lunedì 21 dicembre 2020
Spia e gentiluomo
“In sé la pratica dell’inganno non è particolarmente faticosa; è una questione d’esperienza, di esperienza professionale, è una capacità che la maggior parte di noi può acquisire. Ma mentre un imbroglione, un attore o un giocatore d’azzardo può rientrare dalla performance nei ranghi dei suoi ammiratori, l’agente segreto non ha questo sollievo”. Lo spione è prigioniero del suo ruolo: “Per lui l’inganno è anzitutto una questione di autodifesa. E deve proteggersi non solo dall’esterno, ma dall’interno”, da se stesso, “e contro gli impulsi più naturali”. Sono frasi del primo libro, subito di gran successo, di Le Carré nel 1963, che il suo amico Lane nell’epicedio sul “New Yorker” pone in apertura, come a dire “vita infelice di una spia”.
domenica 20 dicembre 2020
Ombre - 542
Il
tasso di mortalità nei venti paesi con più contagi da covid è in Italia molto più elevato che altrove. Si dice perché l’aspettativa di vita è
più elevata – troppi vecchi - e l’ipotesi i media accreditano. Mentre
non è vero – i tedeschi non vivono meno di noi, ma muoiono per la metà. Vero è
che il sistema sanitario non era in condizioni di fronteggiare l’epidemia in
primavera, e non ha rimediato durante l’estate. Non per incapacità ma perché è un
sistema privato convenzionato. Investe cioè quanto basta per assicurarsi la
rendita.
Non
finisce di stupire la telenovela della Procura di Perugia attorno alla prova d’italiano
del calciatore oriundo Suarez: rogatorie internazionali, intercettazioni, messaggi,
decrittazioni. Come se fosse il primo oriundo italiano che vuole la
cittadinanza (e il diritto di voto…), magari solo per avere la pensione sociale,
senza sapere nulla dell’Italia. L’odio anti-juventino non basta. È capo della
Procura il giudice Cantore amico di Renzi, che in quattro o cinque anni all’Autorità
anti Corruzione non ha scovato, in Italia, un solo corrotto - stessa genia di
fancazzisti?
Tesla vola in Borsa ed entra nel panteon delle società più ricche, la sesta, dopo le cinque del digitale: Apple, Amazon, Microsoft, Alphabet-Google e Facebook. Delle quali ogni azione si scambia per migliaia di dollari. Mentre da Londra il Financial Times garantisce che tutto è in ordine, non si tratta di speculazione al rialzo. Per conto deel banche di affari? Che altro deve succedere, se le quotazioni non hanno più nessun rapporto con nessun indice?
Casalino l’ha fatta grossa, con le cantatine per Haftar sugli ostaggi di Mazara, siciliani e non, presi dai suoi corsari. Gli ostaggi non si sono fatti incantare, e per prima cosa hanno denunciato i maltrattamenti. Anche perché i siciliani conoscono bene la Libia.
Poi magari si scopre che Berlusconi dice la verità, e che gli ostaggi italiani sono stai liberati da Haftar perché glielo ha ordinato Putin. Nulla di più probabile, conoscendo la Libia.
La
Marina libica? Può la Libia avere una Marina, di gentiluomini e di codici? Avere
la Libia come Quarta Sponda e non saperne niente: com’è possibile? In Italia
sì.
Il
sindaco di Fiumicino, Esterino Montino, invita le scuole nella letterina di
Natale a cantare “senza riferimenti religiosi”. Protesta il. vescovo, poiché
Natale è, bene o male, festa cristiana. Ma in questo modo: “Non si capisce, né
si può condividere, la scelta degli amici del Comune”. Montino, ex compagno
“migliorista” ora dem, è “amico” nella terminologia dem, cioè ex Dc.
La
app IO per il cashback non funziona. Non
registra alcune carte, non registra alcuni pagamenti, eccetera. Tutte cose che
tutti sanno. Ma di esse non si dice: supplementi e libretti – pagati dal
governo? - si susseguono a magnificare questa munifica invenzione per abbattere
il riciclaggio e l’evasione fiscale. Che bisogno c’è, in effetti, del giornale?
Nell’esposto
dell’ex sindaco di Roma Marino contro il gruppo Pics (pronto intervento centro
storico) dei vigili urbani per attività di dossieraggio (spionaggio a fini
scandalistici) a suo danno, si cita una telefonata tra i fratelli Marra,
dirigenti comunali. Renato, allora dirigente della Municipale, dice a
Raffaele, che sarà capo di gabinetto della sindaca Raggi: “Queste notizie sono
state diffuse ad arte dal Pics, che controllava per il Pd gli spostamenti di
Marino”. Il Pd faceva spiare dai vigili fannulloni il suo sindaco.
“Bastano
recinti elettrificati, e un bel numero di cani”, e la protezione delle greggi
dai lupi è assicurata. Lo garantisce Rosario Fico dopo che i lupi hanno fatto
strage di pecore sulla via Cassia alla periferia di Roma - Fico è uno che, assicura il “Corriere della
sera-Roma”, “si occupa di lupi da quarant’anni”. Semplice, no? Che vogliono gli
allevatori, il lupo dev’essere libero di sbranare.
L’animalismo
è selettivo, c’è un animale più animale degli altri. Lo assicura lo stesso Fico:
i lupi “non attaccano l’uomo! Semmai gli animali domestici, un cane, un gatto”.
Sebastian
Coe chiede al “Corriere della sera” di fare – e Gaia Piccardi volenterosa
gliela fa – un’intervista sullo stato dell’atletica. Per parlare di antidoping.
Di Russia, Coleman, la troppo maschia Semenya. Ma non di Schwazer, il podista
che Coe ha azzoppato con un falso antidoping. È un giornalismo senza curiosità?
Forse il “Corriere della sera” è un giornale russo, non italiano? Forse
Schwazer, nell’occasione, l’abbiamo retrocesso all’Austria?
“Un
appalto medio dura 1.276 giorni. Le norme sulle gare (degli appalti pubblici,
n.d.r.) sono cambiate 140 volte in quattro anni. E, prima del Codice degli appalti,
223 volte in nove anni”, Ferruccio De Bortoli, “L’Economia”.
“Il
decreto Semplificazioni”, di settembre, “ha ancora bisogno di 64 decreti
attuativi”, id.: “La paura della firma attanaglia i funzionari”.
Incredibile
lista di politici “colpiti da provvedimenti giudiziari, stritolati nel tribunale
mediatico e poi risultati innocenti”, contati da Battista sul “Corriere della sera”
lunedì. Battista ne ha contati 29, tutti distrutti nella carriera e anche nella
vita, qualcuno (Riva, il siderurgico) con danno grave all’economia.
Battista
dimentica però che manettaro è soprattutto il suo giornale, di cui è stato vice-direttore. A partite dal famoso “avviso” a Berlusconi, inventato per menomarlo alla
vigilia di un congresso mondiale a Napoli contro la criminalità. O, appena
l’anno scorso, a favore di due drogati assassini, e contro la loro vittima, il brigadiere dei
Carabinieri Cerciello Rega. Ci sarà una Norimberga dei cronisti giudiziari?
Pierpaolo
Sileri, politico, chirurgo e accademico italiano, grillino, vice-ministro della
Salute, va da Giletti su “La 7” e chiede le dimissioni del segretario generale
del suo ministero. Non faceva prima a licenziarlo? O non gli interessa il funzionamento
del ministero, solo apparire in tv?
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Calvino cartesiano
Un Oscar non si sa se più
prestigioso, con presentazioni e spiegazioni, una qui dello stesso Calvino,
oppure spoiler, guastatore del
piacere della lettura. La presentazione di Calvino, una lezione alla Columbia
University di New York, spiega in dettaglio il suo modo di lavorare – per
appunti occasionali e non per piani di accumulo – e la “costruzione” del libro, delle
singole città invisibili, e poi degli accorpamenti. Dentro un quadro di comodo, i colloqui
di Marco Polo col Gran Khan. Tutto freddo, come sarà la lettura.
