sabato 13 giugno 2020
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (428)
Core,
la “fanciulla”, che Ate rapisce in matrimonio, significa anche “occhio”. Segna
il passaggio, dice Calasso, dall’invisibile al visibile. Dal “serpente”, l’ignoto,
violento, al “fiore del visibile, e quel fiore era Persefone”. Il cui rapimento
si compì “nell’ombelico della Sicilia, vicino a Enna”, e il cui culto si
celebrava a Locri in Calabria. Che la svolta epocale indotta dal connubio non
si sia ancora prodotta?
Si
capisce che, malgrado gli arresti mattutini di trenta-quaranta, anche settanta
e ottanta, i delinquenti al Sud crescono e si moltiplicano.
La vita osservata
Il
Libro Primo (I-XXIX) Bertolucci intitola “Romanzo famigliare (al modo antico)”, poi “O
città sospirata…” e “Eterna giovinezza”. Il
secondo (XXX-XLVI) “La pazienza dei giorni”, “Nell’alta valle del Bratica”, “La partenza” - per Roma. La scansione di una vita, fino ai
quarant’anni, nel 1951. Quando cambia mondo, su sollecitazione di Longhi, suo maestro di studi e di
vita, che lo ospiterà anche a lungo a Roma, ritenendolo sprecato nell’angustia
provinciale.
Si ripropone, con un saggio di Nicola Gardini, il problema Bertolucci. Della sua poesia narrativa. Non di eventi, non c’è un plot, di osservazioni. Non una antologia, persone e eventi giustapposti. Naturalmente scelti, a
comporre un’aura. Prosaico quasi di programma, non c’è effetto musicale nemmeno
occasionale.
La
famiglia, i genitori, i nonni e bisnonni, la moglie, i figli. La materia non gli manca: già
nei primi anni 1980, quando modella il poema, i figli Bernardo e Giuseppe sono
quello che si sa. E Nina, la moglie, che è bella (sempre giovane) e compagna, fino
all’ultimo, agli anni, ai decenni, della depressione di Attilio, che si vedeva in giro funereo – forse per
effetto dello spaesamento: Attilio sarà cittadino laborioso ma a disagio. Nina soprattutto, che lui
ricorda neo laureata e subito supplente in una scuola di suore vicino casa, “s’e
fatta allungare appena il grembiule nero\ che portava al liceo”.
Provincializzata da un’infanzia cosmopolita: nata in Australia, nel Nuovo
Galles del Sud, da padre italiano e madre australiana di ascendenza irlandese,
laureata a Parma con una tesi su Catullo. Suo è il poema. Non si dice perché Nina si voleva discreta, dietro i suoi uomini.
La partenza per Roma, che chiude il
poema, è per A. e N. “trasferimento imprevisto,\ quasi senza ragione a metà della vita e sul declinare
dell’anno”. La nostalgia, quindi, nella consistenza pur durevole della famiglia, della tradizione, al tempo dei grandi cambiamenti. Che
si risolve in chiave di elegia, sulla traccia di Esiodo, delle opere e i giorni declinati in ambito familiare, personale. Non delle care memorie: della vita come viene.
A uno che la osserva nel mentre che la vive.
Attilio
Bertolucci, La camera da letto,
Garzanti, pp. 400 € 18
venerdì 12 giugno 2020
Il popolo dei mingong, migranti poveri in Cina
Cos’ha
deciso la terza sessione del tredicesimo Congresso Nazionale Popolare cinese
l’ultima settimana di maggio? Non si sa. La materie erano importanti: il
coronavirus, la recessione, il rapporto con gli Stati Uniti, Hong Kong. Ma
nessuna decisione è stata comunicata. Forse non è stata presa: il Congresso è
solo la cinghia di trasmissione del partito Comunista Cinese, un organo di pura
rappresentanza. È la non piccola anomalia del paese che molti in Italia e in
Europa già considerano guida. Perché fa e promette affari, con larghezza – ce
n’è per tutti. Poco importa che lo faccia anche con durezza.
I
problemi si può solo provare a ipotizzarli da quello che si sa della Cina oggi, anche se poco.
Unanimità nel confronto con gli Stati Uniti, con un senso di sfida. E un
difficile rilancio dopo il lockdown.
Sul rilancio della produzione, per attutirne il crollo, Pechino fa ancora
sicuro affidamento sulle “catene di valore” mondiale di cui è riuscita –
capitali pubblici e privati insieme - a fare perno sulla Cina. Ma con un punto specifico cinese:
l’assistenza, se non il salvataggio - per i mesi di non-lavoro e di mancati introiti vitali - dei lavoratori migranti interrni, mingong, che in Cina cono un’enormità,
290 milioni, e sono classificati come “lavoratori a basso reddito”. Quasi
tutti, l’85 per cento del totale, senza assicurazioni sociali. E fuori anche
dall’assistenza locale ai poveri, perché il cambio di residenza è scoraggiato
dalle leggi malgrado l’ingigantirsi delle migrazioni interne – la Cina è una
grande Italia degli anni 1950-1960.
L'Europa delle donne
L’Europa
si ritrova governata da tre donne: Christine Lagarde alla Bce, Ursula von der
Leyen alla Commissione di Bruxelles, Angela Merkel domina dei nordici (nonché dei mediterranei) – e una donna potrebbe
andare a presiedere l’Eurogruppo. Hanno grandi poteri e mostrano di volerli
esercitare. Potrebbe essere una rivoluzione, non solo di genere. O potrebbe essere
stata - niente per ora cambia?
Lagarde
si distingue per avere adottato, dopo una prima grave incertezza, la linea del
suo predecessore Draghi. Merkel è ferma alla sua sempiterna mediazione, contro
i dominanti sovranismi, ma non esce, e ormai sono dodici anni, dal “troppo poco
troppo tardi” che è diventato il suo trademark.
Von der Leyen ha idee giuste: ricollocare l’Europa nel digital divide e
nell’ecobusiness. Ma prima dovrebbe rivoluzionare la burocrazia europea, il
modo di essere dell’indecisione.
