sabato 29 maggio 2021
Ombre - 564
Il
calciatore Bernardeschi, pedina di scarto nella sua squadra (Juventus), è
titolare della Nazionale, una delle più
forti attualmente in Europa. Sacrificato nel suo club al calcio degli
allenatori - in serie Allegri, Sarri, Pirlo. Che anche senza Bernardeschi non ha
prodotto niente, o pressappoco.
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Cronache dell’altro mondo – violento (118)
Muoiono 50 mila americani l’anno per cure con
medicinali a base di oppio. I morti per overdose da oppioidi farmaceutici,
21.088 nel 2010, sono stati 47.600 nel 2017, e 49.860 nel 2019.
Alcuni magistrati lavorano alacremente per
costituire un Grand Jury che arrivi alla messa in stato d’accusa di Trump. Non
hanno prove, né reati specifici da contestare, e neppure indizi di reato: li
cercano. Il Grand Jury si costituisce per questo: è una giuria popolare
chiamata a decidere se tutte le accuse che i giudici avanzano meritino un
processo. Non è necessario che siano provate.
La giuria si dice popolare perché estratta a
sorte all’anagrafe. In teoria. In pratica ogni giudice si costituisce la “sua”
giuria: deve solo essere abile a scegliere giurati che superino le
contestazioni degli avvocati di parte avversa. E l’abilità in questo deve
essere eccezionale, perché il Grand Jury deve il nome al fatto che è
praticamente il doppio della giuria di un processo penale: è composto da 20 a
23 membri – contro i 12 del processo in Tribunale.
Praticato a lungo nei paesi di common law, di diritto consuetudinario,
l’istituto del Grand Jury è stato abbandonato da tempo ovunque, eccetto che
negli Stati Uniti. In alcuni stati dgli Stati Uniti: l’istituto è previsto
dalla Costituzione ma gli stati possono derogare e molti lo hanno fatto.
L’altra Calabria
Una “Calabria da bere”. Peppe
Smorto ci ha rubato il titolo, ma ha fatto bene: per una volta un cronista che
si applica a raccontare cose e persone che si vorrebbero frequentare, in
Calabria – cioè: non la solita cronaca locale di arresti, “dispetti”, processi,
condanne (e non locale, v. il catalogo dello stesso editore, Zolfo-Melampo).
C’è un aspetto luttuoso della
Calabria – c’è un altro posto al mondo dove le cronache siano solo di
malvivenza, a parte il verbo degli assessori e sindaci locali? Ma c’è anche un
aspetto festivo, non può non esserci, e Smorto ha voluto portarlo alla luce. Anche
se, pure lui, con un fondo di malinconia, legandolo praticamente al lavoro
delle parrocchie e dell’associazionismo religioso.
Questo è vero, e non lo è Molto
si fa anche senza la forza della chiesa.
Ma è vero che il problema della Calabria è quello che un tempo si diceva della
classe o ceto dirigente. Che si riforma in
continuazione, una partenogenesi incessante, molto democratica, ma in
una sorta di processo distruttivo. Basti il raffronto tra gli anni 1960, di
Mancini e Misasi, e il nulla odierno.
Nella società civile il declassamento
non è analogo, anzi ci sono oggi molte opportunità di formazione nella Regione che
cinquant’anni fa non c’erano. Ma non si è formato un tessuto connettivo, societario,
di idee e di interessi. Un tessuto che regga la produzione, moltiplicando l’accumulazione
– che possa o che ci riesca: la Calabria non accumula, al meglio segna il passo.
E questo perché dalla Calabria si continua a partire. Non per bisogno. Perché
le opportunità sono altrove – con i tanti medici calabresi di Roma si sarebbe
risolto da tempo l’ottuso commissariamento della sanità nella Regione.
Smorto, che pure lui è partito, senza
complessi o patemi, una vita e una carriera a “la Repubblica”, ha scoperto che
si può anche tornare, con piacere. Con disappunto, per il tanto spreco, ma a
sommatoria positiva. Non c’è un contesto favorevole, non politico, non d’opinione,
non, tutto sommato, repressivo, ma le idee e le energie profuse sono di per sé
esilaranti. Verrà pure un giorno in cui faranno valanga, invece di tenere, come
oggi, gli interstizi, o salvare la scialuppa col secchiello.
L’altra Calabria è raccontata con
vena lieve in una ventina di episodi. Non le bellezze naturali della pubblicità
– “l’aria” non è mai mancata, a sentire mezzo secolo fa Otello Profazio. Ma di
normalità eccellenti. Sì, c’è anche la storia, per dire, del palazzo di
Giustizia di Reggio Calabria, ma anche questa si legge in allegria (e poi la “Calabria”
non c’entra, ne è vittima): in costruzione dal tempo di Martelli ministro della
Giustizia, quindi almeno da un quarto di secolo, “un castello” di 600 stanze, bloccato
da dieci anni, non protetto nemmeno dalle intemperie, uno scheletro.
Giuseppe Smorto, A Sud del Sud, Zolfo, pp. 176 € 16
venerdì 28 maggio 2021
Ecobusiness
“Agli attuali ritmi autorizzativi,
necessiteranno 24 anni per conseguire gli obiettivi fissati per l’eolico e 100
anni per il fotovoltatico”: Roberto Cingolani, ministro per la Transizione
Ecologica.
La Cina è già largamente sopra i iveli di
consumi petroliferi 2019, precedenti la pandemia.
La produzione mondiale di petrolio è in calo:
dal 2014 gli investimenti in ricerca e sviluppo di nuovi giacimento sono stati in
riduzione costante – dagli 800 miliardi di dollari del 2014 a meno di 300
miliardi. Con la produzione di petrolio in calo e la domanda di prodotti
petroliferi in aumento - malgrado gli impegni di risparmio e di ricorso alle
fonti di energia alternative – il prezzo del barile di greggio è atteso a 200
ollari nel 2025.
Con questo prezzo al barile, la benzina in
Italia raddoppierebbe, a 3-3,3 euro al litro. Si fa preso a dire transizione.
“Usiamo solo contenitori in Pet, al 100 per
cento riciclabili”: Antonio Pasquale, “re” delle acque minerali di Karlovy Vary
(Karlsbad), con Stefano Lorenzetto sul “Corriere della sera”: “Paghiamo chi ci
riporta il vuoto di plastica. Lo sa che una tonnellata di Pet usato vale 1.000
euro? Gli enti che curano la raccolta differenziata e i riciclatori che vendono il Pet alle industrie automobilistiche sono una lobby. La Cina spaccia per riciclato il Pet vergine perché ci guadagna di più.
Una follia”.
Francesco re dell’ambiente
Della serie “Ulisse: il piacere
della scoperta”. Un ritorno in grande spolvero per le riprese ambientali
“fresche” , non di repertorio, su Assisi e dintorni. Curiosamente, la puntata
attrae in partenza, con le scene ambientali, mentre crolla negli sceneggiati,
tratti dal filmaccio di Liliana Cavani - l’ultimo dei suoi tre film
“francescani”: Mickey Rourke… Helena Bonham Carter…. combattimenti, morti,
morti nudi, Rourke abbondantemente nudo…, il ricettario del film “americano”.
Anche sullo schermo, insomma,
Francesco è il santo dell’ambiente. Chi è, chi era, di persona, è difficile sapere - comunque ininfluente (gioventù, guerre, compagni di ventura, caduta da cavallo, stimmate)?Chi era è la sua opera.
Alberto Angela, San Francesco e santa Chiara, Rai 1,
RaiPlay
giovedì 27 maggio 2021
Cronache dell’altro mondo – violento (117)
Un poliziotto “star” della polizia di New York
City è già costato alla comunità due milioni e mezzo di dollari in risarcimento
per “misconduct”. scorrettezze. È famoso perché è instancabile: sia di servizio
di giorno oppure di notte, li blocca tutti, soprattutto se giovani e neri, a ogni
angolo di strada. E malgrado le penali che la Polizia di New York deve pagare è
sempre al suo posto – “The New Yorker”.
Gli Stati Uniti hanno sempre il record mondiale di morti per assassinio, sia in assoluto che in rapporto alla popolazione.
Più del Messico, o del Brasile.
Numero record in America anche di uccisioni per
arma da fuoco, per mano di poliziotti: la Cnn ne ha contati “oltre” 1.300 nel
2019. Altri conteggi sono di poco inferiori: 1.004 per il “Washington Post”, 1.099
per il gruppo Mapping Police Violence. Per l’Fbi “soltanto” 407 sono state
uccise dalla polizie – “omicidi giustificati” è la dizione ufficiale. È comunque
il numero più alto anche in cofdronro a Paesi dove vige lo stato d’assedio,
come il Myanmar.
Nei sette anni dal 2013 al 2019 sono monitorate
da Fatal Force (“The Washington Post”) 7.663 morti per mano della polizia – una media
di 1.100 l’anno, lo 0,34 ogni centomila abitanti.
Comunque la polizia negli Stati uccide o ferisce,
arresta, imprigiona, più persone, in rapporto alla popolazione, di ogni altro paese
non dittatoriale.
L’Ufficio statistico del ministero Usa della
giustizia ha conteggiato, nei dieci mesi giugno 1915-marzo 1916, un numero
elevatissimo di decessi potenzialmente legati all’arresto, 1.348.
Pavese era Leopardi
È tutto, particolareggiato e
preciso, nell’autoritratto spedito a Fernanda Pivano – da Torino a Torino – il
25 ottobre 1940, con un titolo, “Analisi di P.” – dopo aver ponzato “Analisi
amorosa di P.” e “Analisi vergognosa di P.”. Scherzoso, ma non di fatto. Troppo
lungo, quattro pagine piene a stampa, per essere riprodotto, ma senza sconti
per se stesso: un raté, con
l’ambizione “di fare dei suoi giorni una galleria di momenti inconfondibili e
assoluti”. Uno che “recita”, anzi recita “terribilmente sul serio”. Un solitario,
incapace di amore (“si dimentica d’innamorare di sé la donna”), sempre perché “recita sul serio”, finendo per
“trasformare in vamp ragazze che non
se lo sognavano neppure”, ma col “desiderio feroce di una casa e di una vita
che non avrà mai”, con una “forte fantasia”, per cui gli basta rappresentarsi
se stesso in un’immagine dolorosa per risentirne fisicamente le torture”. Lungamente tentato da “una stoica
atarassia”, con “la rinuncia assoluta a ogni legame umano, se non quello,
astratto, di scrivere”, ma anche questo non gli riuscì, e “avvenne il
franamento”.
