sabato 28 novembre 2020
Cronache dell’altro mondo (82)
Si chiama guerra dei droni il programma di “assassinii selettivi”, di terroristi e altri nemici: 583
attacchi, secondo il Bureau of Investigative Journalism, dieci volte più, in
tre anni, degli attacchi aerei segreti selettivi di Bush Jr, il predecessore di
Obama, in sette anni. Con molte vittime “casuali”, cioè civili: fra 384 e 807.
Secondi pensieri - 435
zeulig
Auschwitz - Il silenzio di Dio Camus l’aveva sentito
nel 1944, nel “Malinteso”. Era nell’aria, non si può darne colpa ai tedeschi?
Dio
–
Indubbiamente è la causa di più atrocità e morti al mondo dacché il mondo esiste,
di morti precoci, assassine, in massa, innocenti – la statistica è impossibile,
ma non c’è paragone tra il nome di Dio e altri nomi o cause di morti e conflitti.
Senza sua colpa, chi lo sa, sono gli uomini che hanno ucciso e uccidono in nome
suo, ma c’è altro Dio?
“Imagine
there is no heaven” è John Lennon di cui si ricorda la morte, giusto il cielo
sopra di noi, e niente inferni là sotto. E anche “immagina non ci siano
nazioni”, e niente religioni, né “possessions”, né bisogni, non bisogni non
soddisfatti. Tutto questo sarebbe possibile, perché no, ma senza paradiso? Altrimenti
sarebbe tutto inferno, seppure senza nome, già a partire da oggi qui. L’ateo riflessivo
– che riflette sull’ateismo – se ne immagina uno di arcobaleni e prati verdi.
Dio, al fondo, resta una consolazione – che è parte della logica.
Filosofia
tedesca -
Si può leggere Wittgenstein (“Philosophische Untersuchungen”) e non trovare mai
un riferimento tedesco. Si dice che venisse da Schopenhauer, ma è l’esatto
opposto.
Si può leggere Anscombe, seicento pagine
di Anscombe, e non imbattersi in un tedesco. Un paio di righe al più per Kant,
ma niente Hegel, Schopenhauer, l’onnipresente Nietzsche. L’analitica è tosta,
ma è filosofia, e non si incontrano i poderosi filosofi dell’essere e della
storia, gli ordinatori, i sistemisti, tutti risolutori – roba da Marvel, Eroicomics.
E le facili sorprese dei rovesciamenti – la dialettica come egualizzatrice: la
vita è la morte, l’amore è l’odio, la passione è dolore, la vitalità inganno e
allucinazione – e Sofia Loren Tina Pica?
Heidegger – Il nichilista di
riporto Sartre alla fine ha trovato l’esserci delle cose, il Roquentin della
sua “Nausea” lo trova, nelle radici di un castagno ai giardinetti – ma come
avrà fatto a vederle, il castagno ha radici a fittone, non si sarà trattato di
un pioppo, un platano, un ippocastano?
Lettura – “Un’amicizia pura e calma” è una delle
tante definizioni che Proust ne dà – questa in “Journées de lecture”, 66. Con la
virtù del silenzio – l’amicizia non ha bisogno di dichiararsi.
Mercato – È il regime dell’incertezza. Si dice
della sfida, ma è un gioco aperto, in campo libero, senza avversari, o allora
tutti avversari – senza un avversario diretto, né una disciplina o un torneo
regolati.
È un gioco per
eccellenze, non di massa. Le masse sono necessarie al mercato, ma come
subordinate – anche carne da macello.
Si vuole il
mercato egualizzatore delle opportunità – l’egualizzatore migliore possibile. Ma
si basa sugli hedge funds,
speculazioni che intendono annullare il rischio moltiplicando i rischi. Basati
cioè sulla moltiplicazione dell’incertezza. Che senso ha la moltiplicazione
della ricchezza mondiale che
è un gioco di
specchi? La razionalità della confusione.
Risparmio – Risparmiare ha una duplice funzione: mettere
fieno in cascina per l’inverno (il futuro incerto) e accumulare (per
orgoglio, potere, ostensione, o per la famiglia, stante il diritto all’eredità).
Questa seconda funzione attiva oggi un po’ meno, in epoca di singletudine, e
d’incertezza costituiva nel regime del mercato – il mercato è il regime
dell’incertezza. Ma per questo stesso motivo più attivo nella prima funzione,
anche se con scarso beneficio o addirittura, oggi, a un costo – si risparmia in
perdita. L’alternativa è il consumo, stigma sociale e di beneficio incerto,
anche in temperie edonista, epicurea. Le
società progrediscono (accrescono, migliorano, egualizzano) nell’equilibrio tra
risparmio e consumo.
Oggi il
risparmio in Italia (liquidità) supera il valore della produzione annuale, e
questo è un indicatore dissolutore: espressione e fattore d’incertezza, una
spirale negativa. Analogo lo squilibro sul debito. Il debito mondiale oggi è
calcolato nel 365 per cento del pil mondiale, tre volte e mezzo la ricchezza
prodotta. Praticamente impagabile. Il costo annuo di questo debito erode quote
crescenti, presto insostenibili, del pil stesso, della ricchezza che si riesce
ancor a promuovere. Un’economia senza senso, poiché non ha basi. Del tipo che una
volta – ancora ieri – si programmava col retropensiero che qualcuno avrebbe pagato
che non siamo noi. Ma ora che è così sovrabbondante?
La “teoria
monetaria moderna” vuole il debito pubblico un non debito: gli Stati non
possono diventare insolventi sul debito da loro emesso nella loro valuta. E che
potrebbe finire nell’inflazione. Se non che l’inflazione, la perdita di valore
della moneta che lo Stato liberamente emette, azzera il debito ma anche i
crediti. Che per la massa dei suoi cittadini sono il risparmio.
C’è una che d’irragionevole
nella logica dell’economia lasciata a se stessa – “triste scienza” – quando opera
su presupposti sbagliati, oggi il liberismo. Che la libertà, anche di stampare moneta,
vuole illimitabile. Non c’è mai stata accumulazione – accrescimento della
ricchezza – senza risparmio – rinuncia oggi al consumo, alla spesa. In tuta la
storia, di tutte le civiltà. E più per quelle ostensive, basate sul grandioso,
il ricco, il lussuoso, il raro – anche se i valori di scarsità sono soggettivi.
Sentimenti - La
compassione è rimessa in circolo dal papa, la consolazione è terra incognita, “l’immaginazione
per una teoria delle emozioni” è scarna riflessione, la prima delle tante, di Sartre
al debutto. L’“altra conoscenza” è ferma a Adam Smith – anche a Kant, ma Smith
è più preciso. Oggi si ricompatta sotto il termine frusto di “empatia”. Una
volgarizzazione che fa letame dei sforzi cognitivi in materia di Husserl e della
sua allieva Edith Stein - oggi santa, patrona d’Europa, con Caterina da Sema e
Brigida di Svezia. Delle riflessioni già avanzate ma presto interrotte sull’Einfühlung, il potenziale
comunicativo, il pensiero che non pensa. Il complesso di sentimenti, risentimenti,
eredità linguistiche che fanno la vita di relazione. Memoria, radicamento,
sensibilità, fantasia – “un’esperienza vissuta originaria, la quale non è stata
vissuta da me, e tuttavia si annunzia in me”, E. Stein.
Storia – È anche una furbata. Heine dice “lo
storiografo, il profeta retrospettivo”. La storia è la scienza di ricostruire
il passato, su fondamenta profetiche.
SS – Un corpo
religioso? “Simili formazioni procedono necessariamente da un’ispirazione
religiosa” - spiegava Simone Weil nel 1942 al generale de Gaulle proponendo le
“infermiere di prima linea” - le SS con l’“eroismo della brutalità”, come i
parà e gli altri gruppi scelti di Hitler: “Non nel senso dell’adesione a una
Chiesa determinata, in un senso assai più difficile da definire ma al quale solo
questa parola è adatta. Ci sono circostanze in cui tale ispirazione costituisce
un fattore di vittoria più rilevante di quelli militari in senso stretto”.
Hitler vinceva perché sapeva quanto il fattore morale è decisivo nella guerra
ideologica: “Non che l’hitlerismo meriti il nome di religione. Ma è senza
dubbio un surrogato di religione, e questa è una delle cause principali della
sua forza”. Avere soldati “animati da una diversa ispirazione rispetto alla
massa dell’esercito, un’ispirazione che somiglia a una fede”.
zeulig@antiit.eu
Il giallo indigesto
Formidabile avvio, dell’anziano solitario
a Milano alle prese con la massa quotidiana di truffatori che gli tocca
fronteggiare – che il mercato ha imposto a ognuno di noi: telefoniste minacciose,
con offerte prodigiose per gas, luce, telefono, lettere iperboliche di premi
vinti, visitatori che vogliono leggere la bolletta della luce, premi a josa,
basta pagare un fee, lettere – solitamente
africane – con offerte finanziarie da sballo, e il vecchio armentario di richieste
di un obolo, per ciechi, africani, orfani. Al quale invece fa visita proprio il
commissario di Polizia antitruffa. Ma poi non se ne fa nulla, lo svolgimento è
svogliato. I fatti si accavallano mostruosi senza cogenza, come per buttare il
racconto in faccia al lettore: te ne sparo una ancora più grossa? Senza
convinzione, da autore disappetente per indigestione. O per non amare la suspense
– sfiducia, stanchezza.
Sembra essere la ricetta delle raccolte
Sellerio, di gialli per l’Estate, Natale, Capodanno, Un anno in giallo (questo racconto
è di “Un anno in giallo” 2017). Dell’editore principe, peraltro, del genere.
Come se i suoi autori si acconciassero al racconto di malavoglia – ma il racconto
breve è la spia del buon racconto.
Il meglio di questo Recami,
fiorentino a Milano da una vita “per lavoro”, è Milano. Sotto una coltre di luce
gialla – non si trova un autore non milanese che ne parli con entusiasmo. Con
un omaggio a Santo Piazzese, e ad Amanda Colombo. E una nota sballata dell’autore,
che promette “compagnie aeree e aree di servizio” che qui non ci sono, e una “scenetta
del cane che ha sete” (attribuita ad Amanda Colombo – la libraia di Legnano?) anch’essa
assente.
Francesco Recami, Ottobre in giallo a Milano, LA STAMPA +
la Repubblica, pp. 46 gratuito col quotidiano
venerdì 27 novembre 2020
Ombre - 539
“Dentro
i problemi del modello lombardo: medici di base difficili da trovare, Covid
hotel in ritardo, cure domiciliari insufficienti”: a dieci mesi dalla peste –
si dice “modello lombardo” ma si intendono le centinaia di migliaia di contagi,
soprattutto dopo l’estate, tra ottobre e novembre, 260 mila positivi in cinque
settimane, non male, e le diecine di miglia di morti nella regione - il “Corriere
della sera” comincia a porsi qualche dubbio. Poi dice che la gente non compra i
giornali.
