) Salvini, che in un video chiede di “riaprire tutto”, e invita gli stranieri a visitare “il Paese più bello del mondo”.
Due settimane dopo, quando i morti sono tanti che non si riesce a inumarli e nemmeno a incinerarli, bisogna trasportarli con carri militari per destinazioni ignote, a Bergamo e in val Seriana non si dichiara la zona rossa.
Già dal 28 febbraio la Lombardia sa ufficialmente, con un Ro superiore a due, e che il sistema ospedaliero rischia il collasso. Lo stesso giorno l’Emilia-Romagna, infetta dalla bassa lombarda, chiede una deroga per tenere aperti cinema e teatri. Il Veneto la chiede per le terme. Tutta l’Italia sarà “zona rossa” una settimana dopo.  

Die Welt e le mafie
“Die Welt”, il quotidiano liberale (conservatore) tedesco di cui si è contestata la richiesta a Angela Merkel di non deflettere al vertice europeo di domani dal no ai coronabond comunitari, è il giornale che nei primi anni 1970 rivelava, solitario, agli italiani come i liquami e gli scarichi velenosi delle industrie svizzere e tedesche finivano in Lombardia, grazie a imprenditori compiacenti. Naturalmente non mafiosi, ma ugualmente micidiali, minacciando con gli sversamenti di mercurio le falde freatiche, e con gli accumuli la diossina l’aria – come poi si è dimostrato a Seveso.
Lo spiegava il corrispondente economico del quotidiano a Milano, Gunther Depas. Questo il racconto che Astolfo ne fa nel romanzo “La gioia del giorno”, degli eventi attorno al 1969 – Walser sta per Depas:
“- Nulla a Milano è come appare - sostiene Gunther Walser, cordiale corrispondente della Welt. Neanche i milanesi. Luciano, che ha aperto una libreria anarchica, è sospetto, benché innocuo. Mentre un gruppo cattolico progetta una casa editrice terzomondista. Coi soldi dell’Ente. Per pubblicare la teologia della violenza di Marighela, che sarebbe un prete.
“Il patriottismo è sospeso a Milano: ognuno ha industrioso il conto in Svizzera, incluso chi vota a sinistra, che è a due passi, dove le banche sono numerose, e non si fa la coda. Ma Walser teutonico non ci sta. Non accetta che Milano si prenda gli scarti tossici che le leggi impediscono di disperdere nell’ambiente in Svizzera e Germania:
“- Questi veleni inquineranno la falda freatica. – Fiumi di mercurio vede, diossina e ombre losche: - La merda di Milano finisce nel Ticino, il Lambro, l’Olona, l’Adda, che finiscono nel Po, e contagerà l’Italia. 
“Walser ha la fissa dell’acqua. Non sa che Milano moriva di peste non è molto, irridendo gli spagnoli che le negavano le acque putride della tessitura, la coloritura, la risicoltura, tra i propri funzionari in città al tempo dei Promessi Sposi annoverando Calderòn. Né che tra Pavia e Vercelli sono già alla falda i diserbanti e gli antiparassitari del riso, il fatto era notorio all’epoca del militare, al rubinetto non si poteva bere, un chilo di riso volendo venti ettolitri d’acqua. Milano è tossica in allegria. Benché heimlich gemütlich, ventre gravido di buona madre. L’antica Mediolanum, in mezzo al piano, che il tedesco ingentilisce in Mailand, terra di maggio:
“- O terra di mai – Walser ironizza, felice di stare a Milano. Più è felice che il figlio sia chimico: - È solo italiano l’orgoglio del giudice figlio di giudice, del primario nipote di primario. – La funzione ereditaria lo esilara: - Il chirurgo ereditario è fantastico. È Hoffmann: il primogenito generato dal chirurgo, col bisturi. – E tornando tedesco spiega che la democrazia è venuta con l’abolizione del maggiorascato e il fedecommesso: - Ma per la borghesia è titolo di nobiltà la concussione”.