L’Europa,
malgrado il cambiamento radicale di personale, resta ancorata all’indecisione.
Il fantasma dell’inattività post-crisi bancaria, 2008, che l’ha caratterizzata,
unica fra le tre grandi aree economiche mondiali, della ripresa lenta e debole
dell’economia, non sembra avere capito la lezione. Gli annunci sono strepitosi
dopo il blocco dell’attività, ma niente poi è stato deciso, né si sa come e
quando si deciderà di intervenire. Fermi ora al blocco imposto dai governi
cosiddetti “frugali”, che però non è un blocco, se Berlino volesse veramente, e
Bruxelles con Berlino.
Un
giorno si dirà che nella crisi spaventosa del 2020 l’Europa era governata dalle
donne. Ma con che esito?
Lagarde si distingue per avere adottato, dopo una prima grave incertezza, la linea del suo predecessore Draghi. Merkel è ferma alla sua sempiterna mediazione, contro i dominanti sovranismi, ma non esce, e ormai sono dodici anni, dal “troppo poco troppo tardi” che è diventato il suo trademark. Von der Leyen ha idee giuste: ricollocare l’Europa nel digital divide e nell’ecobusiness. Ma prima dovrebbe rivoluzionare la burocrazia europea, il modo di essere dell’indecisione.
L’Europa, malgrado il cambiamento radicale di personale, resta ancorata all’indecisione. Il fantasma dell’inattività post-crisi bancaria, 2008, che l’ha caratterizzata, unica fra le tre grandi aree economiche mondiali, della ripresa lenta e debole dell’economia, non sembra avere capito la lezione. Gli annunci sono strepitosi dopo il blocco dell’attività, ma niente poi è stato deciso, né si sa come e quando si deciderà di intervenire. Fermi ora al blocco imposto dai governi cosiddetti “frugali”, che però non è un blocco, se Berlino volesse veramente, e Bruxelles con Berlino.
Un giorno si dirà che nella crisi spaventosa del 2020 l’Europa era governata dalle donne. Ma con che esito?
Heidegger ancorato ai vecchi primati nazionali
La questione Heidegger – tra
nazismo e antisemitismo - vista da un altro punto di osservazione: l’identità
tedesca, ossessione dei suoi discorsi politici, di alcune lezioni e di molte annotazioni
nella prima metà degli anni 1930: “Chi samo noi? Che significa avere
un’identità – in particolare che significa essere tedesco?”.
L’idea è venuta allo studioso dell’università
di Barcellona, autore di un “Heidegger and the emergence of the question of being”,
nonché ultimamente di un “Heidegger’s Black Notebooks and the Question of
Anti-Semitism”, con la domanda che apre i “Quaderni neri”: “Chi siamo noi?” - noi
tedeschi, non noi esseri umani. Un interrogativo non casuale: la questione
Adrian analizza su tre tracce. Soprattutto rivedendo lo Hölderlin di Heidegger,
acculato alla nozione di “Germania segreta” (Geheimes Deutschland) che era stata invece elaborazione dell’antimodernista
Circolo Stefan George, di due dei suoi membri più rilevanti, Norbert von Hellingrath
e Max Kommerel. La nozione di “Germania segreta” era stata comune a tutto il
romanticismo, a Fichte, Schiller, Herder, Heine tra i tanti, che spesso,
commossi, “evocano una grande, misteriora, celata e ignota Germania che deve
ancora venire”. Mentre Hölderlin, proprio lui, ne aveva concezione diversa, e
definita: “Tutti i gli accenni di Hölderlin alla «Germania segreta» si
riferiscono al suolo nativo (Heimatboden)
e al radicamento (Bodenständigkeit).
Ma il suolo natio e il radicamento sono intesi non in forma materiale quanto piuttosto
in termini poetici e linguistici. Secondo Hölderlin, l’essenza del tedesco è costituita
dal suo linguaggio natio” – allo stesso modo, si può aggiungere, come la concepirà
Hannah Arendt. E da una poesia che “istituisce e fonda il sito storico per l’esistenza
del popolo”.
Nasce in questo ambito anche, va
aggiunto, l’allontanamento di Goethe dal mainstream
della Grande Germania o Germania segreta, che avrà tra gli epigorni, fra i
tanti, Thomas Bernhard.
La “Germania spirituale segreta”
è citata apertamente in un discroso del 1934 indirizzato agli studenti stranieri,
“The German university”. Il nuovo spirito, spiega Heidegger, è stato
risvegliato da tre grandi poteri che hanno operato tra il 1770 e il 1830: “1)
La nuova poesia tedesca: Klopstock, Herder, Goethe, Schiller e i Romantici; 2)
la nuova filosofia tedesca: Kant, Fichte, Schleiermacher, Schelling, Hegel; 3) la nuova politica degli
statisti e militari prussiani: von Stein, Hardenberg, Humboldt, Gneisenau,
Clausewitz. Poeti e pensatori hanno creato un nuovo mondo spirituale nel quale
la prevalenza della natura e i poteri della storia erano ritenuti in una tesa
unità nell’essenza dell’assoluto”. Una conclusione heideggeriana, ambigua, che
però il prosieguo spiega, con due definizioni restrittive di libertà, in questo
nuovo spirito tedesco: “Libertà significa: l’obbligo di sottomettersi alla
volontà dello Stato. Libertà: responsabilità per i destini del popolo”.
Fatta la tara dell’eloquio, un
Heidegger in linea con la coda dei “primati nazionali” ottocenteschi, del
secolo delle nazionalità. Che però assume una diversa coloratura alla luce delle
altre due tracce seguite da Adrian. I riferimenti insistenti al völkisch , popolare, e alla “germanicità”,
Deutschtum. Che lo apparentano alla destra
conservatrice. Meglio impersonata, ma allora con più acume politico, da Ernst
Jünger. E soprattutto la duratura insistenza, fino agli ultimi giorni, tardi
anni 1970, sui caratteri anzionali, di americani, inglesi, russi e, in questo
quadro, ancora ebrei, come distinti dal Deutschtum.