Non
è un mistero a Roma che c’è corruzione tra i Vigili Urbani, dell’annona, della
viabilità, dell’igiene. Tanto che la stessa sindaca Raggi non può non occuparsene,
dopo che per cinque anni, quasi, ha fatto finta di nulla. Non senza ragione: il
suo predecessore, Ignazio marino, fu
costretto a dimettersi per avere osato provare a regolamentare “Roma Capitale”,
come pomposamente il servizio si chiama: il Pd di Roma andò dal Notaio per
rimettere il mandato elettorale in consiglio comunale e costringere il suo sindaco
a dimettersi.
“«Veto
fiscale» dei 5 Stelle sulla via delle nozze Unicredit-Mps”. I 5 Stelle sanno
cos’è Mps? Quanto è costata ai risparmiatori e allo Stato - una ventina di
miliardi, finora, cifra ardua pure per Paperone? I 5 Stelle sanno cosa è una
banca? I più votati dagli italiani.
Roma e Lazio, i club di calcio, hanno già a Roma – potrebbero
avere con un solo cenno – uno stadio di proprietà, l’Olimpico e il Flaminio. Con
molte infrastrutture annesse per il merchandising. Ben serviti dai trasporti.
Centrali, quindi utilizzabili nei giorni infra-partite. Ma non li vogliono: vogliono
una struttura nuova, fuori città: vogliono gli stadi per “valorizzare” certe
aree, con grosse cubature, lasciando le spese di urbanizzazione alla municipalità.
Lo stesso tentativo che fu fatto a Firenze da Della Valle, con la
giunta ex Pci, e poi con Renzi sindaco: conurbare e urbanizzare una vasta area
edificabile.
È la ricetta spagnola: Real Madrid e Barcellona sono diventati potenze
finanziarie grazie a gigantesche operazioni immobiliari – esentasse – di cui le
municipalità delle due capitali li dotarono. Ma questo non si dice. Non si sa,
non si capisce, non si deve dire?
“Le
scuole vanno aperte. O per i ragazzi sarà un massacro”. Lo dice Agostino
Miozzo, che coordina il Comitato Tecnico Scientifico che assiste il governo
contro il contagio. Bastava, dice, scaglionare gli ingressi a scuola, e predisporre
mezzi di trasporto aggiuntivi per l’ora di ingresso e quella di uscita dalle
scuole. Le scuole si sono organizzate, i trasporti no. Cioè i sindaci e il
governo, la politica.
E
il Cts che ci sta a fare - a parlare un mese dopo la chiusura delle scuole? La
gestione del coronavirus sembra da sola un’allucinazione .
Marcello
Sorgi ha una faccia naturalmente simpatica, ma con un che di sfottente. A Salvini
da Barbara D’Urso su Canale 5 rimprovera le amicizie europee, l’ungherese
Orban, il polacco Morawiecki. Salvini ha buon gioco a rispondere che Orban siede
a Bruxelles con Berlusconi (e con Merkel, n.d.r., tra i Popolari, i Dc europei), e Morawiecki con “la” - alla
lombarda - Meloni. Sorgi balbetta, che gli costava informarsi? In un’arena in
cui la conduttrice applaude Salvini.
“Debiti
mondiali al 365 per cento del Pil”, titola “Il Sole24 Ore”. I debiti sono tre volte
e mezzo la ricchezza mondiale. Praticamente impagabili, il costo annuo di questo
debito erode quote crescenti, presto insostenibili, del pil stesso, della ricchezza
che si riesce ancora a promuovere. Un’economia senza senso, poiché non ha basi.
Del tipo che una volta – ancora ieri – si programmava col retropensiero che
qualcuno avrebbe pagato che non siamo noi,. Ma ora il debito che è così
sovrabbondante?
“È
la democrazia”, dice il senatore Nicola Morra a proposito dei calabresi che hanno
votato Jole Santelli, colpevole di essere poi morta: “Ognuno deve essere responsabile
delle proprie scelte: hai sbagliato, nessuno ti deve aiutare, sei grande e grosso”,
Santelli, grillino genovese, si fa eleggere in Calabria. Quindi ha ragione: la
stupidità esiste.
C’è
un linguaggio doppio in Italia sui media, per cui non si rilevano gli
investimenti italiani in Francia sabotati, per esempio quello di Fincantieri,
una vicenda grottesca di oltre quattro anni (ora se ne è impossessato il
Parlamento, che in Francia non conta niente, ma giusto per perdere tempo),
mentre si critica a più voci l’eventuale blocco per legge del raider francese Bolloré su Mediaset.
Si
magnificano anche gli investimenti italiani in Francia, superiori per numero a
quelli francesi in Italia, anche si tratta di piccole e minime acquisizioni, a
fronte dell’occupazione massiccia di gruppi francesi nelle banche, le
assicurazioni, l’alimentare, i media e altri settori sensibili, spazio, avionica, costruzioni ferroviarie, grande distribuzione. Si magnificano
con dati forniti dagli emissari francesi. Una volta si sarebbe detto che i francesi
compravano gli italiani, come fecero con Mussolini nel 1914. Ma forse si tratta
solo di massonerie, moto forti in Francia con Sarkozy, Hollande e Macron. E in
Italia?
In
tema, si segnalano i “Dialoghi Italo-Francesi per l’Europa”, forum della Luiss
con lo Studio Ambrosetti. Relatori Franco Bassanini, ex Sinistra Indipendente
(del Pci), poi presidente di un po’ tutto, per quali meriti non è detto, dalla
Cdp all’Ena, la superscuola francese per manager pubblici, membro delle maggio
associazioni di banche e assicurazioni. E l’ex ministra Severino, quella che
mandò in carcere Berlusconi. Su iniziativa di Gubitosi, ceo di Tim, l’uomo di Vivendi-Boloré.
Il tutto organizzato, pagato e concluso da Félicité Herzog, direttrice strategie
di Vivendi.
L’Organizzazione
mondiale della sanità apre un’indagine sulla pandemia da Covid. Un anno dopo averne ricevuto notizia. La
solita burocrazia internazionale, inutile. O è come dice Trump, che non vuole
dispiacere alla Cina.
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Fenomeno scienza
Un’idea niente male, il caso
umano naturalmente c’è per tessere le due ore di racconto, della bambina
violinista prodigio salvata dalla cecità, ma la trama si costruisce,
persuasiva, attraente, attorno alla decisione, alla determinazione, della
scienziata. Il ricercatore è uno che non si scoraggia mai, davanti a nessun
fallimento, insegna a Rita il suo professore, e del resto cos’ha da perdere?
Figlia del suo tempo, e quindi
per il riconoscimento di genere (avversa al matrimonio perché “le mogli non
lavorano”, come il padre le ha insegnato), e per i giovani, come l’epoca vuole.
Ma nulla di più in questo sceneggiato per accattivare la benevolenza: niente
amori, niente stravaganze, niente compagni fenomeni di studio, tra cui due
Nobel, Luria e Dulbecco, in sordina pure la questione ebraica, vissuta dalla
Nobel in gioventù con bizzarre vicende, se non per le sofferenze patite – e il
coraggio – del “suo” professore Giuseppe Levi, l’istologo, padre di Natalia
Ginzburg. Niente smancerie: un ritratto dello scienziato, monomaniaco –
nevrotico si direbbe, se Levi-Montalcini non si classificasse di professione
neurologa.
Negrìn per i suoi ottant’anni si
regala e ci regala un personaggio
effettivamente fuori dall’ordinario. Anche nei confronti del Nobel 1986 – “sono un premio
Nobel per la Medicina che non ha inventato una sola medicina”.
Alberto Negrìn, Rita Levi Montalcini, Rai 1
giovedì 26 novembre 2020
Ho visto Maradona
Invece che il “santo subito” va ora “ho visto
Maradona”. Col sottinteso, anche dei mangiamadonne professi. E la voglia viene di
associarsi al coro, avendolo di fatto visto Maradona, giocare, il folletto di tante imprese memorabili sul campo, anche sleali. Ma allora senza aureola. Fu all’infausto
Mondiale italiano, 1990.
Alla prima
a San Siro, Argentina-Camerun, l’inno argentino fu fischiato dai
milanesi, e questo rese Maradona subito, prima ancora del calcio d’inizio, più
simpatico – il pubblicò fischiò l’inno perché Maradona aveva fatto vincere al
Napoli qualche scudetto che le milanesi agognavano. Ma sul campo fece poco o
niente di buono, notevole solo per le proteste. L’arbitro francese Vautroux s’impegnò:
espulse due camerunesi, e diede sei minuti di recupero (fu per quei tempi, e
per molto tempo, un record). Ma non bastò: l’Argentina doveva andare a
passeggio e invece perse.
E capitò in semifinale all’Italia. Secondo
incontro, al San Paolo di Napoli, male illuminato, il campo stava in fondo come un catino
di dannati, era di luglio ma sembrava di gelo, e la tribuna stampa era invasa
da moltitudini, per lo più femminili, per lo più robuste, ce ne stavano due e
tre per postazione, accavallate, quando la tribuna si aprì ai giornalisti, per vedere anche loro Maradona. Non tifavano, ma non ci fu molto da tifare: un
tifo muto, minaccioso, due ore di silenzio, di paura. Nel catino seimilluminato
la zazzera di Maradona si distinse quella notte solo per la tipica tattica argentina, la
litigiosità - innervosire l’avversario, anche sulle rimesse laterali (gli argentini vanno affrontati come fece Gentile al Mundial 1982, senza chiacchiere). Finì male
per l’Italia, che senza Maradona aveva giocato sempre bene e col favore del
pubblico, ma poi anche per Maradona.
Nel mezzo c’è un Maradona per sentito dire,
dal direttore del “Vesuvio”, le notti d’inverno freddolose e solitarie in albergo in cui bisognava
coprire la chiusura del mega siderurgico di Bagnoli. Fu inevitabile che Maradona
capitasse in conversazione, e il direttore, che la stagione morta al tempo di
Maradona poteva riempire con un piano di argentini, parenti o consoci dell’asso,
ancora non si capacitava: “Vede, lì”, e accennava al piano ammezzato, dei bar e
salotti, “erano di casa i peggiori camorristi”. Non si capacitava che niente
succedesse, in quel viavai, nessun controllo, nessuna indagine. Magari per vero affetto per Maradona, per il Na.poli, per il calcio
Calvino pop
Una compilation, di frammenti per lo più, messi insieme per i membri
della setta. Ma buoni a chiedersi: quando è che la scrittura è significante.
Non quella ordinaria, o burocratica, o giornalistica, ma d’invenzione. E quanto
è libera l’invenzione, illimitata? A giudicare da molti frammenti, no.
Subito l’assurdo, il comico
dell’assurdo, che farà testo a Parigi negli anni 1950, Vian, Ionesco, Adamov e,
a quota intellettuale, Queneau, che Calvino sentirà di adorare. Il rifiuto
della politica, da ritroso, o “spostato”, misfit.
