sabato 10 ottobre 2020
Il paradiso laico
L’aldilà laico non può essere, come per i credenti, tra paradiso e inferno. Non c’è colpa individuale ma concorso di cause. Né colpa totale e definitiva, senza una ragione e una possibilità di appello. È dunque in un’area indistinta, che non può peraltro trovarsi, per una coscienza materialista, in un altro mondo che questo. L’aldilà laico è piuttosto un aldiquà.
Fredda Napoli infoiata dal lotto
Il racconto degli “affreux”, dei
poveracci. In una Napoli indemoniata dal lotto, oggi come ai tempi di Matilde
Serao, “Il paese di cuccagna”, 1890. L’“assistito”, assistito dagli spiriti, accecato
da bambino dalla tosse convulsiva, che la città venera perché dà i numeri, e la
donna-mostro si amano e si odiano.
Un racconto moralistico. Freddo. Più che una storia, o la felicità di raccontare, una polemica insistita
sul flagello del gioco. Il commissario Ricciardi, brand De Giovanni rinomato,
è notarile e non il deus ex machina alla Montalbano, e quindi anche la suspense difetta – a leggere De Giovanni
dopo la lunga serie dei Camilleri forse gli si fa torto. Ma, poi: davvero
Napoli impazzisce per il lotto, oggi come al tempo di Serao? De Giovanni si è specializzato nel colore di Napoli, trito, il Napoli, san Gennaro, il lotto, i vicoli, mentre si avrebbe voglia di qualcosa di diverso, magari di reale.
Maurizio De Giovanni, Febbre, pp. 47, gratuitamente con “La
Repubblica” e “La Stampa”
venerdì 9 ottobre 2020
Cronache dell’altro mondo – superricchi superesentasse (73)
Donald Trump, plurimiliardario, per
undici anni degli ultimi diciotto non ha pagato tasse sul reddito. E negli
altri sette anni ha pagato quasi niente – 750 dollari nel 2017, quando era già
presidente. Non se ne vergogna e anzi se ne vanta: sono più furbo.
Nel 1970, i ricchi pagavano al
fisco negli Stati Uniti oltre la metà del reddito – il doppio di quanto pagavano
in media i lavoratori. Oggi, dopo la riforma fiscale di Reagan e quella voluta
da Trump nel 2017, pagano in imposte solo il 23 per cento del reddito, meno
degli operai qualificati e degli insegnanti.
I dividendi e gli interessi sono
esenti dal fisco. Gli utili societari non distribuiti pure. Si tassa solo il lavoro,
e senza sconti.
Per questo motivo i nuovi miliardari,
Bezos, Zuckerberg, Gates non si pagano stipendi: per non pagare le tasse.
Warren Buffett, altro
miliardario, “il più grande value investor
di semrpe” secondo wikipedia, teme se non altro lo scorno, e chiede di pagare
più tasse. Cinque anni fa spiegò che dichiarava un reddito di 11 milioni di dollari
e pagava tasse per 1,8, il 15 per cento o poco più. E ha un patrimonio valutato
in 60 miliardi: lo ha accumulato con gli utili non distribuiti.
Con gli utili societari non
distribuiti non si pagano tasse e si moltiplica il valore azionario. Basta la
vendita di poche azioni a Bezos, Zuckerberg, Buffett e tutti gli altri
superricchi per pagarsi ogni voglia.
Dl 1980 a oggi, dalle “riforme”
di Reagan, lo 0,001 per per cento degli americani, i più ricchi, ha moltiplicato
il proprio reddito per 600.
Negli anni 1980 le “riforme”
fiscali di Reagan furono votate anche da Biden, allora senatore democratico, oggi
sfidante di Trump per la presidenza.
Sainte-Beuve in Italia, fascino e repulsione
Sainte-Beuve ha esordito da poeta,
venticinquenne subito celebre nel 1829, con “Vita, poesie e pensieri di Joseph
Delorme”, e il suo viaggio in Italia ricorda soprattutto in quattro o cinque
poesie, che Guyaux, che non le apprezza, antologizza nel saggio - con l’eccezione di una “Ecloga napoletana”,
pubblicata inizialmente anonima. La più lunga, “La villa Adriana”, una ode dedicata
a Liszt, che ce lo ha portato in gita insieme con Marie d’Agoult, ha passi sentiti,
poco di maniera. Anche emozionanti alla lettura, come è emozionata la scrittura
– pur nel generale algore del critico in versi.
Emotivo anche uno dei sonetti, “J’ai
vu le Pausillipe et sa pente divine” - Posillipo che pure Sainte-Beuve diceva
niente in confronto al Lemano scrivendone agli amici Olivier che vivevano sul
lago – è impregnato, osservava Gautier, di una “dolcezza fusa e tutta italiana”,
in particolare il secondo verso, su Sorrento dopo Posillipo, “Sorrente m’a rendu mon doux rêve
infini”: “Ogni orecchia sensibile recepisce lo charme di questa liquida
riportata quattro volte e che sembra trascinarvi sul suo flutto nell’infinito
del sogno come una piuma di gabbiano sull’onda blu del mare napoletano” (Proust,
nota Guyaux ironico, “cita con meno entusiasmo questo stesso verso: «Orribile
se lo si rotacizza e ridicolo se si arrotano le ‘r’» - “A proposito dello ‘stile’
di Flaubert”). Ma fu in Italia solo un mese, da metà maggio al 18 giugno 1839, solo
a Napoli e Roma, e non ne riportò impressione felice.
L’Italia è specilmente assente
nella vasta saggistica di Saint-Beuve, spiega Guyaux. Nell’articolo su Stendhal,
“non commenta per niente le ‘Promenades dans Rome’ e resta evasivo sull’italofilia di Henry Beyle”. Quello
in Italia fu però il suo unico viaggio
di piacere, di curiosità intellettuale e estetica. Sainte-Beuve viaggiò
pochissimo: fu in Belgio e in Svizzera per insegnare, e le uniche altre
scappate, anche al ritorno dall’Italia, furono in Svizzera, sul Lemano, dagli amici
calvinisti Caroline e Juste Olivier.
Del viaggio in Italia è stato
pubblicato nel 1922 il taccuino, col titolo “Voyage en Italie”, “appunti inediti
pubblicati con una prefazione e le note di Gabriel Fauré”. Guyaux, il francesista
belga della Sorbona, e un po’ italianista (consigliere dell’“Associazione Sigismondo
Malatesta”, membro permanente del “Seminario di filologia francese”) rilegge
tutti gli accenni di Sainte-Beuve all’Italia, negli appunti, nelle poesie, in
un paio di saggi, e nella corrispondenza.
Una ricostruzione appassionante per un’ambiguità evidente: l’Italia ne
rafforzava e scombussolava il moralismo “port-royalista” o calvinista. Sainte-Beuve
si sdegna per San Gennaro e San Pietro, e si commuove. Specie nel ricordo. Di questo o quel particolare che gli ritorna
negli anni. Senza privarsi del luogo comune, la luce di Napoli (naturalmente
col suo contrario: “Il sole di Napoli è un ideale che scompare da vicino”) e il
vedi Napoli e poi muori – “O vivere là, amarvi qualcuno e poi morire”.
Guyaux è severo con i ricordi di
viaggio. Studioso emerito di Rimbaud e di Baudelaire, nota che Rimbaud, che è
stato a Genova e Milano nella sua fuga, non se ne accorge, mentre Baudelaire,
che viaggiò poco o nula, se si eccettua il Belgio, ha dell’Italia visione più
consona, specie nella lettura di Michelangelo, del barocco. “La più parte degli scrittori francesi in
viaggio in Italia, da Chateaubriand a Taine, e a Zola, hanno viaggiato
conservando i pregiudizi”. Tutti allergici al barocco, “anche Stendhal”, attaccati
a Raffaello, “l’alibi del loro neoclassicismo”. Sainte-Beuve ha, quando accenna
all’Italia, la duplicità del romantico. Che rifiuta le rovine e ne è attratto.
André Guyaux, “Cette rapide ébauche déchirée que j’emporte
de l’Italie”. Sainte-Beuve à Rome et à Naples, free online
giovedì 8 ottobre 2020
Letture - 435
letterautore
Aflatossina - Il veleno invisibile che occupa molto dello spionaggio inglese, e delle spy stories, oggi polonio, faceva molta informazione già negli anni 1970, col nome di aflatossina.
Allah – Si ritrova in
molti cognomi del Sud: Laganà, Pedullà,
Vadalà, Bagalà, Zappalà, Fragalà, et al.