L’esito è noto, anche se sottovalutato:
un’identità tedesca definita in termini di storia, tradizione e linguaggio, ma
anche di destino e missione.,
Jesus
Adrian, Who Are We – the Germans? Heidegger
on the German and Jewish People, free online
giovedì 11 giugno 2020
Cronache dell’altro mondo - il cinismo del razzismo 60
Più di 27 milioni di lavoratori negli
Stati Uniti non ha assicurazione sanitaria
Circa 35 milioni di lavoratori, nel
settore privato, non ha il congedo malattia: chi si ammala non si paga.
Il risparmio si è molto ridotto negli
Stati Uniti con la crisi dei mutui 2007-2008: la Federal Reserve stima che quattro
famiglie americane su dieci non hanno abbastanza risparmi per coprire tre mesi
di spese di emergenza senza nuove entrate, come il trimestre passato in lockdown per il coronavirus. Mentre la durata media di ogni
recessione, dal 1945 al 2001, stima la stessa Federal Reserve, è di almeno
dieci mesi.
Il salvataggio delle banche nel 2008-2009
fu fatto a favore degli investitori e a danno dei mutuatari, spiega Francesca Mari
sulla “New York Review of books”. A opera dei presidenti Bush jr. e Obama, con
un intervento pubblico di 700 miliardi di dolari. Spesi per salvare chi aveva
investito nei mutui spazzatura. Mentre decine di migliaia di mutuatari hanno semplicemente
perduto la casa – e i ratei già pagati.
Il produttore-distributore cinematografico
Hbo mette fuori circolazione “Via col vento”, dichiarandolo razzista. Nel mentre
che infuriano nelle città americane le manifestazioni e qualche sommossa
antirazzista. Lo fa come promozione pubblicitaria, gratuita. Col rischio di alimentare
il razzismo, se c’è, o di rinfocolarlo - Dolan, Greenblatt, Stankey, i
padroni-dirigenti di Hbo - Warner - At & T, sono tutti solidamente bianchi.
Il nemico di se stesso
“Ci sono dispiaceri che lentamente corrodono la
mente come un cancro”. La paura della follia, che è già follia – “la mia
propria follia”, continua il narratore di questo romanzo, “è che domani possa
morire senza essere riuscito a conoscere me stesso”. Sulla duplice ossessione
Hedayat costruiva nei primi anni 1930 a Teheran questo breve denso romanzo
della pace interna impossibile.
Un giovane problematico incontra la ragazza dei
suoi sogni – che lo porta a pensare reali i sogni. È l’inizio di un discesa all’inferno,
che lo condurrà, passo dopo passo, fedelmente registrato, alla follia tanto temuta.
Con scrittura secca, senza arzigogoli.
Tradotto in America negli anni 1950, “La
civetta cieca” sarà avvicinato alla narrativa di E. A. Poe. Ma con più
verosimiglianza il nome da fare è Kafka. Non per la scrittura, per l’insondabilità
– il muro. Di fatto il romanzo è molto iraniano: ha radici nella mistica e la poetica
della tradizione – di un altro Iran, cioè, anche se i quarant’anni di tirannia
islamica non ne hanno spento gli umori, tuttora percettibili nella poesia, che
non si traduce, e nella cinematografia. E, per quanto riguarda Hedayat, nei
numerosi racconti che ha lasciato, oltre questo romanzo, scritti talvolta in
francese (gli studi Hedayat aveva fatto al liceo francese di Teheran) – alcuni tradotti
quarant’anni fa nei Narratori Feltrinelli.
Hedayat, ostracizzato, dalla ricca aristocratica
famiglia e da se stesso, dalle sue paure e ossessioni, morirà a Parigi suicida
nel 1951 – sepolto peraltro tra le celebrità del Père Lachaise. Di 48 anni, dopo
un’attività intensa di traduttore in patria, di Kafka appunto e Poe, e di
Maupassant, Rilke, Čechov, Sartre, Schnitzler, e
di critico letterario. Aveva già fatto a vent’anni un soggiorno a Parigi, con
identico tentativo di suicidio, salvato dal fiume da un pescatore intempestivo.
Dopo gli studi di ingegneria a Bruxelles, presto abbandonati. Tornato a Teheran,
lavorò alla Banca Nazionale, per un periodo breve, di malavoglia. Fu a lungo in
India, da neofita vegetariano, per recuperare l’antico persiano pahlavi, e immergersi nello zoroastrismo
di una comunità parsi.
Tradotto dall’originale da Anna Vanzan.
Sadegh Hedayat, La civetta cieca, Carbonio, pp. 135 € 14,50
mercoledì 10 giugno 2020
La peste è sempre occidentale
Al 9 giugno, secondo i conti dell’ECDC,
lo European Center for Disease Prevention and Control, il coronavirus vede sempre
l’Europa in testa per contagi, 2 milioni 84.509 (il conteggio parte dal 31 dicembre). E anche per morti: 179.385.
Seguita dagli Stati Uniti per numero di contagi, un milione 961.185. E per
numero di morti, 111.007.
Ma cresce il Sud America, rapidamente: per
numero di contagi, circa un milione 250 mila casi. E per numero di morti, circa
75 mila.
Il resto del
mondo, specie l’Asia, ma anche l’Africa, è stato finora relativamente
risparmiato. L’Asia, malgrado la sovrappopolazione, conta un milione 375.372
contagi.
Anche
l’Africa è relativamente risparmiata: i contagi sono stati 196.570, le morti
5.346 – meno di un terzo della Lombardia.
Il virus si può dire sempre “occidentale”, specie se si conta anche il Sud America.
Oppure
le statistiche sono benevole nei paesi controllati – tanto, la verità è inutile
ai cittadini, il potere fa già da sé abbastanza paura.