La “costruzione” in realtà
Calvino non la spiega. Un mazzo di 55 carte di città. Tagliate in 9 mazzetti,
disposti in linea. Di 10 carte i due esterni, di 5 gli altri 7. Carte di 11segni:
memoria, desiderio, segno, scambi, occhi, nome, morte, cielo, sottili, continue,
nascoste. Ogni segno di 5 semi. Calvino ha costruito il mazzo per frammenti,
lungo molti anni, che poi ha assemblato. Sotto forma di lettere di Marco Polo
al presunto (errato) imperatore dei Tartari Kublai Khan, o in conversazioni con
lui. Con una morale, insomma, una conclusione: la vita è un inferno.
Testi improbabili, le città
invisibili sono inafferrabili. Non filosofici, non fantastici, non stilistici o
filologici, ma che il lettore è presunto magnificare per la loro stranezza panglossianamente
come i migliori dei testi possibili. E senza dimenticare Palazzeschi, di cui Calvino si professava devoto, nelle sue più caratterizzanti sfaccettature, dal futurismo al fantasy. Un Calvino, si direbbe, urbanista - il linguaggio
è quello, da “Domus”, “Casabella”. Cerebrale. Troppo, cioè confuso. Se non è Paul Klee messo in pagina, come Calvino pretende in una delle lezioni americane propriamente dette - dove preende che i suoi racconti germogliano per caso, da una immagine.
Nella narrazione come nella
critica Calvino si vuole nella lezione alla Columbia qui anteposta di regola cartesiana:
leggerezza, chiarezza, necessità. Una necessità di maniera, in linea col
proprio impianto. Anche, per quanto sofisticata, una sorta di regressione al
linguaggio infantile, dei primi anni di linguistica, quando le parole sono
belle, e si concatenano in frasi belle, non importa quanto relate al mondo – alle
cose, ai fatti.
Un’oggettivizzazione estrema,
anche se alleviata da emblemi – o appesantita dai discorsi sugli emblemi. Senza
più funzione emotiva, anche se con compartecipazione dell’autore. Che si
avverte profonda, al limite dell’insouciance,
ma per questo in realtà di rifiuto, quasi ironico. Di rifiuto della parola. Ora:
uno scrittore che rifiuta la parola, seppure per distacco o rifiuto
programmatico, da “ora ti scandalizzo il borghese”? “Borghese” è da ridere, ma
non molti anni fa era riferimento d’obbligo: tutto ciò che l’autore non voleva essere, pur
essendolo – c’è niente di più “borghese” di un “autore”?
Il racconto, il genere racconto,
si radica nella “necessità”, in una certa consecutio,
un certo ordine. Non per Calvino a un certo punto, che invece vuole lasciarlo
aperto – forse in linea col nouveau roman d’oltralpe, benché questa esperienza
non abbia adottata. C’è un racconto aperto? Se stimola la fantasia del lettore sì,
su questa linea sembra muoversi questo “secondo” Calvino.
La lettura in parallelo di Simone
de Beauvoir, dei suoi “Colloqui con Jean-Paul Sartre” nell’estate del 1974 a
Roma, tutto fa scadere però, sotto l’apparenza della logica, nell’improbabile. “Raccontando
si rivelava una necessità”, così Sartre spiega i suoi approcci letterari, “che
era il concatenamento delle parole le une alle altre, che erano scelte per
concatenarsi…E c’era anche, ma molto vagamente, l’idea che ci sono delle buone
parole, delle parole che fanno bello concatenandosi le une alle altre, e che
fanno dopo una bella frase”. Questo succedeva a Sartre bambino – “questo è durato
fino ai dodici anni”.
Di Sartre è, negli stessi colloqui romani, quando passa a scrivere saggi, la regola “delle idee molto cartesiane:
leggerezza, chiarezza, necessità”. Di Calvino invece il progetto è in evidenza, esibito,
in una disincarnazione eccessiva. Di un virtuosismo gelido: la narrazione diventa
un calembour chilometrico,
insopportabile. Non sorprendente né sapiente, insistito. Una tortura. Specie al
confronto, per esempio, con Primo Levi, che ha saputo far parlare gli elementi.
Italo Calvino, Le città invisibili, Sorrisi e Canzoni
Tv + la Repubblica, pp. 165 € 9,90
sabato 19 dicembre 2020
Il mondo com'è (417)
astolfo
Bach – Quando morì non se ne fece l’annuncio. Solo quattro
anni dopo, breve, col titolo “Suonatore d’organo di fama mondiale”, che non
voleva dire nulla, giusto un “echo” pubblicitario di qualche editore. Con le
qualifiche di “compositore di corte” e “maestro di musica”. Senza un cenno alle
opere. È per questo che non ci sono autografi: se ne scrive molto, da qualche
tempo moltissimo, ma sono congetture. S’era dovuto arrangiare. Accettare un
incarico alla corte sassone di Dresda, quasi straniera, snobbato dagli ottimi
fabbricanti di organi di quella città, come già a Lipsia, intrattenersi
soprattutto con nobili slavi, copiare montagne di musica non tedesca, andare
fino a Potsdam a suonare il piano a Federico il Grande, che non si degnò di
ascoltarlo, nonché elogiarlo e remunerarlo. Il suo solo viaggio all’estero fu a
Carlsbad, a passare le acque, che si trovava in Boemia, terra asburgica. Si
capisce che il suo figliolo più giovane abbia presto cercato fortuna in Italia,
con Mozart che incrocerà a Milano e Bologna e poi a Londra.
Eugenetica - A Mosca il
comunismo sperimentò nel 1932 l’accoppiamento di una donna con un orango. Per
migliorare la razza dell’orango? Per provare Darwin.
Questo
precedente è mancato a Nolte, nel suo sistema della “colpa è sempre degli
altri”: qui la colpa è senz’altro degli altri. Ma bisogna dire che in fatto di
Aktion T 4 (eliminazione delle “vite indegne di essere vissute”, portatori di
handicap mentali o malattie genetiche inguaribili) ed eugenetica Nolte tace su
tutti i fronti - l’eugenetica adorna i petti migliori.
Freud
- Ebbe una figlia bellissima, Anna, e la tenne chiusa in casa. La figlia
amava le donne, e Freud non lo seppe mai. Anna si portò in casa l’amica del
cuore, che era la casa di Freud. Una vita a tre di cui Freud non si accorgeva, a
Vienna e a Londra. Anna tenne in terapia il figlio dell’amica per 45 anni.
Anna
era il nome di una sorella di Freud, la prima delle cinque, e fu la sola a
sfuggire alla furia hitleriana, essendo emigrata in America giovanissima nel
1889. Le altre sorelle, Rosa, Marie, Adolfine e Pauline, Freud inspiegabilmente
lasciò inaccudite a Vienna quando, dopo l’Anschluss, si decise a emigrare, e
finiranno in campo di concentramento, tra il 1942 e il 1943. Del loro destino nessuno
si è mai occupato, i biografi di Freud tutti sorvolano. Giusto Jones le
ricorda, per dire, a proposito della loro fine, che «Freud, per fortuna, non
avrebbe mai saputo nulla di ciò che sarebbe accaduto loro», essendo premorto, a
Londra, onorato, in una bella residenza, nel 1939. D' altra parte Freud,
commenta lo stesso Jones, “non aveva
alcun motivo di preoccuparsi delle sorelle, visto che all’epoca del suo
trasferimento a Londra la persecuzione degli ebrei era appena cominciata”. Ma
questo non è vero: Norimberga era legge da qualche anno, Freud fu subito
importunato dalle SS, Anna fu rinchiusa in camera di sicurezza. Il 13 marzo
l’Anschluss fu dichiarato, il 15 marzo Freud
subì una prima irruzione in casa, di attivisti nazisti in divisa, che
pretesero una taglia, il 22 marzo la Gestapo fermava Anna.