Einaudi riedita l’edizione del 1990
con un prefazione di Starnone, ma completa della vecchia nota introduttiva di
Cesare Segre, corposa. Una sapida rilettura del testo di Marziano
Guglielminetti. E la nota al testo, di Laura Nay, che rende conto di ogni
omissione, anche di virgole, tra la prima edizione e la riedizione.
Il diario è quello che era,
passata l’emozione del suicidio – della pubblicazione come a corredo
(spiegazione) del suicidio. Uno zibaldone nella migliore tradizione, di
Leopardi, di Goethe. Di un uomo non solitario, anzi socievole, benché incapace
di quella relazione duratura con una donna che fu il tormento della sua vita –
anche questo molto leopardiano (così come la passione filologica, una full immersion, un’apnea senza termine).
Un diario di moralità (riflessioni), con rare note autobiografiche, che si
rileggono a distanza sempre con interesse. Con una padronanza eccezionale,
oltre che dei classici, di letterature comparate, americana, tedesca, francese,
eccezionale per gli anni suoi, nelle lettere italiane – più tardo
Settecento-primo Ottocento.
Ma uno zibaldone quasi
monotematico, sull’amore. Uno scoglio, una tragedia al modo di Nietzsche.
Incapace come Nietzsche di allacciare quella relazione femminile stabile cui
pure ambiva, ciò che chiama nel diario “impotenza”. E come Paul Rée a distanza
dal rifiuto di Lou Andreas Salomè, lui dall’abbandono di Tina Pizzardo,
suicida.
Molta teoria dell’amore vuole che
lo stato erotico, come lo chiama Lou Salomé, sia “una benedizione”, sia
esso felice o infelice, poiché elettrizza, incrementa, moltiplica, vivacizza.
Per Pavese non sembra il caso, poiché se ne hanno tracce solo di fatica,
incapacità, cattiveria. Nella sua propria percezione. Ma forse lo ha tenuto
vivo, poiché, come lui stesso constata verso la fine, in pochi anni ha creato
un’opera voluminosa, oltre che di qualità.
Costeggia, distratto?, la fede,
quando annota “lo sgorgo di divinità”, il 29 gennaio 1944.Un evento che, forse,
lo porterà alla fede – “è questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di essere fedele: la
rinuncia a tutto”. Lo “sgorgo di divinità” è nella preghiera: “Ci si umilia nel
chiedere una grazia e si scopre l’intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si
dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto godere sempre quello sgorgo
di divinità”. Il pensiero di Dio ritorna a inizio 1945, commentando l’anno
finito: “Annata strana, ricca. Cominciata e finita con Dio”. E “potrebbe essere
la più importante annata che hai vissuto”, di “lacerazioni notevoli”, “se
perseveri in Dio, certo”.
Molte letture di elisabettiani.
Finche tardi, a fine 1949, un 2 dicembre, non scopre di essere stato
influenzato (“plasmato”) da Lawrence, da “The Sun” e da “The woman who rode
away”. Ha letto anche, il 26 novembre,
Primo Levi, che evidentemente non ha voluto pubblicare – “Se questo è un uomo”
era uscito un anno e mezzo prima da De Silva – gli piace il “conservavamo i
ricordi della nostra vita anteriore”.
Con una verosimile autoanalisi di
“Lavorare stanca”: “La nostra poesia vuole eliminare sempre più gli oggetti.
Tende a imporsi come oggetto essa stessa, come sostanza di parole… è un’onomatopeica universale”. E “anche il mio
libro – Lavorare stanca - ha oscuramente
fatto questo. Cercava l’oggetto scarnendo la parola”. E a commento del 1945,
invece: “Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare.
Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest’anno. Tutti ti ammirano, ti
complimentano, ti ballano intorno. Ebbene?”
Il problema è la viltà: “Non hai
mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per
qualcuno?” Apre il 1950, prima dell’innamoramento con Connie, ancora con l’idea
del suicidio. A freddo. In una Roma che sempre lo tenta. Continua
rimproverandosi “la passione smodata per la magia naturale, per il selvaggio,
per la verità demonica di piante, acque, rocce e paesi”, come “segno di
timidezza, di fuga davanti ai doveri e gli impegni del mondo umano”.
La riedizione Einaudi è robusta,
con molto da leggere. Oltre Starnone (?) e Segre, Guglielminetti, e la
corposissima nota filologica di Laura Nay, una dozzina di “pensieri
cassati”. Un’appendice biografica e critica, con saggi anche recenti, Vattimo,
Mazzacurati, Fortini postumo. E un’ottantina di pagine di succulente note. Per
quanto con la scomodità di tenere il libro aperto su due pagine, e di correre
avanti e indietro. Ma senza novità, né nel diario né nelle note: gli asterischi,
ora nominativi, sono senza sorprese.
Gli asterischi della prima
edizione, quella curata da Natalia Ginzburg e Italo Calvino, erano promettenti.
Ma il riscontro con l’edizione non purgata del 1990 li riduce bizzarramente a
cosa di sacrestia, pruriginosa ma casta. Perlomeno nel comune senso del pudore
contemporaneo, che nessun organo esclude dal linguaggio corrente, anche
scritto. Certo, pensare Ginzburg e Calvino impegnati a eliminare, per conto del
grande editore Einaudi, “parolacce” e scatologie, dopo la morte drammatica
dell’autore, e in presenza di tanto testo, è una curiosità.
La nuova edizione Bur,
post-diritti, fa a meno dell’apparato critico, e include invece il cosiddetto
“Taccuino Segreto”, gli appunti sparsi fuori dal diario, ripescati trent’anni
fa da Lorenzo Mondo, con la testimonianza dello stesso Mondo. Espressione della
poca presa della politica su Pavese, al di là delle scelte fondamentali. Fino
allo smarrimento nel 1943 su quale via prendere – l’insofferenza per una
decisione da prendere – tra la Resistenza e Salò.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, pp.
CVIII + 554 € 16
Bur, pp.632 € 12
È tutto, particolareggiato e
preciso, nell’autoritratto spedito a Fernanda Pivano – da Torino a Torino – il
25 ottobre 1940, con un titolo, “Analisi di P.” – dopo aver ponzato “Analisi
amorosa di P.” e “Analisi vergognosa di P.”. Scherzoso, ma non di fatto. Troppo
lungo, quattro pagine piene a stampa, per essere riprodotto, ma senza sconti
per se stesso: un raté, con
l’ambizione “di fare dei suoi giorni una galleria di momenti inconfondibili e
assoluti”. Uno che “recita”, anzi recita “terribilmente sul serio”. Un solitario,
incapace di amore (“si dimentica d’innamorare di sé la donna”), sempre perché “recita sul serio”, finendo per
“trasformare in vamp ragazze che non
se lo sognavano neppure”, ma col “desiderio feroce di una casa e di una vita
che non avrà mai”, con una “forte fantasia”, per cui gli basta rappresentarsi
se stesso in un’immagine dolorosa per risentirne fisicamente le torture”. Lungamente tentato da “una stoica
atarassia”, con “la rinuncia assoluta a ogni legame umano, se non quello,
astratto, di scrivere”, ma anche questo non gli riuscì, e “avvenne il
franamento”.
Einaudi riedita l’edizione del 1990
con un prefazione di Starnone, ma completa della vecchia nota introduttiva di
Cesare Segre, corposa. Una sapida rilettura del testo di Marziano
Guglielminetti. E la nota al testo, di Laura Nay, che rende conto di ogni
omissione, anche di virgole, tra la prima edizione e la riedizione.
Il diario è quello che era,
passata l’emozione del suicidio – della pubblicazione come a corredo
(spiegazione) del suicidio. Uno zibaldone nella migliore tradizione, di
Leopardi, di Goethe. Di un uomo non solitario, anzi socievole, benché incapace
di quella relazione duratura con una donna che fu il tormento della sua vita –
anche questo molto leopardiano (così come la passione filologica, una full immersion, un’apnea senza termine).
Un diario di moralità (riflessioni), con rare note autobiografiche, che si
rileggono a distanza sempre con interesse. Con una padronanza eccezionale,
oltre che dei classici, di letterature comparate, americana, tedesca, francese,
eccezionale per gli anni suoi, nelle lettere italiane – più tardo
Settecento-primo Ottocento.
Ma uno zibaldone quasi
monotematico, sull’amore. Uno scoglio, una tragedia al modo di Nietzsche.
Incapace come Nietzsche di allacciare quella relazione femminile stabile cui
pure ambiva, ciò che chiama nel diario “impotenza”. E come Paul Rée a distanza
dal rifiuto di Lou Andreas Salomè, lui dall’abbandono di Tina Pizzardo,
suicida.
Molta teoria dell’amore vuole che
lo stato erotico, come lo chiama Lou Salomé, sia “una benedizione”, sia
esso felice o infelice, poiché elettrizza, incrementa, moltiplica, vivacizza.
Per Pavese non sembra il caso, poiché se ne hanno tracce solo di fatica,
incapacità, cattiveria. Nella sua propria percezione. Ma forse lo ha tenuto
vivo, poiché, come lui stesso constata verso la fine, in pochi anni ha creato
un’opera voluminosa, oltre che di qualità.
Costeggia, distratto?, la fede,
quando annota “lo sgorgo di divinità”, il 29 gennaio 1944.Un evento che, forse,
lo porterà alla fede – “è questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di essere fedele: la
rinuncia a tutto”. Lo “sgorgo di divinità” è nella preghiera: “Ci si umilia nel
chiedere una grazia e si scopre l’intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si
dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto godere sempre quello sgorgo
di divinità”. Il pensiero di Dio ritorna a inizio 1945, commentando l’anno
finito: “Annata strana, ricca. Cominciata e finita con Dio”. E “potrebbe essere
la più importante annata che hai vissuto”, di “lacerazioni notevoli”, “se
perseveri in Dio, certo”.