La guerra pure è già perfetta - la guerra come la vede Calvino, che è come la
vede in contemporanea, all’insaputa di Calvino, Fenoglio – nell’apologo del
1946 o 1947, “Come un volo d’anatre”: insensata. L’ultimo e più famoso apologo,
“La gran bonaccia delle Antille”, 1957, mette in scena la politica come la
vedeva il Pci, anche se Calvino ne era uscito: la Dc e il Pci si fronteggiano
come nel Cinquecento l’Invincibile Armada e la flottiglia dell’“ammiraglio
Drake”, senza però un gesto ostile, in assenza di vento. L’unico testo che
Calvino stesso riprenderà, nel 1979, riproponendolo come il racconto
dell’“immobilismo”.
C’è molto e c’è poco in questa
raccolta di testi sparsi. Minori, se Calvino stesso non li ha ripresi. Ma del
tempo in cui era felice di raccontare, non
se ne vergognava, e la lettura ne beneficia. Collazionati da Esther Calvino,
la vedova, rintracciati tra le carte sparse, alcuni non pubblicati, altri
pubblicati su riviste non accessibili e non ripresi da Calvino successivamente,
una trentina abbondante di testi.
“Si scrivono apologhi “in tempo d’oppressione”
è la “presentazione” del 1944 – un breve scritto “presumibilmente all’inizio del 1944”. Ma gli
apologhi sono due o tre, sugli undici “pezzi” datati tra il 1947 e il 1958.
Aprono la raccolta otto “raccontini giovanili”, degli anni di fine guera,
1943-1945. La completano quattordici
racconti e dialoghi.
Citati, di cui si riporta la
recensione, è entusiasta soprattutto di quest’ultima sezione, testi scritti e
pubblicati tra il 1968 e il 1984. Che trova di “una fantasia lussureggiante
che non ha nulla dell’ars combinatoria”,
il tasto su cui più pigiava Calvino in quegli anni, “ma è sempre quella
generosa immaginazione naturale, quella fecondità polimorfa e quasi vegetale,
che egli ha avuto in dono nascendo”.
Alla rilettura non si direbbe. Ma
forse c’è di più. Una inventiva e una verbalità straordinarie nei primissimi
racconti. E un ritratto dello scrittore da picolo che forse fa testo, alle pp-46-7:
“Da bambino vivevo in una grande villa….” - un bambino “solitario”, per il
quale “ogni cosa era uno strano simbolo”, le cose essendo esclusiva dei grandi,
“le vere cose” (“Io no dovevo fare altro che scoprire nuovi simboli, nuovi
significati. Così sono rimasto tutta la vita, mi muovo ancora in un castello di
significati, non di cose”). Con una fase pop,
prima di passare alla non-narrazione: “L’incendio della casa , “La
decapitazione dei capi” – alla Baricco, come sarà poi.
C’è di tutto. Anche un Casanova
noioso. E una celebrazione a sorpresa del
fordismo: lavoro per tutti e salari più alti
(questa scoperta aveva esilarato Céline già nei tardi anni 1920, da
sinistra, da funzionario di quella che sarà l’Organizzazione mondiale della
sanità) – compreso l’antisemitismo, la polemica contro i signori del denaro. Formidabile
addetto stampa, sia detto en passant,
Calvino sarebbe stato, sempre persuasivo: l’America emerge come un’utopia, un’avventura
intellettuale, da mondo pregiudizialmente nemico ma forse sono ignoto-ignorato
– la “scoperta dell’America” è stata la “caduta da cavallo” per molti
trinariciuti. Nelle “interviste impossibili”, “L’uomo di Neanderthal” sceneggia
Darwin, “Montezuma” la casualità della storia.
Il racconto del titolo, sull’avvio
della comunicazione interurbana automatica, si adatta a oggi, alla popolazione attaccata
al cellulare, “tanto più quanto meno ha da dire”.
Italo Calvino, Prima che tu dica «Pronto», la
Repubblica, pp. 270 € 8,90
Subito l’assurdo, il comico dell’assurdo, che farà testo a Parigi negli anni 1950, Vian, Ionesco, Adamov e, a quota intellettuale, Queneau, che Calvino sentirà di adorare. Il rifiuto della politica, da ritroso, o “spostato”, misfit. La guerra pure è già perfetta - la guerra come la vede Calvino, che è come la vede in contemporanea, all’insaputa di Calvino, Fenoglio – nell’apologo del 1946 o 1947, “Come un volo d’anatre”: insensata. L’ultimo e più famoso apologo, “La gran bonaccia delle Antille”, 1957, mette in scena la politica come la vedeva il Pci, anche se Calvino ne era uscito: la Dc e il Pci si fronteggiano come nel Cinquecento l’Invincibile Armada e la flottiglia dell’“ammiraglio Drake”, senza però un gesto ostile, in assenza di vento. L’unico testo che Calvino stesso riprenderà, nel 1979, riproponendolo come il racconto dell’“immobilismo”.
C’è molto e c’è poco in questa raccolta di testi sparsi. Minori, se Calvino stesso non li ha ripresi. Ma del tempo in cui era felice di raccontare, non se ne vergognava, e la lettura ne beneficia. Collazionati da Esther Calvino, la vedova, rintracciati tra le carte sparse, alcuni non pubblicati, altri pubblicati su riviste non accessibili e non ripresi da Calvino successivamente, una trentina abbondante di testi.
“Si scrivono apologhi “in tempo d’oppressione” è la “presentazione” del 1944 – un breve scritto “presumibilmente all’inizio del 1944”. Ma gli apologhi sono due o tre, sugli undici “pezzi” datati tra il 1947 e il 1958. Aprono la raccolta otto “raccontini giovanili”, degli anni di fine guera, 1943-1945. La completano quattordici racconti e dialoghi.
Citati, di cui si riporta la recensione, è entusiasta soprattutto di quest’ultima sezione, testi scritti e pubblicati tra il 1968 e il 1984. Che trova di “una fantasia lussureggiante che non ha nulla dell’ars combinatoria”, il tasto su cui più pigiava Calvino in quegli anni, “ma è sempre quella generosa immaginazione naturale, quella fecondità polimorfa e quasi vegetale, che egli ha avuto in dono nascendo”.
Alla rilettura non si direbbe. Ma forse c’è di più. Una inventiva e una verbalità straordinarie nei primissimi racconti. E un ritratto dello scrittore da picolo che forse fa testo, alle pp-46-7: “Da bambino vivevo in una grande villa….” - un bambino “solitario”, per il quale “ogni cosa era uno strano simbolo”, le cose essendo esclusiva dei grandi, “le vere cose” (“Io no dovevo fare altro che scoprire nuovi simboli, nuovi significati. Così sono rimasto tutta la vita, mi muovo ancora in un castello di significati, non di cose”). Con una fase pop, prima di passare alla non-narrazione: “L’incendio della casa , “La decapitazione dei capi” – alla Baricco, come sarà poi.
C’è di tutto. Anche un Casanova noioso. E una celebrazione a sorpresa del fordismo: lavoro per tutti e salari più alti (questa scoperta aveva esilarato Céline già nei tardi anni 1920, da sinistra, da funzionario di quella che sarà l’Organizzazione mondiale della sanità) – compreso l’antisemitismo, la polemica contro i signori del denaro. Formidabile addetto stampa, sia detto en passant, Calvino sarebbe stato, sempre persuasivo: l’America emerge come un’utopia, un’avventura intellettuale, da mondo pregiudizialmente nemico ma forse sono ignoto-ignorato – la “scoperta dell’America” è stata la “caduta da cavallo” per molti trinariciuti. Nelle “interviste impossibili”, “L’uomo di Neanderthal” sceneggia Darwin, “Montezuma” la casualità della storia.
Il racconto del titolo, sull’avvio della comunicazione interurbana automatica, si adatta a oggi, alla popolazione attaccata al cellulare, “tanto più quanto meno ha da dire”.
Italo Calvino, Prima che tu dica «Pronto», la Repubblica, pp. 270 € 8,90
mercoledì 25 novembre 2020
Cronache dell’altro mondo – separato (81)
Scott Thurow, sempre in tema di “due Americhe”
- “La Lettura”, 22 novembre: “Posso affermare che,
anche se il cliché delle «due» Americhe è rozzo e troppo semplicistico, è
spesso anche sorprendentemente accurato”. E ne dà esempio di cose viste e
ambienti vissuti, in Florida d’inverno, tra i pensionati ricchi di Naples, a
casa a Evanston, vicino Chicago, sede della Northwestern University, in un
quartiere liberal, affluente, integrato,
e per qualche settimana, per il raccolto (venti acri boschivi, di cui Thurow ha
mantenuto la proprietà), nel Wisconsin, proprio a Kenosha, che è stata al
centro dei tumulti razziali quest’anno - un mondo chiuso, questo, non solo agli
immigrati: “Non amano gli insediamenti recenti, e la gente di città come noi.
Sono trent’anni che abbiamo questa casa e nel raggio di due miglia conosco solo
quattro famiglie”.
Le due Americhe sono divise
dalle armi, tra chi ne usa e abusa, grazie alla decisione della Corte Suprema
nel 2008 che sancisce il diritto alla difesa personale, e chi no – ma anche i Thurow
ultimamente si sono armati. E dalle abitudini alimentari: “Si riesce a predire
in modo piuttosto preciso la composizione politica di un distretto vedendo se
in esso ci sono più Whole Foods, i supermercati di alimentari biologici, di
proprietà Amazon, o Cracker Barrels, le catene di ristoranti che servono cucina
campagnola”. Semplice: “Le nostre fazioni politiche derivano da culture
distinte, con interazioni limitate”.
Arthur Ashe, grande tennista degli ani 1970, Stan
Smith che nei primi 1970 vinceva gli slam,
lo ricorda così con Gaia Piccardi sul “Corriere della sera”: “A Houston non gli
permisero di entrare in spogliatoio in quanto nero: lui si cambiò nel
corridoio, e giocò, senza un lamento. Non era accettato ma accettava le
diversità”.
Ashe Stan Smith lo ricorda ancora così: “Marciò
a Washington contro le ingiustizie, studiò perché sapeva che l’istruzione era
vitale. Un leader nato”.
Pavese era un altro
Duecento pagine di paratesto - l’ambientazione d’epoca di Angelo d’Orsi, storico della cultura, l’introduzione
corposissima di Francesca Belviso, l’ultima, e da qualche anno unica,
pavesiana, una nuova testimonianza di Lorenzo Mondo, che per primo pubblicò il
taccuino, nel 1990, alcune delle reazioni a quella prima pubblicazione, di
Natalia Ginzburg et al., scandalizzate o esplicative, i
fac-simile del taccuino - per ventinove foglietti sparsi, scarsamente riempiti,
due-tre frasi per foglio, denominati editorialmente “diari segreti”, “intimi”,
eccetera, espunti dai diari postmortem,
“Il mestiere di vivere”, perché dubbiosi, sulla guerra, il fascismo,
l’antifascismo, in un paio di punti anzi critici, di un antifascismo imbelle. Una
riesumazione alla ricerca di un succès de
scandale, certo. Ma quanto queste poche note non propongono di una diversa
lettura, storica e non politica, della guerra, e del nazifascismo? Pavese, si
dice, non aveva senso politico, ma aveva bene il fiuto della storia, e il
metro.