Appalti, fisco, abusi (174)
Gli abbonati a Sky Sport e Sky Calcio hanno pagato quattro mesi
senza un solo programma da vedere. Senza nessun abbattimento dell’abbonamento.
Senza nessuna possibilità di rifarsi.
L’Eni publico, allora Agip, vantava la
benzina meno cara. Dacché è privato, la fa pagare in autostrada dieci-quindici
centesimi più della concorrenza – Esso, Tamoil, Q 8. Sfruttando la posizione di
semi-monopolio delle concessioni lungo le autostrade e la strade consolari
acquisita quando era un ente pubblico.
Paga così un dividendo elevato al
Tesoro – un servizio come una (ulteriore) tassa.
Più cara di quella Eni, la benzina Ip.
Azienda anch’essa ex Eni, con alcune posizioni strategiche in autostrada, concessioni
che coprono un vasto raggio di strada o autostrada.
Lottomatica servizi non lavora sabato e
domenica. Ricaricando i cellulari a un punto Lottomatica, bisogna aspettare lunedì
per telefonare…
Si penserebbero le ricariche in automatico.
Lottomatica gioca su due giorni di valuta?
Da quando ha comprato Gillette, Procter
& Gamble, uno dei grandi gruppi chimici e petroliferi che hanno promosso
nel 1974 l’Earth Day, la Festa della Terra, e ne sono sostenitori, non fa che
moltiplicare le denominazioni, le qualità, i formati, dei rasoi e dei loro
contenitori. Propendendo per l’usa e getta, per guadagnare qualche centesimo di
più. Contenitori e rasoi di plastica povera, appiccicaticcia, non riciclabile,
invece dei vecchi materiali resistenti, riutilizzabili praticamente all’infinito.
La stessa società vanta una serie di
detersivi biodegradabili, che tappano gli scarichi.
Piovene ha i calori
Un
libro di umori. Una sorta di auto-pamphlet, di resa dei conti con se stesso, oltre che con il mondo: le furie sono
dell’autore, che le rammemora passeggiando. Incontri, visioni, allucinazioni.
Di persone, conoscenze, cose vista, cose note, lette, discusse, immaginate, con buona dose di realismo. Che Piovene rivendica:
“Io non sono un fantastico, nemmeno un inventivo, e nemmeno un realista, ma
sono un visionario di cose vere”. Come si vogliono tutti i narratori. E i giornalisti
d’invenzione. Anche se la cosa è forse una tara, in termini di verità – Piovene
resta persona inquieta, ma anche controversa.
Sul
giornalismo, che ha praticato ogni giorno per decenni, è cattivissimo fin dal
primo giorno di pratica: “C’erano, in alto, i divi, che non comparivano, con
uno speciale diritto. Era il diritto di promuovere bugie senza esserne convinti”.
E via di questo tono: amicizie, mori, passioni, riserve, ostilità. Da ansioso, si
direbbe, un po’ angosciato. O uno sfogo da menopausa, se si può dire così, per un uomo, la fine delle illusioni. “Ai pretesti si deve il riuscire a non vivere in
una dimensione sola, un universo folto di relazioni, pieno di porte spalancate.
Senza prestesti niente metafore, cioè poesia”.
Guido
Piovene, Le furie, Bompiani pp. 352
€ 13
martedì 9 giugno 2020
Problemi di base canini - 571
È il cane il migliore amico dell’uomo - o è l’uomo il
migliore amico del cane?
Quanto buono?
Perché tante violenze sui cani: incroci, addomesticamento,
appartamento?
“Se non ci fossero
i cani io non vorrei vivere”, Schopenhauer?
“Il cane, come l’uomo,
ha sempre prurito”, Jean Paul?
“Il palcoscenico non è un canile”, Goethe?
È Mefistofele un cane barbone nero, id., “Faust”?
Manca Proust: perché Fido non avrebbe momenti proustiani?
E Stuart Mill: perché al cane è negata la libertà?
spock@antiit.eu
Hemingway, o la caccia ala felicità
Una
prima prova - o un brogliaccio, ma in bella copia - de “Il vecchio e il mare”, il
racconto della pesca del marlin record. Con la stessa figura di Santiago, il
“vecchio”, qui suddivisa tra Josie - che il nipote-editore suppone essere Joe
Rusell, quindi un americano, col quale Hem andava a pesca a Cuba – e Carlos, il
mozzo, entrambi con l’eloquio del protagonista del racconto che sarà premio
Pulitzer 1953 e premio Nobel 1954 (menzionato specialmente nel Nobel all’autore).
È il
racconto dell’aggancio di un marlin gigante, dopo molti giorni di pesca alla
sua ricerca, che però riesce a sganciarsi e andare via. Ambientato nel 1933, per
i particolari della cronaca – sbirri del dittatore cubano Gerardo Machado e
manifestazioni contro. Ma scritto probabilmente dopo la guerra, del 1945-46 –
“Il vecchio e il mare”, pubblicato con immediato straordinario successo sulla
rivista “Life” nel 1952, è del 1951. Una scrittura da vita vissuta, da gite in
barca meridiane dentro la giornata di lavoro: con le mani già piagate dalla
lenza nella lunga corsa vorticosa del marlin preso all’amo, ma senza l’impianto
favolistico, alla “Moby Dick”, che sarà de “Il vecchio e il mare”.
Il
racconto è stato ritrovato e viene pubblicato – in anteprima su una nuova
edizione de “Il vecchio e il mare” in calendario per fine anno - da Seán
Hemingway, archeologo (“La tomba di Alessandro”), curatore per l’arte Greca e
Romana del Metropolitan Museum of Art, nipote in linea diretta dello scrittore –
figlio di Gregory, il figlio prolifico di Hem (otto figli) che però aveva
carattere e gusti femminili. Il titolo è stato scelto da Patrick, il secondo
figlio di Hemingway, zio di Seán, traendolo da “Verdi colline dell’Africa”, il
racconto non romanzato di un safari in Africa, nell’inverno 1933-34, gli stessi
anni a cui il racconto fa riferimento. È il titolo di una sezione di “Verdi
colline”, a sua volta ispirato dalla Dichiarazione d’Indipendenza, che
annunciava “Vita, Libertà e la ricerca della Felicità”.