Molte letture di elisabettiani.
Finche tardi, a fine 1949, un 2 dicembre, non scopre di essere stato
influenzato (“plasmato”) da Lawrence, da “The Sun” e da “The woman who rode
away”. Ha letto anche, il 26 novembre,
Primo Levi, che evidentemente non ha voluto pubblicare – “Se questo è un uomo”
era uscito un anno e mezzo prima da De Silva – gli piace il “conservavamo i
ricordi della nostra vita anteriore”.
Con una verosimile autoanalisi di
“Lavorare stanca”: “La nostra poesia vuole eliminare sempre più gli oggetti.
Tende a imporsi come oggetto essa stessa, come sostanza di parole… è un’onomatopeica universale”. E “anche il mio
libro – Lavorare stanca - ha oscuramente
fatto questo. Cercava l’oggetto scarnendo la parola”. E a commento del 1945,
invece: “Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare.
Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest’anno. Tutti ti ammirano, ti
complimentano, ti ballano intorno. Ebbene?”
Il problema è la viltà: “Non hai
mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per
qualcuno?” Apre il 1950, prima dell’innamoramento con Connie, ancora con l’idea
del suicidio. A freddo. In una Roma che sempre lo tenta. Continua
rimproverandosi “la passione smodata per la magia naturale, per il selvaggio,
per la verità demonica di piante, acque, rocce e paesi”, come “segno di
timidezza, di fuga davanti ai doveri e gli impegni del mondo umano”.
La riedizione Einaudi è robusta,
con molto da leggere. Oltre Starnone (?) e Segre, Guglielminetti, e la
corposissima nota filologica di Laura Nay, una dozzina di “pensieri
cassati”. Un’appendice biografica e critica, con saggi anche recenti, Vattimo,
Mazzacurati, Fortini postumo. E un’ottantina di pagine di succulente note. Per
quanto con la scomodità di tenere il libro aperto su due pagine, e di correre
avanti e indietro. Ma senza novità, né nel diario né nelle note: gli asterischi,
ora nominativi, sono senza sorprese.
Gli asterischi della prima
edizione, quella curata da Natalia Ginzburg e Italo Calvino, erano promettenti.
Ma il riscontro con l’edizione non purgata del 1990 li riduce bizzarramente a
cosa di sacrestia, pruriginosa ma casta. Perlomeno nel comune senso del pudore
contemporaneo, che nessun organo esclude dal linguaggio corrente, anche
scritto. Certo, pensare Ginzburg e Calvino impegnati a eliminare, per conto del
grande editore Einaudi, “parolacce” e scatologie, dopo la morte drammatica
dell’autore, e in presenza di tanto testo, è una curiosità.
La nuova edizione Bur,
post-diritti, fa a meno dell’apparato critico, e include invece il cosiddetto
“Taccuino Segreto”, gli appunti sparsi fuori dal diario, ripescati trent’anni
fa da Lorenzo Mondo, con la testimonianza dello stesso Mondo. Espressione della
poca presa della politica su Pavese, al di là delle scelte fondamentali. Fino
allo smarrimento nel 1943 su quale via prendere – l’insofferenza per una
decisione da prendere – tra la Resistenza e Salò.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, pp.
CVIII + 554 € 16
Bur, pp.632 € 12
mercoledì 26 maggio 2021
Problemi di base istruttivi - 641
spock
“Se avessi letto tanto quanto gli altri,
non saprei tanto più degli altri”, Hobbes?
“I libri sono pure buoni per se stessi, ma
sono un potente incruento sostituto della vita”. R.L. Stevenson?
“Se un ragazzo non impara dalla strada è
perché non ha l’attitudine a imparare”, id.?
“La vita contemplativa è piena di
pericoli”, Jean Gerson?
“La vita attiva è virtù femminile; quella
contemplativa, maschile”, C. Pavese?
Bisogna
testimoniare, a rischio della vita?
spock@antiit.eu
Picasso, sono io - la papessa Gertrude
“E adesso vi racconto come
avvenne che due americani”, Gertrude Stein e suo fratello maggiore, a
Parigi, “si trovarono al cuore di un
movimento artistico di cui il mondo all’epoca non sapeva nulla”. Celebrata autocelebrazione
di Miss Stein, sotto il nome della sua compagna Alice, quale scopritrice e
animatrice dell’arte contemporanea a Parigi nei due primi decenni del
Novecento: Picasso soprattutto, ma perfino Cézanne, e anche Matisse, e tutti
gli altri, attorno alla casa-studio di miss Stein a rue Fleurus. Indisponente.
Regge un po’ con il brio, con la “frasetta” che è il trademark di Gertrude
Stein scrittrice, nella traduzione di Alessandra Sarchi anche brilllante,
andante con moto, ma è come ogni selfie,
per quanto il genere vada oggi di moda: inutile. Cioè non proprio inutile, può
essere un buon articolo di giornale, ma per trecento pagine?
Si continua a riproporre questa
“Autobiografia” come un capolavoro del Novecento - a partire da Pavese, purtroppo. Forse perché Stein e Toklas
sono icone lgbtq. Ma è pur sempre un vecchio racconto di bohème, con tutti gli artisti, più o meno (manca Modigliani) su
piazza a Parigi. Con un po’ di Apollinaire, e di Hemingway, stiracchiato. Per
non dire nulla. Sul tipo del racconto di bohème:
qui i personaggi e gli ambienti sono racés,
anche gli artisti, anche le loro mogli, e si fanno un pregio di esserlo –
pregiano molto i nobili, le duchesse, le contesse.
La celebrata “frase” su cui Stein
orchestra la sua scrittura, qui lungamente descritta, è efficace. Non nuova - se
non nella forma, breve: è di Defoe, che anche lui sembra che racconti correndo,
o corra narrando. Di Defoe, allora, si direbbe al quadrato, poiché Stein si
scrive sotto il nome di Alice come Defoe sotto quello di Robinson. Ma Robinson
non ci mette Defoe a ogni paio di righe.
Con un penchant per il pettegolezzo. Non disdicevole: un gradevole small talk, non fosse prolisso.
Di fatto è un repertorio di tutti i nomi, grandi e piccoli, della
Parigi artistica a Parigi negli anni 1900-1910, stanziale e di passaggio. Col
tono indigesto di “Picasso, sono io”. E con molto name dropping a ogni riga – non basta essere curiosi. Un repertorio anche di tutti gli
americani a Parigi, prodromo dell’efflorescenza dopo la Grande Guerra:
Hemingway (con più punte di veleno – ma lo Hemingway, peraltro soprattutto
bello, che pratica la boxe ed è molto fragile, oltre che infognato nella
“carriera”, non è male), Fitzgerald, Sherwood Anderson. Mc Almond et al.. Eccetto che (oltre che di
Modigliani) di Nathalie Barney, americana anche lei, che riceveva rue Jacob,
non scriveva così bene come miss Stein, ma era bella e molto più disinvolta,
celebrata da Gourmont, ed ebbe relazioni con tutte le belle donne di Parigi,
anche non americane: viene menzionata, una o due volte, per la sua amica
duchessa di Clermont-Tonnerre. E di Margherite, allora Chapin poi Caetani, che comprava giovani pittori più è meglio dei fratelli Stein, e avrebbe coronato Valery, Larbaud, Fargue, Saint-John Perse - prima di promuovere a Roma, alle Botteghe Oscure, mezza letteratura italiana postbellica. E a chi le dice che la apprezza come Picasso e
André Gide, risponde, va bene, ma perché Gide? Il tono è questo.
Sarchi ha problemi ad alleggerire
il peso di alcuni “negri” dell’autobiografata – da tifosa del generale Grant e
non di Lincoln. Specialmente sgradevole nel caso di Paul Robeson, al quale rimprovera
gli spiritual: “Non ti appartengono,
non più di qualsiasi altra cosa, perché li canti? Lui non rispose”. Nella
convinzione che “i negri non stavano soffrendo di persecuzione ma di non essere
niente” – “l’africano non è primitivo, ha una cultura antica ma molto ristretta
e immobile”.
Una foto celebre ritrae Gertrude Stein con
la vera Alice in abito e attitudine monacali, quando si tagliarono i capelli
perché la duchessa di Clermont-Tonnerre se li era tagliati. Si direbbe la
papessa Gertrude.
Nell’edizione originale corrente,
Penguin Classics, con fastidiosi ripetuti Pissaro e Gaugin: sono solo errori di
composizione?
Gertrude Stein, Autobiografia di Alice B. Toklas,
Marsilio, pp. 312 € 18
Lindau, pp. 360 € 26
Si continua a riproporre questa “Autobiografia” come un capolavoro del Novecento - a partire da Pavese, purtroppo. Forse perché Stein e Toklas sono icone lgbtq. Ma è pur sempre un vecchio racconto di bohème, con tutti gli artisti, più o meno (manca Modigliani) su piazza a Parigi. Con un po’ di Apollinaire, e di Hemingway, stiracchiato. Per non dire nulla. Sul tipo del racconto di bohème: qui i personaggi e gli ambienti sono racés, anche gli artisti, anche le loro mogli, e si fanno un pregio di esserlo – pregiano molto i nobili, le duchesse, le contesse.
La celebrata “frase” su cui Stein orchestra la sua scrittura, qui lungamente descritta, è efficace. Non nuova - se non nella forma, breve: è di Defoe, che anche lui sembra che racconti correndo, o corra narrando. Di Defoe, allora, si direbbe al quadrato, poiché Stein si scrive sotto il nome di Alice come Defoe sotto quello di Robinson. Ma Robinson non ci mette Defoe a ogni paio di righe.
Con un penchant per il pettegolezzo. Non disdicevole: un gradevole small talk, non fosse prolisso.