L’emigrazione
si prospettò subito. Si dice che Freud nicchiasse, perché si sentiva vecchio, e
non abbastanza ricco per traslocare. Ma non nella corrispondenza: subito con i
corrispondenti registra la minaccia. E avvia la pratica per l’emigrazione. Paga
le due tasse imposte dal nuovo regime agli ebrei che emigrano, la Reichsfluchtsteuer, per il diritto
all’emigrazione, e la Juva, Judenvermögensabgabe
(patrimoniale speciale per gli ebrei), conclude rapidamente la complessa
burocrazia per l’espatrio, e il 4 giugno parte per Londra, dove abiterà il
comodo Maresfeld Garden. Può portare con sé tutto quello che vuole, compresa la
collezione di statuette antiche, e i familiari che vuole. Compilò una lista di
17 individui: la moglie, i figli e i nipoti, le due cameriere, il medico personale
con la famiglia, e il cane. Ma non le
sorelle.
Vittorio
Mussolini dirà che la partenza fu facilitata dall’intervento del padre,
ammiratore di Freud. Il quale gli aveva mandato copia con dedica del libro
sulla guerra, in originale tedesco, “Warum Krieg?”, perché la guerra. La dedica
è impegnativa: “A Benito Mussolini coi rispettosi saluti di un vecchio che nel
detentore del potere riconosce l’eroe della civiltà” – il libro con la dedica
si conserva tra i resti della biblioteca di Mussolini all’Archivio Centrale. Se
non che, due mesi dopo aver ricevuto il libro, Mussolini firmava sul “Popolo
d’Italia” un articolo di condanna della psicoanalisi come impostura.
La
vicenda è analizzata in un libro di Roberto Zapperi, “Freud e Mussolini”. E molto
ridimensionata. Il 25 aprile 1933 Freud ricevette per un consulto lo
psicoanalista triestino Edoardo Weiss, col suo paziente Gioacchino Forzano, il
drammaturgo. Forzano portava in regalo a Freud un volume con i drammi scritti
in collaborazione con Mussolini, tradotti in tedesco. Freud contraccambiò col
libro sulla guerra e la dedica.
Hitler – Se ne può dire
molto, fuori dell’anatema. Poi indiscutibilmente la “belva”, fu fino alla
Cecoslovacchia onorato più che temuto. Per aver risollevato la Germania, anche
se con qualche eccesso manesco. Gli accordi di Monaco trovarono entusiasti i
pacifisti, non soltanto l’opportunista Chamberlain - tra essi Simone Weil,
politologa per ogni altro verso acuta.
In
tutto copia-succube di Mussolini, ne adotta pure il marmo, il travertino,
invidiosissimo dell’architettura Novecento colossale, di Speer tentando di fare
un Piacentini.
Invade
la Russia come a una scampagnata, scrivevano gli inviati di guerra Malaparte e
Lino Pellegrini, nelle giornate tiepide dell’Ucraina a giugno.
Si
rappresentano Hitler e il nazismo come una barbarie soprammessa alla Germania, mentre
furono popolarissimi. Brutti ma abili: bambini e ragazzi vissero privilegiati e
accuditi, d’inverno e d’estate, in città e nei campeggi, i film luce erano fantastici
di luci e avventura, il nemico considerato sempre vinto. Fu una galoppata di cavalli,
non di asini.
Sartre-Simone de Beauvoir – Furono, fin dagli
inizi, una coppia aperta, ma anche adescatori, cioè reprensibili, secondo
l’etica odierna. Lei in particolare, essendo bisessuale, ha portato nella coppia
giovani che poi hanno lamentato la relazione come un trauma. Tre in particolare,
Olga Kosakiewicz, Bianca Bienenfeld (poi Lamblin) e Natalie Sorokin, che il ménage à trois con Sartre e De Beauvoir quando erano al liceo avrebbe danneggiato
psicologicamente.
Nel
1939 Simone de Beauvoir è sospesa un prima volta dall’insegnamento per il
rapporto con Bianca Bienenfeld, una sedicenne, figlia di un ebreo polacco
rifugiato in Francia per sfuggire ai pogrom. Ripreso l’insegnamento, ne sarà
definitivamente sospesa il 17 giugno 1943, alla fine dell’anno scolastico, a seguito
di un denuncia per “eccitazione di un minore alla dissolutezza” – una denuncia
depositata a dicembre del 1941 dalla madre di Natalie Sorokine: il processo si
era concluso con un “non luogo a procedere”, ma il ministero dell’Istruzione
tenne conto della denuncia. La relazione insegnante-allievo non è infrequente
né illegale in Francia – il presidente Macron è uno, che a sedici anni è stato innamorato
dall’insegnante di Lettere Brigitte Trogneux, poi sua moglie, allora
quarantenne, sposata e madre di tre figli. Ma nel 1943 il ministero tenne conto
del precedente. Simone de Beauvoir non contestò il licenziamento. Sarà
reintegrata nell’insegnamento alla liberazione, il 30 luglio 1945, ma non
insegnò più.
Bianca
Lamblin, una cugina di Georges Perec, ebbe anch’essa come insegnante a sedici
anni SdB, con la quale intrecciò una relazione. Di cui fu parte presto anche
Sartre. Di lei ci sono molte tracce nella corrispondenza tra Sartre e SdB,
sotto lo pseudonimo Louise Védrine - nelle “Lettere al Castoro e alcune altre”
di Sartre, pubblicate nel 1990. Lamblin reagì polemicamente nel 1993, con i “Mémoires
d’une jeune fille dérangée”, mimando un celebre titolo di SdB, “Mémoires d’une
jeune fille rangée”.
Olga
e la sorella Wanda, anch’essa amante di Sartre, e forse di De Beauvoir, erano
attrici. Olga sposerà nel 1946 Jacques-Laurent Bost, un vecchio amante di de
Beauvoir. La coppia Bost resterà una delle amicizie più consolidate di Sartre e
de Beauvoir. Olga e Wanda accudiranno Sartre saltuariamente, accompagnandolo
nei viaggi o di notte a casa sua, negli anni 1970. Due delle tanti amanti che se ne occuparono, nel decennio di decadimento
fisico che Sartre visse fino alla morte (morirà il 15 aprile 1980), insieme con
altre vecchie relazioni, anche di molti anni: Michèle Vian, ex moglie di Boris
Vian, Liliane Siegel. Con l’aggiunta di amiche giovani. E delle figlie adottive
della coppia: Sylvie Le Bon, di SdB, e Arlette Elkaïm, di Sartre. Ancora nel
1978, nota Simone de Beauvoir in “La cerimonia degli addii”, benché afflitto da
amnesie, incontinenza, frequenti cadute, solitario in casa o per strada, tra gli
eccessi di alcol e di fumo, “frequentava sempre molte giovani”: Melina, “la
giovane greca” che l’anno prima aveva licenziato, con una piccola somma per le
sue spese a Parigi, “e numerose altre”. E di questo si vantava: “Non sono mai
piaciuto di più alle donne”. Non senza ragione, commenta SdB, “è a molte di
esse che doveva il piacere di vivere”, malgrado le menomazioni fisiche. Donne,
giovani e non, che anche manteneva: ancora nel 1978, nota SdB, “versava
regolarmente ogni mese somme abbastanza grosse a diverse persone”. Al punto da
indebitarsi e non poter spendere per sé nemmeno per la cose minute.