Sono
pochi i materiali non pubblicati di Hemingway, spiega Seán in un’intervista che
accompagna la pubblicazione sul “New Yorker”, quasi tutti racconti autobiografici
della seconda guerra mondiale.
Ernest
Hemingway, Pursuit as Happiness,
“The New Yorker”, 8-15 giugno 2020
lunedì 8 giugno 2020
Ecobusiness – aspettando l’idrogeno
Sono violenze in forma di cura quella
che si si perpetrano sugli animali domestici: addomesticamento, addestramento,
incroci.
L’agricoltura è la massima produttrice
di CO2.
Gillette, da quando è Procter and
Gamble, tra i promotori dell’Earth Day, la Festa della Terra, moltiplica le
plastiche, usa e getta, invece che i contenitori e i rasoi a lunga tenuta.
Lo stesso le macchine tedesche, sempre
nuove, ogni mese, ogni settimana, ogni giorno. Tutte molto impegnate per salvare
la Terra.
Cina e India sono i massimi inquinatori,
perché hanno grandi popolazioni, e
perché usano combustibili fossili. Per l’effetto anche della globalizzazione,
del relativo arricchimento di questi semicontinenti asiatici a lungo alla
soglia della povertà. Per la prima volta nei tremila anni della storia umana,
tutta l’umanità accede a un livello degno – mediamente - di vita, a danno dell’ambiente.
Un milione 850 mila le vetture
circolanti a Roma. Più 170 mila veicoli industriali. Più 450 mila motocicli:
quasi 2 milioni e mezzo di veicoli a motore (i numeri sono arrotondati rispetto
agli ultimi dati censiti, nel 2017: 1.764.533 rispettivamente per le tre voci,
156.801, e 393.144). Per una popolazione
di 2,9 milioni.
L’idrogeno rimuoverebbe
buona parte dei problemi ambientali, quelli derivanti dai combustibili fossili,
specie nella circolazione, ma necessita di forti investimenti. “Nei prossimi
dieci anni l’idrogeno potrà costare meno del petrolio”, spiega Alverà della Snam,
ma ci vuole ancora uno sforzo di investimento: “Con il sole si può creare
idrogeno fatto da rinnovabili e i prezzi stanno scendendo velocemente. Nel 2010
costava 710 dollari per megawattora, oggi siamo a 125 dollari e si potrà
arrivare a 25 dollari per megawattora”, cioè meno degli idrocarburi.
L’identità è coappartenenza
Due
conferenze con le quali, dopo la denazificazione, Heidegger riprende, spiega
Gurisatti nella presentazione, “la «distruzione fenomenologica» della storia
del pensiero e dei suoi fondamenti logici e onto-teo-logici”. Una distruzione
apodittica, su questo non c’è dubbio, ma confusa. La “differenza” – tra l’essere
e l’ente – si direbbe la libertà, come spazio e come “cosa” (azione, volizione).
Ma in Heidegger tutto si complica, a nessun effetto – il pensiero scorre a
volute informi, specie su quest tema, quello che dà il titolo al volumetto, “Il
principio di identità”.
Il secondo contributo, la “distruzione” della
metafisica nei suoi “fondamenti onto-teo-logici”, culmina con una beffarda
rivincita (p. 95): “Il pensiero senza-dio, che deve rinunciare al dio della
filosofia – cioè al dio come causa sui
– è forse più vicino al dio divino”(e probabilmente nell’originale Heidegger
intendeva il Dio maiuscolo). E qui si capisce, anche se a nessun esito.
Il
primo contributo, “Il principio di identità”, dell’essere e dell’ente che
coabitano e si coordinano o si contraddicono, si co-appartengono, è invece
una tautologia, ma fumosissima. Giocando con Platone, “Sofista”, “esso stesso a
se stesso lo stesso”, e con Parmenide, “lo stesso è sia percepire che essere”,
si arriva all’Ereignis, l’evento –
uno dei contributi con i quali Heidegger si immortala, e che ogni volta
ridefinisce (qui alla p. 44). Giustificandosi così: “Il pensiero ha impiegato
più di duemila anni per comprendere in modo appropriato una relazione così
semplice come la mediazione all’interno del’identità. Come possiamo quindi noi ritenere che basti un solo giorno
per realizzare il raccoglimento pensante nella provenienza essenziale dell’identità?”
Alla
fine, si dirà di Heidegger come di uno che provò a rinnovare il vocabolario,
con esiti incerti? Le note di Gurisatti, più che di filosofia, trattano di
filologia, anzi di linguistica, anzi di glottologia. Ma inafferrabili, per lo
più, anch’esse.
Martin
Heidegger, Identità e differenza,
Adelphi, pp. 101 € 10
domenica 7 giugno 2020
Ombre - 516
Il
generale dei Carabinieri Pappalardo, e le interminabili jacqueries che tenta di alimentare, Aldo Grasso mette sul “Corriere
della sera” tra i novisti incontentabili: ”La società che tentano di abbattere
ha aperto loro infiniti interstizi e occasioni per esprimersi e manifestarsi”. Di
diventare ministri, di “fare” la politica, come no, e discettare in tv. È tempo
di alluvione….
“In
un anno e mezzo abbiamo portato a casa reddito di cittadinanza, abolizione dei
privilegi della casta e lotta alla corruzione”, può di rivendicare incontestata
con il “Corriere della sera” Roberta Lombardi, deputata regionale grillina.
Lotta alla corruzione, i grillini? A Roma per esempio? E la casta che ci opprime,
in tv, in rete, nei (cattivi) pensieri?
“Quest’anno
solo 2 miliardi per l’Italia dal Recovery
Fund” europeo, “la Repubblica” scopre ieri. Si può essere giallorossi, ma perché
non leggere – il testo del piano Ue è pubblico, da una decina di giorni?