Di fatto è un repertorio di tutti i nomi, grandi e piccoli, della Parigi artistica a Parigi negli anni 1900-1910, stanziale e di passaggio. Col tono indigesto di “Picasso, sono io”. E con molto name dropping a ogni riga – non basta essere curiosi. Un repertorio anche di tutti gli americani a Parigi, prodromo dell’efflorescenza dopo la Grande Guerra: Hemingway (con più punte di veleno – ma lo Hemingway, peraltro soprattutto bello, che pratica la boxe ed è molto fragile, oltre che infognato nella “carriera”, non è male), Fitzgerald, Sherwood Anderson. Mc Almond et al.. Eccetto che (oltre che di Modigliani) di Nathalie Barney, americana anche lei, che riceveva rue Jacob, non scriveva così bene come miss Stein, ma era bella e molto più disinvolta, celebrata da Gourmont, ed ebbe relazioni con tutte le belle donne di Parigi, anche non americane: viene menzionata, una o due volte, per la sua amica duchessa di Clermont-Tonnerre. E di Margherite, allora Chapin poi Caetani, che comprava giovani pittori più è meglio dei fratelli Stein, e avrebbe coronato Valery, Larbaud, Fargue, Saint-John Perse - prima di promuovere a Roma, alle Botteghe Oscure, mezza letteratura italiana postbellica. E a chi le dice che la apprezza come Picasso e André Gide, risponde, va bene, ma perché Gide? Il tono è questo.
Sarchi ha problemi ad alleggerire il peso di alcuni “negri” dell’autobiografata – da tifosa del generale Grant e non di Lincoln. Specialmente sgradevole nel caso di Paul Robeson, al quale rimprovera gli spiritual: “Non ti appartengono, non più di qualsiasi altra cosa, perché li canti? Lui non rispose”. Nella convinzione che “i negri non stavano soffrendo di persecuzione ma di non essere niente” – “l’africano non è primitivo, ha una cultura antica ma molto ristretta e immobile”.
Una foto celebre ritrae Gertrude Stein con la vera Alice in abito e attitudine monacali, quando si tagliarono i capelli perché la duchessa di Clermont-Tonnerre se li era tagliati. Si direbbe la papessa Gertrude.
Nell’edizione originale corrente, Penguin Classics, con fastidiosi ripetuti Pissaro e Gaugin: sono solo errori di composizione?
Gertrude Stein, Autobiografia di Alice B. Toklas, Marsilio, pp. 312 € 18
Lindau, pp. 360 € 26
martedì 25 maggio 2021
Letture - 459
letterautore
America
– Gli Stati Uniti sono il paese “più vecchio” del
mondo, a giudizio di Gertrude Stein, nella b “Autobiografia di Alice B. Toklas”,
un secolo fa o poco prima. Per un motivo semplice: “Perché con i metodi della
guerra civile, e i criteri commerciali che la seguirono, l’America ha creato il
Novecento, e siccome tutti gli altri
paesi vivono ora o cominciano a vivere
la vita del Novecento, l’America avendo cominciato la creazione del
ventesimo secolo negli anni sessanta del diciannovesimo secolo è ora il paese
più vecchio del mondo”.
Cannibalismo
– L’omo e li animali sono proprio transito e
condotto di cibo, sepoltura d’animali, albergo de’ morti, facendo a sé vita
dell’altrui morte, guaina di corruzione”, Leonardo da Vinci, framm. cod. 17457.
Censura – La biografia dello scrittore Philip Roth, a opera di Blake Bailey,
mandata al macero dall’editore americano W.W.Norton, che l’ha commissionata e
pagata, perché Bailey è stato accusato di molestie o aggressioni sessuali, è
disponibile ovunque fuori dagli Stati Uniti. Anche in inglese, col nome dell’editore
inglese Johnathan Cape. Lo stesso per l’ultimo film di Woody Allen, “Rifkin’s
Festival”, “bannato” in America per le proteste del movimento #metoo, che lo
stesso produttore, Amazon, vende e promuove, con successo, in Europa e altrove.
Il movimento #metoo è, si vuole, fenomeno americano, limitatamente all’America.
Seppure addebitando colpe penali. Non è convinto fino in fondo delle sue
posizioni?
Classico
– È l’ultima difesa della traballante Italia? Tale
la trova Francisco Rico, lo scrittore spagnolo studioso di Petrarca: “La
cultura classica del buon lettore italiano non ha paragone in nessun altro paese
(e la prova è che in nessun altro Paese si può trovare tutto il Parnaso grecolatino
in edizioni tascabili)”.
Dante
– Scrisse prima il “Paradiso”, secondo Ugo Foscolo, “Lezioni
di Eloquenza” (in “Prose letterarie”), per una sorta di rigidità, linguistica e
narrativa, artistica: “Mi credo, e in ciò mi sento sicuro del vero, che
moltissimi tratti, e più veramente i dottrinali e allegorici del ‘Paradiso’,
siano stati i primi pensati e composti più tempo innanzi che il Poeta s’insignorisse
della lingua e dell’arte. Perché di rado nella prima cantica, e più di rado
nella seconda, gli è forza di contentarsi di latinismi crudissimi, di ambiguità
di sintassi, di modi ruvidi che alle
volte guastano l’anima”.
E del poema, sempre secondo Foscolo, non se ne
potrebbe fare un romanzo: “La lingua poetica di Dante non ha potuto, né potrà
mai, servire di modello a composizioni in prosa”. Al contrario della lingua
omerica: Omero “nelle parole procede costantemente semplice e naturalmente
grammaticale. Le sue frasi non sono mai troppo pregne di metafore, e non mai applicate
a idee metafisiche, né a pensieri o sentimenti che non siano, per così dire,
tangibili”. Se a Omero “si togliesse il metro dei versi”, l’“Iliade” e l’“Odissea”
“parrebbero storie romanzesche e meravigliose come mille altre”.
Expolitio
– Il rifacimento, la rifinitura, la ripulitura. Tipo
il Manzoni alle prese col toscano nelle tre redazioni dei “Promessi sposi”. Una
pratica con questo nome criticata in una “Ars poetica” da Geoffrey de Vinsauf
(o Gaufrido de Vinsolvo), il letterato inglese che a Roma, dove risiedette a
lungo, compose il trattato all’inizio del tredicesimo, dedicandolo al papa
Innocenzo III: “Tornando più e più volte su un punto, cambiandogli con
insistenza i colori retorici, (il discorso) pare dire molte cose, ma di fatto indugia
sempre sulla stessa, tirandola a lucido, come chi passa ostinatamente la lima. Ci sono due vie per fare ciò:
dicendo la stessa cosa in vari modi o dicendo vari modi della stessa cosa”.
Francisco Rico, che esuma la “expolitio”, la imputa a difetto del suo amato
Petrarca, un polissonneur, un lucidatore
di argenti, uno che le sue composizioni latine (le sole che apprezzava, che gli
avrebbero nel suo sentire assicurato la gloria perpetua) costantemente
riscriveva.
Italiano
– Per essere una lingua letteraria, è la più ricca? È
l’idea all’origine di Foscolo, “Lezioni di Eloquenza”: Per l’essenza sua
letteraria, la lingua italiana fu l’unica tra le lingue recenti la quale abbia
preservato quasi tute le sue parole armoniose, evidenti e graziose, e tutti i
suoi modi eleganti, per cinque secoli e più”. Dopo aver notato: “Non però è
meno vero che i dialetti diversi hanno perpetuamente cospirato a comporre una
lingua letteraria e nazionale in Italia, non mai parlata da veruno, intesa
sempre da tutti, e scritta più o meno
bene secondo l’ingegno, e l’arte, e il cuore più che altro degli scrittori”. Un
po’, si direbbe, a somiglianza della lingua omerica, sempre come la vede
Foscolo: “La lingua Omerica non fu congegnata a mosaico di dialetti diversi,
com’è genera le opinione; ma sì, fu studiata da poeti e d a storici a infondere
qualità letteraria a dialetti delle loro città, sì che scrivendoli riescissero
più agevoli a tutta la Grecia”.
Ma questa qualità è un limite, osserva altrove lo
stesso Foscolo: “Le lingue, dove è nazione, sono patrimonio pubblico amministrato
dagli eloquenti; e dove non è, si rimangono patrimonio di letterati; e gli
autori di libri scrivono solo per autori di libri”.
Petrarca – Debuttò, ala ricerca della gloria poetica, col nome di Francesco Fiorentino
– per redimere la provenienza aretina – o, peggio, pisana? Fiorentino era il
padre, guelfo bianco come Dante, e come lui condannato nel 1302 all’esilio, e
al taglio della mano destra.
Proust – Pavese lo lega a Croce (“Il mestiere di vivere”, 7 settembre 1940): “L’idea
centrale di Proust, che le situazioni e le persone mutino continuamente e
inafferrabilmente, tanto che ciò che si desiderava, una volta realizzato si
scopre insoddisfacente, somiglia all’idea di Croce, che situazioni e persone
sono risultati pratici che non danno un contenuto assoluto ma appena raggiunti
si trasformano e negano dialetticamente il loro primo essere”.
Con una “differenza enorme: per Proust ciò è incentivo
a ritrarsi dalla vita, per Croce a
buttarcisi”.
Spelling
- “The Autobiography of Alice B. Toklas”, il profuso elenco
di artisti a Parigi negli anni 1900-1910 di Gertrude Stein, reca nell’edizione Penguin Classics, Pissaro
in gran numero e Gaugin - anche Assissi, ma più scontato, storpiare i nomi
geografici era già privilegio inglese. Il Penguin Classics sarà stato
sicuramente stampato in qualche paese del subcontinente asiatico, ma appunto:
la Brexit vuole anche ignoranza – una volta gli scrittori indiani si pregiavano
di essere anglo-indiani?
