sabato 8 agosto 2020
Gestione Agnelli al capolinea
Lo spettro della bancarotta, dopo la disastrosa serie di passi falsi quest’anno: la Juventus, la squadra di calcio più vincente d’Italia, si ritrova a fine corsa 2019-2020 sempre fortemente indebitata, malgrado l’aumento di capitale da 300 milioni – di cui il 63,77 per cento, cioè 191 milioni, a carico Exor. Senza più le entrate di Champions League sulle quali faceva affidamento, essendone uscita agli ottavi. Senza le pur minime entrate della Supercoppa e della Coppa Italia. Con ricavi in calo malgrado il più che raddoppio dello sponsor commerciale, sempre Exor, attraverso Fca (Jeep), da 17 a 42 milioni l’anno. E malgrado l’incremento a 51 milioni l’anno (fino al 2027) dello sponsor tecnico Adidas.
La politica mediterranea (se) la fa Macron
Per
decenni si è discusso a Bruxelles di una politica mediterranea della Ue. Fino ai
primi anni 1990, alla presidenza della
Commissione di Jacques Delors. Difficile, poiché a mezza Europa non interessava,
giusto all’Italia e alla Francia – la Spagna allora non contava. Poi
abbandonata - poi venne l’allargamento all’Est, poi venne il niente, la difficile
sopravvivenza. Proprio mentre il Mediterraneo si allargava in Europa, dilagava,
con le primavere arabe, con i terrorismi islamici, con l’immigrazione incontrollata,
e con le guerre civili libica e siriana. Nonché alla grande politica, anche a
questi eventi subiti la risposta europea è rimasta scoordinata e debole, per
manifesti segni di scarso interesse della Germania, e dei paesi che la Germania
fa pesare. Riducendosi in Siria a isolate manifestazioni d’interesse della Francia,
mentre l’Italia faceva finta di non essere in Libia, né altrove – Grecia? Turchia?
Libano? Cipro? Egitto? Giusto qualche stretta di mano a Tunisi, che non conta.
Con
la discesa a Beirut, ma già prima col tentativo di disinnescare la guerra in
Libia, il presidente francese Macron
mostra di voler riprendere una politica europea per il Mediterraneo: il Libano
va aiutato, per un cospicuo numero di ragioni, tutte buone, e questo non può
essere il compito della sola Francia: stabilizzare la frontiera Nord di Israele,
evitare l’Iran nucleare nel Mediterraneo orientale, proteggere la minoranza
cristiana. I precedenti dicono che Macron fallirà: accoreranno tutti al vertice improvvisato che ha chiamato, ma non decideranno, il Libano non è all’orizzonte
della Germania, di Angela Merkel. Questa volta potrebbe essere peggio perché
anche l’Italia è assente - assente di fatto, per le foto Conte non se ne perde una. Macron ha però aperto una prospettiva a una politica
francese per il Mediterraneo, malgrado gli impegni - le chiacchiere - sul multilateralismo. Apparentemente a Beirut non ha portato nulla e non ha ottenuto nulla, ma rimarra una iconsa per un generazione di libanesi.
Camilleri grasso
Un racconto “vigatese” ma della
vena grassa di Camilleri. Una giovane bella come una Madonna, cinque amanti
fissi da calendario, uno al giorno, un giovane amato, due morti precoci e un
figlio neonato che avrà tutte le grazie del mondo: la Madonna ha fatto il
miracolo. Ma non irriverente, giusto il necessario per un sorriso.
Andrea Camilleri, Di padre ignoto, La Repubblica, pp. 44
gratuito col giornale
venerdì 7 agosto 2020
Problemi di base dell'uguaglianza - o dell'identità
spock
Essere islamico o essere confuciano è indifferente?
E cinese o italiano?
Non ci sono differenze, o ce ne sono?
Gli Apuani nel Sannio sono diventati Sanniti, e i Sanniti
nelle Apuane Apuani – basta l’indirizzo?
Non ci sono più le tribù in Africa per compiacere chi?
E nell’Amazzonia cara al cuore?
C’era l’antropologia per lo studio delle differenze, ora è
cattedra senza oggetto?
Certo, se Trieste fosse tornata Trst, e “jugoslava”?
“Nulla è assoluto, nemmeno la morte”, A. Savinio?
spock@antiit.eu
L’epoca dei risentimenti
“La paura dei barbari è ciò che
rischia di renderci barbari”. È l’assunto di Todorov. Che scrive negli anni del
primo terrorismo islamico, di Al Qaeda, alle Torri Gemelle di New York e alle
ferrovie di Madrid e Londra, alla ricerca di molte vittime, e mette le mani
avanti: non conosco le situazioni “altre, vivo in Europa e sento e conosco solo
la paura”. Ma parte da questo presupposto, per contestare Samuel Huntington,
1996, “Lo scontro di civiltà”. Senza però proporre soluzioni, solo un
avvertimento a stare in gaurdia. Da se stessi.
“Oltre lo scontro delle civiltà”
è il sottotitolo. “Lo scontro delel civiltà sarebbe: le democrazie occidentali
da un lato, l’islam dall’altro. Due mondi, fissati nelle loro differenze
storiche, culturali, religiose, e così votati al conflitto. Di fronte ala
minaccia, niente più posto per il dialogo e la mescolanza. E nessun’altra
alternativa che la “fermezza”. Cioè la guerra. Con ogni mezzo. Si può essere
ver amente sicuri, quando si ragiona così, che la barbarie e la civiltà
continueranno a trovar si dal lato che si crede? Se l’imperativo è difendere la
democrazia, è anche cruciale di non lasciar si dominare dalla paura e
trascinare in reazioni sproporzionate. Perché la Storia ce lo insegna: Il rimedio può
essere peggiore del male”.
Un saggio un po’ scontato, non la
solita “scoperta dell’ordinario” in cui Todorov eccelle. Ma è del 2008, già una
quindicina di anni fa il tema si poneva. E ancora si pone: per un motivo?
Todorov scriveva all’indomani del terrorismo feroce di Al Qaeda, ma prima
dell’Is, altra barbarie, e prima delle immigrazioni in massa degli anni 2010, in
America e in Europa. Il Novecento è stato dominato dallo scontro fra i regimi
dittatoriali e le democrazie. Il Duemila? Todorov è deluso dalla “liberazione”
post-sovietica: troppi rigurgiti amari nel “sue” Est – il bulgaro Todorov si
sente giustamente uno dell’Est, benché abbia vissuto dal 1963, dai suoi 24
anni, fino alla morte, nel 2017, in Francia. Ora il problema è far convivere il
niqab con lo string a scuola “ma entrambi sono vietati”. Uno a Uno dunque?
Con un excusrus sugli
incontri-scontri delle due civiltà, e le note variazioni sulla ricchezza
culturale e la varietà dottrinale dell’islam, che nessuno omette o rifiuta.
Mentre il punto è un altro: l’islam può venire ad ammazzarci, con Al Qaeda, con
l’Is, e con quello che sarà, per quante colpe possiamo avere? Più
semplicemente, può installarsi a casa nostra, e dopo dire che è sporca e sudicia.
Non è un fatto di razzismo. Non è un problema di cultura. È un problema di prepotenza.
Todorov trova naturalmente un islam non prepotente, ma è la scoperta
dell’Africa – la quale era stata scoeprta rima di Gesù Cisto.
L’eguaglianza è un discorso
affascinante, oltre che necessario. Ma nell’indistinto o nell’appiattimento? Ovvio
che no. Todorov ci prova, ma senza molta verve.
Non ci sono più le grandi divisioni, o frontiere, ad aiutare. Nazionali, politiche,
tra dittature e democrazie. Nemmeno geografiche, tra Nord e Sud, lui stesso lo
nota: l’Australia è al ud, la Manciuria
ben al Nord – o tra Est e Ovest – il raffronto, dice ancora lui, è difficile
tra Cina e Brasile. Oggi c’è la mondializzazione, dietro il Giappone si è mossa
tutta l’Asia. E ovunque c’è effervescenza, gli have nots si sentono in
qualche misura depauperati e reagiscono, vogliono poter partecipare al Grande Mercato.