Simone
de Beauvoir, oltre che col “giovane Bost”, allievo di Sartre, ha avuto una
relazione lunga con Nelson Algren, romanzata nei “Mandarini”, poi testimoniata
dalla pubblicazione della corrispondenza. E, da luglio 1952 al 1958 con Claude Lanzmann,
che ritroverà nei sei anni che sopravvisse alla morte di Sartre, fino al 1986. Con Sartre ha continuato a darsi del voi, come usava un tempo, tra vecchi coniugi, non più amanti.
astolfo@antiit.eu
Cnr, centro niente ricerca
Ha trovato il
Cnr nel 2014 con 70 milioni di buco, e lo lascia con 70 milioni di buco. Cioè,
non lo lascia: la presidenza Inguscio al Cnr è come se non ci fosse stata in
questi sette anni, ma il governo la proroga con ogni decreto per l’emergenza
covid, fino a fine luglio, poi al 15 ottobre, poi…
Dopo il 15
ottobre non si sa, ma il presidente del Cnr è stato messo lì da Renzi e quindi
non si tocca. La presidenza Inguscio è scaduta a febbraio, ma tra le tante
pietre d’inciampo che Renzi solleva ogni due giorni al governo, il Mes, la gestione
del Recovery Fund, la direzione Rai, che
pure non è scaduta, il Cnr si segnala per la sua assenza. La ricerca è, come l’energia,
ancora campo chiuso per la vecchia gestione democristiana del potere, cioè
delle università, e il Pd ne perpetua l’infeudamento.
Non è un buon
segno per la ricerca scientifica, si direbbe. Ma il Cnr non fa ricerca: è un
organismo burocratico che si limita a gestire le spese del personale – la Cgil
Ricerca, la direzione Personale e il presidente Inguscio stanno anche fisicamente
insieme, nel palazzo a piazzale Aldo Moro. Gestisce i 70 milioni che ogni anno gli
mancano, da quando il governo Monti gliene ha sottratto la dotazione.
Lo Stato non
fa ricerca. L’Istat dice che l’Italia spende in ricerca lo 0,5 per cento del
prodotto interno lordo. E ha 5,6 ricercatori ogni mille abitanti – cifra assurda,
saremmo un popolo di scienziati. Mentre la verità è che lo Stato non spende
niente nella ricerca pura, necessariamente pubblica. E la capacità italiana di
attirare risorse dall’European Research Council, che finanzia la ricerca in Europa,
con un forte contributo italiano, è tra le più basse. Anche se gli italiani
sono i primi, o secondi, per numero di
progetti vinti in sede europea. Ma sono italiani che lavorano oltralpe. Il Cnr,
che dovrebbe coordinare e promuovere, non sa farlo – non lo ha fatto
specialmente in questa lunga gestione “renziana”.
La ricerca si
finanzia autonomamente, concorrendo ai vari bandi regionali (le Regioni
finanziano la ricerca) e internazionali. Quello che lo Stato spende secondo l’Istat,
lo 0,5 del pil o quel che sia, che è comunque la metà della Germania, lo spende
per l’industria collegata alla ricerca: lo spaziale soprattutto, i poli tecnologici
di Genova e Miano, l’Infn, con i suoi costosi impianti a caccia di particelle.
Silenzio stampa
L’app Immuni,
che dieci milioni avrebbero scaricato, ha segnalato in nove mesi solo 600 casi
di positività. Niente. L’app IO, a dieci giorni dall’avvio del programma
Cashback , non funziona. Non registra i pagamenti bancomat. Non carica alcune
carte di credito, per esempio le American Express. Non dialoga in nessuno modo,
se non attraverso farraginose risposte preconfezionate – prima dell’avvio del
Cashback. Non riesce a darsi un minimo di
efficienza.
La rivoluzione
tecnologica del nuovo al governo è zero. Anzi è negativa, comportando perdite
di tempo ed energie. Alle app zero bisognerebbe aggiungere la fibra che funziona
a capriccio, e i fumosi percorsi delle identità digitali, spid e pec, che
sembrano disegnati per smarrire le identità.
Non è meraviglia, è parte della burocrazia, incapace di adeguarsi in qualche
modo, se non di innovare. Meraviglia sarebbe
se le app funzionassero.
La novità è il silenzio stampa. Rumorosissimo.
E sì che i media hanno bisogno di notizie, se per ore e paginate non fanno che
riciclare le chiacchiere su Conte. I media di destra evidentemente sono
incapaci di capire. Quelli di sinistra, ora che il Pd è al governo, mostrano la
vecchia sindrome Pci, non disturbare il manovratore, stiamo lavorando per voi.
Napoli in giallo, umoristico
Un gioco di parole per una
giornata ordinaria, la solita GdM, “Giornata di Merda”, benché sia la vigilia del
santo Natale, che fila come un frecciarossa. Irreale, inverosimile e tutto, ma l’orchestrazione
si prende l’attenzione – rima permettendo. De Giovanni dirà che a Napoli tutto
è possibile, e invece no – altrimenti perché scriverne, in giallo poi? Mentre
sono realistiche, finalmente, le “dimensioni” fisiche delle sue donne, la modestia
del consultorio pubblico, la cattiveria della mamma con la figlia (non solo
napoletana, per la verità: un mistero,
sfuggito anche a Freud).
Una Giornata di Merda di
Gelsomina Settembre detta Mina, assistente sociale di questa e di molte altre
avventure (il racconto, il primo di Mina Settembre, è estratto dall’antologia
Sellerio 2013, “Regalo di Natale”). Che invece ritrova il marito ripudiato in
funzione per una volta utile, forse un nuovo flirt, il rispetto del portiere voyeur, e una camorra distratta e
perdente.
Un titolo goliardico per un racconto spartiacque, di
quando De Giovanni ha iniziato a propendere verso il giallo
umoristico-satirico. L’unico metro possibile, si direbbe, da maestro di taglio napoletano
che altrimenti non può venire a capo del suo mondo. Con un cappottino rosso reminiscenza
della “Felicie” di Simenon – al cui fascino cede il freddo Maigret?
Maurizio De Giovanni, Un giorno di Settembre a Natale, la
Repubblica, pp. 47, gratuito col quotidiano
venerdì 18 dicembre 2020
Letture - 442
letterautore
Guido Cavalcanti – Nel 1284
o 1285, consigliere al Comune di Firenze, in compagnia di Brunetto Latini e dello
storico Dino Compagni, fece il pellegrinaggio di Santiago de Compostela:
Compagnai lo ha annotato nella sua “Cronica”. La notizia più sicura della vita
di Cavalcanti è trascurata da suoi maggiori studiosi – ultimi, nel primo
Novecento, Ezra Pound, Contini e Praz – che lo vogliono invece, trasgressivo e
anche bestemmiatore, ateo. Ateo nella Firenze di Dante?
Allo
stesso modo, forse di una filologia che si vuole astratta dalla storia, si trascura
l’esilio inflitto a Cavalcanti nel 1300 (dal quale ritornò a Firenze dopo meno
di due mesi morente, di soli 42 anni) nel tentativo di pacificazione tra le famiglie
Cerchi e Donati, ossia tra i Bianchi e i Neri. Quindi a opera anche di Compagni
e Dante, entrambi impegnati nella pacificazione – Dante per di più in quanto
uno dei “priori” della città..
Corazzata
Potëmkin –Il
film di Ejzenštejn, 1925, fu proibito in Francia, oltre che in Italia, fino a
dopo la guerra.
Dante –
Giuliano Vigini conta su “La Lettura” per il settecentenario di Dante la
disponibilità “in commercio” di 136 edizioni della “Commedia”, “tra i 7 e i 10
euro”. Più le “già annunziare edizioni d’arte e di pregio, dai 200 euro in su,
per studiosi, amatori e collezionisti”. Sono anche disponibili “80 saggi,
biografie, indagini, agende letterarie” – “senza contare quello che uscirà in
edicola, come allegati a giornali e riviste”.