Trump
dice che prende l’idrossiclorochina contro il virus, l’Oms pronto mette l’idrossiclorochina
fuorilegge. Un giorno o due dopo, alla pubblicazione, lo studio che dice l’idrossiclorochina
dannosa è dichiarato sbagliato, e i suoi datti contraffatti. Ora, l’Oms lavora
per Trump? O non sarà Trump che commissiona ricerche false?
Lo
stesso quesito si pone per Twitter: non è che Twitter lavora per Trump, censurandolo?
Non sarà Trump che ha fatto nominare ala censura di Twitter un politico, un suo
dichiarato nemico?
Heiko
Maas, il ministro degli Esteri tedesco, si fa bello con Mastrobuoni su “la
Repubblica”: la Russia è impresentabile – “I motivi per cui nel 2014 abbiamo
deciso di continuare le riunioni del G 7 senza la Russia, ossia l’annessione
contraria al Diritto internazionale della Crimea, non sono cambiati”. Eccetto
che per il Nord Stream 2, con cui monopolizzare l’export di gas della Russia
verso l’Europa? Che la Germania si sta facendo fare da società russe di
ingegneria, anche se non ne sono (molto) capaci, dopo che le italiane e le
svizzere si sono ritirate in ottemperanza all’embargo.
La
Germania sembra extraterritoriale. Dismesse in Cina e nel mondo mussulmano, il
regime delle capitolazioni vige in Europa per la Germania?
Pare
che l’imbalsamazione degli animali domestici sia da qualche tempo il nuovo must. Di chi ha e anche di chi,
ufficialmente, non ha. Mentre non si trovano più cimiteri per le persone, i
morti umani bisogna cremarli. Sarà l’Italia, grande paese delle grandi fortune nascoste,
hanno ragione i tedeschi che ce lo rinfacciano, e di nessuna virtù?
Dopo
lo stadio della Roma i puri e duri del Campidoglio, fortezza di Grillo, hanno
tentato di pedonalizzare Monti. Big business anche quello, migliaia di mq. Di
garage e seminterrati da affittare a migliaia di euro, il mq.. Chiamando il
progettino “isola ambientale”. Gli è andata buca anche qui. Ma non ci sono
giudici a Roma?
L’Anac
del professor Merloni, l’Autorità Anti Corruzione, grande sede a Roma e ottimi
stipendi a giudicare dalle macchine, sospende il presidente benemerito
dell’Autorità portuale di Trieste, che ha rianimato in un colpo lo scalo dopo
un secolo di depressione facendone uno dei primi in Europa, perché la sua
nomina, sei anni fa, quando già del Porto era commissario, aveva un vizio di
forma. Le Autorità, che dovrebbero proteggere gli utenti e la comunità, sono una
delle istituzioni peggiori della disastrata Italia, costose e dannose.
Il
curioso è che, nei sette anni di attività dell’Anac, non ci sono stati corrotti
in Italia né corruttori, non che l’Aurorità ne abbia manifestato conoscenza. Sembra
che non stia in Italia. Oppure no, è proprio l’Italia?
Il
Recovery Fund si nasconde nei dettagli, spiega Fubini sul “Corriere della sera”
per la festa della Repubblica. La quale invece, dopo l’annuncio d Bruxelles,
operativo fra un anno?, fra due?, si ritiene a cavallo: pacche
(congratulazioni), brindisi, inni alla gioia. La Ue come il diavolo.
“Sono
sempre stato contrario alle sanzioni contro gli Stati perché in realtà colpiscono
i popoli e rafforzano i dittatori”, Romano Prodi a Marco Ascione sul “Corriere
della sera”. No, favoriscono gli affaristi – mediatori, importatori,
speculatori: le sanzioni vanno col “mercato”.
Immemore
del disastro cui il suo ospedale ha contribuito, il direttore sanitario del San
Raffaele di Milano dichiara il contagio finito: “Il virus è morto”. E insiste.
Ma Milan l’è on gran Milan.
Dispersi nell'analogia
Daumal
è recuperato da Calasso ne “Il cacciatore celeste”, il suo “libro degli amici”
sugli autori tra le due guerra. Di gente che viveva sopra il vulcano senza (pre)occuparsene.
O della fine delle avanguardie, profetiche e sterili – che evaporano al momento
della “produzione”, si sfilacciano, l’autore lasciando solo e confuso: Daumal
chi? un pazzo? Un autore cui Adelphi malgrado tutto è fedele: ne ha proposto
tutto, o quasi tutto, e questo “Monte Analogo” in più edizioni.
Questo
“romanzo d’avventure non euclidee e biblicamente autentiche”, come le vuole l’autore
nel sottotitolo, era in catalogo Adelphi già all’inizio del’attività, nel 1968.
In un catalogo cioè che si caratterizzava per l’insofferenza verso il “nuovismo”.
Forse perché pubblicava gli autori di Bobi Blazen, catastrofici per snobberia,
prima che lo stesso Calasso e Luciano Foà indirizzassero l’editrice. L’edizione
1968 era da un trentennio circa già negli Adelphi, Daumal ha un suo pubblico.
Ora Claudio Rugafiori ne propone una riedizione, riveduta, e ampliata con altre
note e riflessioni di Daumal sul romanzo in
progress.
Daumal
è degli anni 1930: muore nel 1944, ha iniziato il “Monte analogo” nel 1938, al
compimento dei trent’anni ma minato dalla tubercolosi. Avvia cioè qualcosa che
non pensa di concludere, non ne ha un disegno prestabilito. Lascia quindi un’opera
aperta, come l’impianto. Otto alpinisti, amici, partono alla ricerca del Monte
Analogo, la vetta più alta del mondo, un’isola che è un continente. Che appare
e scompare, con la luce e la riflessione. Una visione, un desiderio. “la
montagna è il legame fra la Terra e il Cielo”. Ma la meta è raggiunta, per
riflessione: il viaggio è verso il proprio “centro”, facilitato, dall’uso delle
analogie. Se non che s’interrompe prima dell’ascesa, al Campo Base. E non per
un termine simbolico: l’autore è morto.