Il “risentimento” non è – non si manifesta – acuto, ma è diffuso. La paura
invece è dichiarata, in forme politiche nebulose, ma tutte a loro volta
risentite.
Tzvetan Todorov,
La paura dei barbari, Garzanti, pp.
284 € 14
giovedì 6 agosto 2020
Ecobusiness
Il must
post-quarantena sono le sneaker
bianche, immacolate. Da lavare ogni giorno, e da abbandonare a fine stagione.
Per salvare l’ambiente?
Concorso di idee, grandi appalti, design meraviglia, i nuovi banchi scolastici
sono semoventi, dei veri proiettili, e tutti di plastica. Per salvare
l’ambiente. Gli appaltatori ne devono fornire 2 milioni e mezzo entro l’8
settembre - data in Italia fatidica: quaranta giornate di fabbrica di plastica
a ciclo continuo.
“L’ipercompetitività delle energie rinnovabili le rende
ormai una scelta inevitabile”, si può leggere sul “Corriere della sera”. Costano
care, portando il costo del kWh a 27 centesimi, per un terzo come “oneri di sistema”, e cioè incentivi alle
rinnovabili. Ma si capisce , l’assicurazione proviene dal massimo percettore di
oneri di sistema-contributi, il ceo di Enel Green Power, Antonio Cammisecra.
Il ceo di Enel Green propone anche –
intervista al “Corriere della sera”, 2 agosto – lo smaltimento e il riciclo della
vetroresina delle pale eoliche: “Lo sa che una moderna pala eolica è più grande
di un Airbus A380?”
Il riciclo, a che costo per l’ambiente? Dal
riciclo della pala eolica-A irbus A 380 “si possono fare tante cose”, assicura
Cammisecra, “dai mattoni antisismici leggeri ad asfalti drenanti e riflettenti”.
Per scivolare meglio sulla strada, correndo anche quando piove.
“Quando fu inventata la locomotiva a vapore i
poeti si lamentarono dell’inquinamento della natura”, J. Roth, “Le bettole di
Berlino”: “La fantasia si figurava scenari terribili: zone della terra senza
prati né boschi, fiumi prosciugati, piante rinsecchite e farfalle soffocate”.
Roth a Berlino è profetico: “Non si immaginava
che ogni sviluppo percorre un cerchio misterioso. Nel quale inizio e fine si
toccano e diventano identici”. L’economia circolare?
Poe, malgrado tutto
Sotto forma aneddotica, saltellando
avanti e indietro, con una grafica frammentata, Poe ne esce a tre dimensioni.
Il primo scrittore professionale in America. Il padre del giallo. Uno dei primi
scrittori di fantascienza. Ottimo poeta. Giornalista brillante e editore indomito. Crittografo perfino, e mezzo scienziato. Cui una famiglia e un’infanzia tristi e difficili renderanno la vita amara e
breve, con un matrimonio incongruo, la moglie aveva tredici anni, e l’alcolismo
di cui presto morirà, a quarant’anni. Che tuttavia mantenne forte il sense of humour, l’inventiva, la voglia
di fare. Scherzoso: come poi Proust, amava i falsi, ma non nei limiti del pastiche, dell’imitazione dello stile di
altro autore, ne compilava di integrali, d’invenzione, e uno fu anche
ristampato come “fatto” dal Congressional Record.
Una vittima delle storie
familiari. Il nonno paterno, patriota dell’indipendenza, poté finanziarla con 40
mila dollari, circa mezzo milione di oggi. Il padre, attore fallito, lascia la moglie
prima della sua nascita. Un anno dopo la madre, attrice, gli partorisce una
sorella, Rosalie, senza dire il padre. Per poi morire appena due anni dopo. Edgar,
di tre anni, viene dato in affidamento a Frances Allan, che assisteva per
compassione la madre e sarà una buona matrigna. Non così il marito John Allan,
ricco commerciante di tabacchi. La coppia curerà l’istruzione di Edgar, anche a
Londra, dove si trasferisce per cinque anni, ma John resta estraneo. Ha preso
Edgar per l’insistenza e l’amore della moglie, e anche perché orfano pure lui cresciuto
in affidamento, e ha dato a Edgar il nome, ma non lo adottato. Edgar firmerà
sempre senza Allan, E.A.Poe, o Edgar A.Poe.
Il giallo sarà stato all’origine
storia di padri? Con E.A.Poe, all’inizio dell’Ottocento, per il padre assente,
con Conan Doyle, a fine secolo, per il padre ingombrante – o i padri sono
ininfluenti, si scrive per caso.
Shelley Costa Bloomfield, The Everything Guide to Edgar Allan Poe,
Adams, pp. 286 € 20
mercoledì 5 agosto 2020
Letture - 429
letterautore
Brexit – È in
Orwell, 1938, “Omaggio alla Catalogna”, reduce dalla guerra di Spagna: “E
finalmente l’Inghilterra: l’Inghilterra meridionale, forse il più mite
paesaggio del mondo. È difficile, quando la si attraversi, soprattutto mentre
ci si riprende dal mal di mare, col velluto di un treno internazionale sotto la
testa, credere che qualcosa stia accadendo nel mondo… L’Inghilterra della mia
infanzia: la linea ferroviaria scavata nella parete rocciosa e nascosta dai
fiori di capo, i prati profondi dove i grandi cavalli lustri pascolano
meditabondi, i lenti rivi orlati di salici, i verdi seni degli olmi, le peonie
nei giardini dei cottages; e poi
l’immensa desolazione tranquilla della Londra suburbana, le chiatte sul fiume
limaccioso, le strade familiari, i cartelloni che annunciano gare di cricket e nozze regali, gli uomini i
cappello duro, i colombi di Trafalgar Square, gli autobus rossi, i policemen in blu: tutto dormiente del
profondo, profondo sonno dell’Inghilterra, dal quale temo a volte che non ci
sveglieremo fino a quando non ne saremo tratti in sussulto dallo scoppio delle
bombe”.
Dante – Galileo, cultore delle lettere, s’ingegnò a dimostrare che l’imboccatura dell’inferno di Dante corrisponde geometricamente a quella del lago d’Averno a Napoli - che lui non conosceva, se non attraverso Virgilio: legava Dante a Virgilio anche geometricamente, con la razionale follia del calcolo. In un’opera dimenticata ma esistente, due lezioni all’Accademia fiorentina, “Circa la figura, sito e grandezza dell’inferno di Dante”. Per l’indicazione che la “selva” si trovava “tra Cuma e Napoli” Galileo si rifà “al Manenti”, ma su questa identificazione architetta una complessa costruzione, di diametri, circonferenze, gradi, miglia e quarti di miglia che è inutile citare. Dopo questa premessa: “La selva dove (Dante) si trovò è, secondo il Manenti, tra Cuma e Napoli, e qui era l’entrata dell’inferno. E ragionevolmente la finge essere quivi: prima, perché ‘l cerchio della sboccatura dell’Inferno passa a punto intorno a Napoli; secondo perché in tal luogo, o non molto lontano, sono il lago Averno, monte Drago, Acheronte, Lipari, Mongibello e simili altri luoghi che dagli effetti orribil che fanno paion da stimarsi luoghi infernali; e finalmente giudica aver il Poeta figurata ivi l’entrata dell’Inferno per imitar la sua scorta, che in tal luogo la pose”, Virgilio.