Heidegger –
Sartre o ha letto tardi, durante la guerra, nel campo di prigionia, come regalo
dei carcerieri. Così egli stesso lo racconta a Simone de Beauvoir nelle lunghe
- occupazione delle vacanze di agosto a Roma -
“Conversazioni con Jean-Paul Sartre”: “”Non so perché nel campo di
prigionia i Tedeschi mi hanno regalato Heidegger; resta un mistero per me”. “Come
ha fatto?” chiede Simone de Beauvoir. “Durante la prigionia ho risposto a un
ufficiale tedesco, che mi chiedeva cosa mi mancava: Heidegger”. “Forse perché Heidegger era ben visto dal regime…”,
opina SdB. “Forse. In ogni caso me l’hanno dato. Un grosso volume, che costa
caro. È strano, perché non eravamo trattati con i guanti”. “Sì, certo”, dice
SdB, “la cosa resta un po’ misteriosa. Comunque, avete letto allora Heidegger”.
“Ho letto Heidegger mentre ero in campo di prigionia. L’ho capito d’altronde
attraverso Husserl molto più che in sé stesso. L’avevo letto anche un po’ nel
‘36”, quando Sartre passò un anno a Berlino, per studiarvi la filosofia, mentre
scriveva “La nausea”.
Ivan il Terribile - Ce ne sono due: il primo fu
negativo, il secondo positivo, il tiranno è illuminato. Tutt’e due dello stesso
regista, Ejzenštejn. La verità può essere doppia.
Montalbano
– È uno sceriffo, da film western: Alberto
Sironi “fu lui a volere Zingaretti”, spiega a Valerio Cappelli Carlo Sironi, figlio
di Alberto, il creatore di Montalbano al cinema: “Riusciva a creare
un’atmosfera da film western, Montalbano è lo sceriffo”.
Polentoni
–
Erano i Cartaginesi per i Romani. Che così li chiamavano (p.es. nel “Poenulus”,
la commedia di Plauto sul ragazzo cartaginese rapito): “Pultiphagonides”,
mangiatori di polenta.
Lo stesso termine, pultiphagonides, o pultiphagus,
che traduce “mangiapolenta”, il Mariotti registra come “scherzoso per romano”,
sull’autorità di Pl., cioè di Plauto – non ha letto bene la commedia?
Salò-Sade – Il
film di Pasolini è parlato come Baudelaire, tra una violenza e l’altra. Un
omaggio? Un
oltraggio? Baudelaire scoperto a cinquant’anni invece che a quindici?
Sogno – Nerval
ha “i sogni venuti dalla porta d’avorio”. Che sono i sogni “vani” dell’“Odissea”,
al canto XIC, 562-567: i sogni passano da due porte, le porte d’avorio quando
sono ingannatori, le porte di corno quando “la verità li incorona”, ma entrambe
“inconsistenti”, come sono i sogni . Nella versione di Rosa Calzecchi Onesti: “Due
son le porte dei sogni inconsistenti,\ una ha battenti di corso, l’altra d’avorio:\
quelli che vengono fuori dal candido avorio\ avvolgon d’inganni la mente, parole vane
portando;\ quelli invece che escon fuori dal lucido corno,\ verità li incorona,
se un mortale li vede”.
È un rebus secondo Calvino, “Le città invisibili”: “Il sogno più
inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura”.
Storia – “L’io non soggiorna più nella
storia, è la storia, oggi, a soggiornare nell’io”, Ingeborg Bachmann? In un
senso è vero, dell’io che si scrive nel romanzo del Ventesimo Secolo.
Teatro – Come
uno “stato d’emergenza” lo vuole Sartre – Simone de Beauvor, “Colloqui con Jean-Paul
Sartre”: “È una specie di stato d’emergenza, di tutti i giorni”, per l’autore,
per gli interpreti, per gli spettatori”. Sartre lo dice, nei suoi tardi lunghi
colloqui con Simone de Beauvoir nel corso della loro consueta vacanza estiva a
Roma, nell’agosto-settembre del 1974, a
proposito della vena teatrale, da lui preferita come scrittore, ma presto inaridita:
“C’è un’età in cui ci si distacca dal teatro. Le opere migliori non sono
scritte da vecchi. C’è qualcosa di eccezionale in un’opera di teatro. Dei personaggi
arrivano, e dicono: «Buongiorno, come stai», e si sa che, in due o tre scene,
saranno coinvolti in un affare d’eccezione da cui usciranno probabilmente molto
male. Questa è una cosa che, nella vita, è rara. Non si vive nell’emergenza; si
può essere sotto una minaccia anche grave, ma non si è nell’emergenza. Mentre non
si può scrivere un’opera teatrale senza che ci si sia un’emergenza”. Lo stesso
per gli spettatori: “Vivranno nell’immaginario un momento d’emergenza”.
Trionfo
della morte –
I suoi artisti anticiparono il fatto, spiega Klaus Bergdoltd, il medico
umanista che ha studiato “La grande pandemia”: “Il tema artistico del «Trionfo
della morte» compare già prima del 1348”, della grande peste del 1348-1351, “a
Pisa, Firenze e Bolzano; come se la grande catastrofe fosse stata in qualche
modo prevista”. La peste decimò l’Europa: “Tra il 1347 e il 1351 più di un
terzo degli europei fu vittima della peste”.
Vesuvio –
L’eruzione del 79 a.C. che seppellì Stabia, Ercolano, Pompei fu inattesa. Non
si sapeva che la montagna fosse un vulcano.
Viaggio – È un’acquisizione
“a perdere”, marginale? Così lo vuole Calvino annotando il suo Marco Polo alla
scoperta delle “Città invisibili”: “L’altrove è un specchio in negativo. Il
viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e
non avrà”.
letterautore@antiit.eu
Ecobusiness
Toyota, che per prima e molto più di tutti ha
capitalizzato su ibdirde e eletriche, ora che il gioco si fa serio - la
produzione di massa - scopre il bluff: convertire il parco circolante, spiega
il signor Toyoda, “costerebbe centinaia di miliardi e renderebbe i costi delle
auto insostenibili”. Centinaia o non migliaia di miliardi alle utilities elettriche e alle reti? Un
business per ricchi, e più un capriccio, una spesa suntuaria, mettendo a frutto l’ipervalore ecologia.
“Le pale eoliche son le nuove cattedrali”, Stefano
Ciafani, presidente di Legambiente. Della Lega per la distruzione
dell’ambiente?
Privilegiano i mercati rionali, evidentemente richiesti
dai consumatori, frutti di Spagna, o del
Sud America, che anticipano le stagioni e le ritardano, le nespole, le
albicocche, le pesche, le arance sempre, e le clementine. Frutti che sono anche
più grossi, calibro 8, calibro 10, sempre più grossi, più tondi e più cari, anche se meno saporiti – è il loro pregio,
essere più grandi, e tondi perfetti, anche se insipidi, e qer questo più cari.
È anche una filiera, evidentemente, in cui grossi ricarichi sono consentiti, agli
importatori-distributori, e al dettaglio. Ma in Spagna, o in Argentina, in
Cile, non è libero, diffuso e raccomandato l’uso degli Ogm – che l’ecologia depreca e l’Italia proibisce?
Osanna per gli acquisti online: il paese è maturo, il consumatore avvertito, si risparmia- davvero? E si movimentano quantità industriali di rifiuti, cartoni e plastiche, per ogni invio, anche minimo. Gli imballaggi sono diventati una grande industria.