Un paio di appunti
tentano di leggere la storia, della “guerra dei dittatori invece che dei popoli”.
In altri Pavese apprezza chi combatte e muore in guerra, compresi quelli di
Salò (del Mussolini di Salò apprezza anche il programma), mentre lui se ne sta
a “rivedere bozze”. Riflette anche sull’opzione di farsi volontario in guerra, siamo
tra il 1942 e il 1943, per dirsi poco animoso. L’idea di portarsi volontario
nella guerra d’Abissinia era stata della sorella Maria, un modo per uscire dal confino
a Brancaleone in Calabria, la “morte civile” – sarà poi scelta la domanda di
grazia, che portò alla liberazione, era passato un anno dei tre della condanna.
Sarà Maria a dare nel 1962 il taccuino a
Lorenzo Mondo. Mondo ne parla con Calvino, lasciandogli l’autografo, che andrà
perduto. Ma ne aveva fatto una fotocopia, che ritrova nel 1990, e pubblica su
“La Stampa”, con l’assenso delle nipoti dello scrittore, Cesarina e Maria
Luisa.
La pubblicazione è un
torto alla memoria dello scrittore? Sembra più la chiave per arrivare a una
personalità complessa. Pavese emerge da questa e altre pubblicazioni, nonché
dalle (rare) revisioni critiche (non è più amato dagli studiosi: troppo asintotico?),
un gigante della cultura e della scrittura dei suoi anni. Non lo scribacchino dimesso
e l’impiegato delle poste alla Grande Cultura einaudiana, quale lo si
tratteggia. Pavese è morto di 42 anni, quella che lascia è una produzione
immensa, di scrittura e di politica editoriale.
Il taccuino confligge
col mito della Resistenza. Che è incontrovertibile, l’Italia in qualche modo
abbandonò il fascismo nel 1943. Ma va applicato con juicio, può essere grottesco. In un paese comunque a larga
componente fascista – anche dopo l’abbattimento di Mussolini e l’instaurazione
della Repubblica, di obbedienza volentieri “cieca e assoluta”, solo cambiando,
in parte cospicua, bandiera. Di Pavese, a valle di questo “taccuino”, altri
scritti intanto si cominciano a proporre, che ne fanno un altro, gli danno
spessore. La traduzione, impervia ma cocciuta, della “Volontà di Potenza” di
Nietzsche - della compilation nietzscheana
di Elisabeth Forster-Nietzsche. Con uno
studio “matto e severo” del tedesco solo per il gusto di poterla affrontare, tale
fu l’entusiasmo. Per l’Amor fati che ricorre nel “Taccuino” - “ci vuole l’amor fati di Nietzsche”: “Perché nel
’40 ti sei messo a studiare il tedesco? Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale
(Pavese aveva vissuto a lungo di traduzioni, dall’inglese, oltre che di supplenze
d’insegnamento, anche di inglese, n.d.r.) era l’impulso del subcosciente e entrare
in una nuova realtà. Un destino. Amor fati”.
E la tesi di laurea su Walt Whitman, pubblicata due anni fa, “Interpretazione
della poesia di Walt Whitman”.
La tesi – questa è la
parte nota, canonica, della biografia di Pavese – fu rifiutata dal relatore,
Federico Oliviero, perché improntata a estetica crociana, e quindi “scandalosamente
liberale per l’età fascista”, come dice wikipedia. La recuperò Leone Ginzburg, coteaneo
di Pavese (più giovane di un anno) e già docente di russo, con cui il futuro
scrittore era in sintonia in politica, liberalsocialista, che gli trovò come relatore
Ferdinando Neri, titolare di Letteratura francese – un cattedratico ben
addentro nelle gerarchie fasciste, all’Istituto nazionale di cultura fascista e
all’Accademia delle scienze. È già in Whitman, nella lettura di Whitman, il
riferimento del taccuino alla “nazione” come comunità si sangue, di guerra (“Forse
il vero difetto di noi italiani è che non sappiamo essere atroci”): la guerra è
nel naturalista Whitman “la triste e insieme corroborante necessità del
pioniere”.
Una quercia. Molto di
Pavese evidentemente è da scoprire, a partire dai tagli ai diari, pubblicati
dopo la morte come “Il mestiere di vivere”. Ma un quercia solitaria. Sembra
impossibile che uno lavori per sedici anni in un’azienda, sempre al centro
dell’attività, fin dagli inizi, e sia uno isolato, ma è il suo caso, di uno che
non era abbastanza, in ogni piega degli eventi, del “partito”, affidabile, “in
linea”.
La morte di Giaime
Pintor, compagno apprezzato di lavoro in Einaudi, citata in nota come un fatto
specialmente doloroso, introduce anche la dimensione bellica e politica che ancora
non si vuole recuperare del fascio-nazismo, che va ben oltre gli interrogativi
di Pavese. Giaime Pintor, giovane germanista, partecipava ancora nell’ottobre
1942 alla conferenza annuale a Weimar
dell’Unione degli scrittori europei voluta da Goebbels, con Baldini, Cecchi,
Falqui e il germanista Farinelli per la parte italiana. Un po' come si tenevano ancora i Littoriali annuali della Cultura, con giovani entusiasti. La storia non cambia, non è da rivedere il giudizio storico su fascismo e comunismo, ma fino al 1942 la guerra la avevano vinta.
Resta della pubblicazione, al di là delle poche annotazioni problematiche del diario, una impressione netta che di Pavese è da rifare la storia, della persona come dello scrittore. Una biografia compiuta non se ne conosce, resta solo il santino Einaudi, del funzionario editoriale operoso, innovativo, vigile, triste, impacciato nei rapporti umani. Mentre quello che si sa, benché poco, va in altro senso. Un provinciale che ha scalato tutti i dossi di autostima, per quanto impervi, da subito, appena sbarcato a Torino, negato alla politica, senza colpa (e perché?), un gran letterato, prima angloamericanista, con scelte felici, poi germanista, uno curiosissimo e coltissimo, uno scrittore dalle molteplici vene, classico, agreste-contadino, urbano-borghese, internazionale, un piemontese che stava bene a Roma, eccetera. E sul piano editoriale, anche, uno che rifiutò Primo Levi, e molti altri, originando un asfittico catalogo letterario Einaudi - solo da Calvino poi rinsanguato (malgrado Vittorini). Pavese è un altro.
Cesare Pavese, Il taccuino segreto, Aragno, pp. CXXVI+129 € 25
martedì 24 novembre 2020
Problemi di base (608)
spock
“Se
ci si offrisse l’immortalità sulla terra, chi accetterebbe questo triste dono”,
Rousseau?
“Non
abbiamo un giorno in più nella nostra vita senza avere, al contempo, un giorno
in meno, vivere è morire”, F. Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”?
“Ce
ne sono infiniti, di infiniti”, F. Pessoa, “Faust”,
“Non
si evade dall’ieri”, Samuel Beckett?
“Unica
legge è la mancanza democritea di ogni legge”, Thomas Mann?
“Ti
amavo incostante, che avrei fatto fedele”, Racine, “Andromaca”?
spock@antiit.eu
Misterioso Platone
“La pratica del testo filosofico,
dapprima nel contesto scolastico e poi nel percorso del singolo lettore, non
gode in Italia di particolare fortuna”. Nemmeno altrove veramente. La premessa
è sincera, ma tanto più suscita curiosità – perplessità – la promozione del
giornale attraverso un’antologia di filosofia. Il primo tassello di una vera e
propria storia e antologia della filosofia europea, che con cadenza settimanale,
per 45 uscite, un anno, arriverà fino a Deleuze. Una scommessa, un atto di
coraggio, un’imprudenza?
Distribuire gratuitamente 270 mila
copie, tante il “Corriere della sera” ne ha tirate oggi, di un’antologia di Platone
allargherà la platea dei lettori, o almeno la fidelizzerà, dopo anni ormai di
abbandoni? Oltre a essere opera promozionale, comunque benemerita, anche della
filosofia. O non si utilizza il quotidiano e l’edicola, per quanto entrambi in
crisi se non moribondi, per vendere libri a meno prezzo, sia pure indigesti
come possono essere quelli di filosofia? Il gadget
ha ucciso prima l’edicola e poi, in concorso con i social e la rete, il giornalismo.
Ma è un’opinione.
Un’antologia di Platone è semplice
e difficile. Semplice perché si può pescare in ben trentasei opere tramandate, corpus corposo, pur considerando che ha
vissuto in buona salute fino agli ottanta anni, e un lusso: ben 34 dialoghi
tramandati, più l’“Apologia di Socrate” e il volume delle lettere – prima di
Heidegger il corpus filosofico più
sostanzioso. Difficile perché il “padre della filosofia”, discepolo di Socrate il
saggio, maestro di Aristotele il logico, è - vuole essere - sfuggente. Discepolo,
oltre che di Socrate, anche di Cratilo (Eraclito) e di Ermogene (Parmenide). Contesta
i miti di cui abbondano Esiodo e Omero come “racconto del falso”. Ma di suo, postulando
correttamente la verità in movimento, la dialettica, fa un ricorso straordinario
al mito, in punti nevralgici del suo discorso. “Come un canale espressivo affine
all’oralità dei dialoghi, ma con la peculiarità di tradurre in immagini il
discorso articolato in concetti” (Radice) – tipo oggi la graphic novel.
Platone fra tutti si propone come
un ottimo inizio, popolare, stante l’esoterismo del suo insegnamento scritto. Non
nel senso della stranezza, ma della circolazione ristretta, orale, discutibile,
che riteneva l’unica buona, delle sue idee. Le quali, scritte, si fissano, pretendono
di fissarsi, con l’interminabile serqua dei cosa ha detto veramente Platone. Un
metodo buono anche per i semplici curiosi, non addetti: niente attrae più del
mistero.
Radice provvede un’ampia
introduzione alle tematiche di Paltone, e una nota biografica. L’antologia puntando
sull’“idea delle idee” - la parte forse meno attraente per un pubblico largo,
ma certo più onesta, platoniana: origine e carattere delle idee, Dio e il
mondo, la conoscenza, la natura umana, il principio oltre le idee. Quest’ultimo
ci rimane estraneo, perché non trasmissibile, non a giudizio del misterico Platone, non per iscritto. Ma non distante da concetto del Bene – e del Giusto
e del Bello – al vertice del mondo ideale. Il mondo delle idee e idealizzabile.
Consolante, forse.
Roberto Radice, Platone, Corriere della sera, pp. 206,
gratuito col quotidiano
lunedì 23 novembre 2020
Appalti, fisco, abusi (189)
Banco Bpm ritorna
dopo tre anni su un conto corrente chiuso inviando una lettera dettagliata con
allegato un assegno. L’oggetto è “comunicazione rimborso”: “Dalle analisi e dai
riconteggi fatti sul rapporto a suo tempo aperto presso la nostra Banca, è
risultato un credito suo favore”. L’assegno è di € 0,15 (quindici centesimi).