Amicizia – Commentando “Il fattore umano”, il
romanzo di Graham Greene su una spia britannica che fa il doppio gioco per
Mosca, dove infine si rifugia, Sciascia lamentava in “Nero su nero” la vita
grama, grigia, ubriacona, che vi si raccontava, delle spie anti-007: “Non si
può, ecco, non si dovrebbe, scrivere dei libri così soffocanti”. Curiosamente,
gli sfuggiva che il prolisso racconto era un gesto d’amicizia di Greene verso
Kim Philby, il traditore per eccellenza dei servizi segreti inglesi. Che,
benché molto più giovane di Greene e non di chiara fama come lo scrittore, ne
era stato il capo nella breve stagione, durante la guerra, in cui Greene aveva
fatto la spia in Africa. Scoperto nel 1963, aveva riparato a Mosca, dove si era
presentato pubblicamente come colonnello del Kgb. Greene non arriva a elogiare
il tradimento, ma il comunismo sì – che non è tradimento, non è Budapest o
Praga, eccetera. Curiosamente perché anche Sciascia in quel periodo, tardi anni
1970, era incorso in polemiche per avere professato l’amicizia con un compaesano
di Racalmuto “vecchio” mafioso - della “vecchia” mafia, cioè, non un grassatore
ma un paciere, seppure violento, eccetera, di quella che usava ancora dire la mafia
buona.
L’amicizia è terreno scivoloso. Greene l’ha
affrontato. Le bozze di “Il fattore umano” mandò a Philby, per un parere ed
eventuali correzioni. E qualche tempo dopo, nel 1986, a 82 anni e non in buona
salute, è a andato a Mosca a porgere i suoi omaggi al colonnello sovietico. L’anno
successivo, per l’articolo contro il Csm che promuoveva Borsellino per equilibri
politici sovvertendo i criteri di esperienza e anzianità, Sciascia fu attaccato
praticamente da tutti - anche da Andrea Camilleri. Sollevando anche il vecchio
cenno al vecchio mafioso di Racalmuto.
Arbasino – Celebrato in
morte come saggista, col sottinteso che non era bravo narratore, è invece stato
a lungo narratore, con i racconti de “L’anonimo lombardo” e “Le piccole vacanze”,
editati da Calvino. E poi con “La bella di Lodi” e “SuperEliogabalo”. Passò al
giornalismo saggistico per insoddisfazione. Per sfiducia nel racconto – dopo aver
concepito “Fratelli d’Italia”, il work in
progress, la narrazione sempre da aggiornare. È stato l’unico del Gruppo 63
a credere veramente – per esempio all’opposto di Eco – nella “crisi” del
romanzo, nella sua inattualità. Primo, in Italia, per il genere bio, autoriferito
e non – aveva vasti studi giuridici e storici.
Dante – Si aprono le celebrazioni
per il settecentenario della morte con un concerto. Un concerto istituzionale, di
Muti, nel cortile del Quirinale, alla presenza di tutte le autorità, accademiche
e politiche, con diretta su Rai 1. Ma non un cenno sui giornali. Sul
“Robinson”, che esce lo stesso girono, su “La Lettura” o “Il Sole Domenica” del
giorno dopo – ma “chiusi” giovedì, due giorni prima dell’evento. L’evento è
ignorato nelle cronache, anche quelle locali, romane, del “Messaggero”, del “la
Repubblica”, del “Corriere della sera”. Il quotidiano milanese, che pure ha fatto
campagna per un “Dantedì” all’anno, forse il 25 marzo, recupera il giorno dopo,
pubblicando il discorso del presidente Mattarella. Dante è per sempre, per tutti, ma non ne
parliamo – “mi si nota di più se non…”, alla Moretti?
Epifania –Quella del calendario
è – era? – l’apparizione del Dio. Joyce la usa come “manifestazione”, di un
qualsiasi evento, oggetto, gesto, di qualcosa che mostra altro.
Non si indaga abbastanza l’origine irlandese e l’educazione religiosa
di Joyce, di un cosmopolitismo ben radicato – frutto del radicamento.
Hippie – Del movimento, che chiama dei fellahìn, fa il programma e l’organigramma Jack Kerouac nel “Libro degli schizzi”, 152-153, la raccolta di appunti in versi dal 1952 al 1957. Facendolo partire dal 1947: “I Moderni Fellaheen condurranno\ agli Umili Fellaheen, anime\ sedute attorno a un fuoco\ in aperta notte\ E per questo (il Mio Regno\ Non è di Questo Mondo) che\ il 1947 fu\ l’anno «più felice» della\ mia vita”. Proponendosi, è l’ottobre del 1952, in California: “Basta erba adesso,\ solo contemplazione di\ Bene e Male - \ Avidità e Sofferenza”.
Questo il club dei fondatori: “Burrough è il Boss\ della Giungla -\
Carr il Boss delle Notizie\ Internazionali -\ Ginsberg il tremebondo\ Santo della
città -\ Cassady l’addetto\ alla ruota della\ terra&il coglione\ Kerouac il
Pellegrino\ dell’Umile Fellaheen\ Huncke: - la hippy criminale\ Joan Adams: -
l’Eroina\ della Hip Generation\ John Holmes: - lo\ «scrittore»&«critico»\ occidentale
– ansie da Civilizzazione\ tardiva&torrenti di parole -\ Solomon: - Alto\
Enigma Ebraico Megalopolitano”. Carl Solomon e Lucien Carr.
Melodramma – “Parole
retoriche che scovano sentimenti veri” – W. Pedullà, “Il pallone di stoffa”,
18.
Mitigazione – “Cosa
succede ora se non funziona il contenimento?”, cioè la mascherina e il
distanziamento, chiede Valentina Santarpia al professor Ricciardi sul “Corriere
della sera”. Risposta: “Si passa alla
mitigazione, come sta facendo la Francia, con misure anche severe”. Mitigazione
come misura severa. Mitigare nel Devoto-Oli è attenuare, addolcire, calmare, placare. Il declino comincia dal linguaggio.
Parole – “Le parole sono
chiare\ come nel riflesso\ del mondo sull’acqua”, J. Kerouac, “Il libro degli schizzi”,
318. O s’increspano, si velano.
Pascoli – Onanista? Così
Giacomo Debenedetti analizzava i suoi impulsi amorosi – e risolveva l’enigma
della vita privata, se non amorosa, del poeta, inesistente, a casa con le
sorelle – nella voluminosa serie di studi su “Pascoli, la «rivoluzione inconsapevole»”.
Così nella sintesi che Water Pedullà ne dà in “Il pallone di stoffa”, 149, in
uno dei tanti riferimenti al magnetismo dell’insegnamento di Debenedetti: “Leggendo
«Il gelsomino notturno» Debenedetti dimostrava che gli spondei discendenti sono
invece anapesti decapitati, ne seguiva l’impennata con cui i sensi accesi
svettano, e scopriva che il racconto delle nozze di una copia di amici in
effetti esprime il modo in cui Pascoli ama più felicemente, più radicalmente,
con l’onanismo, amore che si accoppia con la fantasia”.
Politica – Si dice
“da suicidio”. Ma per primo lo disse Eraclito. Proprio lui, Eraclito di Efeso,
quello del “panta rei”, tutto scorre, e dell’unità degli opposti. Aristocratico
di stirpe regale, violento antidemocratico.
Eraclito consigliava l’impiccagione ai cittadini di Efeso delusi dalla politica
– delusi come lui, che però personalmente preferì ritirarsi nei suoi
possedimenti e filosofare.
letterautore@antiit.eu
Elogio del tradimento, e del comunismo
Si può tradire. Un paradosso,
utile ad alimentare la suspense. Ma anche una verità, maturata da Graham Greene
in età, a 74 anni, dopo un paio di abbozzi in cui non trovava il filo, o la capacità di persuasione. È il romanzo anche della vita dura da spia, specie se fa il doppio
gioco – il sospetto pesa sempre. Una spy
story, dichiaratamente a ogni risvolto della storia, anti James Bond,
la vita della spia non è fiammeggiante, è grigia e grama – al punto che
Sciascia, lettore avido di Greene, la trova di “straziante opacità”, spiega
nella postfazione Domenico Scarpa, l’artefice del revival dello scrittore
britannico (scrivendone sul “Corriere della sera” del 6 settembre 1978, testo
poi ripreso in “Nero su nero”). Ma soprattutto, bisogna aggiungere, un tributo
al comunismo, nel 1977, in pieno breznevismo, pretendendo che il comunismo è
altro.
Diciassette anni dopo
l’apparizione di Smiley, la spia triste e rassegnata di Le Carré, Graham Greene
torna ai “divertimenti”, come definiva i romanzi disimpegnati, entertainment, con una spia triste ma
non rassegnata. Questo propriamente
un divertimento non è: è, nientedimeno, un omaggio a Kim Philby, uno dei capi
dei servizi segreti britannici che faceva il doppio gioco per i russi, e nel
1963 era sfuggito all’arresto fuggendo a Mosca, dove era riapparso in pubblico
come colonnello del Kgb. Ma fila rapido lo stesso, seppure un po’ prolisso, con
la polemica anti-americana e tutto quanto fa british, i club, le cacce, i tweed, le donne asessuate: la politica
non pesa.