Non
un romanzo d’avventure. Né sperimentale, come sembra a tratti - s’incontrano
pagine di segni ortografici, parole curiose, sogni irrelati. Neanche di
riflessione. Daumal, appassionato di filosofia indu, conoscitore del sanscrito, locupleta
la singolare spedizione di sogni, fantasie, visioni, aneddoti, miti, canzoni,
ragionamenti, ognuno significante per sé ma non congruenti. Un viaggio aperto. Ma
di forte malinconia, come un rimpianto della vita – “Cercando se stessi, si
vede che non si è niente, vedendo che non si è niente si desidera divenire,
desiderando divenire si vive”.
Condiscepolo
di Simone Weil, con la quale si dedicò a studiare il sanscrito, nella classe di filosofia di
Alain al liceo Henri IV. Daumal non ne media le accensioni. Anche nella deriva misticheggiante,
l’estensione è inerte, quasi meccanica, dell’immaginario, prolissa più che
fantastica o coinvolgente.
René
Daumal, Il Monte Analogo, Adelphi,
pp. 144 € 18
sabato 6 giugno 2020
Letture - 423
letterautore
Classico
– Noioso. E
seduto, lo fa dire Savinio, “Alcesti”, da un personaggio in età: “Il classico è
noioso. Vuole che non lo sappia? Sono così classico io stesso!” E: “Sa perché
sto seduto? Sempre seduto? Perché sono classico. Il classico è seduto”.
Flaubert
– Scrittore
“fotografo”, lo dice Savinio, “Alcesti di Samuele”: “E il migliore del suo
tempo”.
Giudici
– Non hanno
buona stampa. La collettanea “Giudici”, di Camilleri, De Cataldo e Lucarelli,
racconta solo personaggi positivi, ma come a programma. Il racconto di Camilleri “La revisione”,
rivisto sceneggiato nella serie dei film Montalbano, col titolo “Come vuole la
prassi”, è molto meno rispettoso della figura del giudice di quanto sembra. Il
presidente di Corte d’Assise che ha svolto il suo compito “con estremo scrupolo”,
come dice Camilleri, e in pensione si fa copiare e scandaglia tutti i processi
per rilevare eventuali errori, non è raffigurato simpaticamente: Montalbano lo
rispetta, e come vicino lo accudisce, ma è un tipo strano. E lascia il
commissario, dice Camilleri nel racconto, con “molti interrogativi” sulla
ricerca della verità e sul giudizio.
L’impressione è
forse accentuata dalle cronache: il mercato delle cariche tra giudici, e i
giudici che condannano nei talk-show
in tv. Ma Camilleri nella sua vastissima produzione non ha un solo giudice in
positivo. Nel solo scritto in materia, repertoriato nella raccolta di scritti
vari “Come la penso”, un intervento peraltro proprio al Csm, a un seminario di
studio organizzato nel 2007 per magistrati giovani, si rifà a Montaigne, a
Manzoni, e a Sciascia, che sulla giudicatura hanno molte riserve, ed elenca una
serie di lettura “formative” tutte negative: il giudice Petrovic di “Delitto e
castigo”, che dice di “intelligenza luciferina”, il giudice del tiranno di Lope
de Vega, “Fuente Ovejuna”, il “Processo” di Kafka, e il cattivissimo “Gli dei
hanno sete” di Anatole France..
Anche Sciascia, che
pure dalla giustizia appare ossessionato (“Giustizia come ossessione” è una
tavola rotonda organizzata dagli Amici di Sciascia, nel 2005), sia in “Porte
aperte” che in “Una storia semplice”, racconti attorno alla figura del giudice,
è problematico, sospettoso.
Ma sono
problematici gli stessi giudici-narratori, Dante Troisi, Salvatore Satta.
Manzoni è
cattivissimo. I giudici della “Storia della colonna infame”, quelli che ai torturati
stremati che imploravano: “Ditemi cosa volete che io dica”, glielo dicevano, e
poi li mandavano a morte, erano persone note in città, di nome illustre, Monti
e Visconti, celebrati per “l’integrità, l’illibatezza, l’ingegno, l’amore pel
bene pubblico, lo spirito di sacrificio e il grande coraggio civile”.
Gramsci
– Crociano lo
vuole Savinio scrivendo a Bompiani, il 19 agosto 1947: “Molti tengono per importanti
le lettere di Gramsci, questo povero crociano”.
Mitteleuropa
– Rumiz la sposta a Est, molto a Est – anche se questo Est dice Centro (“Trans Europa Express”):
“Macché Est. Questo dove mi trovo è il Centro. La pancia, l’anima del Continente.
E quest’anima sta tutta fuori da quell’impalcatura burocratica che si chiama
Unione europea”. Attorno e a nord di Odessa, tra “facce slave, caucasiche,
turche, centro asiatiche”.
In Ucraina, sul
Tibisco, trova un obelisco che segna “il baricentro di terraferma tra l’Atlantico
e gli Urali, il Mediterraneo e il mare di Barents”. Molto dentro l’ex cortina
di ferro: “Il cuore batte qui”. Tra nomi evocativi, Botnia, Carelia, Lvonia,
Curlandia, Largalia, Masuria, Polesia. L’obelisco è austroungarico: “Già allora
si sapeva che la Mitteleuropa non sta affatto nei caffè viennesi ma molto più a
oriente, anche di Budapest e Varsavia”..
Occidente
– È la deriva
dell’Europa, nell’immagine di Savinio (“Alcesti”, 74), dell’Europa “europea”:
“Questa Europa più «europea» non sta ferma. Si sposta via via da oriente a
occidente. Va dietro al sole. Al pricipio l’Europa «europea» è in Grecia. Poi
dalla Grecia passa in Italia. Poi dall’Italia passa in Francia e in Inghilterra.