La causale è: commissione per bonifici.
Efficienza? Gli soverchiavano quindici centesimi, dopo tre anni? Non potevano chiudere la contabilità? Nessuno sorveglia la posta in uscita? E la emissione di un assegno, non genera altra contabilità? Si
capisce l’Abi, l’associazione delle banche, quando sostiene che le banche hanno
costi operativi troppo alti, che la redditività è un decimo di quelle francesi.
Roma e Lazio, le
società calcistiche, hanno già a Roma – potrebbero avere con un solo cenno –
uno stadio di proprietà, l’Olimpico e il Flaminio. Con molte infrastrutture
annesse per il merchandising. Ben serviti dai trasporti urbani. Centrali,
quindi utilizzabili nei giorni infra-partite. Ma non li vogliono: vogliono una
struttura nuova, fuori città: vogliono gli stadi per “valorizzare” certe aree, con
grosse cubature, lasciando le spese di urbanizzazione alla municipalità.
Si abbattono pini centenari
o poco meno lungo la via Appia a Roma per costruire una pista ciclabile. Nel quando
di un progetto di “Riqualificazione”. Che è invece una lunga catena di appalti,
che la sindaca Raggi deve affidare a ditte “specializzate”, cioè amiche dei 5
Stelle. Che non hanno nulla a che vedere con la mobilità, né naturalmente con la
riqualificazione – non si “riqualifica” eliminando la vegetazione.
Da quando è a
proprietà cinese niente più funziona in Wind – ex Infostrada ora WindTre. Né l’assistenza,
delocalizzata in Albania, liquidando i vecchi Infostrada-Enel. Né l’amministrazione,
che fattura a caso, non molto, un euro-due in più sullo stesso canone ogni paio
di bollette. Né il servizio tecnico: il cellulare è più volte nella giornata
offline, il fisso-internet senza linea. Prendi i soldi e scappa è la ricetta
asiatica, già coreana, ora cinese.
Cronache dell’altro mondo – razzista e non (80)
Filadelfia, l’ex capitale degli Stati Uniti, la capitale del business ferroviario che “fece” gli
Stati Uniti d’America, la città più
grande e la capitale “morale” della Pennsylvania, quella che nel 2016 ha
sancito la vittoria di Trump, e ora la sconfitta, Shelley Costa Bloomfield, biografa
di Poe, che vi trascorse gli anni più fertili e meno agitati, chiama “la cucina
dell’America” nel primo Ottocento, sempre prima in tutto – un po’ come Torino
in Italia. In mare la rivolta degli schiavi sulla nave spagnola “Amistad”, in
terra “primi parchi pubblici, scuole pubbliche, parafulmini, pompieri
volontari, assicurazione contro gli incendi, ospizio-laboratorio per i poveri,
ospedale, scuola di medicina, facoltà di legge, consultorio gratuito per i
poveri, compagnia teatrale, istituzione scientifica, spedizione Artica, Società anti-Schiavitù, Congresso
degli Stati Uniti”.
Ma è stata anche la città, al Nord degli Stati Uniti, dove il
sentimento anti-abolizionsita è stato forte, tanto quanto l’abolizionismo. La
Società Americana Anti-Schiavitù fu
fondata a Filadelfia, e all’inizio del 1838, celebrava la centomillesima
adesione. Ma in primavera, in reazione al matrimonio multiculturale, ampiamente
pubblicizzato, di Angelina Grimké, leader della Società Anti-Schiavitù, una
vasta folla a più riprese attaccò la Pennsylvania Hall, che era stata appena
inaugurata come luogo pubblico di discussione, finché non la rase al suolo,
malgrado la resistenza delle forze di polizia.
La fratellanza socialista, faziosa
L’antisocialismo degli ex Pci è
sempre vivo, una forma di imprinting del livore. Le librerie Feltrinelli
tuttora “non prendono” libri che in qualche modo facciano la storia del partito
Socialista, a meno che non siano i soliti trucidi repertori anti-Craxi. “La
Repubblica”, che per quarant’anni non ha smesso un giorno nel vituperio di ogni
cosa socialista, per quanto morta, dacché nel 1978 l’ex socialista Scalfari l’appaltò
al Pci, solo da poco ha capito che la guerra era finita, col film di Amelio –
un comunista legato al produttore socialista Saccà. Mauro, che “la Repubblica” ha
diretto per un ventennio dopo Scalfari, dal 1996, e sa quindi di che si tratta,
la prende sul leggero, quasi sul ridere. Il racconto che ha organizzato per il centenario
del Pci, l’anno prossimo, e si presentava pesante, ha alleggerito, in aneddoti e
scemenzuole – in certi punti sembrano cronache alla “Don Camillo”. In una prospettiva
sempre polemica, ma non pretestuosa: la chimera della solidarietà socialista.
Che è invece faziosità, assassina: la frenesia divisoria, un po’ trinariciuta (“nessuno
è più socialista-comunista di me”), un po’ bambinesca.
Uno scissionismo colpevole, che
ha lasciato l’Italia, unico paese a democrazia compiuta, occidentale, senza un partito
socialista. Di una sinistra politica del lavoro, dell’istruzione, della sanità,
della previdenza, del reddito dei cittadini meno fortunati o meno protetti, delle
masse. Mauro ne rappresenta il punto estremo, la scissione comunista nel 1921. Non
nel vuoto, in una fase storica in cui il fascismo si riorganizzava minaccioso, già
squadrista, dopo l’insuccesso al voto nel 1919. Il presupposto non è falso, e
quindi la lettura brillante non è falsata. Se non per la sottovalutazione della
carica dirompente che la rivoluzione bolscevica, perché ci fu una rivoluzione
bolscevica, esercitò in Italia, tra i socialisti italiani (Mussolini compreso) –
in Italia come in Germania.
A Mauro per vent’anni direttore
de “la Repubblica” si dovrebbe chiedere: da che pulpito viene la predica? Ma,
poi, la colpa non è dei media, per quanto di parte, e oscuramente tali. Il
socialismo era nato trent’anni prima ed era vissuto in Italia su base
composita. Occupando senza particolare merito un’area vasta dei bisogni. Si
direbbe una costruzione intellettuale, di professionisti. Ma senza un’ideologia
o un programma. Niente marxismo né altra dottrina. Un partito che vive di adattamenti, di molte identità e di nessuna. Localista e statalista,
cooperativista e tradeunionista, riformista (gradualista) e massimalista,
pacifista e bellicista. L’unico marxista al congresso costitutivo di Genova,
nel 1892, Antonio Labriola, nella corrispondenza non fa che deriderne l’identità,
e la capacità critica. Che riduce a quella di “frati ignorantelli”, che davano del
“ciarlatano” a Marx, salvo proclamarsi “marxisti in un giorno”. Sette gruppi
senza amalgama distingueva Labriola, e le divisioni resteranno: il Partito
operaio lombardo, gli emiliani dei tre deputati Prampolini, Agnini e Maffei, il
vecchio Partito rivoluzionario romagnolo di Costa, le cooperative, “i nascenti
Fasci di Sicilia”, “gli anarchici anemici e
i mazziniani convertiti”, “un certo numero di letterati rivoluzionari
eclettici”. Il “partito senza libri” che Gramsci lamenterà nel 1923.
Grande fu l’attrattiva, nel
1918-1919, della rivoluzione bolscevica. Lenin sarà il dominus, seppure da remoto, del congresso di Livorno, col richiamo a creare un partito comunista d’Italia.
Non era un mercimonio, naturalmente, ma nemmeno un diktat, Mosca era ben
lontana. Era forte l’attrattiva, ed era ideale – anche su Gramsci, quanto di
più lontano dal nerbo leninista. Mauro, corrispondente da Mosca al crollo del sovietismo,
sottovaluta questa fascinazione. Che, seppure ferale per la democrazia in Italia
un anno e mezzo dopo, e poco incisiva poi , nell’Italia repubblicana, pure ha consentito
per mezzo secolo una forte identità politica.
Ezio Mauro, La dannazione, Feltrinelli, p. 192, ril. € 18
domenica 22 novembre 2020
Cronache dell’altro mondo – classista 2 (79)
“I due principi cardine credo
debbano essere l’uguaglianza e la conoscenza. Non è automatico che vadano
d’accordo tra loro, ma sarebbe bello riuscire a unirli. Naturalmente sono due
principi universalistici, quindi sono
l’opposto della cultura identitaria che si è affermata nella cultura politica e
accademica americana”. Franco Moretti, “Robinson”, 21 novembre. Nell’opinione
pubblica, nei media.
Scott Thurow, “La Lettura”, 22
novembre: ci sono due Americhe, “l’America
uno, che è anche la mia tribù, è la coalizione degli abitanti delle città,
che comprendono grandi quantità di minoranze razziali, sindacalisti ed elettori
con istruzione universitaria, in particolare donne”, quelli che hanno eletto
Biden, “poi ci sono gli Altri americani”,
prevalentemente rurali, o deindustrializzati, “prevalentemente bianchi”.
“Gli Altri americani adorano Trump. Lo vedono come un anticonformista
che dice quello che pensa, che è spesso brutale ma ha comunque una personalità
piena di vigore. Si identificano con il suo sentirsi profondamente defraudato w si preoccupano poco del danno che fa alla
democrazia, perché pensano che il sistema politico sia corrotto e non abbia
fatto nulla per persone come loro”.
“Sospetto peraltro che quel che
gli Altri americani apprezzano di più
in Trump è che noi – la stampa americana, gli intellettuali, gli istruiti che
gestiscono le leve del potere nella nostra società, le élite come amano chiamarci – odiamo Trump. Questo dà loro enorme
piacere, perché è noi che odiano”.
Letture - 440
letterautore
Best-seller – “Se non tutto quello che ha
successo sopravvive, quasi tutto ciò che sopravvive aveva avuto anche un grande
successo di pubblico” – Franco Moretti, sul “Robinson” con Gnoli. Per esempio
Morselli o Manganelli?
Ma
lo stesso Moretti sta lavorando “a un saggio sui «best-seller perduti»
dell’Ottocento, romanzi che ebbero una popolarità enorme e ora nessuno più
ricorda”. O autori? Notari, Pitigrlli, Guido da Verona, Salvaneschi, Liala?
Citazione – “Citare brani è estrarre
aculei da un porcospino”, Marianne Moore di E. Pound.
Dumas – De Sanctis, già ministro della
Pubblica Istruzione, e ora direttore del quotidiano “L’Italia”, 1863, attaccò Dumas con asprezza
sostenendo che aveva scritto “Il conte di Montecristo” sfruttando il lavoro di “un
esercito di schiavetti”. La critica all’uso francese, dei “negri” dei romanzieri
di successo, era già in vigore. Ma De Sanctis attaccava Dumas, in quanto concorrente,
fondatore e direttore del quotidiano di Napoli “L’Indipendente”, che godeva allora
di discreta fortuna, con seimila abbonati. Dumas rispose facendo pubblicare su
“L’Indipendente” un articolo di Pier Angelo Fiorentino, il collaboratore che,
secondo De Sanctis, era il vero autore del romanzo – Croce si impegnerà
successivamente a respingere le accuse a Dumas, di De Sanctis e altri, di sfruttare
gli scritti altrui, di collaboratori o altri autori (plagi).