Manenti
potrebbe essere Giovanni, un veneziano del primo Cinquecento che la Treccani
definisce “illetterato con la predilezione per le lettere”, autore anche di un
poema in stile “Inferno” sulle prigioni veneziane. Gestore del lotto a Venezia
e sensale d’affari, era stato processato per falsificazione e “stronzatura” di
denaro – calo fraudolento della percentuale di metallo nobile, oro o argento,
nella lega della moneta. Infine assolto, aveva però fato alcuni mesi di
carcere. Di cui scrisse appunto come Dante all’inferno, anche lui con Virgilio accanto.
Femminista – Il primo fu Gesù, spiega convinto Roman Gary nella lunga intervista alla radio canadese prima di suicidarsi, “Il senso della mia vita” – sotto la divisa: “Si vive una vita meno di quanto si è da essa vissuti”. Su questo chiude convinto con una insistita perorazione l’intervista a futura memoria, per professare “la passione della femminilità sia nella sua incarnazione carnale e affettiva della donna, sia nella sua incarnazione filosofica dell’elogio e della difesa della debolezza”. Ribadendo: “E se mi si chiede di dire qual è stato il senso della mia vita, risponderò sempre”, pur non essendo mai entrato in chiesa, benché battezzato, se non per vedere qualche opera d’arte, “che questa è stata la parola del Cristo, nel senso che ha di femminile”. Avendo riconosciuto: “Questo mi mette talvolta in conflitto con le femministe”.
Semplice
il suo ragionamento: “La prima voce femminile al mondo, il primo uomo che abbia
parlato con voce femminile, è stato Gesù Cristo. La tenerezza, i valori di
tenerezza, di compassione, d’amore sono valori femminili e, per la prima volta,
sono state pro nunciate da un uomo che era Gesù”.
Ironia – “In Sicilia abbiamo tutto, ci manca il resto, diceva con ironia Pino Caruso”. “Con ironia” non è pleonastico, l’ironia non è nella battuta? Anche perché si sa, si ricorda, s’intuisce, Pino Caruso un comico? Aldo Grasso deve specificarlo perché non una: l’ironia non usa in Italia. Non nella scrittura.
L’ironia
non è italiana, l’understatement,
benché ne sia maestro il fautore della favella toscana Manzoni. Alcuni letterati
ne sono stati sprovvisti a prescindere, Moravia per esempio, Pasolini.
Machiavelli – Si firma, scrivendo a Guicciardini, “istorico, comico e tragico”.
Machiavellico – “Quando i Medici tornarono a Firenze, nel 1512, (Guicciardini) era ambasciatore in Spagna per conto della Repubblica e riuscì a prepararsi un rientro morbido, senza colpo ferire, mentre il segretario (Machiavelli) perse tutto in un colpo. Dunque, se Guicciardini era guicciardiniano, Machiavelli non era machiavellico” – Marcello Simonetta, “Tutti gli uomini di Machiavelli”, 97.
Pentimento - “È meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi”, è consiglio di Boccaccio, “Decameron”, III, 5.
Liborio Romano- Paolo Macry ne fa il prototipo dell’intellettuale notabile del Sud, quello con le migliori intenzioni che però inevitabilmente portano a esiti catastrofici. Per una concezione di sé avulsa dai luoghi, le comunità, la società – al meglio arroccata sull’antico, con l’invenzione di genealogie e ottimi lontani titoli. Storicamente fu l’artefice della dissoluzione del Regno del Sud, dopo l’Atto sovrano con cui l’ultimo re Borbone, Francesco II, gli cedette le redini del comando il 25 giugno 1860 – già il 27 Romano faceva issare il tricolore. Organizzò le cose per favorire l’arrivo di Garibaldi a Napoli, anche assoldando plebaglia e marmaglia. Un ministro dell’Interno di Francesco II che fece affiggere i manifesti per Garibaldi “il liberatore d’Italia”. Non seppe però organizzare la luogotenenza di Garibaldi. Quando Garibaldi fu giubilato dal conte di Cavour inflessibile, protestò con asprezza, e si dismise dalla luogotenenza del principe di Carignano. Poi ci ripensò, e avrebbe voluto una unificazione senza gli abusi doganali e fiscali contro il Sud, ma Cavour non gli diede retta.
“La sua biografia”, dice lo storico (“Unità a
mezzogiorno”, 80-91), “strato dopo strato, la complessa storia del Risorgimento
meridionale”. Origini rurali, come (quasi) tutti, da élite provinciali, assorbite
più che altro da interminabili contenziosi per e attorno alla terra, “deluse da
un regime incapace di programmi ambiziosi, cautamente antiborboniche e
cautamente liberali”. Dall’orizzonte amplissimo, naturalmente, rivoluzionario,
utopico, e ristrettissimo: “Trascorre anni tra le carte delle liti patrimoniali
della famiglia, ben dentro i conflitti imperituri che oppongono l’uno all’altro
i notabili di Patù, il villaggio dov’è nato”. Non fu un camaleonte, opportunista.
Ma uscì subito di scena, finita l’opera – benché questa dovesse molto, se non
tutto, a lui.
Romanzo-realtà - Ci aveva pensato Giono, assiduo dell’affaire Dominici. Lo ha imposto Capote – imitato subito da Saviane in Italia. Ma si presta a curiose inversioni. Romain Gary, che divenne autore celebrato col romanzo “Le radici del cielo”, 1956, prima narrativa ambientalista ecologica, in difesa degli elefanti, allora cacciati liberamente in Africa, ebbe subito dopo la pubblicazione, il premio Goncourt e la larga risposta del pubblico, una corrispondenza con Raphaël Matta, una guardiacaccia francese in Costa d’Avorio, impegnato contro i bracconieri. Dai quali fu poi ucciso. La vicenda Matta fu successiva al libro, ma si disse e tuttora si scrive che Gary aveva fatto il romanzo del povero Matta.
J. Roth a Berlino col mal di vivere
“Sono importanti soltanto le
inezie della vita”. Uno sguardo pensieroso, filosofico sulla città. Distaccato
dalla “turbolenza urbana e dalla grande tragedia del mondo”.
La raccolta si apre così, di una
decina di articoli per giornali berlinesi negli anni 1920, ma è una sorta di memoria
della capitale tedesca in quegli anni. Malinconica, come immiserita, e scortese
anche, senza la disinvoltura e l’esprit che Berlino vanta. Una città di pietra di
cui il grande urbanista Werner Hagemann ha fatto al diagnosi - di cui Roth
riferisce ammirato, senza però dirne il succo (se non che ridicolizza Federico
II di Prussia, “il Grande”). A tratti un’altra Germania: “In Germania la
competenza è solita esprimersi attraverso il balbettio informe del
dilettantismo letterario. L’erudizione non ha carattere”, in Germania?, “il sapere
farfuglia come se fosse ignoranza e all’obiettività manca un’opinione propria”.
Testi ineguali. Quello del
titolo, “Notti nelle bettole”, 1921, è una rassegna dei locali notturni –
bionde e birra – rassegnata, bozzettistica. Roth c’è e non c’è, gli articoli si
direbbero alimentari. Se non per un anticipo del mal di vivere.
Joseph Roth, Le bettole di Berlino, Garzanti, pp. 89 € 4,90
martedì 4 agosto 2020
Secondi pensieri - 426
zeulig
Contemporaneità
–
“Non si è può essere contemporanei per tutta la vita”, il giornalista Rai
Vincenzo Mollica fa dire a Camilleri in una della loro conversazioni. Che
sembra logico, è invece no: il contemporaneista lo è per tutta la vita, è il
dna delle avanguardie – a meno di non dirsi contemporanei per essere antichi,
per opportunismo, se utile alla carriera.
Diritti dell’uomo – “I diritti dell’uomo non sono altro che una difesa del diritto alla debolezza”. Romain Gary, “Il senso della mia vita”, 110.