Trova il mare. Lo traversa. Sbarca in America. Ora è là”.
Un’altra Europa,
invece, asiatica, “fa tumore”: “Il contrario dell’Europa è l’Asia. L’Asia è
grossa e ogni tanto sconfina in Europa.Ogni volta che l’Asia sconfina in Europa
fa tumore. L’ultimo tumore asiatico in Europa si chiama nazismo”.
Pavese
– Ha un antecedente
remoto, sul piano letterario, nel suo abbandono al destino, quasi una fede,
seppure in negativo, dei “Dialoghi con Leucò”, nel Pečorin-Lermontov di “Un
eroe del nostro tempo”. Dove “si ragiona sulla credenza mussulmana che il
destino dell’uomo sia iscritto in cielo, credenza che trova anche in mezzo a
noi cristiani molti seguaci”.
Roma
– Pesante la
vuole Savinio, scrittore allogeno, ma per meglio galleggiare (“Alcesti”, 24):
“Tutto è pesante a Roma: il parlare degli abitanti, i cibi, l’aria, l’acqua.
Per peso, il collo, i fianchi, il sedere degli abitanti si allargano. Peso fisico e peso metafisico. Peso
dell’Autorità. Peso comod,. Peso rassicurante. Zavorra necessaria. Si traversa,
con questa zavorra in corpo, il mare tempestoso della vita…”..
Romanzo – All’origine è del giovane in
pena , “Werther”. E questo filone resterà importante nel primo ottocento:
“Ortis”, Foscolo, “Adolphe”, Constant, “René”, Chateaubriand, “Evgenij Onegin”,
Puškin, “Un eroe del nostro tempo”, Lermontov, “Confessioni di un figlio del
secolo”, De Musset, spesso col suicidio incluso.
O se ne può
tracciare uno anche di genere, uno femminile – come soggetto se non come
autore: “Pamela”, Françoise de Graffigny (“Lettere di una peruviana”), Madame
de Lafayette. Ma è nell’Ottocento che il romanzo vira al femminile: in
Inghilterra, e in Stendhal, Flaubert, Tolstòj.
Savinio
– Ha il vizio,
dice Savinio, “Alcesti di Samuele”, di “mescolare scherzo e serietà”.
Scandalo – Racconta Mario Telò sul “Sole”
di una presentazione del “Quichotte” di Salman Ruhsdie cui ha assistito in una
chiesa di Oakland. Di un Rushdie che sornione denuncia la “solitudine”, o
“sistemica confusione tra realtà e irrealtà”, come “espressione di una società
in preda a un’overdose narcotica”, eccitante-deprimente. E finisce con un aneddoto
di Rushdie che ne mette a nudo l’“istrionismo senza più troppo riserbo”:
“Quando un giovane Rushdie incontrò Graham Greene in un club londinese, Greene
– dopo aver bevuto tre bottiglie di vino e mangiato con moderazione –gi chiese:
«Dimmi, com’è che riesci sempre a provocare tanto trouble?Io ci ho sempre provato, ma non ci sono mai riuscito”. Non
c’è riuscito Graham Greene - anche senza l’alcolismo di (non) era afflitto? Ma
Rushdie “nasce” coi “Versetti satanici”, con
la fatwa di Khomeiny, fine 1988, quando ha
quarant’anni, e Greene vive infermo a Vevey in Svizzera, dove morirà due anni
dopo.
letterautore@antiit.eu
Napoleone ha sempre ragione, e risolve il giallo
Interessi
sordidi, nobili propositi di tirannicidio e tradimenti, inseguimenti, a piedi e
a cavallo, tranelli, violenze squisite oppure immani s’intrecciano in un romanzo
d’avventure con un tratto costante di suspense.
L’anno dopo la creazione di Sherlock Holmes, avendo deciso di fare lo scrittore”,
il dr. Conan Doyle rianimava il vecchio vecchio romanzo di cappa e spada. Tra grandi
nobiltà, vecchie e nuove, ussari animosi, e vergini incorrotte, in terra di
Francia, al tempo di Napoleone all’assedio dell’Inghilterra.
Sotto
un titolo infelice: lo zio è il genio del male - lui come l’altro intellettuale
del racconto, uno intrigante e uno debole. E favolistico, mentre invece gira attorno
a tattiche e strategie, beni appropriati e rivendicati, tirannicidi. Alla fine, un raccontino. Ingigantito con un centinaio di pagine su Napoleone.
Pagine
aneddotiche, probabilmente da compilation,
ma per ogni aspetto sorprendenti – forse perché di Napoleone non si legge più
da molto tempo? Un Napoleone privato. Ma anche qui tirannico, nelle cose grandi
e nelle minime, impositivo, uno che alla fine ha sempre ragione, ma “non si
regge molto bene in sella”, ex povero pieno di rancori, solo fulmineo come si
sa, sul campo di battaglia. I generali, Murat, Massèna, Ney, Lannes, “sono
stati l’uno un cameriere, l’altro un contrabbandiere di vino, l’altro ancora un
bottaio e l’ultimo un imbianchino”. Si salva la madre, “una regina
tragica, alta, severa, riservata, silenziosa”.
Arthur Conan Doyle, Lo zio Bernac alla corte di Napoleone, Donzelli, remainders, pp. 190, ril. € 11
venerdì 5 giugno 2020
Problemi di base schopenhaueriani - 570
“Nel genere umano solo gli individui e la loro vita sono reali, i popoli e la loro vita sono semplici astrazioni”?
Schopenhauer non sapeva fare le somme?
“L’uomo era all’origine un animale
nero e pulito”?
“La storia
letteraria è il catalogo di un gabinetto di aborti”.
“La filosofia, come l’ouverture
del «Don Giovanni», comincia con un
accordo in tonalità minore”?
“Schopenhauer negli ultimi anni divenne sempre più pessimista perché si accorse di non essere Mozart”. W. Allen?
spock@antiit.eu