Gazza ladra – Origina da Stendhal, che per primo raccontò di una povera innocente impiccata a Palaiseau per un furto di posate d’argento, portate via invece da una gazza. Una delle prime opere della Restaurazione: sia il dramma di Théodor Badouin d’Aubigny e Louis-Charles Caigniez, “La pie voleuse ou la servante de Palaiseau”, 1815, sia dell’opera di Rossini, 1817.
Grecia – “Troviamo nella
Grecia ciò che ci manca, non ciò che contiene realmente” – la Grecia nascosta,
“dietro ogni riga della sua letteratura” – V.Woolf, “Non sapere il greco”.
Imperfetto – Il tempo della
tristezza, Proust lo dice in nota già nelle “Giornate di lettura”, il saggio con
cui nel 1905 presentava “Sesamo e i gigli”, la sua antologia di discorsi e
scritti di John Ruskin: “Confesso che un certo uso dell’imperfetto
dell’indicativo – di questo tempo crudele che ci presenta la vita come qualcosa
di effimero insieme e di passivo, che, al momento stesso in cui traccia le
nostre azioni, le bolla d’illusione, le annienta nel passato senza lasciarci,
come il perfetto, l’illusione dell’attività – è rimasto per me una fonte
inesauribile di misteriose tristezze”. .
Le Monde – Dumas lo cita
nel suo giornale di Napoli “L’Indipendente” come “foglio consacrato agli
interessi marittimi, e molto ricercato dai marinai”.
Lettura – Dilatata da
Calvino (“Se una note d’inverno un viaggiatore”) nell’atto solitario per
eccellenza, quindi inconclusivo, e il tratto relazionale per eccellenza di
Cartesio: “La lettura dei buoni libri è come una conversazione con le persone
più oneste dei secoli passati che ne sono stati gli autori”.
A
Proust si attribuisce l’aforisma “il lettore legge se steso”, o qualcosa di analogo,
tanto più succulento per essere dell’autore-più-autore. In effetti è un lettore
poco condiscendente: “La lettura non saprebbe essere assimilata a una
conversazione, fosse col più saggio degli uomini”, è il succo delle “Giornate
di lettura”. È un piacere solitario (ma
c’è per Proust un piacere non solitario?): “Ciò che differisce essenzialmente
tra un libro e un amico, non è la loro più o memo grande saggezza, ma la
maniera con cui si comunica con loro, La lettura, al contrario della
conversazione, consiste per ciascuno di noi a ricevere comunicazione di un
altro pensiero, ma restando soli”.
Loggia – Loja nel portoghese delle ex colonie,
preziosa nel tratto sovietico delle indipendenze, in Angola, Guinea-Bissau e
Mozambico, o valuta nel romanzo
sovietico di Simenon, “Les gens d’en face”, 1933, tratto dal vero, è termine
“franco”, italiano, per emporio, per stranieri, dove tutto si trova, “tutto
quello che si trova in Europa”, se si paga in valuta straniera – si trovava e
si pagava quando l’Europa c’era, anche se non contava.
Natale – Lo celebra Hannah Arendt, ebrea,
senza figli, ma capace di una lettura cristiana della vita, “Vita activa”: “Il
miracolo (è) la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui sono
capaci in virtù dell’essere nati… è questa fede e speranza nel mondo che trova
forse la sua più gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il
Vangelo annunciò la «lieta novella» dell’avvento: «Un bambino è nato per noi»”.
Padre -
Filumena Marturano
lo ricorda, ma per averlo cancellato – come tutti i De Filippo, del resto. Gli
Abba cantano “Mamma mia!, la ragazza cacciata di casa a 16 anni che non sa con
chi ha fatto la figlia.
Silvio Pellico – Si
leggeva ancora al tempo di Proust a scuola – almeno lui così ricorda, in
“Gornate di lettura”, di averlo letto quando era in “sesta”. “Le mie prigioni”
come un libro per ragazzi.
Scrittura islamica - L’elogio
della scrittura veniva recitato ancora di recente da Federico Zeri, nelle
lezioni milanesi, 1985, poi raccolte in “Dietro l’immagine”, 268: “Sarebbe
troppo lungo spiegare come la scrittura islamica sia una vera e proprie creazione
dello spirito, disciplinata da procedimenti molto complessi. Come si vede in
certi monumenti, ma anche in piastrelle e maioliche, si tratta di una scrittura
che risulta da una ricerca matematica. Tralascerò di diffondermi su calcoli che
presiedono alla creazione di queste
lettere, come di certi motivi ornamentali che appaiono in alcuni tappeti e in
alcune maioliche. Basterà dire che si tratta di serie matematiche, a loro volta
rapportate a delle coordinate cartesiane. Un procedimento estremamente
complicato, che riveste significati, insieme, mistici e simbolici”.
Vino – Nei quadri fiamminghi c’è sempre il vino in tavola o nelle
coppe in segno di reale accordo. Per un matrimonio concordato, una vendita, un
acquisto, una promessa. Perché è scuro e fa contrasto, ma c’è anche il vino
bianco, spumeggiante – come nella pittura francese dei luoghi di piacere
naturalmente, specie dopo l’impressionismo.
Voce – Il tratto
d’unione universale, la diceva Vernon Lee, nei racconti e negli studi della
ricezione italiana, tutta particolare, della musica, con fenomeno di “traudire”,
anche tra ambienti non comunicanti, o “intraudire”, mentre si è affaccendati,
si pensa e si fa altro.
La voce è il fiore della bellezza era Zenone. E
Montaigne, secondo il quale la voce fa vedere, oltre che udire, la poesia.
letterautore@antiit.eu
Illeggibile Proust
Una
prima prova della prosa che sarà della ”Ricerca”: assottigliata, convoluta, barocca
ma fredda – fino alla “lettura” finale di Venezia, della basilica e della
Piazetta, con una zeta. Con la coscienza-rivendicazione di fare opera di
scrittura, di voler essere Grande Autore, nella critica-dileggio, parecchio
inventata, di un Coleridge dalle grandi qualità ma “caso patologico” della
mancanza di volontà.
Del
saggio in sé, premessa perfida a “Il sesamo e i gigli”, la raccolta di Ruskin
peraltro dallo stesso Proust curata, vale quanto scritto a suo tempo, alla
traduzione presso Feltrinelli:
http://www.antiit.com/2016/10/il-piacere-della-lettura-e-il-ricordo.html
Alla
rilettura il saggio è la prova generale della “Ricerca”: della prosa a onde, lo
sciabordio, e del tempo (della vita) come ricordo, dilatabile a volontà, di ciò
che è stato – vogliamo che sia stato – o avrebbe potuto essere – o vorremmo ora
che fosse stato. Compresa la lettura: le letture sono diverse per ogni tempo o
circostanza, e “ciò che esse lasciano soprattutto in noi è l’immagine dei
luoghi e dei giorni in cui le abbiamo fatte”.
Alla
rilettura in originale balza evidente, una gragnuola di pugni benché di mano
leggera, la costruzione complicata della frase, spesso artificiosa, come esercizio
di bravura. Con parentesi logiche tra
parentesi logiche, e subordinate sotto subordinate. Una prosa, si direbbe, del
rinvio.
Comincia
con una frase lunga una pagina. Continua col linguaggio puntiglioso, tutto
incisi, che farà la “Ricerca”. Con il mondo dell’infanzia, pieno di nonni, zie,
cugini, la “brioche benedetta”. E
riferimenti volutamente ordinari - comuni, nazionali, identitari – come a
sottolineare un futuro di grandezza: pranzi domestici e merende, con ricette da
custodire, orti, villeggiature estive, campane, chiese, tutto ciò che fa la
famiglia francese minuta, anche se bene ordinata. Ma come campo di
esercitazione, niente affetti o passioni. La panoramica della camera del
ragazzo, ora l’adulto che ricorda, è una frase lunga quattro pagine, con sei punti
e virgola, senza che se ne ritenga un’immagine qualsiasi - la “lettura” sono le
abitudini di lettura del ragazzo Proust. Sul corto raggio l’impressione
risultante è precisa: un scrittore puntiglioso per programma più che per le
occorrenze della memoria come si suole dire, aperto sempre a un’altra
parentesi, alla specifica di una specifica, tanto da riuscire inafferrabile. La
“musichetta” ci sarà, c’è, avendo tempo e voglia di rilevarla, ma come un basso
continuo, a nessun effetto, se non la distanza, la distrazione - lui stesso lo dice qui divagando su Gluck, di cui apprezza i recitativi invece delle arie. Proust è un care-demanding,
uno che chiede attenzione e benevolenza, ma allontana. Non per caso, con studio.
C’è
anche lo snobismo della lettura: “I letterati restano, malgrado tutto, le
persone di qualità dell’intelligenza, e
ignorare un certo libro, una certa particolarità della scienza letteraria,
resterà sempre, anche in un uomo di genio, un segno di rozzezza intellettuale.
La distinzione e la nobiltà si danno anche nell’ordine del pensiero, in una
specie di framassoneria di usi, e in un retaggio di tradizioni”. Con una
recensione di Gautier, sul finale, entusiasta e ironica, e una stroncatura di
Musset – accanto a Fromentin.
A
cura di Matteo Noja, col testo francese a fronte.
Marcel
Proust, La lettura, La vita felice,
pp. 131 € 9
Journées de
lecture,
Folio, pp. 81 € 2
Del saggio in sé, premessa perfida a “Il sesamo e i gigli”, la raccolta di Ruskin peraltro dallo stesso Proust curata, vale quanto scritto a suo tempo, alla traduzione presso Feltrinelli:
http://www.antiit.com/2016/10/il-piacere-della-lettura-e-il-ricordo.html
Alla rilettura il saggio è la prova generale della “Ricerca”: della prosa a onde, lo sciabordio, e del tempo (della vita) come ricordo, dilatabile a volontà, di ciò che è stato – vogliamo che sia stato – o avrebbe potuto essere – o vorremmo ora che fosse stato. Compresa la lettura: le letture sono diverse per ogni tempo o circostanza, e “ciò che esse lasciano soprattutto in noi è l’immagine dei luoghi e dei giorni in cui le abbiamo fatte”.
Alla rilettura in originale balza evidente, una gragnuola di pugni benché di mano leggera, la costruzione complicata della frase, spesso artificiosa, come esercizio di bravura. Con parentesi logiche tra parentesi logiche, e subordinate sotto subordinate. Una prosa, si direbbe, del rinvio.