Heidegger - È, si potrebbe dire, l’ultimo capro espiatorio. “Der Spiegel”, che nel 1982 fece la copertina Nietzsche = Hitler – lo poteva perché i lettori sapevano di Nietzsche – oggi farebbe a maggior ragione Heidegger = Hitler. Non lo fa perché “nessuno” sa chi è Heidegger, e non ha la curiosità di informarsi, ma anche perché non avrebbe senso. Heidegger era un contadino svevo, con selezionate, poche, letture, che voleva essere un poeta.
Fra i tanti Heidegger non c’è un Heidegger e Wagner, che pure sembrerebbe di primissimo interesse. Molto di Heidegger è già in Wagner. Il destino istoriale, il Volk, con tutti gli attributi, e il destino (“Quaderni neri”) separato degli ebrei.
Hölderlin
-
Un sorta di “morto repubblicano” con Heidegger – la forma di esecuzione
adottata dalla Repubblica francese
Nantes, detta “matrimonio repubblicano”, in cui il condannato veniva buttato
in acqua legato a un cadavere. Nel senso specifico che di Heidegger resta vittima,
da lui affondato, se non insieme con lui. A partire dalla conferenza romana a
villa Sciarra del 2 aprile 1936, all’Istituto Italiano di Studi Germanici
voluto da Gentile, “Hölderlin e l’essenza della poesia”. Il Poeta del Verbo, Dichter
della Dichtung, il Dettatore, quello
che apre, avvicina, al “Dio ignoto”. Un Ersatz
in realtà, un surrogato: la poesia invece della filosofia, implicitamente
impossibile.
Hölderlin o dell’ineffettualità
del linguaggio. Dell’insignificanza, del linguaggio concettuale. O della poesia
per comare l’insufficienza del linguaggio filosofico. Testimone involontario –
sicuramente non interessato, anzi prima vittima - del fallimento di “Essere e
tempo”, dell’avanzata, l’attacco, sul Dasein.
Della Seinsfrage, la domanda di
essere, di senso, impossibile e comunque indecidibile.
O, altrimenti, Hölderlin è semplicemente
il Vico che Heidegger non ha conosciuto – degnato conoscere.
Identità – Un mito, così la vuole, d’acchito, Donatella Di Cesare avviando il suo “Marrani”: “Con loro implode e si frantuma il mito dell’identità”. Da cinque secoli dunque, o sei, da quando la condizione marrana si è dichiarata? Una lettura forse storicamente superficiale (a petto dello stesso perdurante ebraismo, che Di Cesare dice costante sotto il marranismo), ma certo contemporanea. Se nessuno si vuole più nessuno. Non si rappresenta infatti più Pirandello, dato che lo si vive, modestamente. Con le barbe, i tatuaggi, il no gender, l’indifferenza anche, la sottomissione al dunque - si veda la fascinazione per la Cina, dove ogni fiato è controllato.
Si rilegge riproposto dal “New Yorker” un vecchio saggio di Lionel Trilling, la recensione nel 1949 del nuovo romanzo di Orwell, “1984”. Che Erin Overbey può così sintetizzare: “Trilling trovò il capolavoro distopico di Orwell «profondo» e «terrificante»”. Ma, si può aggiungere, in qualche modo distorto. “Orwell concorda che lo Stato del futuro affermerà i suoi poteri distruggendo gli spiriti”, scriveva Trilling, ma con la forza, mentre la persuasione è più probabile: “Ma crede che gli uomini saranno forzati, non indotti, nel disarmo intellettuale. Che saranno disumanizzati non dal sesso, il massaggio e gli elicotteri privati ma da una vita marginale, di deprivazione, noia, e incubo del dolore”. Da massaggio a messaggio, e da elicottero alla macchina automatica (intelligente) di Elon Musk, sembra tutto scritto da Trilling.
Lusso – “Un bisogno del bisogno”. il paradigma paradossale è in Wagner, “L’opera d’arte dell’avvenire”: è un bisogno immaginario, artificiale, indotto con applicazione per alimentare desideri e bisogni inappagabili, benché superflui: “Questo demone, questo bisogno insensato senza bisogno, questo bisogno del bisogno, questo bisogno del lusso, che è il lusso stesso, regge il mondo”, etc. – “è l’anima dell’industria che uccide l’uomo per usarne come di una macchina”.
Machiavelli – “Il Principe” un manuale di resistenza, surrettizio – nel mentre che insegna ai tiranni come difendersi? È l’ipotesi di Spinoza, del “Trattato politico”, il secondo che l’antipolitico Spinoza scrisse. Supercritico di fatto in tema di filosofia politica, non considerando degna di attenzione, si sa dalla corrispondenza, da una lettera a Hugo Boxel, Spinoza “l’autorità di Platone, di Aristotele e di Socrate”, ovvero le più tradizionali auctoritates filosofiche, preferendo piuttosto le parole di “Democrito, Epicuro, Lucrezio o qualche altro atomista”, Spinoza volle scriversi da sé la sua scienza politica, all’ingrosso e in dettaglio, con due trattati, l’attro è il “Tractatus theologico-politicus”. Spinoza si riferisce a Machiavelli nel “Trattato politico”, al cap. X, il penultimo, su aristocrazia-principati, come alll’“acutissimo fiorentino”, di cui cita un passo dei “Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio”, sulla necessità di emendare (riparare) di tanto i tanto i regimi politici, rinfrescarli, oggi si direbbe ammodernarli, aggiornarli, al cap. I del Libro Terzo: “A volere che una sètta o una repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio”. Ne cita un passo probabilmente adattato, leggendo Machiavelli in traduzione, che non si ritrova nell’originale – ma ne sintetizza bene il ragionamento: “Una repubblica ha aggiunto quotidianamente qualcosa, che periodicamente necessita un rimedio”.
Del
“Principe” invece, in precedenza, al par. 7 del cap. V, “Sullo stato migliore
di un governo”, Spinoza tenta una lettura in codice, come un avvertimento a
tutti i resistenti, i cospiratori contro il tiranno. “Su quali mezzi un principe,
la cui sola motivazione è la passione del potere, dovrebbe usare per imporre e
mantenere il suo dominio, l’ingegnosissimo Machiavelli è è dilungato, ma con
che disegno non si sa”, comincia Spinoza: “ Se per un buon disegno, come si dovrebbe
pensare di un uomo di cultura, sembra che voglia dimostrare con quanta poca
perspicacia molti tentano di rimuovere un tiranno”. E spiega anche perché.
Opina infatti, sempre in breve nello stesso capoverso, che Machiavelli intende
mettere in guardia dall’affidare le proprie sorti a un uomo, perché questi
necessariamente diventerà un tiranno, sentendosi inviso, ai molti o ai pochi non
importa: “Inoltre, (Machiavelli ) probabilmente voleva mostrare quanto cauta
una grande moltitudine dev’essere prima di affidare il suo benessere in
assoluto a un uomo, il quale, a meno che nella sua vanità non pensi di essere gradito
a tutti, deve vivere nella paura quotidiana di complotti, e quindi è obbligato
a occuparsi prevalentemente del suo proprio interesse – così come, per la
moltitudine, occuparsi di complottare contro piuttosto che di usarlo per il proprio
interesse”.
Natura – La nostra è
una “natura-libro” – Joseph Roth, “Le bettole di Berlino”, 11-12, una “«natura
concetto», la concezione della natura”. Vediamo, pensiamo la natura come ci è
stata raccontata nel tempo e rappresentata. Lo scrittore la ipotizza “nei
dintorni della città”, ma questa è la sua condizione universale, posto che il
primitivo è da tempo rimosso, l’uomo al naturale.
Asservita,
a una serie di scopi, si può dire la natura addomesticata. Come gli animali.
Come questi, anche i più domestici, mantiene i suoi scarti, virus, rabbie,
terremoti, alluvioni, ma come scarti appunto, come un animale domestico può all’improvviso,
per un istante, tornare selvaggio – cioè naturale.
Naturale
è selvaggio: imprevedibile, ingovernabile.