Quando discriminato era l’italiano
L’immigrazione in America a cavaliere del 1900 è stata una “invasione” senza precedenti, seppure con biglietto sul piroscafo e visto d’ingresso. “Durante gli ultimi dieci anni”, scrisse Josiah Strong nel 1891, “abbiamo sofferto un’invasione pacifica da parte di un esercito quattro volte il numero supposto dei Goti e dei Vandali che invasero l’Europa meridionale e sopraffecero Roma”.
La questione non era, come oggi non è, semplice. “Quando i cittadini del New England decisero un secolo fa di autorizzare l’immigrazione dalle regioni più arretrate d’Europa e dagli strati sociali più diseredati, e di lasciarsi sommergere da questa ondata, fecero e vinsero una scommessa la cui posta era altrettanto grave si quella che noi ci rifiutiamo di mettere in gioco”, come scrive Lévi-Strauss in “Tristi Tropici” - scriveva nel 1955.
Strong era un pastore evangelico molto impegnato nel sociale e molto popolare, ma inflessibile razzista. Sei anni prima, nel suo libro più famoso “Our Country”, aveva sostenuto che “gli anglo-sassoni”, essendo “una razza superiore”, avevano il compito di “cristianizzare e civilizzare” le razze “selvagge”, per il bene dell’economia americana, e delle “razze minori”. I selvaggi erano gli indo-americani e i neri, per razze minori intendeva i latini, soprattutto italiani, e i polacchi, cattolici.  
Edward Ross, un cattedratico influente di Sociologia, che insegnava a Stanford, punterà anche lui l’immigrazione dall’Italia. Nel 1914, prima della guerra, scrivendo:”William non ha tanti figli come Tonio perché non ammassa la famiglia in una stanza, non mangia maccheroni su una nuda tavola, non fa lavorare la moglie scalza nei campi, non fa raccogliere cipolle ai figli invece di mandarli a scuola” – molti cenni sono tratti da Daniel Ockrent, “The guarded Gate”, una ricerca documentaria sulle preclusioni contro cattolici, italiani specialmente, ed ebrei .
Ross era un progressista. Sarà sostenitore della rivoluzione bolscevica in Russia e poi degli interventi pubblici in economia voluti dal presidente della Ricostruzione dopo il crac del 1929,  F.D. Roosevelt. Nel 1937 fece parte della Commissione Dewey, costituitasi in America negli ambienti intellettuali socialisti per accertare la veridicità delle accuse di Stalin contro Trockij – la Commissione processò Trockij in Messico e lo dichiarò innocente. Ross morirà nel 1951.
All’epoca Ross era famoso per l’espressione «suicidio di razza», da lui coniata dal 1900: i differenziali di fertilità tra le donne native protestanti e le immigrate cattoliche avrebbe portato presto alla fine la società americana. Ross invocava una legislazione eugenetica per prevenire questo rischio, basata su una politica demografica a favore delle donne native americane, e sul controllo delle nascite per gli immigrati, anche con la sterilizzazione dei maschi. Due anni più tardi il neo eletto presidente Th.Roosevelt, un pioniere  dell’eugenetica, con la New York Zoological Society da lui fondata nel 1895 con l’avvocato Madison Grant, per il blocco dell’emigrazione dall’Est e il Sud Europa, e la sterilizzazione degli immigrati maschi, dichiarava il suicidio di razza “la questione fondamentalmente infinitamente più importante in questo paese di ogni altra”.
Gli italiani in particolare Th. Roosevelt diceva “la più fertile e meno desiderabile popolazione d’Europa”. Ross ce l’aveva con i napoletani, “una razza degenerata”, con “un’angosciosa frequenza di fronti basse, bocche aperte e lineamenti sgraziati”. Th. Roosevelt sarà Nobel per la pace nel 1906.
Negli anni 1910, con le presidenze Wilson, la polemica anti-immigrati non ebbe scocchi. Ma riprese virulenta subito dopo, negli anni 1920. Un ricco avvocato, immobiliarista, collezionista d’arte e filantropo, Charles W. Gould, argomentava nel 1922 in “America. A Family Matter”, a favore della “razza Nordica”, contro l’immigrazione dall’Italia, contro le donne: “Il matrimonio di un uomo bianco educato e raffinato con una bella contadina del Sud Italia potrebbe rimandare indietro i suoi figli, quanto a sviluppo intellettuale, di molte centinaia di anni” - il libro è ancora in edizione, reperibile online.

Nel 1921 e nel 1925 due nuove leggi introdussero quote nazionali per l’immigrazione, limitate per i latini. La legge del 1925 con le quote nazionali limitative resterà in vigore fino agli anni dopo Kennedy, alla presidenza Johnson. Nel 1921 gli immigrati dall’Italia erano stati 222.260, nel 1921 furono ridotti a 2.662 – e su questo cifra si mantennero negli anni successivi.