Philby, spia di professione, era
stato capo di Greene nella breve stagione in cui lo scrittore operò, durante la
guerra, come agente dei servizi segreti britannici in Africa. Era più giovane di
Greene, di quasi dieci anni, e certamente molto spregiudicato. Ma Greene scrive
nel 1977 questo “Fattore umano” come un risarcimento: si può tradire per il
comunismo, che naturalmente non è quello di Budapest e Praga eccetera – qui nelle vesti dei comunisti sudafricani, che soli sanno combattere l’apartheid. Un tributo:
a Philby manda a visionare le bozze. E qualche anno dopo, a 84 anni, si reca a
Mosca a fargli visita, pubblicizzandola.
In vena di trasgressioni, un seduttore
che non divorziò mai dalla moglie, Greene aveva anche teorizzato la slealtà, in
un discorso a Amburgo, dove veniva premiato, che Scarpa riprende nella
postfazione, “La virtù della slealtà”, nel 1969, quando era già impegnato in
questo romanzo di Philby, che poi per un periodo abbandonò. Ma già nel 1948,
spiega ancora Scarpa, partecipando all’inchiesta giornalistica “Why do I write?”,
perché scrivo, aveva sostenuto – nella sintesi di Scarpa – “la ricerca della
verità tramite la slealtà”.
Graham Greene, Il fattore umano, Sellerio, pp. 460 €
15
Diciassette anni dopo l’apparizione di Smiley, la spia triste e rassegnata di Le Carré, Graham Greene torna ai “divertimenti”, come definiva i romanzi disimpegnati, entertainment, con una spia triste ma non rassegnata. Questo propriamente un divertimento non è: è, nientedimeno, un omaggio a Kim Philby, uno dei capi dei servizi segreti britannici che faceva il doppio gioco per i russi, e nel 1963 era sfuggito all’arresto fuggendo a Mosca, dove era riapparso in pubblico come colonnello del Kgb. Ma fila rapido lo stesso, seppure un po’ prolisso, con la polemica anti-americana e tutto quanto fa british, i club, le cacce, i tweed, le donne asessuate: la politica non pesa.
Philby, spia di professione, era stato capo di Greene nella breve stagione in cui lo scrittore operò, durante la guerra, come agente dei servizi segreti britannici in Africa. Era più giovane di Greene, di quasi dieci anni, e certamente molto spregiudicato. Ma Greene scrive nel 1977 questo “Fattore umano” come un risarcimento: si può tradire per il comunismo, che naturalmente non è quello di Budapest e Praga eccetera – qui nelle vesti dei comunisti sudafricani, che soli sanno combattere l’apartheid. Un tributo: a Philby manda a visionare le bozze. E qualche anno dopo, a 84 anni, si reca a Mosca a fargli visita, pubblicizzandola.
In vena di trasgressioni, un seduttore che non divorziò mai dalla moglie, Greene aveva anche teorizzato la slealtà, in un discorso a Amburgo, dove veniva premiato, che Scarpa riprende nella postfazione, “La virtù della slealtà”, nel 1969, quando era già impegnato in questo romanzo di Philby, che poi per un periodo abbandonò. Ma già nel 1948, spiega ancora Scarpa, partecipando all’inchiesta giornalistica “Why do I write?”, perché scrivo, aveva sostenuto – nella sintesi di Scarpa – “la ricerca della verità tramite la slealtà”.
Graham Greene, Il fattore umano, Sellerio, pp. 460 € 15
mercoledì 7 ottobre 2020
Amalia e la patata lessa
Ersilia non c’è più, c’è la signora Amalia.
Nell’ufficio nuovo in via Senato a Milano, tra altre case nobili in vere
stanze, che sono salotti con boiseries e luce ombrata. La signora Amalia
che compra le patate bollite in salsamenteria. Non interamente. Le compra
bollite a metà. E questo crea uno strano effetto nella storia.
Martire padana, di Mortara e Lione, e
della lontana Gerona, con ascendenze gotiche, per quell’amal che è
perseveranza, la signora Amalia viene sempre ben messa, nel trucco, nell’acconciatura,
nell’abbigliamento. Segue la moda, con tatto. Ha fatto gli studi, ha la voce
impostata e i modi garbati, tutto quello che occorre a una segretaria di
direzione. Ha sposato all’età giusta, ai ventitré, segno di equilibrio. Ha
passato con suo marito indenni i primi cinque anni del mutuo, terribili per
ogni matrimonio, ha due figli e una figura perfetta, e quindi, sui trenta, può
dirsi realizzata, negli affetti, la famiglia, il fisico, il lavoro, il reddito.
Se esistesse la perfezione, lei la incarna. I capelli biondissimi e gli occhi
azzu-rissimi ne fanno un’attrazione, che è anche bene, l’ufficio di via Senato
essendo di rappresentanza, è bene che la gente ci venga. Che ci siano dei
disegni precisi non si potrà mai accertare, ma che molti vengano volentieri a
Via Senato per la presenza di Amalia è fuori di dubbio – molte cose si fanno, anche
molto a lungo, senza uno scopo preciso.
Le patate si vendono surgelate,
pre-bollite, per la solita storia di far guadagnare tempo. Ma le patate si cuociono
da sé. Se hanno una virtù è questa: una volta cuocevano lentamente sommerse
nella cenere, ora cuociono altrettanto tranquille nell’acqua, non c’è bisogno
di rimestarle, schiumarle, passarle, e anche a dimenticarsele qualche minuto di
troppo restano buone. Si pelano calde in un paio di gesti, si frantumano in cinque
o sei pezzi, e con l’aggiunta di olio e sale è fatta - avendo avuto cura di
usare la forchetta per non ossidarle tagliandole col coltello. Si possono
aggiungere capperi, alici a pezzetti, olive nere. Oppure si possono tagliare a
fette col coltello, all’uso longobardo, e fredde servirle in insalata, quindi
con l’aceto, la maionese, l’erba cipollina. O smashed, in poltiglia,
all’inglese o alla peruviana - ma qui si va sul complicato. Una preparazione,
comunque, che prende in tutto due minuti, non di più.
La patata bollita a metà sarà mangiata
acquosa e insapore. Eppure Amalia è accurata. Di uno che rimane a metà delle
cose si dice che è confuso, di Amalia quanto meno che rifiuta la casa, il
marito, i figli e se stessa. E invece no, ha attenzione per la sua persona e i
doveri dell’ufficio, e sempre tempo per la pettinatura, prima di uscire la sera
e ritrovare casa e marito. Le draghe romane sono al confronto sgangherate, che
la mattina arrivano con gli occhi cisposi, al più rispondono al telefono, di
malavoglia, e domenica portano a Ostia i figli e il marito con la pasta in
tegame e la torta al limone. Amalia è invece una vera signora. È l’eroina dei
suoi romanzi, che pensa che il cibo distrugge il corpo, la spesa l’animo, che i
figli crescono da soli, che suo marito non è suo amante, che trattiene i
sentimenti per il colpo di scena finale. Invisibile, ha eretto una barriera,
che per gli altri è piacevole ricorso, l’immagine di una bellezza, le si
sorride con gratitudine, ma per lei è irrequietezza e malinconia. Per cui
finisce sbollita e sciapita come la sua patata.
Cosa
manca alla signora Amalia per la perfezione è la sua stessa perfezione, la sua
modernità che è eternità. La quale allegoricamente segna il passo, è il destino
di ogni opera perfetta. Questa sua maniera di guadagnare tempo, che dovrebbe
farla tornare umana, in realtà lo elimina: il tempo è misura dell’uomo,
altrimenti non è, è il metronomo di una musica. Quello che c’era prima
dell’uomo è l’eternità, che è uguale a se stessa, un po’ stolida, e
indifferente. Lo stesso è il lavoro perfetto moderno, che esclude il piacere,
rinviandolo al tempo libero e al turismo, che sono un’industria. L’intoccabile
Amalia ne è simbolo. Nei paesi di lingua inglese, dove il tempo libero del week-end è già tradizione, le coppie si
preparano per il sabato pomeriggio, che però non sempre viene bene, lui può
essere stanco, lei avere il mal di pancia, e la patata cotta a metà non aiuta.
In Giappone gli sposi devono prenotare per tempo qualche ora in un Love Hotel,
i week-end sono affollati. Ma già nel
secondo Ottocento l’amore è un incontro fallito, in Baudelaire, Flaubert
e altrettali testimoni, accidiosi perditempo delle due rive parigine, quando il
tempo ancora non mancava. “Quello che si chiama amore”, il taciturno Beckett avrebbe
detto solenne in conclusione, “è l’esilio, con una cartolina di tanto in tanto
del paese”.
Ci sono mancanze a cui nessuna buona volontà rimedia.