Comincia con una frase lunga una pagina. Continua col linguaggio puntiglioso, tutto incisi, che farà la “Ricerca”. Con il mondo dell’infanzia, pieno di nonni, zie, cugini, la “brioche benedetta”. E riferimenti volutamente ordinari - comuni, nazionali, identitari – come a sottolineare un futuro di grandezza: pranzi domestici e merende, con ricette da custodire, orti, villeggiature estive, campane, chiese, tutto ciò che fa la famiglia francese minuta, anche se bene ordinata. Ma come campo di esercitazione, niente affetti o passioni. La panoramica della camera del ragazzo, ora l’adulto che ricorda, è una frase lunga quattro pagine, con sei punti e virgola, senza che se ne ritenga un’immagine qualsiasi - la “lettura” sono le abitudini di lettura del ragazzo Proust. Sul corto raggio l’impressione risultante è precisa: un scrittore puntiglioso per programma più che per le occorrenze della memoria come si suole dire, aperto sempre a un’altra parentesi, alla specifica di una specifica, tanto da riuscire inafferrabile. La “musichetta” ci sarà, c’è, avendo tempo e voglia di rilevarla, ma come un basso continuo, a nessun effetto, se non la distanza, la distrazione - lui stesso lo dice qui divagando su Gluck, di cui apprezza i recitativi invece delle arie. Proust è un care-demanding, uno che chiede attenzione e benevolenza, ma allontana. Non per caso, con studio.
C’è anche lo snobismo della lettura: “I letterati restano, malgrado tutto, le persone di qualità dell’intelligenza, e ignorare un certo libro, una certa particolarità della scienza letteraria, resterà sempre, anche in un uomo di genio, un segno di rozzezza intellettuale. La distinzione e la nobiltà si danno anche nell’ordine del pensiero, in una specie di framassoneria di usi, e in un retaggio di tradizioni”. Con una recensione di Gautier, sul finale, entusiasta e ironica, e una stroncatura di Musset – accanto a Fromentin.
A cura di Matteo Noja, col testo francese a fronte.
Marcel Proust, La lettura, La vita felice, pp. 131 € 9
Journées de lecture, Folio, pp. 81 € 2
sabato 21 novembre 2020
Il mondo com'è (415)
astolfo
Gulag – I campi di lavoro forzato nella
Russia sovietica sono durati fino al 1960 – ma “colonie di lavoro forzato”
furono tenute aperte, nelle aree polari, fino a perestrojka inoltrata, il regime di relativa liberalizzazione
inaugurato negli anni 1980 da Gorbacov, fino al 1987. Vi passarono 18 milioni
di russi e assimilati. Tutti “traditori del popolo”, trockijsti, antipartito,
categoria che sempre si rinnovava, a ogni mutamento di equilibri politici a
Mosca, e chi aveva nome germanico, polacco, baltico, cosmopolita (ebraico),
tutti spie, “nazionalisti”, più i soliti sovversivi, destrorsi, menscevichi,
socialrivoluzionari, anarchici, emigrati. I campi a “regime speciale” erano
situati nelle aree più remote o impervie, alcuni vicini o sopra il Circolo
polare, Pečora, Intra, Vorkuta, Kolyma.
I detenuti a “regime speciale” avevano
impresso un numero sulla pelle, indossavano una “uniforme” a strisce, non
potevano avere nessun contatto col mondo esterno. Tutto per creare una massa
lavoro di schiavi, “fino a esaurimento” – alla morte. Nel 1950 erano due
milioni e mezzo, uno in più del 1945. Erano addetti alle miniere polari e alle
grandi opere: la ferrovia Bajkal-Amur e quella transpolare, il canale
Mosca-Don, la metropolitana di Mosca, l’università della stessa capitale, di
cui costruirono gli edifici più alti e più belli.
Schlageter – Albert Leo,
riemerge periodicamente come eroe nazionale in Germania, che pure non ne
celebra molti – non ha il gusto della
celebrazione.
A Natale
del 1922 Raymond Poincaré, altrimenti benemerito per il franco omonimo, con cui
stabilizzerà nel ‘26 la moneta, rifugio tuttora solido ai ricchi del mondo
malgrado la svalutazione decretata nel ‘36 dal socialista Blum, smantellava
l’Europa. Chiedendo la condanna della Germania alla Commissione per le
riparazioni, da lui costituita a Parigi. Per la mancata consegna di 200 mila
pali del telegrafo previsti dai trattati di pace. Ora, non si può dire che
l’Europa è finita per i pali del telegrafo, ma così è.
Per la
Befana Poincaré scoprì la Germania inadempiente pure per il carbone. E invase
la Ruhr, lasciando i tedeschi senza carbone e senza ferro.
Gli
alleati si sfilarono, incaricando il delegato Usa Dawes di concorrere al Nobel
con un piano di ricostruzione della Germania - cui il cav. Mussolini, fresco
presidente del consiglio, contribuì con ben 800 milioni. Ma a Berlino intanto
destra e sinistra avevano deciso il boicottaggio nella Ruhr e la ricostituzione
dell’esercito, vietata da Versailles, al coperto di società sportive, di reduci,
di lavoro. La Germania aveva scelto la repubblica per essere accettata tra le
democrazie, ma ne fu respinta. Sotto accusa andò quindi la stessa repubblica,
il voto a Hitler sarà una presa d’atto: si può pure dire che la Germania
resistette dodici anni a Hitler, fino al ‘45.
La
Germania affrontò spavalda il gelo, ma la resistenza passiva le costò quaranta
milioni di marchi oro al giorno di mancata produzione, il marco si ridusse a un
miliardesimo di dollaro, Hitler emerse a Monaco col putsch fallito. I militari puntarono la semiclandestina “Organizzazione
Consul” contro i separatisti della Renania, in quanto filofrancesi, e
scatenarono i gruppi armati, di cui il tenente Albert Leo Schlageter era
animatore. Arrestato dai francesi, Schlageter fu fucilato il 13 maggio ‘23.
Nell’occasione fu arrestato anche Harro Schulze-Boysen, il futuro animatore
dell’“Orchestra Rossa”, la Rote Kapelle, sceso da Kiel quattordicenne a
combattere l’invasore. Schlageter era stato già in contatto in Slesia con
l’entità segreta O.C.. E con agenti inglesi, che lo incitavano a far fuori i
“negri bianchi” della Commissione interalleata, e a combattere i polacchi.
Karl Radek
ne rivendicò la figura, “pellegrino del nulla”, all’esecutivo
dell’Internazionale comunista il 20 giugno: “Durante il discorso della compagna
Zetkin ero ossessionato dal nome di Schlageter e dal suo tragico destino. Egli
molte cose ha da insegnarci, a noi e al popolo tedesco. Non siamo dei romantici
sentimentali che dimenticano l’odio di fronte a un cadavere, e neppure dei
diplomatici. Schlageter, il valoroso soldato della controrivoluzione, merita da
parte nostra, soldati della rivoluzione, un omaggio sincero. Noi faremo di
tutto perché uomini come Schlageter, pronti a donare la loro vita per una causa
comune, non diventino dei Pellegrini del Nulla”. Lo poteva, i camerati di
Schlageter ne imputavano la morte al governo Cuno, espresso dal Centro
cattolico e dai Democratici. Ma loro stessi avevano assassinato Rathenau,
l’uomo che aveva organizzato la Germania nella dura guerra, un patriota, che
però da ministro di Weimar aveva firmato la pace di Versailles. Tutto il
capitolo va riscritto.
Schlageter
piacerà anche a Giaime Pintor. Era una specie di condottiero: comandava un
gruppo d’assalto nei paesi baltici all’inizio del ‘19, contro i russi e i
polacchi, e contro la Novemberrevolution. I tenenti che non accettavano
la sconfitta comandavano anche battaglioni e reggimenti, erano dei capi. Una
storia dimenticata, la guerra per bande in Germania, che solo si legge in Yourcenar,
nel trucido “Colpo di grazia”. Farà da modello a quella tentata in Italia nel
‘45, mal riuscita malgrado i tanti morti, e in Grecia: il terrore viene con la
pace, dopo le crociate, nella belle époque, dopo il Vietnam.
I
Freikorp, gruppi volontari, impedirono alla Russia bolscevica d’incorporare la
Germania, ha stabilito nel 1975 la Repubblica federale. Gustav Noske, l’esperto
socialista di difesa e antisovversione, li sosteneva, benché fossero illegali.
La Repubblica federale stabilì nella stessa occasione, nel 1975, che l’assassinio di
Liebknecht e Rosa Luxemburg da parte dei Freikorp fu “un’esecuzione conforme
alla legge marziale”. C’era confusione: Jünger in quegli anni scriveva per i
nazionalisti “Standarte” e “Vormarsch”,
stendardo, avanzata, e per “Widerstand”, la resistenza – Werner Lass, suo
condirettore a “Vormarsch”, ex Freikorp, sarà del resto comunista.
La fine di Schlageter non è chiara. Fu catturato in un attentato
fallito alla ferrovia di Düsseldorf. Ma forse è stato venduto. Era andato
volontario nel ’14, lasciando gli studi, sul fronte baltico e in Slesia. Aveva
continuato la guerra nel dopoguerra, nei Freikorp. Il corpo fu sottratto alla morgue di Düsseldorf da Viktor Lutze, il
capo locale delle SA, compagno della prima ora di Hitler, e sepolto al paese
d’origine, Schönau im Wiesental, nel Baden, fuori della zona occupata. Ogni
anno si celebrava la data della fucilazione, il 26 maggio. I francesi hanno
distrutto nel ‘45 il monumento eretto nel ‘34 alla Golzheimer Heide presso
Düsseldorf. La celebrazione del decennale della morte, nel 1933, fu fastosa,
con l’inaugurazione di un momento sulla Zugspitze e un discorso di Heidegger,
rettore di Friburgo. Si rappresentava uno “Schlageter” per il compleanno di
Hitler, autore l’espressionista Hanns Johst, il futuro presidente dell’Accademia
Tedesca di Poesia contro il quale Brecht aveva lasciato la poesia per il teatro.
È il dramma che alla scena prima, atto primo, reca il celebre avvertimento:
“Quando sento la parola cultura, levo la sicura al mio Browning”.
Schlageter aveva fatto gli stessi studi, un paio d’anni dopo,
nelle stesse scuole di Heidegger, il collegio Sankt Conrad di Costanza,
ribattezzato Liceo Schlageter nel ‘36, il ginnasio Bertholds di Friburgo – Benjamin
studierà a Friburgo con lo stesso Rickert con cui Heidegger si sta
laureando, differenza di tre anni. Il futuro eroe della resistenza nazista era audace e pio,
animatore del Falkenstein, circolo di studenti bravi alla spada, e dei gruppi
cattolici, ferventi contro il Kulturkampf,
le leggi anticattoliche prussiane. Dal fronte manifesta l’intenzione di farsi
prete, “dopo aver pregato e cercato il sostegno dello Spirito Santo e della
Madre divina”.