Stendhal – “Spirito impertinente, sfacciato, perfino ripugnante”, anche se “le
sue impertinenze provocano utilmente la meditazione”, è in un raptus di
Baudelaire, all’avvio del saggio “Le Peintre de la vie moderne”.
letterautore@antiit.eu
La miccia del Black Lives Matter
Se la polizia ti ferma in
America, e sei nero, sono problemi. Comincia così, con niente, l’assassinio a
sangue freddo e senza ragione di un ragazzo che il padre è andato a prendere la
sera a casa di amici. Sembra un attacco retorico, sul nero buono e la polizia
brutale, ma si colora presto di una drammatica tela di razzismo, nell’opinione
che capisce l’agente, nella giuria che lo assolve di ogni misconduct. Nate Parker, più bravo forse come attore, nei panni del
padre del ragazzo ucciso, che come regista, ci costruisce un suspense ad alto voltaggio: l’uomo
ragionevole, tranquillo, reduce dell’Iraq, buon padre di famiglia, assalta con
i congiunti la stazione di polizia, prende gli agenti in ostaggio, fa
processare l’agente assassino da una giuria popolare, gli sfortunati che si
trovavano per caso dentro il commissariato, e naturalmente non finirà bene –
l’America uccide i testimoni scomodi.
Un film molto americano.
Apprezzato a Venezia nel 2019, ma in quanto testimonianza di un problema civile
– i tanti ragazzi indifesi uccisi dalla polizia negli anni di Obama. Non suggestivo,
se non in momenti brevi, non ragionato: gridato. E tuttavia convincente: il
pregiudizio razziale è talmente forte che prevale anche sulla ragionevolezza,
sul calcolo.
Il film esce con due anni di
ritardo per i problemi di Parker col movimento #metoo. Da giovane fu processato
per stupro. Fu assolto, ma il suo compagno nella vicenda fu condannato, e la
donna che lo aveva denunciato qualche anno dopo si suicidò. Esce quindi dopo la
reazione della comunità nera alle
violenze di polizia, col movimento Black Lives Matter. Ma come se ne fosse già
parte, se non la miccia.
Nate Parker, American Skin, Sky Cinema, streaming su Now
lunedì 24 maggio 2021
Problemi di base - 640
spock
L’amore è immedesimazione: trasforma
l’amante nell’amato?
Il sogno è creazione senza coscienza?
O è coscienza senza creazione?
“La morte è uguale per tutti”, Petrarca?
“Le cose gratuite sono quelle che costano
di più”, Pavese?
“Il nuovo è tutto nella sorpresa”,
Apollinaire?
spock@antiit.eu
Nel nome di Hitler mai - martire della guerra
La vicenda del “beato” Franz Jãgermeister,
un contadino austriaco, trentenne, padre di tre figlie, mobilitato nel 1939 nell’esercito
di Hitler, smobilitato all’armistizio con la Francia, che si rifiuta tre anni dopo,
richiamato nel 1943, di prestare il giuramento d’obbligo nel nome di Hitler,
dopo quello che ha visto. Finendo giustiziato.
Di Franz Jãgermeister la chiesa ha
avviato la santificazione, poiché Franz era molto religioso: una vicenda reale,
la sua. Mallick ne fa una macchina cupa, come di una rivolta contro la vita,
della vita come destino, infame: fatica, solitudine, grigiore. Tre ore marcate
dal sottofondo sordo di una presa in diretta, su prati cupi, tra montagne cupe,
tra montagne grige, mai un raggio di sole, interiezioni dialettali che non vale
la pena tradurre, grugniti di animali, e una vita di attesa, paurosa, della disgrazia
che non può non accadere.
La vicenda Mallick racconta come una
tragedia greca, in cui la ubris si
vendica, l’invidia degli dei, se non oggi domani, dell’impertinenza umana. La borghesia urbana,
composta, ragionevole, funge da coro: il parroco, il vescovo, gli avvocati, gli
agenti, guardiani, giudici di Franz, gente ragionevole o altrimenti più
arrabbiata che cattiva. Ci sono a contrappunto anche le scene familiari,
distese, di Hitler, dei giornali Luce dell’epoca, che si evitano di vedere, a
sottolineare la dimensione tragica, più che storica, della narrazione.
Lasciando a un certo punto il dubbio se Franz fosse, come pure dice, contro la
guerra di Hitler – scarta pure, ripetutamente, la destinazione ai servizi non armati,
per e s. la sanità, quali già allora evidentemente si proponevano agli obiettori
di coscienza – o non piuttosto contro la guerra.
Un film che può respingere. Per
la lentezza (lunghezza), il grigiore (luci, toni, ritmi), l’ambientazione
ripetitiva (carceraria, campagnola). Ma pure avvincente. Di tristezza –
compresa la causa di beatificazione, di cui lo spettatore sa dalle promozioni e
dalla presentazione. E ambiguo: si è lasciati con un perturbante unde Bonum, o il senso del martirio.
Terrence Malick, The hidden life, Sky Cinema 2
domenica 23 maggio 2021
Il sacco dei servizi pubblici, ferrovie, sanità
Le ferrovie inglesi ritornano allo Stato. Sembra
una non notizia – come tale è data. Invece è la dichiarazione di bancarotta
della privatizzazione dei servizi essenziali: le ferrovie inglesi, che erano servizievoli,
puntuali e anche vezzose, diventarono subito, alla privatizzazione, un incubo. Sporche,
e irregolari. Senza benefici di prezzo, anzi più cari. Con incidenti gravi anche
in gran numero.
Il fallimento dei treni privati è il primo
dichiarato del lodato thatcherismo. Che è stato, ed è, una barbarie civile e un
sacco. Economico (aziendale, reddituale) e sociale, a danno di chi non può
permettersi un servizio veramente “privato”, cioè costoso. Un altro, peggiore, è
in attesa, nella sanità: la sanità privata non ha ridotto i costi, anzi li ha
moltiplicati, ed è poco salubre, nella pandemia lo ha mostrato in eccesso, per
esempio in Lombardia e in Emilia: non sa fare alcune cose, quele necessarie, e
non sa (non vuole) adattarsi alle emergenze.
La privatizzazione è stata ed è un fatto
ideologico. Che non migliora i servizi, e non riduce i costi. In più casi che
non, ha diffuso il disservizio e moltiplicato i costi. Nel trasporto e la
salute come nell’energia: le bollette sono ipercare.
Allo stesso modo ha funzionato l’outsourcing,
l’altro corno dell’ideologia liberista: l’appalto del lavoro, in service, in consulenza. L’appalto all’esterno
di molte funzioni aziendali – di cui l’Italia ha abusato probabilmente più della
stessa Inghilterra, si veda lo sviluppo abnorme delle partite Iva. Moltiplica
le disfunzioni e non riduce i costi. Il gruppo telefonico WindTre,
ripetutamente multato per milioni da Agcom, l’autorità di controllo del settore, si difende imputando
i disservizi all’imperizia dei call center di cui si avvale.
La gelosa solitudine di Pavese
“Terre aride”, “spiaggia desolata”, Cesare Pavese scende dal treno, “tradotto”,
in manette, a Brancaleone Calabro il il 4 agosto del 1935 (ci rimarrà sette
mesi e mezzo, una calda estate e un brutto inverno), uno dei posti più remoti,
allora, della Calabria, nello sgomento. Ma è una prima impressione, per sottolineare
il lungo viaggio, l’entrata in un mondo altro. Che ha già temperato alle prime righe, dicendosi “felice del mare”, al maresciallo che lo prende in carico
dando “una grande umanità”. Subito il paese gli appare “quasi lieto”, “le prime
case avevano un volto quasi amico”, “cordiale” davanti al “mare tranquillo”. E ha
la visione che avrebbe dovuto essere il nucleo del racconto: “Una casa dai muri
in pietra grigia, con una scaletta esterna
che portava ad una loggetta laterale, aperta sul mare”, “un riquadro luminoso”,
“netto e intenso come il cielo di un carcerato”, “sul davanzale dei gerani scarlatti”, e sulla
scaletta “una certa ragazza”, la Concia.
L’idilio non si conclude – non si sviluppa – e il racconto resta della
routine di un confinato politico che si
nega, rifiuta ogni responsabilità, ogni impegno. E, al fondo, di un senso vago ma
ritornante, anche non di proposito, della vita come di una prigione, con e
senza pareti. E di una “scoperta del Sud” che, senza raggiungere l’intensità del
coetaneo, conterraneo e coevo Carlo Levi (del “Cristo si è fermato a Eboli”,
successivo di un quinquennio alla stesura dal “Carcere, ma pubblicato
tre anni prima, nel 1945 – pubblicato dallo stesso Pavese), sa rappresentare sia “il
profondo Sud” che lo spaesamento e la derelizione del confinato.
Concia l’ingegnere “l’aveva veduta girare in paese – la sola (le
donne non si mostrano, n.d.r.) – con un passo scattante e contenuto, quasi un
danza impertinente, levando sui fianchi il viso bruno e caprigno con una sicurezza ch’era un sorriso. Era una
serva, perché andava scalza e a volte portava acqua”. Il racconto dell’innamoramento di una ninfa
selvatica poi non quaglia – anzi si scioglie nel sordido, lei è proprio una
bestia, una capra. O Pavese ha voluto vivere (rivivere, far vivere) l’impossibilità
del mito, fuori dall’immaginazione poetica. Il suo ingegnere, l’ingegnere nel
quale s’impersona, anzi, fa succube di una donna materna, Elena, in carne,
lattea, che lo accudisce, anche a letto - senza trasporto o riconoscenza da parte sua, solo incertezza e fastidio, il materno è animale.
Resta il racconto, purtroppo ancora una volta in chiave
autobiografica, di uno stato semiallucinato della prigione dentro. Non della
vita come prigione, ma di una impossibilità, personale, frustrante, di viverla.
Un’impossibilità ribadita, con l’insistenza di un leitmotiv programmato. “Pareti
invisibili” gli precludono “ogni contatto umano” – “nessuno si fa casa di una
cella”. Il carcere? “Meglio restarci per sognare di uscirne, che uscire davvero”.