L’Africa scomparsa in Italia, dopo la scoperta
Nel 1970 Bacchelli, autore nel
1934 di “Mal d’Africa”, la biografia romanzata del cartografo Gaetano Casati
tra Darfur e Nord Etiopia, uno dei suoi libri di maggiore successo, decide di
andare a vedere come è l’Africa. Ma non ce la trova: viaggia in Africa
Orientale, tra Kenya, Uganda, allora il paese delle quattro primavere, prima che
Idi Amin lo imbastardisse, e Tanzania, ma non ce la trova. Non la cerca nemmeno
per la verità, eccetto qualche italiano del genere “lavoro italiano nel mondo”.
E gli elefanti naturalmente, le giraffe, gli ippopotami, nei parchi naturali.
Non che latitasse l’Africa, che
al contrario allora non era defilata come oggi, unica grande regione del
mondo, anzi aveva una parte principale nel proscenio mondiale, completandosi il
ciclo delle indipendenze, riassestandosi la distribuzione delle risorse
minerarie e ambientali di cui l’Africa è grande detentrice, e per le tante
guerre civili, endogene (tribali) ed esogene (risorse), quasi sempre combinate.
Ma Bacchelli ci va da turista, e manda le cartoline.
Un libro di viaggio di rara
indigenza. La fantasia latita, la storia pure. Un’anticipazione dell’Italia
senza più storia né geografia. Come se l’Italia avesse dimenticato l’Africa,
dopo l’improvvisa scoperta, fra Adua e Tripoli bel suol d’amore. Resta il nome
dell’illustre letterato. E l’edizione Ricciardi preziosa, voluta da Raffaele
Mattioli.
Sei corrispondenze (per il “Corriere
della sera”?) di cui non rimane nulla. Assortite da due fiabe. Poco evocative all’epoca, e oggi insensate. La “novella bizzarra” dell’“animalismo
negro”, che intitola “Musiche in «inferno verde»”, e una “favola esemplare”,
titolo “Negra e nera”, lunga oltre cento pagine delle centocinquanta complessive,
per dire degli animali della foresta in Parlamento – riuniti e stimolati dallo
Sciacallo.
Riccardo Bacchelli, Africa tra storia e fantasia, Riccardo
Ricciardi, pp. 149 f.c.
martedì 6 ottobre 2020
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (438)
Giuseppe Leuzzi
I riti immutabili, per i Morti, per
Capodanno, e più per Pasqua, l’Affruntata (san Giovannino che va in cerca della
Madonna dopo la Crocifissione e insieme vanno a scoprire il Cristo risorto),
così diffusi, amabili, sono ancora di tradizione, quindi benemeriti. Ma dicono
anche di un mondo, oltre che diverso, piacevolmente, immutabile. “Diversamente
immutabile”, se si può dire senza offendere.
Il
racconto “Gli occhiali” di Anna Maria Ortese “riassume in poche pagine la
vicenda di ogni Sud” (W.Pedullà, “Il pallone di stoffa”, 490)? È il racconto di
una bambina felice nei miserabili bassi napoletani, finché il medico non ne
rileva la miopia e le fa mettere gli occhiali.
Il
Sud come una delusione? Occhiali a distanza, che mettono a fuoco. Illusioni che
svaniscono.
Gli Ottentotti a
Napoli
La
“porosità” di Napoli Walter Benjamin e Asja Lacjs fanno condizione
rivoluzionaria: “Costituire poroso il mondo – nel costante esercizio di compresenza
e permeazione degli elementi che il potere tiene separati – rappresenta un compito
rivoluzionario”. E Napoli, per questo, il caso “della città conoscibile per
eccellenza”. Ma di una “conoscibilità” che “è essa stessa una forma del
mistero, e il mistero una ribalta del conoscibile”. Capzioso ma lusinghiero.
Se non che
il richiamo è all’Africa: “Diffusa, porosa, disseminata è la vita privata. Ciò
che distingue Napoli dalle altre città è qualcosa di simile al kraal degli
Ottentotti: ogni comportamento e affare privato è inondato dalle correnti della
vita pubblica come da una marea. L’esistenza, che per i nordeuropei è la più
intima delle faccende, qui a Napoli diventa un fatto collettivo, come nel kraal
degli Ottentotti”.
Il riferimento
al kraal dgli Ottentotti sarebbe stato ripreso da una prima edizione del “Viaggio
in Italia” di Goethe, là dove parla dei “lazzaroni”. Alla p. 246 del “Viaggio”
nella edizione delle “Opere sugli esemplari della sua epoca” (“Sämtliche Werke
nach Epocheseiens Schaffens”). Il riferimento non c’è nelle traduzioni italiane
del “Viaggio” di Goethe.
A Napoli Goethe fu due volte -
con l’intermezzo del viaggio famoso in Sicilia – e felice, nella primavera del
1787. Nel secondo soggiorno scrive soprattutto dei modi, gli usi e la situazione
sociale della popolazione. Loda per una volta in tutto il viaggio la pulizia delle
strade. E fa un esame comparato tra gli usi del Nord e quelli del Sud. Kraal,
lo “stazzu” degli animali, è termine afrikaans, olandese del Sud Africa (pare
derivato dal “corral” iberico), per indicare il villaggio bantù di capanne,
circondato da un muro di fango o da una palizzata, per delimitare e indicare la
comunità.
In viaggio con
lo stereotipo
La
letteratura di viaggio ingessa. Moltiplica i calchi, gli stereotipi, materiali
poveri, e tutti più o meno uguali. Come una galleria di gessi. Il primo – l’esploratore,
l’autore – traccia la linea e chi viene dopo segue la traccia: la ingrandisce,
la moltiplica, la imbellisce, la imbruttisce, ma con poche deviazioni. Pochi
hanno fatto eccezione alle relazioni di Colombo sulle Americhe – forse solo Sahagùn.
O sulle Indie al fantasmagorico – forse solo Matteo Ricci, un altro ecclesiastico.
Gli innumerevoli testi del Grand Tour magnificano l’Italia artistica nel mentre
che ne deplorano la sporcizia, la furberia, l’ingordigia. Anche dove non c’è –
non c’era – sporcizia, per esempio nel Veneto, né ingordigia di osti e
barrocciai, e magari invece l’arte non c’è , non eccezionale.
C’è
una letteratura di viaggio resistente, oltre che piacevole. Ma è d’invenzione,
un sottogenere della narrativa: Burton, Chatwin, Robert Byron, il Nobel
francese Le Clézio, ìl conte Potocki. Succede alla letteratura di viaggio come
nelle guide: si va per modelli, al gusto dell’epoca.
Particolarmente
indigente, la letteratura di viaggio italiana non ha lasciato tracce di dove
s’è avventurata: dell’Africa e del Nord Africa, della Libia. Chi volesse sapere
qualcosa della Libia, che non ha molto mutato nel secolo e mezzo dacché
l’Italia l’ha scoperta, non troverebbe nulla nei tantissimi, anche dettagliati,
testi italiani sulla Libia. O del resto dell’Africa. Negli Appelius e altri
colonialisti non solo, ma anche in Vittorio G. Rossi o in Bacchelli, l’autore che
divene famoso con “Mal d’Africa”, la vita romanzata del cartografo Gaetano
Casati – o anche negli anticolonialisti, prigionieri di guerra in Africa
Orientale, Berto, Flaiano, Tobino.
Un
po’ come l’Africa è il Sud. Che lo schema Grand Tour propone come l’orrido
della natura e il selvaggio degli uomini, e un po’ anche la violenza, di ladri,
briganti e tagliagole. Specie le tante dame che vi si sono dilettate. L’editore
Rubbettino ha una collana quasi sterminata di viaggiatori in Calabria. Che a
leggerli l’uno dopo l’altro sembrano fatti con lo stampo. O allora sono viaggiatori
ironici, che giocano con lo stereotipo –
per la Calabria Paul Louis Courier, Dumas, Edward Lear (che la collana
Rubbettino non riprende). La Calabria è
il massimo dell’orrido, benché la Sila e l’Aspromonte siano montagne dolci. E
il forestiero sia privilegiato, perfino troppo.
La
rovina del Sud
Il Sud era già spregevole al tempo di
Zola, con Zola stesso. Che nel 1864 scriveva a un corrispondente (“Mes Voyages”):
“Per me la rovina viene dal Mezzogiono, il popolo degenerato, tornato
all’infanzia, pigro, perdigiorno, mendico, magniloquente e vacuo”. E non si
indirizza al Midi francese ma al Mezzogiorno italiano, così proseguendo: “Sembra
che la rovina venga dall’Oriente. La punta dello stivale è stata invasa per prima,
dopo la Turchia asiatica, l’Egitto e la Grecia; e la cancrena della pigrizia ha
raggiunto Roma, l’Umbria, persino la Toscana; e noi stessi siamo minacciati,
dopo l’Italia. Le nazioni latine devono sparire?” Per consunzione?