Heidegger ne fece un modello germanico, opposto “all’oscurità, l’umiliazione,
il tradimento”. Un precursore posteriore: “Donde gli è venuta questa durezza
della volontà, capace di far sorgere nell’animo ciò che più è grande e
lontano? Studente di Friburgo, studente tedesco, sappilo, provalo, quando sulle
piste e i sentieri entri nei boschi e le valli della Foresta Nera, culla di
questo eroe: nella pietra originaria, nel granito, sono tagliati i monti tra i
quali il figlio di contadini è cresciuto”. Suggerì agli studenti una Völkische
Kameradschaft Schlageter, l’associazione Schlageter, e nel suo nome fece
giurare le matricole a fine anno, sul “Mein Kampf”.
Nel 1973 il cinquantenario della fucilazione di Schlageter si è celebrato in
sordina perché il giovane tenente era bandiera del “bolscevismo nazionale”: nel
‘19 in Slesia disegnò d’allearsi con l’armata a cavallo del generale rosso Budjenni
per stritolare la Polonia, “la colonia più solida dell’Occidente”. Schlageter è uno dei santi
laici che la Germania canonizza ai tornanti della storia, Friedrich Staps, l’attentatore
di Napoleone a Vienna nel nome della Rivoluzione, Karl Sand in preparazione del
Quarantotto, l’assassino di Kotzebue – di cui Dumas ha scritto la storia che
nessun tedesco ha scritto. Sa di Schlag,
razza, di buona pasta, di buona lana, uno dei nomi che sono un destino. E fu
fatale a molti che avevano combattuto la guerra civile fino al ‘23, nel Baltico
e altrove, già a sedici, quindici anni, come Staps e Sand e lui stesso. La
carriera criminale di Rudolf Höss, adolescente soldato di ventura in Iraq,
combattente dei Corpi volontari nella guerra per bande, cominciò con
l’assassinio del maestro Kadow, sospetto traditore di Schlageter. L’inventore
delle camere a gas era fatto così: da bambino andava a Lourdes, a Auschwitz
volle giardinetti, biblioteca, orchestra, anche il bordello - ma niente cappelle.
Höss massacrò Kadow a colpi di mazza, gli tagliò la gola, e lo finì a
pistolettate. “Schlageter era mio buon camerata”, si difese al processo, “con
lui ho sostenuto tanti duri combattimenti nel Baltico e nella Ruhr, insieme
abbiamo lavorato dietro le linee nemiche in Slesia, e battuto gli oscuri
sentieri del traffico d’armi”. In tribunale perché il complice Jurisch l’aveva
denunciato al giornale socialista Vorwärts, temendo di essere eliminato
a sua volta.
Schlageter non è solo, nazionalista e bolscevico.
Si può anzi dire storia nota, anche questa, la staffetta partigiana che amoreggia
col biondino SS, gli ebrei salvati dai cristiani, e i papi comunisti, in petto. Si può dire il sinistr-destr
anzi usuale, non solo nell’addestramento in caserma. È il “Destra e sinistra” di Joseph Roth, che è morto nel ‘39. È Merlino,
il fascista anarchico di Piazza Fontana, il nazimaoismo planetario. Era l’entrismo,
al tempo del partito Comunista di Togliatti.
Il feroce Ernst von Salomon prima del mite
Roth l’ha raccontato nel ‘30, nel best-seller
che abbagliò Cantimori, “I proscritti”. E Giaime Pintor fece tradurre a Einaudi
nell’inverno del ’40 in cui rinnovò la casa editrice, quando da sottotenente fu
membro a Torino della Commissione per l’armistizio con la Francia, che lo zio
generale Pietro presiedeva, con “stupenda sovraccoperta illustrata a colori”
del pittore Guttuso – i compagni riconoscenti gli dedicheranno la cellula del
Partito alla liberazione, molto attiva, c’erano pure Pavese e Calvino.
Sfrondati – Cardinale
Sfrondati è il nome di una collezione d’arte importante e famosa. Opera del cardinale
Paolo Emilio Sfrondati, nipote del papa Gregorio XIV, che avviò la collezione
con due opere di Santa Maria del Popolo a Roma, la Madonna della Seggiola e la
Madonna del Popolo (di cui ora non si trova più l’originale), due opere di
Raffaello. La collezione divenne presto famosa, per l’ampiezza e soprattutto per
la qualità delle opere – “era gigantesca ed era famosa in tutta Europa”, attesta
Federico Zeri, “Dietro l’immagine”, p. 85. L’imperatore Rodolfo II d’Asburgo,
altro grande collezionista, che gliela invidiava, mandò degli emissari a Roma
per studiarla, e studiarne l’acquisto. Tra i pezzi eccezionali, oltre Raffaello,
“L’amore sacro e l’amor profano” di Tiziano e “La predica del Battista” di
Veronese. Fece anche restaurare Santa Cecilia a Roma, dove poi sarà sepolto,
con l’annesso convento.
La
collezione fu racconta dal cardinale Sfrondati nel palazzo Spada a Roma – oggi
sede del Consiglio di Stato. Fu poi dissolta dallo stesso cardinale (per grande
parte confluì ai Borghese, nella galleria Borghese): in età, aveva avuto una
crisi religiosa, insieme col cardinale Baronio, il discepolo di san Filippo
Neri e storico dei santi.
I
cardinali Sfrondati e Baronio sono negli annali della chiesa anche per avere
sostenuto, nell’ultimo conclave cui hanno partecipato, nel 1605 (maggio 1605,
un conclave si era tenuto anche a marzo, ma il papa eletto, Leone XI –
Alessandro de’ Medici – era morto dopo 25 giorni), il futuro santo Roberto
Bellarmino. Che però non fu eletto, si disse, perché era gesuita.
astolfo@antiit.eu
Cronache dell’altro mondo – Trump aveva ragione (78)
Non molti anni fa l’Oriente si
vedeva nel coolie, che trasportava merci
in spalla, e nel risciò, il biciclo con
cui un uomo alla stanga trasportava merci e persone. Ora niente di questo è
visibile e nemmeno immaginabile a Singapore o a Taiwan – nonché ad Hanoi - e non perché l’ordine sociale lo impedisce,
come nella madrepatria continentale dopo Mao, ma perché le tre Cine sono i
ricchi del pianeta. Si sorpassano invece a Roma – o si viene sorpassatati da –
giovani che portano pizze e altri pesi su biciclette traballanti, per mezzo
euro, un euro, a consegna, e per la vergogna si chiamano rider, all’inglese, cavalieri.
Ci sono effetti deleteri della
globalizzazione. Che ha prodotto più ricchezza. Ma l’ha spostata, verso l’Asia governata
con lo scudiscio, e verso i ceti parassitari in Europa e in America, di
importatori e delocalizzatori. Che sono venditori in patria, grazie alla posizioni
di rendita che hanno maturato, di beni di consumo a caro prezzo, per produrre i
quali niente corrispondono ai consumatori\utenti, in retribuzioni e commesse.
La globalizzazione è
imbattibile, senza sindacati e senza leggi, orari di lavoro estensibili, paghe
ridotte. Ma nell’interesse, in Europa e Stati Uniti, di pochi mercanti – la borghesia
compradora che fino a ieri si disprezzava.
Fa pena Trump, che esce a ritroso
dalla Casa Bianca, recalcitrante. Come un tennista sconfitto al tie-break che non si dà pace e fa notte
alla rete – se non è un furbastro, che vuole negoziare l’uscita. Ma Trump è soprattutto
una spia, quello che il re nudo l’ha detto nudo, e un reagente. Delle due cose
che ha eretto a muro. La globalizzazione produce povertà nei paesi ricchi, molta,
e moltissime incertezze e paure. L’America
è classista, come nessun altro paese – non più – in Europa, e quindi nell’Occidente.
Questo è ridicolo detto da un affarista, ma è un fatto. Che non lo dica chi
dovrebbe, la stampa liberal, è una
conferma, di un classismo talmente radicato da essere pieno di sé.
La lettura quotidiana dei giornali
e periodici di New York, la stampa liberal,
e compresa la “Washington Post”, non registra un solo articolo, uno solo, sulle
donne e sui giovani che fanno due e tre mestieri - anche a New York, tutti lo
vedono - per qualcosa che si possa dire una paga giornaliera. O sulle campagne
e sulle aree industriali, che occupano i quattro quinti dell’America, che stanno
tornando all’età della pietra. Sulle vittime, pure tanto visibili, della
globalizzazione. Dei ricchi importatori di città, con le loro coorti mediatiche.
Dei ceti urbani professionali. Specie di
quelli che possano vantare un quarto razziale, ex africani, ex indiani, ex
cinesi, ex latinos, quelli dei diritti, così pieni di sé, con carnet di rivendicazioni alti come grattacieli.
Non si vede perché i giovani in
Europa debbano portare pesi, solo perché il mondo – il “mercato” – lo fa la
borghesia parassitaria. I ricchissimi, influentissimi, anzi dominanti,
riccastri delle mediazioni e le importazioni delle “scarpe schifose” della
Lidl, che una stampa compiacente – si spera prezzolata - fa oggetto di culto. A
fronte dei guasti la reazione è semmai blanda. Lo chiamano populismo ma è
classismo, semplice, netto - e liberal,
progressista.
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Comica cosmologica, evolutiva
Dopo quasi mezzo secolo – le comiche cosmiche sono
state pubblicate nel 1965, era lecito ancora in Italia fantasticare, sulle ali
del boom, quel miracolo mai visto prima nella lunga storia, prima del tutto
politico, o Sessantotto - durano. Le storie fantascientifiche del signor
Qfwfq non appassionano - lo scrittore non vuole, s’interpone e lo strattona a ogni
piega, il lettore non deve immedesimarsi, vuole fare un racconto o
romanzo contro il racconto o romanzo, e la chiama operazione verità - ma
incuriosiscono. Per il misto di scienza e fantasia che di Calvino sarà il trademark - sia pure sullo stimolo di una immagine, come racconterà da ultimo agli studenti americani (qui Popeye, Grandville e Sebastian Matta, assieme, in ordine). Consentendogli finalmente di evadere dal mondo reale che lo opprimeva – non lo
opprimeva, ma lo respingeva, lo faceva assente, lontano. Un “disimpegno” che all’epoca
poteva costargli caro, ma che riuscì a imporre, non facendosi atterrare dalle critiche
– l’anteprima del libro uscì su “la Fiera Letteraria”, settimanale conservatore.
Grazie al pubblico che aveva fidelizzato con la raccolta delle fiabe e con
“Marcovaldo”, e soprattutto, dieci anni prima, con la trilogia “I nostri
antenati”.
L’immaginazione qui Calvino dispiega, in
forma di apologo, in una fantasmagoria geologica e animale che tutto si
permette. Avendo l’evoluzione proceduto come le è parso, di fatto senza regole né modelli. Per cui anche il signor Qfwfq può essere stato un dinosauro, come pretende, al
capitolo apposito. Erano intelligentoni, anche loro come già i molluschi.
Una divagazione. Che però scorre
come una presa in giro dei principi di Sir George H. Darwin, richiamato alla
prima riga – che naturalmente non è “il” Darwin (è il figlio, uno dei dieci): una comica, cosmologica.
Italo Calvino, Le cosmicomiche, la Repubblica-Sorrisi
e canzoni tv, pp. 187 € 9,90
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