Un racconto del 1938, da leggere alla luce del tradimento da parte
della “signorina” alla cui leggerezza ritiene di dovere il confino, che lo ha
subito abbandonato, come presto scoprirà. Ma che diventa, nel contesto della
vita di Pavese, un’anticipazione dell’incapacità di vivere – dell’inadeguatezza,
oggi si dice. O dell’indattatibilità. Che viene solitamente letta come
impoliticità, incapacità di calarsi nel mondo delle passioni contemporanee, di
militare, di resistere. Ma questa è piuttosto – neanche risentita, o criticata –
la conseguenza di un disagio costitutivo, della personalità. Dietro la plurima intelligenza e l’energia
eccezionale che il poeta, scrittore, traduttore, critico e editore dispiegava. “I
miei racconti sono – in quanto riescono –“, annoterà poco dopo nel “Mestiere di
vivere”, “storie di un contemplatore che osserva accadere cose più grandi di
lui”.
Cesare Pavese, Il carcere,
Einaudi, pp. 144 € 10
sabato 22 maggio 2021
Secondi pensieri - 449
zeulig
Bellezza – È duale, secondo Baudelaire,
che su questa ambivalenza avvia il saggio celebrato che pubblicò nel 1863 su
“Le Figaro”, “Le Peintre dans la vie moderne”. Con cui si proponeva “una teoria
razionale e storica del bello, in opposizione alla teoria del bello unico e
assoluto”: “Il bello è sempre, inevitabilmente, una composizione doppia”, di
“un elemento eterno, invariabile” e di “un elemento relativo, circostanziale”.
Che segue – “di volta in volta o tutto insieme” – “l’epoca, la moda, la morale,
la passione”. È dell’arte come della vita: “La dualità dell’arte è una
conseguenza fatale della dualità dell’uomo”. Composto della “parte eternamente sussistente
come l’anima dell’arte” e dall’“elemento variabile come il suo corpo”.
Baudelaire
rivaluta per questo Stendhal, di cui non mostra grande opinione, per aver rotto
l’accademismo dichiarando (“Dell’amore”): “La bellezza non è che la promessa
della felicità”.
Dell’affollato
repertorio di riflessioni sulla bellezza che ha accompagnato il volgere del
Millennio con cui apre la “Storia della Bellezza”, Gadamer, Santayana, Zecca,
Rella, Bodei (lui evita l’azzardo), Eco non salva poi niente. Rimandando ad Aristotele,
e a Platone. Al canone, in fondo, della misura, la simmetria, la regolarità, l’ordine
– comprese le eccezioni, ma in riferimento al canone.
Comico – Baudelaire, “De l’essence du
rire”, lo riconduce al cristianesimo, all’habitus mentale cristiano, che di
tanti figure e credenze ha fatto ridicolaggini.
Non senza
argomenti. Si prendano, scrive, “le figure grottesche che ci ha lasciato
l’antichità”: maschere, figurine di bronzo, Ercoli muscolosi, Priapi tutti
cervelletto e fallo. Questi “Veneri, Pan, Ercoli non erano personaggi
ridicoli”. Lo sono diventati “dopo la venuta di Gesù, col concorso di Platone e
Seneca – “quei feticci erano segni di adorazione, tutt’al più simboli di
forza”, certo non creazioni di uno spirito comico. O altrove: “Gli idoli
indiani e cinesi ignorano che sono ridcoli; è in noi, cristiani, che è il
comico”.
Dio – È “un banale caso di masochismo”,
nella conclusione di un’irriverente riflessione di Cesare Pavese (“Il mestiere
di vivere”, 13 maggio 1938): “Siccome D io poteva creare una libertà che non
consentisse il male (cfr. lo stato dei beati liberi e certi di non peccare), ne viene che il male l’ha voluto lui. Ma il
male lo offende. È quindi un banale caso di masochismo”.
Ermeneutica – Senza
citarla, Cesare Pavese ne dubita così, ne “Il mestiere di vivere, nel 1941, 30
gennaio – senza acrimonia, lui stesso si dilettava dei godimenti dell’ermeneutica,
ma perplesso: “Se anche la lettura
silenziosa che facciamo di una poesia per conoscerla è interpretazione, non
si vede più come si possa costruire un giudizio storico su di una poesia – dato
che conoscerla significa creare dentro di noi un’altra opera”. È impossibile anche una semplice valutazione, prima che il giudizio
storico.
Ironia – È tutt’altra
cosa dal comico: un occhio non comico sul comico. Da maneggiare con attenzione:
l’ironia è creativa ma anche velenosa, dissecca. Un’anatomia, sotto la lama
insopprimibile di se stessi. Un match di scherma, con lama sottile, un
fioretto, che incide senza sopprimere, ma isolante più che protettivo – la
critica è una scherma, con l’opera e con l’autore, una scherma protetta, con
maschera e visiera.
Pessimismo – In alcuni
soggetti eminentemente creativi, Baudelaire, lo stesso Leopardi (e Nietzsche? e Kiekegaard?), è la
confutazione del nichilismo, che è il vero pessimismo, della ragione. C’è un pessimismo
creativo anche al di sotto dello stesso argomentare nichilista. È il caso di
Baudelaire – e di Leopardi, anche lui creatore instancabile, che ha vissuto
meno e malaticcio, ma ha “prodotto” moltissimo, in misura si direbbe incommensurabile
in rapporto all’età, alla semi indigenza, alla poca salute. Baudelaire si vuole
pessimista perché radicato nel pessimismo cristiano. Ma è uno, malgrado tutto,
interiezioni e lamenti, positivo: grande lavoratore, instancabile, pur
volendosi dandy, e cultore della flânerie, del non far nulla, energizzante,
creativo.
Vale come metro, come forma critica: un denudamento per un migliore
(approfondito, accurato) apprezzamento critico,
valutazione.
È il pessimismo cristiano la confutazione del pessimismo: è un
realismo, poiché consente di superare il pessimismo – cioè l’inerzia. Sia pure
– si creda pure – illusoriamente.
Stupore – Jeanne Hersch aveva già concluso, fin dalla
prima pagina del suo trattato “L’étonnement philosophique”, lo stupore
adottando come innesco della conoscenza: “Stupirsi, è proprio dell’uomo”. Con
stupore può chiedersi la poetessa (Patrizia Cavalli, “Datura”): “Possibile\ che
solo a noi sia dato lo stupore?” Mentre non aveva dubbi il presepio napoletano,
che ha tra le figure classiche il Guardincielo, che fa la bocca a O, il pastore dello Stupore.
Vico non sarebbe stato
d’accordo, che voleva gli uomini “bestioni tutto stupore e ferocia”. Ma è
indubbio: la filosofia nasce con esso, lo stupore è ciò che ha portato gli
antichi greci a porsi le loro strane domande. Ma a mano a mano lo stupore scema,
o la scoperta: le ultime domande, se non le risposte, sono sempre la prima. Mentre
lo stupore non può fare a meno della novità, come nota Baudelaire recensendo
l’Esposizione universale del 1855: “Lo stupore, che è uno dei grandi godimenti
causati dall’arte e la letteratura, tiene alla varietà dei tipi e delle
sensazioni”.
È proprio della prima età,
scema o scompare con l’anzianità. È proprio delle culture “nuove” – di scoperta
recente o innovative, d’avanguardia. È la scoperta: la filosofia è stupore in
quanto è scoperta.
Le ultime risposte, per quanto
sofisticate, variano peraltro poco: il nominalismo, vedo il cavallo ma non la
cavallinità, il realismo, la soggettività, da Descartes a Nietzsche, inclusa
l’impossibilità del Cristo o della fede (Kerkegaard), e l’irriducibilità
dell’essere (Bergson), l’inconscio, la rimozione (Freud), la trascendenza, la
temporalità. E non più risolutive che l’aria, l’acqua, il fuoco e
l’infinito dei milesi, nemmeno tanto nuove. La capacità di stupire della
filosofia è limitata? Specie nel mainstream, da Kant in qua, della
filosofia sistematica, assertiva. “Che cos’è l’essere”, direbbe ancora Hume, o
la scuola di Mileto. La ricerca dell’“essere dell’esistente” è piena Mileto. Anche
se
L’esito è nuovo, è quello di
Kant: il soggetto non può aggiungere nulla all’essere. Ma non al di fuori o al
di là del paradosso di Zenone: il moto e il mutamento dominano la nostra
esperienza della realtà, ma noi siamo incapaci di pensarli.
Tragedia - È agita da
“agonisti”, atleti, lottatori. Cui fa da interlocutore il coro: attore impersonale,
poiché enuncia (evoca, stabilisce) la ubris.
Che è conoscere l’oracolo e non tenerne conto – una bestemmia. Ma è ubris anche l’oracolo. E insomma il coro
è il fato. Sembrerebbe questo meccanismo (la tragedia) la constatazione
dell’inutilità del fare. Ma ne è la celebrazione: che altro “fare” se non
fare?
zeulig@antiit.eu
Il racconto dell’odio volto in idillio
Tre solitudini, di personaggi e
trascorsi che si intersecano e si inestricano, ma non si liberano dal
pregiudizio, dalla passione, dalla debolezza. Una storia del migliore
Antonioni, dell’incomunicabilità, anche a dispetto delle migliori intenzioni. Tra
ebrei condannati dalla memoria, fascisti violenti, anche con se stessi, e la
bontà minuta, generosa, che “non può essere”. Una storia di sentimenti buoni e pulsioni
aggressive. Un film violento e idillico insieme, eppure tiene.
Sfortunato all’uscita, alla vigilia
del secondo lockdown, dopo il successo al festival di Venezia, si avvale di tre
superbe interpretazioni. Di Sara Serraiocco, la fatina che attraversa le
turbolenze: è la sua presenza, minuta fisicamente e moralmente, della
vita come viene, a far muovere la difficile guerra di posizione dei pregiudizi.
Di Alessandro Gassman, il protagonista, in un difficile ruolo bifronte, tra il dover essere, del
medico, del buon cittadino, e la passione, la vendetta. Di un esordiente Luca
Zunic, che non sembra recitare lo squadrista picchiatore, a caccia di “giudei”.
In un ambiente inconsueto, che aggiunge realismo e magia alla vicenda: una
Trieste terragna, seppure a bordo d’acqua.