Sicilia
Il
nome è camilleriano, Ferla, ma il posto è reale, e solido. Un paese di duemila abitanti
o pochi di più, sui monti Iblei, vicino Palazzolo Acreide, a 40 km. da
Siracusa, non di particolare charme,
ma uno dei “Borghi più belli d’Italia” per essere uno dei più green, se non il più green. Differenziata al 75 per cento,
compostaggio, fotovoltaico sugli edifici comunali, il tutto in soli dieci anni.
“La Repubblica”, che l’ha scoperto, lo dota anche di molti milioni, 40 di qua,
30 di là, che forse saranno decine o centinaia di migliaia, ma non importa:
quando si vuole si può, anche in Sicilia.
Molto
è per sentito dire. Incontrando una “nana” nel corridoio di palazzo Altieri a
Roma, dove va in visita da Carlo Levi, Sartre si chiede: “Che fa questa Siciliana
nei recessi di questo palazzo classico? (geografia poetica: quando vedo una donna
piccola di cinquant’anni in Italia, la prendo per una Siciliana)”.
C’è
la lista d’attesa a Palermo, città pur amministrata da Leoluca Orlando, un
sindaco che si vuole di sinistra, per un posto ai dormitori pubblici. Oltre
agli sbandati, e ai padri separati, molti sottoposti agli arresti domiciliari
che però non hanno casa.
Si
attraversava la Sicilia negli anni 1980, al tempo de “La Piovra”, “grande successo
mondiale”, in solitario, a piacimento, senza piani e senza prenotazioni.
Godendosi, sempre in solitario, Segesta, Piazza Armerina, Solunto, Eraclea
Minoa, e perfino Selinunte. Perché la mafia inorgoglisce, che pure impoverisce, invece di fare incazzare?
Vigàtesi,
con l’accento sdrucciolo, Camilleri dice gli abitanti di Vigata. Stravolgendo la
fonetica e la grammatica. La Sicilia si vuole eccezionale nel senso di folle.
“Il
Sud di Sciascia è irredimibile” – Walter Pedullà, “Il pallone di stoffa”, 497.
leuzzi@antiit.eu
La destra acefala non vince
La destra senza federatore deve stravincere
per vincere. Col suffragio proporzionale, ormai ridotto al solo voto europeo,
dimostra di essere ampia maggioranza. Ma difficilmente vince localmente, nei
Comuni e nelle Regioni, e anche nel voto politico nazionale. Da quando, ormai è
un decennio, il federatore Berlusconi è stato incapacitato, e poi isolato.
Il sistema elettorale vuole la moltiplicazione
dei rivoli di supporto – quelle che nei vecchi partiti costituivano le
“correnti”, personali o d’indirizzo. Fino al voto marginale, per quanto ridotto
– quante “democrazie cristiane” non ha imbarcato Berlusconi, anche se senza
seguito. È la logica dell’uninomonale, a uno o due turni: raccogliere più
consensi possibili. Attraverso la caratura del candidato, il programma, e gli
apparentamenti.
Una logica anche semplice – si va per
addizioni. Che però gli (ormai ex) giovani di Berlusconi non capiscono o non
sanno applicare. Non sanno coalizzarsi, come il caso di Roma ha dimostrato (e
sta dimostrando: la incredibile Raggi sta recuperando su Salvini, e perfino su Meloni),
e poi delle regioni e i comuni del voto di settembre.
Si rivaluta retrospettivamente il ruolo di
Berlusconi. Come pompiere dapprima degli estremismi missini e leghisti –
fascismo e separatismo – col recupero di una larga fascia dell’elettorato alla
politica parlamentare. E poi come coalizzatore delle destre.
Se il messianesimo è realizzato
I
saggi che Taubes ha dedicato all’opera di Scholem, e le poche lettere che i due
si sono scambiate. Il giovane Taubes, a disagio a New York, e nell’ebraismo americano,
prende contatto con Scholem professore a Gerusalemme, e Scholem gli procura un incarico
all’università. Taubes vi passa un paio d’anni tranquilli, una pausa nell’agitazione
costante che lo anima, finché non può non litigare con Scholem sul punto fondamentale
della lettura dei testi sacri. Presto è concorde divergenza fra i due, si può
dire parafrasando il “divergente accordo” che Tabes trovava invece con Carl
Schmitt, il che aggiunge alla polemica, essendo Schmitt un filosofo del diritto
dichiaratmente cattolico, e professo nazista al tempo di Hitler.
Un
corpo a corpo, la sua abituale dialettica, del vulcanico Taubes con un suo
autore del cuore, Gershom Scholem, suo maestro si può dire. Benché a distanza
geografica, Taubes a Berlino, dopo un paio d’anni a Gerusalemme, 1951-1953, Scholem
a Gerusalemme per tutta la vita attiva, uno dei primi tedeschi ivi emigrati. E
di generazione - Scholem di fine Ottocento, Taubes di dopo la Grande Guerra. Nonché,
e con asprezza, di idee. Una compilazione di curiosità ancora soprattutto letteraria.
Ma già in medias res, in un dissidio di pensiero profondo, anzi radicale,
inconciliabile, dalla teologia al sionismo.
Taubes,
che wikipedia può definire “insegnante, filosofo, rabbino, sociologo della religione
e specialista dell’ebraismo austriaco”, nato a Vienna nel 1923, professore a
Berlino, dopo averla scampata negli anni
bui a Zurigo, deve il padre era rabbino della locale comunità ebraica, e dove
si formò con i teologi Hans Urs von Balthasar e Karl Barth, un cattolico e un
calvinista, fermamente include il Cristo e san Paolo nell’ebraismo, e il
messianismo presuppone in una qualche forma realizzato. Eresia per Scholem. Di cui
però qui si possono avere solo gli echi, attraverso le poche lettere, mentre
Taubes può situarlo e criticarlo ampiamente nei saggi che gli dedica.
Una
riedizione – “Una
revisione critica delle lettere di Jacob Taubes a Gershom Scholem e altri
scritti” è il sottotitolo. A cura di Elettra Stimilli, che del vulcanico Taubes
si è assunta il compito arduo di svolgere in piano, consequenziale, la lettura.
Che in effetti può esere semplice, anche se “rivoluzionaria”, radicalmente
contestatrice – come Taubes voleva il suo insegnamento, soprattutto nella fase
berlinese, al centro e fomite del ’68, della contestazione studentesca. E anche se
di Taubes si conoscono finora gli scritti letterari, quelli filosofi essendo promessi
a futura edizione. Ma il senso della sua flosofia come telogia si sa, dell’annessione
del Cristo e di san Paolo all’ebraismo. Di un cristianesimo quindi abbracciato
in altra maniera all’ebraismo. E di un messianesimo biblico in certa misura
compiuto. Nella guerra che Tabes può dire vittoriosa del’ebraismo contro l’impero
romano – contro l’impero, contro la storia pagana.
Qui tutto
questo non c’è. Ma c’è la critica all’ebraismo concluso in se stesso, nelle sue
specificità. Anche a costo, sul piano personale, della rottura con una
protettore benevolo, e anche pigmalione. Il titolo riecheggia il Vangelo e
Giuda, ma Taubes sicuramente non è Giuda, non infertile – e probabilmente,
anzi, in “divergente fertilità”.
Jakob Taubes, Il prezzo del messianesimo, Quodlibet, pp.
222 € 22
lunedì 5 ottobre 2020
Salvini le perde tutte
È riuscito a perdere Reggio Calabria,
un’elezione vinta in partenza contro il deludente Falcomatà, con un candidato
incolore, e di fuori Reggio. Malgrado 10 liste di supporto, contro le 11 del
sindaco uscente. Dopo aver perso la Toscana e la Puglia – dopo
l’Emilia-Romagna.
Le tre sconfitte ci stavano, in
Emilia-Romagna, in Toscana, e anche in Puglia. Ma non nella proporzione di 6 a
4. In questa tornata con errori di partenza: liste di supporto limitate a 5 in Puglia per
Fitto contro le 15 di Emiliano, 5 per Ceccardi in Toscana contr le 13 di Giani.
In Puglia il candidato non era salviniano,
Fitto era passato nel suo peregrinare a Fratelli d’Italia, ma al voto sono mancati
sensibilmente i salviniani pugliesi.
È riuscito a perdere anche a casa, a Lecco, Legnano e Saronno, e rischia fra un anno a Varese, senza prospettive di rimonta a Milano. È da quando si è fatto espellere dal governo,
a Ferragosto del 2019, che Salvini non ne imbrocca una. Non sarà lui il nuovo
capo della destra, o allora la destra sarà condannata alle sconfitte. Sbaglia
anche le tecniche elettorali: gli apparentamenti, i listini, il voto in più. Nelle
quali Berlusconi era maestro ma che ognuno comprende.
Problemi di base amorevoli - 599
spock
Amor
tui, amor sui?
Quanto
può essere invadente l’amore?
L’amore
di tutti è di nessuno?