leuzzi@antiit.eu

La filosofia della morte, una barzelletta

“La lettura da cima al fondo del suo capolavoro, «Essere e tempo», è l’approssimazione esistenziale di un’esperienza di quasi morte” – per il lettore. Dell’opus magnum di Heidegger, per il quale invece (antisemitismo?) la Todtriebe di Freud, la pulsione di morte, è fonte di “inestimabile gioia” – è come assistere a un funerale, direbbe un Woody Allen immaginario.
“Le barzellette sull’aldilà che spiegano l’aldiqua” è il sottotitolo dell’edizione italiana”. Ma non un libro umoristico, benché dedicato a Woody Allen, “il nostro mentore filosofico, la cui sagace analisi fenomenologica suona vera ancora oggi: «È impossibile sperimentare la propria morte oggettivamente e stare ancora intonato»”. Riflessioni in realtà molto filosofiche, benché semiserie, e intercalate da barzellette in tema, sul perché si rifiuta la morte. Con letture di Freud e la Todtriebe, Schopenhauer, Kierkegaard, Heidegger, Sartre, Platone, e fino all’ipod. Spesso annichilenti – di che stiamo parlando quando parliamo di vita, o di morte. Con note, bibliografia, letture consigliate, e un indice utilissimo dei nomi e delle materie.
Una coppia alla Fruttero & Lucentini applicata alla filosofia (della morte) invece che alla stupidità. Con molto Woody Allen in veste di filosofo. “Tutti vogliono andare in paradiso, ma nessuno vuole morire” è la morale dei due autori.
Thomas Cathcart-Daniel Klein, Heidegger e l’ippopotamo, Rizzoli, pp. 237, ill., ril. €14

martedì 21 aprile 2020

Problemi di base woodyani - 557


spock
“L’esistenza umana è un’esperienza brutale, insignificante – un’esperienza tormentata e insignificante”, Woody Allen?

“La condizione umana è un’agonia”, id.?

“Tutti sappiamo la verità. Le nostre vite consistono in come scegliamo di distorcerla. Alcuni la distorcono con le cose religiose. Ma alla fine ognuno finisce sottoterra, nella stessa insensata maniera”, id.?

“Non è giustizia, non c’è una struttura razionale per questo”, id.?

La metafisica è incomprensibile ma non fa male”. Id.?

“Kierkegaard ci si divertiva”, id.?

“Lagnarsi dà non poco sollievo”, id.?

spock@antiit.eu

Cronache virali

140 medici morti di coronavirus non sono un numero “normale” – anche se alcuni sono morti per concomitanti patologie: mostrano come il virus è stato affrontato con superficialità.
550 morti in una giornata, in cui si liberano solo venti o trenta posti di terapia intensiva, significa che molti decessi sono causati dalla mancata terapia intensiva – è qui il grande differenziale di letalità con la Germania.
Si scopre ora che molti contagiati in età a Milano e dintorni venivano smistati alle case di riposo. Cioè mandati a morire. Facendo così delle case di riposo, Rsa, focolai di contagio. Un’assurdità prima che una leggerezza, o disorganizzazione.
I gestori di queste Rsa, che ora si mandano a processo, sapevano bene di cosa si trattava – smaltire rapidamente la popolazione in età poco o non autosufficiente. La gestora di una  di queste case, che non ha avuto nessun deceduto fra i suoi 84 ricoverati, Manuela Massarotti, “Domus Patrizia”, lo spiega con chiarezza al “Corriere della sera”: “Ricevevo venti telefonate al giorno con la richiesta di accettare pazienti dagli ospedali. Ho tenuto duro”.

La caccia agli untori nelle Rsa

Ci sono nelle Rsa, le residenze sanitarie assistenziali, degli imbrogli. Nei casi in cui non hanno i requisiti ma sono qualificate come tali. Sono abusi, e nel caso di inadeguata assistenza sanitaria, come nelle morti per coronavirus, anche delitti. Ma la responsabilità (colpa) è dei sorveglianti, le Asl (Ats in Lombardia) e i Policlinici cui esse fanno capo: che danno con la convenzione la patente di agibilità, e ne controllano costantemente – dovrebbero - i livelli di efficienza.
Nelle indagini disposte dalla Procura di Milano sono invece esse stesse, e solo esse, indiziate di reato. Anche se hanno agito all’interno di protocolli, di cui esse sono il terminale esecutivo e non quello direttivo.
Le indagini sono una specie di corsa al colpevole. Nella scia della vecchia caccia all’untore.
I cronicari per lungodegenti, qualcuno anche abilitato alla riabilitazione, hanno un compito indispensabile nel sistema sanitario, benché siano tutti a gestione privata: riducono molto il costo della degenza. Che in ospedale invece, per le rigidità sindacali e le malversazioni delle Asl-Ats, è altissimo.
I gestori sapevano bene di cosa si trattava e ritenevano ovviamente di non avere responsabilità penali: il sistema era organizzato in quel modo. L’ospedale cioè manda in Rsa, che costa un terzo o un quarto, il lungodegente o il cronico per il quale non c’è cura risolutiva. La loro incriminazione è un’ipocrisia e non risolve il problema – se è un problema.
Di molti ricoverati in Rsa si scopre adesso che avevano parenti, e anche agguerriti. Ma non molti ricoverati ne avevano prima.