Napoli fa violento il mite Eduardo
La commedia di Eduardo tal quale,
ma senza più l’effetto grottesco, anche comico, che la recitazione bonaria di
Eduardo, il ritmo, le pause, la mimica, e il testo stesso, imprimevano alla
rappresentazione sulla scena. Gli interpreti sono bravissimi, Franceso Di Leva
(Antonio Barracano, il “sindaco” aggiustaguai) e Massimiliano Gallo
(Santaniello), ma indirizzati sul filone “Gomorra”. È violento anche il linguaggio, in
Eduardo ironico.
Per questo Martone sarà stato apprezzato all’ultima Mostra
del cinema di Venezia. Ma Gallo-Santaniello terribilista contro il figlio, buonannulla,
anzi depravato, anzi degenere, perché a lui piace il baccalà e il figlio non glielo
ha messo ammollo?
Due ore e mezza di violenza
verbale, anche fisica. Sarà la Napoli di ora, probabilmente, che evoca solo
violenza.
Mario Martone, Il sindaco del rione Sanità, Rai 3
giovedì 17 dicembre 2020
La Bce contro le banche
È fragoroso il
silenzio della Bce sulle banche, nel blocco ormai quasi annuale dell’attività
economica. Se non per raccomandare l’aumento della liquidità, con limitazioni
ai dividendi e l’esclusione del buy-back a sostegno delle quotazioni. In una situazione in cui le banche galleggiano sulla
liquidità – stimata in Italia di ammontare attualmente superiore al pil
nazionale.
I problemi
della banche sono due. L’inattività, con costi generali che comunque corrono - Intesa, Unicredit e ogni altro istituto, grande e piccolo, hanno soprattutto un problema di inappetenza. E
i crediti incagliati o insoluti che tornano a riemergere per l’inattività del sistema produttivo, i
famigerati minacciosissimi npl, non
performing loans.
Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha alleggerito
questo fardello. Dal lato consumo, facendosi carico dei mutui sui debiti degli studenti,
sui ratei automobile e sulle carte di credito. Dal lato produzione acquistando
obbligazioni aziendali, seppure di emittenti di rating elevato. In Europa solo minacciosi avvertimenti.
La Bce,
orientata da Draghi sulla politica monetaria, un fronte sul quale è finora vincente, è impacciata e quasi indispettita
a fronte dei problemi bancari. Anche se è, istituzionalmente, la banca delle
banche.
È facile dirsi o porsi contro le banche, e la Bce, bizzarramente,
sembra collocarsi su questo fronte.
Nella patrimonializzazione su cui insiste, altra
bizzarria, la Bce non cessa di raccomandare alle banche aumenti di capitale. Pagati da chi, dagli investitori che la Bce raccomanda di non remunerare?
Il giovane Beethoven
Beethoven, sordo, bisbetico,
rivive in casa del fratello a Gneixendorf, dopo il tentato suicidio del nipote
Karl di cui è affidatario e a suo modo carnefice, la sua propria infanzia e
giovinezza a Bonn. Enfant prodige, del pianoforte e della
composizione, coltivato dal maestro di corte Neefe, protetto dal conte
Waldstein, e prima ancora dalla signora von Breuning, la cui figlia Leonore
sarà il suo unico amore, appassionato, condiviso infelice per differenza di
classe – nonché protagonista del “Fidelio”, l’unica sua opera, originariamente
a lei intitolata. Una stagione felice, malgrado le intemperanze del padre,
tenore di corte e ubriacone. E il regime paternalistico assolutista dei
principati tedeschi, che Beethoven contesta dalla più tenera età, libertario e
repubblicano convinto, dal suo primo mentore musicale, Tobias Pfeiffer - che
Niki Stein fa giovane repubblicano di grandi ideali, al punto da sfidare
l’Elettore di Colonia e andarsene, forse in America.
Il giovane cresce nel mito di
Mozart, che è anche quello del conte Waldstein. Che ai suoi diciassette anni
gli avrebbe procurato un incontro a Vienna col loro idolo, presso il quale lo
vedeva a scuola. Questo aneddoto forse non è vero, ma consente agli
sceneggiatori di presentare un altro Mozart: giovane maturo, aitante,
scapestrato. E una diversa Constanze, la giovane moglie che Mozart
trascura.
La rimemorazione si ferma al
1792, quando il conte Waldstein manda il ventiduenne compositore a Vienna,
raccomandandolo a Haydn, e prefigurandogli, con una lettera poi celebre, la
successione dell’idolatrato Mozart. Beethoven vecchio e sordo ha intanto
rifinito il suo ultimo quartetto, e lascia con Karl la casa di campagna per
consegnarlo all’editore a Vienna, ma s’infredda nel carrozzino scoperto sotto
la tormenta e muore.
La rimemorazione si ferma al
1792, quando il conte Waldstein manda il ventiduenne compositore a Vienna,
raccomandandolo a Haydn, e prefigurandogli, con una lettera poi celebre, la
successione dell’idolatrato Mozart. Beethoven vecchio e sordo ha intanto
rifinito il suo ultimo quartetto, e lascia con Karl la casa di campagna per
consegnarlo all’editore a Vienna, ma s’infredda nel carrozzino scoperto sotto
la tormenta e muore.
Un film diverso, fra i tanti su
Beethoven. Il compositore sordo e bisbetico è Tobias Moretti, il Richard Moser
del “Commissario Rex”. E Stein è soprattutto regista di moltissimi episodi
della serie gialla “Tatort”, che nel mercato tedescofono va in onda da
cinquant’anni (d a un paio danni alcuni episofi si programmano sul canale
Giallo. Ma questo è un film soprattutto musicale, anche se ben drammatizzato, in
oggi singolo episodio.
Un giovane Beethoven soprattutto
libertario, repubblicano. Per i 250 anni della nascita, uno dei pochi esiti
possibili dell’intenso programma di celebrazioni, in questa stagione sfortunata.
Niki Stein, Louis van Beethoven, Sky Cinema
mercoledì 16 dicembre 2020
Germania militante, ma deve arruolare immigrati
La Germania si
è fatta più militante, in senso proprio. D’accordo con Macron e l’esercito
europeo, e con gli Usa per una maggiore partecipazione nella Nato, alle spese e
all’operatività. I Verdi, il nuovo partito della sinistra, già pacifisti, propongono
più spese militari e più impegni, specie per l’esercito europeo. Il presidente Steinmeier,
socialista, è categorico sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”:“Solo un’Europa
che è in grado di difendersi in modo credibile potrà mantenere gli Stati Uniti
nell’alleanza”. E l’ex cancelliere socialista Schröder prospetta su “Handelsblatt”
“un futuro per l’Europa” solo come “attore sovrano e sicuro di sé nella
politica mondiale”.
La destra
invece è cauta – conoscendo i suoi polli? Annegret Kramp-Kerrenbauer, ministra
della Difesa, taglia corto su “Politico”: “Le illusioni di autonomia strategica
europea devono cessare, gli europei non potranno rimpiazzare il ruolo cruciale
dell’America in quanto fornitrice di sicurezza”.
La prudenza è
d’obbligo perché in Germania la professione militare non è apprezzata, e anzi è
disprezzata. Trent’anni fa, per riuscire ad arruolare i futuri sottufficiali e
ufficiali, le forse armate dovettero promettere lauree (corsi di laurea). Condizionandole a soli sei anni di ferma. Ora la Bundeswehr studia come sopravanzare il limite
costituzionale della nazionalità e della fedeltà istituzionale arruolando
immigrati. Anche come ufficiali se diplomati o laureati, per almeno cinque anni
di ferma. A cambio della nazionalità subito.
L’euroatlantismo – meglio gli Usa che la Cina
Da sinistra (Spd)
e da destra (la destra Cdu), la Germania discute di rilanciare l’atlantismo, in
chiave europea: più Europa non per affrancarsi dagli Stati Uniti ma per convincere
gli Stati Uniti a procedere ancora affiancati. Va Bruxelles in direzione
opposta, che per prima cosa mette ora la museruola ai big del web – che sono
anche i grandi finanziatori del neo presidente Biden?