Perché
Cristo si lamentava, di questo e di quello (anche del Padre), e puniva?
L’amore,
è una gara?
Amare
senza essere riamati, non era una volta una disgrazia?
L’erba
del vicino è sempre più verde?
spock@antiit.eu
L’Italia non è in pericolo di fascismo ma di povertà
“Atti e inquietudini che si faranno regime” completa il
titolo. Sottinteso: potremmo tornare fascisti. Siamo stati fascisti in un certo
modo, e potremmo tornare a esserlo. Anzi: lo siamo già, manca solo la presa del
potere.
Un saggio politico, tre saggi politici dei tre studiosi della
Fondazione, sotto forma di storia. Sul “laboratorio dell’antidemocrazia”, tra
il 1920 e il 1922. Se non che la storia è alquanto diversa, nei fatti e nel
senso. Il sovranismo non è nazionalismo, non siamo a caccia di guerre. La Lega
non è fascismo, è proprio Lega, ossia l’autonomia del Nord rispetto al Sud, che
già si è presa per vari rivoli, e ancora insiste. E gli ex missini sono forse i
più impauriti dal vuoto politico – comunque perplessi. Resta un ottimo volume
documentario, sulla cristallizzazione dopo la Grande Guerra di una prospettiva
rivendicazionista, contro questo e contro quello. Preceduta dal nazionalismo
del primissimo Novecento, con l’ideologia della Nazione proletaria. E dalla “vittoria
mutilata”.
Ma, poi, nulla di nuovo. La Nazione proletaria è Pascoli,
nientemeno. La vittoria mutilata era Salvemini. Mussolini vi ha aggiunto le “scene”,
l’iconografia, con le squadracce, e ha capitalizzato sulla debolezza del re. Il
Partito Nazionale Fascista lo ha costituito nel novembre 1919. Un ann o dopo andava al potere, ma a capo di un
governo di coalizione, non come dittatore. Occupava gli spazi vuoti – la politica
non soffre il vuoto. Poi è diventato pure popolare, al di là e al di sopra del
suo controllo totalitario dell’opinione, e questo è – sarebbe, dovrebbe – l’unico
punto ancora problematico del fascismo. Al netto però delle inefficienze, carenze,
ritardi, incapacità, degli ultimi venticinque anni, della Seconda, la Terza o
la Quarta Repubblica. Di un vuoto politico schiacciante, altro che fascismo.
Siamo stati fascisti e non lo rifaremo. Forse faremo di peggio
ma non il fascismo – CasaPound è folklore. Il vuoto politico, lo strapotere d’interdizione
giustizialista, carrierista di fatto, la globalizzazione ormai più che trentennale,
hanno impoverito l’Italia. L’unico Paese occidentale che arranca, nel reddito,
nelle regole, nel funzionamento delle regole, mentre il resto del mondo va
veloce, tra innovazioni e crisi. In una con la scomparsa delle istituzioni: il
Parlamento, l’organizzazione politica, il sindacato, i governi, che vivacchiano
col non fare, e la stessa presidenza della Repubblica, che si vuole ultimo
baluardo della democrazia ma lascia governare per decreto, come nelle repubbliche
delle banane, e a nessun fine costruttivo. Questo è il problema. I vecchi
problemi sì, è bene conoscerli, non si finisce mai d’imparare, ma l’Italia è
nel 2020, non nel 1920.
Giulia Albanese-David Bidussa-Jacopo Perazzoli, Siamo stati fascisti, Fondazione
Giangiacomo Feltrinelli, pp. 240 € 16
domenica 4 ottobre 2020
Ar berzitello
Da Giovanni l’ambiente è dentro, con
l’ottima cucina, basta ascoltare:
- Pronto, ahò so’ Lorena, c’è Sabbrina?
Sciaooo. - C’è un telefono a gettone da Giovanni (il racconto non è di ora). Il
compagno di Lorena va in bagno. È troppo cortese, lo sono i coatti. Dice
sempre: “Scusi, mi scusi, mi perdoni”. Vuole che lo si guardi in faccia, dritto
negli occhi. Se l’è presa con Stefano, che non lo guardava mentre lo serviva: -
Ahò, dico a te, stronzo. Si te parlo rispònnemi, principe der pisello. - Lorena
ha appena spiegato al ragazzo che ha problemi di convivenza, presumibilmente
non con Sabbrina: - Que’a stronza! ‘Un l’ho mai vista lavarsi i denti, se
profuma ‘a fregna, ‘e tette. Anoressica sì, perché ha fame de cazzi. Senza
vergogna, s’è fatta trova’ co’ er siciliano, er pischello, e Casimiro, quello
che vie’ daa’ Borghesiana, ‘a bocca c’iaveva piena de sbora, e ancora je ‘o
voleva mena’. E ‘un je basta, anche a ‘mme me sta ‘ddietro, vole lecca’. - E
lui: - Embè? - Hanno trent’anni in due, poco di più.
A
Trastevere la transizione è interminabile, da popolare a borghese. Olimpio, ebanista, è stato a Regina Coeli che è accanto al
ristorante. Ha inventato il moto perpetuo e imparato a memoria passi del
“Guerrin Meschino” e della “Commedia”, con residue perplessità sul senso di
“poscia”, suonandogli lubrico. Olimpio ha un tavolo suo, ma Giovanni non gli
parla volentieri. Anche se forse non ha torto, se si pensa al numero di
copisti che ci hanno messo mano - in effetti “poscia” ricorre ottantaquattro
volte nella “Commedia”, stando all’“Inventario Linguistico” di Mario Alinei,
mentre il più comune “coscia” ricorre solo tre volte, come “cosce” - “poppe”
due. Gli ospiti di una casa di suore si
alternano a una loro tâble d’hôte, cosmopoliti e beghini. Al
Filmstudio, due strade più in là, il filosofo gestore tenta il rilancio con
l’eros. Vi si vede l’impensabile, anche con oggetti. Con animali no, è
violenza, anche se i carabinieri non possono entrare, il club è privato.
- A berzitellooo! – Olimpio apostrofa il coatto, in difesa
blanda di Stefano.
- Ar berzitello tua!
- La quale, ‘un c’è trippa pe’ li gatti - conclude Olimpio
remissivo, mentre se ne va palpandosi soddisfatto il largo ventre.
L’estate folle americana filmata un anno prima
La giornata di una brigata
anticrimine, una pattuglia di tre poliziotti del commissariato di quartiere,
la pattuglia di giorno, senza un momento di respiro, fra ragazze e ragazzi allo
sbando o allo sballo, piccoli e grandi mafiosi, guerre tra bande. Nel caso, tra gli zingari giostrai del circo (il circo Ly perfido chiama Zeffirelli)
e “il sindaco”, il capomafia nero di quartiere. Per evitare la quale la brigata
anticrimine s’ingegna di cercare chi ha rubato il leoncino del circo. Ci
riesce, ma ferisce nella concitazione il ragazzo che lo ha rubato. Da qui la
vendetta dei nuovi “miserabili” - il film
termina con una citazione da Victor Hugo: “Non ci sono né cattive erbe né uomini
cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori”. A Montfermeil, una cittadina fuori
Parigi, dove lo stesso Ly è nato e risiede, animatore di una ong, Banlieus
Santé, e di una scuola di cinema gratuita.
Raramente un film-verità come
questo del maliano Ly, un regista che ciò che narra ha sperimentato di persona,
anche con la prigione, è stato tanto veritiero. Anche perché, sfortunato
all’uscita in Italia, programmata per il 12 marzo, preceduta dal lockdown il 10 marzo, figura ora, visto
su Sky, come un saggio politico estremamente avvertito. Tutto quello che Ly narra
è avvenuto in queste settimane nelle città americane: i quartieri difficili, la
polizia sotto pressione, gli errori dei poliziotti, la reazione furibonda, con
saccheggi e sparatorie. Dei “miserabili” come dei “black lives matter”.
L’ambientazione però è diversa, quasi politicamente scorretta. Per l’assenza
totale di razzismo, e l’occhio equanime, sulla polizia come sui “miserabli”, le
loro case, le loro famiglie, i padri assenti, le madri cirenee. È il secondo aspetto coinvolgente, non scontato o
di maniera, di questo film. Ly non è compiacente, ma non condanna la Brigata
Criminale, i tre della pattuglia, che tutte le brutte situazioni governano senza
eccessi, e riconoscono e si rimproverano l’errore. E un ruolo dà inatteso, per
un pubblico occidentale, non violento e non ipocrita, ai Fratelli Musulmani:
sono gli unici a mantenere la calma, a occuparsi dei ragazzi di strada con argomenti
generosi, se non persuasivi, a pazientare di fronte alla violenza e agli errori,
dei poliziotti come dei ragazzi, forse solo per tattica ma sicuramente per
convinzione. Che è quella del regista, spiega nelle presentazioni ma evidente dal racconto: questi conglomerati urbani diventano un inferno perché il governo è assente.