Il racconto è semplice, dell’odio.
Immotivato, dell’odio come avviene. Un chirurgo di nome Segre, solitario, in
lite col padre, ancorché morto, perché da studente di medicina curò i denti dei
nazisti per salvare la pelle nella deportazione, non salva, come potrebbe, il
padre di tre ragazzi vittima di un pirata della strada perché ha tatuata sul petto
la croce runica. Ragazzi con cui viene poi in contatto, bene e male, tra l’essere
una brava persona, benché solitaria, e l’essere “un giudeo”. Tale è per il
bambino innocente. E per questo esca a molta violenza del figlio picchiatore,
nella palestra equivoca di boxe, tra camerati che sono anche aguzzini e usurai.
Mentre la figlia oppone umile la resistenza del dover essere, tra le passioni
opposte.
Mauro Mancini, Non odiare
venerdì 21 maggio 2021
Ombre - 563
Enrico
Letta propone tasse. Invece di lasciarle, come pure dovrebbe, al governo. Gioca
contro il suo partito?
Lo
stesso Letta vuole anche lo ius soli
e\o lo jus culturae subito, in piena
emergenza sbarchi. Lo fa per impedirli, per impedire la giusta regolarizzazione
dei lavoratori immigrati? Una legge deve trovare una maggioranza, perché Letta
vuole renderla impossibile?
Si
direbbe che il segretario del Pd lavori per sé, per la sua gloria intellettuale,
contro il suo partito.
“La
Repubblica” si ricorda di Pannella, per la penna di Francesco Merlo. Uno che Scalfari,
suo vecchio compagno di partito, non voleva nemmeno si nominasse. E Berlinguer,
nelle due grandi riunioni che tenne con la redazione del quotidiano nei primi
ani 1980 nominava con disprezzo.
Un
lettore poi scrive a Merlo: “Mi ha convinto: era di sinistra, moderna e autorevole.
E la sinistra di oggi lo deve riconoscere”. Al che Merlo risponde: “Stia sicuro
che non lo farà”.
Lo
stesso Merlo ricorda che al lancio delle monetine a Craxi, “idea del fascista
Buontempo”, “c‘erano addetti stampa e militanti
di sinistra, che venivano dal comizio di Occhetto a piazza Navona”. Di sinistra,
cioè non del Pci (Pds)?
L’erba
sta per seccare e la sindaca di Roma Raggi trova finalmente i fondi per lo
sfalcio. Che però non si può fare, perché bisogna prima fare i bandi, indire le
gare eccetera, con i parchi pubblici e i parchi archeologici (Argentina, mausoleo di Augusto, etc.) a rischio incendio. Poi uno, abitando a
Roma, passa per l’Eur, che è un’area grande quanto tutta Milano, e trova l’erba
rasata, compatta e tutto quanto. La gestione del verde pubblico non è quindi un
problema di costo. Di disorganizzazione probabilmente, sicuramente di disattenzione
– il verde non porta voti.
I
giudici Ardita e Storari, grandi giustizialisti, più del loro sodale Davigo, si
trovano d’improvviso ributtati su fronti opposti. Da una manina sapiente? Chi
di giustizia ferisce di giustizia perisce – si dice per dire, mai un giudice è
stato condannato, se non col coltello in mano.
Ma
Ardita e Di Matteo erano inquisiti dal loro grande amico, e capo sindacale, Davigo.
Era la manina di Davigo? Si direbbe, dopo che si è scoperto che non è stata la
sua (ex) segretaria a divulgare le accuse di Storari-Amara contro Ardita.
Non
lo dicono però le Procure. Che intanto, per evitare la conclusione ovvia, prendono
tempo, mandandosi documenti, o contestandoseli, tra Roma e Milano, Brescia e
Perugia. Finché non avremo dimenticato che non è stata la segretaria?
La
Corte Europea accoglie il ricorso di Berlusconi contro al condanna di Gamacchio-Esposito: vuole sapere se ha
avuto un processo equo. Cioè ritiene che non lo ha avuto. Ma non vuole sapere
niente, poiché lo chiede allo Stato.
Lo
Stato italiano è equo per diritto. La Corte Europea doveva chiedere: equo per
chi?
È
strano che i due giudici di Berlusconi siano noti per pratiche che normalmente
sarebbero delittuose: concussione per i conti (e i debiti) non pagati, traffico
di influenze per la carriera del figlio, assegnazione personalizzata dei casi
da giudicare, camera di consiglio con “pesanti” ingerenze esterne. Non in
Italia naturalmente, dove i giudici sono al di sopra delle leggi. Ma vale
allora la vecchia morale delle tenutarie di bordelli, e dei biscazzieri: che
non c’è niente di più corrotto della questione morale.
La
Corte Europea accoglie il ricorso di Berlusconi dopo otto anni dalla
presentazione. Andrà riformata anche la Corte Europea? A pena Recovery Fund se
non si adegua? O l’Europa è troppo vecchia, ha i riflessi lenti?
I soldi della droga in sacrestia
Vista a freddo, è solo un’opera
di sciacallaggio. Incredibile: si possono moltiplicare abbonamenti e pubblicità
con lo sciacallaggio. La serie è perfino monotona di sospetti e accuse di parte
– che si avvertono di parte. Con una fila interminabile di accusatori, e come
contraltare solo il figlio, che è fuori dall’azienda-comunità da un
quindicennio. Non i continuatori. Non gli specialisti. Nemmeno Letizia Moratti,
che pure fa audience.
Opera dell’ideatore e produttore
Gianluca Neri? Della regista, che vanta “immagini tratte da 51 archivi
diversi”, ma tutti monotoni?, “180 ore di interviste” e “venticinque
testimonianze”? Sicuramente della programmazione italiana della rete americana,
che Eleonora “Tinny” Andreatta presiede. Basata sulle accuse di gente
condannata per ricatto e estorsione, per primo Delogu padre – padre della
vedette tv. “Luci e tenebre di San Patrignano” è il sottotitolo, ma è una
formula: non ci sono che delitti, ma non quelli acclarati in giustizia – il titolo
originale è schietto, “The Sins of the Saviour”, i peccati del salvatore.
Il processo a Muccioli, uno dei
fondatori di San Patrignano, un’impresa agricola che si fece una delle prime
comunità per tossicodipendenti, nel 1978, da lui gestita fino alla morte, nel
1995. fu voluto dai giudici di Bologna perché Muccioli non era comunista, e non
era di sacrestia. Un vero processo cattocomunista. Uno sciacallaggio: lanciata con una pubblicità
milionaria, una serie cinica – “luci e tenebre” si direbbe di Netflix Italia,
di un cinismo che lascia a bocca aperta. Hanno campo libero profittatori e
bugiardoni, con nomi che Muccioli ha reso anche altisonanti, come il Delogu.
Muccioli, l’animatore di San Patrignano,
dava fastidio a “Bologna”, al cattocomunismo che governava la città. Partiva il
“terzo settore”, l’affidamento ai privati di funzioni che il sistema pubblico
non riusciva a gestire, e si voleva che i lauti fondi governativi restassero in
parrocchia. Muccioli fu per questo processato due volte, nel 1983 e nel 1984.
Assolto in Cassazione – la seconda volta perché i Procuratori del cardinale a
Bologna nella foga avevano sbagliato imputazione. Nel processo secondo il maggiore
accusatore è stato Delogu padre, che doveva tutto a Muccioli ma era stato convinto
a ricattarlo – per questo fu condannato, i suoi protettori non poterono venire
allo scoperto.
Il cinismo della serie è solo di
cassetta, o c’è ancora un cattocomunismo forte e all’opera? Un debutto si direbbe terrificante di Andreatta a capo della
programmazione Netflix in Italia. Non sentire Letizia Moratti, che pure è un
personaggio, anzi uno che avrebbe fortemente drammatizzato la serie, non è un
errore di regia, è deliberato.
Cosima Spender, SanPa, Netflix streaming
giovedì 20 maggio 2021
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (457)
Giuseppe Leuzzi
Anche
al cimitero il Sud è un altro. “La città dei mori di Aquilonia Nuova è tutta sopra
il livello del terreno, come spesso accade al Sud. Linda, curatissima, con un
alto muro di cinta e popolata da signore in nero che paiono uscite da un
romanzo di Silone” – Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, 293.
Seppelliti sottoterra non piace, ai morti e ai vivi. È la legge, e allora si
sopperisce con i tumuli. È uso antico.
Un’illusione
come un’altra? Ma non fa male.
Fa
senso vedere Michele Santoro in tv, in collegamento amichevole con Paolo Mieli,
rifarsi a Falcone e Borsellino. Proprio lui che, quando era una vedette tv con
“Samarcanda”, nel 1990 o 1991, s’intignò a delegittimare Falcone. Anzi,
propriamente a criminalizzarlo. Facendolo accusare da Orlando, un (ex) democristiano
nemico di Falcone, di depistare le indagini.
Senza diritto di replica, o di accesso.
“Canadian 'ndrangheta connection”, tutti assolti. Ma tardi, uno si è già suicidato.
Gregoraci,
che poi è risultato innocente, dovrebbe in teoria essere stato ritenuto
colpevole, se è stato carcerato. Ma aveva bisogno di carte, che non gli sono
state date – malgrado i solleciti delle carceri dove era stato variamente
rinchiuso.
Un
“muro del silenzio” venne evocato in Assise in Francia settant’anni fa nel
processo celebre detto dell’“affaire Dominici”, un vecchio contadino condannato
a morte per l’assassinio di una coppia di turisti inglesi e della loro figliola.