La natura e l’estensione
dei controlli annunciati su Google, Facebook, Apple, restano da valutare, nell’applicazione.
Il programma politico è per un euroatlantismo, un atlantismo a iniziativa
europea. Svanita è comunque è l’illusione di fare da soli, col lungo ponte in
Cina. Già il programma di Ursula von der Leyen un anno fa, appena eletta a
Bruxelles, indicava la rotta: la sfida alla Cina – non agli Usa – sul digitale
e l’ambiente, 5 G e batterie elettriche incluse.
Il presidente
Steinmeier sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, e l’ex cancelliere Schröder su
“Handelsblatt”, entrambi socialisti che scrivono su giornali conservatori, e i
Cdu di destra, Schaüble e Annegret Kram-Karrenbaueer, l’ex ministro delle Finanze
e la ministra della Difesa, candidata alla successione di Angela Merkel, su “Die
Welt” e su “Politico”, chiedono il rafforzamento dell’Europa, anche in chiave
militare, per offrirsi ancora quale partner privilegiato agli Stati Uniti.
Steinmeier: “Anche
con Biden, l’Europa non sarà più centrale come prima per l’America (in
Gerrmania è opinione comune che il distacco sia avvenuto con Obama, prima di Trump,
e in parte già con Clinton, n.d.r.)…Dobbiamo perciò chiarire perché l’Europa è
importante per l’America”. Schröder dice “un ricordo del passato” l’atlantismo “per
come lo conosciamo da decenni”: l’Europa deve “recuperare credibilità e
rafforzarsi” per invogliare gli Stati Uniti ad affrontare insieme il “futuro
multilaterale”, la globalizzazione.
La corruzione in Procura
In Africa e in Medio Oriente non si fanno affari se non si pagano commissioni, tangenti. Lo
sanno tutti, e non c’è nulla da fare. L’interlocutore è sempre lo Stato, e gli
Sati in Africa e nel Medio Oriente sono patrimoniali, ancorché costituzionali:
sono “proprietà privata” del potere. Non vi si vince una gara, si paga un
beneficio al potente di turno - nella penisola arabica, p.es., i vari principi
reali.
Ci sono leggi
anti-corruzione fuori dell’Africa e del Medio Oriente. Che però non si
applicano a questi mondi. C’è solo la Procura di Milano che instaura grandi
processi, periodicamente, a carico dell’Eni, o di società ex Eni, come Saipem,
attive in quel mondo. Per un’intransigente applicazione della legge, si
dovrebbe dire, se non che la Cassazione, come avant’ieri, inesorabile cassa
tutte le procedure (e le procedure si avviano solo per le aziende – ex –
pubbliche). Oppure per provincialismo. E invece no, non è severità e non è
provincialismo – solo a Milano non si sa come va il mondo?
Sono inchieste
avviate dalla concorrenza. Più spesso estera ma con agganci in Italia, a
Milano, in banca e\o in attività d’immagine. O da dipendenti cacciati con
disonore. Cioè dai più corruttori-corrotti. Sempre e solo a carico delle
aziende pubbliche. Con budget rilevantissimi da spendere, per traduttori e
interpreti, perizie, viaggi. In capitali per molti ancora esotiche, comunque fuori
dal giro: Algeri, Lagos, Kinshasa.
Un Sud da ridere, ma con fatica
“Una banda di poliziotti” è una
banda a delinquere, non di suonatori. Per evitare la chiusura del commissariato di
Apulia, dove non è mai successo nulla da tempo immemorabile, la banda commette una serie
di delitti. Una gemma, nella programmazione scadente di questo cattivo 2020. Ma
sarebbe da ridere, e invece si fatica.
Il suo “Sud” fortunato Miniero
spinge in questa miniserie al demenziale. Genere non italiano, e quindi
forzato? O non è per questo che non si ride: il Sud non è demenziale – questo Sud
perlomeno (ma forse il Sud non si presta)? Fatto sta che il demenziale scade nella macchietta,
da guitti. Senza emozioni. Non c’è un personaggio, se non la dirigente ministeriale in missione
da Roma per chiudere il commissariato – o è Stefania Rocca che riesce a dare
corpo a questa figura, tanto più sbalzata in quanto è la sola riuscita - e nemmeno una storia.
Più che di svitati la banda è di sciocchi. Anche per il sincopato
apulo-lucano che - dopo “Imma Tataranni”? – Miniero fa parlare alla banda. E così si fatica.
Luca Miniero, Cops – Una banda di poliziotti, Sky
Cinema
martedì 15 dicembre 2020
Problemi di base - 611
spock
“La
natura del vivente è eterna”, Platone, “Timeo”?
“Una
superstizione dura più di una religione”, Th. Gautier, “Arria Marcella”?
“Non
credere è un altro modo di credere”, Alec Ryrie?
“È
urgente e indispensabile che Dio sappia come l’uomo è realmente”, Rilke?
“Chi
non ha mai dubitato non ha mai creduto”, William Perkins?
Dio
scompare con l’uomo, col male, con Hitler?
E
con i social, con la stupidità al potere?
Chi
può pretendere di conoscere Dio?
spock@antiit.eu
La multa è selettiva
L’aperitivo freddo
a largo Arenula, al ghetto, dietro l’edicola ormai tristemente chiusa, si riscalda
alle 11,55 col un pallido sole e con l’arrivo dei vigili urbani. Due, un lui e
una lei, come usa. Lui atletico, Nike
bianchissime, lei zazzeruta e goffa.
La Tipo di
servizio hanno lasciato all’angolo coi Falegnami. L’atleta è ed è entrato
nella merceria. Ne è uscito col vecchio merciaio, e insieme hanno ponderato le
macchine parcheggiate. Nella cosiddetta via sant’Elena, dietro la Posta, che è
zona pedonale ma da sempre adibita a parcheggio, così usa a Roma (si parcheggia ovunque: a Roma, 3 milioni di residenti, circolano 3,3 milioni di autoveicoli, 2,6 a quattro ruote), per anni e decenni, fino a che non cominciano le multe - a volte le multe si fanno per un periodo, due giorni, una settimana, poi si torna a parcheggiare liberamente, per un motivo che sfugge. C’entrano sette macchine a
spina di pesce, anche otto.
Il merciaio ha
indicato col capo. Poi il vigile ha chiamato col capo la vigilessa. Come sovrappensiero
ha fatto dei cenni, sempre col capo, e la vigilessa si è messa all’opera. Ha
fatto la multa alla prima macchina, all’angolo coi Falegnami, poi si è
avvicinata.
Da vicino sembrava
congestionata, quasi sudata. Ha guardato perplessa l’atleta, che si è
avvicinato. L’atleta, si dirà capopattuglia?, ha titubato anche lui, poi è
tornato al negozio. Il vecchio ha detto una parola, e a un cenno del
capopattuglia la zazzeruta ha lasciato la multa sotto il tergilunotto non dell’ultima
ma della penultima macchina, la sesta – oggi erano parcheggiate sette macchine.
Poi i due vigili
sono tornati in silenzio alla macchina di servizio e se ne sono andati.
Non un
diversivo divertente. Ma il sentimento di avere assistito a una rappresentazione, a suo modo eccitante:
uno dei vecchi “quadri viventi”, di ruoli e temi collaudati, che invece di belle donne in carne esibisce muti
corruttori, corrotti, appropriatori di suolo pubblico, e della legalità – il merciaio
gestisce le soste, la legge lo protegge, a un prezzo.
Non avendo nulla
da fare causa lockdown c’è anche
tempo per riflettere. Fare merce della legalità è anche questo parte dell’ideologia
del mercato? Ma a Roma, è pure vero, il mercato data dal tempo dei publicani.