Popolo - Nozione recente, romantica, e indefinita, ma duratura – specialmente di Michelet e Wagner attorno a metà Ottocento, e nel primo Novecento dei fascismi. Ma sempre amorfa: il popolo è tutto, e non altro.
Storia –James Joyce ce l’ha in quattro tempi: “il passato, il presente, l’assente e il futuro” (“Finn’s Hotel”, 66) – “i quattro flutti di Erin”, che, “salsi vedovi tutt’e quattro molti secoli prima avevano divorziato in tronco dalle rispettive maritozze (dalle quali si erano separati ritenendosi in ottimi rapporti)”. La memoria dell’Irlanda: “E tale era la loro memoria che li avevano nominati professori esterni alle quattro principali cattedre si scienza di Erin, le università di Mazzaocura, Mazzalitutti, Mazzavicenda, Mazzancollo, dove marconizzarono per quattro volte lezioni settimanali sui quattro tempi della Storia: il passato, il presente, l’assente, il futuro” .
zeulig@antiit.euGran Teatro Napoli
Dell’eccezionalità di Napoli – la
città non sa pensarsi in altro modo. Anche in Germania, per la verità: il libro
è l’omaggio degli editori tedeschi all’Italia alla Fiera del Libro di Francoforte
del 1988, tradotto da Einaudi alcuni anni dopo. Dal titolo originale fortemente
evocativo, con Ingeborg Bachmann, il poemetto “Das erstgeborenes Land”, la
prima terra, dedicato al Sud, all’Italia, il paese dove aveva scelto di vivere:
“Neapel - «Da fiel kein Traum herab…\ Da fiel mir Leben zu…», non è un sogno, è
la vita.
E del resto, che cosa (non) si è
detto di Napoli, dadapolis. Tra le sirene
e l’Acheronte, l’oscuro Averno e gli eterni Borbone. Un libro d’autore, degli
autori, Ramondino e Müller. Non un’antologia, ma un collage, un quadro, lo dice Ramondino nell’invito. Deprecatorio, inevitabilmente, già nell’indice:
“Osci, Sanniti e altri cafoni”, “Smarrimento”, “Precarietà”, “Fuga”, “Denudamento”.
Ma poi risarcitorio. Anche se nell’epilogo Müller vuole Napoli “una ferita”, non rimarginabile.
Che ne resta? A distanza solo l’inanità
dei racconti di viaggio, altro che come racconti degli umori e caratteri dei
viaggiatori stessi. Rare sono le impressioni con un fondamento reale, non
suggestivo (suggestionato), sociologicamente significativo. Napoli ne è oggetto
privilegiato. Il centinaio di autori qui utilizzati ne sono l’efflorescenza, ma
non lasciano traccia. Forse fantasiosa ma fugace. Napoli resta Napoli. Città di
operai, industriosa, inventiva, attiva, e di lazzari, ladri, imbroglioni. Di buone
idee e buona amministrazione, e di pessima. Di ottime scuole, umanistiche, scientifiche,
estetiche, di mestieri e professioni, e di nessuna scuola. Di cuore e cinica –
meglio non trovarsi nel bisogno a Napoli. Un po’ come ovunque. Un po’ più
accentuato – teatrale?
Fabrizia Ramondino-Andreas Friedrich Müller, Dadapolis
lunedì 3 agosto 2020
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (432)
Giuseppe Leuzzi
“Un
paese ci vuole”, questa la citazione integrale di Cesare Pavese, scrittore
delle origini, del radicamento (“La luna e i falò”), “non fosse che per il
gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella
gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci
sei resta ad aspettarti”.
“La Campania doppia la Valle d’Aosta nel prelievo (fiscale) locale”, “Sole 24 Ore”: 2.066 euro nel 2019, la quota più alta fra le regioni italiane – era 2.416 nel 2015…. Seconda viene la Calabria, con 1.846 euro – alla pari di Toscana e Piemonte. Le regioni con i servizi (sanità, viabilità, rifiuti, assistenza) non migliori e anzi probabilmente i peggiori.
La questione meridionale non è la stessa. Rileggendo gli studi – analisi, ricerche - per lo più storici, o di storici dell’economia, che hanno letto l’Italia della Repubblica, si capisce che il Sud è in una fase di nuovo disgregamento. Dopo che per mezzo secolo, da Moro e De Mita a Berlusconi (base elettorale) e Napolitano, ha determinato gli assetti istituzionali. Il dirompente “Saggio sulle classi sociali” di Sylos Labini, 1974, le “Tre Italie” di Bagnasco, “Il sacco del Nord” di Ricolfi, l’overview di Toniolo sulla “Italy’s Economic Growth”.
Machiavelli al
muro di Ancona
Non
c’è una parola, nelle opere teoriche e storiche di Machiavelli, del Regno
aragonese. Che pure nei suoi anni pesava negli equilibri europei e italiani. E
si distingueva – si era distinto prima della sottomissione all’impero - per
forza e munificenza.
Marcello
Simonetta, “Tutti gli uomini di Machiavelli”, vuole Machiavelli a Napoli. Paolo
Vettori, nominato ammiraglio della flotta pontificia da Leone X nell’aprile
1516, “lo coinvolse nelle operazioni navali della spedizione punitiva nel Tirreno contro il corsaro turco
Curtogoli, che faceva base a Biserta, in Tunisia”. Non si sa che grado di partecipazione
Machiavelli ebbe nella spedizione. Ma c’è “un Machiavelli marinaro che emerge
dalle carte”, assicura Simonetta. E specifica: “Di sicuro si trovava a Napoli
verso la fine dell’estate per occuparsi delle galee pontificie di ritorno dalla
Sicilia”. Un Machiavelli che non misconosceva il Sud, aggiunge lo storico.
Ricordando però, appunto, che “nelle sue opere teoriche non dedica neanche una
riga al Regno aragonese”.
Una storia di morti,
senza rinascite
Meglio morire che sopravvivere, dice
Renato Fucini, per una volta fuori dal bozzettismo toscano, in “Napoli a occhio
nudo”, a proposito di Pompei: “Pompei è la città che ha saputo morir meglio di
tutte le altre sue bellissime sorelle della Magna Grecia, poiché la morte
violenta per asfissia è l’unica morte che
si addice alla bellezza”. La morte immediata. Mentre Agrigento, Siracusa,
“scheletri corrosi dal tempo”, sono materiali da osteologia, “il cadavere di Pompei
ha tutte le sue membra intatte” – “l’anima è partita ed il corpo non si è
corrotto”.
Ma la verità storica, al di fuori dell’estetismo,
è un’altra: il Sud è una serie di morti senza mai una rinascita. Se non il
progetto, forse, di Federico II di Svevia, un tedesco.
Se
la ricostruzione è la rovina
Curiosamente sdegnato lo scrittore
peruviano Manuel Scorza in visita a Napoli nel 1981, l’anno dopo il terremoto
dell’Irpinia. Forse non incantato dalle sirene, ma non senza logica: “Mi chiedono
qual è l’aspetto di Napoli che più mi ha colpito. Preferisco rispondere leggendo
alcune righe di un settimanale italiano: «La misura della degradazione sociale
la diedero i commercianti nella giornata di mercoledì: andarono in processione
dal commissario straordinario Giuseppe Zamberletti a lamentarsi perché
arrivavano in soccorso troppi generi
alimentari e vestiario. E loro vedevano precipitare gli affari». E allora dico:
l’aspetto più difficile di una ricostruzione sta nel fatto che ricostruire,
secondo il significato letterale della parola, vuol dire costruire di nuovo la stessa cosa. E come costruire, ricostruire una
società basata su tali mostruosità? Ecco perché si auspica, al posto del
tragico terremoto geologico, un terremoto
morale, che riduca in macerie il sinistro edificio in cui abita tanto egoismo”.