Jean Giono, che seguì perplesso il processo - del tutto indiziario e mal
condotto in Assise - perché Dominici era un contadino del suo “paese”, delle
sue contrade, s’inalbera: “Questo muro non esiste nella regione. La formula è efficace
ma la cosa non esiste. Non esisteva. Io ho sessant’anni. In quarant’anni non lo
mai incontrato. Chi ha costruito questo muro? Chi lo ha reso incrollabile? Il
crimine? Non spiega niente. Al contrario, il crimine è sempre stato denunciato,
e immediatamente”. Anche al Sud. Ma non seguono i fatti. E allora…
La donna del Sud
“A
Sud non si dice più «uomo», ma «chiesa madre»”: Paolo Rumiz, “La leggenda dei
monti naviganti”, 307, raggiunge, oltre i luoghi comuni d un giornalismo pigro,
una tradizione di grande e consolidata cultura. Delle donne che chiedono grazie
e fanno voti a Santa Rita, “che forse non sanno chi fosse”. nota: “A loro bastava
incontrare un’entità femminile. Solo una donna poteva portare salute e
fertilità, recapitare le loro richieste alla Grande Signora oltre il muro
dell’invisibile. A Sud Dio non ha bisogno di camuffarsi sotto tonache
maschili”.
Tutto
è materno al Sud, anche la mafia – Rumiz se lo fa spiegare da Marino Niola,
dall’antropologo: “Persino la criminalità organizzata ha un lessico familiare
materno. Si dice: ‘Mamma comanda e picciotto fa’. Il capo si chiama ‘Mammasantissima’.
Il pizzo di chiama ‘olio per la Madonna’”.
Sudismi\sadismi
“Dosi
ai cinquantenni e anziani in attesa. Le strane priorità decise al Sud”: il
“Corriere della sera” ci fa una pagina. Poi uno legge l’articolo e scorre le tabelle
della stessa pagina, e vede che non è vero. Il giornale di Milano non vede l’ora
di ributtare la pandemia sul Sud – non è il primo tentativo.
Quelo
che si vede dalle tabelle regionali è che al Sud un po’ tutte le regioni sono indietro
nei vaccini, seppure di poco, rispetto alle altre. Quello che non si dice è che
alcune, sicuramente la Campania e la Calabria, non hanno avuto i vaccini in proporzione
alla popolazione per classi di età, come si è fatto in altre regioni, secondo
il programma di vaccinazione nazionale.
Pavese calabrese
Molte
scoperte e una sorta d’immedesimazione fa Cesare Pavese nei dieci mesi che trascorse
a Brancaleone in Calabria al confino, tra 1935 e 1936 – dopo essere stato in
carcere a Torino e Roma per antifascismo. Forse a sua insaputa ma forse no,
dato che queste impressioni traspone alcuni anni dopo nel racconto-romanzo “Il
carcere”, che pubblicherà infine nel 1948 – con una quarta di copertina, alla
riedizione Einaudi successiva, del 1990, che prospettava “la scoperta di un’altra
Italia da parte di un settentrionale”. E di più, anche se senza alcun riferimento
diretto, nel “Dialogo con Leucò”, che scrisse tra fine 1944 e inizio 1945, a
Roma, a cui tanto teneva – se lo portò in albergo la notte del suicidio.
Il
paese all’arrivo lo respinge, “terre aride” e “spiaggia desolata”. Tutto lo
respinge, non solo il posto: Pavese è fortemente cosmopolita di cultura, ma non
ha man viaggiato, se non dal paese a Torino. La desolazione è però solo un
primo riflesso – Brancaleone è nell’allora arida e desertica Jonica (per
contrapposto alla fascia tirrenica, allora verde, fertile, ricca: come la geografia
economica può mutare rapidamente), oggi Locride, ma Pavese nel 1935 può leggervi, con continuità, la “Gazzetta del popolo”, il giornale di Torino (oggi
non potrebbe…). Si profonderà ampiamente,
nelle lettere più ancora che ne “Il carcere”, in apprezzamenti e ringraziamenti, per l’ospitalità,
la correttezza, la generosità eccetera. E ne mutua i linguaggi.
Ne
fa suoi, inavvertitamente, alcuni modi di dire. Soprattutto nei dialoghi: “Siamo
nelle mani di Dio”. “Conosciamo qualcuno, se cosa vi occorre”. “Fare razza”,
per fare gruppo, famiglia, banda. “Quello è storto”, non sa difendersi. “Che
scherzate?”, non se ne parla. È ben locale, calabrese, l’osservazione: “Qui sono
tutti avvocati. Hanno tutti un parente in prigione”.
Alla
seconda pagina de “il carcere” ha già colto il senso e lo schema della
conversazione, del commercio umano: passeggiare tra uomini sottobraccio, i
saluti “asciutti” e “il riserbo”, gli scambi laconici (“Tutto il paese
conversava così”, per ellissi, per rinvii a significati noti, “a occhiate e
canzonature”, bonarie), l’autocanzonatura (“Siamo gente inquieta che sta bene in tutto
il mondo ma non al suo paese”, “Si è vecchi quando si torna al paese”, “Voialtri
avete il lavoro, noi abbiamo l’amore”).
Leucò,
Leucotea, dea bianca, s’identificava in antico con Ino, dea marina. Ed è a Brancaleone che Pavese “scopre”
il mare, come presenza invadente. Con fastidio e con sollievo – è il solo
luogo, la spiaggia, dove gli piace passeggiare, da solitario, e può farlo, per “prendere
l’aria”, senza doverne dare ragione. Una superficie che a volte respinge, per
la monotonia, ma anche popola, di ninfe. Lo stesso che in paese, dietro la
serva scura e altera che affascina il suo alter ego della narrazione, Concia, ragazza
e madre, che vuole “caprigna” – capro è la personificazione in antico della
lussuria o desiderio. Ma gode anche i favori, in carne, assicura, non nel mito,
di una classicissima Elena, che lo accoglie sorridente e muta al suo interno,
anch’essa bianca, e grande – Grande Madre, Dea Madre.
Calabria
Vanta
“l’aria più fine in tuta Europa”, nel sito in (ottimo) inglese su wikipedia: “La
Calabria ha anche l’aria più pulita
dell’Europa. La scoperta è stata fatta da una ricerca del 2010 sulla qualità
dell’aria, nel corso dela quale i nanopatologi rilevarono che un’area del parco
Nazionale della S ila aveva l’aria più
pura in Europa”.
Nanopatologia, termine di nuovo conio, appena vent’anni fa.
Era
l’aria, in chiave ironica (“a zannella”) una canzone di Otello Profazio
gionvicello: “Cca’ ‘ndavimu l’aria” – come dire: abbiamo l’aria, e ci basta.
“I
miei compagni erano in maggioranza calabresi”, racconta a Paolo Rumiz nel
maggio del 2005 Carlo Orelli, 110 anni, “cavaliere di Vittorio Veneto, ultimo testimone
vivente del 24 maggio 1915”, dell’“armata perduta” sul Carso all’inizio
trionfale della Grande Guerra, del 32mo Reggimento Fanteria, Brigata Siena:
“Non si capiva niente di quello che dicevano. Bravi e analfabeti”. E morti, si
suppone: “Ci distrussero. Eravamo troppo esposti. Dopo i primi assalti restammo
in venticinque su trecentotrenta. Un’ecatombe”.
In
tutti i ricordi della grande Guerra ci sono fanti calabresi, analfabeti e
bravi.
Il
Faussone di Primo Levi in “La chiave a stella”, il romanzo dell’Uomo
Lavoratore, il piemontese specializzato che sa tutto di tutti i cantieri,
dall’India alla Russia, dall’Alaska all’Africa, ha interiorizzato i calabresi a
Torino. Nella tipologia degli ingegneri che fa allo scrittore – un ingegnere
gli ha creato un pasticcio in India - ce n’è anche uno (p.122) “che dormiva in
piedi e batteva la calabria”, batteva la fiacca.
Il detto veniva dalla Francia? Girando
per la Calabria nel 1812, in fuga dalla madre, il marchese de Custine annota
nelle lettere di avere capito perché in Francia per indicare un uomo senza
vitalità si diceva: «Gira per la Calabria».
In
precedenza però Faussone racconta che in Russia si è immedesimato con i suoi
nuovi concittadini, a p. 99: “La brava gente si somiglia dappertutto, e poi lo
sanno tutti che fra i russi e i calabresi non c’è tanta differenza. Erano bravi,
puliti, rispettosi e di buon umore”
Uno
storico la dirà vittima dei commissari. Comunali, sanitari, dei porti, e di
ogni altro centro di spesa. Un’orda di generali, prefetti, vice prefetti e
questori in quiescenza, e di funzionari prefettizi a caccia di diarie, con
autista, e orario di lavoro casa-casa. Un mercato molto calabrese, però: i
funzionari prefettizi che moltiplicano i commissariamenti, di comuni, asl, aziende
pubbliche e quant’altro capita a tiro, sono ben locali. Altrove non li avrebbero
cacciati? Sì.
“Arghillà,
zona Nord di Reggio Calabria, in seimila nelle case popolari, molte occupate”,
abusivamente, racconta Smorto sul “Venerdì di Repubblica: “Macchine smontate
bruciate, accatastate. Immondizia”, etc. – “amico, dammi 5 euro per il gasolio”.
È “una popolazione al 50 per cento di ex rom, che chiama «italiani» l’altro 50
per cento, che annovera anche maghribini, filippini, polacchi”. Quale altra città ha una tale concentrazione?
Arghillà,
dove un tempo si producevano ottimi vini, è la new town di Reggio. Col carcere e la città giudiziaria. Zona molto
bruta di architetti, che deturpa dall’alto la bella cornice (ex) naturale della
città. Giudici e polizie stanno lì, ma
non vedono non sentono.
Si
entrava in città in primavera, tra Catona e Arghillà, nell’agro di Villa San
Giuseppe, tra le raffiche di zagara degli agrumeti.
Di
mattina presto, se si viaggiava in città per lavoro, per le pratiche, per l’apertura
degli uffici alle otto, si avvertiva d’inverno anche l’odore pungente delle arance
sull’albero. Misto alla zagara, che per le arance di san Giuseppe, tardive, di
aprile-giugno, fiorisce tardi a febbraio.
Il detto veniva dalla Francia? Girando per la Calabria nel 1812, in fuga dalla madre, il marchese de Custine annota nelle lettere di avere capito perché in Francia per indicare un uomo senza vitalità si diceva: «Gira per la Calabria».
leuzzi@antiit.eu
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