Il giallo dell’Europa era risolto nel ‘33
“Da nord a sud, dal Baltico al
Mar Nero e al Mediterraneo, tutti se ne vanno in giro innocentemente con le
mani piene di fiammiferi”. È l’Europa nell’anno 1933. Simenon grand reporter ne fa un ritratto presciente, oltre che ben
raccontato, specie nella prima parte. La Germania dell’inflazione, spensierata,
folle, che vota Hitler, sembra l’Italia di oggi, l’Europa: “Alcuni si
innervosiscono. Altri si annoiano. La vita è stupida”, tra “le
«ammucchiate», il nudismo, la
speculazione, il freudismo, i ragazzini e le ragazzine, lo squilibrio e
l’irrequietezza, la fitness,
l’eroina, la cocaina”, e “libri di teosofia, esoterismo, erotismo” . Il § 3,
“L’Europa all’incontrario”, è un’anticipazione di cosa è accaduto dopo il 1989,
in Jugoslavia, Cecoslovacchia, paesi Baltici, sta avvenendo in Ucraina, e
potrebbe avvenire in Polonia, nei territori ex tedeschi e ex russi.
Con tranches de vie spassose, della vita nei grandi alberghi. E con più
di una nota storica. L’incendio del Reichstag Simenon l’ha scritto quattro giorni
prima che avvenisse. Perché sapeva ìl perché, l’aveva appreso al Kaiserhof di
Berlino, l’albergo dove risiedeva e dove Hitler aveva una suite – “Io l’ho visto, il Messia, dieci giorni prima delle
elezioni, che tornava nella sua suite al Kaiserhof”, si sono incontrati in
ascensore, “con Emil Jannings, che abitava un pisno più su”. Poiché “la moglie del Kaiser è andata a
trovarlo e ha anche organizzato un tè nell’albergo,” i giornali stranieri danno
Hitler derisivamente a caccia di famiglie reali, gli Hohenzollern, i
Wittelsbach di Baviera, nota Simenon sprezzante – lo stato dei media, anche quello sembra di oggi. “Ma
al Kaiserhof, a Berlino, nessuno appariva turbato, o inquieto, o sorpreso”,
spiega: “Una sera c’è stato gran consiglio ed è stato deciso che serviva una
scusa per mettere a tacere i comunisti prima delle elezioni. Hitler proponeva
di organizzare un falso attentato contro di lui per galvanizzare i suoi
sostenitori. Goebbels, più calmo, lo ha dissuaso dicendo che un falso attentato
avrebbe potuto dare a qualcuno l’idea di commetterne uno vero. Allora hanno
ripiegato sul Reichstag. Mancava una settimana alle elezioni, era sabato. Ho
telefonato la notizia a Parigi, al giornale della sera. Non hanno avuto il
coraggio di pubblicarla. Il mercoledì sera il Reichstag bruciava e nessun
tedesco dava il minimo segno di stupore!”.
L’ultima parte riproduce prima di ogni altro
viaggiatore esperto, Céline, Gide, la claustrofobia della Russia sovietica, che
tutto spia, da Odessa a Batum – e tutto rinvia, il cibo, le scarpe, una casa, a cinque anni, dieci anni, al prossimo piano quinquennale, ai prossimi due. La precede un’intervista con Trockij nel primo esilio a Prinkipo, l’isola nel
Bosforo, che è un capolavoro, di letteratura simenoniana e di finezza politica
dell’esule. Valga per tutti la “lettura” di Mussolini – Trockij conversa a
lungo con Simenon (sta negoziando il passaggio in Francia, dove si trasferirà
qualche mese dopo, a Barbizon), ma l’intervista la consegna per iscritto, su
quattro domande inviate in anticipo, per evitare equivoci: “Mussolini, a suo
tempo, quando lottava per raggiungere il potere, ha usato, sia pure
stravolgendola, la dottrina sociale di un tedesco, o meglio di un ebreo
tedesco, Marx, che uno o due anni prima aveva definito «maestro immortale di
tutti noi»”.
Un reportage pure senza pretese: “Non sono né un economista né un
politico. Ho semplicemente cercato di fotografare alcuni aspetti dell’Europa di
oggi che probabilmente prepara l’Europa di domani”. Ma resistente. Con molti
quadri d’autore, contro gli stereotipi sui “popoli”, nella sezione che intitola
“Cartoline illustrate”. La maratona a Parigi, “corsa campestre”. L’Europa
dell’Est in fuga, in fuga da se stessa. “A Vilnius convivono sette o otto
razze”, in lite, nella povertà. La Polonia è una sorta di marcita
invasiva, che si è presa parte della Lituania e dell’Ucraina ma non sa chi è.
Il Belgio è già diviso: i fiamminghi attorno al Boerenbond, la lega dei contadini, gestita
in ogni paese dal parroco, che insegna l’uso dei concimi, delle sementi, delle
macchine, delle tecniche di vendita; la Vallonia attorno alla Casa del popolo,
di un lusso sterminato, ristorante e pasticceria stellati, delle cooperative
operaie combattive – disprezzano il sindacato francese perché fa accordi coi
padroni.
Adelphi valorizza giustamente la
raccolta – p.es. rispetto all’edizione francese. Corredandola delle fotografie
che accompagnarono la prima pubblicazione del reportage. Ma purtroppo senza riferimenti, se non una stranissima
nota di Matteo Codignola che non spiega niente. Né delle foto, senza
didascalie, e senza autore - chi è Tigy? la prima moglie di Simenon? era fotografa? perché non dirlo? Né dei testi. Se non che furono organizzati e
pubblicati (in un numero unico, in più numeri?) dalla rivista “Voilà”, che
l’editore Gaston Gallimard aveva inventato due anni prima – prima quindi di
“Life”, spiega Codignola - per un fotogiornalismo di grande qualità: di réportage “firmati da grandi penne” e
“immagini di altissima qualità, con una grafica e un montaggio assai audaci”
(la copertina qui riprodotta richiama la grafica fascista, assertiva, tutta
bastoni). Lo scrittore-inviato, spiega Codignola, lavorava in tandem con un
grande fotografo. Nel caso di Simenon, invece, anche le foto sarebbero state sue
– si desume, non è detto. Anche in fatto di immagini questo Simenon riscoperto
– e il lettore - avrebbe meritato di più: un po’ più di luce (le foto sono
quasi indistinte), e una didascalia.
Georges Simenon, Europa 33, Adelphi, pp. 377, ill. € 18
lunedì 14 dicembre 2020
Lavorare a casa, lavorare di meno e peggio
Ognuno ne ha
fatto l’esperienza in questi mesi con i servizi, la banca, l’assicurazione, il fisco,
l’anagrafe (è impossibile denunciare una morte….), perfino le prenotazioni
online, del treno, dell’aereo, del car-for-rent. Più spesso non c’è
interlocuzione, se non dopo estenuanti tentativi. E quando finalmente c’è,
quasi mai è risolutiva, anche se si chiede solo di effettuare un pagamento. Lo smart working, il vecchio telelavoro, che
si continua a prospettare, su input
delle società di servizi, come un assetto progressivo e quasi miracoloso del mercato
del lavoro (già si prospetta un crollo dell’immobiliare, per gli uffici sfitti…),
molto più agile e redditizio, diventa l’incubo degli utenti.
In Francia,
dove un dibattito è stato aperto un mese e mezzo fa da “Le Monde”, il lavoro da
remoto, all’inizio valutato positivamente come un “incentivo alla produttività”,
ora è visto problematico nella “qualità del servizio”. L’incentivo alla produttività,
peraltro, è atteso per un abbattimento ulteriore delle garanzie salariali e di
orario del lavoratore, senza considerare il rendimento.
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