Non c’è solo la mafia
Cerca
la mafia naturalmente (pigramente) Saviano su “la Repubblica” nella stazione
dei Carabinieri di Piacenza arrestati per violenza e spaccio. Ma la cerca dalla
parte sbagliata: “È difficile credere che si possa costruire un’organizzazione
come hanno fatto questi carabinieri infedeli senza l’alleanza e l’accordo con
le ‘ndrine”.
Non
è problema di “credere”, è un fatto. Non c’è il male se non c’è la mafia lo
dovrebbe pensare solo Riina.
La
stazione dei Carabinieri di Piacenza operava all’interno di una tenenza. Che
opera all’interno di una compagnia, che opera all’interno di un gruppo, e il gruppo
sta sotto un Comando provinciale. Prosperava a danno di prostitute e
spacciatori africani, naturalmente invisibili, ma non nascondeva i profitti e
anzi la esibiva.
Naturalmente
non si può rigirare lo schema Saviano e dire i Carabinieri una mafia. Però ai
giardinetti che erano terreno operativo dei Carabinieri di Piacenza i
giornalisti accorsi hanno trovato, dopo gli arresti, bambinetti e nonni tra le
siringhe e gli spacciatori seduti.
Mentre
è vero che la banda dei Carabinieri di Piacenza è siculo-napoletana. Questo è,
sarebbe, un altro discorso, ben più interessante.
Calabria
Stefano
Mancuso, l’autore de “La rivoluzione delle piante”, il ricercatore che ne ha provato
l’intelligenza – insomma, non hanno il cervello ma ne hanno uno “diffuso” - ricorda
a Paolo Bricco sul “Sole 24 Ore” domenica i suoi “quindici anni”, quindi gli
anni 1970: “Ogni estate dopo la fine della scuola io e i miei amici prendevamo
il pullman fino a Soverato”, e da lì, con lo zaino in spalla, camminavamo per
dieci giorni lungo il mare, dormendo nei sacchi a pelo, anche senza tenda.
Quando la Calabria non era stata occupata manu
militari – dalle cosche?
Rose,
un paese di quattromila abitanti sopra Cosenza, con otto chiese e un castello, è
una piccola Silicon Valley, ospitando tra l’altro il team, per gran parte locale, di The Syllabus, “il meglio
dell’informazione online”, selezionata secondo criteri di rilevanza, cioè
qualitativi. Un progetto ambizioso e una novità assoluta. Ma non in Calabria.
Il
“cappello alla calabrese” era rivoluzionario – insieme con la barba a pizzo – a
Napoli a metà Ottocento, dopo i moti del ’48. Era “grande delitto” portarlo,
nota Gregorovius nelle sue “Passeggiate pr l’Italia” nel 1850. Anche il
cappello.
Marcello
Simonetta. “Tutti gli uomini di Machiavelli”, trova Bernardino Telesio,
“filosofo e naturalista cosentino”,
frequentatore del circolo del cardinale Niccolò Gaddi a Firenze, negli
anni 1530. Un Telesio poco più che ventenne.
Era
– con la Basilicata – “il Mezzogiorno dell’osso”, di Manlio Rossi Doria. Le
zone montagnose interne reputandosi inerti, benché terre del grano e del pascolo,
mentre quelle di mare erano per lo più
malariche.
“Mancu
li cani”: il sito romanesco “Rome is more” romanizza il modo di dire. Come già
da decenni Milano si è presi tamarro e togo. Segno di un’emigrazione stabilizzata,
ma che non rinuncia ad alcune parole chiave, seppure “traducendole” – un po’ alla
maniera dei “marrani”, gli ebrei che si battezzavano ma non rinunciavano a
essere ebrei, seppure per ombre e formule.
Il
San Luca, squadra di calcio montata da don Pino Strangio all’indomani della strage
di Duisburg in un progetto di pacificazione, è cresciuta in fretta e ora va in
serie D. La squadra di un paese di tremila abitanti, e con le zavorre mafiose
note. Don Strangio però ha perso parrocchia e ogni altro incarico – e con lui il
vescovo di Locri che lo proteggeva , mons. Bregantini - per la pace imposta ai
clan dopo Duisburg, per evitare l’ennesima faida.
Mons.
Bregantini, trentino, ex operaio, un vescovo moto fattivo, uno che in pochi
mesi aveva ribaltato l’humus della locride, dava fastidio alle logge locali, intese
logge massoniche. Piccoli comitati d’affari
- si appoggiano anche alla malavita. Vero. Ma i Carabinieri hanno dato torto al
vescovo, dopo averne intercettato al telefono i progetti di pacificazione - non intercettavano Bregantini, intercettavano i mafiosi, che parlando tra di loro si dicevano: “Questo vescovo ha le palle”.
Cento
produttori vitivinicoli nazionali classificati per fatturato da “L’Economia”,
da 624 a 10 milioni di fatturato, e non un produttore calabrese. Di una regione
che ha il record di vitigni autoctoni, 140,
e non sa nemmeno di averli, una miniera. E comunque non sa, non si cura,
di metterli in valore.
La
cosa è peggiorata in pochi anni. Nella classifica per qualità di “Wine Spectator”
2015, la bibbia del settore, fra le 103 case vinicole italiane selezionate
figuravano due cantine calabresi. Del resto, ogni anno la Calabria produce meno
e non più vino – a differenza della Sicilia e della Puglia, che in un paio di
decenni si sono assicurate una larghissima fetta di un mercato che non cessa di espandersi. Ora è al livello della valle
d’Aosta – “’ccà ‘ndavimmu l’aria”, cantava Otello Ermanno Profazio ironico, per
dire non abbiamo altro, ma ora anche il sole è inutile.
Il
sanfedismo? Fu rivoluzionario, Hobsbawm laconico decide nel 1969, ne “I Banditi”
(“Il banditismo sociale nell’età moderna”). “Una rivoluzione sociale non è meno
rivoluzionaria perché si schiera a favore della «reazione»”, stabilisce lo
storico inglese. Semplicemente, “i banditi – e i contadini – del Regno di
Napoli che insorsero in nome del papa, del re e della fede contro i giacobini e
gli stranieri erano dei rivoluzionari, mentre il papa e il re non lo erano”.
leuzzi@antiit.eu
Una vita di corsa, di successo, piena, di dubbi
Una vita particolare. Figlio di
due attori russi, la madre ebrea, il padre buon ortodosso, lui battezzato e
educato cattolico, nei disegni della madre, nomade per i prim quindici anni,
prima di “diventare francese”, l’ambizione della madre. Figlio della madre in realtà,
che come attrice, sempre in realtà, non
sapeva fare niente, ma aveva deciso che lei e il suo figliolo erano francesi,
dovevano diventare francesi, e che il figlio sarebbe stato un grande scrittore
e un diplomatico frabncese. E così avvenne, dopo un periodo di stenti
post-rivoluzionari, dapprima in Lituania, poi a Varsavia, nel 1921. Dove Romain
fece le scuole, dai sette ai quattordici anni. Nel 1928 infine in Francia, dove
la madre ottenne un impiego come direttrice di una pensione a Nizza. Romain
proseguì gli studi e li completò a Parigi, lontano dalla madre, ma da lei
sempre finanziato, anche se con piccole rimesse, e incoraggiato. Si arruolò
nell’aviazione, fece la guerra, e quan do alla Liberazione nel 1944 tornò a
Nizza, scopri che la madre era morta da tre anni.
È il testo di una lunga recitazione,
sotto forma di intervista, un monologo-narrazione che Gary tenne alla radio
canadese nel 1980, pochi mesi prima del suicidio - che
niente qui lascia presagire: sarà suicida a 65 anni, dopo almeno trenta
romanzi, alcuni racconti e molti reportages,
mentre faceva l’aviatore, il resistente, il diplomatico, il grand reporter, lo sceneggiatore ai
capricci di Hollywood, il regista anche di un paio di film, il marito di una
scritrice inglese e poi di Jean Seberg, quello che si dice una vita piena, che
però lui derubrica: “Si vive una vita
meno di quanto si è vissuti da essa”, spiega.