Ladj Ly, I miserabili
sabato 3 ottobre 2020
Ombre - 532
“Raid neofascista al liceo Augusto” di Roma, “con lancio di volantini di Blocco Studentesco, l’organizzazione che fa capo ai sedicenti fascisti del Terzo Millennio di CasaPound”. Al tempo delle Br abbiamo avuto a lungo i “sedicenti brigatisti”, ora i “sedicenti fascisti”: gli uffici politici delle questure non ci vedono chiaro? Ma dirsi fascisti non è già un reato?
“Dalla Rai si vedeva un Paese dove il reato non è punibile, mentre lo è non averlo denunciato”: da consigliere d’amministrazione di lungo corso e poi presidente Rai, Walter Pedullà fa questo caso nelle memoria (“Il pallone di stoffa”, p. 325). Dell’azienda che “non può, non deve e non vuole” licenziare, neanche i ladri colti in flagrante. Ma per questo motivo: non ci sarebbero state condanne, solo altre spese, legali – “I sindacati e i magistrati assunsero negli anni Settanta e Ottanta più dipendenti del direttore del personale” Rai. È cambiato qualcosa?
Di colpo, entrato in scena Pignatone, con le “carte” vaticane, la Lega è scomparsa dalle cronache – dalle cronache giudiziarie. Prima le Procure pignatoniane di mezza Italia fornivano quattro e cinque piste, ogni giorno, nuove o seminuove, sui latrocini della Lega. Poi si è passati a quelli vaticani, in minor numero, due-tre al giorno, ma più succulenti: i cardinali che rubano le elemosine.
Gli italiani sono di palato buono, i residui che leggono il giornale, o i giornali se li fanno in Procura, per i Procuratori?
Nicola Cosentino, il colto parlamentare napoletano di Berlusconi, un politico molto capace, messo sotto una mezza dozzina di processi, compresa l’associazione camorristica, dalla Procura antimafia di Napoli dieci anni fa, a lungo detenuto, ha cominciato a essere assolto, in Appello e anche in Cassazione. Ma non se ne parla, giusto un poco, per dire che altri processi lo attendono.
Nel 2008, prima della disgrazia, Cosentino si era distinto per una legge che istituiva a Caserta, capitale della camorra, la Corte d’Appello accanto al Tribunale, e una Dda, una direzione distrettuale antimafia. I giudici napoletani si opposero, paventando lo spostamento da Napoli e Caserta, anche se di pochi chilometri, e il presidente della Repubblica Napolitano li sostenne. Bisognerebbe che i napoletani trovassero tutti posto a Napoli, sennò s’incazzano.
“Nella Cina di oggi trovi solo frodatori e truffatori”: lo scrittore Yu Hua si tuffa nella rivoluzione del 1911 per rifarsi. È il mercato, dice. Si guarda di dire che la Cina prospera, tra frodi e truffe, in un regime comunista, occhiuto, e anche ferreo.
“Maxistipendio” al presidente Inps, “scandalo”, “superburocrate”: sono indignati i giornali di casa Agnelli e di casa Mediobanca perché il presidente dell’Inps Tridico si è aumentato lo stipendio da 62 a 150 mila Euro. Che è ancora 60-70 mila euro sotto quello dei suoi quaranta direttori generali. Quaranta. Ci sarà un motivo se si indignano cosi: informazione non è.
Gli “indignati” italiani, per primi i giornali, gli anti-casta, quelli che “i politici rubbeno”, sono poi quelli che piangono sull’antipolitica, sull’evaporazione dell’opinione pubblica, sulla disaffezione e l’ignoranza. E sulle vendite in calo?
Due e tre pagine ogni giorno per giorni contro un presidente dell’Inps, la maggiore assicurazione d’Italia e una delle maggiori in Europa, che guadagna 62 mila euro, lordi, quanto un qualsiasi dirigente pubblico di prima nomina al livello semidirettivo, sembra una attacco ai 5 Stelle - Tridico, il presidente in questione, è stato “indicato” dai grillini. Perché non sarebbe invece un attacco all’Inps, che è la maggiore assicurazione italiana, una delle maggiori in Europa, e sulla vita ancora batte tutti? Le privatizzazioni non hanno fatto ancora abbastanza danni.
Etichette:
Affari,
Il mondo com'è,
Informazione,
Ombre
Il mistero Italia svelato da Ernst Bloch
Accanto alle impressioni già note
e ampiamente discusse di Walter Benjamin su Napoli, col concetto di “porosità”,
e su San Gimignano, per la “verticalità”, prove generali del suo opus magnum su Parigi, la proposta di
alcuni testi forse più pregnanti, sul Sud Italia, Napoli, le isole, e la stessa
“porosità”, di Ernst Bloch, che anche lui soggiornò a lungo nella baia di
Napoli. Testi non tradotti, e trascurati anche nell’opera omnia, che la
studiosa del filosofo mette in luce.
Capri, Ischia, Positano, Napoli
attirarono alla metà degli anni 1920, sulle orme dei russi anteguerra, con
Gor’kij in testa, un qualificatissima presenza di scrittori e filosofi
tedeschi: Ernst e Linda Bloch, sulla strada per il Nord Africa, Benjamin e Asja
Lacis, Kracauer, Adorno, Alfred Sohn-Rethel, Kantorowicz. Non in gruppo ma
neanche isolati: si conoscevano e si frequentavano. E prolungavano i soggiorni,
per mesi, qualcuno per anni: la vita non è cara, e il fascino sorprendente,
scriveva Benjamin a un amico, Richard Weissbach. I tedeschi poi erano di casa:
il caffè della piazzetta, della famiglia Morgano, aveva preso un nome tedesco,
“Zum Kater Hiddigeigei”, al gatto Hiddigeigei, il gatto nero che a Capri
pontifica dall’alto di una torre nel poemetto “Der Trompeter von Säckingen” che
August von Scheffel aveva scritto nell’isola nel 1853. E intato mantenevano,
malgrado Goethe, il mistero, dietro il fascino, che per molta Germania è
l’Italia. Furono, quelle, vacanze stanziali, che lasciarono tracce un po’ in
tutti – con l’eccezione forse di Kantorowicz: “Questa costellazione caprese si
sarebbe mostrata straordinariamente produttiva: non soltanto tirò fuori molti
saggi, ma una eco sfaccettata se ne ritrova in ulteriori lavori dei
protagonisti”. Per Benjamin il soggiorno caprese aprirà un filone, di
riflessioni e di scritti – le “Immagini di città”, come Peter Szondi intitolerà
nel 1963 la raccolta dei suoi saggi sulle città, nella quale “Napoli” viene per
primo.
Porosità
è termine geologico, della materia di cui è fatta Napoli, il tufo. E -
nell’accezione di Asja Lacis che l’avrebbe coniato, attrice di teatro, regista,
scenografa – architetturale: la contiguità o commistione di elementi
architettonici diversi, portale, cortile, scalone, ballatoio, balcone. Nonché
sociale: commistione di attività e di ceti sociali, ricchi e poveri, colti e
ignoranti, lusso e lerciume. Per E . Bloch, che ci ripenserà qualche anno
dopo, in “Aprile Italiano”, è solo questo: “Essa significa nient’altro che una
mescolanza del basso con l’alto e dell’alto col basso”.
La
porosità è “di due specie”, spiega Ujma, nelle descrizioni delle città italiane
che fanno Benjamin e E. Bloch. Per Benjamin è l’informe e l’informalità:
l’adattabilità. Per E. Bloch, che il concetto di “porosità” estende a tutta
l’Italia, è la non classicità, di Napoli e del Sud. È anzitutto l’esterno come
interno, “Italien und di Porosität”, 1926: “Dalla Piazzetta di Capri a Piazza San Marco a Venezia,
l’Italia è cosparsa di tali saloni da festa, anzi da ballo, all’aperto. In
queste piazze si mescola – è anzi in esse che si trova finalmente a casa – il
caldo riparo degli interni. Ma se si pensa che la porosità abbia a che fare
solo col semplice rovescio di dentro e fuori, la strada di Napoli invece
insegna come una città italiana possa uscire allo scoperto anche senza piazza;
come sia la stessa caoticità della stanza a costruire una piazza nell’immagine
della città”. La piazza per dire, evidentemente, la socievolezza,
l’informalità - la “disinvoltura” di E. Jünger).
Questa
caratteristica E .Bloch estende all’Italia tutta. Contro l’opinione corrente –
allora come oggi, con i tanti discorsi ancora in corso sulla Magna Grecia –
Bloch lega il Sud, e in qualche misura anche il Nord Italia, al bacino
mediterraneo, al Nord Africa: “Il modo giusto per conoscere l’Italia è dal Sud”.