L’intervista Gary vuole una
professione d’amore. Alla donna, alla femmnilità – che nasce, spiega, al solito
semiserio, con Gesù, col Cristo. Un racconto pieno di humour. La prima metà è
dedicata alla madre: un fenomeno. Morte compresa. Quando Romain, eroe di guerra,
medaglia della Resistenza, fresco di nomina alla smobilitazione nel servizio diplomatico,
scopre che la madre è morta da tempo, non sa capacitarsi come abbia potuto
scrivergli per tutti quegli anni a Londra. Semplice: aveva affidato biglietti e
cartoline con frasette di circostsnza a un’amica svizzera, che poteva
inoltrarli a sua scelta via Svizzera -
come usava in guerra – per tenere su il morale del figlio.
Una vita avventurosa. Gary fu
pilota in guerra. Dapprima come interprete tra i piloti polacchi, che nel 1939
passarono con i loro aerei a Londra, e il co-pilota inglese della Raf. Poi
anche pilota in proprio, bombardiere e anche navigatore - finché la Raf non scopri
che aveva il naso rotto e non poteva respirare se non a bocca aerta, e lo
assegnò ai servizi a terra. Beneamato dal Generale De Gaulle, cui tributa in
continuazione pensieri commossi. Decorato in guerra, compagnon de la Libération
per l’impegno nella Resistenza. Consacrato a Londra nel 1944 come autore,
dopo vari romanzi sfortunati, con “Educazione europea”, letto come un’epopea
della resistenza polacca, di cui nulla sapeva, ma conosceva la lingua, la storia e la
geografia della Polonia.
Un altro mondo. Dell’arruolamento
nell’aviazione a 24 anni, alla scuola piloti, l’unico scartato a fine corso perché
naturalizzato e non nativo, e assegnato a compiti di fureria, col grado di caporale
maggiore invece che di sottotenente - un
insulto nazionalista a chi voleva sopra ogni cosa essere francese. Costretto
per un periodo alla Legione Straniera per punizione, sempre poco gradito ai
comandi. Passato all’armistizio con la Resistenza e trasbordato da Meknès in Marocco
a Londra, a colloquio con De Gaulle. Il primo romanzo, a 19 anni, “Le vin des
morts”, rifiutato dall’editore Denoël con trenta pagine di esame psicologico di
Marie Bonaparte. Il secondo, “Geste d’amour”, inviata a Gallimard, rifiutato
con uno sprezzante “signore che poi è stato fucilato, credo, per collaborazionismo”
(Drieu, probabilmente), mentre Malraux, dallo stesso editore, gli parla
amabilmente, lo incoraggia, lo invita - un ventenne oggi?
Molti racconti di Hollywood nei
sei anni in cui fu a Los Angeles console francese, e poi come marito di Jean
Seberg, e come sceneggiatore. Una sfilza di racconti scoppiettanti, sorprendenti.
Come di una vita sempre eccitata.
Racconti forse anche veri, anche se date e circostanze non sono precise.
Molto polemico. Essendo stato autore
controverso, molto premiato ma in lite con la critica. Con molti pseudonimi. Il
più famoso è l’ultimo, Émile Ajar, che si conquistera una sua propria identità di
autore e come tale viene celebrato – la beffa gli alieno ulteriormente i
critici. Esordisce come Roman Kacew. Poi sarà Fosco Sinibaldi, “L’homme à la
colombe”, una satira dell’Onu, dove era addetto alla comunicazione dell’ambasciata
francese, ogni giorno a dire bugie. Da ultimo Shatan Bagut.
Romain Gary, Il senso della mia vita, Neri Pozza, pp. 112 € 13,50
domenica 2 agosto 2020
Ombre - 524
Candido Boccia dichiara al “Corriere della sera”: “Sbagliato guardare alle frontiere. Tre positivi su quattro sono italiani”. Non è vero, sono due su tre, e in alcune regioni (Veneto) uno su due. Ma il 25 per cento di una quota della popolazione che un decimo del totale, anche meno di un decimo, non è ugualmente preoccupante? Il ministro Dem lavora per Salvini?
TikTok,
l’app più ricca del mondo di video brevi, cinese, che vanta 800 milioni di
utenti attivi, può funzionare solo fuori della Cina. La democrazia cinese è fatta
così. Per far divertire lo sporco capitalismo? Per spiarlo meglio? Ma due terzi
degli investitori nella società di TikTok, la cinese ByteDance, sono americani,
fondi e ricconi.
“Dov’è
finita la ricchezza delle nazioni?”, si chiede “Il Sole 24 Ore”, e si risponde:
“Nelle tasche degli over 65 (a danno dei giovani)”. Ma gli over 65 non la spendono
per i giovani? Non si fa un’economia dell’invecchiamento della popolazione.
Ma
non si fa un’economia di niente. Del digitale e l’intelligenza artificiale,
dell’ecobusiness, delle “catene di produzione” (arricchirsi con la Cina): non
si studia niente.
“L’ipercompetitività
delle energie rinnovabili le rende ormai una scelta inevitabile”, si può
leggere sul “Corriere della sera”. A 27 centesimi il kWh? È vero che l’assicurazione
viene dal massimo percettore degli “oneri di sistema” (incentivi alle
rinnovabili) caricati sul kWh, il ceo di Enel Green, Antonio Cammisecra.
“Ritornano
i contagi”, lancia l’allarme sabato “la Repubblica” a corpo 48. Come se il
contagio fosse un millepiedi furbo o un
calabrone svolazzante. Tacendo che i due terzi dei contagi, in Veneto,
Sicilia, Lazio, Sardegna, riguardano immigrati irregolari, quelli che hanno
riempito in questi ultimi dieci giorni le case di prima accoglienza, senza controllo. Come non bisogna dire che il ladro è rom, se è rom. O il pusher nigeriano se è nigeriano. L’accoglienza si vuole cieca.
Improvvisamente,
a metà settimana i nuovi contagi giornalieri raddoppiano, sui 380. Allarme, appelli,
italiani siate bravi, Senza dire che la metà dei nuovi contagi sono di sbarcati
a Lampedusa e in Sardegna e trasportati fino in Veneto.
La
politica fa miracoli e i 5 Stelle amici di Farage sono ora per l’accoglienza. Come
le anime buone del Pd. L’accoglienza degli immigrati in un hotspot
come quello di Lampedusa, fatto per 90 persone dove 900 sono stipate. Non sarà
usta la causa dell’infezione da coronavirus?
L’esultanza
è generale per il processo a Salvini, i due processi. Centinaia di prime pagine
assicurate: Salvini e i suoi congiunti, i figli, la fidanzata, la Capitana, la
decadenza da senatore, l’incandidabilità per l’abominevole legge Severino. Sempre
meglio che lavorare.
Poi,
dopo la prima pagina, quattro-cinque di lacrime e sangue sugli arrivi di immigrati
a pioggia: “Povera Lampedusa”, “stagione finita”, “salute a rischio” eccetera. Linguaggio
doppio? Forse è solo sciocco - ci sarà una ragione se la gente non compra il
giornale.
Policlinico
Gemelli e Campus Bio Medico tengono il test per l’ammissione a Medicina a Roma
con 39 gradi, 45 percepiti. Una prova di resistenza? Chi sopravvive è
meritevole.
Si
avvale del decreto Rilancio, uno dei tanti di questo scorcio di legislatura
senza Parlamento, che depotenzia il suo reato (mancato versamento al fisco
della imposta di soggiorno in albergo) a illecito amministrativo e chiede la
revoca del patteggiamento che aveva proposto e ottenuto (un anno e due mesi). È
Cesare Paladino, gestore o proprietario del centralissimo “hotel di lusso”
Plaza a Roma, padre della compagna di Conte.
Angela
Merkel non vuole Putin nel G 8, come propongono gli Stati Uniti. Ma da lui
acquista tutto il gas disponile, molte decine di miliardi di metri cubi l’anno -
in cambio di chilometri (di chilometri) di tubi d’acciaio – che gli Stati Uniti
vivamente sconsigliano. Una politica di dispetti? No, di affari. Nel nome
dell’Europa.
Il futuro è amaro ai giovani
Il racconto di un’immagine, “la
donna in cammino tra malinconici prati fioriti”. I prati fioriti non si
direbbero malinconici ma la giovane vita della giovane donna, dal primo mestruo
agli abbandoni, tra lavori e fidanzati diversi, è segnata. In una città (Vienna) datata (fine della grande guerra) ma senza tempo. Alla promessa di matrimonio
arrivando quando è “spenta la dolce musica dell’ignoto”, l’uomo, il maschio, scoprendosi
al meglio “bestia umile e grata”. Un racconto di formazione come una pratica di
iniziazione, al peggio: il futuro fa male all’innocente adolescente.
Un primo romanzo – il primo
probabilmente, 1925, “Fuga senza fine” verrà due anni dopo. Ma non incerto,
anzi “di scrittura”. E già con un senso forte, preciso, della religione del Dio
risorto, di cui Roth, ebreo di nascita, è il lettore più coinvolto del
Novecento, delle architetture e le devozioni, la preghiera, i santi - più dei
cattolici professi Bernanos e Mauriac. Per una sorta di romanzo di formazione
al contrario: la ragazza sboccia perdendo il mondo con cui è cresciuta e che la
protegge. Che si può leggere anche come un’allegoria personale, una sorta di
autoritratto: del giovane galiziano, cresciuto cosmopolita, che la guerra
rigetta estraneo tra gli estranei, non tedesco a Vienna, non viennese in Germania, eccetera, con in più la
condizione nuova di ebreo. Una sorta di allegoria, di vita a specchio, della
società galiziana cosmopolita dissolta, dell’apolidia, benché di lingua e di
sentimenti patriottici - lo specchio cieco.
Ma è un lettura ex post, da storia
delle intenzioni rimosse, sicuramente non programmatica. Il racconto è di
tessitura lieve, la giovane Fini delicata, la scrittura ricercata. Un
autoritratto di genere rovesciato è più possibile nel generico, sulle aspettative
e le età della vita. “Un tempo”, questa la sintesi a un certo punto (p. 117)
che l’autore e il personaggio fanno, “come era in ansia il nostro cuore
pulsante, la strada che percorrevamo era piena di segreti, le avventure ci tendevano
imboscate a ogni svolta di ogni angolo di strada! Ora la nostra aspettativa è
estinta, sui nostri pensieri un silenzio sconfinato, un paesaggio senza colline
a nascondere le lontananze, conosciamo tutto, l’inizio e la fine, la pochezza
dell’uomo, e l’amaro futuro davanti a noi”.
Ritradotto e presentato da
Ginevra Quadrio Curzio, col testo originale a fronte – il racconto, tradotto
da Beatrice Donier, era già edito nella collana Racconti d’autore, la serie settimanale
ricchissima del “Sole 24 Ore” nel 2015-2016.
Joseph Roth, Lo specchio cieco, La Vita Felice, pp.
142 € 10,50
sabato 1 agosto 2020
La politica araba senza c…
In
attesa che il ministro degli Esteri, sua Eccellenza Di Maio, e il duo
ventriloquo Casalino-Conte scoprano la Libia, a cui pure pagano molti soldi, è
bene non scoraggiarsi, la cosa non è nuova. Voltaire lo sapeva già nel 1759 e
ne ha scritto in “Candide”, dove Candido incontra in Marocco un castrato napoletano in missione segreta:
“Gli raccontai tutto quello che mi era
capitato; anch’egli mi raccontò le sue avventure, e come era stato inviato dal
re del Marocco da una potenza cristiana, per concludere con quel monarca un
trattato, con il quale lo si sarebbe fornito di polvere da sparo, di cannoni e
di vascelli, per aiutarlo a sterminare il commercio di altri cristiani. «La mia
missione è compiuta, disse quell’onesto eunuco, m’imbarcherò a Ceuta, e vi
riporterò in Italia»”. Aggiungendo, per terminare,
in italiano: «Ma che sciagura essere senza c…!».
Cronache dell’altro mondo - 68
La
Fondazion Rockefeller, azionista di riferimento di Exxon-Mobil, è in causa col
gruppo petrolifero perché inquina.
Tutti
gli uomini di relievo che si menzionano nello scandalo delle minorenni “fornite” da Jacob
Epstein sono democratici: Clinton, Bill Richardson, governatore del New Mexico,
Al Gore, lo stesso Epstein, la sua compagna-complice Ghislaine Maxwell, figlia
dell’editore laburista inglese Robert Maxwell. Ma non si dice, non si fa notare.
Trump
propone di mettere fuorilegge il voto per posta che a novembre dovrebbe
supplire su vasta scala quello ai seggi. La proposta si critica perché viene da Trump, e perché il presidente non ha il potere di cambiare le procedure di voto.
Ma non si dice che il voto per posta è – è stato – fomite di infiniti
riconteggi e anche di brogli. Anche il voto online, per risparmiare sulla carta
(??), è stato contestato. Nelle primarie democratiche questa primavera, e nelle
elezioni presidenziali testa-a-testa, da ultimo tra Al Gore e Bush jr - Gore
non ha “riconosciuto” la vittoria di Bush jr. Ma senza correttivi.
Ellen
DeGeneres, attrice e attivista lesbica, “star gentile della tv Usa”, secondo “la
Repubblica”, sostenitrice di tutte le buone cause, è accusata da 36 ex
collaboratori di averli bullizzati, “instaurando un clima di terrore”. Il
produttore esecutivo del suo programma anche di molestie e abusi sessuali.
Miniera Camilleri
La “trovatura” – il tesoro nascosto
sottoterra - è la fregatura. E tutte le magie della maga riescono. Il lettore
lo sa, ma la suspense resta
inalterata: Camilleri sa costruire anche in poche pagine caratteri e situazioni
intriganti, benché comuni – almeno così s’immaginano.
Un racconto di paese, della maga itinerante
che riceve. Nella lingua di paese, anche se inventata, come il paese. Ma caratteri
verosimili, e così pure la lingua: sorprendentemente suona vera – i racconti in
vero dialetto di Pirandello sono quasi incommestibili al confronto.
Altra bizzarria, come altrove in
Camilleri, è che i caratteri sembrano realistici ma sono caricaturali. Qui il tonto
è il duro, il capomafia.
Il racconto è tratto dalla
raccolta “Gran Circo Taddei”.
Andrea Camilleri, La Trovatura, pp. 47 gratuito con “le
Repubblica”
venerdì 31 luglio 2020
Problemi di base Big Brother - 582
Casalino gioca in Borsa e perde, che dobbiamo pensare di
Conte – ci venderà bufale?
Conte non gli dice la verità, Casalino non la capisce?
È sempre “la stessa mille”, dice Rocco al “Corriere della
sera”, “che faceva avanti e indietro”: i mille euro come “la mille” lire (era
un biglietto) – segno di abbondanza?
José ludopata, dice Rocco al “Corriere della sera”, “quando
guadagnava mille la metteva sul conto, quando perdeva la rimetteva” – furbo,
no?
Come fu che un sospetto antiriciclaggio si trasformò nell’acquisto
di una casa per la povera vecchia mamma, anche se a Cuba – non costano niente?
Gli italiani credono ai buoni sentimenti, o al muscolare Rocco?
Con Rocco un po’ di Grande Fratello a palazzo Chigi?
Nel senso di Orwell o di Signorini e Wanda Nara?