“Si «scende» in Italia, dalle Alpi,
questo non va bene”, esordisce il filosofo in “Italien und die Porosität”, 1926, dopo la lettura di
Benjamin: “Si visita questo Paese in modo sbagliato. Portandosi dietro desideri
e immagini fuorvianti, o perlomeno unilaterali. Sicché molto della vita
italiana finisce per sfuggire”. Perché
l’Italia non è “classica”, come in Europa si pensa, e al Sud questo è
evidente: “Nel Sud non esiste soltanto la misura classica, che esso sembra
peraltro non stimare troppo”. Gli uomini e le stesse cose. “Non solo l’animale
uomo che lì fiorisce così variopinto si oppone alla nobile semplicità e alla
composta grandezza”, che si presumono
della classicità, ma anche le cose: “Non tutte le cose vi riposano ferme nella
luce, nella loro bella forma antica e ben definite in ogni aperte”. Ovunque
eccessi, eccezioni, sregolatezze.
Ma di
più E. Bloch era interessato al rapporto Germania-Italia, alla reciproca
percezione. Nel saggio “Die italienische Deutschfreundlichkeit”, 1925, e
qualche anno dopo, 1932, in “Aprile italiano”, scritto dopo un soggiorno a Salò
sul lago di Garda. Nel quadro di una riflessione lunga alcuni anni, 1928-1932,
sulla esperienza e la percezione dello
straniero – “Mancherlei Fremde”, “Traum von einer Sache” e “Erfahrung der
Grenze”. L’idea è che le percezioni sono diverse, tra Italia e Germania, quasi
ostili, ma le esperienze hanno molto in comune. Per la storia condivisa e,
sotto le differenze religiose e di mentalità, un comune senso del bello.
Uno scritto
degli anni dell’esilio in Svizzera, dopo l’arrivo di Hitler al potere,
“Venedigs italienische Nacht”, “forse il saggio più elegante e sereno”, mette
insieme “tutti gli elementi delle sue precedenti immagini di città: Oriente,
Gotico, Barocco e Teatrale si ritrovano qui nell’architettura, il carnevale, la
musica”, nelle “fantasie che il viaggiatore si porta con sé”.
Christina
Ujma, Zweierlei Porosität. Walter Benjamin und Ernst
Bloch beschreiben italienische Städte,
“Rivista di letteratura e cultura tedesca – Zeitschrift für deutsche Literatur un
Kulturwissenschaft”. Roma-Pisa, 2008, S. 67-64
Capri, Ischia, Positano, Napoli attirarono alla metà degli anni 1920, sulle orme dei russi anteguerra, con Gor’kij in testa, un qualificatissima presenza di scrittori e filosofi tedeschi: Ernst e Linda Bloch, sulla strada per il Nord Africa, Benjamin e Asja Lacis, Kracauer, Adorno, Alfred Sohn-Rethel, Kantorowicz. Non in gruppo ma neanche isolati: si conoscevano e si frequentavano. E prolungavano i soggiorni, per mesi, qualcuno per anni: la vita non è cara, e il fascino sorprendente, scriveva Benjamin a un amico, Richard Weissbach. I tedeschi poi erano di casa: il caffè della piazzetta, della famiglia Morgano, aveva preso un nome tedesco, “Zum Kater Hiddigeigei”, al gatto Hiddigeigei, il gatto nero che a Capri pontifica dall’alto di una torre nel poemetto “Der Trompeter von Säckingen” che August von Scheffel aveva scritto nell’isola nel 1853. E intato mantenevano, malgrado Goethe, il mistero, dietro il fascino, che per molta Germania è l’Italia. Furono, quelle, vacanze stanziali, che lasciarono tracce un po’ in tutti – con l’eccezione forse di Kantorowicz: “Questa costellazione caprese si sarebbe mostrata straordinariamente produttiva: non soltanto tirò fuori molti saggi, ma una eco sfaccettata se ne ritrova in ulteriori lavori dei protagonisti”. Per Benjamin il soggiorno caprese aprirà un filone, di riflessioni e di scritti – le “Immagini di città”, come Peter Szondi intitolerà nel 1963 la raccolta dei suoi saggi sulle città, nella quale “Napoli” viene per primo.
Porosità è termine geologico, della materia di cui è fatta Napoli, il tufo. E - nell’accezione di Asja Lacis che l’avrebbe coniato, attrice di teatro, regista, scenografa – architetturale: la contiguità o commistione di elementi architettonici diversi, portale, cortile, scalone, ballatoio, balcone. Nonché sociale: commistione di attività e di ceti sociali, ricchi e poveri, colti e ignoranti, lusso e lerciume. Per E . Bloch, che ci ripenserà qualche anno dopo, in “Aprile Italiano”, è solo questo: “Essa significa nient’altro che una mescolanza del basso con l’alto e dell’alto col basso”.
La porosità è “di due specie”, spiega Ujma, nelle descrizioni delle città italiane che fanno Benjamin e E. Bloch. Per Benjamin è l’informe e l’informalità: l’adattabilità. Per E. Bloch, che il concetto di “porosità” estende a tutta l’Italia, è la non classicità, di Napoli e del Sud. È anzitutto l’esterno come interno, “Italien und di Porosität”, 1926: “Dalla Piazzetta di Capri a Piazza San Marco a Venezia, l’Italia è cosparsa di tali saloni da festa, anzi da ballo, all’aperto. In queste piazze si mescola – è anzi in esse che si trova finalmente a casa – il caldo riparo degli interni. Ma se si pensa che la porosità abbia a che fare solo col semplice rovescio di dentro e fuori, la strada di Napoli invece insegna come una città italiana possa uscire allo scoperto anche senza piazza; come sia la stessa caoticità della stanza a costruire una piazza nell’immagine della città”. La piazza per dire, evidentemente, la socievolezza, l’informalità - la “disinvoltura” di E. Jünger).
Questa caratteristica E .Bloch estende all’Italia tutta. Contro l’opinione corrente – allora come oggi, con i tanti discorsi ancora in corso sulla Magna Grecia – Bloch lega il Sud, e in qualche misura anche il Nord Italia, al bacino mediterraneo, al Nord Africa: “Il modo giusto per conoscere l’Italia è dal Sud”.
Uno scritto degli anni dell’esilio in Svizzera, dopo l’arrivo di Hitler al potere, “Venedigs italienische Nacht”, “forse il saggio più elegante e sereno”, mette insieme “tutti gli elementi delle sue precedenti immagini di città: Oriente, Gotico, Barocco e Teatrale si ritrovano qui nell’architettura, il carnevale, la musica”, nelle “fantasie che il viaggiatore si porta con sé”.
Christina Ujma, Zweierlei Porosität. Walter Benjamin und Ernst Bloch beschreiben italienische Städte, “Rivista di letteratura e cultura tedesca – Zeitschrift für deutsche Literatur un Kulturwissenschaft”. Roma-Pisa, 2008, S. 67-64
venerdì 2 ottobre 2020
Problemi di base - 597
spock
“Il
Bordeaux era meglio o peggio nel 1780, senza igp né doc”, J.P.Sartre?
“Gli
uomini stupidi&fatui\ non sono tutti necessariamente\tutti
stupidi&fatui”, J.Kerouac?
Perché
bisogna sempre fare la fila alle Poste?
Conviene
indebitarsi?
Conviene
indebitarsi, e comprare oro?
(Perché)
chi passa la giornata sui social è muto quando deve parlare?
Si
parla a distanza meglio che da vicino?
spock@antiit.eu
Se la tradizione è cativa
Scene belle, da documentarista
esperto quale è Roccati. Per una storia di resistenza agli inquinatori. Una
storia semplice. Del contadino, vedovo inconsolabile, padre di una figlia
problematica, che con lei deve affrontare un’odissea terrestre per aver
resistito agli inquinatori, per cui vediamo la Lucania quale è, fascinosa,
ordinata e pulita, per finire poi vittima degli inquinatori, una morte che
libera dalla figlia dai suoi diavoli interiori. Ma anche ambigua. L’ambiguità
della storia è data dalla localizzazione gridata dal titolo: la Lucania.
Violenta, anche il padre lo è, di linguaggio cupo e chiuso. E ancora immersa
nella stregoneria, nera e bianca – la musica.
Una storia di tutti, siamo tutti
contro l’inquinamento, benché localizzata, sarebbe stata più accetta, mentre così
sembra un attacco polemico. Che un mondo moderno accula alla durezza familiare,
la stregoneria, la violenza sull’ambiente e sugli uomini – nel mentre
che dice i briganti storici combattenti
di libertà. La tradizione non è bella se è cattiva.
Il film si vede su Sky perché
all’uscita, ancora in stagione, a giugno 2019,
è andato deserto - visto da tre-quattromila spettatori, tutti in Lucania,
la curiosità della prima uscita, e subito uscito dalle sale. È difficile trangugiare
un mondo fantastico e favolistico che si pretende reale, da denuncia sociale.
Gigi Roccati, LUCANIA –Terra Sangue e Magia
Iscriviti a:
Post (Atom)
